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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 
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Commenti al testo di Loredana Savelli
alea - a john cage*

Sei nella sezione Commenti
 

 Loredana Savelli - 20/10/2011 13:53:00 [ leggi altri commenti di Loredana Savelli » ]

Ad Alessandro. Grazie, anche per la tua attività di "spulciatore", molto gentilie davvero.
No "lavoravo" con la musica, ma lavoro (e, più che "con" la musica, con gruppi di scalmanati teenagers "attraverso" la musica).
Un saluto.

 Alessandro Mariani - 20/10/2011 11:56:00 [ leggi altri commenti di Alessandro Mariani » ]

Stavo spulciando fra le tue poesie, e ho trovato questa perla. Davvero stupenda. Mi hai detto che lavoravi con la musica. Così sono le tue poesie!

 Loredana Savelli - 22/05/2011 13:25:00 [ leggi altri commenti di Loredana Savelli » ]

Grazie a Luca (sempre generoso e necessario) e a Mauro.
Mi riferiva una collega di Arte che negli stessi anni Robert Rauschenberg esponeva tele completamente bianche, lasciando che fosse la luce, con i diversi riflessi durante il giorno, a disegnare trame o a evidenziare la texture della tela. Si può dunque immaginare il silenzio (come riportato da Luca nella citazione di Giovanni Piana), alla stregua di un campo di suoni impercettibili ma presenti, un brulichio che non smette mai (se solo l’ascoltassimo!). In questo tempo sovraccarico di suoni e immagini, mi sembra un appello alla purezza, un ritorno ad un tempo pre-musicale, pre-artistico, pre-linguistico, una sorta di "nirvana" occidentale.
Un caro saluto (non so se ho sintetizzato in modo corretto)

 Mauro Iozzi - 22/05/2011 12:59:00 [ leggi altri commenti di Mauro Iozzi » ]

"non un lancio di dadi,ma la vita"....troppo bello per un’ulteriore commento!!
ciao Lory

 Luca Soldati - 22/05/2011 11:15:00 [ leggi altri commenti di Luca Soldati » ]

"Vi è una semplice nalogia visiva che può servire a illustrare, o anche soltanto a intodurre, il tema del rapporto tra suono e slenzio: si pensi a un foglio di carta bianca sul quale sia stato praticato un intaglio con una lama ben affilata. Il silenzio viene qui prospettato come una superficie opaca, continua, perfettamente omogenea, che viene lacerata dall’apparire del suono. Il silenzio viene rotto - il suono è un irruzione nel silenzio. Il rompere, l’irrompere, il lacerare sono parole che il linguaggio assegna anche all’ambito dei fenomeni sonori e che richiamano, in questo ambito, il rapporto tra il suono e il silenzio.
Eppure si potrebbe osservare che una simile immagine solo in parte aderisca alla concretezza di questo rapporto. Essa sembra subito troppo semplice, troppo unilaterale. Soprattutto si può sospettare che in essa faccia sentire il suo peso il pensiero del silenzio come pura assenza di suoni, come un concetto puramente negativo. E allora si può obiettare che forse al mondo non si dà e non può darsi una condizione nella quale non vi sia una benché minima manifestazione sonora.
Dovremmo allora concludere che qualcosa come il silenzio non ci sia affatto e che esso si riduca solo a quel pensiero? In reltà l’immagine proposta potrebbe essere difesa notando che essa, forse, non prende le mosse da quell’astrazione, ma piuttosto dalla dimensione el silenzio a cui ci richiamiamo, ad esempio, quando parliamo di un silenzio profondo. Contrapporre ad esso l’onnipresenza del suono, e per di più come una sorta di dato di fatto, appare allora meno significativo di quanto potrebbe apparire a prima vista. Per rendere questa onnipresenza ricca di senso noi dobbiamo infatti dare di essa una reinterpretazione, e ancora a prtire da quell’immagine. Essa non è sbagliata ma, come abbiamo detto, è soltanto unilaterale. La carta infatti potrebbe anche non essere perfettamente omogenea, ma increspata da ogni genere di impurtà, benchè queste picole discontinuità non impediscano di cogliere un disegno che sia tracciato su di essa. Ciò significa che il silenzio stesso, da cui un suono singolo si staglia, nella sua recisione e determinatezza, può essere concepito come una sorta i texture sonora, come una trama di piccoli suoni, come un brulichio e un moromorio.
Questo silenzio mormorante è l’altro apetto del silenzio: esso consta di un formicolare di suoni che stanno sulla soglia della consapeolezza, che sono avvertiti appena o che sono del tutto inavvertiti, nl senso delle cose che stanno sullo sfondo e che perciò no vengono notate.
Il mormorio è lontano. Quando ci si avvicina, quando oltrepassa la soglia della consapevolezza cessa di essere un aspetto del silenzio, assumendo invece il carattere di un’oppressiva pienezza sonora così da apparire come una vera e propria occlusione dell’orizzonte entro cui sono possibili i suoni.
Il parlare soltanto di onnipresenza dei suoni, il limitarsi a constatare che ovunque vi sono manifestazioni sonore, non ci pone di fronte al silenzio mormorante e al silenzio profondo come due aspetti del silenzio.
La relazione che vi è tra l’uno e l’altro aspetto la si coglie riflettendo sul tema dello sfondo.Ne possiamo parlare qui come si parla del fondale di una scena teatrale, dello scenario che apre e chiude lo spazio scenico, sul quale è dipinto un giardino, un paesaggio, una forma architettonica. Ora, noi parliamo del silenzio mormorante come di un fondale sonoro disposto per così dire oltre il fondale visivo, un poco più lontano, appena avvertito o non avvrtito affatto. Questo secondo fondale, apparentemente privo di qualunque importanza, realizza invece anch’esso, come il fondale visivo, na delimitazione della scena che è essenziale per conferire a essa la sua vitalità interna. Proprio in forza di questo remoto avvolgimento sonoro ciò che accade sulla scena ci appare vivamente presente.
Immaginiamo infatti che questo sfondo già lontano venga spinto ancora più lontano. Allora certamente subentra un radicale mutamento: la scena subisce uno svuotamento inquietante, una singolare sospensione. Potremmo dire: ora il silenzio si è fatto profondo. Saremmo anzi quasi tentati di dare diquesta espressione una spiegazione tutta nostra: il silenzio si dice profondo perchè quel secondo fondale che chiudeva la scena è stato tolto, e dunque essa non è più avvolta, e in certo senso anche protetta e custodita, da quel mormorio vivente, ma si è aperta da tutti i lati, come se si protenesse nel vuoto e restasse in esso sospesa.
[...] Il silenzio profondo viene talvolta detto silenzio mortale. Vi è forse bisogno di rammentare la connessione tra il silenzio e la morte? Eppure vi è anche l’altro aspetto del silenzio in rapporto al quale il silenzio è esso stesso una realtà vivente - a ciò alludevano parole come brsio, mororio, brulichio: in parole come queste vi è l’idea di una vita germinante, come se sullo sfondo ci fossero miriadi di piccoli animali in movimento. Ma questa realtà vivente è anche ciò che fa vivere la realtà stessa. La nostra esistenza ha bisogno di un mormorio discreto, così vi è anche una condizione sonora per la percezione della vitalità stessa della vita".


Tratto da Giovanni Piana "Flosofia della musica". Milano 1996, Guerini e Associati. Pag 65-67.

P.S. Perdona questa lunga citazione, ma la tua poesia mi ha così entusiasmato che ho creduto di corredarla di questa riflessione.

Ciao Loredana