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Mi sono finalmente deciso a leggerlo. Ho fatto bene!

La prosa asciutta, asettica, da testimone non vendicatore ti sconcerta.

Non c'è, volutamente, un grido, un pugno verso il cielo, una bestemmia!

L'annichilimento totale dell'essere umano voluto dai nazisti ottiene il risultato sperato: i dannati sono senza volontà, sentimenti, futuro, speranze.

Sono già morti! Quasi sperano nella Selezione (camera a gas), parola che non fa più nemmeno paura.

Nella narrazione non ci sono bugie sulla solidarietà degli oppressi, perché anche questo è stato annientato. Persino quando si sentono i rombi delle cannonate del nemico che avanza non c'è nessuna reazione.

Perché essere “il sopravvissuto che non ha rinunciato a nulla del proprio mondo morale è concesso solo ai martiri o ai santi”.

E “la sola strada di salvezza conduce alla demenza e alla bestialità subdola”.

Unico sprazzo di luce le lezioni di racconto della Divina Commedia.

Si rimane senza fiato nel constatare la disumanità sino a quale abissi possa arrivare.

Ed è per testimoniare questi che Levi si è posto il compito di scriverlo.

Ma evidentemente il peso di questi misfatti aveva talmente inciso nella sua anima che alla fine è risultato insopportabile.

Importanti le domande finali alle quali Levi risponde.

Specialmente quando dice che i tedeschi, e i polacchi, non potevano non sapere.

Colpisce che l'autore non sappia rispondere alla domanda sul perché nella storia gli ebrei vengano quasi sempre perseguitati.

 

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