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Storia di un prete

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Storia di un prete

 

In una notte d'autunno dell'anno in corso, a lui che di solito sognava con persistenza solo nelle notti tra Natale e l'Epifania, adesso si era impresso un sogno nel quale non era stato un prete, ma un Nessuno, una creatura nella sua nudità. Si trovava davanti all'altare della parrocchia, solo, in una violenta luce artificiale, e all'improvviso si precipitava fuori dalla sacrestia un compaesano morto di recente dopo una terribile agonia di più giorni, in grandezza superiore al naturale, e gli ordinava di inginocchiarsi per ricevere l'ostia della comunione. Nel sogno era implicito che lui non si fosse più inginocchiato dai tempi dell'infanzia, né tantomeno avesse ingerito il “corpo di Cristo”, e quindi il momento era veramente eccezionale. Inoltre la voce del Crepato trasformatosi, con l'abito talare, in Dispensatore del Sacramento, era imperiosa come non aveva mai sentito da alcun essere terreno. Quello che gli diceva in sogno, al tempo stesso lo stabiliva per tutti i secoli: a quel Cibo non si poteva girare attorno; ingerirlo era la necessità; senza di esso sei in disgrazia! E sebbene a quella voce per la prima volta da moltissimo tempo lo avesse assalito un brivido, non si trattava semplicemente di un incubo; non ne fu risvegliato, ma continuò a dormire, all'inizio tra tremiti e fremiti, poi pacificamente e infine beatamente.

Quella notte si alzò ancor prima del solito, anche perché doveva lavorare alla predica della domenica. Dalla scrivania la vista, sul retro della canonica, dava su un frutteto che poi, come di norma nella regione, continuava senz'altro nei prati e nei campi. Dopo la messa mattutina e le ore a scuola, nel pomeriggio voleva cogliere le mele e sistemarle in cantina con le sue mani, senza l'aiuto di nessuno. E oggi cosa c'era ancora? Pranzo con il parroco molto più giovane del comune al di là del fiume, in una trattoria a mezza strada; nuova visita a un moribondo; messa vespertina per un defunto alla Pieve.

Un'altra vista dava sul giaciglio sfatto nella camera da letto, che sarebbe rimasto così fino a tarda ora della notte successiva. Era freddo nei due locali, gli unici ancora abitati; non c'era una governante che li riscaldasse; e lui lo faceva al massimo se veniva un ospite, e spesso nemmeno allora.

Nella sua predica intendeva, seriamente, litigare con il papa, e all'idea sentì ben presto un certo calore. L'uomo del Vaticano, infatti, poco tempo prima, in occasione di una guerra nella quale soldati nemici avevano violentato e ingravidato le donne, aveva esortato le vittime ad amare quei bambini e quindi a metterli al mondo e ad allevarli. Ad infastidire il prete non era tanto il fatto che qui si presupponeva come del tutto ovvio il portare a termine la gravidanza di embrioni concepiti con la violenza, quanto l'ordine di amarli. Poteva una cosa come l'amore essere imposta dall'esterno, e più ancora dall'alto, pubblicamente? Esaltare l'amore, come aveva fatto una volta per tutte l'apostolo Paolo nella lettera ai Corinti, era una cosa – dichiararlo una legge e annunciarlo così non era qualcosa di totalmente diverso? Sì, poteva ben immaginare che una delle vittime, poco alla volta, o meglio all'improvviso, venisse colta (“sorpresa”? “colpita”?) da una specie di amore verso un feto di quel genere. Ma questa era anzitutto una faccenda sua, il suo segreto, e nessuno da fuori, nemmeno il rappresentante di Dio sulla terra, poteva permettersi di rivolgersi a una persona così ordinandole di amare fin da principio. O al massimo a quattr'occhi, nelle vesti di un sacerdote e pastore d'anime, come lui qui, e comunque non sotto forma di ordine, ma forse di una semplice possibilità, lasciata intendere, con un lieve cenno delle dita.

Lui, il prete, era adirato con il pontefice che diceva parole definitive su una cosa come l'amore, e voleva esprimerlo nella sua predica senza mezzi termini (sebbene appunto per questo la sua indignazione venisse ancora una volta recepita come elemento di gioco). L'amore di una donna violentata verso il seme estraneo, più che il materiale di una predica dall'alto del pulpito, non era invece qualcosa per una storia – una novella? Da raccontare soltanto dopo l'accaduto? O addirittura mai, per l'eternità? Qualcosa da passare sotto silenzio, un fatto che riguardava unicamente la madre? E amori di questo genere nei casi in questione non erano già da un pezzo tacitamente ed entusiasticamente operosi e venivano forse soltanto profanati dall'intervento del papa? Ma un amore siffatto era poi davvero profanabile, da qualsivoglia intromissione?

 

© Paolo Melandri (14. 4. 2019)

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