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Commenti al testo proposto da Loredana Savelli
da Domande sulla poesia a Paolo Ruffilli

Sei nella sezione Commenti
 

 Loredana Savelli - 07/02/2012 17:01:00 [ leggi altri commenti di Loredana Savelli » ]

Che bravo Andrea e quanto sei competente! Mi aggancio al tuo intervento.
Anche io oggi pensavo che bisognerebbe tornare ad essere menestrelli, ma soprattutto tornare a godere dei menestrelli. Tutti abbiamo disperatamente bisogno di arte, ma di un’arte universale che davvero ci "parli". Perciò c’è forse bisogno che si esca dalle scuole e si scenda in piazza ad insegnare, meglio a raccontare-incantando, adoperando una meravigliosa lingua contaminata che nasca dagli incontri degli sguardi e dei bisogni.
Dico queste cose in modo molto semplice, come le spiegherei ai miei alunni di scuola media (ai quali, specie di seconda media, rompo la testa con ballate e nenie medievaleggianti... e a volte li catturo).
Io vivo, lo sottolineo ancora una volta, questo sito come una piazza, in cui ri-verso il mio prodotto semplice, sperando sempre di imparare da qualcuno di passaggio a scambiare e così elevare prima di tutto il livello di civiltà e di umanità. E conseguentemente di crescere artisticamente. Perciò più si è meglio è, e soprattutto ben mescolati!
Grazie a tutti.

 Andrea Piccinelli - 07/02/2012 16:37:00 [ leggi altri commenti di Andrea Piccinelli » ]

Permettetemi alcune considerazioni personali, stimolate da questa bella intervista.
Più passa il tempo e più mi convinco che il futuro della poesia (in quanto forma di comunicazione del divenire ed in continuo divenire) sia nell’oralità. Bisogna tornare concettualmente alle origini, al segno acustico primigenio, in una sorta di regressione rigenerante. È necessario ristabilire quei caratteri di ritualità che la poesia aveva quando presso le civiltà antiche fu il primo medium di trasmissione ed immagazzinamento delle informazioni (prerogativa che le è stata completamente sottratta dalla cultura romantica del XIX secolo). Quindi la poesia deve necessariamente essere anche (e soprattutto) didattica, ovvero insegnare qualcosa. Ma come? Il linguaggio nasce poetico, nel mondo, con il mondo, all’interno delle comunità primitive (è poetico nel senso che fa, e nel suo fare si fa ed è fatto). Gli strumenti principali di cui si serve la poesia per veicolare messaggi sono il suono, il ritmo e le pause. Proprio come la musica. E come accade quando si ascolta una musica che ci piace, tali messaggi vengono elaborati in primis dal nostro lato inconscio ed emotivo (mentre solo in un secondo momento saranno sottoposti a processi logici e razionali). Non a caso, il senso più importante dei mammiferi (insieme all’olfatto) è l’udito. E l’udito unisce ed armonizza gli elementi, a differenza della vista che li separa. È assurdo pensare alla langue come qualcosa di immutabile e sedimentato (lo dice bene Ruffilli). La lingua, nelle sue caratteristiche di arbitrarietà e convenzionalità, muta progressivamente ed è destinata a cambiare ancora nel tempo (si rassegnino i dotti cruscanti). Quindi, il compito di chi scrive poesia oggi è di assecondare questa lingua magmatica, farsi penetrare da essa (mi viene in mente l’immagine lacaniana della lingua come parassita) per poi plasmarla (essendone nel contempo plasmati) e usare il corpo come cassa di risonanza per instaurare un dialogo (e la poesia è dialogo nella sua forma più alta), per creare imprevedibili “luoghi comuni” (come diceva Edouard Glissant) di incontro in cui costruire insieme un nuovo umanesimo civile.
Ripeto che sono solo mie personali considerazioni. Un abbraccio a Loredana per aver proposto l’articolo e a tutti coloro che sono intervenuti prima di me.

 Luciana Riommi Baldaccini - 06/02/2012 22:58:00 [ leggi altri commenti di Luciana Riommi Baldaccini » ]

Grazie, Loredana, di questa proposta di lettura.
Condivido pienamente le considerazioni di Ruffilli sulla natura fondamentalmente musicale della poesia (io direi anche della scrittura in generale, anche della prosa), sul necessario inestricabile intersecarsi di forma e contenuto, sulla contraddittorietà fondamentale del reale, sulle origini dell’astrazione nel linguaggio stesso e sulle funzioni del linguaggio, ecc. ecc.: i temi sono tantissimi e meritano sicuramente ulteriori riflessioni e approfondimenti.
Ciao

 Domenico Morana - 06/02/2012 19:26:00 [ leggi altri commenti di Domenico Morana » ]

“Sans doute ne suis-je pas très intelligent: en tous cas les idées ne sont pas mon fort. J’ai toujours été déçu par elles. Les opinions les mieux fondées, les systèmes philosophiques les plus harmonieux (les mieux constitués) m’ont toujours paru absolument fragiles, causé un certain écoeurement, vague à l’âme, un sentiment pénible d’inconsistance.”
Francis Ponge – Méthodes

Eppure sono sedotto dalle brillanti argomentazioni di Ruffilli e sottoscrivo tutto d’istinto… e sì, prima la musica…
E grazie Loredana per l’interessantissima proposta.

 Alessandra Ponticelli Conti - 06/02/2012 18:54:00 [ leggi altri commenti di Alessandra Ponticelli Conti » ]

Condivido in pieno le considerazioni di Paolo Ruffilli sul significato della poesia, soprattutto quando ne identifica la natura con un impulso musicale. Fare poesia significa in primo luogo compiere un atto creativo ( poièin).
Più che interrogarsi però su cosa sia in astratto la poesia, occorre riflettere sulla funzione comunicativa che essa assolve. La poesia è il sentire dell’autore che si invera nel lettore il quale ne diventa a sua volta autore. La poesia si rigenera e rinasce da se stessa. Cito questi bellissimi versi di Walt Whitman:


Ascolta disse la mia anima,
scriviamo per il mio corpo (in fondo siamo una cosa sola)
versi tali
che se, da morto, dovessi invisibilmente tornare sulla terra,
o in altre sfere, lontano, lontano da qui,
e riassumere i canti a qualche gruppo di compagni
(in armonia col suolo, gli alberi, i venti, e con la furia delle onde),
io possa ancora sentire miei questi versi,
per sempre, come adesso, che per la prima volta, io qui segno il mio nome
firmando per l’anima e il corpo.
Walt Whitman

(Walt Whitman, da Foglie d’erba, ed.Demetra, traduzione di Alessandro Quattrone, 1997).


 cristina bizzarri - 06/02/2012 10:25:00 [ leggi altri commenti di cristina bizzarri » ]

Trovo interessante quello che Paolo Ruffilli dice sulla poesia, la sua genesi, le sue modalità espressive, il suo essere nel mondo. Ne ricavo, personalmente, un’immagine di flusso in perpetua trasformazione. Un flusso che tutto raccoglie, e poi elabora scegliendo in base ad una musicalità sua interna. Il pensiero non può scomparire, e il mito di un’ispirazione che scatta senza di esso non ha senso. La mente è sempre presente, e il richiamo a Leopardi che scrive spesso in prosa i suoi pensieri prima di distillarli in poesia ne è un esempio. Interessante anche la contemporaneità della scrittura della Recherche con la scoperta della relatività di Einstein, un corrispettivo che rimanda all’idea di frammento e di non - tempo. Il nostro è un tempo in cui l’individuo è il centro, più ancora che nel Rinascimento dove comunque c’era ancora un codice, o dei codici interpretativi da ricercarsi nell’Arte, nella Letteratura, nelle Scienze Umane. Questa mancanza o infinità di codici attuali rende (quasi) impossibile stabilire quello che è poesia e quello che poesia non è: anzi, toglie la contraddizione aprendo una terza via che è quella di un’apertura del linguaggio, un suo scorrere nel flusso energetico, cosmico attraverso una creatività in cui la consapevolezza, la musicalità e la cultura di ciascuno possono esprimersi.
Questo è quello che ho recepito dopo la lettura che ci hai offerto.
E’ un’interpretazione che dovrei approfondire e sicuramente correggere. Spero di leggerne altre.
Grazie Loredana! Buona neve! :-)))