LaRecherche.it

« indietro :: torna al testo senza commentare

Scrivi un commento al testo di Antonio Piscitelli
Ho inciampato e non mi sono fatta male

Stolperstein, in tedesco, la pietra smossa del selciato, quella in cui si pu inciampare. A questa parola fa riferimento il titolo che Miriam Rebhun ha voluto dare al suo libro. Un racconto denso di memorie, alle quali si intreccia la cronaca di un percorso di vita, mutila fino a un certo punto, fino a quando, seguendo lesile filo di Arianna della frammentaria documentazione in suo possesso, lautrice ripercorre a ritroso le tappe di unidentit in parte smarrita, in parte volutamente rimossa. Miriam sa poco o nulla del ramo paterno della sua famiglia. Non ha mai conosciuto il padre, ucciso a Haifa nel 1948, mentre in autobus si recava al lavoro, da un cecchino. Si chiamava Heinz. Nato a Berlino nel 1918, col fratello gemello Kurt (Gughy) approda in Palestina nel 1936, per sfuggire alle leggi razziali. Posti al sicuro dalla persecuzione nazista, i gemelli Rebhun troveranno entrambi la morte l, nella patria che i sopravvissuti alla Shoah stanno cercando di darsi, entrambi vittime della guerra che da oltre sessantanni oppone Israeliani e Palestinesi. Giovanissimi ambedue, ciascuno con moglie e figli.

 

Nel 1943 Heinz volontario della Brigata ebraica che risale la penisola italiana al seguito delle truppe anglo-americane. Di stanza a Napoli, presso la piccola comunit della citt conosce Luciana Gallichi, una bella ragazza di antica famiglia sefardita. La sposa nel dopoguerra. Dal matrimonio nasce Miriam. La famigliola cos composta si trasferisce a Haifa. Poi la tragedia che costringe Luciana e la sua bambina a far ritorno alla citt dorigine. Qui la piccola cresce nel clima di serenit e speranza del secondo dopoguerra, protetta dallamore di una madre che tenta di risparmiarle la pena che porta nel cuore. In parte vi riesce. Il racconto degli anni delladolescenza dolce, ha toni lirici di inusitata grazia. Vi ritrovi la vitalit chiassosa di una Napoli ingenua dove giovani studenti di liceo si incontrano, discutono, ballano al ritmo y-y, vivono le loro prime storie damore, tenere storie di ragazzi che guardano speranzosi al futuro. Miriam incontra Marco, il fidanzato che sposer assai presto e dal quale avr due figlie. Poi la vita di una famiglia che, a motivo dei numerosi parenti in entrambi i rami, diventa una piccola comunit daffetti, mista, secondo uno spontaneo sentimento assimilazionista che sembra negare nei fatti la discriminazione.

 

Negli anni della prima maturit Miriam, testimone di seconda generazione comella stessa afferma, sente il bisogno impellente di recuperare la parte mancante di s, quella che affonda le radici nel ramo berlinese della famiglia e in una delle tante tessere del mosaico dorrori che ha segnato la vicenda degli Ebrei prima, durante e dopo il Nazismo. I nonni paterni, Frida Josephy e Leopold Rebhun, sono il suo cruccio. Nel 1934 hanno messo in salvo i loro unici due figli, non se stessi. Loro sono rimasti l, a Berlino, a subire loltraggio di un regime che, nel puntare lindice sugli Ebrei, mostr di avere in odio lumanit nella sua interezza, azzer per qualche tempo la Civilt, attinse alla furia caotica e selvaggia duna natura preferina che nulla sa e nulla concede alla piet.

 

Frida e Leopold non erano che dei nomi, privi di storia e identit, sconosciuti come la pi parte delle vittime della mattanza nazista. Grazie alle amorose e puntigliose investigazioni di Miriam, oggi la loro vicenda un po pi nota e pu ancora parlare ai nostri cuori di reduci dalla pi feroce frattura della Storia.

 

Il libro di Miriam Rebhun non solo atto di risarcimento e di giustizia postuma, ma anche lezione di umanit per quanti vi si avvicinano con lanimo di goderne la straordinaria forza di gusto e espressione. Da leggere, assolutamente da leggere, tutto dun fiato. S, perch la prosa dellautrice non transige: si insinua nella coscienza come una lama sottile e ne penetra i recessi. Ha la dolcezza di una carezza che avvolge e protegge, anche quando si fa sentenziosa, soprattutto quando, quasi con tecnica da romanzo poliziesco, coinvolge nellintricata matassa che ha il suo bravo bandolo nella citt di Napoli, infine cuore pulsante dunumanit che la cronaca sanguinaria degli anni recenti fa sembrare irrimediabilmente smarrita. La prosa della Rebhun sa farsi scarna e essenziale quando dice della solidariet dei tanti che, col pudore dei giusti, hanno salvato gli Ebrei dalle grinfie delle leggi razziali e dallorrore dei campi di sterminio.

 

Spesso mi sono chiesto, non senza sgomento: da che parte sarei stato se fossi nato quarantanni prima. Ora lo so, dopo aver letto il libro di Miriam Rebhun lo so, senza remissione.


Nessun commento

Per commentare devi autenticarti