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Il sorriso di Maìva

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Gli rideva addosso, con la schiena inarcata all’indietro e i seni sontuosi che sobbalzavano ogni volta che lei riprendeva fiato. Tutto di lei rideva, gli occhi, i denti, le mani con quelle dita sottili e le unghie curate, i capelli che si dividevano scomposti in tante piccole ciocche disordinate, rideva la sua pelle ambrata e profumata, ridevano le orecchie con quattro orecchini in fila sul lobo, in ordine decrescente, le ridevano i fianchi, le cosce, le gambe magre e muscolose e, persino, quei suoi deliziosi piedini, forse appena troppo piccoli, come appartenessero ad un’altra persona. Avrebbe voluto morderla, strapparle la carne a piccoli morsi, ingoiarla per fare finalmente sua quella donna che aveva desiderato per anni, troppi, quella femmina che sovrapponeva a qualsiasi altra donna, ed erano tante, troppe, che si portava a letto ogni giorno, ma che lo lasciavano puntualmente con un incolmabile senso di vuoto, solo, insoddisfatto, a riflettere e a riflettersi davanti allo specchio del bagno.
Uno specchio, che avrebbe tante volte voluto frantumare in mille pezzi, come in quel momento, per non guardare più il suo viso che oramai, segnato dal tempo iniziava a sentire il peso degli anni, lasciò lo specchio alle sue spalle e ritornato da lei dopo la sua crisi d’angoscia, che lo immergeva in dilemmi esistenziali, la guardò. Era là, davanti a lui ad offrirsi ancora per godere delle sue attenzioni, che in quel momento in parte erano distolte dai ricordi riaffiorati alla superficie di un’acqua, forse stagnante, diventata specchio.
Renzo uscì dai suoi pensieri e guardò lei che si dimenava in tutta la sua femminilità, lasciò che si appagasse del desiderio infuocato che l’abitava, la fece fremere sotto le sue mani calde e carezzevoli, il corpo di Maìva, incandescente, si forgiava col suo, fondendosi in un amplesso di fuoco. Il loro abbraccio si sciolse gradualmente, man mano che i respiri si calmavano, lasciarono le loro forze sprofondare in un dolce abbandono a se stessi. La mano di Renzo accarezzò il suo volto, scostandole la ciocca di capelli, un viso che pian piano andava sbiadendosi passando dal colore porpora al rosa ambrato.




2)
Maìva lo guardava con dolcezza. Distesa al suo fianco, disegnava con lo sguardo i contorni di un corpo ancora muscoloso, scolpito, giusto quanto basti, perché egli apparisse forte e virile ai suoi occhi. Purtroppo non era quello che pensava Renzo in quel momento, sarebbe rimasto per ore a guardarla, tanto era bella e dolce la sua Maìva, la pelle profumata di muschio e rosa, il suo viso ovale, gli occhi che poco prima erano di brace, in quel momento sembrava che avessero perso la follia che vi si leggeva. La follia, pensò Renzo. Solo la follia poteva farla stare insieme a lui.
Aveva desiderato Maìva più di tuttaltra cosa al mondo, ora che era là, accanto a lui, non faceva altro che pensare che l’avrebbe persa, un po’ come tante altre sue conquiste avevano perso lui, soltanto che questa volta non sarebbe stato lui a lasciarla, temeva, appunto, che Maìva si sarebbe resa conto della differenza d’età che sussisteva fra loro, venti anni, “già, erano tanti”, pensava angosciato Renzo; ciò l'avrebbe fatta riflettere sul fatto che il giorno in cui lui non sarebbe più stato quello che ancora lei guardava con tanta ammirazione, si sarebbe stancata e l'avrebbe abbandonato. La sua voce dolce e sensuale lo fece trasalire riportandolo alla realtà del momento:
- Allora? Stai ascoltandomi, dove sei? Sembra che tu sia assente!
- Ah, scusami, mi ero distratto, stavo pensando a, quando ti stancherai di me perché troppo vecchio per te, non sarò più il tuo uomo.
- Non dire idiozie, lo sai che sei il mio amore, e poi sei tanto sexi, credimi e non voglio un altro, baciami.
Renzo a quelle parole non seppe resistere e la baciò con trasporto e amore, il sentimento che nutriva per lei, la sua piccola principessa, la sua gazzella-tigre. Sapeva che avrebbe sofferto per lei, ma in quel momento le sue labbra dolcissime gli avevano fatto dimenticare le sue angosce.
Maìva guardò l’orologio, ed esclamò:
- Mio Dio, ma sono già le cinque, ma è tardi!
- Calma, non agitarti ti accompagno io, così non farai tardi per la cena.
- No, è troppo rischioso, lui rientra alle sei e il tempo che mi resta è pochissimo devo solo sbrigarmi aiutami, allacciami il reggiseno devo scappare.
- Ecco fatto, se vuoi ti chiamo un taxi?
- No, no, tranquillo arrivo più in fretta a piedi che con un qualsiasi altro mezzo.
- Okay come vuoi, domani ci vediamo?
- Sì, lo sai che non posso stare senza di te.



3)
- Già, me lo hai detto chissà quante volte da quando ci vediamo, ma non hai il coraggio di lasciarlo. È un’idea fissa la mia, ma non mi stanco di dirtelo. No. Io non posso pensare che lui ti sfiori con una sola mano. Divento pazzo!
- Renzo non devi essere così, lui è mio marito, lo capisci? Veramente, non potrei fargli del male, non me la sento, tutto qua. Se vuoi ne riparleremo domani, ma adesso devo scappare ciao e non dimenticarlo…
- Cosa?
- Che ti amo. Ciao a domani!
Per Renzo quello fu l’ultimo: ti amo, l’ultimo ciao. Da quel giorno non rivide più Maìva. La cercò senza alcun esito, quando si recò dove abitava, il portiere riferì che la signora e suo marito avevano lasciato l’immobile da due mesi e non avevano lasciato recapito. Così Renzo, dopo averla desiderata tanto, pensò che fosse stata sua soltanto per qualche mese, e lui che pensava di poter passare il resto dei suoi giorni insieme a lei.
- Che stupido. - Si ripeteva guardandosi allo specchio, lo stesso in cui si era specchiato anche l’ultima volta che aveva fatto l’amore con lei.
Si era presa gioco di lui, dicendogli d’essere il suo amore, che non poteva restare senza di lui e tutte le belle parole che gli aveva dato da bere. Tutto ciò, offuscava la sua mente, cercava di ragionare per capire il perché di tale comportamento, perché non gli aveva mai confessato la verità? Lei quel giorno sapeva che non sarebbe mai più tornata da lui, cosa l’aveva indotta a non raccontargli che non abitava più al vecchio indirizzo? Partita…ma dove? Era il pensiero che riveniva il più sovente nella sua mente oltre al dolore della menzogna, c’era anche il sentimento che provava per lei ed occupava il suo cuore, c’era la voglia di rivederla, per gridarle la sua disapprovazione, ma anche per abbracciarla, per baciarla, respirarla, tenerla fra le sue braccia ancora una volta. Renzo pensava d’impazzire senza di lei, faceva di tutto per occupare la sua mente ed il suo spirito, con il lavoro che lo portava a viaggiare il più sovente, o a partecipare ad eventi mondani: sfilate di moda, incontri commerciali, teatro, cinema, egli tentava di affogare il suo dolore drogandolo con i suoi impegni che sempre di più lo sommergevano.
Erano passati dieci mesi da quel giorno e Renzo iniziava appena a riprendere un po’ di fiducia in quello che faceva; grafico pubblicitario, fotografo, manager di un’agenzia di fotomodelle. Cercava di annegare nel lavoro i pensieri che lo torturavano.




4)
Aveva preso appuntamento con una modella telefonicamente per un servizio fotografico, riguardo la pubblicità per un cosmetico, l’aspettava, quando il telefono squillò. Sulla sua scrivania c’era un disordine infernale, tanto che le carte coprivano il telefono che continuava a squillare con insistenza. Alzò la cornetta, che era riuscito a trovare nonostante il caos, nel rispondere udì una voce che lo fece sobbalzare dalla sedia in cui s’era lasciato sprofondare.
Era lei! Sì, Maìva, stava parlando con lui, il suo viso cambiò all’istante, s’illuminò di un sorriso seguito da un’espressione che lasciava immaginare, almeno in parte, che lei si stava scusando, Renzo riuscì finalmente a frenare la sua sorpresa e ripresosi dall’emozione, disse: - Perché tutte quelle bugie, spero solo che tu non me ne stia raccontando altre? Già, questo è quello che tu sostieni, ma non ti sei preoccupata di telefonarmi, come stai facendo adesso, per dirmi: “Guarda che non sono morta, sono solo stata picchiata da lui quel giorno, almeno avrei potuto capire il perché, avrei fatto qualcosa per te. Sono passati dieci lunghi mesi che sono stati un inferno per me, ho sofferto come un cane e tu? Dov’eri? DIMMELO!
Gridò così forte, che la ragazza che aveva appena bussato alla porta semiaperta del suo studio, intese tutto e stava per partire, Renzo si accorse di lei e le fece cenno con una mano di entrare, guardandola le indicò il vestito da indossare, dietro il paravento sulla sua destra.
Poi, seguitò a parlare dicendo: - Bene, adesso devo lasciarti, ma dimmi dove posso giungerti non mi va di lasciarti così, ho un servizio fotografico, ma dopo dimmi dove ti posso chiamare.
Scrisse su di un foglietto il numero e riattaccò. Poi si scusò con la ragazza che nel frattempo aveva indossato l’abito da sera e si stava truccando, quando Renzo guardandola le disse di non farlo, che era bella così, la ragazza gli fece notare che doveva truccarsi almeno le labbra la pubblicità era appunto per un rossetto, lui asserì col capo. La modella fu invitata a sedersi, un ventilatore le soffiava aria fra i capelli, Renzo esclamò:
- Ferma così. Ecco sorridi, dimmi il tuo nome, sussurralo, ecco ci siamo, ancora una. Girati,
alzati, passa una mano nei capelli stop, ferma così, ancora una, sì, ancora, sorridi ancora
sorridi…
A quelle parole Renzo ricordò, quando lei, Maìva, sorrideva, tutto di lei era un sorriso. La ragazza guardava Renzo che continuava a guardarla stranamente, era come se stesse sognando, tanto che le si avvicinò e la baciò, la ragazza si scostò bruscamente e Renzo si svegliò dal suo incomprensibile gesto. Si scusò spiegando che non era lei che aveva visto, ma la ragazza andò a cambiarsi e uscendo disse, di non preoccuparsi avendo compreso che non era lei che guardava. Poi aggiunse che le sarebbe piaciuto sapere chi era la donna che l’aveva messo in un tale stato, lui passivamente rispose che era stata una donna bella e spregiudicata. La ragazza partì lasciandolo solo col numero di telefono che aveva appuntato sul foglietto.



5)
Prese la cornetta meccanicamente e compose il numero, frastornato ed incredulo attendeva che lei rispondesse dall’altro lato.
Una voce rispose:
- Pronto!
- Pronto, mi scusi, forse ho sbagliato numero. Disse Renzo sorpreso di sentire un altro timbro di
voce.
- Chi sta cercando? Rispose la sconosciuta.
- No, nulla, cercavo Maìva, ma mi sono reso conto che lei non è Maìva. Rispose Renzo deluso.
- No, sono sua sorella. Maìva non c’è.
- Come non c’è? E’ andata già via?
- Sì, via.
- Come via? Non mi affermi che le ha detto di non cercarla, io la cercherò, dovessi
andare in capo al mondo.
- Maìva mi ha parlato di lei, del suo amore smisurato. Mi creda. Lei non potrà più
vederla, come neppure io e nessun altro.
- Ma cosa sta dicendo, non è possibile e perché neppure lei? È così arrabbiata con me?
Eppure, io l’amo!
- Renzo! È così che si chiama vero?
- Sì, mi chiamo così, ma come fa a saperlo?
- Le ho appena detto che Maìva mi ha parlato di lei e la conosco attraverso ciò che mi
ha raccontato.
- Allora può capire il mio sentimento l’amore che nutro per lei. Deve dirmi dove posso trovarla, non so stare più senza di lei, la vita è diventata un inferno, vedo dappertutto lei, finanche dieci minuti fa ho baciato una modella perché ho visto in lei il suo volto. Lei, mi deve aiutare, la prego! Esclamò portandosi la mano nei capelli e appoggiando la fronte al suo palmo. La voce, riprese dicendo:



6)
- Lo so che soffre, in questo momento anche io sto soffrendo, soffro e non posso
alleviare né la sua di sofferenza e né la mia.
- Ma perché?
- Perché Maìva non c’è più? Maìva è vissuta nella sua vita come nella mia, ma adesso non c’è
più. Maìva è MORTA!
- Morta? No! Non è possibile. Se ho parlato con lei dieci minuti fa, mi ha telefonato e mi ha
dato questo numero. Non è possibile. Lei non può essere morta da dieci minuti.
Lei chi è veramente? Mi dica!
- Si calmi, come? Le ho appena detto che sono sua sorella, e mia sorella è stata interrata ieri, lo vuole capire che è morta e non può avere telefonato dieci minuti fa!
- Lei è solo stanco e ossessionato dal suo pensiero, magari le avrà telefonato l’altro ieri, quando era ancora in vita, lei è morta in un incidente stradale, quando stava venendo da lei, suo marito mi ha riferito che si erano bisticciati ancora una volta e che aveva fatto la valigia per raggiungerla, soltanto, non è arrivata fino a lei.
Renzo stava per impazzire, dal dolore, avere appreso che lei ancora una volta sarebbe potuta rimanere per sempre con lui e che la sorte aveva deciso altrimenti, si sentiva responsabile della sua morte, anche se lui no ne sapeva niente e stentava a crederci, responsabile di avere distrutto lei, il suo amore. Non era possibile che fosse morta, disse ancora una volta gridando al telefono, e poi riprendendosi disse:
- Non è possibile che mi sia sbagliato, ho appena terminato un servizio fotografico, e la ragazza ha sentito, quando ho detto a Maìva che l’avrei richiamata, sì, insomma non me lo sono inventato, ho parlato con Maìva un quarto d’ora fa.
- Non è possibile e se non mi crede, è inutile che io rimanga ancora al telefono con lei, le ho detto che mia sorella è morta e non esiste più.
- Forse per lei non esiste più, ma per me ci sarà sempre e la troverò, dovessi girare
il mondo intero.
Renzo riagganciò, prese la testa fra le mani ed irruppe in un pianto sincopato.



7)
La mattina seguente decise di non recarsi al lavoro, doveva saperne di più sulla scomparsa di Maìva. Riprese il numero di telefono che aveva messo nella tasca della giacca lo compose ancora una volta con la speranza di avere sognato tutto.
Il telefono squillò più volte, ma nessuno rispose, neppure la fantomatica sorella. Non dandosi per vinto, Renzo si mise al computer ed iniziò la ricerca per sapere a chi apparteneva il numero di telefono, a sua sorpresa scoprì che il numero non era quello di un’abitazione, ma quello di una fabbrica di tessuti, non lontana dal suo studio fotografico. Il suo rammarico, era quello di non averci pensato prima, magari avrebbe risolto l’enigma andandoci subito di persona.
Non si scoraggiò, doveva andare fino in fondo alla faccenda, non poteva lasciare la sua mente nel dubbio. Prese la sua giacca, il suo apparecchio fotografico e si diresse, a bordo della sua auto, alla fabbrica.
Sul tetto dell’azienda si leggeva l’insegna, l’aveva vista chissà quante volte. Prima di giungere, si fermò sul ciglio del piccolo viale che portava al cortile della fabbrica tessile, prese il suo cellulare e compose il numero, una voce di donna rispose, non era quella di Maìva, neppure di colei che diceva d’essere sua sorella, la voce sollecitava dicendo:
- Pronto! Pronto!
- Pronto, sì, mi scusi signorina vorrei parlare con la signora Solina. La voce, esitò un istante prima di rispondere, poi aggiunse:
- Chi la cerca?
- Sono un rappresentante, mi chiamo Sandro Paoli, la signora non mi conosce, ma un amico che abbiamo in comune mi ha raccomandato di contattarla e siccome oggi sono di passaggio a Firenze, le domando se c'è possibilità d'incontrarla.
Renzo si era inventato tutto all’istante, non sapeva neppure lui cosa stava facendo, era deciso ad andare in fondo e non voleva rinunciare a scoprire la verità. La signorina lo fece attendere un attimo al telefono, poi rispose che la signora non era ancora giunta in ufficio e che sarebbe arrivata tra una mezz’ora. Renzo ringraziò aggiungendo che avrebbe ritentato più tardi.
Doveva parcheggiare in qualche posto lontano dagli sguardi indiscreti. Rimise in moto e cercò un parcheggio non troppo lontano dalla fabbrica, poi andò in un bar poco distante per bere un caffé, l’accompagnava il suo apparecchio fotografico, poteva essergli utile, così si sedette davanti al bar ad attendere che lei arrivasse nel cortile della fabbrica. Era passata mezz’ora, quando giunse un’auto scura con i vetri tinti, di media cilindrata. Non riuscì a vedere chi guidava, pressò il suo berretto sul capo ed inforcò gli occhiali da sole, prese il vialetto per avvicinarsi all’auto che si era appena fermata davanti l’entrata.


8)
Renzo si era fermato dietro un albero facendo finta di specchiarsi nei vetri di un'auto in sosta, il suo sguardo celato dagli occhiali, non si staccava dalla portiera dell’auto appena giunta, infatti, non tardò ad aprirsi. Una gamba di donna lo fece sussultare, conosceva quella caviglia, aspettò prima di gridare vittoria doveva esserne certo, la donna nel frattempo, elegantemente vestita si mostrò per intero allo sguardo camuffato di Renzo, il quale non aveva più dubbi, era Maìva.
La rabbia lo stava soffocando, voleva andarle incontro e dirle quello che pensava di lei, ma il buon senso lo fece riflettere e così si decise a non agire nell’immediato. Vide la donna allontanarsi nell’entrata della fabbrica. Renzo decise di fare un piano per scoprire cosa c’era dietro tutto ciò, ed il perché di tante menzogne, a che scopo?
Rientrò a casa e prese appunti sul suo blocnotes scrisse tutto quello che era successo dal giorno in cui Maìva l’aveva lasciato, fino al giorno precedente, quando l’aveva telefonato.
Prese il telefono e chiamò la fabbrica, camuffando il numero come aveva fatto la mattina, e fornendo lo stesso nome falso di Sandro Paoli alla segretaria, fissò un appuntamento con la signora Solina per la mattina seguente. Contento si alzò e spiccò un salto alzando le braccia, compiaciuto, in segno di vittoria.
Giunto alla fabbrica, parcheggiò dietro l’entrata principale e si precipitò all’interno, si presentò al terzo piano e comunicò il suo nome alla segretaria della signora Solina, lei lo precedette facendolo accomodare, riferendogli che la signora sarebbe giunta subito. Renzo si sedette, non senza una certa ansia, sapendo che a momenti l’avrebbe rivista, le avrebbe parlato e mentre fantasticava, sentì la porta aprirsi alle sue spalle e una voce dolce scusarsi per averlo fatto attendere. Lui si girò, si alzò per andarle incontro, ma lei tese la mano con molta indifferenza e lo salutò come un qualsiasi sconosciuto:
- Molto lieta, Davina Solina. Renzo la guardò confuso. Era lei la sua Maìva?
Cosa stava succedendo, non l’aveva riconosciuto, era lei nessun dubbio, a che gioco stava giocando? Confuso rispose:
- Molto lieto.
- Allora? La mia segretaria mi ha riferito che io e lei abbiamo un amico in comune, però non so a chi si riferisce, poiché non ne ha menzionato il nome, chi è l’amico in comune e cosa posso fare per lei?
Renzo era di più in più confuso, la guardava per scoprire una pur minima falla da parte sua, recitava alla perfezione era sicura di se non sbagliava una frase, era sicura, perfetta, che attrice, pensò: "Le darei l’oscar per la migliore interpretazione".



9)
- Signor Paoli, a cosa sta pensando, ha forse dimenticato il nome del nostro amico?
- No, mi scusi ma non arrivo a ricordarmi il suo, ma quello di sua moglie, sì, lei conosce sua moglie?
- Può darsi ma se non mi dice il suo nome come faccio a dirglielo?
- Sì, mi scusi, lei in effetti, si chiama: "Maìva".
- Maìva? Ma lei chi è? Cosa è venuto a fare qui?
- Calma sono un intruso che cerca di capire lei mia cara chi è veramente, finiamola di recitare
Sai benissimo chi sono e non puoi prenderti gioco di me all’infinito, è ora di toglierti la maschera.
- Già dovevo immaginarlo, mi sembrava strano che non avesse ritelefonato signor Renzo, no, non sto recitando, lei è nella mia azienda, quella di Davina Solina, sorella gemella di Maìva, strano che mia sorella non le abbia mai parlato di me. Anche perché Maìva deve essermi riconoscente per averle reso un servizio molto importante, purtroppo devo arrendermi all'evidenza.
- A cosa si riferisce? Se non vuole farlo per lei lo faccia per me, dov’è Maìva e perché mi ha
telefonato ieri?
- Ieri non ti ha telefonato Maìva, no. Ti ho telefonato io, e se tradisco in parte ciò che ho giurato a mia sorella credimi, lo faccio soltanto per te Renzo. Mia sorella non è mai stata fra le tue braccia, no, quando tu credevi di fare l’amore con lei, "in effetti" lo facevi con me, e se ieri ti ho telefonato è stato perché mia sorella mi aveva proibito di rivederti ora che va d’accordo con suo marito ha paura che tu possa cercarla e distruggere il suo matrimonio. In un momento di nostalgia non ho resistito. Avevo voglia di sentire la tua voce. Così, ti ho telefonato. Ora sai tutto o quasi. Maìva vive in Australia e se ricordi, poco prima che avessimo il nostro primo incontro, lei ti ha promesso che avrebbe lasciato suo marito, poi lui le fece la sorpresa del trasferimento e lei non volle deluderlo e lo seguì, incaricando me di venire al suo appuntamento, il resto lo sai.
Renzo non sapeva se ridere o piangere, se doveva andarsene o rimanere, abbracciarla o schiaffeggiarla. Si sentì nullità, aveva amato ed amava, ma non sapeva veramente chi amava. Si sentì beffato, ma allo stesso tempo attratto da lei che lo guardava pentita e sollevata dal peso. Si soffermò a guardarla negli occhi e sentì un brivido percorrergli la schiena…aveva ritrovato Maìva negli occhi di Davina.

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