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Il libro dell’inquietudine, pag. 52

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Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra essere l’unica possibile. Capisco che colui che sta di fronte a me e che mi parla con parole uguali alle mie, o fa dei gesti analoghi a quelli che io faccio o potrei fare, sia in qualche modo un mio simile. Eppure mi succede la stessa cosa con le figure delle illustrazioni che sogno, con i personaggi di romanzo che leggo, con le persone da dramma che si avvicendano sul palcoscenico attraverso gli attori che le interpretano.
Credo che nessuno ammetta davvero la reale esistenza di un’altra persona. Può ammettere che tale persona sia viva, che pensi e senta come lui: eppure ci sarà sempre un ineffabile elemento di differenza, uno scarto materializzato.
Ci sono figure di altri tempi, immagini-fantasmi di libri che sono per noi realtà maggiori di certe insignificanze incarnate che parlano con noi dal terrazzo o che ci guardano casualmente sul tram, o che ci sfiorano passando nel caos morto delle strade. Gli altri non sono per noi altro che paesaggio e, quasi sempre, il paesaggio invisibile di una strada nota.
Considero mie, con maggiore consanguineità e intimità, talune figure che sono scritte nei libri, certe immagini che ho conosciuto nelle illustrazioni, più di molte persone che sono considerate reali, che sono fatte di quell’inutilità metafisica chiamata carne ed ossa. E “carne ed ossa”, infatti, è una perfetta descrizione: sembrano cose fatte a pezzi ed esposte sul banco di marmo di una macelleria, morti che sanguinano come la vita, gambe e cotolette del Destino.

 

 

(a cura di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastri, Feltrinelli)

  Cristina Bizzarri - 29/07/2015 00:51:00 [ leggi altri commenti di Cristina Bizzarri » ]

Le ultime righe della pagina sono molto forti e vere - e tragicomiche! - come tutto il resto. Un pensiero filosoficamente onesto, che dice le cose come stanno, cioè che "l’altro" - se mai ci sia, seguendo la logica del ragionamento qui svolto - non potrà mai essere percepito se non per analogia - non potendo veramente l’io/noi uscire dal "me stesso" in cui è contenuto. Ecco che l’empatia si presenta allora come ottimo strumento di conoscenza, non tanto in senso morale quanto come aiuto necessario a un vivere che sia umano - e questa necessità è a sua volta un imperativo morale ...
Buona notte Loredana

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