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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 
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Commenti al testo proposto da Loredana Savelli
Ecco perché parliamo tanto di noi

Sei nella sezione Commenti
 

 Loredana Savelli - 17/05/2012 07:08:00 [ leggi altri commenti di Loredana Savelli » ]

a Lorenzo.
Grazie del tuo generoso intervento che condivido in pieno. Buona giornata.

 Lorenzo Roberto Quaglia - 16/05/2012 23:08:00 [ leggi altri commenti di Lorenzo Roberto Quaglia » ]

L’articolo di Mauro Covacich offre diversi spunti di riflessione e ti ringrazio per avermelo segnalato.
In effetti in questo periodo mi sto sempre più interessando ai temi della rete, di internet e di come questo “nuovo” mondo sta cambiando / ha già cambiato la nostra esistenza. A proposito di ciò ti segnalo due libri recentemente pubblicati e di cui ho scritto anche su La Recherche: Il profumo dei Limoni di J. Lynch e Cyberteologia del S.J. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica e mio amico su FB (come te del resto)! In essi si trovano spunti e riflessioni veramente originali che portano a vedere il nuovo mondo comunicativo digitale in modo diverso dai pensieri stereotipati che siamo soliti leggere sui giornali.
Non voglio con ciò negare l’affermazione iniziale di Covacich: a chi non piace essere al centro dell’attenzione, considerato, ricercato, coccolato, amato? Con i social network tutto questo si ottiene con una facilità e con un raggio d’azione mai visto prima. Un mio pensiero, non importa se intelligente o stupido, può essere letto dall’altra parte del mondo un secondo dopo che l’ho scritto e pubblicato in rete. Quando si è mai verificato tutto ciò, prima d’ora? Il problema, come rileva Covacich, è il contenuto che viene pubblicato. Ma qui si inserisce una caratteristica del nuovo mezzo di comunicazione (il social network): è di massa. Ossia, basta avere uno smartphone sempre acceso in tasca e sei sempre connesso alla rete e puoi ricevere ed inviare messaggi in tutto il mondo. A questo punto il problema è del ricevente. Se tu scrivi su FB messaggi personali e privati, probabilmente questi interesseranno solo ad una ristretta cerchia di tuoi amici e non avrai altri “amici” che interagiscono con te. Viceversa se si utilizza il mezzo per trasmettere pensieri, commenti, segnalare notizie o avvenimenti diversi, allora vi è un utilizzo più sociale e se vogliamo etico dello strumento che produce un ampiamento della base della conoscenza comune del gruppo di amici con i quali si interagisce e molto probabilmente questo numero sarà destinato ad aumentare con il tempo. Si crea cioè una community che ha gli stessi interessi e vuole conoscere o approfondire nuovi mondi, frequentando nuove persone. In questo vedo un valore aggiunto del social network che funge da stimolo e motore sociale.
Il tutto chiaramente rimanendo su un piano di assoluta “normalità” vale a dire di un utilizzo “secondo la norma”, secondo la legge, secondo il metodo che detta l’oggetto stesso. Se lo strumento diventa “assoluto” e l’utilizzo del social network prevale su tutte le altre forme di socializzazione, allora si entra in un campo patologico, purtroppo legato soprattutto ai giovani in età adolescenziale che vedono nel social network un rifugio, una tana sicura dove seppellire le proprie paure e insicurezze. Non dimentichiamo infatti che nel social network quello che manca è la fisicità della persona, l’odorato e il gusto. Tre dei cinque sensi che ci mettono in rapporto con la realtà non sono presenti nei social networks. E questo deve in qualche modo far riflettere.
Sono tantissimi gli spunti di riflessione, ma non vorrei monopolizzare lo spazio che mi è concesso! Per esempio il concetto di amicizia sui social network, oppure il concetto del tempo che nei social network rischia di diventare l’istante.
Covacich termina con una domanda, se siamo troppo concentrati su noi stessi, come possiamo ascoltare quello che avrà da dirci la nuova alba che sorgerà domani?
A mia volta chiudo questo intervento con una riflessione che tiene aperta la domanda: la rete è come un nuovo mondo, il nuovo mondo del XXI secolo, creato dagli uomini e quindi per gli uomini. Sta a noi popolarla e viverla portando in essa i nostri desideri e le nostre speranze che sono poi sempre le stesse che desideriamo e speriamo negli altri mondi che occupiamo: il desiderio su questa terra di imparare ad amare e di prepararci a morire, trovando magari in rete qualche compagno di viaggio con cui condividere la strada…

 Alessandro Mariani - 13/05/2012 12:18:00 [ leggi altri commenti di Alessandro Mariani » ]

Ti ringrazio per la proposta Loredana. Mi ha giovato molto leggerne. Posso solo riportare la mia esperienza personale. Ho un profilo Facebook ma, siccome ho pochissimi amici ( sia nella vita reale che in quella digitale ) e sono abbastanza timido, lo uso per condividere con mia sorella gli articoli che scrive per Grazia. Non ho twitter. Non ho molta esperienza, avendo frequentato poche persone che compulsano Facebook dalla mattina alla sera. Da giovane posso dire che anch’io sento il bisogno di avere " qualcuno" ( e per me questo " pubblico" siete voi amici de LaRecherche), in parte perché chi scrive non scrive mai solo per sé stesso ( Getrude Stein dice che scriviamo per due persone: noi e gli altri), in parte perché è sempre bello avere un feedback su quello che si fa. Penso che chi scriva su Facebook quello che ha fatto due ore prima senta il bisogno proprio di questo feedback.
Sempre per ritornare a me, ho notato come condividere quello che scrivo non solo mi spinge a cercare nuove soluzioni - che non sempre funzionano - ma a badare di meno alla qualità pur di avere qualcosa da dire. Non so se succeda a qualcuno oltre a me. Sicuramente questa facilità mi penalizza, ma gratifica molto allo stesso tempo.
Conoscendo poco il problema, alla fine deduco sia la gratificazione ad essere il centro delle cose.

 censa cucco - 13/05/2012 09:50:00 [ leggi altri commenti di censa cucco » ]

condivido il testo e ribadisco che tutto ciò che ci dàpiacere non è certo patologico anzi, dipende dall’uso che se ne fa... io credo che il pericolo consiste nell’evitare la realtà esterna troppo complessa e difficile per rifugiarsi in internet... se fra tutte le parti della nostra giornata c’è equilibrio ben venga internet e i siti che ci danno piacere...

 Loredana Savelli - 12/05/2012 22:43:00 [ leggi altri commenti di Loredana Savelli » ]

Grazie Luciana!
Se ho proposto questo testo, a mia volta giratomi da mio marito, è perché mi sento coinvolta in questa riflessione, io personalmente. Ho risposto a mio marito più o meno come te, anche se non con la stessa competenza. Bisogna distinguere tra comunicare ed essere autoreferenziali, talvolta addirittura in modo patologico. Certamente bisogna vigilare, il fenomeno è nuovo e forse un giorno "ci" studieranno. Vigilare, vigilare, vigilare. Essere lucidi su se stessi, sui propri bisogni, sulle proprie modalità comportamentali, sul modo di esprimersi, ma non uccidere la finalità che c’è dietro. Essa secondo me E’ SANA.
Siamo la prima generazione "connessa", forse tra cento anni il mondo sarà più solidale e tollerante, forse la democrazia si affermerà in tutto il pianeta. Sono sogni, ma intanto l’umanità cerca in tutti i modi di riconoscersi, di "appartenere". Credo che si possa arrivare ad abbattere le frontiere della diffidenza e della paura ANCHE con i social network.
Io credo nelle "magnifiche sorti e progressive" e nello stesso tempo faccio autocritica, cerco di farla. Non potrò rinunciare a cercare persone che vogliono essere in contatto, con cui condividere Valori e Passioni.

p.s. Anche mio marito, dopo alcune resistenze iniziali, è su facebook e in certi blog di suo interesse. :)

 Luciana Riommi Baldaccini - 12/05/2012 22:28:00 [ leggi altri commenti di Luciana Riommi Baldaccini » ]

"L’aumento della dopamina nelle aree mesolimbiche": non fa una piega affermare che abbia luogo ogni volta che una nostra attività, di qualunque genere, ci procura piacere, come accade, in varia misura, con il cibo, il denaro, il sesso. Ma provare piacere (e produrre un certo aumento di dopamina) non significa necessariamente essere dipendenti da quel piacere: qui entriamo in una sfera patologica che riguarda qualunque forma di dipendenza. Il fenomeno della dipendenza dai social network è altrettanto innegabile, tant’è che in Giappone ci sono centri specializzati per la cura di questa patologia, che colpisce in particolare i giovanissimi. Ma non credo sinceramente di dovermi definire patologicamente dipendente se provo piacere nel leggere un commento favorevole a un mio testo o a un mio post su fb. Esiste fin dall’inizio della vita in ciascuno di noi un "sano narcisismo" che ci permette di continuare a sedimentare gli apporti positivi provenienti dal mondo esterno e capaci di rassicurarci, gratificarci o anche metterci in discussione (se abbiamo imparato ad accogliere le eventuali critiche come fattori ulteriori di crescita). Il problema si presenta quando la ricerca di tali apporti diventa compulsiva (ma non tutti mangiamo, facciamo soldi o sesso compulsivamente) e quando il nostro mondo si limita a quella sfera da cui siamo particolarmente attratti: potrebbe essere anche il pianerottolo di casa, invece di twitter, dove trarre compulsivamente piacere dalla considerazione di vicini compiacenti.
Il fenomeno dunque esiste, ma non si deve generalizzare e non si deve demonizzare nulla. Si deve solo vigilare, su noi stessi e sui giovani, non per vietare o limitare una qualche attività, ma per interrogarsi, nel caso di un eccesso, sulle insoddisfazioni, le paure, le insicurezze ecc. che possono inconsciamente motivare alla dipendenza patologica da un’unica fonte di soddisfazione, che nel caso in questione è di natura puramente virtuale. C’è da dire, infine, che ho visto aumentare nel tempo i casi di dipendenza patologica, anche nel cosiddetto mondo reale, per esempio le dipendenze affettive. Ma la causa non è mai in ciò da cui si dipende.