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Le onde

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Mosca-cieca

 

         Possa io adesso innalzare il mio canto di gloria. Sia lodato il cielo per la solitudine. Possa io esser solo, gettar via questo velo dell’essere, lontano da me, questa nube che cambia al minimo alito, la notte e il giorno, tutta la notte e tutto il giorno. Mentre sedevo qui sono cambiato continuamente. Ho osservato il cielo che cambiava. Ho visto nubi coprir le stelle, poi liberarle, poi coprir le stelle di nuovo. Ora non guardo più il loro mutare. Ora nessuno mi vede e io non cambio più. Il cielo sia lodato per la solitudine che ha rimosso la pressione dell’occhio, la sollecitazione del corpo, e ogni bisogno di menzogne e di frasi.

         Il mio libro, imbottito di frasi, fraseolente cadavere, è caduto a terra. Giace sotto la tavola, e la donna a ore lo spazzerà via quando arriverà stanca all’alba, in cerca di pezzi di carta, vecchi biglietti del tram, e qua e là un biglietto appallottolato e lasciato tra gli altri rifiuti. Qual è la frase per la luna? E la frase per l’amore? Con qual nome battezzeremo la morte? Non lo so. Ho bisogno di un linguaggio familiare come quello degli innamorati; parole di una sillaba sola come ne dicono i bambini quando entrano in una stanza e trovano la mamma a cucire e raccattano di terra un bioccolo di lana candida, una piuma, o un pezzetto di chintz. Ho bisogno di un urlo; di un grido. Quando la tempesta attraversa la palude e passa su di me che giaccio nel fosso, trascurato, allora non ho bisogno di parole. Niente di nitido. Musica forse? Musica, forse. Niente che si poggi saldamente sul pavimento. Nessuna di quelle graziose eco, di quelle risonanze, di quelle risonanze che irrompono e rintoccano di nervo in nervo nel nostro petto, formando frasi false, una musica sfrenata. Ho finito per sempre, con le frasi.

         Quanto è meglio il silenzio; la tazzina di caffè, la tavola. Quanto è meglio starsene in disparte, come l’uccello marino che apre le sue ali posato su un palo. Possa io sedere qui per sempre con le cose spoglie, con questa tazzina, con questo coltello, con questa forchetta, cose in sé, essendo io me stesso. Non venite a disturbarmi col dirmi che è ora di chiuder bottega e andarsene. Darei volentieri tutto il mio denaro pur di non essere disturbato ma lasciato qui per sempre, silenzioso, solo.

         Ma ora compare il capo-cameriere, che ha finito anche lui di mangiare, e guarda male; tira fuori la sciarpa dalla tasca, e ostentatamente si prepara ad andarsene. Devono andarsene; devono metter le imposte, ripiegar le tovaglie, e dare una pulita sotto i tavoli con il cencio bagnato.

         Siate dunque maledetti. Per quanto sia battuto e finito, devo tirarmi su, e cercare quel soprabito che mi appartiene; devo infilar le braccia nelle maniche; imbacuccarmi nella sciarpa per proteggermi dall’aria della notte, e andarmene. Io, io, io, stanco come sono, esausto come sono, e quasi logoro per aver strofinato il naso contro la superficie delle cose, io che sono un uomo anziano che si sta appesantendo e non ama gli sforzi, devo spingermi fuori e prender l’ultimo treno.

         Vedo nuovamente davanti a me la solita strada. Il baldacchino della civiltà ora si è spento. Il cielo è scuro come un osso di balena polìto. Ma c’è un chiarore nel cielo; forse un lampione, forse è l’alba. C’è un movimento imprecisato – passerotti che cinguettano là sui platani. C’è il senso del far del giorno. En attendant l’aurore. Ma non la voglio chiamare alba. Cos’è l’alba in città per un uomo anziano che si ferma in mezzo alla strada a guardare il cielo con un senso di vertigine? L’alba è una specie di sbiancare nel cielo; una specie di rinnovamento. Un altro giorno; un altro venerdì; un altro venti di marzo, di gennaio, o di settembre. Un altro risveglio generale. Le stelle si ritirano e vengono spente. Le sbarre tra le onde si approfondiscono. La pellicola di nebbia s’ispessisce sui campi. Un color rosso s’addensa sulla rosa pallida che pende a lato della finestra della camera da letto. Un uccello cinguetta. I campagnoli accendono le candele di prima mattina. Sì, questo è l’eterno rinnovamento, l’incessante sorgere e ricadere, e cadere e risorgere.

         E anche in me sorge l’onda. Si gonfia; inarca la schiena. Ancora una volta sento un desiderio nuovo, qualcosa che s’impenna sotto di me come il cavallo superbo che il cavaliere prima sprona, poi rattiene. Quale nemico scorgiamo adesso avanzare verso di noi, o tu che io cavalco, mentre attendiamo, battendo questo tratto di selciato? È la morte. La morte è il nemico. È contro la morte che io cavalco con la lancia in resta e i capelli al vento come quelli di un giovane, come quelli di Percival, quando galoppava in India. Affondo gli sproni nei fianchi del cavallo. Contro di te mi scaglierò, invitto e indomabile, o morte… 

 

[Traduzione/trascrizione e modifiche di Paolo Melandri]

  Cristina Bizzarri - 11/01/2015 01:48:00 [ leggi altri commenti di Cristina Bizzarri » ]

Grazie Paolo di questa bellezza. Ho letto "The waves" tanti anni fa, in inglese e faticando con immenso piacere tra i monologhi dei cinque (cinque? non sono sicura) protagonisti, dei loro soliloqui. Basta una meraviglia come questo tradotto qui da te per farmi dire che Virginia Woolf è stata/è un genio. Di intelligenza, di poesia, di sensibilità. E credo che scrivendo tentasse di allontanare da sé la scelta di quell’istante che la vedrà immergersi nelle acque ... di quale fiume o mare? Non ricordo più. Leggendo questo brano rivivo tutto il piacere e lo stupore di anni fa, quando lo lessi per la prima volta.

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