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Interventi sulla poesia da diversi quotidiani

Argomento: Letteratura

Articolo di Vari autori 

Proposta di Redazione LaRecherche.it

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Pubblicato il 14/07/2011 21:55:39

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Piccoli e grandi poeti in guerra per la gloria
Girano interessi enormi: non soldi ma la fama eterna

Articolo su IL CORRIERE DELLA SERA 19 luglio 2011

Paolo Di Stefano


La discussione sulla poesia, avviata la scorsa settimana, è stata puntellata, domenica, dai dati nudi e crudi di Giuliano Vigini: escono in Italia ogni anno attorno ai 2400 titoli di poesia; la tiratura media è tra le 500 e le 700 copie; se un libro di versi supera le 1500 copie vendute va considerato un bestseller; in realtà oltrepassare le 250 è un miracolo. Si potrebbe concludere che tanto basta e ogni altro discorso sulla poesia, considerando questi elementi, non merita nessuna attenzione nel mondo dei grandi numeri dove un solo titolo di Dan Brown vende più dell'intera produzione poetica annuale.

http://www.corriere.it/cultura/11_luglio_19/di-stefano-poeti-guerra-gloria_6f853c6c-b1f1-11e0-962d-4929506ed0a9.shtml

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Il paradosso dei Poeti. Migliori dei narratori ma ormai invisibili

Articolo su IL CORRIERE DELLA SERA 10 luglio 2011

Paolo Di Stefano

 

 

Viviani ricorda come «uno squalificante imbroglio-inganno» il primo festival di Castelporziano, quando alcuni poeti (tra cui lui) «andarono volentieri in pasto a una folla rissosa e sbandata»: il poeta non deve assecondare le richieste della società e tanto meno andare in cerca del pubblico o della pubblicità. Meglio rassegnarsi all’isolamento piuttosto che snaturarsi.

 

 

www.corriere.it/cultura/libri/11_luglio_11/di-stefano-paradosso-poeti_cce9f2b6-abb7-11e0-a665-5070e23b7a33.shtml

 

 

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I poeti sono un bene comune

Articolo pubblicato su IL CORRIERE DELLA SERA 11 luglio 2011

Andrea Cortellessa

 

 

Più in generale dovremmo far sì che la separatezza sociale della poesia, il suo scisma dai dogmi del profitto, la sua nevrotica cura del linguaggio, da privilegi - e maledizioni - individuali, divengano strumenti di conoscenza per l'intera comunità. Come altre ricchezze che si è deciso di non lasciare alle industrie del cinismo anche la poesia, insomma, deve divenire un bene comune.

 

 

www.corriere.it/cultura/libri/11_luglio_11/cortellessa-poeti-bene-comune_bd31183a-abbd-11e0-a665-5070e23b7a33.shtml

 

 

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Vivacità e visibilità due valori relativi

Articolo pubblicato su IL CORRIERE DELLA SERA del 13 luglio 2011

Daniela Marcheschi

 

 

Il riscatto della poesia e della sua critica sta solo nella buona poesia e nella cultura autentica. Le parole necessarie e mosse dalla verità inchiodano chiunque. Chiediamoci se le nostre parole lo siano o quanto sia giusto alimentare con esse la chiacchiera mediatica. I piccoli numeri della poesia ne fanno a volte campo di gruppi chiusi, tesi a tutt'altro che alla sua difesa: scadimento che disamora chi ha una passione vera ed esige molto dai poeti.

 

 

www.corriere.it/cultura/libri/11_luglio_13/marchesci-dibattito-vivacita-visibilita-valori-relativi_81b5024a-ad38-11e0-83b2-951b61194bdf.shtml

 

 

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Fare poesia è un'azione politica

Articolo pubblicato su IL MANIFESTO del 13 luglio 2011

Maria Grazia Calandrone

 

 

Eccomi a ringraziare, da invisibile tra gli invisibili, Paolo Di Stefano e Andrea Cortellessa per i due importanti articoli sulla poesia che sono apparsi sul “Corriere della Sera” di domenica 10 e di lunedì 11 luglio scorsi. Il primo indagava l’evoluzione delle trame sommerse tra editoria e poesia e il secondo, proseguendo il pensiero esposto su “il manifesto” intorno ai poeti che nel maggio scorso misero provocatoriamente all’asta i proprio ultrainutili manoscritti in favore della cultura a L’Aquila, incoraggia a considerare la valenza conoscitiva della poesia citando le competenze collaterali di certi poeti e nominando finalmente una donna, Antonella Anedda. Notavo infatti come Di Stefano avesse omesso integralmente la poesia femminile (probabilmente a causa dell’assenza di legami tra poetesse e “potere” editoriale), avvalendosi della sola Alda Merini per sostenere che la biografia del dolore della poetessa avrebbe reso indulgenti i lettori intorno alla debolezza di certi suoi versi. Non possiamo non essere d’accordo: Alda Merini, da un certo punto in avanti, prescindeva quasi dalla propria poesia, poiché incarnava, con l’intero suo corpo esposto, un archetipo della immaginazione occidentale, la invasata e santa fusione di scrittura e vita, insieme a quella tra la carne e lo spirito e addirittura tra la società dello spettacolo e lo spirito, ironica come fu nell’esporre le proprie nude e vive carni all’obiettivo di macchine fotografiche chissà quanto a loro volta innocenti. Ostentazione della carne che, agita da una poetessa avanti con gli anni, smentiva con coraggio e autoironia le rigidissime normative di rimozione dei segni annunciatori della morte proprie della società dello spettacolo. Inoltre, sapevamo tutti che le carni della Merini erano anche portatrici delle stimmate invisibili degli elettroshock. Dunque il gesto di Alda Merini fu un gesto politico.

Viene allora da chiedersi perché una biografia simile, per quantità di dolore e di umiliazioni comminate quale cura feroce del dolore (gli elettroshock), e già politicamente implicata come quella di Amelia Rosselli (figlia, lo ricordiamo, di Carlo Rosselli, assassinato in Francia con il fratello da mano fascista), non sia entrata nella poesia della sua autrice se non esposta da una lingua così personale da essere universale: Rosselli pose in opera una nuova lingua di tutti, il fondamento della lingua poetica delle generazioni future, ma tenne un atteggiamento completamente diverso nei confronti del proprio stato biografico, riversandolo tutto nella parola: tutto il trauma, lo slittamento delle piastre di una monumentale geologia privata di realtà e ossessione, si sono fatte la sua lingua fastosa, fastidiosa e piena di improvvise grida sentimentali, oscene e buffe, incespicanti nella inedita ghiaietta del lapsus, di una feroce richiesta d’amore sbattuta come uno straccio bagnato sulla faccia di chi la legge. Altrove, in altre incaute sterzate di Rosselli, siamo lambiti dalla lingua in fiamme di un insetto osceno.

La risposta a questa differenza di atteggiamento credo si possa individuare nella riflessione che segue: Alda Merini volle gettare il proprio corpo al macero per ribellione alla rimozione operata sul suo corpo dalla psichiatria: avete visto tutti come i corpi degli internati siano corpi disabitati, in cupo abbandono, e dunque la poetessa, giunta ad avere un’autorevolezza grazie al proprio lavoro, volle dar voce all’ormai quieto rogo del suo corpo. Il suo fu un raddoppiamento del gesto poetico, poiché fare poesia è già di per sé un’azione politica, proprio per l’emarginazione dal mercato che hanno evidenziato Di Stefano e Cortellessa, emarginazione tanto più evidente quanto più la cultura degli ultimi vent’anni ha formato l’immaginario visivo bidimensionale delle nuove generazioni, ove i genitori non abbiano tenuta alta la guardia a difendere le altre forme reali, ovvero tridimensionali, della comunicazione. Progresso è evolvere, non sostituire: una piatta immagine in movimento passivo non è una evoluzione della parola.

Dunque io auspico la convivenza parallela delle forme della comunicazione contemporanea, ben sapendo che la poesia è un profilo biologico e dunque ai poeti sarà inevitabile continuare a essere la rete parlante, invisibile e operosissima della società, l’alveare di ultrasuoni dove si tesse quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe soltanto la scorza del mondo, smembrata e priva di legamenti, perché la poesia serve a ricordarci – quando è altissima: a dimostrarci – che siamo tutti la stessa persona.

Il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro. Come nelle esperienze di premorte: i premorti, tornati alla vita, raccontano che, nel rivivere le scene della propria vita, hanno sentito i sentimenti di tutti i presenti, il bene che hanno dato e il dolore con il quale hanno offeso quando sono stati vivi. Così il poeta, ove la sua non sia “letteratura”, formalismo, guscio sonante del suo solo ego. La poesia non è un’attività letteraria, è una evoluzione dell’io, una sua attività di estroversione, una radicale dimenticanza. Ebbene, credo che mai come oggi questa sia una faccenda memorabile, una dichiarazione di resistenza e, parafrasando Fenoglio, una questione pubblica.

 

 

*

 

 

La poesia può avere ancora una parola civile

Articolo pubblicato su L'AVVENIRE del 14 luglio 2011

Guido Oldani

 

 

L’estate porta consiglio e a renderci questa stagione un po’ una bella estate ci prova Paolo Di Stefano con le sue accorte riflessioni, tra le pagine del Corriere della Sera, sulla poesia contemporanea. Gli hanno fatto seguito le aggiunte di Andrea Cortellessa e l’interlocuzione di Daniela Marcheschi. Con la caduta libera, non solo della borsa e dello stato, ma soprattutto dell’attenzione verso la poesia, sia editoriale che giornalistica, il solo parlarne è di per sé un vantaggio non trascurabile. Manca ad esempio oggi una adeguata presa d’atto del lavoro delle riviste letterarie. Non è giovevole consultare «Kamen’» anziché «Smerilliana», oppure «Incroci» e così via per sentire più da presso che aria stia tirando? Si dice che il canone sia finito; come potrebbe essere altrimenti? In questo decennio, ogni anno conta un secolo, per indagare quello che è successo. Si pensi al Futurismo con la sua velocità degli oggetti, oggi è il contrario: sono i corpi umani a muoversi fra urti e attriti di ogni fragorosa rumorosità. Se l’oggetto diventa dunque soggetto, sarà la natura a somigliare a costoro e le nostre similitudini si rovesceranno clamorosamente.

Non è questo un canone? o meglio, il canone? Certamente, nuovo e soprattutto coatto. Basti andare a leggere nei testi di poeti d’ogni età e si riscontra crescere il fenomeno per cui il gabbiano somiglia all’aereo e non vice versa. Canone strisciante ed epidemico.

E’ successo che il pesce è diventato volatile ed allora non è più molto utile registrare il nuoto ma è meglio occuparsi del volo.

Questa è la «damnatio» della visuale poetica contemporanea, a mio avviso. Del resto se si osservano le raccolte di poeti già costruiti , si ritrova in alcuni di loro una odierna diversificazione sorprendente e alle volte, apparentemente non giustificata, quasi persino un po’ allo sbando.

Non è un fatto a caso che di fronte a questo concerto gli storici della letteratura se ne stiano rannicchiati e, se non sbaglio, solo la monumentale opera di Daniele Maria Pegorari si è prodotta circa il lavoro poetico che va dal 1968 al 2008. Può essere interessante notare, che proprio in questi giorni è uscita un’antologia 'Poeti del 2000' condotta dal nordico Giuliano Ladolfi, direttore della rivista «Atelier», ma edita dialetticamente dalla barese casa editrice Palomar. In questa antologia, con 25 autori, in quattro fasce anagrafiche successive, si indica che l’orientamento in corso nella poesia sia esattamente quello di una impennata dell’interesse per la realtà. Non vado oltre, quello che qui preme è di notare che la realtà corpo­oggetti schiaccia i corpi al punto che questi non possono non esclamare qualcosa anche poeticamente. Quanto alla qualità, è probabile che sia maggiore fra i poeti che non fra i narratori, ma la poesia, mediamente è più lontana, della narrativa, dalla realtà. Come a dire che nella poesia la realtà fino a ieri era pochina. La poesia oggi non può fare breccia perché è troppo estranea alla nuova modalità di essere del reale.

Bertolucci, Luzi e Sanguineti sono legati al reale, come esso era prima delle 'pandemie abitative' e perciò più lontani da noi di quanto non lo siano Dante ed Omero che vivono fuori dall’artificiosità letteraria. Ed infine; la poesia civile? E’ una bella questione, dal momento che, se non erro, non esiste quasi più una società civile e non è facile trovare in giro chi sia disposto a pagare un solo baiocco in nome di una qualsivoglia opinione, se non proprio idea. Dunque, abbiamo lasciato una galassia e siamo entrati in un cantiere dove , se non si sta attenti, i carichi sospesi rischiano di mettere a repentaglio l’esistenza poetica della poesia e dei poeti, e non solo essa e non solo loro.



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