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Commenti al testo di Franca Colozzo
Acerba Ara

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 Franca Colozzo - 07/03/2017 10:49:00 [ leggi altri commenti di Franca Colozzo » ]

Ti ringrazio per il bel commento alla mia poesia e per le citazioni dotte che rivelano la conoscenza di fatti e luoghi di romana memoria. Mi dispiace ammettere la mia ignoranza, ma non conosco il poeta Fernando Pessoa, di origini portoghesi. Mi sono documentata su di lui appena letta la tua mail.
Prima di pubblicare la mia poesia, stavo per modificare la frase "in un dì d’appagata luce", che mi sembrava un’espressione po’ retorica anche se dava bene l’idea d’un giorno di sole. Ho adoperato una sorta di sinestesia alla Pascoli accostando sensazioni sensoriali diverse, come pure in "mani incolte" per definire persone di scarsa cultura.
In verità, il testo prende spunto da una mia passeggiata in una splendida mattinata di febbraio tra le antiche rovine della domus, del giardino e del teatro di Cicerone, in corso di restauro, che si protendono verso il mare ed il porticciolo turistico di Caposele.
Pare - secondo le testimonianze di E. Gesualdo e di F. Pratilli: "Osservazioni critiche sopra la Storia della via Appia", del 1754, e le delucidazioni in merito del più recente libro di don Salvatore Buonomo: "Il sepolcro di Cicerone", in Gaeta e dintorni" - che la tomba cosiddetta di Cicerone non sia propriamente quella ritenuta tale ed in buono stato, a valle dell’Appia, ma un’altra "Acerba Ara", da cui deriva il termine "Acervara", denominazione di una contrada sempre sull’Appia, ma a monte, dove si presume fossero stati conservati i resti di Cicerone e della figlia Tulliola, morta di parto all’età di circa 30 anni.
S’intravedono pochi ruderi del monumento sepolcrale, saccheggiato poi come tanti altri monumenti romani. Dominando in alto la valle lungo l’Appia, richiamava sicuramente l’attenzione dei viaggiatori del tempo, per cui le testimonianze storiche del Gesualdo e del Pratilli trovarono maggiori spunti di osservazioni oggettive.
Probabilmente il Gesualdo ed il Pratilli videro il monumento sepolcrale più intatto rispetto agli esigui ruderi osservabili ai nostri giorni, come da foto da me riportata. In esso sembra che fossero state riposte le ceneri di Tulliola e dell’Arpinate medesimo dopo la sua uccisione da parte dei sicari di Antonio per un agguato tesogli sui vicini monti.
La storia, da te citata, della fanciulla ritrovata sull’Appia Antica riguarda un’altra persona, a noi ignota, e non certo Tulliola.

 Angelo Ricotta - 06/03/2017 22:04:00 [ leggi altri commenti di Angelo Ricotta » ]

Una poesia piena di emozione espressa in un lessico a tratti classicheggiante: colline apriche, sorte ria...La poesia s’apre con una bella strofa sinteticamente descrittiva del paesaggio e delle sensazioni che esso produce. Il verso "in un dì d’appagata luce" mi riporta irresistibilmente a quello di Pessoa "in un giorno di luce perfetta". C’è un legame?
Nella seconda strofa s’introduce la tomba di Cicerone (che si trova a Formia) mentre nella terza, con Acerba Ara, ci si riferisce alla tomba in cui fu trovata nel 1485, verso il sesto miglio dell’Appia Antica nei pressi di Roma, una bella fanciulla dal corpo nudo quasi intatto immerso in uno strano liquido. La leggenda afferma che potesse essere Tulliola, la figlia di Cicerone, morta a 30 anni per il secondo parto. Probabilmente non è così in quanto la fanciulla ritrovata fu giudicata avere tra i 15 e i 20 anni al più con un corpo apparentemente non gravato da due gravidanze. Si dice che il corpo, prima esposto in Campidoglio, per ordine di Papa Innocenzo VIII che considerava scandalosa quella nudità, fosse trafugato e o seppellito in segreto lungo il Muro Torto o buttato nel Tevere.