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Raccolta di articoli di Antonio Piscitelli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Libri

Una conversazione con Wil Hansen

Amsterdam, estate 2013

 

UNA CONVERSAZIONE CON WIL HANSEN

(da Martin Šimek a Roberto Saviano, passando per il mondo)

 

In Italia quasi nessuno lo conosce, a parte quei pochi che possono ricordarlo come atleta. Qui invece è noto, non solo per essere stato una gloria internazionale del tennis negli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta del secolo scorso, ma anche perché conduce programmi radiofonici e spesso appare in televisione come opinionista esperto di cose italiche. Quando qualcosa accade in Italia e vogliono un giudizio sull’evento del momento, chiamano lui.

Non è Olandese, non di origine almeno, ma dell’Olanda ha la cittadinanza e parla e scrive una lingua perfetta. È nato a Praga nel 1948 ed è stato Cecoslovacco fino al 1968, l’anno, qualcuno ricorderà, della “Primavera”. Martin, allora ventenne, alla primavera crede e forse ripone grandi speranze nella rinascita del suo paese e nella possibilità di sottrarsi al giogo sovietico. Questi sogni, i sogni di un ventenne ampiamente condivisi da gran parte della gioventù di allora, si infrangono sui carri armati russi che invadono la capitale. Non regge alla sconfitta. Raffazzona un bagaglio alla meno peggio, saluta frettolosamente i genitori e, approfittando dei disordini del momento, riesce a passare il confine austriaco.  Quando mette piede a Vienna, si sente libero, sente di poter vivere alla luce del sole; non gli basta, evidentemente, non può bastare a un ventenne la sola aria della libertà. La libertà non è sufficiente a dare piena dignità a un esule, benché volontario. La dignità presuppone che tu abbia mezzi di sostentamento sufficienti, che tu ti collochi in un posto che riconosca la tua identità, che la rispetti, che la tuteli. Questo posto è l’Olanda. Vi si reca, ne ottiene l’asilo politico, prodromo della futura cittadinanza. Qui può proseguire i suoi studi. Si iscrive alla facoltà di economia dell’università di Amsterdam, dove conseguirà la laurea. Negli anni universitari si fa conoscere come eccellente giocatore di tennis: diventerà un campione e un motivo d’orgoglio per la patria d’adozione. Ora ha una nuova nazionalità, una nuova identità, un’identità di elezione evidentemente. È Olandese!

«No hay patria, no hay matria che nos proteja», scrive Lydia Cacho nel suo Memorias de una infamia. L’ho citata, in esergo, nella mia più recente pubblicazione perché mi sembrava rappresentare in maniera efficace i temi del romanzo. E tuttavia un po’ devo contestarla, se non altro per la storia personale di Martin Šimek. L’Olanda lo ha accolto, gli ha riconosciuto il diritto di esistere e di manifestare le sue idee. Un vizio storico probabilmente. Se devo aggiungere un motivo alle ragioni per cui questo paese mi piace da sempre, la vicenda personale del tennista ceco ne è uno eccellente. Per chi ne pratica la lingua può leggerla nel libro in cui Šimek si racconta e ci ricorda un drammatico spaccato della recente storia europea, emblema, per certi versi, dell’affermazione di quel sistema di valori fondanti di un’Unione dalla quale l’Italia è sempre più lontana: “De vuurvliegjes achterna: een vlucht naar de vrijheid” (Seguendo le lucciole: una fuga verso la libertà), edizione De Bezige Bij.

Nel 1984 Martin scopre l’Italia, ne è affascinato e non l’abbandona più. Sì, vive in Italia, per la precisione in Calabria, una regione della quale è come invaghito. Le dedica la sua seconda opera, “Bloedsinaasappel – Leven in Calabrië” (Arance rosse – Vivere in Calabria), sempre per i tipi della De Bezige Bij.

Ma fa di più nel nostro paese. Apre e dirige un centro sportivo a Carbognano, in provincia di Viterbo. Qui allena e avvia alla pratica tennistica un nutrito gruppo di giovani provenienti da tutta Europa. Non male per un esule!

Della personalità attiva e intraprendente di Martin Šimek ammiro la tenacia con cui ha combattuto la sua battaglia e, sembrerebbe, l’ha vinta. Cosa c’è di più dignitoso che far leva sulle proprie forze, sulle proprie attitudini, sulla propria solida cultura per raggiungere una meta che coincide esattamente con la libertà, de vrijheid, come dicono qui. Dal bisogno in prima stanza, poi da un’ideologia fatta passare per religione di stato a vantaggio di pochi burocrati futuri trafficanti di armi e droga, infine di estrinsecazione di sé attraverso la letteratura. Per la verità, mi viene da confrontare questo percorso di successo alla maniera italica di raggiungere, non dico la libertà, una parola che non compare nel dizionario della nostra lingua, ma quell’affermazione sociale a cui i veri talenti giustamente ambiscono. Parlare in Italia di talenti è come bestemmiare. Cosa sono, alieni? Il talento da noi si misura in denaro contante, in protezione politica, in corruzione. Ecco cos’è il genio italico!

Chiedo a Wil Hansen, che qui è il suo editor, come ha conosciuto Šimek. Non lo ha conosciuto, pare, se non dopo aver dato l’ok al suo primo libro. Ne ha letto il manoscritto, gli è piaciuto, ha ritenuto vi si narrasse un’esperienza esemplare.

-          È stato sufficiente? – domando.

-          No. Il libro era ben scritto.

Già! Non basta dire. Occorre anche saper dire. È una regola di fatto che  certa editoria di casa nostra pare ignorare e così capita che proponga libri illeggibili, purché siano scritti (scritti?) da personaggi di chiara fama, capaci di fare audience, più o meno come in televisione. E succede che la sora Checca (per carità, una simpaticona!) conquisti lo Strega, con buona pace dei compianti Maria Bellonci e Guido Alberti.

Sia detto per inciso, pare che la sora Checca sia tra le maggiori sostenitrici di Silvio Berlusconi, innegabilmente uno dei più autentici talenti italici. Tale per cui, qui in Olanda, ma so per certo anche in altri paesi, continua ad essere il “fenomeno” del momento. Se ne occupano giornali, televisioni, editoria. Martin Šimek ci ha fatto il suo bravo libro, Silvio, stessa casa editrice, stesso editor, Wil Hansen.

-          Com’è?

-          Buono.

-          Non mi basta.

-          Neutro: riferisce fatti più che sparar sentenze.

-          E i lettori?

-          Deducono.

So cosa deducono. Lo leggo nello sguardo, tra l’incredulo e il canzonatorio, degli amici che vogliono da me delucidazioni. Abbozzo, non posso fare altro. Io ho sempre preferito tacere sul “fenomeno” di casa nostra, per il semplice motivo che la chiacchiera, per informale e occasionale che sia, enfatizza una vicenda sulla quale sarebbe meglio stendere un velo pietoso, fatti salvi i doveri della magistratura. Non so se ci avete fatto caso, il nostro “fenomeno” scambia le pernacchie per applausi, anzi fa molto di più: utilizza le pernacchie per mettersi in mostra e fare audience. Non è forse vero che la pubblicità è l’anima del commercio? Nel nostro caso pernacchie e applausi si equivalgono davvero, garantiscono la presenza costante sui media. È ciò che conta per un narcisista sedicente salvatore della patria, che non vuole finire nel dimenticatoio di una Storia che, lo sa bene, nessuno studierà più. L’hanno persino cancellata dalle materie scolastiche. Martella oggi, martella domani, alla fine tu quel prodotto te lo compri, pardon!, lo voti.

Torniamo alle cose serie, va’! Chiedo a Wil se “De Bezige Bij” (significa “L’ape operosa”), uno dei colossi dell’editoria olandese, possegga anche delle televisioni. Mi guarda scandalizzato, ma la mia era una domanda retorica, giusto per sentirmi dire che no, certamente e ovviamente questo non sarebbe possibile. Per consolarmi, insomma, della circostanza che esistono paesi in cui l’informazione è ancora sufficientemente libera, pluralistica.

La conversazione è piacevole, distesa, varia e illuminante. Avviene attorno alla deliziosa cena preparata da un amico comune. Mi riporta con la mente ai convivi e ai simposi di letteraria memoria. Wil Hansen è un perfetto trilingue, così traduce dal tedesco e dall’inglese. La sua più recente fatica è stata la traduzione del libro di Khaled Hosseini, E l’eco rispose (qui: “En uit de bergen kwam de echo”), pubblicato in Italia da Piemme. Il libro è apparso in Olanda contemporaneamente agli Stati Uniti. Ho letto gli altri due, mi propongo di leggere questo terzo. Chiedo a Wil di darmene un parere. Mi dice che è il migliore dei tre. Hosseini vi dimostra un talento da letterato col patentino. Mentre “Il cacciatore di aquiloni” e “Mille splendidi soli” facevano leva sullo sdegno mondiale per la tragedia afghana, indulgendo al sentimentalismo, in “And the Mountains echoed” la struttura e la lingua mirano alla pluralismo prospettico e alla prosa d’arte. Insomma, secondo il suo traduttore olandese, lo scrittore dimostra di possedere buone qualità letterarie. Mi fido di Wil e senz’altro leggerò il libro. Pare che questo terzo romanzo di Hosseini riscuota meno successo dei primi due, come a dire che non sempre qualità e mercato marciano allo stesso passo. Se è vero ciò che il traduttore olandese afferma, leggo l’evenienza come indice del gusto medio. Un fatto come un altro. Non ne deduco nulla.

Il mio amico mi riferisce che tra un paio di mesi uscirà anche la traduzione dell’ultimo di Saviano, Zero zero zero, Feltrinelli, come i lettori di queste note sapranno (“Gomorra”, non meno che altrove, qui è stato un successo). Mi chiede se ho letto il libro e che opinione me ne sono fatta. Le dolenti note! Taccio quasi sempre su questo tema. Pesa su di me, come un ricatto, la condizione dell’autore: sotto scorta, una cosa che mi suona simile agli arresti domiciliari, a una galera meno rigorosa, ma pur sempre a una galera. E mi sento in colpa, perché vivo da uomo libero in un paese libero. E penso che sia meraviglioso essere quasi invisibile in una città che aborre l’eccesso di visibilità, almeno nel comune sentire. Che poi alcuni siano più visibili di altri, data l’enfasi dei media, questo è inevitabile. E tuttavia ti può anche capitare di incontrare al supermercato noti personaggi pubblici, persino la coppia reale e, fino a qualche mese fa, prima del passaggio di consegne a Guglielmo Alessandro, l’amata Beatrice. In questo paese la monarchia, a parte inevitabili dissidenze e qualche polemica, continua a godere di buona fama. Gli Orange-Nassau sono sempre stati fedeli alle loro  origini, hanno difeso e in parte sottratto alla rabbia nazista la loro patria. Gli Olandesi non dimenticano. Giuliana, a guerra finita, memore dell’esilio canadese e dei modi semplici e informali in cui aveva allevato le figlie in quel paese, scese dal trono e si mischiò alla gente comune, al suo popolo.

Mi sento messo alle corde. Non sarebbe cortese non rispondere alle sollecitazioni di Wil. Gli dico ciò che penso, senza la pretesa di essere nel giusto. No, “Zero zero zero” non mi è andato troppo giù. L’ho trovato truculento, quasi che l’efferatezza dei crimini sia l’estetica dell’opera, a fronte dell’intenzione di fare informazione. Quell’indulgere su particolari raccapriccianti non mi pare funzionale alla cronaca, ma alla poetica cannibale del primo Ammaniti, quello di “Fango” per intenderci. Solo che, in quest’ultimo caso, si tratta di un esperimento letterario ben riuscito, mentre nel caso di Saviano mi pare un orpello fine a se stesso, senza molto aggiungere al fastello di notizie di cronaca le cui fonti vengono puntualmente taciute, anche quando queste sembrerebbero essere degli ordinari quotidiani. La contaminazione dei generi non mi convince: è il romanzo del crimine o ne è la cronaca distaccata? L’artifizio pulp serve a chi e a che cosa? Io dubito seriamente che Saviano sia stato testimone delle atrocità di cui icasticamente riferisce, dunque l’immagine che ne ricevo è molto più che mediata dalla parola, è enfatizzata dalla tecnica scrittoria. Letteratura. E finisco col pensare che la forma tolga forza alla denuncia. La prospettiva è psicologica ed è quella di un uomo costretto, suo malgrado, a guardare alla realtà attraverso la lente deformante del recluso. Il mondo è orribile, d’accordo; il crimine organizzato, che abbia come terreno di coltura il Messico, la Russia o Israele, l’attanaglia in una morsa mortale, d’accordo anche su questo; ma siamo davvero tutti così invischiati e, in qualche misura, complici, tali da minacciare la sicurezza dell’intero pianeta? Siamo davvero prossimi al collasso generale? Se qualcuno dei miei lettori ha qualche risposta convincente, me la passi, gliene sarei grato.

Per altro verso, le pagine migliori del libro sono quelle in cui l’autore denuncia la sua nuda umanità, l’amara consapevolezza di essere condannato a una condizione disperante, per lui ovviamente, ma per tutti quelli che hanno perso, a tempo indeterminato, il diritto sacrosanto alla libertà. Sono davvero dolorose le pagine conclusive del libro. Quando l’ho finito, avrei avuto voglia di abbracciare Saviano. Idealmente lo faccio in queste note.

Ecco ciò che ho detto a Wil!

Mi dice che probabilmente “Zero zero zero” neppure qui bisserà il successo di “Gomorra”. La crisi, si sa, costringe al taglio delle spese voluttuarie. Il libro sarebbe un genere accessorio. Beato chi riesce a farne a meno!

Tutte le cose gradevoli paiono finire più presto delle altre. Sono le dieci di sera quando ci separiamo, dopo oltre quattro ore di chiacchiera rilassante, alla quale non abbiamo sottratto qualche amenità salottiera. Non ho mai capito se il cibo buono alimenti la buona conversazione o questa faccia apprezzare anche pietanze mediocri. Nel mio caso, direi che la combinazione è stata perfetta: cena raffinata e convitati stimolanti. Che voglio di più? Mi sento in pace con me stesso e col mondo.

Fuori il clima è mite. Le ultime balugini del giorno, che d’estate dura più che in Italia, denunciano un ulteriore crepuscolo denso di cobalti. Mi piace lo spettacolo degli azzurri, lo trovo confortante. Uno spicchio di luna occhieggia tra i rami degli alberi e sembra accendere la notte di un biancore lanuginoso. Torno a casa a piedi, tanto non è lontano. Mi permette di attraversare quasi tutto lo Jordaan, il quartiere in cui vivo. Stradine strettissime s’intersecano a placidi alvei dalle acque tranquille. Il cielo vi si riflette e ti dà l’impressione d’essere sospeso nell’aria. Questa città è tutto cielo. Le piccole case basse sono come coltri protettive della lussuria celeste: non la nascondono, l’ammantano di un velo di verecondia.

Adoro passeggiare lo Jordaan, che un tempo si voleva essere il più olandese dei quartieri di Amsterdam. Per gli abitanti, tutti autoctoni. Oggi non è più così, è multietnico, come l’intera città. Vi si conduce una vita un po’ bohémien, tra baretti discreti, botteghe d’antiquariato, gallerie d’arte, studi di fotografia, laboratori artigiani, tante biciclette e abbigliamento alla buona. Non vedo griffe da queste parti: i ragazzi girano con t-shirt sbrindellate e infradito di plastica, d’estate, chiaramente d’estate. Il suo nome viene dal francese “jardin” perché Francesi furono i suoi primi abitanti. Fuggivano anche loro dalla terra natale, in un tempo in cui lo spirito belluino della Controriforma provocava le prime mattanze. Erano gli Ugonotti, protestanti di fede calvinista nella prospettiva storica, eretici in quella dei loro persecutori.

Sarà suggestione, sarà la condizione psicologica di esule volontario, ma qui mi sento normale o, almeno, diverso quanto può esserlo qualsiasi uomo o donna che abbia cognizione di sé. Esiste o è mai esistito uno uguale a noi? No, siamo unici! E dunque ciascuno diverso dall’altro. Ciò che è unico non può somigliare a nessun altro. E dovrebb’essere persino prezioso! La diversità è la regola, non l’eccezione. Qui lo sanno tutti, anche i bambini e lo sanno da molti secoli.

L’Olanda spesso accoglie gli “eretici” di altri paesi. Quale la loro eresia? Essere fedeli a se stessi, a un’identità che è unica e perciò irripetibile. Capite? Ci sono paesi, e il nostro ne fa parte, in cui è vietato, o quasi, essere se stessi.  

Il mio amico, avvocato dei poveri e dei perseguitati, mi racconta un’infinità di storie, per lo più drammatiche e non tutte a lieto fine. Recentemente mi ha riferito di un giovane iraniano al quale ha cercato di ottenere l’asilo politico. Era gay e l’omosessualità, nel suo paese, è un reato che si paga con la pena capitale. Il ragazzo si è rifiutato di dichiararsi apertamente gay, dichiarazione indispensabile secondo la procedura. Si vergognava, aveva paura di esporsi, benché si trovasse in un paese disposto ad accoglierlo. È scappato, è tornato in Iran. Processato, è stato condannato a morte. La sentenza è stata eseguita. Il mio amico lo ha saputo da un’organizzazione umanitaria internazionale. Il ragazzo aveva diciotto anni. Per tutti i fondamentalismi la gioia è un reato, la giovinezza un crimine.

Il mondo è così in buona sostanza. Allora non mi si venga più a parlar di patria: le patrie ci vomitano come schifose deiezioni. Le patrie non esistono se non per la mattanza del conformismo benpensante. Poveri, dissidenti, “eretici”, eterodossi d’ogni genere migrano tra i continenti in cerca di un luogo possibile in cui vivere in pace. La maggioranza non lo trova. Le poche oasi, nel deserto dell’infamia, non hanno spazio sufficiente. I più fortunati, forse più colti e intelligenti, talvolta riescono a trovare il cantuccio in cui rifugiarsi. Gli altri restano pur sempre delle bocche da sfamare e delle vite da realizzare. Non c’è spazio per tutti.

Sono fortunato, lo so, posso ancora scegliere. Ma mi sento in colpa: la mia semplice esistenza toglie pane e dignità a qualcuno che dovrebbe godere dei miei stessi diritti. Che fare? Non so rispondere.

È notte fonda. Continuo a pensare alla conversazione con Wil, alla storia di successo di Martin Šimek, a quella affine di Khaled Hosseini, alla disperanti limitazioni di Saviano, alla mia fortunata condizione. E gli altri? Vorrei urlare alla notte, ma qui non s’usa urlare. Qui tutto è discreto e silenzioso, come questa notte d’estate traboccante di stelle, le eresie dell’Universo. E sogno per quelli che non potranno mai farlo, seguendo le lucciole: una fuga verso la libertà.

 

Antonio Piscitelli

*

- Vari

Siamo liberi o caporali?

Siamo liberi o caporali?

(una specie di lettera aperta ai miei amici)

 

Volete sapere cosa faccio per sfuggire alla volgarità e alla “disinformazione” dominanti? Sia ben chiaro, vi dico ciò che faccio io, senza la pretesa che lo facciate anche voi. Ognuno si difende come sa e come può. Per prima cosa non guardo mai la televisione. Mai! L’ho rifiutata da circa trent’anni, da quando regalai il televisore che la mia defunta madre mi lasciò in eredità. Sono allergico, che posso farci? Così molti mi trovano di un’ignoranza crassa. Assai spesso non so neppure che faccia abbiano i nomi “prestigiosi” che sento nominare nella sala d’attesa del dentista o mentre faccio la coda all’ufficio postale per spedire un pacco o una raccomandata. Mi è capitato che qualcuno me ne chiedesse il parere, relativamente a non so quale prestazione o dichiarazione o evento del quale l’effimero “divo” del momento era stato protagonista. E chi è? Grande scandalo nel mio interlocutore, anzi anatema contro la mia minifesta incultura. A qualcuno al quale ho candidamente confessato di non possedere un televisore, la cosa non è parsa vera. Uno addirittura mi ha detto, letteralmente: «E che ci campi a fare?». Proprio così! È vero, giuro!

Sono felice per costui, il quale ha scoperto il vero senso della vita. Scopo della vita è guardare la televisione, altrimenti è inutile campare, salvo che io campo benissimo senza televisione e non mi suiciderò in virtù del credo del mio interlocutore. E così non ascolto più i consigli delle persone ritenute autorevoli, ma sono solo imbonitori da strapazzo, bravi, lo riconosco, a indorare la pillola e a farmela/farcela deglutire. No, non credo più ai propalatori di opinioni, che opinioni non sono, ma diktat per la coscienza. Ci colpevolizzano, capite? Colpevolizzano noi che non c’entriamo se non come ingranaggi di un meccanismo che non abbiamo fabbricato noi, ma noi subiamo. Non le voglio più ascoltare le cassandre che vogliono spaventarci, indurci a demordere, costringerci alla resa. Io ascolto voi, che siete miei amici e, come tali, condividete con me la malasorte del crimine che governa il mondo. Sulla nostra pelle e sulla pelle dei tanti derelitti della terra, stiamo sanando dalla bancarotta gli istituti di credito che riciclano gli ingenti proventi della droga, comprano e acquistano azioni in relazione non al reale andamento dell’economia, ma solo per spostare capitali dove più gli aggrada e dove meno corrono rischi. Che il crollo di un titolo mandi in miseria centinaia di migliaia di persone ai grandi speculatori interessa assai poco. Basta! Basta col denaro e le borse valori. Imploro pietà!

Ascolto chi ritengo abbia davvero qualcosa da dirmi e me ne assumo la responsabilità. Lo faccio con l’umiltà del figlio che ascolta la storia del padre che è stato in guerra,  ne è uscito apparentemente incolume, ma la guerra se la porta dentro e la trasmette alle nuove generazioni con gli artifizi del canto epico perché non risuoni, attorno al desco, ara delle memorie, l’eco della mitraglia quale lui, l’improvvisato aedo, ha udito nei giorni della tregenda. Dalla tragedia traggo gli auspici per la speranza. Perché quelli che mi seguiranno non abbiano a morire della mia guerra.

Chi sono io per arrogarmi il diritto di predicare un po’ di speranza? Un corpuscolo diasporico probabilmente, nulla di più e nulla di meno dei milioni di Ebrei che un tempo popolavano le nostre contrade, invisi, lo so, per lo più invisi per non si sa che peccato commesso. Non ho che il povero mezzo della parola e scarsa, quasi nulla, possibilità di farla udire. Che ne so? La gente non ascolta più, non legge più niente. Così dicono, se è vero che la maggior parte di noi pare affetta da sordità. Ci provo. Provo a raggiungere quei pochi che ancora hanno un po’ d’udito. Forse dovrei urlare, ma non lo so fare, non l’ho mai saputo fare, anche se sono circondato da una generazioni di urloni ciarlatani. D’altra parte l’inquinamento acustico è tale che dubito seriamente che dal frastuono possa emergere una qualche parvenza di suono intelligibile.

Io i libri li leggo, possibilmente senza pregiudizi e senza farmi condizionare dallo strombettio delle recensioni illustri, molte delle quali artatamente unte dalle case editrici che possono consentirselo, se non dagli stessi autori. Lo so perché anche a me hanno prospettato recensioni lusinghiere dietro lauto compenso. Devo dire che la procedura mi fa schifo? Ebbene sì, lo dico! Appartengo a un’esigua minoranza di idealisti che ha sempre pensato che la cultura sia una libera espressione dello spirito umano e non un prodotto da piazzare sul mercato, bene infiocchettato in relazione ai bisogni indotti degli acquirenti. Che so, il mercato vuole piangere, allora gli propino qualcosa di lacrimevole, vuole spaventarsi, allora gli confeziono gli incubi, vuole sognare, allora gli costruisco  le illusioni, brama la ripugnanza, allora gli propino l’orrore. Psicologi, sociologi e esperti di marketing danno le direttive generali, i pennivendoli eseguono senza batter ciglio. Così va il mondo. Fa brodo tutto ciò che è vendibile. Occorre solo sapere quali sono le nostre fragilità, le nostre debolezze e, perché no, i nostri vizietti, le nostre manie e il gioco è fatto. La verità non è vendibile, forse non lo è mai stata. La penso così! 

Oh, non pensiate che stia facendo il bacchettone da strapazzo. So bene che un prodotto di cultura ha dei costi, che impiega non poco lavoro e che il lavoro va retribuito. Pensate quanta gente lavora intorno a una produzione cinematografica, a uno spettacolo, a un concerto, ma anche a un libro o a una rivista. Questa gente deve campare e dunque è giusto che sia retribuita. Ovviamente da noi, dai fruitori del prodotto. Ciò premesso, credete sia possibile conciliare offerta e qualità in maniera tale che noi non manteniamo dei semplici parassiti, ma dei veri produttori di cultura? La risposta, per quanto mi riguarda, è negativa. Non pare, al momento, possibile.

Un noto conduttore televisivo, provocato da un altrettanto noto provocatore, ha dichiarato di percepire, per la trasmissione che conduce, cinquecentomila euro all’anno. È tanto? Direi proprio di sì, se penso ai tanti ragazzi che cercano lavoro e non lo trovano o, quando lo trovano, devono accontentarsi sì e no di quattrocento euro al mese. Non c’è proporzione, non c’è rapporto. Molti dei ragazzi di cui sopra sono laureati e magari hanno conoscenze e competenze per nulla da disprezzare.

Il conduttore di cui sopra, con visibile imbarazzo, ha detto che sì, è vero, cinquecentomila euro all’anno sono tanti, ma che in fondo l’emittente ci guadagna anche tanto per la quantità di sponsor che il suo programma procaccia. Più audience significa più pubblicità; più pubblicità significa maggiore introito per chi il programma produce e manda in onda. Perfetto, nulla da obiettare, tranne il sospetto che l’informazione altro non sia che una televendita più raffinata. Pensate che sia libera un’informazione del genere? Temo che lo pensiate, altrimenti il programma in questione non avrebbe un consenso così elevato.

Durante l’ultima campagna elettorale un notissimo imprenditore, nonché uomo politico, affermò che le tangenti sono la norma nei giochi di mercato per vincere la concorrenza, come dire che sono la vera anima del commercio. Per piazzare il tuo prodotto devi ungere qualcuno. Normale, no? Paghi chi può farti spazio nel “libero” mercato. Libero? Può mai esser libero un mercato condizionato dall’esborso di tangenti? Non vince chi produce meglio e a prezzi più competitivi, ma chi può pagare di più. Sarebbe come dire che, in una competizione sportiva, non vince il più bravo, ma chi si compra l’arbitro. Non male come insegnamento morale!

Mi direte che il libero mercato non è mai esistito e che, se una volta si pagavano i dazi doganali, oggi si pagano le tangenti. Avete assolutamente ragione. Ma allora perché si continua a osannare un libero mercato che non è mai esistito, se non nella fantasia di qualcuno o nella malafede di altri?

Ho detto!

Antonio Piscitelli