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La parola e l’abbandono

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Mauro Germani
LA PAROLA E L’ABBANDONO
Aforismi tratti dal volume La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019)

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Il poeta non è solo quando scrive. E’ tremendamente solo dopo.
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Kafka sapeva bene che l’unica sua aspirazione e vocazione era la scrittura, tuttavia dovette sperimentare che il potere di quest’ultima non era suo e che non aveva affatto la prova di scrivere veramente. I suoi testi lo ponevano in una condizione di esilio abissale ed egli era spesso costretto ad interrompere la scrittura, che così ritornava a quella misteriosa notte in cui era nata, il destino della frammentarietà e dell’incompiutezza lo perseguitava, avvertiva allora in sé il senso di un doppio fallimento: quello di uomo, estraneo agli altri uomini, e quello di scrittore, preso da una forza oscura e da una vertigine più grande di lui.
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I vivi sono rispetto ai morti un’esegua minoranza, ma fingono di non saperlo.
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L’arte vera è abissale, ci interroga lungo i bordi del silenzio, ci fa comprendere che noi non bastiamo a noi stessi.
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Ci si accorge dell’amore soprattutto durante i saluti di commiato o nell’assenza.
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Non sappiamo niente di ciò che succede nel nostro corpo. Siamo l’estraneo che è in noi.
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Chi muore lascia il proprio corpo. Chi scrive lascia le proprie parole come spettri vaganti sulla terra.
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Non c’è alcun rimedio alla solitudine – è bene saperlo. Non ostante i nostri sforzi ed i nostri legami, saremo sempre lontani gli uni dagli altri.
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La violenza esercitata dagli animali è necessità, quella perpetrata dagli uomini è malvagità perché sempre intenzionale.
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La vanità di molti poeti e scrittori d’oggi dimentica l’altro significato della medesima parola: inutilità.
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Forse ai figli bisognerebbe prima di tutto chiedere scusa per averli fatti nascere, poi supplicare il loro aiuto per rimediare almeno in parte al disastro del mondo che noi abbiamo costruito.
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La politica dovrebbe essere l’arte di migliorare le condizioni di vita di tutti e non solo di alcuni, come invece tristemente accade.
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Per usare antiche immagini, potremmo dire che oggi Dio è morto, l’uomo è in agonia ed il Diavolo gode ottima salute.
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Secondo una bella espressione di Alberto Savinio, gli animali sono i nostri padri dimenticati, perché apparsi sulla terra prima di noi.
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Da bambino amavo le chiese, in quanto luoghi d’ombra e di mistero, nonché di liturgie che mi affascinavano. Le adoravo come un mondo segreto dentro il mondo. Oggi raramente entro in una chiesa, ma è certo che questi edifici – quando non vi si svolgono le funzioni religiose ed ognuno è solo con sé stesso – sono gli unici luoghi pubblici di raccoglimento e di silenzio.
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A linguaggio povero corrisponde pensiero povero, il nefasto potere dei social network distrugge ogni forma di autentico pensiero critico e scatena i peggiori istinti ed un narcisismo disgustoso e repellente. E’ la vera oscenità, la vera pornografia.
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Credo che Pasolini sia stato l’ultimo grande artista intellettuale che abbiamo avuto. Ogni sua opera non lasciava indifferenti, faceva discutere, provocava, scandalizzava ed allo stesso tempo emozionava e coinvolgeva. L’artista Pasolini e l’intellettuale Pasolini erano tutt’uno, e sempre di alto livello.
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La lettura dei Vangeli mi ha sempre disorientato, non l’ho mai trovata rassicurante o confortante, anzi. Spesso suscita in me una profonda commozione fino alle lacrime, proprio perché quelle parole così potenti mi sembrano risuonare nel vuoto, mentre un vento gelido e notturno le disperde chissà dove.
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Quand’ero bambino e ragazzo, in chiesa trovavo il mistero, la morte, i riti, le parole potenti ed enigmatiche delle Scritture. Lì era normale non capire, abbandonare la ragione, sentirsi smarriti ed accolti nel medesimo tempo. Fuori, invece, c’era l’assurdità gratuita del mondo; lì, quella sacra, che mi chiamava e mi rapiva senza un perché.
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Una società che ha paura della povertà – così come della morte – è destinata prima o poi alla catastrofe.
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Come avrei voluto una Chiesa diversa, senza ipocrisie e false consolazioni, una Chiesa povera tra i poveri, ma anche solenne e misteriosa nella sua povertà; una Chiesa di domande e di ascolto, contro ogni forma di potere, tenace e coraggiosa, affrancata dall’atroce edonismo di massa e dall’aberrante società – spettacolo in cui viviamo; una Chiesa per tutti gli orfani e gli smarriti, per i senza fede, i senza destino; una Chiesa in opposizione a sé stessa…
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Non riesco più a sopportare i poeti e gli scrittori di oggi. Trovo spesso la loro scrittura mediocre, le loro autopromozioni sui social network e le presentazioni dei loro libri davvero intollerabili e disgustose.
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Che la poesia possa salvare la vita è una vergognosa ed imperdonabile menzogna che – per altro non ha nemmeno il minimo rispetto nei confronti di tutti i poeti morti suicidi.
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Maurice Blanchot ha scritto che “la poesia non è data al poeta come una verità e una certezza a cui accostarsi; egli non sa se è poeta, ma non sa neanche che cosa è la poesia, e neppure se essa è; essa dipende da lui, dalla sue ricerche, dipendenza che tuttavia non lo rende padrone di ciò che egli cerca, ma lo rende incerto di sé stesso e come inesistente”. Non ho trovato finora un pensiero sulla poesia più completo e convincente di questo.
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Una volta chi scriveva un libro appariva pochissimo. Oggi siamo assaliti da presentazioni, letture pubbliche, partecipazioni televisive, promozioni sui social network, festival culturali, in un carosello di indecoroso esibizionismo, che confonde e stordisce.
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Bisognerebbe abolire i premi letterari di poesia. I più affermati sono monopolizzati dai soliti nomi, i quali se li spartiscono tra loro, sempre ben remunerati. Gli altri sono ridicoli teatrini a pagamento per coloro che vi partecipano.
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Come diventa facile il passato, adesso che è così lontano e questo presente è troppo difficile da vivere e da comprendere.
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Terra antica e selvaggia, la Sardegna ci rammenta l’origine, la luce ed il buio dell’aperto, un passato primordiale che ancora resta e vive nel presente, come l’eco di una mitologia segreta dentro le rocce ed il mare.
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La nostalgia di un sogno, ecco cosa resta, un segreto impronunciabile, come un debole lume che trema nella notte.
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Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia, questi strani doni tra la vita e la morte, questi singhiozzi solitari? Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio.

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