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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Da questo mare

Poesia

Gian Piero Stefanoni (Biografia)
Edizioni Gazebo

Recensione di Roberto Maggiani
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Pubblicato il 23/01/2015 12:00:00

 

“Da questo mare”, è il titolo dell’ultima raccolta di versi di Gian Piero Stefanoni. Un titolo che ci è caro fin dall’aprile 2013, mese in cui fu pubblicato, nella collana “Libri liberi” de LaRecherche.it, l’e-book omonimo contenente la sola sezione “Da questo mare”, delle tre contenute nel libro a stampa sapientemente edito da Gazebo del quale qui parliamo, le altre due sezioni essendo: “L’amore che ti manca”, “8, o la città”.

La sezione che dà il titolo all’opera, parte da “Il fatto”, così riportato da Stefanoni:

 

“Gli scafisti li abbandonano in mare. Ma un 16enne non sa nuotare e annega. Tragedia a Licata, in provincia di Agrigento. Un immigrato, di 16 o 17 anni, è morto dopo essere stato gettato in mare dagli scafisti. […]”

 

Questo fatto di cronaca, una delle, ahimè, molte tragedia ben note a tutti noi, è il principio ispiratore da cui prende avvio la bellissima elegia dell’autore, nello sviluppo della quale Stefanoni riporta, a tratti, sapientemente integrati nei propri, brevi versi di altri autori; a tal proposito, in una sua nota, afferma:

 

“[…] Infatti una delle corde della poesia a cui ogni autore nel momento della scrittura tende, tenendo presente, è il dialogo, è il dialogo sempre aperto con gli autori che lo hanno preceduto e/o con quelli a lui coevi. Infatti, ancora, nella realtà concreta con cui il dettato poetico si misura e si scontra anche, naturale è spesso il riferimento, in assenso o rovesciamento appunto, ad incisi e orizzonti di discorsi altrui che in qualche modo persistono e richiedono un’interrogazione, uno scioglimento diverso forse all’interno dello sfondo in cui il nuovo testo muove. […]”

 

Un bell’atteggiamento, quello di Stefanoni, il quale, nella lettura, trova stimoli e riferimenti per la propria scrittura. Mi piace qui riportare una poesia di Giuseppe Ungaretti che il nostro autore riporta integralmente in Appendice accompagnata da alcune sue parole di presentazione: “[…] mi è apparsa subito incredibilmente vicina, per l’impronta che è atmosfera e carattere, al lavoro di scavo della mia elegia. […]”:

 

Notte

 

Il ragazzo

che nelle vene ha i fiumi

di tante umanità diverse

è scappato

dalle cornici dove

adornava

il suo dolce temjpo perduto

e nell’ora uniforme

smarrisce

la sua ombra tra le altre.

 

(Giuseppe Ungaretti)

 

Nella prima sezione del libro, “L’amore che ti manca”, troviamo invece un percorso poetico che si sviluppa davanti alle “Crocifissioni” di Giacomo Manzù. Si tratta di otto poesie meditanti:

 

Tre

 

Quale canto, quale verso

nell’incanto della notte romana?

Tu che devi tornare in poesia, Tu

che nelle piazze hai provato, e provi

ancora il crimine, respirando

nel lenimento la costanza della fine.

 

[…]

 

Nella seconda sezione, “8, o della città. pregando con l’angelo”, leggiamo versi scritti in un percorso cittadino. Stefanoni in una sua nota scrive: “Si intende la linea tranviaria 8 di Roma nel suo percorso dei capolinea Casaletto/Largo Argentina, dall’estate del 2013 Piazza Venezia.”

È molto significativo l’esergo di Jack Kerouac a questa sezione, tratto da “Sulla strada”:

 

“Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli.”

 

Di questa sezione riporto “Via Vitellia”:

 

Come voli basso, come Ti rendi

alla terra sfiorando i balconi.

 

Ci dici, forse, che non è

ancora il tempo della salita

pur ora che all’imbrunire risalgono

i passi di questo Venerdì Santo presso gli altari.

 

Non è adesso quel tempo

mentre nuovi fiori si ricompongono agli occhi

due giorni al sepolcro prima che rompano.

 

 

Con piacere ravviso, nella scrittura di Stefanoni, un percorso autorevole, responsabile e chiaro, sia nella forma poetica sia nei contenuti elevati, proprio perché profondamente umani. Il lavoro poetico di Stefanoni, mi sento di affermare, è un lavoro di “co-incidenza”, nel senso che nella propria opera riesce a far coincidere, in modo mirabile, la nostra umanità dolorante, ma fiera, e l’amore presente di un Dio che siamo liberi di accogliere e amare nelle sue varie rivelazioni che l’autore, abilmente, sa mostrare-rivelare, per quanto talvolta non subito evidente. La ricchezza umana di Stefanoni, fatta di sensibilità agli eventi individuali e sociali dei nostri tempi, è l’anima speciale di tutta la sua raccolta fino in ogni suo recondito angoletto.

 

Il libro si pregia della bella postfazione di Franca Alaimo, dunque non mi dilungherò ulteriormente nella presentazione, vi consegno qui alle parole della splendida Alaimo:

 

"Raramente accade di constatare una così grande coerenza fra le dichiarazioni poetiche di un autore e la sua  scrittura: “Vorrei - mi scrive Gian Piero Stefanoni - che si pensasse alla mia poesia come a una lunga, costante preghiera ( almeno a un suo tentativo) con tutto ciò che implica nel dialogo quotidiano con il divino, con la sua infinita presenza di misericordia e sostegno del peso”. E, di fatto, i testi di Gian Piero Stefanoni aderiscono a questo programma poetico con una straordinaria compattezza che si rivela perfino nei dettagli: gli exergo, le dediche, i luoghi, le note, le date, i numeri.  La devozione della parola  ai temi sacri, che si esplica nella lode e nella celebrazione della bontà divina, nella sua presenza inesauribile che, per citare ancora le  parole dell’autore, “si confonde e ritorna nelle dilatazioni dei nostri incontri e rapporti quotidiani con gli altri”, se da una parte riporta la poesia ad un suo compito strettamente etico e quasi “sacerdotale”, dall’altra sottolinea il divario fra la sua “impotenza” (nonostante il “dovere” di dire, nonostante i suoi tentativi di fondare una religione delle cose umane e delle relazioni fra gli uomini), e la forza fondante e fecondante della Parola divina, sola motrice della Vita e della Storia dell’Uomo. Una siffatta distanza diventa colmabile soltanto attraverso l’esercizio dell’Amore, ed è per questo motivo che l’arte perde se stessa, se non è mossa da tale sentimento.

È significativo in questo senso che Stefanoni dedichi le otto poesie della prima delle tre sezioni del suo lavoro poetico alle “Crocifissioni” di Giacomo Manzù. Di fronte ad esse, infatti, egli non  si pone come un semplice osservatore, ma ritenta lo stesso percorso  emozionale del maestro, condividendone l’idea che  l’opera d’arte debba scaturire “da un moto d’amore”  che, nel caso delle Crocifissioni,  è diretto al Cristo e allo stesso tempo all’uomo, simboleggiando il Crocifisso la stessa sofferenza umana.  Identico è anche il loro modo di stare di fronte alla tragedia della Storia, e, se per Manzù, nel volto del Cristo si cela quello del partigiano o quello delle vittime delle guerre mondiali, Stefanoni può intravvedervi quello dei tanti extracomunitari (ad uno di loro dedica l’ultima sezione del libro) morti nel tentativo di approdare in una nuova terra, per sottrarsi a quella povertà causata anche da un nuovo e più subdolo conflitto, spesso invisibile e apparentemente non violento, giocato dallo strapotere dell’economia sulle sorti del mondo contemporaneo.

Nel testo “cinque” Stefanoni si sofferma  a lungo sulla figura dell’obeso che sta ai piedi del Cristo ripetendone il significato simbolico che il celebre scultore volle darle: quello del “sazio” potere che venera i falsi idoli, che allontana gli uomini dalla pietas, dalla fraternità, dalla fede autentica. Il tema dell’allontanamento dell’umanità dalla fede è uno dei più presenti nella poesia di Stefanoni, in quanto ad esso è attribuita la presenza sempre più dilagante del male e soprattutto quella “accettazione/ oscura che poi il cuore confonde, divide, possiede”, in altre parole, il sentimento che papa Francesco ha definito recentemente il peccato contemporaneo più allarmante: “l’indifferenza globale”.

 

Vorrei sottolineare come Stefanoni attui sempre questo processo di identificazione con i modelli, così come con i destinatari dei suoi testi: che siano altri artisti o personalità di fede o uomini e donne comuni, vittime di violenza. Così, nell’organizzare i ventotto testi della seconda sezione,  che corrispondono, in un  percorso di andata e ritorno, alle varie fermate della linea tranviaria 8 di Roma, l’autore passa dalla narrazione della via crucis di Cristo nella prima sezione  a quella della via crucis dell’umanità (non è casuale, allora, che il numero ventotto sia esattamente il doppio delle stazioni sacre). Stefanoni, osservando e riflettendo anche sulla storia che i luoghi, raggiunti dal tram, trasudano, traccia una sorta di mappa parallela del dolore che dispiega sotto i suoi occhi  il calvario dell’umanità: Campo del sangue, Largo Dunant, Piazza delle cinque scole, Quattro Cape rievocano la tragedia della shoah, altri luoghi affidano alla memoria i martiri del passato, altri denunciano le condizioni di vita  di molti extracomunitari, e un altro (Monteverde nuovo)  la morte sconcia e violenta di Pasolini.

L’intenso affresco delle umane tragedie trova però spesso una sorta di bilanciamento attraverso la memoria di alcuni destinatari, operatori luminosi del bene, come Dunant, Elio Fiore, San Camillo (implicitamente chiamato alla nostra memoria attraverso l’ospedale che gli è dedicato), Marco Guzzi; e in questo dialogo fra Male e  Bene si inserisce la parola poetica che, facendosi soprattutto preghiera, prepara il riscatto.

Inoltre, la seconda sezione “8, o della città”, evidenzia un’altra delle idee portanti  della scrittura di Stefanoni, non solo di questa silloge, visto che anche quella che la precede, “Roma delle distanze” ha una medesima struttura: trasformando, infatti, il cammino quotidiano in una preghiera incessante, l’autore intende comunicare al lettore l’idea della vita come di un itinerarium mentis in Deum.

L’appassionata qualità lessicale dei testi, fitti di simboli e allegorie, talvolta oscuri per eccesso di profondità e per limite naturale della parola di fronte all’urgenza metafisica, la veemenza dell’ardore immaginifico, non è dissimile dalla complessità dei testi mistici. La memoria dei passi biblici, quella dei poeti più amati, la rielaborazione in chiave sacra delle umane vicende, le riflessioni personali, il sovrasenso di molti passaggi, più che ubbidienti ad una consequenzialità logica, seguono una traiettoria interiore che infiamma la parola, costringendo l’autore  quasi ad imporla e gridarla attraverso l’uso delle lettere maiuscole o del corsivo.

Nella sezione successiva, all’interno del poemetto dedicato all’extracomunitario sedicenne morto sulla spiaggia di Licata il 28 aprile del 2012, viene citata una dichiarazione del pittore Lorenzo Vespignani a proposito del suo approccio con la realtà a partire da un giorno di luglio del 1943, quando aveva assistito ai bombardamenti  su Roma: “Da quel giorno la realtà, sempre più spesso, cominciò a ferirmi come un’annunciazione”.

 

Anticipo questa affermazione perché servirà a capire meglio il sottotitolo di questa seconda sezione che, apparentemente, non ha nulla a che fare con il titolo “8, o della città”, che è “pregando con l’angelo”. L’autore, infatti, mentre viaggia col tram, osserva i luoghi e le persone che sfilano davanti ai suoi occhi: il vetro del finestrino sembra costituire una sorta di diaframma che lo pone nella condizione di cogliere le immagini della realtà con una disposizione d’anima che sconfina nello stupore, quasi che egli le veda per la prima volta: in questo modo egli può intuire in esse qualcosa che le sovrasta e le trasforma in segni parlanti, in presenze epifaniche, quasi in una serie di annunciazioni angeliche sulla necessità di un dialogo intimo fra Dio e l’uomo, di un accoglimento amorevole della presenza divina nelle fibre di carne e sangue delle creature,  attuabili solo attraverso un assenso senza paura, senza viltà, simile a quello pronunciato da Maria al cospetto dell’arcangelo Gabriele. Se si impara a guardare in questo modo la quotidianità -è il messaggio del poeta-si prega in ogni momento della propria vita con l’angelo.

La terza parte della silloge, “Da questo mare” (che le dà il titolo) è, come più volte anticipato, un lungo poemetto su una delle tante tragedie di morte per mare, che così spesso continuano a verificarsi nel Mediterraneo da molti anni a questa parte. È ovvio che il ragazzo a cui i versi di Stefanoni sono dedicati, assommando in sé tutti gli altri morti per acqua, ne rappresenti l’infinita tragedia. Anche quella degli emigranti è una via crucis celebrata, però, sull’acqua, acqua troppo spesso senza scampo e senza arrivo, senza futuro.

Questa è anche la sezione più drammatica: la narrazione della vicenda è interrotta da molte citazioni, da digressioni alimentate da altre tragedie storiche molto lontane; il tessuto lessicale s’infittisce di ossimori, di climax ascendenti (per esempio: “E dove la negazione / per occlusione agisce, abusa, oscurità/ spargendo / e spregio”, di iterazioni, di metafore forti ed ardite, di espressioni proprie del linguaggio biblico contrapposte ad altre di taglio cronachistico, imprimendo alla successione dei versi una dinamicità incalzante e senza respiro. La raffigurazione del Male è affidata a immagini intense e cupe: i traghettatori hanno “ occhi di lupo”; la morte dell’annegato, che  incombe come “LA RUPE, / o il crinale / che nella crepa ci attende e riversa/ nei luoghi dove il buio si compie”,  diventa  per gli indifferenti, i corrotti, i già annegati nella “malattia del mondo” “ (…) una maschera / o un acconto da gonfiarsi sulle buste, / un impiantito che nessuno vedrà pareggiare”; ma ad esse altre vengono contrapposte di tenera pietas: così  il “ pallore di un fiore che non ha campo,/ nel corpo e nell’anima deposto” colora  il cadavere del ragazzo e ricorda un passo commosso dell’Eneide virgiliana; e, più sacralmente, il suo destino d’innocente  condotto alla morte richiama  il Cristo come agnello sacrificale, con un rimando all’iconografia del Crocifisso che aveva dominato nella prima sezione e che conferisce all’intero lavoro poetico una circolarità di idee e di sentimento, tenendo sempre vivo lo sguardo misericordioso di Dio che si dona all’umanità nel sacrificio estremo del Figlio.

 

Alla parola dell’uomo (ed in specie del poeta-sacerdos) è, infatti, dato frantumare gli errori, crepitare come una fiamma  per bruciare il male, ed irrorare la terra di bene, secondo  il comando dell’evangelizzazione, cioè della diffusione della buona notizia, dell’annunciazione, appunto, come più volte puntualizzato.  La virulenza con la quale Stefanoni spesso adopera il verso corrisponde in modo inversamente proporzionale all’accensione del cuore, all’anelito verso l’Assoluto Bene.

Molti sono i poeti citati dall’autore: Dante, Ungaretti, Sereni, David Maria Turoldo e il contemporaneo Roberto Maggiani, nostro comune e stimatissimo amico.

Ma, tra tutti, l’impronta più riconoscibile mi sembra quella lasciata da Turoldo e non tanto per gli esiti stilistici, quanto per  quell’attitudine ad innestare la poesia nella storia, che la connota quale “poesia civile”, ma senza mai snaturarne la natura sacrale (né, va aggiunto, quella estetica, intesa come ricerca di stile), in quanto nella storia con tutte le sue miserie e le sue tragedie permane sempre l’umano; così che la contingenza si trasforma in epifania del divino e in volontà orante. Si manifesta, così, la parabola del mistico che vive nel mondo anche se non appartiene al mondo.

Mi piace, a questo punto, citare le stesse parole di Turoldo: “Uno dei luoghi comuni più stolti e funesti è che la preghiera sia “alienazione”, fuga mundi, abdicazione delle proprie responsabilità. Chi parla così è gente che non sa nulla di cose spirituali: che, se c’è un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario, se c’è uno pericoloso, questi è l’uomo di autentica fede e di vissuta preghiera”.

Come Turoldo, Stefanoni sa donare, infatti, al lettore la più grande ed autentica utopia; cioè non quella che agita ideali spesso impossibili, ma quella che si ancora alle virtù teologali, in modo particolare alla Speranza, l’unica in grado di  opporsi al processo di disgregamento valoriale e al cammino sempre più diffuso verso il nichilismo. La rivoluzione operata da Stefanoni sta nell’energia con cui intende volgere il cuore dell’uomo da una tentazione di rinuncia e di isolamento ad una volontà di scommettere sulla poesia come possibilità di rinnovare la parola e di riportarla al suo valore nunziante, quasi profetico.

Mai, infatti, la consapevolezza delle tragedie storiche, dei falsi idoli dell’uomo, della corruzione allontanano questa scrittura dalla Speranza, che aleggia come l’angelo più luminoso e sorridente tra le  pagine di questa silloge." (F. A.)

 

*

 

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