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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La vicevita

Narrativa

Valerio Magrelli (Biografia)
Editori Laterza

Recensione di Roberto Maggiani
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Pubblicato il 18/09/2009 15:33:30

Sottotitolo: Treni e viaggi in treno

Questo libro di Magrelli è strutturato in brevissimi racconti in cui sono narrate meditate esperienze autobiografiche tratte dalla sua vita di viaggiatore che, fin dalla prima giovinezza, per varie motivazioni, lo porta a stare in treno: “Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè, risiede altrove […] Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. E’ ciò che chiamerei: la vicevita.”.

Un libro snello da leggere, riposante – come il verde attraente della copertina già sta a significare –, a tratti divertente, sa strappare sorrisi svagati. Un libello che mette in luce aspetti ironici e tragici dell’esistenza umana e della convivenza civile, a guizzi provocatorio. Ci fa soffermare su quanto mai semplici, e per questo acute, meditazioni circa il senso della storia e di eventi accaduti nel passato e che hanno nel treno un evocatore che porta sensazioni, dentro la propria pancia, e rivela consuetudini dell’Italia e delle sue gentili o isteriche convivenze. Il treno, luogo di sottili torture, di mance, elemosine e regalìe, di economia, di solidarietà, di villeggiatura, di lavoro, di egoismo, di confronto, di riposo, di autoanalisi, di visione, di confidenze, di stranezze, di scrittura, di lettura, di fastidi, di ritorno, di andata, di stupore, di tecnologia, ma non c’è treno che prima o poi…: “Il mondo ferroviario offre infiniti aspetti, ma in filigrana, nella più buia araldica, resta sempre l’immagine dei vagoni blindati. Non c’è treno che prima o poi, sia pure per un istante, non ricordi i suoi mostruosi simili. Anche in questo senso i lager sono stati dei capolinea: non tanto perché le rotaie si arrestavano contro un blocco di cemento e due respingenti, quanto perché il loro mattatoio era un ‘Finis Terrae’. […] Siamo bestiame, bestie potenziali di un potenziale luogo di sterminio.” (pag. 55).

“La vicevita” è, come dicevo, un libro che nella lettura porta svago, si legge volentieri e in un fiato, ma la sua “leggerezza” è solo apparente, ed è qui una delle caratteristiche di questa scrittura di Magrelli, sa alleggerire la pesantezza; a tratti, non so come mai, mi ricorda certi film di Woody Allen: “Non è semplice enunciare le ragioni per cui i passaggi a livello mettano tanta tristezza. La prima cosa da capire, riguarda l’angolatura sotto la quale intendiamo parlarne. […]” (pag. 96). “Enunciare”, è questa la parola chiave, a mio avviso, per questo libro. Enunciare sembra avere qui lo stesso significato dell’enunciare dei matematici: formulare con esattezza una teoria, un teorema, ogni racconto ha in se un teorema. E per dimostrare la tesi del teorema ci si attrezza con una serie di ipotesi valide, in effetti è quello che fa l’autore, in maniera più o meno evidente, in ampie parti del libro, e in modo così elegante da rimanerne stupiti, poiché ci si ritrova ad osservare una stessa stanza piena di oggetti ma in una luce nuova, dagli effetti visivi impensati.
Mi pare plausibile affermare che ciò che caratterizza la scrittura di Magrelli, anche quella delle opere poetiche, è proprio una lucidità logico-deduttiva, sostenuta da una congeniale struttura formale, che crea una atmosfera in cui dilaga il piacevole e vago afrore dell’ironia; il suo pensiero inizia come un rigagnolo d’acqua pura che incede a zig-zag, procedendo tra il blocco di ostruzioni del terreno e le parti libere arriva a disegnare una lucida scia fino al fiume del pensiero portante, già situato nella mente dell’autore e nel quale ti accoglie, ospite atteso, in barca, con tutte le dovute gentilezze, ma senza ipocrisie.
Magrelli, nella sua scrittura, si mette a nudo, talvolta le sue narrazioni sono così personali che sfiorano l’ingenuità; la sua spontanea sincerità lascia senza parole, e sereni; ad un certo punto del libro si ha la sensazione di conoscerlo e di essere a casa sua, ospite che parla di sé a cuore aperto.

Un testo, quindi, che consiglio vivamente di leggere, nella costruzione simile ad un’ “operetta”, genere teatrale e musicale in cui si alternano brani musicali e parti dialogate (con le sue coloriture di divertisement, era l’alternativa gioiosa ai toni generalmente melodrammatici dell’opera lirica) così come, in questo testo di Magrelli, si alternano parti più propriamente meditative ad altre più scanzonate.

Concludo proponendo un breve estratto del libro che mi ha molto toccato:
“[…] Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone, ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l’altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l’altro. Come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?” (pag. 37).

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