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Capodanno

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CAPODANNO

Cappelli aggrumati di smog e forfora
distorti dal vento che piove dal tempo

Giacche sdrucite nelle asole sciolte
ai bottoni perduti nel fondo dei mesi

Camicie sudate da tante fatiche
distratte dalle braccia distanti di ieri

Calzoni di falde lisate nei passi
disciolti in cammino su strade sfatte

Scarpe sfiancate di affanni e scaldate
di usura alle suole e sfibrate nei lacci

Calze che aspettano altri rammendi
sottese da calli e duroni di vita

Le cose avviluppate nella trasgressione
si stempiano nell'uso del progresso

E andiamo inciampando di anno in anno
dal principio alla fine dalla testa ai piedi

Dai piedi alla testa coperti da stracci
di scartafacci dalla fine al principio

Maurizio Soldini

Roma, 31 dicembre 2013

 Giorgio Colletti - 07/01/2014 08:25:00 [ leggi altri commenti di Giorgio Colletti » ]

E andiamo inciampando di anno in anno | dal principio alla fine dalla testa ai piedi | dai piedi alla testa coperti da stracci | di scartafacci dalla fine al principio.

Questi quattro versi sono assolutamente quelli che mi hanno colpito maggiormente e che, a mo’ di chiosa, vanno a riassumere il significato di tutta la lirica. Una menzione particolare va agli "scartafacci", che mi hanno riportato a quelli di manzoniana memoria. Ma questo è un altro discorso.
Ma veniamo al dunque. A me personalmente non è mai piaciuto parlare di principio e fine in merito al Capodanno,
Mi viene in mente un articolo che Gramsci pubblicò su L’Avanti!:
“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.[...]
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio? Tutto ciò stomaca”.
Io credo che questa lirica in un certo senso si riallacci al discorso di Gramsci.
Il poeta, partendo dal ritratto di quelle che sono le fatiche di tutti i giorni e i cappelli, che si riempiono di smog e forfora, dipinge vividamente quella che nella mia mente ha preso la forma di un’ anima cittadina vittima del tempo e dell’usura. Poi immediatamente il testo si richiama alle giacche sdrucite, alle falde dei calzoni lisate e alle scarpe, alle calze che sono vittima del tempo e dell’usura. Ad una prima lettura quello che mi è venuto in mente è un succedersi di immagini che dal presente della città, giunge al passato di un mondo contadino e proletario in cui il bilancio di un anno e in generale della propria fatica, si faceva a partire dall’usura dei propri indumenti dovuta alla fatica del lavoro.
Sono queste le immagini che la lirica mi ha suscitato: il mondo di oggi, della città e dello smog e il mondo di ieri in cui la fatica aveva semplicemente nomi e misure diverse. Il bilancio di prima è anche il bilancio di oggi: un uomo che cammina a fatica sulla strada della vita e che nel trarre un bilancio dell’anno trascorso si rende conto di quanto la vita lo abbia lisato.
Ecco, la domanda che mi sono posto alla fine della lettura della lirica è questa: che senso ha fare un bilancio? Inciampiamo sempre, dalla fine al principio, coperti dai soliti stracci, dai soliti problemi, che prendono solo nomi e forme diverse. Per questo motivo mi è venuto in mente Gramsci, in un parallelismo che spero non sembri forzato. Come si può valutare il tempo che passa guardando la suola di scarpe diverse che si usurano di anno in anno? Come può da un giorno all’altro cambiare la nostra condizione umana fatta di fatica; di una vita che ci consuma e ci cambia non solo nella prospettiva tangibile, ma anche in quella interiore? Come può un giorno interrompere la continuità dei nostri stenti?
Infine, devo ammettere che due versi sono stati per me alquanto sibillini ed isolati dal contesto generale.

Le cose avviluppate nella trasgressione | si stempiano nell’uso del progresso.

Non so se quello che l’autore ha intenzione di suscitare sia quello che io ho immaginato, ma in quelle cose avviluppate nella trasgressione io ho visto quegli aspetti della vita che prima erano un tabù, una trasgressione, e che ora, col progresso, si stempiano e vengono messi a nudo e pronunciati ad alta voce. Sono questi i due versi che mi hanno lasciato in sospeso alla ricerca della giusta interpretazione e mi piacerebbe conoscere l’intenzione dell’autore.
In ogni caso sono contento di aver potuto condividere questa poesia attraverso questa mia lettura.

 Mariella Bettarini - 05/01/2014 17:05:00 [ leggi altri commenti di Mariella Bettarini » ]

Autentici, realistici, assai dolorosi, concreti versi per un Capodanno che tutti ci riguarda e ci tocca da vicino.
Grazie per questo testo così acutamente "memoriale", in tanta falsa "euforia"...

 Lorenzo Mullon - 03/01/2014 09:46:00 [ leggi altri commenti di Lorenzo Mullon » ]

Beh, almeno un ringraziamento a Domenico Morana, per il suo impegno eroico nella difesa della ricerca poetica, grazie grazie grazie Mimì, sei sempre il miglior cavatore della miniera.

 Gian Piero Stefanoni - 03/01/2014 09:08:00 [ leggi altri commenti di Gian Piero Stefanoni » ]

Dolenza della fine o dolenza dell’inizio? Tono un po’ belliano caro Maurizio in questi tuoi versi dove ogni augurio si stempera a partire dall’usura delle vesti che finisce col divorare le carni. A quale luce rimetti tanta desolazione? Non umana cero che sola non può.. Cosa ci annunci? Un abbraccio ed un buon 2014 a te a tutti, ciao.

 Domenico Morana - 02/01/2014 21:22:00 [ leggi altri commenti di Domenico Morana » ]

I quattro mobili della condotta umana:

Artha: le cose, i beni materiali
Kama: il desiderio, la passione
Dharma: il dovere
Moksa: la liberazione

“La prima rappresentazione fece scandalo. San Bharata, incaricato coi suoi cento figli d’organizzarla, non trovò di meglio che mettere in scena la lotta tra Deva e Asura. E questi, invitati allo spettacolo, si offesero, e in sala furono botte da orbi. Brahma fu costretto a intervenire e spiegare alle due schiere nemiche che nel loro antagonismo, Deva e Asura erano indispensabili all’armonia dell’universo e quindi a quella del teatro che ne è l’immagine.”

Far poesia, dire l’alfa di un alfabeto dell’essere futuro, ogni volta con l’idea di fondare, e confitte radici nel passato o non importa su cosa e non con quali correlati materiali oggettivi a insaporire il canto o dissociate risonanze personali in scampananti batte botte di prosa fetida, chiedere: hai mai veramente parlato a chi ami? Sei sempre tu che vieni fuori dal sogno in cui abitavo ignorando le illusioni le trasparenze e che un riflesso di te non era un mio riflesso?

Oppure, è adesso la lingua in cui siamo sillabati, un presente eterno di cui facciamo di tutto per renderci inconsapevoli per paura che un me suicidato non si riveli nemmeno una spoglia trasparente, altro che stracci lisi per fecondare nuove vestizioni di dolore…

Allora, in breve, poesia nera o poesia bianca?

Dico che è bianca, quella di Soldini, che ringrazio per l’invito alla lettura e forse magari al commento. E ho creduto che la cosa migliore da fare sia stata leggerla questa poesia e rileggerla e onorarla come meglio ho potuto, a modo mio qui, adesso, ché mi sembra una sorta di pietra di paragone, e l’occasione del confronto non va sprecata. E di sicuro non perché abbia del tutto a che fare col capodanno d’ieri (anche, ovvio), o con quell’astratta Bellezza ch’è ormai l’onnipresente patata prezzemolata in ogni contorno lirico (ne trangugiamo a quintali in ogni istante della nostra vita senza neppure sentirne il sapore, la digeriamo e ne facciamo merda e poi quella chiamiamo Bellezza, rimpiangendo o pregustando una tavola imbandita). Perché sì: c’è fame di bellezza, è sempre oggi, e il nostro solo possibile essere è nel digiuno, nell’arrendersi, sì, un’umanissima resa...

Che devo aggiungere? Ma certo! È scritta benissimo, c’è tanta arte e una musica strana in questa poesia di Soldini. Le mie illusioni di poeta nero mi suggerirebbero di attribuire alla stranezza le malizie delle contrepèteries. Qui non è davvero il caso. Non ne ho trovate.

Grazie, poeta!

 Alessandra Ponticelli Conti - 02/01/2014 14:14:00 [ leggi altri commenti di Alessandra Ponticelli Conti » ]

Una metafora incisiva dell’uomo di oggi. Un uomo senza ideali che smarrisce la propria identità nel consumismo sfrenato "Cappelli/ Giacche/ Camicie/ Calzoni/ Scarpe/ Calze/", nelle "cose" inutili dalle quali è sommerso e annientato. A tanta "ricchezza" materiale si contrappone un vuoto assoluto di valori. Un vuoto esistenziale che ingloba anche quello temporale giacché ogni inizio è uguale alla fine e viceversa, purtroppo senza distinzione.
Davvero una poesia molto bella, complimenti all’autore.

 Giorgio Mancinelli - 02/01/2014 11:22:00 [ leggi altri commenti di Giorgio Mancinelli » ]

Grazie per l’invio, è il caso di ripetere un detto entrato nel discorso comune dei "brutti, spochi e cattivi" che personalmente mi dispiace non poco e che non mi sento di commentare. Sarebbe per me troppo lungo e stancante, in quanto credo che il testo anche se ben scritto comunichi un’esistenza ’a vuoto’ e quindi fine a se stesso. Cioè, senza riscatto. Come ha commentato Lorenzo Mullon: "Ben venga il suicidio del falso io. L’augurio è di puntare dritti alla Bellezza", specialmente in questo tempo del vivere in cui c’è un abbassamento del livello di guardia del sopravvivere. La funzione agio-poetica non è quella di decostruire, come non di esaltare, almeno non necessariamente, bensì di transitare verso una dimensione di riscatto.

 Lorenzo Mullon - 02/01/2014 10:30:00 [ leggi altri commenti di Lorenzo Mullon » ]

Proprio stanotte stavo pensando alla Venere degli stracci

 Maurizio Soldini - 02/01/2014 07:55:00 [ leggi altri commenti di Maurizio Soldini » ]

A rettifica di alcuni refusi nel testo trascrivo il precedente commento con le dovute correzioni.

Qualche dettaglio in merito all’intentio auctoris.
Testo volutamente impoetico.
Fare riferimento ad un orizzonte da una parte "realistico" (magari, se questo non appare azzardato, secondo il realismo "terminale" di Guido Oldani) e da una parte "simbolico" à la Baudelaire (anche questo se non appaia azzardato).
Proprio in base alla poetica baudelairiana, vedrei nel testo un accenno alla spersonalizzazione, ma non con l’intento di aspirare al suicidio (delle lettere, della poesia tout court e ancor di più della persona), ma di andare in deroga ad una realtà fin troppo materiale, per "elevarsi" ad una dimensione trascendente nelle more della Bellezza, della Bontà, della Verità, ergo, mi sia consentito, di Dio.
Gli stracci e gli scartafacci rappresentano quel lavorio sul corpo e sulla parola che dovrebbero condurci all’Elevazione.

 Maurizio Soldini - 02/01/2014 07:41:00 [ leggi altri commenti di Maurizio Soldini » ]

Qualche dettaglio in merito all’intentio auctoris.
Testo volutamente impoetico
Fare riferimento ad un orizzonte da una parte "realistico" (magari, se questo non appare azzardato, secondo il realismo "terminale" di Guido Oldani) e da una parte "simbolico a la Baudelaire (anche questo se non appaia azzardato).
Proprio in base alla poetica baudelairiana, vedrei nel testo un accenno alla spersonalizzazione, ma non con l’intento di aspirare al suicidio (delle lettere, della poesia tot court e ancor di più della persona), ma di andare in deroga ad una realtà fin troppo materiale, per "elevarsi" ad una dimensione trascendente nelle more della Bellezza, della Bontà, della Verità, ergo, mi sia consentito, di Dio.
Gli stracci e gli scartafacci rappresentano quel lavorio sul corpo e sulla parola che dovrebbero condurci all’Elevazione.

 Lorenzo Mullon - 01/01/2014 22:56:00 [ leggi altri commenti di Lorenzo Mullon » ]

Ben venga il suicidio del falso io. L’augurio è di puntare dritti alla Bellezza

 Domenico Alvino - 01/01/2014 22:19:00 [ leggi altri commenti di Domenico Alvino » ]

Non so che dire. Mi sembra che l’unico effetto che questo testo può fare, sia la persuasione al suicidio. Mi dispiace.

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