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Il prato bianco

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A distanza di venti anni l’Einaudi pubblica una nuova edizione de “Il prato bianco”, la terza silloge di Francesco Scarabicchi data alle stampe alla fine degli anni Novanta dall’Obliquo, un interessante editore bresciano che è solito concedere ampio spazio alla lirica contemporanea.

È un libro carico di una nostalgia dolce che si esprime nei momenti intimi, quando il poeta si concentra sui suoi pensieri o descrive immagini che nella loro essenzialità esprimono profonde emozioni. Scarabicchi si lascia guidare dalla nostalgia per capire quali sono gli affetti e i ricordi da salvare dall’incedere del tempo, inevitabilmente impietoso, compito a cui si dedica con perseveranza fin dalla prima lirica, una presentazione breve ma dallo stile raffinato, efficace nel comunicare il ruolo che assume la poesia nella sua silloge. “… curo l’ombra dell’erba, la coltivo / alla luce notturna delle aiuole, / custodisco la casa dove vivo …” Momenti preziosi protetti dal poeta, che subito dopo introduce una presenza che continuerà ad aleggiare in alcuni brani, una compagnia discreta come discreto è il suo modo di dare voce alle immagini e alle emozioni, una persona amata da preservare attraverso i versi con la stessa delicata sensibilità che Scarabicchi riserva per ogni altro affetto: “… dico piano il tuo nome, lo conservo / per l’inverno che viene come un lume.”

L’autore rivela la sua predilezione per la stagione più fredda, “Finalmente distanti / dalla noia del sole / questi mesi / che portano all’inverno …” fonte di ispirazione per il suo cuore poetico. Una condizione che fin dal primo preludio (la raccolta è strutturata in preludi e soglie che introducono le varie parti) viene turbata dal ricordo di un passato difficile, vissuto nella solitudine, lontano dal movimento e dal rumore di cui Scarabicchi è stato solo un anonimo e triste spettatore. Sono queste le esperienze che hanno forgiato la sua personalità schiva, capace di trovare sollievo e serenità solo nella riservatezza e negli ambienti trascurati dal vivere comune, opposto alla sua dimensione esistenziale. I versi testimoniano l’impossibilità di condividere la propria condizione “… così è stato l’inferno / che non brucia / di anni votati / al vetro che traspare …” e terribile è il peso dell’anonimato nella consapevolezza di non partecipare all’agire sociale “Nelle giornate limpide / non vedi / i vetri delle case / dietro ai quali / brilla ancora / una lampada.”

I sogni dell’uomo si alimentano nelle ore notturne, ma con l’alba si dileguano come la luce dei lampioni “Con i lumi di strada / vanno i sogni / - sulla tranquilla / via dell’alba - / pallidi.”, un paragone sottile per descrivere un processo inevitabile che l’autore può solo testimoniare nei suoi versi, inarrestabile quanto lo scorrere del tempo “Piano mi abituo a perdere, paziente / nel silenzio notturno della casa, / le tranquille penombre giovanili.” Ancora una volta non è solo il carattere fugace dell’esistenza a preoccupare Scarabicchi, ma anche la necessità di vivere isolato nella propria nostalgia, una condizione che lo costringe a un sacrificio difficile da sostenere.

Il poeta resta colpito quando scopre che, almeno in alcune circostanze, le persone condividono con lui la sua medesima condizione umana “Che ne sarà dell’uomo / paziente e solitario / che vedo, rincasando, / dipingere un cancello?” e nella sua totale onestà comunicativa riesce ad ammettere che perdersi nei pensieri è indispensabile alla sua sensibile personalità “Ci vorrà / tutto il tempo necessario / prima che possa anch’io / fare a meno di me …”. Il suo animo, però, è irrequieto: accettare una vita plasmata nella solitudine, colmata dai ricordi e dalla poesia non cancella la sua instabilità, non ripaga completamente l’autore, che si descrive attraverso i versi del suo amato Giacomo Leopardi “… come una facella / messa all’aria inquieta / che ondeggia / è la mia vita.” E quando comparare la figlia Chiara come una presenza non più citata quasi di sfuggita, ma nel ruolo di una musa ispiratrice, nella lirica a lei dedicata il padre la invita senza indugi a non prenderlo ad esempio, “Non somigliarmi / non avere con me, niente in comune, …”.

Nel settimo preludio e nelle liriche del “Dittico di agosto” l’autore ricorda la morte di Franco Scataglini, il delicato gesto del suo amore che ha accarezzato il corpo del compagno per ore con un affetto infinito, rivelando la sua assoluta dedizione. “Tu sola sei venuta / a quel suo stanco / passo di notte bianco,…” come in altre liriche il bianco è simbolo della sofferenza, attraverso la mancanza del colore l’autore crea la giusta scenografia per trasmettere sentimenti intrisi di tristezza.

Da Scataglini Scarabicchi ha ereditato il suo stile essenziale e lo riconosce come uno dei suoi maestri più preziosi, insieme a Saba e a Caproni, da cui ha appreso il ruolo di una poesia che protegge gli affetti, per conservarli dall’incedere inesorabile del tempo. Nella certezza che i poeti devono riconoscersi a vicenda, l’autore rivela gli insegnamenti raccolti nella giovinezza che hanno affinato il suo stile ormai maturo, in grado di offrire un contributo alla tradizione.

Le liriche de “Il prato bianco” sono, tranne i preludi,  componimenti brevi ma incisivi. La parola assume un valore assoluto nella certezza del suo potere comunicativo, una parola essenziale e semplice che ha il ruolo di trasmettere un messaggio inequivocabile da offrire al prossimo. La musicalità è curata con attenzione, i versi hanno un ritmo marcato e piacevole, un’efficace armonia che attrae fin dalla prima lettura a cui è inevitabile che segua una riflessione sui contenuti, molto meno immediati da comprendere di quanto potrebbero apparire. Frequenti sono gli enjambement e le assonanze in una poesia libera da ogni prosasticità narrativa e dalla necessità di intellettualizzare il suo messaggio.

Francesco Scarabicchi ci invita a condividere le immagini della sua mente, un viaggio emozionante nei ricordi per comprendere il suo modo di apprezzare la poesia e la vita, perché per lui la poesia è vita. Paesaggi e scene quotidiane ci appaiono come se sfogliassimo un album fotografico, che riporta fedele le sensazioni dell’autore immancabilmente legate alla realtà su cui ha a lungo riflettuto. Condizioni di vita che in parte ognuno può condividere con Scarabicchi, per comprendere il ruolo della sua opera: offrire stimoli a un lettore attento, capace di sperimentare attraverso i versi la tristezza, ma anche la profondità della natura umana.    

 

 Giampaolo Giampaoli - 29/10/2017 22:50:00 [ leggi altri commenti di Giampaolo Giampaoli » ]

Ringrazio Franca e Marisa che hanno commentato la mia recensione, ho avuto la possibilità di conoscere Scarabicchi al Festival della Poesia in una conferenza a Castelfranco Emilia e devo dire che per chi ama la poesia sentirlo parlare e recitare i suoi testi è una lezione che può formare nell’anima. Merita il successo che ha avuto.

 Franca Alaimo - 29/10/2017 21:13:00 [ leggi altri commenti di Franca Alaimo » ]

Piace anche a me la poesia di Scarabicchi per quella sua pensosa semplicità, per quella capacità di consegnare tutta la vita in un dire del tutto privo di cerebralismo. Apprezzo anche il suo omaggio ai maestri; per crescere come poeti, ne abbiamo bisogno.

 Marisa Madonini - 26/10/2017 12:27:00 [ leggi altri commenti di Marisa Madonini » ]

Grazie di questa recensione che ci conduce nel mondo del poeta sulle orme di mondi visitati da grandi autori moderni quali Saba, Caproni... La brevità dei componimenti, come si dice nel commeento critico, non priva il lettore di profondità di sentimenti comunicati e salvati da una poesia che cura intensità e musica. Il poeta così avvalora momenti d’essere personali e ne fa immagini universali. Si avverte una grande dedizione per la vita, anche con le sue malinconiche sospensioni e dolori insensati,che resiste per diventare poesia.

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