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La pasta sfoglia del tempo

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Il progresso, di per sé, ha conosciuto certamente tempi migliori; tuttavia al plurale continua, più che mai, a prosperare. Fra i suoi profeti non troviamo soltanto agenti dei media e del settore pubblicitario. Esso gode di costante considerazione anche fra scienziati ed economisti, fra tecnici e medici. Procede a piccoli passi ma avanza sempre più rapidamente in tutte le direzioni: un processo che nessuno osa controllare e tanto meno mettere seriamente in dubbio.

Mentre le vecchie avanguardie politiche e artistiche si sono ormai congedate, gli avventisti della tecnica, del tutto indifferenti di fronte alle catastrofi del XX secolo, si lasciano andare senza alcun ritegno ai loro sogni utopistici. Il loro isterico ottimismo non conosce limiti, neppure quello dell'autoconservazione. Le loro visioni, infatti, non mirano più al solo miglioramento della specie umana, bensì alla sua autodistruzione, e questo a vantaggio di prodotti che dovrebbero, così credono, essere di gran lunga superiori a ogni organismo vivente. Questo gaio masochismo ricorda i tempi in cui l'Atomium di Bruxelles pareva inaugurare un futuro radioso.

Tuttavia i fondamentalisti della modernità non sono soli al mondo. Lontano da queste sette radicali si diffonde un senso di disagio. Non solo i perdenti nella sfida del progresso, ma anche i più accorti fra i funzionari del mondo economico guardano al processo della globalizzazione con sentimenti a dir poco contrastanti.

E la ragione è molto semplice. Con l'aumento della velocità, infatti, si moltiplicano anche le non-contemporaneità. L'avanzare frenetico delle varie forme di progresso crea, giorno dopo giorno, una schiera sempre più folta di ritardatari. La maggioranza se l'è ormai lasciata alle spalle. Ma non si tratta più, come ai tempi della modernità eroica, dell'ottusa maggioranza di “eterni passatisti”, intenta a negare la sua adesione a una qualche avanguardia autoproclamatasi tale. Distinzioni di questo tipo non servono più a niente. Perché anche i rappresentanti dei trend più moderni sono soliti cadere in contraddizioni quanto mai strane. Lo specialista della teoria dei sistemi sceglie di abitare in una casa vecchia. L'esperto di armamenti ama soprattutto andare all'opera. La militante decostruttivista soffre di mal d'amore e il chipdesigner scopre di avere un debole per la filosofia buddhista. Naturalmente potremmo liquidare queste tendenze considerandole mere compensazioni, increspature superficiali. Ma questa tesi viene smentita dal fatto che i “residui del passato” paiono proliferare in modo altrettanto incontrollabile quanto i progressi della tecnica. Contro ogni volere degli interessati e senza alcun riguardo delle loro preferenze ideologiche, il vecchio rinnegato trova espressione in una quantità di sintomi somatici, psichici e culturali. E da questo possiamo trovare un'unica conclusione: l'epoca in cui era ancora possibile credere che una vita al passo coi tempi fosse comunque vivibile è evidentemente finita.

Il tanto discusso postmoderno fu uno dei sintomi citati e tuttavia non è stato in grado di comprendere la dinamica profonda propria della non-contemporaneità. Già la formula con cui è entrato in scena mostra quanto sia rimasto vincolato al pensiero sequenziale: ovvero a quello schema secondo il quale un'epoca – o un episodio – succede a un'altra sostituendosi a essa, per poi, come su una catena di montaggio, far posto quanto prima a quella successiva. È in questo concetto straordinariamente semplice che sopravvive il dogma centrale della modernità, un dogma che è riuscito a superare tutti gli sconvolgimenti e i dubbi interiori del secolo scorso.

È difficile stabilire come e quando questa idea della successione si sia affermata nel pensiero storico-filosofico. La famosa querelle des anciens et des modernes del 1687 potrebbe forse valere come punto di riferimento. La controversia fra epoca antica e moderna si è ampliata sempre più finché lo scontro fra il tramandato da una parte, e il nuovo e rivoluzionario dall'altra, fra tradizione e modernità, è divenuto un fenomeno del tutto ovvio, un aut aut destinato a intraprendere, dapprima in ambito culturale, ma assai presto anche in quello politico, una lunga carriera che perdura tutt'oggi.

L'efficacia di tale modello doveva essere indubbiamente allettante; perché da questo momento in poi ogni singolo individuo si trovò a compiere una semplice scelta. Non doveva fare altro che sostenere una delle due parti, l'ancien régime o la rivoluzione, la tradizione o il progresso, l'Uomo Vecchio o l'Uomo Nuovo, la destra o la sinistra, che già si era conquistato quel che viene definito una Weltanschauung o un punto di vista ben fondato. Intere schiere di ingegni hanno esaurito ogni loro energia affrontando tali opposizioni; ma non solo: milioni e milioni di individui hanno pagato la loro scelta con la vita. L'alternativa di fronte alla quale si trovava l'umanità era di una semplicità disarmante. Il disordine del mondo era stato ridotto a uno schema binario. Pareva esistessero soltanto due opzioni, non di più: ogni singolo individuo, da quel momento in poi, o era in testa o era in coda.

 

© Paolo Melandri (12. 6. 2019)

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