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Felice come una PasQua - filosofia e altro.

Argomento: Libri

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 22/03/2018 17:38:35

Felice come una PasQua.
(una risposta filosofica al ‘rito della festa’ e ‘due uova molto sode’ magari di buon cioccolato).

Il mondo è pieno di luoghi incerti, suscettibili e variabili che non sempre si rivelano o a cui semplicemente non facciamo caso. Spazi che cambiano come cambia il vento, la stagione o il punto di vista di chi li osserva. L’indole dell’uomo è multiforme ma la verità raggiunta finora ha una sola forma: la ‘forma dell’uovo’.
«Dell’uovo?»
Sì, proprio così, in quanto simbolo millenario, l’uovo ha guadagnato un ruolo di tutto rispetto nella storia dell’alimentazione come dell’arte, della musica come della letteratura. Fra pitture rinascimentali e declinazioni contemporanee, fra storici interpreti e nuove valenze performative, la forma dell’uovo è riconosciuto quale archetipo ‘cosmico’.
Simbolo di fecondità e di rigenerazione, rinascita e trasfigurazione ha assunto nel tempo gli aspetti del tutto particolari che sono poi confluiti nella tradizione cristiana, e non solo, della vita eterna, e che ritroviamo fino ai giorni nostri nella produzione di forme nuove proprie dell’immaginario collettivo: dalle nuove vie della rappresentazione, della metafisica applicata alle nuove tecnologie, alla fantascienza.
Insomma, quella che sembra una domanda impropria, un banale trompe l’oeuf sul dilemma più sterile nell’universo delle domande retoriche, è invece seria. Quante volte ci siamo sentiti domandare se ‘è nato prima l’uovo o la gallina?’, e mai siamo stati in grado di rispondere; mai che qualcuno ci abbia dato una spiegazione verosimilmente logica.
A quanto pare la logica c’entra fino a un certo punto, ma se spostiamo la domanda e la riferiamo a un’intenzione di ricerca della forma, potremmo ben dire che è piuttosto un progetto infinito dell’estetica dell’arte. Altresì se la riferiamo alla socializzazione del pensiero e/o dell’immaginario, ècco entrare in campo l’estetica filosofica. Non di meno, nella prospettiva filosofica, alla domanda iniziale, potremmo rispondere con un’altra domanda: ‘la forma dell’uovo’ è un presupposto di un processo di teorizzazione dell’ozio?’.
«Dell’ozio?»
Sì, proprio così, in quanto è figlia del senso altruistico dell’ozio, che trova nell’attività riflessiva (della gallina), il significato fenomenologico dello spirito (Hegel) che gli da forma. Dove si descrive il percorso che ogni individuo deve compiere, partendo dalla sua coscienza, per identificare le manifestazioni (la "scienza di ciò che appare", la "fenomenologia"), attraverso le quali lo spirito si innalza dalle forme più semplici di conoscenza a quelle più generali fino al sapere assoluto.
Un’appropriazione, come dire, impropria, che non nasconde segni di criticità se la confrontiamo con l’affermarsi dell’individualismo moderno dove molti ‘vizi’ del passato diventano ‘virtù’ del presente come fossero principi cardine di ogni relazione sociale. Non è affatto così che può girare l’uovo che abbiamo appena trovato, né può esserlo se non a scapito di quelle attività che ci sforziamo di promuovere come la socievolezza, il collettivismo, la solidarietà, l’altruismo, non vi pare?
«No, non ci pare!»
Al contrario l’egoismo, l’indifferenza verso l’altro, si tramutano dal bene (verso l’altro / gli altri) nel male, producendo feroci gerarchie, dinamiche di esclusione, disuguaglianze foriere di guerre e stermini di massa, di intere popolazioni che fuggono in massa ecc. La realtà della ‘forma dell’uovo’ sta ad affermare un principio ‘etico altruistico’ (Nussbaum) di appartenenza ed empatia sociale, capace di stabilire un rapporto empatico anche con qualcuno che sta al di fuori del proprio gruppo: in termini sociali, della propria comunità, della sfera pubblica come di quella privata, di fare della sobrietà uno stile di vita.
L’ozio quindi come forma di altruismo che si colloca nello spazio-tempo di una scelta di vita, per ritrovare il senso della libertà che viene meno a causa dei ‘paletti’ (confini, soglie, impegni, scelte ecc.) che costantemente usiamo per infliggerci, masochisticamente, quel ‘qualcosa da fare’ che tenga impegnati, e che ha schiavizzato, demoralizzato e depresso l’umanità fin dalle origini. Ma attenzione, ‘oziare’ non significa libertà di ‘non fare niente’ ma di scegliere di essere liberi di vivere la vita che vogliamo fare con dignità, nel rispetto degli altri e della società in cui viviamo. Preso alla lettera significa anche ottemperare ai doveri sociali pur mantenendo il ‘libero arbitrio’ dei gioudizi.
«Libero arbitrio?»
Non è forse autodeterminazione della gallina fare l’uovo o non farlo? Non c’è nulla che dev’essere fatto per forza, in fondo aver deciso ‘la forma dell’uovo’ è stato indubbiamente frutto di una costruzione mentale. Un pensiero autonomamente riflesso di ciò che la natura in sé permetteva di esprimere. Ciò per quanto ‘la gallina non sia un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente’ (Jannacci –Pozzoni-Pozzetto) e che, infine, conferma di avvalersi del ‘libero arbitrio’ (proprio degli animali) di lasciarsi prendere e cucinare.
Compiacente o no la gallina può pensare senza l’uso delle parole e ciò che pensa è che per quanto ce la possiamo mettere tutta, non siamo capaci di fare le uova, solo di romperle. È così che noi ‘..facciamo uso di una montagna di parole tutti i giorni, parliamo spesso troppo, e a volte abbiamo la fondata impressione di parlare senza pensare. Il che ci sembra una cosa sconsigliabile, non solo per le sue conseguenze pratiche (non logiche), ma anche perché lede una sorta di presupposto implicito del linguaggio: che dietro a ogni parola ci sia un pensiero’ (Ferraris).
«Perché, che cosa si fa con il linguaggio oltre a pensare?»
No, proprio non saprei. Ciò che so è che ‘..il nesso tra pensiero e linguaggio non è sempre coerente; che la dimensione pragmatica del linguaggio va oltre ogni dimensione pratica; e infine, che ‘..consiste in quello che nel gergo dei filosofi si chiama caveat, cioè una messa in guardia contro quello che, sempre nel gergo, si chiama olismo linguistico, l’idea che tutto sia linguaggio (per strano che possa apparire qualcuno l’ha davvero pensato) o che il linguaggio possa tutto’ (Ferraris).
Ma non tutto avviene così, sarebbe come ‘mettere tutte le uova in un paniere’, similarmente alla nota canzone ‘I'm putting all my eggs in one basket’ (Berlin); magari scommettendo di non romperne nemmeno una. ‘Be, è chiaro, tutto dipende da come vogliamo cuocerle , avverte Giovanni Nucci, autore di “E due uova molto sode” (Gaffi Edit. 2017) apparso nella Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile.
Niente di più azzeccato se si tiene in conto l’efficacia di una scrittura come metafora della cottura delle uova, in cui ‘la forma dell’uovo’ è ‘..al contempo il creato e la creazione: e la creazione, come è noto, si esprime nelle più svariate forme e differenti elaborazioni. In sintesi, più o meno tutto quello che abbiamo da dire a riguardo è che dentro un (solo) uovo c’è già tutto, il poco e l’assai, sia l’uno che l’altra, l’universo e il vuoto contenuti da un buco chiuso in se stesso: ma da quello che dice di sé, di solito, non lo si capisce’ (Nucci).
«Ma di che cosa stiamo parlando?»
Non certo dell’Uovo di Colombo che è tutt’altra cosa, come è noto l'espressione 'Uovo di Colombo' si usa quando si descrive un modo incredibilmente banale di risolvere un problema che sembrava senza soluzione. Si narra infatti che Cristoforo Colombo venne invitato a una cena al suo ritorno dall’America e che durante tale banchetto alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire le sue imprese, dicendo che chiunque ci sarebbe riuscito. Ebbene Colombo li sfidò a mettere un uovo diritto sul tavolo, senza che cadesse. Non riuscendoci, i gentiluomini sfidarono Colombo, chiedendo anche a lui di farlo: il navigatore battè leggermente l’uovo sul piano e lì lo lasciò, dritto e fermo. Gli spagnoli si lamentarono affermando che anche loro potevano fare una cosa così e Colombo rispose che loro l’avrebbero potuto fare, ma lui l’aveva fatto. Come dire che “l’uovo ha una forma perfetta benché sia fatto col culo”. (Munari)
«Tutto qui?»
Assolutamente no, ‘..Inutile cercare di classificare questa raccolta. Non si tratta propriamente di racconti – avverte l’autore – semmai sarebbe il caso di parlare di resoconti, e neppure troppo attendibili. Certamente questo non è un libro di cucina. Forse l’unica sua certezza risiede nel fatto che qui si parla di uova. Per il resto è un po’ come in uno di quei pasticci di spaghetti che sanno fare così bene a Napoli: sono le uova atenerlo insieme, ma dentro puoi trovarci di tutto.’

Un ricco menu quindi in cui troviamo piatti originali di chicche filosofiche, aneddoti, short stories più o meno inventate, e ossimori come dessert:

Intro:
Stracciatella per principianti.
Primi piatti:
Uova alla Benedict – al prosciutto cotto o al salmone affumicato
Lo scrittore alla coque – con tanto di sigla musicale ‘Morning Glory’
Il Maestro al piatto – musicista e letterato e quant’altro
Secondi piatti:
Frittate e Soufflé – per tutti i gusti
L’uovo di Amleto – per gli addetti ai lavori un po’ pesante da digerire
E due uova molto sode … (un epilogo improprio)

Certo direte voi, non sono tutte uova di giornata, però l’autore Giovanni Nucci, cela fra le righe una freschezza degna di uno scrittore di grande attualità linguistica. Convincente a tal punto da far credere che le preferisce con la maionese, ‘piuttosto che al tartufo’, nel modo in cui Mina canta “Più del tartufo sulle uova” di A. Mingardi …

“Più di qualsiasi cosa possa dire
Più di una giornata in riva al mare
Più del pane col salame
Più di quando mangio quando ho fame
Più di un tramonto rosso fuoco
Più di una vincita al gioco
Di una serata con gli amici
Più dei bei tempi felici
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio che lo dica piano
Perché ho paura che il mondo se ne accorga
E mi riporti dall'alto fino a giù
Più di un grattacielo di New York
Di una medaglia d'oro nello sport
Più di un rialzo in borsa
Più di una bella corsa
Più di un qualsiasi invito
Di un lavoro ben riuscito
Più del tartufo sulle uova
Di una motocicletta nuova
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio …
Più di un qualsiasi invito
Di un lavoro ben riuscito
Più del tartufo sulle uova
Di una motocicletta nuova
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio …
Fino a giù, fino a giù
Io ti amo, io ti amo, ti amo di più.”

E che dire di ‘sei uova alla coque’ che Lelio Luttazzi elenca in “Canto” (anche se sono stonato)? Solo …

“Perché da cinque mesi canto
il mio amore in sordina perché,
cara,
temo di farmi sentire da te.
Ma da quest’oggi ho deciso di cambiare,
provando ad urlare con voce da rock.
Mi faccio sei uova alla coque
e come una belva da ring,
ti sforno quintali di swing.
Sperando di darti lo shock
che forse mi dirai di sì.”

E voi come le preferite?, con la maionese o con il salmone, strapazzate con una goccia di aceto balsamico o al chili che più piccante non si può, a voi la scelta. L’importante è continuare a leggere, ben sapendo che si tratta di ‘letteratura inutile’ benché di prestigio.

www.italo0-svevo.it
@italosvevolibri.it



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