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I’ll remeber Gato Barbieri

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I’ll remember … Gato barbieri, quella prima volta al Music Inn.

 

Con Pepito Pignatelli e Giulia Gallarati detta Picchi negli anni ‘70/’80 ci si incontrava a tarda notte al già noto locale Music Inn per ascoltare il ‘jazz’, quello più ‘trasandato’ e per questo più autentico che mai. All’epoca fare jazz significava soprattutto improvvisare, magari prendendo spunto da un pezzo in voga al momento, oppure re-interpretare uno ‘standard’ di qualità e pur sempre occasionale capace di ‘accendere’ la serata. Il gruppo ‘fisso’ che s’inframezzava nelle serate della ‘dolce vita’ romana era formato, se il ricordo mi sostiene, da Pepito Pignatelli alla batteria, Gato Barbieri al sax, Franco D’Andrea al piano e Giovanni Tommaso al contrabasso, e che oggi (con amore) racconta:

 

«Poesie, sbronze, fumo, muffa e tanta musica. Il Music Inn è stato qualcosa di più di un club come gli altri. In un periodo difficile per il jazz, mentre l’Italia era stata tagliata fuori anche dal grande giro dei concerti rock, Pepito Pignatelli e sua moglie Picchi con il loro club riportarono Roma al centro del mondo del jazz, allestendo stagioni e programmi leggendari, mossi da una passione e un feeling che pochi altri ‘impresari’ al mondo hanno avuto, Bill Evans, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Charles Mingus, Ornette Coleman, Chet Baker, Philly Jo Jones, Lee Konitz, Pepper Adams, Stéphane Grappelli, Art Farmer, Mal Valdrom, Elvin Jones, Horace Silver, Roy Haynes, Max Roach, Steve Lacy, sono solo alcuni dei grandi musicisti passati per il club di Largo dei Fiorentini 3, due piani sotto il livello della strada, più o meno dove il Tevere corre lungo la foce. (..) Si era sparsa la voce in tutto il mondo che a Roma c’era un jazz club assolutamente particolare, diventato in breve un club di riferimento per gli amanti del jazz. Tutti quelli che venivano a suonare capivano fin da subito di avere di fronte due persone con un gran feeling e per questo avevano un ochio di riguardo. Tutti adoravano i due gestori, Picchi per la sua grande dolcezza, e Pepito per il suo piglio creativo, ancor più, perché entrambi nutrivano un grande rispetto per i musicisti.»

E non solo per gli stranieri che avevano fatto grande il jazz, anche per tutti quei giovani italiani che in qualche modo si andavano avvicinando al jazz e che ben presto avrebbero fatto il loro ingresso sulla scena della musica internazionale. Pepito e Picchi avevano come un sesto senso per la musica e un orecchio particolare, ed entrare nelle loro grazie significava avere il futuro della musica nelle mani. Così è stato per Gato Barbieri (oriundo argentino), Bruno Biriaco batterista, Carla Marcotulli cantante jazz dalle mille possibilità, Furio di Castri contrabbassista che in quegli anni tutti volevano, e Giovanni Tommaso, Massimo Nunzi, Marcello Rosa, Enrico Rava, Aldo Romano, Max e Maurizio Urbani, Carla Marcotulli, Enzo Pietropaoli, Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Fabrizio Sferra e tantissimi altri.

Quella sera del ’73 non vi capitai per caso, mi aveva invitato un amico che oggi pochi ricordano, il critico musicale Marcello Piras che sapeva individuare quei musicisti che avevano qualche qualità, anche se talvolta all’inizio non la si comprendeva. Era già notte fonda quando un giovane Gato Barbieri, con il suo ampio sorriso ma schivo verso noi giornalisti, sbucando da non so dove, fece il suo ingresso roboante col suo sax-tenore nel bel mezzo di una esecuzione che la tirava per le lunghe e tuttavia senza assumere il dominio della scena. Cosa che mi sembrò un po’ fuori luogo, quando l’esecuzione si sviluppò in un ‘transfer’ epocale, di suoni che s’inseguivano l’un l’altro e che di lì a poco s’avvilupparono nell’atmosfera fumosa dando forma a vere e proprie isole di note che ci travolsero tutti.

Tutte le voci e il tinnare dei bicchieri che fino a prima rumoreggiavano sotto le volte del Music Inn rimasero cristallizzate dentro l’istante, basite nelle ‘grida’ assordanti e sgranate dello strumento. Gato disse poi di aver suonato un tango di Piazzolla, o forse quello che ne rimaneva nella sua concezione musicale. Pensai alla possibilità per lui di essersi rifatto al momento della creatività dell’autore del pezzo reso irriconoscibile, sgrammaticato e violento, quasi avesse dentro una rivalsa astiosa verso una musica, quella argentina, che in altri momenti ci aveva regalato più d’una suspance interpretativa di sentimenti passionali che in quegli anni ancora non si potevano esternare.

Solo successivamente, ascoltando il più maturo e forse anche più ‘commerciale’ di ‘Tango a Parigi’, compresi che doveva essere quella la cifra del più autentico Barbieri, la testimonianza della sua grandezza di esecutore e della sua spigliata creatività. Più che vicino a noi quella sera, nello stesso momento che ci stava regalando la sua musica, Gato Barbieri era già più avanti di tutti noi. Difficile pensare che lui, uno venuto dall’altra parte del mondo, col suo aspetto da gaucho dismesso, portasse con sé un bagaglio profondo, inuguale a nessun altro e inimitabile, che raccoglieva in un pugno di note essenziali, un insieme di suggestive metamorfosi, quasi cogliesse in una unica visione tutta la musica dell’America Latina e ne spigionasse tutto l’ardore, quel fuoco interiore che brucia costante nell’animo latinoamericano e che lascia intorno a sé solo cenere.

Grazie al mio amico Marcello Piras da quella sera ho iniziato ad amare il jazz, capendo la differenza che passa tra ‘fare musica’ e ‘fare jazz’, ma anche tornai ad apprezzare maggiormente la musica etnica e folklorica in quanto ‘cassa armonica’ di tutta la musica del mondo, d’ogni popolo e d’ogni continente. Sì certo, s’è detto di ‘poesie, di sbronze, di fumo, di muffa e di tanta musica: «Erano diversi quei tempi – racconta Federico Scoppio – Si poteva fumare nei club, una coltre di nebbia ti assaliva in quel locale di carbonari. Però non sempre, durante i concerti era vietato, o meglio, sconsigliato.»

«Accadeva così, - scrive Enrico Rava - negli anni del Music Inn, si apriva il giornale per sapere chi avrebbe suonato quella sera a Roma. Ma se quel nome diceva poco o nulla, non importava. Ci si andava, al Music Inn, solo perché era il Music Inn. Valeva (sempre e comunque) la pena farci una capatina. I locali che riescono a sopravvivere a lungo sono quelli dove si va anche senza sapere chi ci sarà sul palco. Basta la fiducia per i gestori. Pepito e Picchi godevano di enorme fiducia e avevano moltissimi amici. Tra questi c’era anche quel trombettista che oggi tutti conoscono. Veniva da Trieste, via Torino. A Roma visse nei primi anni sessanta, quando incontrò Gato Barbieri e Steve Lacy, e ci sarebbe tornato molte altre volte.»

I’ll remember also …

Che quando chiesero al grande Louis Armstrong cosa fosse il jazz, egli rispose: “What’s jazz? Man, if you must ask, you’ll never know.” (Cos’è jazz? Caro uomo, se proprio devi chiedere, non lo saprai mai.) Me lo chiedo ogni volta che ascolto jazz su vinile o che mi reco a un concerto, senza mai riuscire a darmi una risposta concisa, se non fare tutto un giro di parole per non dire niente. Adesso che molti di loro non sono più, ben so che Leandro ‘Gato’ Barbieri occupa un posto di tutto rispetto, degno di essere ricordato nell’empireo dei grandi del jazz.

 

Adios, amigo!

 

Discografia essenziale:

“The Third World” – BMG 1970 (contiene ‘Tango’ di Piazzolla)

“Fenix” – Philips 1971

“El Pampero” – BMG 1971

“Last Tango in Paris” – Original Motion Picture Score – United Artists 1973

“Under Fire” – Philips 1973

“Bolivia” – BMG 1973 (capolavoro assoluto)

“Chapter Two: Hasta Siempre” – Impulse 1974

“Chapter Three: Viva Emiliano Zapata” – Impulse 1974

“Caliente!” – A&M Records – 1976

“Apasionado” – Polydor 1983 (contiene ‘Last tango in Paris’, ‘Terra me siente’ e ‘Tempo buono’ con Pino Daniele)

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