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Raccolta di articoli di AvvocatoD’Aiuto
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Giurisprudenza

Quando l’avvocato diventa un questuante.

Di Pasquale D'Aiuto, Avvocato. Questa mattina mi sono imbattuto in una lettera scritta il 28 u.s. dal Presidente del COA Roma, Avv. Antonio Galletti, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo. In estrema sintesi, si domanda quando sarà disponibile l’ultima tranche del reddito di ultima istanza – e cioè l’assistenza economica agli avvocati in difficoltà a causa del Covid – e se la platea potrà essere allargata. Questo il merito; quanto ai modi, da “Illustre Ministro” a “Tanti cordiali saluti e grazie per la collaborazione”, la nota è molto deferente. Ora, so bene che la lettera aveva un obiettivo preciso: quando verrà sbloccato l’obolo? E so pure che per molti l'attesa è sofferta e che il quesito è doveroso. Proprio per questo, non posso tacere le mie perplessità in relazione all'estrinsecazione dell'intendimento – pur virtuoso e condivisibile – del Presidente del COA della Capitale. Partiamo dall’interlocutore: perché non anche il nostro ministro Bonafede? Forse, decisioni come quelle giustamente auspicate dal Presidente Galletti non involgono valutazioni da compiersi in sede interministeriale? E, se pure non fosse, non sarebbe stato opportuno rivolgere anche al nostro ministro Bonafede, ultimamente scomparso dai radar, ogni richiesta, specie sulla scorta della considerazione – il punto più efficace della nota – che 139.000 avvocati italiani su 243.000 iscritti hanno chiesto ed ottenuto tale reddito per i mesi precedenti? Poi, il tono, per cui sarei lieto di esaminare diversi punti di vista ma con argomenti solidi: come si fa a scrivere una lettera così drammatica come quella in cui si domanda, in sostanza, che l’offerta a un centinaio di migliaia di professionisti in difficoltà cronica venga presto graziosamente elargita, senza lasciar trasparire un minimo di pathos? Tanti cordiali saluti, grazie per la collaborazione: ma quale collaborazione? Quando mai abbiamo potuto notare “collaborazione” dalle istituzioni? Vogliamo, forse, fingere che già abbondantemente pre-Covid la nostra situazione non fosse scientificamente stata ridotta alla stregua di un proletariato dell’intelletto? Che non ce la facciamo a reggere sulle nostre spalle le incredibili contraddizioni di una nave-Giustizia che imbarca migliaia di avvocati ogni anno senza curarsi delle loro concrete possibilità di guadagno? Come si fa ad associare la “lunga e forzata inattività” degli avvocati al virus e non rimandare immediatamente, foss’anche per inciso, alla normale crisi terrificante della professione, che è inchiodata alla realtà dai dati, facilmente accessibili da chiunque? Ed ora, il merito – anche se, forse, l’ho anticipato in parte. Leggere atti ufficiali del genere, per lo più a firma di un esponente apicale dell'avvocatura, mi addolora terribilmente. Perché, con tutto il rispetto, ho l’impressione che si ingeneri un preoccupante parallelismo tra professione ed assistenzialismo, tra mera sopravvivenza e preteso decoro. Questo, siamo? Questuanti? Facciano la carità agli avvocati, Vossignori! Ci concedano 600 euretti per andare a comprare il gelato la sera sul lungomare, Eccellenze! Questo sembriamo domandare. Ma il gelato solo per noi, non per i nostri figli, ché non ne possiamo avere, non possiamo permetterceli, così come un’auto, una casa, un mutuo, svaghi. Orsù, accordino l’ultima istanza anche ad altri centomila, così accontentiamo tutti gli avvocati d’Italia! E invece, no. Doveva essere, DEVE essere diverso da così. La premessa da compiere, in un documento che doveva avere una diversa e più complessa funzione, era rammentare all’ “Illustre Ministro” che già prima della pandemia le condizioni lavorative ed economiche degli avvocati fossero divenute insostenibili, e da molti anni; di poi, il fulcro della comunicazione doveva riguardare l’assoluta necessità sociale di promuovere significative innovazioni e notevoli semplificazioni nel comparto per salvaguardare i professionisti e le loro legittime aspirazioni ma, soprattutto, il senso della Giustizia dei cittadini, che sfuma sempre più in una sfiducia incolore, man mano che le sorti di questo carrozzone sgangherato peggiorano. Innovazioni che qualsiasi avvocato di media capacità conosce benissimo e che non starò qui a ripetere, visto che ne ho scritto altrove e tantissimi lo hanno già fatto, e molto meglio di me. La ratio primigenia di una nota del genere doveva consistere nell’inaccettabilità che più della metà degli avvocati italiani avessero fatto ricorso all’assistenza dello Stato, sull’intollerabilità di una politica della Giustizia che manifestava la sua pelosa vicinanza agli avvocati ed ai professionisti in genere soltanto nell’estrema emergenza e che non ipotizzava soluzioni di ampio respiro, dal breve sino al lungo periodo. Soltanto dopo aver denunciato, con garbata determinazione, lo stato di prostrazione e di discredito di uno dei pilastri della democrazia e l’irrilevanza dei sacrifici di centinaia di migliaia di laureati; solo dopo aver precisato che l’invocazione degli aiuti di Stato ad una maggior platea di avvocati rappresenti qualcosa di innaturale e gravissimo; solo una volta ammonito, con il dovuto riguardo, che questo momento storico è una straordinaria occasione per rilanciare il Paese, in primis il settore Giustizia, anche per incoraggiare gli investimenti esteri in Italia, ebbene SOLO A QUEL PUNTO poteva essere rivolta la semplicissima domanda: “Quando arrivano i soldi? Ce ne saranno di più?”. Ma non così, certo non così. Pur con tutto il rispetto e la comprensione per il difficilissimo compito del Presidente del COA Roma e la vicinanza per la gestione di un momento così arduo, non con quelle parole, non in quel modo. Non senza permeare il tono della nota d’una dignità reale, non solo di facciata, cui dobbiamo aspirare, pur tra mille difficoltà. Non senza rimarcare che bisogna scongiurare il tracollo della categoria, che già era in corso prima di quest’anno. Il nostro compito storico è ora, ed è uno solo: rendere davvero decorosa la Giustizia. E questo non fa rima con assistenzialismo.

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- Letteratura

Non ci credo più alla favoletta dell’inefficienza.

Ventinove giugno venti venti. Di Pasquale D’Aiuto. Avvocato. Io non ci credo più, alla buona fede dell'inefficienza. Pur conscio che l'imbecillità, che è diffusissima, arrechi più danni della cattiveria, ormai non sottovaluto più la capacità di far passare per bonomia, educazione, disattenzione, imperizia ciò che invece è semplice, egoistico calcolo. Sì: quel che sembra disorganizzato è, al contrario, sommamente organizzato per non funzionare - o farlo in un certo modo, che è la stessa cosa. Se non si riesce - per restare nel mio settore, che è quello della tutela dei diritti di ciascuno di noi - a rendere (od a mantenere) l'avvocato un professionista serio ed effettivamente decoroso, che possa assicurare al proprio cliente un tentativo qualificato e realistico di far valere un (presunto) diritto (dalla diffida alla mediazione, all'iscrizione della causa, all'istruttoria, alla conclusione del giudizio, alla concreta capacità di recupero del credito), è solo perchè non lo si vuole. Il motivo originario è semplice: la lentezza ammazza, il burocratismo stordisce, l'efficienza è lasciata a pochi e mirati casi, l'insuccesso del singolo trova facili alibi e, nel frattempo, decine di migliaia di avvocati (spesso, gente davvero perbene), che non riescono letteralmente a lavorare, pagano contributi e tasse che non si possono permettere ad enti malgovernati - che assicurano, però, efficientissime rendite di posizione ai soliti noti. La nostra "giustizia" è fatta, in gran parte, da professionisti tali solo per il titolo ma che, col tempo, stanno impoverendosi sempre di più e si intristiscono, invecchiano invano; continuando però, con stolida fiducia - invero, incoraggiata da sanzioni e cartelle esattoriali - a versare oboli che non corrispondono ad alcuna prospettiva reale. E che non importi a nessuno - di quelli che, da questo sistema, traggono personale, puntuale giovamento - della fine che farà la categoria vi è una prova imbattibile: sempre più spesso, per poter accedere alle c.d. short lists bandite da enti di ogni genere, è chiesta la dichiarazione di regolarità previdenziale od anche l'iscrizione da un certo tempo al'Albo. Che significa? Che un legale sfortunato o, solo, agli inizi, che spera, almeno, nella rotazione degli incarichi negli enti per poter lavorare, se non è in grado di versare i contributi alla Cassa oppure se è troppo giovane (!), non può nemmeno aspirare a tale opportunità - già poco degna di fede, invero. Cosa dovrebbe fare, quindi? Anzi: cosa fa, dunque? S'indebita, chiede alla famiglia - quella d'origine, perchè una sua non se la potrà permettere - e poi, in fine, può solo disperarsi, innanzi al silenzio dei potenziali mandanti! E inoltre: qualcuno mi spiega perchè l'Avv. Tizio, se non versa un paio di contributi alla Cassa e/o se è un neo-iscritto, non potrebbe degnamente difendere il Comune di Vattelapesca, magari in una causa dal valore contenuto?! Con i proventi della propria attività, potrebbe pagare proprio tasse e contributi e permanere nell'Albo! Altra domanda: chi è quel professionista, in regola con i contributi, che vanta una bella esperienza professionale? Chi è già forte. Ebbene: che divenga ancora più forte! Quello lì deve ottenere (anche) l'incarico dal Comune di Vattelapesca, mica il trentenne. E, magari, prova a brigare per ovviare a quel molesto divieto del terzo mandato consecutivo... o se ne fa beffe, alla faccia delle belle parole! Al contrario, bisognerebbe regolare sin dall'università l'accesso alla professione, rafforzare i poteri conciliativi e certificativi dei legali, associare fermamente qualsiasi contributo al reddito effettivo, incoraggiare il meridione e le donne, consentire il recupero effettivo e diretto di spese, competenze e sorti, snellire i procedimenti, valorizzare il telematico, per dirne alcune. Tutte cose semplici o, almeno, assai migliorabili. Sennò è chiaro che, aprendo giusto un pochino gli occhi, si vede che è solo il mero interesse di pochissimi che impedisce siano compiute. Sopra ogni cosa, lo Stato dovrebbe essere regista di un patto tra le generazioni - i vecchi esperti e competenti ed i giovani volenterosi ed energici, tanto per intenderci - nel segno del rispetto reciproco, e non dello sfruttamento in nome del "mestiere da rubare", cui fa da contraltare un progressivo, improduttivo disprezzo misto a rassegnazione. Perchè sì, è vero che il più grande dono del maestro è aprire la propria bottega e lasciare che il pupillo riconosca ed imiti l'arte ma questo può andar bene per gli inizi, certo non per rapporti decennali che... diverranno fatalmente privi di qualsiasi regolamentazione e garanzia! Altrimenti, ciascuno perderà qualcosa: il maestro, l'interesse e l'utilità dell'allievo; il pupillo - non più tale - l'indipendenza, ed intendo quella di pensiero. Alla fine, è la società tutta che s'inaridisce. Anche perchè, nel frattempo, noi avvocati non siamo più giovani nè volenterosi nè energici. Ed accade che lo scoramento pervada la categoria, si respiri nelle aule, nelle cancellerie, negli atri dei tribunali! Uno scoramento che è il perfetto humus per lo sviluppo delle asimmetrie di potere che vediamo ogni giorno all'interno dell'avvocatura e della giustizia in genere. E, così, il cerchio è perfetto. Quindi: no, io non credo più alla semplice negligenza, alla banale superficialità. Al contrario: chi permette questo stato di cose misero e disumano nella giustizia, ai danni non solo degli avvocati ma di tutta la comunità, vanta una mente raffinatissima e brillante. Sarebbe da lodare, se non fosse malvagio. Del resto, diceva un tal Baudelaire: "La più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esista".

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- Letteratura

Fa l’avvocato per passione o desisti. 14 giugno 2020

Di Pasquale D’Aiuto, avvocato. Premessa: amo il mio lavoro, è la professione liberale per eccellenza. Giurisprudenza è aperta a tutti, venghino. Università e corsi ovunque, esigenti o (molto) meno. Una cosa è certa: niente numero chiuso, tanta comprensione e capienza infinita. Abbiamo bisogno di giuristi, nella culla del Diritto! Poi fai pratica forense, che spesso significa ricalcare ciclostilati ed eseguire fotocopie – molti non riescono nemmeno in quello –, imparare a depositare telematicamente gli atti per il tuo capo, andare in udienza, seguire sempre la stessa tipologia di causa, fare adempimenti (cioè l’avvilente, inutile, piccola burocrazia che serve a rendere l’azione degli avvocati molto più lenta ed inefficace, a vantaggio dei debitori e di altre situazioni più o meno oscure). Solo i più intelligenti e volenterosi si cimentano, appena possibile, nella redazione di atti propri e provano ad iniziare un’attività davvero libero-professionale: molti, al contrario, decidono di non prendere iniziative, anche se potrebbero personalmente patrocinare già prima del titolo. Moltissimi, alla fine, non si arrischieranno nemmeno a firmare una diffida contro Trenitalia, per tutta la vita. Ma abbiamo bisogno di giuristi, nella culla del Diritto! Giungi all’esame di abilitazione, dove ti chiedono di redigere, nel massimo caos possibile, due pareri ed un atto. La correzione, perlomeno a me, appare ancora un mistero. Segue l’orale – se non ripeti dieci volte lo scritto, che si tiene una volta all’anno – che, se non superi, mediti il suicidio. Ma abbiamo bisogno di giuristi, nella culla del Diritto! Nel frattempo, continui a fare il praticante e, superato l’esame, divenuto finalmente avvocato, paghi per iscriverti e mantenerti all’Ordine e la Cassa Forense comincia a importi versamenti indipendenti da un reddito che non hai. Quindi, dovresti ingegnarti a lavorare per guadagnare autonomamente ma molto, molto spesso, non ci riesci e resti legato col cordone ombelicale, per un tempo indefinito, al tuo capo. Che, almeno nel sud, quasi sempre ti paga poco, se ti paga e (a meno che tu non sia fortunato come me, con il mio maestro) fa sempre le stesse cause, non ti fa accedere ai suoi file, non ti concede di aprire i suoi fascicoli, non ti insegna nulla. Diventi trentenne, trentacinquenne, quarantenne e non puoi permetterti una famiglia, una macchina, una casa. Ma abbiamo bisogno di giuristi, nella culla del Diritto! Intanto, ti rendono tutto sempre più difficile, con il silenzio colpevole dei colleghi che dovrebbero rappresentarti: tagliano gli emolumenti professionali, rendono vieppiù costoso l’accesso alla giustizia, ti impediscono di ottenere i soldi tuoi e quelli del tuo cliente, mutano leggi e codici ogni cinque minuti e sempre peggio (penso al codice delle assicurazioni o alla prescrizione), consentono una disorganizzazione tale da comportare rinvii delle udienze a mesi ed anni senza ragione, proteggono categorie di stipendiati dello Stato – a spese nostre – , non hanno cura degli uffici giudiziari, utilizzano soltanto il 15% delle potenzialità di internet, impongono modelli di risoluzione alternativa delle controversie concretamente inutili o quasi. Ti impediscono persino di autenticare firme se non per andare in giudizio (perché altre categorie, non stipendiate, devono essere protette e sempre a nostre spese) e, soprattutto, perpetuano per secoli le posizioni di potere, nonostante i warning di Corte Costituzionale, Cassazione e persino giurisprudenza di merito, impedendo il ricambio effettivo all’interno dei COA e delle rappresentanze nazionali. E queste sono solo le prime criticità che mi vengono in mente: intoccabili, statene certi. E per ragioni ben precise, legate alla preservazione dello status quo ed anche ad una buona dose di imbecillità. Però, alla fine, concedono a chiunque di fare l’avvocato, senza alcuna prospettiva concreta, senza programmazione, senza apparenti motivi. Perché? Le ragioni ci sono: perché, quasi sempre, noi ci accontentiamo di definirci avvocati, senza mai esserlo per davvero. Perché foraggiamo il sistema: tasse, Cassa, contributi, i soldi da qualche parte escono comunque. Avvocati irrilevanti, buoni solo a cacciar soldi e votare i soliti noti, spesso autentici schiavi di chi sa come gestire il potere acquisito (sovente, tramandato) e non vuole condividerne nemmeno un grammo. E amiamo questa professione così tanto che, in Italia, siamo circa 243.000 – in Francia, dove in Cassazione non domandano nemmeno la procura sottoscritta, perché è ritenuta ovvia, sono circa 60.000. E protestano pure; non come noi, che abbiamo il tanto decantato decoro soltanto nelle scarpe che consumiamo aggirandoci per gli uffici. Naturalmente, sono anni che si finge di voler cambiare le cose – numero chiuso, corsi specializzanti presso i COA, inclusione nella Costituzione, nuovo e serio esame d’abilitazione e così via – ma, chissà perché, non succede nulla. Già, chissà perché. I dati (Censis, rapporto 2018, http://www.cassaforense.it/me…/7194/rapporto-censis-2018.pdf ma anche il più “narrativo” 2019, http://www.cassaforense.it/media/…/rapporto_censis_-2019.pdf; benissimo il Giornale, anche se di qualche anno fa, https://www.ilgiornale.it/…/lazio-e-campania-pi-avvocati-ch…) dicono che, nel 1985, i legali italiani non erano nemmeno 50.000; poi, c’è stato il boom: nel solo 1995 gli Ordini contarono nuovi iscritti per l'11,6% di quelli già in attività. Oggi, nonostante la decrescita degli ultimi anni, l'Italia è la nazione con più avvocati d’Europa. Siamo 4 ogni mille abitanti, più o meno, con enormi differenze tra regione e regione. Naturalmente, la Campania è tra le più gettonate ma altrove siamo percentualmente meno e guadagniamo molto, molto di più. La contrazione generale dei redditi degli ultimi dieci anni è stata superiore al 20% e il reddito medio di un legale lombardo è 4 volte quello di un omologo calabrese. Sì: quattro volte. L’andamento del reddito medio annuo degli iscritti alla Cassa Forense, nel 2015, è stato praticamente uguale a quello che si era registrato venti anni prima e corrisponde una perdita di potere d’acquisto (calcolato sulle stime del valore del reddito rivalutato) pari al 29%. E povere colleghe meridionali: il top sono i professionisti maschi, residenti al Nord, ultracinquantenni, che dispongono di livelli di reddito medio-alti; il down sono le professioniste donne, giovani e residenti nel Centro-Sud, con livelli di reddito significativamente e decisamente inferiori alla media nazionale. Siamo una categoria maschilista e nordista. In Campania, naturalmente, siamo messi malissimo: rispetto ai 38.000 euro l’anno medi – che già non sono granchè, considerando quanto sia difficile, responsabilizzante e competitiva la professione – la media regionale è intorno ai 25.000, il 35% in meno della media nazionale. In Lombardia, per intenderci, guadagnano il 75% in più della media nazionale – cioè non rispetto a noi ma alla ben più elevata media del Paese! E si parla di reddito, che spesso non considera moltissime uscite, palesi come oscure. I dati sono questi e tanti altri, vi invito a leggerli. Però mi sembra significativo un ultimo elemento: i compensi per l’attività di mediazione sono quasi irrilevanti (6%, sebbene in lieve aumento). Significa che l’alternativa al giudizio, in Italia, praticamente non esiste. Censis 2019 recita, emblematicamente: “Ciò riflette, da un lato, un fenomeno di saturazione della dinamica quantitativa dell’accesso alla professione e, dall’altro, l’indebolimento delle opportunità di crescita economica che condiziona in maniera specifica alcune componenti della professione, ma che in generale riguardano la professione nel suo insieme”. Insomma: perché tutti vogliono fare gli avvocati? Per autentico slancio? Per senso civico? Perché hanno letto Cicerone in latino al Liceo? O perché dopo il diploma non sapevano cosa fare e Legge sembrava una soluzione multitasking e morbida? Un’idea ce l’ho ed ho anche un suggerimento: fate l’avvocato per passione oppure lasciate perdere.

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- Educazione

Non offendete la M. Undici giugno duemilaventi.

Di Pasquale D’Aiuto. Avvocato Premessa: da tempo volevo scriverne ma la fatidica molla è scattata quando ho visto le immagini del poliziotto americano in ginocchio su quello sventurato. Mèrda s. f. [lat. mĕrda]. – 1. volg. Sterco, escremento umano o animale. 2. In senso fig., in espressioni proprie di un certo tipo di linguaggio volg., pop. o fam.: a. Persona o cosa spregevole, di nessun conto o valore: lo considero proprio una m.; faccia di m., pezzo di m. e spesso assol. merda!, espressione ingiuriosa riferita a persona; frequente anche nella locuz. agg. di merda: che lavoro di merda! b. Complesso di circostanze critiche, senza via d’uscita, o comunque tali da generare notevoli fastidî e disagi: essere, finire, trovarsi nella m.; anche, situazione o condizione moralmente spregevole, di pessima reputazione: non puoi fare il moralista, tu che sguazzi nella m. del compromesso. c. Come espressione di indignazione, collera e sim., o anche di netto rifiuto: merda! (per influsso del fr. merde!). Bene, ci siamo tolti il pensiero: non la nominerò più. Basta il magistrale lemma di Treccani. Ed ha ragione: tutti noi, quotidianamente, ci riferiamo ad essa se dobbiamo esprimere qualcosa di oggettivamente o soggettivamente odioso, sporco, orribile. E se non lo diciamo, lo pensiamo. Non solo da noi (penso agli USA, a Francia, Spagna) questo quasi-intercalare è associato all’indesiderabile. Sembra del tutto naturale riferirsi alla M quando qualcosa non va. Perciò, qual è il punto? È che più passano gli anni, più comprendo quanto sia profondo il pozzo della malvagità umana, meno concepisco l’opportunità di offendere la M, poverina. Ne faccio una questione semantica: perché siamo così banali?! Forse, riferirsi ad essa per descrivere fatti e persone spregevoli è una pessima abitudine legata al tempo dell’infanzia? Temo di sì; e allora la dobbiamo superare, perché se non smetteremo di adottare quel termine in modo puerile, non saremo mai pronti a dare un nome vero alle cose, soprattutto al male. Però è difficile: la testa mi suggerisce di usare altre espressioni – anche volgari: la volgarità è pur sempre un codice – ma la pancia rimanda sempre lì. Così mi correggo ad alta voce: “Ma perché devo offendere la M?!”. E sì, perché in quest’universo esistono realtà infinitamente più tristi e fetenti: il razzismo, le mafie, l’usura, la pedofilia, il femminicidio, il nazismo, l’idiozia, la fame, l’assassinio, la miseria, la guerra, le mine anti-uomo, il cancro, la solitudine, l’abbandono, la pazzia, lo stupro, il lavoro minorile, lo schiavismo, per esempio. E allora, perché non compariamo il male ad esse?! Il problema è, forse, che si tratta di concetti astratti? Non direi: sono molto più concreti della nostra protagonista puzzolente e quelli, sì, rovinano il mondo! Quindi, per superare il blocco, ci vuole un po’ di training logico, ci vogliono fatti. Eccone qualcuno: la M è biodegradabile, naturalissima, concima, da essa “nascono i fiori” (De Andrè); “ci puoi fare la rivoluzione” (Benigni); le è dedicato un museo, a Castelbosco nel piacentino, poichè simboleggia concetti fondamentali quali trasformazione, riuso, metamorfosi; ho appena scoperto che, con quella di vacca, l’artista ed imprenditore Gian Antonio Locatelli “produce stoviglie, ricava il biometano per alimentare un paese di 3mila abitanti oltre a concime secco organico (registrato come Merdame, in vendita anche su eBay) ma anche mattoni e intonaco” (grazie, Livia Montagnoli su gamberorosso.it); in India ci si costruiscono case da sempre; ispira adagi acutissimi (“Si Totonno cacava, nun mureva”, cioè: “Quel che dici è ovvio”); può salvare la vita se viene “trapiantata” (giuro) nel corpo altrui (vedi qui, ilpost.it); ci informa sul nostro stato di salute (focus.it); è ispirazione per l’arte (penso a Piero Manzoni, 1961, con la sua “Merda d’artista” in 90 esemplari: la n. 12 sta al MADRE di Napoli). E chissà quante ne dimentico. Basta, dunque, invocarla ad ogni pie’ sospinto! Questo mondo è fatto di eccessi: meraviglia, orrore; luce, buio; bontà, perfidia; genio, follia. È un posto complesso, multiforme, faticoso; e lo è sempre più. Adottiamo altre comparazioni per esprimere quel che detestiamo: la M non se lo merita proprio. Perché, se crediamo di descrivere il male paragonandolo a quanto di più naturale nella vita, allora mostriamo di non voler chiamare le cose abiette con il loro vero nome. Ed è la migliore strada per non affrontarle mai. Pertanto: “Ho trascorso proprio una giornata di guerra”; “Che cancro di persona!”; “Sei un usuraio!”; “Quell’idiozia di ministro...”; “Razzista!” e così via. Ma vi prego: non offendete la M.

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- Giurisprudenza

Bene- E ben oltre il flash Mob.

BENE – E BEN OLTRE – IL FLASH-MOB. Primo giugno venti venti. Di Pasquale D’Aiuto. Avvocato. Venerdì 29 maggio 2020 gli avvocati italiani hanno inscenato flash-mob innanzi ai palazzi di giustizia. Hanno cantato l’inno di Mameli e consegnato simbolicamente i codici. La protesta è stata focalizzata sulla mancata, inconcepibile riapertura del settore. Le ragioni della manifestazione sono state legate anche allo stato di salute del comparto, che ha subito il colpo di grazia dalla pandemia. L’eco è stata ampia. Orbene, per chiarezza, di norma non sono favorevole alle contestazioni in piazza, ai megafoni, alle interviste estemporanee – con i loro inevitabili e deleteri tagli di redazione. Temo che questo approccio possa risultare, pur con le migliori intenzioni, divisivo e limitato. Di norma, lascio le azioni dimostrative e simboliche, specie di gruppo, ad altri, perché credo che noi avvocati, siccome facciamo della cultura, della parola e della scrittura le nostre armi, dovremmo adottare modelli di reazione maggiormente sobri e dialogici. Di norma. Però quel che sta accadendo oggi sotto i nostri occhi è, semplicemente, un sisma. Che colpisce fondamenta già marce, mura bucherellate, solai traballanti. L’attuale e chiaro tentativo di cancellazione della giustizia è la fine dello stato civile, della democrazia, dell’umanità in senso moderno. E allora io plaudo al flash-mob e pure allo strepito, tanto che penserei addirittura all’occupazione pacifica degli uffici giudiziari; però, a latere, non farei mancare iniziative nel segno di una comunicazione puntuale, come delle conferenze-stampa. Così, potrei spiegare al mondo, per esempio, che siamo stati allontanati senza ragione da casa nostra; che non ci possiamo rimettere piede se non tramite appuntamento e con una giustificazione valida (ma per chi?); che moltissime udienze hanno subito lunghi rinvii, spesso evitabilissimi grazie al telematico; che non è tollerabile che, in un Paese che si riapre alla fiducia, solo il diritto e la scuola siano maltrattati; che l’incertezza fa a pugni con lo scorrere intollerante dei termini processuali e con le comprensibili esigenze del cittadino coinvolto. Ma avrei cura di precisare, con il massimo vigore, che la crisi e lo svilimento del compito istituzionale degli avvocati non hanno affatto avuto inizio con la pandemia ma molto, molto prima ed in mille modi, tutti più o meno subdoli. Che l’avvocatura non è colpevole del degrado della giustizia in Italia ma che è vero anche il contrario, perché c’è chi, specie nei più alti ambiti di rappresentanza, ha ceduto potere e voce della categoria in cambio del proprio tornaconto. Certo: a prezzo della dignità. Ma quelli, almeno, sanno ciò che fanno, godono dei frutti del loro patto, pur contestabilissimo. E noi? In che modo ci siamo opposti? Come abbiamo combattuto il rischio della nostra irrilevanza? Cosa abbiamo fatto per sanare la drammatica cesura tra i pochi fortissimi e la stragrande maggioranza di deboli? Non abbiamo fatto nulla o quasi. Dunque, ecco perché il flash-mob è aria fresca, ossigeno. Eppure sovviene, come un pugno nello stomaco, il nodo fondamentale: cosa è arrivato alla gente delle ragioni della protesta? Probabilmente, solo il seguente messaggio: “Riaprite i tribunali!”. Cosa doveva arrivare, invece? “Rivoluzioniamo la giustizia, tutta: ora o mai più!”. Ed è questo il punto debole dei megafoni e delle, pur sacrosante, proteste in piazza: la parzialità del messaggio, nonostante gli ammirevoli sforzi degli organizzatori. Certo, qualunque reazione è meglio del silenzio “decoroso” che abbiamo, con immotivata fiducia, serbato per troppo tempo, fraintendendo il significato di quel lemma – “decoro” – a tal punto da assimilarlo ad un’aurea ignavia – e sempre e solo ai nostri danni. Però, accanto alle grida ed alle invocazioni coram populo, a noi avvocati conviene reagire mettendo in pratica ciò per cui abbiamo così tanto studiato: affermare pubblicamente, tecnicamente, chiaramente, lucidamente, leggi alla mano, con espressioni taglienti come lame, cosa non va. Con il clamore della logica, puntare alla didattica delle nostre ragioni verso gli addetti ai lavori, i profani e finanche quelli in malafede. Noi non possiamo fermarci alla pur legittima manifestazione di categoria: dobbiamo pazientemente spiegarci e lo dobbiamo fare in ogni modo consentito e sempre, ogni giorno, in ogni istante, con chiunque, specie i nostri detrattori. Scrivere, dialogare, dichiarare, postare, commentare, reclamare, annotare, controbattere, verbalizzare, comunicare: pensare! Ogni qual volta possibile, abbiamo il dovere, prima di tutto verso noi stessi, di denunciare, punto per punto, che la crisi del comparto non è stata determinata dalla pandemia e nemmeno dal caso ma essa è frutto di abissali abbagli come anche di precisi intenti, assunti in stanze e circostanze che oggi vediamo con maggior nitore: errori e volizioni che hanno condotto la professione liberale per eccellenza a divenire il rifugio di decine e decine di migliaia di specializzati senza futuro e senza presente, avviliti e privi di prospettiva. E non possiamo permetterci di farlo (soltanto) gridando, cantando l’inno o consegnando i codici (ad un’entità astratta e non benigna, mi verrebbe da dire) ma dobbiamo (anche) dialetticamente rendere accessibile a tutti l’enorme mole di problemi irrisolti, esemplificare quanto sia arduo, ormai, agire per i propri diritti e quanto questo colpisca l’intero sistema-Paese. Abbiamo il preciso compito, a salvaguardia della collettività prima e della professione poi, di articolare la nostra voce in un mantra unitario e lineare, coerente ed instancabile, indomito, fatto di critiche sistemiche, precipue, taglienti e di proposte concrete, semplici, nette che devono fondarsi sul seguente messaggio: “Questa giustizia non va soltanto riaperta: va rifondata!”. Perché la sfida non è tornare alla normalità ma crearne una nuova.

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- Giurisprudenza

Il lavoro, se non è retribuito, non è lavoro. Tranne che per

Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato. Ventisette maggio ventiventi Se non mi paghi, non è lavoro. Lo afferma a chiare lettere l’art. 36 della Costituzione – oltre al vocabolario. Davvero? Seguitemi. Ho redatto un parere ad una persona a me molto cara. Ci ho messo poco perché trattavasi di materia congeniale. Ha insistito per pagare; ho dovuto convincerlo che mai avrei accettato (tanto, prima o poi lo sfrutto con qualche dritta sul suo settore!). Mi ha risposto, tra l’altro: “Letto tutto e tante grazie. Ora mi devi fare la fattura, non quella delle streghe da strapazzo, ma quella dei dindi. Il mio codice fiscale [omissis: Paese estero serio, NDR] è [omissis]. Grazie caro, sapevo di poter contare sulla tua professionalità”. E sì, non vive in Italia. Quindi, già è perbene ma campa e lavora pure in una Nazione dove le cose sono logiche: lavoro = dindi, per dirla alla lui. Possiede quel senso civico che, da noi, non soltanto è latitante ma viene grottescamente scoraggiato dalle Leggi. Perché nel nostro fottuto Paese (e perdonatemi se ho usato la maiuscola, per indicare l’Italia, dopo la parolaccia), pagare è una mera eventualità. Specie per gli avvocati. Esempio: vinco una causa. Migliaia e migliaia di euro tra spese, competenze legali e sorte per il cliente, mica noccioline. Evviva! Ora, vorrei soddisfarmi da chi ha perso, perché il giudice l’ha condannato e perché vorrei pagare la rata dell’auto o il salumiere. Ma, sorpresa (e mica tanto): la mia controparte, che pure ha ben pensato di incardinare un giudizio onerosissimo poi giudicato infondato, non ha dovuto prestare nessuna cauzione o depositare somme per il malaugurato caso di sua sconfitta: la Legge non lo prevede. E non ha uno stipendio, non possiede automobili di qualche valore, non è proprietario di case (o, se sì, sono caverne in comproprietà) o di azioni o conti-correnti et similia e vive in un’abitazione altrui che – potete starne certi – sarà rinvenuta da chi di dovere chiusa o priva di beni utilmente aggredibili, se oserò tentare di porre all’incanto i suoi mobili. Ah: ovviamente, quando raggiunto sempre da chi di dovere, il debitore non avrà indosso danaro, orologi, gioielli o comunque beni di qualche valore. La mia controparte ha scherzato, non rischia nulla. E magari fa anche appello. Direte voi: chiedi il tuo compenso al tuo cliente. Certo, si può. Ma vi sembra giusto? A me, no. A me sembrerebbe molto più logico responsabilizzare chi instaura un giudizio, onerandolo ad una garanzia: magari, disponendo che debba versare, prima della causa, almeno una parte del presumibile dovuto in caso di sua soccombenza, cosicchè quell’importo possa andare automaticamente e rapidamente al vincitore della vertenza, se il giudice condanna alle spese. Sennò, che paghi lo Stato, ma presto ed a tutti i professionisti in giudizio! O la nostra Giustizia si preoccupa solo di incamerare i contributi dovuti e, dopo, chi si è visto, si è visto? Domanda retorica. Perché chi fa causa tanto per fare, da noi, resta impunito. O chi semina debiti: penso a quelle s.r.l. inattive e prive di beni, i cui soci, nella pratica – spesso – sono esenti da fastidi con una semplice scrollata di spalle, pur dopo aver accumulato passivo. Senza pensieri. E con questo andazzo, perché mai uno dovrebbe avvertire la necessità di pagare il proprio avvocato o quello altrui in caso di sconfitta? Dirò di più: c’è gente (e non poca) che organizza la propria esistenza per essere intangibile verso l’agenzia delle entrate come verso qualsiasi creditore. Gente fredda, furba. Che non è titolare di nulla. E poi, se qualcosa da recuperare c’è (e sempre anche per il cliente, intendiamoci), tu avvocato – truce, insensibile, gelido, che ritieni di dover guadagnare per il tuo lavoro! – hai innanzi a te una strada impervia. Se si tratta di enti pubblici, devi attendere un irragionevole termine di 120 giorni dalla notifica del titolo esecutivo (tanto per intenderci, la sentenza) per procedere. Soltanto dopo puoi cominciare l’attività pre-esecutiva ed esecutiva. Ma in generale, se promuovi un’esecuzione immobiliare, le spese necessarie da anticipare sono molto ingenti, e si uniscono all’attesa di anni ed anni ed alla fortissima alea di non cavare un ragno dal buco, perché sovente – per una ragione o l’altra – il bene non si vende. Quanto a quella mobiliare, beh… stendiamo un velo pietoso, meglio. Sopra, credo di aver reso l’idea. E allora, cosa si fa? Pignoramento presso terzi, cioè debitori del tuo debitore (pensioni, canoni, stipendi, depositi, conti/correnti e così via, sebbene con limiti vari). Se c’è qualcosa da recuperare, ovvio (e se non si tratta dei nullatenenti di comodo di cui sopra). Ma dopo aver pagato l’obolo al Tribunale per sapere se puoi azzardarti ad avere informazioni sul tuo debitore presso le Entrate, in caso positivo dovrai versare altro obolo all’Agenzia e, quando pure quella ti risponderà, allora potrai finalmente notificare gli atti. Però, siccome sei solo un famelico lupo cattivo se osi richiedere quanto spetta a te ed al tuo assistito, devi prima avvisare, con un precetto, il debitore – che facilmente, sebbene illecitamente, potrà chiudere i propri conti, nel frattempo – e poi non potrai nemmeno operare le necessarie notifiche degli atti in autonomia ma dovrai recarti fisicamente presso l’Ufficiale Giudiziario (e pure nella zona del debitore! Quindi, in qualunque parte d’Italia) con ulteriori spese e tanto tempo perso. Perché, giacché sei uno sporco e brutto avvocato, non puoi attestare che il titolo in base al quale agisci ed il precetto, che hai dovuto già notificare, siano conformi all’originale e, quindi, al vero. Te lo devono certificare. E non continuo, ché già mi sono dilungato e ci sarebbe un’enciclopedia da scrivere, sul tema. Quindi: il lavoro è quella cosa retribuita? Non per gli avvocati. Con buona pace della Costituzione. E pure del vocabolario.

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- Società

Come smontare l’interlocutore inutile.

COME SMONTARE L’INTERLOCUTORE INUTILE (O GIUDICANTE IMPLICITO) – ventun maggio ventiventi. Di Pasquale D’Aiuto. Avvocato L’insigne chirurgo Dr. Omissis, che operava presso un rinomato nosocomio napoletano – si era nel 1976 – aveva appena terminato un intervento sulla madre di un amico di famiglia. Uscendo dalla sala operatoria, stava recandosi dai parenti in amorosa attesa quando venne fermato da una persona che esordì così: “Dottore, volevo farle i complimenti per il lavoro svolto”. Non ebbe modo di aggiungere altro. Quel professore, dimenticando, solo per un attimo, i consueti modi cortesi ed il tono di voce flautato e rassicurante, sbottò qualcosa del genere: “Come si permette di complimentarsi? Quale titolo di studio a carattere sanitario possiede per essere in grado di valutare il mio lavoro?”. Ciò detto, si licenziò dall’interlocutore e, giunto dai parenti di cui sopra (testimoni ancor nitidamente memori), rientrato immediatamente nel proprio habitus, spiegò brevemente: “L’intervento è andato bene. La paziente potrebbe subire degli abbassamenti di voce”. Indi, andò via. Perché raccontare questo episodio – grazie, Franca! – a Voi? Perché è rappresentativo, seppure dal punto di vista esattamente contrario ed in modo piuttosto parossistico, di quel che è diventato il mondo, in cui tutti si credono in grado di commentare o giudicare qualunque persona o cosa. In cui, per dirla come piace a noi del Sud, ‘a gente nun se ammisura ‘a palla. Ma perché? Dove stava il giudizio nell’approccio di quel tizio? In questo: il malcapitato quivis de populo, il quale voleva essere soltanto gentile e non meritava certo una risposta del genere, presumibilmente intendeva dire “Grazie!” ma, ahilui, commise un imperdonabile errore ostativo: rivolgere i “complimenti” ad un medico di chiara fama che aveva svolto il proprio prezioso lavoro. Ora, il fatto è che, per farla breve, il complimento è pur sempre un giudizio. Positivo, certo; ma quello è: un giudizio. Il che implica capacità, competenza, superiorità di chi lo emette. Se ne ha il diritto? Se ne posseggono i titoli? Spesso, no. Il tizio tapino, certamente, no. Questo intendeva il chirurgo: di’ grazie e pooooooi, magari, complimentati pure! La storiella del medico un po’ collerico mi ha indotto a ricordare un episodio cui ho assistito. Una decina di anni fa, un professionista di spessore era tra i relatori di un evento pubblico. Al termine del suo intervento prese la parola una collega, che pensò bene di meritarsi la ribalta con un’osservazione piuttosto ovvia e pure ripetitiva. Ebbene, il Nostro ascoltò pazientemente; poi, sorrise e replicò con una sola parola: “Brava!”. Sulle prime, non compresi che c’era del metodo in tale reazione ma poi (e qui, devo ringraziare Bianca), lo intesi: non aveva fatto altro che impiegare la versione sobria, acutissima e beffarda della reazione fondamentalistica del nostro Dr. Omissis. Credo che il concetto alla base sia, più o meno, questo: “Perché mai io, dopo decenni di studio e di onorato lavoro, dovrei patire, e pure in pubblico!, la replica pleonastica (o, peggio, la critica) di un profano oppure la chiosa scolastica e sterile del collega, e dunque un giudizio? Come posso smontarlo ed evitare sterili chiacchiere? Lo giudico anche io! E come lo giudico? Con un “Bravo!”. In effetti, l’esclamazione tranchant ottiene l’effetto di disorientare l’altro, che definiremo L’Interlocutore Inutile (o Imbecille) od anche Il Giudicante Implicito. “Sfotte? È serio? È tutto qui?”, penserà. Nel frattempo, però, la ribalta ha coperto le luci, il proscenio è divenuto buio e ciao. Certo, il caso del Prof. Omissis rappresenta l’iperbole. Ma serve a comprendere a cosa dovremmo mirare: al rispetto delle competenze altrui, alla cognizione dei nostri limiti e, quindi, alla volontà di apprendere per accrescerci e comunicare credibilmente. Sopra ogni cosa, all’adozione di un codice verbale che si ispiri a tali principi. Perché le parole sono importanti. Nessuno di noi è esente, però, dal vizio dell’osservazione imbecille e dal giudizio implicito, questo è il problema. Possiamo provare a contenerci ma quest’epoca di social media non aiuta. Un certo Umberto Eco, nel giugno 2015 a Torino, all’atto di ricevere la laurea honoris causa in «Comunicazione e Cultura dei media», fu geniale: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Sipario.

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- Giurisprudenza

Si piecoro te fai ’o lupo te magna.

Pasquale D’Aiuto, avvocato. Ricevo comunicazione di cancelleria dal Giudice di Pace di ICSICSICS: rinvio a dicembre. Ma come? E la trattazione per iscritto?! E le opportunità della telematica? Faccio qualcosa di nuovo: lo domando al Cancelliere in reply. Ecco la risposta – che mai avrei creduto di ottenere: “… I rinvii sono soggetti alla discrezionalità del magistrato … potrebbe essere congruo far pervenire una istanza congiunta di anticipazione di udienza se il fascicolo risulta essere maturo ad una pronta risoluzione [see, see NDR], in rispetto di quanto disposto e previsto dal decreto [omissis] Presidente del Tribunale di [omissis]”. Che, detto tra noi, secondo me nulla dice al riguardo. Uno dei 200 diversi protocolli in Italia, ciascuno da parte di un signore del relativo staterello medioevale, che fanno impazzire gli Avvocati. Insomma: prenditela col Giudice. Ma i GdP non avevano interesse a portare a compimento i giudizi per essere retribuiti? Io così sapevo. Mah. Ok, Avv. D’Aiuto, direte voi: hai compiuto questo insignificante atto. Ora, che c’azzecca il titolo?! C’azzecca, c’azzecca, come diceva Di Pietro. Perché se tutti noi prendessimo a rispondere garbatamente alle Cancellerie quando comunicano i differimenti, così come se domandassimo ai Giudici perché quel rinvio così lontano o quell’attesa di due ore per l’udienza od anche perché non si sia pensato ad una distinzione temporale tra prime comparizioni, prove testi, incarichi tecnici e così via, vedremo che, di fronte alla cortese insistenza, il malcapitato sarebbe costretto a risolvere od a protestare con chi vi fosse tenuto per ufficio. E così, a salire, sino ai vertici. Perché, prima o poi, in udienza, ci torneremo, e comunque sia anche il processo telematico patirà storture, evitabili solo se ci diamo una mossa. Per estensione, se contestassimo – magari, dapprima al diretto interessato poi, nel caso di reiterazione, pubblicamente – i comportamenti inopportuni all’interno dei nostri organi di rappresentanza e richiamassimo all’ordine chi dovrebbe garantire un VERO decoro per la nostra professione, di certo miglioreremmo sensibilmente il nostro stato. Ma anche scrivere, sensibilizzare, dialogare e discutere si rivela importante: perché la nostra irrilevanza sostanziale – perché questo siamo, noi Avvocati: IRRILEVANTI, ed il perché l’ho scritto nei miei precedenti editoriali ma, in fondo, lo sappiamo tutti, lo vediamo ogni santissimo giorno – dipende dal nostro silenzio. Ma cosa siamo: tutti possidenti, ricchissimi benestanti? Siamo tutti soddisfatti e tronfi per quel che abbiamo e non avvertiamo la necessità di essere davvero portatori di istanze di Giustizia? Non intendiamo esercitare quel ruolo che rappresenta lo scopo della nostra vita professionale? Beh, chi così si sente, esca dall’Avvocatura, ché siamo duecentocinquantamila. E chi resta, faccia qualcosa ogni giorno, anche a partire dai piccoli comportamenti: apponga il proprio tassellino per una Giustizia vera e seria! Conosco coraggiosissimi Colleghi che combattono col coltello tra i denti per tutti noi, che si beccano querele, minacce, oscuri anatemi da altri colleghi che non vogliono perdere la propria posizione di potere – a partire da quelli che dovrebbero garantirci in Parlamento, poiché siamo la maggioranza tra le professioni ivi presenti. Colleghi che (a volte, con toni che non utilizzerei… per ora) usano ogni mezzo per evidenziare quanto siamo caduti in basso, quanto sia davvero indecorosa questa nostra condizione di pedine in uno scacchiere sopra le nostre teste. Perchè c'è a chi va bene così, ed è potente: infatti, in Italia ci sono “da un lato le grandi law firms che occupano circa 5-6mila avvocati (poco meno del 3% del totale), ma - stima l’ASLA [Associazione Studi Legali Associati, NDR] - producono più dell’80% del Pil dell’avvocatura italiana; dall’altra gli oltre 240mila professionisti attivi censiti da Cassa forense, per la maggior parte inseriti in studi medio piccoli, con un particolare indice di affollamento al Sud: solo in Campania sono 34.330 gli iscritti 2018, quasi mille in più della piazza milanese, ben più ricca e attrattiva … «Nel 2018 la forbice di reddito tra grandi e piccoli studi si è allargata» nota Nunzio Luciano, presidente di Cassa forense, che ritiene necessario investire nelle aggregazioni [ed ecco a cosa si punta, sulla nostra pelle! NDR]: «Ancora oggi 2 studi su tre sono individuali e rischiano di scomparire»” [fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/studi-legali-dell-anno-2019-ricerca-sole-24-ore-statista-AB442yuB]. E, secondo voi, a queste immense strutture che desiderano – lecitamente, ci mancherebbe – che gli Avvocati lavorino per loro e non in proprio e che muovono interessi e danari con la pala, fa comodo che gli altri, specie i c.d. piccoli professionisti abbiano voce? Io penso proprio di no. È la legge della giungla, baby. Però, se i figli di un Dio minore cominciano a farsi sentire, garbatamente ma determinatamente – e sempre MENO garbatamente, se non vengono ascoltati – non credete che l’intera Avvocatura, e non solo chi decide di aprire un proprio studio, otterrebbe visibilità e autentico decoro? A partire dai poveri praticanti, che intendono entrare in un settore che, purtroppo e pur con la massima comprensione, non ha più bisogno di Avvocati! Insomma: se noi ci facciamo piecori, il lupo ci mangia. Se noi chiniamo la testa, la perdiamo. Ancora una volta, Cilento docet: non facciamoci piecori, prendiamo coscienza del nostro rilievo e del nostro ruolo liberale e storico, decidiamo cosa essere, diventiamo adulti. Sennò i lupi faranno un sol boccone di noi. Se non l’hanno, irrimediabilmente, fatto già. 

 

Quindici maggio ventiventi

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- Società

Silvia Romano e la Sindrome di Stoccolma.

SILVIA ROMANO E LA “SINDROME DI STOCCOLMA”, undici maggio ventiventi Di Pasquale D’Aiuto. Avvocato. Silvia Romano è una ragazza di 25 anni, milanese, laureata in una scuola per mediatori linguistici per la sicurezza e la difesa sociale con una tesi sulla tratta di esseri umani nei Paesi di origine. Volontaria in Kenia per una ONLUS che realizza progetti di sostegno all’infanzia, in particolare orfani di ambo i genitori, il 20.11.2018 viene rapita dai jihadisti somali di Al Shabaab, all’uopo organizzati in una milizia di otto uomini armati di fucili e machete. Si tratta di terroristi che il Corriere della Sera (G. Olimpio) descrive come “vicini ad Al Qaeda… radicati sul territorio, capaci di resistere ai loro avversari, in grado di agire anche oltre confine… alcuni di loro si sono poi tramutati in attentatori suicidi … [dediti a] traffici, contrabbando, taglieggiamenti … e quando possono vanno a caccia di ostaggi”. Silvia viene liberata il 9 maggio; ieri è tornata in Italia. Sembra scontato sia stato pagato un riscatto milionario. Le istituzioni italiane sono liete del buon lavoro di intelligence operato e l’accolgono in festa. Silvia si presenta con una veste tradizionale di colore verde, il capo coperto, guanti e mascherina d’ordinanza. Afferma di essere stata reclusa in quattro covi, raggiunti di volta in volta grazie a chilometri di cammino a piedi; di essere stata trattata bene nel corso della prigionia ed aver ottenuto dai rapitori precisa promessa di non essere uccisa; di non aver mai subito minacce di morte; di non essere mai stata legata; di essere stata sempre con gli stessi carcerieri, armati ed a volto coperto; che era libera di muoversi all’interno dei covi. Che veniva rinchiusa, sola, in stanze di abitazioni. Silvia dichiara (sempre stando alle notizie di stampa), poi, di essersi “lentamente e spontaneamente” convertita all’Islam: “È successo a metà prigionia, quando ho chiesto di poter leggere il Corano e sono stata accontentata … Non c’è stato alcun matrimonio né relazione, solo rispetto” da parte dei suoi rapitori che le spiegavano “le loro ragioni e la loro cultura”, così ella ha imparato anche un pochino di arabo specie, a quanto pare, grazie ad una copia del Corano scritto in arabo ed italiano a fronte. Questi, in sunto, i fatti e le dichiarazioni. Ora, le premesse sono che questa ragazza è una brava persona che assiste i più sfortunati del pianeta. Che non è una sprovveduta, perché ha studiato proprio per compiere questa attività. Inoltre, ritengo sia altamente simbolico riportare a casa italiani rapiti, ancor più quando il senso di giustizia è vieppiù avvertito in virtù della qualità morale del connazionale salvato. Quindi, evitate di farmi storie con quel che si sarebbe potuto fare con quattro milioni o quel che è, perché confondereste mele con pere: il fallimento della politica è altrove, non qui. Utilizzate altri esempi, ché ve ne sono molteplici e gravissimi - non mi fate parlare della Giustizia. Certo, abbiamo verosimilmente foraggiato terroristi della peggior specie; gente che cerca di far saltare in aria aerei, per intenderci. Ma non è questo il punto. Ascoltando Silvia, apprendiamo che sarebbe stata trattata quasi con riguardo e possiamo dedurre che, a ben vedere, tutta questa preoccupazione per lei (non solo quella dei suoi familiari ma di un intero Paese, anche la mia!) era eccessiva. Un anno e mezzo a chiederci (SE e) dove fosse, mentre lei era a intenta ad intendere le ragioni dei rapitori ed a studiare il Corano? No, non è stato così, ovviamente: quelli l'hanno tenuta in vita non perché – in fondo, in fondo – umani ma solo in quanto interessati a cosa avrebbero potuto ottenere dalla sua incolumità. Fisica, però. Solo fisica. Perché no, non posso crederci. Non posso reagire con leggerezza alla sua stessa tesi per cui, tutto sommato, non sarebbe stata poi così male nel lunghissimo periodo di clausura e, soprattutto, non posso accettare supinamente che una conversione – fenomeno così personale, così intimo e rilevante nella vita di un essere umano; poi, in favore della religione dei suoi aguzzini! – possa essere stata “spontanea”. No: quei criminali le hanno portato via persino il suo credo. Questo è successo, nient’altro. Non può essere vero che, in una situazione così traumatica, così distruttiva, nella solitudine più cupa ed irragionevole, una conversione sia sbocciata così, naturalmente, come un fiore di montagna. Non ci crederò mai: piuttosto sarò convinto, sempre, che la povera Silvia sia stata plagiata, terrorizzata, oppressa, angariata dai suoi torturatori a tal punto che le hanno portato via persino l’anima. Una beffa atroce: un’indifesa ed altruista ragazza, sottratta a fatica dai suoi carcerieri senza scrupoli, terroristi disumani, scende dall’aereo che l’ha riportata a casa, dopo un anno e mezzo di silenzio (ed infinita, comprensibile angoscia dei suoi familiari ed amici) e le prime parole che pronuncia… sono quasi di comprensione verso i suoi vessatori?! Ma come è possibile? Per me, questa è solo l’esemplificazione degli effetti di una cattiveria parossistica, indescrivibile, concretizzatasi nello sconvolgimento della libertà interiore, del nucleo più profondo dell’essere di una persona. Quindi, quando ho letto le sue dichiarazioni, quando non ho potuto percepire risentimento nei confronti di quelle belve feroci ma solo una sinistra serenità, mi è venuta in mente la c.d. Sindrome di Stoccolma, quella che, in psicologia, descrive legami c.d. traumatici, spesso solidissimi, che nascono tra due persone, accomunate da una vicinanza fondata sulla posizione di assoluto potere di una nei confronti dell’altra che, quindi, sottoposta ad una violenza estrema ed arbitraria, finisce con l'aderire emotivamente alla volontà ed alle azioni del proprio carnefice. Come in questo caso. Non mi convincerete mai. Mi ha turbato, e molto, la dichiarata conversione all’Islam di Silvia, frutto della violenza, della rassegnazione, dell’istintiva metabolizzazione del credo dei suoi carcerieri che, non a caso, le hanno concesso di poter leggere e studiare il loro Testo Sacro. Ella ha subito la massima forma di costrizione, nel profondo dell’anima, così grave da non condurla soltanto a rinnegare il proprio Dio bensì addirittura ad indurla ad abbracciare quello venerato dai suoi persecutori. E questa non è una conversione religiosa ma un terribile dramma personale, che deve farci riflettere su quanto possa essere infinita la barbarie dell'uomo. La Sindrome di Stoccolma parla per Silvia, privata di un pezzo della sua anima.

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- Società

Comprendere il bene comune non è da tutti.

Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato. Nel Cilento si dice: “Chiro nun sape fa’ la <> co’ ‘o bicchiere”. Vale a dire: colui è talmente incapace che non saprebbe disegnare un cerchio nemmeno mettendo un bicchiere tondo su un foglio e tracciando la linea ai suoi margini. Meraviglioso adagio tipico di una cultura millenaria, sedimentata su lasciti innumerevoli e preziosi: quella del nostro Sud. Frase che adotta (spesso) mio padre, da cui l’ho appresa. Che adopero (molto spesso) anche io. Per esempio, oggi è primo maggio. Sono sicuro che sarà all’insegna della preoccupazione: molti non riprenderanno come prima, in qualunque settore. Le conseguenze di questa pandemia sono inimmaginabili: potenziali occasioni di rinascita ma anche possibili baratri. E allora, succede che i politici si sbizzarriscano, gli scienziati formulino ipotesi e tesi, il Governo emetta decreti su decreti – vaghi e mancanti di una programmazione seria, ad esempio, in merito ai tamponi ed alla medicina di prossimità – e la gente… resti nel mezzo, in attesa di certezze. Quindi, in questo stato di cose vorticoso ed inatteso, per tutelare (prima) e far ripartire come si deve (poi) società e lavoro, bisognerà fare affidamento sul buon senso, sull’etica sociale anche minima delle persone. Il Bene Comune dipende da questo. E qui casca l’asino. Qualche tempo fa, si doveva dividere un gruppo di persone in ordine alfabetico. “Da Abaco a Fiandaca, ore x; da Giannino a Zuzzurellone, ore y”. Semplice, no? No. C’è stato chi – e non uno ma due o tre su una ventina: gente adulta, con figli – ha chiesto se il proprio cognome rientrasse, specificamente, in un gruppo o nell’altro. Cioè non era in grado di valutare autonomamente a quale raggruppamento fosse destinato. Id est: aveva dubbi sull’alfabeto della lingua che usa ogni giorno. Così nella mia testa è risuonata, puntuale, come un rintocco di campana, quella frase: “Chisti nun sano fa’ la <> co’ ‘o bicchiere”. Perché la verità è che, in questa società, molti non possono nemmeno aspirare alla comprensione dei massimi sistemi – come il Bene Comune o l’attualissima tutela del Lavoro di cui all’art. 1 della Costituzione, per intenderci – in quanto non sanno eseguire nemmeno comunissime attività quotidiane che s’immaginerebbero pacificamente acquisite, in tempi di astronauti e internet. Quel che manca non è, spesso, l’intelligenza ma la semplice cura. E questo, oggi, con i chiari di Luna che ci affliggono, è un vero guaio. Chi si lamenta di non essere preso in considerazione dal capo, dovrebbe chiedersi se sa realmente fare le fotocopie; chi vuole avere un cane in appartamento, dovrebbe domandarsi se rispetta gli altri quando lo porta a spasso; chi utilizza una strada, dovrebbe avere la lucidità di camminare sul marciapiede, che non sta lì a caso ma serve ad impedire che i veicoli possano investire i pedoni (per non parlare dell’attraversamento con il rosso o fuori dalle strisce); a chi si lamenta di essere incompreso in amore, si potrebbe chiedere se si lavi i denti regolarmente o se sappia ascoltare (no, questa è già di altro livello); da chi si mette in fila, sembra ovvio pretendere che sappia come si formi e si mantenga, una fila! Chi usa un bagno, dovrebbe essere (sin dall’età di 3 anni, più o meno) in grado di comprendere l’uso della tavoletta e della carta igienica e poi, salvo sfortunate patologie, avrebbe il minimo dovere di … beh, l’avete capito; chi intrattiene una conversazione, potrebbe facilmente rispettare lo spazio vitale dell’interlocutore – pandemia a parte – evitando di mettersi ad un centimetro o, peggio, trattenendo fisicamente il malcapitato, il quale magari sarebbe anche sinceramente, affettuosamente interessato ma diviene preda dello sconforto! Si può pretendere, con buona ragione, che tutti sappiano che ci si debba lavare – indigenza a parte, ovviamente; che il deodorante, se il corpo non è pulito, serva a ben poco; che una camicia andrebbe usata al massimo per una giornata e poi pulita, che le scarpe da ginnastica sono tanto care ma mostrano quel difetto olfattivo sopraggiunto che le rende, spesso, insopportabili; che dare del “tu” a chiunque non è carino, che non è consigliabile insultare chi abbia un’opinione diversa dalla tua o tifi per un’altra squadra; che se sbagli il numero poi non è il caso di offendere il malcapitato che già ti ha risposto per tre volte; che a Natale non puoi chiedermi di parlare della tua multa da quarantasei euro. Che – ecco, per esempio: ecco – il lavoro, per stare nel tema, è quella cosa con quel nome, “lavoro”, perché s’intende retribuito – sennò si chiamerebbe hobby – e merita rispetto. Rispetto. E invece, no. Non si può pretendere. Perché molti non sanno usare un marciapiede, un bagno, persino la parola se non il pensiero (poi, la grammatica, la grammatica… quanti, quanti in ruoli apicali, non in grado di scrivere in italiano). E votano! La verità è che bisognerebbe ripartire da questo: insegnare l’ovvio. Tenere lezioni, convegni, incontri, seminari sull’ABC del vivere sociale, per tutte le età, con il fine di concretizzare l’ovvio della civiltà. Oggi più che mai. 1° maggio 2020

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- Letteratura

Sì, la PEC può funzionare anche per il GDP!

Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato Se superassimo questo periodo drammatico e quasi onirico senza più d’una lezione appresa, saremmo davvero imperdonabili. Devono averlo, meritoriamente, pensato anche nell’amministrazione della Giustizia perché, a quanto pare, è stato finalmente scoperto che la Posta Elettronica Certificata si possa adattare al mondo della Giustizia di Pace. E ci voleva una pandemia (ed il buon senso, finalmente, di chi ha agito), per sancirlo. Bisogna partire dall’art. 83.7 del D.L. 18/2020, con in quale “per assicurare le finalità di cui al comma 6 [organizzazione della Giustizia in tempo di Covid, NDR], i capi degli uffici giudiziari possono adottare … misure”; poi, si deve guardare a protocolli e linee-guida tra Consiglio Nazionale Forense e Consiglio Superiore della Magistratura; infine (per essere brevi e giungere al punto), ecco a voi… l’operatività. Parlo, in particolare, del (la proposta di) “PROTOCOLLO PER LA TRATTAZIONE DELLE UDIENZE CIVILI DINANZI AL GIUDICE DI PACE” emessa dal Tribunale di Salerno, a firma del Presidente Giuseppe Ciampa, in data 23.4.2020 ma anche della precedente nota, in data 21.4.2020, da parte del Presidente del Tribunale di Nocera Inferiore, Antonio Sergio Robustella. Materiali letti e, subito, piaciuti. Già, ci voleva una pandemia per rendersi conto che è incredibile che, ad esempio, attività ovvie come un’iscrizione sul ruolo oppure il deposito di memorie non possano, tuttora, avvenire da remoto oppure che, per ottenere copia della produzione di controparte, si debba intasare personalmente la cancelleria! Eppure, spesso, gli Uffici del GdP, che hanno numeri impressionanti ed attribuzioni in forte ascesa, proprio in virtù della loro missione (si parla, non a caso, di Giustizia di prossimità), si trovano in zone non esattamente… di passaggio. Grazie al lavoro di Giudici e personale, verrebbe da scrivere che l’unica Giustizia esercitata in tempi decenti sia questa (riferimenti: art. 106.2 Cost., R.D. n. 12/1941, L. n. 374/1991), pur con molte, evidenti ombre accanto alle chiare luci; peccato che proprio questa Giustizia, così sfruttata in Italia, spesso patisca una disorganizzazione pressochè patologica, dettata dall’insufficienza di mezzi e risorse umane. Tornando a quei documenti citati, con la premessa doverosa che si tratta di procedura estemporanea, ebbene essi sono di straordinario rilievo, non soltanto per il contenuto ma anche per il codice verbale adottato. Vale la pena di salutarli come innovativi e fare il possibile perché siano implementati e condotti oltre l’emergenza. Dobbiamo solo perfezionare e… volerlo. Infatti, la proposta del Presidente Ciampa, promuovendo “l’utilizzazione dei modelli di cui ai protocolli nazionali di CSM e CNF”, concretizza la “MODALITÀ DI TRATTAZIONE SCRITTA”, in cui il Giudice emette Decreto con date e scadenze, le parti hanno termine per note e repliche, i tempi per i provvedimenti giudiziali sembrano pacifici ma, soprattutto, ogni cosa o quasi avviene con invio di PEC alla “CASELLA PEC ISTITUZIONALE DELL’UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE”. Miracolo: la PEC, addirittura “istituzionale”! Inoltre, viene resa possibile, su accordo delle parti, la trattazione da remoto quando la presenza delle parti è necessaria. E questo accordo va incoraggiato. Certo: di fronte al comprensibile fallimento assoluto della c.d. testimonianza scritta (art. 257 bis c.p.c.), vale la pena evidenziare – ritengo – che la prova orale debba essere raccolta sempre in modo tradizionale, pel tramite di processo verbale a cura di soggetto terzo, sempre e solo innanzi al Giudice. E poi, altra conquista di civiltà: l’iscrizione della causa sul ruolo tramite PEC, per ora con la sola allegazione di nota d’iscrizione, diritti e foliario, senza la produzione di parte e solo a titolo di “prenotazione”. Ma – e dobbiamo arrivarci! – con l’obiettivo che, una volta capito il concetto e formato il personale, potremo allegare l’intera produzione e dare inizio ad un Processo Civile Telematico per la Magistratura Onoraria. Ci rendiamo conto di quanto questo modello sia più sicuro ed efficiente? Segue la “disciplina degli accessi in cancelleria”, restrittiva e molto: ma implementando il telematico, non si otterrebbe un chiaro e definitivo decongestionamento degli uffici, con tutto quel che ne deriva in termini di efficienza, sostenibilità anche ambientale, certezza, immediatezza e, non da ultimo, qualità del lavoro di tutti? Specie leggendo le ultimissime dal Ministero, che predicano ancora “limitazioni alla presenza dei dipendenti pubblici in ufficio” (cfr. Circolare del 24.4.2020)! Venendo all’altra nota, a firma Robustella, del medesimo tenore, mi hanno colpito la perentorietà dei toni (non consueta, in ambito pubblico; certamente, motivata dalle straordinarie premesse spiegate nel documento), l’invito alla pubblicazione dei provvedimenti da parte dei Giudici, il risalto dato all’iscrizione telematica, la richiesta di efficienza nello smaltimento dell’arretrato. Ora: perché non cogliere l’occasione per reclamare, a grandissima voce, che anche il GdP possa avvalersi del PCT? Perché lasciare che queste attribuzioni e soluzioni dal carattere emergenziale possano scomparire dopo il periodo c.d. cuscinetto? Perché fingere che la PEC e la telematica non possano risolvere molti mali della Magistratura onoraria di pace? Ne conosciamo tutti le anomalie – alcune delle quali davvero inspiegabili – e, sono persuaso, tutti noi vorremmo ordine, buon senso, efficienza, semplificazione nella sua gestione; per primi, i dipendenti della Giustizia. Ebbene, nel nostro quotidiano – che, c’è da giurarci, non sarà mai più lo stesso – se vogliamo migliorare le nostre condizioni di lavoro, se vogliamo adeguare e modernizzare la NOSTRA Giustizia, di cui siamo attori principali, dobbiamo pretendere che indicazioni di questo tipo vengano incoraggiate, implementate, integrate. Solo così potremo avere una Giustizia umana, equa, rapida e seria, più corrispondente a quell’idea di Diritto che, in gran parte del mondo occidentale, è frutto dell’intelligenza e della sensibilità dei nostri antenati Romani. 26 aprile 2020

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- Letteratura

No, io non voglio ritornarci alla normalità.

Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato. Arrivi a Capodanno e ti chiedi un’altra volta come sia andata: bene, male, potevo far meglio, poteva andar peggio. Il tempo di contare da dieci a zero e stai già pensando con cosa e chi pranzerai il giorno dopo, a quando tornerai in studio, a quel caso da esaminare meglio, a chi invitare per la partita. Finisce agosto e giuri: “Settembre è il vero Capodanno, altro che gennaio!” ma poi, alla fine, mentre credi di dover organizzare le idee per affrontare la ripresa, già sei immerso, ancora mezzo abbronzato, nella quotidianità luminosa di fine estate con un dolce vigore, afferrando senza troppi intoppi le redini delle cose. E poi ti ritrovi, in un qualsiasi nove marzo di un anno bisestile, a cominciare una fase della tua vita, che non sarà ampia ma resterà memorabile, in cui devi davvero misurarti con le tua aspirazioni, le tue paure più profonde, i tuoi desideri ed una nuova, inaspettata sensibilità verso tutto l’universo, la vita, la morte. Devi fare i conti con te stesso perché perdi la libertà – così come, almeno, l’abbiamo sempre intesa – e non puoi recarti al lavoro, stringere mani, affrontare piccoli e grandi dilemmi, rifugiarti nelle tue abitudini e nelle tue certezze. Alla fine, perdi proprio quelle: le certezze. Forse, ne acquisisci delle altre. Nel frattempo, però, il tempo diviene infinito e breve, diverso ed uguale. Le giornate si animano grazie ad impulsi nuovi che, spesso, provengono dal tuo profondo, segnali che covavano nel tuo cuore in attesa di essere ascoltati. Riprendi a riflettere, a dormire più a lungo, a sognare, ad interrogarti sulla tua umanità. Ecco, l’umanità: concetto che viene sempre più dimenticato. Eppure, dovrebbe costituire la base del nostro essere! Guardare in alto ed osservare il cielo e le stelle non è cosa concessa a tutti i viventi, così come non è affatto banale poter contare su una complessità di pensiero vasta – seppur con tutti i suoi limiti – quale è quella dell’uomo. Mentre l’inverno lascia il posto ad un’incerta primavera, forse tardiva per tema di incoraggiare la gente ad affollare le strade, tu hai desiderio di uscire, andare al mare per abbeverarti d’infinito, rivedere chi ami, gettarti nell’attività che prediligi; ma, intanto, hai suonato il pianoforte con i tuoi figli, hai dialogato seriamente con qualcuno, hai affrontato crisi, hai scoperto qualità in persone insospettabili, hai maturato idee che potrebbero rivoluzionare il tuo quotidiano, hai ascoltato il canto degli uccelli, fatto ginnastica davanti ad un cellulare, letto poesie, scritto riflessioni… hai vissuto, sei stato umano, hai dato un peso al tempo. Non sai se proprio quello giusto ma, certamente, di più e meglio. Non sei guarito, certo, dall’istinto di affrettarti e vagheggiare che cosa sarà domani, non hai tagliato tutti i nodi di Gordio che ti legheranno sino alla fine dei tuoi giorni ma hai potuto apprezzare il momento, condannato a fare i conti con te stesso; invitato, da un minuscolo essere che nemmeno può dirsi vivente, a volerti un po’ più bene. La nostra libertà è, principalmente, disordine, entropia. Proprio la libertà, che è preziosa come respirare, ci rende incapaci di comprenderla fino in fondo. Il tempo, che è terribilmente limitato e che, a volte, è drammaticamente scarso, meriterebbe più riguardo. E invece ne abusiamo ogni giorno, quando potremmo fare una passeggiata in un bosco di cicale piuttosto che condannarci ad una fila di ore per ritirare una copia con un timbro sopra. E, quel che è peggio, non facciamo nulla o quasi per evitare di buttarlo via come una cartaccia, non costruiamo attorno a noi una realtà efficiente, nel senso più umano del termine. Questa, questa deve essere la nuova, fondamentale sfida quotidiana: impedire che le cose proseguano come prima, in un modo irrazionale e cieco che ci sottragga tempo, con l’abbaglio di una libertà illusoria e di un’eternità impossibile. Perché noi maltrattiamo il tempo senza ragione, spesso per illuderci di essere efficienti ed utili – al mondo ed a noi stessi – ottenendo il risultato opposto! Eppure, noi non siamo costituiti di appuntamenti di lavoro, tasse, scadenze, problemi risolti, viaggi in auto, sfide quotidiane ed ore di mera quiete: al contrario, il meglio di noi è un tuffo in luglio, l’ascolto d’una poesia, la lezione ad un bimbo, il bacio di chi ami, un panino in un prato, un film sul divano, viaggiare. È tutto quanto resterà nella nostra solitudine, il motivo per cui avrà avuto un senso vivere. E allora, se normalità significa riprendere a non dare il giusto valore al tempo – ché di prezzo, il tempo, non ne ha, non può averne – che la normalità sia ripudiata, che non vi facciamo più ritorno, che si rivoluzioni il senso di quel termine. Bisogna fare il possibile per non sprecare il momento, per non farselo scippare senza ragione, dapprima nel lavoro, poi nel resto: perché possiamo ricordarci, un giorno qualunque, che siamo esistiti. Occorre dialogare con la nostra natura, finita ed imperfetta, e spiegarle, con pazienza, che il vero tempo, la vera normalità è quando siamo stati esseri umani. 21 aprile 2020

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- Società

No, la toga nel cuore non basterà

Era il 1594 quando il Caravaggio dipinse “I bari”. Lo straordinario dipinto mostra tre uomini ad un tavolo da gioco, di cui due intenti a raggirare il terzo, un giovane dal viso candido, a carte. All’apparenza, i protagonisti sono tutti ben vestiti, segno di elevata estrazione sociale ma, ad uno sguardo giusto un po’ più attento, i guanti di uno dei bari sono sporchi e bucati. Ora, all’epoca, le persone abbienti amavano sfoggiare il bianco poiché esso – luminoso, latteo, immacolato – costituiva l’emblema della pulizia e, per estensione, della capacità economica di potersi permettere abiti non soltanto ricercati nelle fogge ma lavati di fresco. Ora, sulla mirabile tela, il baro che scruta nelle carte dell’ingenuo, giovane nobile (il cui colletto e i cui sbuffi delle maniche non a caso sono bianchissimi) indossa guanti proprio di quel colore. Perché? Perché intende fingere una ricchezza che non possiede, in tal modo apparendo, agli occhi della sua colpevole vittima, degno di fede e… meritevole di condividerne il tavolo da giuoco. Fatalmente, per la vittima. Quest’opera mirabolante si è subito affacciata alla mia mente quando ho potuto osservare, su un social, la lunga successione di immagini ritraenti Colleghi ed amici, fieri e sorridenti, con indosso uno dei simboli della nostra professione intellettuale: la toga. Le fotografie recavano, tutte, per chiara convenzione, il seguente motto: “Con la toga sulle spalle e nel cuore”, evidentemente a significare il giusto orgoglio di svolgere l’attività di avvocato come pura esteriorizzazione d’un sentimento – dell’esserlo, non solo del farlo – immanente, immutabile, intangibile. La mia prima reazione è stata un sorriso di partecipazione. Ma poi, nel continuare ad imbattermi in quei ritratti, non ho potuto fare a meno di ricordare le consuete conversazioni, anche con i Colleghi ivi effigiati, sulle tremende difficoltà della nostra amata professione; e subito sono tornati al pensiero criticità estreme, file per una copia, attese innanzi all’aula, spese misconosciute, buchi organizzativi, innumerevoli incongruenze, disordine parossistico, affollamento (oggi, si direbbe assembramento…) nei corridoi, mancanza di carta, faldoni buttati in ogni angolo, procedura calpestata: in poche parole, lo stato della Giustizia nel nostro meridione – per non dire in Italia. Ed il sorriso è divenuto un ghigno di consapevolezza. Perché ho dovuto realizzare, con dolore, che noi avvocati non siamo così diversi da quel baro dai bianchi guanti, lerci e consumati. Il nostro guanto è proprio la toga; il buco è l’inconcludenza strutturale ed invincibile dei nostri sforzi, seppur apprezzabili. La toga rappresenta, come il guanto bianco, la nostra aspirazione ad essere distinti, efficaci, decorosi; ma il foro nel guanto è una voragine ed essa, tragicamente più evidente che nel dipinto di Caravaggio, è plasticamente rappresentata dalla realtà nella quale ogni giorno ci arrischiamo a compiere la nostra sempre più messianica professione intellettuale. Quando indossiamo, fieri, la toga, rappresentiamo un decoro, un’autorevolezza che tuttavia, in concreto, non possiamo più vantare e che soltanto pochissimi di noi, spesso per benevola eredità, possiedono ancora; quindi, rischiamo di rifugiarci in tale paravento per evitare di dover considerare, con amara lucidità, che siamo una categoria ridotta all’irrilevanza. Ed il fatto che siamo in buona fede, che davvero amiamo quel che facciamo (e che siamo!) non ci salva dall’essere colpevoli. Anzi, lo siamo doppiamente: perché, così facendo, riusciamo mirabilmente nel compito di recitare non solo la parte dell’impostore ma pure quella della vittima, che è ingenua in modo imperdonabile. Diveniamo, quindi, bari e, al contempo, incaute vittime, anche di noi stessi. Ma questo atteggiamento vagamente puerile, seppure ispirato, sul piano morale, dai nostri luminosi propositi, si rivela esiziale per il nostro lavoro e, in definitiva, per la nostra vita. Infatti, il decoro che ostentiamo, simboleggiato dalla toga, non è reale. Noi avvocati non siamo più decorosi. Anzi: siamo una delle categorie più maltrattate e marginali d’Italia. Noi siamo quelli che si beccano rinvii di anni senza ragione, provvedimenti inspiegabili (soprattutto ai nostri clienti!), prassi assurde; che non vengono retribuiti, pur mettendoci anima e studio; che non hanno garanzie sul futuro, che versano le imposte e sostengono la propria previdenza in modo non proporzionato al reddito, persino nel caso di guadagni nulli; che ricavano sempre meno e, pertanto, possono aspirare ad una famiglia soltanto in tarda età oppure mai; che lavorano in uffici giudiziari sgangherati, polverosi, disordinati, con personale ridotto all’osso e comprensibilmente demotivato: noi siamo divenuti un popolo di centinaia di migliaia di disillusi che se lo sognano, il decoro. Quindi, che la toga sia sulle nostre spalle e nei nostri cuori è vero, aulico e bello ma quell’indumento simbolico non deve divenire un drappo che celi la mediocrità generale cui siamo ridotti. E non è sfoggiando simulacri che verremo fuori dalla crisi cui siamo stati condotti a causa di decenni di politica di settore demenziale, non è mostrandoci sorridenti come se il nostro lavoro ci facesse campare sereni e soddisfatti che riusciremo ad evitare il baratro ed a nasconderlo, a noi stessi ed al mondo! Non possiamo più eclissarci dietro a un dito: dobbiamo prendere coscienza che oggi, in questo Paese, quella toga che noi vestiamo con orgoglio ha smarrito il suo valore storico ed ideale. Il vero decoro consiste in ben altro: esso è il lavoro dignitoso, equamente retribuito, onorevole, serio e non serioso, sorridente ma non ridanciano, meritocratico, corrispondente a quel Diritto di cui l’Italia, soprattutto il Sud, costituisce la culla riconosciuta in tutto il mondo. Il decoro della professione non è (solo) la toga ma l’opposizione concreta a tutto quanto essa sia costretta a nascondere, ossia quella povertà di motivazioni, visioni, strumenti, certezze e mezzi che abbiamo timorosamente, gradualmente accettato. Rifugiandoci nel nero e negli ori della toga rischiamo, pur con le migliori intenzioni, di celare, senza successo, un nero ben più buio e tetro, che è quello delle nostre vite lavorative sempre più compromesse. Invece, accanto alla pur sacrosanta valorizzazione dei nostri simboli, dobbiamo riprendere a pensare, a costruire, a protestare, a cambiare quel che non va e potrebbe essere migliorato, a non aver timore della Giustizia ma profondo rispetto di essa, che è prima di tutto rispetto per noi stessi che ne siamo attori imprescindibili, con tutti i nostri difetti e la nostra umanità perfettibile. Basta, basta rimarcare i segni di un’Avvocatura decorosa soltanto in tesi, una categoria così periferica che non siamo stati nemmeno considerati in una Costituzione pur così tanto emendata, che non abbiamo neanche il coraggio di virare con decisione verso le efficienti opportunità del processo telematico, che accettiamo supinamente di essere trattati quasi alla stregua di questuanti, ogni giorno, come se chiedessimo l’autorizzazione di poter lavorare, in una cancelleria, in un’aula d’udienza, in un ufficio pubblico, in mezzo alla gente. È questo, proprio questo il momento di comprendere che la dignità della nostra professione è tutta da riconquistare e non lo faremo grazie all’ottimistico sfoggio dei nostri paramenti ma soltanto in seguito ad una rifondazione sostanziale, coraggiosa, di buon senso, a partire dalle piccole azioni, a cominciare da ognuno di noi. È arrivato il momento di rimeditare il nostro frainteso concetto di decoro ed il primo passo sarà quello di smetterla di adagiarci sui simulacri, per andare alla sostanza delle cose. Perché, in mancanza, presto sarà davvero la fine dell’Avvocatura e quella toga potremo riporla, con inutile orgoglio, assieme ai libri dell’università. – Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato.

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- Letteratura

La bellezza salverà la giustizia?

Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato. Il Principe Miškin, ne “L'idiota” di Dostoevskij, afferma: “La bellezza salverà il mondo”. Chissà perché, è una vita intera che questo messaggio mi avvince. E, chissà perché, mi martella quando metto piede in un ufficio giudiziario. Rammento che, la prima volta che vi entrai, rimasi stupefatto dal caos che lo pervadeva. Anzi: che lo governava. Mi domandai come fosse possibile amministrare la Giustizia in quel modo, senza la parvenza di un benchè minimo protocollo per gestire l’utenza, con carte letteralmente in volo sopra le teste dei presenti, giudici indistinguibili dal resto della ressa, vociare altissimo, distanza sociale annullata. Certo: ero giovane e privo di esperienza. Ma lo strano è che tutti mi sembravano assurdamente a proprio agio! Com’era possibile? Ora, ammettiamo che l’emozione del momento peserà nel ricordo ma, avendo poi nuovamente frequentato quel luogo, direi che si tratta di un’immagine piuttosto affidabile. Comunque, l’ufficio si trovava in un edificio bruttino, senza stemmi né pompa, senza bandiere né afflato d’autorità, un immobile che tutto poteva sembrare men che meno un luogo in cui si decidesse un pezzetto dell’esistenza delle persone. Fui sorpreso e rammaricato: davvero quella era la materializzazione del Diritto solenne e chiarissimo che avevo studiato per anni?! In seguito la rassegnazione prevalse, sebbene mitigata dall’impegno a cavare qualcosa di buono dalla mia personale attività, perché tutte o quasi le altre prime volte furono simili: quegli uffici erano brutti, senza ispirazione, dimessi, incolori, vecchi. Crepati, lesionati, scoloriti. Scomodi. Col tempo, scoprii che le eccezioni erano davvero poche. Orbene, dentro quelle strutture piuttosto tetre (perché, alla fine, così erano e così sono rimaste) si aggirano avvocati, testimoni, parti in causa, cancellieri, consulenti, commessi e giudici, un pochino tetri pure loro. Fatalmente dimessi, come gli uffici in cui sono costretti a condurre innanzi, ciascuno secondo il proprio ruolo, quel teatro ancestrale che è la Giustizia. Persino i sorrisi ottimistici sfoggiati – sempre meno spesso – dagli Avvocati suonano coraggiosi, per non dir eroici. Poi, ci si deve vestire: la maggior parte va sul sicuro con cravatte, tailleur, panciotti, decolté, stampe geometriche, zaini e borse sobrie. Altri decidono di scegliere tenute più sportive, rinunciando alla cravatta e scegliendo un paio di jeans con le sneakers. Qualcuno, evidentemente, non vuole stonare con l’ambiente e punta su nippoli, pelucchi e impavidi accostamenti tra quadroni e righetti. E come dar loro torto? È una questione di coerenza: le porte ridotte ad assi di legno, i fili scoperti, i neon ad intermittenza, le sedie rotte o squarciate, le pile di fascicoli ovunque, le pallocchie di polvere, il grigio imperante nei toni decisi da qualche architetto triste, gli avvisi scaduti da un anno ma assurdamente ancor lì a troneggiare, esigono un comportamento co-e-ren-te. Responsabile. Perché non c’è dubbio, deve trattarsi di direttive impartite dal Ministero: bruttezza, sciatteria, disarmonia. E il Ministero va rispettato. Altrimenti, non potrebbe spiegarsi per quale ragione gli uffici giudiziari siano così ridotti. Quando, poi, dando retta ad uno sguardo certamente frivolo, basterebbe davvero una mano di vernice, un po’ di stucco, un orologio al muro, una bella pulizia per cambiar faccia all’ambiente – ed ai suoi spaesati e/o eroici visitatori. Magari, staccare dalla parete quel rinvio del dicembre 2017, mettere una mascherina a quell’interruttore, coprire quel filo, tener chiusi quei raccoglitori che esplodono. Archiviare montagne di carte. Organizzare le stanze, le aule e la loro funzione, questa volta senza una benda sugli occhi. No, tutto questo non può che essere frutto di una precisa volizione del Governo, legata forse – ma qui siamo maliziosetti – al cattivo stato dell’organizzazione generale. Non esiste altra spiegazione. Perché evidentemente, grazie a tali accorgimenti del brutto, sarà più naturale, per i visitatori, non vedere l’ora di ritornare alle proprie case od ai propri studi, accogliere con rassegnazione un rinvio a due anni, scoprire che manca il fascicolo o una produzione di parte, constatare l’assenza ingiustificata di quel consulente o quel testimone, apprendere che quel giorno non si tiene più udienza, imbattersi in un improvviso scaglionamento delle cause del mattino. Certo, significativa controindicazione di questa volontà del deforme è che dipendenti ed addetti ai lavori scontino minor agio e voglia, se (tanto per dire) le pareti si sgretolano oppure la copiatrice è fuori-uso da settimane. Ma sarà solo un piccolo prezzo da pagare sull’altare dell’Equilibrio del sistema! Perché questo equilibrio deve essere un metodo geniale, l’idea straordinaria di qualche misconosciuto luminare. Infatti, il brutto non è solo nella struttura, nella disposizione insensata degli spazi, negli arredi fatiscenti e sporchi… no, esso diviene pura esaltazione metafisica della dis-grazia. Ad esempio, nel foglio dei turni degli avvocati appiccicato miracolosamente, con un residuo di scotch, in una intercapedine del muro o su un chiodino residuo di chissà cosa; nella mancanza di carta ed elastici delle cancellerie; nelle vetrate coperte con fogli legati l’un l’altro a formare una barriera contro il sole cocente; nelle porte che grattano sul pavimento; nei pezzi di cartone messi lì ad arte per impedire al getto d’aria del vecchio condizionatore di infilarsi nella schiena, fino alla cintura dei pantaloni, del malcapitato di turno; nell’angustia delle metrature; nella necessità di scrivere sui davanzali delle finestre impolverate – questo serve a non far distrarre gli avvocati: dovessero perdersi nel panorama?! – oppure sui mobili provenienti da qualche ufficio nazista… e chi più ne ha, più ne metta. Personalmente, credo che l’esempio più eclatante di tale, ingegnosa architettura neo-funzionale sia stato l’A4 ben attaccato alla (grigia, ça va sans dire) parete scrostata (ça va sans dire) in corrispondenza di una presa di corrente, che recitava qualcosa del tipo: “NON TOCCARE, PERICOLO DI MORTE”. Ovviamente, un avviso senza paternità. In un’aula piena di gente. Posso dedurre, tentando di connettermi all’ispirazione del genio misconosciuto di cui sopra, che il simbolismo consistesse nell’indurre il lettore al timore parossistico della Causa ed all’accettazione mistica della Sentenza e del Mistero della Procedura. Eppure io, che evidentemente sono un tipo terra terra, continuo a pensare si possa fare come sembrerebbe normale, praticando il banale buon senso e la sovrastimata logica. Ma è tutta colpa del Principe Miškin (che, del resto, era un ingenuo), di quel plagio letterario che mi conduce, evidentemente, a sbagliarmi di grosso, visto che la realtà della Giustizia è un continuo, inesorabile inno al brutto! Sì: esiste qualche merito necessario nel deforme, che io ignoro perché sono un superficiale. Quindi, certamente sono in errore se penso che la bellezza – intesa in senso lato, come spero di aver ben illustrato – possa fare un gran bene al mio comparto, che è non esattamente uno dei più insignificanti in un Paese che voglia dirsi civile. Ad esempio – e dimentico volutamente le opportunità del mondo telematico – che mantenere il decoro degli ambienti induca istintivamente tutti, habitué e non, ad un comportamento migliore; assicurare una costante temperatura gradevole consenta al personale di lavorare con maggiore agio ed efficienza; pagare qualcuno perché trascriva le deposizioni orali ne potenzi la genuinità; dotare i bagni di sapone e carta li renda realmente fruibili, magari per chi deve usarli più spesso per l’età o qualche malanno; fissare le udienze ad orario dedicato o, almeno, per tipologia (es. comparizione, conferimento d’incarico, prova testimoniale) ottimizzi il tempo. Senza dubbio prendo una sonora cantonata, affermando che issare le bandiere d’Italia e d’Europa alle spalle del Giudice incuta un minimo di riflessione sul proprio ruolo; incoraggiare un abbigliamento consono alla funzione illumini la coscienza del compito; disporre qualche sedia e qualche tavolo in più comporti una maggiore naturalezza nel redigere il processo verbale; sottoscrivere gli avvisi ne determini l’attendibilità e suggerisca all’utenza che esiste un certo rispetto nei suoi confronti; installare bacheche favorisca l’affissione di locandine o inviti a carattere culturale; consentire l’acquisto di marche da bollo in loco permetta il perfezionamento immediato delle istanze ed eviti passeggiate indesiderate, alla pioggia o sotto la canicola; chiudere i raccoglitori o le scaffalature contenenti i faldoni doni un aspetto più ordinato all’ambiente e prevenga lo smarrimento o la sottrazione di documenti; rispettare l’orario di udienza contribuisca al rispetto reciproco tra giudici, avvocati e parti... ed altre amenità che, per l’appunto, sono solo quello: amenità, fantasie. Sbaglio, dunque, se penso che la Bellezza salverà (salverebbe) la Giustizia. Sbaglio?

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- Letteratura

Non è un disvalore.

Tempo di Covid. Nel cortile della mia abitazione urbana, l’aria è tersa. Respirabile, luminosa. E non è perché è primavera – tra l’altro, freddissima. Resto in casa, non si esce senza ragione. La corte interna, con le sue piante che sentono la nuova stagione, è appagante. Il motivo è semplice: lo smog si è drasticamente ridotto. Ho trascorso, ultimamente, molto più tempo con i miei figli. Pappa e ciccia: sei e quattro anni, si divertono, si picchiano, non si annoiano mai, sono amici. Insegno loro pianoforte. Io stesso ho ripreso a suonare. Ho raccolto le idee e scritto un articolo su quanto avevo dentro da anni. Ho (video) telefonato a cari che non sentivo da tanto. Ho chiacchierato con gli amici, ho scoperto lati caratteriali sconosciuti di persone che non consideravo poi così interessanti. Sto riprendendo a lavorare, sfruttando le potenzialità di cui dispongo. Studio, approfondisco. Ho dormito – anche troppo (e qui, per un’associazione di idee, mi rendo conto che avrei bisogno di un barbiere più che di capelli, il che è tutto dire). Ho cominciato a fare ginnastica in casa grazie ad una app. gratuita, che m’invita a pubblicare i miei risultati su Facebook (ma io non lo farò nemmeno sotto tortura). I miei figli saltellano con me e mi perculano che è un piacere. Ho visto film che mi aspettavano da tempo. Ho mangiato tanto, con calma, con i miei, specie a pranzo quando non accadeva mai o quasi mai, prima. Il mio aspirapolvere ora ha un nome, gliel’ho dovuto assegnare perché se passi tanto tempo con qualcosa ti ci affezioni (con la lavastoviglie già ero in confidenza, ci capiamo naturalmente, lei ed io). Scherzo. Mi mancano il mio studio legale nei pressi del Liceo Tasso, il caffè con i Colleghi, Salerno, l’impegno quotidiano, il sentirmi utile, mangiare la pizza, sfottere mia suocera, camminare, il profumo del mare. Vorrei riabbracciare i miei cari e soprattutto mia nipote. Vorrei andare ad Acquavella con la mia famiglia. Mi manca sentirmi libero perché non sono libero, non siamo liberi. La mascherina mi costringe a mettere le lenti a contatto perché gli occhiali si appannano e questo alimenta la mia naturale goffezza. Non sono mai stato così tanto tempo in casa, se non quando preparavo il diploma di pianoforte. Allora mi abbrutivo, oggi un po’ meno perché, dopo i quaranta, bisogna darsi un limite – capelli a parte, naturalmente. La novità è che ho del tempo. Per me, slegato da un obiettivo utilitaristico. Quindi, non sono produttivo, nel senso che questa civiltà sempre di corsa ha attribuito a tale termine. Non sono utile, nel modo che la società che abbiamo costruito sembra pretendere da ciascuno di noi, a pena della nostra irrilevanza. Non sono più dinamico. Quindi, penso e scrivo. Quanto tempo abbiamo, come intendiamo utilizzarlo? Quanto, di ciò che facciamo ogni giorno senza pensarci troppo, ha davvero senso? Quanta parte delle nostre azioni può essere sostituita con altro di più appagante, di più umano? Cosa perdiamo, se cambiamo abitudini? Ad esempio: la mattina prendiamo l’auto e ci rechiamo da qualche parte. In studio, in ufficio. Spesso – e ora non venitemi a dire che ci sono attività che non possono farsi in remoto, lo so – per compiere azioni che potremmo, grazie alla tecnologia, soddisfare persino da casa. Penso alle udienze, che potrebbero, il più delle volte, essere tenute in modo virtuale – gli adempimenti di cancelleria, in buona parte, già lo sono. Penso addirittura agli appuntamenti, mutuabili con la corrispondenza scritta e/o delle conferenze telefoniche. Andiamo oltre la quarantena, pensiamo al domani che replicherà (?) il recentissimo passato: svegliarsi presto, vestirsi di tutto punto, viaggiare, presentarsi al pubblico, sfidare la giornata lontano dal tepore delle proprie mura, incontrare la gente, sorridere: invitante, lo adoro. Perdere ore di sonno, non fare colazione con i propri figli, rischiare un incidente, beccarsi il traffico, perdere tempo in fila, attendere il proprio turno in un’aula affollata, pranzare fuori o in studio in modo frugale, non poter andare a prendere i bimbi a scuola, scrivere nel pomeriggio atti e diffide gravate dalla stanchezza delle ore mattutine: evitabile. Eppure, sono facce della stessa medaglia. Il rapporto quotidiano e diretto con le persone, in qualsiasi ambito extra familiare, così come lo intendiamo comunemente è (anzi, sarebbe) produttivo ed efficiente; rappresenterebbe, inoltre, la misura della nostra socialità. Ma il suo prezzo è la rinuncia alla quiete (specie familiare) ed alla riflessione. In realtà, io credo che tale prezzo consista, soprattutto, nell’immotivata abdicazione ad un diverso modo di essere efficienti ed attivi. Diverso ma non peggiore, anzi. Il costo del nostro dinamismo quotidiano è l’irragionevole rifiuto di quello che i Romani chiamavano otium, ovverosia leggere, meditare, apprezzare l’arte, fare esercizio fisico, incontrare gli amici per un convivio – non a caso, la negazione di esso è il negotium, che è la necessità dell’occupazione lavorativa per sopravvivere. Oggi, paradossalmente ed in barba alla storia ed alla semantica, sembra quasi che l’otium sia la detestabile negazione del negotium! Se mettiamo sul piatto della bilancia l’aspirazione sociale e l’intimità familiare così come il dinamismo e l’otium, è una bella lotta. Il problema è che il nostro sistema sembra chiaramente incoraggiare qualsiasi lavoratore – nel mio caso, professionista – ad uscire di casa. Ed a correre; spesso, a sproposito. E noi non riflettiamo più, non ci domandiamo perché agiamo in un certo modo: noi ci stiamo, accettiamo di buon grado di affannarci perché lo riteniamo (lo riteniamo noi?) strettamente collegato ad un risultato. Anzi, accettiamo per una ragione fondamentale: perché tutto o quasi ci conduce a considerare tale comportamento un valore. Per noi – semplificando – correre è un valore. Perché chi sta nel mezzo, chi si mostra in giro, chi trascina la propria borsa od il proprio zaino con dentro chissà cosa è interessante, attivo, presente. Ha tempo da impiegare, è importante, ha qualcosa da fare. Questo è il tremendo retaggio degli ultimi secoli della storia umana: il movimento in sé è un valore. Ma forse quel che ci sta succedendo in questo periodo può avere il pregio di indurci a tornare ad una dimensione più intima della vita, che significa, prioritariamente, ragionare su come spendere meglio le nostre giornate – restando efficienti, naturalmente. Io credo che chi usi bene il proprio tempo, che è limitato; chi adotti strategie per ottimizzare il lavoro; chi accetti di poter sfruttare la telematica, ove possibile; chi deleghi compiti con intelligenza, con ciò valorizzando e retribuendo il lavoro degli altri – che si troveranno nelle condizioni di svolgere lo stesso compito con minor fatica ed in modo più sostenibile, anche per il pianeta; chi ritagli ore per il proprio otium, specie la cura dei propri cari, non cada in un disvalore. Anzi: pratichi il valore. Non è un disvalore camminare, lasciare l’auto nel box, dormire un’ora in più, pranzare a casa, dedicarsi alle faccende domestiche, fare due chiacchiere senza fretta, telefonare senza una ragione. Non è un disvalore –per restare al focus – lavorare da remoto, grazie a quello smartworking che, se ben organizzato, può tranquillamente sostituire le medesime attività, compiute altrove e con un impatto ecologico evitabile. Perché questo virus ci sta spiegando, con terribile fermezza che, se stiamo più in quiete, i mari, i laghi, i fiumi si ripuliscono; l’aria diviene respirabile; il risparmio, dovuto alle minori uscite, aumenta (e noi italiani siamo grandi risparmiatori); le famiglie si riuniscono – dopo la crisi, lo potremo fare molto meglio; i rischi connessi agli spostamenti diminuiscono; i delitti crollano – anche se bisogna fare moltissimo per i femminicidi e le violenze familiari; la cultura complessiva si accresce grazie a letture e confronti, foss’anche virtuali; il tempo corre più lento e consapevole; e poi, stiamo lasciando le scarpe fuori casa e lavandoci le mani come si deve, finalmente! E l’efficienza nel lavoro non diminuirà, anzi: alla lunga sono convinto aumenti. Stando di più in famiglia. Noi dovremo, verosimilmente, modificare le nostre abitudini sociali, alcune delle quali basiche, per il futuro che verrà e non per poco: quindi, ci conviene fare di necessità, virtù. E qui, vien fuori un presupposto indefettibile: puntualità, precisione. Un’ora è un’ora, un minuto è un minuto. Il vero disvalore è l’approssimazione, che sembra andare di pari passo con la frenesia contagiosa cui siamo abituati. Il disvalore, per me, è farmi sessanta minuti – se va molto bene – di auto per giungere in aula ed attenderne altri sessanta per un’udienza da 5 minuti. Avrei potuto utilizzare meglio quei 115 minuti? Domanda retorica. Quindi: lavoro da casa, ufficio o, comunque, da remoto; potenziamento della telematica; barbiere e parrucchiere (faccio il primo esempio che mi viene in mente…) su appuntamento; udienze ad orario programmato; spesa a domicilio; conferenze ed appuntamenti via video; firma elettronica; incoraggiamento della turnazione notturna nelle fabbriche, come negli ospedali o nelle farmacie. E poi, distanze sociali consone al vivere civile, abitudine – ahimè – alla mascherina (specie se con sintomi), meno bacetti e strette di mano – ma a che servono? Dai Romani giunge a noi il saluto c.d. gladiatorio, dai Giapponesi potremmo apprendere l’inchino. Ci sarà molto da cambiare ma temo che non abbiamo scelta: dovremo conviverci, con questo virus o con minacce simili. Tornare ad essere attivi ma in modo consapevole e sostenibile. Evitare di gettare via il tempo, perché non sappiamo quanto ne abbiamo e non lo possiamo comprare. Il compromesso ci consentirà di non morire di Covid ma nemmeno di povertà, poiché saremo anche più produttivi. Con il non trascurabile corollario che vivremo molto meglio. E allora, proviamo a cogliere il valore dell’otium, comprendiamo che non esiste disvalore in una quiete efficiente, che la frenesia cui siamo abituati non rende la nostra vita più desiderabile o proficua. Che una stasi disciplinata può essere sommamente produttiva. Che socialità è (anche) abbracciare una volta in più i figli, chiacchierare con calma, prendersi cura, senza fretta, di sé e degli altri, coltivare l’umanità. Ecco: io chiamo tutto questo lentezza, che non è inconsistenza, non è torpore ma profonda coscienza di quanto ci circonda e ricerca della capacità di trarne, in tutti i sensi, il meglio. Almeno, fino a quando le Moire vorranno… Insomma: l’otium, la lentezza, la quiete non sono un disvalore.

 

 

 

Pasquale D'Aiuto. Avvocato.

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- Giurisprudenza

Il pesce d’aprile degli avvocati.

IL PESCE D’APRILE AGLI AVVOCATI – Ditemi che è soltanto un pesce d’aprile. Vi prego, ditemelo e convincetemi. Perché quest’oggi assisto, attonito, alla corsa caotica, a colpi di click, da parte di migliaia e migliaia di persone che hanno conseguito un diploma, una laurea in Giurisprudenza, hanno svolto pratica forense ed ottenuto un’ardua abilitazione, all’accaparramento dell’obolo di € 600,00 (pure, inizialmente non previsto!) graziosamente concesso con il c.d. Decreto Cura Italia (D.L. n. 18 del 17.3.2020, così come integrato con Decreto del 28.3.2020 dei Ministeri del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell’Economia e delle Finanze). Parlo degli Avvocati, categoria professionale liberale e nobile, esistente da quando è in piedi una società che si possa dire civile, attori principali del sistema Giustizia come i Magistrati, baluardo per la tutela e l’implementazione dei diritti. Parlo di esseri umani che hanno puntato le proprie fiches su un corso di studi polivalente, per trovare il proprio posto nel circuito produttivo e rendersi utili al mondo. Però, evidentemente, nella nazione sbagliata. Gente che, in paesi seri, dovrebbe nutrire serene prospettive di medio-lungo periodo e che, al contrario, in questo surreale posto che è l’Italia – ma per prudenza, in base alla mia personale esperienza, preferisco limitarmi al meridione d’Italia, che è anche Roma, per intenderci – spera di buscarsi qualcosa dallo Stato, quando e se arriverà, perché avrà fornito dimostrazione alla propria previdenza privata di aver passato anni difficili, di non aver affatto ingranato con la professione o, addirittura, di non aver più una partita iva. Ma questo è meno del breve periodo: questo è campare alla giornata. Sì, perché vi sfido: più a monte, provate a raccontarmi che, in fondo, questo Paese non abbia poi convinto noi Avvocati che la nostra quintessenza fosse proprio quella del campare alla giornata. Raccontatemelo ma poi, un attimo dopo, motivatelo con ragioni solide, perché io farò fatica a starvi dietro. Perché io credo sia proprio così: noi siamo una categoria da distruggere, i paria della società. Noi siamo residuali. E lo saremmo anche se parlassimo, oggi, non di seicento ma di seimila o sessantamila euro per ciascun Avvocato, perché l’unico “bonus” che potrà salvare il fondamentale comparto della Giustizia dovrà consistere in un’autentica rivoluzione concettuale, a partire dal nostro ruolo. La verità è che ormai siamo abituati a concepire la nostra professione come una gara ad ostacoli o, per restare in tema, come un’emergenza continua, un po’ come il virus di questi tempi. Noi siamo continuamente in quarantena, questa è la verità. Noi siamo reclusi – sì, da sempre e non solo in questi giorni – a causa di barriere politiche, sistemiche, ideologiche ma concretissime. E lo siamo a partire da corsi di studio affollati, aperti a chiunque – anche a coloro che non sanno cosa fare della propria vita dopo il diploma – e, spesso, senza uno sbocco preciso; poi, da pratiche forensi disorganiche, molto spesso povere di contenuti, cronicamente legate alle solite materie divenute una sorta di ammortizzatore sociale (penso alla r.c.a.), con compensi da fame o senza alcuna forma di corrispettivo. Pratiche che, assai spesso, non si concludono mai veramente e sfociano in collaborazioni atipiche non regolamentate, generando migliaia di professionisti poveri, timorosi di spiccare il salto e prendere ad essere realmente autonomi – realmente professionisti! – e bisognosi, quasi fisiologicamente, di conforto, controllo, rilettura, assenso da parte di un dominus. Una demolizione psicologica, prima che economica. E poi, penso all’esame d’abilitazione che (e mi perdonino i commissari seri e preparati che ho incontrato nella mia vita), continua a sembrare un terno al lotto. Con i testi nascosti negli zaini, gli smartphone, la speranza di un aiuto esterno, quando basterebbe pretendere l’impegno degli aspiranti Avvocati, consentire loro l’utilizzo dei codici commentati con la Giurisprudenza ed impedire realmente l’adozione di trucchetti da ragazzini – che costituiscono illeciti penali, a ben vedere. Forse, prima ancora, la facoltà di Giurisprudenza dovrebbe tornare a fare selezione (a partire dal numero chiuso) o, almeno, a indirizzare verso una prospettiva, come la libera professione o i concorsi. Poi penso alle udienze, che quasi sempre sono affollatissime perdite di tempo e che sovente vantano l’unico beneficio di incoraggiare la socialità e di sostenere l’economia dei bar nei pressi degli Uffici Giudiziari, a suon di caffè e chiacchiere ai tavolini. Quali udienze? Ma noi Avvocati le conosciamo bene: innanzitutto, quelle di mero rinvio (perché il Giudice non è riuscito ad emettere un provvedimento, perché mancano i testimoni, perché una notifica è andata storta e chi più ne ha, più ne metta); poi, l’udienza che segue quella di comparizione delle parti nel caso (leggasi: sempre) di richiesta della concessione dei termini c.d. istruttori; quella di conferimento dell’incarico al Consulente Tecnico d’Ufficio, che presta giuramento; quella di precisazione delle conclusioni, spesso reiterata per ragioni, sovente, oscure (o, forse, ben chiare)… si accettano suggerimenti. Parlo da civilista, naturalmente: tutto tempo che potrebbe essere dedicato allo studio, al tempo libero. Alla famiglia. Poi, penso agli importi ingenti che dobbiamo destinare, sin dall’iscrizione all’albo, anche senza un reddito effettivo ed in modo affatto proporzionato e scalare, alla nostra previdenza sociale, pur gravata da tutte le sue ben note incongruenze. Ma non è solo questo: è molto, molto di più. Questa elemosina di 600 euro assume le vesti di una beffa, contentino inaccettabile ed odioso per una vita (professionale ma non solo) di assurdità conclamate. Penso, ad esempio, al fatto che un soggetto, se non ha un reddito “regolare”, può intentare una causa civile senza rischiare concretamente nulla – lasciando a bocca asciutta la controparte e l’Avvocato avversario, oltre che, molto probabilmente, anche il proprio (dura, spiegarlo ai non addetti ai lavori; vero?). Penso alle società che scompaiono (anzi: che divengono inattive), lasciando capitale e patrimonio azzerati ma tanti debiti, nei confronti dei fornitori quanto degli Avvocati e dei professionisti in genere. Penso alle procedure concorsuali inutili; alle esecuzioni mobiliari in cui le case private sono sempre chiuse, in cui addosso, il debitore, non ha nemmeno un orologio oppure in cassa non c’è mai un euro da pignorare; a quelle immobiliari che durano un’eternità e costringono chi le ponga in essere ad esborsi enormi che, spesso, non vedranno rimborso; ai pignoramenti presso terzi (quando possibile) ove sovente non v’è nulla o quasi da ricavare perché il terzo non c’è più o perché il suo debito è poco o nulla; ai ricorsi per decreto ingiuntivo che potrebbero essere sostituiti da ingiunzioni qualificate degli Avvocati; a tutti quei contratti che sarebbero facilmente, e con competenza, stipulabili senza l’assistenza di altri professionisti – le compravendite immobiliari, per esempio ma sovvengono alla mente anche i c.d. passaggi di proprietà dei veicoli – e, più in generale, allo scandalo della negazione, pressocché assoluta e davvero incomprensibile, della facoltà di autenticare le sottoscrizioni! Penso alla patologica mancanza di meritocrazia. Agli incarichi milionari concessi in base a graziose discendenze e giuste amicizie. Ai mandati professionali da parte degli enti pubblici che vanno sempre agli stessi. Penso all’incredibile assenza di qualsiasi riferimento alla figura dell’Avvocato nella nostra Costituzione! E poi, ritorno con la mente al dileggio generale nei confronti della categoria: gli Avvocati rubano, perdono tempo, provocano la prescrizione, sono incompetenti, godono nel ritardare le decisioni, sono degli azzeccagarbugli, raccontano fandonie, si arricchiscono sfruttando i clienti, si vendono all’avversario… chiunque può, a chiunque è concesso gettarci fango addosso, impunemente. La vulgata è che noi siamo cattivi. Sui social, in strada, persino nelle dichiarazioni (anche molto recenti) di qualche… illuminato ed autorevole giurista. Non aiuta, bisogna dirlo, la politica adottata da più d’un ministro della Giustizia oppure l’insipienza di qualche soggetto capitato, per puro caso, all’apice del nostro settore. Gli Avvocati sono carne da macello, spara addosso al leguleio, dagli all’untore. So bene che, in qualche caso, il dileggio è meritato. Penso ai colleghi (minuscola voluta) che offrono pubblicamente la propria attività (minuscola voluta) gratis o quasi – con ciò, violando il principio di lecita concorrenza – o che, per esempio, incoraggiano azioni nei confronti dei medici che agiscono nell’estrema difficoltà di questi tempi grigi. Ma siamo 250.000 e passa (troppi, troppi)! Per la stragrande maggioranza perbene, coraggiosi, preparati, in buona fede. Penso al sorriso, alla bravura ed alla disponibilità dei Colleghi che vedo quasi ogni giorno (Antonietta, Gianluca, Roberto, Alessio, Elio per fare qualche nome, perché non siamo numeri!) e, più in generale, alla correttezza, alla serietà, al fair play di quelli che incontro sulla mia strada, innanzi alle eccezioni ed alle strenue argomentazioni, alla loro capacità di scorgere la cesura tra la difesa del Cliente ed i rapporti personali. Quanto è difficile, tutto questo! Quanto è difficile e miracoloso comprendere che l’inderogabilità del mandato difensivo ed il rispetto reciproco possano coesistere – anzi, considerare la prima una parte fondamentale del secondo. In definitiva e senza dilungarmi oltre, ecco perché vorrei tanto che questa storia dei 600 euro fosse un pesce d’aprile: perché, qui, bisogna rifondare la Giustizia, non elargire oboli. Perché non esiste alcuna programmazione rispettabile e seria delle vite di centinaia di migliaia di Legali; perché chi deve non adotta riguardo per le loro anime, le loro aspirazioni, le loro famiglie ed ora, di fronte all’ultimo atto di un’emergenza continua, frutto di scelte scellerate e di prassi assurde che solo in minima parte qui sono state citate, non si può più tacere. Perché non c’è merito, cultura, cura. Perché si deve, prima di tutto, riabilitare la professione dell’Avvocato. Perché noi siamo senza futuro e lo eravamo ben prima di questa emergenza mondiale. Il teatro è finito e quest’ultima farsa ha disvelato il trucco. Oggi, primo di aprile, abbiamo patito lo scherzo più atroce. Speriamo sia l’ultimo. di Pasquale D’Aiuto, avvocato