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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Gli amori gialli – Tomo I

Poesia

Tristan Corbière
Edizioni del Foglio Clandestino

Recensione di Roberto Maggiani
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Pubblicato il 30/04/2009 20:32:10

Testo originale a fronte
Cura e traduzione di Luca Salvatore


Quando si legge una raccolta di poesie tradotte, in questo caso dal francese all’italiano, e tali poesie piacciono, cioè risuonano nel lettore dense di musica e significato, allora gran merito va anche al traduttore, non solo al poeta. La traduzione di Luca Salvatore, condotta sull'originale del 1873, è puntualmente letterale, conservando la punteggiatura e l’ortografia del testo originale; il traduttore non si occupa tanto di mantenere la rima, presente nei testi di Corbière, quanto invece di far passare, nel sistema linguistico in cui è tradotta, la musicalità dei significati delle parole, sia nella loro singola specificità di senso, sia nel loro concatenarsi ad altre all’interno di un poema, attraverso assonanze che nell’insieme danno ritmo al testo e rendono al meglio lo spessore poetico dell’autore. Salvatore ha quindi effettuato una traduzione piacevole e intelligente, semplice, fluida e trasparente. Non si può certo tralasciare di sottolineare la piacevolezza della veste grafica di questo volumetto giallo, tomo I, de “Les amours jaunes”, edito, in trecento copie numerate, dalle stimate edizioni del Foglio Clandestino, con testo originale a fronte.

Del bretone Tristan Corbière, riporto qui di seguito alcune brevi ma interessanti indicazioni biografiche. Il nome del poeta è lo pseudonimo di Édouard-Joachim Corbière, nato a Morlaix il 18 luglio 1845 e morto, d’artrosi e tisi, il 1 marzo 1875.
Tristan ebbe una vita vagabonda. Si stabilì a Roscoff in una casa di proprietà dei suoi genitori. Gli abitanti del paese lo soprannominarono l’“Ankou”, cioè “lo spettro della morte”, a causa della sua magrezza e della sua andatura dinoccolata. Il poeta, che sognava di essere marinaio, non potrà soddisfare il suo desiderio di imbarcarsi su una nave, ma amerà il mare con passione.
Persona eccentrica lo si troverà vestito da donna o da mendicante, o ancora, nel corso di una visita a Roma, porterà a passeggio al guinzaglio un maiale travestito da vescovo, durante i festeggiamenti del carnevale ai quali assistette il Papa.
La sua musa fu la giovane attrice parigina Armida Josefina Cuchiani, che Corbière ribattezzò “Marcelle”. Sì nutrì delle opere dei maestri del Decadentismo francese, quali Hugo, Baudelaire e Musset.
Pubblica nel 1873, a spese del padre, la sua unica raccolta di poesie, “Les Amours jaunes”, che passa inosservata. Tristan, che non conosce alcun successo nel corso della sua vita, è una scoperta postuma di Verlaine, che gli consacra un capitolo del suo saggio “Les Poètes maudits” (1883). “Les Amours jaunes” si trovano anche ben collocati nella raffinata biblioteca di Des Esseintes, il protagonista di “À Rebours”: la sua presenza nell'opera di Huysmans contribuirà a far conoscere Corbière ad un più vasto pubblico.
La raccolta “Gli amori gialli” ha una forte connotazione di modernità: essendo Corbière di dieci anni più anziano di Rimbaud, ne sembra il precursore, per un certo stile di rottura degli schemi classici. La sua opera poetica è incisiva, saggiamente complessa e stimabile, incomprensibile a tratti nella sua genialità un poco visionaria; si capisce come non abbia avuto il giusto successo ai suoi tempi, così come non lo ebbe il più famoso Rimbaud, entrambi debitori al poeta Verlaine che seppe riconoscere i semi della modernità, sia nell’opera di Rimbaud che in quella di Corbière.

Tristan fu intimamente apolide, ma allo stesso tempo pienamente inserito nell’anima della propria patria, nella sua cultura; un suo poema molto bello recita così: “[…] // – La mia patria… il mondo intero; / E, dato che il pianeta è rotondo, / Non temo di vederne la fine… / La mia patria è dove la pianto: / mare o terra, sotto la pianta / Dei miei piedi – quando mi reggo in piedi. // - Quando sono coricato: la mia patria / E’ il letto solo e pesto / Dove stringerò tra le mie braccia / La mia metà, come me senz’anima; / E la mia metà: è una donna… / Una donna che non ho. // […] // – Dovunque morirò: la mia patria / S’aprirà, senza che io la supplichi, / Quanto basta per il mio sudario… / D’altronde un sudario: a che serve? / Visto che la mia patria è sotto terra / le mie ossa ci andranno da sole…”, (tratto da "Paria", pagina 271)

La scrittura, per Corbière, pare uno specchio davanti al quale egli riceve, riflessi, i propri tratti somatici, uno specchio che riflette una realtà interpretata dai sensi dello scrittore, e rimandata al lettore in una sorta di auto-giudizio, qualche volta impietoso, come ad esempio nel già citato testo “Paria” o in “Il rospo”. Il termine “paria” viene attribuito a persone di infima condizione sociale, che vivono nell’isolamento rispetto alla maggioranza (emarginati); egli attribuisce a sé stesso tale termine, ma lo fa evocando, con versi caratteristicamente sincopati e incisivi, una sorta di evangelica positività: “[…] // Il mio pensiero è un soffio arido: / E’ l’aria. L’aria mi appartiene ovunque. / E la mia parola è l’eco vuota / Che non dice niente – ed è tutto. // […]”. In “Il rospo” si identifica con l’omonimo anfibio: “[…] // – Un rospo! – Perché quest’ansia, / […] / Usignolo del fango… – Orrore! – // Buonasera – quel rospo sono io” (pagina 103). Commovente l’affermazione “Usignolo del fango”: se da una parte Corbière pare identificarsi, a causa delle sue condizioni esistenziali contingenti, con il rospo in quanto abitante del fango, dall’altra egli si sente intimamente diverso rispetto a tale rimando visivo, si direbbe l’opposto, un usignolo, essendo questo, in quanto volatile, capace di librarsi liberamente nell’aria e ben lontano dalla fanghiglia, habitat del rospo. Ma egli, probabilmente, riflette nella figura del rospo la visione che pensa che gli altri si siano fatta di lui, in quanto il rospo gracida, mentre l’usignolo ha un canto piacevole e il cui ascolto è auspicabile. Egli è poeta dal canto di un usignolo mentre il mondo intorno lo tiene invisibile a terra disgustosamente gracidante nel fango.

Nel giovane Corbière v’è una sorta di urgenza di scrivere, come se la Gloria, tanto cercata nella scrittura, non attenda il domani; nella poesia egli trova una motivazione di vita e la redenzione dalla miseria, il suo personale riscatto, vi vede la gloria perché è la sua intima vocazione: “[…] // Oh, la primavera! Voglio scrivere! / Passami il mio mozzone di matita / - Il mio mozzone di matita è la mia lira - / E – qua – io mi sento una saetta. // Alla svelta!… Ho visto, nel mio delirio, / Venire a sfamarsi nella mano / La Gloria che voleva darmi una scorsa! / - La Gloria non aspetta domani. - // […] // Avremo soldi a palate / Quando avrò corretto le mie bozze! / - Per vivere, bisogna arrangiar quattrini… // […] // A me la prova d’immortale / Dei grandi poeti che ho letto! // […]”, (tratto da “Un giovane che se ne va”, pagina 87). Ma, ahimé, si sa che la poesia raramente dà il pane quotidiano, e anzi ha lasciato alla fame molti poeti. Soltanto diversi anni dopo la sua morte arrivò la gloria, egli fu riconosciuto e stimato poeta. Come già accennato Verlaine, nel 1883, di lui scrisse: “Tristan Corbière fu Bretone, uomo di mare, e lo sdegnoso per eccellenza, aes triplex. Bretone, cattolico che prova poco la sua fede, ma credente ossessionato; marinaio senza averne la spocchia e soprattutto la sete insaziabile, ma votato furiosamente al mare che solcava solo quand’era in tempesta, incredibilmente focoso sulla più focosa delle cavalle. (Di lui si raccontano prodigi d’imprudenza folle). Incurante del Successo e della Gloria al punto da avere l’aria di sfidare quei due imbecilli, senza mostrargli un briciolo di pietà!
Passiamo sopra l’uomo, che fu grandissimo, e parliamo del Poeta. Come rimatore e come prosodista non ha nulla d’impeccabile, cioè a dire di disgustoso. […] Gli impeccabili, quelli sono… un po’ di tutto. Legno, legno e nient’altro che legno. Corbière era fatto di carne ed ossa, semplicemente”. Bellissima descrizione, ma devo dire che non sono pienamente d’accordo, mi si perdoni la presunzione, su ciò che afferma Verlaine sul fatto che fu “incurante del Successo e della Gloria”, anzi, la sua ansia esistenziale aveva come unica meta e sfogo, a mio avviso, la gloria e il successo, che non significa certo bramosia, ma anzi mi pare che gloria e successo possano essere una possibile conseguenza naturale di uno spirito inquieto e un’intelligenza acuta.

Tristan Corbière è un poeta dalla scrittura decisa, che sa affondare con ironia e determinazione la sua parola nei punti nevralgici della propria esistenza, un poeta che sa guardare a sé stesso con sarcasmo, simpatia e serietà, le cui poesie sono dense di significati esistenziali, assolutamente da leggere a piccole dosi o tutte d’un fiato.

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