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Commenti al testo di Ferdinando Battaglia
Afa estiva

 Loredana Savelli - 30/07/2010 23.16.38

Volevo dire: come diceva Nando (ho scambiato i nomi)
(Nel frattempo ho letto qualcosa sulla differenza cristiana tra Anima e Spirito su questo sito: http://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/oltre-l-anima/).
Devo approfondire. Grazie ancora.

 Loredana Savelli - 30/07/2010 22.51.46

Vorrei dire che è molto interessante leggere e rileggere questi interventi. Personalmente mettono in luce la mia ignoranza (non saprei definire la differenza tra Anima e Spirito) e perciò mi stimolano ad approfondire. Grazie. In queste questioni mi muovo con molta prudenza, non perchè mi manchi il coraggio, forse mi manca la sostanza principale (temo). In ogni caso, come diceva Pietro, anche io sono certa che la ricerca spirituale non sia mai una perdita di tempo. E neanche la poesia. I poeti, poi, sono certamente persone spirituali e coraggiose! Un saluto a tutti.

 fb - 30/07/2010 22.37.03

Grazie Pietro della tua grande attenzione e disponibilità al dialogo anche con chi è così culturalmente impreparato come me.
Questa sera non posso continuare a scrivere e a leggere per un problema agli occhi; mi riservo di rileggere di nuovo il tuo ultimo intervento, al quale però voglio subito replicare, se tu permetti, ad un punto: Dio non ci ha gettati fuori del Paradiso Terrestre; Giovanni nel suo Vangelo ci dice chi è (quel) Dio: Dio è Amore.
Grazie Pietro e buona notte

 Pietro Menditto - 30/07/2010 20.32.49

Caro Ferdinando,
grazie per i tuoi apprezzamenti, ma vedo che è necessaria ancora qualche puntualizzazione.
Il pensiero orientale è aderente al Vero quanto quello cattolico o cristiano, visto che ad esso ti richiami. Nella Genesi è proprio il peccato originale che ha allontanato i nostri progenitori, Adamo ed Eva, dall’Unità, dalla comunione primigenia con il Signore, per gettarli, dopo aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, nel mondo dove predomina la differenza tra il bene e il male, la vita e la morte, in una parola nel mondo degli opposti. E qui facciamo una brevissima digressione. E’ proprio la chiesa che confonde le acque e comincia a non farci capire più niente. L’albero si deve chiamare: “della differenza del bene e del male” e non “della conoscenza del bene e del male”; in questo modo è tutto più chiaro. Prima del peccato, per Adamo ed Eva “vita” e “morte” erano due parole senza senso perché non avvertivano differenze, erano in grembo a Dio, l’Unità, in perfetta comunione con Lui. Se noi continuiamo a usarle queste due parole, dimenticando la lezione biblica, credendo che abbiano una loro realtà ontologica, ci allontaniamo proprio dalla fede che crediamo di vivere. Personalmente credo all’unità trascendente delle religioni, per cui non ho difficoltà a passare dall’una all’altra quando umilmente cerco di esprimere il mio pensiero. Cosa significa sperare? Perché dobbiamo sperare? Il Regno è già qui, come la poesia è già qui. Non c’è bisogno di essere mistici o filosofi per capire che “vita” e “morte” sono solo due scorze vuote della nostra ignoranza. Se uno ha una fede qualsiasi la deve vivere e basta. Nessun Dio è così cattivo da costringerci a sperare in una pienezza che adesso ci è negata. La pienezza, se c’è, è già qui. Non ha senso pensare al dopo. Se uno ha dei valori li vive e basta. Se c’è un dopo (e io ci credo che ci sarà) quegli stessi valori, in una dimensione certamente diversa, li continueremo a vivere come la situazione richiederà. Non credo in un Paradiso come un villaggio turistico dove ci divertiremo in eterno per aver fatto i bravi: forse le cose sono molto più complesse. L’unità tra anima e corpo, poi, che tu rimandi a un tempo paradisiaco, anch’essa è già qui ed è perfettamente operante. Forse, ma tu non ci pensi, quando nomini il Paradiso e l’unità di corpo e anima che si realizzerà solo in quel luogo, non vuoi dire anima ma Spirito, il grande assente nei commenti che ho letto. Cosa dire, quindi, della distinzione che gli antichi e anche i cristiani facevano tra Corpo, Anima e Spirito? Perché lo Spirito non lo nominate mai? Forse perché pensate che sia di pertinenza solo di nostro Signore? Caro Ferdinando, la fede cristiana va approfondita, ma non chiedendo ai preti, va approfondita nel proprio intimo, per eliminare quello che si può di una parte essoterica che può accontentare la massa ma non chi ha un cervello per pensare e un coraggio (coraggio viene da “cuore”) per addentrarsi in verità che all’inizio possono anche far soffrire ma poi, una volta comprese, rivelano tutta la grandezza del cristianesimo.
Ciao e perdona la lunghezza della lettera.

Pietro

 fb - 29/07/2010 23.37.34

Carissimo Pietro, grazie per il tuo commento, porto con pacatezza e condivisione delle porprie conoscenze e competenze specifiche.
E’ superfluo rimarcare la mia incapacità a dialogare su di un piano così alto, ne sarei stato ben felice.
Restando sul piano delle semplici mie opinioni e riflessioni personali, stimolato dal tuo scritto, mi viene da domandarmi:
Che cosa ci assicura che il pensiero orientale sia più aderente al Vero di quello occidentale?
La conciliazione degli (apparenti?) opposti è della sintesi o della trascendenza?
Se siamo comunque condizionati nel processo conoscitivo della realtà dalle nostre deformazioni culturali, quale strumento potrebbe donarci una maggiore purezza di visione? Potremmo paralre di Mistica?
Ancora: vita e morte non sono forse, prima ancora che contrapposizioni infettate, due momenti dell’esperienza umana, il cui vissuto è riducibile ai concetti intellettuali o irriducibile ad ogni forma di teorizzazione filosofica?
E le domande potrebbero proseguire ancora...
Personalmente scelgo la Fede cristiana, per la quale so che la perfetta Unità anche tra anima e corpo sarà compiuta soltanto in Paradiso; affascinato comunque dalla grandezza delle elaborazioni religiose dell’Oriente, frutto millenario della storia del pensare umano, ritengo non sia una perdita di tempo la ricerca spirituale.
Grazie ancora, accettate con comprensione la mia inevitabile swmplicità, ma sono anche contento di averla potuta esprimere.

p.s. Per Loredana: sia il testo sia il titolo sono nati come dei flash. Ciao

 Loredana Savelli - 29/07/2010 21.59.15

Ultima perplessità: ma il titolo?

 Loredana Savelli - 29/07/2010 21.56.51

Molto interessante quanto Pietro ha illustrato, anche in modo chiaro, partendo dalla poesia di Nando. Dare alla poesia il potere di risolvere le contraddizioni più universalmente inconciliabili della mente umana, ciò che in tutte le culture e civiltà è avvertito come mistero, mi sembra un punto di vista originale. Io penso che la poesia dia "semplicemente" voce a queste contraddizioni o diverse percezioni. Altro è la filosofia, altro è la teologia.
Il dibattito è vivo e rende vivi. Trovo che questo sia bellissimo.
Non so se ho colto a pieno i ragionamenti.
Ciao a tutti.

 Pietro Menditto - 29/07/2010 18.18.47

Permettetemi, cari amici, di partecipare a un dibattito così interessante sollevato dal componimento di Ferdinando Battaglia Afa estiva, con la premessa che non intendo tenere lezioni a nessuno ma solo esprimere concetti che scaturiscono dalle mie modeste esperienze culturali e riflessioni personali.

La fiammella della candela consuma la candela o diffonde luce utile e desiderata? Se la cera e lo stoppino non bruciassero (morissero) non ci sarebbe nemmeno la fiammella. In questo processo forse la cera e lo stoppino che si consumano rappresentano ciò che muore (il corpo) e la fiammella che diffonde la luce, invece, ciò che vive (l’anima)? Questo è il solito dualismo cartesiano (che rinvigorì quello cristiano, agostiniano in particolare) che ha infettato tutta la filosofia occidentale, così agli antipodi dalla weltanschauung orientale, che si pone al di sopra di questo punto di vista limitato, imprigionato nella fattispecie in due parole: “vita” e “morte” che significano la stessa cosa (un divenire non duale) ma non sono due facce della stessa realtà. Una realtà non può avere due facce perché ogni realtà riflette l’Uno. Ciò che a noi imprigionati nell’insopprimibile dualismo noetico occidentale appare come 2 (vita e morte) a un hindù, p. es., appare come 1. Ciò che chiamiamo “vita”, attribuendole caratteri incorruttibili (come l’anima) e ciò che invece chiamiamo “morte”, riconoscendole il limite dell’effimero, sono puri “modi cogitandi”, illusioni della nostra mente che “vede doppio” . Il pregiudizio occidentale ci ha convinti e costretti a ragionare per opposti e ha fatto piazza pulita di ogni arma che potesse difenderci da questa prigionia. Ma non si accorse che c’era la poesia. La poesia è proprio questo: un potere di sintesi enorme che ci fa vedere oltre le apparenze della dualità e per questo ci emoziona, perché ci conduce su una vetta così alta che ci fa realizzare l’Unità delle cose visibili e invisibili, la piena parità ontologica di ogni realtà e non ci fa soffrire (o gioire) da ignoranti per ciò che ci sembra destinato alla consunzione o gioire da stupidi per una parte (da noi determinata) che ci sembra (o potrebbe essere) destinata all’immortalità. Noi già viaggiamo nell’immortalità, e anche ogni cellula morta lo fa.

Il testo di F. Battaglia da questo punto di vista è illuminante per la sua ambiguità, in quanto dapprima ti mostra il corpo a pezzi come un abito che sta cadendo liberando l’anima, per riabilitarlo subito dopo identificandolo all’anima stessa. In questi pochi versi si riassume tutta la confusione del pensiero intorno al corpo e all’anima.

La riflessione di Lorena Turri, dal canto suo, è un esempio perfetto di quanto ho esposto finora. Le parole “vita” e “morte” vengono contrapposte come due realtà addirittura “antagoniste”, in cui la “morte” , seppure definita anche “compagna rivale”, assume i tratti di una palla al piede per la vita, che alla fine se ne libera in quanto la “morte si compie. / Termina il suo cammino / liberando la strada alla Vita.” Se il dualismo può avere una funzione evolutiva fino ad una certa età, non bisogna rimanerne schiavi. Non ci sono la vita e la morte ma c’è una cosa in cui siamo coinvolti che per ragioni storico-culturali e a causa dei limiti della nostra mente e anche, e soprattutto, della nostra coscienza, chiamiamo una volta “vita” e una volta “morte”. Dire che “moriamo ogni momento un po’” o che “viviamo ogni momento un po’ ” sono espressioni senza senso, a meno che non vogliamo rendere omaggio al Grande Fratello Filosofo (per modo di dire) che ci ha incatenato a questo modo di vedere-sapere.

[I Veda (devanāgarī वेद, sanscrito vedico Vedá) sono un’antichissima raccolta in sanscrito vedico di testi sacri dei popoli arii che invasero intorno al XX secolo a.C. l’India settentrionale, costituenti la Civiltà religiosa vedica, divenendo, a partire della nostra Era, opere di primaria importanza presso quel differenziato insieme di dottrine e credenze religiose che va sotto il nome di Induismo. Il termine sanscrito vedico veda indica il "sapere", la "conoscenza", la "saggezza", e corrisponde all’avestico vaēdha, al greco antico οἷδα (un aoristo che significa “io vidi” e “so”, perché ho visto), al latino video].

 fb - 29/07/2010 16.40.43

Hai ragione Loredana, è stato un errore di scrittura; mi scuso e buon pomeriggio anche a te.

 Loredana Savelli - 29/07/2010 16.32.38

Volevi dire Loredana (il secondo commento). L’ho capito e ti ringrazio a mia volta. Buon pomeriggio.

 fb - 29/07/2010 16.09.46

Di solito m’impongo di non commentare i commenti, qualche volta invece cedo alla tentazione. Questa volta sono stimolato dall’esigenza di ringraziarvi per ciò che avete scritto. Lorena, per la confidenza della sua riflessione così pregna della speranza nella Vita, Lorena per aver meglio esplicitato (anche al sottoscritto) l’inscindibilità dell’unità anima-corpo che ci costituisce in senso cristiano, Persona.
Veramente grazie.

 Loredana Savelli - 29/07/2010 12.52.52

Ne sono convinta: il corpo "è" l’anima o, se no, non è neanche corpo.
Ciao Nando

 Lorena Turri - 29/07/2010 11.55.14

Una visione senechiana che condivido.
"La morte non è un mistero.
La vita si perpetua nella morte.
Ogni giorno, mentre noi cresciamo,
la nostra vita decresce.
Non è forse allo spuntare del primo pelo
che muore un po’ d’infanzia?
Non è forse nella nascita di una nuova ruga
che muore un po’ di giovinezza?
La morte è compagna rivale
nel nostro cammino di vita.
Ma l’ultima ora
è l’ora in cui la morte si compie.
Termina il suo cammino
liberando la strada alla Vita,
per sempre.
Liberatasi della morte,
la vita non ha più antagonisti." (dalle mie riflessioni)

Ciao.