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Sedici anni

di Franco Buffoni (Biografia)

Proposta di Redazione LaRecherche.it

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Pubblicato il 15/05/2012 22:32:16

Primo capitolo tratto dal nuovo romanzo di Franco Buffoni

Il servo di Byron,
Fazi Editore, 2012


 

*

 

1 Sedici anni 


Sono Fletcher, signori, il servo di Lord Byron, e scrivo. Scrivo! Il padrone mi credeva capace di fare la mia firma, o poco più. Rideva quando mi vedeva con un libro in mano. Credeva che fingessi di leggere. Lui preferiva avere al suo servizio individui-nature. E io la natura gliel’ho data, quella buona, quella di Scozia. Avevo sedici anni, come lui, nel 1804 e raccoglievo fieno. My Lord era in vacanza e mi spiava: lo capivo benissimo che mi spiava, per questo mi mettevo a dorso nudo e poi pisciavo dove sapevo che mi avrebbe visto bene. Un pomeriggio, mentre stavo faticando più del solito, scese, si avvicinò, e io me ne accorsi solo all’ultimo momento. Senza guardarmi in faccia, disse: ho bisogno di un paggio o, se preferisci, di un aiutante... “Di un servo”, faccio io detergendomi il sudore. Lui sorrise e basta, tanto già sapeva che ci sarei stato. E io ci sono stato, quella sera e tutte le seguenti in cui lui mi ha chiamato. Gli toglievo gli stivali, gli preparavo il bagno e poi lo massaggiavo. E quando se ne tornava a Harrow per la scuola, restavo ad aspettarlo e intanto leggevo le sue carte. Quante cose ho imparato leggendo le sue carte! Se ho resistito vent’anni accanto a lui è perché parlo poco, e solo se interrogato: guardandolo in faccia capivo cosa dovevo dire. Anche a Cambridge quasi sempre lo seguivo. Fedele sì, fedele e innamorato, quanto può esserlo uno speciale servo del suo padrone genio. Immagino che voi sappiate del mio svenimento al suo funerale nel 1824. Ne hanno parlato e scritto le persone importanti come Pietro Gamba e il capitano Trelawny. Svenni per il dolore di averlo perduto. E adesso che sono passati sei anni e gli sopravvivo, scrivo per non impazzire: la sua generosità mi permette di vivere senza dover servire più nessuno. L’iconografia mi riporta carino, carino fino alla morte. Sua. Della mia nessuno saprà nulla.

Ma è bene che cominci dall’inizio, come il mio padrone con la storia di Don Giovanni.

Negli ultimi anni del Settecento, in Scozia, quando io e il mio padrone eravamo ragazzini, la punizione in vigore per i sodomiti colti in flagrante era ancora il rogo all’alba, come il Levitico prescrive. Le varianti erano l’annegamento, l’essere murati vivi, l’essere smembrati. Tuttavia, da qualche decennio ormai, si preferiva ricorrere alla più pratica impiccagione preceduta da gogna, come prescriveva, e tuttora prescrive, la legge inglese.

Nel 1765-9 erano apparsi i Commentaries on the Law of Scotland Respecting Crimes di William Blackstone, che il mio padrone leggeva proprio in quell’estate del 1804, ogni tanto persino ad alta voce, perché sentissi anch’io: “Quel detestabile, abominevole peccato chiamato Sodomia, da non esser nemmeno menzionato tra i cristiani, un peccato contro Dio onnipotente, contro la Maestà del Sovrano, e contro la dignità degli uomini. Questa è la legge di Dio, come dimostra la distruzione con il fuoco delle due città peccatrici, il rogo è la punizione”. Poi tirava la tenda e mi veniva vicino. Ma non dovete pensare che si sfogasse solo con me. Al pomeriggio qualche volta arrivava Augusta, Augusta Leigh, sua sorella, o meglio sorellastra: non avevano lo stesso padre. Solo che Augusta - che era maggiore di cinque anni - era lei che lo stuzzicava e lo sbaciucchiava sul collo e sulle guance mentre lui stava allo scrittoio, finché non si eccitava... era facile però farlo eccitare. Allora chiudevano la porta e poi uscivano tutti scarmigliati. Io no, io dovevo solo aspettare che mi chiamasse: con me di solito era già eccitato.

Quando veniva usata clemenza, o meglio: quando viene usata clemenza - perché le cose in questi anni non sono affatto cambiate - i fortunati sono messi solo alla gogna. La gogna consiste nell’esporre per ore il condannato al lancio di fango e di ogni sorta di schifezze, che la folla va da giorni conservando: rifiuti di tutti i tipi, carogne di animali, in particolare gatti, e letame, persino i sassi. A Londra le più scatenate sono le puttane, coadiuvate delle pescivendole con gli avanzi della settimana. Il condannato viene legato al collo e alle braccia e non può liberarsi il viso: il risultato è sovente la cecità per via delle infezioni sulle ferite; in molti casi la morte.

Ricordo bene che il padrone ne parlava con i suoi amici. Mentre diminuivano le condanne a morte per tutti gli altri reati, il numero di sodomiti messi alla gogna e impiccati giunse al massimo storico proprio negli anni della nostra giovinezza: segno che quello era ritenuto il crimine peggiore. Ho qui la descrizione di una gogna, ritagliata dal Daily Advertiser: “Un’enorme folla si è assemblata dalle prime ore del mattino, trascinando con sé cani e gatti morti in grande abbondanza. Alcuni portano anche pietre che vengono subito lanciate, oltre a enormi quantità di fango e di escrementi”. Ma che leggo a fare? L’ho già detto che molti condannati non riescono neanche ad arrivare vivi al patibolo, soprattutto quando il nodo attorno al collo è troppo stretto. In pratica vengono linciati mentre soffocano. Comunque, vivi o morti che siano, prima d’essere impiccati sono sottoposti al lancio di secchi d’acqua bollente perché il boia non si sporchi troppo le mani con la corda.

Ricordo una discussione del padrone con Hobhouse sul filosofo Edmund Burke, che aveva presentato un’interrogazione in Parlamento sui frequenti casi di morte causati dalla gogna. Burke sosteneva che la gogna esisteva per svergognare i criminali, non per ucciderli, e che occorreva regolarne con maggiore attenzione il ricorso, controllando soprattutto l’accesso dei facinorosi. Hobhouse elogiava il suo coraggio. My Lord era sdegnato e gli mostrava un articolo del Public Advertiser: insinuava che Burke avesse un personale interesse ad alleggerire le pene...

Quante di queste conversazioni ho potuto ascoltare! Per me è stato come frequentare l’università... Quella volta eravamo a Londra, nell’appartamento di Piccadilly: avevo appena finito di massaggiare il padrone dopo l’allenamento nella palestra di pugilato. In quella casa ho lasciato il cuore... Se penso a come fummo costretti a lasciarla in fretta e furia...

Persino i fogli liberali - come l’Examiner di Leigh Hunt - nei casi di sodomia non osavano schierarsi. Certo, a differenza dei giornali popolari, non irridevano alle vittime, limitandosi a descrivere i fatti e le punizioni. Ma non osavano schierarsi contro la legge e contro le pene.

Le idee illuministe stentavano a imporsi: come disse Shelley una volta al mio padrone - ed eravamo in Italia, a Pisa - L’esprit des lois di Montesquieu era apparso nel 1748 definendo eresia, stregoneria e sodomia “arcaici crimini ecclesiastici”. Ma mentre le condanne per eretici e streghe erano andate diminuendo fino a scomparire, quelle per sodomia erano rimaste ferocemente in vigore. In Inghilterra erano addirittura aumentate. Oh, quella sera pure me la ricordo bene, perché Shelley mi fece i complimenti per i miei capelli, che disse erano ancora belli flaxen. Proprio così, disse: “Your flaxen hair, Fletcher”. E il padrone si rabbuiò. Non perché fosse geloso, non credo. Ma perché lui i capelli ormai li stava perdendo. Non voleva nemmeno più che glieli lavassi...

Non vorrei però fare confusione, vorrei procedere con ordine con la storia della mia vita, che è poi quella del mio padrone. Tutto mi viene in mente insieme. Cercherò di controllarmi. Non ho fretta. My Lord (così sempre io mi rivolgevo a lui) non può più chiamarmi.



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