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Il pantarči

di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 28/02/2020 12:00:00

 

Una caratteristica accomuna artisti e scienziati, è la loro curiosità, essa li spinge a scoprire l’essenza più intima delle cose e a mostrarla al mondo. Dare una spiegazione al reale e con gli elementi scoperti giungere a nuove verità, o nuove rappresentazioni del concreto. Per esempio, Newton facendo passare un raggio di luce attraverso un prisma di vetro, mostrò al mondo come la luce bianca è composta da sette colori. Tutti gli elementi erano sotto gli occhi di tutti, ma lo scienziato ne dimostrò un aspetto mai visto, poi con i colori ognuno ha continuato a fare quello che ha sempre fatto: una vernice rossa, un tessuto viola, una matita colorata eccetera. Contemporaneamente la luce ha continuato ad illuminare le vite delle persone le quali non hanno più pensato ai suoi componenti, ma la scoperta di Newton è comunque stata fondamentale per la conoscenza e per future indagini scientifiche. La storia è piena di scienziati che hanno scisso la materia e la conoscenza profonda che ne hanno tratto, ha consentito loro di creare nuovi elementi, costruzioni inedite fatte di costituenti noti.

Questo per quanto riguarda la scienza, ma anche l’arte non è da meno, per esempio, in letteratura, Proust, il quale, detto tra parentesi, era anche molto attento alle scoperte scientifiche, dalla sua stanza foderata di sughero, o abbandonato sui sofà dei salotti riuscì a scomporre i tratti salienti delle persone potendone creare di nuove nella finzione letteraria. Finzione che però ha tutti i tratti della realtà, poiché costruita appunto con elementi scoperti scindendo, per esempio, la personalità apparentemente scialba e comune di una lattaia e mostrandone la meravigliosa gamma di colori celata ai più, ma visibile con una osservazione attenta. Allo stesso modo Proust utilizzò l’imponente riserva che costituiva la letteratura di tutti i secoli che l’hanno preceduto per trarre il materiale con cui edificò la sua immensa cattedrale. In questo modo la Recherche, sotto la scintillante superficie, cela un prisma di vetro capace di mostrare al lettore la vasta gamma di colori che compongono l’animo umano, e la letteratura prodotta sino a quel giorno.

Tuttavia si sa che la letteratura, senza andare a scomodare altri ambiti, si nutre di tutto ciò che l’ha preceduta e la circonda, creando nelle mani dei pochi veri artisti, sempre nuovi mondi, offrendo nuove scoperte, ma è sotto gli occhi di tutti, anche se generalmente come per la luce bianca passa inosservata, che ogni singola parola, ogni segno di interpunzione e così via cela al suo interno l’intero spettro delle letterature, e di tutti i moti della mente umana che la precedono e circondano.

Ogni tanto uno scienziato o un artista sentono la necessità di mettere un prisma di vetro davanti agli occhi del lettore, è il caso di Ezio Sinigaglia che col suo Pantarèi, scompone la letteratura del Novecento nelle grandi correnti, o negli stili che l’hanno influenzata e costruita. Partendo dallo stratagemma narrativo di affidare ad un “poligrafo senza occupazione” la stesura di una breve e sintetica enciclopedia della letteratura del Novecento, l’autore prende con mano vigorosa quel grande flusso di luce che scaturisce dal Novecento e lo scinde negli autori che l’hanno maggiormente caratterizzata mostrandone la continua vitalità al punto da far assumere all’io narrante gli stilemi portati alla luce per narrare la sua propria storia e la sua volontà di scrivere un romanzo. Volontà minata dal ben noto dilemma, voglio scrivere un romanzo, ma il romanzo è morto. E nell’asserire ciò invece quel che emerge è la dirompente vitalità del romanzo, la sua presenza costante e vivificante attraverso rivoli e cascate, fiumi imponenti e ruscelli che nutrono la mente europea del Novecento, sino a quell’oggi che è comunque figlio di quel secolo e della visione newtoniana che Proust ci ha donato. Le storie, anche minime, del protagonista, come l’acquisto di un paio di Clark, punteggiate sul lussuoso tessuto acquistano quella universalità che la linfa vitale della narrativa infonde, come un bimbo che si dibatte nell’insonnia diventa faro per le menti nei secoli a venire grazie all’energia infusa da secoli di scrittura, visti attraverso un prisma capace di illuminare le pagine di colori inattesi ma fondamentali. Così le vicende della tentennante vita sessuale del protagonista (saranno intermittenze? Del cuore?) volano alte nel cielo stellato della profonda conoscenza della letteratura di Sinigaglia.

Un libro assolutamente sorprendente, anche se a tratti non facile, ma che va dritto al cuore di chi fa del leggere la linfa della mente.

Il romanzo è morto, ripete Stern, “poligrafo senza occupazione”, e dicendo ciò lo fa rivivere con una trasfusione continua di sangue romanzesco, lo tiene in vita come tiene in vita l’attenzione del lettore in continue scorribande tra stili letterari ed enigmistica (che ci sia un pizzico di Oulipo?). A tratti la morte del romanzo viene agita, non ci sono parole per descrivere una casa, oppure sparisce la punteggiatura, la lettura si fa impervia, impossibile. Sembra di rivivere la “piccola morte” che causò tanta ansia a Celeste Albaret. Poi il romanzo riprende, le citazioni si incasellano perfettamente, gli stili si alternano con eleganza, ed ecco apparire la prodigiosa e sempre evocata enciclopedia della letteratura del Novecento.

Se non ci fossero persone come il Sinigaglia probabilmente il romanzo sarebbe destinato a morte, ma fortunatamente si dimostra vivo e in ottima salute.

 


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