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Considerazioni sulla poesia romantica

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Considerazioni sulla poesia romantica

 

         Se alla difesa delle opinioni dei nostri padri e dei nostri avi e di tutti i secoli combattute oggi intorno all’arte dello scrivere e segnatamente alla poetica si fossero levati uomini famosi e grandi, e se agli ingegni forti e vasti si fosse fatta incontro la vastità e la forza degli ingegni, e ai pensieri sublimi e profondi, la profondità e sublimità dei pensieri, né ci sarebbe ormai bisogno d’altre discussioni, né quando bene ci fosse stato, avrei però ardito io di farmi avanti. Ora s’è risposto fin qui alle cose con le parole, e agli argomenti con le facezie, e alla ragione con l’autorità, e la guerra è stata fra la moltitudine e gli atleti, e fra i giornalisti e i filosofi, di maniera che non è meraviglia se questi imbaldanziscono e paiono tenere il campo, e noi tra paurosi e vergognosi e superbi, tenendoci al sicuro come dietro a recinti di mura e di torri, li insultiamo tuttavia con gli stessi motteggi, quasi che essere ultimo a replicare fosse vincere; né però questo stesso ci è concesso. Ma se la nostra causa è giusta e buona, e se noi siamo forti e valorosi, e se confidiamo nel favore della ragione e della verità, perché non usciamo e combattiamo? E perché mostriamo di non intendere quello che intendiamo ottimamente ma che non ci quadra, o come ci persuadiamo senza nessuna considerazione che sia falso quello che non intendiamo? Forse ci basta mantenere in quiete la nostra coscienza, e purché essa non ci molesti con dubbi importuni, e ci lasci seguitare sicuramente e lietamente i nostri studi e i nostri scritti senza quella formidabile svogliatezza che proviene dal timore di gettare il tempo e le fatiche, non ci curiamo d’altro, e per questo fuggiamo dal venire alle prese e giochiamo largo, non temendo tanto il nemico che è fuori quanto quello che è dentro noi medesimi? No, per Dio, non sia così; ma non cerchiamo altro che il vero: e se tutto quello che abbiamo imparato è vano, e se quello che pareva certo è falso, e quello che credevamo di vedere non si vedeva, e quello che credevamo di toccare non si toccava, e se tanti altissimi ingegni, e tanti dotti e tanti secoli tutti né più né meno si sono ingannati, sia con Dio. Non guardiamo che bisognerà far conto di non avere fino ad ora studiato né sudato, anziché vivere, e studiato e sudato da pazzi e per niente, dire addio ai libri quasi nostri amici e compagni, bruciare i nostri scritti, e insomma farci da capo, e giovani e vecchi che siamo, cominciare una vita nuova: rallegriamoci piuttosto che ci sia toccato quello che ai nostri avi non toccò, di conoscere finalmente il vero, e, di questo vero gioviamoci noi e facciamo che altri si giovi parimenti. Ma se nebbie e sogni e fantasmi sono piuttosto le opinioni moderne, e se i nostri antenati hanno visto chiaro, e se la verità non ha penato tanti secoli a uscire al giorno, perché lasciamo che la gente sia confusa e ingannata, e che la nostra gioventù stia in forse di quale delle due dottrine si abbia a fidare? Confesso che un silenzio magnanimo pareva a me pure il meglio, anzi la sola cosa che convenisse ai veri saggi in questa disputa: e l’esempio dei veri saggi che non ci aprono bocca, non mi confermava nella mia opinione nella quale ero fermissimo, ma mi consolava il vedere che il loro giudizio concordava in questo particolare con il mio. Nondimeno sì molte altre cose, come l’aver letto e considerato le Osservazioni del Cavaliere Ludovico di Breme intorno alla poesia moderna, secondoché egli la chiama, mi hanno indotto a pensare che se forse il commuoversi di un uomo illustre e il rompere quel silenzio disdegnoso potrebbe nuocere, il comparire di un uomo oscuro il quale dica non motti ma ragioni, non possa nuocere e possa giovare, perché né la sconfitta di un fiacchissimo combattente potrà pregiudicare la fama dell’esercito, e caso che egli paresse aver fatto qualche cosa, si potrà stimare quante e quanto più grandi ne farebbero i forti. Senz’altro le Osservazioni del di Breme a me paiono pericolose; e dico pericolose, perché sono per la più parte acute e ingegnose e profonde, e questo, se a noi non par vero quel che pare al Breme, dobbiamo giudicare che sia pericoloso, potendo persuadere molti di quello che secondo noi è falso, e che certamente è di tanto rilievo quanto le lettere e la poesia. Però così debole come sono, ho deliberato di vedere se l’affetto che porto focosissimo alla mia patria e molto più al vero, mi darà forza dicendo e per la patria e per quello che io credo vero. Userò, come ho detto, le ragioni, e niente altro che le ragioni: non so se saranno metafisiche, ma saranno ragioni; e se non tutte o non molte nuove, da questo stesso si potrà inferire che le opinioni di coloro che si chiamano romantici e modernisti, posto che non siano antiche, certo hanno radici antichissime, e con strumenti di antichissimo uso si possono abbattere e sradicare.

 Cristina Bizzarri - 07/07/2015 14:28:00 [ leggi altri commenti di Cristina Bizzarri » ]

Grazie di questa proposta di una parte del saggio di Leopardi - mi sembra tu l’abbia messa nel luogo sbagliato - quanto mai "moderna"! Anzi no, non moderna, sarebbe contraddire proprio quello che lui dice. Dove la ragione, la logica e la scienza prendono il sopravvento, l’immaginazione si inaridisce. E proprio questo Leopardi teme dai Romantici mi sembra, cioè che si allontanino troppo dalla natura, dalla meraviglia e dallo stupore che i suoi fenomeni fanno nascere in noi - per razionalizzare e voler spiegare tutto, invece di coltivare l’awe".

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