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Il libro dell’oppio

Poesia

Caterina Davinio (Biografia)
Puntoacapo Editrice

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 29/04/2014 12:00:00

 

“Hey, babe! New rising sun”... così da Hendrix nel titolo lo spirito non di una poesia sola ma di una scrittura che ha nel seno stesso del proprio capovolgere l’orizzonte di una vitalità scelleratamente debordante a dire di un’epoca e di più generazioni la disperata e a tratti autodistruttiva negazione a fronte di un mondo e di una società borghese. Già.. e così ancora la Davinio, negli sfacciati notturni a ricordare gli accordi: “Ehi,/ come va laggiù,/ al motel delle stelle?/ Senti il suono della galassia?”- in un gioco d’echi che ci ricorda qualcosa dei Doors (“An american prayer”, più precisamente). Gli anni qui attraversati, volati via come frecce (o come “spade” volendo restare strettamente nel tema) sono quelli di piombo e d’eroina che vanno dalla metà dei settanta al 1990. Senza criterio cronologico però, entro quell’ordine che forse viene solo dal ricordo da parte di un’autrice soprattutto nota per le sue ricerche tra poesia e digitale, in quegli intrecci di computer art di cui - e non solo per la longevità di lavoro - è tra i primissimi nomi. Qui, in questo diario recuperato dal passato (e che in realtà non è che rimando ad un testo più vasto ancora interamente inedito) ci offre il racconto di un mondo, quello dell’eroina soprattutto e altri stupefacenti, da lei intensamente e devotamente indossato sul bordo di “malattie del corpo e dell’anima” di cui nella nota pre-testo non vuol dire ma che pure in qualche modo si sciolgono e si recitano poi nel manthra ossequioso del libro. Ed è un racconto allora coraggioso per autenticità ed immediatezza di inferni, e di interni tra club dell’ago e marmorei risucchiamenti dal primo buco in un condominio di Ostia (per curiosità e volontà di presenza nel gruppo, nella confessione di non aspettarsi “Dio/ a Ostia/ di luglio/ nei quartieri bassi”) fino ai morsi implacabili della scimmia che mai demorde nel ringhio demonico dei richiami (con il suo “muso lucente” che richiede sempre un “pasto abbondante”). Eppure, ciò che la Davinio ci cazzotta senza ipocrisie in faccia è una scelta non imposta ma abbracciata in cui nell’impietosa avvertenza, che se tutto proviene dalla noia quando ci si annoia si soffre e cade. Poesia ma io direi vita prima ancora (inseguita, blandita e spesso rigettata) che dunque non può non procedere, come segnala Mauro Ferrari nella postfazione, se non per ossimoro nel desiderio violento di un sé tenacemente avvinghiato ai propri abissi d’incantamento e ai propri disamori. Ed eccola allora, eccoli, nella scia intermittente dei balocchi la nostra protagonista e i suoi svariati, incandescenti compagni - di una e mille notti tra interminabili strade e discoteche, di città e menzogne e audacie impossibili - nella cupidigia di un sonno e di una vita rimandata perché non contemplata se non nell’effetto sinfonico dello stupefacente in quell’alterazione moltiplicante a dominare ventre e anima e così minuziosamente descritta (e quasi ancora in presa diretta verrebbe da dire) già nel lungo poema d’apertura, “Flash, Poema dell’eroina”, appunto. Viaggio come detto questo a cui ruota dietro tutto il teatro di figura e di viziosa seduzione che si distende nella dimensione del testo: dalle fascinazioni pericolose della caduta alle grida impazzite dei corpi nelle piaghe e nel vomito di un corpo che si consuma ora ancora giovane e urgentemente rispondente ai reclami del sesso ora inchiodato su quella Croce spesso sospesa tra le rotazioni e i folli infingimenti, le aperte schizofrenie delle membra e della mente (entro immagini tra l’altro, e certi personagetti, a ricordarci le più crude strisce del conterraneo Pazienza). Così da queste pagine ci arriva grazie a una scrittura densissima, e reverente sola alla verità di se stessa, sì il documento libero di uno stordimento, di una reclusione forse ma soprattutto il canto doloroso e pieno d’amore “per tutto ciò che è inutile” (come nel ritratto della ragazza in “Mi piaceva vederla”) nella dolente e ipnotica “costruzione di una vita liberata dal peso della vita” a diga di una impreferibile esistenza coatta tra le file di una quotidiana ordinarietà nella pretesa del cuore e dei sensi. La spina di lettura che ne deriva è quella naturalmente delle dipendenze per lo scippo a più maglie di un sé giammai bastante nell’onnipotenza credulona - e idolatrica - della maschera che tra gli spazi di sanguinose risonanze ci infinge (ognuno nella caratterizzata dimensione dell’io) in nette e proclamate divisioni - l’altro agli occhi sempre fallace, e sbagliato - l’altro nel perenne fraintendimento dei disconoscimenti. E nella separazioni e solitudini dei mondi, qui nel versante opposto di una riflessa visione di buoni e cattivi al vaglio di compiacimenti e indifferenze altrettanto reciproche. Misericordia e carità del simile, non del diverso, che è poi la vera scimmia, il vero demone che la Davinio con lucida franchezza e coerenza ci consegna nel “buco vuoto/ dove passa il vuoto”.

 


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