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Il letto nuziale

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Gli scrittori antichi avevano un simbolismo ammirevole che attribuiva certe energie all'influenza del sole, e certe altre a quelle della luna. All'influenza lunare appartengono tutti i pensieri e le emozioni che sono stati creati dalla comunità, dalla gente del volgo, da nessuno sa chi; e al sole tutto ciò che proviene da una mente formata da un'alta disciplina, o individualmente regale. Mi immagino io stesso un matrimonio del sole e della luna nelle arti da cui traggo il maggior piacere; ed ora sposo e sposa non fanno altro che scambiarsi, per così dire, coppe piene d'oro e d'argento, ed ora essi sono una cosa sola in un abbraccio mistico. Dalla luna provengono i canti popolari, creati dai mietitori e dai tessitori per il comune stimolo della loro fatica, e composti non mettendo insieme le singole parole, ma mescolando interi versi o frasi; e i racconti popolari elaborati attraverso la capricciosa mescolanza di elementi noti a tutti in nuove guise, come noi distribuiamo le carte, senza riuscire a ottenere mai per due volte la stessa mano. Quando ascoltiamo qualche bel racconto, non sappiamo mai se non sia stato il caso a dare l'ultimo tocco d'avventura. Un simile genere di poesia, mi pare che desideri un'infinità di meraviglia o di emozione, perché dove non esiste una singola mente, non esiste neppure chi segna dei limiti e delle misure di qualunque sorta. Il povero pescatore non possiede nulla del mondo né vi ha alcuna responsabilità; e se sogna di un dono d'amore che sia qualcosa di più di quello scialle bruno che sembra troppo ordinario per la poesia, perché non dovrebbe sognare un guanto fatto della pelle di un uccello, o scarpe fatte della pelle di un pesce, o una giubba fatta della veste rilucente del salmone? Non fu Eschilo forse che disse di non aver fatto altro che servire le briciole del convito di Omero? – ma anche Omero aveva trovato un grande convito su un pavimento di terra battuta e sotto un tetto sfondato. Non sappiamo chi alla fondazione del mondo allestì per la prima volta quel convito, o chi mette il mazzo di carte fra mani rudi; ma sappiamo che, finché coloro che tante invenzioni hanno prodotto non cambieranno anche la natura della poesia, noi dobbiamo andare dove si recò Omero se vogliamo cantare un canto nuovo. È forse perché tutto quello che giace sotto la luna ha sete di sfuggire ai suoi limiti, e di perdersi in un flusso di illimitata marea, che i canti del popolo sono malinconici, e che la storia di Fianna, ogni volta che le regine si lamentano per i loro amanti, ci rammenta i canti che ancora vengono intonati in campagna? Il loro dolore, persino quando dovrà essere breve come quello di Grania, sale fin nei deserti spazi del cielo. Ma nell'arte suprema o nella vita suprema c'è l'influenza, anche, del sole, e il sole reca con sé, come ci raccontano gli scrittori antichi, non disciplina soltanto, ma gioia; perché la sua disciplina non è del genere che le moltitudini impongono su di noi con il loro peso e il loro premere, ma l'espressione dell'anima individuale che si volge in puro fuoco per imporre i suoi stessi disegni, la sua stessa musica, su quella pesantezza e mutezza che è negli altri e in lei medesima. Quando abbiamo bevuto la fredda coppa dell'ebbrezza lunare, abbiamo sete di qualcosa che è al di là di noi, e la mente fluisce al di fuori di noi verso la naturale immensità; ma se abbiamo bevuto dalla calda coppa del sole, la nostra stessa pienezza si risveglia, desideriamo poco, perché ovunque andiamo, lì va anche il nostro cuore; e se qualcuno chiede quale musica è la più dolce, non possiamo che rispondere, come Pope, “quella di ciò che avviene”. E tuttavia i canti e le storie che provengono da entrambe le influenze sono una parte, nessuna inferiore all'altra, del piacere che è il letto nuziale della poesia.

 

© Paolo Melandri (8. 2. 2019)

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