LaRecherche.it
Scrivi un commento
al testo di Giuseppe lonatro
|
|||
|
Loris uscì dal portone di casa, come ogni mattina, sotto un cielo sporco e umido. Palermo, ottobre, grigia come il fondo del suo animo. Si fermò un istante. Un piccolo insetto stava immobile sul pavimento, proprio davanti a lui. Lo guardò. Senza esitazione, ruotò lentamente la punta della scarpa sopra il corpo molle. Scricchiolò. Si leccò le labbra, soddisfatto. Fin da bambino aveva provato piacere in quei gesti. Strappare le ali alle mosche, staccare le zampe ai ragni, vedere come zoppicavano. Era come avere il potere di decidere chi vive e chi no. E a Loris quel potere piaceva. Il portinaio lo salutò con un cenno. Loris lo ignorò. Non per scortesia, ma perché quel tipo di uomini per lui non esistevano. Come gli insetti. O peggio. Si incamminò verso l’ufficio. Traffico, clacson, la puzza di gas e umanità marcia. Pensava alla giornata, alla tintoria, alle donne, alle telefonate da fare. Estrasse il portafogli, controllò lo scontrino: Poi attraversò. Non vide l’auto. Non la sentì nemmeno. Solo un tonfo ovattato, un’improvvisa assenza di gravità. Volò per un paio di metri e si ritrovò a terra. Era lucido. Le gambe si muovevano, le braccia pure. Ma restò lì. Qualcuno iniziò a gridare. Una donna si fece largo tra la folla. «Non l’ho visto… Dio mio… è sceso all’improvviso…» Loris socchiuse gli occhi. Lei lo guardava come si guarda un cane investito. La donna annuì. Lo sollevò con goffa premura. Loris la fissò. «Ha idea che potevo morire, grazie a lei?» le disse con veleno nella voce. Lei abbassò lo sguardo, muta. «Come la mettiamo ora?» proseguì, «Io in queste condizioni non posso fare nulla. Nemmeno andare in tintoria…» «Posso aiutarla...» sussurrò lei. «Dopo il lavoro... mi dica...» Lui la fissò. Aveva trovato un’altra mosca da spennare. Le diede l’indirizzo, lo scontrino, le sue generalità. Poi la lasciò andare. Camminò verso l’ufficio con un ghigno: Forse ne esce qualcosa di buono da questa giornata di merda. Quella sera si presentò puntuale. Pacco in mano, sguardo basso. «Come sta?» chiese lei. «Come uno che è stato investito. Ti pare poco?» Lei arrossì. «Cosa posso fare per lei?» Lei annuì, docile. «Di sabato faccio le pulizie. Ma non posso. Potresti occupartene tu.» Lei disse sì. Tre sabati dopo, Loris pensò che forse le cose potevano tornargli utili. Quella sera le disse: Tecla sorrise, timida. Durante la cena le fece domande, come un impiegato dell’Anagrafe. «Sei sposata?» Perfetto. Bevve il caffè. La guardò. «A che ora passo a prenderti?» disse lei. Con voce piana. Tre mesi dopo, si sposarono. Un sabato mattina. Due testimoni scelti a caso. Cena in un ristorante mediocre. Nessun brindisi, nessuna emozione. Rincasarono presto. Tecla si attardò in salotto. Loris andò in camera. Lei era sul letto. Completamente nuda. «Ti aspettavo, Loris» disse. La voce era diversa. Più profonda. Più decisa. Si avvicinò. Lei lo prese, lo guidò dentro di sé. Senza dolcezza. Quando venne, lei si liberò, si voltò su un fianco e mormorò: Lui restò sveglio. Pensava: Tutte uguali. Anche lei. Anche lei è come quelle là. I mesi dopo furono una discesa. Casa sporca. Cena fredda. Lei che parlava sempre meno. Lui che si lamentava. Un giorno glielo disse, a muso duro. Lui restò pietrificato. Poi venne il giorno. Tecla, appoggiata alla finestra, guardava fuori. Disse, senza voltarsi: Loris si illuminò. Capì. Tecla era l’insetto. Non lui. La prese per le gambe e la spinse. Senza urlare. Senza dire una parola. Guardò il suo corpo precipitare. Un volo breve. Un tonfo secco. Scese. Si avvicinò alla testa. Nessuno vide nulla. gennaio2010 (2025)
|
|
Per commentare devi autenticarti |
|