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Il senso del cibo in Leopardi

di Grazia Furferi
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Pubblicato il 15/01/2014 19:50:33

 

 IL SENSO DEL CIBO IN LEOPARDI

Quello che vogliamo, con questa piccola trattazione, è avvicinarci al Giacomo Leopardi poeta, filosofo, filologo e quant’altro troviamo in una figura geniale, ormai mitica della nostra letteratura, nel suo rapporto con la quotidianità e la materialità del cibo e, come e quanto, questo è presente nei suoi scritti.

Il suo primo approccio poetico con il cibo è notoriamente conclamato in A morte la minestra

(M.Corti  1972)

“…Ora tu sei, Minestra, dei versi miei l'oggetto,

e dirti abominevole mi porta gran diletto.

O cibo, invan gradito dal gener nostro umano!

Cibo negletto e vile, degno d'umil villano!

Si dice, che resusciti, quando sei buona, i morti;

Or dunque esser bisogna morti per goder poi

di questi benefici, che sol si dicon tuoi?...”

Una poesia infantile - Leopardi la scrisse all’età di undici anni - nella quale il poeta espresse con giocosa ironia tutta la sua aberrazione per la quotidiana minestrina con la quale in famiglia, forse, era costretto a fare i conti in nome di una pietanza ritenuta salutare e indispensabile alla sana alimentazione di un bambino in crescita. La stessa  “ abominevole” minestra sulla quale ironizza ancora nel distico

Chi potrà dire vile un cibo delicato,

che spesso è il sol ristoro di un povero malato?...”

Un ristoro che il Poeta si ritrova a fronteggiare quando in fin di vita, a Napoli, se lo vede proporre da Paolina Ranieri come ultimo alimento appropriato alla sua condizione di moribondo e, in un ultimo slancio di coerenza al suo sentimento avverso e antico per la minestra, la rifiuta imperiosamente e la scambia con la richiesta di un’abbondante porzione di “ limonea gelata che qui chiamano granita…”, come ci riporta l’amico Antonio Ranieri nella sua biografia Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi.

Paolina gliene fece recare una doppia porzione , probabilmente dalla “Bottega del Caffè” di Vito Pinto, e, dopo averla gustata “ con la consueta avidità…” spirò “il mercoledí, quattordici di giugno, alle ore cinque dopo il mezzodì.”.

Sempre secondo Ranieri, Giacomo si rapportava al cibo - contravvenendo alle raccomandazioni “…dei più gravi ed esperimentati medici della città, fra i quali l’aureo Mannella e il Postiglione…” , con la presunzione di essere egli stesso più deputato a conoscere il modo di curare le sue malattie rispetto ai consigli medici che, purtroppo, spesso mancavano l’obiettivo di sanare e rendergli sollievo dai mali, e decideva da solo l’ alimentazione appropriata alle sue condizioni fisiologiche.

Si potrebbe pensare che il Leopardi avesse con il cibo un rapporto di sola opportunità di sopravvivenza, invece, dalle lettere ai familiari, dalle opere e dalle informazioni, sempre di Ranieri, scopriamo un Leopardi che sapeva gustare il cibo, lo esaminava, lo consigliava e lo usava come metafora di denuncia sociale e politica dei suoi tempi.

Il Poeta non esita, infatti, a puntare il dito o meglio gli strali dei suoi versi in Palinodia al marchese Gino Capponi su un certo tipo d’intellettuali fiorentini impegnati nell’elogio delle “sorti “e “progressi” “dell’umana gente” , delle quali il poeta dubita la realizzazione visto che tutto si discute, si svolge e si esaurisce filosofando sulla lettura delle gazzette nei caffé alla moda, - tra un pasticcino e l’altro - 

“…Alfin per entro il fumo

De’ sigari onorato, al romorio

De’ crepitanti pasticcini, al grido

Militar, di gelati e di bevande

Ordinator, fra le percosse tazze

E i branditi cucchiai, viva rifulse

Agli occhi miei la giornaliera luce

Delle gazzette.Riconobbi e vidi

La pubblica letizia, e le dolcezze

Del destino mortal…”.

Ironicamente ora, dall’agire e dagli scritti, di quegli intellettuali, gli appare chiaro quali siano le vere dolcezze della vita e della “…pubblica letizia…” che aveva perduto di vista per il suo vivere sempre lontano dai ritrovi dell’intellettualità mondana e dal suo prendere la vita come un carico pesante di avversità.

Canzonatorio sull’entusiastica prospettiva futuristica di questi intellettuali, il Poeta, profetizza ne I Canti, che, tra le tante immaginate innovazioninove forme di paiuoli, e nove pentole ammirerà l’arsa cucina”.

I versi che scrive ne I nuovi credenti, rivolti ai sostenitori napoletani dello spiritualismo cattolico, considerati dal Poeta degni rappresentanti di “ quel secol superbo e sciocco”, dal quale si sente estraneo, sono ancora una volta dileggianti e accusatori, nonchè inseriti in un contesto godereccio  dove il cibo è immagine riassuntiva degli smodati piaceri materiali di

“…quei che passan l’anno

In sul Caffè d’Italia, e in breve accesa

D’un concorde voler tutta in mio danno

S’arma Napoli a gara alla difesa

De’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni

Anteposto il morir, troppo le pesa.”

E comprender non sa, quando son buoni,…”

Il cibo armerà ancora l’ironia del poeta sul falso senso della “… pubblica letizia e le dolcezze del destin mortale.” nel sesto canto dei Paralipomeni alla Batracomiomachia - il poema eroicomico- dove Leopardi mette alla berlina liberali, reazionari e democratici del suo tempo, rappresentati nei topi congiuranti.

Egli scrive

Data alla plebe fu cacio con polta,

e vin vecchi gittar molte fontane,

Gridando ella per tutto allegra e folta

Viva la carta e viva Rodipane…

Consigliere esiliato di Rodipane, per il suo spirito riformista e progressista, è il conte Leccafondi (forse lo stesso Leopardi?) che vagando fra i costumi dei più diversi paesi, cerca d’apprendere il più possibile “D'augumentar come si dice i lumi
Alle sue genti, e se gli fosse dato
Trovar soccorso al lor dolente stato.” , arriva stremato davanti ad un palazzo dove Dedalo lo soccorre e “..siccome Enea nelle libiche sale..” “...di noci e fichi secchi
Un pasto gli arrecò di regal sorte,
Formaggio parmegian, ma di quei vecchi,
Fette di lardo e confetture e torte,..”.

Un pasto fatto di cose gradite al palato non solo topesco ma anche a quello del Poeta  che, in fatto di formaggi, così si relaziona con il padre in una lettera scritta durante il suo soggiorno bolognese l’8 febbraio 1826

…Carissimo signor padre…il dono che ella mi manda mi sarà carissimo, e mi servirà per farmi onore con questi miei amici, presso i quali trovo che l’olio e i fichi della Marca sono già famosi, come anche i nostri formaggi, che qui si stimano più del parmigiano, il quale non ardisce comparire in una tavola signorile:bensì vi comparisce una forma di formaggio della Marca, quando se ne può avere, che è cosa rara…”

La soddisfazione di Giacomo per l’apprezzamento che godono i prodotti della sua terra - addirittura i formaggi superano in qualità il parmigiano ritenuto a quel tempo poco signorile - in un ambiente cittadino così lontano dalla vita paesana e socialmente ristretta  di Recanati, compensa probabilmente il sentimento di rimorso che il Poeta avverte, per la lontananza voluta dalla sua terra e dai familiari ai quali nonostante tutto è costretto a chiedere sostegno.

La memoria di odori e sapori che rimandano ad  abitudini familiari e alle tradizioni paesane delle “Canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati”[1] sono ricordate dal Poeta nello Zibaldone nel “Decembre 1818”.

Fàcciate alla finestra, Luciola,

Decco che passa lo ragazzo tua,

E porta un canestrello pieno d’ova

Mantato colle pampane dell’uva.

I contadì fatica e mai non lenta

E ‘l miglior pasto sua è la polenta.

È già venuta l’ora di partire

In santa pace vi voglio lasciare.

Nina, una goccia d’acqua se ce l’hai:

Se non me la vôi dà padrona sei.

Nelle lettere ai familiari egli esprime spesso la nostalgia di non poter condividere con la famiglia le pietanze rituali delle feste e scrive, nella lettera inviata da Bologna nel “Decembre 1825” al fratello Pier Francesco, chiamato familiarmente Pietruccio,

 “…Vi saluto e vi lascio colle lagrime agli occhi, perché penso che quest’anno non proverò le cialde che qui non si conoscono affatto; come non si conoscono tante altre belle cose dei nostri paesi. Mangiate voi la vostra parte e la mia, e vi serva per ricordarvi di me a colazione e a pranzo…”

Ed in quella, sempre del 17 marzo 1826, da Bologna, in occasione della Pasqua, così raccomanda la sorella Paolina “…da’ loro a mio nome la buona Pasqua che io passerò senza uovi tosti, senza crescia, senza un segno di solennità…” ed ancora per la stessa festività, in un’altra lettera da Pisa del 31 marzo 1828, sempre al fratello Pietruccio“ Io non mangerò né uova toste, né altro; chè non posso mangiar nulla, benché stia bene, e passo le 48 ore con un zuppa: me ne dispiace fino all’anima, ma pazienza.

Il rammarico per i sapori lontani della sua cultura alimentare è mitigato dal confronto con la diversa tradizione culinaria della terra che lo ospita, che il Poeta apprezza e della quale vuole rendere partecipi i familiari così “ Se provaste le schiacciate che si usano qui per pasqua, son certo che vi piacerebbero più che la crescia: io ne manderei una per la posta a Paolina,…” con un tentativo d’informazione sulla struttura di questo dolce  “… (perché è roba che ci entra lo zucchero),…” e un suggerimento per come meglio gustarlo “…ma bisogna mangiarle calde, e io non posso mandare per la posta anche il forno.”.

Il desiderio di Leopardi di partecipare ai familiari le sue nuove scoperte in fatto di cibi non si limita ad una descrizione sensoriale di questi ma va oltre e, per ragioni logistiche, dove non può materialmente, inviare la pietanza per farla assaggiare, si preoccupa in qualche modo di dare informazioni utili alla sua preparazione.

Racconta sicuramente, al padre, il conte Monaldo, nei suoi rientri a Recanati, il gustoso sapore del “famoso latte-e-mèle” - una probabile crema gelata assaggiata a Bologna – e promette d’inviare la ricetta perché possano riprodurla e gustarla in casa come scrive il 14 maggio 1827

Con uno dei prossimi ordinari le manderò la ricetta del famoso latte-e-mèle, che debbo avere fra poco.”

Mantenendo la promessa nella lettera datata   “Bologna 1 giugno 1827” 

 “La ricetta del latte-e-mèle è molto semplice, perché consiste in fior di latte o panna, gelatina non salata, e zucchero a piacere. Ma il principale consiste nella manipolazione, della quale mi hanno fatto una descrizione assai lunga, e tale che io non so se la saprei riferir bene. Quando poi mi riuscisse di darla ad intendere, nondimeno non credo che la esecuzione corrisponderebbe; perché vedo insomma che tutto l’affare consiste nella pratica e nell’abilità manuale del cuoco…”

Sarà proprio un cuoco speciale, Pasquale Ignarra“…Questo bravu’uomo era, innanzi tutto, un patriotta… Era, per giunta, un finissimo cuoco; e ci assistette Leopardi insino airora suprema..”[2], Monsù in casa Ranieri a Napoli, dove il Poeta ha vissuto gli ultimi anni della sua vita,  a soddisfare il suo ritrovato gusto del mangiare e dell’intrattenimento a tavola “...la quale importa che sia fatta bene, perché dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo, ,..”, come ben precisa nello Zibaldone.

Il cibo diventa quindi, nel soggiorno napoletano del Poeta, un riscatto dalle  negate “dolcezze del destin mortal…”, trasferite ora e accumulate nella spasmodica ricerca del piacere attraverso i sapori ed i prodotti della cucina dei napoletani, come scrive nelle Operette Morali

“…Come per virtù lor non sien felici

Borghi, terre, provincie e nazioni.

Che dirò delle triglie e delle alici?

Qual puoi bramar felicità più vera

Che far d'ostriche scempio infra gli amici?...”

Nello sbeffeggiare “I nuovi credenti” Leopardi mette a punto, una sequenza di luoghi e pietanze ben coordinata, da far pensare che non può essere solo immaginata, ma che sia invece frutto di una conoscenza diretta e suggerita da una frequentazione se non personale quanto meno osservata dei ritrovi gastronomici e dei convivi napoletani

“…Sallo Santa Lucia, quando la sera

Poste le mense, al lume delle stelle,

Vede accorrer le genti a schiera a schiera,

E di frutta di mare empier la pelle…”.

Probabilmente tra “le genti a schiera a schiera”, che frequentavano i ristoranti di santa Lucia a “empier la pelle” di frutti di mare, ci saranno stati, qualche volta, anche Giacomo e l’amico Ranieri.

Treich nel suo “Almanach des Lettres”, racconta che Leopardi amava ordinare, nelle sorbetterie che frequentava, tre gelati alla volta, sovrapporli l’uno sull’altro e mangiarli con ingordigia;

Ranieri conferma questa sua abitudine annotando che spesso “...l’eccesso era stato tale che ne trovai raccolto dall’un de’ lati un capannello beffardo…”

Tanti erano “Gli estremi stessi, … ai quali trasandava nel suo vivere pratico e cotidiano,…”, che spesso, sempre secondo Ranieri, pretendeva di mangiare gelato nel cuore della notte e solo quello della “ …grand’arte onde barone è Vito.” ;  faceva grandi scorpacciate di tarallucci zuccherati, confetti, pani dolci, caffè e cioccolatte fin dal mattino.

A dar ragione ai racconti di Ranieri sulle attenzioni riservate al cibo dal Poeta esiste una lista autografa, conservata tra le sue Carte nella Biblioteca Nazionale di Napoli, dove sono elencati 49 tipi di vivande.

La lista, scritta con calligrafia minuta apre con tortellini di magro, continua con maccheroni o tagliolini, capellini al burro, brodo di capellini e, passando tra un elenco di frittelle di riso, di mele e pere, di borragine e di semolino, tonno, frappe, fegatini ecc., chiude con un piatto di farinata di riso.

Si tratta, probabilmente, di un appunto sui cibi preferiti da Leopardi e suggerite al Monsù Ignarra per la preparazione dei suoi pasti o per qualche intrattenimento gastronomico in casa Ranieri.

Il risultato, alla fine di queste considerazioni, è quello di un Leopardi intento all’esasperata ricerca di soddisfazioni sensoriali di livello gustativo che, nella logica del pensiero comune dei suoi critici, avrebbe dovuto compensare i pochi e sofferti piaceri avuti nel suo vivere. Un piacere che lo stesso Leopardi definisce nello Zibaldone

 “Dalla mia teoria del piacere si conosce per qual ragione si provi diletto in questa vita, quando senza aspettarne nè desiderarne vivamente nessuno, l'animo riposato e indifferente, si getta, per così dire, alla ventura in mezzo alle cose, agli avvenimenti, e agli stessi divertimenti ec.”

Una ventura praticata solo alla fine della sua vita perché “…variano i gusti de' luoghi, de' tempi, degl'individui,…”, quando si rende consapevole di avere un corpo ormai consunto dalle malattie e di essere, inevitabilmente, proiettato verso una morte immatura per cui in quella “…dimenticanza de' mali…”  cerca di ritrovare nella natura dei sapori “…l'armonia o disarmonia che hanno tra loro, in ciascuna composizione.”[3].

Gadda dal suo saggio “I grandi uomini” asserisce che

Nella vita dei grandi, a volte, è un che di scombinato, di doloroso, di

fatalmente eccessivo, di erroneo, di particolarmente peccaminoso, che sembra

costituire, appunto, il contrappeso biografico, il compenso (negativo) della loro

purità operante, della loro vittoriosa iper-cognizione.”.

Leopardi  questo scombinato, doloroso, eccessivo contrappeso, che la sorte ha riservato alla sua genialità, ha voluto gastronomicamente risolverlo chiudendo la sua vita, come ancora annota Ranieri nelle sue memorie, con

 “… due cartocci di confetti cannellini, di Sulmona…che venivano belli e fatti dalla patria di Ovidio…qualche cucchiaiata di quel denso brodo…”  ed una

 “… abbondante (sic) limonea gelata che qui chiamano granita.” .

 



 

 

 

 


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