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Sull’ortografia del dialetto napoletano

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Questo brevissimo articolo era nato, in realtà, come commento a una poesia in dialetto napoletano, pubblicata da un autore che, poche ore dopo, l'aveva cancellata. Sono stato invogliato a pubblicarlo (nella sezione "Articoli" , e l'argomento esatto sarebbe "Linguistica" ) da una brava autrice del sito che desiderava conoscerlo , e anche immaginando che esso possa essere utile a coloro che intendono conoscere meglio un particolare importante della scrittura di quel dialetto che nei secoli passati fu quasi la lingua ufficiale dell'intera Italia meridionale.

L'autore di cui sopra aveva scritto una breve poesia, usando, tra le altre, queste parole: "jamm" , "bell" (femminile plurale) , "caver" (femminile plurale) , "appriess" , "at" , " 'nzogn" e "puorc" , parole che in realtà vanno scritte "jammo" , "belle" , cavere" , "appriesso" , "ato" , " 'nzogna" e "puorco" .

Purtroppo è sempre più diffusa la cattiva abitudine di scrivere il nobile dialetto napoletano come si presume (erroneamente) che venga pronunciato. Infatti le vocali finali servono per lasciare alle parole lo "schwa" (in alfabeto fonetico riprodotto con una "e capovolta" ) , ovvero quel suono indistinto che il napoletano possiede, soprattutto alla fine delle parole, alla pari con lingue ben più prestigiose, come il francese e l'inglese  (cfr. ad esempio, che so, "règle" e "here" ) . Basta leggere, del resto, qualunque poesia napoletana classica, o perfino i testi di tutte le famose canzoni partenopee (non certo quelli degli attuali "rap" o cose del genere ) per farsene un'idea.

 Angelo Ricotta - 09/03/2018 08:21:00 [ leggi altri commenti di Angelo Ricotta » ]

I fenomeni linguistici mi hanno sempre affascinato. Quale la storia? Le motivazioni? Ho sempre avuto la convinzione che se fossimo in grado di tracciare la storia di questi fenomeni, fino a risalire alle origini del linguaggio, potremmo risolvere uno dei misteri della nostra esistenza.

 Antonio Terracciano - 08/03/2018 19:41:00 [ leggi altri commenti di Antonio Terracciano » ]

Non mi meraviglia il fatto che lo "schwa" sia presente in un dialetto centromeridionale affine al napoletano, l’abruzzese (non c’è, invece, nel dialetto che parlava la mia nonna materna, il pesarese, in cui le vocali cadono in modo netto e anche un po’ brusco, un po’ come nelle lingue dirimpettaie, il croato e lo sloveno, dove Trieste" diventa "Trst" ; in pesarese, ad esempio, "porco" diventa davvero "pork" , oppure "quella" diventa "kla" ) . Per quanto riguarda la pronuncia italiana della parola, essa si pronuncia "scvà" (con "sc" ho naturalmente rappresentato il suono di "scena") , come in tedesco, da cui proviene attraverso l’ebraico (ho controllato sul Devoto-Oli) . In inglese, invece (cfr. il piccolo Oxford) si pronuncia "sciuà" . Stranamente, sul Petit Robert non ho trovato questa parola, ma immagino che in francese essa si possa pronunciare in entrambi i modi, "scvà" e "sciuà" (mi ricordo che Proust, a un certo punto della "Recherche" , fa sapere ai lettori che il suo famoso personaggio ebreo di Swann era pronunciato "Svàn" dai francesi tedescofili, e "Suàn" dai francesi anglofili... )

 Angelo Ricotta - 08/03/2018 15:15:00 [ leggi altri commenti di Angelo Ricotta » ]

Lo stesso fenomeno c’è nel dialetto abruzzese. La mia bisnonna Marossa mi chiamava ‘lu citelille’ o ‘Angelille’, con quella pronuncia dialettale della ‘e muta”, come in francese: la prima espressione la usava se parlava a terzi e l’altra se mi si rivolgeva direttamente.
Ma schwa, a parte l’origine ebraica, oggi è una parola inglese? E come si pronuncia?

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