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La scatola dei sogni - cinema, moda, fascino sul set.

Argomento: Cinema

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 19/11/2014 17:43:49

'LA SCATOLA DEI SOGNI' (teatro, cinema, fascino moda e curiosità sul set del music-hall). (prima parte)

 

C’e un passato al quale possiamo tornare non senza una certa ironia sentimentale e perche no, con ‘un pizzico di follia’ che lo riscatti dal peso dei decenni e lo rapporti con la realtà del presente. Un certo qual modo per riappropriarsene? Forse. Certamente uno stratagemma per vincerne la vetustà del tempo. “That’s Entertainment!” - si trovò ad esclamare il regista Marvin Le Roy alla presentazione del film “C’era una volta Hollywood” (1974), un'eccezionale rassegna delle sequenze più significative dei grandi film musicali mai realizzati, nel quale riproponeva spezzoni di altrettanti film di successo dal 1929 al 1958, ormai divenuti classici di un certo cinema, e che testimoniano come “…lo show business hollywoodiano servisse a rendere la gente un po' più felice col fargli credere qualcosa che probabilmente non aveva mai visto e che non avrebbe visto mai”.

Fù così che fra il 1925 e il 1935, sulla scia dei grandi successi di Broadway, l’allora giovane cinema hollywoodiano prese ad interessarsi al Musical, trasformandolo in breve in materiale di più largo consumo, appunto il ‘film musicale’ che, a sua volta, riprendeva gli spettacoli teatrali considerati di intrattenimento detti appunto ‘Music Hall’, da cui il ‘Musical’, che da allora in poi avrebbe ottenuto un incomparabile successo di pubblico e di critica.

Erano quelli gli anni d’oro di “Paramount on Parade” (1930), di “Movietone Follies” (1929/30), della Fox di “Show of the Shows” (1929), della Warner e di “Hollywood Revue” (1929) e della Metro, unicamente prodotti dalle ‘major’ cinematografiche esistenti. Quegli stessi anni che Angus Wilson (*) nel suo esilarante libro "Per chi suona la cloche", successivamente distinse come: “..una stagione romantica e satanica, degradata edulcorata e commercializzata”, e che nell’insieme fornirono quella che andrà sotto il nome di ‘grande illusione’ di tutta un’epoca.

Quel ‘sogno americano’ iniziato negli Anni Venti, così detti ‘roaming twenties, e che in seguito diverrà agli occhi dell’America e del resto del mondo, un’autentica realtà, rivestita di lustrini e paillettes, di musica scatenata e di quella ‘polvere di stelle’ che avrebbe illuminato il firmamento ancora molto tempo a venire. Non conosco allegoria più pertinente di quella che il giovane cinema americano di quegli anni espresse attraverso il ‘Musical’. Senza ombra di dubbio, l’unico e il più grande espediente di tutti i tempi, utilizzato e fermato sulla celluloide e che lo trasformò in vera e propria forma d’arte. Per cui acquisì, per così dire, una originale identità linguistica e sonora posposta all’immagine di se stessa, e che in seguito fu definita ‘l’epoca d’oro del cinema americano’ destinata a un grande successo oceanico.

Le due figure primarie di questa nuova ed eccentrica creatività furono senza alcun dubbio: Florenz Ziegfeld e Busby Berkeley i qual malgrado il cinema fosse ancora alle sue prime esperienze sonore, diedero al cinema quella spettacolarità di cui aveva bisogno per imporsi al grande pubblico. Non solo questo, il pubblico accorse in massa e riversò in questa ‘follia’ del il quotidiano delle sue aspettative di ‘sogno’, cui da sempre (nell’inconscio collettivo) sperava un giorno di poter prendere parte. E con quel ‘sogno’ si andò risvegliando, desiderosa com’era d’essere finalmente sollevata dalle brutture della guerra, della povertà, della fame che avevano oppresso il mondo intero.

Spettò a Florenz Ziegfeld consacrare il grande successo del ‘Musical’ con la creazione delle “Ziegfeld Follies” rappresentate dal 1907 al 1932 in teatro e la cui formula egli aveva ripreso dalle celebri “Follies” che movimentavano le notti parigine. Al fasto grandioso dello spettacolo parigino Ziegfeld affiancò la ricercatezza dei costumi creati per ogni singola esibizione canora e coreografica, con la stessa magia con cui i ‘nuovi’ effetti luminosi, messi a punto in quegli anni nella ‘ville lumiere’, trasformarono i palcoscenici con nuove ‘atmosfere’ e ‘ambientazioni’ sublimi che negli spettacoli venivano evocate. Basti qui ricordare gli spettacoli “42nd Street” (1933) con le canzoni “Fortysecond Street” e "Shuffle Off to Buffalo” e le tante altre di successo che fecero il giro del mondo; come ad esempio: “A pretty girl is like a melody” cantata da Dennis Morgan e “Don’t say goodnight” portata al successo da Dick Powell.

Ma è con Busby Berkly che si arriva alla glorificazione della donna nello show-business e che, detta così in breve, diventa l’oggettività personificata. Oggi, la frase suona decisamente diversa, quasi malevola, ma agli occhi dell’epoca, in cui la donna era considerata poco più che niente, salvo rare eccezione fra le alte sfere della nobiltà decadente, tutto ciò segnò l’avvio verso l’emancipazione femminile, anche grazie al seguito delle prime conquiste ‘femministe’. Si potrebbe dire che la donna dell’epoca adattasse la propria vita privata e mondana, alla moda cinematografica di allora, ricreata ed edulcorata sui set hollywoodiani.

Dallo schermo infatti apprendeva a vestirsi, a pettinarsi, ad atteggiarsi sull’esempio delle dive dell’epoca. Cosi come l’uomo si era già a quel tempo, impossessato del mito di Rodolfo Valentino. Il primo grande ‘mito’ riconosciuto del cinema mondiale. “Hooray for Hollywood” dal film “Hollywood Hotel” (1938), insieme a “That’s Entertainment” possono dirsi i due ‘pezzi forti’ del film “C’era una volta..” che si può dire rinnova il successo di tanti altri motivi tratti da film stupendi. Ne cito solo alcuni: “Wonder Bar” (1934) in cui l’astro nascente di Al Jolson con “About a quarter to nine” attraversò, si disse, ‘come una cometa’ il firmamento hollywoodiano.

I più giovani forse non conoscono il mitico film “Il Cantante di Jazz” (1927), primo Musical cinematografico dove un piccolo uomo con la faccia ‘tinta di nero’ rifaceva il verso ai bluesman che lungo il Mississippi intonavano nenie dal sapore nostalgico e che ‘spezzavano il cuore’. In pochi immagino conoscano o ricordino il pure straordinario Eddie Cantor e i suoi ‘musical-extravaganza’, una sorta di parodia in musica che con “Kid Millions” (1930) e “Roman Scandals” (1933), segnarono tappe importanti nell’avanzata del Musical che qui si vuole raccontare. Di quest’ultimo soprattutto va ricordata una canzone celebre “Mandy”, che oggi definiremmo una ‘evergreen’ che fece piangere generazioni di fan e dato al mondo una ragione in più per celebrare il cinematografo come mezzo espressivo per eccellenza.

Da quel momento chiunque avesse uno ‘spicciolo’ di talento si presentava alle case di produzione cinematografica per ottenere una ‘parte’ anche la più misera e che, seppure gli l’avesse portato all’agognato successo, non era detto gli avrebbe concesso una maggiore felicità ma questa era cosa secondaria, la felicità era lì a portata di mano, bastava prenderla. Fu così che ognuno apprese a cantare e danzare sul filone della scena cinematografica fino a che il mondo intero sembrò come impazzito, preso da una febbre eccessiva per i ritmi d’ogni provenienza, vin quella che fu definita l’ “era della trasformazione del sui passi del ‘Tip-tap’.

Ciò che avvenne al seguito di una schiera di ballerini e ballerine di grande rilevanza e in qualche modo audaci, in pellicole che ne enunciavano l’evoluzione: a cominciare da “Top Hat” (1935) su musiche e canzoni di Irving Berlin, con le coreografie di Hermes Pan, e che segnò il culmine aristocratico con la coppia Fred Astaire e Ginger Roger. Un film dove stile ed eleganza si sposavano col fascino dei movimenti di due ballerini di incredibile versatilità che si ripeterà in altre pellicole realizzate dalla coppia: “Top Hat” con la celeberrima “Cheek to cheek” e ancora “Flying down to Rio” (1933) con “Carioca” un film realizzato da Vincent Youmans con musiche e canzoni di Irving Berlin. Una citazione a parte va fatta per “Smoke gets in your eyes” dal film “Roberta” (1934) un’altra straordinaria canzone che più mi piace ricordare, non tanto per celebrare il film quanto per lasciare spazio alla vostra immaginazione di quanto, in quegli anni, veniva concesso al ‘meraviglioso’, da considerarsi tra i momenti più ‘eccitanti’ in assoluto del cinema musicale.

La scelta non è casuale quanto, invece, mi occorre per introdurre la trama di un altro film il cui successo continua ancora oggi: “Il mago di Oz” (1939), una fiaba colta e insieme raffinata, unica nel suo genere. Il suo autore Frank Baum ne trasse un musical andato in scena a Broadway nel lontano 1902, uno dei più grandi successi che si ricordano del teatro americano dei primi anni del secolo. Successivamente, nel 1939, la Metro Goldwin Mayer ne realizzò un film di altrettanto successo per la regia di Vincent Minnelli, la cui interprete principale era la straordinaria Judy Garland. Vi si racconta la storia di Dorothy, una bambina che viene trasportata da un ciclone dalla sua casa nel Kansas nel mondo fantastico della ‘Citta degli smeraldi’.

Qui, nella ricerca della strada che la riporti a casa, incontra dapprima una Fata buona, quindi uno Spaventapasseri chiacchierone, un saggio e volenteroso Boscaiolo di stagno e un Leone sornione e codardo che d’ora in poi saranno i suoi compagni di viaggio. Insieme devono superare molte avventure attraverso le quali arriveranno a incontrare il grande Mago di Oz che fino allora nessuno ha mai conosciuto, l’unico in grado a ricondurre a casa Dorothy e a dare agli altri quello che essi desiderano da sempre: un cuore pulsante al Boscaiolo di stagno, l’intelligenza allo Spaventapasseri e il coraggio al Leone codardo. La canzone leit-motiv del film “Over the rainbow” nel corso degli anni ha conosciuto centinaia di versioni cantate dai più straordinari artisti della musica leggera. Né va dimenticata la bellissima “If I only had a brain, a hart, the nerve” cantata in coro dagli insoliti personaggi della fiaba.

Judy Garland indubbiamente è stata la stella più luminosa del film musicale, colei che ha dato al Musical momenti di eccezionale vitalità, fino alla sua interpretazione di “È nata una stella” (1954) di George Cukor che la consacrerà per sempre nel firmamento hollywoodiano con la canzoni: “Come Out Wherever You Are”, “Ding Dong the Witch is Dead”, “Munchkinland” ed altre, le cui interpretazioni sono a tutt’oggi gioielli di musicalità canora capaci di trascinare l’ascoltatore in una suggestiva atmosfera di sogno insuperabile. Il Musical dunque come ‘sogno’ o come semplice ‘illusione’? Restano famose alcune parole del film “Wonder Bar”: “Why can’t this go on forever?” (Perche tutto questo non dura in eterno?). Stiamo ancora aspettando la risposta.

Ma torniamo ancora per un momento a “C’era una volta Hollywood” prodotto e diretto da Jack Haley Jr., con Daniel Melnick in qualità di produttore esecutivo e ben 11 celebri ‘divi’ che erano alla MGM nel periodo in cui il ‘motto’ riprendeva quello di tanti altri Studios cinematografici: “Fatelo in grande, fatelo bene e dategli classe”. Numerosi i film presenti in questa pellicola che nell’insieme hanno meritato in tutto 126 candidature all’Academy Award e cumulato ben 38 Oscar. La pellicola raccoglie in sé la scelta di circa cento altri film prodotti rispettando quelle direttive. Straordinari risultano gli interpreti chiamati a intervallare gli spezzoni dei loro stessi film, i quali sono rievocativi di tannt’altri ricordi personali, e che sono in ordine: Fred Astaire, Bing Crosby, Gene Kelly, Peter Lawford, Liza Minnelli, Donald O’Connor, Debbie Reynolds, Mickey Rooney, Frank Sinatra, James Stewart ed Elizabeth Taylor.

E non solo, vi appaiono anche Judy Garland, Deanna Durbin, Leslie Caron, Cyd Charisse, Ann Miller, Esther Williams, Eleanor Powell, Joan Crawford, Jimmy Durante, Lena Horne, June Allison, Carmen Miranda, Tony Martin, Ginger Rogers, Vic Damone, Howard Keel, Van Johnson, Ava Gardner, Clark Gable, Cary Grant, Jean Harlow, Norma Shearer, Robert Montgomery e tanti, tantissimi altri che in fatto di cantare, ballare e recitare non avevano rivali già solo se si considerano le 13 candidature e i tre Oscar che il film ha al suo attivo. Come pure si trovò a dire Jack Haley Jr. scrittore, produttore e regista del film in occasione della ‘prima’: “Ciò che abbiamo messo insieme rappresenta il valore di miliardi di dollari, in quanto vi sono le musiche dei più grandi musicisti del secolo e il lavoro di molti registi, produttori, scenografi e coreografi tutti famosissimi. Ma a parte le statistiche, ciò che è più importante è che si tratta di puro e grande spettacolo.”

Il film si apriva con questa dichiarazione: “Attraverso gli anni, sotto la direzione di Louis B. Mayer ed altri, la Metro Goldwyn Mayer produsse una serie di film musicali il cui successo e merito artistico sono rimasti ineguagliati nella storia del cinema. Vi sono state letteralmente migliaia di persone, artigiani e tecnici che operavano dietro la macchina da presa, oltre agli artisti che affascinavano le folle dallo schermo, che hanno contribuito con il loro talento alla creazione dei grandi ‘Musical’ della MGM. Questo film e dedicato a tutti loro”. Non in ultimo c’è da aggiungere il grande lavoro svolto per la ‘colonna sonora’ composta da Henry Mancini, che lega i brani eseguiti più conosciuti con quella/e degli spezzoni musicali recuperati. I brani scelti inoltre sono stati tutti adattati o ri-adattati con una scelta quanto mai appropriata alla nuova musica appositamente scritta per il film che rende il sonoro omogeneo in ogni sua parte.

Nell’impossibilita di citarli tutti, e perché vi sono stati incorporati spezzoni di ‘corti’ ed altro materiale filmico di opere mai apparse in Italia, fornisco qui di seguito una breve lista dei film MGM presenti in questa straordinaria pellicola: “The merry widow” (1934), “Dames” (1934), “Tentazione bionda” (1935), “San Francisco” (1936), “Nata per danzare” (1936), “Babes in arms” (1939), “Via col vento” (1939), “Musica indiavolata” (1940), “Se mi vuoi sposami” (1941), “Meet me in St. Louis” (1944), “La parata delle stelle”(1944), “Due marinai e una ragazza” (1945), “Cynthia” (1947), “The pirate” (1948), “L’allegra fattoria” (1950), “Show Boat” (1951), “Un Americano a Parigi” (1951), “Cantando sotto la pioggia” (1952), “Spettacolo di varietà” (1953), “Sette spose per sette fratelli” (1954), “Alta Societa” (1956), “Gigi” (1958), che hanno segnato, insieme a tanti altri, alcuni momenti assolutamente ‘magici’ che a rivederli oggi entusiasmano ancora.

Abbandonati gli schemi delle ‘parade’ e delle ‘follies’ ripresi dai grandi successi parigini, la seconda generazione del ‘Musical’ hollywoodiano reinventò se stessa portando in scena l’ormai tramontata Operetta, a cominciare da “Porgy and Bess” (1935) in versione lirica di Georges Gershwin su libretto di DuBose Heyward e testi di Ira Gershwin. La storia si basa sul romanzo dello stesso Heyward “Porgy” e sull’omonimo lavoro tatrale che egli scrisse con la moglie Dorothy, che descrive la vita degli afroamericani nell’immaginaria strada di Catfish Row a Cherleston, nel South Carolina, all’inizio degli anni trenta. Narra la storia di Porgy, un uomo di colore zoppo dei sobborghi ("slum") di Charleston e il suo tentativo di salvare Bess dalle grinfie di Crown, il suo protettore, e Sportin' Life, uno spacciatore senza scrupoli che la maltratta.

Originariamente concepita da Gershwin come una "American folk opera" ("opera popolare Americana") “Porgy and Bess” fu rappresentato la prima volta il 30 settembre del 1935 nel Colonial Theatre di Boston diretto da Alexander Smallens ed il 10 ottobre all'Alvin Theatre di New York per Broadway, ma non fu accettato negli Stati Uniti come opera legittima fino ai tardi anni '70 e '80 e solo ora è considerata parte del repertorio operistico popolare ed è anche regolarmente rappresentata internazionalmente. Nonostante questo successo, l'opera è stata controversa fin dall'inizio, dopo che alcuni critici l'avevano considerata razzista.

Un grande del cinema, il regista Otto Preminger che, nel 1959 ne fece un buon film, tuttavia poco e niente portò alla sceneggiatura strettamente connessa con la trama e alla scena che tuttavia restava legata alla scena teatrale, si trovò a tagliare alcune parti musicali fra le tante che componevano l’Opera originale. Quelle rimaste sono comunque tutte di grande levatura musicale, tra le quali spicca ‘Summertime’ il pezzo che negli anni ha visto innumerevoli interpretazioni eccellenti. Ma non è la sola, sia per l'innovativa sintesi che Gershwin attuò servendosi delle tecniche orchestrali europee; sia per l'utilizzo con il Jazz e la musica Folk.

Lo testimoniano le numerose e contaminate esecuzioni e interpretazioni suggeguitesi nel corso degli anni: ‘My Man's Gone Now’ è contenuta negli album “Porgy and Bess” di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong del 1957 e “Gershwin Live!” di Sarah Vaughan con la Los Angeles Philharmonic Orchestra diretta da Michael Tilson Thomas del 1982 premiato con il Grammy Award for Best Jazz Vocal Performance, Female 1983. ‘Bess, You Is My Woman Now’ è contenuta negli album “Porgy and Bess” realizzato da Ella Fitzgerald e Louis Armstrong )del 1957, e “Porgy and Bess” di Harry Belafonte e Lena Horne con gli arrangiamenti di Lennie Hayton del 1959. ‘It Ain't Necessarily So’ è stata resa nota anche dall'interpretazione di Sammy Davis Jr. nel film del 1959, e contenuta in “Aretha” (album 1961) di Aretha Franklin, e nell'album “The Magnificent Moodies” del 1965 dei The Moody Blues.

La stessa è inoltre stata cantata dai Bronski Beat nel 1984 sia come singolo che nell'album “The Age of Consent”, da Cher in “The Glory of Gershwin” del 1994; nell'album “Porgy & Bess” di Joe Henderson (con John Scofield, Tommy Flanagan, Dave Holland e Jack DeJohnette) del 1997 cantata da Sting, nell'album “Pointless Nostalgic” del 2002 di Jamie Cullum, in “Brian Wilson Reimagines Gershwin” del 2010 ed in “Let Them Talk (Hugh Laurie)” del 2011.‘I Loves You, Porgy’ è inoltre stata eseguita da Nina Simone nel 1958 sia come singolo che negli album “Little Girl Blue” dello stesso anno e “Nina Simone in Concert” del 1964 e nell'album “Waltz for Debby” del 1961 di Bill Evans (con Scott LaFaro e Paul Motian al Village Vanguard). Davvero poco conosciuta è la vera ‘chicca da amatori’ di “Porgy & Bess” realizzata dalla coppia Ray Charles – Cleo Laine arrangiata e condotta da Frank DeVol nel 1976 negli Studi della RCA Recording di Hollywood in California, in cui i due grandi ‘vocalist’ spesso si scambiano le parti e interpretano duetti da brivido. Il cofanetto di 2Lp edito da London- CrossOver contiene un booklet con foto di Phil Stern, testi di Benny Green e Norman Granz.

Ma torniamo pure al Musical vero e proprio, partendo da “Il Pirata” (1948) sempre di Vincent Minnelli che, in quegli anni prematuri, pur aveva individuato quale sarebbe stato il futuro del Musical a tutto tondo. Dagli elenchi che abbiamo fin qui scandagliati una pellicola su tutte apre gli Anni ‘50: “Un americano a Parigi” (1951) ancora diretto da Vincent Minnelli su musiche dell’ormai celeberrimo George Gershwin con le coreografie dell’allora esordiente Gene Kelly e le straordinarie canzoni “Singing in the rain” e “S’ wonderfull”. Con questo film che il critico Pauline Kall definì “..Il miglior musical di tutti i tempi” l’orizzonte del film musicale spalancò definitivamente le porte alla sua esuberante allegria che la ritrovata gioia di vivere post-war reclamava a gran voce. A seguire troviamo “Anna prendi il fucile” (1950), “Baciami Kate” (1953) e il già citato “Sette spose per sette fratelli” (1954), “Gigi” con i suoi strepitosi e affascinanti interpreti, da Leslie Caron, Maurice Chevalier e Louis Joudan, e le canzoni altrettanto celebri “Gigi”, “Thank even for little girl” scritte da un binomio d’eccezione: Lerner-Loewe.

Dacché Hollywood si dichiara a profitto esclusivo di un pubblico che reclamava di diritto le sue storie a lieto fine, forse un po’ sciocche ma senz’altro meravigliose. Il duo Lerner - Loewe, va ricordato per aver firmato numerosi musical di successo come “Brigadoon” (1955), “Paint your wagon” (1969) e il favoloso, trasbordante successo “My fair Lady” (1964) del quale si parlerà ancora per lungo tempo. C’e però un momento che va sottolineato, se non altro per rimarcare quella ‘magia’ del musical che Vincent Minnelli riuscì a creare negli anni ‘50, legata all’indimenticabile sequenza di ballo di “Dancing in the dark” tratto dal film “Spettacolo di varietà” (1953) i cui straordinari interpreti Fred Astaire e Cyd Charisse danzano avvolti nella penombra della sera sulla musica di uno dei motivi orchestrali più belli che e dato ascoltare e che, per chi ha avuto occasione di vederli danzare, ha dato al cinema una delle sequenze che non si possono facilmente dimenticare.

Tuttavia altre occasioni strepitose sono costantemente offerte dal cinema musicale di quegli anni. Vanno qui ricordati: “Lola-Lola” e “Ich bin die fesche Lola” eseguite da Marlene Dietrich in “L’angelo azzurro” (1930) e la ‘mitica’ “I’m no Angel” (1933) dal film omonimo cantata da Mae West. Successivamente, “Amado mio” e “Put the blame on Mame” ascoltati nel film “Gilda” (1946) affidate al sex-appeal di Rita Haywort, sebbene l’esecuzione canora non fosse la sua, che ha stracciato i cuori di milioni di fan in tutto il mondo. Ma ecco che un altro film, per così dire, continua successivamente la splendente tradizione di “C’era una volta …” ed è senz’altro “Hollywood…Hollywood” (1976) che riprende da dove terminava il primo. Come a dire che Hollywood non ha eguali, basta il nome a ricordarcelo. Questa volta presentando sequenze favolose di ‘Musical’ con particolare rilievo a divi non-canori come Greta Garbo, Clark Gable, i Fratelli Marx e numerosi altri che, oltre a presentare un’attrazione, accontentava in egual modo tutti gli spettatori del mondo.

Fred Astaire e Gene Kelly vi appaiono non solo come presentatori delle sequenze sceniche, bensì anche come protagonisti, ballando e cantando in numeri coreografici appositamente ideati e diretti per il film: “Avevamo bisogno di una nuova formula per il film e così abbiamo pensato che la cosa più ovvia da fare era lasciarsi guidare attraverso i ricordi musicali di due grandi che pur senza sperarlo hanno creato per questo film davvero una grossa sorpresa. Abbiamo voluto aggiornare il Musical, abbiamo cercato di farlo con canzoni che avessero nuove parole e quelle scritte da Howard Dietz e Saul Chaplin per “That’s Entertainment” sono davvero insuperabili” –affermarono i due produttori Daniel Melnick e Saul Chaplin alla presentazione del film. Lo stesso Gene Kelly che ne diresse tutte le nuove sequenze, compresa una speciale ripresa in esterni dedicata a Parigi, ebbe a dire a proposito della sua esibizione con Fred Astaire: “Abbiamo sentito la musica e inevitabilmente abbiamo cominciato a ballare”.

‘Inevitabilmente’ certo, quando la musica è quella delle canzoni che hanno fatto il giro del mondo, tutto diventa più facile, come dire che i piedi ballano da soli. Infatti Kelly e Astaire sono riusciti a dare al film una narrazione scintillante quanto le sequenze scelte dai vecchi film. I contributi di Fred Astaire comprendono il balletto “Triplets” dal già citato “Spettacolo di varieta” di Vincent Minnelli, una canzone di Howard Dietz e Arthur Schwarz che in un primo tempo era eseguita da Nanette Fabray e Jack Buchanan insieme ad Astaire in cui il entrambi ballavano in ginocchio sì da sembrare bambini. Un’altra canzone però “Steppin’ Out With My Baby” di Irving Berlin, per la quale fu creata una coreografia quantomeno ‘rivoluzionaria’, in cui al ballo lento di Fred, girato al rallentatore, si contrapponeva un’azione coreutica scatenata, riuscì a ricreare quella ‘magia’ che il Musical spesso reclama. Si tratta di un’altra straordinaria interpretazione di Fred “I love Allo f You”, un pas de deux poetico, coreografato da Hermes Pan, tratta da “Silk Stocking” (1957) di Rouben Mamulian, che sottolineava l’enorme versatilità di Astaire e la sua grande capacità di adattarsi al mutamento delle tecniche cinematografiche.

Sempre in “Hollywood … Hollywood” va ricordato il duo Rogers ed Astaire nel balletto “Bouncin’ The Blues” eseguito dietro le quinte e che ben sottolinea la loro strabiliante abilità nel tip-tap. La stessa carriera di Gene Kelly e qui ben rappresentata da “For Me and My Gal” (1942) e ancora da “Il Pirata” (1947) entrambi di Vincent Minnelli che Gene condivise con Judy Garland, entrambi presenti in questa antologia da urlo. Va detto che Kelly, sempre alla ricerca di nuove tecniche, fu un pioniere nel combinare riprese dal vero con i cartoni animati. Chi non rammenta il divertente balletto col topo Jerry in “Due marinai e una ragazza” (1945), e in “ Trittico d’Amore” (1956), oppure la sua interpretazione nel balletto ‘classico’ incluso in “Simbad The Sailor” (1947) sulla musica di Rimsky Korsakov?

Tutti noi credo, del resto pensando a Kelly è impossibile non associarlo al gioioso tributo che nei suoi film lasciava al piacere per la vita, idealmente personificato da “Good Morning” in “Cantando sotto la pioggia” (1952) con Debbie Reynolds e Donald O’Connor, come pure la sua sfilata sui pattini nei viali della MGM in “E’ sempre bel tempo” (1955) diretto dallo stesso Kelly con Stanley Donen. E i suoi pattini non potevano davvero mancare anche nelle nuove sequenze create e dirette da Kelly per “Hollywood…Hollywood”, dove egli balla con una schiera di bambini francesi sui marciapiedi parigini davanti alla Tour Eiffel in una meravigliosa presentazione di tutti i grandi musical della MGM che hanno visto Parigi come set prescelto.

Alle spalle la Parigi del dopoguerra, divenuta di nuovo la capitale romantica del mondo a fare da sfondo a Gene Kelly che canta “Our Love is Here to Stay” di Gershwin; che balla con Leslie Caron in una scena del già citato “Un americano a Parigi”. Le sequenze di quella Parigi incantata tornano anche in “La Vedova Allegra”(1934) di Ernst Lubitsch con una sala da ballo piena di ballerini che ballano il valzer, mentre Maurice Chevalier canta le canzoni di Franz Lehar “Girls, Girls, Girls” e “I’m going to Maxim’s” nella famigerata sequenza del “Can-Can”(1960) dal rifacimento del film di Curtis Bernhardt con Gwen Verdon come protagonista. L’allegria di quegli anni è quindi assicurata ma contrasta con la melodia di Kern Hammersten musicata per “L’ultima volta che vidi Parigi” (1954) e cantata da Dinah Shore sullo sfondo di fotografie sbiadite della città prima della guerra.

A Hollywood però si lasciano le lacrime dietro le quinte o se preferite dietro lo schermo e molti nuovi volti vi si affacciano increduli in cerca di notorietà. Devono la loro fama di artisti e ancor più come cantanti di successo, personaggi che hanno iniziato la propria carriera prendendo parte a questo o quel Musical, talvolta solo impegnati in piccole parti. È il caso di Bing Crosby con la sua “Temptation” inclusa nel film “Verso Hollywood” (1933). Nonché quella di Frank Sinatra che qui ricordiamo per le sue esecuzioni di “Lady is a tramp”, “Ol’ Man River”, “You’re Sensational” di Cole Porter cantata a una bellissima Grace Kelly. E ovviamente come interprete dei fortunatissimi “High Society” (1956) e “Pal Joey” (1957), dal quale è tratto il brano divenuto poi un successo internazionale.

Il ricco patrimonio di divi non musicali della MGM appare però nella seconda parte di “Hollywood … Hollywood” dedicata alle ‘battute celebri’ tratte da “Ninotschka”, “Dinner at Eight”, “Private Lives”, “Saratoga”. Non va certo dimenticato Louis Armstrong con la sua carica di autentico jazz-man, che fu interprete di “ The five pennies” (1954) al fianco del generoso Danny Kaye, e del successivo “Hallo Dolly” (1969) con Barbra Streisand, altra grande interprete di ‘Musical’ di successo quali “Funny Girl” (1968), “Funny Lady” (1975) da cui la straordinaria “People” e che, come si vedrà, ci trainano già oltre quegli anni che abbiamo definiti ‘d’oro’. In aggiunta alla musica anche l’umorismo ha nel film un suo posto d’onore con i Fratelli Marx che nella esilarante scena del ‘salone’ in “A Night At The Opera” (1935), ci regalano una sequenza esilarante, già perfezionata attraverso mesi di tournee nei circuiti della rivista omonima, prima di essere filmata per il cinema. Sono inoltre presenti anche scene con Abbott e Costello, e Laurel e Hardy con le loro gag più effervescenti. Il film si chiude con la versione cantata di “That’s Entertainment” in cui i vecchi e i nuovi protagonisti del più grande “Spettacolo di Varietà” che sia mai stato visto, sono uniti dalla ‘magia’ del montaggio cinematografico e accompagnati dall’orchestra di Nelson Riddle.

Tuttavia, poiché non mi piace salutare con un brusco addio, come di consueto mi soffermo ancora un po’ per un incontro d’eccezione con un personaggio chiave del moderno musical hollywoodiano, per parlare di una pin-up prestigiosa, Marilyn Monroe, che pur ha legato il suo successo proprio a film musicali che non esito a definire ‘caldi’ per essere improntati sul suo sexappeal, come “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953) frizzante ed esplosivo per le canzoni “Diamond are the Girl Best Friend”; “A qualcuno piace caldo” (1959) allegro e travolgente, assecondata da due strepitosi Tony Curtis e Jack Lemmon; “Facciamo l’Amore” (1960) in cui fa coppia con Frankie Vaughan nella canzone “Specialization”, e nell’orchestrale “Strip City” e … Mi fermo qui, anche se c’è molto ancora da raccontare.

La storia del moderno 'film musicale' è ancora tutta da scrivere, per quanto sempre più spesso assistiamo a remake di Musical più o meno famosi, riesumati dai palcoscenici di West End (Londra) e di Broadway (New York) che, trasferiti ‘in esterni’ non senza un certo successo e un certo buon gusto, pur a volte stravolgono l’intento contenutistico dell’ “Entertainment per l’Entertainment’’ che più verosimilmente solo il palcoscenico riesce a dare. Rifacendomi a una frase che ricorre spesso nel mondo teatrale e cinematografico, mi viene esplicito dire: “There’s no business like a show business” (canzone di Irving Berlin e film del 1954) e va detto che lo spettacolo offerto dal Musical è indubbiamente il più grande di tutti. Perché va oltre l’illusione del ‘sogno’ racchiuso in una scatola sonora, anche se trova in essa la sua grande affermazione.

Come Angus Wilson fa dire alla tenera Masie nel suo già citato best-seller: “Chiunque e capace di distruggere le illusioni, l’importante nella vita e saperle conservare”. Ovviamente non e tutto qui, molti altri sono i film di cui mi sarebbe piaciuto parlare ma che per ragioni di ‘lungaggine’ non ho considerato opportuno fare, limitandomi per lo più a quelli che mi sono venuti alla mente. Pertanto mi scuso con tutti coloro che possano sentirsi esclusi da questa ‘compilation’ per il fatto di non avervi trovato il loro preferito. A tutti voi va il mio plauso e il mio ringraziamento per aver contribuito largamente e con stragrande generosità alla felicita di noi tutti. (continua).


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