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Azulejos

 

Sediamoci qui Fernando, sediamoci in questo bar dove Lisbona ti entra nel bicchiere coi colori nudi, in questa piazza che in futuro porterà il tuo nome e il brivido di tutte le tue vite letterarie.

Quante volte ti sei seduto qui, chinato di sbieco dinanzi ad un foglio immacolato come un campo di neve pronto al congiungimento del tuo inchiostro?

 

Ecco io immagino quell’attimo preciso in cui poserai la punta della penna al centro di un’idea, di una storia che diventerà davvero la tua storia, la tua vita. Un frammento, perché sei come il mosaico azulejos di una basilica, l’enigma di un uomo in mille uomini scomposti che possiedono lo stesso corpo ma forme diverse ti uniscono in reale essenza.

 

Però che strano, Fernando, tu mi parli anche ora coi gesti, con le labbra, col cipiglio dello sguardo che si posa sulle gambe nude di una ragazza che è passata nel profumo dei suoi vent’anni, e lo so che la poesia la senti danzare su quelle caviglie armoniose, nei lunghi capelli oscillanti, nei sandali rosso fuoco, il passo di una donna che morbidamente se ne va lungo la Rua Garrett di un Portogallo che ogni giorno il mare avvelena di blu.

Questo mare ti sembra un cuore aperto, un invaso di vene scarmigliate che arruffa emozioni fra le onde di questi scogli. La poesia è dentro il tuo calice, solare e viva e sofferente.

Ho imparato a conoscerti Azulejos, a volerti bene nell’unico modo possibile, un modo universale. Che buffo, oggi apprezzo quel silenzio che ci divide, quel silenzio che mi dice che ci sei e che rimani vivo qui accanto, un poco vicino anche a me.

 

Guarda, cosa vedi laggiù ? mi chiedi curioso

 

Il porto, la gente, un formicaio che vive, Fernando…. e vedo te.

 

Tu che cerchi di narrarlo nelle sfumature del volo di un coleottero, nella lama che penetra nel sole, nell’amore delle ragazze portoghesi che ti sciolgono gli occhi sull’incanto delle dita, nel fado e nell’eterno dolore degli uomini e delle donne.

 

Oh, no, non sono io che narro. È un altro “ il poeta” è lui il fingitore !

 

E mi indichi una statua di bronzo posta poco fuori l’ingresso del Cafè. E’ la tua.

 

Io non sono nessuno. E’ lui che viaggia per i vicoli di Lisbona, è lui che si siede qui in questo pezzo di mondo invisibile e scrive quelle ridicole lettere a se stesso.

 

No, Fernando, ridicola sono io che pretendevo di darti un’identità senza capire che l’anima è come un pietra grezza e che, se lavorata dalle forme dell’amore e dell’intelletto, può assumere le infinite sfaccettature del diamante. Le domande, le risposte non contano. 

 

Ora, devo andare Fernando, ogni tanto mi piace fermarmi in questo cafè, so che ti troverò qui anche mille anni dopo, chino sul tuo nuovo foglio bianco. Ma so che ci sei e questo è poesia, vita e vicinanza.

 

Tu somigli alle forme smerigliate degli azulejos, quando il sole scintilla, come ora, sulla terracotta smaltata e dipinta sfumando a sera in mille azzurri indefiniti.

 

 

 Livia - 13/02/2026 18:18:00 [ leggi altri commenti di Livia » ]

Nel reale ho conosciuto e conosco gente finta, direi la maggior parte. Quando scrivi c’ molto pi reale di tante strette di mano o discorsi viso a viso.
Grazie per l’apprezzamento, Anna e per il gradito commento in poesia-pessoa :-)
Una buona serata.

 Anna Cenni - 11/02/2026 14:12:00 [ leggi altri commenti di Anna Cenni » ]

Che bello questo racconto, lui, uno fra i miei preferiti, forse ti avrebbe risposto:

"Avrei voluto come i suoni,
vivere delle cose
senza appartenere a loro,
conseguenza alata dove
il reale lontano."
F. P. Lisbona

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