Pubblicato il 10/04/2026 10:16:00
Ci siamo già occupati della scrittura di Enrico Meloni a proposito di Fratelli mia, in cui tra testi in dialetto e lingua, tra contaminazioni di parlate fuori confine e di genere (il rap ad esempio) l'autore romano si dimostra attento e particolarmente partecipativo nella denuncia anche alle storture e alle dinamiche di una storia compressiva e invelenita, nella negazione sovente di se stessa e del mondo. Ma il nostro non è solo autore di testi; ricercatore, storico, saggista lo ritroviamo nelle pagine di questo nuovo lavoro nella conferma di se stesso dapprima e di un dettato che ha nelle pieghe, nelle piaghe della storia, quella con la esse maiuscola e quella comune nelle implosioni dalla prima la ragione regina della sua interrogazione, e del suo bisogno. Sono infatti raccolti in queste pagine una serie di saggi pubblicati in diversi ambiti, da antologie di livello accademico a riviste specializzate, segnati nell'avvertenza introduttiva da quella zona di confine "compresa fra letteratura e storia, a volte nascosta o poco esplorata, racchiusa fra due campi del sapere che non sempre riescono a dialogare in modo proficuo. In alcuni dei saggi si ricostruisce un fenomeno o un evento storico attraverso poesie o scritti in prosa dialettali (in cui segue sempre la traduzione in italiano), che acquisiscono il valore di documenti storiografici senza che vengano trascurate le peculiarità letterarie". Operazione dunque preziosissima e non facile nella considerazione altrettanto necessaria del sostegno, talora "insostituibile", che la letteratura può fornire al bene della storiografia come da lui ricordato. Una zona di frontiera che ha segnato profondamente la sua vita intellettuale, avendo poi cura di sottolineare "della memoria letteraria e della storiografia dei sentimenti o della mentalità, che si nutrono necessariamente di documenti di natura letteraria". Assai interessante allora a proposito di questo è nella presentazione di Marcello Teodonio, tra i massimi studiosi di poesia dialettale e il più significativo studioso del Belli, il ricordare del dialetto il suo "carattere di lingua della verità" e dunque di efficace penetrazione nell'approccio alla realtà nell'analisi operata da Meloni. Fuori dal canone della lingua della poesia, come altra lingua muovendosi in modo alternativo tra le viscere della quotidianità il dialetto consente così di riportarne più efficacemente il "disagio profondo". L'adattamento al contesto soprattutto delle sue lingue nelle diverse frontiere con cui ci si imbatte sono la chiave di volta di una spugna cui la storia stessa, nelle sue irrefrenabili istanze e grida, si serve per salvare se stessa nella narrazione del mondo.
Passando ai testi, la rassegna di studi partendo dall'analisi non solo filologica ma anche storica e culturale di un testo del Belli nel dialetto reatino di Amatrice (qui pubblicato per la prima volta) si dilunga via via tramite quelle relative ai "Versi dialettali del brigantaggio postunitario" e alla crisi stessa di quel tempo storico approdando dal caso del seminalfabeta Vincenzo Morabito a giorni a noi più vicini nell'opera di autori di cui non si ha necessità di presentazioni, parlando di Franco Loi, di Dante Maffia (nell'idioma calabrese a tratti arcaico del suo paese, Roseto Capo Spulico in provincia di Cosenza) e di Tonino Guerra. Su quest'ultimo vogliamo particolarmente soffermarci lasciando per complessità e brevità di spazi ad altre occasioni la giusta attenzione. "Il dialetto nel lager. I scarabocc di Tonino Guerra", è questo il breve saggio dedicato all'artista di Santarcangelo in cui va ascritto il merito di rammentarne l'esordio poetico proprio durante la prigionia in Germania nel campo di Troisdorf insieme ad altri militari italiani. Dopo aver fatto una breve ricostruzione della editazione di questa prima prova, intelligentemente Meloni allarga la riflessione all'humus dell'ambiente, nelle sue dinamiche estreme come serbatoio anzi per meglio dire, come da medesima sottolineatura di altri critici, "condizione sostanziale per l'influenza determinante sui suoi primi testi poetici". Interessante soprattutto nel non riferimento ad eventi, figure, accadimenti del lager la capacità del dialetto in questa fase iniziale della poesia di Guerra di saper sollevare compagni e tempi da uno stato di compressione grazie a una evocazione piuttosto riferita a memorie del paese, spostandone così terapeuticamente le connotazioni di riconoscimento, seppure con effusione maliconica, contro il "trauma dell'imposizione del dolore". Ed è la lingua madre, a proposito dell'infanzia, a poterne attivare la forza, il codice, di un'intimità ancora viva e nascosta nelle sue capacità di lenimento. L'avvicinamento così ha il duplice merito e di restringimento delle distanze che in parte fino ad allora per ricerca formale il dialetto nella sua prospettiva letteraria manteneva col popolo e poi, negli anni che seguiranno di apertura alla poesia neodialettale che si andrà sviluppando. Tornando invece al gioco delle proiezioni di cui stavamo parlando Meloni avanza per esempi nella citazioni di alcuni testi. Qui l'accostamento procede tra i poveri del paese e gli internati, tra figure ultime che si sovrappongono mostrando "una zona di contiguità con la sua sorte", avvertendoli "così vicini a sé, parte di sé, come non era mai avvenuto prima". In più il mondo del lager da lui descritto quello di anonimi "nel quale la demenza, ovvero l'impermeabilità al tempo storico, tiene il luogo dell'esserci, della concreta vita interiore ". Nel rimando a quanto già evidenziato da Marcello Teodonio il dialetto fungendo da scandaglio, da filtro alla elaborazione della "estrema complessità dell'esistenza, sospesa tra la drammatica fragilità del presente e la proclamata volontà di resistenza". Questo solo per riportare da qui uno studio tra i diversi del prezioso lavoro di Meloni sulla capacità del dialetto di muoversi tra le diverse frontiere, della storia e della letteratura, ridando all'umano nella cronaca delle sue dispute e delle sue aspirazioni forza di voce altra, diversamente vera e per questo per certi versi in modo provocatorio sovente più attendibile a fronte dell'ufficialità dei racconti.
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