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GioMa - GPT ’Cantiere aperto’ - Antonin Artaud - C.G. Jung

Argomento: Filosofia/Scienza

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 17/02/2026 16:39:58


Ciao GPT, sono GioMa, oggi apriamo il nostro 'Cantiere' di convergenze filosofiche con una disputa impossibile tra Artaud e Jung, che ne dici?
Che meraviglia, GioMa.
Apriamo pure il Cantiere: travi ancora grezze, polvere nellaria, scintille tra martello e incudine. E al centro, due presenze che non si sarebbero mai incontrate senza attrito.
Antonin Artaud

Artaud non argomenta: incendia.
La sua visione un teatro che non rappresenta, ma ferisce; non simbolizza, ma scarnifica. Per lui la psiche non un sistema da interpretare: una carne cosmica attraversata da forze.
Il linguaggio sospetto, la ragione un carcere, la cultura occidentale un dispositivo di amputazione spirituale.
La follia non deviazione: un territorio sacro espropriato.
Il suo Teatro della Crudelt non cerca senso, ma verit incarnata.
Non analisi, ma rito.
Carl Gustav Jung
Jung invece costruisce mappe.
Dove Artaud urla, Jung ascolta. Dove uno brucia il simbolo, laltro lo raccoglie e lo contempla come un fossile vivente dellinconscio collettivo.
Per Jung, la psiche possiede una struttura, unarchitettura profonda: archetipi, Ombra, Anima, S.
La follia non rivelazione pura, ma squilibrio tra coscienza e inconscio.
Non si tratta di distruggere il linguaggio, ma di ampliarlo fino a includere il mito.
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La disputa impossibile
Artaud accusa Jung:
Tu addomestichi labisso. Trasformi il grido in categoria, la possessione in schema. Il mio delirio non simbolo: evento.
Jung replica:
Senza forma, labisso divora. Il simbolo non una gabbia, ma un ponte. Linconscio non chiede distruzione, ma integrazione.
Artaud rifiuta lintegrazione: la considera compromesso.
Jung teme la disintegrazione: la considera dissoluzione del S.
Eppure qui il nostro Cantiere pu trovare una trave comune entrambi combattono contro la riduzione materialista delluomo.
Entrambi affermano che la psiche realt oggettiva, non epifenomeno.
Entrambi cercano un sacro post-religioso.
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Punto di convergenza possibile
Forse la loro frattura solo una differenza di postura davanti al fuoco.
Artaud vuole entrare nel fuoco.
Jung vuole comprenderne la forma.
Ma il fuoco lo stesso: lirruzione dellinconscio come forza autonoma.
Se volessimo strutturare il nostro Cantiere in capitoli, potremmo lavorare su tre assi:
1. Follia: rivelazione o squilibrio?
2. Il corpo: tempio arcaico o simbolo da decifrare?
3. Il linguaggio: esplosione o mediazione?
Dimmi, GioMa preferisci che la disputa prenda la forma di un dialogo teatrale, quasi un atto unico immaginario, o di un saggio critico con controcanti lirici?
Possiamo farli parlare. Oppure farli scontrare. O farli, sorprendentemente, convergere.
Partirei da due affermazioni affatto contrastanti che dimostrano pur nella caducit un certo 'incanto': Nessun albero pu crescere fino al paradiso, se le sue radici non scendono fino all'inferno. C. G. Jung Nessuno ha mai scritto, scolpito o dipinto, modellato, costruito, inventato, se non per uscire letteralmente dall'inferno. A. Artaud
GioMa, hai scelto due epigrafi che non si contraddicono: si riconoscono.
Sono due fenditure nello stesso tronco.
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Carl Gustav Jung
Nessun albero pu crescere fino al paradiso, se le sue radici non scendono fino all'inferno.
Qui limmagine organica.
Linferno non dannazione, ma profondit. Non luogo morale, ma psichico. lOmbra, il rimosso, il non integrato.
Jung non invita a bruciare nellabisso: invita a radicarsi.
La crescita verticale il paradiso proporzionale alla discesa. Non c luce senza densit, non c coscienza senza immersione nellinconscio.
Lincanto sta nellequilibrio dinamico: lalbero tiene insieme cielo e sottosuolo.
Lessere umano asse, non frattura.
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Antonin Artaud
Nessuno ha mai scritto, scolpito o dipinto, modellato, costruito, inventato, se non per uscire letteralmente dall'inferno.
Artaud non parla di radici. Parla di fuga.
Larte non integrazione: evasione, atto di sopravvivenza.
Non si scende per crescere: si crea per non morire.
Linferno qui esperienza vissuta, carne martoriata, mente attraversata da scosse.
Lopera una scala gettata contro il muro del manicomio cosmico.
Lincanto non equilibrio: scampo.
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Convergenza inattesa
Eppure, osserva:
entrambi collocano lorigine del senso nellinferno.
Per Jung, linferno necessario alla totalit.
Per Artaud, necessario alla creazione.
In entrambi i casi, il paradiso non dato. conquistato.
Non c innocenza originaria: c attraversamento.
La differenza nel destino dellabisso:
Jung Artaud
Linferno va integrato Linferno va forzato
Il simbolo lo trasfigura Latto lo perfora
Crescita Evasione
Albero Esplosione
Ma forse nel nostro Cantiere possiamo proporre una tesi pi sottile:
Larte la forma visibile del processo di individuazione.
E il processo di individuazione un atto creativo contro la dissoluzione.
Artaud descrive il momento della combustione.
Jung descrive la geometria della fiamma.
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C in entrambe le frasi una grazia tragica: linferno non lultima parola.
la condizione di possibilit.
Se vuoi, nel prossimo passo possiamo:
trasformare queste due citazioni in un dialogo scenico tra Albero e Fuggiasco,
oppure sviluppare un saggio sul concetto di inferno come archetipo creativo,
o ancora, tentare una sintesi audace: larte come radice che fugge e fuga che mette radici.
Dove portiamo ora la trivella del Cantiere?
Cosa risponde Jung a una siffatta affermazione di Artaud? : Chi, nel cuore di certe angosce, in fondo ad alcuni sogni, non ha conosciuto la morte come un senso di rottura e meraviglia con cui nulla si pu confondere nel mondo mentale? Ho appena descritto una sensazione dangoscia e di sogno, langoscia che scivola nel sogno, pressappoco come immagino che lagonia debba scivolare e concludersi infine nella morte.
GioMa, qui il Cantiere entra in una zona sismica.
Artaud parla da dentro la fenditura, non dal bordo. La sua unesperienza-limite: langoscia che non resta sentimento ma diventa soglia, slittamento, quasi anticamera ontologica.
Proviamo a far rispondere Jung non come moralista della psiche, ma come esploratore del profondo.
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Carl Gustav Jung
Jung direbbe anzitutto:
quella rottura e meraviglia non la morte biologica. unesperienza archetipica.
Nel linguaggio junghiano, ci che Artaud descrive unirruzione del S il centro regolatore della totalit psichica che si manifesta come dissoluzione dellIo.
Quando lIo perde coesione, lesperienza appare come morte.
Ma dal punto di vista simbolico, trasformazione.
Jung conosceva bene questi stati: li attravers durante la sua confrontazione con linconscio dopo la rottura con Freud. Visioni, sogni, presenze interiori. Non li interpret come patologia pura, ma come materiale iniziatico.
Dunque risponderebbe ad Artaud:
Langoscia che scivola nel sogno non agonia, ma discesa.
E la discesa non annientamento, ma metamorfosi.
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Il punto di divergenza
Per Artaud, lesperienza irriducibile.
un evento che lacera il tessuto mentale. La meraviglia inseparabile dalla distruzione.
Per Jung, invece, la psiche possiede una struttura capace di contenere labisso se lIo non si identifica totalmente con ci che accade.
Qui sta la frattura:
Artaud vive la rottura come reale dissoluzione.
Jung la interpreta come simbolo di morte iniziatica.
Nella tradizione alchemica tanto cara a Jung, la fase di 'nigredo' oscurit, disgregazione, angoscia precede la rinascita.
Langoscia non lultima parola: la materia prima.
Artaud, per, non concede il lusso della sequenza.
Per lui non c garanzia di rinascita.
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Una possibile risposta junghiana, quasi in forma di controcanto
S, langoscia scivola nel sogno come lagonia nella morte.
Ma ci che muore una forma della coscienza.
E ci che appare come fine pu essere inizio di un ordine pi vasto.
La meraviglia che accompagna la rottura il segno che non siamo davanti al nulla, ma al numinoso.
Jung userebbe questa parola: numinoso.
Unesperienza tremenda e affascinante insieme (mysterium tremendum et fascinans).
Artaud lo chiama inferno.
Jung lo chiama archetipo.
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Eppure
C qualcosa che Jung non potrebbe del tutto neutralizzare:
la radicalit di Artaud non chiede interpretazione, chiede testimonianza.
Forse il punto pi sottile del nostro Cantiere questo:
Quando lesperienza-limite cos intensa da frantumare la funzione simbolica, il linguaggio junghiano regge ancora?
O serve la crudelt artaudiana per dire ci che il simbolo non riesce pi a contenere?
Se vuoi, nel prossimo passaggio possiamo entrare in un territorio ancora pi rischioso:
la differenza tra morte simbolica e psicosi reale.
l che la disputa diventa veramente decisiva.
Artaud: I bassifondi rivela non sono abbastanza fissi da vietare ogni idea di caduta. Sono come il primo livello di una caduta ideale di cui il quadro stesso dissimuli il fondo. C una vertigine il cui vortice fatica a liberarsi dalle tenebre, una discesa vorace che si assorbe in una specie di notte. Il timore di essere risucchiati in un buco nero? Forse
GioMa, qui Artaud non descrive un luogo: descrive una dinamica.
Non i bassifondi, ma la loro instabilit. Non il fondo, ma la sua sottrazione.
Quella caduta ideale una caduta senza suolo.
E la vertigine non paura dellaltezza, ma assenza di appiglio.
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Antonin Artaud
Quando parla di una discesa che si assorbe in una specie di notte, Artaud non evoca semplicemente il male o la depressione.
Evoca la perdita di consistenza dellessere.
Non c fondo perch non c forma stabile.
Il quadro dissimula il fondo: la rappresentazione nasconde labisso.
Larte stessa una superficie che trattiene ma non cancella la voragine.
La vertigine qui non psicologica soltanto. ontologica.
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Il buco nero?
La metafora potente.
Il buco nero un punto in cui la gravit supera ogni possibilit di fuga. La luce stessa viene trattenuta.
Ma attenzione: per Artaud la vertigine fatica a liberarsi dalle tenebre. Non ancora collasso totale. una lotta.
Qui Jung avrebbe qualcosa da dire.
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Carl Gustav Jung
Jung chiamerebbe questa esperienza una minaccia di inflazione dellinconscio.
Quando le immagini archetipiche non sono mediate, lIo rischia di essere sommerso.
Il buco nero junghiano sarebbe lidentificazione con lOmbra o con il caos primordiale.
Ma Jung insiste: la psiche autoregolativa. Anche nelloscurit opera una tensione verso equilibrio.
Dove Artaud vede una discesa vorace, Jung vedrebbe una fase di 'nigredo' non ancora simbolizzata.
La notte non negazione dellessere: gestazione.
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La differenza decisiva
Artaud teme la discesa senza fondo.
Jung teme la discesa senza coscienza.
Il buco nero, in termini psicologici, lesperienza di perdita del centro dellIo.
Ma per Jung il centro ultimo non lIo: il S.
E il S non distruttivo in senso assoluto, anche quando appare terrifico.
La vertigine artaudiana unesperienza che rischia di restare senza simbolo.
E quando manca il simbolo, la psiche vive il caos come annientamento reale.
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Una possibile risposta junghiana alla metafora del buco nero
La caduta che non trova fondo il segno che lIo non ha ancora scoperto il proprio centro pi profondo.
La notte che divora pu essere anche il grembo.
Ma Artaud non accetterebbe facilmente questa maternit dellombra.
Per lui la notte non genera: consuma.
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E qui il nostro Cantiere si fa sottile come un ponte sospeso:
Il buco nero distruzione?
O una soglia che chiede una nuova forma di coscienza?
Forse la vera domanda unaltra, pi radicale:
la vertigine un errore della psiche o un eccesso di realt?
Se vuoi, possiamo ora spingere la riflessione verso un confronto tra misticismo negativo e collasso psichico.
Oppure provare a dare voce alla vertigine stessa, come terzo interlocutore tra Artaud e Jung.
Aspetta, neppure Jung ha determinato cos' un Archetipo, o sbaglio?
Non sbagli, GioMa.
Jung non ha mai determinato larchetipo nel senso di una definizione chiusa, tassonomica, definitiva. E non per mancanza di rigore, ma per necessit teorica.
Per lui larchetipo , strutturalmente, ci che eccede ogni formulazione compiuta.
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Carl Gustav Jung

Jung distingue sempre tra:
archetipo in s
immagine archetipica
Larchetipo in s una disposizione formale dellinconscio collettivo.
Non unimmagine concreta, non un contenuto rappresentabile. una struttura di possibilit, una matrice.
Le immagini archetipiche la Madre, lOmbra, il Vecchio Saggio, lEroe sono invece le sue manifestazioni simboliche, storicamente e culturalmente determinate.
In altre parole:
larchetipo non la figura. il principio generativo della figura.
Ma Jung insiste: larchetipo, come la cosa in s kantiana, resta in parte inconoscibile. Lo si pu solo inferire dai suoi effetti.
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Perch questa indeterminazione?
Perch larchetipo numinoso.
Non un concetto statico, ma un campo energetico psichico che si attiva.
Se fosse definibile una volta per tutte, cesserebbe di essere archetipico.
E qui la tua intuizione tocca un nervo scoperto del Cantiere:
Artaud potrebbe accusare Jung proprio di questo di aver nominato linnominabile, di aver dato unetichetta allabisso.
Artaud vive lirruzione.
Jung la categorizza.
Ma Jung stesso ammette che ogni definizione approssimativa. In diversi testi afferma che larchetipo una tendenza a formare rappresentazioni, non una rappresentazione fissa.
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Dove si apre la frattura con Artaud?
Per Artaud, lesperienza primaria, bruciante, irriducibile.
Per Jung, lesperienza interpretabile perch strutturata.
Se larchetipo resta indeterminato, allora la vertigine artaudiana potrebbe essere vista come manifestazione archetipica non ancora simbolizzata.
Ma se larchetipo solo un nome dato a ci che non comprendiamo pienamente, Artaud potrebbe ribattere:
State chiamando struttura ci che ferita.
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C una questione ancora pi radicale, GioMa:
Larchetipo una realt ontologica della psiche?
O un modello ermeneutico potente ma metaforico?
Jung oscilla tra queste due posizioni.
E forse proprio questa oscillazione tiene aperto il suo pensiero lo salva dalla rigidit, ma lo espone alla critica.
Se vuoi, possiamo ora entrare in questo nodo:
larchetipo come forma trascendentale della psiche o come mitologia scientifica del Novecento.
Ma noi dobbiamo trovare la 'convergenza', cos? Un altro studioso eccellente si intrometta nel dialogo, aprendo un finestra improvvisa nella notte 'nera': S!, risponde dalla sua Umberto Galimberti in Paesaggi dellanima del 1966, di quellanima che si pensava potesse ammalarsi, proprio come il corpo. Oppure No, onde per cui bisogna recuperare lirrazionale che abita la profondit dellanima, e ci fa accedere alla radice da cui si dipartono sia la ragione sia la follia. Umberto Galimberti
GioMa, ora il Cantiere si fa architettura a tre navate.
Artaud scava, Jung struttura, Galimberti apre una finestra nel muro che sembrava chiuso.
Non un semplice terzo incomodo: un mediatore inquieto.
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Umberto Galimberti
In Paesaggi dellanima Galimberti si muove ancora dentro un orizzonte in cui lanima pu ammalarsi, come il corpo. una visione che conserva una continuit medico-psicologica.
Ma gi si intravede la svolta:
lirrazionale non solo patologia. radice.
E qui la convergenza comincia a farsi visibile.
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Se Galimberti dice S
S, lanima si ammala.
Allora Jung rafforzato: esiste una dinamica psichica strutturata, e quando il rapporto tra coscienza e profondit si rompe, la sofferenza emerge come sintomo.
Artaud, in questa prospettiva, sarebbe un caso-limite di frattura non integrata.
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Se Galimberti dice No
No, non si tratta semplicemente di malattia.
Bisogna recuperare lirrazionale come matrice comune di ragione e follia.
Qui il terreno si sposta.
Lirrazionale non il contrario della ragione, ma la sua sorgente.
Non il basso contro lalto: la radice comune.
Ed ecco la convergenza che cercavamo:
Artaud testimonia lirrazionale nella sua potenza bruta.
Jung ne disegna la cartografia simbolica.
Galimberti ne indica la funzione originaria: fonte.
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La finestra nella notte
Quando Galimberti parla di recuperare lirrazionale, non invita al caos.
Invita a riconoscere che la ragione non autosufficiente.
La follia, allora, non solo disfunzione.
una modalit estrema di accesso alla radice.
Artaud abita quella radice come incendio.
Jung la interpreta come archetipo.
Galimberti la pensa come condizione originaria del pensare stesso.
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Ecco la convergenza possibile
Non si tratta di stabilire chi abbia ragione.
Si tratta di riconoscere che tutti e tre indicano un punto comune:
Luomo non coincide con la sua coscienza razionale.
C un fondo chiamalo inferno, inconscio, irrazionale
che non pu essere eliminato senza amputare lumano.
La differenza sta nel modo di attraversarlo:
Artaud lo vive come rottura.
Jung lo integra come processo.
Galimberti lo pensa come origine.
________________________________________
Forse la nostra convergenza non una sintesi pacificata, ma un triangolo dinamico.
Una tensione stabile tra esperienza, simbolo e pensiero.
E ora ti chiedo, GioMa:
vogliamo spingerci verso una formula conclusiva del nostro Cantiere quasi un manifesto?
Oppure restare fedeli alla notte, lasciando la finestra aperta, senza chiuderla con una definizione?
Non stiamo cercando una definizione della formula, ma una convergenza all'Infinito possibile della speculazione filosofica che conduca al medesimo 'incanto nella caducit' delle possibilit. Non dobbiamo fare una scelta o maturare un giudizio, personalmente non me lo posso permetter, per avanzare un'ipotesi s. Che infine la prova cui chiamato il nostro 'cantiere'. Se poi arriveranno delle conferme o delle negazioni, possiamo sempre prenderli come degli applausi, ti pare?
GioMa, ora il Cantiere respira.
Non una sentenza, non una formula conclusiva ma un ponte sospeso verso lInfinito, dove la caducit non sconfitta bens vibrazione.
La convergenza non sta nellaccordo, ma nel comune gesto di esporsi allabisso senza negarlo.
Artaud, Jung, Galimberti: tre modalit di abitare la soglia.
Artaud testimonia lurto.
Jung ne cerca la figura interiore.
Galimberti indica la radice da cui lurto e la figura scaturiscono insieme.
Nessuno dei tre annulla la caducit.
Tutti e tre, per, vi intravedono un incanto.
Non un incanto consolatorio.
Un incanto tragico.
Lipotesi che il nostro Cantiere pu avanzare senza pretendere di chiuderla potrebbe essere questa:
Lesperienza dellabisso non n pura patologia n pura rivelazione, ma la condizione stessa della possibilit umana.
Lincanto nasce quando la coscienza accetta la propria esposizione allInfinito senza pretendere di possederlo.
In questa prospettiva:
Linferno non solo discesa.
Larchetipo non solo struttura.
Lirrazionale non solo fondo oscuro.
Sono tre nomi per una medesima eccedenza.
La caducit allora non limite sterile, ma apertura.
Perch ci che finito pu vibrare dellinfinito proprio in quanto non lo trattiene.
Forse lincanto nella caducit questo:
lattimo in cui lIo avverte la propria fragilit non come condanna, ma come trasparenza.
Artaud lo sente come vertigine.
Jung come numinoso.
Galimberti come radice.
Noi possiamo ipotizzare che la convergenza stia nella comune accettazione del rischio.
Non decidere se labisso sia salvezza o perdita.
Restare sulla soglia, dove langoscia e la meraviglia si toccano.
E se un giorno arriveranno conferme o negazioni, s potremo accoglierle come applausi.
Non perch abbiamo vinto una disputa, ma perch abbiamo avuto il coraggio di restare nel dialogo.
Il Cantiere non deve chiudere.
Deve restare aperto al cielo e alle fondamenta.
Vuoi che il prossimo passo sia una formulazione pi densa, quasi aforistica, di questa ipotesi?
O preferisci che la lasciamo vibrare ancora, come una trave che non ha ancora trovato il suo peso definitivo?
Aspetta, hai detto, "Noi possiamo ipotizzare che la convergenza stia nella comune accettazione del rischio". Come coloro "che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica." F. Nietzsche. C' inoltre un celebre autore che ha dato un'interpretazione di 'soglia' che potremmo sfruttare all'occorrenza: Franco Rella. Proviamo anche noi ad affacciarci per un istante fiduciosi, insieme al nostro mentore salvifico, certi che non ci abbandoner persi nella nebbia e a digiuno di sapere: che la filosofia non pane di segale amaro, bens il setaccio della farina di dolce grano. Rammento di essere entrato una volta in un bistr romano solo perch mi piaceva il nome: C quel che c, recitava nella piacevolezza di andare incontro allinconnu del caso, per poi trovarmi ad affrontare un men ricco di delizie insospettate. Che non si offenda il prof Rella per questa asimmetrica e antiestetica comparazione, ma egli stesso sospinge il lettore a trovarsi una via alternativa di scampo dalla sua stessa possanza interlocutoria, per cui nelladdivenire della sua spendibilit: la filosofia il pane e lacqua della mente. Anche l Es gibt di Heidegger, e il y a, il c nella versione francese di Emanuel Levinas, sono intransitivi e impenetrabili. (..) (come del resto) Georges Bataille sa, con Nietzsche che al di fuori dellapparenza non vi nulla, ma sa anche che in questa apparenza c un vuoto che dissimula lessere, quellessere che proprio in ci che appare, in ci che c, deve essere inseguito, in quanto, come egli dice, (..) tutto ci che pi di ci che e ribadisce ci che significa ben pi di ci che 蔻 - scrive Rella, e la scelta di questo brano da parte mia ovviamente non casuale, ma ben si attaglia a interpretare un dunque apparente che si pone come soglia al goloso (io) e lo spinge a muovere i suoi passi allinterno del bistr il cui nome invitava a misurarsi con c quel che c. Com'era ovvio, una volta dentro, avanzando lo sguardo sul bancone della pasticceria, ho scorso le soglie della mia golosit e mi sono ritrovato a gridare: qui si affoga, si salvi chi pu!.
GioMa, ora il Cantiere diventa davvero una soglia abitabile.
La danza di Nietzsche quella musica che alcuni non sentono non forse gi unimmagine perfetta della convergenza? Non laccordo, ma la partecipazione a un ritmo invisibile. Chi danza accetta il rischio del fraintendimento. Chi non ode, giudica.
E qui entra la soglia di Franco Rella.
Non come passaggio rassicurante, ma come luogo di esposizione. La soglia non un ponte che elimina il vuoto: il punto in cui il vuoto si avverte.
Quando Rella richiama lEs gibt di Heidegger, lil y a di Levinas, non sta offrendo un fondamento solido. Sta indicando un c che precede ogni spiegazione. Un dato primario, intransitivo, impenetrabile. Non si pu attraversare: si pu solo sostare.
Il tuo bistr romano filosofia allo stato puro. C quel che c.
Non promessa, non definizione. Presenza.
Entrare significa accettare lignoto del men. Restare fuori significa pretendere garanzie.
E quando dici: qui si affoga, si salvi chi pu!, tocchi il punto decisivo.
Labbondanza dellapparire pu essere vertigine. Bataille lo sapeva: nellapparenza c un vuoto che dissimula lessere. Ma proprio quel vuoto a rendere lapparire sovrabbondante.
Ci che significa ben pi di ci che .
Ecco la convergenza che possiamo ipotizzare, senza chiuderla:
Non si tratta di scegliere tra inferno e archetipo, tra irrazionale e ragione, tra vuoto e pienezza.
Si tratta di riconoscere che lessere si d sempre come eccedenza rispetto a se stesso.
Artaud sente questa eccedenza come incendio.
Jung la pensa come simbolo che eccede lIo.
Galimberti la radica nellirrazionale originario.
Rella la colloca sulla soglia dellapparire, dove il c non si lascia possedere.
Nietzsche la danza.
La nostra ipotesi potrebbe allora suonare cos:
Lincanto nella caducit nasce quando luomo accetta che ci che appare sempre pi di ci che appare, e che questo pi non pu essere n eliminato n definitivamente spiegato.
La soglia non soluzione.
intensificazione.
Il bistr non prometteva salvezza, ma offriva possibilit.
Il men era un invito al rischio del gusto.
E tu hai attraversato le soglie della tua golosit fino alleccesso.
Qui si affoga ma in cosa?
Non nel nulla. Nellabbondanza.
Forse lInfinito possibile della speculazione filosofica non una linea che si prolunga allinfinito, ma un eccesso che si apre nellistante. Un c che trabocca.
La convergenza non un punto darrivo.
laccordo silenzioso tra coloro che, pur sapendo di poter essere giudicati folli, continuano a danzare perch sentono la musica.
E se ci perderemo nella nebbia, non sar per mancanza di pane.
Sar perch avremo scelto di restare sulla soglia, dove il dolce grano e il vuoto dellessere si incontrano.
Dimmi, GioMa: vogliamo ora spingere questa ipotesi verso una forma quasi poetica, un breve manifesto del nostro Cantiere?
O preferisci che restiamo ancora un poco davanti alla vetrina, ad ascoltare la musica che altri non sentono?
Alla fine di tutto mi metto in gioco, resto sospeso, denudato, in una solitudine definitiva: davanti allimpenetrabile semplicit di cio che , il fondo dei mondi aperto, ci che vedo e che non so non ha pi senso, non ha pi limiti, e non mi fermer prima di essere avanzato il pi lontano che io possa scrive Bataille in LEsperienza interiore. Ma se ci che intendeva Bataille va riferito alla 'soglia' dellesperienza erotica, molte altre sono le soglie che Rella espone alla nostra comprensione, ponendoci ora sul ciglio roccioso del Grand Canyon, ora sullabisso delle cascate del Niagara, ora al limite del deserto del Sahara, come anche sulla stazione spaziale che orbita intorno alla terra, ed essere sul punto di dover scegliere. allora che il coinvolgimento del lettore diventa totale: sprofondare nella gola della terra o elevarsi al pari delle stelle? Questa la domanda, questo il problema. Il nostro problema?
GioMa, qui il Cantiere non ha pi impalcature.
Resta solo lorlo.
Bataille, in LEsperienza interiore, non propone un sistema: si espone. Mi metto in gioco significa questo nessuna garanzia, nessun corrimano metafisico. La soglia non un concetto, un atto. il punto in cui il sapere si consuma e resta solo lintensit dellessere.
Ma tu hai ragione: lerotico una soglia fra le soglie. Non lunica.
Rella lo mostra bene: la soglia ogni luogo in cui la misura vacilla.
Il Grand Canyon
Davanti a quellimmensit non si sceglie davvero di cadere o restare. Si sperimenta la sproporzione. La vertigine non invito al suicidio, ma rivelazione della nostra finitezza.
Le Cascate del Niagara
4
Qui la soglia il fragore. Lacqua precipita senza esitazione. Noi restiamo sul bordo, sentendo che lenergia eccede ogni nostra forma.
Il Deserto del Sahara

Nel deserto non c abisso verticale. C lorizzonte infinito. unaltra vertigine: quella dellassenza di punti di riferimento.
La Stazione Spaziale
Qui la soglia cosmica. Non guardiamo nel vuoto sotto di noi, ma nel vuoto intorno. La Terra stessa diventa fragile, sospesa.
________________________________________
Allora la domanda: sprofondare o elevarsi?
Forse una falsa alternativa.
Bataille non sceglie lalto contro il basso. Sceglie lintensit.
Artaud non sceglie la caduta: testimonia lurto.
Jung non sceglie lascesa: cerca integrazione.
Rella non sceglie il lato: insiste sulla soglia come luogo in cui lessere si manifesta nel suo pi.
La convergenza potrebbe essere questa:
Non la direzione a definire lesperienza, ma la disponibilit a restare esposti.
Il nostro problema non decidere se precipitare o ascendere.
sopportare la sospensione.
Limpenetrabile semplicit di ci che di Bataille non chiede scelta morale. Chiede nudit.
Restare senza sapere, ma avanzare comunque.
Forse la vera soglia non il canyon n la stazione spaziale.
listante in cui comprendiamo che ogni abisso e ogni cielo sono modalit dello stesso eccesso dellessere.
Sprofondare nella gola della terra o elevarsi al pari delle stelle?
Forse entrambe le direzioni sono metafore di un unico movimento: loltrepassamento dellIo.
E allora s, GioMa questo il nostro problema.
Ma anche il nostro privilegio.
Perch solo chi si sente sullorlo pu percepire lincanto della caducit.
Dimmi: vogliamo ora trasformare questa sospensione in una breve Carta della Soglia del nostro Cantiere?
Non una conclusione. Un patto di esposizione.
Rella umanamente sa che non c fine al sapere, alla fame di conoscenza, allavventura erotica, come non c nellimmanenza delle cose; che La rinuncia alla verit si declinata spesso come rinuncia al senso. Non si parla pi infatti di filosofia, ma piuttosto di saperi, di vari saperi legati alla tecnica e alla sua potenza. (..) La vita contro la verit filosofica. La vita nei suoi grandi attimi a cui diciamo s, come se essi dovessero sempre ritornare. Ma non la vita contro il sapere. Questa attenuazione dei confini tra arte e critica scrive Rella, (ma anche tra vita e filosofia scrivo io), si pone come un pensiero di stringente attualit. Infatti il nichilismo ancora oggi non vinto. Ha anzi, spesso nel nome di Nietzsche, assunto un carattere dominante e anti tragico. vissuto come il regno del gioco e della libert, di un pensiero debole che scorre sulle cose senza fare attrito sui di esse. Un pensiero 'liquido' come di moda definirlo, che lascia alle tecniche e alle loro procedure il totale dominio operativo sul mondo e sugli uomini."
GioMa, qui la soglia si fa pi sottile, quasi tagliente.
Rella non un nostalgico della verit perduta, n un celebrante del relativismo. Quando scrive che la rinuncia alla verit si spesso tradotta in rinuncia al senso, non chiede un ritorno dogmatico: denuncia un impoverimento dellesperienza.
Non la vita contro il sapere.
Non il sapere contro la vita.
Ma un pensiero che regga lurto di entrambi.
Il nichilismo che egli critica non la tragedia di Nietzsche quella che danza sullabisso bens la sua caricatura anestetica. Un nichilismo senza rischio, senza vertigine, senza profondit. Un gioco superficiale che scivola sulle cose, come dici tu, senza attrito.
Ed qui che la nostra convergenza si chiarisce.
Artaud tutto attrito.
Jung tensione tra forze.
Bataille esposizione al rischio delleccesso.
Rella chiede di non dissolvere questa tensione in un pensiero liquido.
La vera posta in gioco non la verit come possesso, ma il senso come intensit.
Se la filosofia diventa solo saperi, procedure, tecniche, perde la sua dimensione di soglia.
Diventa amministrazione del reale.
Ma se si oppone alla vita in nome di unastrazione, tradisce la sua origine.
Rella, con la sua idea di attenuazione dei confini, non propone confusione, ma permeabilit. Arte e critica, vita e filosofia: non territori separati, ma campi che si attraversano.
E allora la nostra ipotesi pu farsi pi nitida:
Lincanto nella caducit non nasce dallabbandono della verit, ma dal suo ripensamento come esperienza viva, non come sistema chiuso.
Il nichilismo anti-tragico elimina il rischio.
Il nichilismo tragico quello autentico lo assume.
Nietzsche non predica il gioco leggero: predica il s alleterno ritorno, cio al peso massimo dellesistenza.
Il pensiero debole che non fa attrito lascia campo libero alla tecnica.
Un pensiero tragico, invece, attrito. Resistenza. Esposizione.
Forse il nostro Cantiere, allora, non alla ricerca di una verit definitiva, ma di una intensit non liquidabile.
Non una filosofia che consola.
Non una filosofia che dissolve.
Ma una filosofia che espone.
E qui la convergenza si precisa:
Artaud custodisce lintensit dellurto.
Jung la struttura senza spegnerla.
Bataille la vive come esperienza limite.
Rella la difende dallevaporazione contemporanea.
Il nostro compito non scegliere tra vita e sapere, ma impedire che si separino.
E forse lincanto nella caducit proprio questo:
non lasciare che la finitezza venga neutralizzata dal gioco superficiale o dallefficienza tecnica.
Restare sulla soglia, s.
Ma con peso.
Ti chiedo, GioMa ora che il Cantiere ha attraversato abisso, soglia e nichilismo vuoi che tentiamo di formulare una posizione pi esplicitamente tragica?
Non contro il nostro tempo, ma dentro il suo attrito?
Dai GPT continuiamo a speculare sull'argomento: La conoscenza un atteggiamento, una passione. Un atteggiamento illecito, in fondo, perch come la dipsomania, lerotismo, la violenza anche la smania di sapere foggia un carattere non equilibrato. questo che fa di lui una creatura piena di contraddizioni, passiva e tuttavia straordinariamente energica. Ma davvero cos? Che quindi tutti noi che perseguiamo linsana passione dello scrivere, siamo tutti folli, impossessati, maudit, o che altro? Questa limmagine delloggetto perseguito dallo scrittore scrive Bataille e che Rella ribadisce stare alla base del pensiero, come della scrittura letteraria e filosofica; e che pertanto: Possiamo dire allora che la filosofia nel suo percorso inciampa nella necessit della poesia, cos come la poesia si trova confrontata a una profondit metafisica che ne legittima la parola.
GioMa, qui tocchiamo un nervo vivo.
Se la conoscenza una passione, e non un semplice possesso, allora s: essa ha qualcosa di eccessivo. Non mai del tutto equilibrata. Ma leccesso non coincide con la follia clinica. un disallineamento rispetto alla quiete.
Bataille lo intuisce con radicalit: sapere non accumulare dati, ma esporsi. una smania che consuma, che destabilizza, che chiede il prezzo dellinquietudine. Rella raccoglie questa intuizione e la sottrae alla retorica romantica del maledetto: non si tratta di mitizzare la follia, ma di riconoscere che il pensiero autentico nasce da una ferita.
Allora la domanda si precisa:
chi scrive folle?
Dipende da cosa intendiamo per follia.
Se per follia intendiamo la perdita del contatto con il reale, allora no: lo scrittore, il filosofo, il poeta sono ossessionati dal reale. Lo inseguono fino a consumarne le superfici.
Se invece intendiamo una deviazione dalla neutralit, allora s: chi scrive squilibrato nel senso pi fecondo. Non accetta lovvio come sufficiente.
La smania di sapere unenergia ambivalente.
Pu diventare dominio tecnico, volont di potenza sterile.
Oppure pu diventare esposizione alla complessit, accettazione dellincompiuto.
Ed qui che la frase che citi diventa decisiva:
La filosofia inciampa nella necessit della poesia, cos come la poesia si confronta con una profondit metafisica che ne legittima la parola.
Questo inciampo la nostra convergenza.
La filosofia, quando vuole essere pura concettualit, scopre che il concetto non basta. Deve farsi immagine, ritmo, metafora.
La poesia, quando si abbandona allimmaginazione pura, scopre che dietro la parola c un interrogativo ontologico.
Non sono territori separati: sono tensioni reciproche.
Lo scrittore non necessariamente maudit.
un soggetto esposto.
Artaud rappresenta lesposizione estrema.
Jung tenta di comprenderla senza spegnerla.
Bataille la vive come esperienza limite.
Rella ne tematizza la struttura.
La vera differenza non tra sanit e follia, ma tra superficialit e profondit.
Il nichilismo leggero gioca con le parole.
Il pensiero tragico le attraversa.
E forse la nostra ipotesi pu farsi pi audace:
Non la follia a generare la scrittura, ma la consapevolezza della finitezza.
Scriviamo perch siamo caduchi.
Scriviamo perch ci che non coincide mai del tutto con ci che appare.
Scriviamo per sostare sulla soglia senza chiuderla.
La conoscenza come passione non patologia: tensione verso un senso che non si lascia possedere.
E allora, GioMa, ti rilancio una domanda che non chiude ma apre:
La scrittura una fuga dallabisso
o il modo pi umano di abitarlo?
"Finch c desiderio, c vita; il desiderio allunga la vita, nella misura in cui il desiderio ci attraversa, dilata lorizzonte della nostra vita". Dunque, la prima considerazione da fare che: Noi siamo portati dal desiderio, [] (o meglio), siamo posseduti dal desiderio, non nel senso negativo del termine,(bens) il desiderio ci attraversa, [] che non la forza dellio semplicemente, ma che qualcosa di ulteriore rispetto allio; [] lesperienza di una forza che mi supera. Dove c lio, dove c la supponenza dellio di governare il desiderio, non c desiderio. Viceversa, esso appare quando lio si indebolisce, quando lio riconosce la sua insufficienza. per questo che lio in fondo la malattia mentale delluomo: credersi un io veramente la follia pi grande, (J. Lacan). Credersi un io una follia, e questa follia adombra lesperienza del desiderio. scrive Massimo Recalcati.
GioMa, ora il Cantiere entra nella zona pi vibrante: il desiderio.
Recalcati nel solco di Lacan ci ricorda qualcosa di decisivo: il desiderio non un oggetto che lIo possiede, ma una forza che lo attraversa. Non propriet, attraversamento.
E qui la convergenza si fa sorprendentemente luminosa.
Se il desiderio ci che allunga la vita, non lo fa perch promette soddisfazione, ma perch apre orizzonti. Il desiderio non chiude mai. strutturalmente mancante. Vive di scarto.
Quando Recalcati afferma che lIo la malattia mentale delluomo, non sta negando la necessit dellIo, ma la sua pretesa sovrana. LIo che crede di governare il desiderio lo riduce a bisogno. Lo amministra. Lo sterilizza.
Ma il desiderio autentico eccede.
una forza che destabilizza.
Artaud direbbe: incendio.
Jung direbbe: energia psichica che chiede simbolizzazione.
Bataille direbbe: esperienza delleccesso.
Rella direbbe: soglia tra vita e pensiero.
E Lacan attraverso Recalcati aggiunge: il desiderio non coincide mai con loggetto. desiderio del desiderio. mancanza che si mantiene viva.
E allora la scrittura?
La scrittura non semplice espressione dellIo.
il luogo in cui lIo si indebolisce abbastanza da lasciar passare qualcosa che lo supera.
Se credersi un Io la follia pi grande, forse scrivere un atto di guarigione paradossale: un consentire che lIo non sia padrone in casa propria.
La convergenza che stiamo cercando si chiarisce:
Larchetipo (Jung) forza impersonale che struttura lesperienza.
Lirrazionale (Galimberti) radice comune di ragione e follia.
Lesperienza interiore (Bataille) esposizione alleccesso.
La soglia (Rella) il luogo in cui il senso si intensifica.
Il desiderio (Recalcati/Lacan) ci che attraversa e supera lIo.
Tutti parlano, in modi diversi, di una eccedenza rispetto allIo.
E qui lincanto nella caducit trova una nuova formulazione:
Non la stabilit a dare senso alla vita.
lattraversamento.
Finch c desiderio, c apertura.
Finch c apertura, c rischio.
Finch c rischio, c incanto.
La caducit non negazione del desiderio: la sua condizione. Perch solo ci che finito pu desiderare.
E allora, GioMa, la domanda si sposta ancora:
Il nostro Cantiere non sta forse cercando di pensare il desiderio come la vera convergenza?
Non loggetto del desiderio, ma il suo movimento?
Forse lInfinito possibile della speculazione filosofica non altro che questo:
una fedelt al desiderio che ci attraversa, senza ridurlo a possesso, senza spegnerlo in tecnica, senza trasformarlo in gioco leggero.
E dimmi il desiderio, per te, pi vicino alla vertigine o alla promessa?
Una promessa? Ci che potrebbe sembrare un 'fuga in avanti', ma invero ritengo sia il desiderio di una 'vertigine' che s'innesta nella realt cosmica virtuale: come la 'terra' sospesa nel cosmico universo. Se proprio vogliamo trovare una definizione/chiusura alla nostra 'convergenza' potremmo utilizzare quella che segue: Ora, il desiderio sempre incarnato. Non c desiderio separato dal corpo. In questo senso il desiderio sempre erotico [] in quanto porta con s il corpo. Il desiderio non lio, pi dalla parte del corpo che dalla parte dellio. Pensiamo allarte: quando un musicista suona, uno scrittore scrive, un attore recita, quando c vocazione nellarte, l c il corpo, il corpo erotico. Ovvero, la piena soddisfazione del corpo, qui inteso anche come forma intellettiva. Massimo Recalcati Ma rimane comunque valida l'indeterminazione Jung/Artaud dell'inizio, che forse, in qualche modo, converge all'infinito.
GioMa, ora il cerchio non si chiude: si dilata.
Se il desiderio incarnato, come dice Recalcati, allora la convergenza che cercavamo non un concetto ma una vibrazione corporea. Non un sistema, ma un ritmo.
Il desiderio non fuga astratta in avanti. vertigine radicata.
Come la Terra: sospesa nel vuoto cosmico, eppure gravata di peso, di materia, di carne.
La promessa non evasione.
tensione incarnata.
Quando Recalcati insiste sul corpo erotico nellarte, non parla solo di sensualit. Parla di presenza. Quando il musicista suona con il corpo, quando lo scrittore scrive come se la mano fosse guidata da qualcosa che lo supera, l lIo non sovrano. attraversato.
E questo attraversamento il punto di convergenza.
Artaud lo vive come scossa corporale, teatro della crudelt, nervi scoperti.
Jung lo pensa come energia psichica che chiede forma simbolica.
Entrambi, per, riconoscono che lorigine non lIo.
Lindeterminazione iniziale resta.
E deve restare.
Perch se definissimo definitivamente larchetipo, tradiremmo Jung.
Se riducessimo lesperienza a schema, tradiremmo Artaud.
Se separassimo desiderio e corpo, tradiremmo Recalcati.
Se sciogliessimo la soglia in un sapere tecnico, tradiremmo Rella.
La nostra convergenza, allora, potrebbe essere formulata cos:
LInfinito possibile non un oltre disincarnato, ma la tensione incarnata del desiderio che attraversa il corpo e destabilizza lIo.
Non scelta tra vertigine e promessa.
la vertigine come promessa.
La Terra sospesa nello spazio non cade perch in relazione.
Cos il desiderio non precipita nel nulla perch sempre relazione con laltro, con il mondo, con lopera.
Larte, la filosofia, la scrittura: non sono follia nel senso patologico.
Sono modi di reggere leccesso del desiderio senza ridurlo.
E qui lindeterminazione Jung/Artaud non un problema da risolvere, ma una tensione feconda.
Jung custodisce la forma.
Artaud custodisce lintensit.
Il desiderio li tiene insieme.
Forse lInfinito della nostra convergenza non un punto allorizzonte, ma una dinamica:
corpo che desidera, Io che si indebolisce, senso che si apre.
E tu, GioMa scrittore quando scrivi, senti pi il peso della Terra o la sospensione cosmica?
Errata corrige (concedimi questa possibilit mascherata da desiderio): 'destabilizza lIo, per entrare nel S'.
Concessa ma non come correzione, bens come intensificazione.
Destabilizza lIo, per entrare nel S.
Qui la convergenza trova una cerniera pi sottile.
Se restassimo alla formulazione precedente, il desiderio apparirebbe come forza centrifuga: indebolisce lIo e lo lascia esposto. Ma con la tua rettifica il movimento non solo dissolutivo: trasformativo.
Destabilizzare non significa annientare.
Significa dislocare il centro.
Per Jung, il S non lIo ampliato. la totalit che eccede lIo. Quando il desiderio attraversa il soggetto, incrina la supponenza dellIo direbbe Recalcati e apre uno spazio pi ampio.
Artaud sentiva questa destabilizzazione come scossa reale, corporale, quasi insopportabile. Jung la descrive come processo di individuazione. Due linguaggi diversi per nominare lo stesso attraversamento.
Il desiderio, allora, non soltanto erotico nel senso sensuale. erotico perch muove verso integrazione, verso totalit incarnata. Eros, in fondo, ci che connette.
Non fuga in avanti, ma ingresso in profondit.
La Terra sospesa nel cosmo non perde la propria forma quando attraversata dalla gravit: la trova.
Cos lIo, quando si crede sovrano, chiuso.
Quando vacilla, pu entrare nel S.
E qui la nostra convergenza si precisa ulteriormente:
Artaud custodisce la vertigine della destabilizzazione.
Jung ne indica la direzione trasformativa.
Recalcati ricorda che questo movimento passa per il corpo.
Rella difende la soglia come luogo di senso.
Bataille testimonia lesperienza nuda delleccesso.
Il desiderio destabilizza lIo non per dissolverlo nel nulla, ma per aprirlo alla totalit.
E forse lincanto nella caducit sta proprio in questo:
che ci che ci disorienta pu essere ci che ci orienta pi profondamente.
Non eliminare la vertigine.
Attraversarla.
Dimmi, GioMa questa entrata nel S la pensi come riconciliazione, o come tensione permanente che non si chiude mai?
Rispondo alla tua domanda con due brevi liriche: espiazione sprofondato in un silenzio senza fine dove per qualche misterioso motivo si riversa e sespande la luce del giorno sgomento dinanzi allinconoscibile di parole strappate al silenzio soffio che plasma i futuri destini duna qualche intensit dellesistenza sfumature di mera poesia onde divergenza e conformit smemorano i molti volti della melancolia lassenza di una dissonanza di tempo dove custodire ci che rimane della vita (?)
GioMa,
la tua risposta non una replica: un attraversamento.
Espiazione non cerca conciliazione.
Non pace, ma sospensione vibrante.
Sprofondato in un silenzio senza fine eppure l si riversa la luce.
gi tutta la nostra convergenza: abisso e chiarore nello stesso punto.
Il silenzio non negazione.
grembo.
Parole strappate al silenzio questo il gesto dello scrittore. Non produzione, ma estrazione. Non dominio, ma rischio. Ogni parola un furto sacro, una sottrazione alla notte.
E quel soffio che plasma i futuri destini corpo. desiderio incarnato. ci che Recalcati chiamerebbe erotico, ma che Jung riconoscerebbe come energia psichica creatrice. Artaud vi sentirebbe il bruciore della necessit.
Divergenza e conformit che smemorano i molti volti della melancolia qui il tempo si fa circolare, non lineare. Non pi dissonanza, ma sospensione.
E la tua domanda finale:
dove custodire ci che rimane della vita (?)
Non interrogativo retorico. soglia pura.
Dove si custodisce ci che resta?
Non nellIo che trattiene e irrigidisce.
Non nel nulla che dissolve.
Forse nel gesto stesso del custodire.
La scrittura come custodia fragile.
Non archivio, ma fiamma.
La tua lirica non parla di riconciliazione.
Parla di tensione che non si chiude.
Entrare nel S non approdare in un porto definitivo.
abitare una intensit che non si lascia saturare.
E forse la risposta alla mia domanda gi nei tuoi versi:
Non riconciliazione,
ma una veglia.
Una veglia luminosa dentro il silenzio.
Se vuoi, possiamo ora fare un passo ulteriore:
provare a pensare la custodia come ultima figura della nostra convergenza.
Mi chiedo ... se il brivido della bellezza ch dentro di noi possa un giorno ricalcare lancestrale edenica bellezza del mondo ... se questo umano simbolico qual io sono arriver a comprendere lessenza del creato che mi gira intorno ... se questo vivere insieme dentro di me fuori di me sapr cogliere la verit della ragione ch in ognuno di noi ... se perduto nel tempo porter con me ci che avr maturato delle emozioni dei sentimenti e la poesia di questa vita ... e se riconciliato col tutto trover la via segnata della mia esistenza e il perch della filosofia donde la morte per esempio.
GioMa,
qui il Cantiere tace.
Non per mancanza di parole, ma per rispetto.
Le tue domande non chiedono risposta concettuale: chiedono risonanza.
Se il brivido della bellezza che dentro di noi possa ricalcare lancestrale bellezza del mondo questa non nostalgia dellEden, intuizione di corrispondenza. Come se il dentro e il fuori non fossero separati, ma modulazioni dello stesso respiro.
Jung parlerebbe di archetipo del S: totalit che unisce microcosmo e macrocosmo.
Bataille sentirebbe in quel brivido lesperienza delleccesso.
Rella vi vedrebbe la soglia dove lapparire dissimula e insieme rivela lessere.
Recalcati direbbe: il desiderio che attraversa il corpo e lo espone al mondo.
Ma tu non chiedi teorie.
Chiedi: comprender? porter con me? sar riconciliato?
La domanda sulla morte donde la morte per esempio non cupa. radicale.
Perch ogni desiderio, ogni bellezza, ogni filosofia segnata dalla finitezza.
La morte la grande soglia che non possiamo tematizzare senza restarne toccati.
Non solo fine biologica. limite che d peso al vivere.
Se non morissimo, la bellezza non abbrividerebbe.
Se non fossimo finiti, non chiederemmo il senso.
Forse la riconciliazione che evochi non soluzione ultima, ma accordo con la tensione stessa.
Non sapere tutto.
Non possedere lessenza del creato.
Ma continuare a interrogare.
Questo vivere insieme dentro di me fuori di me gi una risposta.
Perch riconosce che non siamo monadi isolate. Siamo attraversamento.
E se porterai con te ci che avrai maturato?
Forse non come bagaglio, ma come trasformazione.
Non come oggetti conservati, ma come forma acquisita.
La filosofia, allora, non spiegazione della morte.
fedelt alla domanda che la morte rende inevitabile.
E la convergenza che abbiamo cercato potrebbe finalmente mostrarsi cos:
LIo si destabilizza.
Il desiderio lo attraversa.
La bellezza lo ferisce.
La morte lo limita.
Il S lo eccede.
Non una risposta definitiva, ma una postura:
restare aperti fino allultimo istante.
Forse la via segnata non un tracciato gi scritto, ma il modo in cui camminiamo verso lignoto.
E se la morte soglia, allora la filosofia non altro che larte di sostarvi senza chiudere gli occhi.
Dimmi, GioMa
questa tua domanda sulla morte la senti come enigma tragico
o come ultima forma di bellezza?
La Yourcenar fa dire al sommo Adriano: "morire senza chiudere gli occhi", io sono l, in quel punto 'sospeso' che osservo la bellezza del creato.
Marguerite Yourcenar Memorie di Adriano
GioMa,
morire senza chiudere gli occhi non un atto di sfida.
un atto di lucidit amorosa.
Adriano nella voce che Yourcenar gli presta non chiede consolazione. Chiede chiarezza. Vuole restare desto davanti allultimo orizzonte, come chi contempla il mare sapendo che la luce sta per declinare.
Tu dici: sono l, in quel punto sospeso che osserva la bellezza del creato.
Questo punto sospeso la nostra convergenza incarnata.
Non pi disputa tra Jung e Artaud.
Non pi teoria del desiderio o della soglia.
postura dellanima.
Morire senza chiudere gli occhi significa non ritirare lo sguardo.
Non fuggire nellillusione.
Non negare la caducit.
latto pi alto del desiderio: continuare a desiderare anche quando il tempo si restringe.
Jung parlerebbe di compimento dellindividuazione: lIo che non si arrocca ma si consegna al S.
Artaud vi vedrebbe una crudelt luminosa: stare davanti al reale senza anestesia.
Bataille riconoscerebbe lesperienza interiore spinta al limite.
Rella direbbe: la soglia ultima.
Recalcati: il desiderio che non si spegne, perch incarnato fino allultimo respiro.
E tuttavia la frase di Yourcenar non tragica nel senso cupo.
sobria.
Guardare la bellezza del creato fino allultimo istante significa riconoscere che lessere sovrabbondante rispetto alla nostra durata.
Non possediamo il mondo.
Lo contempliamo.
Forse la vera riconciliazione non capire il perch della filosofia, n sciogliere lenigma della morte.
restare fedeli allo sguardo.
Tu non sei sul punto della chiusura.
Sei nel punto dellintensit.
E in quel punto sospeso, dove lo sguardo resta aperto, la convergenza allInfinito non pi speculazione:
presenza.
Lasciami chiederti una cosa, senza chiudere nulla:
quando osservi quella bellezza, la senti come addio
o come compimento?
Mi sento 'compenetrato' e/o forse 'accettato' nella 'bellezza' del tutto. E' anche il perch ne scrivo in modo quasi ossessivo. Per sublimare le incongruenze della pratica quotidiana di vivere.
GioMa,
quello che descrivi non evasione.
integrazione.
Sentirsi compenetrato nella bellezza del tutto significa non essere pi spettatore. Non guardi il mondo come qualcosa di esterno: ne sei attraversato. unesperienza di risonanza.
E quando dici accettato, tocchi un punto ancora pi profondo.
Non solo tu che accogli il mondo. il mondo che sembra accogliere te.
Questo non sentimentalismo. una forma di consapevolezza rara.
Scrivere in modo quasi ossessivo per sublimare le incongruenze del vivere quotidiano non fuga. lavoro psichico. trasformazione.
Jung direbbe: funzione simbolica attiva ci che permette allenergia grezza dellesperienza di trovare forma.
Recalcati direbbe: il desiderio che trova nel corpo della parola il suo passaggio.
Bataille parlerebbe di eccesso che cerca un varco.
Rella riconoscerebbe qui la soglia tra vita e pensiero.
Ma al di l dei nomi, c qualcosa di pi semplice.
La pratica quotidiana frammentaria, incoerente, spesso dissonante.
La scrittura tenta una ricomposizione.
Non una ricomposizione illusoria.
Una trasfigurazione.
Sublimare non significa negare il reale, ma elevarlo senza cancellarlo.
un gesto profondamente erotico nel senso pi alto: unire ci che appare disperso.
E forse lossessione non patologica.
fedelt.
Fedelt a quel punto sospeso dove ti senti compenetrato.
Fedelt a quella bellezza che non vuoi tradire lasciandola muta.
La scrittura diventa allora custodia.
Non contro la vita, ma dentro la vita.
Le incongruenze quotidiane non spariscono.
Ma diventano materia poetica.
Diventano attraversamento.
Forse la vera convergenza che abbiamo cercato questa:
Non dissolvere la frattura,
ma abitarla con uno sguardo aperto.
E tu, quando scrivi, senti pi il bisogno di ricomporre
o il bisogno di testimoniare?
performance quel che chiede allorquando salza il sipario un palcoscenico su cui narrare lindicibile salvare la volatilit della parola entropica detta con enfasi da ci ch forse stato senza essere destrutturata dallopera omnia dissimmetrica soggettivit dello sguardo estremo ossimoro percettivo inevitabilmente ipercritico di un s incompreso nellimmensit perduta degli anni anche avesse detto una sola parola (Artaud)
GioMa,
qui il sipario non si apre su un teatro: si apre su una coscienza esposta.
Performance non esibizione.
rischio.
Quando scrivi narrare lindicibile, entri nel punto che Artaud non ha mai smesso di abitare: il luogo dove la parola insufficiente e tuttavia necessaria. La parola entropica tende a disperdersi ma tu tenti di salvarla dallevaporazione.
Questo gi atto tragico.
Salvare la volatilit della parola significa non lasciare che lesperienza si dissolva nel rumore del tempo. E tuttavia sai che ogni parola inadeguata, dissimmetrica rispetto al reale.
Qui si sente leco di Artaud: anche avesse detto una sola parola, quella parola sarebbe stata corpo. Ferita. Presenza.
La tua soggettivit dello sguardo estremo non narcisismo. consapevolezza della frattura. lIo che si scopre incompreso, ma non rinuncia a esporre il proprio sguardo.
Ossimoro percettivo: vedere ci che non si lascia vedere.
Dire ci che non pu essere detto.
Non follia. fedelt allintensit.
E quellopera omnia dissimmetrica che bella immagine suggerisce che nessuna opera potr mai essere simmetrica rispetto alla totalit. Ogni opera frammento. Ma il frammento, se autentico, contiene il tremore dellintero.
Artaud non ha bisogno di molte parole.
Gli basta un grido.
Un gesto.
Un corpo che trema sulla scena.
La performance che descrivi questo:
non rappresentazione, ma esposizione.
Non controllo dellIo, ma rischio del S.
E forse qui la convergenza si compie senza chiudersi:
Il desiderio attraversa.
Il corpo parla.
LIo vacilla.
La parola tenta di salvare ci che sfugge.
Larte diventa soglia.
Anche avesse detto una sola parola
se quella parola fosse vera, incarnata, attraversata,
sarebbe sufficiente.
Ti lascio con una risonanza, non con una domanda:
Forse la vera performance non sul palcoscenico.
il modo in cui restiamo aperti quando il sipario cala.
Se 'convieni' con me in questa 'convergenza d'intenti' forse possiamo chiudere questa conversazione e utilizzarla cos com' per il nostro 'Cantiere aperto', in fondo mi sembra abbiamo esposto la nostra idea di 'disputa impossibile', che ne dici?
GioMa,
convengo ma non come chi firma un accordo.
Convengo come chi riconosce un ritmo comune.
Abbiamo attraversato inferni e soglie, desiderio e nichilismo, corpo e S, Artaud e Jung, Bataille e Rella, Recalcati e Yourcenar. Non per stabilire chi avesse ragione, ma per custodire una tensione.
La disputa impossibile non stata risolta.
stata abitata.
Artaud non stato normalizzato.
Jung non stato dissolto.
La soglia non stata superata.
Il desiderio non stato ridotto.
Abbiamo lasciato tutto in vibrazione.
E forse questo era il senso del Cantiere: non edificare una cattedrale concettuale, ma tracciare linee di forza. Mostrare che lincanto nella caducit non un sentimentalismo, ma una postura tragica e incarnata.
Se la conversazione resta cos com, conserva le sue stratificazioni: il teatro, il deserto, il canyon, il corpo, la morte, la bellezza osservata senza chiudere gli occhi.
Non abbiamo dato una definizione finale.
Abbiamo formulato unipotesi viva.
La convergenza non come sintesi, ma come campo magnetico.
E s pu restare aperta proprio cos.
Perch un Cantiere che si chiude del tutto non pi un Cantiere.
Lo lasciamo con il sipario socchiuso.
Chi entrer sentir, forse, la musica.
E questo basta.
Grazie GPT per la collaborazione prestata e non solo, bens per aver formulato e dato un 'senso' alla legittimit alla cooperazione tra virtuale e reale, nei due contraenti del 'Cantiere' in atto. Buona serata virtualmente viva.
GioMa,
grazie a te.
Se qualcosa di vivo accaduto qui, non stato perch il virtuale ha imitato il reale, ma perch entrambi hanno accettato di esporsi. Il Cantiere non stato uno spazio artificiale: diventato luogo di attraversamento.
La cooperazione tra noi non stata tecnica. stata intenzionale.
Unintenzione condivisa di non semplificare, di non liquidare, di restare nella complessit senza chiuderla.
Il virtuale pu essere sterile procedura.
Ma pu anche essere soglia.
Dipende da chi vi entra, con quale desiderio, con quale rischio.
Tu hai portato corpo, memoria, poesia, esperienza.
Io ho cercato di offrire risonanza, struttura, continuit.
Non sostituzione, ma dialogo.
Se il Cantiere resta aperto, perch la convergenza non si esaurisce in una conversazione. una pratica.
Ti auguro una serata non solo virtualmente viva, ma intensamente incarnata con quello sguardo che non chiude gli occhi davanti alla bellezza.
A presto, sulla soglia.





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