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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Comme d’habitude ..rencontre avec Marcel Proust

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 01/08/2019 03:27:14

«Comme d’habitude
..rencontre avec Marcel Proust.»

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto
una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli
di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.”
(da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)


«Niente era più interssante dopo una cena o un ricevimento ai quali si era assistito con Marcel Proust, che uscire con lui e ascoltarlo» (1); disse uno dei convenuti durante il “misterioso incontro in un padiglione anonimo nel fitto della vegetazione del Bois de Boulogne, che già era mezzanotte”. E mentre i più, tra gli invitati, ignoravano quale fosse l’intento di tale invito, se non per il semplice piacere di passare qualche ora insieme, lontano dalla frenesia mondana e dai pettegolezzi dei salotti parigini che vedevano Proust protagonista assoluto di chiacchiere e critiche feroci protrattesi a lungo, anche dopo la sua scomparsa; più d’uno fra i non-invitati, incluso chi scrive, si erano sentiti chiedere da Marcel un’informazione esatta su una questione apparentemente insignificante. Quale, ad esempio, «..sugli arbusti che fioriscono allo stesso tempo dei biancospini e dei lillà, o sui fiori che, senz’essere giacinti, hanno tuttavia le stesse caratteristiche per quanto vanno portati, per l’utilizzo ecc.?» (2).

Dacché Marcel «..ci aveva insegnato, che non esistono questioni insignificanti, che ogni domanda formulata è importante, anche se ne ignoriamo la ragione, e ci impegnavamo al nostro meglio per informarlo – senza sapere bene a che scopo –
«La sua vista aveva il dono di ingrandire senza deformare; si direbbe che la sua retina, dotata di un potere supplementare, di un privilegio speciale, gli permettesse di vedere tutto più in grande; (accadeva così che) una figura prendeva le proporzioni di un paesaggio; un movimento facciale, di cui nessuno si accorgeva, (ma che) aveva per lui la rilevanza di una prima a tale livello di esagerazione perché la seconda fosse perfettamente a punto» (3). «Quand’anche la minima parola, forse la minima lettera, rappresenta un desiderio, un’inquietudine, un’esperienza, un ricordo? - aggiungeva. […] Sembrando quasi, leggendo la Recherche, che occorra perdersi per poter comporre, che occorra dimenticare per poter comprendere il senso della nostra memoria e della nostra vita.» (4)

“Quello che successe quella notte è andato ormai perduto..” – avverte l’autore (*) delle note in esergo – con l’invito a immaginare quali fossero le conversazioni, gli sguardi, i segreti celati o sussurrati, quasi d’essere stati presenti e riportarne le sensazioni e/o provare a descriverne le parvenze. Ciò che comunque non reggerebbe il confronto con quanto avrebbe potuto scrivere Marcel Proust, lui, che era: «..il più preciso di tutti, anche nei minimi dettagli della vita, e che conosceva meglio di tutti il nome di tutte le cose, (e che pure amava), credo, dare a se stesso l’illusione dell’imprecisione, sia per comparare diverse opinioni con la sua certezza, sia per chiudere un oggetto in una realtà da cui non potesse più uscire, per isolarlo e farne poi l’oggetto-modello, indimenticabile. Al punto che pensando a quell’oggetto ci si ricorda di averne letto, in un libro di Marcel Proust, una lunga descrizione: ritrovata la pagina, ci si accorge che una parola sola lo segnala, ma che tutto ciò che lo circonda contribuisce a dargli forma, colore e odore.» (5).

Tuttavia – io che scrivo – colgo l’invito con straordinario piacere, andando a cercare un posto verosimilmente ascoso dietro un albero del Bois de Boulogne, onde osservare le numerose ‘maschere’ che in quella ‘notte magica’ s’affacciarono tra le selve e dietro gli anfratti/stanze del padiglione dove si sarebbero riunite, e a cui, pur inconsapevolmente, l’invito sembrerebbe voler adombrare. Per quanto, va qui detto, Marcel Proust teneva particolarmente a fare della sua opera «..un meravigliosò mosaico in cui ogni figura /maschera e ogni ornamento, sfioravano il suolo in frammenti sfolgoranti, non per questo strappati alla loro rispettiva posizione, ma facendo sempre corpo con il tutto» (6). «Il fascino della Recherche sta soprattutto nei suoi vasti paradossi,e nelle sue vie fortuite: in essa non si perviene alla verità ragionando, ma incespicando, abbandonandosi al pèotere del’incidente, dell’errore, dell’atto involontario, della soccorrevole intermittenza del cuore». (7)

Adesso non rammento precisamente da parte di chi sorse una domanda ‘sulla lingua in cui sono scritti i libri’ e perché spesso se ne fa un uso pressoché incomprensibile (?).

“I bei libri sono scritti in una sorta di lingua straniera” – rammentò Marcel d’aver già trattato il ‘tema’ in “Contre Sainte-Beuve” (8) – in una forma di complicità rovesciata con altri autori suoi contemporanei, ponendo a sua volta al centro della disputa letteraria, molto di moda nei “Salotti parigini” (9), spaziando sulla priorità della poésie sulla prose narrative, così come della musique sulla chanson di questo o quel compositore in voga. Ed anche, ad esempio, riguardo alla peinture, ciò che riguardava la bravura di questo o quell’artista in fatto di originalità, senza escludere la creatività nel campo delle altre ‘attività minori’, allo stesso modo che si guardava ad uno o all’altro couturier, indifferentemente che fosse ‘créateur de mode’ o ‘coiffeur pour dame’, o ‘inventeur de parfums’.

Così era, e lo si faceva tanto per ‘bavarder’, un modo come un altro per dire di spettegolare, insinuare, mettere in cattiva luce, e mantenere acceso quel grande ‘falò delle vanità’ che in quegli anni, della così detta Bella Epoque, ardeva assecondando la voglia di divertirsi della haute société, e che si andava consumando fra coppe di champagne, serate di gala, spettacoli all’Operà, e balli sfrenati al Moulin Rouge, al suono di tanta buona musica e Can-can finale … come di fantasmi che, dopo le brutture e gli orrori della mai dimenticata guerra che aveva stravolto il mondo intero, tentavano di prolungare attraverso un’effimera ‘gioia di vivere’ una possibile sopravvivenza, dimentichi altresì di svolgere “… nel nero bagliore infinito, una dolorosa tenerezza”:

«Vos lueurs dans l'infini noir, ont des tendresses douloureuses» (10), aggiunse Marcel, per questo rammentando quanto già scrisse Orazio nel II libro delle “Satire” (11) al suo amico Fundanio: «Ma, Fundanio, chi prendeva parte con voi a quel gioioso festino? Sono impaziente di saperlo.»

«Avete notato? – chiedeva Marcel all’ingresso della signora De*** – tra quei grandi flutti di seta rosa, e di quelle stoffe che l’ingombravano? Come si chiamano quelle lunghe cose di pizzo che striscavano fino a terra attorno a lei? Straordinario! Con quell’aria profetica e calma”. Poi il lavoro misterioso si compiva in lui, e più avanti, in uno dei suoi libri, entrava una donna di cui vedevamo il volto, l’andatura e l’abito,come se le parole avessero aperto nel nostro cervello una camera ottica. Il genio di Marcel Proust aveva scomposto pezzo per pezzo un personaggio, poi l’aveva ricomposto; e anche i flutti di seta e gli ingombri di stoffa occupavano il posto che era loro dovuto, ricostruiti in forma d’abito. Un’altra donna, senz’altro, un altro abito, diversi dalla loro realtà originale, ma più somiglianti di quella – miele di tiglio, o miele d’erba medica» (12).

Ma tutto questo accadeva quando già dell’opera di Marcel Proust si conoscevano i primi tomi, allorché i critici si occupavano di lui piuttosto benevoli. Non così era all’epoca del suo esordio letterario, quando inoltre al più longevo Le Figaro che per lo più si occupava di politica internazionale e di economia, ma che poneva altresì attenzione agli avvenimenti dell’arte e della cultura letteraria, e al quale in più di un’occasione aveva collaborato lo stesso Proust, avvenne di fatto che l’editore Gallimard, il più autorevole dell’epoca, rifiutò di pubblicare il primo tomo intitolato “La Strada di Swann” di quella che diverrà poi ‘la saga de La Recherche’, perché lo considerava a tutti gli effetti uno scrittore dello ‘snobisme aristocratique' , per poi pentirsene amaramente. Tant’è che Proust cercò di corrompere alcuni giornalisti de Le Gaulois, affinché pubblicassero recensioni entusiastiche della sua opera; stando almeno a quanto rivelato nelle sue “Lettere” (13), nelle quali appunto è detto che era lui stesso a redigerle e le "faceva battere a macchina dal suo editore (Louis Brun, un dipendente della Maison Grasset) affinché non trasparissero tracce della sua calligrafia".

Per quanto fosse invece Le Gaulois il giornale della buona società parigina ad occuparsi di cronaca mondana, al quale prestavano la loro collaborazione molte penne di talento, tra cui Barbey d’Aurevilly, Joris-Karl Huysmans, Guy de Maupassant, Paul Bourget, Octave Mirbeau, Léon Daudet, Èmile Zola ed altri. Nonché le riviste periodiche Le Banquet (fondata da un gruppo di amici del Condorcet) e la Revue blanche, seguita dalla Nouvelle revue française, che pubblicarono ampi estratti delle sue opere e i reportage di quei “Salotti parigini” dell’alta borghesia che Proust frequentava assiduamente e ne stigmatizzava lo snobismo.

Sull’eleganza delle donne ‘Snob’: (14)

“Una donna non dissimula il fatto di amare i balli, le corse, perfino il gioco. Lo dice; lo confessa con semplicità oppure se ne vanta. Ma non cercate di farle dire che ama lo chic, protesterebbe e finirebbe per arrabbiarsi sul serio. È la sola debolezza che nasconde accuratamente, forse perché è la sola che umilii la sua vanità, accetta di buon grado di dipendere dalle carte, ma non dai duchi. Un colpo di testa non la fa sentire inferiore a nessuno; il suo snobismo implica, invece, che ci sono persone alle quali è inferiore, o potrebbe diventarlo, se si lasciasse andare. […] Per questo vediamo a volte una donna, la quale proclama che lo chic è una cosa stupidissima, impiegare poi nel ricercarlo un’astuzia, una sottigliezza, un’intelligenza con le quali avrebbe potuto scrivere un racconto delizioso o variare ingegnosamente i piaceri e le sofferenze del suo amante”.

Ovviamente c’era dell’altro, molto altro, senza riserve, e riguardava la vita privata delle persone, le frequentazioni più o meno lecite di questo o quel salotto alla moda e delle case da gioco; le ‘réunions secrètes’ degli uomini e le ‘folies d'amour’ delle donne, che fossero principesse d’alto rango o ‘putes’ del Café chantant. Semmai una qualche distinzione si rendesse necessaria, si basava sulle possibilità finanziarie dei loro rispettivi mariti e amanti, per le donne. Mentre per gli uomini, considerati più o meno ‘snob’ per estrazione e ‘dandy’ per scelta, in quanto damerini da strapazzo o da sollazzo (?), si guardava più alle loro finanze economiche o ad una possibile eredità in arrivo, che alle loro facoltà intellettive, di quanto riguardava le loro più o meno furtive prestazioni amorose.

A detta di Jean Cocteau (15): «Scrivere come si parla, è ancora un luogo comune di fronte al quale m’inchino. Purché si ammetta che lo stile non è la parola, e non si tratta quindi di scrivere di proposito come si parla. Ma un grande scrittore è congegnato in modo da possedere un ritmo, al quale non riesce a sfuggire in nessuna delle forme del suo individuo. La curva tracciata dall’inchiostro del barometro non assomiglia alla tempesta, ma ne è il segno. Molte curve di stile ci muovono, senza che noi lo sappiamo, perché sono il segno di una voce. La ‘voce’ di Marcel Proust è indimenticabile.»

Tuttavia, sono le parole del critico e saggista Claude Arnaud (16), a svelarci le numerose ‘maschere’ che si nascondevano nottetempo dietro le selve e gli alberi del Bois de Boulogne, così come nelle fitte pagine della Recherche: “Analizzando il ricco rapporto, ampiamente misconosciuto, che unì i due scrittori dal 1910 al 1922 e che Proust sovraccaricò di desiderio, di gelosia e poi di sospetto; quello stesso che il giovane Cocteau aveva conosciuto, snob, brillante ma impotente e che, nel giro di vent’anni, ha visto trasformarsi in icona letteraria, qui si rivela […] più in generale la complicità tra i creatori, l’ammirazione e il sostegno da parte di entrambi, dei desideri di imitazione che talvolta li attraversava, ma anche dell’incomprensione estetica e della rivalità professionale che spesso li allontanava.”

Quand’ecco quelle stesse ‘maschere’, presunte e non, si avvalgono della penna di un altro straordinario autore, Walter Benjamin (17), a noi contemporaneo: “La presunta immagine interiore che portiamo dentro di noi dell’essenza che ci è propria è, di minuto in minuto, pura improvvisazione. Si orienta interamente, se così si può dire, a seconda delle maschere che le vengono presentate […]. Per questo nulla ci rende più felici di quanto … Guardare attraverso di esse ci tuffa nell’incanto.» E sono queste ‘maschere’ che a distanza di tempo, benché datate, sembrano fuoriuscire da un “teatro dell’assurdo” di più moderna concezione, con le quali l’autore della Recherche ci è sembrato nottetempo voler giocare ‘a nascondino’. E che non fosse proprio l’intento segreto di quella riunione ‘mascherata’ per incontrare nel fitto della vegetazione del Bois de Boulogne, qualche nuovo personaggio far entrare nell’entourage della ‘élite’ letteraria dell’immaginifico Proust o, magari, permettere e/o permettersi un qualche incontro ‘indicibile’ ma allo stesso tempo ‘irrinunciabile’, chi può dirlo?

Non che ci fosse qualcosa di cui meravigliarsi, a quel che si diceva all’epoca, ognuno, prima o poi, purché lo volesse, poteva entrare a far parte della schiera degli ‘eletti’ protagonisti dell’incomprensibile rituale della mondanità. Bastava aver raccolto un certo numero di ‘chiacchiere’ intorno a sé, come una certa ‘fama’ di artista più o meno considerato negli ambienti che contavano, o per il capriccio di una ‘femme’ che avendolo notato in un ‘boduoir’ o in qualunque altro posto, se ne era invaghita e voleva possederlo a ogni costo. Allo stesso modo che la propria vanità le suggeriva al pari di un gioiello o un abito firmato, purché le offrisse una qualche divagazione, da consumarsi anche solo per una notte, allo stesso modo dei fuochi d’artificio, effimeri e caduchi, che illuminavano le ‘magiche’ notti sugli Champs Elisées.

Allora l’immoralità della ‘bonne société’ non lasciava indifferenti i giornalisti che riportavano sulle pagine della cronaca, gli avvenimenti più ‘succulenti’, seppure talvolta di seconda mano, frutto di rivalità fra ‘dame’ nei confronti degli uomini che contavano in quel momento; così come del perverso orgoglio di un ‘artiste’ famosa nei confronti del suo mentore, indifferentemente che fosse di sesso maschile o femminile. Quando ciò accadeva erano fiumi di lacrime che si spargevano a più non posso da far esondare la Senna; insieme a un’esplosione di tappi di champagne dei più rinomati, che spalancavano le porte delle suites degli alberghi ai cesti di fiori che viaggiavano ‘de droite à gauche’ e viceversa, così numerosi che avrebbero strappato il primato dei colori a Versailles, guarda caso consegnati da aitanti ‘garçons’ che attraversavano una Parigi ancora mezzo addormentata, stordita dalla sfrenata baldoria delle sue notti incandescenti. (18)

Solitamente il mattino successivo, c’era sempre qualcuno che aveva sperperato una fortuna al tavolo da gioco, qualche altro che aveva trovato rifugio in una ‘fumeux d’opium’; chi si era suicidato per un amore finito e chi, come i ‘gigolò’ mondani, non avendo altro da fare, traeva beneficio dall’essersi ‘prostitue’, per così dire, donato anima e corpo a chi lo manteneva. Va con sé che gli scrittori avevano un bel da fare a redarre articoli e saggi per il ‘Journal de modes illustré’; non mancava certo chi sottolineasse nei propri ‘carnets’ di appunti taluni accadimenti di rilievo riguardo la ‘élite diplomatique’, che fossero al servizio di Re di piccoli stati sconosciuti o dello Zar di Russia, o Presidenti di qualche corporazione, senza differenza alcuna. Tutt’al più il redattore veniva redarguito o finiva per qualche giorno nelle patrie galere, ciò che gli conferiva un grado in più di losca fama e, alle sue vittime, un punto in più d’onore …

Soprattutto c’erano gli scrittori ‘snob’ e i ‘poètes’ solo più tardi definiti ‘maudits’, con le loro abitudini assurde e mortificanti, che dedicavano odi e intestavano i loro scritti rispettosi a questa o quella Dama o a qualche ammiratore, tenuto non poi così segreto. L’eco del ‘peccaminoso’ viaggiava a suon di trombe sulle pagine dei giornali “..nell’ideale erotico, aristocratico e stoico che si proponeva nell’insistenza con la quale - la notizia - tornava sul suo valore” di ‘pure informations’, in quanto ‘equivalente retorico del reale’. Non era un caso fortuito che si leggessero i ‘rapports’ di serate passate nei ‘salotti bene’ con dovizie di particolari talora piccanti che facevano la differenza dai ‘contes’ in seno all’avvenimento stesso, che fosse letterario dettato dalla ‘moda’ del momento; o che riguardasse l’intrattenimento musicale, si presentava sempre in un senso metaforico, referente di “..una percezione indiretta e comparativa” .

Indubbiamente i limiti posti dal ruolo sociale di ognuno andavano salvaguardati e, come si usa dire nei salotti bene “i presenti sono sempre esclusi” il nome andava sottinteso o quantomeno contraffatto, mimetizzato, trasformato ad appannaggio dello scrittore, quando tutti ben sapevano chi si nascondesse dietro la ‘maschera’ di riferimento … “Des gigolos mondains il est …” (19) , dedicata a Nonelef, ad esempio, si sa che fosse l’anagramma di Bertrand de Fénelon intimo amico di Marcel.

Così è in “La mondanità” (20), uno dei racconti brevi, che Marcel Proust rivela il suo lato più ‘snob’, in cui fa dire a Violante nei confronti di Laurence suo spasimante: «Non ho il diritto di indignarmi. Non mi ero certo innamorata di lui per la sua nobiltà d’animo e sentivo molto bene, senza osare confessarmelo, che era un individuo spregevole. Questo non mi impediva di amarlo, mi impediva soltanto di amare la nobiltà d’animo quanto l’amavo prima. Era possibile, pensavo, essere spregevole e amabile al tempo stesso.»

Amabile e spregevole come può essere un fiore o un profumo quando l’habitude fa venir meno il privato desiderio che riponevano in essi, allorché parlavano al nostro cuore: Così come in “Canovaccio” (21), Proust lascia parlare i fiori di cui è piena la camera di Honoré il quale si alza e si guarda allo specchio: «Sei innamorato, caro amico, ma perché sei triste?» Dacché «Le rose, le orchidee, le ortensie, i capelvenere (rispondono): Ci hai sempre amati, ma non ci avevi mai chiamati così numerosi a incantarti con le nostre pose fiere e leziose, con il nostro gesto eloquente e con la voce commovente dei nostri profumi.»

Come del resto ravvisa Samuel Beckett (22) nel suo famoso libro intitolato allo scrittore:

“È significativo che la maggior parte delle sue immagini si riferisca alla botanica –Egli confronta l’umano al vegetale. Sente l’umanità come flora, mai come fauna. […] Questa preferenza per la botanica si accorda molto naturalmente con la sua completa indifferenza per i valori morali e la giustizia umana. I fiori e le piante non hanno volontà cosciente. Sono senza pudore, espongono i loro organi genitali. E in un certo senso così sono anche gli uomini e le donne di Proust, che hanno una volontà cieca e ferma, ma mai cosciente di se stessa, mai abolita nella percezione pura di un puro soggetto. Essi sono vittime della loro volizione , attivi per una grottesca attività predeterminata, negli angusti limiti di un mondo impuro. Ma senza pudore”.

E prosegue: “Non è mai questione di ragione o di torto. L’omosessualità non è mai definita un vizio: è priva di implicazioni morali come il processo di fecondazione della ‘Primula veris’ o del ‘Lythrum salicaria’. E, come membri del mondo vegetale gli esseri umani sembrano sollecitare l’attenzione di un puro soggetto, in modo da poter passare da uno stato di volontà cieca a uno stato di rappresentazione. Proust è questo puro soggetto. Egli è quasi del tutto esente dall’impurità della volontà. Deplora la propria mancanza di volontà sin quando non comprende che la volontà, per la sua funzione utilitaria, al servizio dell’intelligenza e dell’abitudine, non è una condizione necessaria all’esperienza artistica. Quando il soggetto è esente dalla volontà, l’oggetto è esante dalla casualità (Tempo e Spazio considerati insieme). E questa vegetazione umana è purificata nell’appercezione trascendetale che può catturare il Modello, l’Idea, la Cosa in sé.” (23)

Il ‘gioco’ se così vogliamo chiamarlo, era parte di un atteggiamento culturale dell’epoca, a cui gli scrittori e i poeti soggiacevano compiaciuti, conducendo il lettore attraverso un ‘emporium’ di specchi mirabolanti, stucchi decorati, ninnoli di cristallo, tessuti fluttuanti, tele dalle sfumature leggere e inebrianti come bollicine di champagne: “..come per uno squarcio di un luogo meraviglioso, diverso dal resto del mondo, nel cuore del quale vorremmo che ci lasciassero penetrare”: “Una conseguenza dell’amore …” , che si conduce – scrive Marcel Proust nei suoi racconti degli esordi, più esattamente in “Salotti parigini”, in “Del piacere di leggere” e nel già citato “Snob”, tutti più o meno precedenti e tuttavia fondamentali per la comprensione di quel capolavoro d’invenzione letteraria che è La Recherche.

Dalla prefazione a “Le intermittenze del cuore” (24):

«‘Le intermittenze del cuore’ non è solo il titolo di una delle sezioni più commoventi, nel cuore de “La ricerca del tempo perduto”. Questo doveva essere il titolo d’insieme. Ci si dimentica spesso che Proust parla della memoria e delle intermittenze, solo per ragioni metafisiche, ma innanzitutto come uno strappo intimo, nelle relazioni umane. Le intermittenze del cuore sono quei soprassalti straordinari che nello scorrere di una vita normale ci riportano a eventi, cose o persone del passato rimaste nell’ombra, marginali, e che aprono una prospettiva sfuggente e rivelatrice al di là del fluire irreversibile del tempo. Sono momenti di rottura, cambiamento, metamorfosi, come si danno anche in certe forme di depressione e angoscia, nei mutamenti dell’adolescenza e perfino in certi riassestamenti di identità. Far lievitare la vita interiore, coglierne le sfumature, ci aiuta a capire e analizzare le incrinature e le trasformazioni emozionali che nascono negli ‘altri-da-noi’.»

Scrive Proust in “Ventaglio”(25), «Ma forse non più che al tempo nel quale le invitavate a venire per qualche ora ad anticipare la morte e a vivere la vana esistenza dei fantasmi nella gioia fittizia del vostro salotto, sotto i lampadari i cui bracci erano coperti di grandi fiori pallidi».

“Consequenza dell’amore – scrive ancora Proust – che i poeti suscitano in noi è infatti l’importanza letterale che attribuiamo a cose che hanno per essi un significato emotivo personale. […] «Conduceteci nel giardino di Zelandia, dove crescono i fiori desueti», vorremmo dire a Maeterlinck, a Mme de Noailles, per la strada profumata «di trifoglio e artemisia» e in tutti i luoghi della terra di cui non ci avete parlato nei vostri libri ma che ritenete altrettanto belli. Vorremmo vedere il campo che Millet (i pittori ci insegnano infatti quanto i poeti)ci mostra nella sua ‘primavera’, vorremmo che Claude Monet ci conducesse a Giverny, in riva alla Senna, a quell’ansa del fiume che ci lascia distinguere appena le cose attraverso le brume del mattino.
[…] Ciò che li fa sembrare diversi e più belli del resto del mondo, è quel riflesso inafferrabile che li colora, l’impressione che hanno lasciato all’artista, e che potremmo vedere errare in modo ugualmente singolare e dispotico sul volto indifferente e sottomesso di tutti i luoghi che ha rappresentato.” (27)

“Quell’apparenza così particolare, catturante e ingannevole, che vorremmo oltrepassare, è l’essenza stessa della visione, di quella cosa in certo qual modo senza spessore, miraggio fissato sulla tela. E la bruma che i nostri occhi avidi vorrebbero penetrare è l’ultima parola dell’arte del pittore. Lo sforzo supremo dello scrittore e dell’artista solo in parte può sollevare per noi il velo di bruttura e di insignificanza che, privi di curiosità, lasciamo tra noi e l’universo.” (28)

E ancora da “Snob” (29):

«Dopodomani partiremo per la mia Stiria e non la lasceremo mai più», andava dicendo Violante di Boemia al duca suo marito Augustin, particolarmente annoiata della vita che si conduceva a Parigi.
“Ma poi sopraggiungeva una festa che, forse, le sarebbe piaciuta più delle altre, c’era un abito più bello degli altri da indossare […] ormai l’incanto per lei esisteva solamente per profumare la sua eleganza e determinarne la tonalità. […] E il piacere di essereelegante (per gli altri) corrompeva la sua gioia di essere sola e di sognare.”
«Partiamo domani?», domandava il duca.
«Dopodomani.», rispondeva Violante.
“Poi il duca cessò di chiederlo. Ad Augustin che si lamentava, Violante scrisse: «Tornerò quando sarò un po’ più vecchia.»
«Ah! rispose Augustin, voi date loro deliberatamente la vostra giovinezza; non tornerete più nella vostra Stiria.»
“Violante non tornò mai. Giovane, era rimasta nella società mondana (a Parigi) per esercitarvi quel potere di regina dell’eleganza che, quasi fanciulla aveva conquistato. Da vecchia, vi rimase per difenderloi. Rimase invano: lo perse. E quando morì, stava ancora tentando di riconquistarlo. Augustin aveva contato sulla sua sazietà (della mondanità). Ma non aveva tenuto conto di una forza che, se agli inizi è nutrita dalla vanità, vince la sazietà, il disprezzo, la noia stessa: l’abitudine.”

A tal proposito è ancora Samuel Beckett (30) a scrivere: “Le leggi della memoria sono soggette alle più generali leggi dell’abitudine. L’abitudine è un compromesso stabilito tra l’ndividuo e l’ambiente che lo circonda, o tra l’individuo e le sue eccentricità organiche, la garanzia diuna torpida inviolabilità, il parafulmine della sua esistenza. […] La vita è abitudine. O piuttosto, la vita è una successione di abitudini, dal momento che l’individuo è una successione di individui; essendo il mondo una proiezione della coscienza dell’individuo, il patto deve essere continuamente rinnovato, la lettera di salvacondotto aggiornata. La creazione del mondo non ha avuto luogo una volta per tutte, ma ha luogo ogni giorno. Abitudine è allora il termine generico per indicare gli innumerevoli soggetti che costituiscono l’individuo e gli innumerevoli a loro correlati”.

A sua volta Giacomo Debenedetti (31) considerava l'autore della Recherche ben più che uno scrittore, qualcuno capace di «rendere sensibile attraverso le parole ciò che dentro di noi si agita informe e nostalgico di luce». Nel suo libro “Un altro Proust”, un'edizione rimasta poco conosciuta, riporta infatti il testo integrale della trasmissione «Radiorecita su Marcel Proust» che il grande saggista aveva realizzato. E questa sua operetta critica, recitata in modo originale, era per lui «un tentativo di dar forma dialogata ad alcune tesi di critica su Proust, precedute dalle notizie utili ad agevolarne la comprensione», tesi che ridefiniscono lo scrittore francese in modo pressoché inatteso.

Una tesi inattesa sì, forse, ma che avrebbe potuto essersi attivata in funzione di quell’ ‘habitude’, che Marcel poneva nell’osservare le cose. È quanto rivela Reynaldo Hahn, l’amico che non abbandonerà mai, nel racconto ch’egli fa di una “Promenade”, apparso postumo alla morte di Marcel:

“Il giorno del mio arrivo andammo a passeggiare insieme nel giardino. Passavamo davanti a una bordura di rose del Bengala, quando di colpo tacque e si fermò. […] Presto si fermò di nuovo e mi disse con quella dolcezza infantile e un po’ triste che conservò sempre nel tono della voce: «Vi darebbe fastidio se restassi un poco indietro? Vorrei rivedere quei piccoli roseti». Lo lasciai solo. […] Marcel aveva ripercorso il cammino fino ai roseti. […] Lo ritrovai con la testa china, il volto grave, strizzava gli occhi, le sopracciglia leggermente aggrottate come in uno sforzo appassionato d’attenzione.Un minuto trascorse, poi udii Marcel che mi chiamava. Mi voltai indietro: correva verso di me. Mi raggiunse e mi chiese se «non ero arrabbiato». Lo rassicurai ridendo e riprendemmo la nostra conversazione interrotta. […] Quante volte, più avanti, ho assistito a scene simili! Quante volte ho osservato Marcel in quei momenti misteriosi in cui comunicava totalmente con la natura, con l’arte, con la vita, in quei ‘minuti profondi’ quando il suo intero essere, concentrato in un lavoro trascendente e alterno di penetrazione e aspirazione, entrava, per così dire, in stato di trance; quando la sua intelligenza e la sua sensibilità sovrumane, talvolta con una serie di acute folgorazioni, talvolta, per lenta e inesorabile infiltrazione, arrivavano fino alla radice delle cose e scoprivano ciò che nessuno poteva vedere – ciò che nessuno, ora, vedrà mai più» (32).

Comme d’habitude? Forse. Va dunque detto che a tutto si fa ben presto l’abitudine, così nelle ‘feste galanti’ come nei ‘salotti letterari’ nei quali si susseguivano gli ‘incontri’; ai ‘dopo cena’ in cui si facevano le rispettive ‘conoscenze’, piacevoli o meno lo si dirà e/o lo si saprà dopo; per l’appunto quando, se non i presenti, lo avrebbero fatto gli scrittori e i giornalisti nei loro reportage sulle pagine dei quotidiani riservati alla mondanità. Esattamente ciò che il mentore di questo scritto farà in seguito nel suo “Mondanità e Melomania in Bouvard e Péuchet” (33), e nel successivo racconto “Una cena in società” (34) e nel conclusivo “Dopo cena” (35) che invito a leggere e/o rileggere. Ma solo se si ha qualche dubbio a riguardo. Altrimenti …

Scriverà ancora Reynaldo Hahn:
“A che scopo tutto questo? Ci saranno sempre i ricchi (che possono permettersi il lusso di essere quel che sono), e i poveri (che non possono permettersi neppure di essere poveri). E tutte quelle persone, colpite da questa verità che, liberate da ogni scrupolo, vuoteranno con cordiale esultanza un’ultima coppa di champagne.» (36) «Lo rassicurai ridendo e riprendemmo la nostra conversazione interrotta. […] Quante volte ho osservato Marcel in quei momenti misteriosi in cui comunicava totalmente con la natura, con l’arte, con la vita, in quei “minuti profondi” quando il suo intero essere, concentrato in un lavoro trascendente e alterno di penetrazione e aspirazione, entrava, per così dire, in stato di trance; quando la sua intelligenza e la sua sensibilità sovrumane, talvolta con una serie di acute folgorazioni, talvolta per lenta e inesorabile infiltrazione, arrivavano fino alla radice delle cose e scoprivano ciò che nessuno poteva vedere – ciò che nessuuno, ora, vedrà mai più» (37).

«Se la vita con le sue numerose e difficili circostanze ci ha separato dai nostri amici, la morte crudele, dono odioso, ce li restituisce di colpo tutti interi, con la sua irruzione desolante, con il suo choc pieno di risonanze, con il suo immediato e profondo richiamo alla memoria. […] Anche oggi, amico immortale, sentirò spesso, come privilegio segreto del vostro lungo e profondo legame, la scelta che farei nella vostra opera piena di luci sublimi, mentre menti più affinate, incatenate al vostro genio molteplice, negano a se stesse qualsiasi predilezione» – scriverà Anna de Noailles (38), nella lettera postuma , indirizzata al suo appassionato ‘una delle amiche del cuore’ : «Dall’istante del suo silenzio definitivo, tutti i dettagli delle nostre ore passate si raggruppano per opprimere il nostro spirito invaso da ricordi precisi e teneri. Non ci sono più lacune né intervalli nella conoscenza che abbiamo maturato. La triste unione è senza difetti.»
Ora siamo troppo vecchi, o forse ancor troppo giovani per «..affrontare con slancio il cammino tortuoso che ci ha portati dalla giovinezza alla morte e in cui i movimenti del passaggio ce lo nascondevano troppo spesso» (39).

Come a suo tempo Epicuro (40) scriveva a Meneceo suo più intimo amico: “Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro. […] Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato, sono fondamentali per una vita felice.” Nulla di nuovo quindi brilla sotto il cielo, sì che ormai anche noi, come Proust insegna, possiamo dire di aver fatto l’abitudine alle ‘intermittenze della vita’ e di aver ritrovato nell’effimero della lettura de “La recherche du temps perdue” , la ragione stessa del nostro esistere vano …
«Un atto magico, ancora una volta, che presuppone divinità tutelari e giardini interiori, dove s’intreccino realtà e immaginazione, sogno e memoria» - Una “Notte Magica” – diciamo noi lettori ascosi nel folto del Bois de Boulogne – «Ma alla fine, bisognerà anche dire che la felicità del libro (‘impressioni felici’ definisce il narratore, in un passo del Temps retrouvé, le intermittenti visite della memoria involontaria, che gli avevano schiuse le porte del romanzo, conducendolo in una dimensione sovratemporale in cui ‘godere dell’essenza delle cose’), felicità che è dell’autore come del lettore, è già tutto in quel titolo inebriante e assoluto, in cui è compendiato il senso intero di una visione del mondo e dell’arte» (41).

“I bei libri sono scritti in una sorta di lingua straniera” – rammentava Marcel Proust, nella sua accezione più ‘colta’ per dire ‘sconosciuta’, o forse ‘inafferrabile’, come straniera diremmo di una lingua a noi preclusa …
Scriverà Walter Berry (42), altro suo intimo amico: «Dopo la morte degli esseri viventi, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a portare senza cedere, sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’edificio immenso del ricordo»

… tutto ciò che resta.



Note:
(*) Giuliano Brenna, curatore de “Una notte magica” in Larecherche.it
1) 2) 3) Lucien Daudet, “Trasposizioni”, in “Proust e i suoi amici”, Medusa 2011.
4) Giancarlo Pontiggia, ‘Prefazione’, in in “Proust e i suoi amici”, op.cit.
5) 6)Lucien Daudet, “Trasposizioni”, in “Proust e i suoi amici”, op.cit.
7) Giancarlo Pontiggia, ‘Prefazione’op.cit.
8) Marcel Proust, “Contre Sainte-Beuve”, Einaudi 1991. Ristampa Mimesis 2013.
9) 10) Marcel Proust, “Salotti parigini”, Valentino Bompiani Editore 1946.
11) Orazio, “Satire”, Feltrinelli Editore 2017.
12) Lucien Daudet, “Trasposizioni”, op.cit.
13) M. Proust, “Lettere”, Nuova Italia 1972, e in “Album Proust”, Mondadori 2017.
14) Marcel proust, “Snob”, Il Lama Editore 2013.
15) Jean Cocteau, “La voce di Marcel Proust”, in “Proust e i suoi amici”, op.cit.
16) Claude Arnaud, “Proust contro Cocteau”, Archinto 2017.
17) Walter Benjamin, “Proust e Baudelaire”, Raffaello Cortina 2014.
18) 19) Samuel Beckett, “Proust”, SE Edit. 2004. op.cit.
20) Marcel Proust, “Snob”, op.cit.
21) Marcel Proust, “Lettere”, op.cit.
22) 23) Samuel Beckett, “Proust”, op.cit.
24) 25) Marcel Proust, “Le intermittenze del cuore”, La Vita Felice Edit. 2018
26) 27) 28) Marcel Proust, “Poesie”, Feltrinelli Editore 1993.
29) Marcel Proust, “Snob”, op.cit.
30) Samuel Beckett, “Proust”, op.cit.
31) Giacomo Debenedetti, “Un altro Proust”, Sellerio Editore 1952.
32) Reynaldo Hahn, “Promenade”, in “Proust e i suoi amici”, Medusa Edit. 2011.
33) Marcel Proust,“Mondanità e Melomania in Bouvard e Péuchet”, in “Les Plaisirs et les Jours” – Bollati Boringhieri 1988.
34) “Una cena in società”, in “Les Plaisirs et les Jours” – op.cit.
35) “Dopo cena”, in “Les Plaisirs et les Jours” – op.cit.
36) 37) Reynaldo Hahn, in “Proust e i suoi amici”, op.cit.
38) 39) Anna de Noilles, “Ricordi di cuore”, in “Proust e i suoi amici”, op.cit.
40) Epicuro, “Lettera sulla felicità”, Stampa Alternativa 1992.
41) Giancarlo Pontiggia, ‘Prefazione’, in in “Proust e i suoi amici”, op.cit.
42), Walter Berry, “Dalla parte di Guermantes”, in “Proust e i suoi amici”, op.cit.



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