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Il senso della neve

 

Non è nuova alla nostra attenzione la figura di Fabrizio Bregoli, quarantenne ingegnere della bassa bresciana, vincitore quest'anno per la sezione poesia inedita del premio "Il giardino di Babuk- Proust en Italie" (si legga sul sito al proposito l'intervista a lui dedicata). Opera prima riconosciuta dallo stesso autore dopo un paio di piccoli testi, "Il senso della neve" raccoglie in sé la forza di una poetica stretta tra "tradizione ed esigenze delle modernità" perfettamente riconoscibile nelle sue intenzioni nel racconto di un contemporaneo evanescente e ferito tra le insufficienze sociali, politiche e umane cui non la fede (certo non quella farisaicamente devozionale), non gli indirizzi della scienza sembrano sollevare. La poesia allora, entro uno sguardo sofferto e caustico, come contraltare al conformismo e all'arrendevolezza; la poesia (ai cui riferimenti espliciti ed evidenti di Fortini e Sereni ci sembra di poter aggiungere quello di Nelo Risi nell'ascrizione ad una lirica mai disgiunta da una interrogazione civile assai forte) come chiave di scasso nella rappresentazione delle "contraddizioni del presente". Il risultato, nella scansione delle sue cinque sezioni, è potentissimo e dolentissimo per sdegno, attraversamento e perdita entro valori di comunicazione, unità e direzione disgreganti e disgregati. I luoghi, asettici e respingenti, sono quelli dei nostri cuori e delle nostre menti nell'esplicazione quotidiana delle incombenze e degli incontri: uffici, raccordi, corridoi e interni di case annegate alla luce della ferita e del certo, che si negano all'ombra, al circolare della vita. Giacché questo è il tempo della scelta Bregoli ci ricorda ("lasciare illeso il gesso/(..)/o ripulirne il tratto"), tempo d'inverno cui l'indugio del pensiero (quello scrutare di là dalla finestra il mondo) richiede una "liturgia dell'assenso" che sappia ripartire proprio dalle disappartenenze non spezzando, non scorporando la vita ma riorientandola "sulla scala del minuscolo" (al contrario di un economia che non lo contempla). L'analogia è quella della scrittura poetica, di un equilibrio dato da un elemento minimo su cui "regge l'equilibrio di una frase", la punteggiatura d'anima nella "esatta curva del restare" e del "viverci". Eppure l'opera è per sfrondamento, non va giù facile, leggero, Fabrizio nella misura discorsiva del suo endecasillabo , nella sua pulizia come di stoviglia a rompere la balbuzie. Nell'abilità di una lingua che "nel quotidiano mappale dello smarrirsi", nel garbuglio di tecnicismi e fonosmembramenti non afferma conclusioni solo processi, ciò che permane aldilà di certo criptico oscuro sentore è il chiaro incidere di una parola che non s'affranca, di "distanza che si varca" nella grazia di un tempo ancora intero ("d'un pugno striminzito di farina/ che lievita nel buio, si fa pane") almeno nella ragione di un "integro vivere" ("Forse di rondine/quel palpitare a sprazzi fra le fronde/come annerito seme di superstite"). Ed allora quel senso di preservazione ("Scoprire/la chiave del durare in ciò che è breve/ lo spazio dove resta illeso il bianco/ allo svanire certo della neve") nell'istanza civile che lo guida si fa crinale tra un "inventario/ dello svanire" e il necessario sdipanamento della forza che preme dal basso, sfarinatura di quel "nucleo d'unità che ci affratella" a riprova di una sapienza di scrittura che sa decifrare il mondo nella sua struttura "secondo un codice linguistico nuovo, in grado di fissare la realtà scomponendola, quasi geometricamente, nelle sue fratture" (come acutamente evidenziato da Ivan Fedeli nella prefazione). E che riesce a nostro dire, nell'apprendimento libero della sua misura in riferimento ai suo più nobili modelli (dal realismo dantesco fino all'ironia cara a Montale ricordate sempre da Fedeli) a imporsi con originalità (anche per l'irato e ironico incedere del temperamento tra personali e collettive dolenze) tra le voci più interessanti dell'ultima scena poetica trovando il testo dignità più alta nella costanza dell'invito, soprattutto, a resistere alla luce esatta del sole, noi non esatti ("pane spezzato sull'aceto/ cilicio interminabile ed attesa"), l'amore, l'altro a restituirci reciproca "ragione, unità" là dove il male si annida nel dolore di un vuoto "che mai prende corpo/peso, identico a se stesso" e che ognuno nella ripetizione dell'apprendimento si trova a portare entro una "indifferenza ora voluta ora subita".

 

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