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Mala tempora currunt

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Ignara la povera lettrice
alla civica biblioteca chiese delle Myricae.
Nel trasecolare degli addetti sull’autore
l’attonita utente esclamò con stupore:
“Suvvia, è opera pascoliana!”.

Risposero al limite del grottesco:
“Ne abbiamo una copia sola
In volumetto striminzito.
Pascoli? E chi se lo fila?

Autore ormai dalla nebbia degli anni inghiottito, superato.
Abbiamo Dan Brown e tutti i best sellers americani.
Pascoli, ormai da decenni è tramontato
insieme al Carducci, autori desueti e lontani”.

E la desolata lettrice scovò
nel seminterrato della biblioteca,
accanto al distributore del caffè e ai bagni
l’opera omnia del Carducci.

Forse della Memoria e dei Poeti
relegati negli scantinati
siamo immemori ed indegni.

Gli Spiriti dei Forti parlano
alle menti illuminate dei vivi
oppure alla loro beata stoltezza.

Ci perdonino i padri della letteratura italiana:
il Carducci, il Pascoli dimenticati negli scantinati
all’ombra d’indifferente clausura
in una modernità che esalta il volgare e l’immondezza.

“ E queste son due, come le vostre e le tue:
due nostre lacrime amare,
cadute nel ricordare”.

“Mala tempora currunt”
classica perla di rara saggezza,
ma che tristezza!

 Domenico Morana - 18/08/2011 11:54:00 [ leggi altri commenti di Domenico Morana » ]

Marina, è la tua prima poesia che commento, mi provo a fare il gheppio fottivento librato immobile in figura di Spirito Santo sulla poesia italiana del secolo scorso. E vedo solo pascoli, pascoli interminabili popolati di fanciulli e fiori e uccelli e miti e poeti, poeti (almeno dieci) che si chiamano tutti Giovanni Pascoli. Oltre è desolazione e grande, grandissima, stanca poesia di meravigliosi traduttori, ma non riguarda più il genio della lingua italiana. Alta sulle pianure di fine secolo svetta la torretta fatata in cui s’estinse l’alingua (in senso lacaniano) di Carmelo Bene, che dei poeti italiani novecenteschi amò Dino Campana, il non pascoliano non figlio rachitico di Giovanni Pascoli.
Alle Myricae, dunque, ai Canti di Castelvecchio, ai Conviviali e ai Poemetti! Ci si affretti per saper quel che fu la poesia di cui l’Italietta (una volta tanto quella lettrice erede spendacciona, non quella critica, semmai splendidamente ispirata dal furore filologico pascoliano) non fu mai realmente all’altezza.
Grazie per i tuoi bei versi.
Vado subito a rileggere, come si deve, le Canzoni di Re Enzio.
Un abbraccio
Domenico

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