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JACCUSE! - in difesa dei diversamente umani

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JACCUSE! - in difesa dei diversamente umani.

 

“Che nessun uomo vagabondo osi vivere in città, che non tenga casa, anche se è un operaio (lavoratore), pena cento frustate, e che lo portino fuori della città: poiché così è stato ordinato e già ripetuto in passato, fin dall’anno mille e quattrocentodue.” (Ordinanza di Siviglia 1402)

 

È davvero poi così lontano il tempo in cui L’Ordinanza di Siviglia prescriveva quanto appena letto? Sembrerebbe di no se ancora oggi, anno 2015, si torna a chiedere di ‘radere al suolo’ i loro accampamenti e di cancellare le strutture approntate per accogliere i cosiddetti ‘vagabondi’: nomadi rom, migranti richiedenti asilo politico, profughi e clasndestini. Da allora, con frequenza costante, la società ‘civile’ e ‘democratica’ ha manifestato attivamente contro questo ‘status sociale’ di povertà in maniera contrastante e alquanto difficile da condividere. In generale le opinioni spaziano dall’interesse allo stupore. Le descrizioni che ne vengono fatte sottolineano anzitutto una presunta diversità basata sull’aspetto esteriore: il colore scuro della pelle, il modo di vestire, il vociare disordinato apparentemente sconnesso (solo perché non li capiamo), il loro aspetto miserabile che ripugna la considerazione dell’opione pubblica. Mentre dovremmo essere consapevoli di trovarci di fronte a realtà certamente più complesse della nostra e talvolta difficili da interpretare secondo i nostri canoni. Occorre però considerare che in alcuni casi ciò non sia peculiare alle genti di per sé, piuttosto perché sono la conseguenza di un costante rifiuto, in alcuni casi secolare (come per i rom), opposto loro dalle società circostanti che, altresì dovrebbero accoglierle e nel possibile soccorrerle, poiché conseguenza di carestie, di stermini di massa, di guerre fratricide, o di dittature repressive che ne limitano la libertà, ecc. Daltra parte assistiano, per nostra buona fortuna, al sorgere di segnali contrapposti di conservazione e di rinnovamento che testimoniano l’esistenza di persone volenterose che sentono il dovere e la responsabilità di non restare indifferenti davanti al grande problema della sopravvivenza di quanti affrontano, una fase di costanti mutamenti in mezzo a situazioni di disgregazione sociale che ci sembrano irreversibili. Tanto più allora si deve perseverare nella solidarietà verso chi si trova ad affrontare situazioni peggiori delle nostre.

 

Come anche scritto da S. S. GIOVANNI XXIII, nella sua Enciclica “Pacem in Terris”, 1963:

 

“Ogni essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di dimora all’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consigliano, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi con esse. Per il fatto di essere cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale”.

 

Un’opinione questa che andrebbe condivisa da parte di tutti gli osservatori delle politiche interne al Consiglio d’Europa e a quello delle Nazioni Unite, affinche sia fonte di collaborazione nell’affrontare quelle problematiche inerenti all’immigrazione e ci si adoperi nell’accoglienza di quanti affrontano, a rischio della propria vita, l’esilio culturale dalla propria terra contro la fame e la morte sicura. E condannino ogni estremizzazione xenofoba sia di tipo etnico, che di razza, che di colore della pelle nel paese d’accoglienza, e purtroppo tuttora in atto in gran parte del mondo. Ciò può essere possibile solo attraverso una presa di coscienza diffusa, insegnata a partire dalla scuola elementare con l’insegnamento al pacifico convivere e condividere la presenza dell ‘altro’; nella vita sociale con la nascita di forme associative di sostenibilità con il creare occasioni di cooperazione fra le diverse istituzioni laiche e civili, approfondimenti religiosi nel senso più ampio, proiettati alla tutela delle diverse culture il cui diritto è sancito dalla:

 

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

 

Se si considera l’aspetto funzionale di queste leggi convenzionali, ci si accorge che esse svolgono un medesimo ruolo negativo/positivo, perché formalizzano barriere ideali di distinzione fra i gruppi ‘nomadi’ e le popolazioni ‘stanziali’ in rappresentanza di una loro presunta civilizzazione. Mentre è la specificità dell’intera popolazione umana che va qui presa in considerazione e che, per così dire, assume in sé un valore esemplare: per essere riuscita ad affermare pur nelle sue infinite contrarietà, la propria (e la nostra) sopravvivenza. C'è da chiedersi quanto resterà di noi, della nostra cultura, della nostra società, della nostra ‘umanità’ se non ne salvaguarderemo la sopravvivenza?

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