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Ti prego, lasciati mandare al macero

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Quale significato dobbiamo dare ai premi letterari nell’Italia di oggi? L’interrogativo è attuale più che mai dopo l’assegnazione del Premio Bancarella a “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli. Un articolo editoriale etichettato come narrativa e pubblicato dalla Newton Compton nella sua ormai consolidata linea di produzione rosa sciocching. Già la confezione è un preannuncio di cosa attende il lettore: un titolo da rivistina d’epoca pre-femminista, una foto con faccina femminile manierata da catalogo della Vestro, e la solita fascetta acchiappa-lettori che ha fatto della casa editrice romana la regina assoluta dell’Era Fascettista. In questo caso, la formula fasciante è particolarmente allusiva: “Se è un caso letterario ci sarà un perché”. E a dire il vero, il perché lo abbiamo trovato. Ma temiamo che sia diverso da quello indicato dall’autrice e dal suo editore fascettista. Questo libro è davvero un caso letterario perché ci dice in maniera inequivocabile quale sia il livello toccato dall’industria editoriale italiana. Premi letterari compresi, che di quell’industria sono ormai stracca appendice.

La storia non merita soverchia attenzione, perché oltre a essere scritta in modo imbarazzante è d’una banalità ai limiti dell’insulto. Il canovaccio è il seguente. Lui e lei sono colleghi di lavoro e avrebbero tutti i motivi per detestarsi, e in effetti si detestano da anni. Lui è il rampollo di una famiglia britannica di sangue blu con tanto di parenti appassionati di caccia, lei figlia d’una famiglia commoner impegnata in ogni possibile causa sociale e per di più vegetariana con qualche punta di veganesimo. Stereotipi della più grossolana fattura, ma fosse solo questo. Fra i due poco a poco scoppia l’amore e vince ogni ostacolo, senza che nell’intreccio venga risparmiato al povero lettore il quasi-naufragio della storia. Tutto come da Manuale del Romanzetto Rosa. Le vicende si svolgono in una Londra della quale viene menzionata soltanto qualche fermata della metropolitana. Avrebbe potuto ugualmente essere Parigi, o Sondrio, o Joppolo Giancaxio. Nessuno avrebbe notato la differenza. Ma ciò che davvero fa di questo prodotto librario un “caso letterario” è lo stile. Al quale, per ammissione dell’autrice allegata alla pagina dei ringraziamenti, ha contribuito Alessandra Penna, celebrata editor della Newton Compton. E questa è davvero una chiamata di correità.

Il libro ha un incipit desolante: “Ce la posso fare, ce la posso fare, ce la devo fare! Ma poi commetto un errore: guardo l’orologio. Oddio, non ce la posso fare…”. Non sembra il blog di una ragazzina di seconda media? È solo l’inizio. L’autrice utilizza delle similitudini imbarazzanti: “aspra come una mora colta molto prematuramente” (pagina 11); “il tono è mutato all’istante ed è diventato freddo come il Polo Nord” (pagina 13); “Lo sguardo che gli rivolgo potrebbe gelare i pinguini del Polo Sud” (pagina 87; e evidentemente l’autrice teneva a rispettare la par condicio fra i due Poli); fino al banalissimo “il tono è tagliente come una lama” (pagina 73). Quest’ultimo passaggio cita un luogo comune fra i più abusati. E su questo piano Premoli è davvero un caso letterario, perché saccheggia la lista delle formule stereotipe lasciandone inutilizzate non più di tre o quattro. Nelle pagine del libro trovate infatti: “bianco come un lenzuolo” (pagina 15); “abbiamo bevuto come spugne” (pagina 18); “non avevo mai fatto male a una mosca” (pagina 24); “si sciolgono come neve al sole” (pagina 31); “puntuale come un orologio svizzero” (pagina 33); “come pesci fuor d’acqua” (pagina 47); “silenzio funereo” (pagina 52); “Mi vergogno come una ladra” (pagina 53); “tesa/o come una corda di violino” (pagine 54 e 71); “ci guardiamo in cagnesco” (pagina 56); “via il dente via il dolore” (pagina 103); “tacco vertiginoso” (pagine 105 e 110); “l’occasione servita su un piatto d’argento” (pagina 118); “Tra le braccia di Morfeo” (pagina 138); “Cosa bolle in pentola” (pagina 160); “dopo aver dormito tutta la notte come un ghiro” (pagina 174); “rossa come un peperone alla griglia” (pagina 229); “c’è del marcio in Danimarca” (pagina 229); “Non mi importa un fico secco” (pagina 242); “religioso silenzio” (pagina 289); “portare acqua al mio mulino” (pagina 290); “noi siamo due elefanti in cristalleria” (pagina 291). Un’altra caratteristica dell’autrice è la refrattarietà al punto di domanda. Ve ne riportiamo solo alcuni esempi, perché i frammenti sono davvero tanti: “E chi può saperlo” (pagina 121); “E io cosa ne so…” (pagina 175); “Cosa c’entra” e “Certo, come no” (entrambi a pagina 235) “Certo, come no” (ripetuto a pagina 241); “a chi vuoi darla a bere” (pagina 259). Ma ciò che davvero fa di “Ti prego lasciati odiare” un caso letterario sono gli strepitosi nonsense. Si parte da pagina 23 con “dopo un anno di lotte di quartiere”, che avrebbe dovuto essere “lotte senza quartiere”. A pagina 98 si legge un tragicomico “per forze di causa maggiore”.  Memorabile il frammento a pagina 224: “Al massimo sono inciampata per sbaglio”. E già, perché di norma s’inciampa di proposito. Soprattutto, a pagina 227 c’è un ossimoro che potrebbe essere studiato nelle scuole d’italianistica: “azzardo prudentemente”.

Non ci fa mancare davvero nulla, Premoli. Non la frase che esprime altissima grazia femminile (“Ecco perché trovarmi improvvisamente cullata come una cosa preziosa mi riduce a una polpetta”, pagina 212), né il refuso che prende la forma dell’agghiacciante errore/orrore d’ortografia (“c’è l’ha”, pagina 286). A pagina 118 c’è un frammento che meglio di tutti esprime la poetica di Premoli: “Paiono passare lunghissimi minuti di silenzio assordante, il che è un controsenso, lo so, ma cosa ci posso fare?”. Ma l’apice si tocca a pagina 163, quando alla protagonista tocca salire in sella a un cavallo dal nome particolare: “è una femmina di nome Luna, e spero che sia davvero l’opposto del pianeta che ricorda”. Dunque secondo Anna Premoli la Luna sarebbe un pianeta. La sua editor, che l’ha invitata a rileggere il libro “soppesando ogni singola parola” (pagina 316) non ci trova nulla da ridire. E i giurati del Bancarella, anziché suggerire all’autrice di tornare alle elementari, la premiano. Questo è fuor d’ogni dubbio un caso letterario. E sarebbe bene che se ne parlasse parecchio.

 

[ Articolo tratto da Cercando Oblivia ]

 Giovanni Baldaccini - 09/09/2013 20:40:00 [ leggi altri commenti di Giovanni Baldaccini » ]

Non conosco il libro e credo che non lo conoscerò mai, per cui non mi esprimo. D’altra parte credo sia buona regola diffidare dei premi letterari e dei libri che li vincono perché sappiamo bene quale sia la "logica" che li sottende. Sappiamo anche come queste cose non avvengano per caso perché alla base di qualsiasi fenomeno commerciale ci sono ampie indagini di mercato e se, dunque, gli editori pubblicano questo è perché sanno che incontrerà il gusto del pubblico. L’opera di "rieducazione" che sarebbe necessaria per cambiare questo tipo di condizione è talmente sconfinata che rende scoraggiante persino pensarci.
Personalmente posso solo ribadire che mi guarderò bene dal leggere questo libro e i troppi altri simili. La recensione rende giustizia al piccolo senso di indignazione di pochi.

 Emilio Capaccio - 09/09/2013 18:01:00 [ leggi altri commenti di Emilio Capaccio » ]

Smettiamola di parlare dei lettori come fossero persone. I lettori sono “portafogli”, tutto qua, dai quali scucire, con attente e mirate recensioni chirurgiche, promosse dagli editor e dalle campagne pubblicitarie (finanziate dagli editor), una decina di euro a cranio: più crani si reperiscono, più euro si convogliano nelle casse sempre afflitte da malesseri di siccità dei suddetti editor. So che è una cosa scontata per quanto empiricamente, ampiamente, dimostrata e so anche che esiste ancora un’esigua editoria che non segue, o meglio, non persegue spudoratamente solo logiche di profitto, ma valuta ancora, anacronisticamente, la qualità della scrittura e l’originalità dell’opera. Come i lettori possono difendersi da tutto questo trafficare di edite panzane? Semplice: orientandosi sui classici...tiè!
Il fatto è che i pochi lettori che sono rimasti in questo deserto di parole, banalità e sensi vuoti, non hanno idonei strumenti di discernimento, sono manipolabili e suggestionabili proprio con quelle campagne pubblicitarie e recensioni che attentano profondamente la capacità di decidere autonomamente se acquistare o no un libro. Quali strumenti ha un lettore di fronte a un libro di un autore che non conosce? La recensione, la campagna pubblicitaria o il passaparola. Gli editor giocano e impostano la loro azione persuasiva proprio su questa fragilità strutturale del sistema e del lettore in sé, però, forse, pensandoci bene, un sistema ci sarebbe: entrare in libreria, prendersi un po’ di tempo per leggere qualche brano del libro che si vuole acquistare, questo sì, è fattibile e denota anche una certa responsabilità etica del lettore. Poi, per carità, ci sono anche lettori che se trovassero scritto una frase, tipo: “abbiamo andato al parco, ieri...” non si accorgerebbero neppure dell’errore, ma non credo sia questo il vero problema.
Sul libro vincitore del Premio Bancarella non spendo nemmeno una parola, mi pare sia tutto già fin troppo eloquente, solo un profondo senso di amarezza e disgusto e la sacrosanta considerazione che in questo modo si è dato, principalmente, un colpo mortale al prestigio e all’autorevolezza del premio stesso.

 Luciana Riommi Baldaccini - 09/09/2013 17:16:00 [ leggi altri commenti di Luciana Riommi Baldaccini » ]

Sì, anche io l’avevo già letta e condivido in pieno sia l’invito al macero sia le considerazioni di Franca sul clima culturale in cui questa roba coerentemente s’inserisce. Profonda tristezza per l’impossibilità, sembra, di migliorare il livello dell’editoria (d’altra parte la Newton Compton non brilla per raffinatezza). Di queste cose ho parlato anche nel mio articolo "Il deserto dei libri", dove lanciavo un vero grido di dolore per la confusione tra "narrativa d’intrattenimento" (legata non solo alle logiche di mercato, ma anche a quelle del potere: più la gente resta priva di strumenti critici più è manipolabile e succube) e quella che dovrebbe essere la "letteratura" (che comprende prosa e poesia, naturalmente), con la sua funzione anche "sovversiva", direbbe Manganelli, con la sua ricerca linguistica, con l’espressione di qualcosa che la "coscienza" collettiva non ha ancora colto e che il letterato e l’artista pre-sentono, pre-figurano e offrono alla riflessione.
Ma questo "libro" è solo un piccolo, forse insignificante (se non fosse per il premio assegnato) tassello di un mosaico dove si declinano tante, troppe "sfumature" del degrado culturale nel quale ci troviamo a vivere. Nel mese di agosto ho riletto, dopo circa trent’anni, "Lo spazio letterario" di Maurice Blanchot, che probabilmente ben pochi di coloro che si muovono nell’ambito della scrittura commerciale conoscono: non è la "bibbia", ovviamente, ma più di una volta leggendolo mi è venuto in mente di smettere di scrivere, o smettere di ritenere che ciò che faccio quando scrivo sia veramente "scrivere".

 Franca Alaimo - 09/09/2013 16:35:00 [ leggi altri commenti di Franca Alaimo » ]

Nulla di più consono al livello culturale dominante, errori e orrori compresi. Bisognerebbe raccontare la vera storia, quella nascosta, del libro, anche se non ci vuole molta immaginazione per farlo. Insomma, questa storia riguarda il come ed il perché si raggiungono certi risultati: la raccomandazione (su cui si basa il sistema).
Però se c’è una cosa che mi piace moltissimo è il titolo: infatti, è l’invito che tutti rivolgiamo a questo libro.

 Gian Maria Turi - 09/09/2013 16:03:00 [ leggi altri commenti di Gian Maria Turi » ]

Avevo già letto questa recensione, che dire? Se non altro casi come questo mostrano in piena luce anche ai ciechi come vanno le cose (tanto poi i ciechi non le vedono lo stesso... un po’ come per l’ultima alleanza PD-PDL...)

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