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Commenti al testo di Ivan Pozzoni
La page blanche

Sei nella sezione Commenti
 

 Klara Rubino - 04/06/2018 18:13:00 [ leggi altri commenti di Klara Rubino » ]

La liceale sono io che ho moltissimo da studiare...!
Il presbite sei tu che hai la cultura di un anziano!
Ai miei tempi però il programma del liceo classico non sfiorava questi temi!!!
Ti chiedo scusa comunque perché ho banalizzato e qualcosa sono sicura che non ho ancora pienamente afferrato: devo recuperare!

 Ivan Pozzoni - 04/06/2018 17:38:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Bel lavoro, Klaretta!

In estrema sintesi, la mia sociologia dell’arte.

«i componenti la società contemporanea, in massima parte, non conoscono»

Faticano a conoscere, in quanto immersi in una anomala situazione di ultra-informazione (eccessiva informazione) che scoraggia ogni rapporto epistemico.

«L’identità è ben lontana, l’arte però ci può aiutare a ritrovarci»

Più che aiutarci a ritrovare la nostra identità di monadi, l’arte ha il compito di aiutarci a confrontarci ancora col terzo-nel-mondo, realizzando comunità (creazione di identità comunitarie solide).

Poi, i discorsi correlati sono moltissimi.

Il liceale fa l’occhiolino alla Presbite

 Klara Rubino - 04/06/2018 10:50:00 [ leggi altri commenti di Klara Rubino » ]

Anzi "i componenti la società contemporanea,in massima parte, non conoscono etc.etc."
È poi ho scritto male egopatia: un’egopatia.

 Klara Rubino - 04/06/2018 10:26:00 [ leggi altri commenti di Klara Rubino » ]

Correggo l’errore: "la maggior parte dei componenti" non conosce...scusate!

 Klara Rubino - 04/06/2018 10:20:00 [ leggi altri commenti di Klara Rubino » ]

Fingo con me stessa un’autoverifica delle tematiche assimilate in questi mesi di frequentazione letteraria col er metico Pozzoni di sapere, attraverso questo sito virtuale, rielaborando l’ultimo commento con parole mie, ovvero in parole povere!

La maggior parte dei componenti la società contemporanea non conoscono; eppure credono di contare: sono ignoranti e arroganti, non si rendono bene conto di non contare, in quanto non sono nessuno, non sono individui con valori etici ed estetici fondanti, ma vittime di loro stessi, di un ego patia narcistica, dei loro continui cannibali desideri;vittime della società consumistica: un ambiente( guardaroba) dove gli "attori" vestono identità immagine fasulle, vestiti/ abiti da indossare e togliere, personalità usa e getta, pronte e consone all’uso,personalità-immagine.
L’identità è ben lontana, l’arte però ci può aiutare a ritrovarci, attraverso il contatto con le emozioni profonde, attrverso cioè una lirica che è democratica, perché a tutti appartiene la capacità di emozionarsi ed emozionare, al di fuori degli schemi imposti, delle forme poesia imposte dalle élite dominanti, colluse con la società di oggi, complici nel produrre reale esclusione e valori nomadi, instabili.
In una cornice di libertà espressiva ciascuno ha l’onere di rifondare se stesso e la società raccogliendo i sassolini che la propria anima-Pollicino semina attraverso l’ispirazione artistica tra l’ansia ed il desiderio di tornare a casa, dove poter vivere finalmente in sostanziale armonia con l’altro.
Ciò necessita di impegno, costanza ricerca ed approfondimento, esplorazione di vie non conosciute e nuove battute di quelle conosciute.

L’anarchia estetica ( ed etica ) attuale va sostituita con la seria ed onerosa e responsabile democrazia lirica.

p.s.... che dici? la buona volontà c’e!

 Ivan Pozzoni - 03/06/2018 15:57:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Lontano dal concepire la nozione di «anarchia estetica» in senso politico/giuridico, identifico il temine «anarchia estetica» col mio concetto di «estetica normativa» originato dalla teoria decostruttivista dell’«estetica dell’etica» [cfr. Derrida, Nancy e Maffesoli]. L’«anarchia estetica» è assenza di un’«estetica normativa», cioè una estremizzazione del narcisimo egopatico dell’homo consumericus.

La «massa» ignorante e arrogante vive in una condizione di assenza d’«estetica normativa», cioè in un ground (ambiente) di «anarchia estetica»: l’individuo, monadizzato e vittimizzato dal desiderio consumistico, non riesce a rapportarsi col terzo-nel-mondo [cfr. Lévinas] e costruisce, esclusivamente, «comunità guardaroba» [cfr. Bauman].

Nel mio Anti-manifesto Neon-avanguardista liceale:

10] Dyesyat: L’arte è estetica normativa [Arte ed etica, incontrandosi sulla strada della metaetica emotivista, realizzano, insieme all’antiformalismo, una bellicosa estetica normativa individuale. I riot-texts dell’arte sono mera raccolta di testi / documento, verbali d’assemblee d’arte, rivolte alla concretizzazione dell’ideale estetico normativo della democrazia lirica e simbolo di resistenza, o sovversione, contro i valori nomadi delle élites dominanti.

Per maggiori riferimenti, si veda il mio saggio Il contributo «neon»-avanguardista alla concretizzazione di un’originale anti-«forma-poesia».

 Klara Rubino - 03/06/2018 14:05:00 [ leggi altri commenti di Klara Rubino » ]

"Sul tuo concetto di "anarchia estetica" vi sarebbe molto da discutere. ..perché non ne avete discusso?
Sarebbe stato molto interessante.

 Ivan Pozzoni - 03/06/2018 02:08:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Sono un Pozzoni di sapere!

Facciamo alcuni esempi, in modo tale da farmi beccare qualche decina di querele. Per me, è arrogante e ignorante:
1] Chi scatena una rissa su un campo da calcetto nel nome di una malintesa superiorità sportiva; 2] Chi butta un cane dal settimo piano, difendendosi col dire «Ma era solo un cane»; 3] Il direttore di un supermercato che denuncia una vecchietta per avere rubato una scatola di tic tac; 4] un Presidente della Repubblica che si definisce «difensore dei risparmiatori», delegittimando un Governo non amico, gettando l’Italia nell’incertezza, facendo alzare lo spread, e ridando lo stesso mandato allo stesso Governo la settimana dopo; 5] Le banche tedesche che, in difficoltà, chiedono sostegni, e umiliano la nazione ellenica; 6] Chi strombazza come un dannato, in macchina, non appena scatta il verde, se la macchina davanti ha difficoltà a scattare come Mennea; 7] Chi pretende di far valere propri diritti a spese degli altri; 8] Chi si impegna e si disimpegna ad libitum come se ogni impegno fosse a tempo determinato e il rispetto altrui a piacimento; 9] Chi con gli amici parla sempre di figa e ha una moglie/compagna, a casa, che dice di amare; 10] Chi risponde con risposte idiote a una domanda seria o chi risponde con una domanda a una domanda (ciò mi obbliga a rispondere con una risposta ancor più idiota o con un’altra domanda, perché io sono un perfezionista e cerco sempre di migliorarmi).

L’elenco è lunghissimo.

Io scrivo di questo, con ironia. Chi pensa in maniera diversa o scrive in maniera diversa da me non è mai stato giudicato. Se volevo giudicare, facevo il magistrato. Però disprezzo chi non pensa, chi non approfondisce, e parla a vanvera (restando sempre alla superficie delle cose). Questa è la «massa».

Non so se mi sono spiegato meglio.

P.s. Pensa che, alle Iene, chiesero a nostri deputati (tutti laureati) chi scoprì l’america. Il 99% non lo sapeva. Davvero consideriamo ancora davvero ignorante chi ha la terza media e colto chi ha una laurea o un dottorato? Chi è ignorante è ignorante; chi è colto è colto.

 Ferdinando Battaglia - 03/06/2018 01:52:00 [ leggi altri commenti di Ferdinando Battaglia » ]

Solo per amor di verità: quando mi definisco ignorante, parlo sul serio, poiché non ho che una licenza media inferiore come curriculum di studi, sapessi questo quanto costi in termini emotivi quando interloquiscono o pubblico, una frustrazione simile al balbuziente o al dislessico che soffre per la consapevolezza del limite al proprio desiderio di espressione, avvertendo in sé l’urgenza dirsi e dire.

 Ferdinando Battaglia - 03/06/2018 01:47:00 [ leggi altri commenti di Ferdinando Battaglia » ]

Ti ringrazio, sei un pozzo di sapere; ho capito poco, ma mi offri una miniera di spunti, che mi orienteranno la riflessione ed un eventuale possibilità di approfondimento.

 Ivan Pozzoni - 03/06/2018 01:40:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Nando: io non ti ho mai definito o considerato ignorante. Con te ho dialogato e dialogo sempre volentieri.

Probabilmente ci sono molti malintesi terminologici. Con «massa» non intendo una classe. La categoria «classe», sociologicamente, nel tardo-moderno è anacronistica. Per «massa» intendo semplicemente «maggioranza». La «massa» ignorante e arrogante è - a mia opinione- la «maggioranza», la «moltitudine» (infatti, ho fatto, appositamente, cenno al concetto di «oclocrazia»). La «maggioranza» degli esseri umani è ignorante e arrogante. Cos’è questa «maggioranza»?

Per «maggioranza» ignorante e arrogante, borghese o proletaria (?), laureata o senza titolo di studio, ricca o non abbiente, intendo banalmente la «maggioranza» della popolazione mondiale (99%), che non approfondisce, banalizza tutto, vive in superficie, si auto-liquida, vittima münchausenizzata di un iper-capitalismo che ingrassa sull’ignoranza/arroganza dell’homo consumericus [cfr. Lipovetsky].

Nel tardo-moderno considero anacronistico il binomio storiografico «oligarchia»/«massa» che caratterizzò tutta la storiografia del secolo scorso (del millennio scorso). Le «masse» ignoranti e arroganti non si percepiscono (essendo ignoranti e arroganti). Se non fossero ignoranti e arroganti, nei sensi etimologici dei termini, non sarebbero «massa». Le «masse» non creano valore (estetico ed etico), schiave del «desiderio» compulsivo al consumo, alla distruzione, al consumo, alla distruzione, in un circolo infinito che non si cura del bello, del bene, del giusto. Per l’homo consumericus o consumens l’idea stessa di «cura», di «prendersi cura» [cfr. Lévinas] non ha senso.

L’arte non ha un «pubblico». Quindi le élite dell’arte hanno smesso di esistere. Esistono, esclusivamente, élite della finanza. Quindi non ne farei un discorso sociale, di culture e contro-culture. Perché in un mondo a infinite dimensioni, come descritto dal post-modernismo filosofico, ciascuna cultura è contro-cultura di un’altra cultura (o di ogni cultura). O di spazi editoriali. Tutti hanno l’onere (non il diritto) di «pubblicare» (cioè di sprivatizzare la condanna alla monadicità forzata del consumatore e di de-privare il «desiderio» a consumare). Però hanno il dovere di approfondire, di non banalizzare, di non vivere in superficie. Questa è la bellezza dell’«onere», in un mondo, narcisista ed egocentrico, che dialoga solamente in nome del «diritto». Più «oneri», meno «diritti»!

Perdona la sintesi, che rende ogni parola complessissima, ricca di rimandi, e conferisce, alle mie affermazioni (sempre intese come mere «opinioni») l’odiosa impressione d’un ipse dixit.

 Ferdinando Battaglia - 03/06/2018 01:03:00 [ leggi altri commenti di Ferdinando Battaglia » ]

Citato, entro in gioco, con tutto il peso della mia ignoranza. Permetto:
Ho simpatia per Far, stima della tua cultura, a questo punto direi accademica, e grande affetto e stima per Franca. Detto ciò, intervenire con la mia mera opinione è davvero un’azione irrazionale, il classico confronto impari tra "nani" e "giganti", tuttavia, ne rivendico il diritto...

"Masse ignoranti e arroganti"(l’arroganza però non esclusiva degli incolti, spesso anche dei titolati della cultura o delle classi abbienti) non esistono se non per definizione delle oligarchie che vogliono il dominio delle classi sociali più deboli, sia in senso economico sia in senso formativo e culturale, non esistono dal "basso" perché le masse si autopercepiscono come soggetti individuali e non collettivi o collettivizzata, se poi esistono comportamenti comuni e ritenuti ignoranti e volgari, ciò accade sia per quanto detto più sopra dia perché, in macronuneri, si formano linguaggi comportamenti medi, ciò vale per le masde come per le minoranze del privilegio, ad esempio la borghesia. Allora questo disprezzo per le masse incapaci di auto produrre bellezza esteticamente soddisfacente i criteri imposti dai detentori del potere culturale, che stabiliranno di volta in volta il Bello secondo i loro gusto assurto a canone (sto estremizzando), invero si trasforma in contraddizione radicale: masse ignoranti e arroganti per produrre un’estetica ortodossa, ma convocati alla fruizione di ciò che altri, di un’élite artistica o culturale, hanno prodotto per loro, ché questo vuole l’industria editoriale. Quindi il punto vero non è la scrittura in quanto tale, ma che essa, se appartenente alle "masse ignoranti", non abbia visibilità, non sia accessibile alla pubblicazione ovvero diventa materia di conflitto tra orientamenti editoriali, dividi tra industria che punta ad un largo consumo senza preoccupazione di qualità e le minoranze elitarie ispirate da diverse visioni ideali o di altro tipo. È questo orientamento inibitorio che vuole la censura della libertà espressiva che dà fastidio, non la legittima ricerca di un bello di alta qualità, che può convivere e magari influenzare anche l’autore proveniente dalle " masse ignoranti". D’altronde, credo che tutto si ripeta: non è stato anche così tra cultura alta e cultura popolare, riconosciuta solo molto dopo come degna di definirsi tale prima del suo aggettivo qualificativo? Non è forse così per i dialetti rispetto alla lingua Italia ans, ora riconosciuti come vere e proprie lingue?


P.S. Versione del commento non rivista; e trattasi di meta opinione di un ignorante per davvero.

 Ivan Pozzoni - 02/06/2018 20:28:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Faccio questa affermazione a ragion veduta. La democraticità di Franca è fuori discussione. Basti ricordare il punto 17 di Nat Scammacca «[…] 17. Riconoscere in ogni individuo una capacità artistica che, incoraggiata, presto o tardi, dopo molte esperienze, porterà lo scrittore e il poeta a scrivere qualcosa di valido. A questo punto, è importante che l’individuo curi la sua capacità di respiro […]», che – come credo- Franca abbia sostenuto energicamente. Questo delinea un concetto molto chiaro di democraticità dell’arte.

Poi, se ho frainteso, mi smentisca Franca.

 Ivan Pozzoni - 02/06/2018 20:13:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Ritengo che Franca intendesse dire che ogni oclocrazia lirica è assenza di armonia (anarchia estetica).

Io stesso, strenuo difensore di ogni democrazia lirica, non appena la democrazia si trasforma in oclocrazia (democrazia delle masse ignoranti e arroganti), imbraccio il Kalashnikov dell’ironia (il Baygon dell’ignoranza).

L’arte deve essere democratica (mai aristocratica) e la democrazia deve essere estetica. L’arte non deve mai essere democratico-popolare e la democrazia non deve mai essere consumistico/narcisistica.

Che - come faccio io- si spinga strategicamente all’esasperazione la mass-mediaticità dell’arte non è un segno di accondiscendenza verso l’arte/mercato. Sanguineti stesso condusse l’ermetismo all’estremo (Laborintus), con l’obiettivo di annichilire l’ermetismo stesso.

Il nostro dovere di artisti - a mia opinione- sta nel condurre all’implosione l’anti-«forma» del pop e del kitsch distintiva dell’arte tardo-moderna, cioè «buttare all’aria la scacchiera»e preparare la strada, tagliando il «filo spinato», all’avanguardia di nuove forme-«poesia», meno compromesse con iper-capitalismo e società dei consumi.

 Ivan Pozzoni - 01/06/2018 22:47:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Grazie, magistra.

 Franca Alaimo - 01/06/2018 22:00:00 [ leggi altri commenti di Franca Alaimo » ]

Un testo anti-poetica e anti-poeti della falsificazione della poesia.
La poesia democratica spesso è anarchia. Un testo provocatorio che bisognerebbe meditare. Il messaggio è chiaro ed arriva a tutti.

 Ivan Pozzoni - 01/06/2018 16:47:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Il mio Anti-manifesto Neon-avanguardista recita:

2] Dva: Il dialegesthai è fondamento di democrazia [Rafforzando il dialegesthai tra voci differenti, non cadendo nella rete dell’esclusione e dell’emarginazione dell’attività culturale altrui, coltivando l’universalità del diritto / dovere di comunicare, non cedendo all’attrattiva della critica destruens, evitando atteggiamenti aristocratici, si arricchisce l’autonomia individuale];

10] Dyesyat: L’arte è estetica normativa [Arte ed etica, incontrandosi sulla strada della metaetica emotivista, realizzano, insieme all’antiformalismo, una bellicosa estetica normativa individuale. I riot-texts dell’arte sono mera raccolta di testi / documento, verbali d’assemblee d’arte, rivolte alla concretizzazione dell’ideale estetico normativo della democrazia lirica e simbolo di resistenza, o sovversione, contro i valori nomadi delle élites dominanti.

Poi, come sposare estetica normativa fondamento e democrazia comunitaria è compito arduo della contemporanee teorie estetica/etica (che ci riesce, con molti vulnera, sposando decostruttivismo derridaiano e moderne tendenze della sociologia della globalizzazione).

 Ferdinando Battaglia - 01/06/2018 16:09:00 [ leggi altri commenti di Ferdinando Battaglia » ]

Ti ringrazio, Ivan, sei stato gentile e sapiente. Ammiro le persone colte, le persone che "possiedono" un determinato sapere; la proprietà di un linguaggio vuol dire migliorare la capacita di osservazione e conoscenza; però rivendico "selvaggiamente", in merito alla poesia, il "diritto del mare": vi si bagnano tutti, ciascuno a distanze dalla riva diverse, in modalità di nuoto diverse, in possibilità di navigazione diverse. Voglio dire: si scriveranno e pubblicheranno pessimi versi (i "panzoni" del bagnasciuga domenicale) a fianco di versi eccellenti (gli atletici del surf), sarà poi il "bagnante sdraiato al sole" a decidere chi seguire (una scelta facilissima, salvo eccezioni).

Commento non visualizzabile perché l'utenza del commentatore è stata disabilitata o cancellata.

 Jacob l. - 01/06/2018 14:26:00 [ leggi altri commenti di Jacob l. » ]

Dovremmo mettere un test d’incresso anche per altre manifestazioni o partecipazioni ad altre attività. Ma non la finiremmo più. La " malattia del secolo" ormai endemica e incurabile, non lascia scampo.
J.

 Ivan Pozzoni - 01/06/2018 14:16:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Però, si dice, col post-moderno e nel tardo-moderno la nozione di «cultura» è diventata anacronistica, eternizzandosi il «presente» a scapito del passato e del futuro (no past, no future).

Quindi, cadendo il concetto di «cultura» (fine della cultura, o fine della storia), cadrebbe anche il concetto di «formazione».

Potremmo scriverne in eterno. Però noi non abbiamo desideri di eternità, vero? :-)

 Ivan Pozzoni - 01/06/2018 14:12:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Nando, aldilà della mia laurea in giurisprudenza (che niente c’azzecca - come direbbe un noto magistrato ignorantissimo- con la mia vocazione culturale miliziana), riesco solo a dirti che certi discorsi non si affrontano sul www. Non basterebbero decine di volumi e di interventi su rivista.

Potrei dirti che «cultura» è il ground (termine, attualmente, alla ribalta nelle scienze sociali), cioè il back-ground, l’«ambiente» della Geworfenheit dell’individuo. La catena finita di trasmissione di valori e tecniche che ancòra l’individuo al passato e lo affaccia sul futuro. La formazione è, semplicemente, una delle molteplici forme (form-azione) di trasmissione di valori e tecniche tra generazioni diverse.

Queste due righe sinteticissime, ci condurrebbero a dover specificare i termini: ground, ambiente, Geworfenheit, valore, tecnica, passato, presente, futuro, forma, trasmissione e così via all’infinito...

 Ferdinando Battaglia - 01/06/2018 13:56:00 [ leggi altri commenti di Ferdinando Battaglia » ]

M’interesserebbe che tu svilupparsi, se vuoi e quando ne avrai tempo, il rapporto tra formazione e cultura, le loro differenze e le loro specifiche accessibilità (so che tu sei un laureato, so che sei impegnato anche culturalmente, quindi sei per Um "valore aggiunto" anche qui sul web).
Grazie, comunque e se vorrai rispondere all’appello (anche in sintesi).

 Ivan Pozzoni - 01/06/2018 13:47:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Con me sfondi una porta (TCP) aperta.

Non esiste una soluzione attuale.

Sarà il tempo (che nella maggior parte dei casi ha torto) a stabilire chi avrà scritto minchiate e chi avrà introdotto valore aggiunto. Il tempo inteso come somma dei destinatari futuri del messaggio nella bottiglia. Fortunatamente noi, creata la bottiglia (Molotov), non ci saremo a vedere a chi scoppierà in mano.

Sarà colui che scrive - se non è totalmente assente a se stesso- a comprendere il valore di ciò che scrive: ad aggiungere valore o a smettere.

Non sarò io a dirlo, non sarai tu a dirlo, non sarà un "comitato editoriale universale" a dirlo. Non ci saranno oggettivi vincitori o sconfitti. Non ci saranno oggettivi, semplicemente.

L’importante è non credere mai che ciò che scriviamo sia un capolavoro. Chi crede di essere arrivato, non è mai partito.

L’importante è approfondire sempre: non c’è vocazione senza cultura (cosa diversa dalla formazione).

Non credo, tuttavia, che il www, sia il luogo adatto ad approfondire. Quindi ritengo ogni vocazione espressa (meramente) in www un’infatuazione: la rete connette/sconnette, e una vocazione abbisogna di rapporti (non connessioni). Non crea comunione. Non ricrea un «pubblico», se non fittizio.

Il www non è una soluzione alla crisi dell’etica (vocazione). Ne è una delle cause... Il www è diventato il luogo dell’improvvisazione estemporanea. Una vocazione - come sai- non si improvvisa mai.

 Ferdinando Battaglia - 01/06/2018 13:19:00 [ leggi altri commenti di Ferdinando Battaglia » ]

Ok, ma la risposta qual’è, vietare l’accesso autonomo alla "vetrina", pur con il rischio dell’ego narcisista di esibizionisti e guardoni, ritornando ad una sorta di " comitato editoriale " che decide chi e che cosa pubblicare, quindi rifondando anche per il web una struttura di potere, senza che questo subisca a sua volta un controllo democratico delle sue azioni? Forse la soluzione al problema reale, non è vietare quanto creare le condizioni per un esercizio critico di lettura, in grado di scegliere consapevolmente tra il buono, il mediocre ed il pessimo, ma non in virtù soltanto di canoni formali prestabiliti da una visione dominante, quanto da quella serie d’interrelazioni che intervengono a costituire un’esperienza poetica di fruizione.

Il richiamo alla lettura, alla ricerca, allo studio è giusto, ma non in tutte le condizioni sociali e di vita quelli sono possibili, poiché molto spesso la formazione è il privilegio di chi ha già risolto il problema della propria sopravvivenza; mentre la spinta alla poesia può sorgere spontanea, istintiva, magari reattiva ad un mero quanto occasionale input (pensiamo alla scuola dell’obbligo o ad altri istituti educativi di base), cui, se dovessimo preoccuparci dall’alto della qualità realizzativa, dovremmo probabilmente "inibire" e frustrare la vocazione artistica del soggetto diseducato o non formato. Antonio Ligabue era un pittore prima ancora di essere poi aiutato a perfezionarsi con l’acquisizione della tecnica, che certo ha giovato alla sua produzione artistica, ma la sorgente non era nella tecnica ma nella spinta interiore, in quella sensibilità che lo spingeva all’arte. Insomma, il discorso è complesso, non ho soluzioni; solo applico un primo criterio di selezione: vocazione autentica o mera infatuazione, ma anche qui di certezze non ne ho. Che cosa dice di un poeta la sua autenticità? Come debbo valutare un testo? In virtù di quali requisiti? Chi li ha stabiliti? Sono l’unica ermeneutica possibile? Torniamo alla questione degli eretici...

 Ivan Pozzoni - 01/06/2018 12:27:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Chi mi conosce sa che, nel mio Anti-manifesto Neon-avanguardista, difendo la democrazia lirica come veicolo di una tardo-moderna estetica normativa. Però la democrazia lirica non si deve trasformare in «oclocrazia» lirica, o in democrazia dell’Amplifon. Non deve farsi base dell’espansione infinita dell’ego narcisistico dell’individuo. A mia opinione, nella maggioranza dei casi, internet è un fenomeno di ulteriore espansione dell’ego narcisistico dell’essere umano (cioè una «protesi» dell’ego), una comunità «guardaroba» (Bauman) che non aiuta a sviluppare una nuova idea di comunità. Traduco in versi questa visione teoretica.

 Ferdinando Battaglia - 01/06/2018 11:15:00 [ leggi altri commenti di Ferdinando Battaglia » ]

Commento la parte in lingua italiana.

Il tema non è nuovo, ma credo che, pur con valide ragioni, il fastidio dei "laureati", che siano poeti o critici, sia verso la pubblicazione, non potendo certo controllare una scrittura privata; però proprio questo rende " antipatica" questa censura, poiché non incidendo nel merito, inveisce contro la democraticità dei mezzi. Sembra si voglia rivendicare un ministero censorio, che impedisca una libera espressione, come se questa potesse danneggiare la stessa poesia o la letteratura in genere. Insomma, come se si avvertisse la necessità di una "buoncostume" della lingua e dell’arte. Ora, se l’appello in tema proposto è vero, La Recherche in un certo senso vi ha già risposto, basterebbe esercitare il diritto di critica, proporre contributi formativi per l’educazione alla fruizione, riconoscere al lettore la libertà di scegliere che cosa leggere o non leggere, che cosa conservare o scartare. Arrivare ad un proibizionismo pubblicatorio non mi pare la soluzione migliore; infine, ammettiamo che il fastidio non è verso la scrittura, ma appunto verso la facilità di esposizione pubblica.

 Ivan Pozzoni - 01/06/2018 00:02:00 [ leggi altri commenti di Ivan Pozzoni » ]

Les pages blanches des discours de notre Président de la République. Est-ce qu’il n’a pas réussi, aujourd’hui, à sauver nos épargnes? Putain!

 Antonio Terracciano - 31/05/2018 23:46:00 [ leggi altri commenti di Antonio Terracciano » ]

Certaines pages blanches ne demandent que de rester telles...