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Raccolta di articoli di Bianca Fasano
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Società

Per un suicida da Web

Aaron Swartz avrebbe compiuto 36 anni questo novembre. Chissà quante cose avrebbe potuto regalarci con la sua inventiva. Invece "è stato suicidato". Occorre dire chi era, per quanti non lo hanno conosciuto e mi avvarrò di quanto dice Wikipedia: “Aaron Hillel Swartz (Chicago, 8 novembre 1986 – New York, 11 gennaio 2013) è stato un programmatore, scrittore e attivista statunitense. Coautore della prima specifica dell'RSS e delle licenze Creative Commons[1], é il cofondatore di Reddit e il gruppo di attivismo online Demand Progress; faceva anche parte dell'Ethics Center Lab dell'Università di Harvard, ed è stato il creatore del "Guerrilla Open Access Manifesto". Il 19 luglio 2011 fu arrestato per aver scaricato 4,8 milioni di articoli scientifici dal database accademico JSTOR, fu poi liberato dietro cauzione. Vero: "La morte di Aaron Swartz non è una semplice tragedia personale". Stiamo parlando di Aaron Swartz, suicidatosi a soli ventisei anni, nella sua casa di Brooklyn a New York l’11 gennaio del 2013, e nato l’8 novembre del 1986. Questo novembre avrebbe compiuto trentasei anni. Se parliamo di suicidio, è un fatto che vi sia in media una morte per suicidio ogni quaranta secondi ed un tentativo di suicidio ogni tre secondi. Sembra assurdo a dirlo, ma nel 2000 hanno perso la vita circa un milione d’individui a causa del suicidio. Dobbiamo rimarcare che, nel caso di Aaron la sua decisione sia scaturita da una terrificante mescolanza di bullismo governativo e depressione. Accanto ai suoi scritti, dopo la sua morte, furono caricati sul web, decine di interviste, documentari, film, commemorazioni, articoli, libri e commenti che ancora oggi, a intervalli regolari, sono offerti come materiale di valore per celebrare le sue azioni e la sua opera. Per ricordarlo c’è anche una pellicola del 2014, dal titolo : - “The Internet’s Own Boy, “il ragazzo/figlio di Internet”. Tuttavia lui non c’è più, perché si è suicidato e nel mondo il suicidio (dato poco conosciuto) è attualmente tra le prime tre cause di morte nella fascia di età 15-34 anni; un fenomeno preoccupante tra i giovani, sia in termini assoluti sia relativi, in un terzo delle nazioni. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) precisa che ogni giorno muore a causa del suicidio l’equivalente delle vittime causate dall’attacco alle torri gemelle di New York l’11 settembre del 2001. Tornando ad Aaron, certamente la sua fine non possiamo valutarla “soltanto” come una tragedia personale dei genitori e di quanti l’hanno amato e stimato, ma, certamente è ANCHE una tragedia personale. Se avessi cresciuto un figlio (ed era figlio dell'Italia, giacché figlio del Web, figlio dell’universo-mondo), l’avessi visto così capace, intelligente, interattivo, speciale, mediatico, universale… per poi saperlo suicida? Che cosa avrei dovuto dirmi, che sarebbe stato meglio fosse stato un “normale” ragazzino senza pretese? Che il mondo non è PREPARATO ad accogliere menti quali la sua?Certamente nel suo animo meraviglioso e strano, doveva anche essere “delicato”, suscettibile, passibile di sofferenze particolari. Difficile che un giovane sia così speciale e non abbia anche antenne particolarmente capaci di percepire il disagio. Probabilmente, senza neanche rendersene conto, aveva sorpassato la linea indefinita e volubile del “giusto” e dell’illegale, del “permesso” e del negato. Ma esiste, appunto, quella linea, nel Web?Temo sia tutta da inventare e costantemente da rielaborare. "La conoscenza non è un crimine", si legge nella firma di “Anonymous” in onore dell'attivista e del diffusore della conoscenza a mezzo file sharing (di condivisione). Ma, ditelo alle religioni, ditelo a quanti ancora non hanno compreso che se c’è un Dio ci ha fatti curiosi e sa bene dove la nostra curiosità potrà portarci. Se c’è un Dio, ci ha fatti simili a lui, quindi, creatori, anche di nuovi spazi e di nuove mete. Ditelo a quanti (e sono tanti), dell’ignoranza godono e profittano, per cui ci indicano la cacciata dal paradiso e la “mela del peccato” con un indice enorme e minaccioso. Gabriele Frasca dice che «… nelle epoche di passaggio da una galassia di mezzi a un’altra suscita la paralizzante sensazione di una vera e propria “guerra mediale"».[1] La guerra mediale ha i suoi morti, anche se tanti, come è accaduto per me, sono passati in modo lieto dalla pur cara macchina per scrivere ad un mezzo che permette libertà nel passato inimmaginabili e mi ha poi consentito l’accesso all’immenso database di internet. D’altra parte:“É un po’ il destino delle fasi di transizione quello di offrirsi solo in un secondo momento alla consapevolezza degli osservatori, e giusto per il fatto che proprio coloro che sono immersi più profondamente in una rivoluzione finiscono con l’essere meno consapevoli delle sue dinamiche” (McLuhan 1962, pp. 210-212).[2] L’altra faccia della medaglia è che il world wide web[3] sia una terra virtuale laddove è possibile esprimere se stessi e ricercare libertà di pensiero e verità, per cui diventa territorio di contesa da parte degli stati cui la sua struttura affrancata e scorrevole rappresenta un pericolo, o comunque uno spazio da amministrare e verificare. Per Manuel Castells internet si palesa come un mezzo efficace affinché la democrazia possa espandersi nel globo e quindi egli trova ovvio che il web possa concorrere alla sua costruzione. In una nazione libera e democratica difatti le differenti forme associazionistiche, private e pubbliche, le reti civiche e le reti private, attraverso il Web assolvono i loro compiti di informazione, sia questa "alternativa", pubblica, amministrativa, di volontariato, religiosa o di altro tipo, si affidano alla rete. Purtroppo questa larghezza di pensiero ha i suoi risvolti nella possibilità che sia sfruttata anche in negativo e che vi sia un background meno nitido e pulito di quanto vorremmo fosse. Se la rete deve essere controllata, occorre creare una legislazione ad hoc e porre dei filtri per entrare in essa, ma in questo modo “il controllo” disporrebbe dei mezzi per essere totale e dittatoriale, cosa documentata nel caso di regimi totalitari dove l’informazione è imbavagliata, anche perché in Internet è facile essere controllati, si è completamente trasparenti, la privacy è assente e il rischio di essere spiati, più alto. Aaron era il paladino della libertà di informazione, o meglio del libero accesso alle informazioni, di quello che porta vicino ad essere “un unico cervello universale”, una “memoria globale”. Mai soli. Aaron, è vero: la tua morte NON è stata una semplice tragedia personale. Dovrebbe indicare la strada verso un modo nuovo di percepire questa nostra assoluta, potenziale, capacità di “conoscenza”. La tua morte la soffriamo tutti. Ti sei portato con te, togliendolo a ciascuno di noi, un “bit” del nostro coraggio e della nostra speranza per il futuro. Mettili assieme, nel mondo dove sei adesso e prova a costruirti un mondo “virtuale” migliore del nostro in cui vivere libero. Bianca Fasano [1] G. Frasca “ La lettera che muore-la “letteratura”nel reticolo mediale”; 2005-meltemi editore Srl, Roma, cap. secondo pag.42.[2] G. Frasca “ La lettera che muore-la “letteratura”nel reticolo mediale”.Op.Cit. Cap. terzo, pag. 82 [3] Il World Wide Web (nome di origine inglese), in sigla WWW, più spesso abbreviato in Web, anche conosciuto come Grande Ragnatela Mondiale, è un servizio di Internet che permette di navigare ed usufruire di un insieme vastissimo di contenuti multimediali e di ulteriori servizi accessibili a tutti o ad una parte selezionata degli utenti di Internet.

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- Letteratura

Cerimonia di premiazione Concorso Versi di Pace

Sabato 19 Novembre 2022, alle ore 16:30, presso il "Salone delle Bandiere" del Comune di Messina (Palazzo Zanca), si è tenuta la cerimonia di premiazione della IV Edizione del Concorso Internazionale di Poesia "Versi di Pace" 2021. L'evento è stato patrocinato moralmente dal Comune di Messina, dall'Associazione Nazionale del Fante di Messina (A.N.F.), dal CO.B.-G.E., dall'Accademia Regionale dei Poeti Siciliani "Federico II", dall'Accademia di Sicilia, da WikiPoesia, dal Cenacolo Letterario Italiano "Via XXV Novembre", dal Movimento Culturale "Corto Poesia Italiana Ipseità dell'Io" e da Terra di Gesù Onlus. Davanti ad una gremitissima platea ha presentato l’evento il pluripremiato poeta e scrittore, Renato Di Pane, Presidente dell’Associazione Culturale “RDP Eventi”. Dicitrice poetica, Eliana Tripodo, anch’ella pluripremiata poetessa, scrittrice e pittrice. A declamare le numerose poesie è stato anche il bravissimo attore teatrale, Francesco Micari. Le coreografie sono state curate dalle Maestre di Danza, Antonella Gargano Barbara Buccheri e Rosanna Gargano, con performances davvero emozionanti, su tematiche d’attualità come la violenza sulle donne. Gli intermezzi musicali sono stati curati dal cantante neomelodico messinese, Mimmo Ambriano con la sua inseparabile chitarra. Impeccabile regista dell’evento è stato Giuseppe Sturniolo,. La hostess Veronica ha consegnato i riconoscimenti ai numerosi premiati. La Dott.ssa Ruslana Kastusik è stata responsabile del desk adibito per coppe, targhe e trofei. Un doveroso ringraziamento è andato a Studio Isolino per il servizio foto-video, a Centro Coppe per i premi, a Stampa Open per il materiale cartaceo e a “La Maiolica” per la cena conviviale post premiazione. Durante l’evento, è stato svelato il nominativo del vincitore assoluto del Premio d’Eccellenza “Clara Russo” 2021 che, in questa quarta edizione, è andato alla poetessa siciliana Graziella Campagna. Inoltre, sono stati conferiti i seguenti riconoscimenti fuori concorso: il Premio Speciale “Versi di Pace – Cultura 2021” al fondatore di WikiPoesia Dott. Renato Ongania, il Premio Speciale “Versi di Pace – Carriera 2021” al poliedrico artista Francesco Billeci, il Premio Speciale “Versi di Pace – Stampa 2021” al giornalista e scrittore Lillo Zaffino e il Premio Speciale “Versi di Pace – Sociale 2021” all’Associazione di volontariato “Il sogno di Morgan”. Al concorso si sono iscritti poeti da tutta Italia e anche dall’estero, con la Sezione C (Studenti), che ha avuto come Referente Scolastico la Prof.ssa Linda Iapichino del Liceo Artistico “Ernesto Basile” di Messina e la Sezione D (Internazionale) totalmente gratuite. Molto commovente è stato il ricordo del poeta e scrittore italo-americano Joseph Gorgone, recentemente scomparso, il quale era il Coordinatore Internazionale degli U.S.A. per l’Associazione Culturale “RDP Eventi”. Durante la cerimonia, è stata ricordata con molto affetto anche la poetessa e scrittrice Rosella Lubrano, Coordinatrice Nazionale del Piemonte per l’Associazione Culturale “RDP Eventi”. Il Giurato, nonché poeta e scrittore, Dott. Angelo Maria De Marco, ha voluto invece rendere omaggio al defunto Giovanni Malambrì con una sua lirica molto. Il Presidente dell’Associazione “Solidarity in action”, Antonino Bevilacqua, è intervenuto invece con una sua poesia contro il razzismo. Queste le varie Giurie del concorso, il cui Presidente di tutte le Commissioni Giudicatrici è stato, come sempre, il Prof. Domenico Venuti che, per l’occasione, è stato rappresentato dal Cav. Gianni Amico, socio dell’Assofante Messina: Sezione A, Sezione C (Studenti) e Sezione D (Internazionale): Poesia in Lingua Italiana Dott. Nunzio Buono, pluripremiato poeta e scrittore; Dott.ssa Margherita Celestino, Presidente dell’Associazione Culturale “Mecenate”; Dott.ssa Sabrina Del Giudice, pluripremiata poetessa e scrittrice; Prof. Bartolomeo Di Giovanni, docente, è anche un pluripremiato poeta e scrittore; Dott.ssa Susanna Musetti, Presidente dell’Associazione Culturale “Poeti Solo Poeti Poeti”; Prof.ssa Marianna Sidoti, docente, è anche una pluripremiata poetessa e scrittrice. Sezione B: Poesia in Lingua Dialettale Rag. Salvatore Gazzara, pluripremiato poeta e scrittore, è Delegato Comunale dell’Accademia Regionale dei Poeti Siciliani “Federico II” e Accademico di Sicilia; Dott. Giovanni Gentile, pluripremiato poeta e scrittore, è anche un organizzatore di concorsi letterari; Dott. Angelo Iannelli, poliedrico artista, è Presidente dell’Associazione Culturale “Vesuvius”; Dott.ssa Antonietta Siviero, pluripremiata poetessa e scrittrice; Dott. Emanuele Zambetta, pluripremiato poeta e scrittore; Dott.ssa Lucia Zappalà, pluripremiata poetessa e scrittrice. Sezioni E-F: Corto-Poesia Dott. Antonio Barracato, pluripremiato poeta e scrittore, Presidente del Cenacolo Letterario Italiano “Via 25 Novembre”, è ideatore del Movimento Letterario “Corto-Poesia Ipseità dell’Io” e Delegato Provinciale dell’Accademia Regionale dei Poeti Siciliani “Federico II”; Prof.ssa Dorotea Matranga, pluripremiata poetessa e scrittrice, è ideatrice del Movimento Letterario “Corto-Poesia Ipseità dell’Io”. Sezione G (Haiku): Cinzia Pitingaro (Presidente, non votante), poetessa e haijin; Maria Concetta Conti, poetessa e haijin; Eufemia Griffo, poetessa e haijin; Antonio Mangiameli, poeta e haijin; Carmela Marino, poetessa e haijin; Antonio Sacco, poeta e haijin. Sezione H (Silloge Edita) e Sezione I (Silloge Inedita): Dott. Angelo Maria De Marco, commercialista, è anche un pluripremiato poeta e scrittore; Prof.ssa Bianca Fasano, giornalista e scrittrice, Presidente dell’Accademia dei Parmenidei; Dott. Franco Leone, pluripremiato poeta, scrittore e saggista; Prof.ssa Nadia Pascucci, Presidente dell’Associazione Culturale “Tullius Cicero”; Dott.ssa Antonella Tamiano, pluripremiata poetessa e scrittrice; Dott.ssa Anna Turotti, pluripremiata poetessa e scrittrice. Sezione J (Videopoesia): Stefano Caranti (Presidente, non votante), co-fondatore del Movimento Artistico Videopoetico (M.A.V.), Segretario Nazionale per l’Italia dei “Poetas del Mundo” e co-fondatore di WikiPoesia. Dott. Adelfo Forni, consulente legale e aziendale, ex discografico, è autore di poesia e narrativa, nonché organizzatore di eventi culturali; Dott. Massimo Massa, Presidente dell’Associazione Culturale ”L’Oceano nell’Anima”, è un pluripremiato poeta, scrittore e saggista; Luca Maria Napodano, attore e regista, è Vice Presidente e Direttore Artistico dell’Associazione Culturale “Libertamente”; Lidia Sbalchiero, traduttrice ed interprete, è una pluripremiata poetessa e videomaker; Enrico Jacopo Testoni, pluripremiato attore, regista e sceneggiatore. Molto gradita è stata la presenza, come premiatori, delle seguenti autorità: Dott. Filippo Scolareci, Vice Presidente dell’Accademia Regionale dei Poeti Siciliani “Federico II”, nonché Presidente Provinciale dell’Accademia di Sicilia; Prof.ssa Maria Teresa Prestigiacomo, Vice Presidente del Comitato delle Patronesse Assofante Messina, nonché Presidente dell’Accademia Euromediterranea delle Arti, giornalista e critico di fama internazionale; Prof.ssa Nazzarena Amedeo, Presidente della FIDAPA Messina Capo Peloro; Dott.ssa Annamaria Argento, Vice Presidente della FIDAPA Messina Capo Peloro; Prof.ssa Cettina Parafioriti, Past President dell’AMMI Messina; Avv. Barbara Buccheri, Presidente del Kiwanis Messenion; Dott. Giovanni Lando, Past President del Kiwanis Peloro Messina; Dott. Lillo Zaffino, giornalista e scrittore, nonché Direttore del famoso giornale online “Il Cittadino di Messina”; Francesco Billeci, poliedrico artista, Presidente dell’Associazione Culturale “Billeci” e titolare della casa editrice “Billeci”; Dott.ssa Giusy Oliva, Presidente dell’Associazione “Il sogno di Morgan”; Dott. Salvatore La Porta, patron del famoso festival canoro “Il Pilone d’Oro”; Antonino Bevilacqua, Presidente dell’Associazione “Solidarity in action”; Lillo Scipilliti, famoso attore messinese; Rosita Orifici Rabe, poetessa e scrittrice; Dott.ssa Luisa Rita Barbaro, poetessa e scrittrice; Emanuele Castrianni, Alfiere d’Onore dell’Associazione Nazionale del Fante di Messina. Questi sono tutti i premiati delle varie Sezioni: Sezione A-A1-A2 – Poesia in Lingua Italiana - 1° Posto: “Terra di pianto” di Luigi Antonio Pilo, Messina - 2° Posto: “Discepoli del male” di Vittorio Di Ruocco, Pontecagnano (Sa) - 3° Posto: “Sotto i cieli di Herat” di Assuntina Marzotta, San Cassiano (Le) (Na). Sezione B-B1-B2 – Poesia in Lingua Dialettale - 1° Posto: “Ciangiu ‘Sprumunti (Agustu 2021)” di Carmelo Fiorino, Palmi (Rc) - 2° Posto: “Scampuli di Sicilia” di Angelo Abbate, Bagheria (Pa) - 3° Posto: “Donzi rimpiantu meu” di Stefano Baldinu, San Pietro in Casale (Bo) Sezione C (Studenti) – Poesia in Lingua Italiana a tema libero - 1° Posto: “Ti aspetto” di Miriam Monaco, Fiumefreddo di Sicilia (Ct) - 2° Posto: “Offese” di Gloria Urbani, V B Liceo Artistico “Ernesto Basile”, Messina - 3° Posto: “Dare voce” di Chiara Zona, III B Sezione D (Internazionale) – Poesia in Lingua Italiana a tema libero - 1° Posto: “Il fiume” di Sadik Bejko, Tirana (Albania) - 2° Posto: “È notte in una stanza” di Fabrizio Boscaglia, Lisbona (Portogallo) - 3° Posto: “Fermate la guerra!” di Irida Zusi, Lezha (Albania) Sezione E-F – Corto-Poesia - 1° Posto: “Il mio tempo è un andar sui bordi” di Eugenio Landino, Caserta - 2° Posto: “Poco importa” di Antonio Biancolillo, Trani (Bt) - 3° Posto: “Folli contrasti” di Margherita Flore, Firenze Sezione G – Haiku - 1° Posto: “Foglie d’autunno” di Antonella Seidita, Palermo - Menzione D’Onore: “Caligo al mare” di Monica Biaggini, Serra Riccò (Ge) - Menzione D’Onore: “Quando ti guardo” di Silvio Di Fabio, San Salvo (Ch) - Segnalazione di Merito: “Tramonto rosso” di Patrizia Cenci, Borgo Veneto (Pd) Sezione H – Silloge Edita - 1° Posto: “Poesie belle e maledette” di Giuseppe Iannarelli, Rocca Imperiale (Cs) - 2° Posto ex aequo: “Quando fa silenzio il rumore” di Giuseppe Blandino, Rosolini (Sr) - 2° Posto ex aequo: “Sulla cresta dell’onda” di Silvia Polidori, L’Aquila - 3° Posto: “Stagioni – Controcanti in chiaroscuro” di Elisabetta Liberatore, Pratola Peligna Sezione I – Silloge Inedita - 1° Posto: “La quinta stagione” di Giovanni Codutti, Feletto Umberto (Ud) - 2° Posto: “Luci e ombre” di Annalisa Potenza, Pescara - 3° Posto: “Antologia degli scritti” di Rita Nappi, Sassari Premio Speciale - Premio Speciale “Marisa Provenzano”: “Una nuova visione” di Annalisa Potenza, Pescara Sezione J - Videopoesia - 1° Posto: “Nella sua mente” di Francesco Fiore, Rogliano (Cs) - 2° Posto: “Tornerò amata terra!” di Grazia Dottore, Messina - 3° Posto: “Il fremere del mio cuore” di Luisa Di Francesco, Taranto Premio d’Eccellenza “Clara Russo” 2021 - Premio d’Eccellenza “Clara Russo” 2021: Graziella Campagna, Nissoria (En) La cerimonia di premiazione si è conclusa, tra gli applausi, con la consegna dei ricordini ai Giurati e con la classica foto di gruppo.

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- Storia

Da: Il tempo degli eroi, di Bianca Fasano. Vajont.

Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia). La storia di queste comunità fu sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione. La stima più attendibile è, a tutt'oggi, di 1909 vittime. Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione. Fu aperta un'inchiesta giudiziaria. Il processo fu celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la prevedibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi. Ora Longarone ed i paesi colpiti sono stati ricostruiti. La zona in cui si è verificato l'evento catastrofico continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano attraverso la lezione, quanto mai attuale, che da esso si può apprendere. La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d'acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in cortocircuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini. La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga fu divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia. Allo sbocco della valle l'onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con sé, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta. Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm fu spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore. Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale. Si era consumata una tragedia tra le più grandi che l'umanità potrà mai ricordare. Tre giorni dopo il disastro, l'11 ottobre, il Ministro dei Lavori Pubblici, in accordo con il Presidente del Consiglio, nomina la Commissione di inchiesta sulla sciagura, che si insedia il 14 ottobre. Essa dispone di due mesi di tempo per presentare una relazione. Suo compito è quello di accertare le cause, prossime e remote, che hanno determinato la catastrofe. La Commissione finirà il suo lavoro tre mesi dopo. Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell'anno. Il giorno dopo inizia il Processo di Primo Grado, che si tiene a L'Aquila, e che si conclude il 17 dicembre del 1969. L'accusa chiede ventuno anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne sono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin sono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non è riconosciuta. Il 26 luglio 1970 inizia all'Aquila il Processo d'Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso. Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che sono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi sono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin sono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto. Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolge, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni sono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell'evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene è condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini è assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dall'avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione. Il 16 dicembre 1975 la Corte d'Appello dell'Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando l'ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison. Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d'Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone. Il ricorso della Montedison non si fa attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso alla sentenza del 1982. Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extrapatrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti ed onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno è rigettato il ricorso dell'ENEL nei confronti del comune di e del neonato comune di Vajont, obbligando così l'ENEL al risarcimento dei danni subiti, che saranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre hanno raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire.

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- Società

Sanità penitenziaria. Autori di reato con problemi psichici.

L’ordine dei medici e degli odontoiatri della provincia di Salerno organizza, dal 26 al 28 ottobre 2022 tre giornate di studio su “Sanità Penitenziaria. Autori di reato con problemi psichici”. Con il patrocinio di: Asl Salerno, Ordine Nazionale Biologi, Ordine dei giornalisti Campania, Ordine degli Avvocati Salerno, Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, Associazione Italiana Giovani Avvocati Salerno. L’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, a nome del presidente, Avv. Angelo Raffaele Battista e del segretario, Avv. Pasquale D’Aiuto, si è detta “Lieta ed onorata di patrocinare questo straordinario evento in tema di "Sanità penitenziaria", organizzato da Università degli Studi di Salerno ed Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Salerno. Ringraziamo, in particolare, il Dr. Antonio Maria Pagano, primario promotore di questa tre giorni, autentico vulcano di idee ed amico (sin dai primissimi tempi!) della nostra Associazione. In particolare abbiamo ottenuto dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Salerno, che ringraziamo per il consueto supporto, n. 3 crediti formativi professionali per gli Avvocati che interverranno all'ultima data, quella del 28 p.v., che si terrà presso le sale dell'Ordine dei Medici ed Odontoiatri in Salerno sin dalle ore 8:30. Raccoglieremo le presenze e redigeremo apposita certificazione, naturalmente sussistendo i requisiti di Legge e sempre in accordo con il COA e con le linee-guida del CNF.”. Ed ecco lo svolgimento: Mercoledì 26 ottobre 2022 si terrà la prima giornata presso l’Università degli Studi di Salerno. Campus Fisciano - Aula Magna “V. Buonocore”. 8:30 Saluti: Prof. Vincenzo Loia - Magnifico Rettore Università Degli Studi di Salerno; Dott. Gennaro Sosto - Direttore Generale ASL Salerno; Dott. Vincenzo D’Amato - Direttore Generale Azienda ospedaliera Universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona”; Prof. Carmine Vecchione - Direttore Dipartimento di Medicina, Chirurgia e odontoiatria Scuola Medica Salernitana - Università degli Studi di Salerno; Dott. Giovanni D’Angelo - Presidente dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Salerno. La realtà penitenziaria: organizzazione e confronto tra regioni. 9:30 Introduzione e razionale evento: V.Pilone e A.M. Pagano; Relazione introduttiva. 10:00 La sanità penitenziaria nel SSN: G. Nese La realtà penitenziaria: organizzazione e confronto tra regioni. Presiede: E. Coscioni, Moderano: A. Cajafa, P.Sergianni. Intervengono: La sanità penitenziaria in Lombardia: R.Ranieri. La sanità penitenziaria in Toscana: D. Matarrese. La sanità penitenziaria in Puglia: N. Bonvino. La sanità penitenziaria in Calabria: L. Lucania. 12:30 La sanità penitenziaria nei grandi istituti penitenziari: L. Acampora. Seguirà la Tavola rotonda. La rete formativa per l’implementazione dell’assistenza sanitaria penitenziaria. Presiede: C. Ciocci. Moderano: G. D’Angelo, V. Pilone. Intervengono: M.Amato - M. Capunzo - A. Filippelli - F. Iasevoli - D. Monteleone - L. Lucania. Giovedì 27 ottobre 2022 le giornate di studio seguiranno presso A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona “Aula Scozia”. Interventi confronti delle persone ristrette. 8:30 Introduzione e razionale evento: V. Pilone e A.M. Pagano. 9:00 Presiede: P. Sergianni. Moderano: G. D’Angelo - L. Lucania. Le indagini epidemiologiche sullo stato di salute dei detenuti: l’esperienza della Toscana: C. Silvestri. Screening tumori colon - retto: differenze con la realtà ospedaliera: V. Pilone - B. Donnarumma. La gestione del detenuto obeso: limiti nella realtà carceraria: L. Schiavo. L’importanza della cartella clinica negli istituti penitenziari: A. Maiese. Valutazione e presa in carico del paziente autore di reato affetto da patologia psichica: F.Iasevoli - S. Colondro. Deficit vitaminici e alterazioni metaboliche nei ristretti: confronto con la popolazione: L. Borreo - M. De Leo. Malattie infettive TBC - HCV: gestione carceraria e ospedaliera: M. Masarone - G. De Matteis. Mammografia e pap test nella popolazione detenuta: confronti con le realtà esterne: C. L. De Falco. Prevenzione cardiovascolare dei ristretti: G. Galasso. SERD e gestione dei detenuti con tossicodipendenze: A. Filippelli - B. Giannatiempo. Le patologie orali e il dolore cronico delle persone ristrette: analisi dei fattori di rischio e strategie di prevenzione: M. Amato - L. Sisalli. 12.00 Tavola rotonda. Università ed assistenza penitenziaria. Presiede: M. Persico. Moderano: A. Filippelli, Dott. Pagano. Intervengono: G. Galasso - F. Iasevoli - L. Lucania - A. Maiese - M. Masarone - V. Pilone. Venerdì 28 ottobre 2022 le giornate di studio proseguono e terminano presso l’ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Salerno. 8:30 Saluti: Avv. Paola Ianni - Consigliere Ordine avvocati di Salerno. Avv. Ugo Bisogno Presidente Associazione Italiana Giovani Avvocati di Salerno. Autori di reato con patologia psichiatrica: prassi collaborative e difficoltà nel lavoro clinico. 8:40 Introduzione: G. D’Angelo. Razionale evento: V. Pilone e A.M. Pagano. 9:00 Presiede: G. Nese. Moderano: G. Corrivetti - A.M. Pagano. Intervengono: La valutazione della pericolosità chi è pericoloso? E in quali circostanze di tempo e luogo? Quali cure e in che contesto? M. Amirante. Dalla misura di sicurezza al percorso di cura: A. Centore. Luce e ombre dei trattamenti farmacologici nei pazienti autori di reato: A. De Bartolomeis. i PDTA intra ed extra murari per l’autore di reato con disturbo mentale: possibilità e limiti: M. Clerici. Incompiutezza normativa e percorsi di reinserimento: F. Schiaffo. Reinserimento socio - lavorativo delle persone sottoposte a provvedimenti dell’A.G.: C. De Blasio. Le tutele nei confronti delle persone autrici dei reati; L. Palmieri. La prassi e le ideologie del sistema carcerario attuale: L. Romano. 12:30 Tavola rotonda. Coordinare percorsi giuridici, assistenziali e di reinserimento sociale. Coordina: C. Cuozzo, G. D’Angelo. Intervengono: M. Amirante - U. Bisogno - A. Centore - M. Clerici - G. Corrivetti - C. de Blasio - L. Lucania - G. Nese - A. M. Pagano - L. Romano - F. Dchiaffo. L’evento è particolarmente interessante in relazione al D:P: C: M del 1 aprile 2008 che ha previsto il trasferimento al Servizio Sanitario Nazionale di tutte le funzioni sanitarie svolte dal dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dal Dipartimento della Giustizia minorile del Ministero della Giustizia così da equiparare il trattamento sanitario degli individui detenuti ed internati a quello dei cittadini liberi, come da decreto Legislativo n. 230 del 22 giugno 1999. L’organizzazione e la programmazione dei servizi sanitari è affidata al sistema sanitario regionale per tramite delle Aziende Sanitarie territoriali. La recente approvazione in Conferenza Unificata delle linee di indirizzo per la realizzazione di un sistema integrato di interventi e servizi per il reinserimento socio-lavorativo delle persone sottoposte a provvedimenti della A. G. limitativi o privativi della libertà personale rende ancora più attuale i documenti redatti della SIP, SIP-dipendenze, SIMPSE, SIPF relativi al PDTA intra ed extra murari, per le persone con problemi psichici. Informazioni generali: La partecipazione all’evento è gratuita e aperta a tutti. Per coloro che intendono usufruire dell’ECM, la riserva dei posti seguirà fino ad esaurimento secondo l’ordine cronologico d’arrivo delle domande. La validità ai fini ECM è riservata ai primi cento iscritti. Accreditato per: medico chirurgo e odontoiatria, infermiere, farmacista, psicologo, biologo è previsto inoltre il rilascio per avvocati e giornalisti. L’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno ha ottenuto per la data del 28 ottobre tre crediti formativi per gli avvocati. attività didattica elettiva per tutti gli studenti iscritti alla facoltà di Medicina dell’Università degli studi di Salerno. Iscrizioni ai fini ECM. La iscrizione può essere effettuata on line sul portale dell’Ordine dei Medici. Segreteria scientifica: prof. V. Pilone, Dott. G. D’Angelo, Dott. A. M. Pagano. Segreteria organizzativa: Dott.ssa A. De Chiara, Dott.ssa S. Calandro, Dott. B. Giannitiempo, Dott. B. Donnarumma, Dott. C. Izzo. Info: Medis AcademY 0818231562 - secretary@medisacademy.eu Bianca Fasano.

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I pianisti della Mozart

Nell’ambito di Piano City Napoli, il Complesso Monastico di Santa Maria in Gerusalemme domenica 16 ottobre, ore 11,00, ha ospitato l’evento “I pianisti della Mozart”. La musica nel cuore di Napoli antica. Nell’ambito di Piano City Napoli, 2022, un festival diffuso nella città di Napoli, aperto a ogni genere musicale, tutti però solo ed esclusivamente al pianoforte, che si è svolto dal 13 al 16 ottobre 2022, il Complesso Monastico di Santa Maria in Gerusalemme, domenica 16 ottobre ha ospitato l’evento “I pianisti della Mozart”. Occorre rimarcare che Piano City Napoli 2022, organizzato dal Comune di Napoli e dall’Associazione NapoliPiano nell’ambito del progetto “Napoli città della Musica”, ha posto in atto oltre 100 eventi distribuiti in diciassette location pubbliche diffuse per la città, con ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, tranne i principali che sono stati a prenotazione obbligatoria. Il Festival era aperto a tutti i generi musicali dalla classica al jazz, dalla contemporanea al rock e al pop, tutti solo ed esclusivamente al pianoforte con la partecipazione di concertisti professionisti, appassionati e studenti. Torniamo a: “I pianisti della Mozart”. Il programma, In collaborazione con l’Associazione “L’Atrio delle trentatrè onlus”, è stato a cura di Antonello Cannavale e si sono avvicendati al pianoforte gli allievi dell’ Accademia Filarmonica Parthenope “W.A. Mozart” APS: Gennaro Rosano, Giovanni De Luca, Claudia Di Mauro, Emanuela Crispino, Giulia Santangelo, Clara Todisco, Alessandra Piscopo, Giuseppe D’Aiuto, Mauro D’Aiuto, Sharon Martino, Mariafrancesca Russo, Antonio Montagna, Marco Iavarone, Gabriele Salzano, Maria Pescatore, Serena Forte, Giovanni Russo, Giuseppe Ferrari, Gabriele Sacco, Anna Chiara Maiello, Matteo Maria Maiello, Ludovica Siciliano, Martina Mottola, Maria Rita Manno, Paola Esposito, Rita Lanero, Antonio Perna, Antonio Corcione, Francesca Bandiera. A cura di Massimo Siciliano. Benché la bellezza meteorologica della giornata abbia attirato tanti napoletani in giro, occorre dire che la sala era piena e “traboccava” al di fuori, di persone coinvolte ed interessate. D’altra parte come non comprendere anche l’entusiasmo e la gioia di veder suonare uno dei propri giovani innamorati della musica? La tensione dei più piccoli, quali Mauro D'Aiuto e Giuseppe D’Aiuto era tangibile. Suonare in pubblico, porsi alla prova, non è cosa facile e le mani dei giovani musicisti erano attente, così come la mente, a inseguire le note, a volte davvero complesse, degli spartiti o la memoria di queste che avevano il compito di tradurre in melodia. Porsi al confronto con gli altri allievi è anche essenziale per misurarsi e intanto far tremare l’animo dei genitori che li seguono giornalmente nelle loro ore di studio che, occorre non dimenticare, si sommano a quelle degli studi regolari e, necessariamente, si sottraggono a quelle del gioco o di altre attività che i ragazzi più grandi devono lasciare se vogliono suonare al meglio. In questi tempi così difficili per tutti, la gioia di vedere questi interpreti dare il meglio di sé nell’arte non è cosa da poco. Il finale di serata ha regalato ai presenti le interpretazioni della giovane Maestra Michela Francesca Cirillo e del Maestro Antonio Corcione che hanno concluso in bellezza la mattinata musicale nel silenzio attento della sala. La chiesa e il monastero di Santa Maria di Gerusalemme (detti anche “delle trentatrè”) si trovano in Via dei Pisanelli 10, nel cuore della vecchia Napoli. Il monastero fu costruito nel XIV secolo ed era detto “delle trentatré” perché questo era il numero delle suore dell’ordine delle Cappuccinelle che fondarono il complesso con Maria Lorenza Longo la quale non solo fondò l'ordine delle monache (che non dovevano superare il numero di 33) ma anche l'Ospedale degli Incurabili tuttora attivo, laddove furono presenti anche San Gaetano da Thiene, SantAlfonso Maria dè Liguori, San Camillo de Lellis, Padre Ludovico da Casoria e lo stesso San Giuseppe Moscati. Le monache clarisse delle trentatré creano ancora oggi dei bambinelli in cera, secondo una lunga tradizione che dal 1700 portano avanti. L’incontro, come gli altri di Napoli city, ha avuto anche il merito di essere d’auspicio per una migliore conoscenza della città di Napoli, nei luoghi spesso più frequentati dai turisti che dai napoletani stessi. Ci si augura un felice futuro musicale per tutti i giovani che in questa mattina autunnale hanno accarezzato con amore i tasti del pianoforte messo a loro disposizione. Bianca Fasano

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La memoria: Bergson e Halbwachs

La memoria: Bergson e Halbwachs. Di Bianca Fasano. Nella prima delle sue grandi opere intorno alla memoria, Maurice Halbwachs intese rispondere alla teoria bergsoniana della memoria utilizzando per quello il dispositivo durkheimiano. Indipendentemente da quanto si intuisce di personale ne “I quadri”, Halbwachs pretese anche di voler trattare un tema di singolare forza nel periodo di guerra. La professoressa Lasén Díaz ha segnalato che la preoccupazione per la memoria "appare in una società europea che ha sofferto la rottura della sua continuità nella guerra del 14, a causa dei nazionalismi ostili e di una vita economica che accentua la stratificazione e la divisione".[1] Tale preoccupazione, più in là della sua motivazione profonda, sembra evidente anche nella produzione letteraria del tempo e proprio in questo contesto possiamo ubicare opere come “A la recherche du temps perdu” di Marcel Proust (1919) o “The Waste Land” (1922) di T. S. Eliot. La tecnologia che avanza a passi da gigante, unita agli studi di fisici come Einstein, il quale aveva pubblicato nel 1905 il primo di due importanti studi sulla teoria della relatività, gli studi di psichiatria realizzati da uomini pieni di concezioni innovative come Freud ed il sottile disfarsi delle certezze temporali e spaziali, provocarono senza dubbio questo profondo desiderio di riappropriarsi della memoria. Henri Bergson elaborò una teoria sopra la memoria che pose da manifesto nel suo “Matière et mémoire”(materia e memoria), opera pubblicata in prima istanza nel 1896 e ristampata con alcune modifiche nel 1911. In essa l’autore analizza la formazione e l’operatività della memoria individuale basandosi sui presupposti esemplificati nella sua tesi dottorale che, intitolata “Essai sur les donnés immédiates de la conscience”- Test sui dati immediati della coscienza - (1889). L’opera causò sia in prima che in seconda edizione, una grande rivoluzione tra gli intellettuali francesi ed anglosassoni. Nell’ “Essai. . . “, in effetti, Bergson aveva introdotto un’originale concezione del tempo e dello spazio che avrebbe condizionato tutta la sua opera posteriore. Così, per il filosofo francese, gli esseri umani danno conto di due realtà d’ordine molto differenti. Una di queste ha un carattere eterogeneo e sensibile: è la realtà della durata [ durée ]. La durata è "la forma che prende la successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione tra lo stato presente e lo stato anteriore".[2] L’altra realtà è omogenea e risulta essere lo spazio. Questa ultima realtà è concepita dalla intelligenza umana e realizza una distinzione stretta, a contare, ad astrarre, a vivere in comune ed a parlare”.[3] Comunque la durata e lo spazio vivono assieme. Dal raffronto di queste due realtà nasce una rappresentazione simbolica della durata ispirata allo spazio, e la durata prende la forma illusoria di un mezzo omogeneo che è quello che abitualmente si intende per tempo. Così, il tempo non è, per Bergson, se non la proiezione della durata nello spazio: esprimendo la durata nella estensione, la successione prende la forma di una linea continua o di una catena di cui ciascuna parte si tocca senza però penetrarsi. Inoltre la teoria della memoria di Bergson situa, sempre dentro l’ambito della memoria individuale, una memoria pura ed una memoria-abituale. La memoria pura corrisponde alla durata e la memoria-abituale allo spazio e al tempo, secondo la caratterizzazione segnalata. La memoria-abituale viene ad essere come la punta di un cono che sta in contatto con un piano che sarebbe il presente, essendo il cono la memoria pura. “Per comprendere questa teoria, occorre ricordare che Bergson ha rappresentato la vita mentale con uno schema: un cono che giace sulla punta, e la punta a contatto con un piano. Il Piano rappresenta lo spazio o il presente, e il punto di contatto tra la vita mentale e lo spazio è la percezione attuale che ho del mio corpo, cioè di un mero equilibrio senso-motorio. Sulla superficie della base del cono sono disposti d’altra parte i nostri ricordi nella loro totalità. È lì che “si disegnano nei minimi dettagli tutti gli eventi della nostra vita passata”. Lì “non vi sono ricordi che non siano legati, per contiguità, alla totalità degli eventi che li precedono e che li seguono” Tra questi due limiti estremi, però, “che nei fatti non sono mai raggiunti”, la nostra vita psicologica oscilla seguendo una serie di piani intermedi, che rappresentano una moltitudine indefinita di piani possibili della memoria.”[4] Per mezzo di questa disposizione, la memoria-abituale prenderebbe dalla memoria pura i ricordi operativi per il presente, educandolo convenientemente: " Delle due memorie che abbiamo distinto, la seconda, che è attiva o motrice, dovrà per tanto inibire costantemente la prima, o al meno non accettarle finche non illumina utilmente la situazione presente".[5] Dalla teoria della memoria d Bergson è importante ritenere due aspetti. Il primo è il vincolo stabilito tra la memoria individuale e la durata e la memoria-abituale individuale e lo spazio-tempo astratto che si riferisce al sociale. Il secondo aspetto è la dimensione dinamica della memoria-abituale di fronte alla memoria pura: nella società, e nel tempo e nello spazio, soltanto possiamo attualizzare assieme i ricordi ubicati nella memoria pura con quelli che furono utili per il presente, quelli cioè che configuriamo precisamente con la memoria abituale. Seguendo il dispositivo durkheimiano, Halbwachs riorganizza le distinzioni bergsoniane distinguendo cosa gli paresse utilizzabile e cosa invece no. Così quello che risultò, in primo luogo, inammissibile per lui fu l’esistenza di una memoria pura individuale, ossia come qualcosa di empiricamente inaccessibile e aprioristicamente inaccettabile. Per Halbwachs, in effetti, quello che denomina memoria ha sempre un carattere sociale giacche "qualsiasi ricordo, anche se molto personale, esiste in relazione ad un’assieme di nozioni che noi dominiamo più di altre, con persone, gruppi, luoghi, fatti, parole forme di linguaggio, incluso con ragionamenti e idea, e dire, con la vita materiale e morale della società di cui abbiamo fatto parte".[6] Non è possibile, per Halbwachs, l’esistenza della memoria, una o duale, la quale non sia la risultanza di un’articolazione sociale. Senza dubbio la dimensione dinamica che Bergson attribuisce alla memoria-abituale parve a Halbwachs di grande interesse. In effetti, non supponendo per niente l’esistenza di una sola memoria e segnalando la sua genesi sociale, Halbwachs riscontro nell’operatività della memoria-abituale una formalizzazione molto utile per esplicare la motivazione nel recupero dei fatti accaduti nel passato. Così, accetta che la ragione dell’emergere dei ricordi "non risiede in loro stessi, ma nella relazione che hanno con le idee e percezioni del presente".[7] ________________________________________ [1] Lasen Diaz, A. " Nota della introduzione al testo di Maurice Halbwachs << Memoria collettiva e memoria istorica >>, in REIS, num. 69, 1995, p. 204. [2] Bergson, H. Essai sur les donnés immédiates de la conscience, in Oeuvres, P. U. F. , Paris, 1991, p.67. [3] BERGSON, op. cit., p. 91. [4] Da: Halbwachs M. I quadri sociali della memoria, Napoli 1997, pag. 95. [5] ].- Bergson, H. Matière et mémoire, in Oeuvres, op., cit., p. 230. [6] Halbwachs, M. “I quadri sociali della memoria, Paris, 1994, p.38. [7] Halbwachs, idem sopra, pp. 141-142.

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Contessa Scalza. Memorie di una regista scostumata

Recensione di Bianca Fasano. Vorrei poter dire di “aver fatto teatro”. In realtà non l’ho fatto. Tuttavia ho scritto una commedia di un atto (mai recitata da nessuno”), dal titolo: “La saggezza della follia” e ho partecipato al tentativo di portare in scena una commedia (eravamo un pallido gruppo teatrale”, di cui ricordo una battuta: “Cosa credi, che io sia felice?”).Dimenticavo: ho anche prestato un mio quadro per porlo in scena in una compagnia cui non avevo nessuna parte recitativa e lavorato (danza), da piccola, fino ai dodici anni. Per Rai uno. Dico questo per far comprendere perché, in qualche modo, mi sono calata subito nella narrazione (non romanzo, non biografia), della “Saggia regista”. "Memorie di una regista scostumata". Tuttavia mi ci sono avvicinata con cautela, rendendomi conto che si trattava di un lavoro complesso in cui, gettate lì come per caso, vi sono inserite molte "dritte" sul modo con cui noi esseri umani gestiamo la nostra vita, anche inconsapevolmente. Chi, come Loredana Zino, si guarda dentro, ricercando anche "passati nascosti" e personalità diverse (possibili reincarnazioni), offre un aiuto a chi non sa contattare il proprio io. Un insegnamento, direi. L’autrice, che per un lunghissimo periodo si è inserita come regista (non professionista, come asserisce, per scelta), nel mondo dello spettacolo teatrale, t’immerge, senza salvagente, in un mare di emozioni che lei definisce: “I ricordi semiseri, di una carriera nata per caso, danno spazio alla domanda che talvolta ci poniamo davanti ad uno specchio: "Chi sono io?". Una persona come lei, che si lancia nella vita come un’affamata alla ricerca continua di viverla il più possibile, insinuandosi nella possibilità di avere vissuto vite precedenti e cercando le mille sfumature dell’Io non poteva non convincersi e convincerci che un essere umano normale sia composto di migliaia di questi “Io”, tanto che ci si riferisce a loro come ai “molti Io”. Non poteva non scontrarsi con quella che lei definisce come: “La lunga malattia degli attacchi di panico”. Quasi fosse una patologia nata per fermarla, con cui, invece, ha convissuto, trascinandola con sé “comicamente” (come afferma), nelle tappe dei tour teatrali, affogandola nei personaggi che creava e conduceva al pubblico, negli amori e nelle passioni che si realizzavano sulle assi dei teatri, portate davanti agli spettatori. Chi recitava era accecato dalle luci della ribalta che dividevano gli attori da quell’insieme di esseri venuti ad ascoltare, carpire, giudicare, forse applaudire. “Scrivo le mie memorie di teatrante, cosicché faccio spazio e non se ne parli più”. Come una liberazione. Lei ci insegna, se mai non lo avessimo capito, che siamo tutti protagonisti di “Un gioco di ruolo”, (role-playing game). Un gioco dove i giocatori assumono il ruolo che scelgono o gli assegna la vita, mentre, invece dovremmo essere padroni di rappresentare più personaggi e, per mezzo della nostra capacità d’immedesimazione, riconoscere le motivazioni degli altri e aiutarci a conviverci. Non tutti possono, effettivamente, partecipare ai giochi di ruolo e raggiungere, attraverso lo scambio dialettico, uno spazio immaginario, dove permettere che avvengano fatti ed eventi fittizi. Realizzare un'ambientazione narrativa e immergersi in altri “se stessi” che ci facilitino a comprendere le sceneggiature della vita. Il termine “role playng” fu usato per la prima volta dallo psicologo Jacob Levi Moreno , che coniò l'espressione Role Play nel 1934 e sperimentò nel 1921 il "teatro della spontaneità", e negli anni la "tecnica dello psicodramma" attraverso cui il paziente recita un avvenimento del suo passato per lui conflittuale e quindi s’immedesima nell’antagonista e supera il disturbo. Loredana offre, con il suo lavoro, lo spunto per comprendere come in ognuno di noi potrebbe esistere la possibilità di “cambiare il proprio personaggio” e guardare nel fondo di se stessi per incontrarsi con un altro “io”, più capace di affrontare il momento della vita che sta vivendo. Da regista, inoltre, sente la necessità di lavorare "Abbattendo la quarta parete", come Pirandello, ossia eliminare il confine che allontana il palcoscenico dal pubblico, quel limite che separa la finzione scenica -rappresentativa dalla realtà, come accade in "Sei personaggi in cerca d'autore". Nel 1996, trentacinquenne, si avvicinò alla “Compagnia Sceneggiate Scomposte” per apprendere. Fu amore a prima vista, un amore ricco di realizzazioni e soddisfazioni che si alternavano alla sua vita di scrittrice: “L’altra Loredana”. Si chiede: “Può essere che la recitazione sia adatta a chi non ha ancora accettato il suo lato oscuro, il lato Ombra di cui parlano gli psicologi? Molto a lungo, ad esempio, io usai il mezzo teatrale per mettere in scena i miei casini interiori, i copioni che il mio inconscio, come meccanismo di difesa, mi spingeva a recitare nella vita. Non mi sento un caso speciale, al contrario, mi reputo molto comune”. Insomma: liberarsi “dei copioni interni, perlopiù schemi difensivi radicati nell'infanzia”. La “terapia del teatro” non travolge con le emozioni in quanto è finzione: “Recitare apre quel paracadute di soffice seta rosa che fa osare voli pericolosi atterrando sempre in piedi”. “Avevo già pubblicato il libro su Freddie Mercury, La Marcia della Regina Nera”. Ci dice. Che è ricordata come “La prima biografia del celeberrimo vocalist dei Queen: ricostruisce, in forma romanzata, la leggendaria, vorticosa, trasgressiva vicenda umana e artistica di Freddie Mercury. Kaos Edizioni, 1992”. Scopriamo di lei un’infinità di cose, seguendola nel suo “dialogo interiore”, ad esempio i corsi di scrittura creativa da lei organizzati presso il centro Lara di terapie alternative in Largo Zecca ("piazza Corridoni" durante il periodo fascista) che è una piazza del centro storico di Genova, situata tra i sestieri della Maddalena e di Prè. Nel suo “viaggio interiore” riflette sul modo con cui lo scrittore, oggi, abbia dovuto adeguare alla vita sociale dei social: ”Venticinque anni fa lo scrittore viveva quasi come un eremita. Oggi fa le presentazioni, fa i readings, si confronta con gli altri. Pubblica su Facebook, coccola i suoi followers. Socializza!”. Dannatamente vero, anche nelle difficoltà che tale ruolo comporta: essere costantemente esposto e conosciuto, mentre, prima, era il romanzo, il racconto, il lavoro letterario che faceva da scudo. Non importava chi l’avesse scritto. Loredana ci dice che è stata in grado di dirigere una Compagnia, La Conchiglia, per vent'anni “adeguandola ogni volta alle novità e alle ricchezze che la vita ci elargisce sotto forma di esperienza”. Un gran merito. Inoltre ci spiega che “Il teatro é corpo”, invitandoci a ricordare quando, bambini abbiamo dovuto “prendere confidenza” con il nostro corpo: “Com'e che i bambini apprendono la vita? Con il gioco. Che per loro e la cosa più seria del mondo. Loro ci credono!” Vero.”Se io fossi il re e tu la regina. Se io fossi il cavaliere e tu il cavallo… Se io fossi!” Chi di noi, bambino, non ha fatto quel gioco? Alcuni psicologi sostengono che, quanti non ci sono passati, malgrado la presenza dei “neuroni a specchio”, non riescono ad immedesimarsi “nell’altro”. Loredana Zino ha utilizzato l’arte del teatro, se ne è impregnata e regala a noi le emozioni, i ricordi, le complessità, le difficoltà e le realizzazioni come se dovesse, in qualche modo, distaccarsene, per compiere altri percorsi: “Scrivo le mie memorie di teatrante, cosicché faccio spazio, e non se ne parli più”. Aiutandoci anche nella ricerca del “proprio posto nel mondo”. Liberandoci da quella che lei definisce “La conquista di una Seggiola, di una collocazione (…” Che ci permette di trovarlo, quel posto nel mondo, che lo rende lecito. Un lavoro, dunque, che non è romanzo, né biografia (di lei, volendo, si può sapere attraverso i canali del web), piuttosto una chiusura, una caduta di sipario su di un -suo- lungo periodo di vita, attivo, creativo, sperimentale, che ci regala assieme alle cose che quel periodo le ha insegnato. Pensando possa anche aiutarci a rapportarci meglio con la nostra “maschera”, oppure, anche, a toglierla di tanto in tanto, per essere più liberi. Bianca Fasano

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- Letteratura

Celle di Bulgheria. Oggi 12 agosto 2022.

Celle di Bulgheria. Oggi 12 agosto 2022, Presso la corte del Palazzo "Caputo-Ramella" alla frazione Poderia, presentazione del volume "Terra Matrigna": 150 anni di emigrazione e spopolamento del Cilento Celle di Bulgheria, Presentazione del volume "Terra Matrigna": 150 anni di emigrazione e spopolamento del Cilento. Da un allontanamento necessario all'abbandono consapevole, una raccolta di atti, relazioni e ricerche sul territorio riguardo al fenomeno dell'emigrazione nel Cilento dall'Ottocento ai giorni nostri. Un progetto, che ha preso corpo da un convegno svoltosi la scorsa estate in Cilento per poi ampliarsi, ideato e realizzato dal gruppo Mingardo Lambro Cultura e dal progetto Centola coordinati da Ezio Martuscelli. I temi che i vari relatori tratteranno vanno dall'emigrazione storica di massa tra Ottocento e Novecento all'emigrazione contemporanea e la diaspora dei giovani, allo spopolamento delle aree interne. Il Volume sarà presentato oggi, 12 agosto 2022, presso la corte del Palazzo "Caputo-Ramella" alla frazione Poderia, saranno presenti oltre al Sindaco Gino Marotta per i saluti istituzionali, il Presidente del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni Tommaso Pellegrino, a moderare la serata sarà l’appassionato di ricerche storiche in particolare su Celle di Bulgheria Pasquale Carelli ed i relatori saranno il Presidente dell’associazione Mingardo Lambro Cultura Ezio Martuscelli, il Dirigente Scolastico dell’Istituto Superiore “Leonardo Da Vinci” di Sapri Corrado Limongi, l’Avvocato e Scrittore Franco Russo ed il Consigliere Comunale di Celle di Bulgheria con delega alla Cultura Angelo Carelli. “Un atto dovuto nei riguardi di tutti i nostri concittadini emigrati per lavoro, hanno fatto conoscere ed onorato il nome di Celle di Bulgheria in tutto il Mondo” commenta il Consigliere Comunale Angelo Carelli coautore del Libro ed organizzatore dell’evento.

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- Musica

Livorno Music Festival, XII edizione ⎪

Il Livorno Music Festival organizzato dall'Associazione Amici della Musica di Livorno realizza corsi di perfezionamento strumentale e interpretazione musicale e un'intensa attività di concerti nella città di Livorno con una data a Pontedera, favorendo la promozione di scambi culturali internazionali e la formazione di musicisti di ogni età e nazionalità. I corsi estivi si rivolgono in particolare a laureati, diplomandi, giovani e giovanissimi talenti, con l'obiettivo di riunire musicisti da ogni parte del mondo e farli vivere a stretto contatto con grandi nomi della scena musicale internazionale dando loro anche l'occasione di suonare con gli artisti nel programma dei concerti. Programma concerti 2022 - Livorno Music Festival - Edizione 2022

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- Arte

Il Museo Madre, l’arte e i bambini

Il Museo MADRE (Museo d'Arte Contemporanea Donnaregina), di Napoli, l’arte e i bambini. Come insegnante di storia dell’arte e artista io stesso, mi sono sempre detta che sia importante, anzi, indispensabile, avvicinare all’arte i bambini. Portarli in giro per musei (Napoli ne è piena), fin da piccoli, dovrebbe quindi essere un’attività da utilizzarsi. Ed ecco due piccoli al Madre, di sette ed otto anni, i quali, secondo https://www.beniculturali.it/agevolazioni: “L'ingresso nei musei, monumenti, gallerie ed aree archeologiche dello Stato è gratuito per tutti i cittadini appartenenti all'Unione Europea, di età inferiore a 18 anni”, non dovrebbero pagare. Invece pagano: la metà, ossia quattro euro. Forse mi sono perso qualcosa. I piccoli, li ho visti in altre occasioni (Museo archeologico di Napoli, Museo di Capodimonte), osservatori attenti (sono abituati a visitare Musei, gallerie, mostre artigianali ed altro). Addirittura sbalorditi davanti alle opere dei grandi maestri del passato quali Raffaello, Leonardo e altri. Mi sono chiesta come rimarrebbero dei bambini di fronte alle Grotte di Lascaux, in Francia, Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco al cui interno sono conservate disegni, o meglio, opere d'arte parietale vecchie di 17.000 anni. Oppure davanti ai dipinti della Cappella Sistina. Per quello che ho visto nel tempo, anche da insegnante: esterrefatti, ammaliati, silenziosi. Però qui c’è da discutere sul concetto di arte. Il mio Prof. Umberto Schioppa (Padre Schioppa) diceva: "L'arte è quell’attività dello spirito umano con cui questi tenta di esprimere, con mezzi sensibili, la bellezza di un’idea o la vigoria di un sentimento che sente fervere dentro". Tuttavia ci si deve anche adattare, ad esempio, alle dichiarazioni dell’ex direttore del MoMA (Museum of Modern Art), William Rubin, il quale dichiara: “Qualsiasi cosa può essere arte, non esiste una definizione di arte”. L’emblema di questa definizione fu l’artista Marcel Duchamp, (con l’opera “Fontana” aprì una nuova visione d’interpretazione dell’arte contemporanea, attribuendo a un oggetto di uso comune, un orinatoio in questo caso, lo status di opera d’arte). Nei miei studi di comunicazione ho appreso che: “È un artista colui che sente di esserlo”. Ai miei allievi ponevo spesso questa domanda: ”Cos’è un artista?”. E torniamo ai piccoli posti di fronte alle opere d’arte del Madre. Essendo entrati poc’anzi in uno dei bagni dove mancava la carta (capita) e volendo bere (non c’era la possibilità di comprare bottigliette di acqua, per cui consiglio di portarle con sè), mi sono divertita a vederli lanciarsi verso tre bassi rubinetti appesi al muso. Essendo alla loro altezza speravano di bere. Però era un’opera d’arte. Quelle presenti al momento, visto che ci siamo persi due mesi speciali, ossia marzo e aprile 2022, e il public program gratuito organizzato nell’ambito della mostra “Rethinking Nature: 40 artisti ripensano la natura e l’arte”. Incontri con artisti, percorsi guidati ed esplorazioni “urbane” fuori dal museo tra cui uno speciale ciclo di visite all’Orto Botanico di Napoli condotte dall’artista Maria Thereza Alves con botanici e storici, in modo da approfondire i temi della mostra Rethinking Nature. Peccato! Chissà l’effetto sui bambini. Tuttavia hanno visto certamente: Anish Kapoor, Dark Brother: “Nell’incavo sul pavimento, Kapoor veicola lo sguardo dello spettatore verso l’infinito e verso le viscere della madre terra, con un grande effetto di spiazzamento”; Un rettangolo nero che mi ha offerto l’opportunità di spiegare loro qualche effetto fisico del colore. Nondimeno non mi sono sembrati molto “spiazzati”, anche se il rettangolo non è raggiungibile, protetto da una parete in plexiglas, forse per tema che qualcuno possa tentare di comprendere se c’è o meno il buco. Che non c’è, ovviamente. Mi sono sembrati colpiti dall’opera di Francesco Clemente, Ave Ovo: “L’artista ha realizzato un affresco di proporzioni monumentali, articolato in due sale, e un pavimento in ceramica, ripercorrendo con la memoria dell’infanzia luoghi e simboli antichi di Napoli”; era un continuo: “cosa è questo, cosa è quello e perché questo e perché quello”, riferito alle immagini. In realtà sarebbe stato bello che, invece dei foglietti inseriti in apposite teche (quando c’erano), vista la portata dei tanti spazi liberi sulle pareti (persino un intero ambiente completamente vuoto. Ma forse l’artista intendeva esporre proprio “il vuoto”, oppure “il bianco”, l’inesistente…), sarebbe stato auspicabile che vi fossero spazi dedicati alle spiegazioni per chi è presbite o piccolo di età, o, anche, non vuole toccare fogli plastificati (quando ci sono), toccati da altri. Il covid continua a fare paura. In ogni caso è stata l’occasione per parlare delle Grotte di Lascaux. Il cellulare mi ha concesso di mostrare loro alcune scene dipinte sulle pareti delle grotte più di 15.000 mila anni fa e spiegare che forse raccontano storie di caccia. Visto che c’eravamo, gli ho ricordato la Cappella Sistina, vista a Roma. Spiegando loro che la tecnica era la stessa: l’affresco. “Però questi colori sono sbiaditi!” ha reagito il bambino che ama i colori forti nei suoi lavori. Confesso di essere stata tanto stupida da non comprendere che la grande ancora arrugginita (veramente grande!), appoggiata ad una parete, era un’opera di Jannis Kounellis, “Senza titolo”. Avrei dovuto spiegare loro che “appoggia il suo peso, anche metaforico, sul pavimento, dando vita a una concatenazione di rimandi al ruolo storico dell’affaccio di Napoli sul mare”. Troppo complesso. Ci siamo soffermati ad osservare di Jeff Koons, Untitled: “grandi teleri che rileggono in chiave critica la prassi e la dinamica dei mezzi di comunicazione del nostro tempo attraverso la tradizione dell’arte”. Sanno che dipingo, hanno visto le mie tele vuote o dipinte e la domanda è stata: “Perché nessuno ci ha dipinto niente?” Ho spiegato loro che la tela stessa è un mezzo di comunicazione. Tuttavia sono “figli dell’era digitale” e un utente su tre ha meno di tre anni. Fortunatamente quello dei due che disegna molto, è parso convinto. Penso che ci siamo persi l’opera di Mimmo Paladino, Senza titolo (cavallo): “L’opera si basa sulla combinazione di elementi scultorei figurativi (la statua del cavallo e i bassorilievi su questa inseriti) e di elementi architettonici (la struttura in blocchi regolari che ricorda l’opus quadratum degli antichi romani); però mi sembra strano che possa essere passata inosservata. Forse non c’era. Abbiamo invece visto, sempre di: Mimmo Paladino, Senza titolo: “Un insieme formato dagli ermetici segni graffiati sulla superficie grezza delle pareti e la scultura aggettante nello spazio assumono un rilievo ambientale che immerge lo spettatore in una totalità epifanica”; Personalmente mi ha colpito molto il lavoro di Rebecca Horn, Spirits: “Da uno dei teschi (“capuzzelle”) del Cimitero delle Fontanelle di Napoli, l’artista ha ricavato, in ghisa, le riproduzioni, sorvolate da cerchi di neon illuminati d’una luce color madreperla”. Anche se non mi sembra di avere sentito la “musica che si diffonde nella sala è in realtà il canto di una voce sola, quella del musicista Hayden Danyl Chisholm, capace di articolare in simultanea suoni diversi e diverse tonalità”. Mi ha ricordato il Cimitero dei monaci nel Chiostro Grande della Certosa di San Martino con i teschi di bronzo e anche il fatto che a Napoli, molto tempo fa, per via delle catacombe, si sviluppò il “culto delle anime pezzentelle“. Ossia: le donne dei quartieri “adottavano” una capuzzella presa a caso dalle catacombe, la portavano a casa dedicandole un altarino tutto decorato cui poter recitare una preghiera per chiedere grazie e comunicare con i defunti. Penso che l’uso sia in disuso. Non desidero togliervi “la suspense”, descrivendovi proprio tutto. In effetti, la Fondazione Donnaregina – museo Madre (occorre dire che chi ha pensato al nome deve essere davvero una persona geniale), ha voluto ricordare la scomparsa artista Marisa Albanese, esponendo simbolicamente tre delle sue “Combattenti”, purtroppo fino al 14 febbraio 2022. Quindi ci siamo perse le opere. La Direttrice artistica del Madre da gennaio 2020 è Kathryn Weir. Di origini australiane, Kathryn Weir, classe 1967, con un curriculum maturato alla Galleria nazionale di Canberra e, in seguito, come direttrice del dipartimento di sviluppo culturale del Centre Pompidou di Parigi, dove nel 2015 ha creato Cosmopolis, piattaforma per le pratiche artistiche di ricerca e collaborazione. I bambini mi hanno chiesto perché il direttore non è un italiano, però era troppo complesso rispondere, anzi, per la verità me lo sono chiesta anch’io: forse gli italiani non sono abbastanza in gamba? Dovrebbero prima “farsi le ossa” fuori d’Italia? Tornando a ciò che ricordo di avere visto: Sol LeWitt, Scribbles: “I cinque wall-drawings (disegni murali) intitolati Scribbles”. “Il progetto dell’opera è appannaggio dell’artista mentre la sua realizzazione è affidata agli assistenti”. Spiegare ai bimbi che l’opera non è stata realizzata dall’artista, è stato difficile, però ho potuto dir loro che anche Michelangelo si faceva aiutare dai suoi allievi. Che non è proprio la stessa cosa, ma va bene così. Tornando alle definizioni del concetto di arte ho ricordato loro (non sono certa di essere stata capita), che l’arte “è la rappresentazione filosofica del pensiero del tempo e quindi il concetto di arte e la sua definizione cambia con i suoi protagonisti, i tempi e la storia”. Far parlare troppo i bambini su questioni importanti è assolutamente sconsigliabile, difatti penso che molti di noi ricordino la fiaba di Hans Christian Andersen intitolata “I vestiti nuovi dell’imperatore”: Giunge il giorno della grande parata, l’imperatore sfila e il seguito dietro, tronfi, sicuri! Però un grido si leva da una voce innocente, da un bambino: “Il re è nudo!” I piccoli non si sa mai cosa possano dire nella loro innocente ignoranza. Infine ricordiamo che all’ingresso principale (chiuso), troverete un avviso: “Vi informiamo che per lavori di manutenzione l’ingresso al museo Madre avverrà temporaneamente da Vico Donnaregina (lato destro del Museo Diocesano) ”. Non so valutare quel “temporaneamente”. Di certo so di avere visto turisti giapponesi girare in tondo alla ricerca dell’ingresso temporaneo e un paio di donzelle avere effettuato per errore il percorso auto (le abbiamo viste dopo un’ora circa, stile Fantozzi). Cosa che all’inizio abbiamo fatto anche noi finché, sotto il sole di luglio, abbiamo capito che l’ingresso secondario si trovava a largo Donna regina, ossia alle spalle. (Munirsi di bottiglie di acqua fredda). Il Museo Madre, situato in Via Settembrini 79 a Napoli, è aperto dal lunedì al sabato (chiusura il martedì) dalle ore 10:00 alle 19:30 e la domenica dalle ore 10:00 alle 20:00. Benché da un sito risultasse che “Il Museo Madre, attualmente, offre oltre alle mostre temporanee e permanenti, spazi utili come una biblioteca, una mediateca, un bookshop/caffetteria”. Non siamo riusciti a trovare all’interno un luogo di ristoro. A quanto pare non soltanto noi, perché, da “Tripadvisor, “LucB632017. Bologna, Italia137 contributi” afferma in giugno 2022: “Peccato che, nonostante lo spazio molto ampio all'aperto, attualmente non funzioni un punto ristoro”. Avremmo dovuto leggerlo prima. Un consiglio. Potendo sarebbe bello potersi recare a visitare la Chiesa di Santa Maria di Donnaregina Vecchia e quella nuova. Napoli è piena di arte anche fuori dei musei. Bianca Fasano

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- Letteratura

Tanti piccoli K. Bruno Pezzella

Presentato alla libreria Raffaello in via Kerbaker al Vomero, martedì 21 giugno 2022, la raccolta di racconti scritti da Bruno Pezzella “Tanti piccoli K*” per i tipi di Mea edizioni. Con l’autore sono intervenuti Adolfo Mollichelli e Geltrude Vollaro e le letture (intriganti), sono state a cura di Giulio Adinolfi e Adriana Carli. Ritroviamo il nostro prolifico autore in una delle presentazioni che entusiasmano per la semplicità con cui vengono condotte e la bravura degli attori, Giulio Adinolfi (tra l’altro autore di "Stasera andiamo a vedere Luisa Conte" - Iuppiter - pubblicato nel dicembre 2017) e Adriana Carli (tra l’altro docente di scenotecnica, direttore artistico regista, scenografo e autrice), che si sono prestati con grazia alla lettura di passi coinvolgenti del libro. Abbiamo chiesto all’autore la ragione del titolo e ci ha spiegato che Piccoli “k”, è il modo con cui Philip Roth definisce i protagonisti dei racconti di Kafka. Tanti piccoli “k” sono i tanti/quanti che contiamo, nell’umanità persa e sconfitta che popola le città del mondo. Bruno Pezzella da sempre divide la propria attività tra insegnamento, giornalismo e scrittura. Ha, difatti, insegnato all’Università Federico II di Napoli. Ha scritto per: Il Mattino, Roma, Napolioggi, Meridiana, Rotopress ed è stato redattore del quotidiano Napolinotte. Al momento collabora con giornali e riviste on line ed è critico d’arte e curatore di appuntamenti culturali che portano in Napoli motivo di incontri tra coloro che amano dialogare su poesia, letteratura, arte. Lo conosciamo come autore di numerosi saggi monografici, di testi di didattica e manuali sulla formazione (“Sapereformare”, Satura, 2004 - “Un professore riflessivo”, Satura, 2006; “La fabbrica della felicità”. Cuzzolin, 2008) e, sempre per i tipi di Cuzzolin: “Il sapere tra incertezza e coraggio” la conoscenza mobile (2011) e “Adessità” il tempo della provvisorietà e del transito (2017). Per la narrativa ha già pubblicato con Guida, Napoli ( 2001 ) “L’enigma di Calvino”, finalista (come inedito) al Premio Napoli in giallo ’99; “Nik Stupore… e i tre nodi del marinaio”, Rogiosi editore, Napoli (2014); “Controluce, Homo Scrivens” (2016). Anche se non amerebbe essere definito così, è certamente “uomo di cultura”. Non manierato o stereotipato, piuttosto di quelli che mettono sempre in discussione se stessi, ponendosi alla verifica delle proprie qualità con nuovi esperimenti di scrittura, quale questo “Tanti piccoli K*”, assieme di racconti che certamente ci parlano della sua esperienza umana più di quanto appaia ad un primo sguardo, corredati, ovviamente della sua inventiva satirica. Sono storie che non ci mostrano eroi da imitare, piuttosto concretizzano identità temporanee, trasparenti, appartenenti ad universi paralleli della incertezza. I personaggi quali Edu, Nino, Cocò, Elzeviro, Venicius, il “rospo”, Trek, la spogliarellista anoressica (bellissima la lettura fatta da Adriana Carli), l’assassina professionista, il terrorista deluso, il vecchio che sogna di aver ucciso il ladro, David e Philip, Giorgio Morin attore disoccupato, il musicista ucraino, il pulitore di pesci, Terence e le sue paure, la donna col cappello, e tutti gli altri, certamente non possiamo avvicinarli all’apparente metodicità dell’autore. Ma come possiamo noi penetrare davvero nelle possibilità oniriche di uno scrittore? Che diritto abbiamo? Possiamo dubitare che sia capace di creare e rendere tangibili questi esseri, che pure ci appaiono transitori, fuori dalle logiche degli studi sociologici nondimeno ben vivi in una loro personale costruzione della realtà, in cui non si attendono un certo domani? Non hanno speranza, rifuggono dal presente, non riescono a pensare e a farci sperare in un loro possibile futuro eppure hanno ragione di esistere se creati dalla creatività di uno scrittore. Vivono anch’essi. I racconti, in un susseguirsi di storie che non riusciamo, neanche volendo, ad identificare, per offrire loro una sia pur fragile realtà, ci spiazzano. Eppure non dobbiamo stupirci che “dal cassetto nascosto”, quasi visionario, del nostro scrittore, siano usciti e si siano infilati di diritto in un loro “spazio/tempo” incerto e inafferrabile. Non sappiamo se soffrire con loro o, piuttosto, osservarli vivere come personaggi lontani, che appartengono ad un mondo fantastico, se pure scaturito dalla stessa mente che ha elaborato i lavori precedenti. Come per una fuga dalla realtà, una voglia di costruire pensieri “altri”, queste possibilità di vita rifiutate dalla logica però che non mancano di una loro filosofia dell’esistenza. Qualcuno ha riconosciuto in questo ultimo (in ordine di tempo), lavoro, un “evidente ritorno al piacere delle trame”. Se è vero, come può essere vero, che noi esseri umani, specialmente in quanto artisti, abbiamo il dovere di accrescerci, possiamo immaginarci come una sorta di “cipolla intellettuale” che si amplia, si arricchisce e si modifica, per non restare monotonamente uguale a se stessa, anche quando pensiamo di avere raggiunto una organicità di comodo. Tuttavia: esiste una organicità di comodo per un artista creatore? Direi di no. Bianca Fasano Philip Milton Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018) è stato uno scrittore statunitense.

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- Letteratura

La Lego a Napoli, Vomero, tra soddisfazioni e delusioni.

Un negozio Lego nel Centro del Vomero è stato atteso da bambini e adulti. Niente da eccepire: sono tanti gli appassionati utilizzatori dei mattoncini colorati. Anche i miei nipoti ne vanno matti. Aperto a via Scarlatti, Lego è stato preso d’assalto. Forse anche troppo per le previsioni? Difatti è presto venuta meno la “favolosa possibilità”, pagando anticipatamente 12 euro, di progettare al computer, con una speciale stampante 3d, la propria "maquette" (modello), ossia un personaggio personalizzato. Se ho ben compreso erano finiti i personaggi e la cosa sarebbe tornata possibile dopo venerdì 24 giugno 2022. Un negozio affollato, dove, prima di tutto, tutto assolutamente “a pagamento”. Quindi niente di “favolistico”. Ogni mattoncino pesato. Questo mi è apparso un po’ stupido per la lego, visto che la pandemia, come si legge su Ansa, ha fatto salire l’utile di Lego del 33% a 13,3 miliardi di corone (1,79 miliardi di euro). Bei soldoni. Qualche giochino gratis, qualche “distrazione”, se la sarebbe potuta permettere. Unica gratuità fortemente controllata: un riquadro di lego dove si potevano comporre immagini. Basse, ovviamente, quindi niente di speciale e sotto controllo, per tema che qualche mattoncino scomparisse! Non avrei voluto essere nei panni dei commessi, spero ben pagati. Tantissimi scatoloni pieni di giochi meravigliosi e costosi e un personale affannato a seguire i bambini nel terrore che qualche mattoncino di oro potesse dissolversi. Lo spazio Lego al Vomero di oltre duecento metri quadri, è il più grande della Campania e si aggiunge a quello di Caserta, nel Centro Campania. In soldoni. Non sarebbe stato simpatico che qualcosa fosse offerto in regalo almeno per un primo mese di lavoro? In realtà anche “le caramelle”, ossia il reparto dove si può acquistare mattoncini lego di vario tipo, era accuratamente controllato: prima acquistare il bicchiere (accuratamente pensato per contenere un certo quantitativo di mattoncini), poi riempirlo e chiuderlo. “Mattoncini sfusi, edizioni limitate, pezzi da collezione e gli esclusivi omini Lego personalizzabili”. Tutto sotto controllo, anche se una prima impressione poteva far pensare che qualcosa sfuggisse, il rischio non c’era. La Lego, fondata in Danimarca nel 1932 da Ole Kirk Christiansen, 90 fa (il nome Lego deriva dalla sintesi di due parole danesi ”leg godt” che, tradotte, significherebbero “gioca bene”), oltre al notevole apparato con centinaia di composizioni che, una volta composte, prendono il posto sui mobile della porcellane di Capodimonte e dei bronzi firmati (col costo quasi ci siamo), dovrebbe anche lasciar cadere qualche mattoncino nelle mani dei bimbi. Bianca Fasano

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- Società

Carmine Meraviglia e il suo abito dipinto per la pace.

NAPOLI. CARMINE MERAVIGLIA. UN ARTISTA PER LA PACE, UN ABITO DIPINTO E INDOSSATO PER LA PACE NEL MONDO. Carmine Meraviglia è un artista e, caratteristica tipica degli artisti, vive immerso nel mondo. Un mondo che non è ancora uscito dall’incubo del virus Covid 19 e da oltre cento giorni, ossia dall'inizio dell'invasione russa in Ucraina la notte del 24 febbraio 2022, vive in qualche modo direttamente o indirettamente sconvolto da questa guerra che ha modificato il mondo e realizzato una nuova frattura nel cuore dell'Europa. Qualcosa che ha riportato alla mente la cortina di ferro come non era più accaduto dopo il 1989. L’artista segue ogni giorno con affanno la successione senza soluzione dei “tavoli negoziali”, segue anche, come accade per molti, la scia di sangue lasciata dall'esercito degli occupanti nelle città del nord come Bucha e il massacro compiuto nell'assedio di Mariupol. In proposito, ha realizzato un abito perché: “Di sicuro la Pace è richiesta da tutti. Questa mia opera viaggiante la chiede a tutte le Nazioni”. Però è davvero sfiduciato: “Purtroppo il popolo non conta più nulla. Forse non serve questo mio dipinto. Visto che la guerra va incentivata con armi. Mai che si siedano e discutono realmente per la pacificazione”. Carmine Meraviglia per me è un amico che ha condiviso la giovinezza delle prime esperienze artistiche, difatti i suoi occhi azzurri intensi ed espressivi restano spalancati al mondo dell’arte ogni giorno, così come ieri, quando eravamo due “ragazzini” e, assieme ad un gruppo di artisti in cerca di gloria, fondammo il “club l’amico del quadro”, in San Giuseppe dei Nudi, a Napoli. Ancora oggi a Napoli e nel mondo si parla tanto di arte, ma i veri artisti nascenti o viventi sono lasciati in balia di un qualcosa economicamente valido come il mercato dell’arte che con l’arte ha spesso, davvero ha poco a che fare. Eppure lui è restato abbarbicato alla sua voglia di creare, di dipingere come al tempo in cui, io diciottenne, lui poco più, ci si incontrava in quei locali di via San Giuseppe de Nudi, davvero grandi e belli, dove esponevamo le nostre opere. Personalmente, nipote d’arte, di quel Carmine Moriniello “pittore sociale”, mi resi presto conto che purtroppo “il denaro si fa sui sogni degli altri” e, pur restando vicina alla pittura, continuando a dipingere, mi dedicai al giornalismo ed al lavoro di scrittrice, lontana da Napoli per anni. L’artista Meraviglia, invece, ha continuato il suo lavoro, imperturbabile, di mostra in mostra, di dipinto in dipinto, ad affresco, su ceramica, nelle vie di Napoli e dovunque lo si ospitasse, conservando il suo stile personale e con la convinzione di dovere condurre avanti sulla strada impervia dell’arte, la propria. Oggi è un vero artista e si batte per la pace con le armi che gli competono: quelle della pittura. Si è dimostrato essere un individuo che non ha mai tradito il suo credo, un artista che si è lanciato con le sole ali della sua abilità nel mondo poco fausto dell’arte italiana e, specificatamente più difficile, in quella meridionale, conservando intatte le sue prerogative caratteriali, senza svendersi, senza rinunciare alle sue pennellate originali ed al suo credo. Pittore, scultore, ceramista. Lo ritroviamo spesso coinvolto nel sociale, perché dedica il suo tempo all’aiuto degli altri, prestando la sua opera come privato cittadino alla fondazione Giovanni Pascale di Napoli. Ebbe a dire: -“Non voglio sapere il nome di chi aiuto. Mi basta che abbia bisogno di me. Non desidero che si possa sentire in debito e che voglia disobbligarsi, ma sono restato molto colpito quando un uomo, che avevo cercato di aiutare con mia presenza familiare di amico, mi regalò, in un pacchetto, una forma di pane paesano: profumava di riconoscenza e questo regalo lo accettai volentieri”. A quell’istituzione ha dedicato e dedica ogni anno le immagini delle sue opere, per un calendario da vendere in beneficenza e da cui non ricava alcun guadagno, almeno sotto il profilo economico. Tuttavia, a fare del bene il bene ritorna. Spesso non dalla stessa strada, fosse anche soltanto per la sensazione che si prova di avere donato qualcosa di sé. Chi, come me, conosce il mondo dell’arte, conosce quanto sia difficile ed impervio il cammino di quanti lo praticano soltanto armati della propria tenacia e delle proprie capacità. Un mondo che ascolta apparentemente l’arte, ma in realtà se ne impossessa spesso soltanto allo scopo di usarla o di usare l’essere che la produce. Come in passato. Carmine Meraviglia, anche dalla sua pagina Facebook esprime le sue emozioni attraverso le immagini, restando nel tempo vicino allo stesso giovane pieno di carattere che conobbi a diciotto e persi di vista. Io, in quel club, inaugurai la mia prima personale di pittura. Lui inaugurò un sistema di vita che lo ha condotto a divenire uno dei grandi maestri della pittura contemporanea. Vediamolo in una descrizione critica: «...Le sue tappe artistiche in mostre personali e collettive passano per varie città italiane e straniere, per stabilizzarsi prevalentemente a Napoli. Qui Meraviglia ha creato un suo modo di dipingere. Nel breve volgere di un trentennio nella "nuova civiltà" "stilismo metafisico figurativo" e " drappeggi" con una produzione numerosa e sorprendente di quadri di successo...» A.A.Aprea. Il suo abito di artista lo porta oggi addosso nel tentativo di mostrare al mondo che la via dell’arte deve essere, necessariamente, quella della pace. Che non possiamo e non dobbiamo relegare gli artisti per via della loro nazionalità, in quanto l’arte, che sia Russa o Ucraina oppure di altre Nazioni, deve restare scevra da questioni politiche e partitiche e lontana dalla voglia di impartire ad altri lezioni di violenza e sofferenza. Di Carmine Meraviglia hanno scritto in tanti. Tra questi ricordiamo: A.A.Aprea - A. Calabrese - V. Comò - G. Della Martora - S. Di Bartolomeo - P. Girace - P. Palma - N. Palleggiano M. Roccasatva - A. Schettini - V. Ursini - C. Barbieri - D. Rea - B. Lucrezi - A. Tirrito - R. Spagnoli - F. Landolfo A. Sasso - A. Avitabile - M. Carofalo - L. Roano - A. Pepe - R. Pinto - D. Raio - C. Manzo - TE. CA. - V. Testa - F. Cremona - M. Galli - A. Mocciola, D. Ricci, R. R. Boccia. Inoltre ì telecronisti TV: A. Giubilo RA1 - E. Corsi RAI - F. Ricciuti RAI. Scriviamo di lui oggi per ricordarlo ed affiancarlo in questa sua “missione di pace” che conduce avanti anche con l’indossare apertamente le sue convinzioni. Da amica, da collega, da esperta di critica d’arte, non posso che augurargli di essere seguito nella sua “battaglia della pace” e perpetuarsi nella sua strada, allo scopo di dimostrare che nel mondo dell’arte vivono artisti veri, capaci di restare se stessi e realizzarsi, pur senza bisogno di sollecitazioni estranee. Bianca Fasano

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- Letteratura

Gabriele D’Annunzio

Lo scrittore della passione che non amava "per sempre". (Da: “La grafia dell’amore e dell’odio e altri metodi di conoscenza dell’essere umano”. Parte I.) Il poeta tanto amato dalle donne nasce a Pescara (Italia), il 12 marzo del 1863 e muore all’età di settantaquattro anni, per un’emorragia cerebrale il primo marzo del 1938, a Gardone Riviera. Di due cose possiamo essere certi, pensando a lui: fu un poeta ed un amatore nato. Liceale, va a vivere a Firenze con Giselda Zucconi, il suo primo vero amore cui dedicherà i componimenti di «Canto Novo». Nel 1882 sposa la duchessina Maria Altemps Hordouin di Gallese, figlia dei proprietari di palazzo Altemps. Nella sua vita sarà perseguitato dagli amori e dai debiti. La parsimonia non era il suo forte. Nel 1886 ha già due figli e vive un tempestoso amore con Elvira Natalia Fraternali con cui, bel 1893 affronta un processo per adulterio. In quel periodo, ritiratosi in convento, scrive “Il piacere”. Sempre in convento. Scriverà poi “Il trionfo della morte”. "Le vergini delle rocce" sarà pubblicato in volume, editrice Treves. nel 1896. Il dramma "Francesca da Rimini" è del 1901, intanto produce le liriche di "Alcyone" e il ciclo delle Laudi. Il dramma la "Figlia di Iorio" verrà rappresentato al Lirico di Milano. Intanto passa dalla relazione con Eleonora Duse all’amore per Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti. Saranno una “strana coppia”: lei ventisettenne, è alta quasi un metro ed ottanta, mentre D’Annuncio, quarantenne, supera di poco il metro e sessanta. Sono tempi magici nella “Capponcina”, la villa quattrocentesca di Settignano, sui colli di Firenze, con un mare di personale, di cavalli e cani (tra levrieri e da caccia). Gabriele vorrebbe sposarsi, però non ottiene il divorzio. Nel 1905 Alessandra si ammala di un tumore all’ovaio e subisce tre interventi chirurgici e una lunga degenza nella clinica fiorentina del prof. Pestalozza. Gabriele l'assiste, però la lascia, dopo che si rende conto di come la sua amante sia divenuta preda della morfina, probabilmente a causa dei dolori causati dalla malattia. Il suo nuovo amore sarà Giuseppina Mancini, che abita a Firenze. Alessandra, da Roma, lo cerca e per un periodo tornerà con lei trascorrendo una specie di vacanza nella villa “La Versiliana” di Pietrasanta, con i figli di entrambi. Pronuncerà i voti, nell’ottobre 1911 e diverrà Madre Superiora. Gabriele, intanto, fugge in Francia nel 1910 per sfuggire ai debiti ed è con una nuova donna: la russa Natalia Victor de Goloubeff. Vi resterà cinque anni. È del 1912 la tragedia in versi "Parisina", musicata da Mascagni; intanto si lancia in nuove avventure partecipando alla realizzazione del film "Cabiria" (di Pastrone) e scrive la sua prima opera cinematografica, ossia "La crociata degli innocenti". D'Annunzio tornerà in Italia per la prima guerra mondiale, convinto com’è che possa rappresentare per lui il vero sentimento dell’eroismo, avendo quindi appoggiato con convinzione l'entrata in guerra contro l'impero Austro-ungarico. Sarà soldato da subito, arruolandosi come tenente dei Lancieri di Novara e nel 1916 (Il 16 febbraio 1916 o, invece il ventitré dello stesso mese), gli capita un “incidente”, laddove non lui, ma Luigi Bologna era alla guida di un idrovolante e Gabriele D’Annunzio come osservatore. Le ipotesi sono due: o l’aereo colpì l’acqua e il colpo ebbe un impatto contro gli occhi del poeta, oppure D’Annunzio batté violentemente con il viso contro la mitragliera, in ogni caso per una manovra sbagliata del pilota. Purtroppo Gabriele d’Annunzio perse per sempre l’uso di un occhio in un’avventura che non aveva nulla di eroico. Tre mesi nella immobilità al buio, che gli fecero comporre su liste di carta la prosa memoriale e frammentaria del "Notturno". Eroico, lo ritroviamo, invece, nella Beffa di Buccari[1]e nel volo su Vienna con il lancio di manifestini tricolori. Il "soldato" D'Annunzio considera l'esito della guerra come una vittoria mutilata: vorrebbe l'annessione dell'Istria e della Dalmazia e guida la marcia su Fiume, che occupa il 12 settembre 1919. Sappiamo che d’Annunzio, se non fascista, sarà chiaramente un entusiasta di Mussolini e certamente non rifiuterà gli onori e gli omaggi del regime. Nel 1924 (dopo l'annessione di Fiume), viene nominato dal Re, principe di Montenevoso, è del 1926 il progetto dell'edizione "Opera Omnia" e (dovremo dire finalmente in una posizione economica agiata, senza fuggire dai debiti), per via dei contratti con la casa editrice "L'Oleandro" riceve profitti e sovvenzioni (grazie a Mussolini). D'Annunzio lascia in eredità allo stato la villa di Cargnacco, riceve i finanziamenti allo scopo di trasformarla in una residenza monumentale e la converte così nel «Vittoriale degli Italiani». Sara il suo domicilio da anziano e vi ospiterà la pianista Luisa Bàccara. L’ultima compagna di Gabriele D' Annunzio (che gli fu vicina vent'anni, fino alla morte del poeta nel 1938), aveva conosciuto D' Annunzio nel 1919, a Palazzo Vidal, durante un breve concerto improvvisato in suo onore. Dopo la morte di Gabriele, Luisa Baccara lasciò il Vittoriale e si ritirò a Venezia, vivendo modestamente dando lezioni di pianoforte. È morta nel 1965, nel reparto lungodegenti dell’ospedale geriatrico Giustiniana di Venezia e della relazione con il poeta resta un importante carteggio. Guardando alla grafia del poeta, si riesce, anche attraverso le sole immagini, a verificare che si tratti di un “calibro grande” e non ce ne stupiamo: verifichiamo l’egocentrismo dello scrittore che, come bel foglio, si espande nello spazio parentale, amicale e sentimentale, senza lasciare la possibilità agli altri di una minima intromissione. Non ammette critiche, anche perché soggetto a “momenti neri”, le teme e le evita, schivando lo stato d’animo depresso che ne deriverebbe. Preferisce, quindi, non permettere che altri gli facciano riconoscere i suoi limiti. Riscontriamo una scrittura in parte Angolosa (nel sistema morettiano il segno Angolosa, essenziale riguardo al sentimento, implica una particolare forma di egoismo, corrispondente a quella spinta interiore che pone in luce e potenzia l’unicità del carattere), tuttavia il soggetto presenta un buon Largo tra lettere, che determina lo spazio accordato agli altri in rapporto alla stima che si ha del proprio sé. Annotiamo un margine sinistro ampio, tipico di chi mal sopporta ogni costrizione, una (probabilmente innata), tendenza all’indipendenza che lo conduce all’inadeguatezza di adattamento anche alla sottomissione amorosa e amicale. Per quanto riguarda il rapporto con il Regime e Mussolini, l’accettazione era di convenienza, probabilmente anche da parte dello stesso Duce cui l’eroico poeta conveniva come amico a scopo pubblicitario. Vi si riscontrano tutte le tipologie di “ricci”, della spavalderia, della vanità e dell’ideazione artistica, che ci mostrano come quest’uomo, apparentemente sicuro di sé, in realtà non sopporti di essere posto in discussione, si mostri arrogante e sicuro anche quando non lo è, mal sopportando che qualcuno lo possa comprendere a fondo e riconoscere in lui segni d’incertezza. Conosciamo, difatti, in D’Annunzio, un’estrema irruenza e istintività e pur riscontrando la capacità di osservare il punto di vista degli altri si avverte che non permette all’altro di esprime il proprio concetto Largo tra lettere viene dunque messo in secondo piano. Una grafia spontanea la ritroviamo nell’Immagine della lettera alla madre [2] (Luisa De Benedictis - donna Luisetta -), di cui si dice fosse innamorato, malgrado ciò nella parte sinistra del foglio (laddove viene messo in evidenza il legame con l’ambiente di origine e la figura materna, vista come confortevole e affettuosa), il margine è, come si è visto, ampio, chiarendo in D’Annunzio la voglia di libertà e distacco dalla famiglia di origine. Nella lettera è stretto il margine inferiore, per cui si conferma la sua irruenza, che non gli ha permesso di organizzarsi nello spazio e ad essere flessibile. Stretto anche il margine superiore, laddove, in modo concreto, si caratterizza lo spazio lasciato alle autorità. Il poeta si mostra come persona che non nutre particolare rispetto per i ruoli, né in ambito familiare né sociale. Uno spirito ribelle, come più volte si è mostrato anche durante le azioni belliche. Il margine destro, che raffigura la voglia di andare incontro al futuro, fare progetti e pervenire ad obiettivi personali, appare stretto e discontinuo. La baldanza si nota anche nei tratti finali delle lettere e delle “T” lunghi ed evidenti, l’intera grafia, lanciata e impulsiva ci parla della sua tendenza continua al raggiungimento degli scopi, compreso quello sensuale e personale; annotiamo che lo scritto, vergato a penna (con l’inchiostro), appare pastoso e, a tratti, quasi cromatico, in cui si riscontrano parti più dense, confermandoci il suo contatto con la vita concreto, materiale, erotico. Da quei tratteggi incostanti, ora caldi, ora aridi, annotiamo anche il suo umore instabile, così come l’andamento della scrittura, che non segue alcun rigo. Doveva essere un individuo difficile con cui vivere e che trovava difficile vivere costantemente un rapporto, in quanto si lasciava trascinare dalle passioni più fulminee. Il che, poi, è la trama dei suoi romanzi e della sua vita vera. ________________________________________ [1] Un’incursione militare della Marina italiana nel porto di Bakar (in italiano Buccari), oggi in Croazia, vicino a Rijeka (Fiume), condotta a termine da pochi uomini al comando di Costanzo Ciano. A partecipare furono anche i Mas 96 (guidati dal capitano di corvetta Luigi Rizzo, con a bordo Gabriele D’Annunzio). Procedendo lungo la costa istriana, raggiunsero nella notte la baia di Buccari. Le unità italiane riuscirono a superare la difesa nemica e, anche se non riuscirono ad affondare nessuna imbarcazione, provarono la loro inefficacia. [2] http://www.ortonanotizie.net/focus/personaggi/2575/la-sacralita-della-madre-agli-occhi-del-giovane-gabriele-dannunzio

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- Letteratura

Pubblicato su Amazon Cilento Terra Matrigna

“Cilento Terra Matrigna: Emigrazione, Diaspora dei giovani e Spopolamento”, pubblicato da Amazon, raccoglie gli atti del convegno: “Terra Matrigna, 150 anni di emigrazione e di spopolamento del Cilento Da un allontanamento necessario all’abbandono consapevole”, organizzato dall’Associazione storico – culturale “Progetto Centola” e dal Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura” tra Luglio – Agosto 2021. A cura di Ezio Martuscelli. Un assieme decisamente efficace giacché i relatori, spaziando in contesti sociali, storici, antropologici, filosofici e letterari, hanno elaborato argomentazioni funzionali agli obiettivi che erano alla base dello studio proposto ed offrono, con questa pubblicazione, l’opportunità di conoscerli e studiarli, sia per quanti siano interessati per ragioni personali che per quanti, essendo nella possibilità di farlo, dovrebbero trovare il modo per mitigare, se non fermare, l’emigrazione, offrendo nel territorio Cilentano, anche nei paesi dell’entroterra, le opportunità per restare, costruire un presente e poter contare sul futuro. Coautori: Maria Luisa Amendola, Antonio Calicchio, Angelo Carelli, Pasquale Carelli, Ferdinando De Luca, Francesco D’Episcopo, Luciana Gravina, Rita Gravina, Domenico Iannelli, Luigi Leuzzi, Ezio Martuscelli, Angela Natale e Raffaele Riccio. Ma “la terra del Cilento”, matrigna, và intesa come “natura?” Perché, se è così, non sappiamo, non possiamo considerarla matrigna. Parliamo di quella natura geo-morfologica che viene fatta risalire dagli esperti a 500.000 anni fa? Delle sue vette che altri territori del mondo invidierebbe? Il Monte Cervati (1899 m), il Monte Gelbison (o Monte Sacro) (1 705 m), il Monte Bulgheria (1 225 m). Ci riferiamo alle sue pianure immense? Al centinaio di chilometri di costa, lambita dal mare più limpido della Campania, che si caratterizza con spiagge di sabbia finissima, scogliere, promontori e grotte scavate nella roccia? Perché, raccontata così, dovremmo dire che “Madre Natura” abbia fornito il Cilento di tutte le bellezze possibili e quindi offerto a chi vi è nato, tante possibilità per viverci al meglio! Eppure è patria di emigrazione. Nel Dialogo della Natura con un Islandese di Leopardi, l’Islandese, è in effetti, un emigrante perpetuo, stanco della crudeltà del clima della propria isola, che parte alla ricerca di un luogo lontano dalle sofferenze arrecate dalle difficoltà della Natura e dalle intemperie che continuamente vi sono. Per Leopardi è la natura ad essere matrigna, per gli studi effettuati dall’Associazione storico – culturale “Progetto Centola” e dal Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura”, ad essere matrigna è la terra del Cilento che, non offrendo opportunità alla sua popolazione, la costringe alla emigrazione, realizzandosi quindi uno spopolamento e, cosa ancora più triste, “alla diaspora dei giovani” che l’abbandonano, in cerca di maggior fortuna ed opportunità altrove. Cosa hanno inteso fare questo gruppo di coraggiosi amici del Cilento, nei mesi tra luglio ed agosto,tornando nella loro terra? Lo riportiamo in chiaro: 1. “Mettere a comparazione i vari fenomeni migratori che hanno impattato sul Cilento, analizzandone le cause e gli effetti, e individuare, per quelli in atto, eventuali ipotesi d’intervento. 2. analizzare e confrontare gli elementi alla base dell’emigrazione storica di massa dall’Italia (1870 – 1960) con quella contemporanea che negli ultimi decenni vede il massiccio coinvolgimento di giovani italiani, molti ad alto contenuto di conoscenze, in particolare meridionali, e che è una delle cause principali dello spopolamento, in particolare, delle aree interne del Cilento. 3. trovare connessioni e legami tra gli eventi che si sono succeduti nel tempo tracciando una linea che possa portare a individuare un concatenamento storico, politico e socio - economico tale da potere dare una versione interpretativa unitaria dei fenomeni presi in esame. 4. Fare emergere proposte utili a individuare azioni che opportunamente attuate, possano portare alla riduzione del grave processo di spopolamento dei Paesi interni del Cilento.” Quali le location? Tre diversi comuni del basso Cilento che sono stati presi in funzione precipua di riferimento storico, oltre che di bellezza paesaggistica e architettonica. Eccoli: “Scenari suggestivi ed evocativi, a Celle Bulgheria, la piazzetta dominata dalla statua del Principe Bulgaro Khan Alzeco, a Torraca, il Castello dei Palamolla, Baroni di Torraca e del Porto di Sapri, a Palinuro, il Teatro Antiquarium” capaci di creare habitat propizi alla produttività intellettuale e all’empatia tra i partecipanti. Di Ezio Martuscelli, ci limiteremo a ricordare che dal 2010 è presidente dell’Associazione storico-culturale “Progetto Centola”. Dopo altre pubblicazioni, sia in campo scientifico, sia in quello della storia del territorio del Comune di Centola e del Cilento, da poco si è dedicato allo studio dei processi emigratori del Cilento. Ci dice: “Come si evince dalle immagini della prima e della quarta di copertina al libro hanno contribuito molti autori cui va il mio più caldo e sentito ringraziamento. Tra il mese di luglio e quello di settembre sono stati e saranno programmati eventi finalizzati alla promozione del libro. Al momento sono previste presentazioni a Celle di Bulgheria, Torraca, Centola-Palinuro e Vallo della Lucania.” In riferimento ad una immagine in cui sono postati gli esiti di una ricerca EURSTAT 2021 pubblicati dal Mattino dell'1 maggio 2022 afferma: “I dati, evidenziati attraverso i grafici in figura, mostrano chiaramente che se non s'interviene con un vigoroso cambio di paradigma i processi di: emigrazione; spopolamento e diaspora dei giovani dal Sud si accentueranno ulteriormente . Le disuguaglianze Nord-Sud si aggraveranno, anche grazie agli effetti del conflitto Russia - Ucraina.” Dicevamo, in un territorio in cui la natura non sarebbe stata definita matrigna da Leopardi, che dovrebbe, invece, vivere anche soltanto di turismo, per la bellezza dei suoi beni ambientali, anche nei paesi dell’entroterra, come si spiega, invece, la sua “perseveranza” alla emigrazione? Argomenti trattati e relatori: 31 luglio 2021. “L’emigrazione storica di massa” Celle di Bulgheria Ezio Martuscelli: I) Le fasi storiche dell’emigrazione italiana dalla emigrazione di “Massa”, alla “Nuova” e alla “Skilled emigration”. Pasquale Carelli: II) Emigrazione dal Comune di Celle di Bulgheria nel periodo post unitario”. III) Angelo Carelli ed Ezio Martuscelli. La famiglia Pisciottano da Celle al Brasile. IV) Angelo Carelli ed Ezio Martuscelli. Un caso di matrimonio per procura a Celle di Bulgheria. Giuseppe Balbi sposa Vincenzina Carelli. Torraca, 07 agosto 2021. L’emigrazione contemporanea. La diaspora dei giovani. I) Luciana Gravina. Identità e consapevolezza. II) Antonio Calicchio. La condizione giovanile: La “generazione del nichilismo attivo”. III) Rita Gravina. Un trolley di libri e l’addio all’Italia. IV) Domenico Iannelli. L’emigrazione a Torraca. V) Prima e seconda emigrazione in America da Torraca. Famiglie degli emigrati. Ascendenti di Vincenzo Lombardi. VI) La famiglia di Carmine Falci tra Torraca e il Brasile. VII Rita Gravina. Torraca, percorsi migratori che si intrecciano. VIII) Una Cilentana a Parigi. Un caso particolare di emigrazione. IX) Francesco D’Episcopo. I giovani se ne vanno. Centola - Palinuro, 21 agosto 2021. Lo spopolamento delle aree interne. I) Luigi Leuzzi. Identità e emigrazione: un contributo antropologico culturale in tema di spopolamento aree interne del Cilento. II) Ezio Martuscelli. Il Cilento: dall’emigrazione “Transoceanica di massa” alla “Nuova emigrazione” e alla “Skilled”. III) Ferdinando De Luca. I borghi dell’abbandono. Un destino irreversibile? IV) Raffaele Riccio. Storie di emigrazione e lontananza. I ritorni possibili. V) Angela Natale. La “dipartenza”. VI) Maria Luisa Amendola. Racconti sull’emigrazione da Palinuro. VII) Ezio Martuscelli. L’emigrazione “Transoceanica” da Centola (SA), un comune del Basso Cilento. Al ponderoso lavoro sono allegati tabelle, documenti e fotografie davvero interessanti. C’è da augurarsi che quanti sono in grado di modificare le ragioni che tuttora spingono alla emigrazione, sopra tutto giovanile, tengano conto del lavoro svolto e lo utilizzino a modificare in meglio lo stato dei fatti. Bianca Fasano

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Procida. Campi Flegrei. Quattro giugno 2022

Procida. Campi Flegrei. Quattro giugno 2022, inaugurazione della mostra fotografica itinerante “Campi Flegrei, dove la storia diventa mito”. Circolo Capitani e Macchinisti Via Roma 60. La mostra fotografica itinerante “Campi Flegrei, dove la storia diventa mito”, dedicata alle bellezze paesaggistiche, storiche ed archeologiche dei campi Flegrei è stata realizzata per “Procida Capitale Italiana della cultura 2022”. Procida 2022 ha visto la cerimonia di apertura, il 9 Aprile 2022 ed ha iniziato il suo anno da Capitale italiana della Cultura: 150 eventi in 330 giorni, 350 artisti provenienti da 45 paesi. Destinato ad attirare l’attenzione sul territorio, il programma, in cui è inserita la mostra, è suddiviso in 5 sezioni: Procida inventa, Procida ispira, Procida include, Procida impara, Procida innova e prevede progetti di rivalutazione e riconsegna di spazi pubblici alla comunità, seminari formativi che trattano questioni importanti, quali lo sviluppo eco sostenibile, il futuro delle giovani generazioni, la custodia e lo sviluppo dell’identità culturale dell’isola. La mostra itinerante, destinata ad offrire ancora più luce ai Campi Flegrei, già esposta a Pozzuoli nel Palazzo Migliaresi, a Monte di Procida nella Casa Comunale, a Bacoli, nella Casina Vanvitelliana (Lago Fusaro), fino al 20 Aprile 2022, dal 4 giugno al 30 settembre 2022, si potrà seguire, a partire dalle ore 11.00, presso il Circolo Capitani e Macchinisti in Via Roma 60, con ingresso libero. I campi Flegrei sono una estesa area che si trova nel Golfo di Pozzuoli ed esiste da milioni di anni. Conosciuta sia per gli eccezionali fenomeni naturali che si possono verificare (fumarole e sorgenti termali) sia per l’impronta suggestiva che fin dall’antichità ha ispirato poeti e scrittori. Anticamente erano così avvincenti e inospitali da aver stimolato moltissimi racconti e miti. All’epoca del Grand Tour, tra ‘700/‘800, erano difatti, numerosi i viaggiatori stranieri che giungevano in questi luoghi affascinanti che meritano anche, ovviamente, l’interesse fotografico attuale. Ancora oggi sono tanti i turisti che desiderano ammirare le antiche rovine, la solfatara e i resti sommersi di antiche strutture L’inaugurazione della mostra fotografica avverrà alla presenza del Sindaco Raimondo Ambrosino, ed è atteso anche il direttore di "Procida 2022", Agostino Riitano, oltre le autorità locali. Gli autori in esposizione sono: Mariana BATTISTA; Luigi BORRONE; Paolo CAIVANO; Francesca Paola CILENTO; Pino CODISPOTI; Fabio DE RICCARDIS; Antonella DINI; Umberto ELIA; Marco IANNACCONE; Alberto MAZZARINO; Giuseppe MAZZEO; Lucia MONTANARO; Riccardo PETRONE; Alfonso PONE; Luigi SCARPATO; Carmine SCHIAVO; Francesco SORANNO; Enrico VERTECHI. L’Associazione Flegrea PHOTO, iscritta alla FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, promuove la conoscenza della FOTOGRAFIA quale forma artistica contemporanea, dà impulso i Campi Flegrei, Napoli e la Campania attraverso la passione fotografica. È stata designata dalla FIAF "BFI Benemerita della Fotografia Italiana", ritirando l'onorificenza a Palermo nell'ambito del 74° Congresso Nazionale della Federazione italiana associazioni fotografiche, tenutosi dal 25 al 29 maggio. Anche in questa occasione, usando gli obiettivi degli artisti fotografi, riuscirà a destare ammirazione sia per le fotografie esposte che per il territorio che ospita la manifestazione. Bianca Fasano

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- Letteratura

preselezioni per il concorso pianistico biennale per giovani

Napoli. Sabato 28 maggio 2022, Si sono svolte nella storica sede di Napolitano pianoforti, Piazza Carità 6, le preselezioni per il concorso pianistico biennale per giovani talenti, dedicato a ragazzi e ragazze fino ai sedici anni organizzato da Steinway & Sons grazie al quale la prestigiosa casa produttrice di pianoforti permette di evidenziare e promuovere giovani talenti in tutta Europa. Quale era il sogno dei giovani artisti, dei loro insegnanti e di quanti li amano e li seguono in questa coraggiosa e meravigliosa avventura? I primi classificati di ogni gruppo di età/categoria delle preselezioni potranno partecipare alla Finale italiana che avrà luogo a Verona, Teatro Ristori, in data 26 marzo 2023. In seguito Il/la vincitore/vincitrice della Finale, rappresenterà l’Italia al Festival Internazionale Steinway “Young Talents in Concert” ad Amburgo, in settembre 2023, con un concerto alla famosa Laeinszhalle, (precedentemente Musikhalle Hamburg), una sala da concerto nella Neustadt di Amburgo, in Germania, e sede dell'Hamburger Symphoniker e dei Philharmoniker Hamburg. Occorre dire che i giovani artisti (uno tra questi, Mauro D’Aiuto, di soli sei anni d’età), hanno dovuto presentare, per essere ammessi, un video amatoriale con i due brani scelti dal candidato, entro venti giorni prima della data di preselezione, attraverso il quale poteva essere compiuta una scelta di ammissione. Quindi, già l’avere partecipato costituisce un segno distintivo. La giuria, formata dai Maestri: Orazio Maione (Presidente) Antonello Cannavale Enrico Fagnoni, richiedeva brani del periodo barocco, classico, romantico e del 20° secolo, in ogni caso composizioni precedenti al 1940. Ecco i premiati: GRUPPO B: 1° Premio: Francesco Marra 2° Premio: Valerio De Chiara 3° Premio ex aequo: Liam Nicholas Bianco - Luca Di Fiore GRUPPO C: 1° Premio: Alessandro Costagliola 2° Premio: Chloé Vanessa Sganga Fiamingo 3° Premio ex aequo: Valeria Arenella - Ignazio Errico GRUPPO D: 1° Premio: Gianantonio Frisone 2° Premio: Christian De Nicolais 3° Premio ex aequo: William Hull - Luigi Pane - Vittoria Russo PARTECIPANTI NON PREMIATI: GRUPPO A (fino a 7 anni): D’Aiuto Mauro; GRUPPO B (da 8 a 10 anni): D’Aiuto Giuseppe, Iannotta Daisy, Ottoveggio Angela; GRUPPO C (da 11 a 13 anni): Esposito Anita, Freda Andrea, Friano Francesco Giuseppe, Genovese Luca, Licciardi Giovanni, Pacifico Chiara, Panelli Davide, Perfetto Gaetana; GRUPPO D (da 14 a 16 anni): Berlingieri Miracco Gioele, Buonavita Giuseppe Antonio, Campanile Angelo, Coiana Emanuela, De Stefano Alessandro, Di Feo Alessia, Di Filippo Federica, Di Martino Simone, D’Urzo Angela, La Rocca Luigi, Marchese Francesco, Marinola Dario, Miale Serena, Natella Elvira Maria, Nicoletti Giulia, Orlanducci Benedetta, Orlanducci Mariaelena, Panarelli Fabiana, Panarelli Martina, Purificato Davide, Roscigno Valentino, Speranza Silvio, Tia Luca, Villecco Simone, Vitiello Gennaro; L’emozione è stata grande anche soltanto per chi si è recato ad accompagnare i musicisti nel vedere -finalmente- un luogo in cui l’arte si respirava per aria e deliziava l’udito: agli amanti del pianoforte non sembrava vero che la ditta Alberto Napolitano avesse lasciato aperte tutte le sale e messo a disposizione dei musicisti qualsiasi tipologia degli stessi. Provare a suonare pianoforti il cui valore è tanto alto da lasciare senza fiato deve essere stata per i giovani artisti un’esperienza davvero da non dimenticare. Difatti, con rispettosa attenzione, vi si sono accostati per sentire il suono e vibrare qualche nota del pezzo che si doveva poi presentare alla giuria. Un via vai attento di genitori ed insegnanti che scattavano fotografie per ricordare nel tempo quell’occasione davvero particolare e che ciascuno dei musicisti avrà senza dubbio portato con sé, vincitore o meno, assieme alla possibilità di confrontarsi e rendersi contro del livello raggiunto dalle proprie abilità. Un livello, per ciascuno dei gruppi, definito da qualcuno “universitario”. D’altra parte la strada dei musicisti, per qualsiasi strumento, è lunga, se la scelta è davvero quella di restare nell’ambito e non fare valutazioni differenti. Acquisire un diploma di conservatorio con il vecchio ordinamento, prima della riforma, significava seguire corsi quadriennali o quinquennali, in alcuni casi anche più lunghi, come accadeva per i corsi di pianoforte o composizione, che duravano fino a dieci anni. La cosa “positiva” è che, in contemporanea, si potevano seguire corsi scolastici differenti. La riforma del 1999 (legge 508/99), ha modificato la durata e la struttura dei corsi AFAM (Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica), come accademie di belle arti, accademie nazionali di danza, accademie nazionali di arte drammatica, istituti superiori per le industrie artistiche e, appunto, conservatori musicali. È stato adottato il sistema del 3+2, come all'università, con un diploma accademico di primo livello conseguibile dopo il triennio e un diploma di secondo livello dopo il biennio. Cosa implica ciò? Essendo il conservatorio di musica oggi una scuola di musica di livello universitario, giungere a quel livello di interesse richiede un carico di coinvolgimento specifico, per chi intende iscriversi ed anche per i genitori che dirigono la loro attenzione verso quello specifico traguardo e da parte degli studenti, una notevole costanza per portare a termine gli studi, ed iscriversi a quest'ultimo, con una scelta ben ponderata. C’è però la possibilità di frequentare i corsi pre accademici, prima di iscriversi al conservatorio, anche frequentando le scuole superiori o un altro corso di laurea universitario. Questo è un fatto positivo perché tale frequenza permetterà ai musicisti di superare più facilmente il test di ammissione. Visto il tempo in cui un giovane che ama la musica deve impiegare nell’attesa di potersi inserire in un corso universitario specifico, appare ancora più importante che partecipi a concorsi musicali di buon livello che lo accompagnino nella verifica delle capacità raggiunte e gli permettano di farsi conoscere e di distinguersi con le abilità raggiunte. Tuttavia anche il rapportarsi agli altri e verificare, con il confronto, i propri reali meriti è di grande importanza. Bianca Fasano

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Napoli. Diciamo addio a La soffitta

Napoli. Diciamo addio a “La soffitta”. Chiude, dopo ventisei anni, il luogo dove si acquistavano le cose degli altri, si chiacchierava, ci si ritrovava tra donne. Dopo 26 anni Olga, che è stata la creatrice de “La soffitta”, ha deciso di chiudere. Difficile spiegare cosa sia stata per tante “amiche” questo luogo. Il suo lavoro era definito di “intermediatrice”, difatti ogni oggetto o capo di abbigliamento, bigiotteria, libro, biancheria, utensile, e altro, che “passava per lei” e per il locale, non le apparteneva. Qualcuno glielo aveva consegnato con la speranza di un guadagno, a volte minimo. Inserito in una strettoia di Via Belvedere, per conoscerne la presenza non era stato usata la pubblicità, piuttosto una sorta di Tam Tam, sia per quanti desideravano liberarsi di qualcosa che per chi desiderava acquistarvi qualcosa. D’altra parte spesso la clientela che “lasciava” era la stessa che “prendeva”. Uno spazio non grande, tuttavia gremito, laddove ogni miracoloso ritrovamento era possibile. La prima stanza era, in effetti, anche un “luogo di ritrovo” laddove la nostra signora Olga dai riccioli biondi, si intratteneva con le clienti parlando un po’ di tutto. Penso che, nel tempo, sia diventata per tanti un’amica cui si raccontava molto di sé. Piccoli e grandi problemi, situazioni finanziarie, nascite, morti. Lo spazio era esiguo, però l’accoglienza sempre gentile e le cose da guardare e scoprire, tante. Nel locale attiguo c’era “la boutique”, laddove i capi di abbigliamento, fossero eleganti o semplici, non mancavano. Neanche le pellicce, i cappotti, le giacche, gli abiti per tante misure e le borse. Parlando con Olga ho avuto modo di comprendere come facesse a mantenere i conti con tanta maestria: in effetti, per anni, mantenerli era stato il suo lavoro. Precisissima: ogni cosa lasciata riceveva un valore e un foglio in doppia copia rendeva impossibili gli errori. Sospetto che per molte persone sia il liberarsi di qualcosa che l’acquistarlo fosse una facilitazione alla economia domestica. Tuttavia occorre dire che la decisione di acquistare il locale non sia stata una scelta semplice, anche perché all’epoca, è costato “un botto” e la decisione di fare l’acquisto ha messo in gioco un bel po’ del denaro guadagnato in molti anni. Quindi la simpatica Olga, per un sogno della giovinezza, ha comunque rischiato. Le ha detto bene, perché è riuscita a mantenersi in piedi e soltanto il lockdown dovuto al covid l’ha costretta a chiudere per un periodo. Riaprire, tenendo fede alle regole sanitarie, neanche è stato facile, però, aiutata da amici, è riuscita di nuovo ad aprire i battenti al suo salottino amicale. Lei ricorda che, nei primi tempi, si recava a casa delle persone che intendevano liberarsi di oggetti, a volte a causa di trasferimenti o per la fine di una vecchia zia. Nel tempo ha cercato di aggiungere esperienza alla capacità di valutare quello che le veniva proposto e anche nel sapersi comportare con “i clienti”, giacché non di tutti poteva fidarsi. Gli oggetti erano tanti e tante anche le mani che li toccavano, li spostavano e potevano portarli via. Il locale nei primi tempi non aveva neanche l’arredamento necessario a contenere le cose. Nel tempo qualcuno ha proposto un tavolo, delle sedie, le scaffalature, l’armadio, la vetrina. E Olga ha acquistato per sé. Divertente da annotare che nel mese di maggio, che ha dedicato alla restituzione, alla vendita sotto costo e al regalo di quanto era rimasto invenduto, una giovane donna ha ricomprato due scaffalature di forma originale che sua madre aveva venduto ad Olga, riconoscendole. Così, felicemente le ha portate via con sé. Lentamente, quindi ogni quadro, scaffale, gioiello, piatto, borsellino, e altro, ha trovato la sua strada. Abbiamo chiesto: “Non sentirai la mancanza del tempo passato qui?” In effetti la domanda aveva un senso: la bella signora in quel locale ha trascorso una vita, ha conosciuto persone, si è interessata di cose varie e certamente non si è mai annoiata. Però, ragionevolmente, avendo raggiunto i 76 anni, pare logico che volesse andare in pensione e godersi di più i nipotini. Di esperienze di vita (non sue e sue), ne ha viste tante da poter scrivere un libro che forse troverebbe anche gli acquirenti, però per tutto viene il momento di farsi da parte e lasciare il locale ad altri che diversamente l’useranno. Per le amiche del Vomero, occorre dire, un luogo in meno atto ad una chiacchiera, ad un acquisto che non pesi e faccia stare meglio, a quei dieci minuti per guardarsi intorno e scoprire l’oggetto che non si cercava ma piace. Non si può negare che la chiusura di alcune attività e l’apertura di altre possano essere significative anche del trascorrere del tempo, del mutare delle abitudini e degli stili di vita. Salutiamo con una punta di tristezza “La soffitta” dell’amica Olga. Inutile negare che ne sentiremo la mancanza. Bianca Fasano

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Un mare di self publishing e print on demand in Italia

Contrariamente alle voci per cui l’Italia sia un paese dove si legge poco, questa nazione si conferma la sesta editoria nel mondo (dopo Usa, Cina, Germania, UK e Francia) e la quarta in Europa. In Italia esistono circa 2.000, tra case editrici e altri enti dediti alla pubblicazione di opere librarie, benché, nel 2018 solo 1.564 di questi risultino attivi per aver pubblicato almeno un’opera nel corso dell’anno. I dati sono comunque entusiasmanti: Nel 2018 sono stati pubblicati 75.758 libri, per un totale di quasi 168 milioni di copie. Rispetto all’anno precedente il numero dei titoli è in lieve aumento (1,1 per cento) mentre la tiratura è calata del 2,9 per cento. Benché si parli di un alto numero di editori, per contrasto, nella produzione di libri, si perpetua il dominio dei grandi editori. Difatti, anche se questi rappresentano solamente il 15,2 per cento del totale, coprono oltre il 79 per cento dei titoli pubblicati e sfiorano il 90 per cento della tiratura. Tanto può essere spiegato dal fatto che non tutte le piattaforme o i portali dedicati, siano disponibili a fornire i loro dati, com’è il caso del KDP (Kindle Direct Publishing di Amazon) che non ama comunicarli. Tuttavia è evidente che il self Publishing sia diventato lo strumento sempre più adottato da scrittori e scrittrici, esordienti e non. Fermandoci ai dati del 2017, si stimano oltre 30.000 titoli, che rappresentano oltre il 45% di tutti quelli pubblicati. Questi sono i numeri che hanno contributo a far crescere il settore del libro che rappresentano, secondo il colosso e-commerce Amazon, oltre il 5% rispetto all’anno precedente. Nei primi tempi di questa avventura la differenza di qualità tra i libri “muniti di un padre” e quelli auto pubblicati era evidente, però, nel tempo, sia i prezzi sia le copie vendute sono sempre più vicini ai libri realizzati dagli editori “tradizionali”. Questo perché I libri auto-prodotti sono migliorati in qualità perché gli autori si sono imposti di acquisire nuove competenze (grafica, editing, marketing), oppure per realizzarli si rivolgono ad editor o commissionano la veste grafica a professionisti. Le piattaforme? Ricordiamo: Amazon KDP (Kindle Direct Publishing), YouCanPrint, Ilmiolibro.it, Kobo, StreetLib. Da scrittrice viene fatto di pensare che si possano preferire quelle che ti danno la possibilità di controllare per davvero, almeno mese per mese, gli eventuali guadagni e nasce anche il sospetto che potrebbero fare, tra di loro, qualche sorta di “guerra” intestina. Infatti, non è tutto positivo per tutti gli autori in quanto, mediamente, è il 10% degli autori auto pubblicati a raccogliere ben il 75% delle royalty, per gli altri restano le briciole, o quasi. Facendo una disamina sulla soddisfazione di quanti si rivolgono al self, vien fatto di pensare che si dividano in due categorie, quelli super entusiasti e quelli delusi. Chi si ritrova a vedere i propri libri ovunque, ne gioisce per una semplice questione; finito il tempo in cui ti chiedevano: “Dove posso trovare un tuo libro?” Giacché sembrano (e lo sono), distribuiti bene. Purché lo si cerchi, nome e cognome. La gioia di asserire come l'auto pubblicazione abbia cambiato la loro vita viene meno quando comprendono che occorre - appunto - cercarli, nel mare di pubblicazioni e book o cartacee che vengono continuamente distribuite dagli store. Infine, pur se soddisfatti della “distribuzione”, si comincia a dubitare della vendita effettiva, specialmente quando ti chiedi se le dashboard siano davvero regolarmente informate sulle vendite degli ebook e dei cartacei, a fronte di un numero di copie vendute che non ti permette di ricevere il pagamento, perché é necessario che l'importo maturato abbia raggiunto la soglia minima prevista. Quando ci si rende conto che non basta la distribuzione a fare sì che il lavoro sia conosciuto ed acquistato, si rischia di sentirsi disincantati e demotivati anche se questo non allontana molti dalla scrittura. Infatti, come bene hanno compreso anche le case editrici, le vendite deve essere in grado di procurarle l'autore stesso. Non basta il valore dell'opera, che abbia un editore o sia auto pubblicata, occorre che chi l’ha scritta sappia diffonderla con la sua capacità di autopromuoversi o paghi qualcuno per farlo. Gli editori, ovviamente, trovano migliore la strada di fare scrivere romanzi o saggi a qualcuno che un seguito ce l'ha già, che sia conosciuto, per qualche motivo, al largo pubblico e venda qualsiasi cosa che porti il loro nome stampato sulla cover. Un'altra tecnica è quella di fare un’esplorazione costante, ad esempio su Amazon. Controllando la lista dei bestseller si possono rintracciare lavori che si vendono bene, e fare un’offerta all’autore che sarà felicissimo di sentirsi apprezzato da una buona casa editrice e di firmare un contratto. Non oso immaginare quali metodi più o meno ortodossi possa fare un autore per mantenere la propria opera in una formula qualsiasi di bestseller o far “abbassare” di numero le stelle che contraddistinguono le altre opere, in competizione con la propria. Senza dimenticare che Amazon non registra le valutazioni dei clienti privi dello stato di Acquisto verificato. É il marketing che manca al povero scrittore. Non fa paura tanto la spesa di startup, visto che con la stampa digitale l’editore può stampare poche copie senza un grande investimento iniziale. Inoltre, anche con gli editori, perché l’autore guadagni con le vendite, non deve restare sotto una determinata soglia minima (da contratto), per vedersi pagare le royalties. Intanto le librerie sono invase dalle nuove pubblicazioni, per cui, anche se hai scelto l’editore fisico, è un’illusione vedere le proprie in evidenza. I titoli sono vecchi subito e necessitano, come qualsiasi altro prodotto, di gagliarde e costose campagne pubblicitarie. I libri li troviamo ovunque, anche se ci fermiamo per un caffè sull’autostrada e all’autore vien fatto di pensare al proprio, che nessuno vede. Neanche se l’ha auto pubblicato ed è, virtualmente, su tutti gli store. Virginia Woolf si auto pubblicò con la propria casa editrice: la Hogarth Press, “Mrs. Dalloway” e “Gita al faro”. Il primo volume di "Alla ricerca del tempo perduto" di Proust, fu un self-publishing. Così per Emily Dickinson, Mark Twain, Edgar Allan Poe e Walt Whitman, che si auto pubblicarono attraverso sottoscrizioni di amici e parenti, oppure filantropia e/o, autofinanziamento. La scrittrice Anais Nin pubblicò "Tropico del cancro" dell’amico Henry Miller a sue spese. Si spiega, quindi come, tra soddisfatti, indecisi e insoddisfatti, il self publishing abbia incrementato i suoi utenti e lo sviluppo del print on demand sia sempre più integrato nella filiera distributiva. In questo modo c’è spazio anche per titoli ed autori meno importanti e sono possibili le ristampe just in time del titolo richiesto dalla libreria, senza dispendi o gravose giacenze. Bianca Fasano. Autrice.

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- Letteratura

Mirari. Di Antonella Casaburi

L’Associazione storico – culturale, “Progetto Centola”, in collaborazione con il Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura”, Sabato - 14- maggio - 2022, ore 17, ha presentato il libro di Antonella Casaburi “Mirari”. L’incontro si è tenuto a distanza sulla piattaforma GoogleMeet. Ha condotto e moderato: Prof. Angela Natale. Interventi: Dirigente Scolastico Corrado Limongi, Prof. Milena Montanile, Dott. Antonella Casaburi (autrice del libro). Web master Bonaventura Di Bello. Il prof. Limongi ha spiegato che ha già avuto occasione, a Sapri, di presentare il libro Mirari”, assieme alla scrittrice. Ha definito il testo come “un elogio del dialogo”: “È un libro denso di dialoghi, di scambi di battute, una esaltazione dello stesso, laddove in due anni di pandemia abbiamo dovuto fare i conti più con i monologhi. Ho visto una tessitura di rapporti umani” per cui il libro, pagina per pagina è apparso a Limongi come il raccordo dei dialoghi tra i personaggi e quindi le parole e le sensazioni che offrono al lettore, evidenziano il raccordo tra i personaggi stessi. Limongi ha spiegato che si tratta della storia di una ragazza di origini cilentane che torna nel suo Cilento per ragioni familiari. “Altro elemento importante è proprio il treno che non è solo un mezzo di trasporto, piuttosto un contesto sociale nel quale si recupera il dialogo e questi diventa anche il modo con cui i personaggi trasformano la loro vita.” Ha poi chiarito che si sta parlando di “un treno che non c’è più. Nei treni, difatti, non si dialoga più, però nel libro c’è un invito a recuperarlo. Il viaggio che trasforma. I personaggi partono in un modo e arrivano in un altro modo” e sembrano tutti, dal punto di vista esistenziale “attivati al cambiamento”. La prof. Angela Natale ha dato la parola alla prof. Milena Montanile che ha definito il libro un omaggio alla letteratura e insieme una splendida metafora. “L’espressione più riuscita della dimostrazione dell’amore che lega l’autrice alla propria terra. Quel Cilento luogo dell’anima che diventa il vero protagonista del romanzo”. Ha successivamente posto in luce che la presentazione è stata fortemente voluta dalla Associazione culturale progetto Centola, “che nella persona del prof. Ezio Martuscelli ha posto al centro del proprio itinerario di lavoro le stesse esigenze, le stesse attese che, tradotte nel linguaggio dell’arte, hanno dato vita al romanzo”. Ha poi parlato dell’autrice: “Una giovane e promettente scrittrice alla prima prova narrativa che ha già consegnato all’editore un secondo, impegnativo romanzo storico ambientato nell’antica Roma e un terzo, probabile continuazione di “Mirari”, è in fase avanzata di elaborazione”. Ha successivamentei ricordato che il 13 maggio una bella presentazione dello stesso lavoro è stata trasmessa su Canale 68, felicemente definito “Il libro del ritorno”. Antonella Casaburi, di formazione classica, docente di italiano e latino nei licei, originaria di Vallo della Lucania, “pendolare per tutto il periodo universitario tra Vallo della Lucania e Roma è sicuramente uno di quei giovani che ritornano per trarre dalle infinite risorse della propria terra la forza per rinascere”. L’autrice Antonella Casaburi, cui la prof. Natale ha passato la parola, ha quindi ringraziato l’Associazione, colpita dall’amore che la stessa mette nella ricerca documentaristica, di studio, di riappropriazione e di conservazione delle origini e delle radici. Ha sottolineato: “In effetti questo è lo scopo del mio romanzo. Ho accompagnato il lettore nella scoperta che Giulia fa delle proprie radici e della propria identità perché Giulia è figlia di emigranti, di persone che si sono trasferite a Roma per lavoro. Lei torna nel Cilento per caso e tante cose avvengono così come è stato detto dai relatori”. Ha poi sottolineato la valenza che nel viaggio assume l’incontro tra i sei personaggi, passeggeri del treno. Un incontro di altri tempi, come avvenivano decenni prima di ora, sui vecchi treni intercity che venivano ed andavano al sud. “Un qualcosa che noi pendolari conosciamo. Sebbene si tratti di un romanzo di pura fantasia, però non si può parlare di qualcosa che non si conosce ed io ho vissuto su questa tipologia di treno, ho incontrato sguardi e scambiato parole con questo tipo di persone”. La conduttrice Natale ha posto via via in luce gli elementi essenziali dei vari interventi e sottolineato la storia d’amore che nasce sul treno e l’insicurezza della protagonista, specificando che tutto ciò che l’autrice si era proposta di raggiungere è stato raggiunto. Ha poi chiesto all’autrice le ragioni del titolo, oltre il significato latino. L’autrice ha spiegato che la scelta di utilizzare il latino per parlare del romanzo, pur essendo questi “di forma scorrevole”, sia dipeso dal fatto che il latino è la lingua madre e quindi è stato un omaggio al latino stesso perché, “da un punto di vista squisitamente letterario la resa significativa del latino è unica”. Nel corso di un intervento il dr. Luigi Leuzzi ha messo in luce quella che ha definito “portata intrapsichica” della narrazione. Questo perché il viaggio “è anche metafora di smarrimento dell’anima in una terra che, da familiare, diviene estraniante, ed anche per questo intrigante, che viene vista con altri occhi, con altro sguardo, che è anche l’occasione per attivare un dialogo tra l’anima individuale e l’anima mundi, facendo riferimento al Cilento come luogo dell’anima”. Notizie sull'autrice: Antonella Casaburi, nata a Vallo della Lucania nel 1980, dopo la maturità classica si trasferisce a Roma, dove si laurea con lode in Storia della Critica Letteraria Italiana all'Università "La Sapienza". Esperta e traduttrice di ungherese, docente di Lettere, "Mirari" è il suo fulminante romanzo d'esordio numerose volte recensito su riviste nazionali, esposto al Salone Internazionale del Libro di Torino e alla Fiera del Libro di Roma. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Pulsa de nura. La maledizione di Berenice di Cilicia

Sabato 7 maggio 2022, alle ore 11,30, nel Foyer del teatro Diana in via Luca Giordano 64, Napoli, è stato presentato il libro di Fiorella Franchini PULSA DE NURA. La maledizione di Berenice di Cilicia. Napoli. In città è importante parlare d’arte. Seguendo questo principio sabato 7 maggio nel foyer del Teatro Diana di Napoli, è stato presentato, il nuovo romanzo di Fiorella Franchini “Pulsa de nura. La maledizione di Berenice di Cilicia” – Guida Editori. Lasciandoci alle spalle i marasmi del covid, si respira voglia di bellezza e il pubblico presente l’ha trovata nell’immersione in questo nuovo componimento narrativo della bella e brava scrittrice e giornalista. Occorre dire che quando si sceglie l’attore Giulio Adinolfi per la lettura di brani dell’opera, si riesce al meglio a permettere l’immersione nell’atmosfera intrigante e coinvolgente dell’opera che narra del complotto ordito da una setta giudaica ai danni dell’Imperatore di Roma, sullo sfondo dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e di un tragico amore condannato dalla ragion di stato. Tito Flavio, il generale che aveva saccheggiato e distrutto il Tempio di Gerusalemme, succeduto al padre Vespasiano, ripudia la regina Berenice di Cilicia, sua amante. La donna, costretta a lasciare Roma, accecata dal desiderio di vendetta, incontra in segreto un gruppo di rabbini nella necropoli di Neapolis e chiede loro di pronunciare contro il nuovo Imperatore, la pulsa de nura, terribile maledizione ebraica che porta chiunque ne sia colpito alla morte entro un anno. Oltre all’autrice e all’editore Diego Guida, sono intervenuti: la moderatrice Annella Prisco, Yvonne Carbonaro e Mauro Giancaspro i quali hanno saputo parlare del romanzo, descrivendo al meglio l’atmosfera di cui è impregnato, finanche nella sensazione tattile degli odori che caratterizzano alcune parti del lavoro, quali quello della salsedine o della pece usata per calafatare le giunzioni fra gli elementi di legno delle navi. Gli interventi hanno posto in luce il lato storico della narrazione, laddove i personaggi realmente esistiti vengono mescolati con abilità a quelli creati dall’autrice, che ha effettuato (come già accaduto in precedenza per altri lavori), una accurata ricerca dell’epoca storica anche allo scopo di parlare del territorio campano e delle stupende storie che la Napoli Greco romana regala. Fiorella Franchini vive e lavora a Napoli è molto conosciuta nel mondo della letteratura, difatti, al romanzo d’esordio L’Orchidea Bianca (Il Girasole 1995) hanno fatto seguito I fuggiaschi di Lokrum ( Marotta 1998), ispirato ad alcuni conflitti del secondo Novecento, seguiti poi dai thriller Nanhai (Il Mezzogiorno editore 2002), I Fuochi di Atrani (Kairòs 2006), per i quali ha ricevuto importanti riconoscimenti in concorsi e premi letterari É del 2014 il romanzo storico Korallion (Kairòs edizioni) e del 2018 Il Velo di Iside (edizioni Homo Scrivens). La ricordiamo anche per le undici interviste pubblicate nell’antologia Donna è Anima (Savarese editore). L’autrice collabora con il quotidiano Il Denaro.it e pubblica con riviste e periodici specializzati tra cui Pannunzio Magazine e Verbum Press. E’, inoltre, membro di Giuria di Premi letterari, svolge attività di ufficio stampa, conduce incontri culturali, presentazioni e lezioni di giornalismo. Per oltre dieci anni è stata direttore editoriale del webmagazine napoliontheroad. Torniamo a “Pulsa de nura. La maledizione di Berenice di Cilicia”: Il 24 ottobre del ’79 a Pompei, mentre fervono i preparativi per un’imminente visita dell’Augusto, la terribile eruzione del Vesuvio devasta la città e le terre circostanti. Il prefetto Gaio Plinio, comandante della flotta imperiale, salpa da Miseno per portare soccorso alla popolazione e affida al navarco Valerio Pollio Isidoro, il compito di salvare la nobildonna Salvia Rectina. La nave ripara nel porto di Neapolis per sfuggire alla tempesta e gli scampati trovano rifugio entro le mura, mentre la minaccia della grande onda di un maremoto si dissolve al suono misterioso di un sistro. Sulla città, però, sopraggiunge la nube nera di polveri vulcaniche, solcata da saette. In molti scappano verso le colline. L’autrice per seguire la trama tra il reale e l’immaginario della sua storia, realizza con accuratezza un racconto coinvolgente dove l’amore e l’odio, il concreto e l’arcano, si intrecciano, permettendo al lettore una full immersion in un passato che, da storico, si tramuta in attuale. Appare chiaro che la scrittrice possiede in sé la capacità di immedesimarsi anche in figure storiche quali Berenice, figlia di Erode Agrippa I e sorella di Agrippa II, che ebbe tra i suoi avi Erode il Grande,conosciuto per la famosa "strage degli innocenti". La storia, da passato senza pulsioni, si trasforma, per la penna della Franchini in una successione di cospirazioni e peripezie, in un susseguirsi improvviso di svolte sorprendenti nello sviluppo della trama che la scrittrice utilizza per mantenere desta l’attenzione del lettore. Nulla però è lasciato al caso, tutto, invece, frutto del riallacciarsi ad avvenimenti che risalgono ad accadimenti veritieri utilizzati per fare sì che i protagonisti siano costretti alla fuga, come quella impetuosa dalle spiagge di Ercolano a Neapolis. In tal modo lo scritto ci permette di trovarci a Capua, poi a Benevento, attraversando i monti del Sannio, fino a giungere a Roma. Alcuni passi, quali quello degli effetti dell’eruzione del Vesuvio, sono merito di una rilettura delle Lettere a Tacito di Plinio il Giovane. Tutto ciò ci permette di osservare il dramma non da Pompei, ma da Napoli e Miseno. Una voglia di archeologia che si rifà con riferimenti narrativi al ritrovamento archeologico del maggio 2021 avvenuto ad Ercolano, dei resti di un possibile ufficiale della flotta di Plinio, morto per aiutare i fuggiaschi che, a seguito di studi sul teschio potrebbero essere attribuiti a Plinio il Vecchio. L’autrice è sempre più abile nella capacità di elaborare una credibile ambientazione storica che, ovviamente, non nasce dal nulla. Piuttosto dimostra un’accurata ricerca documentale e un interesse anche umano e sensibile rispetto al breve regno di Tito Flavio, “Amor ac deliciae generis humani.” “Amore e delizia del genere umano”, forse anche perché ricordato come raffinato e generoso. L’imperatore Tito difatti, appena salito al potere, dimostrò queste sue qualità sorreggendo, anche con ricchezze proprie, le popolazioni colpite dall’eruzione del Vesuvio del 79, che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia. Non fu fortunato e forse meritava di essere ricordato nella storia di Fiorella Franchini, laddove sotto il suo breve regno (finito davvero troppo presto, forse perché avvelenato), accadde di tutto. Tito morì infatti il 13 settembre dell’81 d.C., per un male improvviso, dopo poco più di due anni di regno e il senato gli riservò l’apoteosi mentre suo fratello Domiziano gli fece erigere nel Foro romano, un arco trionfale. Oltre alla catastrofe vesuviana, ricordiamo, difatti, la misteriosa distruzione del Campo Marzio, dovuta a un devastante incendio, una terribile pestilenza e la morte improvvisa dell’Imperatore stesso, per cui “Berenice rabbrividì pensando a ciò che avrebbe prodotto la sua vendetta Era, forse, stata troppo crudele a invocare la maledizione? O era quel ripudio inaspettato ad essere empio e spietato?” Il libro è decisamente degno di nota, come ha affermato all’editore anche lo stesso Mauro Giancaspro, convinto che sia un’opera da leggere tutta di un fiato. Molto interessante altresì la presentazione effettuata da Yvonne Carbonaro, che ha parlato di un excursus nel romanzo “neo storico”, e ricordato come Alberto Angela, parlando dell’attrice pompeiana Novella Primigenia, l’abbia resa anch’ella attuale come ha fatto Fiorella Franchini con la sua Berenice di Cilicia, in una scrittura fluida e vivace, dove i dialoghi rendono più veri i personaggi e l’incalzare degli eventi accompagnano il lettore sino al finale che, ovviamente, occorre leggere. Bianca Fasano

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- Società

L’uomo ’gioca a fare Dio’

L’UOMO GIOCA A FARE DIO. L'uomo, oggi in special modo, "gioca a fare Dio". Non è detto che ogni uomo creda in una divinità superiore che lo abbia creato, come si potrebbe fare un giorno con un "robot di carne". Guardando "nel fondo del cielo" un team internazionale di astronomi ebbe modo di immortalare nella costellazione del Leone (la mia come segno zodiacale), un "gamma-ray burst from a star" ossia la luce rossa che irradiava una stella morente, accaduta quando l'universo aveva "solo" 630 milioni anni di età. Quella luce di colore arancione era esplosa a circa 13,03 miliardi di anni luce rispetto all'attuale posizione della Terra, ossia trenta miliardi di anni luce da adesso. Un baratro nel passato, rispetto alla vita del presuntuoso essere umano. Siamo così piccoli che, dai tempi dei tempi, ci siamo inventati un'anima. Oppure la speranza di una sopravvivenza quanto più possibile vicina all'eternità. Come giornalista, ma forse anche come poeta, mi sono sempre posta molte domande ed ho anche fatto riflessioni (a titolo speculativo) sui più svariati fronti dell'esistenza. L'essere umano, nel tempo, ha forse appreso a rispettare di più l'infanzia; ma, allora: perché tanti bambini subiscono abusi in famiglia o da persone che la frequentano? Oggi vengono al mondo piccoli miracoli dovuti alla scienza, sia per le difficoltà concrete che sono superate con mezzi nuovi che per l'età delle mamme, più adatte a fare da nonne che da mammine al primo figlio. Bene o male? La clonazione non riguarda più soltanto "la pecora Dolly".[1] Qualcuno, nascostamente, clonerebbe un nuovo Hitler?[2] Qualcuno ha clonato o vorrebbe replicare il figlio perduto? Che cosa abbiamo il diritto di fare, in nome della scienza, cosa non dovremmo? Dobbiamo guardare alle stelle, mirando a raggiungere nuovi mondi, mentre distruggiamo il pianeta su cui viviamo? Abbiamo davvero il potere di distruggere il pianeta, o più semplicemente, è il nostro habitat che stiamo rendendo sempre meno abitabile e un giorno la terra farà a meno di noi? Dal Vangelo di Luca mi è restata impressa questa sequenza: -" E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Possediamo noi uomini, un habitat, o non lo abbiamo piuttosto sottratto alle belve della foresta, agli orsi, ai lupi? L'habitat dell'uomo è stato da lui adattato, se non creato del tutto. La terra, in alcune sue parti, è stata spesso travolta e stravolta dall'essere umano, anche se in realtà noi rappresentiamo soltanto una presuntuosa specie, che molto facilmente dovrà un giorno estinguersi nel tempo, come i dinosauri. Guardando al passato, anche senza essere degli scienziati, ci si rende conto che portiamo in comune con le altre specie viventi l' "evoluzione". Siamo abituati a vedere questa parola come sinonimo di "miglioramento" e inclini a credere che sia "unilineare", per cui siamo forniti del desiderio (specialmente noi europei), di "insegnare a vivere" agli altri esseri umani che ci assomigliano, un po' come facevano i romani con la latinizzazione. Purtroppo non sempre questo desiderio, anche a carattere religioso/sociale, assume ruoli positivi e costruttivi e lo stiamo apprendendo a nostre spese, più apertamente, dall'attentato delle torri gemelle, abbattute a Manhattan l’11 di settembre, sotto la direttiva (questa la tesi ufficiale), del leader di Al-Quaeda, Osama bin Laden. Possiamo parlare di acculturazione, integrazione ed assimilazione delle popolazioni (vinte o no), oppure del tentativo di operarlo. Guardando al presente o ad un passato più o meno recente (non ci allontaniamo di troppo), in nome della cultura e della religione sono stati commessi e si stanno commettendo anche oggi, le più grandi violenze. Non soltanto dagli europei, ovviamente. Ci diamo un gran da fare noi esseri umani, come se la nostra specie fosse in diritto di ritenersi al di fuori delle possibilità di estinzione o, nella migliore delle ipotesi, di evoluzione. Non ne siamo estranei, invece, e neanche è detto che l'evoluzione cui potremmo essere soggetti ci possa piacere. Siamo destinati ad una lunga sopravvivenza di specie? La più lunga, in quanto animali intelligenti? Non lo sappiamo. I dinosauri si sono estinti, ma non del tutto, poiché alcuni di loro ci svolazzano leggeri sul capo. Abbiamo orrore degli scarafaggi (le blatte), però queste creature hanno lasciato il segno della loro (già) presenza nei fossili di blattoidei del Carbonifero, tra 354 e 295 milioni di anni fa. Sono, tuttavia, meno "forti" di quello che crediamo, difatti sarebbero i primi a morire dopo una guerra nucleare non sopportando più di 20000 rad[3] di esposizione radioattiva. Un pensiero noioso in meno. Gli squali sono tra le specie più longeve, perché esistono da alcune centinaia di milioni di anni, nondimeno li sta portando a rischio d'estinzione il riscaldamento delle acque degli oceani e il loro aumentato livello di acidificazione. Siamo proprio bravi a fare guai. Noi esseri umani appariamo piuttosto resistenti, giacché contiamo, come specie, circa 200.000 anni. I Neanderthal comparvero in Europa 700.000 anni fa e meno di 40.000 anni fa si sono eclissati. Potremmo dire, misteriosamente. Una spiegazione però c'é: Siamo arrivati, dall'Africa, noi Homo sapiens. Confesso di aver creduto per anni che tra i Sapiens e i Neanderthal non ci fosse stato molto in comune per questioni legate all'impossibilità di procreare di un' eventuale prole nata dal connubio. Non era vero. Senza offendere i primi che, anche se brutti, dal nostro punto di vista, erano stati capaci, con le loro enormi narici e la fronte bassa e obliqua, di sopravvivere nella glaciazione, il Sapiens, più bello e più intelligente e il Neanderthal, convissero e, anche, si accoppiarono, malgrado le differenze fisiche eclatanti. Questo spiega il perché del fatto che oggi più del 5% del nostro Dna, porti tracce degli incroci che avvennero tra i due ominidi, compreso il cugino asiatico dei secondi: il Denisovan. Le prove sono venute dal sequenziamento massiccio del Dna di oltre 380 reperti archeologici resi pubblici sull’ American Journal of Medical Genetics. In pratica ai Neanderthal dobbiamo un grazie, poiché da queste specie di ominidi abbiamo ereditato alcuni dei geni fondamentali del nostro attuale sistema immunitario: quelli che ci rendono capaci di resistere alle infezioni da funghi, batteri e parassiti e in negativo, quelli responsabili della nostra tendenza a sviluppare allergie. Ci spieghiamo così anche la scomparsa, quasi fulminea, del Neanderthal: eliminato da noi Sapiens che, oltre ad essere più intelligenti, eravamo, forse, anche più cattivi, ma non sappiamo a quanto tempo abbiamo diritto. Domande, dicevo. Pensieri, dicevo. Quelli che colpiscono una scrittrice si tramutano, molto spesso, in romanzi, studi, saggi, racconti, poesie. Ecco la spiegazione anche per i miei romanzi "di fantascienza", che mi hanno "costretta" a rispondere alle mie domande, trovandone, per strada, ancora altre. -"Se il sole muore", scrisse Oriana Fallaci, nel 1965. Il sole di cui lei parlava non era quello che illumina e riscalda il nostro pianeta. L'astro che ci interessa l'hanno studiato (tra gli altri), alcuni ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) pubblicando le ricerche effettuate su Astrophysics. Stiamo parlando di fatti che accadranno un tempo non connesso certamente a noi di questa generazione (se non sotto il profilo d'interesse scientifico/culturale), e neanche ai nostri lontanissimi discendenti. Non riguarderanno, forse, neanche la razza umana, che sta facendo di tutto per "implodere" con i propri mezzi prima di quei periodi lontanissimi dall'oggi. Certamente, però, tra cinque miliardi di anni il nostro Sole (che è una stella, per cui in totale ha una "speranza di vita"di circa tredici miliardi di anni) inizierà a "morire". Nel nucleo non vi sarà più idrogeno, la cui fusione oggi produce energia e crescerà, divenendo centinaia di volte più grande di quanto sia adesso. Soltanto se la Terra riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi (dicono gli scienziati del Sussex), potrà sfuggirgli e sopravvivere, differentemente sarà fagocitata nell'ultima agonia solare. -"Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo; nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo, noi non ci saremo. " Diceva Francesco Guccini. ________________________________________ [1] La pecora Dolly (5 luglio 1996 – 14 febbraio 2003) è stata il primo mammifero a essere stato clonato con successo da una cellula somatica, sebbene non il primo animale in assoluto ad essere stato clonato con successo [2] I ragazzi venuti dal Brasile (The Boys from Brazil) è un film del 1978 diretto da Franklin J. Schaffner, tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin. [3]Il rad rappresenta la quantità di radiazione che deposita 100 erg di energia in un grammo di materia.

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- Letteratura

la Rivista letteraria, Poeti nella società.

A breve compirà venti anni di vita la Rivista letteraria, Artistica e di Informazione “Poeti nella società” Organo ufficiale del Cenacolo Accademico Europeo “Poeti nella società”, Associazione non profit. https://www.facebook.com/www.poetinellasocieta.it/ Cos’ha di speciale? Che non si tratta di una rivista soltanto virtuale, bensì, cartacea e resiste, nonostante le avversità che hanno colpito “la carta stampata”, anche “grazie” al covid. Le riviste cartacee (e virtuali), in Italia (le ben poco rimaste) non ricevono contributi pubblici per cui si sostengono con gli abbonamenti. I soci della rivista hanno il diritto di pubblicare nella stessa, poesie, recensioni e quant'altro, senza costi aggiuntivi. Oltre a pubblicare (gratuitamente), i lavori poetici, i dipinti, le copertine dei libri editi dai soci, le recensioni dei lavori letterari e quanto attinente all’arte, nelle pagine della rivista vi possono trovare posto i regolamenti dei premi letterari, proposti da altre associazioni quali L'Associazione "Achernar" di Policoro (MT) e le associazioni culturali Excalibur Multimedia ed Europa Nazione, ma anche articoli che riguardano questioni sociali quali (ad esempio), quelli relativi alle problematiche vissute dai genitori di soggetti autistici, per mezzo della pubblicazione di lettere degli stessi “(…) per far comprendere al mondo intero cosa significa avere un figlio con spettro autistico, infatti due genitori riescono a trasmettere, con un semplice linguaggio, la loro passione, il loro dolore e le loro perplessità nei confronti di una realtà così complessa e difficile, ma con il loro amore riescono a proteggere i loro figli da tutte le difficoltà (…) ”. Vi si ritrovano, come in un salotto letterario e artistico, lasciando espressioni delle loro emozioni, soci da molte parti d’Italia, quali Roma, Napoli, Grosseto, Augusta (SR), Urbino, Poirino (TO), Cremona, Cologno Monzese (MI), Cursi (LE), Gioiosa Ionica (RC), Livigno(SO), Padova. Ma anche da altre nazioni fuori d’Italia. Cosa colpisce? Per chi come me, proviene dal passato, la rivista si associa mentalmente a “L’Acerba”, del compianto critico letterario Roberto Maria Ferrari e alla rivista Satirica, Umoristica e Culturale del poeta Nello Tortora “Il brontolo”. Ci vuole coraggio ad appoggiarsi ancora alla “carta stampata”, pubblicando foto a colori di opere pittoriche, copertine di libri pubblicati dai soci e un’infinità d’immagini tra cui quelle che riportano ai tempi del “Salotto Tolino”: Quando nel 1977 mori Ettore De Mura, "Gli Amici della Domenica", furono, in continuità d’intenti, ospiti di Salvatore Tolino. Dalla prima domenica del gennaio 1978 il Salotto di Tolino a Napoli in Via Amato di Montecassino, 7 diventò un punto di riferimento culturale che ospitava, ogni domenica mattina, poeti ed artisti, promuoveva incontri e dibattiti, curava pubblicazioni e manifestazioni d'arte. Chi, come me, è napoletana, nata negli anni’50/’60, amante dell’arte, della musica e della letteratura, ci è passato almeno una volta. Dicevamo: “Poeti nella società”.Presidente: Pasquale Francischetti, Direttore responsabile: Dr.ssa Mariangela Esposito, capo Redattore: Pasquale Francischetti. Redazione centrale: Lucia Laudisio, Carmela Luongo ed Elena Pastore. Ha i suoi critici letterari:Isabella Michela Affinito, poetessa, è nata a Frosinone nel 1967. Da oltre venti anni risiede a Fiuggi Terme.Fulvio Castellani, nato nel 1941 in Carnia ed in tale zona del Friuli risiede, ma si sposta assai spesso nella vicina Austria. E’ stato iscritto all’Albo dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia per 35 anni e suoi articoli e servizi di varia cultura ed attualità sono stati pubblicati su molti quotidiani e settimanali. Cav. Gianluigi Esposito, nato a Napoli nel 1945. Ex funzionario di banca in pensione. Da sempre si è occupato di attività artistiche, in particolare teatrali, passione che si è intensificata dopo l’incontro con il grande commediografo Eduardo De Filippo. Pasquale Francischetti, poeta, critico letterario, operatore culturale e presidente del Cenacolo Accademico Europeo “Poeti nella Società”. E’ nato a Napoli il 2 gennaio 1945. E’ stato Segretario generale del Comitato Nazionale d’intesa per la tutela dei poeti ed artisti europei dal 1988 al 1995. Componente e Presidente di varie giurie di Premi letterari dal 1985 ad oggi. Francesca Luzzio, Gabriella Maggio, Susanna Pelizza,nata a Roma dove è residente. Ha una laurea in lettere moderne e collabora presso alcune riviste letterarie. Andrea Pugiotto, nato a Roma nel 1964 ed ivi risiede. Laureato in Scienze Politiche nel 1993. Disegnatore, scrittore, critico letterario della rivista “Poeti nella Società”. Collabora attivamente con alcune riviste letterarie a livello nazionale. Ha ricevuto svariati Premi per la narrativa. Angela Maria Tiberi. Gli appassionati che lo seguono sono tanti e vi partecipano anche dalle varie Sezioni provinciali, nazionali ed estere, assegnate ai soci che hanno dimostrato spirito d’iniziativa e volontà di portare avanti le finalità del Cenacolo,quale quella di Grosseto, di cui è Responsabile l’editore (napoletano), Ciro Riemma, che, in tante occasioni, è apparso in TV: lo abbiamo visto a "Uno Mattina" con Piero Badaloni ed Enrica Bonaccorti, a "Domenica In", a Canale 5 con Gerry Scotti nella trasmissione "ore 12", a "Pronto è la Rai" con Simona Marchini e Giancarlo Magalli, Maurizio Costanzo Show, Fantastico BIS, Vita in diretta, "Piazzetta Merola" e altre ancora. La rivista ospita rubriche letterarie e articoli a cura di Autori Vari; la Segreteria organizzativa è di Concetta Ciccarella. Per quanti desiderano porsi in contatto, tutta la corrispondenza relativa alla rivista va indirizzata a: Pasquale Francischetti Via Arezzo, 62 - 80011 Acerra (NA) Si ricorda che la rivista è inviata gratuitamente a tutti gli iscritti del Cenacolo Accademico Europeo Poeti nella Società, in regola con la quota associativa annuale e viene inviata gratuitamente a diversi Enti Pubblici e Privati, Biblioteche, Riviste, Associazioni. Per quanti desiderino collaborarvi aggiungo che questa è aperta a tutti i Soci del Cenacolo, ma non è retribuita ed ogni autore si assume la responsabilità morale, civile e penale dei propri scritti, che devono essere in ogni caso debitamente firmati. Testi ed altro, anche se non pubblicati, non sono restituiti; e vanno inviati almeno due mesi prima di ogni scadenza della rivista, onde evitare involontari e spiacevoli disguidi redazionali. Per quanto riguarda i libri, allo scopo di essere recensiti, devono essere inviati in duplice copia. La rivista esce entro la seconda settimana di: Febbraio - Aprile e Giugno. Buona lettura! Bianca Fasano.

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- Storia

L’Emigrazione transoceanica della famiglia Vassallo

Pubblicato da Amazon “L’Emigrazione “transoceanica” della famiglia Vassallo dal Cilento alle “Americhe”. Di Ezio Martuscelli, Alejandra Vassallo, Marcia Lima Vassallo, Damian Lima Vassallo, non nasce dal nulla. Segue, invece, il filone Racconti sull’Emigrazione- “La Storia di Nicola Imbriaco e Teresa Gabriele. Dalle Campagne del Cilento alle Miniere di Hazleton in Pennsylvania”. Di Ezio Martuscelli e Bert Marinko | by Amazon (2021) e “Fortune e sventure di una famiglia di emigranti italiani - Dal Cilento (Italia) alla Pennsylvania (USA) ”, di Ezio Martuscelli e Bert Marinko | by Amazon (2021). Sono libri particolari perché, con l’interessamento vivace di Ezio Martuscelli, presidente dell’Associazione storico culturale “Progetto Centola” ed il coinvolgimento del Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura”, da molti anni, si procede a quella che lo storico Pietro Ebner amerebbe definire “lavorare su documenti originali”, non rifacendosi a quanto già scritto da altri, ma con il metodo che nell’introduzione del libro è definito di tipo “Bottom Up”, ossia partendo dal basso, coinvolgendo le famiglie degli emigrati allo scopo di raccogliere e catalogare “un’importante mole di documenti, fotografie d’epoca e anche oggettistica che abbia avuto stretta attinenza con l’intenso flusso emigratorio che ha interessato il territorio (del Cilento. N.d.A.)” Naturalmente a seguito di ciò si è proceduto ad un lavoro di analisi allo scopo di distinguere un certo numero di famiglie apparse più rilevanti allo scopo di evidenziare percorsi dei loro membri nell’emigrazione verso i paesi dell’America del nord e del sud. La sensazione tattile che se ne ricava, come già avvenuto per i lavori precedenti, è quella di una “conoscenza personale” di quelli che per l’emigrazione italiana sono stati “numeri”. Ci sorprende la capacità di questi individui, nati i piccoli centri del Cilento, in alcuni casi senza neanche la capacità di leggere e scrivere (figuriamoci quella di conoscere la lingua del territorio che li attendeva), di inserirsi “valorosamente” nel contesto sociale di emigrazione, spesso anche riuscendo a migliorarsi in modo evidente sotto il profilo culturale. Tra le sorprese quella di scoprire che Aniello Vassallo, nato nel 1923 ed emigrato a Montevideo conseguisse, nel 1975 il titolo di Dottore in Giurisprudenza presso l’università Cattolica di Milano del Sacro Cuore. A cinquantadue anni. Doveva tenerci davvero molto. La famiglia Vassallo, capostipite Antonio con la moglie Giuseppa Stanziola, è seguita dagli autori per le sue complesse dinamiche emigratorie, in quanto per mezzo delle sue “avventure” si sono potute descrivere in modo concreto e anche emozionale le varie fasi del percorso emigratorio. Immergendosi nel libro si ha la sensazione tattile di una “presentazione” a quanti hanno lasciato di se stessi memorie fotografiche e documentali. Questi personaggi ci sorridono dalle fotografie, mostrano l’ardimento civico con cui sono stati capaci di sopravvivere alle difficoltà di viaggi della speranza, terza classe, con cibo scadente, giorni infiniti di cielo e mare, trattamenti disumani e nessuna certezza sull’aiuto legale che avrebbero dovuto ricevere dalla loro patria d’origine e men che meno da quelli che potevano attendersi all’arrivo, dove si doveva passare, ad esempio, l’esame per ottenere il visto per gli Stati Uniti Le navi erano riempite oltre il massimo consentito, i passeggeri in più si accalcavano sulla tolda, dormivano sui pavimenti, nell’immondizia. In caso di tempesta scendevano nelle stive, senza aria e senza luce. Ammassati. Qualche barlume di speranza ci viene dal sapere che esistessero associazioni come la “Sons of Italy Progresso Italian Lodge” di Hazleton, affiliata a ”l’Ordine dei figli d’Italia in America”, che aveva il compito di fornire agli immigrati italiani assistenza nella sanità, la scuola e l’educazione. La tristezza ci procura il ricordo di come questi immigrati finissero spesso nelle “famigerate” miniere di carbone del circondario della città di Hazleton. A titolo di memoria ricordiamo l’esplosione, a Monongah (Virginia occidentale. Stati Uniti), nelle Gallerie n.6 e n.8 della miniera della Fairmont Coal Company, del dicembre 1907, ossia il più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti d'America che causò 362 vittime tra i minatori. La comprensione per “immersione” negli eventi che hanno caratterizzato la storia triste e coraggiosa del modo con cui questa famiglia (come le altre passate al vaglio), si è mossa nelle difficoltà della partenza, nel viaggio, nel modo con cui ha saputo collegarsi anche ai parenti restati nel Cilento (pure attraverso le “rimesse”) e a quanti erano già in qualche modo “sistemati” nei territori dell’emigrazione, è un’occasione davvero importante per ricavare informazioni utili a interpretare percorsi nuovi, riguardanti l’emigrazione transoceanica dai piccoli paesi del basso Cilento (SA). Dal libro si evince che Antonio e Giuseppa ebbero sette figli di cui sei emigrarono in paesi quali: l’Uruguay, Venezuela e USA e sono riportati gli esiti di una ricerca riguardante un ramo della famiglia Vassallo di Centola (SA) che, partendo dai capostipiti, si sviluppa attraverso il figlio Giuseppe (emigrò a Montevideo, Uruguay negli anni “20 del secolo scorso) e la moglie Giovanna Colicigno e prosegue con la terza, quarta e quinta generazione. Una storia migratoria, quella italiana, che non è soltanto patrimonio del passato, perché gli italiani sono sempre al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie (1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio). Questo libro, come i precedenti, rappresenta anche il racconto (lo vediamo svolgersi attraverso le fotografie), della tenacia e della vittoria, ottenuta negli anni e nelle generazioni, da una parte di questi Italiani, che qualche volta sono rientrati per sempre, o anche soltanto per brevi periodi, come ci mostra la foto a pag. 117, del 1996, laddove Josè Antonio Vassallo, dagli USA, incontra i parenti a Centola, nella casa di Mauro Vassallo. Oppure della tristezza di una perdita, che ritroviamo a pag. 125, con la poesia di Aida Vassallo (Mincha), scritta per la sorella Elida. I nostri italiani sono stati capaci di permettere ai loro figli gli studi che non poterono intraprendere, di vederli divenire avvocati e medici, ma anche di avere realizzato se stessi apprendendo le lingue, divenendo legalmente cittadini dei luoghi dell’emigrazione (conservando anche la loro cittadinanza), di avere aperto negozi, officine e ristoranti. Alcuni di questi personaggi ci appaiono più presenti, come Aida Maria Vassallo, raccontataci anche (pag.90), dal necrologio scritto per lei dalla figlia Marcia. Molti li vediamo desiderosi di lasciare il segno della loro esistenza proprio per mezzo di quelle fotografie che ce li mostrano in varie fasi della loro vita, da soli, o con gli amici e i parenti. Una riflessione viene dal fatto che queste foto, a volte sgranate, o in bianco e nero, che ci parlano di tempi passati e li dimostrano, sono ancora presenti, inserite in libri che “parlano” a tanti e viene fatto di chiedersi, invece, che ne sarà della storia umana della nostra “società delle immagini”, tante virtuali, spesso conservate su PC e cellulari. Tante, che forse non renderanno al futuro storie così tangibili e forti come quelle che ci hanno regalato gli autori nel loro excursus storico sull’emigrazione cilentana. Bianca Fasano

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- Letteratura

Napoli. Spettacolo Magia e illusione Gran galà di magia

È partita in quinta, con lo spettacolo “Magia & illusione” Gran galà di magia con artisti internazionali, la tredicesima edizione del congresso dei prestigiatori del Mediterraneo (WEMM 2022 - Weekend Magico Mediterraneo), organizzata dal Ring 108, l’associazione dei prestigiatori campani. Magico a dirsi, Venerdì sera alle 20,30 il teatro Salvo D’acquisto dell’Istituto salesiano del Sacro Cuore in via Morghen ha fatto l’en plain di pubblico entusiasmato, per uno spettacolo iniziato e finito con le note di “Nel blu dipinto di blu”cantato appassionatamente dalla platea. Non stupisce, con la voce magica di Veronica Pirelli, artista poliedrica che già in più occasioni ha partecipato ad eventi del Ring 108. Non hanno deluso le aspettative gli artisti italiani ed europei, tra i quali Brando e Silvana dalla Spagna, Franky Mattew, membro della squadra europea della Nazionale di Magia italiana, Gabriele D’Angiò, Max Barile, Veronica, Candida Grimolizzi e con la straordinaria partecipazione di Oreste Russo and friends, decano della scuola di magia Ring 108, presentato dal simpatico Saykon. Ha stupito tutti ed affascinato anche per la sua bellezza (che, pure in magia non guasta), Eleonora di Cocco, unica donna illusionista italiana che ha rappresentato l'Italia al magic Castle di Hollywood e a lido di Parigi, ospite assidua di numerose trasmissioni televisive Rai e Mediaset; Eleonora princess of magic, recentemente insegnante di grandi illusioni nel programma televisivo “Voglio essere un mago”. Si sa che il trucco c’è, però questa mentalista e ipnotista che ha iniziato la sua carriera nel mondo della magia e dell’illusionismo nel 1993 e nel 1998 ha vinto il titolo di Campionessa Italiana di Magia di Scena, riesce davvero a far sembrare magica non tanto lei, quanto la giovane che le fa da assistente. L’abbiamo seguita, tra l’altro, ad “Uno Mattina” su Rai 1, “Striscia la notizia”, “Buona Domenica”, “Maurizio Costanzo Show” su Canale 5 fino a Italia’s Got Talent e “Voglio essere un mago”. Anche Max Barile è stato protagonista come partecipante oppure come ospite di numerose trasmissioni televisive ed inoltre scrive sia per il pubblico che per i maghi. La sua capacità di stare in pubblico nasce anche dal fatto che è conosciuto per le sue produzioni teatrali, quali "Fammi scendere Max!” E "Il favoloso mondo di Max”. Attesissimi gli spagnoli Brando e Silvana, coppia prestigiosa del panorama magico internazionale, artisti di primo piano di Barcellona che, oltre ad esibirsi nello spettacolo con una grande eleganza, mostreranno successivamente ai prestigiatori provenienti da tutt’Italia, le loro straordinarie capacità in una conferenza per i prestigiatori iscritti al Congresso ed in successivo workshop ristretto a pochi partecipanti. Il giovanissimo Gabriele D’Angiò, prestigiatore e mentalista già noto, ha tenuto desta l’attenzione con il suo “filo rosso del destino”, dimostrando, in questa edizione o le sue doti di mentalist e portando le sue capacità psichiche ad un nuovo livello di connessione col suo pubblico. Il mago Saykon oltre a fungere da presentatore, è riuscito a rendere partecipe i presenti con il suo enorme pallone di plastica fatto rimbalzare tra il pubblico tra l’entusiasmo dei ragazzi, per concludere con la dimostrazione delle sue capacità “predittive”. Franky Mattew, il primo illusionista che è riuscito ad unire nella sua magia la sua passione per l’illusionismo e la pittura, è stato accompagnato dalle sue colombe e pappagallini, che comparivano e scomparivano misteriosamente tra gli applausi del pubblico (ci ha confessato che una delle sue passioni è collezionare carte da gioco in tutti i luoghi che si trova a visitare, ma non ha voluto farci vedere dove tiene i suoi misteriosi uccelli). Candida Grimolizzi, da presentatrice a danzatrice nello spettacolo, nella vita ballerina e coreografa danza classica e moderna e performer orientale, ha entusiasmato con la sua performance orientalizzante, portando altro mistero nel mistero. Una serata da non dimenticare che ha preceduto l’attesa per il concorso La Lanterna Magica che il Ring mette in palio per il concorrente che eseguirà, secondo le regole dettate dall’Associazione Mondiale, i giochi più innovativi nelle diverse branche di cui la prestidigitazione si compone. Il Ring 108, organizzatore delle manifestazioni, fa parte dell’International Brotherhood of Magicians, che conta oltre 20.000 prestigiatori iscritti in circa 300 Ring (anelli) di una virtuale catena mondiale. Fondato nel 1950 dal Commendator Vincenzo Giglio, è la più antica associazione tuttora esistente in Italia. Ecco il resto del programma: Sabato 9 Aprile 11:00 - "La Lanterna Magica" - Concorso da Scena - presenta Max Barile 13:00 - Pranzo 14:00 - Apertura Case Magiche 15:00 - Conferenza Gabriele d'Angiò 16:30 - Conferenza Brando e Silvana 18:00 - Conferenza Vito Gattullo 19:00 - Chiusura 21:30 - Gala di close-up al Sirius con Riccardo Emma, Antonio Pucino, Saykon, Brando e Silvana, Matteo Malatesta Domenica 10 Aprile 10:00 - Apertura Case Magiche 10:30 - Conferenza Max Barile 12:00 - Conferenza Franky Mattew 13:30 - Chiusura convegno 15:00 - 18:00 Workshop Brando e Silvana (solo prenotati) Buon lavoro a tutti i maghi, con la speranza che con le loro magiche colombe portino la pace in questi giorni difficili. Bianca Fasano.

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- Letteratura

L’Emigrazione “transoceanica” della famiglia Vassallo

Pubblicato il 10 marzo 2022 da Amazon “L’Emigrazione “transoceanica” della famiglia Vassallo dal Cilento alle “Americhe”. Copertina flessibile; di Damian Lima Vassallo, Ezio Martuscelli, Alejandra Vassallo, Marcia Lima Vassallo (Autore), Alejandra Vassallo (Autore), & 2 altro. La famiglia Vassallo, capostipite Antonio con la moglie Giuseppa Stanziola, è per le sue complesse dinamiche emigratorie, di grande interesse. La conoscenza degli eventi che ne hanno caratterizzata la sua storia è un’opportunità per ricavare informazioni utili a delucidare percorsi non ancora esplorati concernenti l’emigrazione transoceanica dai piccoli paesi del basso Cilento (SA). Antonio e Giuseppa ebbero sette figli di cui sei emigrarono in paesi quali: l’Uruguay, Venezuela e USA. Nel presente volume sono riportati gli esiti di una ricerca riguardante un ramo della famiglia Vassallo di Centola (SA) che, partendo dai capostipiti, si sviluppa attraverso il figlio Giuseppe (emigrò a Montevideo, Uruguay negli anni “20 del secolo scorso) e la moglie Giovanna Colicigno e prosegue con la terza, quarta e quinta generazione. Questo articolo è acquistabile con il Bonus Cultura e con il Bonus Carta del Docente quando venduto e spedito direttamente da Amazon. Sono esclusi prodotti di Venditori terzi sul Marketplace di Amazon. Verifica i termini e condizioni dell' iniziativa Bonus Cultura 18app e di Carta del Docente.

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- Musica

Lunedì 7 Marzo - “ Le cose che non dici mai” - Sha’ Dong

Lunedì 7 Marzo - “ Le cose che non dici mai” - il nuovo singolo degli Sha’ Dong, sarà in tutti gli store digitali. “Le cose che non dici mai” è il primo di una serie di singoli che verranno pubblicati nel 2022 dagli Sha’ Dong. È una canzone che parla di desideri non espressi, di parole non dette, della frustrazione generata dalla sensazione di essere immobilizzati. Non a caso è il primo inedito della band dal 2020, anno di inizio della pandemia; per questa uscita gli Sha’ Dong scelgono, almeno in prima battuta, di non ricorrere ad alcun supporto fisico. Il brano vedrà la luce il 7 Marzo 2022, completamente autoprodotto, e realizzato sotto il profilo tecnico dalla stessa squadra di “Vita Liquida”, album precedente della band, entrato nel 2017 nella Top Ten Rock italiana su Apple Music. Il videoclip (in uscita il 14 Marzo) e l’immagine della band sono stati realizzati dagli studenti della DAM, accademia di formazione professionale in arti audiovisive e comunicazione, con sedi a Roma e Napoli. “Avevo preparato un post ironico per accompagnare questi scatti e pubblicarli sui social – dice Paolo Ryo, frontman della band – per annunciare il nostro ritorno dopo due anni di silenzio forzato. Qualche nuova canzone, un videoclip, uno shooting fotografico, la ripresa dei nostri spettacoli dal vivo. Piccole cose che per noi rappresentavano una rinascita. Però, mi capirete, non riesco a fare ironia in questo momento, e nemmeno a gioire di cose che, nella loro banalità, significano tanto per noi. In fondo sono solo canzoni” Non stupisce: gli artisti sono particolarmente sensibili ai periodi “neri” che vive l’umanità intorno a loro e, difatti, dopo le sofferenze causate dal coronavirus (COVID-19), percepiamo tutte le afflizioni causate dal recente, drammatico, scenario politico dell’Europa orientale. Da chi è formato il gruppo degli Sha’ Dong? Dal già ricordato Paolo “RYO” di Ronza (voce e sintetizzatori), da Paolo “LOVEKEY” Convertito (chitarre e sintetizzatori) e Gianluca “YNNO” Borrelli. Il loro sempre presente road manager è Domenico De Masi, che accompagna la band sin dall’esordio, ed insieme ad essa quest’anno si prepara a festeggiare gli 800 concerti in tutta Italia. Le canzoni composte degli Sha’ Dong vestono un abito che rimane in equilibrio tra Pop, Elettronica e Rock. Gli album: dopo “Metamorfosi” (EP del 2008), “Viola Elettronico” (2010), “Tra Veglia e Sonno” (2013), e “Vita Liquida” (2017), il gruppo, in linea con i nuovi trend di fruizione musicale, decide di partire dalla pubblicazione, su tutte le piattaforme digitali, di singoli non ancora legati ad un album fisico, riservandosi la possibilità di stampare supporti fisici alla fine del percorso. Gli Sha’ Dong sono una band Synthpop (o Synth Rock) che esiste ufficialmente dal 2006. La matrice compositiva ed estetica del gruppo è chiaramente ispirata agli anni ’80 (sia per nostalgia che per passione, come sostengono i rappresentanti del gruppo). Amano il viola che caratterizza i loro exploit, un colore che la stessa band da sempre ha adottato come tratto distintivo, definendolo il proprio “colore sociale”. Si tratta di un gruppo attivissimo, che, fino al blocco causato dal COVID, aveva l’abitudine di presentarsi al pubblico due o tre volte alla settimana, anche grazie al ri-arrangiamento di brani degli anni ’80, e ad un palmares di tutto rispetto. La Synth Rock band campana ha collezionato importanti successi in tutta Italia: nel Giugno 2006 furono tra i vincitori di “Demo-L’acchiappatalenti” su Radio1 Rai con il brano “Continuare”; nel Maggio 2008, vincitori del concorso nazionale “Note Nuove”, svoltosi a Gavirate, con il brano “Metamorfosi”; nel Giugno 2008, vincitori del concorso campano “Free Music” nella categoria “Miglior brano inedito” e “Migliore presenza scenica” con il brano “AnemiA”; siamo a Luglio 2008 e sono vincitori del concorso nazionale “Festival Pub Italia” in Sicilia e finalisti al “Pop Rock Contest” con il brano “Metamorfosi”, fino ad arrivare nel Novembre 2009 a calcare il famoso nonché “commovente” palco del “Piper Club” di Roma vincendo poi il “Tour Music Fest” come “Miglior Original Band” con il brano “AnemiA” (presidente di giuria MOGOL). Il 2013 li vede vincitori di “OraMusica”, concorso indetto dall’etichetta Zimbalam con il brano “Mi ami o no?”, che gli varrà anche la vittoria, nel 2014 del concorso web/televisivo “ItaliaTu” sulle reti MEDIASET. Nel 2015 vincono il premio per il migliore arrangiamento con il brano “Stella Polare” nel concorso “Fatti Ascoltare dalla radio” su Radio CRC; nello stesso anno sono ospiti al GIFFONI FILM FESTIVAL, Festival Internazionale del cinema per ragazzi. Nel 2017 sono tra i vincitori di “Jambo Music Contest”, concorso indetto da Radio Marte, con il brano “Mordimi”. Nell’estate 2021 il brano “Rinascere” passa su Rai 2, in occasione dei Campionati Europei di calcio, durante la trasmissione “Dribbling europei”. Gli Sha’ Dong hanno suonato inoltre come Opening Act per Max Gazzè, Francesco Sarcina (Le Vibrazioni), James Senese & Napoli Centrale, Verdena, Tony Esposito. Resta da ascoltare “Le cose che non dici mai”, il primo dei singoli del 2022, con l’augurio che la magia della musica risvegli di nuovo la gioia per tutti. Bianca Fasano

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- Letteratura

Infibulazione: uno sguardo alla drammatica situazione.

M.G.F. ED INFIBULAZIONE. UNO SGUARDO ALLA DRAMMATICA SITUAZIONE. In Italia, dal 2006, vi è una specifica disposizione penale relativa alle Mutilazioni Genitali Femminili: la legge n. 7/2006, che racchiude disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile (chiamata Legge Consolo). Attraverso questa, il Parlamento italiano intendeva tutelare la donna dalle pratiche di M.G.F, in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione. Malgrado questa legge e la precedente IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, di Pechino, 4-15 settembre 1995 con il successivo Programma di azione le mutilazioni sono praticate anche in Europa e in Italia, per effetto dell'immigrazione. In proposito L'OMS stima che sono più di 200 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali nei paesi in cui si concentra la pratica, e sono a rischio di mutilazione circa 3 milioni di ragazze ogni anno, la maggior parte delle quali prima dei 15 anni. Le mutilazioni genitali sono principalmente diffuse presso gruppi ed etnie dei Paesi dell'Africa subsahariana e della penisola arabica. Secondo le culture che la prevedono, l’infibulazione serve per purificare il corpo di una donna. I Paesi dove questa pratica è più diffusa sono Guinea (96% di donne infibulate sulla popolazione femminile totale) e Somalia (98%), stando ai dati dell’Unicef. Se ne conoscono vari tipi, con diversi livelli di gravità, di cui la più radicale è comunemente chiamata infibulazione, una pratica diffusa prevalentemente nell’Africa Subsahariana che l’immigrazione ha fatto conoscere, purtroppo, anche in Europa e in Italia. Non dimentichiamo, ad esempio, quanto è avvenuto a Piacenza il Settembre 2021, laddove un padre ha condotto le figlie in Africa, nel loro Paese di origine, con la scusa di una vacanza e invece le bambine sono state infibulate. L’uomo, residente in Italia insieme alla famiglia, venne arrestato. Troppo tardi, però. Giacché è giusto che sia così, ospitiamo da prima e poi rendiamo cittadini italiani a tutti gli effetti, esseri umani provenienti da ogni luogo del mondo e, in molti casi dalle terre dell'Africa, della penisola araba e del sud-est asiatico. Sappiamo che giungono in Italia per sfuggire alla fame e alla violenza, ma spesso, troppo spesso, conducono con loro una violenza terribile che appartiene per nascita a fattori culturali di cui noi Europei non possiamo accettare assolutamente la continuità nella nostra società. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno in Europa, 180 mila ragazze rischiano la mutilazione genitale mentre 500 mila l’hanno già subita. Gran Bretagna e Svezia sono alcuni esempi di Paesi dove molte donne sono mutilate. E' inutile fingere che la questione non ci riguardi: il fenomeno anche solo in Italia, interessa 30-35mila esseri umani. Personalmente, da anni, da quando sono a conoscenza della terribile presenza nel modo e in Italia dell'infibulazione femminile, di cui sono vittime migliaia di NOSTRE bambine immigrate, non riesco a prendere sonno serenamente. Tanto di più perché so che la tragedia personale della mutilazione genitale ha dimensione mondiale, poiché nel mondo sono oltre 120 milioni le donne vittime di questa pratica, in 29 paesi, con 3 milioni di bambine e ragazzine che ogni anno subiscono l'infibulazione e questo lo ricorda anche la bellissima immigrata Warris Dirie, Somala, famosissima modella che, per averla subita a tre anni ed essendone restata violentemente danneggiata nel fisico e nel morale, con la sua fondazione si batte in prima persona.La Waris oggi coordina la"Desert Flower Foundation", un’associazione che in Africa salva le bambine e le fa studiare nelle "Desert Flower schools”. A proposito della madre, che adesso combatte con lei contro la violenza delle M.G.F, afferma di averla perdonata e insiste sul fatto che le bambine a rischio devono essere monitorate dagli asili nido alla scuola. Occorre che il sistema sanitario induca un'educazione capillare sulla questione e che le legislazioni italiane siano chiaramente chiarite ed imposte agli immigrati, giacché nei loro paesi d'origine sono differenti e la violenza è spesso "di casa", tenendo presente che si tratta di questioni attinenti all'educazione impartita dalla nascita le quali devono essere divelte rendendo chiaro, anche in modo categorico ai nuovi italiani, di appartenere, essendo venuti sul suolo italiano per scelta, a una società che non acconsente a tale aberrante pratica. Solo nella capitale, infatti, dal 1996, sono state curate diecimila bambine torturate nella carne e nella mente. I dati arrivano dalla ricerca svolta in quattro regioni italiane e raccolti nel libro: "Sessualità e culture- Mutilazioni genitali femminili: risultati di una ricerca in contesti socio-sanitari", a cura di Aldo Morrone e Alessandra Sannella (1). La mutilazione genitale femminile è peggiore dell'aborto perché, come sostiene la stessa Warris: "Mutila l'individuo ma lo lascia in vita, a convivere con una tremenda realtà". Non ci possiamo nascondere dietro l'ipocrisia, dato che sappiamo come questa in Italia si pratichi a pagamento, anche se le nostre leggi vietano questa consuetudine. Sostiene il Dott. Morrone (2): "Nel nostro Paese ci sono ancora i medici e le anziane delle comunità che, a pagamento, praticano l'infibulazione e ce ne accorgiamo solo quando le donne vengono negli ambulatori e osserviamo danni recenti che fanno pensare a un intervento di questo genere". La scusa dei medici sta nel fatto che altrimenti le mutilazioni avverrebbero senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici e quindi l'intervento del medico elimina le situazioni a rischio che condurrebbero a infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto. Ma si dimentica di dire che i problemi sessuali e durante il parto sono l'elemento portante dell'infibulazione stessa. Non dimentichiamo, inoltre, che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel 2021 è uscito dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, un accordo internazionale promosso dal Consiglio d’Europa nel 2011 ed entrato in vigore nel 2014 per prevenire e combattere la violenza contro le donne, lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili. L’accordo è noto come Convenzione di Istanbul, perché fu ratificato nella città turca, e la Turchia fu il primo paese a firmarlo. Ringraziamo invece di cuore l'On. Emma Bonino, per la campagna diretta all'abbandono delle mutilazioni genitali femminili, da lei effettuata da sempre, che negli anni novanta, a fianco dell'organizzazione "Non C'è Pace Senza Giustizia (Npwj)", organizzò eventi, iniziative, conferenze e meeting su quest'argomento, con politici europei e africani. A seguito di queste proposte il Parlamento europeo adottò una Risoluzione di condanna delle MGF come violazione dei diritti fondamentali della persona. Un effetto positivo si vide nel dicembre del 2000, quando la stessa Emma Bonino visitò il villaggio di Tourela Mali, in cui la tradizione delle MGF è stata volontariamente ripudiata e sostituita da una festa, che riproduce il rito di passaggio dall'adolescenza all'età adulta. È necessario che siano messe in atto tutte le politiche sul territorio idonee a far rispettare anche l'articolo 583 bis del Codice di procedura Penale, il quale punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre all'infibulazione, anche la clitoridectomia, l'escissione o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo. Le disposizioni di quest'articolo sarebbero ottimali se fossero attuate, in quanto si applicano nel caso che il fatto sia commesso all'estero da cittadino italiano ovvero da straniero residente in Italia, ma anche in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. Le leggi ci sono: occorre che siano messe in pratica perché, come sostiene la Warris: "Bisognerebbe mettere in atto una vera forma determinata, seria, mirata, decisa, contro chi tollera questo crimine e perseguire tutti quelli che ancora lo commettono". (1) Lo studio ha esaminato un campione composto da 1.421 persone che lavorano in ambito socio-sanitario. Coinvolgendo 313 mediatori culturali e 1.108 operatori sanitari si è cercato di capire chi di loro era venuto a contatto con bambine a rischio di infibulazione. (2) Direttore dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà" (Inmp) Bianca Fasano

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- Storia

Benito Mussolini, da pacifista a guerrafondaio

Così come per Hitler, anche per l’italiano Benito Mussolini sarebbero tali e tante le cose da narrare che conviene limitarsi all’essenziale, rimandando le biografe alle mille occasioni presenti sia in cartaceo sia sul web. Nacque a Dovia di Predappio (Forlì) il 29 luglio del 1883. Figlio di Alessandro, fabbro ferraio, e di Rosa Maltoni, maestra elementare e quindi, a differenza del suo “collega” Hitler, non ebbe, nell’infanzia, motivo di esperienze nefaste. D’altra parte non gli assomigliava né nel fisico, né per il carattere. Visse un'infanzia modesta e serena. Un punto cardine è l’iscrizione al Partito Socialista Italiano, laddove dimostra subito un acceso interesse per la politica attiva come il padre, figura rappresentativa del socialismo anarcoide e anticlericale di Romagna. Emigra in Svizzera nel 1902, allo scopo di evitare il servizio di leva e si guadagna le basi della propria cultura politica. Lo rivediamo in Italia nel 1904, per un'amnistia, a compiere comunque il proprio il servizio militare nel reggimento bersaglieri di stanza a Verona, tuttavia viene posto in congedo nel 1907. Poi schedato come sovversivo" e "pericoloso anarchico". Lo ritroviamo nel1908, a scrivere per un periodico socialista sotto pseudonimo. Continua a farsi notare e il 18 luglio viene arrestato e condannato a tre mesi di carcere. Esce e vi rientra in settembre, per aver tenuto a Meldola un comizio non autorizzato. Seguendolo occorre dire che la sua strada di politico e rivoluzionario gli sembrava consona. Potremmo continuare a seguirlo, tra proteste, giornalismo, espulsioni e insegnamento precario. Non era persona che si adattasse alle formalità, per cui la sua unione con Rachele Guidi, non ebbe carattere religioso e neanche civile. Nel settembre 1910 nacque Edda, poi Vittorio nel 1916, Bruno nel 1918, Romano nel 1927, Anna Maria nel 1929. Nel 1915, intanto, si era sposato, prima civilmente e nel 1925 in Chiesa. Giungiamo alla direzione del giornale socialista “Lotta di classe” e alla segreteria della federazione socialista. Conserva, intanto, la sua impronta rivoluzionaria che male si assimila con la tradizione razionale e positivista del marxismo, così com’era inteso dagli uomini più rappresentativi del P.S.I. Nel 1910, tenta, senza successo, di provocare l'uscita dal P.S.I. della federazione socialista forlivese ma resta solo. Intanto sopraggiunge la guerra di Libia, nel periodo in cui era stato condannato a cinque mesi e mezzo, di reclusione per avere partecipato alle manifestazioni del 1911 contro la guerra in Africa. Insiste a mostrarsi un uomo contrario alla guerra, e il primo dicembre 1912 assume la direzione dell' “Avanti!” Allo scoppio del conflitto mondiale lo troviamo ancora, come sempre, allineato sulle posizioni ufficiali del partito: di radicale neutralismo. Cosa modifica le sue convinzioni? Forse il convincimento che sarebbe stato opportuno sfruttare l'occasione offerta dalla prima guerra mondiale, per condurre il popolo verso il rinnovamento rivoluzionario, dimostratosi altrimenti impossibile. Da quel momento tutto cambia e troviamo Mussolini dimissionario e scrittore di un articolo in cui chiariva il suo mutato programma: - "Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante"- appoggiato dall'assemblea straordinaria del PSI milanese. Tuttavia la direzione nazionale non fu d’accordo e il 15 novembre Benito Mussolini pubblicò il nuovo giornale "Il popolo d'Italia", ultranazionalista, radicalmente schierato su posizioni interventiste, a fianco dell'Intesa. Il giornale conseguì immediatamente un clamoroso successo di vendite. Finito il Mussolini non interventista. Finito il Mussolini socialista (fu espulso dal PSI tra il 24 e il 29 novembre 1914). Arrestato a Roma mentre si accingeva a presiedere un comizio interventista, il 24 maggio, all’entrata in guerra dell’Italia, definì questa giornata "la più radiosa della nostra storia"e nell’agosto del 1915 venne richiamato alle armi. Mi fermo qui. Ho inteso soltanto (semplificando), chiarire come un uomo contrario alle armi (aveva tentato di evitare il servizio di leva), contrario alla guerra e socialista di nascita, abbia poi potuto portare l’Italia in un sodalizio guerriero che tante sofferenze ha provocato al popolo italiano ed ha condotto lui a tanta gloria e tanta infamia, finendo calpestato (ignobilmente), dallo stesso popolo che lo aveva osannato nelle piazze, appeso a testa in giù, esposto, da morto, nel Piazzale Loreto, a Milano. In proposito, un mio caro amico, generale a riposo, all’epoca poco più che ragazzo, era presente e narrava, inorridito, dei calci sul volto di un uomo che folle plaudenti avevano seguito senza ragionare, così come “Escape from Freedom - Fuga dalla libertà - prevede. “L’analisi di un apparente paradosso: l’uomo moderno ha raggiunto la libertà, ma non riesce a usarla per realizzare completamente se stesso.” Osannare un leader, sembra essere ancora oggi il desiderio delle masse. Non pensare singolarmente, piuttosto lasciarsi guidare ciecamente. Il mio amico generale mi raccontava di osservare tutto come se fosse un sogno impossibile. Lui, fatto crescere con la Gioventù italiana del Littorio (GIL), vedere appeso per i piedi, dopo essere stato deturpato in volto, l’uomo che masse plaudenti avevano seguito, accecate. Vedere come una “suorina”, nell’osservare inorridita il corpo a testa in giù, con le gonne abbassate, di Claretta Petacci, avesse sentito pudicamente la necessità di chiudere con una “spilla ‘e nutriccia” (da balia), quella gonna al centro. Veniamo all’ultimo scritto “ufficiale” di Mussolini: - “La 52a Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi venerdì 27 aprile sulla piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto. Mussolini”. Ho osservato quel documento, piccolo pezzo di carta su un foglio protocollo tagliato a metà ed evidentemente, piegato in quattro, conservato da chissà chi. Alle spalle vi è stato applicato un sostegno per evitare che si rompesse. Più “autentica” di così una grafia non potrebbe essere ed ecco la firma, che ci dice (questa volta a bassa voce), come Benito Mussolini, nell’ambito personale, poco o nulla si riconoscesse, se non come “Mussolini”, poiché il nome non c’è, in sostanza mai, nella sua firma, tranne in qualche eccezione del 1945, laddove, inconsciamente, fa rientrare la sua personalità individuale. Tra le eccezioni vi sono le lettere che scrisse, in sostanza ogni giorno, a Claretta Petacci, in cui si firmava, incredibile a dirsi, “Ben.” Altisonante, firma a denti di squalo nei momenti felici, con quella M che, nel tempo, cresce a dismisura, fieramente. In tutta la grafia di Mussolini abbiamo la predominanza delle “M” e delle “N” che ricordano quelle insegnate a scuola e definiamo come “arcate”. Possiamo riscontrarvi un’esteriorizzazione della personalità che si unisce a diffidenza, tendenza a porre distanza dall’altro, attaccamento alle proprie origini, alla propria individualità, la convinzione di avere dei valori da tramandare, di conservare ed accrescere il prestigio del cognome che porta e la considerazione sociale di cui gode. Anche la fedeltà al modello che si è costruito. Lettere che conservano almeno in parte la loro fisionomia, anche nella scrittura decisamente aguzza. Nel foglio sbiadito dell’ultimo Mussolini alcune caratteristiche vengono meno: vediamo delle m (compresa quella della firma), a ghirlanda, ossia appuntite e che formano quasi una u. Anche nella firma. Evidentemente, non volendo (non potendo), dubitare dell’autore (non sarebbe stato conservato con tanta accuratezza un falso), devo pensare che l’uomo arrestato e poi ucciso era “un altro Mussolini”. Chi era, invece, il “vero” Mussolini? Quello della “lettera al re”, per esempio. Così sicuro di sé nell’inserimento del foglio, parimenti distaccato dal lato sinistro (diciamo il passato, la madre), felicemente lanciato verso il destro con una grafia spigolosa, le lettere maggiori molto grandi, la pressione evidenziata, gli allunghi inferiori (vedere le effe), gonfi di fantasie, i ricci spavaldi, le “T” con le aste che corrono avanti, imperative. E’ un uomo adatto al comando, scoppia di salute, potrebbe avere la pressione alta ed è vigoroso. Niente a che vedere con la salute malferma di un Hitler. Lo dimostra appena può, con molto protagonismo, facendosi vedere a petto nudo mentre lavora nei campi. Un uomo cui piacciono le donne, che si tiene lontano, anche se appare socievole. Lo dimostra lo stretto di parole e tra parole. Dove sono gli occhielli delle “o” e delle “a”? Schiacciati, macchiati, appuntiti. Non era una persona che poteva pazientare, piuttosto calpestava ogni intralcio che potesse impedirgli di condurre a termine ciò che aveva deciso. La sua grafia era, dunque, acuminata ed angolosa, limitatamente leggibile, dalle dimensioni letterali in maggioranza grandi e dalla pressione notevolmente marcata, con un tratto ben inchiostrato, esuberante, con ragguardevoli allunghi inferiori e superiori e un buon grado di aderenza al rigo di base. Lui era senza dubbio collerico, sempre in movimento, con una intelligenza di tipo pratico (non come Hitler, che era un teorico) e non sempre si rendeva conto in pieno dei guai in cui poteva cacciarsi. Certamente succube di protagonismo e di un certo soggettivismo - come dimostrano i tratti prolungati orizzontalmente a fine parola - munito di un fortissimo orgoglio. Non ammetteva di poter sbagliare e voleva mostrarsi generoso verso i deboli, ed instancabile nell’operatività, sia fisica sia mentale. A differenza di Hitler non era un anaffettivo, tuttavia aveva tutti i difetti del “superuomo”. Bianca Fasano. 1)Libro dello psicoanalista di Francoforte Erich Fromm, Stati Uniti, Farrar & Rinehart, 1941. 2) Il documento, noto agli storici fin dall’immediato dopoguerra e diverse volte pubblicato è stato donato all’archivio milanese dell’INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia) “per essere messo a disposizione degli studiosi”. 3) L’epistolario completo, per la maggior parte inedito, scritto dal Duce durante i seicento giorni della Repubblica di Salò. «A Clara. Tutte le lettere a Claretta Petacci 1943-45 di Benito Mussolini» (pagine 408, euro 24,90), per la Mondadori.

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- Società

Noi sessantottini, la scuola e la pancia delle ragazze.

Ho vissuto il sessantotto, anche essendo ai margini per l’età (ero un po’ più giovane), perché mi ritrovavo nelle classi e nelle università in cui il movimento studentesco aveva più vivacità. Il temperamento “allergico alle ingiustizie”, l’ho portato con me nella scuola, come insegnante per cui i miei ragazzi avevano una spalla forte che li proteggeva, una coscienza libera da tecnicismi sterili, l’ottica di chi non dice: “Ho ragione perché ho ragione”, in un’epoca in cui essere insegnanti aveva ancora “il registro dalla sua parte”. I ragazzi: i miei migliori amici, per la fiducia che avevo nel loro desiderio di giustizia. Oggi, però, sono sconvolta, da insegnante in pensione, dal concetto di giustizia che sembra essere presente tra gli allievi (e, si direbbe, anche nella dirigenza) del Liceo Righi di Roma. Occorre dire che sono bravi: si sono organizzati, hanno scritto un manifesto, si sono vestiti sexi e sono riusciti anche a fare arrivare la foto sui giornali. Decisamente possono essere orgogliosi. «Tutto si è scatenato perché durante un'ora di buco con un compagno stavamo facendo un balletto da postare su tik tok - racconta la ragazza -. Lei è entrata senza dire nulla. Noi ci siamo rimessi a sedere e ci siamo scusati. A quel punto mi ha accusato di mercificare il mio corpo. E poi davanti alla vicepreside - denuncia la ragazza - la professoressa ha insistito, alzandosi la maglietta e muovendosi in modo sensuale per farmi capire che non voleva darmi della prostituta, ma tutelarmi. Ma a me ha detto un'altra cosa: che stavo vendendo il mio corpo». Dice la ragazza, parlando all’Adnkronos (un'agenzia di stampa multicanale di informazione e comunicazione italiana con sede a Roma). Probabilmente non ha avuto tanta istantanea attenzione Greta Thunberg, l’attivista svedese diventata famosa per il suo sciopero contro il cambiamento climatico al primo picchetto davanti al Parlamento del suo Paese. La professoressa del liceo Righi di Roma, al centro delle polemiche per il commento rivolto a una studentessa, sarà sottoposta a procedimento disciplinare. Io resto perplessa: siamo al centro di polemiche inesauribili per la durata del green pass, per i “no vax” l’utilizzo degli studenti che perdono la vita mentre sono impegnati in un percorso di alternanza scuola lavoro (e tanti studenti stanno, giustamente, protestando). Se non bastasse, abbiamo i venti di guerra tra Russa ed Ucraina a tener desta l’attenzione, la difesa dell’ambiente, il nucleare, la Corte costituzionale che boccia il referendum sull'eutanasia, la mutilazione genitale femminile (MGF) che continua a imperversare, la violenza sulle donne, l’alto numero degli stupri anche in ambito scolastico, la presenza del razzismo con insinuazioni di nazifascismo… Insomma, di motivazioni per creare manifesti, fare cortei, protestare, ce ne sarebbero davvero tante, senza tirare in ballo il preteso “sessismo” di una sola insegnante che si è espressa infelicemente in un momento già tanto difficile per la scuola dove (causa covid), si dovrebbe essere ben lieti di riprendere le attività scolastiche in presenza. Invece no. Il sessantotto ha avuto i suoi difetti, le sue vittime, e i suoi morti. Che cosa volevamo noi sessantottini? La nostra battaglia era basata tra l’altro contro il consumismo e, fin da allora, in difesa dell'ambiente, preavvisando tanti discorsi ambientalistici divenuti oggi tema centrale nei movimenti giovanili, laddove questi ci sono. L’idea era l’attuazione di manifestazioni, sempre nonviolente, che ci permettessero visibilità. C’era comunione tra studenti e operai e, tra i tanti episodi, resta famoso quello per cui il 9 febbraio del '66, a Milano, furono arrestati due anziani tipografi e sei giovani studenti e lavoratori. L’accusa: quella di aver diffuso volantini a favore dell'obiezione di coscienza, e di incitare i militari alla disobbedienza. Senza dimenticare che fra il 1º novembre 1955 e il 30 aprile 1975 giungevano le notizie della guerra combattuta in Vietnam, dei giovani morti assurdamente. “C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” cantava Gianni Morandi, nel 1966. Parlando di Licei, le prime scosse del terremoto studentesco ebbero come epicentro il "Parini", a Milano. Successivamente, il ruolo di guida della contestazione passò ad uno dei licei più in auge nell'ambiente borghese della capitale, situato al quartiere Prati - una delle zone più eleganti di Roma: il "Mamiani". La storia sarebbe lunga e, forse, i nostri simpatici studenti del Liceo Righi, di Roma, farebbero bene a rileggerla, magari con l’aiuto degli insegnanti. Questi ragazzi non fanno cortei studenteschi preoccupati per la pace nel mondo, per il consenso negato all’eutanasia, per cambiare i programmi scolastici usurati, per il rischio della guerra in Ucraina, perché contrari al nucleare, per salvaguardare la terra, per la libertà di pensiero. NO: loro protestano perché una dei loro insegnanti si è espressa male di fronte ad una studentessa che ballava in classe, pare ripresa da un cellulare, esibendo l’addome. Si è detto tanto contro di noi sessantottini, però, scusate. ERAVAMO DI ALTRA PASTA. Bianca Fasano.

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- Sociologia

Fuori dalle gabbie

Fortunatamente vi sono persone mentalmente vigorose, che difficilmente si lasciano ingabbiare. Riconoscerle è certamente positivo, in quanto il loro apporto, l’amicizia, se non il sentimento, fa bene a chi vive loro accanto. C’è un ma: chiaramente, per essere come sono, hanno l’innata propensione a schivare quanti procurano loro energia negativa. E’ possibile che abbiano già sperimentato quanto possano risultare vani i tentativi di modificare, per amore o per questioni di lavoro, quanti, invece, hanno la tendenza a vivere in modo energeticamente dannoso e di conseguenza hanno la perenne capacità di ribaltare sugli altri le proprie carenze ed infelicità. Siete tra questi individui fortunati? Lo siete divenuti nel tempo? Vediamo: Stiamo parlando di quanti, nel momento in cui entrate in un salotto affollato, annotate che si muovono nell’ambiente con naturalezza, parlano con tutti, però dedicano la loro attenzione soltanto ad alcuni e non è detto siano quanti sono considerati i principali protagonisti della serata. Perché? Non amano farsi risucchiare energie da persone negative e la costante fiducia che ripongono in se stesse, le conduce a stimarsi per ciò che valgono, senza sentire la necessità di approvazione di quanti vengono considerati “personaggi importanti” di un circuito di amici. Nel contattare, invece, gli individui annoiati, costantemente in crisi con se stessi e con le loro esperienze di vita, sono in grado di neutralizzarle e di fare in modo che il loro atteggiamento non influisca sulla propria vita. Le persone mentalmente forti comprendono la propria personalità, sanno fino a quando sono in grado di sopportare e non pongono le proprie forze continuamente a repentaglio. Non rischiano più del necessario. Questo mi ricorda una frase che mi disse molti anni fa una di queste persone. Era una bella donna, non italiana, che aveva deciso di lasciare la città, per vivere in un circuito più tranquillo, dopo avere vissuto un brutto periodo: “Non cadi più in crisi?” Le chiesi. “No; capita ancora. Però, in passato, mi ritrovavo in un fosso a guardare su verso l’alto, chiedendomi come risalire. Invece, adesso, se pure vi cado, porto con me già una scala per recuperare il piano superiore.” Sembra una sciocchezza, pure è una verità utile. Conoscere i propri limiti significa evitare di porsi (ancora), in condizione di pericolo e anche di sapere come trarsi fuori da quelli che tutti possono vivere: i momenti di sconforto, gli attacchi della vita, giunti all’improvviso cui non si può rifuggire. Sei una persona mentalmente forte? In quel caso, anche se sembri disponibile al dialogo e ascolti, col volto diretto verso chi ti parla, con lo sguardo diretto e, magari, il mento appoggiato alla mano, sei ben decisa a non concedere a nessuno il diritto di porti in crisi e modificare il modo con cui hai appreso ad affrontare le bufere della vita. Un po’ come capita quando ci conosciamo facilmente portati a raffreddarci ed evitiamo di trovarci nelle condizioni di rischiare. La prudenza nei confronti di situazioni che possono destabilizzare non è, al contrario di quanto si può credere, una debolezza. Piuttosto una forza: si diviene resistenti ai complessi stimoli che ci premono ad intraprendere percorsi che non si è disposti ad intraprendere. Abbiamo lasciato alle spalle le caratteristiche di quanti costruiscono gabbie per se stessi, o sprofondano in baratri di catalessi. L’essere che stiamo osservando ha forse combattuto con fasi negative, può darsi che, di tanto in tanto, ancora ne abbia memoria ma sta decisamente cercando di divenire mentalmente forte. Essere indipendenti vuole forse dire non amare? Non dedicare se stessi ad azioni complesse e laboriose? Escludere dalla propria vita gli altri e divenire egoisti? No. Non è questo il senso. Nel momento in cui, leggendo queste righe, vi renderete conto di volere divenire anche voi capaci di guidare la vostra esistenza verso fasi migliori, dovrete cominciare con l’idea principe: ogni giorno è buono per modificare se stessi. Questo mi ricorda un mio professore di sociologia (laurea presa da adulta, al solo fine di migliorarmi), il quale cominciò la sua prima lezione proprio con una frase simile: -“Oggi è un ottimo giorno per modificare voi stessi, se qualcosa di voi vi rende deboli e infelici. Ora è un ottimo momento. Potete farlo.” Bianca Fasano. Da: Bianca Fasano. “La grafia dell’amore e dell’odio ed altri metodi di conoscenza dell’essere umano III. https://www.amazon.it/gp/product/B08M2LKN1D/ref=dbs_a_def_rwt_hsch_vapi_taft_p4_i4

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- Medicina

In memoria di un grande medico

Ignác Fülöp Semmelweis (Buda, 1º luglio 1818 – Döbling, 13 agosto 1865) è stato un medico ungherese. La storia della sua vita ci insegna come (basti pensare alla teoria eliocentrica e al geocentrismo), sia molto difficile andare contro quelle che sono le convinzioni della “scienza” del momento. Svolse i suoi studi di medicina presso l'università di Pest e a Vienna. Oggi, per i suoi importanti contributi allo studio delle trasmissioni batteriche da contatto e alla prevenzione della febbre puerperale, è noto anche come “il salvatore delle madri. “ Semmelweis nel 1847 scoprì che, nelle cliniche ostetriche, l'alta incidenza di febbre puerperale poteva essere drasticamente ridotta mediante la disinfezione delle mani. Per questo motivo, nel 2013 l'UNESCO, ha deciso di inserire alcuni documenti sulla scoperta di Semmelweis nel registro della Memoria del mondo.[5] Dal 1969 l'Università di Budapest, che all'epoca della sua morte si chiamava Reale Università ungherese di Scienza, è stata rinominata Università Semmelweis in suo onore. Stiamo parlando di quelli che, al guardarli dall’esterno, possono sembrare elementi di minore importanza, tuttavia sappiamo bene, attualmente (e il covid ce lo sta ulteriormente insegnando), il gesto di lavarsi le mani, può addirittura salvare vite. La propria o altrui. Se non bastassero le nostre convinzioni nate dall’insegnamento della vita, basterebbe, per rendersene convinti, leggere le cifre che Onu e Unicef pubblicizzano sui milioni di morti, specie bambini e specie del Terzo Mondo, “uccisi” ogni anno da mani sporche. Anzi, meglio dire: mani non lavate. Perché lo “sporco”, il microrganismo infettivo può esserci, ma non si vede. Con questo torniamo al nostro medico ungherese di metà Ottocento, che, in un momento di ignoranza della scienza medica, intuì, senza neanche comprendere il perché, la necessità di lavarsi le mani. Che lo facessero i medici, le infermiere e qualsiasi essere umano potesse entrare in contatto diretto con le pazienti. Tuttavia, invece di essere esaltato per gli evidenti risultati, questo medico subì, per la sua scoperta, l’ostracismo brutale dei colleghi. Come per tanti benefattori dell’umanità, la gloria e i riconoscimenti furono postumi. Il dottor Ignaz Semmelweis ,lavorava presso un ospedale di Vienna in ostetricia e notò che in un padiglione, gestito da medici, moltissime donne morivano dopo il parto di sepsi o febbre puerperale (l’11% circa). L’osservazione (il fatto che si morisse più in ospedale che a partorendo a casa), era giunta chiara anche alle partorienti, che si rifiutavano di andare a far nascere “in sicurezza” i loro figli in ospedale. L’altra stranezza notata dal medico era che, in un altro padiglione, dove ad aiutare le donne a partorire erano solo ostetriche, i decessi erano appena l’1%. Il fenomeno doveva apparire in forte contrasto: dunque, se l’intervento al parto era effettuato da una ostetrica, c’erano meno possibilità che si morisse di febbre puerperale, piuttosto che da un dottore? E quale poteva essere la causa di questa paradossale differenza? Il dottor Semmelweis avrebbe potuto trarre una idea già osservando come vestivano i medici nel quadro di Rembrandt che esalta la medicina: abiti neri con ampi colletti bianchi. Niente a che vedere coi camici bianchi attuali che mostrano ogni piccola traccia di eventuale sporco. Tuttavia lo comprese di sua mano, effettuando l’autopsia su un suo caro amico e collega, morto dopo breve malattia. Ebbe modo di notare che nel suo corpo si trovassero le stesse lesioni che si trovavano nelle salme delle puerpere che i medici dell’ospedale dissezionavano come ricerca e prassi normale. In realtà pochi giorni prima, il suo amico si era ferito mentre eseguiva proprio un’autopsia su una neo-mamma. Ecco allora che cosa lo aveva ucciso, ed ecco come si era trasferito il contagio: per contatto. Alle puerpera avveniva esattamente il contrario: accadeva, difatti, che nell’ospedale, medici e studenti passassero direttamente nelle sale parto dopo aver eseguito autopsie e, per quanto oggi la cosa ci appaia strana, nessuno di loro nemmeno si sognava di lavarsi le mani. Semmelweis ebbe una illuminazione: con le mani infettate dalle dissezioni eseguite sulle puerpere morte, gli ignari ginecologi diffondevano il contagio. Ed ecco perché il padiglione condotto dalle ostetriche risultava più salutare. Chiaramente l’illustre (quanto maltrattato) medico, allo scopo di verificare la sua tesi,dispose l’obbligo che colleghi e studenti si disinfettassero le mani con cloruro di calcio prima di entrare in sala parto. Chiaramente il calo delle morti per sepsi fu un vero crollo: era il 1847 e in un anno anche il padiglione dei medici ostetrici si attestò sull’1% di decessi. Vi aspettate che il nostro medico ricevesse il plauso dei colleghi? Che la sua ordinanza di cambiare le lenzuola delle partorienti volta per volta avesse comprensione? In ospedali dove l’acqua corrente nei reparti pareva “inutile”, convincere tutti alla necessità di avere le mani pulite vi fu una rivoluzione, non la sua, ma quella dei colleghi e, in conseguenza, dei paramedici. I medici si dichiararono offesi per essere stati tacciati da untori, per cui si coalizzarono contro di lui e riuscirono a farlo cacciare ben due volte. Il nostro grande salvatore finì in manicomio, dove morì nel 1865. La sua splendida idea non venne accettata e i colleghi di Semmelweis orgogliosamente, continuarono a mostrare il sangue sui colletti bianchi, laddove strofinavano le mani dopo le autopsie e non accettarono affatto di umiliarsi a lavarsi le mani e cambiarsi di camice nel passare dalle autopsie alle puerpere. Ci andarono di sotto le pazienti, che continuarono a morire di febbre puerperale. Passarono quarant’anni - e i lavori di Pasteur sulla contaminazione batterica - perché la geniale intuizione di Ignaz Semmelweis fosse accettata e applicata in modo generalizzato. Nel 1894, il grande medico poté avere un degno monumento funebre eretto dalla città natale di Budapest. Intanto lui era morto. Bianca Fasano

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- Società

Quegli inaffidabili amici stupratori

Ricordo, avevo circa quattordici anni e non ubbidii, la prima e ultima volta, a un sacro principio di mia madre: “Non accettare passaggi in macchina da nessuno. Neanche da amici fidatissimi e parenti”. Drastico. Senza ulteriori spiegazioni. Non era il tempo (sto parlando di cinquanta anni fa), in cui le mamme e le zie dessero spiegazioni esaurienti su chi poteva assumere, per un bambino, una bambina, una ragazza, le fattezze dell’orco. Uscivo da scuola con un’amica di banco, in anticipo sull’orario e due colleghi di scuola -giovanissimi entrambi ma più grandi e patentati - ci proposero di accompagnarci a casa. Fossi stata da sola, forse non avrei accettato, però ero in compagnia e salimmo in auto. Mi accorsi subito che non ci stavamo dirigendo verso la strada giusta e neanche dieci minuti dopo eravamo: Parco della rimembranza – viale Virgilio. Anche le “innocentine” come noi l’avevamo sentito nominare e più tardi (molto più tardi), diventerà il protagonista di una canzone di Tony Tammaro. Ricordato anche nel film di Luciano De Crescenzo, “Così parlò Bellavista”, laddove la scena della coppia che si apparta nel parco non la dimentica più nessuno. Non si parlava, al tempo, e forse neanche accadeva che raramente, di stupri effettuati dai compagni di classe, da “amici fraterni” e dal “branco”. Bei tempi. Malgrado ciò mi si rizzarono i famosi capelli in testa e un allarme risuonò vivace, mentre la mia amica restava piuttosto tranquilla. Tuttavia erano “bravi ragazzi”, Quando io chiesi di scendere, trovando la scusa che in quella zona abitava -improbabile- mia nonna e “mi lasciassero lì che sarei andata a pranzo da lei”, semplicemente capirono che “non ci stavamo” e ci riportarono a casa. Raccontai alla mamma e non volò il meritato ceffone. Oggi, cosa è cambiato nella testa di troppi ragazzi? Come mai, proprio in tempi di grande liberazione sessuale, laddove i rapporti intimi tra giovani sono all’ordine del giorno fin da giovanissimi, il maschio, invece di relazionarsi positivamente con una ragazza, facendo coppia decide di stuprare “col branco”? Che cosa fa nascere, cosa è “il branco?” La prima immagine che viene alla mente è quella riferita ai lupi, guardando al loro “funzionamento” dobbiamo chiederci: “Ci si può illudere che, invece,l’essere umano sia in grado di vivere rispettando un perfetto meccanismo sociale?” La risposta è “NO”. Ad osservare bene lo svolgersi della maggioranza di situazioni in cui “una ragazza minorenne”, in stato d’incoscienza parziale o totale, è stuprata da un gruppo, annotiamo in molti casi due caratteristiche terribili: 1) la ragazza in questione viene “isolata”, come fanno le belve feroci con un gruppo di animali da aggredire 2) si forma intorno a lei il “Branco”, che diviene come un'entità a se stante, un "essere unico", che si rende capace di crudeltà e disumanità inimmaginabili ed irrealizzabili dal singolo individuo. Una delle cose che colpisce fortemente è che, in molti casi, “la vittima designata” è abbandonata dalle altre ragazze del gruppo. Questo gruppo che, al contrario di quanto avviene per “il branco”, non è unito, non è compatto, non difende gli altri individui femminili. Anzi, sembrerebbe spesso “distratto” o, magari, “spaventato singolarmente” dall’idea che difendere l’altra ragazza implichi il rischio di divenire oggetto di vittimizzazione. In effetti molto probabilmente nessuno degli appartenenti ad un "branco" riuscirebbe a compiere atti così violenti o illeciti, se dovesse attuarli da solo o se la violenza si dovesse perpetrare su più di un individuo femminile. Lo studio effettuato dalla psicologia sociale relaziona il comportamento del branco alla dinamica della "de individualizzazione". Un effetto che ritroviamo anche quando un gruppo di persone, sia pure in vista di una situazione di pericolo che riguardi un altro individuo, non si sente “in dovere” di intervenire in quanto si percepiscono anonimi e confusi e ci si attende sempre che ad intervenire sia “l’altro”. Nel caso, invece, dell’appartenenza (momentanea o di lungo termine) al branco, è pensabile che il loro comportamento sia indirizzato soprattutto dalle regole che si sono instaurate e sono condivise in quel determinato gruppo di persone. Non è più il singolo individuo che ubbidisce alle proprie credenze e valori personali. Gli studi sociologici e psicologici effettuati sul “Branco”, lo vedono caratterizzato come un'entità poco razionale, molto volubile e spesso anche molto violenta, che adatta il comportamento alla situazione del momento e, forse, ad altre situazioni simili. Se aggiungiamo che la figura femminile, “in sé e per sé”, si direbbe attiri la violenza, le cose, evidentemente, si complicano. É comunque accertato che ci sia una violenza sessuale denunciata ogni 131-132 minuti. Rileviamo una media quotidiana di 11 tra stupri e abusi( tra quelli che le vittime non tacciono), più di 300 fascicoli nuovi al mese. La Direzione centrale di polizia criminale diffonde statistiche operative elaborate che ci colpiscono profondamente e sintetizzano le storie e i drammi di centinaia e centinaia di persone violate, in prevalenza donne e ragazze. Unico dato positivo: la diminuzione di decessi per droga e tossicodipendenza dal 2004 al 2018. D’altra parte è un fatto che, dati Istat: “Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).” Il dato che veramente preoccupa è che, mentre sembrano cogliersi importanti segnali di miglioramento rispetto all’uso della violenza fisica e sessuale da parte dei partner attuali e da parte degli ex partner, e cala pure la violenza sessuale (in particolare le molestie sessuali, dal 6,5% al 4,3%), perpetrata da uomini diversi dai partner, resti invece alta la percentuale della violenza nelle sue forme più gravi (stupri e tentati stupri) come pure le violenze fisiche da parte dei non partner e sia aumentata la gravità delle violenze subite. C’è però un altro dato da tenere presente, ossia che , pur non annotando uno stravolgimento dei trend rispetto al pre-pandemia (come forse ci si sarebbe atteso), l’uso di alcol è aumentato tra le ragazze adolescenti (e diminuito tra i ragazzi), restando comunque molto elevato il livello complessivo di consumo in questa fascia di età. Con i rischi collegati quando, oltre alle bevande alcoliche, le minorenni che si recano a “festini” più o meno organizzati, in compagnia di più ragazzi, fanno uso di sostanze stupefacenti e si riducono in condizione di non essere più in grado di badare a se stesse né tantomeno, alle amiche con cui si trovano a vivere quell’esperienza. Si direbbe che “il branco”funzioni fra gli uomini e venga decisamente meno, fra le donne, laddove, invece, ci si dovrebbe aiutare l’un l’altra. Nei maschi il comportamenti del branco funziona fin troppo e tende ad essere difficilmente governabile in presenza di vittime facili e dopo che si attivino (o siano addirittura premeditati), meccanismi già utilizzati in precedenza o schemi di movimento a volte imprevedibili. A monte di tutto ciò, sia per il comportamento delle giovani (alcool/droga e tendenza a porsi in condizioni di rischio), che allo scopo di prevenire queste dinamiche violente da parte dei maschi, bisognerebbe davvero cogliere anticipatamente e porre un freno al disagio di questi, spesso giovanissimi, ragazzi e ragazze per aiutarli ad incanalare i loro interessi e l’aggressività in forme socialmente ammesse. Come lo sport. Bianca Fasano Dati’Istat nell‘Indagine conoscitiva sulle dipendenze patologiche diffuse tra i giovani aggiornata con i dati 2020.

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- Letteratura

Sogno o son desto? L’elezione del Presidente.

Erano settimane che si parlava, ad ogni occasione, delle prossime elezioni del Capo dello Stato. Mattarella bis? Oppure… complicate motivazioni escludevano che lo potesse divenire il presidente del Consiglio Mario Draghi. Sergio Mattarella aveva fatto capire chiaramente (e dagli torto), di non essere disponibile per un secondo mandato. Sembrava possibile la candidatura di Silvio Berlusconi, però aveva rinunciato. Assistevo, piuttosto demoralizzato alle infinite diatribe nei vari salotti della politica, seguivo da giorni le votazioni, però appariva chiaro che non si sarebbe risolta facilmente la questione, visto che tra i partiti, c’erano ancora molte divisioni. Rai Uno: ed ecco che si parlava degli incontri in atto. Tuttavia le certezze su un candidato "autorevole e di alto profilo istituzionale" non sembravano esserci. Terza serata di votazioni: le cose non andavano in modo molto differente dalla prima, laddove, terminato il primo scrutinio, si erano contate 672 schede bianche e qualche nome messo lì, si direbbe, tanto per farlo. Divertente annotare che, causa covid, Senatori, deputati e eventualmente i delegati regionali positivi al covid, dovevano votare come in drive in, entrando a bordo della propria vettura per dirigersi a uno dei gazebo. Armati di mascherina Ffp2, infilavano dei guanti e votavano senza scendere dall'auto. Per uscire utilizzavano un altro cancello del parcheggio. C’era chi, prontamente, sanificava la scheda e la immetteva, come le altre, nelle urne. Provavo ad immaginare questa scenetta ripetuta molte volte dagli stessi positivi. Non doveva essere divertente. Mi faceva piacere pensare che anche persone “comuni”, come Liliana Segre, che, a mio parere, dovrebbe vivere in eterno per ciò che ci ricorda agli altri e ricorda lei stessa, sia da considerarsi una “grande elettrice”. Anzi, mi veniva fatto di pensare che nessuna, meglio di lei, risponderebbe alle caratteristiche espresse da Conte che, parlando del Presidente della Repubblica lo vede come “Una figura super partes, di alto livello, che ci renda tutti orgogliosi". Liliana Segre è molto anziana. Forse sarebbe meglio una persona più giovane anche dei tanti papabili. D’altra parte la legge prevede che “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici” e che “L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.” In teoria potrebbe essere eletto un qualsiasi cittadino Italiano. Pensavo. Per quanto tutto avvenga per mezzo di scrutinio segreto e che il presidente della Camera, Roberto Fico, leggerà soltanto il cognome scritto sulla scheda, alcuni giochi sono certamente già fatti. Si dice: fatta la legge, scoperto l’inganno! Mi dicevo che non sarebbe stato facile raggiungere il quorum: Nelle prime tre votazioni serve il quorum qualificato dei due terzi del Parlamento in seduta comune: cioè 673 elettori su 1009. Tra l’altro, a causa della morte di uno dei “grandi elettori”, il numero era sceso ai 1008, però, prima della seconda votazione la Camera si era già riunita per eleggere il sostituto del poverino e il numero dei Grandi elettori era tornato a 1009. Come dice un mio caro amico politico; “in politica non ci sono vuoti”. O qualcosa di simile. Venendo ad adesso, assisto in diretta al quarto scrutinio, laddove è prevista la soglia della maggioranza assoluta: 505 elettori su 1009. I presidenti di Camera e Senato non partecipano al voto. Mi dico che, alla fine, sarà una fumata nera come sempre, perché il presidente della Camera dei deputati comincia con le schede bianche, poi prosegue a leggere qualche cognome e si sa bene che difficilmente quelli chiamati in causa saranno tra gli eletti. Resto un po’ sconcertato nel sentire pronunciare chiaramente: “Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle.” Poi: bianca, bianca, bianca,un bel po’ di volte. Quello che mi stupisce è il fatto che ci sia un papabile che si chiami proprio come me: Ludovico Roncisvalle. So che gli elettori a volte si divertono. Tra le schede sono usciti anche Pepito Sbazzeguti, anagramma di Giuseppe Bottazzi, il Peppone dei film "Don Camillo", Amedeo Sebastiani (Amadeus), Alberto Angela, Claudio Sabelli Fioretti, Alfonso Signorini, Bruno Vespa, Giorgio Lauro e Giuseppe Cruciani della trasmissione radiofonica “La Zanzara”, Mauro Corona. Claudio Lotito, Dino Zoff, Claudio Baflioni e Al Bano. Però, rieccoci con Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle, Ne conto una cinquantina, poi sessanta, settanta, ottanta. Ma chi sarà mai? Chiaramente i conti non tornano neanche questa volta e si dovrà a tornare a votare. Però quel Ludovico Roncisvalle deve avere fatto effetto sul pubblico di giornalisti, perché la sera non si parla d’altro che di lui. Ci si chiede chi sia, parente di chi che si è divertito a passare il nome e il cognome ad un nutrito numero di votanti. C’è aria di nervosismo. Il giorno successivo oltre a venir nominata Elisabetta Belloni tra i papabili, Giorgia Meloni viene fermata da un gruppo di giornalisti che vogliono sapere se viene dal suo gruppo quello strano Ludovico Roncisvalle. Lei sembra arrossire sotto la mascherina, però sostiene che il loro nome sarebbe Carlo Nordio. Azione e + Europa nominano, invece, Marta Cartabia, attuale ministra della Giustizia. Siamo alla quinta votazione, e il quorum da ottenere per l’elezione del Capo dello Stato si è già abbassato da quota 673 (i due terzi dei grandi elettori), fino alla maggioranza assoluta di 505 voti. Gli incontri nei vari salotti hanno proposto quello strano “Ludovico Roncisvalle” a vari politici presenti e - finalmente - è venuto fuori che si tratta di qualcuno che esula dalla politica. Si sussurra sia un insegnante di matematica (io insegno matematica e fisica), che si è distinto per qualcosa. (Io ho salvato due bambini che stavano affogando, la scorsa estate!) Mi torna alla mente che proprio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mi ha conferito assieme ad altre trentatré persone, una onorificenza al Merito della Repubblica Italiana quale cittadino che si è distinto per atti di eroismo. Gli altri trentadue si erano distinti per atti di eroismo, per l'impegno nella solidarietà, nel volontariato, per l'attività in favore dell'inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella promozione della cultura, della legalità, del diritto alla salute e dei diritti dell'infanzia. Insomma. Comincio a sentirmi tremare le gambe sotto. Mi domando: ma davvero una qualsiasi persona che ubbidisca ai requisiti può essere eletto Presidente della Repubblica? Può succedere che lui non ne sappia proprio niente? che venga eletto a sua insaputa? Se così fosse, ci si può rifiutare? Comincio ad avere i brividi. Cosa mi toccherebbe fare se fossi eletto? Come me la caverei se scoppiasse una crisi politica e il governo arrivasse alle dimissioni? Non conosco bene neanche la Costituzione Italiana! Dovrebbero insegnarla a scuola dalle elementari! Mentre ragiono e sragiono, ecco che la quinta votazione prosegue e quel “Roncisvalle” non viene più neanche più dopo il nome. Oramai sembrano conoscerlo tutti e Fico lo pronuncia di seguito, alternato a qualche scheda bianca e a qualcuno dei nomi papabili: Ricciardi, bianca Roncisvalle, Roncisvalle, Draghi, Mattarella, Roncisvalle, Roncisvalle, Roncisvalle, Nordio, bianca, bianca,Cartabia, Cartabia, bianca, bianca Belloni, Roncisvalle, Roncisvalle, Roncisvalle… Il nome Roncisvalle è diventato oramai famoso ed anche se non si giunge neanche con questa votazione, all’elezione del Presidente, riesce a raggiungere l’inverosimile numero di voti di 430. Quando termina la seduta ci si rende conto che occorrerà ricominciare domani. Le operazioni di voto, a scrutinio segreto,avvengono nelle quattro nuove cabine elettorali con l’urna in cui depositare la scheda. Si è dovuto provvedere ad un sistema di aerazione, per consentire la sicurezza delle procedure, garantendo comunque la riservatezza del voto. Oggi certamente quel cognome uscirà dall’aula. Quel Ludovico Roncisvalle sarà pronunciato da tanti! Nella mia casa non ho nessuno cui raccontare gli strani fatti: vivo da solo. Mia madre è morta un paio di anni fa e non mi sono mai sposato. In questi giorni, a causa di numerosi positivi nella mia classe, sto lavorando in smart working, ossia in DAD e questa mattina, mentre spiegavo qualche regola di matematica, i miei allievi hanno sussurrato il mio cognome più volte. Roberto, che è il più vivace mi ha chiesto se fossi parente di quel Roncisvalle di cui tutti parlano. Già: se ne parla anche alla TV, nei telegiornale, su internet ci si pone domande. La mattina della sesta giornata di votazione c’è un mare di giornalisti all’inseguimento di Salvini e della Meloni. Inseguono anche Conte, in diretta. Nella trasmissione che segue giorno per giorno le votazioni ci sono i soliti pettegoli che sanno sempre tutto e il “mio” cognome passa di bocca in bocca. Qualcuno sussurra: “Possibile, l’età c’è, è quasi in pensione”, un altro: “pare che abbia ricevuto una onorificenza proprio dal Capo dello Stato”. La giornalista è verde in viso, perché non riescono a mettersi in contatto con “il diretto interessato”. Sembra si nasconda. Però hanno trovato il numero di cellulare. Provano a chiamarlo in diretta. Lo strano è che il mio, di cellulare, ha cominciato a squillare dalla mattina. Ho pensato che fossero i soliti disturbatori di qualche gruppo telefonico che insiste. Non rispondo. Sento un brusio che sembra provenire da sotto il mio palazzo. Mi avvicino alle tende, le scosto e guardo giù. Strano! Gruppetti di persone, mi sembra abbiano delle telecamere. Le puntano verso di me e mi sottraggo alla vista. Ho altro da pensare! Inizia la sesta votazione! Mi porto il cibo ed un bicchiere di vino per seguirla attraverso il programma non stop di Rai Uno. Mi appisolo, mi risveglio e seguo lo svolgersi della trasmissione “NON stop”, laddove vedo facce stralunate. La giornalista precisa: “Sappiamo tutti che, teoricamente, i grandi elettori possono eleggere qualsiasi cittadino o cittadina con più di cinquant’anni che abbia diritti civili e politici. Non è mai successo fino ad oggi che sia giunto al voto un caso simile. L’importante è che nei primi tre scrutini ci sia la maggioranza qualificata per eleggere il presidente, ossia i due terzi dei grandi elettori: 673 voti. Però oramai abbiamo superato il quarto scrutinio e basta la maggioranza assoluta, cioè il cinquanta per cento più uno, 505 voti. Queste due soglie, anche dette quorum, non variano in base ai votanti.” Prende la parola uno dei grandi invitati a queste trasmissioni, ossia psicologi, sociologi, giornalisti quotati, direttori di testate: “Una volta eletto, il nuovo presidente dovrà effettuare il giuramento nel giro di qualche giorno. Vero che non c’è una regola né una prassi!” Un altro tra i presenti ricorda: “Saragat e Pertini giurarono il giorno dopo la loro elezione, mentre Gronchi giurò quasi due settimane dopo. Mattarella venne eletto il 31 gennaio 2015 e giurò il 3 febbraio, giorno in cui scadeva formalmente il suo mandato”. La giornalista precisa: “Un caso di rifiuto non si è mai visto, anche se è previsto dalla Costituzione. Come si può sentire ad essere eletto qualcuno che non sapeva neanche di essere papabile? Non possiamo sapere quale potrebbe essere la sua reazione!” Le immagini ritornano ai risultati delle votazioni ed è il mio cognome che risuona, letto in successione una infinità di volte. Sto lì ad attendere cosa accadrà ed infine pare che ci sia la proclamazione del Presidente della Repubblica! Roberto Fico prende la parola! Tutti tacciono in aula. Il presidente della Camera dice: “Comunico il risultato delle votazioni al sesto scrutinio, presenti e votanti 995. Maggioranza assoluta dei componenti l’assemblea 505. Hanno ottenuto voti: Roncisvalle 665… qui segue un applauso che coinvolge tutti i presenti ed io divento livido. Fico completa:”Proclamo eletto presidente della Repubblica Ludovico Roncisvalle”. L’aula se ne cade letteralmente per gli applausi. Sento che da sotto il mio palazzo una folla applaude allo stesso modo e chiama il mio nome a gran voce: “Professore Roncisvalle! Professore Roncisvalle!” Percepisco di sentirmi stordito, mi scuoto, avverto come se qualcuno mi scrollasse più volte. Apro gli occhi: mi sono addormentato sulla poltrona! “Professore!” “Sì, lo so, sono stato eletto! Accetto!” “Professore! Che dice? Ha lasciato la macchinetta del caffè sul fuoco! È scoppiata! Mi hanno chiamato i signori Gragnani che abitano a fianco! Meno male che avevo le chiavi di riserva! Ma che ha fatto? Si è addormentato?” Guardo in viso il portiere. Giovanni è spaventato. “Sogno o son desto?” Chiedo. “Siete desto, professò, però prima dormivate della grossa! Vi sentivo russare, pure sopra le chiacchiere del programma in TV!” “E il presidente?” “Niente di fatto, professore… vediamo che succede domani.” Bianca Fasano

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- Società

Riflessioni sulla discriminazione sessuale

Devo essere sincera: alla luce della mia personale convinzione che a ciascuno sia possibile scegliere la propria sessualità (tenendo fuori, ovviamente, quanti dirigono il loro interesse per i bambini), mi ero chiesta come mai molte pubblicità di prodotti dimostrassero apertamente la loro “gay friendly”, quasi che la cosa fosse messa in discussione e chiarirla, ancora necessario. Però, seguendo ultimamente “Grantchester”, una serie televisiva britannica prodotta a partire dal 2014, laddove un personaggio, Leonard Finch (un giovane prete anglicano, assegnato come curato alla parrocchia di Sidney Chambers a Grantchester), trova molte difficoltà sociali, legali e psicologiche, essendo omosessuale,mi sono resa conto come sia il raggiungimento di una effettiva liberazione per tanti, questa libertà sessuale e non basti mai sottolinearla, in tutti gli ambiti in cui si può, perché non è davvero così scontata come si vorrebbe credere. Leonard Finch , pur amando un uomo, lottando con la sua omosessualità, a un certo punto si fidanza con una donna del posto, finendo poi per lasciarla. Mi ha richiamato alla memoria la storia di un grande scienziato del passato: Alan Turing. “ (…) controllato dalla società dell’epoca per le sue pulsioni sessuali ritenute illegali, (…). Nel 1952 purtroppo, fu Alan Turing stesso a mettersi nei guai, denunciando un furto, avvenuto a casa sua. Difatti il ladro. una volta che venne preso, asserì di essere stato pagato da Turing per prestazioni sessuali e quindi averlo derubato. In conseguenza di ciò lo scienziato fu processato e nel 1952, riconosciuto colpevole, dovette scegliere tra il carcere e le iniezioni di estrogeni (che al tempo erano ritenute una cura, appunto, per l’omosessualità maschile), per un anno. L’8 giugno 1954 fu trovato morto nel suo letto dalla domestica Si sosterrà poi che si fosse avvelenato mangiando una mela intrisa di cianuro di potassio. Tuttavia occorre ricordare come gli piacessero molto le mele (la cosa era risaputa), e che non fosse affatto difficile iniettare il cianuro nella polpa della mela. Qualcuno ha poi sostenuto che Alan Turing fosse restato colpito dalla favola di Biancaneve e della mela avvelenata.” “ Sul tema doveva essere confuso, o forse desideroso di “normalità”, si pensi che apprese a fare la maglia da una ragazza che aveva deciso di sposare, nonostante la propria omosessualità. Si chiamava Joan Elisabeth Lowther Clarke. Le chiese di sposarlo e le confessò la propria omosessualità, lei accettò lo stesso, però Turing decise in ogni caso di non sposarla e sciolse il fidanzamento nell'estate del 1941. Restarono tuttavia amici fino alla morte di lui.” Alan si suicida. Il personaggio di “Grantchester”, a causa di un miserabile ricatto, finisce per perdere il lavoro nella Chiesa e dover affrontare un processo, durante il quale - nonostante l'appassionata testimonianza di William Davenport (reverendo di Grantchester), come testimone del personaggio - viene condannato a sei mesi di carcere. Ribaltata, quindi, una volta di più nella passata realtà in cui i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT) sia nel Regno Unito che altrove, non erano protetti e ricordando come nel nostro mondo globale continuino ad essere messi in discussione, perché nel mondo ci sono ancora settanta Paesi dove essere gay é addirittura illegale (in alcuni si rischia la morte), mi sono detta come continui ad essere importante che, sia nelle fiction che nei film e nelle pubblicità sia fondamentale intensificare un messaggio non discriminatorio. D’altra parte è soltanto del 2013 una affermazione che suscitò un mare di poteste e costrinse una grande casa produttrice di pasta a fare marcia indietro: "Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri". Questa la frase pronunciata da xxxxx xxxxxx durante la trasmissione La zanzara di Radio24 che mosse, al tempo, un fiume di polemiche sul web, social network, nei palazzi della politica fino a diventare materia del contendere tra aziende è da ricordare. In seguito, invece, le pubblicità hanno cambiato atteggiamento. Infine: con una affettuosa memoria ad Alan Turing e ai tanti che hanno patito le leggi discriminatore e una particolare attenzione a quanto ancora si dovrà fare per aiutare quanti vivono, nel mondo, pericolose discriminazioni, battiamoci tutti perché vengano abbattute ogni tipo di disparità, anche sottilmente nascoste. Bianca Fasano

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- Società

Lo scienziato che voleva essere Biancaneve.

(Da: “La grafia dell’amore e dell’odio ed altri metodi di conoscenza dell’essere umano” Bianca Fasano.) Alan Mathison Turing nacque il 23 giugno 1912 a Maida Vale, quartiere di Londra da Julius e Sara Turing. Suo padre era un funzionario e sua madre era figlia di un ingegnere esperto e vivevano entrambi a Madras, in India. In conseguenza di ciò sia lui che suo fratello maggiore John, si spostavano da una famiglia adottiva ad un’altra, mentre i loro genitori vivevano in India. Alla Sherborne Public School nel Dorset, a sedici anni, fece amicizia con Christopher Morcom, brillante studente più grande di età, con cui condivideva l'amore per la scienza e la matematica. Per due anni, i ragazzi trascorrevano assieme più tempo possibile. Chiaramente erano innamorati. Purtroppo Morcom morì improvvisamente. Nell’autunno del 1931 nel King’s College l’omosessualità, sebbene illegale, era largamente sopportata. Ed è lì che Alan divenne l’amante di James Atkins, un compagno di corso. Non dimentichiamo, però, che la legge nota come “emendamento Labouchere” (1885) puniva con pene severe gli “atti di oscenità grave” tra adulti disponibili, dello stesso sesso (sarà abolita nel 1967). Giungiamo al 1939 (quando l’Inghilterra entrò nella seconda guerra mondiale), e Turing, con i suoi precedenti di esperienza e conoscenza scientifica, fu invitato a far parte dei servizi di spionaggio all’interno di un gruppo di critto -analisti, a Bletchley Park, nella così chiamata Stazione X, con lo scopo precipuo di decrittare i messaggi militari nazisti codificati, attraverso la macchina Enigma. Fu proprio Turing a realizzare un procedimento (noto come Turingery), grazie al quale gli inglesi furono in grado di decifrare i messaggi nazisti codificati da Enigma, sfruttandone gli errori crittografici. Ossia, al momento che due messaggi fossero inviati per errore con la medesima chiave di codifica, il Turingery sarebbe stato in grado di estrapolare il codice usato per criptare entrambe le trasmissioni e quindi di decrittare il contenuto dei messaggi. Soltanto dopo lo scioglimento del segreto militare, sono stati resi pubblici i successi ottenuti dalla squadra di Alan Turing, sia per quanto riguarda la decodifica dei messaggi navali, sia nel criptare i messaggi vocali (con un sistema chiamato Delilah), insieme all’invenzione della procedura del “bunburismo”. Non sappiamo in quale percentuale, tuttavia è indubitabile come l’attività di Turing abbia concorso ad accorciare la durata del conflitto mondiale e quindi abbia permesso di evitare la morte di molte migliaia (forse milioni) di vite umane. Malgrado quanto detto, la vita di Alan Turing, controllato dalla società dell’epoca per le sue pulsioni sessuali ritenute illegali, non venne resa più facile. Nel 1952 purtroppo, fu Alan Turing stesso a mettersi nei guai, denunciando un furto, avvenuto a casa sua. Difatti il ladro. una volta che venne preso, asserì di essere stato pagato da Turing per prestazioni sessuali e quindi averlo derubato. In conseguenza di ciò lo scienziato fu processato e nel 1952, riconosciuto colpevole, dovette scegliere tra il carcere e le iniezioni di estrogeni (che al tempo erano ritenute una cura, appunto, per l’omosessualità maschile), per un anno. L’8 giugno 1954 fu trovato morto nel suo letto dalla domestica Si sosterrà poi che si fosse avvelenato mangiando una mela intrisa di cianuro di potassio. Tuttavia occorre ricordare come gli piacessero molto le mele (la cosa era risaputa), e che non fosse affatto difficile iniettare il cianuro nella polpa della mela. Qualcuno ha poi sostenuto che Alan Turing fosse restato colpito dalla favola di Biancaneve e della mela avvelenata. Tra le carte che lasciò nella sua volontà all'amico e collega matematico Robin Gandy, è stato ritrovato un taccuino. Gandy consegnò i documenti lasciati da Turing al Centro archivi del King's College di Cambridge nel 1977. Tuttavia tenne il taccuino per sé, usando le sue pagine bianche per scrivere i suoi sogni su richiesta del suo psichiatra. Rimase in suo possesso fino alla sua morte nel 1995, e contiene alcuni passi altamente personali. Lo studioso di Turing Andrew Hodges ha detto che il taccuino getta più luce su come Turing "è rimasto impegnato nel lavoro di libero pensiero in matematica pura". Si tratta di un taccuino scritto a mano dal genio rompicapo della seconda guerra mondiale, Alan Turing,[1]un manoscritto di cinquantasei pagine, che fu elaborato al tempo in cui il pioniere matematico e informatico stava lavorando per infrangere i codici Enigma in apparenza inaccessibili, usati dai tedeschi durante la guerra. Contiene le sue complesse notazioni matematiche e informatiche. Il prezzo base di vendita presso la casa d'aste Bonhams era $ 1,025,000. Il taccuino di Turing risale al 1942, quando lui e il suo gruppo di cryptanalisti erano al codice della seconda guerra mondiale e alla scuola criptica Bletchley Park. In una voce, Turing ha scritto di una notazione di calcolo complessa. "Trovo la notazione Leibniz, estremamente difficile da capire, nonostante sia stata quella che ho capito meglio una volta!" Aggiungendo:- "Certamente implica che alcune relazioni tra x e y sono state definite ad esempio, y (uguale a x2 + 3x." - La vendita includeva anche una macchina di cifratura Enigma tedesca, funzionante. Il dispositivo a tre rotori, fabbricato per l'esercito tedesco nel luglio del 1944 è stato venduto per $ 269.000. L'acquirente è restato un mistero e parte del ricavato devoluto in beneficenza. Per studiare la grafia di Alan Turing, mi sono avvalsa anche di alcuni fogli del taccuino contenente i suoi appunti sul Codice Enigma e sull'informatica, venduto all'asta da Bonhams con un prezzo base di quasi 1 milione e 300 mila euro ed altri suoi scritti che sono riuscita a rintracciare, ovviamente sempre in copia fotografica. Il quadernetto conta 56 pagine e risale al 1942 e Turing lo lasciò in eredità con tutto il suo archivio al collega matematico, Robin Gandy. Quest'ultimo ne fece poi dono dell'archivio al King's College dell'università di Cambridge, tenendo per sé il taccuino, che alla sua morte fu rintracciato sul banchetto di un venditore di libri usati nella cittadella universitaria. Fu poi fu acquistato da un compratore rimasto a tutt'oggi anonimo. Calcolando le dimensioni del foglio, si suppone un 20 x 29, quindi il calibro (l’altezza delle lettere minori) è piccolo. Per averne una visione più chiara delle dimensioni in uno delle immagini dei fogli è stato inserito un centimetro. La grafia sembra procedere attivamente verso destra, quindi, benché non lo si possa asserire con eccessiva determinazione, azzarderei che non siano presenti gli elementi che assieme, fanno pensare che esista il pensiero suicidario ed a questo motivo non lo inserisco nel gruppo dei suicidi. Come forse farebbe Dante.[2] D’altra parte, per altre ragioni che con la grafologia hanno poco o nulla a che vedere, resto dell’idea che Alan Turing, nonostante la pressione sociale, non avesse intenzione di suicidarsi e propendo per il fatto che sia stato ucciso. Guardando alla grafia, il segno “Larga tra parole” ci parla di tendenza alla critica, al ragionare su tutto, a discutere su ogni cosa, per cui caratterizza il soggetto per un fervido impulso al ragionamento, al giudizio, all’analisi, e tale impulso è proprio di coloro che tendono a coltivare le facoltà mentali. Un Larga tra parole più Disuguale metodico, delinea quel “concettualmente originale” che lo contraddistingue in bene e in male (rispetto ai tempi e ai luoghi in cui viveva e lavorava). “Veloce” è però anche indice d’irrequietezza, di azione a base di emotività, che si bilancia con la minuziosità propria dello scienziato, per certe parti della scrittura. Annotiamo nei segni grafici una percentuale (non perfettamente accertata dato il materiale in possesso), dell’apertura superiore per le a e le o, che indica la facilità dell’istinto sessuale (verso il proprio o l’altrui sesso), che si presenta come una specie di “intenerimento vago e non ben definito”, e si rispecchia nell’inclinazione sessuale. Spiegando così le sue ricerche di compagnia, che lo condussero, anche, alla conoscenza di quel ragazzo (e di altri prima e dopo), da cui poi subirà sia il furto che la successiva accusa da parte delle autorità. Un intenerimento della parte affettiva che si ripercuote su qualunque cosa. Questo spiega altresì perché fosse molto amato dai bambini, con cui intratteneva un ottimo rapporto amicale. Ricordiamo in tal senso la lettera autografa firmata ("Alan Turing"), a Maria Greenbaum (conosciuta come: "Cara Maria"), la figlia di otto anni del suo analista junghiano, in cui le spiega, con l'aiuto di tre diagrammi, le mosse necessarie per giocare con successo al solitario. Scrive tra l’altro: -"Spero che tutti voi abbiate una bella vacanza nella Svizzera italiana, non sarò molto lontano in / Club Mediterranée / Ipsos-Corfù / Grecia / Tua / Alan Turing."- La lettera, di due pagine più allegato, è in ottime condizioni, datata 10 luglio 1953. La conoscenza con la famiglia del dott. Franz Greenbaum junghiano, rifugiato prima della guerra dalla Germania nazista che si era stabilito a Manchester nel 1939 con sua moglie Hilla e le loro due figlie, Barbara e Maria, nacque in conseguenza del fatto già accennato, cioè che il 31 marzo 1952, Turing fu portato in giudizio per aver condotto una relazione sessuale proprio con il ladro da lui denunciato. Alan non aveva mai nascosto di essere omosessuale, ma l’Inghilterra del tempo non lo ammetteva, per cui, allo scopo di evitare la prigione, accettò di sottoporsi a iniezioni dell'ormone estrogeno ossia ad una forma di castrazione chimica. A ragione del fatto che l’omosessualità al tempo era considerata una malattia, intraprese un'analisi con il dott. Franz Greenbaum. Nel tempo divenne un amico intimo della famiglia ed è per questo che successivamente Maria ricordava: - "Mi sono molto affezionato a lui ed è sempre stato molto amichevole. Alla fine divenne più un amico di famiglia che un paziente di mio padre. Mi ricordo che ha cenato spesso con noi. Dopo cena si sarebbe seduto per terra mentre giocavo a Solitaire. Ho pensato che fosse così bello. Era una persona molto calda che si interessava sempre a quello che stavo facendo. Mi sono molto affezionato a lui ... Aveva una balbuzie e si mordeva le unghie. (…) lo ricordo sempre come gentile e amichevole. “-[3] All’epoca Il trattamento aveva lo scopo di sopprimere gli impulsi omosessuali. Turing pare avesse confidato ad un amico: -"Ho fatto un sogno che indica piuttosto chiaramente che sto per diventare etero, anche se non lo accetto con molto entusiasmo né sveglio né nei sogni".- Sul tema doveva essere confuso, o forse desideroso di “normalità”, si pensi che apprese a fare la maglia da una ragazza che aveva deciso di sposare, nonostante la propria omosessualità. Si chiamava Joan Elisabeth Lowther Clarke. Le chiese di sposarlo e le confessò la propria omosessualità, lei accettò lo stesso, però Turing decise in ogni caso di non sposarla e sciolse il fidanzamento nell'estate del 1941. Restarono tuttavia amici fino alla morte di lui. Tornando alla grafia, non è affatto detto che ci possa mostrare la sua tendenza al suicidio (ammesso che l’abbia fatto). Volendo seguirlo per comprenderlo meglio (anche per capire se soffriva di mancanza di libertà a causa della sua omosessualità), ricordiamo l'estate del 1953 e la sua vacanza nel nuovo resort Club Med a Corfù. Aspirava ad essere libero di se stesso e probabilmente poté esserlo, nel lungo viaggio in treno, verosimilmente facendo sosta a Parigi e ad Atene. Al ritorno certamente poteva avere incontrato molti uomini. Possiamo considerare che fosse stato giovane, libero e single? E’ di quel periodo la cartolina spedita alla famiglia Greenbaum ("Frau Dott. FM Greenbaum - und Kinder"-), dalla sua vacanza di Corfù: -"Spero che tu ti stia divertendo come me qui a Corfù. È tremendamente caldo e si indossa tutto il giorno cose da bagno."- Venne indirizzata al loro hotel a Lugarno e reindirizzata a Manchester, timbro 23 luglio 1953. L’immagine è una miniatura di Fouquet nella Bibliothèque Nationale, di David che apprende la morte di Saul (quasi una predizione degli eventi successivi), tratta dalle Antichità degli ebrei di Giuseppe. Annotiamo che la firma uguale al testo Indica equilibrio tra l’Io individuale e l’io sociale, il che significa che Alan fosse sempre lineare sia in ambito privato sia pubblico, ossia si comportasse allo stesso modo. Un modo comunque singolare, specie per l’epoca e l’Inghilterra. Rielaborando quindi: i segni positivi già noti, ossia: Calibro piccolo, in un quadro in cui riscontriamo sia le aste rette, sia cenni di Piantata sul rigo + Minuziosa, il filiforme, ci conduce invece alla sua debolezza fisica, ma innanzi tutto psicologica, che lo ha portato da giovanissimo ad appoggiarsi al primo amico (più grande di lui), e alla insicurezza che si riscontra in quel “Titubante + Tentennante unito al Calibro piccolo. Anche nelle lettere personali (vedasi Dear Maria), mantiene il rigo. E’ attaccato in modo equilibrato a sx (al suo passato, alle sue origini), ma anche teso verso la destra ed il futuro. Guardando a qualche particolare i tagli delle “t” bassi”indicano una personalità che si esprime con democraticità e capacità di adattamento, decisamente poco legata alle cose materiali, la quale, tuttavia, necessita di serenità e tranquillità, nella casa e negli ambienti di lavoro, per riuscire al meglio. Pur se convinto delle sue ragioni (il taglio T proteso in avanti), mostrava interesse alle esigenze degli altri, allo scopo di trovare un punto di condivisione per evitare scontri e lunghe discussioni. Era un individuo vulnerabile, che avrebbe dovuto vivere in condizioni sociali dove la sua omosessualità non gli avesse imposto limiti e rotture, con la possibilità di esprimersi apertamente e godere anche del sostegno e dell’appoggio degli altri. Fu invece costretto all’introversione e al nascondimento, che non gli era connaturato. Aggiungiamo che i segni grafologici: “Calibro piccolo e Disuguale metodico”, lo conducevano alla ricerca di perfezione in tutti i settori della vita, compreso quello emotivo ed affettivo (associamo quel “Filiforme e Curva,” che fa assomigliare la sua grafia a quella femminile). Non era destinato alla soddisfazione, in quanto giudicava se stesso e gli altri con un eccesso di critica e severità (lo riscontriamo per le “Aste rette” e la tendenza a “Piantata sul rigo”), che non lo appagava (annotiamo il calibro in diminuzione). Riscontriamo un’intelligenza singolare e insoddisfatta sempre dei risultati (con “Triplice larghezza” e con un “Largo tra lettere” talora sopra media), che riesce a raggiungere una serie di ideazioni degne di nota (contesto con buona ritmicità + Attaccata). Il segno filiforme ci parla della sua sensibilità e della importanza che dava alla dimensione emotiva ed affettiva, oltre che spirituale. D’altra parte la scrittura è anche colma di segni dell’insicurezza, di ritorsioni, di impronte quali Titubante e Tentennante, e inoltre da una mancanza di omogeneità del calibro (in diminuzione). Per difendersi, riconoscendosi debole, tendeva a porsi in disparte (per Calibro piccolo + Filiforme), e porre la massima attenzione per non incorrere in errori, utilizzando austerità e fermezza (momenti di Piantata sul rigo e Aste rette). Nell’insieme si comprende perché abbia cercato le certezze, che in qualche modo riscontrava in ambito scientifico e matematico, laddove poteva anche trovare soddisfazione. La sua grafia, ricercandola sia negli appunti che nelle lettere private, assume caratteristiche contraddittorie, se pure nella sequela successiva dello scritto e questo ce lo presenta in momenti di “fluida” in altre dove appare “piantata sul rigo”, con le aste rette, ed è comunque, quella di uno scienziato: Disuguale metodico del I tipo, Calibro piccolo con Minuta e Minuziosa, Triplice larghezza , non omogenea nei tre valori, ed in ultimo aiuta anche Accurata compita (per l’esigenza di ordine, di sistematicità e così via). Voleva essere libero, però nello stesso tempo anche, necessitava dell’approvazione sociale. La sua omosessualità, vissuta in quel tempo e in quei luoghi, non gli permettevano entrambe le cose. Nell'estate del 1954 Turing accompagnò la famiglia del dott. Franz Greenbaum con sua moglie Hilla e le loro due figlie, Barbara e Maria in una vacanza a Blackpool, dove le ragazze ebbero modo di constatare qualcosa della sua condizione sempre più tesa. Barbara ha ricordato: -"Alan si presentò a casa nostra in un vestito molto strano, che sembrava il suo “school cricket whites”. Pantaloni bianchi che arrivavano a metà delle caviglie e una camicia bianca molto spiegazzata. Ma è stata una bella giornata di sole e Alan era di buon umore e siamo partiti. Poi pensò che sarebbe stata una buona idea andare alla Pleasure Beach a Blackpool. Abbiamo trovato la tenda di un indovino e Alan ha detto che gli sarebbe piaciuto entrare, così abbiamo aspettato che tornasse. E questo volto solare e allegro si era ridotto a un volto pallido, tremante e pieno d'orrore. Qualcosa era successo. Non sappiamo cosa dicesse il chiromante, ma ovviamente era profondamente infelice. Penso che sia stata probabilmente l'ultima volta che l'abbiamo visto prima che venissimo a sapere del suo suicidio"-[4] Alcune settimane dopo la signora Hilla portò a Maria e alla sorella la notizia della sua morte: - "Lo ricordo molto chiaramente, mia madre che entra nella mia stanzetta e dice: "Ho qualcosa da dirti, Alan è morto". Ero molto turbata e mi sono girata di lato sul letto e ho pianto. È stato molto difficile da accettare a quell'età. La morte di un amico. Sono diventata molto affezionata a lui nei 18 mesi che ha visitato mio padre, che ha cercato di aiutarlo. Mi sento molto privilegiata di essere stato una parte molto piccola della vita di qualcuno che è ben riconosciuto per quello che ha fatto. All'epoca non avevo idea del suo lavoro a Bletchley Park o del suo contributo all'informatica - che è venuto dopo."-[5] Circa dieci anni dopo il D-Day, il giorno in cui il lavoro di Turing aiutò centinaia di migliaia di uomini a sbarcare sulle spiagge della Normandia e dare inizio alla fine della guerra, fu trovato morto a casa dal suo addetto alle pulizie. Al suo fianco c'era una mela coperta da una sostanza chimica velenosa, probabilmente cianuro. Se davvero si trattò di suicidio, questi era pianificato per essere interpretato, specialmente da chi era al corrente della sua passione per le mele e per la favola di Biancaneve. Quanti lo conoscevano bene pensarono che, stanco delle tensioni sociali, Turing avesse deciso di togliersi la vita. Tuttavia non mancano oggi gli studiosi che ritengono possa essersi trattato di un assassinio. C’è chi pensa avesse scoperto l’identità di alcune spie sovietiche giunte troppo vicine alla presidenza della repubblica americana e chi sostiene, invece, che per i servizi inglesi Turing cominciasse ad essere considerato una personalità scomoda, in possesso di troppi segreti di stato. Resta il fatto che l’Inghilterra si sia, in ogni caso, resa colpevole della fine di un uomo straordinario, che avrebbe potuto donare ancora tanto alla scienza e all’umanità, basti pensare che, nel corso della seconda guerra mondiale aiutò il suo Paese e gli eserciti alleati producendo un metodo per decifrare i messaggi in codice degli avversari. Il 29 marzo 1951 fu eletto membro della Royal Society, il massimo riconoscimento per uno scienziato nel Regno Unito. Nel tempo ciò che già aveva fatto, senza che gli fosse apertamente riconosciuto, dovette cominciare ad apparire all’orizzonte sociale. Questo ci viene chiarito da sei lettere autografe e firmate dalla madre di Turing: "E. Sara Turing", "Sara Turing" e "Sara, scritte all’allora vedova dell'analista junghiano di suo figlio, Alan Franz Greenbaum. In queste si può riconoscere come, nel tempo, la reputazione postuma di Alan crescesse d’importanza. Nel 1964 Sara comunica:-"Sarai felice di sapere che i Governatori della Sherborne School hanno deciso di nominare il nuovo blocco scientifico, ora in costruzione ad Alan Turing.”- Due anni dopo le dice che "Robin Gandy sembra fare pochi progressi nel pubblicare le" Opere Collettive "di Alan"; e nel 1973 comunica:-"Il Museo di Turing è stato ora aperto a Lauriston Castle, alla periferia di Edimburgo". ________________________________________ [1] Soggetto del film vincitore del premio Oscar 2014 "The Imitation Game", [2] l canto tredicesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo girone del settimo cerchio, dove sono puniti i violenti contro se stessi. [3]Dal Daily Mirror, 15 novembre 2014. [4] Witness, BBC World Service). [5] Daily Mirror.

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- Letteratura

Un sito web dedicato all’assistenza legale agli emigrati

Siamo con l’Avv. Pasquale D’Aiuto, cilentano di nascita ma salernitano d’adozione, che ha fondato un sito web dedicato all’assistenza legale agli emigrati italiani. Allora, cos’è “www.emigratitalianimaisoli.it”? Si tratta di un progetto che parte da lontano, da me sposato con entusiasmo, ideato dal collega Angelo Raffaele Battista e da poco tramutato in un sito web. Mi è capitato molte volte di assistere persone che, in un modo o nell’altro, avevano perso i contatti con i propri interessi giuridici in Italia e non comprendevano quanto fosse importante averne cura in modo costante. Quanto al collega Battista, il suo sogno di esercitare la professione legale dopo la sua lunghissima e bella storia in Polizia, che ha salutato da Dirigente Superiore, partiva proprio dal principio che aveva applicato come servitore dello Stato: aiutare le persone in modo chiaro, semplice, quanto più efficace possibile. Poi, le nostre origini sono nel Cilento, terra di emigrazione. Per tutti e due, il passo all’offerta di assistenza legale specifica per chi vive lontano dalla propria casa natale è stato breve. Quanti avvocati e professionisti compongono lo studio? Domanda importante: due e… cento. Due perché siamo in due ad aver dato vita al progetto, dopo averne a lungo accarezzato la nascita: il nostro studio è in Salerno e lì è la nostra sede operativa. Cento perché tante sono le collaborazioni con tecnici, medici, altri colleghi e, in genere, esperti di ogni settore e professionisti in giro per l’Italia, che possono rispondere a noi, in virtù dei rapporti di fiducia maturati in precedenza. Pressoché ovunque nel Paese e sempre al servizio di chi è lontano. Poi, certo: accettiamo sempre i casi soltanto se possiamo seguirli con serenità e sicurezza. Quali competenze potete vantare? Beh, sul sito abbiamo pubblicato due veri e propri radiogrammi delle nostre competenze e della nostra storia: foto per mostrare i nostri visi, curriculum ampi per raccontare cosa sappiamo fare e chi siamo. C’è davvero tutto. Perché un emigrato italiano dovrebbe rivolgersi al vostri studio? Che rischi corre se non è attento? Perché un avvocato con una buona esperienza nel settore e le collaborazioni opportune può consigliarlo per il giusto ed evitargli grattacapi anche seri. Soprattutto se l’emigrato è lontano e dà per scontato che le cose funzionino da sole. Un esempio? L’usucapione e la disciplina sul possesso in generale: non è così difficile perdere – letteralmente – i propri beni se non se ne ha la dovuta cura. Ma penso anche alla responsabilità civile, ad esempio derivante dal deperimento di una casa o dalla crescita delle radici di un albero così come alle azioni illecite compiute dal vicino in nostra assenza; od anche, alla ricezione della posta e degli atti giudiziari! Ma non sottovalutiamo la redazione e l’esecuzione dei contratti. Per non parlare delle questioni ereditarie e familiari… Quali ritiene siano le caratteristiche preponderanti di una buona assistenza legale ad una persona che vive lontano dall’Italia? Lo abbiamo scritto sulla pagina di presentazione: a questi Italiani serve un’assistenza legale chiara, immediata, diretta, umana, mossa dall’ideale di un supporto non soltanto materiale quand’anche morale, di sostegno, che possegga un fondamento di autentica cordialità. Intendiamo ispirare fiducia ed offrire chiarezza, accoglienza. E incoraggiamo le soluzioni alternative al ricorso al giudice, molto più rapide e decisamente meno costose. E poi, per appuntamenti ed intese, sfrutterete la tecnologia, immagino… Sì. Naturalmente, la possibilità di utilizzare le semplificazioni concesse dalla tecnologia è vitale: conferenze telefoniche e/o video, messaggi, e-mail, social. La lontananza non può essere un problema. Proprio ieri ho dialogato a lungo di una difficile situazione contrattuale con un cliente in Germania grazie ad un appuntamento telefonico. Ero con lui, sebbene virtualmente. Quando all’attività legale vera e propria, oggigiorno quasi tutto può essere fatto a distanza e, per le funzioni da svolgere sui luoghi, possiamo viaggiare e/o rivolgerci alla nostra rete. Perché un’assistenza legale solo per emigrati italiani? In realtà, è stato adottato questo slogan per evidenziare il punto dolente della distanza. Però i nostri servizi sono rivolti a chiunque – anche straniero – abbia interessi nel Belpaese, sotto il diritto italiano. Come è, oggi, l’emigrazione? Noi non siamo certo fermi ai bastimenti, a Ellis Island ed ai fazzoletti al vento: guardiamo alle generazioni di nostri connazionali ormai parte attiva di un tessuto sociale lontano dalle loro origini ma ancora legati all’Italia. Poi, pensiamo ai lavoratori distaccati, agli studenti, ai professionisti con un incarico temporaneo, a chi viaggia spesso e torna dopo mesi od anni. Per chiudere: cosa pensa dell’attuale situazione della Giustizia in Italia? Molto difficile. La pandemia ha acuito molto una crisi generalizzata già presente nell’organizzazione del settore, ben evidente, che aveva colpito tutti gli operatori del Diritto – e non parlo affatto dei soli avvocati. I rinvii delle udienze, anche di anni, sono divenuti una costante. Il processo telematico è stato una risposta molto positiva ma non basta certo. Per un avvocato, la risposta è adottare una strategia legale tesa alla preferibile risoluzione delle controversie in sede stragiudiziale e contrassegnata da due elementi fondamentali: chiarezza e rigore. Oltre ai costi molto più contenuti, che non guasta. Grazie ed in bocca al lupo. Evviva il lupo! Bianca Fasano

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- Società

Napoli. Torneo giovanile di scacchi Under 18

Napoli. Il dodici Dicembre 2021, nei locali della Scacchistica Partenopea, al Vomero, si è svolto il Torneo giovanile di scacchi U18, Valido per la qualificazione alle Finali CIG 2022. Vincitore, Under 10 maschile, il piccolo Camillo De Ienner classificatosi alle fasi nazionali; per Under 10 femminile la valente Carlotta Margotti ha vinto la Coppa nella sua categoria. Negli Under 12 maschile è risultato vincitore Andrea Falanga, seguito dal campioncino Brando Fortuna. Per gli Under 12 femminile, si è dimostrata bravissima Alessia Gaudino, vincendo la Coppa che le ha permesso di classificarsi per le nazionali. Per gli under 14 si è aggiudicata la vittoria l’infallibile Alessandro Brunetti il quale si era già fortemente distinto nel Campionato Regionale di Scacchi, organizzato dal circolo locale "Leopoldo Pilla" e svoltosi a Venafro il 4 e 5 Dicembre. Il Festival Scacchistico composto da due Tornei "Open A" per giocatori con Elo superiore a 1500 e "Open B" per giocatori con Elo inferiore a 1500 lo ha visto fortissimo nel Torneo "B" laddove ha partecipato. Alessandro ha subito dominato la scena vincendo quattro partite su cinque e pattandone una soltanto. Con questo punteggio ha raggiunto il Primo posto, secondo solo per spareggio tecnico Bucholz. È riuscito, in questa occasione,a a spuntarla sul filo del traguardo, meritando il primo premio e la qualificazione alla fase nazionale. Liliana Da Mare, di Casoria ha visto un esito favorevole, qualificandosi alla fase nazionale per gli Under 14 femminile. Ottima prestazione negli Under 16 maschili, dello scacchista Giuseppe D'Auria, il quale, battendosi in modo determinato, è riuscito a totalizzare 5 punti su 5 distanziando il pur forte Francesco Mazzeo. I maestri di scacchi che allenano i campioncini al circolo sostengono che, nei prossimi tornei, si vedranno delle ottime prestazioni, visto che in questa categoria, i giocatori sono molto agguerriti Complimenti a tutti i vincitori! Infine dulcis in fundo vi è stata l'ottima prestazione del campioncino Cesare Festa, per gli Under 18 maschile, che per bucT (un metodo di spareggio utilizzato nei tornei di scacchi per determinare la classifica dei giocatori che hanno terminato a pari punti), è riuscito a piazzarsi primo nella sua categoria. Quanti hanno assistito al torneo di scacchi giovanile, hanno dichiarato di essersi molto emozionati nel seguirlo, per le prestazioni dei giovani scacchisti e la determinazione dimostrata. La Scacchistica Partenopea è in festa, giacché “i tre moschettieri Festa, D'Auria e Brunetti” l’hanno resa fiera, con il loro primo posto, ed ha espresso la ferma volontà di portare tutti i ragazzi della scuola di scacchi alla fase finale di Terrasini in Sicilia. Si sono detti convinti che, malgrado la lunghezza del percorso, per mezzo dell’abilità dimostrata dagli istruttori ed alla attenzione dimostrata dai genitori nel seguire i piccoli allievi costantemente, si potrà riuscire nell'intento. Difatti: “piccoli campioncini crescono” in questo anno al Circolo, non ancora in grado di partecipare ai tornei nel 2021, forse invece, a Febbraio 2022, saranno in grado anche loro di rappresentare l’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea i cui membri ringraziano anche gli arbitri ed il Presidente del Comitato regionale per il contribuito offerto nella realizzazione della manifestazione che si è svolta in modo molto corretto professionale.

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- Arte

Robin Summa, dalla filosofia della Sorbona a Napoli

Robin Summa, dalla filosofia della Sorbona a Napoli, portando con sé i calchi fatti dal padre Pierangelo,reinventa la commedia dell’arte e la maschera di Pulcinella. Potreste incontrarlo in bicicletta, sotto la pioggia, ma più facilmente nel suo appartamento - atelier, al centro storico di Napoli coi suoi calchi in gesso, gli utensili, le resine ed i pezzi di cuoio a reinventare se stesso e le maschere per una nuova Commedia dell’arte. Robin Summa, figlio d’arte, ossia di quell’Italiano Pierangelo Summa (1947 - 2015), noto regista teatrale, prima di lui artigiano delle maschere e burattinaio, ha attirato, tra l’altro, l’attenzione di un giovane fotografo: Antonio Florio, che frequenta l’ultimo anno del corso magistrale di Ingegneria Edile - Architettura, il quale, appassionato di fotografia, gli ha dedicato un reportage, Non sorprende: Il nostro artista appare egli stesso come un personaggio della Commedia dell’arte, con il suo inserirsi, da francese, nipote di italiani, nel ventre di Napoli, per cui il fotografo lo ha “fermato” in varie sequenze di ”bianco e nero” che lo ritraggono alle prese con i suoi fantasmi. Quelli della gloria di un pulcinella, anima napoletana, il quale ritrova se stesso e nasconde se stesso sotto la maschera. Una maschera che, morendo, passerà al figlio, in pieno palcoscenico. È stato proprio con l’intento di riportare in vita quella maschera che Robin ha voluto ridare vita alla Commedia dell’Arte, l’antica tradizione italiana nata nel 1500 la quale, attraverso i secoli, ha creato una quantità straordinaria di personaggi e maschere, simboli e incarnazioni di specifiche città e regioni rendendo nota l’Italia nel mondo intero. Come? Tra l’altro, nell’agosto 2020, inaugurando la bottega di maschere di teatro “La Maschera è Libertà”, presso Vico Pallonetto a Santa Chiara 36, Napoli, nell’immediate vicinanze della Chiesa Santa Chiara e di Spaccanapoli, nell’antico centro storico della città. “La maschera è libertà. Storia di un'insurrezione teatrale. Vol. 1: origini della Commedia dell'Arte e qualche suo personaggio,” il Quaderno Edizioni, 2019, diviene un libro, di cui l’autore dice: “(…) è un omaggio a mio padre, è la trascrizione delle sue lezioni sulle maschere che ho scoperto e riordinato”. Come lo descrive il fotografo Antonio Florio nel suo reportage/scoperta?: “Tornando dalla piscina, una sera come le altre, una piccola bottega illuminata ha catturato la mia attenzione. Con quasi tutto chiuso, era una delle poche luci rimaste accese alle dieci di sera di un Martedì. La curiosità, e il non sapermi fare gli affari miei, mi ha spinto ad entrare. Robin si è mostrato subito disponibile alla mia proposta di poter organizzare un’intervista, di poter aver modo di ascoltare quella che era la sua arte. Ancora più disponibile si è mostrato il giorno in cui sono andato ad intervistarlo condividendo con me e con due amiche il pranzo che aveva organizzato in bottega. In questo piccolo ma intenso incontro ho avuto modo di capire quanto l’arte sia fluida, versatile, nomade e di quanto ne siamo ricchi senza neanche accorgercene.” Ma cosa sono le maschere per l’artigiano che le plasma? “Oggetto d’arte, se non soprattutto, oggetto popolare vivo e spesso sovversivo, la maschera contiene già in sé una storia e si nutre anche del rapporto che l’attore intrattiene con essa e con “l’altro”, ossia il pubblico, quindi la società”. Quelle maschere sono state anche presentate, a gennaio del 2020, all’Institut Francais di Napoli, nella mostra “Pullecenella e noi: maschere rinascenti”, nella sala “Noir et blanc”. Robin Summa ama molto proprio quella maschera, in quanto la ricorda come quella preferita dal padre. Inoltre la ritiene essere: “La figura più forte della Commedia, perché contiene in sé molte emozioni contraddittorie: amore, violenza, lavoro.” E forse è per questo che il fotografo Florio riconosce nelle maschere di Robin Summa una parte della sua anima, di quella voglia di penetrare nel bianco e nero della città di Napoli che lo ha condotto ad esporre la sua prima mostra fotografica presso il Nuovo Teatro Sanità con il titolo “I miei sogni sono così distanti dai tuoi?”, dove ha raccolto diciassette testimonianze e diciassette ritratti di ragazzi migranti e di ragazzi napoletani. In fondo tutte complesse maschere pulcinelliane simili tra di loro. L’intenzione del fotografo era quella di scardinare il preconcetto dell’Altro; di rendere l’Altro parte integrante del Noi. Questa vicinanza psicologica con il creatore di maschere l’ha condotto a seguirlo come fotografo Robin Summa, nato a Pithiviers, in Francia e immersosi in quella Napoli così ricca di contraddizioni ha scelto di vivere nella patria di Pulcinella. Una maschera dalla strana provenienza in quanto forse si chiama così perché il suo nome sarebbe derivato da “piccolo pulcino”; ha un naso adunco ed è nato da un uovo di gallina, animale sacro a Persefone, sposa di Ade e regina degli Inferi. Storia affascinante e misteriosa. Non è stata la sua prima scelta quella di intraprendere la strada del padre, pur avendo espresso a lui . il suo desiderio di imparare il mestiere delle maschere. Di Robin dice l’amico Florio: “Dopo aver lavorato per un periodo come insegnante di lettere ha capito di voler cambiare del tutto vita. Napoli gli era sempre stata descritta dal padre, prima che morisse nel 2015, come una città da scoprire. Quando Robin nel 2019 ha deciso di mandare tutto a quel paese, di lasciare del tutto la filosofia, si è trasferito a Napoli senza ancora sapere cosa ne sarebbe stato di lui. A Napoli, in maniera del tutto naturale, senza aver programmato nulla, il mestiere delle maschere inizia ad assumere una consistenza: Robin trasferisce a Napoli i calchi fatti dal padre e inizia a lavorare, per gioco, in un appartamento vicino Porta San Gennaro.Quel gioco nel giro di poco tempo ha assunto le sembianze di questa bottega.” Tra giovani artisti vicini all’animo mobile, adattabile,sofferente per le presenze straniere che lo hanno modificato, dei napoletani, evidentemente si sono riconosciuti. Terminiamo con una frase tratta da “La maschera è libertà.” Pierangelo Summa a cura di Robin Summa: “La maschera non è un travestimento da festa (ma è la festa),un elemento di decorazione (ma è viva), un aspetto del viso (ma è un personaggio intero), una caricatura (ma è l’essenza del personaggio), quella che nasconde (ma quella che rivela), nuova (ma c’era già da sempre). La maschera è lo sguardo dell’altro: è “er” satiro che ride nascosto frammezzo alla mortella.” Bianca Fasano

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- Arte

Le innovazionimediatiche collegate all’arte, nel New Design.

Di Bianca Fasano. Le innovazioni mediatiche collegate all’arte sono di difficile attuazione per quanti, operando nell’arte, hanno vissuto lunghi anni di esperienza personale secondo tradizioni in base alle quali l’arte è: -"Quell’attività dello spirito umano con la quale questi tenta di esprimere, con mezzi sensibili, la bellezza di un’idea o la vigoria di un sentimento che sente fervere dentro."- Artisti cresciuti con l’insegnamento di un docente di qualità, quale padre Michele Schioppa, che ha rappresentato un punto fondamentale di riferimento per lo studio della storia dell'arte, trovano difficile il “salto” in una accezione dell’arte “moderna” e “diversa” che richiede, per essere compresa, una preparazione culturale e scientifica necessariamente collegata allo sviluppo della società. Tuttavia, quanti non rinunciano a rimanere messi in comunicazione col mondo che si modifica continuamente, è necessario che si adeguino alle molteplici novità che l’uso del computer e ancor di più l’inserimento in una rete globale quale il WEB consente e invita a conoscere. Basti pensare che, a proposito del concetto di patrimonio culturale, la stessa organizzazione dell’UNESCO si sia vista costretta a rivedere i propri principi, innestandovi una “Convenzione per la tutela del patrimonio culturale immateriale”. A tal proposito l’UNESCO sancisce, su scala mondiale, l’istituzionalizzazione di una nuova categoria patrimoniale e prospetta rilevanti mutamenti nel modo stesso di guardare ai beni culturali. Già nel momento in cui estende la definizione di patrimonio, fino a includere espressioni culturali tradizionali popolari ordinarie, l’UNESCO dimostra di ammettere un approccio basato sulla definizione antropologica di cultura, più ampia rispetto a quella umanistica e fondata sull’eccellenza che aveva caratterizzato i suoi programmi iniziali. Nell’enunciazione dell’UNESCO, tale tipologia di beni culturali “immateriali” è da intendersi come: - le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana. - [1]In tal senso divengono “Patrimonio dell'umanità” anche alcuni siti prescelti, difatti quella di “Sito Patrimonio dell'Umanità” è la denominazione ufficiale delle aree registrate nella Lista del Patrimonio dell'Umanità, o nella sua accezione inglese World Heritage List, della Convenzione sul Patrimonio dell'Umanità. Tale Convenzione è stata adottata dalla Conferenza generale dell'UNESCO il 16 novembre1972, con lo scopo di riconoscere e conservare la lista di quei siti che raffigurano delle caratteristiche di eccezionale rilevanza da un punto di vista culturale o naturale. Il Comitato della Convenzione, ha maturato dei criteri precisi[1] per l'inclusione dei siti nella lista. In base all'ultima revisione eseguita nella riunione del Comitato per il Patrimonio dell'Umanità a Parigi il 19 giugno 2011 [2], la lista risulta composta da un totale di 936 siti (di cui 725 beni culturali, 183 naturali e 28 misti) presenti in 153 Nazioni del mondo[3]. Al momento è l'Italia la nazione che possiede il maggior numero di siti inseriti nella lista, con 47 siti, la segue la Spagna con 43 siti e la Cina con 41 siti. La notizia che Wikipedia abbia fatto domanda all’UNESCO per essere riconosciuta come Patrimonio Culturale dell’Umanità non sorprende, ma neanche sarà facile che possa riuscirci, in quanto Wikipedia è la prima entità digitale a fare domanda per il patrocinio dell’organizzazione e molti si dicono scettici riguardo alle valutazioni positive che giungerebbero dai giudici e dai commissari dell’Unesco. Tuttavia, se prendessimo in considerazione il primo criterio per essere accolto nel patrimonio UNESCO, che è quello di rappresentare un capolavoro dell’ingegno creativo umano, parrebbe logico ascrivere la candidatura di Wikipedia per questo riconoscimento. Tornerebbe in proposito la teoria dell’intelligenza collettiva di Pierre Levy: Che cos'è l'intelligenza collettiva? In primo luogo bisogna riconoscere che l'intelligenza è distribuita dovunque c'è umanità, e che questa intelligenza, distribuita dappertutto, può essere valorizzata al massimo mediante le nuove tecniche, soprattutto mettendola in sinergia. Oggi, se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l'una con l'altra, scambiare il loro sapere, cooperare. Detto in modo assai generale, per grandi linee, è questa in fondo l'intelligenza collettiva.[5] Wikipedia, come piattaforma collaborativa può essere considerata come l’unione dell’ingegno di tutti coloro che contribuiscono al suo aggiornamento (compresa la scrivente), dunque, con una definizione precipuamente olistica, potrebbe giungere al monumentale traguardo di esprimere il sapere dell’umanità nel senso più immateriale. Wikipedia, inoltre, appare sotto una forma di perenne crescita e in conseguenza di ciò è caratterizzata da una connaturata contraddittorietà e un’incompletezza che la caratterizza e la rende vicina alla logica matematica. Offre di sé la possibilità di una flessibile revisione purché convalidata da autorevoli fonti e il suo permanere incompiuta nasce proprio dall’impossibilità di concludere l’opera, che altrimenti sarebbe caratterizzata da una visione statica e dogmatica. Per quanto riguarda l’autorevolezza delle fonti, non possedendo, di fatto, una natura fortemente gerarchica, concede di ospitare un pluralismo d’idee, perennemente controllato da molti collaboratori, senza mai imporre una prospettiva prevaricatrice, la qual cosa ha la sua valenza negativa e positiva assieme, con cui necessariamente deve convivere. Anche la questione del business che la regge è fondata su donazioni allo scopo di evitare il giogo finanziario per cui (almeno per il momento), è percepita dall’utente come gratuita. Tutto ciò fa parte dei nuovi media, che rappresentano ancora, per la nostra cultura, appunto, una novità. Quanti vedono l’effetto positivo, spesso ne evidenziano proprio l’innovazione; inoltre, restando nel contesto artistico: «Come ha notatoCavel[6] (1979), il compito dell’artista contemporaneo è sempre stato “non quello di creare un nuovo esempio della sua espressione artistica, ma di inserirvi un nuovo medium (p.104) ».[7] Si può dissentire, ma non dimenticare che ogni arte è stata “moderna”, ossia appartenente al suo contesto storico e sociale e proiettata in avanti. Anche l’uso della prospettiva, nel quattrocento italiano, rappresentava una rottura con il passato. Lo stesso Giotto, pur avendola intuita, usava la “prospettiva parallela” (assonometria), cui i “lettori delle opere d’arte”[8] erano abituati ed in rare occasioni (una, che io sappia, si direbbe per prova), la prospettiva centrale, in una tavola minore di una pala d’altare conservata al Louvre. Rompere con il passato è difficile, ma «offre quell’esperienza non mediata che tutti i media precedenti hanno cercato, ma non sono mai riusciti a raggiungere.»[9] Una forma di ricostituzione dei significati, e di ristrutturazione e rimediazione di elementi già esistenti che ubbidisce alla geniale intuizione di Marshall McLuhan: «Il contenuto di un medium è sempre un altro medium». In altre parole, per rimediazione s’intende la rappresentazione di un medium all’interno di un altro medium, ma anche la rimediazione delle esperienze, delle logiche, dei concetti, ossia di tutto quanto abbia avuto valore in precedenza, per una parte della società. E occorre dire che mai come oggi, a causa della democratizzazione dei media (basti pensare alla musica, all’animazione, alla grafica e allo sviluppo degli stessi software), abbiamo modo di vedere on line progetti che nulla hanno da invidiare a quelli promossi da aziende famose e artisti conosciuti. Il web ha reso possibile l’emergere di un sottobosco silenzioso di artisti che hanno potuto promuovere le loro idee come mai avrebbero fatto prima. Idee che si sono tradotte in parole, musica, grafica, animazione, ma anche in una ibridazione di queste singole tecnologie, in nuovi modi di esprimersi che sarebbero stati impossibili da perseguire nel passato. Proprio questa libertà di espressione, genuina, coraggiosa, multietnica e globalizzata è la strada più luminosa che ci ha regalato la nuova tecnologia e percorrerla in ogni senso, trovandovi nuovi spazi e nuove vie, non può non essere nella volontà di chi ama l’arte. Da sempre. ________________________________________ [1] UNESCO 2003 art. 2, par. 1. La traduzione italiana della convenzione utilizzata in questo testo è a cura della Commissione nazionale italiana per l’UNESCO. [5]Intervista a Pierre Levy sul concetto di intelligenza collettiva proposto nella sua opera: "L'intelligenza collettiva. Per un'antropologia del cyberspazio" [6] Stanley Cavell (Atlanta, 1º settembre 1926) è un filosofo statunitense [7] J. D. Bolter e R. Grusin . “Remedition”, op. cit. Pag. 304. [8] Parlo di lettori perché le opera artistiche erano il Vangelo degli analfabeti, che vi apprendevano le storia di Gesù, della Madonna e dei Santi [9] J. D. Bolter e R. Grusin . “Remedition”,op. cit. Pag. 304.

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Intervista con Roberto Cerrato

Il mondo degli scacchi, anche per chi, in qualche modo, ne fa parte, è piuttosto complesso. Un torneo di scacchi è una competizione in cui si giocano partite di scacchi tra un certo numero di partecipanti allo scopo di determinare un vincitore. Il torneo può essere individuale o a squadre. Quello vinto dalla squadra italiana denominata “Chaturanga Parthenope” è un campionato italiano di scacchi per corrispondenza come quelli che vengono organizzati annualmente dall'ASIGC, Associazione Scacchistica Italiana Giocatori per Corrispondenza. Sono suddivisi in campionati di categoria (in base al punteggio Elo degli scacchisti), femminili e assoluti. Abbiamo chiesto al vicepresidente dell’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea. Roberto Cerrato, anche in quanto componente della squadra vincitrice, di parlarci della Chaturanga Parthenope," che ha matematicamente vinto il 14⁰ Campionato Italiano di Serie A. I Campioni d'Italia sono alfieri dell’Associazione scacchistica Partenopea: Costantino Delizia (campione europeo in carica), Luca Esposito, Roberto Cerrato, Fabio Saccone. D): “Perché il nome?” R): “Il Chaturanga è un antenato degli scacchi. Chaturanga è una parola sanscrita, composta dai due termini ‘chatur’ e ‘anga’, che significa ‘quattro parti, quattro elementi’.Queste quattro componenti si ritrovano nell’antico gioco indiano antenato degli scacchi, secondo fonti che risalgono al VII sec. d.C.” D): “Vuole parlarci dei componenti la squadra?” R): 1.a. scacchiera. SIM Costantino Delizia da Ischia (Napoli), docente di Algebra all’Università di Salerno. Campione europeo in carica individuale. Elo 2520. (Il suo hobby preferito consiste nel fare lunghe corse podistiche. N.d.a.); 2.a. scacchiera IM Luca Esposito (è un giocatore prevalentemente d'attacco. Ama schiacciare gli avversari con assalti all'arrocco. N.d.a), di Pozzuoli. Docente di Analisi all’Università di Salerno. Elo 2461; 3.a. scacchiera SIM Roberto Cerrato, Napoli, dirigente d’azienda. Elo 2463; 4.a. scacchiera IM Fabio Saccone, di Napoli, Elo 2402. D) “Quando si è svolta la premiazione?” R): “Il 21 novembre ad Altamura (Puglia).” D): “Vuole spiegarci come funziona questo tipo di torneo? Si svolge davvero per mezzo della posta con cartoline? Oppure via telematica, o con scambio di e mail o, infine, mediante apposite piattaforme server? ” R): “In questo caso è stato giocato su di una piattaforma, con il sistema di “gioco webserver”” D): “Come funziona il gioco?” R): Il tempo di riflessione è quello standard: 50 giorni/10 mosse, con duplicazione dopo 20 giorni. Sono previsti periodi definiti di “ferie”, di 45 giorni.” D): E le squadre, come operano?” R): “ Ci sono tredici squadre, con dodici partite per squadra.” D): “È difficile? Si può sbagliare?” R): “Anche se i giocatori hanno in corso diverse partite contemporaneamente, è più difficile ci siano delle sviste,perché c’è un largo margine di riflessione.” D): Avete perso delle partite?” R): “No: nessuna partita persa”. D): “La domanda viene spontanea: lei come è stato avviato al gioco degli scacchi?” R): Nel 1971 uno zio mi regalò una scacchiera. Però non escludo la predisposizione.” Ringraziamo lo scacchista Roberto Cerrato per la cortesia di averci fornito le informazioni e ricordiamo che la19esima Olimpiade degli Scacchi per Corrispondenza è stata vinta dalla Bulgaria, giocata proprio con formula “postale”, ossia con delle cartoline inviate tramite posta ordinaria. In realtà, ancora oggi gli scacchi per corrispondenza appassionano un numero molto ampio di giocatori. In passato esistevano delle vere e proprie cartoline prestampate sulle quali vi erano appositi spazi che disegnavano una scacchiera, all’interno della quale era possibile scrivere la mossa da spedire al proprio avversario. Nel gioco per corrispondenza, i titoli (assegnati dall'International Correspondence Chess Federation) sono quelli di grande maestro per corrispondenza, Senior Internazional Master e di maestro internazionale. I titoli sono registrati e riconosciuti presso la FIDE . L'Associazione scacchistica Partenopea, con sede al Vomero in via Rossini è una delle poche realtà operanti all'ombra del Vesuvio, grazie all’attività del suo direttivo: Vicepresidente, Roberto Cerrato (che svolge le funzioni di Direttore Tecnico e responsabile delle squadre); Segretario, Andrea Pannitti; Tesoriere, Lucio Gatto; Consigliere, Aldo Vannini. Ricordiamo anche i collaboratori del consiglio direttivo: Webmaster, Salvatore Borrelli; Aiuto Webmaster, Antonio Altieri; Responsabili Enti esterni, Dario Pellegrini e Sabrina Simeoli; Responsabile biblioteca, Dario Schiappoli; Consulente Fiscale, Sergio Chiummo; Direttore della scuola di 3° livello, Francesco Roviello; Addetto stampa del Circolo; Bianca Fasano. Energica l’attività del presidente Francesco Roviello, che organizza ininterrottamente corsi di scacchi per esordienti, in presenza ed on-line e tornei ogni settimana, in particolare la domenica, quando si svolge una gara active chess (15 minuti di tempo per concludere la partita). Giocare a scacchi accresce la mente. Bianca Fasano.

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Vivace dibattito tra emigrazione ed immigrazione

E’ risultato vivace e prezioso, il dibattito tra emigrazione ed immigrazione nel corso della presentazione tenutasi Sabato 27novembre 2021 del libro: “Fortune e Sfortune di una Famiglia di Emigranti Italiani dal Cilento alla Pennsylvania”di Bert Marinko ed Ezio Martuscelli. L’evento ha inteso, appunto, allargare il valore della serata avvalendosi della partecipazione programmata (e degli interventi su richiesta o imprevisti), per evidenziare le problematiche e le soluzioni rispetto all’emigrazione che ha subito l’Italia (con i suoi strascichi di abbandono dei territori e di mancate soluzioni degli emigranti nei paesi d’origine), ed all’immigrazione massiva che sta subendo. Parlano sia i “numeri dell’immigrazione” (siamo passati dai circa 11.000 sbarchi l’anno della metà del 2019 a circa 45.000 persone sbarcate nel corso degli ultimi dodici mesi) che quelli che sono stati, sono (e probabilmente saranno) i numeri dell’emigrazione italiana. La Giornalista Fiorella Franchini, trattando “La ricerca genealogica come testimonianza della memoria storica.” ha detto tra l’altro: “Il racconto dell’ingegnere italo-americano Bert Marinko e del professor Ezio Martuscelli prende il via da una puntuale ricerca genealogica che accerta e ricostruisce i legami di parentela che intercorrono tra i membri delle famiglie Gabriele e Fusco originarie del Cilento, le loro figlie, i figli adottivi. Come si evince dalla documentazione ampiamente prodotta, si fonda su conoscenze interdisciplinari che, coniugando in modo sistematico esperienze di carattere storico-sociale, archivistico, socio-linguistico, forniscono gli strumenti idonei per reperire, leggere, comprendere e contestualizzare il fenomeno dell’immigrazione degli italiani verso gli Stati Uniti tra Ottocento e Novecento. Partendo dal capostipite, gli autori hanno tracciato i legami di parentela, le affinità, le familiarità, i collegamenti con le altre famiglie con una metodologia rigorosa, suddivisa in tappe, seguita in modo sistematico. In primo luogo, sono stati acquisiti i documenti che hanno fornito i nomi e le date di nascita, di morte, di battesimo, di matrimonio, tramite una ricerca negli archivi dello stato civile e in quelli parrocchiali, cui hanno aggiunto i registri navali, le cartelle sanitarie, i registri scolastici, certificati sanitari e di lavoro, articoli di giornale, poi si è proceduto alla loro elaborazione. Accanto a questi documenti materiali, che permettono di evidenziare dati importanti, c’è tutta una documentazione spesso immateriale fatta di ricordi, di memorie, testimoniata da fotografia, lettere, racconti orali che trasformano l’analisi scientifica in memoria. “Il ricordo è un modo d’incontrarsi” ha scritto Kahlil Gibran e la scrittura è il luogo privilegiato. Un libro, quello di Marinko e Martusciello, in cui individui e generazioni s’incrociano e la memoria degli uomini, come un filo sottile e misterioso, finisce con il collegare avvenimenti personali e collettivi, lontani e dispersi, dentro la dimensione del tempo.” L’Avv. Pasquale D’Aiuto, trattando:“Sventure di emigranti con interessi nel Belpaese”, essendo, particolarmente esperto nelle tematiche familiari, nella responsabilità civile e nei contratti, è intervenuto per tracciare un orizzonte in merito agli effetti giuridici legati ai fatti caratterizzanti l'emigrazione: il decorso del tempo, la distanza fisica dalla sede dei propri interessi, il (mancato) possesso dei beni, la rintracciabilità della persona, le procure, le domiciliazioni e le deleghe, il condominio e così via. Prima di entrare nel tema giuridico ha voluto partecipare al confronto commentando, sotto l’aspetto squisitamente umano, il fenomeno dell’emigrazione italiana nel mondo. Dopo i doverosi complimenti per lo splendido lavoro di storiografia mostrato dagli Autori, ha ricordato come l’emigrazione in America fosse già presente nelle prime decadi dell’ottocento, quando persino Camillo Benso, conte di Cavour, una volta venne “minacciato” dal padre di essere ivi mandato se non avesse cambiato atteggiamento; ha evidenziato poi, assieme alla moderatrice Fasano, sulla base delle fotografie dagli Autori recate nel libro, l’assimilazione, nel giro di pochi decenni, degli emigrati italiani alle abitudini, alle mode ed ai canoni di coloro che già abitavano gli USA da molto tempo. Successivamente, seppure con cenni e per direttrici – visto il carattere non prettamente legale dell’incontro – ha sottolineato quanto i temi della distanza, dell’assenza, del tempo, del possesso, dell’apparenza del diritto e del radicamento formale sul territorio italiano siano fondamentali per il nostro sistema giuridico. In particolare, con riferimento soprattutto all’emigrazione “temporanea” ma anche in merito a quella definitiva o lunga, ha ricordato che è sempre necessario evitare che, non mutando residenza, pur restando via per pochi mesi, si possano perdere di vista importanti comunicazioni quali atti di citazione o cartelle esattoriali; che il possesso dei beni mobili equivale ad una sorta di avamposto della proprietà, per cui è sempre opportuno conoscere e gestire la sorte delle cose cui si tiene perché un nuovo possessore sarà considerato, per presunzione, il proprietario; che la cura degli immobili, seppure in comproprietà, comporta responsabilità civili e penali, persino per il caso di semplice pericolo, anche nelle locazioni; che gli immobili sono soggetti all’usucapione, che può essere persino decennale al ricorrere di particolari condizioni; che è sempre molto difficile rientrare, in caso di occupazione abusiva, nel controllo dei propri beni, poiché non è possibile farsi giustizia da soli ed è necessario passare per un provvedimento dell’Autorità giudiziaria; che esistono casi in cui il silenzio è tipizzato dal Legislatore come legato ad un assenso tacito e che, in linea di massima, bisogna replicare alle altrui richieste o istanze, specie quelle dell’Erario, quand’anche considerate sbagliate; che esistono casi di termini insospettabilmente brevi, come quello relativo all’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario e che, quindi, la morte di un congiunto, benché lontano, merita attenzione poiché il possesso di un bene relitto si può esercitare anche pel tramite di altri e questo rileva; che i professionisti non devono dimenticare che hanno anche una PEC che costituisce c.d. domicilio elettronico e così via, giungendo alla conclusione che, più in generale, è assai opportuno nominare, per singoli affari oppure in generale, un Procuratore in loco, che possa curare gli interessi tralasciati a causa dell’assenza. Ragion per cui, l’Avv. D’Aiuto ha illustrato – alla fine del proprio intervento – di aver fondato, assieme all’Avv. Angelo Raffaele Battista, già Dirigente Superiore della Polizia di Stato, che ne è l’ideatore, il sito web https://www.emigratitalianimaisoli.it/, che si propone di costituire spazio di contatto e confronto su tematiche legate all'emigrazione e, più in generale, alla lontananza stabile da casa, ovviando - grazie alla tecnologia - alla distanza tra cliente lontano dal Belpaese e professionista di fiducia. Il principio cardine è che agli emigrati italiani serva un’assistenza legale chiara, immediata, diretta, umana, mossa dall’ideale di un supporto non soltanto materiale quand’anche morale, di sostegno, che possegga un fondamento di autentica cordialità; un legame professionale fondato su fiducia, chiarezza, accoglienza, competenza. In tal senso si è voluto accentuare il fatto “che le persone vanno e (a volte), tornano ma gli interessi, quelli sì, restano. La Prof.ssa Amanda Russo,parlando di “Multicultura e integrazione nella scuola italiana. Un incontro possibile.”ha detto tra l’altro: “Essendo una docente nel cuore di Napoli, ho esperienza di accoglienza di allievi immigrati e, naturalmente, ci troviamo di fronte ad una serie di problematiche, proprio in quanto non siamo attrezzati, per cui, nonostante siano state scritte pagine e pagine sull’inclusione stessa, ci sia un piano pubblicato dal MIUR proprio su quelle che sono le pratiche sull’inclusione, ci si ritrova con questo decennale problema dell’inclusione e del cercare di evitare che questi allievi immigrati si faccia una pratica di accoglienza che non sia, purtroppo, una vera e propria pratica d’inclusione. Proprio perché la scuola rappresenta il luogo primario di socializzazione, spesso ci si ritrova con ragazzini che sono iscritti a scuola e non conoscono bene la lingua e soprattutto noi al sud abbiamo delle difficoltà nelle scuole per quanto riguarda i mediatori culturali, che servirebbero per creare dei percorsi atti a fare in modo che questi ragazzi non si integrino soltanto, ma siano veramente accolti per fare sì che non accada, come ha detto pocanzi la prof.ssa Fasano, che da noi emigrino cervelli e si faccia immigrare manovalanza per la camorra. Bisognerebbe fare in modo di creare dei presupposti per evitare l’abbandono e la dispersione scolastica. sfortunatamente altrimenti ci si ritrova con questi ragazzini immigrati che non proseguono la scuola e questo fa in modo da facilitare quelle che sono, appunto, le fila della camorra. Lavorando in una scuola dei quartieri spagnoli ci siamo ritrovati spesso con bambini immigrati, abbiamo richiesto, come previsto proprio dal Comune, la figura del mediatore culturale, ma di fatto non abbiamo avuto risposta e questa non è mai stata attivata. Ci siamo dovuti attrezzare noi docenti, da soli e non sempre questa soluzione risulta fruttuosa.” Oltre all’intervento dalla Pennsylvania del coautore Bert Marinko, è intervenuta, da Manhattan la biologa Claudia Racioppi, a proposito del fatto che, ci perdiamo le più belle menti, costrette a fuggire altrove o cambiare mestiere, perché l'Italia è la terra delle promesse non mantenute ai giovani. Claudia Racioppi adesso è in America, ma, da giovanissima faceva parte di un team di ricercatori della stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, che riuscì a intercettare l’interruttore che decide della pigmentazione delle cellule, aprendo campi finora del tutto inesplorati sul fronte della cura di malattie genetiche molto diffuse come l’albinismo e diversi tipi di patologie degli occhi. Ad avere l’intuizione sull’interruttore molecolare dell’albinismo fu proprio lei, la ventottenne dottoranda, che ,oltre a sviluppare il progetto, mise a punto la tecnologia necessaria per realizzarlo. Fatto sta che la sua tesi divenne un articolo pubblicato niente di meno che sul numero di settembre di “Nature Communications”. " Bene, a ragion di ciò l’abbiamo invitata, benché partecipasse a sei ore in anticipo sulle nostre 17.00 e da lei, a Manhattan in America, il venerdì si fosse festeggiato il thanksgiving, ossia “il giorno del ringraziamento”. Questo è il bello della piattaforma virtuale, che ci consente di essere vicini, anche se lontani. Ci ha spiegato che lavorare in una realtà come quella italiana rende tutto più difficile. In ogni caso l’emigrazione così come l’ha vissuta lei non ha nulla a che vedere con quella degli emigranti di un tempo e degli immigrati di oggi: “Io, da immigrante ed immigrata, sono giunta con una carta d’oro, giacché sono arrivata con un visto ed inoltre ho avuto la fortuna di ritrovare parte della mia famiglia, che cento anni fa è immigrata qui negli Stati Uniti, a New York. Ho conosciuto i cugini di mio padre, che adesso hanno ottanta anni, con cui avevamo perso completamente i contatti, quindi tutti noi italiano possiamo avere qualche membro della famiglia negli Stati Uniti e noi italiani adesso, ci arriviamo in aereo, con due valigie e trovando casa nell’Happier Westside, mentre i nostri emigranti del passato arrivavano con le valigie di cartone e si facevano quattro mesi a Ellis Island. Quindi è un’emigrazione completamente diversa. Noi siamo privilegiati. C’è anche da dire che noi portiamo un bagaglio culturale enorme. Perché l’Italia ha investito su di noi (parliamo dell’educazione culturale, sociale e scolastica. N.d.A.) ed io (ad esempio), ho deciso di fare la ricerca negli USA. un discorso completamente differente di quello che capita per gli immigrati italiani. “ Claudia Raciopppi, sempre a proposito degli immigrati italiani, si è chiesta quale tipo di relazione questi possano avere con i ragazzi italiani, ponendo l’accento che negli Stati Uniti si creino dei ghetti. Tante culture simili tra di loro creano aggregazione e si distaccano dalle altre. Parlando di Napoli ha voluto accentuare che la ritenga, come città e come popolo, più capace di accoglienza e che in quest’ambito si riesca a trovare sempre uno spunto per trarre un maggior numero di aggregazione tra i ragazzi. Tirando le somme dell’incontro, che ha visto anche ulteriori interventi di grande interesse, si giunge alla conclusione che la presentazione del libro “Fortune e Sfortune di una Famiglia di Emigranti Italiani dal Cilento alla Pennsylvania” di Bert Marinko e Ezio Martuscelli, abbia davvero offerto molti e coinvolgenti spunti di riflessione. Bianca Fasano

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Mario Modica:un artista che lascia l’impronta della sua arte

Mario Modica ha da poco raccolto le sue opere, dopo avere esposto, in ottobre, presso la Biblioteca Comunale di Vergato (Bo), in una mostra dal titolo “Dalla terra al mare”. È uno studioso attento della natura, sotto ogni suo aspetto e della figura umana. Sue ultime personali: Darsena Borghese - Fano; Castel San Pietro Terme (Bo); Bologna; Vallo della Lucania; Cava Dei Tirreni, per citarne alcune. Occorre rimarcare che, oltre ad essere un Artista poliedrico ed eclettico, le cui opere di pittura ad olio, acrilico, acquerello, ma anche di scultura e ceramica sono innumerevoli, è un ottimo restauratore: Basti ricordare per tutti gli Affreschi nella Cappella di San Biagio della Chiesa di S. Maria Assunta, CasalVelino Capoluogo (SA), che sono tornati “all’originale splendore” per sua mano. Nato a Foggia, attualmente vive ed opera a Bologna ed ha lasciato l’impronta positiva del suo passaggio anche nel Cilento, laddove è stato docente presso il Liceo Scientifico di Vallo della Lucania dal 1969. Sempre in quei luoghi, é’ stato responsabile artistico delle Fiere di Vallo della Lucania e Direttore del Museo Giambattista Vico, nel palazzo de Vargas a Vatolla (SA). Dal 2008 fa parte del Rotary Club di Vallo della Lucania - Cilento distretto 2100. Dal 2015 al 2017 è stato Presidente UCAI (Unione Cattolica Artisti Italiani) e consigliere nel Direttivo nazionale. Sono oramai dodici anni (dal 2009), che si è trasferito a Bologna, città che l’ha accolto a braccia aperte, consentendogli di ampliare i suoi spazi in ogni settore dell’arte. Volendo conteggiare quante siano state, a partire dal 1969 ad oggi, le sue mostre personali, dobbiamo annoverarne più di cinquanta e tutte hanno ricevuto un’ottima accoglienza sia da parte del pubblico sia della critica. Chiaramente queste sue qualità hanno fatto sì che le sue opere figurino in collezioni pubbliche, nonché in numerosi musei internazionali e in collezioni private. E’ autore anche di opere a tema Sacro, e talune, di grandi dimensioni, sono collocate in alcune chiese della provincia di Salerno. Alle sue opere si sono interessati diversi critici e testate giornalistiche ed è inserito sul catalogo Bolaffi n, 14 Mercato d’Arte Contemporanea Vol.II e III ; Guida al Collezionismo Pittori contemporanei in Campania; Il Golia. Mi sembra giusto presentarlo anche attraverso le parole di alcuni critici ed estimatori, quale Giuseppe Ianni (personale tenutasi nei saloni del castello di Castellabate per poi essere riproposta a Bologna in settembre.): “Terre di mare, realtà urbane della città di Vallo ed ancora le piazze della dotta Bologna, sono questi i "Luoghi della Memoria" che Mario Modica ha contestualizzato nel suo "viaggio" illustrato. Un trittico di immagini che raccontano il vissuto visto con la tavolozza della piena maturità fra virtuosismi e riflessi cromatici che parlano della sapienza pittorica esternata su tele ed opere ad acquerello. Una esposizione pittorica che presenta ad un pubblico che lo ha acclamato per quasi un lustro, le sue ultime creazioni dove gli acrilici esaltano toni cromatici di vibranti passioni e sensualità. Creazioni dai tagli fotografici sempre più moderni dove i soggetti sono ravvicinati con sapienza compositiva fra accostamenti ritmati ed effetti aggreganti di un iperrealismo di maniera. (…) Mario Modica cattura armonie per fermarle nel tempo, cerca l'iperrealismo dell'emozione non l'emulazione fotografica, e qui le sue atmosfere solari non si fermano alle immagini descrittive ma con sapienze emozionali fa parlare il colore che coinvolge a pieno il fruitore. (…). Mario Modica, oggi è il pittore che in piena maturità più si rigenera, egli ha il coraggio di mettersi in discussione con una nuova tavolozza che tratta con il medesimo spirito il ritratto, il paesaggio dimostrando la sua natura creativa di maestro cosmopolita. Dice di lui l’architetto Giuseppe Janni: “L’artista, attraverso la natura, racconta scene calde e vibranti a volte placide e soffuse, lasciando intuire paradisi perduti e riafferrati in un sogno estivo ad occhi aperti. Così il racconto è accentuato da una tavolozza policroma dove i colori si accostano con delicatezza, avvolgenti e vellutati, ma sempre modulati su un pensiero che si lascia cullare nella dolcezza totale di universi sereni.” E, ancora, Maria Rosaria Carfora: “Visione coloristica raffinata ed elegante nell’opera pittorica di Mario Modica, il tutto filtrato da un tramite poetico suggestivo che tinge di racconto i ricordi della sua adolescenza.(…) E in tutte le sue opere, in particolar modo negli acquarelli e negli olii dei suoi scorci, si rivela questa sensibilità creativa che gli consente di racchiudere la impressione raccolta in una velata leggerezza aerea che dà questo senso dell’irreale ai suoi scorci urbani. (…) Nella sequenza delle opere si ha la possibilità d’individuare, con un’attenta lettura, l’interiorizzazione e l’affinamento del fatto tecnico - pittorico”. E Giuseppe Albanese: “Il Modica lascia stupiti quanti si accostano alle sue tele, per l’inedicità del suo messaggio artistico, per la immaginazione profusa, per l’originalità cromatica, per la freschezza espressiva, per l’interiorità che esprime, frutto di una non comune educazione artistica. (…) i valori interiori sono curati, le figure femminili da noi ammirate, sono tutte raffigurate in primo piano, sole, soffuse da un profondo senso di rimpianto, di un acuto sentire, quasi di attesa, di sofferenza, come presagi di un dramma che le attende (…) ” Scrive Pietro di Geronimo: “(…) Sono oramai note di Mario Modica le sue capacità espressive nel tratteggiare a inchiostro i villaggi Cilentani, paesi appena accennati tra quanti circondano Vallo, come sono ugualmente note le sue opere, olio su tela, che ritraggono personaggi che rivelano nei loro volti ansia, sofferenza e gioia nascosta” e aggiunge il poeta Giuseppe Ripa rimarcando la critica del di Geronimo: “ (…) Di più non manca di porre in luce la serenità e la spiritualità di Modica rifacendosi a delle opere che, come radici, hanno per tema il filone religioso. Straordinariamente belle quelle che figurano nella Cappella dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania. Rappresentano la “Natività”, “la guarigione del lebbroso” e la “Moltiplicazione dei pani”, sulla quale il critico Pietro Di Geronimo dà ampi dettagli e particolari in un suo scritto; ugualmente fulgide quelle che sono nelle chiese di Futani e Ceraso (…) ” Un artista di tale qualità è, dunque, un valore inestimabile per la terra che lo ospita. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Allievi della Scacchistica Partenopea a Città della Scienza

Alcuni allievi della scuola di scacchi della Scacchistica Partenopea hanno partecipato a Partenoplay 2021, III edizione, festival del gioco per tutti, a Città della Scienza, sabato 20 e domenica 21 novembre. Ore emozionanti per gli scacchisti in erba, tra cui: Arsen Androshchuk, Marco Androshchuk, Francesco Quarto, Luca Cutrera, Jacopo Fortuna, Brando Fortuna, Matteo Gaudino, Giorgio Riccio, Iegor Haiyevik, Angelo Palumbo, Stefano Speranza, Greta Margotti, Carlotta Margotti, Alessia Gaudino, Francesco Ronco, Giorgio Birra, Marco Fioretto, Zoe Fortuna, accompagnati dallo Staff del Circolo: Francesco Roviello (presidente), Roberto Cerrato (direttore tecnico, responsabile delle squadre), Giuseppe Buonocore, Sabrina Simeoli (responsabile Enti esterni), Fabio Guarino. La scuola di scacchi della Scacchistica Partenopea é autorizzata dalla Federazione Scacchistica Italiana (F.S.I.). Abbiamo avuto modo di invitare nello spazio dedicato agli scacchi, l’organizzatrice di questa bellissima manifestazione, la dr. Viviana Luongo, della Cooperativa Sociale Progetto Uomo. Ci ha spiegato che Partenoplay è stato realizzato con l’ausilio del Comune di Napoli, in particolare dell’Assessorato alle politiche sociali, nella persona dell’assessore Luca Trapanese. Riallacciandoci al fatto che il 20 novembre è ricorsa la Giornata Mondiale dei diritti dei bambini e degli adolescenti, Partenoplay rappresenta uno dei grandi eventi del progetto “Una città per giocare”, gestito dalla cooperativa sociale “Progetto Uomo”, che giunge quest’anno alla terza edizione. Obiettivo del progetto è porre l’accento sul diritto al gioco, come uno dei diritti fondamentali dei bambini e delle loro famiglie. Per tutti coloro che hanno partecipato, oltre agli allievi della scuola di scacchi, è stata una giornata bellissima, sia per gli espositori sia si sono fermati all’interno di Città della Scienza che per quanti hanno operato all’esterno, dove si è fermato il “Ludobus Artingioco,”un furgone pieno di giochi, idee, esperienze e professionalità ludiche, che porta il gioco dove manca”, giacché “qualsiasi luogo può essere trasformato in uno spazio per giocare”. Viviana ci ha spiegato che si vuole incentivare il “gioco sano”, immersivo, fisico, che allontani i piccoli dall’abitudine al gioco virtuale, il quale può tramutarsi in ossessivo e patologico. Si tenta anche di riportare i bambini all’aria aperta, in modo che giochino coi loro simili, in libertà e autonomia, però con la previsione che anche le famiglie partecipino. Nel corso della giornata ci ha accompagnato anche Luca Coppola, dandoci indicazioni e chiarendo come queste ore abbiano avuto la funzione di promuovere il gioco in tutte le sue forme, dai giochi della tradizione ai giochi investigativi, dai giochi all’aperto alle cacce al tesoro, dai gdt (giochi da tavolo) al gdr (giochi di ruolo), dai giochi di costruzioni al gioco di ruolo, e così via esplorando tutte le possibilità. Gli incontri di questo tipo sono dedicati ad educatori, agli operatori sociali, agli animatori, agli insegnanti, ai rappresentanti delle istituzioni ed ovviamente a tutti i liberi cittadini. Luca ci ha presentato altre associazioni che hanno partecipato, oltre all’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea, ossia: Brickanti, Ludofficina, Associazione Culturale "Gli Astronani", Storie a manovella e Ludoteca Vito Ciardiello. È stato interessante annotare come alcuni bambini che non avevano mai giocato a scacchi, abbiano approfittato delle scacchiere poste a disposizione per cimentarsi, accettando volentieri i suggerimenti dei più esperti. Così come altri ragazzi, già in grado di completare una partita di scacchi, abbiano “sfidato” gli allievi della scuola, per confrontarsi. L’occasione data dall’incontro è stata un’opportunità per diffondere il gioco degli scacchi, visto che non tutti i bambini hanno la fortuna di avvicinarvisi. Occorrono delle situazioni particolari: una scuola (privata o pubblica), in cui si è deciso di inserire quest’attività in quelle extracurriculari, oppure una famiglia in cui l’abitudine sia già presente, perché l’attività è utilizzata dai nonni o dai genitori. In sé e per sé, difficile che un bambino decida da solo di dedicarsi a questa “attività agonistica dello spirito”. Una Città per Giocare è un progetto dell'Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Napoli che si rivolge ai bambini, agli adolescenti, alle famiglie e alla cittadinanza tutta, ed è incentrato sulla necessità di promuovere il gioco come buona pratica sociale d’incontro, coesione e prevenzione. Giocare è un’esperienza piacevole e coinvolgente nella quale il bambino impara a costruire se stesso, la relazione con gli altri e con il mondo che lo circonda, ma è anche quello spazio, dove tutti, ragazzi ed adulti, possono scoprire risorse personali e potenzialità. Giocare significa anche stare insieme e condividere azioni, regole, obiettivi. La condivisione è parte integrante e fondamentale del gioco in cui sperimentare il confronto con l’altro. Bianca Fasano

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- Società

libro di Bruno Pezzella: SHOCK DOWN La notte del pensiero

Presso la Mondadori Bookstore del Vomero, Napoli, mercoledì 17 novembre 2021 è stato presentato il libro di Bruno Pezzella: “SHOCK DOWN La notte del pensiero”, kairòs edizioni. Hanno tenuto desta l’attenzione del pubblico gli interventi dell’editore Giovanni Musella, del giornalista Luciano Scateni, del saggista e scrittore Mauro Giancaspro, e le letture dell’attore Giulio Adinolfi. Non è strano che I tempi difficili spingano I pensatori, chiusi nelle loro case per salvaguardarsi dal pericolo, a realizzare nuove imprese. Certamente non voglio paragonare Bruno Pezzella ad Isaac Newton, né la peste, che infuriava sull'Inghilterra tra il 1665 ed il 1666, alla malattia da coronavirus, fatto sta che lo scienziato, costretto a rintanarsi sotto il tetto materno, scoprì e creò: la formula del binomio per un esponente qualunque, quella di un metodo generale per costruire le tangenti alle curve, l'invenzione del metodo delle flussioni, diretto e inverso, e mise mano agli studî che culminarono nella sua teoria dei colori e nella concezione della gravitazione universale. Mentre la maggioranza degli esseri umani, essendosi annoiati a morte davanti alla tristezza delle infinite trasmissioni dove il Covid 19 era discusso in tutte le argomentazioni possibili (e anche da chi meno ne avrebbe dovuto parlare), in molti casi si sono dedicati alla cucina. Pizze, in particolare. Ne fa fede che nei supermercati mancasse il lievito. Il “nostro” Bruno Pezzella, invece, ha scritto un libro. Se cominciamo dal titolo: “SHOCK DOWN La notte del pensiero,” abbiamo subito modo di annotare che valore abbia dato lui allo “stimolo fisico o psichico di notevole intensità” causato alla gente dal Covid 19 e dalle restrizioni, sofferenze, paure, incertezze, che questi tempi cupi hanno dato al genere umano, globalmente coinvolto: “Down”, ossia, giù. In pratica, mentre alcuni filosofeggiano su di un possibile miglioramento delle capacità umane dovute all’esperienza vissuta (che ancora stiamo vivendo), lo scrittore, in tal senso si pone domande: “La catastrofe ha cambiato il nostro modo di pensare? Il disastro, ha avuto una funzione purificatrice?” Di certo appare convinto che sarebbe il tempo di fare qualche riflessione critica su “come siamo”, “come pensiamo” e se usciremo modificati (e se sì, in che modo e in che misura), da questa esperienza. Il libro analizza il pensiero, anzi: “La notte del pensiero”, che a parere dello scrittore è iniziata molto prima della pandemia, mostrando un’involuzione del pensiero stesso, non più ideologico, se mai pragmatico, basato sul potere del capitale (inteso come economia, valore che si da alle cose e alle persone) e sulla speculazione, fattori che condizionano fortemente il modo di pensare degli individui. L’autore viene dalla pubblicazione di “Adessità” (Cuzzolin Editore), il tempo della provvisorietà e del transito (2017), e continua, anche, il discorso critico sull’”immediatismo” e sulla società del nowness, e prima ancora, da “Il sapere tra incertezza e coraggio. La conoscenza mobile (prima Edizione: Marzo 2011). Insomma: non serviva il covid per spingerlo a studiare la società e chiedersene il valore e le “indicazioni per il futuro”. Si guarda indietro e annota i mutamenti che vengono da lontano: dall’era del computer e dalla globalizzazione. Ci rendiamo conto che il modo con cui ha guardato alle reazioni dell’essere umano pensante (?), alla pandemia, sia in qualche modo collegato a quell’”Adessità”, trattata in precedenza. Siamo ancora collegati a “quell’immediatismo”, a quell'Hic et nunc che ci precipita nel presente che ci vieta di conservare “la memoria” e ci rende difficile immaginare un futuro compatibile e sostenibile? Per quanto riguarda la città di origine, la complessa e straordinaria Napoli, il nostro autore, pur evidenziando la stampa estera che ne parla bene (io ricorderei, campanilisticamente, un articolo del Daily Mail, firmato da Martin Dunford, dal titolo: “Perché Napoli non merita di essere il posto che tutti amano odiare,” in cui Il tabloid inglese sostiene che proprio Napoli “potrebbe essere la nuova Barcellona”) ci dice: “noi esportiamo una visione di Napoli che purtroppo è negativa e sulla quale si lucra, sia da un punto di vista ideologico in Italia, sia purtroppo al di fuori, trattata come un prodotto commerciale.” Tornando al libro e alle domande, Pezzella cerca di capire (forse, anche, di aiutarci a capire), come stia cambiando il nostro modo di pensare in quella che definisce “la contemporaneità”. Mostrandoci questo difficile periodo (periodo?), in cui anche la scienza sembra divenuta passibile di falsificazioni e la medicina ci lascia insoddisfatti a causa delle risposte che non è in grado di dare. Dobbiamo chiederci: siamo sprofondati nei social, perdendo la lucidità del pensiero? Siamo ancora in grado di considerarci esseri umani pensanti, o non, piuttosto, “pensati” da altri che ci ritraggono in qualche modo? Viviamo una profonda crisi delle ideologie politiche, dunque: possiamo ancora credere che esistano? Nel leggere il libro sembra che l’autore sia convinto che il nostro modo di pensare, in effetti, non sia cambiato, nonostante la tragedia che abbiamo vissuto (molti davvero da vicino, tutti, in qualche modo, colpiti) e ancora stiamo vivendo a causa del covid. La definiamo “catastrofe”, però l’autore ci spinge a credere che non siamo tuttora in grado di comprendere chiaramente cosa sia, perché è un qualcosa di “nuovo”, rispetto alla storia degli uomini. Guardando alle catastrofi del passato (poniamo le guerre mondiali, ma anche, per un confronto più simile, all'influenza spagnola, insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise un numero altissimo di persone nel mondo),quelle modificarono totalmente la vita del mondo. Possiamo dirci che davvero questa ci abbia cambiato nel profondo, o non, piuttosto, modificato soltanto ih superficie? Non potrà accadere, che, una volta superatala, ritorneremo a pensare così come sempre abbiamo fatto negli ultimi cinquant’anni? Leggendo il libro potremmo essere portati a considerare il tempo del covid come una sorta di “intermezzo” che, forse, ci ha costretti a riflettere sullo stato delle cose, sul percorso verso cui ci stiamo avviando, come esseri umani e su dove è possibile che siamo destinati ad arrivare. Bruno Pezzella con “SHOCK DOWN La notte del pensiero”, pone domande, offre risposte, ma, anche da ”insegnante” (lo è stato e non si smette mai di esserlo), spinge alla riflessione. Buona lettura. Bianca Fasano

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- Informatica

Il popolo del web, perseguitato dalle truffe informatiche

Nel periodo del “clou covid”, con il lockdown, sono giunte al massimo storico i reati connessi a truffe e frodi online – phishing (web, mail), vishing (via telefonata vocale), smishing (via sms). Una delle ultime (in ordine di tempo, ma non di pericolosità), è quella sulla diffusione via email di false comunicazioni provenienti, in apparenza, dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e dal Commissariato P.S. online – Sportello per la sicurezza degli utenti del web. Ci si può cadere. Giunge una e mail con un testo simile: “Salve, Troverete in allegato una convocazione da parte della Polizia di Stato, ci aspettiamo una risposta entro 24 ore dal ricevimento dell'email. Dott. ssa XXXXXXXXXX Dirigente Superiore della Polizia di Stato” Per quanto, alla prima occhiata, dovrebbe saltare all’occhio che mancano nome e cognome del destinatario (!), concorda, invece, il nome e cognome della dirigente e la e mail di invio: contatto@gov-ppc-agia-italia.com<contatto@gov-ppc-agia-italia.com>; sembra autentica. Aprendo il PDF, l’incauto destinatario si ritrova nel pieno di un caso tipo “Il processo” di Kafka che racconta la storia di Joseph K., un uomo arrestato e perseguito dall'autorità senza che venga mai a sapere la natura del suo crimine.” In realtà vien fatto di pensare che non tutti abbiano piena sicurezza nella validità di “essere innocente” per cui, nell’aprire l’allegato, contenente un falso “atto di citazione” della polizia postale, nel quale, con l’inganno, l’ignaro utente viene convinto di essere sottoposto ad indagini giudiziarie questi sia indotto a contattare i truffatori, per produrre fantomatiche “giustificazioni”. La prima reazione potrebbe essere, appunto, quella di “giustificarsi”. L’allegato PDF ha tutto l’aspetto di una citazione in tribunale in cui si precisa fra l’altro: “Avviamo un procedimento legale contro di te poco dopo un sequestro informatico di Cyberinfiltrazione per: Pedopornografia. Pedofilia. Esibizionismo. Cyberpornografia. Traffico sessuale.” Può accadere che, nel procedere della lettura (che sembra autentica), il primo nome (a caso), che torni alla memoria sia quello del povero Enzo Tortora, per cui la fiducia nella propria (conclamata) innocenza venga meno e ci si precipiti ad affermarla (nelle 24 ore richieste), al fantomatico accusatore. In passato, aprendo un allegato simile, è capitato che il malcapitato abbia permesso ad un virus di penetrare nel PC e che questi lo abbia bloccato, fino al successivo pagamento di una fantomatica multa. Al momento dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e dal Commissariato P.S. online giungono avvisi di questo tipo: “Si invitano tutti coloro che dovessero ricevere tali comunicazioni sotto forma di falsa “Citazione in Tribunale” a non tenerne assolutamente conto, a non rispondere al mittente o a cercare di contattarlo, né di contattare l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. È invece opportuno segnalare l’accaduto alla Polizia Postale, prestando comunque la massima attenzione: infatti, secondo la Polizia, si tratta di un raggiro finalizzato, verosimilmente, a carpire dati personali, richiedere pagamenti non dovuti o ancora, infettare i dispositivi della vittima con pericolosi virus informatici.” Non dobbiamo dimenticare che in Italia sono quasi 50 milioni le persone online ogni giorno e 35 milioni quelle attive sui canali social. Oltre 80 milioni di smartphone per una popolazione residente di 60 milioni. Un paese e un mondo, con trend in crescita per quanto riguarda internet, piattaforme social e nuove tecnologie ed ovviamente anche sempre di più aggredito, sotto tutte le forme possibili, da phishing, vishing e smishing. Tra le truffe più diffuse e insidiose, il phishing è un tipo di frode informatica che mira al furto dei dati sensibili. A questo proposito si è attivata anche l’INPS, segnalando agli utenti una delle modalità riscontrate: l'invio di false email che invitano ad aggiornare i propri dati personali o le proprie coordinate bancarie, tramite un link cliccabile, per ricevere l’accredito di fantomatici pagamenti e rimborsi da parte dell’Istituto. In alcuni casi il link apre una falsa pagina dei servizi INPS. l’INPS segnala, inoltre, tentativi di truffa tramite email che invitano a scaricare bollettini di versamento precompilati o link cliccabili per ricevere il rimborso di “fantomatici contributi versati in eccesso.” Avvisa che occorre sempre diffidare di queste comunicazioni “in quanto l’Istituto, per motivi di sicurezza, non invia mai messaggi di posta elettronica contenenti allegati da scaricare o link cliccabili.” Concludiamo tornando alla “falsa “Citazione in Tribunale”con il ricordare che, qual ora si dovessero riceversi simili comunicazioni, è importante segnalare l’accaduto alla Polizia Postale o anche esporre denuncia ai Carabinieri di zona, in quanto trattasi di un raggiro finalizzato, credibilmente, a carpire dati personali, richiedere pagamenti non dovuti o ancora, infettare i dispositivi della vittima con pericolosi virus informatici. Ovviamente la Polizia Postale raccomanda di non dare alcun seguito a tali email, evitando di entrare in contatto con i truffatori ed astenendosi dal fornire i propri dati personali o dall’aprire qualunque tipo di allegato. Non solo email. È necessario fare attenzione anche agli SMS che inducono ad aprire un link per aggiornare (ad esempio) la propria domanda Covid-19 e a installare un’app malevola. Questi SMS non sono inviati dall’INPS. Infine: non facciamoci più furbi di quanto potremmo essere. Il rischio di cadere in una delle infinite possibilità di truffe esiste. Deve esistere per forza, altrimenti non si spiegherebbe il dilagare dei tentativi fatti dai truffatori che smetterebbero, se non avessero riscontri positivi. Se ci sono le volpi, le galline devono esserci, in conseguenza. Bianca Fasano

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- Cultura

Napoli. Benvenuti al sud! “Blitz at six” torneo di scacchi.

È proprio il caso di dire: “Benvenuti al sud”! Serata splendida di scacchi sabato 30 ottobre 2021, presso l’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea del Vomero, organizzata dagli amici scacchisti di Milano. Un torneo di dieci turni di dieci minuti chiamato “Blitz At Six”, che prende il nome da una serata di scacchi a gioco libero che si svolge nei bar milanesi. “Chiunque può venire e se si sente coraggioso... giocherà a scacchi!”. Alle spalle di questa riuscita manifestazione troviamo appunto la “Blitz At Six” e i nomi di Yuri Kaban e Andrea Ferrari. Qui a Napoli, l’organizzazione è andata a Claudia Decaro e Sofia Blu Cremaschi, che hanno portato con loro tante medaglie da distribuire a tutti e le maglie appositamente realizzate, da regalare ai partecipanti del torneo, pensate da Andrea Ferrari, che ha fatto da designer. Gli amici di Blitz @ six, li ritroviamo su Instagram: blitzatsix. Racconta Claudia che la passione per gli scacchi, in quel di Milano, è nata proprio a causa del maledettissimo covid. Un velo di noia e di tristezza, unito alla nebbia, rattristava gli animi e da qui ha preso il via la possibilità di realizzare tornei e di giocare a scacchi on line. Con le amiche milanesi sono giunti gli appassionati di scacchi di Milano che si sono battuti con i giovani e meno giovani iscritti al Circolo di scacchi del Vomero. Una serata da brividi, laddove, con grande soddisfazione, si è potuto assistere a una gara piena di giovanissimi scacchisti, anche se ancora dobbiamo annotare la bassa, se non bassissima, presenza al femminile e ce ne chiediamo la ragione. Dobbiamo riportare l’assenza alla frase che sta rendendo impopolare lo stimatissimo Prof. Alessandro Barbero in questi giorni? “(…) È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi?” C’è poco da dire: per giocare a scacchi occorre aggressività. Tuttavia non dimentichiamo Judit Polgár (Budapest, 23 luglio 1976), la scacchista ungherese, Grande Maestro che è valutata da molti la miglior giocatrice nella storia degli scacchi. Difatti ha sbriciolato numerosi record scacchistici femminili e assoluti. Se vogliamo pensare che accada, invece, in quanto gli scacchi pretendono un’attenzione vicina alle scienze e alla matematica, non dimentichiamo (tra le tante), Rita Levi Montalcini e Irène Joliot-Curie, figlia di Marie Curie, che, assieme al marito Frédéric Joliot-Curie, ha vinto il premio Nobel per la chimica del 1935 per il lavoro sugli isotopi radioattivi (o radionuclide) che conducono alla fissione nucleare. Possiamo collegarci, piuttosto, al fatto che, secondo i dati raccolti dall’associazione European Women in Mathematics, il numero di donne che si dedicano alla ricerca matematica è ancora basso in tutta Europa, principalmente quando si procede con la carriera accademica. In pratica: si perdono nel percorso, non per la conoscenza. Restando agli scacchi, ricordiamo che il merito sta anche nel fatto che non è “uno sport” da “paraolimpiadi”. Tutti, ma proprio tutti, se forniti delle attitudini e delle predisposizioni adatte, possono competere negli scacchi, sia nei tornei, che nelle quotidiane possibilità di gioco. La notizia che Andrea Boccelli è un grande appassionato di scacchi è apparsa chiara in un’intervista rilasciata a “Scacchitalia”, in cui asserisce, parlando di scacchi e musica che “Entrambi sono basati sulla matematica. La musica in effetti è una matematica occulta.” E ripresentiamo, quindi, la vicinanza tra scacchi e scienze. Tornando al Nord e al Sud, in quest’articolo non intendiamo annotare chi, tra i giovani milanesi e napoletani, abbia riportato la vittoria, anche perché mai come in questa “singolar tenzone” era la bellezza di avere ospitato “il Nord”, (rifacendoci a quel “Benvenuti al sud”), che contava davvero. I giovani milanesi infine hanno asserito: “Grazie a tutti voi, ci siamo sentiti come a casa! Speriamo che questa esperienza possa avvicinare sempre più giovani, adulti e anziani a questo gioco. Ci avete trasmesso tanta passione e speriamo di rivederci molto presto. Grazie ancora per l’ospitalità e complimenti per il vostro circolo e il lavoro che fate!” Ecco l’elenco dei nomi con i partecipanti laddove è da considerare che si sia trattato di una sfida tra età differenti (molti giovani) e differenti livelli di preparazione. Un torneo proprio stile: “Blitz At Six, chiunque può venire e se si sente coraggioso... giocherà a scacchi!” Cleal Charles, Pennitti Andrea, Ausiello Alessia (una donna!), Perrucchini Davide (milanese), Cultera luca, Quecchia Percalo (milanese) Di Bellucci Lorenzo, Riccio Giorgio, Ferrari Andrea (milanese), Sellitti Alfredo, Iovino Andrea, Song Luca (milanese) Mandaliti Ugo, Vallifuoco Giampiero (milanese) Palmieri Elia , Caritri Alessandro (milanese), Andoshchuk Arseri, Parascandolo Dario, brunetti Alessandro, Quarto Francesco, D’Auria Giuseppe, Rea Francesco (milanese, Esposito Giorgio, Sanità Pasquale, Gaudino Matteo, Soave Vittorio, Kaban Yuri e Vitale Davide. A controllare, anche questa sera del torneo “Blitz At Six” c’è stato un arbitraggio anche per le cosiddette “mosse illegali” che portano a una penalizzazione sull’orologio (un minuto) e solo alla seconda mossa illegale segnalata alla partita persa. In ogni caso, felicissimi tutti, dai membri del Consiglio direttivo: Presidente: Francesco Roviello, Vicepresidente: Roberto Cerrato, Segretario: Andrea Pannitti, Tesoriere: Lucio Gatto, Consigliere: Aldo Vannini, all’istruttrice di scacchi dell’Associazione, Paola Girimonte e Salvatore Isoldo, Presidente dell’associazione Campana scacchi che ha partecipato alla premiazione. Soddisfatti tutti in questa bella occasione in cui il Sud ha accolto il Nord. Ci aspettiamo a breve che sia il nord scacchistico ad accogliere il sud perché gli scacchi fanno davvero da fusione armonica dei mondi di quanti li amano. Bianca Fasano.

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- Società

Fortune e sventure di una famiglia di emigranti italiani.

Vien fatto proprio di pensare che il libro “Fortune e sventure di una famiglia di emigranti italiani. Dal Cilento (Italia) alla Pennsylvania (USA) ”, Bert Marinko - Ezio Martuscelli, sia, anche se inconsciamente, nato per fare un paragone tra la violenza fisica ed emotiva che ci viene dai “numeri dell’immigrazione” (Siamo passati dai circa 11.000 sbarchi l’anno della metà del 2019 a circa 45.000 persone sbarcate nel corso degli ultimi dodici mesi) e quelli che sono stati, sono (e probabilmente saranno) i numeri dell’emigrazione italiana. Occorre rimarcare che gli italiani sono sempre al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie (1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio). Secondo le stime del Ministero per gli Affari Esteri, gli italiani all'estero erano nel millenovecentottantasei 5.115.747, di cui il 43% nelle Americhe e il 42,9% in Europa. Se guardiamo poi all’entità delle collettività di origine italiana, questa assomma a decine di milioni, racchiudendo i discendenti degli immigrati nei vari paesi. Al primo posto vediamo l'Argentina con quindici milioni di persone, gli Stati Uniti con dodici milioni, il Brasile con otto milioni, il Canada con un milione e l'Australia con 540.000 persone. Un mare di gente che ha lasciato la sua (la nostra) patria e un mare di gente che ci giunge via mare. Bert Marinko ed Ezio Martuscelli non sono nuovi all’argomento. Il primo lavoro: “Racconti sull’Emigrazione. La storia di Nicola Imbriaco e Teresa Gabriele. Dalle campagne del Cilento alle miniere di Hazleton in Pennsylvania (USA) ” Printed by Amazon Italia logistica, Torino, è del maggio 2021. Veniamo agli autori. Bert Marinko, nato ad Hazleton, Pennsylvania, si è laureato presso la “Pennsylvania Atate University”, con un Bachelor su Scienze Degree in Eletrical Engineering. E’ un cultore di storia e genealogia. Da anni esegue ricerche sulle origini della sua famiglia i cui progenitori emigrarono dall’Italia. Ezio Martuscelli, è laureato in chimica. Direttore dell’Istituto di Ricerca e Tecnologia delle materie plastiche del Consiglio Nazionale delle ricerche. E’ stato docente presso le Università “Federico II e “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Dal 2010 è presidente dell’Associazione storico-culturale “Progetto Centola”. Dopo altre pubblicazioni, sia in campo scientifico, sia in quello della storia del territorio del Comune di Centola e del Cilento, da poco si è dedicato allo studio dei processi emigratori del Cilento. Il libro che stiamo trattando ben si ricollega a quelli che sono stati “i numeri” dell’emigrazione dalla Campania: 1876-1900; 520.791. 1901-1915; 955.188. Di cui ben 5.691.404, verso gli Stati Uniti. In questo lavoro, “i numeri” si tramutano in persone. “Di fatto in questa pubblicazione è raccontata la “Saga” di una grande famiglia di emigranti i cui membri dal Cilento emigrano in Pennsylvania dove con sacrifici lutti e duro lavoro si affermano e,attraverso le nuove generazioni, finalmente realizzano gli obiettivi che erano la motivazione della loro partenza dai paesi d’origine.” Appare chiaro dal lavoro svolto, rimarchevole anche per la mole e l’accuratezza di documenti allegato, quello che è stato più volte evidenziato della “nostra” emigrazione, non protetta né dall’Italia, che non seguiva le sorti degli italiani emigrati, né dai paesi dell’accoglienza. Partivano su navi che erano “carrette del mare”. In tanti guadagnavano sugli emigranti, così come in tanti, oggi, guadagnano sugli immigrati. Difatti, a parte il business sulla pelle dei migranti per quanto riguarda i viaggi della disperazione, sulla terraferma si guadagna sulle cosiddette “politiche per l’accoglienza,” laddove non sono santi quelli che si gettano nella smodata competizione per intascare denaro pubblico. I “nostri” emigranti “ (…) all’epoca dei fatti raccontati (…) erano sottoposti alla speculazione e alle prevaricazioni delle Compagnie di navigazione e dei loro rappresentanti che imponevano loro condizioni capestro.” Le navi erano riempite oltre il massimo consentito, i passeggeri in più si accalcavano sulla tolda, dormivano sui pavimenti, nell’immondizia. In caso di tempesta scendevano nelle stive, senza aria e senza luce. Ammassati. Poi, si doveva passare l’esame per ottenere il visto per gli Stati Uniti. Gente che non conosceva l’italiano, figuriamoci se parlava l’inglese. Non graditi dalle popolazioni locali, erano chiamati “dago” (popolo dello stiletto), oppure “Wop”, ossia “guappo”. E morivano spesso nelle miniere, come Michele Lappano Gabriele, che, all’età di trentuno anni, fu travolto e schiacciato da una grande massa di ardesia staccatasi dalla volta della galleria della miniera a causa di un’esplosione. Ci mise tre giorni a morire. La qualità di lavoro nelle miniere è ben specificata nel libro, dove si ricorda l’esplosione, a Monongah (Virginia occidentale. Stati Uniti), nelle Gallerie n.6 e n.8 della miniera della Fairmont Coal Company , del dicembre 1907, ossia il più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti d'America che causò 362 vittime tra i minatori. Tuttavia il libro è anche il racconto di una “grande speranza” e della vittoria, ottenuta negli anni e nelle generazioni, da una parte di questi Italiani, che poterono vantare, più avanti, di avere condotti figli allo studio, di averne fatti avvocati e medici, oppure di avere aperto negozi, officine e ristoranti. Gli autori seguono, carte alla mano, foto alla mano, le esperienze del gruppo familiare preso ad esempio, concludendo: “Gli autori auspicano che i giovani discendenti delle famiglie che in tempi lontani sono emigrati dall’Italia, e in particolare dal Cilento, nel leggere queste pagine possano avere la curiosità di visitare le contrade da cui vennero i loro progenitori al fine di recuperare e tramandare ai figli la memoria della loro identità e la specificità delle origini.”. Auguriamoci che avvenga. Bianca Fasano

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- Musica

“L’Accademia in Concerto” terza edizione 2021 - 22.

La W.A. Mozart, Accademia Filarmonica Parthenope, venerdì 29 ottobre 2021, alle ore 20.00, presso il Cam Contemporary Art Museum in Via Calore, di Casoria, presenterà: “L’Accademia in Concerto” terza edizione 2021 - 22. Presidente e direttore artistico della W.A. Mozart, Accademia Filarmonica Parthenope è il m° Massimo Siciliano. Alla ribalta i maestri Giancarlo Palena (Bandoneon) e Francesco Scelzo (chitarra), in “Histoire du Tango. Musiche di Astor Piazzolla. Lo strumento musicale denominato bandoneón è un tipo di fisarmonica inventato dal musicista tedesco Heinrich Band ed è da considerarsi uno strumento fondamentale nelle orchestre di tango. Di Francesco Scelzo ricordiamo che nell’aprile 2017 è uscito il suo lavoro discografico “Mood Swings”, (SoundLiveRecords) un disco dedicato alla figura del M°Roland Dyens e al jazz. La serata musicale è dedicata ad Astor Piazzolla (1921 - 2021), nel centenario della sua nascita. Ricordiamo che Astor Pantaléon Piazzolla è stato un musicista e compositore argentino. Strumentista d'avanguardia, è considerato da alcuni un esponente di grande interesse della musica del suo Paese ed è in generale tra i più importanti musicisti del XX secolo; autore di diverse collaborazioni con artisti di vario genere. La Cam Contemporary Art Museum offre i suoi spazi a varie occasioni artistiche, con l’intento di diffondere sul territorio e portare ad un più vasto pubblico informazioni sui linguaggi contemporanei. L’ Accademia Filarmonica Parthenope W.A. Mozart, è una associazione musicale che accoglie presso di sé un alto numero di allievi, divisi per corsi e per strumento: chitarra, violino, pianoforte, flauto, clarinetto, canto e percussioni, i quali seguono corsi annuali ed esami. Questo Concerto di apertura è l’avvio all’anno scolastico 2021/22. In passato l’Accademia si è presentata al pubblico in varie occasioni. Ricordiamo tra gli altri: Martedì 31 dicembre 2019 alle ore 17:00, “Il Concerto dell’Epifania” 2020 Domenica 19 gennaio 2020, dalle ore 09:30 alle 19:30; Incontri MasterClass. Domenica 9 febbraio 2020 alle ore 19:00, Concerto Francesco Scelzo. Domenica 8 marzo 2020 alle ore 11:30, L’Accademia in Concerto - 2^ Edizione. La W.A. Mozart, Accademia Filarmonica Parthenope rappresenta un punto di riferimento importante per quanti vogliano intraprendere la strada della musica. La prenotazione è obbligatoria e comprende il concerto più la visita al museo. Per informazioni sulla serata: accademiamozartaps@gmail.com ; info 3335887219 Bianca Fasano

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- Società

Napoli. Imparare a giocare a scacchi, un’utilità per la vita

Napoli. Imparare a giocare agli scacchi: un’utilità per la vita. l’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea del Vomero, apre ai piccoli e ai grandi. Non tutti hanno la fortuna di avvicinarsi al gioco degli scacchi da piccoli. Occorrono delle situazioni particolari: una scuola (privata o pubblica), in cui si è deciso di inserire quest’attività in quelle extracurriculari, oppure una famiglia in cui l’abitudine sia già presente, perché l’attività è utilizzata dai nonni o dai genitori. In sé e per sé, difficile che un bambino decida da solo di dedicarsi a questa “attività agonistica dello spirito”, anche se alcuni film, come “La regina degli scacchi”, oppure il meno recente “In cerca di Bobby Fischer” (1993), possono spingere qualcuno a prestarvi interesse. A Napoli (Vomero), si dedica a questa attività educativa l’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea, che apre ai piccoli e ai grandi. Cerchiamo di comprendere in che modo il gioco degli scacchi può influire (positivamente), sulla psiche di un nuovo adepto. Appare evidente che prima di muovere un pezzo, si deve osservare la scacchiera per verificare la posizione dei pezzi stessi e, in conformità a questo, si dovrà poi valutare la propria mossa e comprendere le ragioni di quella che farà l’avversario. Lo scacchista alle prime armi troverà difficile, nel muovere, prevedere lo svolgersi della partita. Nell’insieme appare chiaro che, volendo vincere, nel giocatore si dovranno rafforzare le capacità di osservazione, di riflessione e di memorizzazione, con un’immersione nel campo dell’astrazione. Gli insegnanti di scacchi sanno bene che per alcuni allievi tutto ciò sarà più facile che per altri, tuttavia ognuno migliorerà in previsione rispetto allo svolgersi delle tattiche e nella capacità decisionale. Accade a volte che capiti in famiglia la “scoperta” di particolari attitudini dei bambini, come nel film “In cerca di Bobby Fischer,” che si basa sulla vita vera del giocatore di scacchi Joshua Waitzkin, la cui propensione all’attività scacchistica fu scoperta in famiglia, quando aveva soltanto sette anni. Difatti il film è tratto dal libro omonimo scritto dal padre di Joshua, Fred Waitzkin. Alla ricerca di nuove strategie (che saranno spiegate dagli istruttori nel tempo) gli allievi, nel porle in pratica,dovranno necessariamente rinforzare anche le competenze della memoria, nella fattispecie quella visiva. Studiare il gioco vorrà dire anche acquistare strategie codificate, metodo d’indagine e capacità di analisi da usarsi per progettare il fine da raggiungere di volta in volta. Per invogliare la pratica degli scacchi sul territorio, il Direttivo dell’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea ha istituito dal 2007, sotto l’egida della F.S.I. e la supervisione di un suo Istruttore Formatore, la Scuola di Scacchi di 1°, 2° e 3° livello, tra le poche esistenti in Italia. Il presidente Francesco Roviello ci spiega che l’attività, sia didattica sia agonistica, svolta dall’Associazione è particolarmente intensa. Sono, infatti in programma, tenuti da Istruttori Federali, vari Corsi, rivolti sia agli adulti sia ai ragazzi e tornei sociali e omologabili dalla F.S.I. / FIDE. Nelle più recenti delle succitate manifestazioni, sono state assegnate ben sette Norme di Maestro e una di Maestro FIDE, tanto a dimostrazione dell’alto livello tecnico dei giocatori partecipanti. Inoltre l’Associazione partecipa quest’anno, con ben sei rappresentative, al Campionato Italiano a Squadre e la sua prima formazione milita nella massima serie tra le migliori squadre d’Italia. Il Presidente chiarisce che le lezioni prevedono vari ambiti, sia individuali sia collettivi, da tenersi presso la sede del circolo o a domicilio, da istruttori qualificati CONI/F.S.I. Sono rivolte agli adulti e ai ragazzi dai cinque ai sedici anni di età e tutte autorizzate dalla federazione scacchistica Italiana (F.S.I.) Gli insegnanti sanno bene che ai loro allievi, partendo dagli stadi più bassi, fino a giungere a quelli in cui potranno pensare a iscriverli, volendo, a gare giovanili, nel tempo si svilupperanno particolari attitudini psicologiche, di creatività e fantasia, che saranno impegnate nelle necessarie risoluzioni dei problemi che si presenteranno durante la partita. I benefici di queste attività, si vedranno anche nell’ambito delle lezioni scolastiche e del sociale, poiché il gioco degli scacchi permetterà di rafforzare e consolidare il controllo emozionale, sia prima sia durante la partita ed anche quello collegato alla vittoria e alla sconfitta. Le lezioni dei corsi collettivi in sede si tengono, dal due di ottobre 2021,alle quindici, giovedì, venerdì, sabato e domenica e quelle a domicilio sono da concordare. Per quanto riguarda i mezzi, oltre alla scacchiera gigante si fa uso dei mezzi audiovisivi come il videoproiettore e il computer. Dando uno sguardo alle programmazioni parliamo di: Corso di 1° Livello Base per i più piccoli (dalle 15 alle 16.30), istruttore Paola Girimonte (che al di fuori dell’ambito scacchistico è insegnante di matematica). Psicomotricità. Corso di 1° Livello Avanzato per Giovani Under 16 (dalle 15 alle 16.30), con istruttori FSI che si alternano. Corso di 2° Livello Avanzato per tutti e Corso di 2° Livello Avanzato per adulti. Alcuni allievi già effettuano tornei giovanili. Francesco Roviello ci ha chiarito che i corsi online, tenuti da Maestri Fide e Maestri Internazionali, sono disponibili periodicamente. Ulteriori informazioni si trovano sul sito dell’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea https://scacchisticapartenopea.org/ Bianca Fasano

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- Letteratura

Scacchi. Intervista con il presidente Francesco Roviello.

Per parlare di scacchi a Napoli, ci sembra giusto intervistare il prof. Francesco Roviello, presidente dell’Associazione Dilettantistica Scacchistica Partenopea del Vomero e insegnante di filosofia. D): - “Com’è divenuto uno scacchista? Ci si nasce o ci si diventa?” R): - “Ho cominciato circa a dieci anni, giocando con amici, a Secondigliano (quartiere dell'area settentrionale di Napoli. N.d.A.), poi partecipando ai tornei che si disputavano all’interno delle sedi di partito, intorno ai diciotto anni.” D): - “Sedi di partito?” R): “ Nel 1974 era sindaco l’ ing. Bruno Milanesi, appassionato di scacchi.” D): “Ricordo che a Napoli, in Piazza Trieste e Trento, il Circolo artistico politecnico fu anche sede della prestigiosa Accademia degli scacchi napoletana…” R): - “Prestigiosa, sì: c’era il Maestro Giorgio Porreca con il suo seguito, Giacomo Vallifuoco, Achille della Ragione, Ernesto Iannaccone…”- D): - L’allievo prediletto di Porreca? Si dice che fosse l’unico che potesse riferirsi a lui chiamandolo “Giorgio.” R): - “C’era anche Giovanni Sodano. Non dimentichiamo Roberto Cerrato e Luigi Gatto, che sono nostri iscritti. Erano maestri già al tempo in cui si giocava e non esisteva il computer.”- D): - “Ma poi l’Accademia ha chiuso i battenti. Come mai?” R): - “C’erano altri due circoli importanti: quello della Banca Nazionale del Lavoro e un altro al Porto. Tornando ai maestri, non trascuriamo, Dario Cecaro, il quale, dopo la chiusura dell’Accademia Scacchistica Napoletana ha continuato a svolgere la sua attività di organizzatore presso il Gruppo Scacchistico Vomero. Negli anni novanta questi si è fuso con il Gruppo Scacchistico Napoletano istituendo l'Associazione Scacchistica Partenopea.”- D): -“E siamo arrivati alla Partenopea che ha portato i giochi degli scacchi al Vomero?” - R): - “Sì: l’Associazione scacchistica Partenopea ha cambiato negli anni varie sedi trasferendosi, infine, nel gennaio 2015 nei nuovi locali di via Rossini, dove siamo.” D): - “Affiliazioni?” R): - “La Partenopea è affiliata alla Federazione Scacchistica Italiana e associata al C.O.N.I.” D): - “ La domanda sorge spontanea: perché giocare a scacchi?” - R) : - “Le motivazioni sono molteplici: relazionali, cognitive…il gioco è d’aiuto nella memorizzazione, inoltre perché è finalizzato a una strategia che può servire a livello di vita e che si può verificare nell’ambito dell’esistenza. In più, una partita è un’opera d’arte, è creatività e tecnica, elementi che si combinano in un piano strategico…”. D): - “Vedo giocare alcuni iscritti stranieri, c’è chi traduce…”- R): - “Sì, e, a proposito di arte e di stranieri, il nostro giovane socio Alexandr Scheludcko è pittore e Ucraino. Sta giocando con un russo. Vede?”- D): - “Vedo. Quindi non soltanto napoletani?”- R): - “Tanti, sì, ma anche turisti di passaggio da Parigi, dalla Svizzera… Scacchisti che vengono a visitarci, sapendo che siamo qui. “- D):-“Avete una scuola?”- R): -“Certamente. Il Direttivo ha istituito dal 2007, sotto l’egida della F.S.I. e la supervisione di un suo Istruttore Formatore, la Scuola di Scacchi di 1°, 2° e 3° livello, tra le poche scuole esistenti in Italia. Il maestro è Giuseppe Tarascio. “Istruttore.it”- D): -“Insegnate anche nelle scuole?”- R): -“Assolutamente. Alla Belvedere, al IV circolo didattico “Don Giuseppe Diana”, al Convitto Nazionale di Piazza Dante, all’ Istituto Comprensivo 72 Palasciano, al Michelangelo - Augusto di Fuorigrotta…”- D): -“Il metodo?” - R): - “Dipende. Con i bambini dai tre ai sei anni, usiamo la tecnica di “infusione,” con gli scacchi giganti e la psicomotricità. In prima e seconda elementare, la scacchiera gigante, mentre in terza la scacchiera magnetica. Spieghiamo il movimento dei pezzi, le aperture, i finali, in modo semplice. D): -“Bene! Fermiamoci qui, sull’insegnamento torneremo di nuovo in un’altra occasione. Parliamo un po’ di tornei.”- R): - “La domenica abbiamo i tornei non omologati, circa venti persone. In questo caso faccio l’arbitraggio. IL 14 ottobre abbiamo il Torneo Standard Memorial "Eduardo Tortorella", dedicato a un bravissimo scacchista scomparso da poco. Avremo l’arbitraggio della federazione a carattere nazionale.”- D: -“Lo conoscevo. E i giovani scacchisti?”- R): - “Il settore giovanile ha conquistato nel 2013, ancora una volta, il titolo di Squadra Campione Regionale Under sedici affermandosi inoltre nel “Trofeo Campania” organizzato dal Comitato Regionale del C.O.N.I.”- D: - “Una domanda interessata:come mai sono così poche le donne che s’iscrivono e giocano a scacchi?”- R): - “Uomini o donne, occorre passione e molta competitività. Le donne vivono più emotivamente la partita. Conosco anche bravi scacchisti che sulla scacchiera “soffrono”. Bisogna non dimenticare che un incontro può durare anche tre o quattro ore, quindi occorre un temperamento stabile. Tra le scacchiste abbiamo Mariagrazia De Rosa (Napoli, 10 luglio 1988, N.d.A.) che ce dimostra come anche tra le donne si possa essere maestri.”- D): - “ E Judit Polgár, la “vera” Regina di Scacchi…” - R): - “ È ungherese, unica donna tra i primi dieci eccellenti giocatori al mondo in quindici secoli di storia. Aveva quindici anni, quando è diventata la più giovane “grande maestro” di tutti i tempi.” - Che dire? Aggiungiamo che “alla Partenopea” è stato assegnato dalla Federazione Nazionale per il 2012 e il 2015 il premio quale “Migliore società del Sud Italia” e ringraziamo il maestro Francesco Roviello, ripromettendoci di rivederci per parlare ancora di scacchi ed anche perché si attivi facendo sì che più donne divengano “competitive” a tal punto da battere “in singolar tenzone” i più bravi scacchisti del mondo. Bianca Fasano.

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- Fotografia

Ha compiuto dieci anni il Museo Fotografico Aldinoss di Noce

Ha compiuto dieci anni il piccolo, ma valido Museo Fotografico (o mostra permanente di apparecchi fotografici), Aldinoss, posto al 239 di Corso Vittorio Emanuele a Nocera Inferiore, aperto, per passione, da Aleardo Di Nosse cui è allegata anche una biblioteca. Museo reale e non virtuale, come egli stesso spiega, visitabile da chiunque sia appassionato, o anche solo curioso, della fotografia e della sua evoluzione. Per il decennale la collezione è stata arricchita con la Kodak N.5 Improved: una delle primissime fotocamere a soffietto della Kodak che scatta foto da cm 13x18 (5x7 pollici), prodotta in 4900 esemplari dal 1894 al 1896; funzionante e in condizioni eccellenti. Le vetrine sono piene di oggetti davvero particolari, che possono essere ammirati, senza però (ovviamente), prenderle tra le mani. Tra questi, oltre 150 apparecchi fotografici e da proiezione, numerosi accessori e compendi tecnici, dagherrotipi, ambrotipi e ferrotipi. Si nota, evidentemente, che la collezione ha richiesto anni e che, di anno in anno, acquista più valore. Incantano le numerose vetrine, dove ritroviamo apparecchi fotografici antichi, che per tanti, amanti della fotografia, possiedono un fascino senza tempo, eterno e non possono più essere considerati soltanto oggetti in quanto sono, infatti, capolavori di alta tecnica, esteticamente inoltre molto più accattivanti di ogni macchina fotografica oggi disponibile in commercio. Occorre non dimenticare che quelle esposte, sono state probabilmente scelte in passato dai più importanti fotografi al mondo e anche per questo motivo assumono un fascino incredibile. Non possiamo elencare tutti i modelli esposti, con le loro caratteristiche, ma basti dire che ce ne sono alcuni che nessun collezionista vorrebbe non avere nelle proprie vetrine. D’altra parte come non ricordare quelle che hanno fatto, infatti, la storia della fotografia. Basti pensare alle prime macchine fotografiche “compatte”. Una vera rivoluzione per l’epoca. Difatti, chiunque avrà visto, almeno in fotografia, o in un film, le scene dove comparivano quelle macchine fotografiche di immense dimensioni, decisamente adatte ad un fotografo professionista che le teneva nello studio, per cui non era possibile scattare delle foto come noi oggi siamo abituati. Tuttavia, osservando quelle esposte nel Museo possiamo annotare l’arrivo sul mercato delle prime macchine compatte e di quelle, sempre più tecnicamente valide, che potevano essere utilizzate anche dal privato cittadino. Proiettandoci nel passato, osservando le fotografie “formato tessera”, o i ritratti di famiglia, ricordiamo come sia stato decisamente un momento storico, una vera rivoluzione, quando cominciarono ad apparire gli apparecchi fotografici che sono esposti nelle vetrine. Pensiamo ad una Kodak Brownie, che arrivò sul mercato i primi anni del Novecento con il nome box. In realtà si trattava, appunto, di una semplice scatola, i cui primi esemplari erano persino realizzati in cartone, con una lente su un lato. E’ incredibile pensare che ciò permise alla Kodak di porla in vendita al costo di appena un solo dollaro. “Tu premi il bottone, noi facciamo il resto”, fu, difatti lo slogan scelto. Di ben altra levatura sono gli apparecchi fotografici che si possono ammirare nel museo. Ma non vi sono soltanto quelli. È importante annotare che sono molte le spiegazioni che accompagnano l’esposizione, tali da far penetrare anche la persona meno coinvolta nella storia del materiale esposto, come, ad esempio, la storia stessa della fotografia, cioè del perfezionamento dei due procedimenti: 1) ottenere l’immagine nella camera oscura (cosa che ci riporta persino al Caravaggio o alle disquisizioni su quanti pittori la usassero, compreso il Vermer.) 2) Quello inteso a fissare fotochimicamente l’immagine, poiché lo sviluppo della camera oscura ha preceduto di molti secoli quello del materiale sensibile. Tra gli apparecchi fotografici “da studio”, di cui si parlava prima, nel museo sono esposte alcune imponenti” fotocamere da studio”, chiamate anche “banco ottico”, “chambre d’atelier” in francese e “studio camera” in inglese. Nelle note del creatore del museo, tra cui quella aggiunta per celebrare il 6° anniversario del museo, ossia un’imponente fotocamera da studio. Mancando la targhetta, il Dott. Di Nosse chiarisce di non avere certezze del suo costruttore, ma presume che sia stata realizzata da Luigi Piseroni di Milano. Non mancano anche i consigli sul modo con cui si può giungere al nome del costruttore delle stesse, ossia di individuare alcune parti metalliche, spesso personalizzate, utilizzate per collegare i pezzi di legno della fotocamera e la struttura stessa degli apparecchi in visione. La collezione prevede tra l’altro: fumetti, giochi da tavolo, giocattoli, cartoline, porcellane, bronzi, mini assegni, pagelle scolastiche, Tessere fasciste, letterine augurali, fotografie interessantissime e persino fiammiferi. Chiaramente chi volesse in qualche modo lasciare un dono, possedendo qualche elemento di famiglia che meriti di essere inserito nell’esposizione, può rivolgersi al collezionista Aleardo Di Nosse, che potrà prendere in considerazione l’offerta. L’esposizione è visibile di persona, però un’idea , volendo la si può fare anche sulla pagina face book http://www.aldinoss.it/index.html Bianca Fasano.

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- Letteratura

Cammina nell’anima.Le nostre vite precedenti.

Le due coautrici, Loredana Zino (Regista teatrale, Cartomanzia, Fiori di Bach), e Pina De Murtas, si sono conosciute da piccole: “Da quel momento, una lunga e tortuosa catena di alti e bassi fra noi, due ragazzine completamente diverse fra loro, immature al punto giusto ma destinate a dividersi e a cercarsi, sempre e comunque. Che lungo cammino abbiamo percorso fianco a fianco!” Hanno scritto “ a quattro mani”: CAMMINA NELL'ANIMA: Le nostre vite precedenti (Italian Edition) Kindle Edition; Italian edition. Personalmente le ho conosciute come partecipanti (e vincitrici), al Premio Nazionale Parmenide, per la sezione parapsicologica, con un testo che trattava, appunto, di reincarnazione. La reincarnazione o per essere più chiari, la teoria secondo cui l'essere umano potrebbe avvantaggiarsi di più vite come se queste fossero un susseguirsi di livelli d'apprendimento, che conducano lo spirito incarnato a migliorarsi di volta in volta sino al raggiungimento dell'ultimo stadio, ossia quello di puro spirito. Le due scrittrici, in comunione d’intenti, si sono lanciate, corpo ed anima, alla ricerca delle loro passate esperienze dimenticate: “Da quando la dottoressa Aline ci narrò le nostre vite anteriori, subito, spontaneamente, nacque l'idea di scriverle, di parlare del karma. Farlo è stato un viaggio, meravigliosamente reale, intessuto di stupore.” Lo Zoroastrismo sostiene:- "La soluzione, scopo finale tanto della filosofia che della religione, consiste nello sfuggire alla perpetua catena delle esistenze corporali, nelle quali l'uomo entra portando il peso delle azioni commesse nella vita anteriore, e questa liberazione non si ottiene che col vincere l'ignoranza o il desiderio cieco che tiene l'uomo legato al ciclo delle reincarnazioni Tuttavia le due amiche, cui è stato detto di essersi più volte incontrate nelle vite precedenti, sembrano averle vissute nel passato e paiono ricordarle oggi, con estrema soddisfazione, liete di avere avuto la concessione di molteplici esperienze e quindi del tutto convinte che sia una cosa bella. Anche ispiratrici di lavori letterari, come ci racconta Loredana Zino: “Quel piovoso giorno di novembre 1994 la dottoressa Aline V.H. mi invitò a sedere dentro la stanza adibita per le sedute.”In quell’incontro seppe di avere vissuto numerose vite precedenti, anche in Messico, perfino prima che vi fossero giunti i pionieri e comprese perché avesse appena finito di scrivere un romanzo ambientato, appunto, nel Messico. La storia di Massimiliano D'Asburgo, che la scrittrice sostiene si fosse poi reincarnato in un caro amico di famiglia. Loredana Zino rinforza che le sue vite precedenti siano anche la causa della emotività e della ipersensibilità che l’hanno condotta “nella spirale degli attacchi di panico, oggi finalmente riconosciuti e diagnosticati come sindrome DAP.” Leggendo il lavoro ci si rende conto di come le due coautrici abbiano lavorato in simbiosi, ponendo in luce nell’ultima stesura una distinzione laddove il corsivo viene utilizzato per distinguere gli scritti che appartengono a Pina De Murtas. La coautrici hanno inteso raccontare, districando le esperienze dell’una da quelle dell’altra, alcune esperienze di vita passata, evidenziando quelle vissute assieme, sotto altra forma, utilizzando i rapportia karmici, come strumento reciproco di crescita. Dalle pagine viene fuori anche l'Akasha, ossia la memoria cosmica, il deposito universale dove sono leggibili tutti gli eventi della storia dell'umanità, e laddove, come spiegano le due amichecompare, nitido, “il percorso intero che ogni singola anima ha compiuto, attraverso le svariate epoche e sembianze.” Carl Jung definì questa dimensione Inconscio Collettivo. In effetti, ad un osservatore superficiale degli studi che riguardano il paranormale, può sembrare che la teoria della reincarnazione non ne faccia parte, ossia che l'anima, una volta separata dal corpo, permanga in uno stato di attesa sino alla consumazione dei secoli. Invece, volendo studiare i fenomeni paranormali, occorre tenere conto anche di un'altra ipotesi: il rinascere di uno stesso spirito in corpi differenti. In proposito la maggioranza degli studiosi di parapsicologia e dei medium asserisce di avere appreso della pluralità delle esistenze mediante colloqui con quelli che nei miei lavori a carattere parapsicologico, definisco “gli extracorporei.” Nel libro la Zino annota come, da alcuni anni, sia lei che la De Murtas, avessero iniziato, a insaputa una dell'altra e in perfetta solitudine, “a darsi una propria iniziazione sul mistero che ci circonda. Addirittura acquistando gli stessi libri. Lei aveva poi conseguito una sua specializzazione in astrologia, mentre io avevo danzato fra l'ipnosi, lo yoga, i Tarocchi. Entrambe d'altro canto approfondimmo il concetto di karma del credo buddista, conoscenza di cui Pina, fedele alle stelle, studiò i legami col tema natale, interessandosi alla disciplina dell'astrologia karmica. Ma a scioccarci sul serio fu il sapere che la mia amica ed io ci eravamo conosciute in un mezzo migliaio di vite passate. Per il lettore sarà piacevole annotare che l’intero libro è connotato da molte parti in uno stile romanzato, costrette a ciò, nel raccontare quelle vite trascorse, dal fatto che occorresse “immaginare” sembianze e caratteristiche di alcuni personaggi di cui non esiste un riscontro storico. “ Non era, evidentemente, possibile risalire a tutte le esatte identità, degli individui conosciuti nel corso delle esperienze precedenti ne’ tanto meno collegarsi “ad ogni tipo di legame intrecciato tra noi in quel po’ po’ di vicende.” In realtà le due autrici non pensavano fosse utile ripercorrere le strade già percorse da altri, rifacendosi alle numerosissime biografie dei personaggi di cui avevano intenzione di raccontare. Alla fine l’insieme delle ricerche storiche, adattate alle loro esigenze, si sono uniformate alle percezioni parasensoriali, facendo sì che il testo mettesse a fuoco talune circostanze piuttosto che altre. Leggendo con attenzione “Cammina nell’anima”, ci si rende conto che si tratta di una miscellanea tra dati tangibili, documentabili attraverso la lettura della vita vera dei personaggi trattati e l’intuizione nata per mezzo delle ricerche effettuate da Pina e Loredana sulle loro vite precedenti. Ad esempio quella che conduce alla narrazione delle vicende vissute in una tribù di Lakota Sioux, stabilitasi con intenzioni pacifiche nel territorio tra il Missouri e il Mississipi, in un tempo che non viene precisato, intesa ad effettuare una sintesi di tutte le incarnazioni che le due donne hanno esperito fra i Nativi Americani. Anche nella fede sulla reincarnazione dobbiamo annotare tra popoli e religioni differenti molte similitudini, anzi, molte teorie tanto analoghe da porsi il quesito se, in un lontanissimo passato sia esistita una realtà ramificatasi successivamente nel ricordo dei popoli attraverso le credenze orali e scritte di etnie diverse e lontanissime tra loro per spazio e tempo. Per saperne di più, riferito alle esperienze straordinarie delle autrici, non resta che leggere il libro. Bianca Fasano

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- Società

Napoli. Il mago Saykon, “Come iniziare col piede sbagliato.

Potrei presentarvi Salvatore Maria Ciccone, laureato a Tor Vergata in infermieristica, autore di”Misdirection e riduzione dell’ansia da venipuntura in ambito pediatrico. Uno studio randomizzato”. E’ una bella persona. Cammina sotto braccio con il Mago Saykon, che ha scritto: “Come iniziare col piede sbagliato. Tutto ciò che non si deve sapere sullo Strolling Magic”. È una persona speciale. In effetti, sono la stessa persona. Per me che lo conosco da molti anni, quest’apparente “dualità”, non stupisce: lo stimo, perché riesce a condurre avanti una sorta di “doppia vita” vivendola senza nulla togliere all’uno o all’altro “se stesso”, rispetto alle possibilità che l’esistenza offre in chi non si ferma un attimo. Parlando con l’infermiere che si occupa (anche), di ridurre la sofferenza e l’ansia dei bambini ammalati, comprendiamo bene che è vicino a quanti tentano di portare un sorriso sul volto di qualcuno che l’ha perso. Un po’ come fanno le associazioni di volontariato tipo “i pagliacci”, dell’Ospedale di Terni. Nel suo lavoro scritto, l’infermiere Ciccone tratta delle procedure di distrazione utili a ridurre l’ansia nel paziente pediatrico durante la venipuntura. Far sorridere, far ridere, riuscire a utilizzare la “Misdirection” (che in inglese vuole dire “informazione sbagliata”, o “falsa pista”), è un metodo ampiamente utilizzato dai prestidigitatori. Niente di strano che Salvatore Maria Ciccone, alias “Il Mago Saykon”, abbia pensato di utilizzarlo diventando un “infermago”, nei confronti dei piccoli pazienti pediatrici, seguendo, con il suo lavoro, la falsariga dello studio “The Misdirection as Anxiety Reduction in Children from Venipuncture Procedure: A randomized Study.” In proposito è intenzionato ad allargare il proprio lavoro realizzando una statistica sui piccoli pazienti per controllare se nel tempo abbiano conservato la capacità di “non temere l’ago.” E’ il mago Saykon, invece, che ha scritto il libro: “Come iniziare col piede sbagliato. Tutto ciò che non si deve sapere sullo Strolling Magic.” L’ho letto, benché non sia diretto a un pubblico come me. Piuttosto, come suggerisce l’introduzione di Mario Guarracino (Presidente Club Magic IBM Ring 108): “Se stai leggendo questo libro, è perché sei alla ricerca di un consiglio esperto su come fare magia al ristorante.” A questo punto, per chi (come me), è al di fuori degli ambiti magici, preciso che “Ring 108”, di Napoli, è la più antica associazione di prestigiatori tuttora operante in Italia. Fondata dopo la seconda guerra mondiale dal Commendator Vincenzo Giglio, è uno dei circa 350 anelli (“ring appunto) che uniscono oltre 30.000 prestigiatori in tutto il mondo nell’International Brotherhood of Magicians. Ha anche un periodico: “La lanterna Magica. Torniamo al Mago Saykon. Non stupisce sapere che riuscì a inserire in qualche modo la sua passione per la magia, anche nel corso dell’esame di Stato, trattando del camouflage militare, laddove si diplomò in un liceo Scientifico. Per sapere ancora di più su di lui ci rivolgiamo alla prefazione di Marco Merlino il quale fa riferimento a un’esperienza del 2014: “Mi trovo a Milano in occasione di un congresso di Magia. Sto pranzando assieme ad alcuni amici in un fast food. A un certo punto entra un gruppo di ragazzi, uno dei quali con una scarpa di colore rosso e una verde, che subito immagino essere dei prestigiatori. Non mi sbagliavo. Rivedo quel gruppo la sera, nel salone dell’hotel in cui si svolge il congresso. (…) Come probabilmente avrai capito, Saykon è proprio quel ragazzo che continua a indossare scarpe di due colori differenti.”- In effetti, con le scarpe, il Mago Saykon sembra avere proprio una simpatia. Lo ritroviamo nella copertina del libro, proprio con una scarpa su di un tavolo. Da lui apprendiamo sia il perché della foto in copertina sia la ragione delle scarpe bicolori. Si trovava a un matrimonio, laddove gli fu richiesto di prestare particolare attenzione a un tavolo, in quanto: “(…) Sono tutti avvocati e medici in pensione… gente di una certa età, mi raccomando!” Ci dice Saykon: “Mi presentai e chiesi una banconota da dieci euro. Misi un fazzoletto sul tavolo e vi poggiai sopra prima un piede, mostrando la scarpa rossa, e poi il secondo. Rimisi la scarpa rossa sul tavolo, iniziai a piegare la banconota da dieci euro e, nel riaprirla successivamente, misi sul tavolo la scarpa verde. La banconota era divenuta da cento euro!” Beh: ci verrebbe fatto di munirci di un paio di scarpe bicolori e provare anche noi a trasformare i nostri dieci euro, in cento euro! Ma il Mago non ci spiegherà mai come si fa. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Domenica, 20 Giugno 2021 – Ore 17.00,il Concerto Evento “Fes

Domenica, 20 Giugno 2021 – Ore 17.00, presso il Presidio Ospedaliero Santa Maria della Pietà , Via S. Rocco, 9, Casoria NA, con il patrocinio morale del Comune di Casoria, il conservatorio di musica Giuseppe Martucci di Salerno e l’ Accademia Filarmonica Parthenope W. A. Mozart presentano il Concerto Evento “Festa della musica” 2021. “Insieme per gli altri.” Prima edizione 2021”. I solisti della Mozart. Musiche di: R. Leoncavallo; E. De Curtis; A. Lara; E. Di Capua; G.Verdi. Arie, Romanze e Canzoni Classiche Napoletane. Presenterà la serata: Monica Pignataro, la bella conduttrice tv, giornalista e cantante. Si esibiranno: Pianoforte, M° Giuseppe Ganzerli. Nato a Napoli, è diplomato presso il Conservatorio di Napoli “San Pietro a Majella” con il massimo dei voti, lode e menzione speciale. Il suo repertorio spazia da Bach a Messiaen, prediligendo le grandi opere del Romanticismo: ha eseguito l'integrale degli Studi Trascendentali di Liszt, degli Studi di Chopin e dei Preludi di Rachmaninov. Flauto, M° Vincenzo Laudiero ; diplomato presso Conservatorio di Musica Giuseppe Martucci - Salerno. Violino, M° Lorenzo Colonna; Violino, M° Guido Esposito; Soprano, Angela Rosa Fico; Tenore, Nazareno Darzillo. Vissi d’arte, Soprano. Mattinata, Tenore. Libiam ne lieti calici, duetto. Voce e notte, Soprano. Granada, Tenore . I te vurria vasá, Soprano. Torna a Surriento, Tenore. O sole mio, duetto. E’ davvero una bella fusione quella che accomuna la salute del corpo, con l’avvicinamento spirituale alla musica, che, certamente, fa bene al fisico e all’anima. Non si può che rallegrarsi, anche per questa possibilità di ritornare ad ascoltare le interpretazioni dei grandi musicisti del passato e le arie stupende, passate alla storia, quali “I te vurria vasà”, che è stata una delle migliori ambasciatrici nel mondo del fascino della grande musica napoletana, con il testo del poeta Vincenzo Russo. O sole mio, invece, ancora più antica, venne composta nel 1898. É stata cantata da artisti del calibro di Enrico Caruso e Luciano Pavarotti e persino Elvis Presley, nel 1960, ne trasse ispirazione per la sua “It’s now or never“. Non ci resta che augurare un felice serata a tutti. Per informazioni: Sedi Accademia: Arzano – Casoria – Frattamaggiore +39 333 5887219 accademiampzartaps@gmail.com Bianca Fasano.

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- Letteratura

Associazione Giorgio Ambrosoli. webinar sul tema Stalking

L'associazione Giorgio Ambrosoli Salerno e l’Ordine degli Avvocati di Salerno, con i patrocini di “Ordine degli Avvocati di Vallo della Lucania; “Camera Penale di Vallo della Lucania Giovanni Lombardi” venerdì 11 giugno 2021, dalle ore 15:30 alle 17:30, sono lieti di presentare il webinar sul tema “Stalking - Aspetti sostanziali processuali e profili psicologici” Modera l'Avv. Pasquale D'Aiuto, Foro di Salerno, Fondatore e Segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno. L’argomento è di particolare pregnanza oggi, anche in riferimento al fatto che, da quando Internet è entrato nelle nostre vite come spazio virtuale, dove intessere relazioni, si sono palesati nuovi possibili rischi, tra cui il cyber stalking, cioè la trasposizione online del reato di stalking. Con il termine di cyber stalking, si indicano quei comportamenti molesti e persecutori realizzati attraverso i nuovi mezzi di comunicazione (e-mail; messaggistica istantanea; social network; etc.). Il cyber stalker si avvale dell’effetto cassa di risonanza offerto dal web, per angariare e screditare la vittima. L’obiettivo è quello di spingere uno stato di incessante ansia e paura nell’altro. Le offese, minacce, insulti, ricatti, etc., sono in grado di insidiare gravemente la salute fisica e psicologica della vittima, in quanto, anche nel caso che il cyber stalker esista "solo" nella realtà virtuale, le ripercussioni sono purtroppo reali. In termini ampi: Commette il delitto di “atti persecutori” (c.d. stalking) “Chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita” (art. 612-bis c.p.). Occorre ricordare che il 75% delle vittime di stalking è di sesso femminile. Difatti: più di 10mila donne ogni anno denunciano qualcuno per stalking. Il dato emerge dal rapporto annuale rilasciato dal Ministero dell’interno, un documento in cui si esaminano i numeri dell’attività del Viminale. Tra questi, una parte importante è dedicata, di questi tempi si direbbe con maggiore attenzione, alle violenze di genere, un tema che negli ultimi anni non è regredito a livello di fatti accaduti. La serata prenderà il via con i saluti: Avv. Valerio Iorio, Vicepresidente C.O.A Salerno. Avv. Alessio Della Torre, Consigliere C.O.A. Vallo della Lucania (SA) Avv. Gianluca D'Aiuto, Presidente Camera Penale Vallo della Lucania (SA) Avv. Angelo Raffaele Battista, Presidente Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno L’ Introduzione sul tema, sarà a cura dell'avvocato Gianluca D'Aiuto, Foro di Vallo della Lucania, Professore a contratto di Diritto penale presso la facoltà di Giurisprudenza dell'università “Pegaso”, autore dell'omonimo libro (Giuffrè,2020) Seguiranno le relazioni: Avv. Marco Nigro Foro di Salerno, Professore a contratto presso l'Università di Napoli Federico II. Avv. Marcello D'Aiuto, Foro di Vallo della Lucania, Dottore di ricerca in procedura penale. Dott. Luigi Levita, Sostituto Procuratore Militare presso il Tribunale Militare di Napoli. Prof. Avv. Agostino De Caro, Foro di Salerno, Docente di Procedura Penale presso l'Università di Campobasso, Facoltà di Giurisprudenza l'evento sarà gestito tramite la piattaforma on-line ZOOM. Il link per il collegamento verrà inviato tramite e - mail il giorno dell'evento. Gli interessati dovranno prenotarsi inviando una mail ad ambrosolisalerno@gmail.com Agli intervenuti saranno riconosciuti 3 crediti formativi. Per informazioni: www.giorgioambrosolisalerno.wordpress.com pasqualedaiuto@hotmail.com Bianca Fasano

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- Letteratura

Federica Petrini: un’autrice di poesie che ama viaggiare

Federica Petrini è autrice (al momento), di due libri di poesia. “Un giorno facevi la rivoluzione”, pubblicato a luglio del 2017è la raccolta di “41 pensieri poetici”, in uscita con Cicorivolta Edizioni per la collana Temalibero; lavoro già presentato al pubblico a Grosseto nel 2017, per Roberta Lepri e Simone Giusti del Collettivo Bianciardi 2022 (un gruppo di persone che si ritrovano periodicamente allo scopo di condividere idee, storie e pratiche artistiche.) “Il vecchio e la bambina” è, invece, del luglio 2019. Dedicato al padre. Curatore: Rosy Di Leo; Editore: Totem (Lavinio Lido); Collana: Canti: Federica Petrini nasce a Grosseto il 1985; la sue fantasia e la curiosità per “il mondo che la circonda”, vengono illuminate dai racconti della vita avventurosa della nonna paterna. Parlando della se stessa di nove anni, la definisce come “un’affamata lettrice”. Nel tempo diviene sempre più appassionata di lingue straniere e viaggi lontani e, allo scopo di realizzare i suoi interessi con la mente e con il corpo, ottiene il diploma linguistico nel 2004, cogliendo intanto ogni occasione per girare per l’Europa. Nel 2009 si laurea in filosofia e parte prima per Londra, poi per il Canada, per fare infine rientro nella sua amata Toscana. Dice di sé: “Il mio sogno è insegnare. Per me la poesia, certe volte in forma di prosa, rappresenta una catarsi: del sentimento, del desiderio, ma anche del ricordo. Scrivere per me è principalmente trasformazione”. Dicono di lei (Gianfranco Cotrone): “La poesia di Federica Petrini nasce da un processo di lunga decantazione, da un lavoro certosino di precisazione e distillazione su quel precipitato di esperienze, memorie, sensazioni, suoni, colori e profumi che la vita ha instillato nella sua ampolla di magica alchimista e che l’Autrice grossetana, con sapiente perizia ed accorta pazienza, si dispone ogni volta a ricomporre in nuove combinazioni ricavandone accordi ed immagini coloratissime, profumate, armoniose ed estremamente musicali, in una vigile orchestrazione che è sicura garanzia di qualità. Una affascinante strategia intima pervade tutta la raccolta, frutto di un dissidio interiore, in cui domina l’ingegno, che muta il dramma in farsa, l’esistenza in figura retorica, la letteratura in magazzino di maschere. “ Le persone senza nome/ hanno un volto disegnato/ dalle mani della gente.” È come se la poetessa non riuscisse ad accettare il reale, se non dopo averlo riscritto in una rete di sonorità forti e combinazioni sintattiche legate ad una operatività dadaista: una sfida alla gerarchia delle cose e all’intelligenza del lettore, ma soprattutto una dichiarazione di sfida all’esistente. “ Ti tengo al sicuro/ nel mio sorriso,/ filo del telefono,/ guardo suoni riprodursi,/ le mie labbra./ Lungo il mio viso/ il tuo ritorno,/ la mia cucina.” Altrove, l’integrità narcisistica dell’autobiografia si parcellizza e si fonde nell’incontro/scontro con la natura, con la storia, con la memoria mai sazia d’infanzia in controluce, specie laddove l’Autrice conferma che la poesia è il balsamo migliore per annullare ogni povertà simbolica del nostro tempo.” Dal volume “Un giorno facevi la rivoluzione” : “Cos’è la libertà./ Un battito d’ali? /Un libro aperto/ ad una pagina a caso./ Una mattina fredda/ in una casa non mia?/ Immaginare voi/ nelle vostre vite, distanti anni luce/ dalla mia psiche trentennale./ Non è accettabile,/ tollerabile per me./ Libertà è andare avanti/ nonostante tutto/,nonostante voi/, nonostante me/, ma/ grazie a me./ Alle mie gambe/ e alla mia mente”. La sensibilità poetica con cui la Petrini vive la sua umanità, l’accompagna, evidentemente, nelle scelte della vita, che parrebbero casuali, ma non lo sono. Sopravvivere alle emozioni, per chi le vive intensamente, si traduce anche in un dialogo con se stessi: “Nel troppo, spesso si annega./ Dare troppo/ sentire troppo/ io non sarò mai una da poco /semmai, da molto/ imparare il meno è doloroso/ e di infelicità si muore/ fermi./ Preziosa ce la chiama chi non è mai morto dentro./ C’è un pacchetto sul tavolo, /è di carta trasparente.” Pare strano riconoscere tanta vita vissuta e forse perduta, nell’animo giovane di Federica: “Quei sorrisi tanto bramati/dalla mia vista/ ormai stanno solo in foto/ (…) E’ uno stiramento dell’anima/ vecchi, decrepita in me./Giovane è solo quella degli altri.” Una poetessa che ama, come fosse uscita dal filone dell’Ermetismo, rompere, almeno in parte, con le regole tradizionali della forma poetica. Possiamo riscontrare tra le righe dei suo pensieri, concretizzati in parole, una sorta di ansia espressionistica, forse causata dalla profonda necessità di raccontarsi, come in nascoste note biografiche. La parola racchiude una forza in sé: - “Sola, /ti cerco,/ nei volti degli altri.”- Sembra anche cogliere una attenta necessità di esprimere molto, usando versi rapidi, che lasciano campo anche alla immaginazione. Da questa artista, aspettiamo di leggere a breve, nuove poesie che ci raccontino le sue nuove avventure di vita. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Pensieri post covid

Mentre, tra sussulti di paura per l'aumento dei contagi della "variante indiana", prevalente, e la buona notizia che dal 3 giugno sarà possibile somministrare vaccini a tutta la popolazione (senza più dover rispettare il criterio delle fasce di età), cerchiamo di dare bracciate faticose per uscire dal mare ancora misterioso del covid, ci sforziamo di ritrovare una sia pur parziale "normalità" e ciascuno di noi, anche inavvertitamente, fa i conti con gli ultimi, lunghi, mesi. Inutile fingere che, giunto da un laboratorio o dalla insana gestione di un mercatino cinese, questo virus non ci abbia stravolto la vita. Prima di tutto ai tanti, ai troppi, che sono morti, hanno sofferto e tentano di tornare sani o, anche, hanno perso qualcuno. Quei qualcuno "ingoiati" da un ospedale, finiti a pancia sotto, intubati ed incoscienti, cui non è stato possibile neanche dire addio. Per chi non ha vissuto questo dramma, è bastato anche soltanto viverlo di fianco, tra gli strani suffumigi di sanificazione che, in tanti, ci siamo ritrovati a respirare nei condomini, laddove qualcuno, malato di covid, ha "costretto" il resto della famiglia alla quarantena. Nella prima "ventata di lockdown vidi una scena dalla finestra, a pochi metri dal mio palazzo, sulla via principale: un lugubre carro nero, un gruppo di uomini coperti da capo a piedi a protezione e il corpo di un morto da covid, prelevato in un silenzio anomalo ed una atmosfera surreale che mi fece venire a mente sia Manzoni, Renzo Tramaglino e la peste a Milano che lo spettrale funerale preparato dalla fatina di Pinocchio allo scopo di fargli prendere la medicina amara: -"A questo punto, la porta della camera si spalancò, ed entrarono dentro quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto." E, no: non ne siamo ancora fuori. Chi di noi non ha perso parenti ha perso amici. Oppure è restato impotente nel sapere che una persona del suo palazzo ha perso la moglie, portata via in ambulanza e non più tornata e che è in quarantena, a piangere, da solo. Si può soltanto chiederne notizie al portiere, per sapere se qualcuno gli fa la spesa. Ma neanche gli si può dare una pacca sulle spalle, a conforto. Mentre riaprono cautamente i tanti luoghi restati chiusi o in qualche modo bloccati in parte nelle attività, un gruppo di famiglie muore per una funivia caduta. - "Non pensavo che potesse succedere, messo il forchettone per velocizzare l'impianto"- Dice quello che sembra essere (ma certamente non è), il primo colpevole. Velocizzare. Riguadagnare il tempo (il denaro), perduto con lo stop/covid. E' un po' il segnale che giunge da ogni luogo e quel "riguadagnare" conduce alla voglia di vacanze, di allegria, di vicinanza, per rifarsi, in qualche modo e più in fretta possibile, se non delle persone perse alla vita (su quelle niente si può, purtroppo), almeno dei mesi di clausura e del denaro non guadagnato. Invece non dovrebbe essere così. Forse è il momento di fermarci a riflettere, di fare come i gatti, che si mettono al sole a leccarsi le ferite, di guardarsi intorno per decidere se questi tempi "morti" ci hanno insegnato qualcosa sulla sanità, sui rapporti umani, sull'uso delle tecnologie digitali e non. Su chi amiamo e dobbiamo/possiamo amare. Tecnologie digitali che hanno anche regalato qualche felice momento, per mezzo delle piattaforme webinar gratuite, a quanti hanno avuto modo di utilizzarle. Parliamo di momenti “fuori dal tempo”, laddove riconoscersi in un argomento coinvolgente, rivedersi con amici, conoscere nuove persone e sentirsi coinvolti in qualche modo. Uno tra i tanti, la serata trascorsa a merito dell’Associazione storico - culturale “Progetto Centola”, in collaborazione con il Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura, Sabato – 29 - Maggio - 2021, ore 17 (in occasione del centenario della nascita di Leonardo Sciascia), che ha permesso un incontro – dibattito con Fabrizio Catalano, autore e regista teatrale (nipote dello scrittore) su: “LEONARDO SCIASCIA: LO SCRITTORE, IL POLITICO E L’UOMO”. Quindi: un modo per sentirsi vitali e collegati, anche se soltanto virtualmente. Forse una delle poche cose che rimpiangeremo del tempo covid. Per il resto, “ributtandoci” nella vita reale, occorre assicurarsi, in fondo, che i nostri "freni" funzionino e che la corda della nostra vita non si spezzi, rimettendola a rischio con un carico che non può sopportare. Riflettere che "il perduto" non si riguadagna mai. Fare i conti con la realtà che stiamo partendo (quasi tutti), da un gradino più basso. Punto. Non sarà cedendo alla voglia di azzardo, a quella di accontentarci dell'incertezza, del guadagnare più del dovuto (per rifarci del perduto), se siamo al pubblico in qualche modo, che giungeremo a soluzione. Il covid non è stato ancora messo all'angolo e noi abbiamo la necessità di consentirci una ripartenza lenta. Bianca Fasano 30/05/2021

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- Società

La sensazione della mancanza di un “ruolo sociale”.

Molti individui della mia generazione (poniamo nati intorno agli anni cinquanta), possono ritenersi (per certi versi), fortunati: guardando a loro stessi possono percepire di avere, tutt’ora un ruolo chiaro: genitori/nonni/pensionati. Se possono aggiungere a questi dati, l’avere anche interessi/necessità, che li tengono attivi, il quadro si completa. Questa riflessione, congiunta ad uno sguardo a carattere sociale, può spingere ad alcune riflessioni riguardo ai molti “giovani” che, tenuto conto dell’età e del sistema di vita, possono, invece, sentirsi “senza un ruolo” per molti motivi. Pensiamo ai “ruoli” che un individuo, a seconda dell’età, può percepirei di “occupare”. I bambini, ovviamente, se tutto va bene, sono “figli”. Nel tempo, studenti, poi figli in cerca (o meno), di occupazione. Dicevamo: in cerca di occupazione. Già, perché la cosa strana è che in Italia, nell’anno del Covid, risultano 220mila disoccupati in meno. Mentre Nell'Ue sono 2 milioni in più. Malgrado che i dati dell'Istat sull'occupazione, indichino, tra dicembre 2019 e dicembre 2020, una flessione di occupati nel nostro Paese pari a 444mila unità“. Sono le ottiche differenti che possono spiegare l’arcano. Basti pensare che, c’è stato un lungo periodo di tempo in cui la disoccupazione risultava bassa, in ambito femminile, semplicemente perché le donne occupavano il ruolo di mogli/madri/casalinghe. Oggi, in proposito, occorre ricordare che: a) Nel 2011 gli inattivi che non cercavano un impiego ma si dichiaravano disponibili a lavorare erano 2 milioni 897 mila. La quota di questi inattivi rispetto alle forze di lavoro crebbe, tra il 2010 e il 2011, passando dall’11,1% all’11,6%. Parlando di confronti con l’UE, questo dato questo risultava superiore di oltre tre volte a quello medio europeo (3,6%). Attualmente annotiamo che, a causa/merito, della legislazione dovuta al covid, beneficiano del Reddito di Cittadinanza 832 mila nuclei familiari, per un totale di 2,1 milioni di persone coinvolte, mentre la Pensione di Cittadinanza coinvolge 138 mila nuclei familiari, corrispondenti a 157 mila persone. Ovviamente c’è da chiedersi cosa accadrà nel momento in cui questi benefici verranno meno. Dunque, tornando al concetto di sentirsi “fuori posto, o senza un ruolo”, questo può accadere quando ad un individuo togliamo quello che linearmente in passato sembrava essere una sorta di “consecutio temporum” a carattere sociale: il passaggio figlio/genitore/nonno. Qualcosa dentro l’animo potrebbe, anche inconsciamente, far sentire un individuo “de localizzato” socialmente. In molti casi disporrebbe dei mezzi per riconoscersi tramite il lavoro che svolge (medico/avvocato/insegnante/altro), per cui percepisce uno stipendio e vive contatti sociali. Così come un tempo le donne si riconoscevano quali fidanzate/mogli/madri/nonne. Anche se non ricevevano uno stipendio e non si identificavano in un ambito professionale. Oggi molte di queste “posizioni sociali identificatorie”, sembrano scardinarsi, laddove un essere umano, per molteplici motivi, non ricopre un ruolo in cui possa riconoscersi. In ambito lavorativo può non essere attivo. Può trattarsi di anomia; nelle scienze sociali questa parola esprime il disorientamento che vive un individuo quando non si identifica più con un sistema sociale e non è in grado di immedesimarsi nei suoi simili. Può accadere perdendo o non trovando un lavoro. Oppure può non riconoscersi in abito sociale, in quanto non vive un rapporto stabile sotto il profilo sentimentale, tipo matrimonio, o, anche, un rapporto di convivenza. Le donne, non sposate, non madri, non realizzate sentimentalmente, possono vivere una forte sensazione di spaesamento che in parte può trovare “sistemazione”, in ambito lavorativo (se il lavoro c’è). Tuttavia tenendo presente che ben sanno come la fertilità delle donne si riduca, già dopo i 30 anni, subendo un calo significativo dopo i 35 anni (50%) e più drastico dopo i 40 anni. E per le donne i figli, quando non nascono, assumono una valenza di “perdita”. Gli uomini, invece, non si pongono troppo il problema, visto che non ci sono studi concordi su quando si possa iniziare a parlare di “età maschile avanzata”. È, infatti, convinzione comune degli studiosi porla intorno ai 50-55 anni. Possiamo ritenere che siano molti gli “Esseri umani pensanti”, calati eternamente nel ruolo di “figlio/a”? Di “adolescenti” a tempo indeterminato? Attualmente, laddove c’è persino una difficoltà ad adattarsi alla “identità di genere” ( anni fa un genitore un genitore canadese richiese che non venisse annotato il sesso del proprio figlio sul tesserino sanitario poiché il piccolo “capirà liberamente da grande in quale genere identificarsi”), le “certezze di ruolo” vengono meno sempre di più, per cui “un essere umano pensante”, nel momento in cui “pensa a se stesso”, può trovare difficile “definirsi” in un ruolo specifico. “Uno, nessuno e centomila” oltre ogni immaginazione Pirandelliana. Intanto, riferendoci al febbraio 2021, constatiamo che in Italia ci si sposa sempre meno. Dati Istat ci dicono che nel 2019 sono stati celebrati in Italia 184.088 matrimoni, ossia 11.690 in meno rispetto all’anno precedente (-6,0%). Il calo riguarda soprattutto le prime nozze e anche le seconde o successive (-2,5%). Occorre dire che ogni cinque celebrazioni almeno uno sposo è al secondo matrimonio e che queste sono (chiaramente), celebrate prevalentemente con rito civile (94,8%). Il calo dei primi matrimoni è da porre in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni (più che quadruplicate dal 1998-1999 al 2018-2019, passando da circa 340.000 a 1.370.000), anche nel caso di famiglie con figli. Difatti l'incidenza di bambini nati fuori del matrimonio rileva: nel 2019 un nato su tre ha genitori non coniugati. Calati i matrimoni e anche le unioni libere, i “giovani” sostano in famiglia e non si sposano. Restano dunque, ad occupare il ruolo di “figli”. Le motivazioni sono evidenti:1) Aumento diffuso della scolarizzazione e allungamento dei tempi formativi; 2) Difficoltà nell'ingresso nel mondo del lavoro e condizione di precarietà del lavoro stesso; 3) Difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. Ecco, quindi, che la propensione a sposarsi subisce un vero e proprio crollo. Cresce il numero di matrimoni tra i 35 e i 49 anni (+ 12,2% e +23,1%). Insomma, questi “figli” non più ragazzini, finiscono per posticipare (l’eventuale) evento verso età sempre più mature. Attualmente i primi matrimoni che si verificano entro i 49 anni di età riguardano gli uomini, con in media 33,9 anni e le donne 31,7. Dando uno sguardo alle seconde nozze annotiamo che la tipologia più frequente trova al primo posto quello in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubile (12.928 nozze, il 7,0% dei matrimoni celebrati nel 2019); seguono le celebrazioni in cui è la sposa divorziata e lo sposo è celibe (5,9 %) e quelle in cui entrambi sono divorziati (5,6%). Sono crollate, inoltre, causa pandemia, matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi. Ci guardiamo intorno: le convivenze “instabili”, specialmente laddove non vi siano bambini, lasciano presupporre che questi “esseri umani pensanti”, non intendano riconoscersi in un rapporto sociale in cui si senta la necessità di restare assieme e identificarsi come coppia che supera le difficoltà assieme. Questo implica ancora di più che tanti individui (uomini e donne, per essere semplicistici nei dati “di genere”), abbiano la possibilità di vivere in un costante stato di libertà, laddove non debbano individuarsi quali genitori, coniugi, partner impegnati e, tanto meno, non avendo messo al mondo figli, nella categoria di “nonni”. Ferma la necessità dell’impegno lavorativo ( se c’è ed in cui, volendo, possono ampiamente riconoscersi, specialmente qual ora sia stato “davvero”, scelto). Possono (vogliono?), vivere un po’ alla giornata, trovando occasioni di divertimento, compagnie (non è detto che siano stabili), amicizie (queste, spesso, relativamente stabili). Possono o meno, vivere ancora in famiglia (genitori anziani, ovviamente), o possedere una abitazione propria, volendo, da condividere per brevi o lunghi periodi, oppure da non condividere neanche per brevi relazioni di coppia simil/matrimoniale. È interessante annotare, dall’entrata in vigore della Legge Cirinnà (Legge 20 maggio 2016, n. 76), le unioni civili fra coppie dello stesso sesso. Quelle sembrano registrare una notevole forza. Basti pensare che (considerando sia le unioni civili costituite in Italia sia le trascrizioni di unioni costituite all’estero), nel primo anno e mezzo si sono registrate 6.712 unioni ( più le coppie di uomini: precisamente 4682, a fronte di 2030 coppie di donne), per un totale di 13 mila persone coinvolte, cioè 2 cittadini su 10 mila. Sembrerebbe che, in quel settore, ci sia una precisa volontà di “riconoscersi” quale coppia stabile. Forse proprio in contrasto con una società che lo ha vietato per secoli. Bianca Fasano

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Presentazione del libro di Luigi Leuzzi.

L’Associazione storico – culturale, “Progetto Centola”, in collaborazione con il Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura, Sabato - 17-Aprile - 2021, ore 17, presenterà il libro di Luigi Leuzzi: “Architettura sacra del megalitismo nel Cilento. Digressioni in tema di identità”. Modera: Ezio Martuscelli. Interventi: Giovanni Baldo; Francesco Scianni; Luigi Leuzzi. Web Master Bonaventura Di Bello. L’incontro, causa la pandemia, si terrà a distanza sulla piattaforma Google-Meet. Per partecipare basta cliccare sul seguente link, meet.google.com/wwu-kype-wgc. Luigi Leuzzi è stato definito “lo psichiatra che legge le pietre antiche”. Evidentemente innamorato della terra del Cilento, è andato alla scoperta delle più profonde radici, che valicano il concetto di storia, quale giunge a noi attraverso la scrittura. Con il suo lavoro, l'autore accompagna il lettore in un percorso mitopoietico che a partire dal megalitismo costituisce l'occasione per ritrovare la propria identità nei simboli e nelle corrispondenze eidetiche più recondite di questa antica terra. Asserisce: “Non deve meravigliare che le costruzioni realizzate siano diverse da quelle rinvenute in Bretagna, in Spagna o in Palestina perché in queste regioni diversamente antropologiche e culturali il megalitismo è risultato essere l’espressione di conoscenze e tecniche raffinate al confronto e veicolate da comunità numerose. Nel Cilento come nelle sub-regioni contigue dalla Lucania occidentale ed orientale ed inoltre nella Calabria settentrionale è prevalsa la tendenza a realizzare degli “pseudo dolmen”: a partire da elementi litici sagomati in maniera peculiare si è provveduto a smussarli, a modanarli per assemblarli in complessi monumentali allo scopo culturale o al fine di realizzare veri e propri candelabri litici per targare i raggi del sole allo zenith ed all’alba o al tramonto del Solstizio di Inverno o del Solstizio di Estate ed inoltre per misurare le stagioni e determinare il momento propizio per la semina ed il raccolto così fondamentali per la sopravvivenza delle comunità cerealicole. Forse l’entità demografica esigua di queste comunità o il diverso grado di Civiltà raggiunto per l’isolamento orografico e geomorfologico al confronto di altre popolazioni protagoniste di un Megalitismo magniloquente non hanno consentito altre espressioni significative tali da reggere il confronto stilistico ed artistico oltre che tecnologico. Sul piano spirituale ed etno-culturale pur tuttavia hanno svolto la stesse funzione e non temono affatto una comparazione sul piano simbolico e comunitario: ne spiegherò il motivo nelle pagine del libro “Architettura Sacra del Megalitismo nel Cilento”. Nel suo lavoro il dottor Luigi Leuzzi ci propone l’esame delle espressioni del megalitismo nel Cilento, definendole con la passione dell'antropologo, offrendone una catalogazione inserita per luoghi , in un modo mai realizzato prima d’ora. Il megalitismo in questo territorio è presente sotto una forma mitica, la quale meriterebbe da parte della ricerca archeologica ufficiale, una maggiore attenzione che non sia soltanto quella dedicata ai reperti di piccole dimensioni ritrovati nel tempo. Forse una maggiore considerazione potrebbe rivelarci verità nascoste del territorio Cilentano anche in relazione alla vita degli indigeni italici, quindi cilentani. Quanti amano scoprire il territorio del Cilento, percorrendolo perfino alla ricerca di “verità nascoste”, anzi, conosciute dalla popolazione stessa in tempi passati, tuttavia recenti (parliamo dell’800, ‘900), potranno trovarle nelle varie espressioni del megalitismo del Cilento, descritte nel lavoro di Leuzzi, e certamente ne resteranno attratti, sentendosi anche sollecitati a trasformarsi in viaggiatori. Scorrendo le pagine del libro saranno spinti a lanciarsi nell’avventura di giungere su quei siti, incamminandosi per percorsi impervi tra le montagne. Difatti molti non sono a conoscenza di quanto potrebbe essere interessante e coinvolgente lanciarsi (ad esempio), magari in gruppo, in una escursione fino alla cima della costa Palomba, sugli Alburni, per trovarsi poi in un’aria rarefatta, con un paesaggio mozzafiato, ad ammirare una scultura rupestre, risalente a circa 2500 anni fa,già riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Parliamo della possibilità di vedere il suggestivo rilievo chiamato “L’Antece” su roccia del soldato, il quale misura in altezza circa 1.60-1.70 m ed appare munito di armi. L’Antece (‘’antico’’ in dialetto cilentano), rappresenta una grande attrazione del borgo di Sant’Angelo a Fasanella. Luigi Leuzzi è autore ancora di: “Il Cilento, un'isola. Iterazioni e comparazioni identitarie”; “La terra dei tristi. Il Cilento. La ragione antropologia del sospetto”;” Il Cilento. La «grande madre». Iterazioni simboliche e magico-rituali nella «Terra di Maria»; “Il Cilento, un'isola. Iterazioni e comparazioni identitarie” e” Un' anima, un luogo. Contributo antropologico per un processo di individuazione nel Cilento e nel Vallo di Diano”. Per le Edizioni di: Centro Promoz. Cultur. Cilento: Bianca Fasano

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- Cultura

Domenica 21 Marzo 2021, ore 17, incontro con Tullio Foà

Domenica 21 Marzo 2021, ore 17, l’Associazione storica - culturale “Progetto Centola” e il Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura organizzano un con Tullio Foà, “Testimone delle Leggi razziali” su piattaforma Google-Meet.. L’Associazione storica - culturale “Progetto Centola” e il Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura,nell’ambito di una serie di manifestazioni culturali che ravvivano i contatti resi difficili dalle problematiche legate al covid, domenica 21 Marzo 2021, ore 17, organizzano un con Tullio Foà, “Testimone delle Leggi razziali”. L'iniziativa offre l'opportunità di incontrare Tullio Foà (classe 1933), colto esponente della comunità ebraica napoletana che ha vissuto gli anni delle leggi razziali e la tragedia dei terribili e feroci rastrellamenti dei nazisti a Napoli dopo l'armistizio dell’otto settembre del 1943. L'incontro si incentrerà sul racconto di episodi vissuti dal Foà che includono anche interessanti e inedite testimonianze che rievocano i momenti cruciali della Resistenza del Popolo napoletano di fronte ai tentativi di rastrellamento dei tedeschi. In varie occasioni, per perpetrare il ricordo di quanto è accaduto, con l’intenzione che più non accada, anche Tullio Foà, come i pochi ebrei scampati alla Shoah, quali Liliana Segre (una delle sopravvissute del convoglio partito da Milano il 30 gennaio 1944 ) e Goti Bauer (che, quando, nel 1938, entrarono in vigore le leggi razziali aveva 14 anni e viveva a Fiume con i genitori e un fratello minore), sente imperativa la necessità di ricordare e far ricordare l’olocausto. Secondo Yad Vashem, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, istituito per «documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah: "Nella tradizione ebraica l'ordine di ricordare è categorico. Questo dovere, però, non si esaurisce con l'atto cognitivo del ricordare, ma deve essere connesso sia al suo significato, sia all'azione che esso implica. Oggi noi che abbiamo il ricordo inciso nei nostri cuori e nella nostra carne, dobbiamo passare la fiaccola della memoria alla prossima generazione. Vi tramandiamo anche la lezione fondamentale dell'ebraismo, quella per cui l'esercizio della memoria deve andare di pari passo con fini etici e morali. Questo deve essere il fondamento e il fulcro delle vostre energie per poter creare un mondo migliore." Lo scopo della manifestazione è quella di permettere a Tullio Foà di narrare la sua esperienza vissuta in Napoli dal momento che, nel 1938 vennero emanate le leggi razziali. Lui ben ricorda come a tutti i ragazzi e bambini di religione ebraica fosse vietato di andare a scuola, dalle elementari al ginnasio, nonché all’università. Nello stesso momento anche tutti i docenti ebrei furono licenziati in tronco, e lo stesso accadde per gli accademici, gli avvocati, i medici e gli altri i professionisti, che persero il proprio lavoro. Di positivo a lui bambino, accadde, però che il governo prendesse un’altra direttiva per quanto riguardava le scuole elementari: qual ora il preside di un istituto fosse riuscito a formare una classe di 10 ragazzi ebrei, questi sarebbero stati autorizzati a frequentare una scuola pubblica. Ascolteremo quindi dalla sua viva voce in che modo il direttore della scuola Vanvitelli di Napoli, che aveva nove bambini ebrei che avrebbero dovuto frequentare la prima classe elementare, per mezzo di uno stratagemma, riuscisse a fare sì che il piccolo Foà, di cinque anni, divenisse il decimo e come, nel tempo a venire, lui, avrebbe poi recuperato la sua libertà e dignità. Al tempo dell’emanazione delle leggi razziali, il padre, che all’epoca era vice-direttore di banca, ovviamente fu tra quelli che persero il lavoro. Anche in funzione di ciò che sarebbe potuto accadere in seguito (pur non immaginando mai la persecuzione che ci sarebbe stata contro gli ebrei), emigrò ad Asmara, in Africa orientale, nell’unico paese dove le leggi razziali non erano in vigore. Anche il fratello più grande, volendo iscriversi all’università ( in Italia non era consentito), emigrò negli Stati Uniti, dove la madre aveva, fortunatamente, una sorella e due fratelli. Tullio Foà rivide entrambi solo nel 1945. Chiaramente l’incontro con questo personaggio che ha vissuto esperienze tanto complesse, sarà davvero interessante. Nell’ambito dei convegni virtuali, successivamente sabato dieci aprile 2021 vi sarà la presentazione del libro di Pasquale Carelli “La terra delle Piccole lune” e, sempre in aprile, l’incontro con lo scrittore Luigi Leuzzi su “Mitoarcheologia di un territorio; il Cilento e la Lucania occidentale: correlazioni identitarie”. Tutti i convegni, causa la pandemia, si terranno a distanza sulla piattaforma Google-Meet. Per partecipare basta cliccare sul LINK: meet.google.com/adp-tpfr-xjn. Siete tutti invitati. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Diego Minoia, I Mozart, come erano

Diego Minoia, “I Mozart, come erano”. Volume primo: “Una famiglia alla conquista dell'Europa. I viaggi, la musica, gli incontri, le curiosità. Il contesto storico-sociale, la famiglia, l’infanzia e l’adolescenza di Wolfgang Amadeus (1747 - 1763)”. Diego Minoia è pianista e compositore, noto anche per testi e pubblicazioni musicali. Del resto, la lettura del testo suggerisce che chi lo ha realizzato non possa che appartenere al mondo della musica, in quanto, nell’insieme dell’opera (complessa ma nient’affatto disarmonica), si respira una preparazione di settore che non avrebbe potuto appartenere ad uno storico che, pur massimamente competente, difettasse di una struttura conoscitiva di stampo musicale. In merito alla motivazione alla base del volume, c’illumina lo stesso autore nella sua Presentazione: “Perché questo libro? Perché non c’era! Ho cercato per anni un libro sulla famiglia Mozart con queste caratteristiche. Non avendolo trovato, come ho sempre fatto con i miei libri, l’ho scritto io.” Effettivamente, di pubblicazioni su Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), per quanti vogliano indagare l’esperienza di vita dell’artista, se ne possono trovare molte. Anche di film, come quello straordinario “Amadeus” di Miloš Forman, interpretato così magistralmente da Tom Hulce da far sì che difficilmente si possa offrire un’immagine più confacente di quell’eccezionale musicista, che qualcuno descrisse come “sboccato, gaudente e volgare, (che) incantò con l'originalità e la grandezza della sua musica la corte illuminata di Giuseppe II” Ebbene, quel genio era di statura piccola, con un corpo esile, una grande testa e l'orecchio sinistro un po’ deforme (la parrucca che indossava serviva anche a celarlo alla vista). Il nostro Wolfgang, quindi, non aveva certo il fisico che, nell'immaginario collettivo, evoca il concetto di genio incantatore delle platee. Tuttavia, le incantava! Chi fosse davvero Mozart possiamo comprenderlo leggendo il lavoro di Diego Minoia. Non mente quando asserisce: “Racconterò quindi di com’erano veramente i Mozart, di come si viveva e pensava nel secolo XVIII aggiungendo, ogni volta che mi è parso utile per il lettore, curiosità e brevi approfondimenti relativi a situazioni o argomenti legati strettamente a ciò che videro, fecero, pensarono i Mozart quando stavano a Salisburgo, quando viaggiavano nel “tour europeo”, quando vennero per ben tre volte nell’amata Italia etc.”. Una promessa mantenuta! Occorre dire che non è opera da prendersi alla leggera. Non è un romanzo e neanche una veloce biografia colorita: al termine del viaggio, il lettore non ritroverà intatta la figura mitica suggerita dall’ascolto di uno dei suoi innumerevoli capolavori. Nemmeno s’imbatterà in frivoli stralci di narrazioni favolistiche: il lavoro di cui stiamo parlando non lascia nulla alla fantasia. Sostiene l’Autore: “Per cominciare, si occupa dell’intera famiglia Mozart, non solo di Wolfgang. Poi, non contiene analisi musicali delle composizioni e la biografia è ricostruita in gran parte estraendo le informazioni dalla fonte più diretta e autorevole: l’epistolario mozartiano. Infine, è ricchissimo di argomenti non presenti nelle altre pubblicazioni sui Mozart: informazioni sulla loro epoca, sul modo di pensare e di vivere, curiosità su eventi e situazioni che li videro protagonisti, etc.”. Nel testo si fa la conoscenza del padre, Johann Georg Leopold Mozart (Augusta, 1719 –Salisburgo, 1787). La conclusione è che, senza quest’uomo – anch’egli musicista: abile violinista – consapevole del genio del figlio, non avremmo raccontato di alcun W. A. Mozart. In una lettera del 1777, Johann chiarisce: "Sfruttare i talenti: è lo stesso Vangelo che ce lo insegna". Allo scopo di assicurargli la gloria che meritava – per fruirne egli stesso, e non solo disinteressatamente – questo padre mise in gioco la sua intera esistenza ed anche quella della moglie (Anna Maria Walburga Mozart, Pertl -Sankt Gilgen 1720 – Parigi, 1778) e dell’altra figlia (musicista anch’ella) rimasta in vita di sette che erano, la quartogenita Maria Anna Walburga Ignatia Mozart ( … - … ). Scrive l’Autore: “Leopold inizierà a chiedere lunghi permessi retribuiti per portare in tournée i due figli, in veste di bambini prodigio. Dedicò la sua vita alla formazione musicale e al successo dei figli, esaltandosi e forse eccessivamente insuperbendosi con i salisburghesi per i primi successi ottenuti (e da lui abbondantemente evidenziati nelle lettere che si premurava di inviare al suo datore di lavoro e ai suoi concittadini)”. Non è opera che possa lasciare spazio a oscurità e, certamente, concretizza ciò che promette ed anche di più: “Con questo lavoro vorrei fornire uno strumento nuovo, meno specialistico e di certo non musicologico ma più ricco di informazioni e spunti che permettano di immergersi, a tutto tondo, nel modo di vivere e pensare del secondo ‘700”. Quanto alla grandezza di Mozart, non possiamo che… chinar la fronte al Massimo Fattor: scrisse la sua prima melodia a quattro anni e la sua prima opera a dodici; morì nel 1791, a soli trentacinque anni, in circostanze ancora misteriose e il suo corpo fu seppellito in una fossa comune. Nel mezzo, un’esistenza brevissima che ha inondato di luce immensa la storia della musica. Tant’è, che l’Autore stesso si domanda se, “umanizzando” i Mozart, non abbia, forse, “svilito il soggetto” ma chiarisce di avere inteso “scrivere un libro che fosse interessante e leggibile con facilità e divertimento sia da parte dei musicisti […] sia da parte dei musicofili”. Il volume narra, senza esitazioni né approssimazioni, la genesi della famiglia Mozart, la nascita dei figli e le prime uscite da Salisburgo per farli conoscere come bambini prodigio, il Grand Tour europeo, i tre viaggi in Italia e poi gli ultimi tentativi a Vienna e Monaco, compiuti da Wolfgang insieme al padre. In tal senso, l’autore precisa: “Nel libro sono presenti parti con sfondo grigio. Si tratta di informazioni e approfondimenti che completano la trattazione ed ampliano la comprensione sugli argomenti immediatamente prima trattati. Pur essendo lecito saltarle per non interrompere la lettura delle vicende strettamente legate alla famiglia Mozart (ritornandoci magari in altro momento), mi auguro che vengano apprezzate come contributo a inserire ogni situazione narrata nel suo contesto storico e sociale”. Diego Minoia ha composto un’opera in cui non si lascia davvero nulla di intentato per consegnare al Lettore una reale conoscenza della famiglia Mozart – non solo di Wolfgang – grazie alla perfetta contestualizzazione di personaggi ed eventi. Un lavoro originale e molto ben curato, ricco di aneddoti e Storia, cui vale la pena di dedicare tutta l’attenzione che merita. Bianca Fasano

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- Letteratura

Willy Monteiro e Maria Paola Gaglione, vittime della ignoran

Persino la voce di un Papa, oggi, si sta facendo sentire, per far comprendere che l'amore, tra due persone responsabili, deve essere rispettato. Noi ci preoccupiamo del virus Ebola, ci preoccupiamo del Covid, che non "INFETTI" i nostri giovani studenti nelle ore di scuola. Non ci preoccupiamo di un altro "virus", quello dell'odio e dell'incomprensione per le scelte degli altri. Difatti, Willy Monteiro e Maria Paola Gaglione, sono state vittime della più grave “infezione” della società: la convinzione del diritto alla sopraffazione sul più debole e la “falsa coscienza di una normalità” che in natura non esiste. Il virus che ha infettato (lui, sì), Michele Antonio Gaglione. Lui che si preoccupava del come la sorella fosse stata "infettata" dal suo innamorato, Ciro. I fatti sono noti: Michele Antonio Gaglione ha speronato lo scooter su cui viaggiavano da Caivano ad Acerra la sorella Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore, un ragazzo trans di sesso femminile nella notte tra giovedì e venerdì. Maria Paola è morta, mentre il compagno è rimasto ferito; non essendosi forse reso conto di avere uccisa la sorella,il Gaglione si è poi scagliato contro Ciro Migliore, picchiandolo e accusandolo di avere plagiato Maria Paola. Ai carabinieri ha detto: “Volevo darle una lezione, non ucciderla. Ma era stata infettata." Altro che Covid! Il vero virus che si dovrebbe estirpare è quello della ignoranza. È la colpevole delle reazioni smodate, esagerate, villane, aggressive, persecutorie, che molte persone hanno nei confronti di chi ritengono essere in dovere di subirle. Può trattarsi di un genitore, che uccide una figlia perché accusata di non seguire le regole della loro religione (in molti casi dell'interpretazione giustificativa di questa). Di un partner che recita :"O mia o di nessun'altro", della violenza sui figli. Non è una "ignoranza" purtroppo, che l'insegnamento delle lettere latine o della matematica, possa sanare. È l'ignoranza rispetto alla libertà degli altri ed al fatto che la nostra termini, quando inizia, appunto, quella altrui. È anche l'ignoranza che vive proprio del concetto "il debole va sopraffatto", perché "io sono il più forte, il più "ganzo", ho i muscoli, sono abbronzato, faccio palestra, mi faccio fotografare coi muscoli in mostra, sono esperto, magari, di lotta, wrestling e boxe tailandese, anche karate. Volete che non lo metta in mostra in qualche pestaggio? Debbo pure mostrare agli altri le mie qualità, cosa importa se "l'altro" si chiami Willy Fonteiro Duarte, abbia 21 anni e stia difendendo un amico? Noi, già in altre occasioni, abbiamo dimostrato la nostra forza e nessuno ci ha fermato, quindi abbiamo il potere di uccidere. Lo distribuiamo: un colpo tu, un calcio io, una mossa di karate per ciascuno; mica siamo colpevoli singolarmente? Uccidiamo in gruppo." Si potrebbe pensare che Michele Antonio Gaglione abbia ucciso, invece, da solo. Però non è vero: alle sue spalle c'erano le convinzioni del territorio in cui vive. Le parole offensive che forse qualcuno aveva avuto verso la sorella e Ciro, "la tradizione" della "normalità". Infine: la chiamiamo ignoranza, per semplificare. Intanto la stima che volevano trovare negli altri, a merito della loro “potenza”,i fratelli Gabriele e Marco Bianchi, insieme a Mario Pincarelli accusati dell'omicidio di Willy Monteiro, in carcere non sembra l’abbiano trovata: sono in isolamento a Rebibbia, secondo la normativa anti-Covid, però potrebbero vedere prolungato il proprio confinamento anche allo scadere della quarantena sanitaria disposta per tutti i nuovi ingressi in carcere, perché non sembra desiderino compagnia. Difatti i legali dei tre “presunti assassini” di Willy Monteiro pare abbiano chiesto al giudice di tutelare l’incolumità dei loro assistiti. Temono i rischi connessi ad eventuali ritorsioni nei loro confronti da parte di altri reclusi. Non hanno ricevuto, quindi, appoggio alla loro dimostrazione di forza, avvenuta con il pestaggio-omicidio del 21enne Willy Monteiro Duarte. Anche in carcere vi sono regole che potrebbero fare apparire, piuttosto che come una dimostrazione di forza, come un gesto vigliacco e odioso, l’avere massacrato in gruppo un ragazzo indifeso. Tra chi finisce in galera, per una legge non scritta, quella violenza sarebbe assimilabile a quella consumata contro donne e bambini. Come "Una macchia nel curriculum anche del peggior criminale", che potrebbe portare ad una ulteriore violenza da parte dei carcerati, sotto forma di “giustizia”. Almeno questo si legge su il Messaggero che riporta la richiesta degli avvocati dei fratelli Bianchi. Annotiamo che i profili social degli indagati per la morte di Willy, così come quelli dei familiari, sono da giorni inondati di minacce. Michele Antonio Gaglione, accusato di omicidio preterintenzionale, violenza privata e lesioni personali, é nella Casa Circondariale di Poggioreale. Forse non voleva davvero uccidere. Voleva soltanto fermare quella coppia che lui riteneva essere anomala, restituire alla sorella quella che lui percepiva come “normalità”. Si ritrova con una indimenticabile colpa sulla coscienza, qualsiasi sia il giudizio che la legge avrà nei suoi confronti, in quanto, se la sorella non fosse morta nell’impatto con un tubo per l’irrigazione (che le ha tranciato la gola), ma soltanto ferita, come il compagno, non sarebbe stato accusato di omicidio preterintenzionale e violenza privata aggravata dall’omofobia. Come verrà accolto dai detenuti per la sua volontà di “salvare l’onore della sorella”? Non lo sappiamo. Bianca Fasano

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- Religione

Grazie a Papa Francesco la Chiesa non è più un fortilizio.

Habemus Papa. Uno solo, difatti Il conclave del 2013 fu convocato a seguito della rinuncia all'ufficio di romano pontefice, di papa Benedetto XVI, si svolse nella Cappella Sistina dal 12 al 13 marzo, e fu eletto papa il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, che assunse il nome di Francesco. Dopo di che Benedetto XVI è divenuto Papa emerito. Quanti problemi il Papa rinunciatario lasciò su quelle che potevano sembrare le “esili spalle” di Jorge Bergoglio? Tuttavia, non lo erano: esili. Ogni passo del suo pontificato, a cominciare da quel “Buonasera!” che pronunciò la sera in cui L'elezione fu annunciata dal cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran, ha dimostrato come quell’uomo, proveniente dall’ombra di una dittatura in Argentina, abbia deciso di rappresentare a Roma qualcuno che desidera immedesimarsi ed eliminare le motivazioni per cui la Chiesa si sta allontanando dai Cristiani o, anche, il contrario. Guardiamo ai fatti. Secondo un rapporto Istat del 2012: - «Circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale, più tra gli uomini, i giovani e nell’Italia centrale. Altri due milioni circa hanno dichiarato di aver sperimentato nella propria vita l’innamoramento o i rapporti sessuali o l’attrazione sessuale per persone dello stesso sesso». - Intanto, mentre la giunta regionale dell’Emilia-Romagna approva la legge anti–omofobia, una norma contro ogni discriminazione che sia determinata dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, nel mondo ci sono ancora settanta Paesi dove essere omosessuale, non è solo fonte di discriminazione. È addirittura illegale. Cosa c’entra la Chiesa intesa come fortilizio? Semplice: che se io o chiunque altro, decide di andarsi a confessare per prendere la comunione e, volendo essere sincero, precisa di avere rapporti sessuali con un individuo dello stesso sesso, oppure -addirittura - che ci convive o, anche, che intende sposarlo, non penso che quel prete gli darà la sua Santa Benedizione, spingendolo verso la comunione. Specialmente se ad ascoltare la confessione sia un prete anziano. Siamo nel 2016, il due di giugno, al Giubileo dei sacerdoti e Papa Francesco dice loro: - «Questo ritiro spirituale si incamminerà per il sentiero della “semplicità evangelica”, che comprende e compie tutte le cose in chiave di misericordia. E di una misericordia dinamica, (da intendere) come verbo: operare misericordia e ricevere misericordia, “misericordiare” ed “essere misericordiato”»-. Andiamo indietro nel tempo: Marco 2,13-17 (…) =(Mt 9:10-13; Lu 5:29-32) Lu 15:1-10; Sl 25:8-9 15 Mentre Gesù era a tavola in casa di lui, molti pubblicani e peccatori erano anch'essi a tavola con lui e con i suoi discepoli; poiché ce n'erano molti che lo seguivano. 16 Gli scribi che erano tra i farisei, vedutolo mangiare con i pubblicani e con i peccatori, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangia con i pubblicani e i peccatori?» 17 Gesù, udito questo, disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori». Ecco, dunque, a quale “semplicità evangelica” faceva riferimento il Papa. Andiamo oltre. Parliamo delle tante donne che hanno un figlio e non un marito. Siamo nel maggio del 2013 quando il nuovo Papa chiarisce che la Chiesa non deve chiudere le porte a nessuno, neanche ad una ragazza madre che chiede il battesimo per il figlio. Lo dice di sua voce Il Pontefice, nell'omelia a Santa Marta. Fa di più: chiarisce che la Chiesa non deve diventare una specie di «dogana pastorale», laddove una specie di “bigliettai della fede”, occupino il posto di pastori. Bergoglio porta un concreto esempio: «Pensate a una ragazza madre, che va in chiesa, in parrocchia e al segretario: «Voglio battezzare il bambino». E poi questo cristiano, questa cristiana le dice: «No, tu non puoi perché non sei sposata!». Ma guardi, che questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza e non rinviare suo figlio al mittente, cosa trova? Una porta chiusa! Questo non è un buon zelo! Allontana dal Signore! Non apre le porte! E così quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi non facciamo bene alle persone, alla gente, al Popolo di Dio. Ma Gesù ha istituito sette Sacramenti e noi con questo atteggiamento istituiamo l'ottavo: il sacramento della dogana pastorale!» Noi abbiamo bisogno di questo Papa che ha aperto le porte del fortilizio. Guardiamo ai divorzi: sono possibili in Italia dal 1970, in base alla legge 898/1970. Nel 2018 gli uomini divorziati erano poco più di 681 mila e le donne poco più di 990 mila. «l’introduzione del “divorzio breve” ha fatto registrare un compatto aumento del numero di divorzi, che ammontano a 82.469 (+57% sul 2014). Si confesseranno questi divorziati? Potranno comunicarsi o si allontaneranno dalla Chiesa a testa bassa? Sui preti sposati, fu lo stesso Papa Ratzinger nel libro “Fede e Futuro” del 1970 a prevedere: “La Chiesa conoscerà certamente anche nuove forme di ministero e consacrerà sacerdoti dei cristiani di provata esperienza: in molte comunità più piccole o nei gruppi socialmente uniti, si risponderà in questo modo alla pastorale normale. Ma continuerà ad essere indispensabile il sacerdote attuale a tempo pieno”. Ancora lo stesso Benedetto XVI, aveva codificato nella Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus, da lui firmata il 4 novembre 2009: - “L’Ordinario, in piena osservanza della disciplina sul celibato clericale nella Chiesa Latina, pro regula ammetterà all’ordine del presbiterato solo uomini celibi. Potrà rivolgere petizione al Romano Pontefice, in deroga al canone 277, comma 1, di ammettere caso per caso all’Ordine Sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede”. - Non può che stupirci come, invece, il 12 gennaio 2020, sul libro: - "Dal profondo del nostro cuore" scritto con il Cardinal Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino della Disciplina dei Sacramenti, sul celibato dei sacerdoti, Papa Ratzinger si pronunci in modo netto: "Non posso tacere, è indispensabile". Frenando su qualunque tipo di riforma ed esprimendo la piena contrarietà alla possibilità di aprire ai preti sposati all'interno della Chiesa Cattolica. Mentre Papa Francesco, com’è sua santa abitudine, riflette in merito e spinge i cattolici alla riflessione. Ascoltiamolo, riflettiamo; in effetti, mi sembra di capire che abbiamo un solo Papa: Jorge Mario Bergoglio. L’uomo che abbatte il fortilizio. Bianca Fasano. 22/08/2020.

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- Letteratura

Pompei è sempre Pompei.

Pompei, anche in estate, come mancare ad una visita? Che sia il Santuario, e anche il Parco archeologico. Pompei è sempre un posto straordinario. Pompei, anche in estate, come mancare ad una visita? Una preghiera nel Santuario non è cosa proprio difficile, malgrado l'obbligo della mascherina. La città di Pompei, sia che si venga da lontano, o da un paese dell’area vesuviana, è sempre un luogo che ti regala emozioni: per una dovuta preghiera di ringraziamento oppure una richiesta di grazia, al Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Pompei (aperta al pubblico il 7 maggio 1891, H. 57 m. Architetto: Spirito Maria Chiappetta), quindi potrai concederti una passeggiata nell’area archeologica che lascia sempre senza fiato. Prima, però, c'è la scelta tra chi ti offre qualcosa da portare con te a casa, fosse anche soltanto un magnete da applicare al frigo. Se vieni da lontano, un oggetto più importante che ti ricordi il parco archeologico o il Santuario. Federica ti regala l'immaginetta della Madonna e ti fermi a comprare. Ovviamente c’è da pensare al parcheggio, quindi, già da lontano, ti occhieggia il campanile, con gli angeli che suonano silenziosamente le loro trombe. Bar ed opportunità per colazione e pranzo a profusione e dopo la fila sotto il sole, per entrare nel Santuario è più facile di quanto sembri: organizzata bene, scivola veloce; disinfetti le mani e ti ritrovi all'interno, dopo avere scelto se confessarti (a destra), o meno. L'interno è favoloso, silenzioso, accattivante. Proibito fotografare (...), però la tentazione è troppo forte. Hai il tempo per accendere una luce, dire una preghiera di ringraziamento o esprimere un desiderio. Verso l’uscita (noti che i soliti furbi vi entrano, scansando la fila, però diciamo che forse hanno sbagliato, prendendo l’uscita per l’ingresso), c’è l’interno dell’abitazione e dello studio del Beato Bartolo Longo (1841-1926), uomo dall’esperienza di vita molto particolare, nacque a Latiano, in provincia di Brindisi, e venne a Napoli per studiarvi Giurisprudenza. Convinto che «chi propaga il Rosario è salvo», si consacrò al culto mariano e all’istruzione cristiana dei contadini e dei ragazzi, quindi diede origine, con l’aiuto della moglie, la contessa Marianna Farnararo vedova De Fusco, al santuario del Rosario a Pompei e alla Congregazione delle Suore che porta lo stesso titolo. È stato beatificato il 26 ottobre 1980e i suoi resti mortali sono venerati nella cappella a lui dedicata, annessa al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, laddove è possibile vedere il suo studio e il mobilio della casa dove viveva. Dopo quest’atto di fede, si potrà gironzolare per il centro con l'animo più leggero. Naturalmente c’è il parco archeologico, straordinario patrimonio di storia e di cultura, che ci ricorda quanto possa essere pericoloso lo “sterminator vesevo” del Leopardi e il cui biglietto si può acquistare on line scegliendo la fascia oraria d’ingresso, prevista ogni quindici minuti per un massimo di 500 persone, fino alle ore 13,00. Successivamente a tale orario l’ingresso è consentito per un massimo 300 persone per turno. E’ possibile anche l’acquisto in loco, presso le biglietterie di Porta Marina e Piazza Esedra. Ci sarà da scegliere tra due percorsi: il primo, con ingresso da Piazza Anfiteatro ed il secondo con ingresso da Porta Marina superiore. Per pranzo, o cena, c’è la scelta sul luogo, o anche la possibilità di una “fuga” verso il Valico di Chiunzi, alla ricerca di aria di montagna. In ogni caso, se pure, da Campano, hai più volte avuto modo di visitarla: Pompei è sempre Pompei. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Minori. Ancora qui, di Riccardo troiano

Minori. Nell’ambito di “Appuntamenti d’estate”, organizzato dal Comune di Minori, il 20 luglio 2020, presso il Largo Solaio Pastai, alle ore 20.20, si terrà la presentazione della nuova raccolta di poesie,"Ancora qui", di Riccardo Troiano, edita da "Terra del sole". Ne parla con l’autore il direttore organizzativo di …incostieraamalfitana.it Alfonso Bottone, scrittore e giornalista. A proposito di questo suo lavoro il giovane poeta dice: - “La pubblicazione di questa nuova raccolta di poesie è alquanto inaspettata e affascinante, perché mi confonde e disorienta all’osservare un’altra mia creatura. Il titolo “Ancora qui” sintetizza questo mio sentimento e lo certifica ancora di più il delicato momento trascorso da ognuno di noi nei mesi passati, che ha confermato la mia determinazione e volontà a proseguire un cammino senza che lo programmassi. Il tutto è rivolto agli incontri, agli eventi e alle parole che si accostano lungo la strada e si riversano su carte così come sono giunti ai miei sensi e alle mie emozioni. Ora affido questo libro ancora una volta al lettore, sicuro che ogni verso sarà a sua volta attinto con animo differente e sarà in grado di far sbocciare diverse sensazioni da chi li ha scritti. Il tutto è dedicato alla mia famiglia, ai miei genitori e a mio fratello, alle stelle che orientano il mio essere e che permettono di essere ancora qui.”- Riccardo Troiano, vive a Minori (costiera amalfitana), ed è originario di Cava de’ Tirreni. Il suo precedente lavoro di poesia “Battito”, è stato stampato per le Edizioni “Il papavero”. Marketing d’autore, un marchio editoriale di “OltrePasso” flessibile che lascia scelta e potere decisionale all’autore e presentato all'Università di Fisciano fresco di stampa . Lo si può trovare sul link: http://edizioniilpapavero.it/catalogo/marketing-dautore. Riccardo, diplomato al liceo classico, si è poi laureato alla facoltà di lettere classiche dell’Università di Fisciano, in Salerno, e coltiva da sempre l’arte della scrittura allo scopo di esprimere se stesso, le emozioni che lo coinvolgono e la vita che lo circonda. Parlando del suo primo lavoro poetico ebbe a dire: - “Battito. Un libro di versi che divengono voce di sensi, di stati d'animo. Versi che si strutturano in poesie, parole che scorrono a descrivere gli istanti del mio vissuto.”- Ha una pagina Facebook dedicata in cui troviamo anche sue poesie: -“ " Confesso l'amaro in bocca,/ il rammarico di un'azione distolta,/ confesso e mi riimmergo/ tra queste voci confuse e sbiadite,/ rivolto ancora verso di te " R.T..”- Tra i suoi eroi, anche Pier Paolo Pasolini che scrisse: -“(...) divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.” e Paolo Borsellino. Il disegno di copertina è di Rosario Toscano. Al giovane poeta auguriamo che continui ad esprimersi con sempre maggiore maestria per la sua gioia e quella del lettore. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Lettera aperta a Papa Francesco. La salvezza del nostro mond

Caro Papa Francesco, ti scrive una fedele poco propensa a seguire ogni domenica la bella e giusta abitudine della messa domenicale. Eppure, da quando avete cominciato la celebrazione della Messa da Santa Marta, puntualmente, ogni mattina, l’ho seguita. Un numero lunghissimo ma finito di giorni, visto che l’ultima messa mattutina, in diretta TV e in streaming online, sarà da Voi celebrata lunedì 18 maggio “alle ore 7:00, nella cappella della tomba dei San Giovanni Paolo II, nella basilica vaticana, in memoria del centenario della nascita di Papa Wojtyla”. Occorre dire che, In verità, nessun Papa prima di Voi ha sostenuto il peso e la dolcezza di entrare con tanta semplicità nelle nostre case. Semplicità: niente orpelli, messe cantate, statue di grandi artisti; soltanto le parole pronunciate dalle suore Vincenziane e da un sacerdote, di cui non conosco il nome, che hanno letto passi dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli. Una semplicità dovrei dire Francescana , benché voi siate entrato, giovanissimo, nella Compagnia di Gesù, divenuto prima vescovo e poi provinciale dei gesuiti. Tornando alle Vincenziane (che bello vedere delle donne partecipare attivamente nella liturgia), ricordiamo che da più di quattro anni è suor Stefania a preparare la Messa celebrata da Voi e come, nel sabato della quarta settimana di Pasqua, abbiate ricordato la memoria di Santa Luisa de Marillac, pregando per le suore vincenziane le quali aiutano Voi e quanti vivono a Casa Santa Marta e, cosa molto importante, gestiscono il dispensario pediatrico che è in Vaticano. Con la presenza mattutina di questi giorni difficili, le Vostre celebrazioni liturgiche sono state seguite ogni giorno anche dai cattolici in Cina e pochi potranno dimenticare quella preghiera «in tempo di pandemia» laddove Voi, Vescovo di Roma, il 27 marzo sul sagrato della Basilica, davanti a una piazza San Pietro vuota e battuta dalla pioggia, avete chiesto l’intercessione presso Dio per la salvezza dal virus nel mondo. Sono convinta che abbiate ragione quando sostenete che “lo Spirito Santo fa crescere la Chiesa ma dall’altra parte c’è il cattivo spirito che cerca di distruggerla: è l’invidia del diavolo che utilizza a questo scopo il potere mondano e i soldi.” Terribile questo potere mondano del denaro da cui troppe persone, specialmente quelle vicine a chi detiene il potere fisico - sociale, è attratto. A questo proposito le parole che avete riportato del Profeta Daniele: “A te, Signore, conviene la giustizia; a noi, la vergogna” (cfr v. 7). In riferimento al peccato, per la cui contrizione occorre provare un sentimento di vergogna: “Io mi vergogno di avere fatto questo. Ti chiedo perdono con vergogna”. Voi sostenete che: (…) la vergogna per i nostri peccati è una grazia, dobbiamo chiederla: “Signore, che io mi vergogni”. Una persona che ha perso la vergogna perde l’autorità morale, perde il rispetto degli altri. È uno svergognato. Lo stesso accade con Dio: "A noi la vergogna, a te la giustizia". Purtroppo dobbiamo annotare, Caro nostro Pontefice che proprio il sentimento della vergogna è venuto a mancare da tempo nel mondo. Abbiamo smesso di provarla, a tutti i livelli, specialmente “ai piani alti”, tra i governanti globali che con l’economia e il denaro convivono da tanto, per cui, forse, non si rendono conto come Satana (che esiste) e il denaro, siano "amici intimi", assieme alla vanità e al desiderio di potere. -“A noi la vergogna. La vergogna sul volto, come oggi. “Signore – continua [Daniele] – la vergogna sul volto a noi, ai nostri re, ai nostri principi, ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te” (v. 8)." Ma è venuta proprio a mancare. Quanti, difatti, uomini di potere, si vergognano mai delle loro azioni e riflettono su di esse? Non ci sarebbe (ancora), la fame e la sete nel mondo, non ci sarebbe (ancora), la guerra, non ci sarebbe la mortalità infantile e “i piccoli” che Gesù tanto amava, non sarebbero (ancora), soggetti a maltrattamenti di ogni tipo, anche i più terribili. Voi ci avete portato la liturgia in casa, pazientemente, ogni giorno, anche quando eravate raffreddato e nascondevate (potendo) la tosse e la stanchezza. Avete precisato che non si tratta di un apparato “mondano” piuttosto che: «quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. Quando celebriamo la messa, non facciamo una rappresentazione dell’Ultima Cena». La messa «non è una rappresentazione; è un’altra cosa. È proprio l’Ultima Cena; è proprio vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo». Ci avete ricordato che “abbiamo un Padre”, che lo è proprio per tutti, anche per l’ultimo, dimenticato uomo della terra. Anche per il miscredente e il peccatore. Proprio per tutti. Di questo Vi ringrazio, davvero affettuosamente. Nella speranza che la Vostra Voce sia risuonata chiara “proprio in tutti”, dal momento che in Italia, laddove c’è Roma ed il pontefice, siamo una Repubblica democratica laica e aconfessionale, senza cioè una religione ufficiale, per cui sembra più facile che un italiano dimentichi la fede professata dai propri padri, per seguirne un’altra, piuttosto che accada il contrario. Sì: quanti dei nostri giovani leggono i Vangeli? Quanti danno anche soltanto uno sguardo, alla Bibbia? Quanti, anche soltanto per una curiosità umana, indagano sulla figura di Gesù? Pare più facile andare a leggere il Corano, laddove vi si ritrovi (opportunamente), una traduzione “faccia e fronte”. E convertirsi. Di chi la colpa? Nostra, evidentemente. Dobbiamo fare come Voi ci avete indicato: professare apertamente la nostra Fede, come ci spiegato nel corso delle Vostre liturgie mattutine, con “schiettezza” e con la preghiera: - “E la preghiera è forte. Gesù lo ha detto: Io vado dal Padre, e qualunque cosa chiederete nel mio nome al Padre, la farò, perché il Padre sia glorificato”. Così va avanti la Chiesa, con la preghiera, il coraggio della preghiera, perché la Chiesa sa che senza questo accesso al Padre non può sopravvivere.” Giusto: altrimenti rischiamo di dovere credere alla “profezia di Malachia “ secondo cui ci stiamo avviando a conoscere l’ultimo Papa, lasciando spazio, altro che alle mascherine contro il coronavirus sul volto delle donne: al burka. Bianca Fasano.

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- Fede

Lasciate decidere a noi cittadini italiani

Lasciate decidere a noi cittadini italiani, in un paese dove non esiste una “religione di Stato”, se vogliamo o meno “farci condizionare” e convertire dal nostro Papa Francesco con la messa che ogni mattina viene trasmessa su Rai1. Alcuni giorni fa ho scoperto su internet che il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), ha definito:«roba d'altri tempi», la messa del Papa trasmessa ogni mattina sulla prima rete alle ore 7. Onestamente, mentre sono a conoscenza del triste fatto che siano circa 260 milioni i cristiani perseguitati in tutto il mondo (pare siano in calo le uccisioni.), è la prima volta che mi rendo conto come esista una “Unione degli Atei e degli Agnostici”, né tantomeno che questa possa in qualche modo sentire minacciata la visione del mondo spirituale degli Italiani i quali, seguendo, appunto, tale Messa, potrebbero “esserne condizionati”. Neanche fossero bambini. “Roba d’altri tempi?” Non mi sembra che “altri tempi”, qualsiasi questi siano, abbiano presentato (insieme), la caratteristica di una società dei credenti allontanata dalla Chiesa (in quanto, materialmente, le Chiese sono chiuse ai credenti), a causa di una pandemia e che un Papa abbia avuto la possibilità (la volontà, il coraggio, l’ardimento o, come direbbe lo stesso Francesco “la schiettezza”), di dire Messa utilizzando, appunto, i mezzi televisivi. Quindi: “Tempi moderni”, potremmo dire, parafrasando un film con il grande Charlie Chaplin, non “altri tempi”. Va bene, conosciamo l’articolo 7 della Costituzione della Repubblica Italiana, sappiamo che non esiste una religione di Stato. “Con l'art. 7 la Costituzione recepisce i Patti Lateranensi, cioè gli accordi sottoscritti l'11 febbraio 1929 da Mussolini (per l'Italia) e dal Cardinale Gasparri (per la Santa Sede). (…)” è stato riaffermato il principio di laicità dello Stato. Quella figura di Gesù in Croce, che si ritrovava nelle scuole e negli Uffici aperti al pubblico è stata “messa fuori”, mentre in Italia sono circa cinquanta gli edifici sinagogali: li troviamo raggruppati in prevalenza nel centro-nord della penisola, con i loro decori e gli stili architettonici che vanno dal barocco, al rococò, al neoclassico. Intanto in Corea del Nord, Somalia, Iraq, Siria, Afghanistan, Sudan, Iran, Pakistan, Eritrea e Nigeria essere Cristiani vuole dire rischiare al minimo di doversi nascondere e al massimo di morire. il Paese più pericoloso in questo senso è la Nigeria, a causa degli attacchi delle tribù Fulani e degli islamisti di Boko Haram. Ricordiamo poi la Repubblica Centrafricana e lo Sri Lanka, dove nel 2019 c’è stata la così detta “Pasqua di sangue” e morirono oltre 253 persone, colpite tre chiese, quattro alberghi di lusso e un complesso residenziale. Quello che rimane costante, come riferisce il sito di Vatican News, è "l'aumento della pressione che riguarda la vita privata e la vita pubblica nelle comunità e nella Chiesa". Senza annotare che, consapevole delle proprie “colpe,” Lo studio del tema "La Chiesa e le colpe del passato" venne proposto alla Commissione Teologica Internazionale da parte del suo Presidente, il Card. J. Ratzinger, in vista della celebrazione del Giubileo dell'anno 2000. In tal senso venne formata una Sottocommissione così composta: Rev. Christopher Begg, da Mons. Bruno Forte (presidente), dal Rev. Sebastian Karotemprel, S.D.B., da Mons. Roland Minnerath, dal Rev. Thomas Norris, dal Rev. P. Rafael Salazar Cárdenas, M.Sp.S., e da Mons. Anton Štrukelj. In precedenza un Papa: Giovanni Paolo II, si era salvato da un tentativo di omicidio (dovremmo dire miracolosamente, però non vorremmo infastidire gli atei), il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro, in Vaticano, dopo che Mehmet Ali Ağca (un killer professionista turco), gli aveva sparato quattro colpi di pistola ferendolo gravemente. Mesi dopo, il Papa lo perdonò e “il terrorista” ricevette in seguito anche il perdono del Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi. Sembra che lui fosse restato davvero male, non in quanto pentitosi, piuttosto dal fatto di non avere condotto a termine “professionalmente” il suo operato: “ (…)Ma di una cosa mi resi conto con chiarezza: che Ali Ağca era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c'era stato Qualcuno o Qualcosa che gli aveva mandato all'aria il colpo». Oggi, noi fedeli, chiamati, come direbbe Papa Francesco, a esprimere “schiettamente” le nostre convinzioni religiose, non abbiamo proprio voglia di chiederci, preoccupati, se la Messa del Papa possa scuotere l’ agnosticismo, l’ateismo, l’incredulità di quanti vogliono NON credere. Anzi: dovremmo dirci lieti che l’operato di Papa Francesco riesca a scuoterlo e condizionarlo. Da credenti è il nostro fine più importante, purché sia assolto soltanto con l’esempio e mai con la costrizione. Bianca Fasano. 23 aprile 2020. 1) “Sono cifre da accompagnare però al condizionale, dato che - per dirla con la Federazione internazionale per i diritti dell'uomo - è "praticamente impossibile" rispondere alla domanda su quante siano "le persone che vengono discriminate, perseguitate o addirittura uccise per il loro credo religioso". 2) Come spiega Cristian Nani, direttore di Porte Aperte - "è vero che sono diminuite le morti e le uccisioni, ma è un dato che solitamente cambia a seconda dell'anno e che quindi risulta molto altalenante". 3)Dalle parole che Indro Montanelli riportò in seguito pronunciate da Giovanni Paolo II, durante una cena privata del 1986, in merito all'episodio.

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- Letteratura

La preda.

Salerno. Terzo libro per “la penna” di Donato D’Aiuto. “La preda”, formati ebook e cartaceo, si lancia questa volta con Amazon. Donato D’Aiuto, giovane avvocato “figlio d’arte” è poco più che trentenne. Nato a Vallo della Lucania (SA), nel Cilento. Dopo aver conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Firenze, è rientrato “in patria", dovremmo dire “felicemente”, poiché si dice orgogliosamente cilentano. Già conosciuto per avere pubblicato nel 2017 “La Storia di un Uomo Solo”, per la Graus Editore , nel - 2019 pubblica “ La mia Ragazza è Single”, sempre per la Graus Editore. Nel 2020, invece, per il suo terzo romanzo, “La Preda”, si lancia con Amazon Kindle, offrendo quindi una doppia possibilità ai lettori: l’ebook e il cartaceo. Evidentemente in lui la voglia di “essere socialmente presente”, anche tramite la scrittura è una spinta emozionale “forte”, con cui si è espresso ad esempio in un suo secondo blog “Il Punto di Vista”. Nato da una sua ideazione, vide la collaborazione della sorella Rosangela e di altri amici, con l’intento di coinvolgere i giovani che condividevano con lui la passione per lo scrivere, non necessariamente su di un tema prefissato, piuttosto su quelli per cui ciascuno degli scriventi si sentisse coinvolto, fosse cinema, sport o politica. Il concetto di “Punto di vista” presupponeva che ognuno si avvalesse delle proprie esperienze per esprimere il proprio. Sappiamo che la sua natura di scrittore si è da prima espressa con lo sport. Difatti il suo primo blog, creato diversi anni addietro, si chiamava “Dracula Sport”. Per mezzo di quella esperienza iniziò a farsi le ossa, collaborando con vari quotidiani sportivi, come calciomercato.com. Lui stesso sostiene che: - “Tutto è nato per gioco, per diletto. Poi la passione è cresciuta sempre di più.” In effetti i personaggi, tutti giovani, dei suoi tre racconti di “vita vissuta”, sembrano volerci portare fuori strada, allo scopo di non cogliere quanto dell’autore c’è nelle storie, un po’ come trasformando se stesso in “Uno nessuno e centomila”, nello stile Pirandelliano, nascondendo le sue reali esperienze di vita dietro quelle di uomini che vivono la loro storie con diverse alternative possibili. In comune, avendole lette tutte, si può annotare che i personaggi principali conoscano bene la presenza della gelosia ed il timore (reale o presunto), di essere traditi. Nella “La storia di un uomo solo” incontriamo un giovane uomo che brucia la sua vita nell’alcool e nel rimpianto. Perdendo anche un’ottima occasione di rivincita, anzi, potremmo dire, rinunciandovi. La figura di spicco, che amava anche farsi chiamare Apache (…nei film western faceva il tifo per gli indiani), ha i suoi motivi per ritenersi sfortunato, avendo perso il padre e scoprendo, praticamente nel contempo, che la fidanzata lo tradisce. L’evoluzione apparve chiara, in senso positivo, laddove l’avvocato-scrittore, presentò al pubblico il secondo lavoro, “La mia ragazza è single”. Quel: - “Dio ci crea, ma siamo noi gli artefici del nostro destino.” - Pronunciato dall’antieroe sfortunato “dell’uomo solo”, viene colto a volo dall’altro “alter ego; l’eroe fortunato della seconda pubblicazione. Qui la situazione, pur avendo qualche bagliore di buio (mi si perdoni l’ossimoro), trova uno svolgimento che più è gradito a chi ama le soluzioni felici delle esperienze vissute dai personaggi. Il nuovo protagonista ha alle spalle un padre che può aiutarlo, fosse anche soltanto con la sua presenza morale, cosa che era mancata al primo, il quale si sentiva così poco amato (a torto o a ragione), da far dire di lui al suo ideatore: - “Aveva un solo desiderio: sapere quante persone avrebbero sofferto se lui fosse morto.”- Forse questo lo scopo del suo “lasciarsi andare alla deriva?” Intanto il nostro autore, nel tempo,non perde di vista i blog ed eccolo, difatti, nella nuova esperienza con “d'help writer”, “il blog di Donato D'Aiuto: scrittore, avvocato ed osservatore della vita.”, laddove ritroviamo ad esempio il 17 di aprile, un suo “intervento” dal titolo: "CARPE DIEM", COGLI IL GIORNO!”, che si collega al periodo difficile vissuto oggi da tutti (da qualcuno in più di altri), a causa del pericolo Covid -19. Ma torniamo al terzo libro edito: “La preda”, formati ebook e cartaceo con Amazon. C’è sempre un personaggio giovane alle prese con il tradimento. Non vi dirò se il finale sia lieto o triste e non vi racconterò la storia. Deve essere però spiegato che questa volta l’argomento “odora di giallo”, ossia al nostro uomo, oltre all’amore, alla fratellanza, alla vita familiare (laddove, questa volta, torna a fare capolino una figura paterna negativa), tocca far fronte al pericolo, alla violenza, all’uso delle armi. Non posso fare a meno di ricordare, a questo punto, che lo stesso ideatore, in tempi non sospetti, al momento in cui gli venne chiesto quale autore gli fosse gradito, ebbe a dire: - “In realtà il mio autore preferito è Jo Nesbo, norvegese scrittore di gialli, un genere del tutto diverso dal mio libro ma con il quale mi piacerebbe magari confrontarmi in futuro.” - Ed ecco, quel futuro, evidentemente, è giunto con “La preda”. In comune, i suoi personaggi hanno la giovinezza, la forza fisica, un forte sentimentalismo che li conduce a soffrire intimamente per le questioni sentimentali; intravediamo in ciascuno la necessità di trovare una stabile situazione con una donna da amare (con diverse fortune), e che li ricambi facendoli sentire compresi. Nei personaggi “positivi” intuiamo la presenza di familiari disponibili all’ascolto, che siano o meno posti in grado di essere utili al momento del pericolo. Infine, dovendo giudicare l’evoluzione dei “nostri eroi”, dovremmo dire che acquistano via via più grinta e capacità di sollevarsi nelle avversità e nel confronto con le problematiche che l’amore difficilmente non riserva a chi lo ricerca come fattore essenziale dell’esistenza. Auguri all’autore. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Un artista molto sfortunato e l’influenza Spagnola del 1918

Egon Leon Adolf Schiele. Un artista molto sfortunato e l’influenza Spagnola del 1918: la pandemia che uccise oltre 10 milioni di persone in due anni Quando si è insegnante di storia dell’arte non si ha il diritto di “preferire” un autore all’altro o “amare - odiare”, un tipo di espressione artistica. Tuttavia accade. Gli allievi se ne rendono conto al momento in cui l’insegnate inserisce nel “programma” autori che a volte passano in sordina. Per me accadde con Egon Leon Adolf Schiele (Tulln an der Donau, 1890 – Vienna, 1918). Neanche, per la verità, in quanto (io pittrice), mi piacesse il suo modo di dipingere. Confesso di essere molto legata all’armonia d’insieme ed ai pittori che riescono ad avvicinarsi di molto al reale. Problema mio. Mi “affezionai” ad Egon Schiele perché era un uomo decisamente sfortunato il quale, approssimandosi, finalmente, alla vita che voleva vivere (niente di eccezionale: una donna da amare e un figlio, una famiglia), se li vide portare via assieme alla propria vita, da una epidemia (chiamiamola pure pandemia), che aveva molte note di vicinanza con il Covid 19: l’influenza spagnola del 1918. La chiamarono “spagnola”, un po’ come oggi il presidente americano Donal Trump ha definito “il virus cinese” il “nostro coronavirus (prima che ragioni strategiche di tipo economico gli consigliassero di evitarlo); la notizia, difatti, giunse nel febbraio 1918 (mese invernale, ovviamente) dall’Agenzia di stampa spagnola FABRA: «Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid … L’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi mortali». Già. Non si era capito davvero quanto fosse grave e neanche che il virus avrebbe ucciso principalmente giovani tra i 15 e i 40 anni. Si è poi giunti alla conclusione che la diffusione fosse a causa dei soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per prendere parte alla Grande Guerra, similmente a come accadde per il contagio della peste, nella terribile epidemia che si accese nel Nord Italia tra il 1630 e il 1631, portata in Lombardia dalla discesa delle truppe tedesche al comando di Albrecht von Wallenstein, dirette a Mantova per porre d'assedio quella città, tra le quali covava la peste in forma endemica. Tutto ciò il nostro Egon che oggi consideriamo esponente di spicco dell’Espressionismo, non poteva prevederlo, mentre realizzava le sue opere, ossia trecentoquaranta dipinti e duemila ottocento tra acquerelli e disegni in una brevissima vita. Aveva quindici anni quando il padre (1905) morì di sifilide “regalando (qualche critico sostiene) al figlio, la predisposizione per la creazione di opere dove l’erotismo appare spesso drammatico e torturato. Iscritto all’Accademia di Belle Arti di Vienna crea dunque un suo stile, forse anche a causa dell’amicizia con Gustav Klimt. La sua arte esprime, da subito, specialmente nella prima personale del 1908, un animo profondo e inquieto, dove le figure distorte sembrano richiamare morte, malattia, dolore. Ha diciannove anni, non è particolarmente felice, tuttavia è famoso in Austria. Viene annoverato tra gli artisti austriaci più interessanti dell’epoca. E’ il 1910 quando, assieme alla sua modella, si trasferisce in un piccolo paese contadino: Krumau, dove non è ben visto a causa della convivenza fuori del matrimonio. Inoltre tende a ritrarre nudi provocanti di modelle giovanissime. Nel 1912 viene accusato di aver sedotto, rapito e corrotto una giovane modella quattordicenne. Ne consegue il processo nel quale rischia una condanna a lunghi anni di carcere ed attende la sentenza in prigione, venendo accusato, infine, "soltanto" di avere esposto opere valutate come pornografiche. Intanto, l’essere tormentato, si innamora proprio della modella Edith Harms e incomincia a sognare la gioia dell’amore e della famiglia. Tuttavia, come dicevo all’inizio, Egon ed Edith non sono destinati a realizzare il quadro che lui dipinge: un ritratto di famiglia dove rappresenta se stesso, con la dona amata e il figlioletto: è il 28 ottobre del 1918 quando la febbre spagnola si porta via la moglie, incinta di sei mesi. L’artista farà la stessa fine il 31 ottobre. «La famiglia», sarà il suo ultimo dipinto e la più triste rappresentazione della più tremenda pandemia (si spera), che abbia segnato l’umanità: l’influenza «spagnola» che, circa cento anni fa, mieté una persona su tre in tutto il mondo. Le stime: tra i 10 e i 50 milioni di persone decedute. Il libro da leggere: «1918: l’influenza spagnola. L’epidemia che cambiò il mondo» edito da Marsilio. Opera della giornalista scientifica Laura Spinney. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Quel Papa che dice messa in diretta tv non può essere lascia

Il nostro Santo padre, ogni mattina alle sette dice messa in diretta Tv. Chi ha lavorato e avuto famiglia, specialmente se donna, lo sa: si mette la sveglia alle sei, per andare al lavoro, quando non ci sveglia uno dei piccoli di casa. In tanti oggi lo fanno per portare avanti l’essenziale alla sopravvivenza, particolarmente medici e sanitari. Tuttavia, oggi, con la vita quotidiana sconvolta dal virus, per chi non esce da casa da settimane, si è oramai rotto il ritmo “sonno - veglia”, quindi “le sette del mattino” possono apparire come “un’alba giunta troppo presto.” Però c’è lui: “Il Pontefice, che dice messa in diretta TV.” Occorre esse svegli per seguirlo. Credo che nessuno prima di lui l’abbia fatto. Sono molte le cose che questo Papa Francesco sta facendo, mai fatte prima, a cominciare dall’essere in “compresenza”, lui, Jorge Mario Bergoglio, il regnante, con Joseph Ratzinger, il papa Emerito. Non penso proprio che per il nostro Francesco sia stato e sia una vita facile. A cominciare con il fatto che soltanto Dio, dall’altro, potrà avere deciso chi dei due rappresenti il suo “Pietro in terra”, I complottisti suggeriscono persino che le dimissioni di Benedetto XVI non siano mai state valide. Benedetto XVI, dalla rinuncia al soglio di Pietro in poi, da una parte asserisce che “il Papa sia uno”, ossia Francesco e dall’altra con le sue "rotture del silenzio”, di tanto in tanto sembra contrastare le argomentazioni "bergogliane". Infine: non credo che la vita di Papa Francesco sia la più facile anche in tempi normali, figuriamoci come deve sentirsi adesso che il suo “gregge” non è più sotto le sue finestre, ad ascoltare le sue parole, piuttosto, costretto in casa dal virus, oppure sui luoghi di lavoro, a svolgere i compiti necessari per la sopravvivenza dei cittadini italiani. Vero è che il Papa Bergoglio non vive laddove si affaccia sulla Piazza San Pietro e dove gli altri Papi hanno vissuto prima di lui: abita a “Casa Santa Marta”. Lo ha deciso da subito, lasciando certamente esterrefatto il suo seguito, nel corso della sua prima udienza giubilare nel gennaio 2016. Vive a due passi da piazza San Pietro entrando dall’Arco delle Campane, sulla sinistra della Basilica. Quando fu eletto gli chiesero dove volesse la sua stanza da letto e lo studio, dando per scotano che si fermasse al terzo piano del Palazzo Apostolico, dove da decenni avevano abitato i suoi predecessori. Però lui chiese di essere sistemato “All’albergo vaticano, dove sono stato ospite, durante l’ultimo Conclave.” E fu così collocato a palazzo Santa Marta. Quando l’osservo dire messa con tanta semplicità e attenzione, mi rendo conto che lui compie quel rito con la convinzione assoluta che abbia il suo magico effetto religioso anche sotto la telecamera (che non vediamo), e passando in rete come un qualsiasi prodotto multimediale. Così come precisa che quanti non hanno potuto prendere l’ostia consacrata dal vivo, possono fare una comunione spirituale e prenderla con l’anima. In pratica, ha ragione: la fede resta la stessa, basta crederci. Pare poco. Oggi sono molti i credenti che credono un po’ alla leggera. Certamente è facile essere Cristiani “a momenti e con comodo”, viene fatto di pensare (ed è un errore), che la Fede sia oramai un fatto scontato, non certo da difendere come i Cristiani al tempo di Nerone. Tuttavia dimenticando due cose, la prima che ci sono 300 milioni di cristiani perseguitati in oltre venti paesi del mondo, sopratutto Africa e Asia, la seconda che altri convinti assertori di fedi diverse dalla nostra, la minacciano costantemente. Questi pensieri e la necessità di essere vicino al nostro Papa, che cerca disperatamente di esserci vicino, fanno sì che il mattino, ore sette, di questo momento difficile per l’intero mondo, io senta la necessità di seguire il nostro “Pietro”, mentre dice la messa e prega per tutti gli esseri umani della terra, in primo luogo, penso, per tutta quella popolazione che sta affrontando la pandemia (poniamo l’India e l’Africa), senza i mezzi della medicina moderna, senza ausili economici, senza medici. Per non parlare dei paesi che la vivono assieme alla guerra, come la Siria e la Libia, laddove le parti in conflitto usano l’emergenza Coronavirus per rafforzare posizioni sul terreno o per impadronirsi di altri territori. Non c’è da stupirsi che il nostro Papa Francesco preghi, ovunque può, cercando di coinvolgere anche noi da casa, nel tentativo di fare giungere al suo (nostro) Dio la richiesta di allontanare dal mondo questa pandemia. Non lo possiamo lasciare solo. Bianca Fasano 04/04/2020.

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- Letteratura

La messa del Papa e la storia di Mosè

IL PAPA, MOSè, IL POPOLO NEL DESERTO, I SERPENTI E L’INCAPACITà DEL POPOLO DI RINGRAZIARE CHI CERCA DI TRARLO FUORI DAI GUAI. La messa officiata da Papa Francesco questa mattina, aveva lo scopo di parlare della Croce e dell’importanza salvatrice di questa, che assume come simbolo. Per farlo, il Papa si è rivolto alle scritture, come solitamente si fa in Chiesa durante la messa. Ha letto questo passo: -“In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.” - L’ascolto su di me ha avuto anche un altro effetto, ossia mi ha fatto riflettere, ricordando in quante occasioni il popolo di Israele, salvato, secondo le scritture, da Mosè, che lo ha liberato (sempre secondo le scritture), dalla soggezione al Faraone d’Egitto, si sia scagliato proprio contro l’uomo che li aveva salvati e li guidava. Certo: la strada verso la “Terra promessa” (che il povero Mosè non vedrà mai perché ha dubitato delle parole di Dio) non era delle più facili. Anche oggi, volendo fare un paragone forte, la strada per noi italiani, allo scopo di uscire dalla prigionia del virus e raggiungere la “terra promessa”, della liberazione da questi, non è facile. Il racconto mi ha fatto pensare a quanto sia difficile per chi detiene un potere (per cui detiene anche la responsabilità di prendere delle decisioni, specialmente senza essere “un Mosè” e senza l’ufficiale aiuto di un dio), essere ascoltato e anche compreso, apprezzato, seguito con fiducia costantemente, dalla cittadinanza. Noi Italiani, come accade nel mondo, in questo periodo di pandemia, siamo costretti a camminare nel deserto della paura e della morte, laddove tanti di noi hanno perduto parenti ed amici, senza neanche avere potuto dare loro un abbraccio, stringendoci nel cuore massacrato soltanto l’ultimo ricordo di uno sguardo e di una parola, sperando che quel ricordo che raccoglie l’anima, sia sereno. Che non abbia, invece, conservato un litigio banale oppure l’impossibilità di un incontro, a causa della divisione cui il virus ci costringe. Intanto: affidiamo la salute dei nostri cari a personale medico ed infermieristico che non conosciamo. Sappiamo che anche loro sono colpiti ogni giorno da “serpenti brucianti” e che nessun Mosè può innalzare un serpente di bronzo sul proprio bastone per mostrarlo loro e neutralizzare il morso omicida. Però un serpente ce lo offre la scienza: quello che è il simbolo della medicina: Il bastone di Asclepio, l’antico simbolo greco che consiste in un serpente attorcigliato intorno ad una verga. L’altro simbolo di salvezza ce l’offre la Chiesa: ed è l’immagine di Gesù sulla croce. Intanto facciamo ognuno di noi la nostra parte cercando di essere più pazienti, nell’attraversare il nostro deserto virale, di quanto facessero gli Ebrei nei racconti biblici. Bianca Fasano. 31/03/2020. Note.Il Signore disse a Mosè: «prendi il bastone; tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate a quella roccia, in loro presenza, ed essa darà la sua acqua; tu farai sgorgare per loro acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame». Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva comandato. Mosè ed Aronne convocarono l’assemblea’di’fronte’alla’roccia,’e’Mosè’disse’loro’«Ora’ascoltate’o’ribelli;’faremo’uscire’per’voi’acqua’da’questa’roccia?»‘e’Mosè’alzò’la’mano,’percosse’la’roccia’col’suo’bastone’due’volte,’e’ne’uscì’acqua’in’abbondanza;’e’la’comunità’e’il’suo’bestiame’bevvero.’Poi’il’Signore’disse’a’Mosè’ed’Aronne:’«Siccome’non’avete’avuto’fiducia’in’me’per’dar’gloria’al’mio’santo’nome’agli occhi’dei’figli’d’Israele,’voi’non’condurrete’quest’assemblea’nel’paese’che’io’le’do».

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rai tre. Crescenzo invigorito

Napoli. Rai Tre ha dedicato uno spazio di TGR Petrarca del 01/02/2020, a Crescenzo Invigorito, operaio/scrittore, laureato in giurisprudenza e al suo alter ego Charles Krevigoskji.. Strano miscuglio di dolcezza e crudezza, questo scrittore elabora poesie dolcissime che contrastano con romanzi di stile Bukowskiano e racconti per bambini. Una persona che dice, da operaio: -“Anche se il lunedì spaventa dobbiamo stabilire e credere, con ostinato ottimismo, che esso, come tutti i giorni della settimana, ci è stato dato per poterlo vivere!”- Ha pubblicato: “L’enorme uccello rosso”, una raccolta di racconti, Bukowski in Italia”, Editore: Noubs, Collana: Babele, nel febbraio 2015. Trama del libro: “Racconti irriverenti, che richiamano quelli di Charles Bukowski, in cui il protagonista, uno scrittore apatico e sessualmente insaziabile, guarda con spietata lucidità la società umana e ne scolpisce la profonda ipocrisia, l'avidità, la mancanza di voglia di vivere. Con umorismo e sarcastico spirito di denuncia narrando le gesta epiche e grottesche e le performance sessuali di un gruppo di amici con il pallino dell'arte e la sbronza facile. La prefazione è dell'attore e umorista e pittore Remo Remotti”. “Ero uscito dal lager del posto di lavoro con la mia tuta sporca da operaiaccio quando vidi di fronte a me, sospeso nel cielo, stagliarsi, come per magia, un grande uccello rosso con una testa enorme. Lo so, lo so a cosa state pensando, da me ve lo sareste aspettato. Ma vi dico subito che non era un cazzo gigante che svolazzava su per il cielo come un pallone aerostatico. (…)”- Oltre a due volumi di poesia in cui l’autore sembra esprimersi in modo più romantico:- “SARAI CON ME /Sarai con me,a seguirmi/ come il fiume nella/ forma del greto./Verrai con me,tu argilla/che scivoli nella forma/di tutte le cose da/farsi nei tanti giorni/delle nostre vite insieme.”- Suo anche: - “Cartellino felice” (un operaio scrive), un libro che intende riflettere, grazie all’ironia ed a una filosofia personalissima dell’autore, sul concetto di assenteismo. L’autore prova a ricercare, dentro e fuori di sé, qualsiasi stratagemma che gli consenta di non restare imprigionato nel lavoro quotidiano, semplicemente mediante una sorta di “assenteismo mentale”, che gli conceda di “essere altrove”, pur restando al lavoro e “Certe donne ancora con le calze”, Romanzo divertente e grottesco; un autore che rincorre gli editori in un panorama di sciacalli e finisce per innamorarsi della editor, scoprendo che porta ancora le calze di lana della nonna. Definito “Felice connubio tra grafica e letteratura”, pubblicato da “Prospettivaeditrice Lettere 305” firmato da Charles Krevigoskji. -“Erano giornate di noia. Rimanevo ore a guardare fuori il tempo grigio , malato, sventrato dalle nuvole nere, oppure giravo per casa senza sapere che cosa fare eppure avevo una montagna di carte da scrivere o da trascrivere. Migliaia di libri comprati e ancora da leggere. Avevo dato un po’ di mesi prima, un mio manoscritto a John perché lo desse ad una sua amica di cui mi aveva parlato per farlo editare.(…)”- Il libro parla di come il sentimento amoroso possa esplicarsi in modi differenti e in questo caso esprimersi come uno scrittore squattrinato e piuttosto dedito al bere, che si ritrova di colpo innamorato di una donna all'antica che veste ancora le calze della nonna. “Tra mille grottesche e divertenti avventure, a tratti anche romantiche, con l'improvviso e insperato successo,quando lei si è finalmente innamorata di lui, prende la via della fuga!” Ma chi è Charles Krevigoskji, per Crescenzo Invigorito ? Uno scrittore che ricorda Henry Charles "Hank" Bukowski Jr., il quale usava a sua volta uno pseudonimo, quello di Henry Chinaski. Dissacratore e ironico poeta e scrittore statunitense di origine Russa. Il nostro scrittore che movimenta le periferie con la sua volontà di riscossa, si dice “esule”, attribuendosi questo aggettivo in quanto afferma di essere “proprio solo contro tutti”, si presenta quale “oriundo da un paese sconosciuto”, e aggiunge di ricordare poco della sua vita già trascorsa, convinto che “forse sia meglio così.” Bianca Fasano

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Nik Stupore di Bruno Pezzella.

Successo e ristampa per il libro “Nick Stupore” di Bruno Pezzella, pubblicato da Rogiosi Editore. Giovedì 30 gennaio, alle 17.30, l’autore ne ha parlato presso la Libreria Raffaello, in via Kerbaker 35, con la giornalista Fiorella Franchini. Reading a cura degli attori Giulio Adinolfi, Adriana Carli e Bruno Minotti. Non e facile, oggi che un libro riceva l’onore di una ristampa. E’ invece accaduto per il libro “Nick Stupore” di Bruno Pezzella, pubblicato da Rogiosi Editore, che giovedì 30 gennaio, alle 17.30, è stato ripresentato nella nuova veste editoriale presso la Libreria Raffaello, in via Kerbaker 35, dalla giornalista Fiorella Franchini e dal suo autore, con un reading a cura degli attori Giulio Adinolfi, Adriana Carli e Bruno Minotti. L’intelligenza delle presentazioni preparate dall’autore è anche nel fatto che permetta la conoscenza dei suoi lavori attraverso le voci degli attori. Sono davvero bravi: Adriana Carli modifica l’espressione verbale “divenendo” personaggi differenti, Giulio Adinoklfi -si vede- è attore di vecchia scuola, abituato a lavorare coi “grandi”, per cui non può, istintivamente, mantenersi che di alto livello. Bruno Minotti non è da meno. Le pagine del libro, attraverso le loro voci, si sono riversate nella sala, rendendo tutti partecipi della “atmosfera”. L’autore, che ha di per sé una forte personalità, ben nascosta da un fisico ed un atteggiamento “elegantemente distaccato”, in questo romanzo, che “giallo non è”, offre una chiave di lettura sulla produzione narrativa del genere poliziesco, del tutto personale, in cui “il morto” (in questo caso “i morti”), non hanno una figura di primo piano Lui stesso ha ammesso, nella sua “chiacchierata” con il pubblico e la brava Fiorella Franchini, che il genere “giallo” ci sta invadendo. E’ vero che imperversano trasmissioni televisive dove tutti sono divenuti detective e si continua a rimescolare omicidi già passati “in giudicato”, proponendo ipotesi alternative attraverso le valutazioni di individui che, comodamente in studio o intercettati dai video in collegamento istantaneo, divengono tutti esperti di ogni tipo di omicidio. Fanno audience, specialmente oggi, dove “i femminicidi” vengono discussi dai sociologi e dai criminologi mentre passano le immagini replicate dei volti di donne un tempo sorridenti, poi scomparse o uccise. Quindi: logico che anche uno scrittore come Bruno Pezzella abbia deciso di regalarci quel “Nick Stupore … e i tre nodi del marinaio“, per quanto, come autore e personale biografia, non sembri affatto portato a realizzare il solito impianto poliziesco. Difatti: il “giallo” di questo autore, giallo non è. Non è un “thriller”. Per quanto sia scritto con maestria e condotto avanti con un caleidoscopio di personaggi, vivi e morti, tutti ben realizzati, che si muovono, ciascuno per l’interpretazione che gli spetta, con metodo, misura, come bravi attori in scena. Bruno Pezzella, “insegnante”, è scrittore e giornalista. Viene dai “cartacei consistenti” quali Roma, Napolinotte, Il Mattino, Meridiana, Roto-Press; è un napoletano che ama il Vomero, per cui non si stanca di programmare e realizzare occasioni culturali; ha pubblicato romanzi per i tipi di Guida, L’enigma di Calvino (2002); Rogiosi, Nick Stupore (2014, prima edizione); Homo Scrivens, Controluce (2016). Lo si conosce e “riconosce” nella elegante dialettica dei suoi numerosi saggi monografici e nei manuali, sulla didattica disciplinare e sulla comunicazione, frutto della lunga attività svolta presso l’Università Federico II di Napoli (Sapere formare, Satura, 2004; Un professore riflessivo, Satura, 2006; La fabbrica della felicità, Cuzzolin, 2008; Il sapere tra incertezza e coraggio, Cuzzolin, 2011; Adessità - il tempo della provvisorietà e del transito, Cuzzolin, 2017). E’ Editor c/o Cuzzolin editore. Ha curato due mostre-evento: Eduardo 1954-1960, Maschio Angioino, Napoli; Distrattamente - Napoli e i napoletani dall’inizio del secolo agli anni ’60, Castel dell’Ovo, Napoli. Andava detto. Però questo non proibisce ai suoi lettori di “godersi” il suo “Nik Stupore” che, per la storia proposta, non sembra equiparabile al “genere”: una scrittura più flessibile e ampia, pertanto lontana dalle quotidiane storie di criminalità che costituiscono la trama dei troppi testi in circolazione. Tra l’altro, neanche il personaggio principale gli assomiglia, per cui sembrerebbe, quasi, che si sia divertito ad immedesimarsi in lui, in quell’individuo colpito a tratti da fantasie invadenti che si trasformano in portentosi giochi virtuali, sofferente da una perenne allergia e da un contatto incerto con l’eterno femminino. Sarà forse, sua, una vera astrazione dal sentimento? Certamente suo è quel mostrare nel suo Nik quanto poco di umano possa convivere il sentimento umano in chi viva la sua vita nel virtuale e come possa precipitare, nella realtà sociale, in un abisso di solitudine Bianca Fasano. Ufficio stampa Rogiosi Francesca Scognamiglio Petino | francesca.sco@gmail.com Ufficio stampa Accademia dei Parmenidei parmenide2008@libero.it

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Il suicidio tra i giovani e la nostra responsabilità sulla p

L’ultimo caso che è giunto con forza alla nostra attenzione, nel salernitano (in ordine di tempo, dovremmo dire), è quello di Daniela, suicidatasi all’ università di Fisciano,di cui oggi, 25 gennaio 2020, i funerali. I familiari e gli amici avranno cercato di fare luce sulle sue ultime ore di vita, tuttavia è un fatto acclarato che, nel momento in cui qualcuno ha deciso davvero da tempo), di suicidarsi, lo fa con metodo e nascondendo la sua volontà fino all’ultimo, per tema di essere fermato. Chi, invece, si fa “scoprire”, non vuole morire davvero, anzi, cerca di farsi aiutare e spesso ci riesce. L’Organizzazione mondiale della sanità informa che il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni nel mondo, dopo gli incidenti stradali. E per i giovanissimi, 15 e 19 anni, il suicidio è la seconda principale causa di morte tra le ragazze e la terza nei ragazzi. Basti pensare che esiste una Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, il 10 settembre. Si sono interessati del problema anche i grafologi, nel tentativo di scoprire i segni della volontà suicidaria nelle grafie, riuscendo, sì, ad evidenziarne, però troppo spesso a suicidio avvenuto, in quanto, alcuni segni sono presenti nella grafia di tanti che poi, pur vivendo male, non si suicidano. E’ comunque un fatto che, secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza,guardando agli anni dal 2015 al 2017, i tentativi di suicidio (non andati a compimento, quindi), tra i giovani, sono quasi raddoppiati. Dal 3,3% al 5,9%: questo vuole dire che 6 su 100 dei “nostri ragazzi”, di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita. Il peso è maggiore sule ragazze (71%). “A domanda rispondi”, il 24% degli adolescenti confessa di avere pensato almeno una volta a un gesto estremo. Come dicevo, si ricerca un “comportamento suicidario”, con l’intento (ovvio), di prevenire, cosa che ha certamente tentato di fare la famiglia di Daniela, la giovane donna che si è tolta la vita lanciandosi dall’ultimo livello del parcheggio multipiano del Campus universitario di Fisciano. Si parla di “ideazione suicidaria” ed è quella che pone tanti interrogativi tra i poveri familiari di quei giovani che lasciano la propria vita in modo tanto drammatico e disperato, con l’infelice egoismo di non chiedersi quanto male e quanta sofferenza si lascino alle spalle. Il pensiero del suicidio, la volontà di togliersi la vita, li accompagna, per l’una o per l’altra ragione o per un’insieme di fattori cui, spesso, si unisce uno stato depressivo che in alcuni casi è conosciuto nell’ambito familiare, spesso curato, osservato, tuttavia non guarito. Esiste un “comportamento suicidario”, che si riferisce al complesso di azioni avviate dall’individuo che sta valutando o sta preparando silenziosamente la propria morte. Quando si giunge al tentativo vero e proprio, capita che in prima istanza il gesto posto in atto non abbia successo. La cosa più terribile è che chi ci ha provato una volta, troppo spesso ci riprova e ci riesce. La società, in generale e i familiari e gli amici del suicida restano a chiedersi cosa abbia provocato il desiderio di suicidio e si danno delle oramai inutili risposte. Cosa provoca la volontà suicidaria negli adolescenti? Una risposta difficile che parte dal presupposto che l’adolescenza non sia, al contrario di quanto pensano gli adulti generalmente, un bel periodo, anzi: rappresenta un momento delicato dello sviluppo umano durante il quale si compiono rilevanti cambiamenti: nel corpo, nei pensieri e nei sentimenti. Oggi, forse, più apparenti che in passato, laddove anche le tendenze di tipo sessuale, con gli sbalzi ormonali, la conoscenza di “simpatie” che possono risultare differenti da quelle previste per il proprio sesso di nascita, la sensazione di essere “non accettati” dal gruppo di appartenenza scolastica o dell’età, la percezione di schiavitù in ambito familiare ed altre difficoltà incontrate nel quotidiano, pongono l’adolescente preda di forti sentimenti di stress, confusione, paura e incertezza. Guardando alle famiglie annotiamo che gli ordinari mutamenti dello sviluppo, possono coincidere con altri avvenimenti o alterazioni, nelle loro famiglie o nelle amicizie, unite a difficoltà di ordine scolastico o nelle relazioni sociali. Nei giovani, dovremmo ricordare, come alcune problematiche possano apparire insormontabili e in alcuni casi, purtroppo, non riuscendo a vedere la luce dopo il tunnel, per alcuni, il suicidio può sembrare una soluzione. Quanto possono incidere gli episodi di bullismo in questo quadro? Dipende molto dalla presenza familiare, ma non basta. Dipende anche dal modo in cui reagirà a questi atti di prevaricazione e/o presa in giro dei compagni. Sotto il profilo della ricerca scientifica sul tema sappiamo che ci sono 25 tentativi di suicidio per ogni suicidio completato (il che fa pensare che molte famiglie siano state messe “sull’avviso” ed abbiano tentato di intervenire in vari modi); Inoltre si è appurato che i maggiori fattori di rischio per il tentativo di suicidio in gioventù sono: depressione, abuso di sostanze e comportamenti aggressivi o molesti, con la probabilità 4 volte maggiore di morire per suicidio dei maschi, rispetto alle femmine. Mentre per quanto riguarda il solo tentativo (non andato “a buon fine”), sono le ragazze ad avere maggiori probabilità di tentare il suicidio rispetto ai ragazzi. Sembra accertato che il periodo più a rischio sia collegato dell’inizio della scuola superiore. Questo dovrebbe dar da pensare agli insegnanti, chi si preoccupino certamente di portare avanti la qualità dei loro insegnamenti, però osservino, innanzi tutto, la qualità di vita scolastica dei propri allievi. Concludo con un ricordo: avevo un allievo sedicenne, figlio unico, in quanto il fratello era morto. Il padre, ammalato, viveva su di una sedia a rotelle e la madre puntava su di lui, come unica possibilità di soddisfazione. Lui, simpatico ed intelligente, studiava male ed era in forte crisi. Rischiava l’anno, quando la madre mi venne a parlare, insistendo sulla necessità che il figlio riguadagnasse in fretta il terreno perduto (si era agli ultimi mesi dell’anno scolastico). Sembrava del tutto incosciente rispetto al peso che il ragazzo percepiva su di sé. Le risposi: -“Signora, suo figlio può anche perdere l’anno, però, se non perde se stesso, lo potrà riguadagnare il prossimo anno.”- Ebbi la sensazione che mi avesse capita. Bianca Fasano.

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Napoli. Cinema Modernissimo. Film Hammamet.

Napoli. Cinema Modernissimo. Film Hammamet. Bettino Craxi come Napoleone nell’isola d’Elba o a Sant’Elena? Ci sarebbero sostanzialmente due modi per “vedere e comprendere” il film “Hammamet”, “fresco di stampa”, essendo del 2020 diretto da Gianni Amelio. La pellicola offre una interpretazione degli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi, e della sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000, durante la sua vita da esule ad Hammamet, in Tunisia. Dicevo due modi. Si potrebbe essere tentati a guardare e “patire” (è una storia molto triste), la pellicola, come se non si fosse vissuto il periodo storico in cui gli avvenimenti si sono svolti. Questo permetterebbe di osservare le sofferenze di un uomo che, nello svolgersi dei fatti, si riconosce, da prima, come un personaggio osannato e forte e quindi come un uomo sconfitto, rifugiato, non esiliato, in Tunisia, per sfuggire all’arresto in Italia. Però non è una opzione intelligente. Conoscendo i fatti da cittadino che li ha “vissuti”, verrebbe invece spontaneo il raffronto con Napoleone Bonaparte, giunto al culmine della sua potenza di condottiero, dopo la campagna di Russia, quanto abdicò da imperatore, ritirandosi all'isola d'Elba, ultimo residuo di sovranità concessagli. Quindi, più all’Isola d’Elba che a Sant’Elena, dovremmo confrontare la Tunisia, perche il nostro “condottiero politico” (che non si era reso responsabile, come Napoleone, dei trecentomila morti della campagna di Russia), non ha mai lasciato “la sua isola” per tornare in Italia e difendersi combattendo. Troppo malato? Forse sì. Forse anche “offeso” per il trattamento ricevuto nel 1993, quando fu fatto segno di un lancio di monetine da parte di alcuni contestatori fuori dall’hotel Raphael, a Roma. Probabilmente il parlamentare comprese che ogni nazione ha il suo modo di “eliminare” chi ritiene aver dimostrato una sovranità negativa: la Francia, con la ghigliottina, l’America, con le morti misteriose degli uomini politici emergenti e l’Italia, dopo le piazze gremite, con il calpestare il volto di chi avevano osannato. Infine: rientrando in Italia non si aspettava neanche “i cento giorni di Napoleone”. Cosa lascia Bettino Craxi dietro di sé? La sua convinzione di innocenza, perché lo statista ha sempre respinto l’accusa di corruzione, fino alla morte, anche se accettava di essere a conoscenza del fatto che il partito – come tanti altri, a suo dire – avrebbe accettato fondi illeciti. Il bravissimo’attore che lo ha interpretato, Pierfrancesco Favino, si è tanto immedesimato nella parte, da far dimenticare all’osservatore, che non si trattava del vero Craxi. Il Regista, Gianni Amelio , si è preso una grande responsabilità, ossia quella di offrire al pubblico una “sua” immagine del politico italiano, “riempiendo i vuoti” anche con un personaggio, quello del giovane figlio di un compagno di partito di Craxi (Fausto, interpretato da Luca Filippi), che giunge ad Hamamet per portargli una lettera. Personaggio, sembrerebbe, “di fantasia”, che ci conduce comunque a pensare al Segretario amministrativo nazionale del PSI, nonché tesoriere del PSI durante la segreteria di Craxi, Vincenzo Balzamo, il quale appare nelle primissime fasi del film con l’attore Giuseppe Cedema. Coinvolto in Tangentopoli, ricevette un avviso di garanzia e morì d’infarto prima del processo, il 2 novembre 1992. Niente a che vedere, quindi, con la storia che si evince nel film. Mani pulite lascia dietro sé anche molte ombre e molte morti. Altro personaggio presente nel film, l’uomo in bianco, (tanti abiti bianchi nelle immagini, quasi un segno di purezza), interpretato da Renato Carpentieri, riconoscibile nell’unico personaggio politico di rilievo che salì su di un aereo di linea e senza scorta, andò a trovare Bettino Craxi alcuni giorni prima del suo ultimo Natale, ossia il presidente emerito Francesco Cossiga. Continuando il parallelo con Napoleone, ricordiamo che, mentre la moglie Maria Luisa d'Asburgo-Lorena, l’abbandonò, la moglie di Bettino Craxi, Anna Maria Moncini, (interpretata dall’attrice Silvia Cohen), pur vivendo situazioni non del tutto piacevoli, gli è restata accanto, assieme alla figlia Stefania, interpretata dalla brava attrice Livia Rossi. Solo tre donne sono state presenti all'Isola d'Elba durante l'esilio di Napoleone, ossia la madre Letizia, la sorella Paolina e l'amante, la Contessa Maria Walewska, che gli dette anche un figlio, sopravvissuto al figlio legittimo. Il figlio di Bettino Craxi, Vittorio Michele Craxi, appare nel film con il ruolo che effettivamente si era attribuito: difensore dell’onorabilità paterna. Lo interpreta l’attore Alberto Paradossi. Anche Craxi ha avuto la sua “Contessa”, ossia Patrizia Caselli, autrice e conduttrice tv, che lo seguì in esilio e nel film è rappresentata da Claudia Gerini, laddove, però, appare come una figura di secondo piano in quegli ultimi mesi, cosa che non sembra sia stato nella realtà. Bettino Craxi è morto d’infarto all’età di 66 anni, pur avendo superato, il 30 novembre 1999 una operazione durante la quale gli fu asportato il rene destro (colpito da un vasto tumore maligno), dopo una lunga e complicata preparazione all’anestesia per via del cuore in cattive condizioni. L’Italia non gli venne realmente incontro, cosa che nel film viene in qualche modo “ombreggiata” lasciando intendere che sia stato lo stesso politico a rifiutarsi di rientrarvi per l’operazione. Per lui si aprì la “chambre numero 1 dell’Hopital Militare”, che la Tunisia mise a disposizione di Craxi. Per quel paese, non per l’Italia, lui restò sempre “Monsieur le président.” Bianca Fasano. 1)Pierfrancesco Favino: il presidente, alias Bettino Craxi; Livia Rossi: la figlia Anita; Alberto Paradossi: il figlio; Luca Filippi: Fausto; Silvia Cohen: la moglie; Renato Carpentieri: il politico; Claudia Gerini: l'amante; Federico Bergamaschi: il nipote Francesco; Roberto De Francesco: il medico della clinica psichiatrica; Adolfo Margiotta: l'attore; Massimo Olcese: l'attore vestito da donna; Omero Antonutti: il padre; Giuseppe Cederna: l'amico Vincenzo. 2)Girato anche nella vera villa dei Craxi in Tunisia. 3)In serata il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi aveva inviato all'ex segretario socialista gli auguri di guarigione ai microfoni del Tg2. La moglie di Bettino Craxi, Anna commossa, disse che quello di Ciampi sarebbe stato il primo messaggio di auguri che avrebbe riferito al marito al suo risveglio dall'anestesia. Il messaggio di Ciampi si aggiunse a quelli del Papa e del ledere dell'Anp Arafat.

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Piccole donne 2020

“Piccole donne”, versione 2020 al Cinema Arcobaleno, storico polo di attrazione del Vomero, con un il pubblico “gettato” in una storia del 1868, che diviene leggibile grazie al fatto che in tanti hanno letto il romanzo. Napoli. Il Cinema Arcobaleno, dopo alterne vicende, tra cui la chiusura del 2014, è attualmente tornato ad essere un polo di attrazione per la vita dei vomeresi ed è sopravvissuto anche perché ha cambiato schema, divenendo multisala. E’ in questo cinema che “Piccole donne” (dic. 2019) , ha trovato spazio nella sala uno, preso d’assalto dai vomeresi. Il Vomero è, da sempre, un luogo dedicato ai centri di interesse sociale e alla cultura. Fu al Vomero che nei primi anni del Novecento, presero il via due tra le prime case di produzione cinematografiche italiane. Parliamo della Partenope Film (prima chiamata Fratelli Troncone & C.), di Guglielmo, Vincenzo e Roberto Troncone nata nel 1906 (attiva per circa vent’anni, con sede e teatri di posa in via Solimena), e della Polifilms di Giuseppe Di Luggo, fondata nel 1915, con sede in via Cimarosa. Ricordiamo che la prima sala cinematografica venne aperta nel 1913, il Cinema “Ideal”, in via Scarlatti. Oggi al suo posto vi è un grande megastore. Tornando a “Piccole donne” (nel film attuale interpretate da Emma Watson, Eliza Scanlen, Florence Pugh e Saoirse Ronan), in origine è un libro del 1868 di Louise May Alcott, certamente uno dei più letti dalle generazioni del passato e che vanta lettori anche oggi. Questo spiega come possa essere stato compreso dal pubblico questo film della regista Greta Gerwig, giacché, pur entrando all’inizio del primo tempo, si ha la sensazione di essere stati “gettati” nel mezzo del racconto. Bella la scenografia, ottimi i costumi, splendide le immagini, però, se non si conoscessero i personaggi e la trama della storia, non si riuscirebbe a seguire la trama, come si fosse in un romanzo scritto con la tecnica del flusso di coscienza, dell’Ulisse di Joyce, laddove ci ritroviamo in una narrazione senza segni di interpunzione che segue il flusso dei pensieri di qualcuno. Di un qualcuno che, forse, è il regista, come sceneggiatore. Il mondo è visto al femminile, Jo non si può non riconoscerla, giacché appare già nelle prime immagini del film alle prese con i tentativi di pubblicazione delle sue opere; Amy, Beth e Meg, invece, occorre inseguirle, per rintracciare il filo del passato e del presente, di storie cominciate o già in piena azione, mentre della guerra di Secessione (così come nella storia scritta), si intravede ben poco. Nella letteratura molti non si fermati alla lettura di “Piccole donne”, hanno letto anche “Piccole donne crescono”, “Piccoli uomini”, "Buone mogli" e “I ragazzi di Jo”. Certamente tanti lettori appartengono alle classi dal 1949 al 1960. Dal modo con cui il pubblico in sala partecipava con silenzi, risate, singulti e brevi frasi, ci si può rendere conto che, in qualche modo, riusciva a seguire un tracciato, benché risultasse difficile anche comprendere le fasi della malattia di Beth, che nel film come nel racconto, si salva dalla scarlattina, però muore lo stesso. (in realtà la sorellina della scrittrice morì proprio a causa della scarlattina). Little Women, nella versione americana, è un romanzo diviso in due parti, mentre da noi è stato pubblicato in due volumi separati, Piccole Donne e Piccole Donne crescono. Jo, così come viene vista dalla regista Greta Celeste Gerwig, è una femminista ante litteram, che pone in primo piano il diritto della donna di vivere la propria vita senza doversi appoggiare ad una figura maschile, però, nel film come nel romanzo, alla fine si innamora e si sposa. Cosa che non accade alla scrittrice stessa, dato che non le si riconosce una vita amorosa, poiché la scrittrice rimase nubile. Forse seguendo l’idea della zia, sorella del padre (nel film la sempre stupenda Meryl Streep). Femminista lo era: sostenne attivamente il movimento a favore dell'abolizione della schiavitù e il movimento femminista, collaborò come giornalista nel The Woman's Journal. Si batté per il diritto di voto alle donne e fu la prima donna a votare nella cittadina di Concord. Come scrittrice fu una ammiratrice e prese esempio dalle sorelle Brontë e da e Goethe. Nel 1848 lesse e fece sua la "La dichiarazione dei sentimenti" elaborata dalla Seneca Falls Convention in cui si rappresentavano i diritti delle donne. Ricordiamo i film precedenti (con una struttura più lineare, dati i tempi): Piccole donne (Little Women), del 1933 diretto da George Cukor; indicato tra i migliori dieci film dell'anno dal National Board of Review of Motion Pictures, nel 1933. Piccole donne (Little Women) del 1949, diretto da Mervyn LeRoy, che ha come protagoniste June Allyson nel ruolo di Jo, Janet Leigh in quello di Meg, Elizabeth Taylor in quello di Amy e Peter Lawford nel ruolo di Laurie. Remake del film del 1933 con molte analogie con la precedente versione. Piccole donne (Little Women) del 1994, diretto dalla regista australiana Gillian Armstrong, che intascò al botteghino 50,1 milioni USD; interpreti e personaggi: Winona Ryder, Jo March; Trini Alvarado, Meg March; Claire Danes, Beth March; Samantha Mathis, Amy March anziana; Kirsten Dunst, Amy March giovane; Gabriel Byrne, Friedrich Bhaer; Christian Bale, Laurie; Eric Stoltz, John Brooke; John Neville, Signor Laurence; Mary Wickes, Zia March. E’ evidente che, pur se a distanza di più un secolo e tante generazioni, questa storia ambientata nel New England, dove vive la famiglia March, con le quattro sorelle e i loro genitori, tiene ancora desto sia l’interesse romantico che quello sociale di quanti si ritrovano e si sono ritrovati, di volta in volta, a seguire la vita di queste fanciulle, che, pure, sono diversissime da quelle che si sono succedute nei decenni dopo di loro. Qualcosa dunque dei desideri, dei sogni, delle aspirazioni di Jo, Amy, Beth e Meg, sopravvive nel tempo. Bianca Fasano. Attori: Emma Watson, Saoirse Ronan, Timothée Chalamet, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Laura Dern, Meryl Streep, Bob Odenkirk, Chris Cooper, Louis Garrel, James Norton, Abby Quinn, Tracy Letts

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- Società

Siamo vicini al nostro Pontefice Francesco...

Caro Santo Padre, noi Vi siamo vicini e Vi chiediamo di interessarVi con tutte le Vostre forze e il potere che Vi da il Vostro Pontificato al compito di diminuire, se non eliminare, la piaga della pedofilia nella Chiesa e nel mondo. Duemila anni fa un uomo, che noi credenti riteniamo essere il figlio di Dio, ha parlato e le sue parole cherigmatiche sono giunte a noi attraverso: -“ Matteo 18; (…) 5 E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. 6 Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.- Quella voce avrebbe dovuto rappresentare un monito immenso ed un indirizzo universale che squarciasse le coscienze di ogni essere umano, ma tanto di più, quello di chi opera nell’ambito della religione. Così non è stato. Beatissimo Padre, prima di ogni altra cosa desideriamo che la Vostra mano, senza timore di nulla, colpisca e abbatta quanto davvero nessun credente può più sopportare: la cultura del silenzio, che ha permesso da decenni la presenza, tra gli uomini di Dio, di coloro che abusano dell’innocenza dei bambini. Caro Santo Padre, avete dimostrato il vostro disinteresse “all’apparenza” del Vostro Pontificato, dei panni bianchi anche adornati di ermellino, del triregno che è stato posto sulla Vostra santa testa dal momento in cui siete stato incoronato Pontefice. Desideriamo, però, che Voi possiate sempre dimostrare la forza insita nelle tre corone sovrapposte della tiara papale, che indicano il Vostro triplice potere da pontefice: Padre dei principi e dei re, Rettore del mondo ma, prima di tutto, Vicario di Cristo in Terra. Da Vicario di Cristo in terra, prima di ogni altro vostro interesse umano e religioso, desideriamo che non facciate dimenticare le parole di Gesù: - “Tu sei Pietro, e sopra questa pietra io innalzerò la mia Chiesa, e le potenze dell'inferno nulla potranno contro di èssa, ed a te darò le chiavi del mio regno del cielo.”- Desideriamo che la Chiesa non si nasconda dietro la necessità di preservarsi dallo scandalo, poiché Gesù disse: - “ È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!”.- Non è quindi dello scandalo che dovrete temere, ma del desiderio di nascondere la pietra dello scandalo. Tocca a Voi, figlio di Pietro, cogliere la zizzania di cui si parla anche nel Vangelo secondo Matteo 13,24-30, per bruciarla continuando l’opera che avete iniziato quando, dal 21 al 24 febbraio 2019, su Vostro invito, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle impressionanti notizie di abusi commessi da chierici su minori. In media un prete su 66 (nella migliore delle ipotesi) o su 20 (nella peggiore) commetterebbe reati sessuali. Noi, popolo di Dio, preghiamo per Voi, nostra guida spirituale, perché comprendiamo la stanchezza dovuta all’età e al peso del Vostro incarico, però tocca anche a Voi di impedire che restino impuniti gli artefici dei tanti e verificati casi di abusi sessuali su minori e che si eviti ne siano compiuti altri. Sappiamo che l’ufficio vaticano ha registrato, nel 2019, le denunce di abusi sessuali da parte del clero, ossia mille casi segnalati da tutto il mondo . Sappiamo delle più di 235 vittime, annotate da un’inchiesta “dell’Associated Press”, sugli scandali a sfondo sessuale, che hanno coinvolto preti cattolici in Italia. Queste notizie, vere, non possono che allontanare dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana tanti fratelli, specialmente dopo l’aberrante cultura del silenzio, che in passato ha voluto coprire una realtà di soprusi che per decenni si è perpetrata nel mondo, ribaltandosi nella nostra Italia, dove Roma dovrebbe brillare come una luce abbagliante di spiritualità. Che cosa è stato fatto per ubbidire alle parole di Gesù: - “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me (…)” -? Ricordiamo i resoconti delle cronache locali e dei siti e blog delle vittime di abusi e che sono centinaia i casi ancora all’esame dei tribunali statunitensi o irlandesi. Ricordiamo (tra gli altri casi), che le autorità della Chiesa cattolica scozzese posero sotto controllo le accuse rivolte al cardinale Keith O'Brien , il quale decise di dimettersi da arcivescovo di St. Andrews e Edimburgo. Voi siete stato eletto Pontefice mercoledì tredici marzo 2013. Intanto il Cardinale Keith aveva rinunciato a guidare l’arcidiocesi negli ultimi giorni di pontificato di Benedetto XVI, il 25 febbraio 2013. Voi, Papa Francesco, con un provvedimento inedito rendeste noto che avevate accettato “(…) la rinuncia ai diritti e alle prerogative del cardinalato, espresse nei canoni 349, 353 e 356 del Codice di Diritto Canonico.”- La sua morte, il 19 marzo 2018, è stata tuttavia “confortata” da un telegramma di cordoglio del Santo Padre in data 20.03.2018. Caro Pontefice, Voi sapete che in Italia vi sono circa 50.850 preti su una popolazione di 60 milioni di abitanti, ossia un numero che supera quello di tutto il Sud America o dell’Africa. Certamente siete a conoscenza che negli Stati Uniti (con 44.700 preti per una popolazione di 300 milioni), dal 1950 ad oggi sono stati accusati di molestie a minori più di 4mila preti cattolici. Queste persone “sanno quello che fanno”, questi sacerdoti, come quelli americani e irlandesi, colpiscono i nostri bambini e, come leoni nella giungla, “si cibano” dei più indifesi, dei poveri, dei disabili fisici o mentali, oppure tossicodipendenti che la carità cristiana affida loro. Caro Santo padre, la Chiesa ha coperto decine di vicende di abusi sessuali su minori. Il cardinale brasiliano Geraldo Majella Agnelo disse, prima della vostra elezione: -“Il prossimo Papa non sarà scelto per l’età o per la provenienza geografica, ma per la sua capacità di affrontare le nuove sfide che la Chiesa di Roma ha di fronte, tra cui quella della pedofilia e delle sue coperture”. - Voi, Santo Padre, avete spalle larghe, forza morale e dimostrate spesso il vostro temperamento, cui speriamo si unisca la guida proveniente dall’alto, capace di farVi forte di ogni certezza, perché sono tanti i nostri bambini, di ogni parte del mondo, che devono essere, nel futuro, serenamente lasciati nelle mani di uomini puri, in tutte le Chiese del mondo. Bianca Fasano. 1)La notizia è stata segnalata dal Washington Post. 2) 74 anni all’epoca, il più alto porporato della chiesa di Scozia.

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Perché la violenza sulle donne?

Perché le donne devono sempre morire, prima di ricever giustizia? Perché noi donne non sfuggiamo alla violenza? Perché la violenza sulle donne? Ho scritto tanto sulla violenza, specialmente quella nei confronti di donne e bambini. Ho anche letto tanto e, volendo, non è difficile studiare le percentuali dei femminicidi e inquadrare il “profilo” dei colpevoli (quasi sempre mariti, ex coniugi, fidanzati, ex fidanzati, qualche volta padri e fratelli e anche figli), però, a quanto pare, tutti questi studi sono ancora inutili, se il numero delle donne morte per mano di uomini, invece di diminuire, aumenta. Il Codice rosso approvato nel 2019, tra le altre cose introduce anche il reato di danneggiamento permanente al volto e ci ricorda una evidenza: “La violenza sulle donne non è un’emergenza sociale, è un fatto strutturale della società.” Per voce di chi l’ha subita. Lucia Annibali. Perseverante, inossidabile. Pauroso. Il femminicidio non diviene meno possibile. Come accade per le priorità al pronto soccorso, “ci siamo armati del codice rosso”, allo scopo di non rimandare l’ausilio alle donne in pericolo, quando ci si trova di fronte alle indagini relative a casi violenza domestica o di genere (ovvero maltrattamenti contro familiari e conviventi; violenza sessuale, aggravata e di gruppo atti sessuali con minorenne, corruzione di minorenne; atti persecutori; lesioni personali aggravate da legami familiari). Dovremmo, quindi, sentirci più serene, dal momento che la polizia giudiziaria e il pubblico ministero, attivandosi come per una morte annunciata, dovrà darsi da fare immediatamente, ossia (se ancora viva), la vittima dovrà essere ascoltata entro tre giorni dalla denuncia. Tre giorni sono un mare di possibilità per chi, specialmente adiratosi dal fatto che quell’essere spregevole sia andata a denunciarlo, possa decidere di chiudere la questione in modo drastico. D’altra parte sembra che “la legge”, non abbia le idee troppo chiare rispetto alla “pericolosità” di un individuo. Voglio ricordare un caso, diciamo “lontano: Penso che nessuno abbia dimenticato il “massacro del Circeo”, quando, nel settembre 1975, tre ragazzi della “Roma bene”, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, picchiarono, violentarono e annegarono una studentessa di 19 anni, Maria Rosaria Lopez, mentre Donatella Colasanti, diciassettenne, riuscì a salvarsi solo facendosi credere senza vita. La sorella di Rosaria Lopez, nel ricordare l’evento precisò, anni dopo, che Rosaria “Nella bara aveva una lacrima sul viso”. Nel corso della stessa intervista Letizia Lopez ebbe a dire: “La violenza alle donne è aumentata, assurdo. Se Angelo Izzo esce di galera faccio un casino”. Tuttavia, quando nel 2004 venne rimesso (comunque), in libertà, non perse molto tempo e nel 2005 ammazzò Maria Carmela Linciano e sua figlia Valentina Maiorano, 14enne, moglie e figlia di Giovanni Maiorano, e quel triste evento viene ricordato come il massacro di Ferrazzano, provincia di Campobasso. Izzo restò impassibile, coi suoi occhi da folle. Certo non pentito. Diceva Martin Luther King: - “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni». La domanda che mi pongo io come donna oggi, è la seguente: - “Perché dobbiamo prima morire per trovare giustizia?”- Giustizia, in ogni caso, non c’è: gli uomini che ci uccidono, ci violentano, lasciano senza genitori e sconvolti per l’intera vita, i figli, pagano sempre troppo poco. Per loro c’è comprensione, persino. Non prendiamocela con l’educazione “sudista”- E’ dimostrato che al Sud le violenze di genere non sono più frequenti che al Nord (“l’incidenza per 100.000 abitanti di sesso femminile mostra i medesimi valori in Piemonte ed in Sicilia” dice il report). Neanche diamo la colpa “agli stranieri”, che sarebbero più violenti degli italiani, perché i presunti autori di questo tipo di reato sono in percentuale maggiore di origine italiana. Questi vigliacchi assassini trovano persino chi “li comprende”, in quanto: - “Lui ha perso il controllo, e l'ha uccisa”. “Era pazzo di gelosia”. “L'aveva picchiata, ma lei non è scappata. Un po’ di colpa ce l’ha anche lei…”- Seguendo i dati del rapporto Eures 2019 su "Femminicidio e violenza di genere", si annota che a crescere sono soprattutto i delitti compiuti in ambito familiare. Credo di essermi fermata ai primi mesi del 2019, quando sono stati contati, in Italia (all’estero non va meglio, però non ci tranquillizza), novantacinque omicidi con vittime femminili, ossia al ritmo di quasi uno ogni tre giorni. Commessi in ambito familiare/affettivo o all'interno di una relazione di coppia. Guardando al 2018, le donne uccise sono state 142. Siamo bravissimi a fare percentuali, a scoprire che dal 2000 a oggi le donne uccise in Italia sono 3.230, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio coniuge/partner o ex partner. Il Rapporto Eures 2019 su femminicidio e violenza di genere", ci chiarisce che, a crescere, nel 2018 sono soprattutto i femminicidi commessi in ambito familiare/affettivo, ma anche le vittime femminili della criminalità comune (17 nel 2018 rispetto alle 15 dell'anno precedente); diminuiscono invece gli omicidi maturati negli ambiti "di prossimità" (da 13 nel 2017 a 6 nel 2018, le donne uccise da conoscenti, in ambito lavorativo o di vicinato), ad esempio la “Strage di Erba”. Sappiamo le cause, conosciamo le vittime, abbiamo chiare le percentuali (in aumento), cerchiamo da migliorare le leggi, però, comunque, quello che per l'Accademia della Crusca, alla parola femminicidio, è precisato come : - “Il femminicidio consiste nel "provocare la morte di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima". - Continua a perpetrarsi. Perché? Cosa accadrebbe se, all’improvviso, tutte le donne che sospettano di fare una brutta fine per colpa del marito, dell’amante, del compagno, di un ex, decidesse di batterli sul tempo, uccidendolo? Chiaramente non ci sarebbe nessuna pietà. Si sentirebbero dire: -“ Poteva denunciarlo, poteva lasciarlo, poteva parlarne con qualcuno in grado di aiutarla… poteva, poteva, poteva.”- Purtroppo, chi lo ha fatto, spesso è morta lo stesso, oppure ha subito danni fisici e/o psicologici, o ha perso il proprio iter lavorativo, vive nel terrore di perdere i figli, o, anche, vive nel timore, dopo avere dovuto rinunciare a quello che aveva costruito in anni di vita in comune, che il partner violento la peschi da qualche parte, l’accenda, l’accoltelli, la strozzi con le proprie mani, le uccida i figli, li rapisca, la perseguiti ovunque, le lanci acido sul viso. Le possibilità (gli studi insegnano), sono tante. E’ dunque l’essere umano maschile ad avere in sé (vogliamo dire in percentuale, fatti salvi i saggi), un seme inestinguibile di violenza? Non perdona ad Eva di avergli offerto la mela? Bianca Fasano. Note: Processi più rapidi, pene più severe, maggiori tutele per le vittime. Si aggiunge l’introduzione del reato del revenge porn, che prevede la vendetta perpetrata da un uomo nei confronti dell’ex compagna che consiste nella diffusione sul web di video intimi, e quello di sfregio al volto. Tra i casi eclatanti, quello di Lucia Annibali. il 16 aprile 2013, il suo volto viene sfregiato con l'acido da due uomini mandati dal suo ex-fidanzato Luca Varani. che è stato condannato nel 2016, in via definitiva, a 20 anni di reclusione per tentato omicidio e stalking, mentre i due uomini che hanno materialmente commesso il reato sono stati condannati a 12 anni.

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A scuola con lo psicologo. Intervista a Roberta Autore

Napoli. A scuola con lo psicologo. Bianca Fasano intervista la Dott.ssa Roberta Autore, psicologa specialista in Bullismo e Cyberbullismo su come andrebbero risolti i problemi psicologici degli allievi, oggi. Viste la problematiche presenti, oggi più di mai, anche a causa dell’uso non sempre corretto del web, come nei casi di Cyberbullismo, abbiamo intervistato in merito la Dott.ssa Roberta autore, psicologa sessuologa, che attualmente opera tra Roma e Napoli e tra le specializzazioni ha quella in Bullismo e Cyberbullismo. Pagina Facebook: La Bussola per il Cambiamento. www.facebook.com/labussolaperilcambiamento/ D). Andiamo subito al problema: “Perché è necessario lo psicologo a scuola?”- R): “Sono in tanti a ritenere che lo psicologo sia il professionista che interviene nelle situazioni di emergenza per “aggiustare” la classe difficile o l'alunno disagiato o per contrastare bullismo, discriminazioni e violenze…”- D): - Invece? R: - “E' vero, è possibile, è quello che facciamo. Ma perché lasciare che un esperto curi solo il “sintomo” e non la vera “causa” del problema?”- D): - Lei, che si occupa dell’argomento, anche collaborando con la Anlaids Lazio (https://www.anlaidslazio.it/ ), a mezzo di interventi nelle scuole, quale pensa sia il cambiamento nel rapporto alunno/scolarità?”- R: - “E' cambiato il modello scolastico in questi decenni. Si è capito, finalmente, che la relazione con un insegnante è quasi più importante del contenuto di una lezione. Quanti di noi hanno odiato una materia perché non sopportavamo il professore che ce la insegnava? Molti docenti non riescono ad interagire con allievi e famiglie in un rapporto in continuo cambiamento o sono distratti da un allievo in difficoltà.” - D): - “Cosa può fare la presenza di uno psicologo in ambito scolastico?”- R): - “Lo psicologo, fondamentale risorsa, può fare da mediatore per migliorare le prestazioni di professori e alunni. Ma non solo. In uno sportello d'ascolto a scuola, questa figura professionale è di aiuto e supporto agli allievi, ascolta i loro problemi con la famiglia, con gli amici ed i compagni, e li aiuta nell'orientamento scolastico e professionale.” - D): - “Rispetto all’allievo?”- R): - “Insomma lo psicologo serve a capire chi si è, come avere relazioni migliori e come fare scelte consapevoli per il proprio futuro.”- D): - “Oltre all’intervento diretto sull’allievo, cosa altro suggerisce nella scuola?”- R): - “Ci sono tantissime altre possibilità per chiedere l'intervento di un “esperto della mente umana” per migliorare la scuola di oggi. Lo psicologo può essere di valido aiuto ai docenti e ai dirigenti scolastici sia nella gestione delle classi più difficili che nell'educazione e formazione degli studenti.”- D): Cosa ne pesa degli “sportelli d’ascolto” forniti utilizzando gli stessi professori?”- R): - “Per fare quanto detto, occorre che lo psicologo non sia un docente della scuola ma una figura esterna. In questo modo gli allievi e gli altri docenti si sentiranno liberi di rivolgersi a lui senza temere problemi di privacy.”- D): - “ Lei si riferisce alla presenza occasionale dello psicologo, o a una presenza costante?” - R): - “E’ necessario che l'azione del professionista non dipenda da progetti occasionali finanziati di anno in anno su discrezione della dirigenza scolastica. Dovrebbero, quindi, essere istituiti fondi nazionali e regionali per permettere allo psicologo scolastico di operare al meglio per aiutare gli allievi, le famiglie ed i docenti.” - D): - “ Il primo passo?”- R): - “Il primo passo da fare è, quindi, quello di contrastare il pregiudizio che vede lo psicologo come professionista che si occupa della malattia, della disfunzione e della difficoltà e non come una figura trasversale che interviene nell'educazione e prevenzione sociale, affettiva e psicologica.”- D): - “Cosa ci si auspica per il prossimo futuro?”- R): - “Si auspica una buona legge, che preveda dei fondi destinati a tale figura professionale. L'unica soluzione possibile per fronteggiare i cambiamenti del mondo esterno che si riversano nella scuola e per crescere gli uomini e le donne di domani con competenze sociali, affettive e psicologiche adeguate a gestire i rapidi tempi di cambiamento sociali.” - Ringraziamo la Dr.ssa Autore e ci auguriamo, assieme a lei, che in futuro le problematiche scolastiche trovino un ascolto continuo per mezzo di psicologi specializzati nei problemi giovanili, anche per attenuare e poi eliminare il problema del Cyberbullismo nelle scuole. Bianca Fasano

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Matricola zero zero uno, di Nicola Graziano

Venerdì 25 ottobre, alle ore18.00,in Salerno è stato presentato “Matricola zero zero uno”, il libro del giudice Nicola Graziano. Serata straordinaria tra finzione e realtà. Tra i patrocinatori dell’evento l’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, i cui soci fondatori sono: il Dott. Angelo Raffaele Battista, Primo Dirigente di Polizia ed attuale Capo di gabinetto presso la Questura di Salerno; il Dott. Matteo Torlino, informatico, da Salerno; l’Avv. Pasquale D’Aiuto, da Casal Velino (SA) e la Dr.ssa Rita Palmieri, medico radiologo, da Afragola (NA). Gli altri patrocini:Ordine degli psicologi della Campania; Le notti di Barliario Salerno Noir Festival; AAFM, Associazione Amici Fondazione Menna; Ordine dei medici e degli odontoiatri della provincia di Salerno; ASL Salerno, Azienda Sanitaria Locale Salerno; Ordine degli Avvocati di Salerno; Intervistato alla fine dell’evento, l’avvocato Pasquale D’Aiuto, segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli, ha definito la serata “carburante per l'anima,” delineando brevemente la sua esperienza: -“Un autentico unicum; testimonianza di racconto e rappresentazione - anche teatrale, grazie alla bravissima collega Camilla Aiello - che hanno condotto il folto e rapito pubblico nelle vite impossibili e senza tempo di queste vittime del trattamento della c.d. "follia", nel nostro Paese. Tutto ciò, grazie alle toccanti "letture" dei relatori ed alle parole, ispirate e commosse, dell'autore di "Matricola zero zero uno" - ed. Giapeto, un libro-reportage eccezionale. Siamo stati lieti ed onorati di aver potuto partecipare e, prima ancora, di aver patrocinato e curato la formazione professionale degli avvocati presenti, che costituivano gran parte del pubblico ed a cui siamo grati. Sotto tale, ultimo aspetto, vorrei ringraziare ancora il COA Salerno, in persona del Presidente, Avv. Silverio Sica, per aver mostrato l'altissima sensibilità di riconoscere 3 crediti formativi professionali ad un evento davvero difficile da ricondurre a categoria, così tanto al confine tra giuridico, psichiatrico, letterario... così umano, verrebbe da dire. Ma, in fondo, noi avvocati siamo sempre - prima, durante e dopo la professione - esseri umani, parte attiva ed efficiente della vita intorno a noi.”- I meriti dell’esito straordinario del convegno, vanno,ovviamente, a Nicola Graziano,autore del libro “Matricola zero zero uno”, al Direttore Generale ASL Salerno, dott. Mario Iervolino; al Presidente Consiglio Ordine Avvocati Salerno, Dr. Silverio Sica; al Presidente Consiglio Ordine Psicologi Campania, Dr.ssa Antonella Bozzaotra; al Presidente Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, Dott. Angelo Raffaele Battista e ai relatori: Dr. Giovanni D’ANGELO, Presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia di Salerno; Dr. Giulio Corrivetti, Medico Psichiatra, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Salerno; Dr. Antonio Maria Pagano, Medico Psichiatra, Responsabile Tutela Salute adulti e minori “Area Penale” ASL Salerno; Prof. Giuseppe Fauceglia, Avvocato, Ordinario di Diritto Commerciale presso l’Università di Salerno; alla Dr.ssa Rosanna Vellucci (neo iscritta all’ Associazione "Giorgio Ambrosoli" ) e alla Dr.ssa Ione Gargiulo (che hanno introdotto l’argomento), agli organizzatori della serata, Cinzia Romano (neo iscritta all’Associazione Giorgio Ambrosoli) e Carmine Giudice. La presentazione del libro era collegata alla malattia mentale “dietro le sbarre”, vissuta al fianco degli internati e con la manifestazione è stata messa in luce la disciplina in relazione agli ex OPG, alla Legge c.d. Basaglia, all’attuale normativa di “superamento degli OPG” (il comma 1 dell'articolo 3-ter del decreto legge 22 dicembre 2011, n. 211, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9 e il DL 31 marzo 2014, n. 52 con Legge 30 maggio 2014, n. 81 di conversione), all’approccio al delinquente non sano di mente ed ai limiti e alle contraddizioni della materia e della tutela di questi soggetti problematici. Bianca Fasano.

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Matricola zero zero uno, di Nicola Graziano

Salerno. Venerdì 25 ottobre, alle ore18.00, nella Sala teatro Pasolini in Via A. Alvarez di Salerno, verrà presentato “Matricola zero zero uno”, il libro del giudice Nicola Graziano. Incontro con l’autore. Con gli onorevoli patrocini di:Ordine degli psicologi della Campania; Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno; Le notti di Barliario Salerno Noir Festival; AAFM, Associazione Amici Fondazione Menna; Ordine dei medici e degli odontoiatri della provincia di Salerno; ASL Salerno, Azienda Sanitaria Locale Salerno; Ordine degli Avvocati di Salerno;venerdì 25 ottobre, alle ore18.00, nella Sala teatro Pasolini in Via A. Alvarez di Salerno, verrà presentato “Matricola zero zero uno”, il libro del giudice Nicola Graziano. L’argomento trattato è relativo alla malattia mentale “dietro le sbarre”, vissuta al fianco degli internati. Nicola Graziano è un giovane magistrato del tribunale di Napoli il quale vive ad Aversa dove aveva sede l’ospedale psichiatrico giudiziario nato nella Real Casa de’ Matti voluta dai Borbone, bollato dalle cronache più recenti come ospedale degli orrori prima e dopo la legge Basaglia. Per conoscere “di persona”, senza che qualcosa potesse essergli nascosto, avendo nozione che lui fosse avvocato, si è fatto ricoverare in incognito, trascorrendo tre giorni della sua vita nella struttura di Aversa, uno dei più noti Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), fingendosi in preda a disorientamento psichico. La cosa è stata resa possibile a mezzo di una autorizzazione del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), per cui era stato convenuto che fossero a conoscenza della esperienza che avrebbe vissuto il giudice, soltanto il direttore e il comandante delle guardie, nessun altro, né infermieri né altri agenti di polizia penitenziaria. La conoscenza del libro servirà a rivalutare e riconsiderare la figura del malato delinquente, che resta un malato da curare, anche se convenientemente sorvegliato e custodito. In merito il senatore Franco Corleone nella Postfazione precisa: - “Bisogna superare la logica manicomiale di cui è intrisa la società, quella logica che tende a rinchiudere il diverso, il cattivo, il matto, con tutte le figure di disturbo sociale”- La presentazione del testo e il dialogo con l’autore diverrà un’opportunità per analizzare, la disciplina in relazione agli ex OPG, alla Legge c.d. Basaglia, all’attuale normativa di “superamento degli OPG” (il comma 1 dell'articolo 3-ter del decreto legge 22 dicembre 2011, n. 211, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9 e il DL 31 marzo 2014, n. 52 con Legge 30 maggio 2014, n. 81 di conversione), all’approccio al delinquente non sano di mente ed ai limiti e alle contraddizioni della materia e della tutela di questi soggetti problematici. Lo svolgimento dell’incontro: Introdurranno: Dr.ssa Rosanna Vellucci; Dott.ssa Ione Gargiulo Seguiranno i saluti: Direttore Generale ASL Salerno; Presidente Consiglio Ordine Avvocati Salerno; Presidente Consiglio Ordine Psicologi Campania; Presidente Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno. Successivamente vi sarà un intermezzo teatrale a cura dell'artista Camilla Aiello. Faranno seguito gli interventi di: Dr. Giovanni D’ANGELO, Presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia di Salerno; Dr. Giulio CORRIVETTI, Medico Psichiatra, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Salerno; Dr. Antonio Maria PAGANO, Medico Psichiatra, Responsabile Tutela Salute adulti e minori “Area Penale” ASL Salerno; Prof. Giuseppe FAUCEGLIA, Avvocato, Ordinario di Diritto Commerciale presso l’Università di Salerno; Nel corso della serata vi sarà il “Dialogo con l’autore Dott. NICOLA GRAZIANO, Magistrato. Segreteria organizzativa: CINZIA ROMANO e CARMINE GIUDICE: L’attività formativa è accreditata dal CNF ai fini della formazione professionale continua e prevede la concessione di TRE CREDITI, da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno. Registrazione all’ingresso, firma all’uscita. Per informazioni: giorgioambrosolisalerno.wordpress.com Bianca Fasano.

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Greta dovrebbe interessarsi dei tassi di natalità.

E’ da un po’ che si ricomincia a parlare del “malthusianesimo”, ossia di quella dottrina economica che si rifà alle tesi di Malthus e si concentra sul rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul nostro pianeta. L’economista inglese aveva le sue ragioni nel momento in cui accusava il progressivo aumento della popolazione come effetto nefasto rispetto alle risorse disponibili che, non essendo illimitate, sono destinate ad esaurirsi. Secondo lui la crescita demografica eccessiva porterebbe alla povertà e alla fame nel mondo con esiti catastrofici. Il problema sembrerebbe cadere giacché, tenendo fede ad uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista «The Lancet», ad eccezione dell’Africa, i tassi di fertilità sono diminuiti significativamente in tutto il mondo. Riferendoci al 1950, le donne avevano una media di 4,7 bambini (io vengo da una famiglia di cinque figli). Purtroppo però, da allora, il tasso di fertilità si è quasi dimezzato e ora si attesta su 2,4 bambini per donna. Di quali nazioni parliamo? Vi sono, difatti, enormi differenze tra le nazioni. Il tasso di fertilità in Niger è di 7,1 figli per donna che, confrontato con quello del Regno Unito (e della maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale), è di 1,7 bambini per donna. Non è difficile riconoscere che, nella classifica dei dieci Paesi con i più alti tassi di fertilità, nove sono africani. Una bilancia che pende molto da un lato, visto che in quasi la metà dei Paesi al mondo (in particolare modo in quelli più sviluppati), non ci sono abbastanza nascite per mantenere intatto il livello attuale della popolazione. Malthus sarebbe soddisfatto? Non direi. Tanti si lanciano a spada tratta contro l’immigrazione, dimenticando che lo studio pubblicato sul «The Lancet» indica che i Paesi con tassi di fecondità bassi (come l’Italia), dovranno valutare come positiva l’aumento dell’immigrazione. Nel caso non si facesse così, ci si dovrà confrontare con l’invecchiamento e la riduzione delle popolazioni. Sembrerebbe logico istituire politiche a favore della natalità, tuttavia quelle in atto sono state fallimentari. Una delle aree dove il tasso di fertilità è ancora alto è l’Africa subsahariana che contribuirà per più della metà alla crescita della popolazione mondiale prevista da oggi fino al 2050, un dato che deve far riflettere l’Italia e l’Unione Europea, in quanto è in contrasto con le spinte delle forze politiche persuase (ma lo sono davvero?), di poter contrastare un fenomeno che dal punto di vista numerico appare invece incontenibile. Attenendoci ai dati raccolti nel Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2018 di UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) e Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) sui diritti riproduttivi e la transizione demografica, negli ultimi 150 anni i tassi di fecondità sono diminuiti in quasi tutti gli Stati. Ci troviamo di fronte ad una fertilità globalmente inferiore di circa il 50% rispetto alla metà degli anni ’60. Ribadiamo che, mezzo secolo fa, la media era di almeno cinque figli per donna, mentre oggi nella maggioranza degli stati con almeno un milione di abitanti, i tassi di fecondità sono al massimo di 2,5. Mai prima d’ora, nella storia dell’umanità, ci sono state tra i paesi differenze così forti nel tasso di fertilità. Ci siamo abituati a vedere scorrere sui nostri video incessanti richieste di denaro per aiutare le zone del mondo dove i bambini sono a rischio vita. La “speranza di vita” per i bimbi nei Paesi in Via di Sviluppo è, difatti, decisamente più bassa di quella dei paesi dove la natalità è ridotta. Parliamo di paesi dove ci sono circa 214 milioni di donne a rischio di iniziare una gravidanza non desiderata per l’impossibilità di accedere a servizi sanitari, a metodi moderni di contraccezione, o per fenomeni quali matrimoni e gravidanze precoci. Sembrerebbe logico interessarsi alle ragioni base di questa natalità (in pericolo), fornendo alle società i metodi e gli insegnamenti per ridurre la natalità a rischio e non limitarsi soltanto a tentare di “curare” gli effetti. Il contrasto è coi paesi più sviluppati, dove esista la possibilità di scelta, per cui il tasso di fertilità è spesso inferiore a due nascite per donna. Le causali? Motivi economici, accesso al lavoro, reddito inferiore rispetto agli uomini, assenza di welfare. Nel Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2018 di UNFPA, si prevede anche che l’Africa subsahariana, dove la fertilità è ancora molto alta, concorrerà per più della metà alla crescita della popolazione mondiale prevista da oggi fino al 2050. Che vuol dire 1,3 miliardi sui 2,2 miliardi di persone in più nel mondo. In contrasto con 53 paesi e territori in cui, per anni, la fertilità è stata inferiore al “livello di sostituzione” con meno di 2,1 nascite per donna. Tra questi, Taiwan ha oggi il tasso di fertilità più basso del mondo: 1,1 nascite per donna. Infine: i nostri territori "infertili" vedranno una forte immigrazione? Perché meravigliarci? L' Homo sapiens (cioè noi) il modello paleoantropologico dominante, secondo la maggioranza delle teorie che ne descrivono l'origine assieme alle prime migrazioni dell'uomo moderno, convergono verso un'unica data e un'unica localizzazione, cioè l'Africa subsahariana 200.000 anni fa. La storia si ripete. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Minori. Riccardo Troiano presenta Battito.

Minori. Il giovane Riccardo Troiano presenta il suo libro di poesie “Battito”. Riccardo Troiano, ventiquattrenne di Minori (costiera amalfitana), è originario di Cava de’ Tirreni. Ha un fratello e pensando a lui scrive: - "Due fratelli non sono due amici. Sono due rami dello stesso albero, che col tempo possono cambiare direzione, ma il loro legame rimarrà in eterno." Il suo lavoro di poesia “Battito”, è stato stampato per le Edizioni “Il papavero”. Marketing d’autore, un marchio editoriale di “OltrePasso” flessibile che lascia scelta e potere decisionale all’autore e presentato all'Università di Fisciano fresco di stampa . Lo si può trovare sul link: http://edizioniilpapavero.it/catalogo/marketing-dautore. Riccardo, diplomato al liceo classico, ha seguito poi gli studi alla facoltà di lettere classiche dell’Università di Fisciano,  in Salerno, conseguendo la laurea e coltiva l’arte della scrittura a descrivere gli istanti che scorrono e le meraviglie offerte dal mondo. Tratteggia così la sua pubblicazione: - “Battito. Un libro di versi che divengono voce di sensi, di stati d'animo. Versi che si strutturano in poesie, parole che scorrono a descrivere gli istanti del mio vissuto.”- Ha una pagina Facebook dedicata: -“Questa pagina diviene vetrina dei suoi versi e delle sue righe, condivise e rese note per il puro spirito di rendere al mondo una propria voce, che spesso diviene parola di tanti.”- e una pagina face book dove accoglie i suoi eroi, tra cui Pier Paolo Pasolini che scrisse: -“(...) divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.” e Paolo Borsellino, che ricorda, nella data della sua morte: - “Oggi è il giorno di Paolo Borsellino e della sua scorta, 19 luglio 1992, via D'Amelio, Palermo, grazie.” - e, assieme ad un amico (Luca Galibardi), dedica pensieri al modo con cui Minori sembra non venire incontro alle necessità dei giovani: - “Questo paese è destinato a decomporsi, a diventare il dormitorio di Amalfi in estate e il più grande circolo di anziani in inverno - riempiendo così il lungomare di carrozzine elettriche e i cestini pieni di pannoloni.-.” Dedica, inoltre, pensieri al mese che viene: - “(…) Queste nuvole di settembre spazzano il fragore e la confusione dei giorni estivi e raccolgono a sé le necessità e gli impieghi da sbrigare. Ognuno riordina il ritmo quotidiano e sbriglia l'essenzialità di ciò che appartiene. In questo paese vuoto resta il vuoto e settembre ridona la possibilità di non mollare la presa del rimboccarsi le maniche a scrollare il superfluo e l'inutile e costruire ciò che davvero è funzionale. Un tempo faticoso che richiede sacrificio e dedizione, ma è proprio ciò per cui siamo chiamati.“ - E alle proprie emozioni: - “Lasciarsi andare significa raggiungere se stessi." - (Dalla pagina face book.) E’ un giovane che vive intensamente le sue emozioni e la vita, sia la sua che quella di quanti con la propria, hanno lasciato un segno. A qualcuno è, infatti, dedicato “Battiti”: - “A te che sei inciso nei miei giorni e modelli il percuotere incessante dei miei battiti” - Un essere che deve avere rappresentato molto per lui, che adesso non c’è più. Nel corso del colloquio/dialogo avuto con lui ho scoperto che gestisce anche una pagina face book dal titolo “Laborintus - Link lettere”, che vanta 1291 follower e, tra l’altro, fornisce informazioni agli studenti universitari, organizza eventi, scambi di libri e molto altro. "Mi osservo e/ mi riconosco./ Allora mi afferro e/ lascio che ancora una volta/ sia la vita/a prendersi cura di me."- Scrive. Riccardo “non è”, o, almeno, “non è soltanto”, il passato delle sue poesie stampate. Sono (e lo riconosce), una parte di lui. Che però ha lasciato spazi ad altri pensieri, altre emozioni, altre scelte, altre decisioni. E’ un giovane uomo/poeta che sa vivere anche solo con se stesso, però ama e vive la compagnia degli altri. Quelli del passato, che hanno lasciato in pegno la propria vita per offrirla ad un mondo migliore, quelli che, si direbbe, l’abbiano spesa per essere se stessi e non lasciare nulla all’intentato e quelli del suo presente, gli amici e quanti l’accompagnano ogni giorno nel suo cammino di giovane che guarda al futuro. Non vuole restare solo: - “Se ho bisogno/ di te,/ è perché/ di me/ non c’è/ abbastanza./ E allora/ ti cerco e/ ti trovo/ e/ tra le tue braccia/ mi sento tutto./” - Le poesie, i versi, i pensieri, che ho riportato in questa presentazione dell’autore, non li ho presi dalla sua pubblicazione, piuttosto dai suoi scritti che pubblica sulle sue pagine. Questi sono la prova più evidente che non ci siamo trovati di fronte ad una fonte - poi inaridita - che ha versato, in passato, acqua limpida. Invece, ad un animo che cresce nel corpo di un individuo in continua esplorazione sia di se stesso che degli altri e certamente, fornirà altre solide prove della sua passione poetica. Bianca Fasano.

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- Arte

Napoli. Il MANN: un Museo archeologico che guarda al futuro.

Napoli. Il MANN: un Museo archeologico che guarda al futuro. Napoli, ferragosto. Una lunghissima fila di persone per entrare al Museo Archeologico Nazionale. Dovrei essere stupita, ma non lo sono: il Mann, seguito dal direttore Paolo Giulierini e dalla sua equipe, ce la sta mettendo tutta per offrire un’ottica sempre più coinvolgente ed interessante ai cittadini napoletani ed ai turisti. Ricordo con un po’ di commozione la prima volta che entrai al Museo. Avevo circa sei anni e mi ci portò mio padre, non rinunciando neanche a mostrarmi la sezione dedicata all’egizio, per niente preoccupato che le mummie potessero tornare di notte ad impressionare i miei sogni. Così non fu, difatti. Il seme gettato in me, bambina, mise radici ed io e l’arte (con una simpatia particolare per gli egizi), siamo sempre restate solidali. Allo stesso modo mio figlio vi ha condotto i due figli, piccoli di età, tuttavia per nulla indifferenti o annoiati per la passeggiata tra le pareti del Mann. Anche in loro il seme lanciato mette radici. Vi sono tornata (come faccio spesso) stavolta attirata da due importanti accadimenti: “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” e la collezione Magna Grecia ( entrambi al secondo piano). Cominciando da queste, non ho rinunciato, però, alle altre possibilità: Atrio e Collezione Farnese, le mostre “MANN on the moon”, “Paideia. Giovani e sport nell’ antichità”, “Corto Maltese. Un viaggio straordinario” (piano seminterrato), “Mosaici” e “Gabinetto Segreto” (che un tempo era vietato ed occorrevano permessi speciali per vederlo). Senza dimenticare la collezione Egizia ed Epigrafica. Mentre per “Affreschi”, “Tempio di Iside” e le esposizioni “Blub. L’ arte sa nuotare” e “Sotto mentite spoglie” di Luciano e Marco Pedicini, dovrò tornare in orario pomeridiano (dalle 14 sino alla chiusura). Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha giornate gratuite previste nell’ambito della campagna ministeriale #IoVadoAlMuseo: domenica 18 (già verificatasi) e 25 agosto. il MANN, come già ricordato, diretto da Paolo Giulierini, ha presentato in luglio l’Annual Report 2018, ossia il documento che registra il livello di raggiungimento degli obiettivi operativi prefissati per l’anno solare appena trascorso. Dai dati mostrati si è potuto comprendere che, per Il 2018, il MANN, è stato un anno che ha conseguito il successo dovuto ad una nuova politica di valorizzazione, non soltanto fondata sulla pianificazione strategica, ma anche sull’adesione agli standard qualitativi e quantitativi stabiliti dalla rete del Sistema Museale Nazionale. Occorre ricordare a proposito che i musei statali italiani offrono alla Nazione un impatto fondamentale del PIL e sono l'istituzione culturale che più concorre allo sviluppo culturale della Nazione, fine principale dell'articolo 9 della nostra Costituzione. In effetti mi rendo conto, anche per il mio passato di insegnante, che le scuole, generalmente, sono ben consapevoli di questi dati, tuttavia penso non lo siano tutti i cittadini, per cui ai media, di qualsiasi tipo, toccherebbe quasi obbligatoriamente di diffondere in modo puntuale quanto si è fatto, con quali risorse e con quali prospettive. Questo servirebbe a fondare un dialogo con cittadini e appassionati basilare e interamente collegato al tempo attuale. A proposito di quanto fatto e quanto si intende fare per e con il MANN, il direttore Giulierini, nel corso della presentazione dell’Annual Report 2018 del MANN, ha spiegato che questo segna in qualche modo la linea che si è dato il museo,tale che i produttori del museo e i cittadini possano verificare l'andamento che ci si è prefissati di realizzare in questi anni. Il Mann si avvale di un grande staff per cui, come ha affermato Giulierini: -“Al di là degli incarichi c'è una chiara consapevolezza degli obiettivi, un grande senso di partecipazione, una grande voglia di realizzare insieme nuovi obiettivi e raggiungere nuovi traguardi”. L’Annual Report 2018 del MANN è stato presentato all'interno della caffetteria, inaugurata da poco. Le prossime tappe del museo: si è previsto di aprire il terzo giardino nel settembre del 2019 e di realizzare nel prossimo 2020 la sezione dedicata a Cuma. Per quanto riguarda le collezioni, nel 2021 è prevista l'apertura della statuaria campana ed il completamento degli spazi disponibili per le esposizioni permanenti. In riferimento ai servizi, è atteso per il 2020 Il completamento del braccio nuovo, con una nuova tavola calda, un nuovo ristorante per gourmet e un auditorium da 300 posti La sezione tecnologica Pompeiana, sarà in collaborazione con il museo Galileo Galilei di Firenze. L’intenzione, quindi, è quella di trasformare il MANN in un istituto di ricerca, che collabori a livello nazionale ed internazionale con una vastissima rete di Musei e anche di soggetti che si occupano di cultura. I dati, d'altronde, sono positivi: dal 1° gennaio al 30 giugno 2019, 408mila presenze (+21% rispetto al primo semestre 2018). Personalmente mi sono incantata nel corso della visita alla collezione Magna Grecia, laddove si è pensato anche all’accorgimento di far indossare ai visitatori dei copri-scarpe distribuiti all’ingresso della sezione, al fine di tutelare la pavimentazione musiva originale. L’accesso alla sezione Magna Grecia è regolamentato da turni di ingresso di 40 unità ogni 20 minuti a partire dalle 9:00 , fino alla chiusura della sezione. Ricordo che, a partire dal 22 Luglio, viene applicato un costo di € 1,50 a persona (indipendentemente dalle agevolazioni previste sull’acquisto del biglietto di ingresso al museo) come contributo dovuto per la manutenzione e pulizia delle superfici musive. Per quanto riguarda il turno di ingresso, questi è acquistabile presso la biglietteria del Mann al momento dell’acquisto del biglietto del museo o anche successivamente, a seconda della disponibilità residua. Ricordo anche che il turno di ingresso alla sezione Magna Grecia è pre-acquistabile anche on-line sul sito museoarcheologiconapoli.it o telefonando al num + 39 06 399 67 050. In riferimento a “gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, sono restata particolarmente colpita dell’uso della tecnologia, quale ausilio alla lettura dei reperti. In ogni caso le spiegazioni, ad opera di tavole esplicative, rendono davvero più comprensibile il museo anche per i “non addetti ai lavori”. Un consiglio: visitate i Musei e, da napoletana, un invito particolare per quelli di Napoli che sono straordinari. Bianca Fasano.

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- Scienza e fede

Moscati nella realtà e nella fiction.

Il turista o chi ama San Giuseppe Moscati, sa dove cercarlo: la sua tomba e la sua statua si trovano, difatti, nella Chiesa del Gesù Nuovo. Intanto la casa dove viveva, che appartiene al Comune di Napoli, pare sia stata messa in vendita. La prima notizia sul fatto che il Comune di Napoli intendesse porre in vendita la casa dove ha abitato il medico santo Giuseppe Moscati, la ritroviamo il 17 dic 2011 su di un filmato di You Tube. Successivamente se ne parla in un articolo del 18 dicembre 2016 laddove si apprende che il Comune di Napoli abbia deciso di porre in vendita, in una parte dell’enorme patrimonio immobiliare disponibile anche la casa di San Giuseppe Moscati. Questa si trova, in pieno centro storico, ossia a via Cisterna dell’Olio a pochi passi da Piazza del Gesù, nominata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. A chiunque conosca la storia straordinaria del santo medico, canonizzato da Papa Giovanni Paolo II, penso sia venuta l’idea di consacrarla a Museo, facendovi fare ritorno di tutto ciò che Nina Moscati, sorella del Professore, dopo la morte del fratello aveva donato alla chiesa del Gesù Nuovo, ossia il vestiario, il mobilio, e le suppellettili del fratello. A Napoli si parla spesso di lui come se invece di essere morto tanti anni fa, ossia il 12 aprile del 1927 fosse restato vivo in qualche modo, anche soltanto attraverso la presenza della sua statua, la cui mano è consumata dalle strette di quanti gli vanno a parlare nella chiesa del Gesù a Napoli e vanno a pregare nel posto in cui è stato sepolto. Penso che non soltanto i napoletani abbiamo l'abitudine di salutarlo e, nei casi particolari, che non mancano mai nella vita, di chiedere il suo aiuto come medico per la protezione di qualcuno che è ammalato o di se stessi, potendo visitare anche la sua camera con l'inginocchiatoio, lo studio ed una bacheca con gli arnesi ed accessorio da medico. Dopo la notizia della messa sul mercato dell’appartamento si sono resi disponibili i Gesuiti. Intanto un’altra abitazione collegata al nostro Medico sta facendo parlare di sé, ad Avellino, difatti la famiglia Moscati proveniva da Santa Lucia di Serino. Vi i nacque, nel 1836, il padre Francesco ed è proprio a ragione di ciò che si parla di far diventare un museo la casa di San Giuseppe Moscati ed il paese intero si è mobilitato per raccogliere gli ottantamila euro necessari visto che è stata messa in vendita dall'attuale proprietario, non legato da rapporti di parentela con gli eredi dei Moscati. Ad acquistare l'abitazione dovrebbe essere la parrocchia, che ha lanciato l'iniziativa 'Peppino le sue radici e noi'. Il sacerdote Don Luca ha già firmato il compromesso, e la raccolta di fondi procede tra i residenti di Santa Lucia di Serino e i devoti campani. Don Luca vorrebbe valorizzare la figura del medico santo destinando la dimora dei suoi genitori alla realizzazione di un museo. Tornando, però, alla Via Cisterna dell’Olio dobbiamo tristemente annotare che il palazzo dove è posta, al terzo piano, l’abitazione dove visse e morì il nostro Dottor Moscati è in uno stato pietoso. Inoltre, essendo stata chiusa al traffico la strada, i negozi che anni fa vi progredivano per il continuo passaggio dei turisti, stanno annegando e chiudendo uno ad uno, compresa l’ottica Petagna che si trova proprio all’interno del cortile. Chi, prima o dopo l’avere visto la fiction, intenda ritrovare passi di questa nella realtà della vita del santo, non potrà che essere tristemente deluso. Le immagini che lo ritraggono, felice, ad annunciare alla sorella la vittoria del concorso per assistente ordinario e per coadiutore straordinario agli Ospedali Riuniti degli Incurabili, sono state girate in un più elegante palazzo che affaccia su Piazza del Gesù e le scale da cui si affaccia la sorella che lo attendeva, non hanno niente a che vedere con le strette scale che, nella realtà, il medico aveva nel suo palazzo. Inoltre, senza togliere nulla all’abilità di artista di chi lo ha impersonato (l’attore Beppe Fiorello), il Moscati che ci viene presentato nella storia appare molto lontano per carattere dal vero. Occorre rimarcare per far comprendere quale personalità coerente forte e dinamica possedesse il medico, evidenziata dalla sua grafia, che ,prima di questo concorso il dottor Moscati, prevedendo che ci sarebbero stati imbrogli e favoritismi, scrisse al Prof. Calabrese, ordinario di Clinica Medica: " ... Non posso tollerare la copia degli altri, già troppo protetti, e già lieti di prenotazione ai posti stessi, che sono stati a loro fatti intravedere da amicizie e compromessi pregiudiziali. [...] Io non agisco per superbia, ma per un innato senso di giustizia. Guai a toccarmi su questo punto!... " Dobbiamo evidenziare che Giuseppe Moscati era una personalità poliedrica, non soltanto nell'esercizio della sua professione ma in quanto "scienziato" e ne fanno fede ben 32 pubblicazioni in campo medico dall'Ureogenesi epatica del 1903 alle Vie linfatiche dall'intestino ai polmoni del 1923. A questa sua fortissima abilità e attività di medico, fa da contrappeso, ovverosia la spiega nella sua capacità di dimenticare se stesso per gli ammalati, un suo scritto datato 5 giugno 1922 in cui possiamo leggere: - "Mio Gesù amore! Il vostro amore mi rende sublime, il vostro amore mi santifica, mi volge non verso una sola creatura, ma a tutte le creature". Parliamo di un uomo che in quanto medico, certamente aveva riconosciuto in se stesso le caratteristiche di una malattia che lo avrebbe portato alla morte in giovane età e quindi probabilmente se l'aspettava. Ciò non toglie che fosse anche un uomo perfettamente normale e anche questo appare dalla sua grafia, che dimostra come avesse un ottimo rapporto sia con il lato superiore della vita che con quello terreno. La sua integrità sia sotto il profilo di medico che sotto il profilo di uomo gli fece scrivere: “Tutti i giovani dovrebbero comprendere che nella pratica della continenza è il modo migliore per tenersi lontani dalla massima malattia trasmissibile. Mantenendo il loro spirito e il loro cuore lontano dalla turpitudine, in un esercizio di rinuncia e di sacrificio, dovrebbero giurare di concedere la loro maturità e sanità sessuale solamente all'essere unicamente amato.” Abbiamo detto che come medico si aspettava di morire e difatti quando il 12 aprile 1927, un martedì prima di Pasqua, mentre compiva le sue visite pomeridiane agli ammalati, si rese conto di star male, preferì ritirarsi in silenzio nella sua stanza e la sorella raccontò che si fosse steso sul letto, avesse incrociato le braccia sul petto attendendo serenamente la fine che non tardò a giungere. Non fu una “delusione d’amore” a fare sì che dedicasse la sua vita ai poveri e agli ammalati, piuttosto si trattava di un uomo che quotidianamente si comunicava e pregava nella Chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli (mentre nella fiction lo fanno vedere accanto alla scultura del Cristo velato, che si trova nella Cappella Sansevero). Per chiudere, mi sembra giusto ricordare che nella chiesa delle Sacramentine e, davanti all’immagine della Madonna del Buon Consiglio, fece voto perpetuo di castità. Bianca Fasano.

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- Giurisprudenza

La prova scientifica.

Nuovo successo dell’Associazione Giorgio Ambrosoli, al Palazzo di Giustizia di Nocera inferiore, con la presentazione del seminario su “La prova scientifica”. L’avvocato Pasquale D’Aiuto, segretario dell’associazione e mediatore della serata si è detto soddisfatto, considerando l’evento come “Il primo tassello del progetto dell'Associazione Giorgio Ambrosoli di approfondire il concetto di prova "non tradizionale". Perché un procedimento, civile o penale, che non si avvalga di protocolli e metodologie certe e standardizzate (oltre che di professionisti specializzati e costantemente aggiornati!), nel caso di qualsiasi strumento istruttorio che non sia orale o estremamente semplice, rischia seriamente di costituire solo un simulacro di Giustizia.”- Ha poi aggiunto: -“Grazie a relatori eccellenti, un COA accogliente e presente, un pubblico stoico (visto il clima, per fortuna non proprio torrido) ed entusiasta.”- Dopo i saluti: Dott. Vito Colucci, Presidente f.f. del Tribunale di Nocera Inferiore; Dott. Antonio Centore, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Nocera Inferiore; il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Nocera Inferiore; Dottoressa Filomena Ventre, Presidente A.G.I. Campania, il Dott. Luigi Levita, Magistrato, ha trattato: “Metodo scientifico e motivazione”- Il Magistrato è conosciuto anche per la grande qualità e quantità di libri pubblicati, tra cui: “Il giudizio in appello”, edito da “Nuova Giuridica”; “Femminicidio”, argomento impegnativo e cogente, coautori Luciano Garofano - Andrea Conz - Luigi Levita, pubblicato da Dike Giuridica Editrice; La legge anticorruzione by Andrea Conz - Luigi Levita, pubblicato da Dike Giuridica Editrice; La nuova legittima difesa, by Andrea Conz - Luigi Levita, pubblicato da Dike Giuridica Editrice e molti altri. L’Avv. Gianluca D’Aiuto del foro di Vallo della Lucania, Professore a contratto di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università telematica “Pegaso”, ha trattato l’ampio e complesso tema della “La prova scientifica”. Si può definire scientifica la prova che partendo da un fatto dimostrato, un fatto noto, utilizza una legge scientifica per accertare l’esistenza di un altro fatto da provare, e quindi un fatto ignoto, e rientra nella più vasta categoria della prova critica o indizio. Tale prova scientifica (prova tecnica), non può in ogni caso sottrarsi alle ordinarie regole del diritto penale e tanto meno alle garanzie che sono previste e determinate dal nostro codice di procedura penale. Il Dott. Eugenio D’Orio, Biologo Genetista forense, docente di genetica forense presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, che ha relazionato sul tema: -“La prova genetica: profili scientifici e di diritto”- ha precisato: -“ Altro incontro molto importante nel quale i biologiforensi hanno avuto la possibilità di dialogare e confrontarsi con avvocati e magistrati sul corretto uso probatorio ed investigativo del DNA. In scienza e coscienza sempre.”- Soddisfatto anche il Dott. Giuseppe Santorelli, Perito grafico forense, Membro ordinario dell’Accademia Italiana Scienze Forensi, nonché dell’Associazione Grafologica italiana che ha relazionato sulla prova grafica e sulle direttive europee, precisando che negli ultimi anni queste stanno disciplinando la materia dell’esame forense delle manoscritture e dei documenti in ambito europeo, grazie al lavoro svolto dall’ENFSI e alle direttive del Consiglio dell’Unione Europea ed ha ringraziato i relatori, l'associazione "Giorgio Ambrosoli" e l’Associazione Grafologica Italiana per aver organizzato e patrocinato l’evento unitamente all’ordine nazionale dei Biologi. Al termine dei lavori foto di gruppo con Eugenio D'orio, Gianluca D'Aiuto, Luigi Levita, Filomena Ventre Presidente AGI Campania, Maria Cammarano Consigliere COA Nocera, Giuseppe Santorelli. Occorre ricordare che nel 2019, precisamente l’11 luglio, a Milano, Giorgio Ambrosoli venne ucciso, dal mafioso italoamericano William Aricò, un sicario americano ingaggiato da Michele Sindona (il banchiere siciliano su cui stava indagando per il crack della Banca privata italiana), che, nel farlo, gli chiese scusa. Questo vuole dire che al 2019 sono quarant’anni da quel terribile giorno, per cui appare ancora più importante di sempre, ricordarlo con manifestazioni in cui la giustizia faccia da protagonista. Bianca Fasano

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- Esperienze di vita

A cavallo tra eutanasia e voglia di paradiso con ritorno.

A CAVALLO TRA EUTANASIA E VOGLIA DI PARADISO CON RITORNO. Seguendo il percorso “vita/morte” sul web, vi sono due strade che sembrano incrociarsi, però, in effetti, sono molto differenti tra di loro: quella di quanti si sono recati in un altro paese, per “vivere” l’eutanasia e quella di quanti, senza alcuna voglia di morire, hanno varcato il confine, trovandosi nell’altrove e sono tornati. Marco Cappato è un politico e attivista italiano, esponente dei Radicali e dell'Associazione Luca Coscioni. Le sue richieste me le ritrovo spesso sotto forma di email, perché mi chiede di aiutarlo (me come tanti), nella sua volontà di ottenere una legge che, in Italia, accetti l’eutanasia. Leggo e leggo, di tanti casi terribili e vedo immagini in video di persone che dicono addio e “partono” per il suicidio assistito. Un buco in petto. L’ansia. La comprensione del dolore e della disperazione che spinge quanti partono per il non ritorno; sensazioni che provo. Il dolore: lo conosco. Non so se quello che ti fa sperare ancora nella guarigione sia diverso da quello che ti fa soltanto sperare di morire, però penso di no. Sono certa di no. Ricordo un verso di una poesia di mia madre, Gelsomina Moriniello: -“Un dolore improvviso,/come doglie/con bimbo morto/ mi prende.”- Efficace: se soffri verso la salvezza, è un fatto, se soffri verso la fine, un altro. Il dolore che provano coloro che sanno di morire è afinalistico. Dolore, ma anche cure inutili, che protraggono una vita inutile. Giovanni Paolo II, il Santo della pace, scomparso la sera del 2 aprile 2005, ai medici che cercavano di tenerlo in vita in ogni modo disse: -“Lasciatemi tornare alla Casa del Padre.”- Tuttavia, malgrado “gli studi” che effettuo, la ricerca nei casi, il tentativo di trovare una risposta al dubbio se sia o meno giusto legalizzare l’eutanasia (parlo di suicidio assistito), o continuare a negarla, Non firmo. Non mi associo. Guardo e tremo. Nel web, poi, trovo le storie meravigliose di quanti sono partiti per il viaggio, facendo ritorno. Tanti, di molte civiltà, di molte religioni. Andata e ritorno nell’aldilà. Questi studi li ho effettuati anche per il mio libro “Voci dal passato”. Leggendo libri, testimonianze, intervistando persone che hanno vissuto questa esperienza. Ho trattato l’argomento in un capitolo dal titolo : -”Biglietto di andata e ritorno per l'aldilà.” Ecco un brano: -“Torniamo adesso a Raymond Moody ed alla sua ricerca oltre la vita; ecco un breve riassunto dei dati salienti sui casi da lui raccolto:- “Un uomo sta morendo e, nel momento in cui ha raggiunto l’acme della sofferenza fisica, sente dalle parole del dottore di essere clinicamente morto, Avverte allora un rumore sgradevole, come tintinnio o un ronzio e contemporaneamente sente di muoversi con estrema rapidità lungo una galleria buia. Giunto al termine, avverte improvvisamente di essere uscito dal proprio corpo ma di trovarsi sempre nell’ambiente in cui si trovava prima e vede in lontananza il suo stesso corpo, come se egli fosse soltanto uno spettatore. Da quella posizione privilegiata osserva il tentativo di rianimazione e prova un senso di sconvolgimento emotivo. Dopo un breve tempo, si riprende e si abitua alla sua strana condizione Avverte di avere ancora un “corpo" ma di una materia assai diversa e dotato di poteri assai diversi da quelli del corpo fisico che ha lasciato dietro di sé. Cominciano allora ad accadere altre cose. Altri individui gli si avvicinano per aiutarlo. Scorge gli spiriti di parenti ed amici morti e gli appare uno spirito di amore come egli non ha conosciuto mai; un essere di luce. Questo gli rivolge, senza parole, una domanda che lo esorta a valutare la propria vita, e lo aiuta mostrandogli, come in un play back, gli avvenimenti più importanti della sua esistenza. Ad in tratto si trova vicino a una barriera, o a un confine, che sembra rappresentare la divisione fra la vita terrena e l’altra vita e tuttavia sente di dover tornare sulla terra, sente che non e ancora giunto per lui il momento della morte. Tenta di opporsi, perché e ormai affascinato dall'altra vita e non vuole tornare in questa. E` sopraffatto da misteriosi sentimenti di gioia, amore e pace. Tuttavia si riunisce in qualche modo al suo corpo fisico e torna alla vita.”- Personalmente ho raccolto alcune impressioni simili, compresa quella di un bambino che mi raccontò di -“essere stato in compagnia di Gesù”- Durante un coma profondo. Non voleva parlare della sua esperienza. Lo fece con me, mentre mangiavamo assieme un gelato. Bene: tutti quelli che ritornano dopo una esperienza di pre-morte, desiderano ritornare (un giorno, quando sarà il loro tempo), nel paradiso conosciuto e tra i parenti e gli amici che già vi sono. Anche io, spero, di avere (un giorno, quando verrà il mio, di tempo), questa felice conclusione. Leggo su: i RQuotidiano | 3 Maggio 2013 https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/03/eutanasia-2-3-italiani-al-mese-allestero-per-morire-in-piazza-per-legge-sulla-dolce/581994/ -"Eutanasia, 2-3 italiani al mese all’estero per morire. “Iniziativa popolare come divorzio” L'associazione Luca Coscioni lancia la campagna "Eutanasia legale", per raccogliere le firme necessarie alla presentazione di una legge d'iniziativa popolare che renda legale in Italia la dolce morte. "Nel Nordest, il 70% degli elettori della Lega e il 71% dei cattolici sarebbe a favore dell'eutanasia", afferma il radicale Marco Cappato."- Leggo su: https://www.vanityfair.it/news/diritti/17/03/09/eutanasia-ospedali-testimonianze 07 MARZO 2017di GRETA PRIVITERA -“Dj Fabo è dovuto andare in Svizzera per scegliere di morire. Ma in Italia, oltre a proibire il suicidio assistito, la legge tace ipocritamente sul fine vita. Così ogni giorno, negli ospedali, medici e familiari si trovano a prendere la decisione più difficile. Come il padre di Carlo, che a 8 anni si è «addormentato»- Leggo, mi immedesimo, tremo, sono straziata dal dolore che soffre chi soffre e terrorizzata dal pensiero che possa provarlo qualcuno che amo, però la firma non l’ho ancora messa. Volete sapere cosa mi frena? Fino ad ora non ho letto ancora di persone che siano tornate da un suicidio assistito per dire di essere stati in paradiso. Bianca Fasano.

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- Società

Amrosoli day

Venerdì 22 marzo 2019 si è svolta, dalle ore 9:30, presso il Teatro Comunale Mario Scarpetta in Sala Consilina (SA), in due moduli temporali, una giornata, risultata davvero straordinaria, in onore di Giorgio Ambrosoli. Da brividi sulla pelle per ricordare un uomo che non c’è più e che, tuttavia, ha impresso nella società un’impronta indelebile iniziata con la presenza degli studenti dell’I.I.S.S. “Marco Tullio Cicerone” di Sala Consilina allo spettacolo nella forma del teatro-canzone, intitolato “Giorgio Ambrosoli”, di e con Luca Maciacchini (durata: settanta minuti) e con il successivo libero contributo di professori ed allievi tra cui la Prof.ssa Anna Colucci, sul palco del Teatro e continuata dalle ore 16:00. Difatti, l’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno,la Banca Monte Pruno, Credito Cooperativo di Fisciano, Roscigno e Laurino e il Comune di Sala Consilina, con il patrocinio del co-organizzatore Ordine degli Avvocati di Lagonegro e l’ulteriore patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, hanno presentato: “La vicenda umana e professionale dell’Avv. Giorgio Ambrosoli: quale lascito?” Ha funto da parte ricomponente lo spettacolo intitolato “Giorgio Ambrosoli”, di e con Luca Maciacchini ispirato alla vita di Ambrosoli, grazie anche alle testimonianze dirette dei familiari. Riallacciandosi alla XXIV Giornata della Memoria e dell’Impegno che ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie, svolta a Padova, il 21 marzo con l’intento di rinnovare, in nome di quelle vittime, l'impegno nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, Francesca Ambrosoli ha rivolto un saluto ai presenti della manifestazione di Sala Consilina: -“ Carissimi, in continuità con la giornata della memoria e dell'impegno di ieri, con l'abbraccio della calorosa piazza di Padova, ma soprattutto con il desiderio sincero di veder crescere uomini ricchi di valori autentici, capaci di trarre il meglio dalle storie altrui per farle proprie. Capaci di affrontare sfide con gusto, col desiderio di conoscenza e responsabilità. A quarant'anni circa dalla tragica fine di mio padre, non mi resta che ammettere quanto dei suoi insegnamenti sia continuamente visibili in voi, nel voler perseguire i vostri ideali non tanto per interesse proprio ma piuttosto per l'interesse del Bene del Paese. Vi auguro che quei valori civili siano con voi ogni giorno a ricordarvi la differenza che ogni vostro gesto può contare per migliorare l'intera società. La libertà è un bene preziosissimo di cui ognuno di noi è custode: che la coscienza ci guidi, illuminando il nostro cammino verso la verità e la giustizia. Abbiamo solo questa vita, ma possiamo farne un capolavoro. Auguri a tutti e grazie! Francesca Ambrosoli figlia di Giorgio Ambrosoli.”- Nel corso della mattina sono intervenuti circa 450 studenti del "Cicerone" di Sala Consilina accompagnati dalla Dirigente Antonella Vairo e dai Professori. Nel pomeriggio, moltissimi gli avvocati giunti per ascoltare le relazioni. Un ringraziamento è andato all'Ordine di Lagonegro, nella persona dell’Avv. Gherardo Cappelli, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lagonegro e all’Ordine degli avvocati di Salerno, nella persona dell’Avv. Americo Montera, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno,per aver organizzato con l’Associazione Giorgio Ambrosoli di Salerno la bellissima giornata, concedendo anche i crediti formativi, specie quelli deontologici. Un merito senza dubbio al Comune di Sala, al Sindaco Cavallone, al dr. Michele Esposito, all’architetto Gelsomina "Gelsi" Lombardi, Assessore alla cultura del Comune di Sala Consilina ed ovviamente alla Banca Monte Pruno, nella persona del Presidente Michele Albanese, al Procuratore della Repubblica di Lagonegro, Gianfranco Donadio, al vicedirettore generale della Banca Monte Pruno, Antonio Mastrandrea ed al prof. Giovanni Capo, Ordinario di Diritto commerciale presso l’Università degli studi di Salerno. A tutti quanti hanno partecipato ed arricchito l'evento con le loro relazioni, a Luca Maciacchini, un artista, una persona luminosa, all’Avv. Nicola Colucci, Responsabile per il Vallo di Diano Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno e all’Avv. Pasquale D’Aiuto, Segretario Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, ideatori dell’evento; ovviamente i complimenti al Dott. Angelo Raffaele Battista, Presidente Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, ai giornalisti moderatori Giuseppe Geppino D'Amico ed Erminio Cioffi. Siffatto giorno della memoria dedicato ad Ambrosoli ha permesso, dunque, di approfondire la storia umana e professionale di questo "gigante" lasciando trasparire come nella sua vita si fondessero e confondessero amore, amicizia, odio e vendetta. Un uomo che ha sacrificato la propria vita per lo Stato. Giorgio Ambrosoli è l'esempio di come sia possibile, senza piegarsi alle pressioni, fare scelte che possono capovolgere il sistema del privilegio e del sopruso in favore del bene comune e del diritto. Ha dimostrato come non tutti abbiano un prezzo di scambio e che, senza la coscienza di singoli che antepongono la necessità di rispettare le norme e con esse la convivenza civile, alla propria vita, le leggi da sole non bastino a salvare una società. In proposito il figlio Umberto, nella parte finale del libro dedicato al padre, ha scritto: -"Non bisogna fare l'errore di pensarlo, perché c'è una parte del Paese, come già lui a suo tempo, che senza guerre sante, anche nella solitudine, sa essere libera, consapevole, coerente: qualunque cosa succeda". La preside Antonella Vairo ha precisato come si sia riusciti a coinvolgere gli studenti in una lezione interessante e non cattedratica su tematiche importanti per la loro crescita culturale ed umana, dicendosi grata per l’emozionante esperienza. L’attore Lucio Maciacchini ha ringraziato l'associazione "Giorgio Ambrosoli" di SALERNO e tutti i presenti per avere ospitato lo spettacolo nello splendido contesto del Teatro MARIO SCARPETTA di Sala Consilina. Bianca Fasano.

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La scuola 725

LE BARACCHE DELL’ACQUEDOTTO E LA SCUOLA 725 (RAI STORIA INSEGNA). Rai Storia, per chi la storia la voglia comprendere davvero, insegna. La ragione per cui scrissi, anni fa, “Polvere di Storia”, fu perché la chiave di lettura dei libri di storia è quella dei vincitori. Ai vinti non si da voce. Oggi Rai Storia mi ha aperto le porte della “Scuola 725”. Parliamo tanto di immigrazione e dei disagi (certamente tanti), dei nostri immigrati. Mi sembra importante non dimenticare cosa sia stata la vita di quanti, “emigrati dell’Italia”, non lasciavano i loro paesi italiani per altri paesi, anche esteri, ma lasciavano i loro paeselli italiani, le campagne dove non si riusciva neanche a portare il cibo in tavola, per le città, dove si sperava di trovare lavoro e fortuna. Così questi nostri italiani giungevano a Roma, per andare ad abitare in una baracca, nella fattispecie parliamo di quelle dell’acquedotto, senza luce, senza acqua, senza gas (si prendevano le bombole), acquistata da quanti avevano trovato da vivere in una casa vera e propria. In quella situazione nacque la “Scuola 725”, in quanto il 4 Novembre del 1969 Don Roberto Sardelli acquistò una baracca, da una prostituta, lungo l'acquedotto Felice. Insegnerà ai bambini, figli dei baraccati, che alla scuola elementare "Salvo D'Acquisto" venivano spesso messi nelle classi differenziali. Fra le cose straordinarie che accaddero, ci fu la lettera che scrisse al Sindaco, assieme ai bambini, indirizzata all'allora Sindaco Rinaldo Santini, che venne pubblicata dal quotidiano Paese Sera. L'esperienza della "scuola" terminò nel 1974 quando il Comune di Roma iniziò ad assegnare le case popolari ai baraccati dell'Acquedotto Felice. Al “prete delle baracche” don Roberto Sardelli venne assegnata la laurea ad honorem , mercoledì 21 novembre 2018, nell’aula Magna della Scuola di lettere filosofia lingue dell’Università Roma Tre. Il sacerdote, all’epoca 83enne, venne insignito della laurea in Scienze pedagogiche. Non potendo partecipare alla cerimonia, ritirarono la laurea in sua vece due ex allievi, Emilio Bianchi e Angelo Celidonio, che negli anni ’60 vivevano in agglomerati di lamiere nell’estrema periferia di Roma, senza luce, acqua e fogne. -“ "Don Roberto, nella sua scuola minuscola alloggiata dentro una baracca di tre metri per tre, illuminata da candele e con una stufa boccheggiante, ospitava i figli dei "baraccati", come venivano chiamati in maniera dispregiativa, perché facessero i compiti e ripetessero le lezioni. Ma soprattutto perché potessero incontrarsi e parlare, discutere e capire. Insegnava loro a leggere il giornale, gli parlava della guerra in Vietnam e di quanto accadeva nel mondo. Li invitava a raccontare la loro storia scrivendo e disegnando, e compilava con loro una rivista che loro stessi battevano a macchina, ciclostilavano e poi distribuivano. Con questo metodo, avevano preparato persino un libro di testo alternativo, scritto da loro stessi, con un linguaggio che li rappresentasse e argomenti vicini ai loro interessi. Un manuale alternativo, intitolato "Non tacere", che suscitò la curiosità di molti intellettuali." (Elena Stancanelli - Repubblica, 31 ottobre 2010) Ricorda uno degli allievi: -““Abitavamo nelle baracche dell’Acquedotto Felice, un tugurio di miseria dove viveva un’umanità che le istituzioni e i cittadini avevano lasciato fuori dalle mura della città. Eravamo ragazzi e ragazze: mentre alcuni frequentavano la scuola pubblica, altri erano già sul mercato del lavoro e, espropriati della loro età e della scuola, facevano l’esperienza dello sfruttamento. La città era assente. Noi, spinti dai genitori, frequentavamo la scuola, ma molti, classificati ‘caratteriali’, finivano nelle classi ‘differenziali’; tutti, a causa delle condizioni in cui vivevamo, giornalmente subivamo offese ed espliciti ‘inviti’ a lasciare la scuola. Ma un giorno accadde un fatto strano che segnò una svolta nella nostra vita, in una baracca che misurava 3 x 3 nasceva la "Scuola 725", la scuola del nostro riscatto. Un giorno ci venne incontro un prete con la valigia. Noi lo guardammo perplessi e lui guardò con sospetto il pallone col quale stavamo giocando. Chiese come ci chiamassimo e ci disse che in una baracca avrebbe aperto per noi una scuola. Le nostre perplessità aumentarono. Pensammo a un doposcuola per aiutarci a svolgere i compiti che ci assegnava la scuola del mattino. Ma avvenne un fatto cui nessuno di noi pensava. Alle cinque del pomeriggio quando, finiti i compiti, ci preparavamo a "rimbaraccare", il prete fece accendere dai suoi collaboratori alcune candele in più e noi pensammo che ci avrebbe fatto dire il rosario. Invece aprì un libro: Americani e Vietcong. Da quel momento, in quella baracca 3x3, che era stata di Rita (la prostituta trasferitasi altrove. N.d.a.), nasceva la "Scuola 725. Nella "725" sera dopo sera, a lume di candela, tra inevitabili distrazioni, nacque la "Lettera al Sindaco". Successivamente da sotto quegli archi malfamati, che i nostri genitori ribattezzarono "infelici", nacque la "Lettera ai cristiani di Roma" firmata da 13 preti. Allora non ce ne rendevamo conto, ma il "grido" fu talmente forte che le istituzioni ne furono colpite e dovettero mettere allo studio un processo di rinnovamento che segnò la fine di un’epoca. In quelle due lettere chiedevamo cambiamenti radicali, cambiamenti che toccavano l’anima dei problemi che vi si esponevano.” Da ‘La seconda lettera al sindaco per continuare a ‘Non tacere’, 2007 Don Roberto era originario di Pontecorvo, ordinato sacerdote nel 1965, aveva frequentato la scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani e successivamente si era recato in Francia per studiare l’esperienza dei “preti operai”. Quando nel 1968 fu inviato nella parrocchia di San Policarpo, poté rendersi conto che, a pochi metri,”sorgeva” la baraccopoli , nei pressi dell’Acquedotto Felice, occupata da 650 famiglie italiane immigrate provenienti da Sicilia, Calabria, Abruzzo e Basilicata. Fu proprio qui che il sacerdote si trasferì. Forse sarebbe il caso che la Chiesa di oggi, umiliata dalla presenza di sacerdoti (ed anche alti prelati), che amano i bambini per scopi meno degni dell’educazione evangelica, riscoprisse il cammino della speranza che li avvicina ai poveri a ai bisognosi, che non sono soltanto, purtroppo, quelli che giungono a noi sulle navi, via mare. Bianca Fasano https://www.movio.beniculturali.it/ticonzero/romacantieredellamemoria/it/59/archivio-scuola-725

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E poi ci meravigliamo di averli tra di noi.

COME ARRIVARONO I NERI IN AMERICA. QUANDO ARRIVARONO I COLONIZZATORI IN AFRICA. Il numero in percentuale di cittadini neri degli Stati Uniti è del 13,3 per cento. Certamente meno di quanti saremmo portati a credere. Distinguendo solo tra bianchi e non-bianchi: i non-bianchi sono, invece, il 22,9 per cento della popolazione. Soltanto l’1,2 per cento è di origine nativa americana. Non desidero inoltrami sul fatto che l’America non appartenesse “agli americani”, ma ricordare, invece, come sono arrivati lì i così detti “neri degli Stati Uniti”. Non certamente su barconi semi galleggianti, in cerca di emigrazione, come accade oggi, piuttosto per via della tratta degli schiavi , che viene citata come “Maafa” nella lingua swahili, ovvero “Disastro”, visto che il 15% della merce moriva per disidratazione (bevevano solo mezzo litro d’acqua al giorno) o per le condizioni vorrei dire bestiali (tuttavia gli animali di allevamento, essendo costosi, sono trattati meglio), con cui venivano trasportati. Diversamente da quanto si crede non tutti i cittadini del sud possedevano schiavi e quelli che ne avevano giungevano ad un massimo di 5. Erano pochi gli schiavisti anche tra gli indigeni nord americani. In effetti il cotone prodotto al sud serviva ad accontentare la richiesta del nord (molto più industrializzato) per fabbricare vestiti. Tra quelli anche gli abiti che tornavano al sud per coprire quegli stessi schiavi che raccoglievano il cotone. In maggioranza gli schiavi rapiti erano uomini. Può sembrare strano però Il primo caso di schiavitù legale fu registrato nel 1655 e riguarda un uomo di colore, di nome Anthony Johnson ( di origine angolana ed ex schiavo egli stesso) che vinse una causa per cui costrinse un certo John Casor a servirlo legalmente per sempre come proprio padrone. Entrambi gli uomini erano neri. Brutto da ricordare che tra le donne schiave, alcune venivano spedite nei bordelli (una prostituta su tre nel far west era una schiava), mentre gli uomini finivano nelle piantagioni di tabacco, zucchero e cotone oppure ottenevano ruoli nella cura della casa o come compagni dei propri padroni ed i più fortunati ed intelligenti divenivano sovrintendenti delle piantagioni e (come accadeva nei lager nazisti coi Kapò), acquisivano il potere di picchiare altri schiavi se lo ritenevano necessario. Come sempre, quando si vuole far del male ad una “razza” si tendeva a “deumanizzare” il gruppo etnico, a livello di animali, allo scopo di far sentire i colonialisti in pace con la loro coscienza. La popolazione oppressa più di una volta tenterà di ribellarsi con estrema rabbia e con ferocia e tra queste ricordiamo la ribellione del 21 agosto 1831 in cui Nat Turne (un predicatore religioso capace di leggere e scrivere), guidò la rivolta degli schiavi della contea di Southampton durante la quale passò casa per casa ammazzando tutti i bianchi (donne e bambini compresi) e liberando gli schiavi fino a raggiungere un totale di 70 neri liberati e 60 persone uccise. Fermati dalla milizia, le condizioni di vita degli schiavi divennero ancora più brutte, per cui molti schiavi non si sollevarono più ma lottarono rifiutando la disumanizzazione e formando famiglie. Piccoli nuclei familiari in cui sentirsi al sicuro e fieri, che spesso erano divisi con la vendita dei bambini o dei genitori ad altre piantagioni. Non voglio descrivere tutte le fasi che vanno dall’epoca della schiavitù, ossia dal 1641, con la prima legge che permette la proprietà sui neri a Boston, fino al 1865 con la dichiarazione di emancipazione post guerra civile. Certamente però occorre ricordare che la questione divise gli Stati Uniti finché si giunse al la nascita degli Stati Confederati d’America il 1861, i quali dichiararono la secessione dall’Unione e diedero così luogo alla Guerra Civile Americana. Condusse alla morte di 620’000 persone (un numero enorme), e al “tredicesimo emendamento” da parte di Lincoln, e quindi la schiavitù fu finalmente abolita, ma il sentiero per l’uguaglianza sarebbe stato ancora lungo passando per la segregazione razziale che separava i bianchi dai neri in ogni spazio della vita quotidiana. Bagni, pullman, scuole, chiese. Anche nel nord la segregazione separava la società in due colori. Si formeranno diversi movimenti dei neri per i propri diritti come il NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) nel 1909 e il SCLC (Southern Christian Leadership Conference) del dottor Martin Luther King nel 1957. Veniamo ad oggi. Fermo restando che i neri d’America non sono giunti su quelle sponde per loro volontà occorre ricordare che non c’è stato un posto dell’Africa che non sia stato colonizzato. La colonizzazione dell’Africa da parte delle nazioni europee, parte dall'XI secolo circa, fino a raggiungere il proprio apice nella seconda metà del XIX secolo. Il suo territorio fu letteralmente spartito da Francia e Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Portogallo, Italia, Belgio e Spagna. Si ebbe quindi prima il colonialismo commerciale e poi il così detto colonialismo moderno. Occorre dire a testa bassa che soltanto in alcuni casi la presenza europea in Africa portò ad un miglioramento delle regioni occupate, per esempio attraverso la costruzione di infrastrutture, quali strade, ponti, ospedali, scuole, tribunali ed altro. Purtroppo nei luoghi in cui si fissarono le comunità di origine europea (l’esempio più rappresentativo è il Sudafrica) la popolazione locale fu in linea di massima separata dai bianchi sia politicamente sia economicamente. Infine: ci meravigliamo di vederli da noi? Bianca Fasano.

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Sara Rodolao poetessa e scrittrice.

La scrittrice Sara Rodolao è nata a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia (Calabria), ma risiede in Liguria. Dando uno sguardo alla carta d’Italia ci si rende conto che ha compiuto un vero salto in lungo, percorrendo tutta l’Italia, dalla punta dello stivale, su, in alto, per seguire il suo destino. Tuttavia ciò non le basta: viaggia, sia con il pensiero che con il corpo, seguendo il percorso della sua poetica che la fa tornare indietro nella sua terra d’origine o raggiungere i molti luoghi che l’hanno accolta in quanto vincitrice di un premio letterario: Pistoia, Roma, Milano, Reggio Emilia, Catanzaro, Sanremo, La Spezia, Napoli, Padova, Malta, Aosta, Spoleto e molte altre località dove è andata a “cogliere un fiore” per il suo operato di poetessa e scrittrice. Questo mi ha colpito davvero, in quanto la sua figura giovanile e snella sembra possedere uno splendido elan vital che passa, si direbbe “col tocco”, a quanti la conoscono, anche per brevi momenti. Personalmente l’ho conosciuta ad un premio letterario e di poesia dove eravamo entrambe vincitrici. Poi più, fisicamente. Però la seguo e l’ho seguita sia per i romanzi, i racconti e le poesie (sue), che ho letto con molto piacere, sia per la presenza costante in ambiti artistici e su face book, dove non si può non notarla per la vivacità delle immagini, delle poesie che pubblica, per le moltissime volte in cui viene premiata in tante occasioni. https://www.facebook.com/Sara-Rodolao-Poetessa-Scrittrice-205619896142773/ https://www.facebook.com/sara.rodolao Ho letto da poco di lei: “Alta Marea”, Poesie; “Il Tarlo di Orlando”, Romanzo e “Quel profumo di zagare”, Romanzo. -“Ci sono giorni non vissuti,/ in cui vai in giro col torace vuoto,/ perché il cuore rifiuta di seguirti”- Questa piccola frase poetica, da sola, già basterebbe a descriverla: con poche parole rappresenta uno stato mentale che, purtroppo, pochi di noi non hanno conosciuto ed in cui mi sono immersa con sofferenza. Fa parte della capacità di questa scrittrice, riuscire ad esprimere gli stati d’animo dei suoi personaggi, che sembrano esseri umani con una vita vera. Li descrive puntualmente nel presente e poi ci accompagna, tenendoci quasi per mano, nella loro vita trascorsa, nelle motivazioni più intime dei loro comportamenti, quasi volesse spiegarli, scusarli, anche se potrebbero sembrare inaccettabili. Nel "Il tarlo di Orlando", il proprietario terriero “Don Orlando” è vittima della sua genetica, che non gli permette di fuggire dal suo “essere se stesso”, anche se, violentemente, lo vorrebbe. Vittima del modo con cui è stato cresciuto e degli errori degli avi. Giulia diversamente, se pure dovrebbe essere “l’oppressa”, riesce a sganciarsi dal “personaggio” che le imporrebbe la sorte. Per sganciarsi da se stesso Don Orlando, invece, per riuscire ad essere diverso da sé, deve rinunciare ad essere. In “Quel profumo di zagare” l’emigrazione verso altre terre toglie a Michele la stabilità del suo essere atavico. Lo sconvolge, lo costringe ad un ritorno su se stesso che non gli consentirà più di trovare ciò che ha lasciato. Michele ha lanciato un seme, che tornerà a lui come albero, per cambiargli la vita. Concludo con una brano delle poesie di “Alta marea”, laddove ogni donna che vuole essere tale e apprezzare il dono fattole dalla natura può riconoscersi: -“Se essere donna”.- Già la prima “strofa” dice tutto: -“Se essere donna è lottare per Essere (…)”- Così ci si rende subito conto che Sara intenda ESSERE. Restando donna, madre, moglie, poetessa, scrittrice e lanciando avanti un sorriso che sembra quello di una persona che non ha mai conosciuto le difficoltà della vita. Però non è così: -“Talvolta cado quando meno me lo aspetto,/ come un sasso nel pozzo senza fine della sua assenza; (…)”- Tuttavia: -“Se mai fosse concesso/ un’altra vita da vivere, la vivrei allo stesso modo di questa: (…)”- E siamo vicini all’essere il “Superuomo” di Nietzsche, per cui, se un diavoletto ti suggerisse all’orecchio. -”avresti il coraggio di rivivere la tua vita esattamente come l’hai vissuta, con tuti gli errori e le sofferenze”- si potrebbe rispondere. “SI’”. Perché quello che siamo oggi dipende dal nostro passato e “ci stiamo bene così”. Dicono di lei: Risiede a Imperia, collabora con riviste letterarie ed e inserita in diverse antologie. Suoi componimenti sono motivo di studio in scuole pubbliche. Ha partecipato a molti concorsi di poesia e narrativa, ottenendo sempre importanti affermazioni. In particolare: 1° Premio Città di Maresca a Pistoia, 1° Premio Ungaretti a Roma, 1° Premio Calendimaggio a Milano, 1° Premio Trofeo del Po a Reggio Emilia, 1° Premio Citta di Catanzaro, 1° Premio Cifrò dei Fiori a Sanremo, 1° Premio Giovanili Fontani a La Spezia, 1° Premio Giuseppe Giusti a Monsummano Terme, 1° Premio Speciale Costa Azzurra, 1° Premio Targa d'argento a Napoli, 1° Premio Cifrò di Campagnola a Padova, 1° Premio Città di Diano Marina, Premio Città di La Valletto a Malta, 1° Premio Donne in opera, Aosta; 1° Premio La più bella poesia d'amore, Alassio. Per meriti culturali ha ricevuto la medaglia d'oro dell'operosità nell'arte dalla Legion d'oro di Roma, nell'ambito del concorso Città di Sant'Agata dei Goti a Benevento. 1° premio "Selezione -ospite d'onore 2014- alla carriera di poetessa e scrittrice. Premio San Leonardo città di Imperia per la cultura. (E molti altri). Bianca Fasano.

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Uomini in cambio di carbone

LA SOTTILE LINEA BIANCA UOMINI IN CAMBIO DI CARBONE. Il nostro paese a partire dal 23 giugno 1946 , scambiò con Bruxelles uomini in cambio di combustibile . Fu infatti firmato a Roma, in quella data, un protocollo per il trasferimento di 50.000 lavoratori italiani nelle miniere belghe, il cosiddetto accordo “uomo-carbone”, siglato dal primo ministro De Gasperi e dal suo omologo Van Acker. Fa da contrappasso a questo ricordo la teoria “immigrati in cambio di flessibilità, che circola almeno dall’aprile 2016, quando ne parlò l’allora presidente del Comitato di controllo Schengen ossia la deputata di Forza Italia Laura Ravetto. Il presunto accordo tra governo Renzi ed Unione Europea sarebbe stato ufficializzato durante l’estate e l’autunno del 2014, mentre veniva negoziato il lancio dell’operazione Triton, ossia la missione europea per la protezione delle frontiere marittime italiane guidata dall’agenzia Frontex. Ma torniamo ai minatori: Tra il 1946 e il 1957 gli italiani espatriati verso quella terra, che si riteneva essere un paradiso (almeno come appare l’Italia agli attuali immigrati), sono stati 223.972, rispetto ai 51.674 rimpatri. Si trattava di un afflusso senza antecedenti simili, che il Belgio (otto milioni e mezzo di abitanti nel 1950) non era assolutamente preparato a ricevere. Difatti le famiglie italiane, quando arrivarono, finirono nelle baracche, ossia nelle costruzioni di lamiera che durante la Seconda Guerra Mondiale erano state utilizzate prima come lager dai nazisti e poi come campo di prigionia per gli stessi tedeschi. Il contratto prevedeva per i minatori un periodo minimo di un anno di lavoro (pena l'arresto in caso di rescissione da parte loro). Per 8 anni, per molti di loro fino al giorno della tragedia di Marcinelle, gli italiani lavorarono giorno e notte in cunicoli alti appena 50 centimetri a più di 1000 metri dentro le viscere della terra, spesso vittime di esplosioni di grisù e di malattie gravi come la silicosi. Lasciavano le campagne, l’aria aperta e l’Italia (del sud), perché avevano bisogno di soldi, e durante la prima discesa “al fondo”, certamente si dicevano: “Se risalgo in superficie, laggiù non ci torno più”. In tanti sono morti di silicosi, che rende il respiro corto e uccide. In molti sono sopravvissuti, ammalati o “quasi sani”. Alcuni sono ritornati in patria, altri divenuti “Belgioti”. Trovarono un lavoro che una parte dei belgi non volevano più fare perché volevano “abbandonare una fatica quanto mai ingrata ed abbrutente, nociva, mal retribuita e pericolosa”. Tanto c’erano gli italiani a prendere il loro posto, che furono spediti dal primo ministro De Gasperi a procurare carbone, ad uccidersi di lavoro, in nome della necessità. La storia di tanti si concluse nella miniera di Marcinelle, diventata famosa a motivo dell’incidente che, l’8 agosto 1956, causò la morte di 262 minatori, tra cui 136 italiani. Gli ultimi corpi furono ritrovati il 22 marzo del 1957, mentre si dava inizio all'inchiesta su chi avesse la colpa della tragedia. Come supponibile, la Commissione belga (nella quale furono chiamati anche alcuni ingegneri minerari italiani), discolpò la società delle miniere del Bois du Cazier (il vero nome delle Marcinelle), in un percorso zeppo di mancanze e vizi di forma. l’unico condannato fu, nel 1961, Adolphe Cilicis, un ingegnere che dirigeva i lavori della miniera, mentre già nel 1959 i dirigenti della miniera erano stati assolti dalle accuse di inadempienza. Dopo l’incidente, il sito minerario riprese a lavorare circa un anno più tardi, prima di cessare del tutto le attività nel 1967. I superstiti dell’incidente furono soltanto 13. Le vittime non ebbero né giustizia né risarcimento in quell'estate di 60 anni fa, al tempo in cui gli italiani, cercando una nuova terra che li accogliesse, non morivano annegando in mare, ma sotto terra, immersi nei cunicoli, ad estrarre carbone. BiEffe Foto da: http://reportage.corriere.it/esteri/2016/la-memoria-dei-minatori-italiani-in-belgio/

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Lettera aperta a Salvini

Lettera aperta a Matteo Salvini. Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell'interno del Governo Conte. Gentilissimo, non le darò del tu, in quanto non ci conosciamo, neanche del voi, tanto voluto dal fascismo da costringere ad usarlo anche con Giacomo Leopardi, quando si trasmise un suo testo alla radio. Per cui le darò del “lei”. Sa bene che l’attuale “lega” lo è dal 21 dicembre 2017, dopo che è stata eliminata la parola "Nord" e il Sole delle Alpi (il sole meridionale è ben più caldo) dal proprio simbolo. Da buon politico intelligente (qual è), ha compreso che, pur essendo “partito come partito” dalla Lega Nord per l'Indipendenza della Padania, nato nel 1989 dai sei movimenti autonomisti regionali attivi nell'Italia settentrional ( Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemont Autonomista, Union Ligure, Lega Emiliano-Romagnola ed Alleanza Toscana), se voleva che il partito rappresentasse l’Italia intera, doveva fare sì che non fosse più un partito “separatista ed autonomista”. Di conseguenza occorreva che NOI DEL SUD, dimenticassimo le frasi dette da lei per implementare i voti del nord: -“ 2009. Festa di Pontida. Lei intonava il coro: “Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”- Agosto 2012. Lei su Facebook:“Una sciura siciliana grida e dice “vogliamo l’indipendenza, stiamo stanchi degli attacchi del Nord”. Evvaiiiiiiii””- 2014. Riguardo ad una possibile riforma della Scuola, Lei dichiarava: “Bloccare l’esodo degli insegnanti precari meridionali al Nord”.(n.D.a. neanche se noi del sud stessimo morendo dal desiderio di lasciarlo e non lo facessimo soltanto per necessità).”- Mi fermerò con (sua) :-“ Carrozze metro solo per milanesi”.- Le risparmio le perle di saggezza dette dai “suoi” in passato. Però vorrei ricordarle che “i suoi”, oggi lo sono ancora di più e sarebbe il caso di ricordare loro un po’ di cose, per evitare che, venuti nel NOSTRO meridione, con l’ausilio di persone che, accogliendole, non glielo facciano notare (il che è più vergognoso e blasfemo di quanto si possa immaginare), si comportino come se il cervello, la cultura, l’intelligenza e una genetica perfetta, fossero patrimonio di chi è nato DOPO ROMA. Non le conviene. Glielo dico in quanto alla lunga potrebbe anche nuocerle. Il primo voto in meno sarebbe IL MIO. Dunque: cosa ha fatto per noi l’esaltato Garibaldi con il suo “ubbidisco”? Ci ha ceduto al Piemonte. Cos’era “il piemonte” prima dell’unità d’Italia? Non glielo voglio neanche dire: se lo vada a studiare LEI. Cosa fa parte del patrimonio genetico dei “sudisti?” Innanzi tutto sarebbe utile ricordare anche a chi è più “razzista” di quanto possiamo immaginare sia LEI, che L'Europa è stata colonizzata dagli esseri umani moderni (provenienti dall'Africa). Insomma: siamo tutti AFRICANI. Tuttavia, prima di andare oltre (potrei rimandarla al mio testo storico/sociologico Polvere di Storia, però sembrerei “di parte”), quindi, visto che Il governo italiano è formato da Lega e Movimento 5 Stelle, mi limiterò a ricordarle (http://www.beppegrillo.it/terroni-intervista-a-pino-aprile/), l’intervista pubblicata sul Blog di Beppe Grillo a Pino Aprile per il suo libro “Terroni” (stralcio):-“Blog: “Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali, cosa è stato fatto in questi 150 anni? Pino Aprile: “Di tutto, sono state usate le armi, la politica, l’economia per creare un dislivello tra due parti del paese che non esisteva al momento dell’Unità e questo pur sostenuto nel corso di un secolo e mezzo da fior di studiosi, non è mai stato preso in considerazione.”- E, sempre dallo stesso articolo/intervista: -“ Il libro “Terroni” di Pino Aprile dovrebbe diventare un testo di scuola. Da 150 anni ci raccontano la barzelletta del Sud liberato dai Savoia per portarvi la libertà, la giustizia, il progresso. “Terroni” descrive con una puntigliosa documentazione e ricerca delle fonti un’altra realtà. Quella di un Paese occupato, spogliato delle sue attività produttive, con centinaia di migliaia di morti tra la popolazione civile. Un Paese “senza più padri“, costretti, per sopravvivere, a milioni all’emigrazione (prima quasi sconosciuta) dopo l’arrivo dei Savoia che, per prima cosa, ne depredarono le ricchezze a partire dalla Cassa del regno delle Due Sicilie. “Terroni” racconta le distruzioni di interi paesi, le deportazioni, la nascita delle mafie alleate con i nuovi padroni. L’Italia unita è stata fatta (anche) con il sangue degli italiani.”- Perlomeno dei “5 stelle” dobbiamo apprezzare il fatto che grillini erano e tali sono restati. Noi del Sud siamo figli delle colonizzazioni greche e bizantine e se qualcosa mancava ai nostri ricchissimi cromosomi c’è stata data con la violenza da quanti, sul nostro (troppo), fertile territorio, hanno messo le zampe più volte. Per il resto, ci siamo meritati dei “RE”, che invece di difendere i nostri territori, sono fuggiti altrove e “VOI DEL NORD”, un uomo troppo intelligente chiamato CAVOUR il quale, anche a mezzo di donne come “la Contessa di Castiglione”(cui avrebbe detto “usate tutti i mezzi che vi pare, ma riuscite” e quindi sedusse Napoleone III, portandolo così a rinforzare la causa dell’indipendenza italiana), riuscì a fare la piemontesizzazione, che venne chiamata “Unità d’Italia.” Poi, come italiani, ci siamo meritati un primo RE che si diceva essere il figlio di un macellaio, sostituito al vero principino morto in un incendio, nella sua culla di Palazzo Pitti a Firenze. E Garibaldi, che aveva promesso le terre ai meridionali, però si ritirò in buon ordine, dopo essersi assicurato che le sue truppe fossero arruolate nell’esercito regolare. DOMANDA: Che cosa poteva nascere dall’unione di una “Marchesa di alto bordo”, di un “figlio di nessuno divenuto re”, di un “folle visionario con la camicia rossa” e di un “secondogenito senza un soldo e in cerca di gloria”(tale era Camillo Benso, conte di cavour)? L’Italia che abbiamo. Oggi la governate voi. Chiedete ai vostri giannizzeri di andarsi a studiare i “veri” libri di storia. Chiedete loro di comprendere come, attraverso la Cassa del Mezzogiorno, lo 0,5% del Pil veniva impiegato per strade, scuole, fognature, spacciando tali opere per “interventi straordinari”, laddove, come suggerisce Pino Aprile nel suo libro: - “Dov’è la cosa straordinaria del fare le strade, le fogne, le scuole?”- Si considerava “straordinario” costruire un Paese con fondi pubblici, tuttavia:- “Al nord con quali soldi hanno fatto le strade, le scuole, le fogne?.- Intanto, ancora oggi, un suo Ministro, il ministro Bussetti viene ad offendere gli insegnanti del Sud. Illustrissimo Vice Ministro, l’unica cosa che mi demoralizza davvero è il fatto che, con una sottomissione di comodo (ma per quanto ancora?) veramente vergognosa, c’erano ad Afragola e Caivano (Napoli), gente del posto ad accogliere, plaudire ed osannare (annuire alle sue parole), quel SUO Ministro del… Governo, mentre, una volta di più (e proprio di troppo), offendeva chi gli paga lo stipendio. Bianca Fasano.

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- Sociologia

I pro e i contro.

Molti anni fa (si era nel 1969/70), il mio stile pittorico veniva definito “pittura sociale”. Come quella di mio zio, il Maestro Carmine Moriniello. Un dipingere che voleva divenire parola, che si riallacciava alla vita reale e ne portava esempi. “I pro e i contro”, di cui conservo una foto in banco e nero e null’altro, rappresentavano il modo con cui gli esseri umani possono approcciarsi a fatti, situazioni, politica, intendimenti, visioni del mondo. Misi in secondo piano il dipingere perché, per mostrare il mio essere pro, o contro, il colore, la forma, non bastavano: ci volevano parole. Scritte. Però resta sempre, di base, il modo con cui vogliamo realizzare gli ideali, la fede (anche politica), decidendo di porci pro o contro, di affiancare coloro che hanno potere (e lo usano in modo che a noi pare sconveniente), inserendoci nel novero e provando a cambiare le cose dall’interno, oppure “(…)prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine”. Non con il suicidio, alla Amleto, piuttosto combattendo “il mare di affanni” che la società procura ai deboli, a coloro che non hanno le mani in pasta (se non da panettieri, con la farina), per cui subiscono la sorte senza neanche comprendere quali mezzi abbia usato “il forte”, per passargli addosso. Da giornalista, ho scelto sempre di pormi “contro”. Ricordo Mimmo Castellano (morto nel giugno del 2008), che è stato vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania e segretario generale aggiunto della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Lui era “contro” e noi giovani leve del giornalismo della Campania, al suo richiamo, quando si trattava di battersi per un miglioramento che riguardava “il mestiere”, accorrevamo, compatti. Occorre dire che al suo nome sono legati numerosi riconoscimenti che la categoria dei giornalisti è riuscita a ottenere in momenti assai difficili della professione. Mimmo, con il suo mezzo sigaro in bocca e la barba . A suo nome c’è un premio. Per chi ci credeva, tutto in salita: a fianco dei sindacati, se difendevano operai (nella fattispecie della superstrada a scorrimento Paestum/Policastro Bussentino), se ci si batteva per ottenere un centro trasfusionale Ospedaliero, facendoci molti nemici, per scardinare il potere di un “qualcuno” che lo usava per i suoi fini. Non sceglievamo i nemici tra i deboli, no: ce li si faceva tra chi davvero poteva renderci la vita difficile, oppure, almeno, non facilitarcela. I pro e i contro. Dunque? Cosa scegliere? Si sta più comodi tra i “pro”, riuscendo ad inserirsi nei gruppi di potere e diffondendo anche la cultura, il metodo, la possibilità di discutere sulle leggi, sui fatti, provando a migliorare le basi. Se te le permettono. Oriana Fallaci scrisse ed amò “Un uomo” che personificava l’ideale greco di eroe: Alekos Panagulis, intellettuale della resistenza greca contro il regime dei Colonnelli. Ma un granello di sabbia non può che essere spazzato via dal potere e Panagulis morì in un sospetto incidente d’auto. Infine: sarai contro se porterai con te un esercito che condivide le tue battaglie, da aizzare, come belve, contro “il potere”: Potrai minacciarlo (il potere), ottenere una fetta (di quel potere). Tenerla per te distribuire le briciole a chi ti ha reso forte. Dunque? Pro o contro? Difficile rispondere: Questione di geni. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Donato D’Aiuto la mia ragazza è single.

In Salerno. Venerdì 28 dicembre 2018, alle ore 18.30, presso la Libreria Immagine’s Book, verrà presentato il libro di Donato D’Aiuto “La mia ragazza è single”, per la Graus Edizioni. Ne parlerà con l’autore la giornalista Emerenziana Sinagra. L’Avv.to Donato D’aiuto è un giovane scrittore che si è già presentato al pubblico con un libro molto particolare, suo esordio letterario: “La storia di un uomo solo”, Graus Editore. Questo “numero uno” racconta la vita di un giovane uomo, che, pur possedendo doti che gli permetterebbero di superare l’empasse di un periodo molto difficile, rinuncia a rimettersi in carreggiata, a rischiare di nuovo, bruciando la propria vita con le conseguenze dell’intossicazione per abuso di bevande alcoliche e con l’immersione in uno stato di alterazione e confusione che lo condurrà a vivere soltanto di rimpianti. Oggi il giovane avvocato-scrittore, ritorna a noi con un altro lavoro in cui (per chi ha orecchie per intendere), si trova uno svolgimento caratteriale del primo protagonista, ossia quello che il giovane della “Storia di un uomo solo” avrebbe potuto divenire se solo non fosse stato. Se avesse avuto alle spalle il padre del protagonista di “La mia ragazza è single”. Dedicato: -“ A nonno Virgilio,mi hai amato incondizionatamente/ ti ho amato incondizionatamente.Mi guiderai per sempre,/tenendomi per mano. Già dalla dedica si può comprendere che lo scrittore ha alle spalle un “patrimonio familiare” che gli ha permesso di guardare alla vita con la serenità necessaria per scoprirne le asperità, restandone fuori. Ebbi già modo, con il primo lavoro, di conoscere sia il testo che l’autore, mediante una intervista e non si può negare che vi fosse, nella scrivente, la curiosità di sapere se vi sarebbe stato un seguito e, anche, se quel seguito avrebbe mostrato una “crescita naturale” nel livello dell’espressione, della scioltezza del linguaggio, nella profondità della dimensione sociale. Così è stato: Donato D’Aiuto presenta a noi un personaggio che, così come accadde per Alex (o anche Vodka, oppure Apache), il protagonista del primo romanzo, comprende di essere stato tradito dalla propria donna, però, a differenza del primo, possiede in sé “l’elen vital” che gli occorre per uscire dal baratro e ha, inoltre, il padre alle spalle. In “La mia ragazza è single”, si crea un altro presupposto di scelta: non “vivere o morire”, ma “perdonare o chiudere la storia con chi ci ha traditi”. Diego, il protagonista, è un ragazzo giovanissimo e molto sensibile. Più volte lo troviamo a piangere, cosa che ce lo rende vicino. E’ “scoperto” nel sentimento dell’amore, come la pelle di un neonato che può scottarsi al sole di maggio. Vive la passione per la sua ragazza in modo totale, donandosi fino alle ossa. Lei lo ricambierà? Occorre dire che questa storia sembrerebbe fatta per una di quelle deliziose trasposizioni filmiche verso cui i giovani (che pure si fingono impermeabili ai sentimenti), sono, in realtà attratti ed affezionati. Anche in questo scritto Donato vuole ritrovare una lezione di vita, questa volta con un finale positivo che accontenterà il lettore: proprio il giovanissimo Diego, così facile al pianto, troverà la forza di compiere la scelta giusta. Non vogliamo svelare la storia e ci fermiamo qui. Soddisfatti di sapere che “il nostro eroe”, ossia l’autore, persevera e cresce in bravura. Il nostro scrittore, Cilentano di origine, di professione è avvocato. Ha studiato a Firenze, per poi ritornare ad essere a pieno diritto di discendenza, cittadino del parco del Cilento. Si interessa di teatro, si dedica al giornalismo (per adesso da free lance), indaga il suo territorio e abbiamo già avuto modo di annotare che del suo antieroe (l’uomo solo), possiede l’amore per il giornalismo. D’Aiuto è un giovane uomo che, a contatto coi suoi simili, chiaramente “li studia”, ne comprende le emozioni nascoste, i drammi velati, le sensibilità dovute all’età e i conseguenti malesseri psicologici. Il suo primo personaggio lo avrà “trovato” in qualche coetaneo con la tendenza a cercare nell’alcool e nelle droghe la gratificazione che non consegue nella vita di ogni giorno. Chissà chi lo avrà ispirato per il secondo. L’appuntamento quindi è a Salerno, dove venerdì 28 dicembre 2018, alle ore 18.30, verrà presentato il libro di Donato D’Aiuto “La mia ragazza è single”, presso la Libreria Immagine’s Book, per la Graus Edizioni. Ne parlerà con l’autore la giornalista Emerenziana Sinagra, tra l’altro presentatrice e conduttrice presso “La TV di Gwendalina” di Vallo della Lucania, che già ebbe modo di presentare il primo libro di Donato D’Aiuto “La storia di un uomo solo”, a Sapri presso la Libreria “Il Cantuccio”, nel corso dell’incontro con l'autore. Bianca Fasano

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- Letteratura

Presentati gli Annalì storici di Principato Citra

A Salerno, presso il Palazzo del Comune, Sala del Gonfalone, martedì 16 ottobre 2018, alle ore 16:00, verranno presentati gli Annalì storici di Principato Citra, edizioni del Centro di promozione culturale per il Cilento (Rivista di studi storici e antropologici della provincia di Salerno), della nata 2018 ( anno XVI numero 30 gennaio giugno numero 31 luglio dicembre). Dopo i saluti del sindaco di Salerno dottor Vincenzo Napoli ci sarà l’introduzione del dottor Giovanni Guardia (direttore responsabile), che curerà anche la moderazione della serata. Relazioni: professor Amedeo La Greca (Editore). “Un’editoria al servizio del territorio e della ricerca”; Professor Alfonso Conte (Università degli Studi di Salerno). “Primo semestre”. Professoressa Maria Antonietta Del Grosso (Università degli Studi di Salerno). “Secondo semestre”. Avvocato Pasquale D'Aiuto ( Foro di Salerno. Segretario co-fondatore dell'Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno), “Per la legalità e la democrazia: l'Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno”. Professor Luigi Rossi (Università degli Studi di Salerno), “La grande guerra: Vittoria o inutile strage?”. Ufficio Stampa Accademia dei Parmenidei.

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- Giurisprudenza

Illeciti penali in edilizia: un approccio pragmatico.

l’Associazione “Giorgio Ambrosoli Salerno”, Mercoledì 17 ottobre 2018, alle ore 15,00, nella sede del Palazzo di Giustizia, sala Giovanni Sofia di Vallo della Lucania, presenterà il seminario sul tema ”Illeciti penali in edilizia: un approccio pragmatico.” Con il patrocinio di: “Ordine degli avvocati di Salerno”, Camera Penale Vallo della Lucania Giovanni Lombardi”,Ordine degli avvocati di Vallo della Lucania, Rotary club Vallo della Lucania, nell’ambito del quale sarà illustrato il libro, a cura di Luigi Levita e Gianluca D’Aiuto, “Illeciti penali in edilizia: casi e soluzioni” – Maggioli Editore, 2018. Modererà la serata l’avv. Pasquale D’Aiuto (Foro di Salerno, Fondatore e segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli, Salerno). Dopo i saluti del Dott. Gaetano De Luca, Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania; seguiranno quelli di:Dott. Antonio Ricci, Procuratore Capo presso il Tribunale di Vallo della Lucania; Avv. Americo Montera, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno; Avv. Michele Barbato, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Vallo della Lucania; Avv. Antonello Natale, Presidente della Camera Penale Vallo della Lucania; Avv. Raffaele Pesce, Presidente Rotary Club Vallo della Lucania. Tratteranno l’argomento:Dott. Vincenzo Palumbo, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Vallo della Lucania; Avv. Marco Fimiani, Componente del Direttivo della Camera Penale di Vallo della Lucania; Dott. Luigi Levita, Magistrato; Avv. Prof. Gianluca D’Aiuto, Professore a contratto di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università telematica “Pegaso”; L’abuso edilizio è quel reato urbanistico che si concretizza quando viene effettuato un intervento sul territorio senza l’autorizzazione necessaria per costruire. Si ha abuso edilizio anche quando l’intervento è difforme dall’autorizzazione concessa. Chi commette un abuso edilizio è punito sia sul versante penale che su quello amministrativo; la sanzione penale, infatti, prevede un’ammenda o l’arresto per il soggetto che ha commesso il reato, mentre quella amministrativa concerne il ripristino dello stato anteriore all’abuso. Per l’interesse suscitato dall’argomento è previsto una notevole affluenza di pubblico. Inoltre l’attività formativa è accreditata dal CNF della formazione professionale continua (n.3 crediti concessi da ORDAVVVALLO ED ORDAVVSA). Registrazione all’ingresso, firma all’uscita. Per informazioni:Il Segretario della Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, Avv. Pasquale D’Aiuto. Via R. De Martino n. 7, 84124 Salerno. Tel. e fax 089.22.21.51 - 347.69.00.518. www.giorgioambrosolisalerno.wordpress.com - pasqualedaiuto@hotmail.com Ufficio stampa: Accademia dei Parmenidei e mail: parmenide2008@libero.it;

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- Letteratura

caro Salvini, non ho un utero, posso diventare mamma?»

«Caro Salvini, non ho un utero. Posso diventare mamma?» La “lettera aperta di Maria Sole a Salvini” ci fa pensare su come mutino le necessità del “mondo donna.” Ricordo il mio tempo, laddove tante di noi sposavano giovanissime e, senza esperienza di vita, si ritrovavano con un figlio in braccio. Per cui, invece di scrivere come Oriana Fallaci “Lettera ad un bambino mai nato”, scrivevamo spesso “Lettera ad un successo mai avuto”. Maria Sole vuole un figlio. La natura non glielo permette ma la scienza, aiutata da un “utero in affitto”, glielo consentirebbe. Siamo al 3 dicembre 2017: “E' NATO in Texas il primo bimbo concepito negli Usa con fecondazione assistita successiva a trapianto di utero. Un tipo di intervento che è stato portato avanti per la prima volta nel 2014 a Göteborg, in Svezia (il primo bebè al mondo figlio di una madre con utero trapiantato era venuto alla luce proprio nel Paese scandinavo nel settembre 2014), e che secondo gli ultimi dati diffusi ha già permesso 8 nascite.” E’ del 28 giugno 2018: -“PESA 2,970 kg, è un maschio e sta bene il primo bimbo al mondo nato dopo un trapianto di utero tra due sorelle gemelle omozigoti: il cesareo è stato eseguito in mattinata da un'équipe internazionale all'ospedale Sant'Orsola di Bologna. La madre, una donna di origini serbe di 38 anni residente in Italia, ha pianto di gioia. E i medici, che hanno eseguito il trapianto, discutono oggi il caso al centro di fecondazione assistita Sismer di Bologna.”- Tornando al tema di “utero in affitto”, sulla pagina di facebook di Salvini, risalente al 24 ottobre 2017 ritroviamo come in quei giorni, a merito (o a demerito?), di una trasmissione televisiva, fosse scoppiato un caso in cui vennero chiamate in causa (perché contrarie) delle non meglio identificate “femministe”. La trasmissione risale all’1/10/2017: -“Nel programma Chakra in onda sabato scorso la conduttrice Michela Murgia fa un grande spot alla maternità surrogata con testimonial l’ex governatore della Puglia. Le femministe scrivono una lettera alla presidente della Rai Monica Maggioni: «Vergognoso e sfacciatamente di parte»- Le femministe. In Italia la Legge 40/2004, articolo 12, comma 6: «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro». Tuttavia, sempre nel 2017 ritroviamo una assoluzione “perché il fatto non costituisce reato.” Ci riferiamo a Bologna, dove si tenne un processo su un caso di maternità surrogata in Ucraina da parte di una coppia italiana, residente in un paese della provincia del capoluogo emiliano. - “L’inchiesta era partita per una segnalazione dell’ambasciata italiana a Kiev al Comune dove il bambino è registrato, che ha avvisato la Procura di Bologna. L’avvocato difensore della coppia, Giorgio Muccio, nella sua arringa ha sottolineato la mancanza di chiarezza della norma penale di riferimento e ha rilevato, tra l’altro, che recentemente sono stati depositati vari disegni di legge per modificare la norma e rendere perseguibili gli italiani che fanno ricorso alla maternità surrogata all’estero. Una pratica che, dunque, non è considerata illecita dalle attuali normative.”- Evidentemente in merito c’è confusione. Dice Maria Sole: -«Ciao Matteo, abbiamo diverse cose in comune, ad esempio che mettiamo la faccia e lottiamo per cambiare le cose. Ma le tue frasi hanno ferito chi vuole essere madre ma è nata senza utero, a chi la vita dunque ha tolto il più bel dono che si possa ricevere, diventare genitore, proprio come te. Ora la scienza mi ha dato una possibilità per realizzare il mio sogno, mi batterò con tutta me stessa per far nascere il mio bimbo…». Si tratta di una donna sposata che non può avere figli perché affetta dalla sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser., benché sia fertile, ossia i suoi gameti siano idonei alla procreazione. Certo che la natura “si diverte”. Ma non fa neanche sorridere. Io, da donna vissuta nel tempo in cui si combatteva per il divorzio e l’aborto legalizzato, mi sono ritrovata davanti questa faccetta simpatica, che si batte per avere quello che tante donne hanno disperatamente cercato di evitare: un figlio. E’ da un po’ di tempo che, per contrasto, trovo pubblicate e “sbattute in faccia” le foto (da inorridire, da piangere di vergogna), dei “bambini abortiti”. Piccoli stracci di sangue gettati via, senza neanche una lacrima. Per legge - la legge 194 del 1978 - in Italia l'interruzione di gravidanza può essere praticata anche dopo i primi novanta giorni di gestazione. Si parla in questo caso di aborto terapeutico. No, per carità, non voglio rimettere in discussione qualcosa per cui i “gruppi femministi” si son battuti al grido de “L’utero è mio e ne faccio ciò che voglio”, giacché loro un utero lo possedevano. Tuttavia permettetemi di essere perplessa se vengono definite “femministe”, quelle che trovano disgustoso l’utero in affitto. Non tutte le donne la pensano così, difatti non invento niente quando riporto, allo scopo di essere chiara: (…) Kelley McKissack è la mamma della bimba che ha visto alla luce, nel senso che gli embrioni della fecondazione sono i suoi. Ma la gravidanza vera e propria è avvenuta nella pancia della mamma di Kelley, Tracey Thompson, 54 anni, legalmente la nonna della bimba. Quest’ultima infatti si è offerta di mettere il proprio utero a disposizione della figlia dopo che quest’ultima aveva avuto tre aborti spontanei, nonostante le cure di fertilità che aveva fatto per procreare. “- Ok. Io non posso farlo tuttavia lo farei. Per una figlia l’avrei fatto. C’è la galera per una convinzione? Sembra di no. Però “le femministe” (quali? Hanno forse una società cui si aderisce? Io ne sono fuori?), sulla pagina di Salvini, si dicono scandalizzate per l’utero in affitto. Salvini, con la sua allegra faccia sorridente, nella sua pagina face book accoglie le reazioni scandalizzate o meno di quante si dicono contrarie allo sproposito di una donna che presti il suo utero ad una coppia. “Prestare”, ovviamente, sa un po’ di falsità, visto che dovremmo dire “affittare”, che suona peggio, ma rende l’idea. Tuttavia io, dall’alto delle mie felici gravidanze e delle difficoltà per non averne altre, ho conosciuto e conosco personalmente cosa voglia dire NON potere avere figli, pur se NON sulla MIA pelle e, sì, un figlio per una figlia l’avrei fatto per cui “sono con Maria Sole”. Bianca Fasano Note. https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/28/maternita-surrogata-in-ucraina-assolta-coppia-di-bologna-il-fatto-non-costituisce-reato/3483209/

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- Arte

Carmine Meraviglia espone nel palazzo ducale Sanchez de Luna

Carmine Meraviglia espone alla Pinacoteca d’arte contemporanea “Massimo Stanzione”, nel Palazzo Ducale “Sanchez de Luna”. Sant’Arpino (CE), dal 14 al 18 giugno 2018. “Drappeggi”. Inaugurazione ore 19. Esposizione a cura di Mafalda Casertano. Nato a Napoli nel 1945 espone dal 1962. Le sue tappe artistiche in mostre personali e collettive passano per varie città italiane e straniere, per stabilizzarsi a Napoli. Qui ha creato un suo modo di dipingere "NUOVA CIVITA" "STILISMO METAFISICO" e "DRAPPEGGI" con una produzione numerosa e sorprendente di quadri di successo. Dal 2004 fa parte del movimento artistico "ESASPERATISMO" Dic. 2007 ultima esposizione internazionale al "Castel dell'Ovo" Napoli. SI SONO ESPRESSI SU MERAVIGLIA: Achille Bonito Oliva - A.A. Aprea- A. calabrese - V. Cuomo – B.Fasano- P. Girace - G. Della Martore - L. Eboli - A. Famiglietti - P. Palma - B. Malandrino - A. Malinconico - G. Novara - B. Messina - M. Smout - G. Grassi - L. Pumpo - J. Tarrasi, N. Palleggiano - M. Roccasalva - A. Schettini - V. Ursini - C. Barbieri - D. Rea - B. Lucrezi - A. Tirrito - F. Landolfo - F. Cremona - R. Spagnoli - A. Sasso - A. Avitabile - M. Garofalo - A.B. Oliva - L. Roano - S. Cervasio - A. Pepe - M. Galli - R. Pinto - D. Raio - TE.CA - V. Testa - A. Mocciola - D. Ricci - R. R. Boccia - V. Todisco - Flos - S. Weisbrod - A. Sansoni. I TELECRONISTI TV A. Giubilo - E. Corsi - F. Ricciuti - A. Linguiti - Carlo Dapporto. Le sue opere, inoltre, sono state commissionate ed esposte nei seguenti luoghi pubblici: In 13 Segreterie della Regione Campania; Nel Salone Consiliare, Comune di Caposele (Avellino); Ospedale "G. PASCALE" Napoli (2 opere installate all'ingresso, 4 opere al 4°piano del day hospital, 6 murales intitolati nel viale delle Arcate, 2 mattonelle nella Sala Convegni "Romolo Cerra"; Ospedale"A. Cardarelli" di Campobasso (4 opere collocate nel reparto radiografico medicina nucleare, intitolate"Le quattro Stagioni", Opera su intonaco fresco metri 9x3 intitolata "Genesi Moltiplicante" nel Salone d'ingresso); Stazione Metropolitana "Rione Alto" Napoli (32 mattonelle dipinte 60x60 ); Piazza "F. Celebramo" Vomero-NA (murales di metri 16x2 sul muro perimetrale del parcheggio, intilolato "Evento Partenopeo"). Ha creato, i trofei in bronzo "NUMEROUNO" e "PROFESSIONAL" rispettivamente per: il Tribunale del Malato (Napoli), e l’ASL 3 di Campobasso. RASSEGNE E PREMI: Medaglia d’oro Artista dell’anno 2004, comune di Napoli, Borgo Antignano, consegnata dal presidente Patrono; Ipotesi per un museo – Napoli; Prima Rassegna Internazionale Arte Mercato – Foggia; Washington International Art Fair – Washington USA; Logos & Bidone “ Esasperatismo” – Cassero Mediceo, Grosseto 2004; Prima Mostra Internazionale “ Casina Pompeiana” – Napoli 2004; Festa dei 4 altari – Torre del greco, Napoli 2004. Accademia dei Parmenidei. Ufficio Stampa.

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- Letteratura

Il gemello decerebrato. Presentazione dell’autrice

" IL G E M E L L O D E C E R E B R AT O " . Romanzo fantascientifico. Presentazione dell'autrice. L'uomo, oggi in special modo, "gioca a fare Dio". Non è detto che ogni uomo creda in una divinità superiore che lo abbia creato, come si potrebbe fare un giorno con un "robot di carne". Guardando "nel fondo del cielo" un team internazionale di astronomi ebbe modo di immortalare nella costellazione del Leone (la mia come segno zodiacale), un "gamma-ray burst from a star" ossia la luce rossa che irradiava una stella morente, accaduta quando l'universo aveva "solo" 630 milioni anni di età. Quella luce di colore arancione era esplosa a circa 13,03 miliardi di anni luce rispetto all'attuale posizione della Terra, ossia trenta miliardi di anni luce da adesso. Un baratro nel passato, rispetto alla vita del presuntuoso essere umano. Siamo così piccoli che, dai tempi dei tempi, ci siamo inventati un'anima. Oppure la speranza di una sopravvivenza quanto più possibile vicina all'eternità. Come giornalista, ma forse anche come poeta, mi sono sempre posta molte domande ed ho anche fatto riflessioni (a titolo speculativo) sui più svariati fronti dell'esistenza. L'essere umano, nel tempo, ha forse appreso a rispettare di più l'infanzia; ma, allora: perché tanti bambini subiscono abusi in famiglia o da persone che la frequentano? Oggi vengono al mondo piccoli miracoli dovuti alla scienza, sia per le difficoltà concrete che sono superate con mezzi nuovi che per l'età delle mamme, più adatte a fare da nonne che da mammine al primo figlio. Bene o male? La clonazione non riguarda più soltanto "la pecora Dolly". [1] Qualcuno, nascostamente, clonerebbe un nuovo Hitler? [2] Qualcuno ha clonato o vorrebbe replicare il figlio perduto? Che cosa abbiamo il diritto di fare, in nome della scienza, cosa non dovremmo? Dobbiamo guardare alle stelle, mirando a raggiungere nuovi mondi, mentre distruggiamo il pianeta su cui viviamo? Abbiamo davvero il potere di distruggere il pianeta, o più semplicemente, è il nostro habitat che stiamo rendendo sempre meno abitabile e un giorno la terra farà a meno di noi? Dal Vangelo di Luca mi è restata impressa questa sequenza: -" E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Possediamo noi uomini, un habitat, o non lo abbiamo piuttosto sottratto alle belve della foresta, agli orsi, ai lupi? L'habitat dell'uomo è stato da lui adattato, se non creato del tutto. La terra, in alcune sue parti, è stata spesso travolta e stravolta dall'essere umano, anche se in realtà noi rappresentiamo soltanto una presuntuosa specie, che molto facilmente dovrà un giorno estinguersi nel tempo, come i dinosauri. Guardando al passato, anche senza essere degli scienziati, ci si rende conto che portiamo in comune con le altre specie viventi l' "evoluzione". Siamo abituati a vedere questa parola come sinonimo di "miglioramento" e inclini a credere che sia "unilineare", per cui siamo forniti del desiderio (specialmente noi europei), di "insegnare a vivere" agli altri esseri umani che ci assomigliano, un po' come facevano i romani con la latinizzazione. Purtroppo non sempre questo desiderio, anche a carattere religioso/sociale, assume ruoli positivi e costruttivi e lo stiamo apprendendo a nostre spese, più apertamente, dall'attentato delle torri gemelle, abbattute a Manhattan l’11 di settembre, sotto la direttiva (questa la tesi ufficiale), del leader di Al-Quaeda, Osama bin Laden. Possiamo parlare di acculturazione, integrazione ed assimilazione delle popolazioni (vinte o no), oppure del tentativo di operarlo. Guardando al presente o ad un passato più o meno recente (non ci allontaniamo di troppo), in nome della cultura e della religione sono stati commessi e si stanno commettendo anche oggi, le più grandi violenze. Non soltanto dagli europei, ovviamente. Ci diamo un gran da fare noi esseri umani, come se la nostra specie fosse in diritto di ritenersi al di fuori delle possibilità di estinzione o, nella migliore delle ipotesi, di evoluzione. Non ne siamo estranei, invece, e neanche è detto che l'evoluzione cui potremmo essere soggetti ci possa piacere. Siamo destinati ad una lunga sopravvivenza di specie? La più lunga, in quanto animali intelligenti? Non lo sappiamo. I dinosauri si sono estinti, ma non del tutto, poiché alcuni di loro ci svolazzano leggeri sul capo. Abbiamo orrore degli scarafaggi (le blatte), però queste creature hanno lasciato il segno della loro (già) presenza nei fossili di blattoidei del Carbonifero, tra 354 e 295 milioni di anni fa. Sono, tuttavia, meno "forti" di quello che crediamo, difatti sarebbero i primi a morire dopo una guerra nucleare non sopportando più di 20000 rad [3] di esposizione radioattiva. Un pensiero noioso in meno. Gli squali sono tra le specie più longeve, perché esistono da alcune centinaia di milioni di anni, nondimeno li sta portando a rischio d'estinzione il riscaldamento delle acque degli oceani e il loro aumentato livello di acidificazione. Siamo proprio bravi a fare guai. Noi esseri umani appariamo piuttosto resistenti, giacché contiamo, come specie, circa 200.000 anni. I Neanderthal comparvero in Europa 700.000 anni fa e meno di 40.000 anni fa si sono eclissati. Potremmo dire, misteriosamente. Una spiegazione però c'é: Siamo arrivati, dall'Africa, noi Homo sapiens. Confesso di aver creduto per anni che tra i Sapiens e i Neanderthal non ci fosse stato molto in comune per questioni legate all'impossibilità di procreare di una eventuale prole nata dal connubio. Non era vero. Senza offendere i primi che, anche se brutti, dal nostro punto di vista, erano stati capaci, con le loro enormi narici e la fronte bassa e obliqua, di sopravvivere nella glaciazione, il Sapiens, più bello e più intelligente e il Neanderthal, convissero e, anche, si accoppiarono, malgrado le differenze fisiche eclatanti. Questo spiega il perché del fatto che oggi più del 5% del nostro Dna,porti tracce degli incroci che avvennero tra i due ominidi, compreso il cugino asiatico dei secondi: il Denisovan. Le prove sono venute dal sequenziamento massiccio del Dnadi oltre 380 reperti archeologici resi pubblici sull’ American Journal of Medical Genetics. In pratica ai Neanderthal dobbiamo un grazie, poiché da queste specie di ominidi abbiamo ereditato alcuni dei geni fondamentali del nostro attuale sistema immunitario: quelli che ci rendono capace di resistere alle infezioni da funghi, batteri e parassiti e in negativo, quelli responsabili della nostra tendenza a sviluppare allergie. Ci spieghiamo così anche la scomparsa, quasi fulminea, del Neanderthal: eliminato da noi Sapiens che, oltre ad essere più intelligenti, eravamo, forse, anche più cattivi, ma non sappiamo a quanto tempo abbiamo diritto. Domande, dicevo. Pensieri, dicevo. Quelli che colpiscono una scrittrice si tramutano, molto spesso, in romanzi, studi, saggi, racconti, poesie. Ecco la spiegazione anche per i miei romanzi "di fantascienza", che mi hanno "costretta" a rispondere alle mie domande, trovandone, per strada, ancora altre. -"Se il sole muore", scrisse Oriana Fallaci, nel 1965. Il sole di cui lei parlava non era quello che illumina e riscalda il nostro pianeta. L'astro che ci interessa l'hanno studiato (tra gli altri), alcuni ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) pubblicando le ricerche effettuate su Astrophysics. Stiamo parlando di fatti che accadranno un tempo non connesso certamente a noi di questa generazione (se non sotto il profilo d'interesse scientifico/culturale), e neanche ai nostri lontanissimi discendenti. Non riguarderanno, forse, neanche la razza umana, che sta facendo di tutto per "implodere" con i propri mezzi prima di quei periodi lontanissimi dall'oggi. Certamente, però, tra cinque miliardi di anni il nostro Sole (che è una stella, per cui in totale ha una "speranza di vita"di circa tredici miliardi di anni), inizierà a "morire". Nel nucleo non vi sarà più idrogeno, la cui fusione oggi produce energia e crescerà, divenendo centinaia di volte più grande di quanto sia adesso. Soltanto se la Terra riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi (dicono gli scienziati del Sussex), potrà sfuggirgli e sopravvivere, differentemente sarà fagocitata nell'ultima agonia solare. -"Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo; nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo, noi non ci saremo. " Diceva Francesco Guccini. [1] La pecora Dolly (5 luglio 1996 – 14 febbraio 2003) è stata il primo mammifero a essere stato clonato con successo da una cellula somatica, sebbene non il primo animale in assoluto ad essere stato clonato con successo [2] I ragazzi venuti dal Brasile (The Boys from Brazil) è un film del 1978 diretto da Franklin J. Schaffner, tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin. [3] I l rad rappresenta la quantità di radiazione che deposita 100 erg di energia in un grammo di materia. Copertina di Valentina D'Aiuto. Bianca Fasano.

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- Letteratura

quinto rapporto annuale Italian Maritime Economy.

Napoli, 5 giugno 2018. SRM (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno), ha presentato presso il Banco di Napoli, il quinto rapporto annuale “Italian Maritime Economy.” Si potrebbe concludere: “big is nice”, e “La Cina è vicina”. Napoli, 5 giugno 2018. SRM (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno), ha presentato presso il Banco di Napoli, il quinto rapporto annuale “Italian Maritime Economy:” La Cina è vicina. Non occorre ricordare il 14 luglio del 2017, laddove Cina e Italia hanno posto in atto un’esercitazione connessa anti-pirateria nel Mar Mediterraneo, avvalendosi della visita di quattro giorni delle navi cinesi al porto di Civitavecchia, per rendersene conto. L’Italia, a merito dei suoi porti (anche se non tutti al massimo delle possibilità), si trova nel mezzo del Mediterraneo, apparendo come ottimo terminale occidentale della “Via marittima della seta del XXI secolo l’Italia”. Marco Polo diciassettenne, partito nel 1271, assieme agli zii, per giungere nell’impero cinese e conoscere il “Gran Khan”, non avrebbe mai potuto immaginare che divenissimo noi una risorsa basilare per la realizzazione complessiva della Belt and Road Initiative e il successo dei collegamenti con l’Europa centrale, orientale e settentrionale. Tant’é, questa è una delle conclusioni che si può trarre dopo avere seguito l’interessantissimo convegno della SRM sul quinto rapporto annuale “Italian Maritime Economy”, presentato presso il Banco di Napoli il 5 giugno 2018. La “Belt & Road Initiative”attiverà, difatti, circa 1.400 miliardi di dollari in infrastrutture; SRM ha censito 4 miliardi di euro di investimenti cinesi in porti e terminal del Mediterraneo e apprendiamo inoltre che il Mediterraneo diverrà ancor più centrale, grazie agli investimenti della Cina nei porti e nelle infrastrutture logistiche, per cui occorre vedere la “Belt & Road Initiative” della Cina come una opportunità per i porti del Mezzogiorno. Altro dato essenziale che acquisiamo a merito della ricerca (grazie a innovative geo-rilevazioni del posizionamento delle navi), è che, dal 2012, la presenza di navi container nel Mediterraneo, di dimensione superiore ai 13,000 TEU risulta essere aumentata del 37% mentre quella del range 3.000-7.000 TEU è diminuita del 18,7%. Per cui possiamo affermare che “big is nice”: il fenomeno del gigantismo navale permane. Risale al 21 giugno 2017 l’arrivo, per la prima volta in Europa di quella che veniva considerata “la più grande nave portacontainer al mondo”. La “OOCL Hong Kong”, attraccò al porto di Felixtowe, in Inghilterra, provenendo proprio dalla Cina, per poi proseguire il viaggio passando attraverso il Canale di Suez. L’imbarcazione era lunga quasi quanto l’Empire State Building e, all’epoca, fece scalpore. Tuttavia i dati portati da SRM ci fanno comprendere che dovremmo abituarci a queste misure: Il raddoppio del canale di Suez registra crescite record: nel 2017 oltre 900 milioni di tonnellate transitate (+11% sul 2016) e 17.550 navi, mentre il numero di navi superiore a 3.000 TEU che transitano nel Mediterraneo (toccando almeno un porto italiano), è aumentata dell’8% dal 2012, quello delle navi oltre 13.000 TEU (acronimo di twenty-foot equivalent unit, la misura standard di volume nel trasporto dei container ISO, e corrisponde a circa 40 metri cubi totali), del 56%. Positivo l’intervento introduttivo del Presidente del Banco di Napoli il quale ha sostenuto che “Il Mediterraneo mantiene la sua centralità in ambito marittimo essendo un mare dove transitano alcune delle più importanti rotte mondiali.” Aggiungendo :-“Il Mare nostrum è sempre più dinamico e gli investimenti della Cina lo stanno dimostrando. I porti del Mezzogiorno rappresentano circa il 40-50% del traffico marittimo di merci italiano e quindi il sud è un’importante via di passaggio e gode di un posizionamento geografico favorevole.”- Tuttavia ha anche ricordato ai presenti come la fortunata posizione geografica da sola non basti, puntualizzando sulla forza dei “competitors” e la necessità di una “Maggiore consapevolezza del nostro ruolo e delle nostre potenzialità per non perdere le opportunità connesse a questo grande settore.”- Altro dato essenziale venuto fuori dal convegno e dalla successiva tavola rotonda è quella inerente l’acquisizione di “competenze e competitività” da parte delle nuove generazioni in campo imprenditoriale. In quest’ottica SRM pubblica il “Premio Rassegna Economica” in cui vengono inseriti i migliori lavori svolti da giovani ricercatori, con l’’obiettivo di incoraggiare proprio l’approfondimento degli studi riguardo alcune tematiche di ricerca su cui SRM pone l’accento, in favore dell’economia meridionale nel suo complesso, mettendo in tal modo in luce il lavoro di nuove forze intellettuali. Tanto è importante, ma occorre evidenziare che la scuola italiana (e nella fattispecie meridionale), non sempre (!), sembra in grado di fornire ai discenti una didattica capace di trasmettere saperi e conoscenze utili a tradursi in abilità e competenze. In effetti, dopo la riforma Gentile del 1923, (che a molti e per molti anni è apparsa adatta a svolgere il suo compito, preparando alla vita generazioni di studenti protagonisti della sociale, culturale, politica ed economica del Paese), la legge 107, sulla “Buona Scuola” non sembra avere risolto le problematiche e migliorata la qualità dell’insegnamento. Rispetto al Convegno ci si può ritenere soddisfatti degli argomenti trattati, forieri di successivi sviluppi, laddove l’indagine di” Studi e Ricerche per il Mezzogiorno” ha posto in luce approfondimenti su fenomeni di grande attualità inerenti lo sviluppo del trasporto marittimo, quali la “Belt & Road Initiative” della Cina (anche conosciuta come Via della Seta), i corridoi marittimi energetici e i modelli portuali con Singapore in evidenza. Le analisi sono state realizzate in collaborazione con la la “Kühne Logistics University” di Amburgo, il “SISI-Shanghai International Shipping Institute” e il “KMI-Korea Maritime Institute”, con cui SRM ha siglato una “alleanza” allo scopo di realizzare studi e ricerche congiunte: Apertura dei lavori: Maurizio Barracco - Presidente Banco di Napoli; Paolo Scudieri - Presidente SRM. Presentazione del Rapporto: Massimo Deandreis - Direttore Generale SRM e Alessandro Panaro - Responsabile “Maritime & Mediterranean Economy” SRM. Focus: “Il Mediterraneo visto dall’Asia”; Raffaele Langella - Ambasciatore d’Italia a Singapore; Meifeng Luo - Professore, The Hong Kong Polytechnic University. Tavola rotonda: “Il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo che cambia”. Ha introdotto Francesco Profumo - Presidente Compagnia di San Paolo. Ne hanno discusso: Emanuele Grimaldi - CEO Grimaldi Group; Francesco Guido - Direttore Generale Banco di Napoli; Mario Mattioli - Presidente Confitarma; Stefan Pan - Vicepresidente Confindustria; Pietro Spirito - Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale. Bianca Fasano Note: 1) Un colossale progetto di collegamento della Cina all’Europa e all’Africa Orientale 2) La riforma della Buona Scuola si è concretizzata attraverso i decreti attuativi della legge 107, approvati dal Consiglio dei Ministri nella riunione del 7 aprile 2017, in vigore dal 31 maggio 2017.

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- Società

AMI Testamento biologico

Napoli. 25 maggio 2018. Mina Welby (Wilhelmine Schett) nella Sala Rari della Biblioteca Nazionale, è stata “testimonial” del “testamento biologico” nel corso della seconda sessione del Convegno AMI “L’evoluzione del diritto di famiglia”, organizzato dall’Associazione Avvocati matrimonialisti italiani e diviso in due fasi. Nella seconda sessione: h 15,00 – h 18,00 – con la moderazione di Ida Palisi – Giornalista Direttore Editoriale Napoliclik , si è trattato, appunto, l’argomento del testamento biologico, partendo dall’accorata lettera letta dalla vedova di Piergiorgio Welbi di cui riportiamo uno stralcio: “Caro Presidente, scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese. Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita. (…)”- Avanti negli anni, coi capelli bianchi, l’aria a volte persa in pensieri (come è apparsa al convegno), questa forte donna di circa 80 anni sta proseguendo un cammino che stupisce, da un lato, e dall’altro si può comprendere. Certamente anche noi ci fermiamo, da esseri umani, al momento in cui l’essere umano “ci lascia il suo corpo muto d’anima”, pure vorremmo, invece, sapere cosa accade di lui (cosa accadrà di noi), dopo che il corpo ha smesso di vivere. Non sono pochi gli studiosi che hanno cercato di “varcare la soglia”, non soltanto in parapsicologia, ma anche su di un percorso che potremmo definire “scientifico”, vicino al campo medico. Non mancano le ricerche in campo parapsicologico, tuttavia la Chiesa non sembra apprezzare questi tentativi: - (…) Implicando cioè di attenersi alle Sacre Scritture, le quali, fin dall' Antico Testamento, si esprimono con fermezza e severità contro di quanti esercitano la magia o altre forme di divinazione, valutate come azioni di disubbidienza nei confronti di Dio. Proprio nel Deuteronomio [3] la pratica di interrogare i morti è richiamata insieme con altre forme di divinazione e, riferendosi a chiunque compia queste azioni, il testo sacro dice: " ... chiunque fa queste cose è in abominio al Signore... ". (Dt 18, 12).” E’ un vuoto che ci lascia sconcertati da sempre questo “salto nell’altrove” raffigurato anche nelle tombe greche. Pensiamo alla frase sospirata da uno dei Faraoni d’Egitto, che pure in teoria credevano in un aldilà il quale dettò al suo scriba: -“Nessuno torna indietro a dirci cosa vi sia…”. « I've seen things you people wouldn't believe , dice, nel suo triste monologo, l'androide Roy Batty nel film di fantascienza Blade Runner, del 1982. Ancora più sconsolato di un essere umano che spera in un aldilà. In effetti alle soglie del nulla, mille pensieri possono cogliere anche il più forte. Così accade a volte con gli scrittori, come William Shakespeare, che si pronunciano con la voce dei loro personaggi inquieti ed inquietanti: -«Spegniti, spegniti breve candela. / La vita non è che un’ombra che cammina,/un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sulla scena/ e poi nessuno più l’ascolta. È un racconto narrato da un idiota,/ pieno di strepito e di furore, che non significa nulla.» La vita può a volte farci sentire troppo “brevi”. Ma, tant’è, vogliamo almeno decidere quale passo compiere quando questa, per una malattia, ci impedisce di esistere “con un minimo di decenza”. Dino Falconio (Notaio. Socio onorario AMI) ha voluto spiegarci, appunto, nel corso del convegno, come comportarci su: “Il testamento biologico. Applicazioni pratiche”, rendendoci comprensibile con chiarezza il metodo da usarsi in riferimento alle norme in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento, in relazione alla legge 219/2017 (chiamata legge sul testamento biologico), approvata al Senato il 14 dicembre 2017, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018 ed entrata in vigore il 31 gennaio 2018. Legge per cui ci si è tanto battuti e di cui si sentiva certamente la mancanza. Questa costituisce in assoluto un passo in avanti importante, colmando un vuoto normativo. Certamente vien fatto di assimilarla, dato il termine (in effetti improprio, come ha spiegato Falconio, poiché ci riguarda da vivi), ai testamenti, quelli che controllano le questioni testamentarie economiche fin dalla antichità, lasciando spazio infine ai “bisogni dell’anima”. Pensiamo, ad esempio al 1600: fare testamento era indispensabile all’epoca, anche per motivi religiosi, oltre che per chiarezza legale e occorreva quindi non morire «intestato»; le formule notarili infatti cominciavano spesso con: - «Volens..., vituperium evitare...»- Oggi forse, - «Volens..., vituperium evitare...»- dovremmo sentire la necessità pratica di non lasciare ai nostri congiunti e/o amici, il compito di decidere per noi, al momento in cui la medicina diventi “invasiva”, nella sua volontà di “salvare l’impossibile”, oppure lasciare loro l’incarico di farlo al posto nostro, previa accettazione del “fiduciario”.. Ringraziamo quindi l’AMI per avere organizzato il convegno cui (parliamo della II parte), hanno offerto il loro contributo attento, sensibile e preciso: Moderatori Valentina De Giovanni (Presidente Ami, Napoli) e Ida Palisi; (Giornalista). Valeria Marzocco - (Docente di Filosofia del Diritto Università Federico II) su:”La bioetica - principi generali”. Mina Welby (presidente Associazione Luca Coscioni); su: “La lunga marcia dell’autodeterminazione terapeutica”. Vincenzo D’Errico (direttore del Corriere del Mezzogiorno. D’Errico); su: “La bioetica dalla cronaca alla legislazione”. Gianni Baldini (Presidente Ami Toscana, Docente di Biodiritto Università di Firenze e Siena) su: “Prime riflessioni sulla legge: consenso informato.” Alessandro De Ruggiero (Avvocato AMI), su: “Solicitor in England and Wales “Alder Hey vs Evans . Il caso Alfie”. Gaetana Paesano (Docente Università degli Studi di Salerno- Direttore editoriale rivista AMI.) su :”L’accanimento terapeutico e il consenso informato del paziente minore d’età”. Coinvolgenti gli interventi al pianoforte a coda presente in sala, di Luigi Nastri. Fuori programma la lettura di racconto molto realistico da parte dello scrittore Maurizio De Giovanni (di cui ricordiamo, uno per tutti, il libro:”Sara al tramonto”, pubblicato da Rizzoli.) Comitato organizzativo: Valentina De Giovanni, Stefania Colesanti, Renata Di Maria, Francesco Alessandrella,Emanuela Criscuolo, Carmela Cassese, Pierpaolo Damiano, Giovanni De Vivo, Dino Falconio, Antobia Imparato, Alfonsina Mastracchio, Annamaria Oliviero, Ida Palisi, Barbara Riccio, Katia Solomita. Bianca Fasano. Note: 1)Chiamata Mina Welby, è nata a San Candido (Bz) il 31 maggio 1937. 2)http://temi.repubblica.it/micromega-online/lettera-aperta-di-piergiorgio-welby-al-presidente-della-repubblica-giorgio-napolitano/ 3) La Vita Oltre la Vita - Raymond A. Moody. 4)Bianca Fasano. "Voci dal passato". Testo di parapsicologia. 5)http://www.museopaestum.beniculturali.it/la-tomba-del-tuffatore/ 6) «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi (…)” 7)Macbeth (Atto V, Scena V) – William Shakespeare. 8)Per cui ha combattuto in prima linea Marco Cappato, dell'Associazione Luca Coscioni. La sua battaglia per il biotestamento si è legata alla vicenda di Dj Fabo. 9)Bianca Fasano. “Polvere di Storia”, Loffredo Editore, 1991.

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- Società

Convegno su Ricerca di SRM

Napoli 22 maggio 2018, Banco di Napoli, Sala delle Assemblee. Presentato, nel corso di un convegno la Ricerca di SRM su: “Il valore delle filiere produttive nel nuovo contesto competitivo e innovativo tra industria 4.0 e circulary economy”. Tavola rotonda su dati positivi e negativi. Realtà positive che partono da basi disuguali. Il mezzogiorno d’Italia “si difende bene”, pur partendo da situazioni per cui occorre recuperare il gap accumulato nei decenni precedenti. Nell’incontro tenutosi a Napoli il 22 maggio 2018, nella Sala delle Assemblee del Banco di Napoli, su: “Il valore delle filiere produttive nel nuovo contesto competitivo e innovativo tra industria 4.0 e circulary economy” e nella successiva tavola rotonda, ha fatto da sottofondo la necessità di adeguare la cultura (scolastica, anche), alle possibilità di una reale crescita ed è apparso chiaro che, per concedere alle industrie del mezzogiorno un effettivo adeguamento per mezzo della competitività I4.0 occorrerà battersi “giocando su di una serie di quattro”: le cosiddette 4 A (Alimentare, Aeronautico, Automotive, Abbigliamento-Moda più il settore Farmaceutico), e risolvendo quattro impellenti necessità: 1) Informazione; 2) Incentivi fiscali e finanziari; 3) formazione e 4) un’adeguata consulenza sulle strategie e la tecnologia. Lo Stato sembra volersi adeguare, dando valore ad incentivi che puntano sugli investimenti privati che riguardino tecnologie e beni I4.0, spingendo la spesa privata in Ricerca, Sviluppo e Innovazione e rafforzando quindi le finanze a supporto di I4.0. Tuttavia non è detto basti. In merito Maurizio Barracco, presidente del Banco di Napoli (che segue incessantemente il cammino del mezzogiorno attraverso convegni ad hoc illustranti anche le ricerca di SRM ) ha dichiarato: -“Il Mezzogiorno è ricco di realtà positive”. Nel corso del suo intervento ha specificato che nel Sud d’Italia esistono aziende con peculiarità competitive e vincenti le quali appaiono ben integrate nella filiera nazionale e internazionale. Sotto il profilo dell’attività bancaria ha precisato: -“Il nostro intento è quello di fare luce sulle filiere eccellenti del Mezzogiorno nelle quali c’è capacità di fare impresa, spirito imprenditoriale, internazionalizzazione e voglia di misurarsi concretamente con le migliori realtà internazionali”.- Anche Amedeo Lepore, Assessore alle Attività Produttive Regione Campania, sembrava d’accordo con un “quadro confortante” e con quello che definisce un “forte dinamismo” delle industrie meridionali, sia nel settore Farmaceutico sia in quelle Alimentare, Aeronautico, Automotive, Abbigliamento-Moda, aggiungendo però che in queste appaiono “ancora scarsi gli investimenti innovativi rispetto al montante italiano”. Ha poi chiarito, a fronte delle recenti politiche per il Mezzogiorno, che queste sono politiche ordinarie e non speciali, ossia inserite nelle politiche industriali per tutto il Paese. Se esiste (ed esiste) il divario, e se questo deve essere recuperato, a suo dire “l’intensità’ di queste politiche deve essere più forte nel Mezzogiorno.” Terminando con l’affermare la necessità di “intensificare gli investimenti industriali perché altrimenti la struttura produttiva del Mezzogiorno e’ condannata a restare esigua nella sua dotazione e non competitiva con il Nord”.- Particolarmente efficace l’intervento di Gennaro Chianese - Product Manager Original Birth - il quale ha posto l’accento sulla bassa percentuale d’industrie del mezzogiorno che possono dirsi davvero competitive, precisando inoltre una questione squisitamente legata alla cultura “scolastica”, ossia che “le aziende sono fatte di persone, per cui se anche si forniscono dei macchinari più competitivi e delle tecnologie più innovative, devono anche assicurarsi che questi macchinari funzionino. Finché sul nostro territorio non viene a crearsi un legame forte tra quello che si studia e quello che si deve mettere in pratica, se pure le aziende cercano “le eccellenze” non possono cercarle che al di fuori dell’Italia o, infine, fuori del mezzogiorno”- Senza volerci lanciare sulle problematiche della cosiddetta “Buona scuola”, basti precisare che per quanto riguarda l’Alternanza scuola-lavoro, il sondaggio tra gli studenti: ha dimostrato che: “Farla costa anche 400 euro”, laddove l'Unione degli Studenti ha presentato i dati raccolti grazie ad un’inchiesta fatta su un campione di quindicimila studenti. -“Pensiamo – spiegano nel dossier i responsabili dell’Unione degli Studenti - alla Sardegna e al Molise dove le scuole, non essendoci un tessuto produttivo sul territorio in grado di sopperire alla mole di studenti, si sono trovate costrette a far spostare gli alunni in luoghi non vicini alla residenza arrivando a far spendere loro cifre come 300-400 euro”. Dal terzo anno di scuola impariamo cosa significa essere manodopera gratuita nelle mani delle grandi aziende”- Molti e tutti interessanti gli interventi dei convenuti. Ricordiamo: Massimo Deandreis - Direttore Generale SRM- che ha presentato la ricerca, Salvio Capasso - Responsabile “Economia delle Imprese e del Territorio” SRM; Francesco Guido - Direttore Generale Banco di Napoli, che ha moderato la tavola rotonda su “Nuovi modelli competitivi tra I 4.0 e Circular Economy”. Antonio Caraviello - CEO Sophia High Tech; Gennaro Chianese - Product Manager Original Birth; Luigi Iavarone - Amministratore IWT-Iavarone Wood Technology; Dario Gallina - Presidente Unione Industriale Torino; Ambrogio Prezioso - Presidente Unione Industriali Napoli e Amedeo Lepore - Assessore alle Attività Produttive Regione Campania. Infine si può trarre la conclusione che ci sia la volontà di migliorare le filiere produttive del Mezzogiorno ma che senza un mix di fondi strutturali, politiche sociali e culturali e interventi ad hoc il Piano Industria I4.0 rischia un’implementazione a due velocità che spacchi, ancora una volta, l’Italia in due macro-aree perpetuando il divario economico e digitale tra nord e sud. Bianca Fasano.

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- Sanità

Malattie rare e bisogno di chiarezza.

Malattie rare e bisogno di chiarezza. Il Piano Nazionale Malattie Rare: PNMR 2013-2016 sta ponendo in luce le malattie rare o poco conosciute per aiutare quanti si trovino ad operare nel settore, sia come esperti che come familiari chiamati a curare coloro che ne soffrono. L’Italia, nel pieno rispetto di quanto indicato dall’Unione Europea, si è dotata di un Piano Nazionale Malattie Rare. Il PNMR 2013-2016 è stato difatti approvato dalla Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 16 ottobre 2014. Tra le malattie riconosciute nelle Sindromi Malformative Congenite con prevalente alterazione del sistema nervoso c’è quella conosciuta come RNG150 Agenesia(Disgenesia del corpo calloso in forma isolata o sindromica. (ANDERMANN, SINDROME DI); (DANDY-WALKER, SINDROME DI). Tende a fare luce sulla patologia l’ Associazione Anomalie Corpo Calloso Italia (ASSACCI) Quando si parla di queste malattie rare ci sembra quasi che il problema sia possibile contarlo, singolarmente parlando di una tipologia, sulle dita di due mani, anche se in realtà è certamente più vasto, sia per le zone d’ombra dovute alle percentuali di aborti che si possono verificare al momento in cui una malattia genetica è possibile riscontrarla prima della nascita, sia -purtroppo- per i casi non chiaramente riconosciuti. L’Agenesia del corpo calloso è fra le malattie genetiche una delle più complesse, esprimibile come l’assenza completa o parziale della struttura di sostanza bianca che unifica i due emisferi cerebrali, dando forma al pavimento della scissura interemisferica ed il tetto del terzo ventricolo e dei corni frontali dei ventricoli laterali. Essendo il corpo calloso una struttura che completa il suo sviluppo solo alla fine del secondo trimestre di gravidanza, l’ACC viene, solitamente, diagnosticata con esami ecografici eseguiti a partire dalla 20^ settimana di gestazione; aggiungiamo che una delle difficoltà per la diagnosi ecografica di ACC deriva dal fatto che l’esame ecografico standard utilizza per lo studio dell’anatomia intracranica scansioni assiali in cui non si ha la visualizzazione diretta del corpo calloso. La scoperta del danno avviene, di solito versi la ventesima settimanali gestazione, ossia quando il feto è quasi del tutto formato. Il suo peso è infatti di 240-250 grammi, per una lunghezza di circa 15 centimetri. Ovviamente questo pone i genitori (ammesso che siano stati posti in grado di avere la diagnosi e comprenderla), nella possibilità di scegliere per un “aborto terapeutico. Sospetto che una casistica reale delle percentuali di presenza dell’agenesia del corpo calloso non sia facile, anche perché, come precisato, c’è chi si decide per l’aborto terapeutico e chi decide di tenere il piccolo, specialmente quando capita per vari motivi di conoscere il problema oltre la 22.ma settimana (non difficile si giunga alle 27 settimane, come dimostrano gli scritti di genitori afflitti, su vari forum al femminile, che trattano questo ed altri argomenti). Data la giusta necessità di potere trovare aiuto in quanti hanno conoscenza diretta del caso, occorre ricordare la presenza a Bologna dell’ASSACI, Associazione Anomalie Corpo Calloso Italia. http://www.agenesiacorpocalloso.it/associazione.html Il Ministero della salute http://www.salute.gov.it/portale/home.html chiarisce che dal 1° marzo 2017 sono in vigore le nuove reti di riferimento europee (European reference networks-ERNs) rivolte alla diagnosi e alla cura di malattie complesse rare o poco diffuse. Abbiamo detto che possiamo contarle, a volte, sulle dita di una mano, tuttavia occorre non dimenticare che quella mano potrebbe essere la nostra. Bianca Fasano.

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- Sanità

Associazione Anomalie Corpo Calloso Italia

Genova. Parliamo di: Associazione Anomalie Corpo Calloso Italia (ASSACCI), associazione di volontariato no profit, creata principalmente da un gruppo di genitori di bambini e ragazzi con anomalie del corpo calloso. L’Associazione Anomalie Corpo Calloso Italia (ASSACCI) è una associazione di volontariato no profit, creata principalmente da un gruppo di genitori di bambini e ragazzi con anomalie del corpo calloso. Grazie alla sua presenza l’ACC e PCC sono state riconosciute come malattia rara, codice RNG150, ‘ AGENESIA/DISGENESIA DEL CORPO CALLOSO IN FORMA ISOLATA O SINDROMICA; Categoria Diagnostica: MALFORMAZIONI CONGENITE, CROMOSOMOPATIE E SINDROMI GENETICHE. Appare evidente che in tal modo chi ne è affetto avrà diritto di esenzione, dalla partecipazione al costo per le prestazioni di assistenza sanitaria necessarie alla diagnosi, al trattamento, al monitoraggio ed alla prevenzione degli ulteriori aggravamenti della specifica malattia rara. L’esenzione per malattie rare deve essere richiesta al competente ufficio del distretto di residenza dietro presentazione del Certificato di Diagnosi di Malattia Rara. Come spiegato nelle pagine Web e Facebook, Il Certificato di Diagnosi di Malattia Rara viene rilasciato dallo specialista di un Presidio di Rete individuato per la specifica malattia rara. Le prestazioni sanitarie che possono essere erogate in regime di esenzione sono quelle efficaci ed appropriate per il trattamento, il monitoraggio e la prevenzione degli ulteriori aggravamenti della specifica malattia rara. Infine, devono essere incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza indicati dal Ministero della Salute. L’attestato di esenzione per malattie rare viene rilasciato dal distretto di competenza territoriale. Con questo articolo si intende mettere al corrente della esistenza di questa associazione tutti coloro che possano trarre beneficio dai dati che sono posti in luce sia sul sito che attraverso la pagina face book. http://www.assacci.it/pagina-di-esempio/ L’Associazione mette a disposizione anche un pieghevole: https://docs.google.com/file/d/0B7H-Dr00rDq-Ym03aC1lX2RPTk0/edit Per quanto riguarda la malattia, la neuropatia sensitivo-motoria ereditaria associata a agenesia del corpo calloso è una malattia autosomica recessiva a esordio precoce, caratterizzata da ritardo dello sviluppo, polineuropatia grave sensitivo-motoria con areflessia, agenesia o ipoplasia del corpo calloso, amiotrofia, ipotonia e deficit cognitivo. Tra le funzioni più importanti del corpo calloso, difatti, vi è quella di permettere che un’informazione depositata nella corteccia di un emisfero sia disponibile anche per la corrispondente area corticale dell’emisfero opposto. Le due metà del cervello dunque fruiscono di capacità autonome di coscienza, di memoria, di comunicazione e di controllo delle attività motorie. La mansione del corpo calloso è essenziale per la loro cooperazione funzionale. L’Agenesia del corpo calloso è pertanto l’assenza completa o parziale della struttura di sostanza bianca che unifica i due emisferi cerebrali, dando forma al pavimento della scissura interemisferica ed il tetto del terzo ventricolo e dei corni frontali dei ventricoli laterali. Per maggiore comprensione del problema (1) Essendo il corpo calloso una struttura che completa il suo sviluppo solo alla fine del secondo trimestre di gravidanza, l’ACC viene, solitamente, diagnosticata con esami ecografici eseguiti a partire dalla 20^ settimana di gestazione; Tuttavia la principale difficoltà per la diagnosi ecografica di ACC deriva dal fatto che l’esame ecografico standard utilizza per lo studio dell’anatomia intracranica scansioni assiali in cui non si ha la visualizzazione diretta del corpo calloso. Alla ventesima settimana il feto è quasi del tutto formato. Il suo è infatti di 240-250 grammi, per una lunghezza di circa 15 centimetri. Ovviamente questo pone i genitori (ammesso che siano stati posti in grado di avere la diagnosi e comprenderla), nella possibilità di scegliere per un “aborto terapeutico. Sospetto che una casistica reale delle percentuali di presenza dell’agenesia del corpo calloso non sia facile, anche perché, come precisato, c’è chi si decide per l’aborto terapeutico. In un forum al femminile si legge:- “ (…)Io tuttavia ho preso la mia risoluzione perché non sono in grado né fisicamente né psicologicamente di portare avanti la gravidanza anche perché alcuni neuropsichiatri infantili che ho interpellato mi hanno detto che sono molto rari i casi asintomatici. il tutto è aggravato dal sesso femminile che comporta ancora più rischi.”- Da: “La rotella mancante”: - “In molti dei messaggi che arrivano al forum di genitori in attesa di bimbi che hanno avuto la diagnosi di ACC, ricorrono i quesiti:- "Che futuro potrà avere?", "Sarà accettato dalla società"? "Quando non ci saremo più noi genitori a proteggerlo cosa succederà"?, "È giusto fare nascere un bimbo che sarà infelice per la sua situazione"? "I suoi fratelli/sorelle? È giusto dare loro un fratellino disabile?". - Tuttavia tanti genitori riescono a crescere i loro piccoli nel migliore dei modi possibile. Per quanti per differenti motivi, fosse anche “soltanto” allo scopo di dare una mano per migliorare la qualità della vita sia dei bambini che soffrono di questa problematica che dei genitori, c’è la possibilità di iscriversi: Alla “Associazione Anomalie Corpo Calloso Italia (ASSACCI)”, confermiamo che si tratta di una associazione di volontariato no profit, creata soprattutto da un gruppo di genitori che, con amore e coraggio stanno crescendo bambini e ragazzi con anomalie del corpo calloso, cercando di offrire loro tutto l’aiuto necessario. Bianca Fasano

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- Società

La fine delle illusioni

La fine delle illusioni: un mondo dove anche” i palloncini cantati da Renato Rascel fanno danno” e le pubblicità ci annegano di immagini che modificano la realtà. Molti di noi italiani che sono nati intorno agli anni ’50, ricordano la canzone cantata da Renato Rascel sul “dove andranno a finire i palloncini”. si poteva sognare di “tornei di angioletti” e di quell’angioletto, di vedetta, che raccattava i palloncini. Un mondo finito, purtroppo: “I palloncini lanciati nei cieli della Gran Bretagna stanno uccidendo gli uccelli e altri animali del Mare del Nord. Lo hanno detto gli attivisti inglesi. Migliaia di ”balloons” sgonfiati sono sparsi per le spiagge di tutta l’Europa settentrionale e stanno avendo un effetto devastante sull’ecosistema.” Insomma, noi esseri umani facciamo sempre più danno al “nostro” ecosistema. Nostro? Osiamo usare questo termine in quanto siamo estremamente presuntuosi. Non abbiamo un habitat naturale. Non sappiamo neanche che età abbia la terra: Non può essere dimostrata. Seguendo la Bibbia dovremmo darle circa 6.000 anni, la scienza ci dice che Terra e gli altri pianeti del Sistema Solare si formarono 4,57 miliardi di anni fa e i presuntuosi esseri umani contano, come specie, circa 200.000 anni e non sappiamo a quanto tempo abbiano diritto. Scomparve il Neanderthal, eliminato dal Sapiens che, oltre ad essere più intelligente era, forse, anche più cattivo. Chi farà scomparire dalla terra l'Homo sapiens? Forse lo faremo proprio noi, che oltre ad avere “mangiato la mela”, perdendo l’innocenza, stiamo perdendo anche l’illusione. Va bene: abbiamo capito che le buste del supermercato andavano sostituite, però è terribile pensare che dovremo togliere di mano ai nostri bimbi anche i palloncini. Come farlo? Come spiegare loro la realtà del nostro mondo, quando anche le pubblicità li riempiono di fantasie inesistenti? Basta guardare a quelle che vogliono vendergli (a loro, sì, perché le pubblicità sono rivolte anche a loro) biscotti “come se questi fossero fatti dalle loro madri”, con uova di gallina (ruspante), burro (ricavato da ottimo latte delle “nostre” mucche”), farina (purissima di grano super controllato), cioccolato ed altri materiali, tutti naturalissimi. Litigando sull’uso dell’olio di palma. Bimbi che consegnano “trionfanti” buste di biscotti (semplicissimi), nelle mani delle mamme, mulini di altri tempi che girano in luoghi paradisiaci, donne giovani che stendono con le loro manine l’impasto (buono per 30 biscotti), facendo poi il miracolo “dei pani e dei biscotti”, per farli giungere sulle tavole di tanti. Un mondo incantato, con famiglie da favola che ballano davanti a nuovi giochi da computer, “tutti assieme appassionatamente”. Pochi giorni fa mi sono chiesta “che fine avessero fatto i Tamagotchi. Ossia quell’animaletto virtuale, tascabile, che ha fatto perdere la ragione a generazioni fine anni 90. Bene: sta ritornando. I primi Tamagotchi saranno riproposti, tascabili, piccoli circa la metà rispetto agli originali, ma per il resto (compreso il display in bianco e nero e sei animaletti), saranno esattamente uguali ai primi esemplari. Siamo nostalgici di un’età d’oro che forse, come i miti degli anni ’60, non esisteva neanche allora. Intanto, però, mamme strampalate parlano con le figlie che, (attraverso il computer), spiegano (imbarazzate), di avere “un prurito intimo” e, invece di suggerire loro una logica visita ginecologica, invitano all’uso di prodotti che potrebbero mascherare (dando sollievo), grossi problemi “intimi” e amiche suggeriscono ad altre amiche, prodotti per le perdite urinarie, buonissimi a “nascondere l’odore”, lasciando intendere che una moltitudine di donne risolvano così il problema. Non solo donne: anche uomini che si alzano di notte con mille scuse e risolvono con prodotti ad hoc. Oppure si servono di opportuni assorbi tutto. Forse occorrerebbe invitarli a visite mediche opportune e ginnastica per l’incontinenza da prevenire e curare. E’ vero: l’età media si alza, aumenta il numero di anziani nel nostro Paese e gli italiani fanno sempre meno figli: Da un lato per la possibilità che hanno gli anziani di curarsi meglio di prima, aiutando così i giovani con le loro pensioni (quando riescono ad ottenerle), e dal’altro a causa della mancanza di lavoro e per la crisi economica. Ma siamo proprio avviliti di pensare ad un mondo senza palloncini e pieni di pannoloni. Bianca Fasano.

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- Giurisprudenza

seminario:Illeciti penali in edilizia: un approccio pragmat

l’Associazione “Giorgio Ambrosoli Salerno, lunedì 21 maggio 2018, alle ore 15,30, nella sede del Palazzo di Giustizia in corso Vittorio Emanuele (Aula Parrilli), presenterà il seminario:”Illeciti penali in edilizia: un approccio pragmatico”, con il patrocinio di: “Ordine degli avvocati di Salerno”, Camera Penale Vallo della Lucania Giovanni Lombardi”,Ordine degli avvocati di Vallo della Lucania nell’ambito del quale sarà illustrato il libro, a cura di Luigi Levita e Gianluca D’Aiuto, “Illeciti penali in edilizia: casi e soluzioni” – Maggioli Editore,2018. Modererà la serata l’avv. Pasquale D’Aiuto (Foro di Salerno, Fondatore e segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli, Salerno. Dopo i saluti della Dott.ssa Iside Russo,Presidente della Corte d’Appello di Salerno, seguiranno quelli del Dott. Leonida Primicerio, Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Salerno, dell’Avvocato Americo Montera, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, dell’Avv. Michele Barbato, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Vallo della Lucania e dell’Avv. Antonello Natale, Presidente della Camera Penale Vallo della Lucania. Introdurrà l’argomento il Dott. Nicola Graziano, Magistrato presso il Tribunale di Napoli; Direttore scientifico della collana legale Maggioli Editore. Illustreranno l’argomento: il Dott. Luigi Levita, Magistrato; l’Avv. Prof. Gianluca D’Aiuto, Professore a contratto di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università telematica “Pegaso”; il Prof. Avv. Agostino De Caro, Professore ordinario di Diritto dell'esecuzione penale, Procedura penale e Procedura penale europea presso l’Università degli Studi del Molise, Facoltà di Giurisprudenza. L’abuso edilizio è quel reato urbanistico che si concretizza quando viene effettuato un intervento sul territorio senza l’autorizzazione necessaria per costruire. Si ha abuso edilizio anche quando l’intervento è difforme dall’autorizzazione concessa. Chi commette un abuso edilizio è punito sia sul versante penale che su quello amministrativo; la sanzione penale, infatti, prevede un’ammenda o l’arresto per il soggetto che ha commesso il reato, mentre quella amministrativa concerne il ripristino dello stato anteriore all’abuso. Per l’interesse suscitato dall’argomento è previsto una notevole affluenza di pubblico. Inoltre l’attività formativa è accreditata dal CNF della formazione professionale continua (n. 3 crediti concessi dagli Ordini patrocinatori). La registrazione dei partecipanti è all’ingresso, con firma all’uscita. Per informazioni: giorgioambrosolisalerno.wordpress.com; https://giorgioambrosolisalerno.wordpress.com/contatti/ pasqualedaiuto@hotmail.com Ufficio stampa: Accademia dei Parmenidei e mail: parmenide2008@libero.it; Bianca Fasano.

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- Cultura

presentazione del nuovo monografico della rivista internazio

NAPOLI- Alla presentazione del nuovo monografico della rivista internazionale Rassegna Economica dal titolo: “Il valore economico della legalità e gli effetti sull’impresa e sul credito”, tenutasi venerdì 20 aprile presso il Banco di Napoli, le nuove menti italiane si sono fatte onore. In Italia. Si è tenuta il 20 aprile 2018, presso il Banco di Napoli la presentazione del nuovo monografico della rivista internazionale Rassegna Economica dal titolo: “Il valore economico della legalità e gli effetti sull’impresa e sul credito”, presente il Ministro dell’Interno, Marco Minniti, che ha concluso i lavori e tirato le somme del dibattito concludendo che occorre perdere il concetto che il mezzogiorno abbia bisogno dell’Italia, quanto fare propria l’idea che l’Italia abbia bisogno del Sud. Bella l’immagine dei giovani vincitori e finalisti del Premio Rassegna Economica 2016, entusiasti, che si lasciavano fotografare assieme al Ministro e stringevano le mani dei partecipanti al convegno. Il premio rappresenta una vivida occasione di merito per i nostri “cervelli nazionali”, troppo spesso costretti ad emigrare per trovare quella possibilità di successo che la patria nega loro. L’Italia, oltre a perdere i figli migliori nell’ambito della ricerca (ed aprire le porte a possibile manovalanza per la camorra), perde anche sotto il profilo economico. Difatti i nostri studiosi si piazzano al terzo posto dietro Germania e Francia, per la vittoria di borse di studio, tuttavia oltre la metà dei riconoscimenti assegnati dall'Erc sono ottenuti fuori della nostra patria. Aumentano anche le borse di studio vinte “a casa”, tra queste alla Sapienza di Roma e all'Università di Padova che sono ai primi posti. Seguendo quelle che vorrebbero essere i dati “incoraggianti” presentati da SRM nel nuovo numero di “Rassegna Economica”, dedicato al valore economico della legalità, l’incoraggiante segnale della classifica del Rule of Law Index (indicatore internazionale dalla World Bank), che pone l'Italia al 31° posto su 113 paesi per il 2017-2018, indicando che ha guadagnato quattro posizioni (eravamo al 35°), non ci impedisce di apprendere, in seno al Convegno, che, dal nord al sud, siamo “sommersi” dai danni provocati dall’economia non tracciata e sommersa. Secondo le stime SRM per il 19,5% del PIL, che a conti fatti ci porta via una cifra superiore ai 320 miliardi di euro. Nel Mezzogiorno d’Italia andiamo ancora peggio, perché il valore raggiunge il 24,8% del PIL. Chiariamo che questi dati, per l’mprenditoria, sono strettamente collegati al fenomeno delle “morti bianche”. Ad esempio, la Sicilia è la prima regione del Sud: nel primo semestre 2015: 33 decessi sui 361 rilevati in tutto il Paese. Terza per numero di vittime dopo Lombardia (53) e Toscana (38). Ma il lavoro è “mortale” in tutt’Italia e dai dati si giunge alla conclusione che una delle cause sia un tipo di imprenditoria che manca di ottimizzazione, di mancati progressi realizzati dal nostro Paese per mettere in sicurezza fabbriche e cantieri, con lavoratori che operano in situazioni di pericolo. Nel 2017 i decessi sono saliti del 5,2%. Male. Peggio se aggiungiamo che, sempre in Italia è l’economia criminale ed illegale ad essere stimata al 3,4% del PIL (circa 56 miliardi di euro), mentre al Sud la stima raggiunge circa il 5% del Pil. Dai dati riportati dalle ricerche nel nuovo numero monografico della rivista internazionale presentata nel convegno: “Il valore economico della legalità e gli effetti sull’impresa e sul credito”, risulta che valore complessivo della “non observed economy” (ossia le attività non tracciate, sommerse ed illegali) nel nostro Paese, equivale a circa il 22,9% del Pil, elemento che sale al 29,8% nel Mezzogiorno. Si parla di questioni di (carente) legalità, di (carente), applicazione delle leggi, ma anche del (lentissimo), funzionamento della giustizia. Mentre si potrebbero recuperare circa 10 miliardi di euro pari al 3% del PIL locale. Dagli interventi è apparso chiaro che il fulcro centrale per una più elevata diffusione del livello di legalità sul territorio (nord e sud), dovrebbe essere una maggiore efficienza della giustizia, che avrebbe l’effetto di favorire un incremento del numero di imprese con ricadute positive sulla loro dimensione e sui posti di lavoro creati. Migliorerebbe anche il credito, sui tassi di interesse e sugli NPL. Parliamo di tempi di recupero crediti: Si stima infatti che un solo anno di riduzione dei tempi porterebbe ad una riduzione di circa 20 miliardi di euro dello stock di sofferenze nel triennio successivo e un aumento del valore medio degli NPL. (crediti per i quali la riscossione è incerta sia in termini di rispetto della scadenza sia per l'ammontare dell'esposizione, detti anche crediti deteriorati). Infine “il grido unanime” che sembra partire da quanti hanno parlato al convegno è che, qual ora la componente dell’economia “legale” e “trasparente” in Italia si posizionasse ai livelli medi dei Paesi dell’area euro, sarebbe possibile riconquistare circa 30 miliardi di euro, e si genererebbero maggiori investimenti dall’estero: tra gli 11 ed i 14 miliardi annui. Hanno parlato al convegno: Maurizio Barracco, presidente del Banco di Napoli, Paolo Scudieri, Presidente di SRM. Ettore Ferrara, Presidente del Tribunale di Napoli, che ha avviato i lavori del convegno. Massimo Deandreis, Direttore di SRM e della Rassegna Economica, Cesare Imbriani, ordinario alla Sapienza e presidente del comitato scientifico di Rassegna Economica, Federica Brancaccio, Presidente Acen e Federcostruzioni, Ida Mercanti, Servizio Tutela dei Clienti e antiriciclaggio della Banca d’Italia, Michele Vietti, Presidente Finlombarda, già vice Presidente CSM e Irene Buzzi, uno dei vincitore della sessione del Premio Rassegna Economica sull’Economia illegale e sommersa, (assieme ad Ettore D’Ascoli), che lo ha presentato al pubblico. Il Ministro dell’Interno, Marco Minniti ha brillantemente concluso il convegno. Bianca Fasano

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- Letteratura

Il segreto del calice d’argento. Libro.

Napoli. La scrittrice Bianca Fasano intervista Loredana Saetta autrice del libro “IL SEGRETO DEL CALICE D’ARGENTO” edito da CIESSE editori. Nuovo lavoro letterario per la scrittrice Loredana Saetta, già nota al pubblico per il suo precedente libro per ragazzi “Astur, la spada della sorte” edito da Ciesse editori nel 2015. Loredana Saetta è nata a Napoli. Dopo gli studi classici si è laureata in Architettura all’Università Federico II di Napoli, svolgendo la libera professione di architetto. Lavora come docente in una scuola secondaria di secondo grado. Possiamo annotare che questo secondo romanzo, Il segreto del calice d’argento, edito sempre da Ciesse, prende l’avvio dal precedente, restando in ambito medioevale, chiediamo all’autrice: cosa cambia e cosa resta invariato? R): Il doppio registro non cambia, ancora una volta la vicenda si svolge parallelamente tra l’Europa e la Terrasanta. I protagonisti subiscono un naturale processo di maturazione dovuto al passare degli anni e da giovani e inesperti ragazzi si trasformano in uomini e donne che, con coraggio e determinazione, si battono per gli ideali in cui credono. Sono sempre attenta alle ricostruzioni storiche e ad un uso misurato della componente "fantasy" che non deve prevaricare in alcun modo sulla struttura narrativa ma solo inserire quel pizzico di suspense in più. A differenza del primo romanzo, gli avvenimenti principali si concentrano in Medioriente intrecciandosi alla storia del Graal e dei suoi misteri, un oggetto che nell’immaginario collettivo è visto da sempre come leggendario. Nel 1202, Robert De Boron lo inserì nel poema “Giuseppe D’Arimatea” fondendolo con il mito celtico del calderone, da allora in avanti la leggenda del Graal è stata legata indissolubilmente al calice di Cristo, divenendo un simbolo cristiano. In realtà il mito del Graal ha radici molto più arcaiche del Cristianesimo e nasce, appunto, dalla fusione di leggende presenti in antiche culture. Una differenza sta anche nel maggior rilievo dato al personaggio di Ferrand, che, in Astur, ha riscontrato le simpatie di molti lettori. È incredibile come a volte un personaggio nasca come secondario e strada facendo si imponga fino ad assumere un ruolo principale. A volte i personaggi diventano talmente reali da condurmi laddove non avrei mai immaginato di arrivare! D): A cosa è dovuta la scelta di scrivere un romanzo storico ambientato nell’undicesimo secolo? R): È importante guardare alla storia in una prospettiva più stimolante, andando al di là della mera e asettica relazione dei fatti; una storia che sappia coinvolgere e appassionare anche attraverso l’approfondimento delle relazioni personali e degli stati d’animo dei personaggi. Per la stesura di questo romanzo mi sono basata su alcuni testi di storia di fondamentale importanza scritti da autori contemporanei. In ogni caso per me è stata l’occasione per approfondire un periodo storico che mi ha sempre affascinato, in cui storia e leggenda si fondono. D): C'è un legame particolare tra lei e qualcuno dei personaggi storici presenti nel romanzo? Per descrivere i personaggi di fantasia si è riferito a qualcuno nella vita reale? o sono solo è frutto della sua immaginazione? In questo caso come ha costruito i discorsi ed i comportamenti di qualcuno che non è mai esistito? R): Robert Curthose con le sue altalenanti vicende personali, con i suoi trionfi e le sue umane sconfitte, mi ha fornito il primo spunto. È un personaggio storico controverso che mi ha subito affascinato. Alcuni studiosi lo descrivono come un debole, incline a farsi manovrare, poco abile nella conduzione degli affari e nella politica, altri lo raffigurano ponendo in risalto la generosità, il suo valore e la nobiltà d'animo, ma quasi mai si parla della cultura, notevole per quell'epoca, e dell'intelligenza. Non è un caso che riuscì a farsi amare da una delle donne più belle e acculturate della sua epoca, Sibilla d’Altavilla, figlia del conte di Conversano. Tuttavia, i suoi difetti non riescono a sminuire il fascino di un personaggio che a buon diritto è entrato nella leggenda e che deve la sua celebrità alla conquista di Gerusalemme. Raccontando le sue epiche imprese ho inteso rendere omaggio a un cavaliere che ai nobili natali aggiunse la nobiltà degli ideali e degli intenti. Per i personaggi di fantasia naturalmente ho attinto alla mia esperienza di vita anche se non c’è un preciso riferimento a persone che conosco. Per costruire i discorsi ed i comportamenti dei diversi personaggi in genere attingo all’immaginazione che per fortuna non mi manca. Cerco sempre di calarmi nella situazione che sto descrivendo per dare alle azioni e alle parole dei miei personaggi una certa veridicità e non cadere nella banalità di certi dialoghi un po' scontati. D): Quale dei personaggi le assomiglia di più? R): In un modo o in un altro mi assomigliano un po' tutti, c’è sempre qualcosa di me in ognuno di loro. Per esempio, Marta, la maga è una donna diretta e determinata, con un gran senso pratico e un pizzico di durezza che per certi versi mi appartiene. Muriel è uno dei personaggi che preferisco per lo spirito indomito e la forza d’animo con cui affronta le avversità e, a tratti, mi riconosco. D): I suoi lettori sarebbero certamente curiosi di chiederle in che situazione ama scrivere i suoi libri, se di notte di giorno, in una stanza particolare, in un momento particolare della sua giornata, o per esempio in viaggio… R): Il luogo non è determinante, ma di solito scrivo sempre nei soliti posti per il semplice fatto che sono abitudinaria. Quindi se non è il mio tavolino nel soggiorno (lo evito d’estate perché fa troppo caldo), magari è in cucina oppure se è bel tempo sistemo il computer fuori al balcone. Unica regola: cerco sempre di mettere nella scrittura qualcosa di me, scrivo quello che vorrei leggere, cercando di soddisfare il lettore che è in me! D): Cosa possiamo attenderci adesso? Sta già lavorando a qualcosa? R): Sto scrivendo il terzo ed ultimo romanzo della serie, poi naturalmente sceglierò un tema diverso, ambientato in un differente periodo storico. Il problema principale è il tempo! Scrivere porta via tanto tempo e, solo una passione autentica può farti arrivare in fondo. Occorre grande tenacia e determinazione, ma che soddisfazione, quando si arriva all’ultima pagina di un romanzo e si appone la parola “fine”! Grazie per la disponibilità e auguri per il nuovo romanzo! Bianca Fasano

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- Letteratura

Salerno. Successo specchiato per l’ultimo Convegno organiz

Salerno, Successo “specchiato” per l’ultimo Convegno organizzato dall’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno:seminario sul tema “Intelligence, legalità, segreto, prassi” e presentazione del libro: “L’intelligence, oggi. L’attività di intelligence nell’ambito della sicurezza nazionale”, scritto dal giornalista Salvatore Pignataro. Prima del convegno la sala che fungeva da segreteria ha imposto un ritmo pressante al gentile addetto, Enzo Siano, il quale ha riempito elenchi interminabili dei nomi di quanti, interessati dall’argomento, si sono prenotati per il rilascio dei tre crediti formativi CNF (grazie ad ORDAVVSA) ai fini della formazione professionale continua: forze dell’ ordine, studenti della scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università di Salerno, avvocati. Gli argomenti erano inoltre coinvolgenti, i relatori prestigiosi per cui nel salone “Girolamo Bottiglieri”, della sede dell’Amministrazione provinciale, erano presenti circa duecento persone tra ospiti, autorità e quanti fossero variamente coinvolti ed interessati. L’introduzione (e i saluti ed i ringraziamenti) del moderatore, avvocato Pasquale D’Aiuto del Foro di Salerno (Fondatore e Segretario Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno), ha posto in luce i patrocini: Provincia di Salerno, Ordine degli Avvocati di Salerno, Ordine degli Avvocati di Avellino e Centro per gli studi criminologici giuridici e sociologici. Quindi l’avvocato ha riportato i messaggi di auguri e i complimenti giunti per la manifestazione e per la presentazione del libro “L’Intelligence oggi. L’attività di intelligence nell’ambito della sicurezza nazionale ” scritto dal giornalista Salvatore Pignataro, tra i quali quello del vice presidente nazionale di ConfImprenditori Dott. Gerardo Santoli e dell`Assessore comunale alla Cultura del comune di Avellino prof. Bruno Gambardella. Il via è stato dato dal Senatore dott. Giuseppe Esposito, già Componente Co.Pa.Si.R. – Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che ha fofferto una interessante relazione con chiarimenti sulla legge 124 del 2007, ossia quella della riforma dell’intelligence, laddove, come ha spiegato, l’Italia ha portato a compimento un forte e delicato cambiamento nel settore. Quali le spinte? Porre in campo la più forte capacità di coordinamento possibile tra le strutture di intelligence. Precedentemente alla legge 124, difatti, da una parte c’era il Sisde (servizio civile che dipendente gerarchicamente e funzionalmente dal ministero dell’Interno); dall’altra c’era il Sismi (servizio militare che dipendeva gerarchicamente e funzionalmente dal ministero della Difesa). Il luogo di coordinamento (Cesis), dipendeva invece dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Partendo dai presupposti accennati, il dottor Esposito ha spiegato gli attuali ordinamenti resisi necessari anche dal fatto che le minacce cui oggi dobbiamo sottometterci chiedono di lavorare molto sulle capacità di prevenzione e rapidità d’azione.(difatti la forma di terrorismo attuale viene definita “a prevedibilità zero”). Successivamente all’interessante intervento ha preso la parola l’autore del libro dott. Salvatore Pignataro. Non stupisce che abbia realizzato la pubblicazione, essendo giornalista, referente per la provincia di Avellino dell’Associazione nazionale Esperti in Sicurezza Pubblica e Privata e specializzato in tecniche investigative avanzate. A seguire ha relazionato lo studioso Prof. Giuseppe Acocella, Ordinario di Teoria generale del diritto presso l’Università di Napoli “Federico II”; Coordinatore dell’Osservatorio sulla Legalità presso l’Università “San Pio V” in Roma, su “Legalità globale. La crisi del diritto penale legato all’ordinamento giuridico degli stati sovrani.” Il Dott. Raffaele Battista, Capo di Gabinetto presso la Questura di Salerno, Ideatore e Presidente dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, ha posto l’accento su “La tutela del segreto di stato nel processo penale.” Problematica complessa, visto che la necessità di accertare la verità nel processo penale è di forte rilevanza in quanto il risultato ricade sulla libertà personale dell’imputato. Il dottor Battista ha illustrato l’accadimento complesso nel momento in cui questa necessità viene ad incontrare il vincolo del segreto di Stato. La domanda che ci si pone è: fino a che punto è possibile, per il giudice, spingersi verso la conoscenza di quanto deve restare riservato, poiché connesso agli interessi fondamentali dello Stato? In contrapposizione a questo quesito ha evidenziato l’altro: Fino a quanto è possibile sacrificare le esigenze di quanti sono coinvolti nel processo penale nei confronti dei bisogni di segretezza degli apparati governativi? L’argomento non poteva non coinvolgere il pubblico presente. Molto vivace per l’esposizione, decisamente professorale quella del Prof. Carmelo Rizzo, il quale, essendo Docente di Diritto Penale presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali presso l’Università degli Studi di Salerno, ha trattato la questione: “l’Agente provocatore False flag, falsus emptor, infiltrato. Correttezza e liceità dell’attività d’osservazione, controllo e contenimento dei reato.” Parlando “a braccia”, ha individuato le principali linee che si attengono al termine di “agente provocatore”, ossia cosa si intenda per questo termine (l'attività condotta da parte di colui il quale, sotto copertura, abbia la premura di condurre una persona o un gruppo a compiere una condotta criminosa.), l’uso dell’espressione anglofona di “False flag” (con la quale si intende il comportamento di coloro i quali in determinati contesti, come quello militare si prodigano in attività di spionaggio o di intelligence che si può assimilare allo scopo preminente di incoraggiare altri a commettere un reato, cercando di stimolarlo in tal senso.) esponendo quindi sul termine di infiltrato (colui il quale, al fine di scoprire la natura dell'organizzazione criminale in cui si insinua, si inserisce nella medesima e cerca di comprenderne e poi segnalarne la struttura associativa.), ma anche di falsus emptor (colui il quale cerca di concludere contratti illeciti, ad esempio relativamente a sostanze stupefacenti). Successivamente ad ogni intervento l’avvocato D’Aiuto ha espresso concetti relativi all’argomento testé trattato, sintetizzando ed evidenziandone i punti salienti, per poi presentare l’argomento ed il relatore successivo ed infine ha concluso con un suo breve intervento. Per l’interesse sempre diversificato e cogente dei convegni organizzati dall’Associazione Giorgio Ambrosoli di Salerno, le sale che li ospitano sono sempre gremite dal pubblico in attesa di ascoltare relazioni sempre interessanti fornite da professionisti di primo piano che offrono la loro presenza da uomini di cultura e dediti al sociale. Bianca Fasano.

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- Letteratura

salerno Associazione Giorgio Ambrosoli. convegno.

Salerno. Venerdì 23 marzo 2018, dalle ore 15:30, in Salerno, Via Roma, Palazzo Sant’Agostino – sede della Provincia nel Salone di rappresentanza “Girolamo Bottiglieri”, l’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, con il patrocinio della Provincia di Salerno, dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, dell’Ordine degli Avvocati di Avellino e del Centro per gli studi criminologici giuridici e sociologici, presenterà al pubblico il seminario sul tema: “Intelligence, legalità, segreto, prassi”, nel corso del quale sarà illustrato il libro, a cura di Salvatore Pignataro, “L’intelligence, oggi. L’attività di intelligence nell’ambito della sicurezza nazionale”, (testo di “elevato valore scientifico” secondo il C.S.C., Centro per gli studi criminologici, giuridici e sociologici). Moderatore della serata sarà l’Avv. Pasquale D’Aiuto ( Foro di Salerno, Fondatore e Segretario Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno ). Dopo i saluti del Dott. Pasquale Errico, Questore di Salerno, e dell’Avv. Americo Montera, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, l’argomento del convegno sarà introdotto dal Sen. Giuseppe Esposito,Vicepresidente Co.Pa.Si.R.( Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), prenderà poi la parola l’autore del testo,il dottor Salvatore Pignataro (giornalista e scrittore) Aprirà le relazioni il Prof. Giuseppe Acocella, (Ordinario di Teoria generale del diritto presso l’Università di Napoli “Federico II”; Coordinatore dell’Osservatorio sulla Legalità presso l’Università “San Pio V” in Roma) che tratterà il tema: “Legalità globale. La crisi del diritto penale legato all’ordinamento giuridico degli stati sovrani”. Seguirà l’intervento del Dott. Raffaele Battista (Capo di Gabinetto presso la Questura di Salerno, Ideatore e Presidente dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno), che parlerà di: “La tutela del segreto di Stato nel processo penale.” Facendo seguito, il Prof. Carmelo Rizzo, Docente di Diritto Penale presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università degli Studi di Salerno e il Prof. Avv. Andrea R. Castaldo, Ordinario di Diritto Penale presso l’Università degli Studi di Salerno, tratteranno il tema “Correttezza e liceità dell’attività d’osservazione, controllo e contenimento dei reati. Agente provocatore, infiltrato, false flag, falsus emptor”. Si fa presente che il Convegno varrà come attività formativa accreditata dal CNF (grazie ad ORDAVVSA) ai fini della formazione professionale continua (n. 3 crediti). La registrazione dei partecipanti avverrà all’ingresso e si prevede la firma in ingresso e in uscita. Per qualsiasi informazione: giorgioambrosolisalerno.wordpress.com; pasqualedaiuto@hotmail.com Bianca Fasano.

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- Letteratura

Bruno Pezzella. Adessità.

Napoli. Venerdì 2 marzo alle ore 18.00 per il ciclo di conferenze "Assoli", presentato il libro di Bruno Pezzella “Adessità” (Cuzzolin Editore). Presso MOOKS Mondadori - Piazza Vanvitelli 10/a. Appollaiati scomodamente o anche comodi come gatti abituati a farlo, fino a qualche tempo fa sperimentavamo il presente come William James, non sul filo di un coltello, ma su di un tetto a due spioventi da cui guardavamo il tempo in due direzioni. In letteratura abbiamo condiviso il “continuous present”, ossia “Il presente continuo” che Gertrude Stein aveva elaborato nella sua ultramodernista (al tempo, appunto), conferenza del 1926, “Composition as Explanation”. In verità di “lotte con il tempo”, con i “Quadri sociali della memoria” di Halbwachs che litigava in parte con la teoria di “una memoria pura ed una memoria-abituale” di Bergson, tra la fine dell’ottocento ed il novecento ne abbiamo conosciute molte. In Italia, nel terzo millennio, a sconvolgere un po’ di più il nostro concetto di tempo, giunge oggi Bruno Pezzella, con il suo “Adessità” (Cuzzolin Editore). L’autore, con quel suo atteggiamento all’apparenza “distratto”, i capelli bianchi un po’ lunghi, lo sguardo che tocca gli eventi e le persone con un lampo momentaneo, subito conquistato da “altro” è un evidente “filosofo del nostro tempo”, che osserva e percepisce tutto ciò che gli è intorno, apparentemente come un qualsiasi cittadino del mondo attuale, ma poi lo assimila, lo metabolizza e lo restituisce modificato, ampliato, confrontato, sviscerato e pronto per essere usato come “cibo intellettuale” per quanti, piccioni ancora incapaci di nutrirsi da soli, ne vengono nutriti. Nessuna offesa per i lettori/piccioni, in quanto occorre rimarcare che “gli uomini di pensiero”, si comportano con le cose comuni dell’esistenza come fanno gli artisti con la pittura, i quali “vedono e trasmettono” una qualsiasi cosa della natura, magicamente trasformata dall’arte, tanto da far pensare al fruitore dell’opera: -“E’ quello stesso cielo che vedo al mattino? Quello stesso mare? Quello stesso fiore?”- o un qualsiasi stimolo visivo venga a contatto con lo sguardo nel consuetudinario svolgersi della vita, modificato dall’arte. Così, il filosofo, nato geneticamente programmato, pur vivendo gli stessi spazi/tempo degli astanti, ne nota, ne annota, ne subisce, verifica, modifica la natura e “vede altro”. Non è la prima volta che il nostro autore si cimenta con la filosofia o con la letteratura nei suoi molti lavori letterari (ricordiamo, uno per tutti, IL SAPERE TRA INCERTEZZA E CORAGGIO La conoscenza mobile -Prima Edizione: Marzo 2011. CUZZOLIN S.R.L. Stampa:ANDERSEN - Borgomanero (No), oppure, in senso più ampio, vivendo di persona e costruendo per se stesso e per gli altri, “spazi di pensiero concreto”, nell’organizzare manifestazioni “che costringono” amici ( forse indifferenti a ciò), ed “élite di pensiero”, ad essere coinvolti. Intanto scrive. Si direbbe silenziosamente, quasi di nascosto, finché sorprende tutti con una nuova pubblicazione, neanche breve e concisa, invece di circa quattrocento pagine zeppe di pensiero e di logica. Quanti hanno il piacere di essere invitati (e presenti), alle presentazioni dei suoi lavori letterari si ritrovano a parlare di letteratura, di cultura, di vita, indotti felicemente a ritrovare spazi/tempo dimenticati (quasi), nei salotti. Non perché il parlare, lo straparlare, il blaterare, il concettualizzare l’ennesima incredibile verità, nel mondo di oggi sia cosa finita. Anzi! Di “salotti” televisivi, laddove donne sempre giovani, sedute sugli scalini con l’aria da adolescente accolgono giovani parlanti, oppure salotti dove il “padrone di casa” freudianamente si stropiccia le mani felice di fare sì che i suoi “ospiti” fingano di litigare tra di loro, uniti dallo stesso destino della ricerca del potere, o di finte piazze con tavolini e “vite in diretta” di tanti tipi, ve ne sono ad iosa. Ma “il pensiero dov’è?”. Si direbbe al macero. Vien fatto di pensare, però, che da quel macero di pensiero vi sia chi riesce a cogliere significati reconditi e trasformare la realtà, come l’artista pittore, restituendo poi una filosofia dell’attuale, di quello che Bruno Pezzella vede come “Il tempo della provvisorietà e del transito”, oggi edito da Cuzzolin, editore intelligente, presente alle presentazioni (perdonate il gioco di parole) e capace di dialogare con gli astanti in modo attivo, come ci si aspetterebbe da un editore e come non sempre avviene. Bruno Pezzella non guarda alla fine dell’800, invece, con un lavoro flessibile, leggibile e colloquiale, (l’interlocutore muto di Derrida diviene parlante), si rivolge alla teoria dell’Immediatism (immediatismo) “detta anche dell’adessità (qualcuno la chiama il “Grande Adesso”) del guru cibernetico americano Hakim Bey e di David Gelernter, professore a Yale che lì insegna la scienza dei Computer. “ Con un orecchio e lo sguardo all’apparenza distrattamente coinvolto dall’oggi che scorre sui canali radiotelevisivi e negli scritti dei giornali on line, riflette (ed offre al lettore le sue riflessioni), sulla “adessità”, divenuta, a pensiero di alcuni pensatori, “l’unica dimensione che ci è rimasta del tempo”. Non vi sarebbe dunque che “la necessità di vivere sempre in tempo reale, scansando ogni possibile approfondimento e riflessione, rifiutando lo stallo e l’impasse.” Ma è davvero così? Non lo si può più credere visto che da questo “carpe diem in versione terzo millennio”, che ci invischia, o almeno tenta di farlo, globalizzando il pensiero in una serie ininterrotta di “nulla”, influenzando e modificando (vedi face book), il senso di molte parole, tra cui “amore, amicizia, libertà, intelligenza, bellezza, etica, paura, estasi”, Bruno Pezzella ha tratto un lavoro di 400 pagine destinate a mostrare il contrario, ossia dimostrando che chi vuole pensare, può farlo, anche nell’adessità. Bianca Fasano. Note: letture Angelo Trifari, Coordinamento Antonio Filippetti, Interventi: Ernesto Paolozzi, Maurizio Cuzzolin, fotografie Giuseppe Moggia.

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- Società

Lettera aperta ad un ladro.

Prima di tutto mi viene da dire: -“Che Dio abbia pietà della tua anima”. E certamente l’avrà, perché Lui è tanto buono e tu tanto sfortunato. Sfortunato in quanto, se non ti manca il denaro, certamente ti manca il senso dell’onore e quello della carità. Ladro, un termine che sembra avere una connotazione tanto chiara, eppure già se ci rifacciamo all’Italiano sembra divenire “scivoloso”: -“Chi ruba occasionalmente o abitualmente: di bestiame; banda di l.; frequente in similitudini, con generico senso negativo o spregiativo: vergognarsi come un ladro; ladro di polli (che ruba cose da poco). Ma è usato anche con riferimento a chi richiede un prezzo eccessivo, oppure colui che ruba, perché disonesto come un bottegaio . Ricordo un caso che mi colpì: - “Il tribunale ha condannato all'amputazione delle dita di un ladro e l’horror è stato eseguito in una piazza pubblica nella città meridionale iraniana di Shiraz Giovedì, Jan. 24, 2013. Il 29 ultimo scorso l’uomo era stato condannato per avere fatto parte dei dieci membri della banda che ha effettuato furti in città e con l'accusa di avere "relazioni illecite", secondo l'agenzia di stampa Mehr é stato condannato a l'amputazione di tre dita, la confisca dei suoi beni e di tre anni di carcere. “- Nel sistema giuridico iraniano, sulla base della Sharia, è prevista l'amputazione degli arti per furto. Parlo di ladri in quanto oggi “con destrezza” e a colpa della mia stupidità, nella folla di un mercatino, dove la gente non va certamente da ricca (anzi: annoto quante persone, ma davvero tante, si recano ai mercatini “delle pulci” per acquistare stoviglie usate, beni davvero di prima necessità come panni e biancheria usata, abiti da bambino, culle usate e tanto altro), in un momento di distrazione (ladro velocissimo), mi hanno rubato il cellulare che portavo incautamente in tasca. Ecco: qui non si tratta del furticello in sé (forse credeva fosse un portafoglio zeppo di denaro), ma del furto di dati personali, ossia foto trasmesse in famiglia, quindi furto di memorie, di momenti, magari anche non ripetibili. Bene: mi riesce un poco difficile perdonargli: il cellulare era vecchiotto (pensavo di cambiarlo), ma era mio, pieno di reminiscenze e, una volta bloccata la scheda, cosa è rimasto al ladro se non quelle? Mie. Caro ladro, dunque: valeva davvero la pena o ti è rimasto l’amaro in bocca? Sono convinta che in ogni caso ai ladri resti davvero e solo quello. Tuttavia occorre rimarcare che “ladro”, non vuole dire soltanto “furto”. Se ci riferiamo ai numerosissimi furti nelle ville, laddove, con estrema ferocia, si uccide, si maltratta, si violenta. Ai furti nelle gioiellerie, nei tabaccai, laddove “il padrone di casa” spesso ci lascia la vita. Con il risvolto inquietante di molti casi in cui è toccato al ladro fare una brutta fine, in quanto il malcapitato “padrone di casa” si è difeso sparando, ferendo, uccidendo. Di questi casi si discute un po’ ovunque (carta stampata, giornalismo video, giornalismo on-line, radio). Chissà che la legislazione attuale non sia in qualche modo costretta a modificarsi (per mano di legislatore, ovviamente), per farsi carico di un risvolto drammatico quanto inquietante rispetto al principio della difesa personale. Intanto non occorre dimenticare i “gradi ladri”, i tanti che appartengono (o sono appartenuti), ad Istituzioni pubbliche della cui coscienza non siamo certi, tanto di più che, parafrasando un noto politico del passato potremmo dire: - “La coscienza rimorde a chi la possiede”.- Dobbiamo alla svolta analitica di Edward Sutherland (studioso statunitense), verso gli anni ’30 la definizione di “White collar crime”, che nel tempo si è organizzato come un polpo, raggiungendo livelli sistemici, causando al tempo la “grande depressione”, il crollo borsistico di New York del ’29, laddove, appunto tra il ’28 e il ‘29, la finanza statunitense, a causa di una follia speculativa che non aveva avuto l’uguale in precedenza e con l’ausilio dei mezzi d’informazione compiacenti e di voci credibili delle istituzioni federali “illuse” la gente comune come me (come noi), che finì a “carte quarantotto”, in un’orgia di suicidi e fallimenti. Cosa che possiamo tranquillamente annotare anche nei giorni nostri, nella nostra Italia. Mentre il “mio ladruncolo” siamo in grado ritenere abbia agito in stato di bisogno (fosse anche per uno spinello, se non di un panino), per questi “grandi ladri” non possiamo pensare che soffrano di handicap sociali e quindi non è per un impellente deficit economico che rubano. A chi rubano? Nelle tasche di chi?. Sempre in quelle della povera gente simile a me (simile a noi?). Gente che si affida ad una banca, com’è capitato per la Banca Etruria, laddove trentacinquemila toscani hanno perso tutto. Si evince che la “perdita media” sia stata dai quindicimila ai ventimila euro. A giugno del 2016, nel Vicentino, a causa di un dissesto finanziario della Banca popolare di Vicenza, hanno perso molto, se non tutto, gli azionisti. Un crollo finanziario di cifre da brivido che fatichiamo a realizzare materialmente: undici miliardi di euro. Come sempre a perdere tutto se non di più (si può perdere la vita), sono stati “i poveri”. Ladri: d’identità, di rispettabilità, d’intimità, di salute, di esistenza, d’innocenza di bambini, di fiducia. Sempre ladri. Non certo come quelle persone (spesso anziane e con pensioni da fame), che rubano le scatolette di carne o tonno nei supermercati. Qualcosa mi dice che, sapendo come anche in Paradiso vi siano delle gerarchie, il nostro Buon Dio le applichi a chi merita, senza sconti, nell’aldilà. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Il mondo della logopedia è in lutto.

Il mondo della logopedia è in lutto perché il 23 gennaio 2018 è venuta a mancare la dottoressa Adriana De Filippis. Autrice del famoso "Manuale di logopedia", è stata una delle principali fautrici del cosiddetto metodo di "oralismo puro" e logopedista storica dei bambini sordi. Professore Universitario a contratto del Corso di Laurea in Logopedia presso l’Università Statale di Milano. Autrice di numerosi volumi, manuali e pubblicazioni. Presso le Edizioni Erickson ha pubblicato "Nuovo manuale di logopedia". Desideriamo con questo scritto vivificare il suo ricordo, che passa, oltre ai suoi moltissimi pazienti, anche attraverso i suoi allievi, tra cui le logopediste Elvira Liguori (Salerno) e Isabella D'Aiuto (Salerno), e quanti conducono avanti il metodo oralista cognitivo applicato alla sordità. Ci racconta La logopedista campana Isabella D’Aiuto:- “Debbo ringraziare l’esperienza vissuta con la collega Prof.ssa Elvira Liguori per il corso cominciato presso di lei nel 1998. L’anno successivo ho potuto conoscere la Prof.ssa Adriana De Filippis presso il Centro CTLA (Centro terapia logopedia ed audiometria) di Milano, dove operava assieme ai figli. La ricordo come una figura di donna molto bella, forte, determinata e preparata, che ha lottato per condurre avanti il suo centro ed il suo metodo. Di lei si raccontava un aneddoto: Tu sasso, parlerai...”, pare dicesse. Era quindi fortemente contraria a quanti volessero lasciare ai bambini, anche sordi profondi, la necessità di esprimersi soltanto coi segni. Anche io la penso così.” Infatti, per colei che veniva chiamata affettuosamente”la dottoressa Defi" era un imperativo categorico condurre al più presto i suoi allievi verso la possibilità di sentire, attraverso l’impianto cocleare e i passi precedenti e successivi a questo. Nulla di strano nel vedere l'artefice di questa terapia innovativa, nel corso delle sue lezioni, fare le boccacce allo specchio, soffiarsi sulla mano, stringersi le guance con due dita a gli angoli della bocca, seguita da un allievo che, sedutole accanto, si provava ad imitarla. Alle sue parole gli allievi tentavano di imitarla ugualmente. La Defi, ossia la professoressa Adriana De Filippis, vissuta circa 90 anni, più di mezzo secolo l’ha vissuto, difatti, aiutando bambini sordi, afasici, tetra paretici e con deficit cognitivi. Possiamo ricordare con lei che di bambini sordi ne ha fatti parlare «5mila, dal 1958 al 1994, poi sono andata in pensione e non ho più tenuto il conto». In questo senso precisa la logopedista D’Aiuto: -“Quando si dice parlare, si intende con la voce, come tutti, non comunicare attraverso la lingua dei segni. E parlare bene, anche contrastando la buona pace di genitori che facilmente si accontentano di comprendere i loro figli. Parlare chiaramente. Il meglio che si può.”- Il metodo di cui parliamo è quello elaborato da Adriana De Filippis, che porta il suo nome, nato in Italia grazie a lei che ha consacrato la sua vita alla riabilitazione dei sordi e, in seguito, ha esteso le tecniche del metodo anche per la rieducazione di tutti i bambini con disturbi del linguaggio in produzione e/o comprensione. Che fossero bambini con disprassia, con patologie genetiche, cerebro lesioni infantili o con disturbi pervasivi dello sviluppo, disturbi specifici dell’apprendimento o altro. Dice in merito la D’Aiuto: “Con la logopedista Elvira Luguori ho appreso che questo metodo, che prevede l’oralismo, non deve significare soltanto produrre parole ma anche comunicare, pensare, ragionare, apprendere ogni concetto, fissarlo attraverso un imprinting cerebrale incancellabile, rivestirlo di parola ed inserirlo nel proprio universo cognitivo.”- “Educare alla parola” è difatti uno dei lavori caratteristici del logopedista; e in terapia logopedica, comprende: 1) sviluppo della capacità percettiva; 2) educazione all’ascolto; 3) maturazione della comprensione; 4) motivazione alla produzione verbale; 5) espressione; 6) capacità di interazione comunicando consapevolmente con l’ambiente circostante; 7) pragmatica. Difatti la terapia logopedica oralista cognitiva del soggetto sordo, protesizzato o impiantato, si fonda sui principi della neurofunzionalità e della neuroplasticità (De Filippis et al., 2004). In merito si apprende che per acquisire una capacità funzionale, la zona preformata della corteccia cerebrale deve ricevere adeguate stimolazioni durante il periodo di normale maturazione. La privazione della stimolazione acustica, insorta in epoca preo peri-verbale, ad esempio, provoca un’atrofia dei nuclei uditivi centrali con conseguente involuzione morfologica delle aree uditive (Rubel et al., 1984; Clopton, 1986). Ciò ha difatti un ascendente sull’organizzazione del sistema nervoso centrale, per cui compromette lo sviluppo delle abilità linguistico-comunicative. In tal senso la logopedista D’aiuto precisa:- “L’evento alla radice delle difficoltà è la morte ( o l’atrofia),delle cellule ciliate, cioè quelle cellule sensoriali che sono situate nell’orecchio interno e captano le onde sonore trasformando lo stimolo in un impulso nervoso diretto al cervello. Queste cellule nell’essere umano, anche se non nato sordo, non si rigenerano, perciò se il loro numero diminuisce nel tempo, cala anche la nostra capacità di percepire i suoni.”- Sembra che qualche speranza in tal senso giunga da un team di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital (Bwh), Harvard e Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston. Gli scienziati, infatti, sono riusciti a far ricrescere cellule sensoriali dell’orecchio interno grazie a uno speciale cocktail di molecole. La ricerca è stata pubblicata dalla rivista Cell Reports e preannuncia sviluppi terapeutici nel breve periodo. Tornando alla protesizzazione, chiaramente ci si augura che avvengano corrette e precoci diagnosi e un altrettanto anticipata presa in carico logopedica, proporzionata al quadro clinico del bambino, in quanto il trattamento diventa maggiormente efficace se l’approccio è di tipo ecosistemico e se, nel percorso riabilitativo, sono implicati familiari e insegnanti. Conclude la D’Aiuto; - “A parte il chirurgo, occorre tenere conto del tecnico di audiometria, che crea il mappaggio dei suoni in questo che possiamo definire come un “orecchio bionico”, senza dimenticare il lavoro dei logopedisti, che è praticamente quotidiano ed infiltrato anche nell’ambito familiare e scolastico. Tanto per condurre i pazienti, specie i sordi profondi, a comunicare.”- Il metodo chiamato "oralista cognitivo De Filippis"è strutturato con una doppia utilità, ossia per il bambino più grande e l’adulto e per il bambino più piccolo che deve apprendere giocando. “Salutiamo” la dottoressa Adriana De Filippis come se lasciasse di sé il ricordo di una “nuova Montessori” e la sua presenza sia a Milano, nel suo centro che altrove sperando che si faccia proprio per ogni dove ciò che ha sostenuto nella sua vita: «il mio obiettivo è portare questi ragazzi il più vicino possibile alla normalità». Ossia, che godano della musica e dei suoni e si esprimano con la parola. Bianca Fasano

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- Libri

Napoli. Storia di un uomo solo, presentazione

Napoli. L’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno e l’Accademia dei Parmenidei, hanno presentato il libro “La storia di un uomo solo”, di Donato D’Aiuto – Graus Editore, in Piazza Vanvitelli 10/A, presso la libreria Mooks, il 14 novembre 2017 alle ore 18:00. Intervista con l’autore. Ci permette di porle qualche domanda per chiarire il sottofondo psicologico del suo lavoro? R:- “Certamente, siamo qui proprio per questo”. D):- “ come mai un giovane uomo pieno di vita e di passioni come lei, ha sentito la necessità di creare questo personaggio così infelice?”- R:- “Non saprei spiegarle il “perché”, so solo che mi è capitato improvvisamente di avere in mente questo personaggio, questa storia. Ho dovuto soltanto trasferirla dalla mente alla carta, senza troppa fatica, perché già sapevo tutto. Era come se stessi raccontando un libro già letto, un film già visto”. D:- “Ha conosciuto davvero questo giovane uomo che brucia la sua vita nell’alcool e nel rimpianto? Si è ispirato a qualcuno che conosce?”- R:- “No, non conosco nessuno che faccia o abbia fatto abuso di alcool o di sostanze stupefacenti in “periodi bui” della propria esistenza come capita di fare al mio personaggio. Ma, purtroppo, noi tutti sappiamo di quanto sia diffusa, soprattutto tra i giovani e i giovanissimi, la tendenza a credere che alcool e droghe siano gli antidoti contro la noia e la depressione”. D:- “Ci espone le impressioni che ha avuto nelle presentazioni del libro nei mesi passati?”- R: Pubblicare un libro era uno dei miei sogni. Esserci riuscito è stata una gioia ma subito dopo viene da chiederti “Piacerà?”. Devo dire che sono molto soddisfatto della risposta delle persone che hanno partecipato alle varie presentazioni e che hanno letto il mio libro. Ed è sempre piacevole ascoltare le impressioni e le sensazioni che i lettori hanno avuto a leggere le mie parole”. D:-“Ha presentato il suo libro in emittenti radiofoniche?”- R:- “Sì. Ho presentato il mio libro anche a “Radio Radio”, una emittente radiofonica di Roma. Anche quella è stata una gran bella esperienza. Avevo già avuto modo di “frequentare” la radio, ma esserci per parlare di qualcosa di mio è stata una emozione particolare”. D:- “ Lei si sente più cilentano o più cittadino del mondo?”- R:- “io credo che al giorno d’oggi dove ognuno ha libero accesso ad ogni parte del mondo semplicemente prendendo in mano il proprio smartphone siamo un po’ tutti cittadini del mondo. C’è poi chi è più interessato davvero a far parte del “Mondo” e chi invece si accontenta del piccolo posto in cui vive. Io sono molto legato alla mia terra di origine ed è per questo che dopo aver studiato fuori ho deciso di tornarci, riportando nel mio territorio le esperienze fatte altrove. È quello che dovrebbero fare molti ragazzi, per contribuire alla crescita della propria terra e devo dire che ultimamente sta succedendo sempre con più frequenza e questo mi fa molto piacere”. D:- “C’è un altro luogo in cui vorrebbe vivere oltre il Cilento?”- R:- “attualmente vivo e lavoro a Salerno e la trovo una città stupenda. Ma se dovessi andare via allora tornerei a Firenze, città dove ho studiato e mi sono laureato”. D:- “Lei si è spostato per gli studi a Firenze. In qualche modo l’arte l’ha contaminato? Cosa porta con sé di quel territorio?”- R:- “Tutti dicono che Roma è la città eterna. E questo non si discute. Ma Firenze è Firenze. L’arte è in ogni centimetro quadrato. Soprattutto perché puoi vedere, ad esempio, passeggiando tra il Duomo, Santa Croce e Ponte Vecchio quanta attenzione sia data ancora oggi al “Bello”. Non solo nell’architettura, ma anche nel vestiario. Firenze è una città che ama la Bellezza e la Bellezza ricambia l’amore nei suoi confronti”. D:-“ Premesso che noi tutti siamo come i personaggi pirandelliani, ossia “Uno nessuno e centomila”. Dovendosi presentare, come si presenterebbe: avvocato, scrittore, o che altro?”- R:- “Nella vita non bisogna mai accontentarsi di essere una cosa sola. Ogni esperienza ti aiuta a crescere e a diventare sempre migliore e più completo. Scrivere mi è sempre piaciuto. Ho iniziato scrivendo di sport su diversi quotidiani online. Poi ho capito che potevo conciliare tutto ciò che avevo intenzione di fare. Quindi non mi presenterei come una sola di quelle cose. Io sono Donato e sono come un contenitore che contiene tutte queste cose. Per ora sono quelle, magari in futuro ce ne saranno anche altre”. D:- “Come avvocato è figlio d’arte, sia da parte di padre che di madre, ma da dove nasce la vena di scrittore?”- R:- “Le due cose credo possano essere collegate. Anche per fare l’avvocato ci vuole fantasia e ricerca. Non mi sento ancora uno scrittore, sarebbe presuntuoso da parte mia. Ma spero di poter proseguire questa strada nel futuro”. D:- “Lei è Cilentano e il Cilento è Parco Nazionale. Come descriverebbe il suo rapporto con la natura? In che modo la conosce e la esplora?”- R:- “Il Cilento è un territorio stupendo che neanche io conosco al 100%. A me quando vivevo a Firenze mancava il mare. Quando posso, mi piace godermi i meravigliosi tramonti sul mare. Anche la copertina del mio libro in realtà nasce da questo. Nasce proprio da una foto fatta in spiaggia, in quell’occasione era all’alba, ad Ascea con un amico. Da quella foto è nata l’idea della copertina. Chi può essere più solo di un uomo che cammina sulla spiaggia, da solo, all’alba?”. D: “Lei è uomo di cultura: In che modo ama partecipare alla società culturale? Ci dia almeno un esempio.”- R:- “Io sono molto affascinato dalle cose che non so fare. Per questo amo la pittura. È un mondo pazzesco. È facile comunicare uno stato d’animo scrivendo, farlo dipingendo è molto più complicato. Come la pittura, anche la fotografia mi tocca parecchio. Per fare due esempi posso dire di essere rimasto molto colpito dalla mostra di Edward Hopper al Vittoriano a Roma e dalla mostra fotografica di Steve McCurry al Pan a Napoli”. D:- “Si definirebbe un temperamento estroverso, pronto a cogliere la positività della vita, o riconosce in sé qualche ombra?”- R:- “Tutti hanno delle ombre. Ognuno di noi ha i suoi momenti di riflessione, in cui mette in dubbio ciò che fa, ciò che è. Mi piace pensare, visto che lo faccio anche io, che sia segno di intelligenza. Poi magari mi sbaglio”. D:- “Essendo così differente dal suo personaggio, in che modo pensa che questo “alter ego” le assomigli? Ma: le assomiglia in qualcosa?”- R:- “il personaggio del mio libro ha sicuramente subito esperienze che fortunatamente io non ho dovuto subire. Ma siamo simili sulla voglia, di tanto in tanto, di estraniarci un po’ dal mondo che ci circonda per rimanere un po’ da soli con noi stessi. È in quei momenti che riusciamo a capire quale possa essere la cosa migliore da fare o ad avere “l’idea migliore”. D:- “In che modo e per quali motivi ha voluto creare un personaggio così dissimile?”- R:- “io non l’ho voluto creare. Il personaggio del mio libro si è creato da solo. Non mi ero preparato a scrivere la storia di un uomo così. È venuta fuori da sola. Quando mi è venuta in mente la storia era già completa. Sapevo da dove iniziare, quale strada percorrere e dove andare a finire. L’ho dovuta soltanto trasferire dalla mente alla carta”. D:- “Per lei è davvero un personaggio che la fortuna ha abbandonato, o ritiene che lui non abbia più consentito alla fortuna di offrirgli altre opportunità? Insomma: Lo incolpa di qualcosa? Se sì, di cosa lo incolpa?”- R:- “Il personaggio del mio libro fa l’errore che molti fanno: pensare che non si possa risalire. Lui era già caduto ed aveva provato a rialzarsi. Poi è ricaduto, ancora più in basso. Non per questo vuol dire che non si debba avere la forza di uscire di nuovo dalle sabbie mobili. Quando tutto va male è facile starsene in un angolino e piangersi addosso pensando che le cose non miglioreranno. Stando in quell’angolino è ovvio che non miglioreranno. Bisogna avere sempre la forza di alzarsi, lasciare quell’angolino e riuscire a vedere il sole anche quando ci sono le nuvole. Perché dietro le nuvole c’è sempre il sole. Un’alternativa c’è sempre. Basta saperla cercare”. D:- “Secondo lei che lo ha creato, quali sono i difetti che conducono questo giovane, tuttavia pieno di possibilità, a non avere la costanza di attendere che la vita gliele offra?”- R:- “Il problema sta proprio lì, nel non avere la pazienza di aspettare. Non si può avere sempre tutto e subito. Il mio personaggio aveva avuto tutto e subito in un primo momento: la fama, l’amore. Poi cade. E forse inizia a pensare che le cose vadano sempre così, senza bisogno di lottare per conquistarle. È quello che fanno molti giovani, pensando che tutto sia a loro dovuto, senza la necessità di fare il minimo sforzo per ottenerlo”. D:- “Ha mai vissuto in prima persona un periodo sfortunato? Si è sentito tradito da qualcuno?”- R:- “Periodo sfortunato non direi, ossa rotte a parte. Ho passato però periodi di incertezza, di dubbi, di preoccupazioni. Stati d’animo derivanti sia dalla posizione post-laurea in cui chiunque inizia farsi delle domanda, ma anche dal punto di vista personale. Io sono una persona che nei rapporti personali dà tutto. Mi apro completamente e mi fido ciecamente. Fino a quando poi non accade qualcosa che mi porta a ritrarmi. Purtroppo è capitato diverse volte. Dovrebbe servire di lezione per il futuro. Ma io me ne frego. È così bello fidarsi delle persone senza pensare che ad ogni angolo della strada possa esserci qualcuno pronto a deluderci o a tradirci. Come si può vivere nel costante pensiero di essere tradito da qualcuno?”. D:- “Quali sono le doti nascoste del suo personaggio, che lei ritiene di possedere?”- R:- “Spero di saper scrivere come lui e di poter essere apprezzato per quello che faccio come accade a lui. Mi piace il fatto che il mio personaggio, così come faccio anche io, si ritagli del tempo da passare soltanto con se stesso”. D:- “Il suo antieroe, dice a se stesso: “Dio ci crea, ma siamo noi gli artefici del nostro destino.”- Perché, secondo lei, non è poi capace di modificarlo a suo vantaggio?”- R:- “Ognuno di noi è artefice del proprio destino. O meglio, di che pieghe possa prendere. Credo che gli incontri, come capita al mio personaggio e come è capitato anche a me, con delle persone particolari fanno parte di un disegno più ampio che noi non possiamo comprendere. Ma poi sta a noi recepire questi segnali e capire come possano essere vantaggiosi per noi. Praticamente, noi riceviamo solo l’input, poi diventiamo noi i veri e propri protagonisti della nostra vita”. D: -“ Le riporto una frase del suo libro laddove definisce un lato importante di Alex: “Aveva un solo desiderio: sapere quante persone avrebbero sofferto se lui fosse morto.”- Quanto conta nella vita del suo personaggio questa affermazione?”- R:- “Conta più di ogni altra cosa. Una volta ho sentito dire “noi nasciamo soli e moriamo soli”. Penso sia il più brutto riassunto della vita di ognuno. Sapere di essere passati su questa terra senza lasciare alcun segno, tangibile o meno, di questo passaggio è il tormento che ha il mio personaggio. Tutti, me compreso, passiamo dei momenti in cui cin interroghiamo sulle persone che ci circondano. La cosa più importante è avere quanto più vicino possibile le nostre fonti di felicità, allontanando chi, invece, si dimostra solamente un peso per il nostro benessere. Tutto si riduce e deve essere ridotto a questo. La vita è troppo breve per non essere felici o, perlomeno, per cercare in tutti i modi di esserlo”. Ringraziamo l’avvocato Donato D’Aiuto per aver risposto alle nostre domande. Bianca Fasano

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- Libri

Napoli. Storia di un uomo solo, presentazione

Napoli. L’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno e l’Accademia dei Parmenidei, hanno presentato il libro “La storia di un uomo solo”, di Donato D’Aiuto – Graus Editore, in Piazza Vanvitelli 10/A, presso la libreria Mooks, il 14 novembre 2017 alle ore 18:00. Intervista con l’autore. Ci permette di porle qualche domanda per chiarire il sottofondo psicologico del suo lavoro? R:- “Certamente, siamo qui proprio per questo”. D):- “ come mai un giovane uomo pieno di vita e di passioni come lei, ha sentito la necessità di creare questo personaggio così infelice?”- R:- “Non saprei spiegarle il “perché”, so solo che mi è capitato improvvisamente di avere in mente questo personaggio, questa storia. Ho dovuto soltanto trasferirla dalla mente alla carta, senza troppa fatica, perché già sapevo tutto. Era come se stessi raccontando un libro già letto, un film già visto”. D:- “Ha conosciuto davvero questo giovane uomo che brucia la sua vita nell’alcool e nel rimpianto? Si è ispirato a qualcuno che conosce?”- R:- “No, non conosco nessuno che faccia o abbia fatto abuso di alcool o di sostanze stupefacenti in “periodi bui” della propria esistenza come capita di fare al mio personaggio. Ma, purtroppo, noi tutti sappiamo di quanto sia diffusa, soprattutto tra i giovani e i giovanissimi, la tendenza a credere che alcool e droghe siano gli antidoti contro la noia e la depressione”. D:- “Ci espone le impressioni che ha avuto nelle presentazioni del libro nei mesi passati?”- R: Pubblicare un libro era uno dei miei sogni. Esserci riuscito è stata una gioia ma subito dopo viene da chiederti “Piacerà?”. Devo dire che sono molto soddisfatto della risposta delle persone che hanno partecipato alle varie presentazioni e che hanno letto il mio libro. Ed è sempre piacevole ascoltare le impressioni e le sensazioni che i lettori hanno avuto a leggere le mie parole”. D:-“Ha presentato il suo libro in emittenti radiofoniche?”- R:- “Sì. Ho presentato il mio libro anche a “Radio Radio”, una emittente radiofonica di Roma. Anche quella è stata una gran bella esperienza. Avevo già avuto modo di “frequentare” la radio, ma esserci per parlare di qualcosa di mio è stata una emozione particolare”. D:- “ Lei si sente più cilentano o più cittadino del mondo?”- R:- “io credo che al giorno d’oggi dove ognuno ha libero accesso ad ogni parte del mondo semplicemente prendendo in mano il proprio smartphone siamo un po’ tutti cittadini del mondo. C’è poi chi è più interessato davvero a far parte del “Mondo” e chi invece si accontenta del piccolo posto in cui vive. Io sono molto legato alla mia terra di origine ed è per questo che dopo aver studiato fuori ho deciso di tornarci, riportando nel mio territorio le esperienze fatte altrove. È quello che dovrebbero fare molti ragazzi, per contribuire alla crescita della propria terra e devo dire che ultimamente sta succedendo sempre con più frequenza e questo mi fa molto piacere”. D:- “C’è un altro luogo in cui vorrebbe vivere oltre il Cilento?”- R:- “attualmente vivo e lavoro a Salerno e la trovo una città stupenda. Ma se dovessi andare via allora tornerei a Firenze, città dove ho studiato e mi sono laureato”. D:- “Lei si è spostato per gli studi a Firenze. In qualche modo l’arte l’ha contaminato? Cosa porta con sé di quel territorio?”- R:- “Tutti dicono che Roma è la città eterna. E questo non si discute. Ma Firenze è Firenze. L’arte è in ogni centimetro quadrato. Soprattutto perché puoi vedere, ad esempio, passeggiando tra il Duomo, Santa Croce e Ponte Vecchio quanta attenzione sia data ancora oggi al “Bello”. Non solo nell’architettura, ma anche nel vestiario. Firenze è una città che ama la Bellezza e la Bellezza ricambia l’amore nei suoi confronti”. D:-“ Premesso che noi tutti siamo come i personaggi pirandelliani, ossia “Uno nessuno e centomila”. Dovendosi presentare, come si presenterebbe: avvocato, scrittore, o che altro?”- R:- “Nella vita non bisogna mai accontentarsi di essere una cosa sola. Ogni esperienza ti aiuta a crescere e a diventare sempre migliore e più completo. Scrivere mi è sempre piaciuto. Ho iniziato scrivendo di sport su diversi quotidiani online. Poi ho capito che potevo conciliare tutto ciò che avevo intenzione di fare. Quindi non mi presenterei come una sola di quelle cose. Io sono Donato e sono come un contenitore che contiene tutte queste cose. Per ora sono quelle, magari in futuro ce ne saranno anche altre”. D:- “Come avvocato è figlio d’arte, sia da parte di padre che di madre, ma da dove nasce la vena di scrittore?”- R:- “Le due cose credo possano essere collegate. Anche per fare l’avvocato ci vuole fantasia e ricerca. Non mi sento ancora uno scrittore, sarebbe presuntuoso da parte mia. Ma spero di poter proseguire questa strada nel futuro”. D:- “Lei è Cilentano e il Cilento è Parco Nazionale. Come descriverebbe il suo rapporto con la natura? In che modo la conosce e la esplora?”- R:- “Il Cilento è un territorio stupendo che neanche io conosco al 100%. A me quando vivevo a Firenze mancava il mare. Quando posso, mi piace godermi i meravigliosi tramonti sul mare. Anche la copertina del mio libro in realtà nasce da questo. Nasce proprio da una foto fatta in spiaggia, in quell’occasione era all’alba, ad Ascea con un amico. Da quella foto è nata l’idea della copertina. Chi può essere più solo di un uomo che cammina sulla spiaggia, da solo, all’alba?”. D: “Lei è uomo di cultura: In che modo ama partecipare alla società culturale? Ci dia almeno un esempio.”- R:- “Io sono molto affascinato dalle cose che non so fare. Per questo amo la pittura. È un mondo pazzesco. È facile comunicare uno stato d’animo scrivendo, farlo dipingendo è molto più complicato. Come la pittura, anche la fotografia mi tocca parecchio. Per fare due esempi posso dire di essere rimasto molto colpito dalla mostra di Edward Hopper al Vittoriano a Roma e dalla mostra fotografica di Steve McCurry al Pan a Napoli”. D:- “Si definirebbe un temperamento estroverso, pronto a cogliere la positività della vita, o riconosce in sé qualche ombra?”- R:- “Tutti hanno delle ombre. Ognuno di noi ha i suoi momenti di riflessione, in cui mette in dubbio ciò che fa, ciò che è. Mi piace pensare, visto che lo faccio anche io, che sia segno di intelligenza. Poi magari mi sbaglio”. D:- “Essendo così differente dal suo personaggio, in che modo pensa che questo “alter ego” le assomigli? Ma: le assomiglia in qualcosa?”- R:- “il personaggio del mio libro ha sicuramente subito esperienze che fortunatamente io non ho dovuto subire. Ma siamo simili sulla voglia, di tanto in tanto, di estraniarci un po’ dal mondo che ci circonda per rimanere un po’ da soli con noi stessi. È in quei momenti che riusciamo a capire quale possa essere la cosa migliore da fare o ad avere “l’idea migliore”. D:- “In che modo e per quali motivi ha voluto creare un personaggio così dissimile?”- R:- “io non l’ho voluto creare. Il personaggio del mio libro si è creato da solo. Non mi ero preparato a scrivere la storia di un uomo così. È venuta fuori da sola. Quando mi è venuta in mente la storia era già completa. Sapevo da dove iniziare, quale strada percorrere e dove andare a finire. L’ho dovuta soltanto trasferire dalla mente alla carta”. D:- “Per lei è davvero un personaggio che la fortuna ha abbandonato, o ritiene che lui non abbia più consentito alla fortuna di offrirgli altre opportunità? Insomma: Lo incolpa di qualcosa? Se sì, di cosa lo incolpa?”- R:- “Il personaggio del mio libro fa l’errore che molti fanno: pensare che non si possa risalire. Lui era già caduto ed aveva provato a rialzarsi. Poi è ricaduto, ancora più in basso. Non per questo vuol dire che non si debba avere la forza di uscire di nuovo dalle sabbie mobili. Quando tutto va male è facile starsene in un angolino e piangersi addosso pensando che le cose non miglioreranno. Stando in quell’angolino è ovvio che non miglioreranno. Bisogna avere sempre la forza di alzarsi, lasciare quell’angolino e riuscire a vedere il sole anche quando ci sono le nuvole. Perché dietro le nuvole c’è sempre il sole. Un’alternativa c’è sempre. Basta saperla cercare”. D:- “Secondo lei che lo ha creato, quali sono i difetti che conducono questo giovane, tuttavia pieno di possibilità, a non avere la costanza di attendere che la vita gliele offra?”- R:- “Il problema sta proprio lì, nel non avere la pazienza di aspettare. Non si può avere sempre tutto e subito. Il mio personaggio aveva avuto tutto e subito in un primo momento: la fama, l’amore. Poi cade. E forse inizia a pensare che le cose vadano sempre così, senza bisogno di lottare per conquistarle. È quello che fanno molti giovani, pensando che tutto sia a loro dovuto, senza la necessità di fare il minimo sforzo per ottenerlo”. D:- “Ha mai vissuto in prima persona un periodo sfortunato? Si è sentito tradito da qualcuno?”- R:- “Periodo sfortunato non direi, ossa rotte a parte. Ho passato però periodi di incertezza, di dubbi, di preoccupazioni. Stati d’animo derivanti sia dalla posizione post-laurea in cui chiunque inizia farsi delle domanda, ma anche dal punto di vista personale. Io sono una persona che nei rapporti personali dà tutto. Mi apro completamente e mi fido ciecamente. Fino a quando poi non accade qualcosa che mi porta a ritrarmi. Purtroppo è capitato diverse volte. Dovrebbe servire di lezione per il futuro. Ma io me ne frego. È così bello fidarsi delle persone senza pensare che ad ogni angolo della strada possa esserci qualcuno pronto a deluderci o a tradirci. Come si può vivere nel costante pensiero di essere tradito da qualcuno?”. D:- “Quali sono le doti nascoste del suo personaggio, che lei ritiene di possedere?”- R:- “Spero di saper scrivere come lui e di poter essere apprezzato per quello che faccio come accade a lui. Mi piace il fatto che il mio personaggio, così come faccio anche io, si ritagli del tempo da passare soltanto con se stesso”. D:- “Il suo antieroe, dice a se stesso: “Dio ci crea, ma siamo noi gli artefici del nostro destino.”- Perché, secondo lei, non è poi capace di modificarlo a suo vantaggio?”- R:- “Ognuno di noi è artefice del proprio destino. O meglio, di che pieghe possa prendere. Credo che gli incontri, come capita al mio personaggio e come è capitato anche a me, con delle persone particolari fanno parte di un disegno più ampio che noi non possiamo comprendere. Ma poi sta a noi recepire questi segnali e capire come possano essere vantaggiosi per noi. Praticamente, noi riceviamo solo l’input, poi diventiamo noi i veri e propri protagonisti della nostra vita”. D: -“ Le riporto una frase del suo libro laddove definisce un lato importante di Alex: “Aveva un solo desiderio: sapere quante persone avrebbero sofferto se lui fosse morto.”- Quanto conta nella vita del suo personaggio questa affermazione?”- R:- “Conta più di ogni altra cosa. Una volta ho sentito dire “noi nasciamo soli e moriamo soli”. Penso sia il più brutto riassunto della vita di ognuno. Sapere di essere passati su questa terra senza lasciare alcun segno, tangibile o meno, di questo passaggio è il tormento che ha il mio personaggio. Tutti, me compreso, passiamo dei momenti in cui cin interroghiamo sulle persone che ci circondano. La cosa più importante è avere quanto più vicino possibile le nostre fonti di felicità, allontanando chi, invece, si dimostra solamente un peso per il nostro benessere. Tutto si riduce e deve essere ridotto a questo. La vita è troppo breve per non essere felici o, perlomeno, per cercare in tutti i modi di esserlo”. Ringraziamo l’avvocato Donato D’Aiuto per aver risposto alle nostre domande. Bianca Fasano

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- Giurisprudenza

seminario sul tema “Giochi di Stato e tutela del consumatore

L’associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, con il patrocinio della Provincia di Salerno,dell’Ordine degli avvocati di Salerno, del Dipartimento di Scienze Aziendali, Managment & Innovation Systems e in collaborazione con Conformed, organizza il seminario sul tema “Giochi di Stato e tutela del consumatore”, che si terrà venerdì 17 novembre 2017, dalle ore 15.00, in Salerno – Palazzo Sant’Agostino, sede della Provincia – Aula Consiliare. Info: Avv. Pasquale D’Aiuto, pasqualedaiuto@hotmail.com Avv. Angela Mendola, amendola@unisa.it. Dopo i saluti del Dr. Pasquale Errico, Questore della Provincia di Salerno, parleranno al pubblico, in merito all’argomento della serata: l’Avv. Americo Montera, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno; Il Prof. Vincenzo Aloia, Direttore del Dipartimento Scienze Aziendali – Mis, Università di Salerno; il Dott. Raffaele Battista, Presidente dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, Capo di Gabinetto presso la Questura di Salerno. Moderatore della serata l’ Avv. Angela Mendola. Relatori: Dott. Giovanni Pentagallo, Presidente del Tribunale di Salerno su: “Profili penalistici del gioco e della scommessa”- Prof. Andrea Nicolussi, Ordinario di diritto privato – Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, su : “Contratto di gioco ed etica del contratto”; Prof. Antonio Musio, Associato di diritto privato – Università degli Studi di Salerno su: “Obblighi di informazione e tutela del consumatore-giocatore” e Prof. Luigi Iannicelli, Ordinario di diritto processuale civile – Università degli Studi di Salerno, su: “Profili processuali del contenzioso seriale in tema di nullità dei contratti di gioco c.d. “gratta e vinci”. Occorre non dimenticare che il gioco d’azzardo, in linea generale, è spesso considerato come “l’eroina del nuovo millennio”. Con la differenza sostanziale che alla nascita di questa problematica, negli Anni 70, l’eroina era una “patologia giovanile”, mentre il gioco d’azzardo colpisce persone di ogni età, anche gli anziani. Lo psicologo Simone Feder, che lavora presso “La Casa del Giovane”, a Pavia, aiuta persone con ogni genere di dipendenza, quelli che lui definisce “gli zombie delle macchinette, dei gratta e vinci, delle lotterie istantanee.” Purtroppo si tratta di un numero elevato di esseri umani di ogni età e sesso, sempre in crescita che ha causato e sempre di più causerà problemi sociali e persino il crollo di interi nuclei familiari. Feder precisa che « per ogni persona schiava del gioco ce ne sono altre sette - tra genitori, fratelli, figli, o amici - costrette a soffrire con lui o con lei».Emma Ciccarelli, vicepresidente del Forum delle associazioni familiari nazionale. ( Laurea in Scienze politiche e consulente familiare), dice (tra l’altro) in proposito: «Chiediamo anche uno studio articolato e dettagliato degli effettivi costi sociali che genera la dipendenza da gioco d’azzardo e della predisposizione di opportuni servizi di supporto alle famiglie che cadono in queste dipendenze. Chiediamo anche che venga previsto, come misura riparativa pur parziale alla diffusione del prestito illegale ai giocatori, l’estensione alle famiglie della possibilità di accesso alla misura dell’art. 14 della legge antiusura”. L’argomento della serata appare quindi fortemente incisivo. Si ricorda che l’attività formativa è accreditata dal CNF ai fini della formazione professionale continua (n. 3 crediti). Bianca Fasano Foto: http://www.emmetv.it/2017/09/07/gioco-dazzardo-forum-famiglie-dubbi-sul-nuovo-decreto/.

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- Società

Intitolazione strada

 Sabato 30 settembre 2017, alle ore 16:30, al casale Prepezzano di Giffoni Sei Casali, in Lungofiume località Ramiera, si terrà la cerimonia d’intitolazione di “Via Giuseppe Grimaldi (1930–1981), Medaglia d’Oro al valor civile”. Il Comune di Giffoni Sei Casali, difatti, su invito dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, ha deliberato prontamente, con atto di Giunta Comunale n. 22 del 2 marzo 2017, l’intitolazione di una strada in favore di Giuseppe (Pino) Grimaldi, Segretario particolare dell’Avv. Leopoldo (Dino) Grassani, con il quale condivise sia la coraggiosa tempra che il barbaro assassinio da parte della criminalità organizzata, il 27 marzo del 1981 e con questi è stato insignito della Medaglia d’Oro al valor civile in data 26.5.2009 da parte del Presidente Giorgio Napolitano,” Per aver pagato con il proprio olocausto la dedizione alla Toga ed alla Legge”. -“Chi per la gloria muor/Vissuto è assai/La fronda dell'allor/Non langue mai”- fece cantare nella sua opera, dal coro presente nella nona scena del primo atto, nell’opera “Caritea, regina di Spagna” (ossia La morte di Don Alfonso re di Portogallo) il compositore Saverio Mercadante e a queste parole fecero fede i fratelli Bandiera, fedeli Mazziniani che, mutandole in “Chi per la patria muor/Vissuto è assai”, le ritennero le più opportune per chiudere le loro vite. In questi tempi dove “L’Italia è fatta”, ma si cerca di distruggerne gli ideali più profondi, è giusto che alla manifestazione partecipi, oltre ad un vasto pubblico di cittadini, sia per invito personale che per essere presenti all’evento, per il Comune di Giffoni Sei Casali, Il sindaco Francesco Munno e per per l’Ass. Giorgio Ambrosoli Salerno, il presidente Dott. Raffaele Battista, e che entrambi prendano la parola a ricordo (Per informazioni: Ufficio segreteria del sindaco; Ufficio Segreteria segreteria@comune.giffoniseicasali.sa.it e Segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli, A v v . P a s q u a l e D'A i u t o, Via R. De Martino n. 7, 84124 Salerno; Tel. e fax 089.22.21.51 - 347.69.00.518 pasqualedaiuto@hotmail.com vvpasqualedaiuto@pec.ordineforense.salerno.it ) Pino Grimaldi è un eroe; ucciso mediante una vera e propria esecuzione con un colpo solo alla fronte. Uno di quegli eroi che più di quanti, per ragioni di belligeranza, si trovano a morire su un fronte di guerra, ebbe il presentimento di quanto gli sarebbe accaduto ma non indietreggiò. Fu udito ripetere spesso: «Io morirò con l’avvocato Gassani». Avrebbe, come il suo amico, potuto tirarsi indietro,provarsi a convincere l’avvocato a rinunciare al lavoro che lo vedeva coinvolto in merito al rapimento di due imprenditori Campani, per questioni legate alla testimonianza di un cliente. In precedenza, difatti, erano state prodotte contro l’avvocato Gassani, diverse minacce di morte da parte della camorra, ma questi non volle retrocedere in forza della paura e così vennero barbaramente uccisi entrambi, nello studio del legale di Salerno. Avevano entrambi cinquantun anni. Pino Grimaldi era divenuto l’ombra dell’avvocato Gassani, per non lasciarlo solo nel pericolo, anche in quanto amico di famiglia e videro la morte assieme, per mano di due emissari della camorra. Occorre dunque rimarcare che la società non dimentica i suoi martiri ed appare davvero un bel gesto quello dell’Amministrazione comunale di Giffoni Sei Casali che, in tempi brevissimi, ha voluto rendere omaggio al ricordo dello sfortunato e coraggioso concittadino. Come Giorgio Ambrosoli, cui è dedicata l’Associazione salernitana, anche Pino Grimaldi merita il ricordo costante e l’attenzione di quanti conoscono il loro sacrificio: “Chi per la patria muor, vissuto è assai”. Bianca Fasano

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- Letteratura

La storia di un uomo solo di Donato D’Aiuto

Napoli. Edito per la Grause Editore il libro di Donato D’Aiuto: “La storia di un uomo solo”. Da un giovane uomo pieno di vita e di passioni, il racconto di un giovane uomo che brucia la sua vita nell’alcool e nel rimpianto. Edito per la Grause Editore, il libro di Donato D’Aiuto è sul mercato: “La storia di un uomo solo”, già presentato nel caldo sole di Sapri presso la Libreria “Il Cantuccio”, dalla giornalista Emerenziana Sinagra e nel corso dell’incontro con l'autore con la moderazione del giornalista Antonio Pesca, ha avuto occasioni di “farsi conoscere” anche presso emittenti radio televisive, assieme al suo creatore, sia nel Cilento che altrove. Prima di parlare del lavoro letterario, però, vogliamo descriverne in pochi tratti l’autore: figlio d’arte, sia da parte di padre che di madre, per quanto riguarda l’attività di avvocato, da Cilentano, si è spostato per gli studi a Firenze, laddove non poteva non “contaminarsi” con la bellezza, la cultura e l’amore per la conoscenza. Dotato di forte personalità e aspetto molto gradevole, si dedica con passione sia alla natura, che ama conoscere anche attraverso la sua abilità di cavallerizzo, che ad ogni occasione utile per partecipare alla società attivamente, così come ha fatto fungendo da voce narrante per uno spettacolo dedicato ad Edoardo De Filippo. Temperamento estroverso, pronto a cogliere la positività della vita, ha creato, immergendovisi come per un “altro” vissuto, un personaggio che la fortuna ha abbandonato, cui però alla fortuna sembra non sia disponibile ad offrire altre opportunità, perché non ha la costanza di attendere che gliele offra. Osservando l’autore, dicevamo, scorgiamo in lui tutte le doti e le fortune che sono negate al suo personaggio. Alex (il protagonista), o anche Vodka, oppure Apache (…nei film western faceva il tifo per gli indiani), vive certamente un periodo sfortunato, scoprendo il tradimento della fidanzata e dovendo patire la morte del padre, ma al di là del contingente, sembra innanzitutto non avere in sé “l’elen vital” che gli servirebbe per uscire dal baratro. Si chiede chi mai potrebbe piangerne la morte, senza accorgersi di quanti lo apprezzano e potrebbero sentirne la mancanza qual ora lui lasciasse questo mondo. L’autore permette al lettore di comprendere come il suo personaggio possieda grandi doti giornalistiche, eppure le uccide, dedicandosi ad articoli di poco conto, per un giornale di provincia, il cui capo redattore (almeno a quanto recepisce lui), non sembra apprezzarne neanche lo stile letterario. E’ un individuo negativo, che saremmo portati ad avvicinare allo sfortunato Edgar Allan Poe che scriveva di sé ad un amico: -“Sono in uno stato depressivo spirituale mai fino a ora avvertito. Mi sforzo invano sotto questa malinconia e credetemi, quando Vi dico che malgrado il miglioramento della mia condizione mi vedo sempre miserabile.(…) io soffro in questa depressione di spirito che se prolungata, mi rovinerà…”- Il nostro antieroe, benché si dica: -: “Dio ci crea, ma siamo noi gli artefici del nostro destino.”- Non si dimostra capace di modificarlo e sembra svuotato da ogni capacità di ritornare sui propri passi, ridisegnare la propria esistenza, perdonare al destino le cattiverie che gli ha inflitto e rendersi conto che intorno a lui c’è un mondo disponibile, propenso ad aiutarlo, soltanto se si decidesse a prestarvi attenzione. -“Aveva un solo desiderio: sapere quante persone avrebbero sofferto se lui fosse morto.”- In effetti era convinto che nessuno ne avrebbe sentito la mancanza. Leggendo il lavoro di Donato D’Aiuto, alla fine, si ha come la percezione che voglia essere proprio una lezione di vita, che sia stato scritto anche allo scopo di offrire, a quanti possono in qualche modo vivere la vita in modo simile al personaggio principale del suo lavoro, una sorta di esempio negativo da non prendere in considerazione, che spinga invece a battersi per concretizzare le proprie aspirazioni. Donato, nato nel Cilento (Cis Alentum, dal nome del fiume amato da Cicerone), un territorio apparentemente bucolico, tuttavia ricco di una storia millenaria cui l’Essere e il non Essere di Parmenide fanno sempre da sottofondo, è uomo attivo, abituato a coltivare amicizie, chiaramente certo di essere presente nei fatti e/o nei pensieri di una diversa umanità. Abituato ai viaggi, agli spostamenti nel tempo e nello spazio, all’adeguamento sociale in terre differenti da quella di origine. Alex, l’antieroe del suo lavoro letterario, ha invece perduto se stesso nel momento in cui ha perso gli agganci con le persone che rappresentavano le sue certezze. E’ divenuto come una zattera smarrita nell’oceano, distaccato dall’ambiente, dalla capacità di organizzarsi un’esistenza nuova, di rinnovarsi, di essere presente a se stesso e a nuovi indirizzi di pensiero. Un alter ego che non assomiglia in nulla, se non, forse, in alcune qualità intrinseche che il giovane Alex rinnega, al suo giovane creatore. Chiedersi in quale modo risolverà (se risolverà), le sue inquietudini accompagnerà il lettore nello svolgimento del testo, il cui finale, ovviamente, ci guardiamo bene dallo svelare. Bianca Fasano

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- Cultura

Lettera aperta al nostro caro Papa Francesco.

Caro Papa Francesco, questa lettera ti viene da una credente. D’altra parte: come potrei non credere nella presenza di Gesù tra noi, non solo durante le ore in cui “alziamo gli occhi all’Ostia consacrata”, e comprendere, nello stesso tempo, come abbia fatto la nostra religione Cristiana, Cattolica, Apostolica, Romana a sopravvivere, nonostante gli errori (e orrori), compiuti dalla Chiesa terrena? Viviamo strani tempi, in cui altri, in nome di un loro dio che io non conosco né riconosco, uccidono e si lasciano morire, con la stessa convinzione assoluta con cui i nostri cristiani perseguitati si sono lasciati sbranare dalle belve e forse è venuto il momento che ognuno di noi credenti difenda la propria fede, anche come patrimonio culturale, e aiuti i giovani a comprendere questa “necessità”. Caro Padre, Voi sapete che la nostra religione non è nata a Roma, ma l’abbiamo fatta nostra, in quanto il cristianesimo si è formato in ambito ebraico e Gesù, il nazareno, era un ebreo ortodosso, benché “nessuna confessione dell'ebraismo riconosca in lui il Messia né tantomeno le caratteristiche divine che noi cristiani gli attribuiamo”. Karl Marx diceva che la religione (oltre ad essere l’oppio dei popoli, ma per questo dobbiamo contestualizzare all’epoca in cui visse), era anche la più bella delle favole. Voi, Santo Padre, parlando del comunismo ricordo avette affermato: - “Io dico solo che i comunisti ci hanno rubato la bandiera. La bandiera dei poveri è cristiana. La povertà è il centro del Vangelo. I poveri sono al centro del Vangelo…Oppure guardiamo le Beatitudini, altra bandiera. I comunisti dicono che tutto questo è comunista. Sì, come no, venti secoli dopo.” Ne convengo: il primo comunista, se “stringiamo” al bene dei poveri, è stato Gesù. Ma andiamo oltre: noi cristiani, noi credenti, un brutto giorno abbiamo appreso che il nostro Papa, ossia Benedetto XVI, nato Joseph Aloisius Ratzinger; ossia il 265º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma, 7º sovrano dello Stato della Città del Vaticano (ecc. ecc.), aveva annunciato, nel concistoro ordinario dell'undici febbraio 2013, la sua rinuncia «al ministero di vescovo di Roma, successore di san Pietro», rendendo la sede vacante dalle ore 20.00 del ventotto dello stesso mese. Da quel momento la Chiesa lo ha definito: “papa emerito”. Siamo restati di stucco, abbiamo persino pensato, o almeno alcuni di noi l’hanno fatto, che gli fosse stato chiesto gentilmente di farsi da parte per motivazioni in parte oscure. Avevamo assistito, con Papa Giovanni Paolo II, ad un uomo che, malgrado la sua malattia, aveva condotto al termine solo con la morte il suo pontificato, ad un papa che, durante una solenne celebrazione eucaristica in San Pietro, aveva chiesto perdono al Signore per i peccati passati e presenti del popolo di Dio, il 12 marzo 2000, prima domenica di quaresima, dichiarata "giornata del perdono". Dopo di lui Voi, Santo Padre, avete riempito le cronache di richieste di perdono: In Svezia, per la scomunica a Martin Lutero: «Abbiamo sbagliato», quindi: per la "mostruosità" della pedofilia nella Chiesa, chiedendovi, giustamente: "Come può un prete causare tanto male?" Caro Papa Francesco, avete chiesto perdono ai senza tetto, per tutte le volte che “ci siamo girati dall’altra parte” ed anche ai migranti: “Trattati come un problema, siete invece un dono” e per quanto riguarda l’omosessualità affermato che: -"La Chiesa si deve scusare con i gay.“- Voi vi siete "scusato" ed avete chiesto perdono in nome di coloro che rappresentano ed hanno rappresentato, la Chiesa in Terra. Personalmente ho conosciuto ottimi sacerdoti e certamente ve ne sono ovunque, nel mondo. Personalmente ho una grande stima per i Francescani, di cui uno, oltre quello di cui portate il nome. Padre Gabriele, col suo saio marrone ed il sorriso (che Dio l’abbia in Gloria), il quale, nel vederci tristi alla Messa ci diceva: -“Cos’è quell’aria mesta e contrita? Voi dovete sorridere: Gesù porta un messaggio bellissimo di eternità.”- Per le chiese del mondo, dell’Italia, ogni sacerdote, oltre a rappresentare Dio in terra, rappresenta se stesso, nel bene e nel male. A volte dimenticando: - “Matteo 9,9-13… (…)10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Non si abbassano a volte a “raccogliere” noi peccatori, ma ci fustigano di parole che allontanano e rendono difficile anche avvicinarsi al sacramento del matrimonio o del battesimo. Alcuni dati: -“Nel 2012 sono state celebrate con rito religioso 122.297 nozze. Il loro numero cala di trentatré mila unità negli ultimi quattro anni. I matrimoni civili, invece, hanno visto un recupero negli ultimi due anni pari a 5.340 cerimonie, arrivando a rappresentare il 41% del totale a livello nazionale. Al Nord i matrimoni con rito civile (53,4%) superano quelli religiosi e al Centro sono ormai uno su due (49,4%). L’aumento dei matrimoni celebrati con rito civile riguarda sempre più anche i primi matrimoni di coppie italiane, passati dal 18,8% del 2008 al 24,5% del 2012.…”- Vogliamo chiederci perché? Vogliamo dare uno sguardo, Santo padre, alle difficoltà burocratiche complesse e a volte discordanti da sacerdote a sacerdote, da Diocesi a Diocesi? Se fosse semplice come dovrebbe, non ci sarebbe bisogno di consultare link. Sembra che si dimentichi che la liturgia del matrimonio (Don Abbondio insegna), si riferisce in principio al consenso: - “Carissimi… , siete venuti nella casa del Signore, davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità, perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio riceva il sigillo dello Spirito Santo, sorgente dell'amore fedele e inesauribile. Ora Cristo vi rende partecipi dello stesso amore con cui egli ha amato la sua Chiesa, fino a dare se stesso per lei. Vi chiedo pertanto di esprimere le vostre intenzioni.”- Per poi, dopo averle ascoltate, accoglierle:-“Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio che nel paradiso ha unito Adamo ed Eva confermi in Cristo il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e vi sostenga con la sua benedizione. L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce.”- Con la benedizione degli anelli. Santo Padre. Forse se restituissimo al sacro vincolo del matrimonio religioso (penso alle lungaggini del corso prematrimoniale solitamente tenuto dal parroco o da catechisti, alle difficoltà poste per le cresime mancanti), la sua estrema semplicità, un numero maggiore di coppie deciderebbe di dimostrare in Chiesa, la propria volontà di restare assieme per la vita. Almeno, di provarci. Bianca Fasano. Note: I principali risultati sono disponibili on line consultando il datawarehouse I.Stat all’indirizzo http://dati.istat.it/ e il sistema tematico Demo, all’indirizzo http://demo.istat.it/altridati/matrimoni/. https://www.matrimonio.com/articoli/documenti-per-matrimonio-cattolico--c230

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- Società

Napoli Via Salvator Rosa

Napoli. Via Salvator Rosa, la strada dell’arte nel tempo. Arte e artigianato vi perdurano ed attendono lo sguardo dei Napoletani e dei turisti. Partendo dal respiro artistico che emana il Museo Nazionale, sale verso il vomero una delle più antiche strade di Napoli: via Salvator Rosa, che prende il nome da uno dei più amati pittori napoletani. Nato a Napoli nel 1615, fece l’apprendistato presso Aniello Falcone, che regala il suo nome ad un’altra importante strada di Napoli, e sposò la sorella di un altro artista, ossia Francesco Fracanzano (anch’essa strada di Napoli), con cui continuò gli studi (potremmo dire), presso Jusepe de Ribera (la città è piena di vie che portano cognomi illustri di artisti, suoi figli). Via Salvator Rosa rappresenta l'asse viario principale del quartiere denominato “avvocata”, lì cui nome deriva dall'attributo latino Advocata, dato alla Vergine Maria, Difensore degli uomini e Mediatrice per i peccatori. Vi si affacciano grandi palazzi, tra cui Palazzo Gatto, Bottiglieri, Tango, Loffredo, i cui fregi monumentali e gli ampi cortili interni, ricordano tempi lontani in cui le carrozze entravano all’interno, tra grandi arcate e scaloni. Oggi il tentativo di riqualificazione si riconosce nell'apertura delle stazioni del Metro dell'arte: Salvator Rosa e Materdei, le quali in qualche modo inglobano il quartiere e i palazzi circostanti. Ci sarebbe da dire che il flusso veloce e aggressivo del traffico e proprio la presenza delle stazioni ferroviarie abbia avuto il demerito di diminuire il flusso pedonale di quanti potevano ricercare e trovare su quella strada negozi d'antiquariato e antichità, dove più vivace ed attenta si sarebbe potuta avere (come accadeva in passato), la scoperta della presenza attuale di laboratori con vendita di mobili antichi, ceramiche, orologi, quadri, arredamento e altri oggetti di antiquariato, ma anche di botteghe per restauri in sede di mobili, ceramiche, bronzi, e quadri, oltre alla manutenzione, riparazione e ripristino di Opere Artistiche, attraverso il lavoro di abili artigiani falegnami e indoratori. Più in alto sulla strada fa inoltre mostra di sé un laboratorio del gesso, assolutamente da visitare. Occorre difatti non dimenticare che tale arte, ossia della scultura in gesso, è praticata fin dal Neolitico. Il gesso è impastato con acqua fino a quando non si ottiene una miscela cremosa e senza grumi e si può lavorare sia per intaglio (da blocchi), sia per modellato, costruendo la figura su un'armatura o uno scheletro metallico, e rinforzandola con l'impiego di iuta. Senza dimenticare che sono utilizzate tutta una serie di tecniche per cui si adoperano stampi. Questi accolgono l'impronta del modello e realizzano una sorta di "negativo": in essi viene quindi colata una sostanza fluida o semifluida, che assumendone la forma produrrà il "positivo", cioè la copia del modello. Senza inoltrarci oltre occorre dire che in Napoli esistono diversi laboratori di questo tipo, come quello di via Salvator Rosa e si resta ammirati a guardare le possibilità che questo lavoro artistico permette con una sostanza di base così economica e risultati di una bellezza che si avvicina tanto al marmo o ad altri materiali ugualmente degni di nota da stupire. Napoli è una città d’arte la cui conformazione, dovuta alla posizione geografica, conduce alla presenza nel suo ventre di salite e discese, scalini ed alture. Città di mare, l’abitato di Partenope si generò dal promontorio di Posillipo, detto Pizzofalcone, il quale, a causa dell’abbassamento della costa, da Mergellina giungeva sino a Castel dell’Ovo. Tuttavia poi si è espansa arrampicandosi letteralmente sulle scoscese colline limitrofe, accrescendosi quindi in maniera verticale, con tutti i problemi di collegamento viario che conosciamo tra i vari quartieri della città. Per tornare alla Via Salvator Rosa e al suo artigianato, fatto anche di fabbri e falegnami, occorre ricordare che le sue architetture “vecchio stampo” sono state utilizzate sia nelle ambientazioni delle commedie teatrali napoletane che in film di Totò, come accade per il film Miseria e nobiltà, la cui scenografia, pur se ricostruita a Cinecittà, traeva spunto da un palazzo del quartiere. Via Salvator Rosa si rese necessaria fra il XVI ed il XVII secolo, al momento che la nobiltà spagnola edificò sontuose dimore sulla collina del Vomero, allo scopo di collegare il centro della città alla nuova area residenziale. Nelle sue fasi primitive era scoscesa e fiancheggiava zone ancora ricche di vegetazione fra boschi e campi alberati. A causa di ciò il suo nome primitivo era “L’infrascata”, giacché nascosta “dalle frasche” e percorsa, all’epoca, da gente a piedi, ossia contadini e pastori e da quanti utilizzavano i somari anche per trasportare merci. Oggi, dicevamo, si passa velocemente in auto oppure mediante l’utilizzo della Metro e questo purtroppo a discapito dell’arte e dell’artigianato che ancora vive e perdura dal basso del Museo all’insinuarsi verso la zona del Vomero. Bianca Fasano. .

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- Cultura

Napoli, sabato tredici maggio 17

Napoli. Sabato 13 maggio 2017, ore 11.00 si chiude, nel Museo nazionale della ceramica Duca di Martina, la serie di appuntamenti con le Conversazioni in Floridiana, tra arte, letteratura, teatro e musica, partita il 15 di ottobre 2016. Gli incontri, a cura di Luisa Ambrosio (progetto di Mariateresa Sarpi), sono stati dedicati a “Gli inesauribili travestimenti del mito: dei, eroi, racconti meravigliosi” e si sono svolti un sabato al mese. Questo di sabato 13 ha per oggetto d’interesse “Miti di ieri e miti di oggi” e vedrà l’intervento del Prof. Marino Niola, antropologo, UNISOB. Anche in questa occasione la conversazione con il docente universitario, sarà seguita dalla visite alle opere, realizzando così un modo compiuto per apprendere il museo e le sue collezioni, utilizzando riferimenti al contesto storico-culturale nel campo letterario, musicale, teatrale, oltre che della storia dell’arte e delle tecniche di produzione delle opere stesse. Si ricorda anche che la partecipazione agli incontri è con il biglietto di ingresso ridotto (2 euro) ed inoltre che il C.I.D.I., ente accreditato per la formazione presso il MIUR, rilascia ai docenti e agli studenti, che ne facciano richiesta, attestato di partecipazione valido ai fini dell'aggiornamento e del riconoscimento di crediti formativi. Ma veniamo alla necessità “emozionale e culturale” di conoscere e frequentare il Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina, dedicato alle arti decorative il quale, com’è cosa nota, viene ospitato all’interno della Villa Floridiana, al Vomero. E’ sede dal 1931, di una delle maggiori collezioni italiane di arti decorative e ne fanno parte oltre seimila opere di manifattura occidentale ed orientale, databili dal XII al XIX secolo. Personalmente alcuni giorni fa mi sono incantata ad osservare, sempre troppo affrettatamente vista l’ampiezza dell’offerta, le ceramiche e le stupende porcellane smaltate e non, facenti parte della raccolta, che dà il nome al Museo. Questa è stata costituita, nella seconda metà dell’Ottocento, da Placido de Sangro, duca di Martina e poi donata nel 1911 alla città di Napoli dai suoi eredi. Penso debba ritenersi una “necessità morale”, la conoscenza e la frequentazione dei nostri Musei, in generale e di questo, in particolare, specialmente dalla fascia giovane della società napoletana, anche in quanto questa attività eviterebbe, come è accaduto per il passato, che la Villa Floridiana corra il rischio di “chiudere i battenti” come nella primavera del 21 marzo 2011, laddove venne chiusa a causa della caduta di alcuni alberi, ma poi lo restò in quanto, come spiegò l’assessore all’Ambiente del Comune di Napoli Gennaro Nasti: - “(…) dopo i recenti tagli del ministero dei Beni culturali, non ci sono più soldi per la manutenzione del parco. La Floridiana è infatti di competenza della Soprintendenza, così come il parco di Capodimonte a Napoli.”- Fatto sta che soltanto Sabato 21 maggio 2016, i napoletani poterono riavere , dopo anni di restauri e di lavori, il primo piano del Museo Duca di Martina e il belvedere della Villa Floridiana. Venne riaperto anche il particolarissimo tempietto dorico, che fungeva da luogo di riposo della duchessa di Floridia e l’area interna del Teatrino della Verzura. Nei mesi seguenti furono effettuati interventi per la messa in sicurezza degli alberi e la pulizia del sottobosco, rifatti i “Corpi di Guardia” degli ingressi di via Cimarosa e via Falcone, restaurate le serre, lo scalone monumentale del parco che dalla Villa porta al Belvedere, le due fontane monumentali e rifatti alcuni viali del parco. Vene fatto di chiedersi chi fosse la dolcissima donna, dagli ardenti occhi neri, che aveva incantato il cuore di un vecchio re. Fatto sta che le fece dono, nel 1823, del parco sulla collina del Vomero (al tempo zona quasi del tutto agricola, su cui risaltavano Castel Sant’Elmo, la Certosa di San Martino ed alcune ville nobiliari tra le quali Villa Carafa di Belvedere), ossia della tenuta del principe Giuseppe Caracciolo di Torella, dove si ergeva una imponente villa che, in onore della moglie, il Re chiamò Floridiana. La duchessa di Floridia (Lucia Migliaccio di Partanna), fu da lui conosciuta in Sicilia, tra il 1799 e il 1801, ma qualche anno più tardi, nel suo secondo esilio durato nove anni,ebbe modo di apprezzarla ulteriormente, trovandosi lontano da Napoli a causa dell’invasione francese del Regno di Napoli. All’epoca lei era moglie del nobile siciliano, Benedetto Grifeo, elevato a nobiluomo di corte di sua maestà. La regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena non era certo stata e non era all’epoca, donna da conforto ed amorevoli cure, per cui non fu affatto strano che il di lei consorte si legasse di un amore tenace e consolidato nel tempo, a quella donna ammirata da Wolfang Goethe, che l’aveva conosciuta diciassettenne, principessa a Palermo nel 1787, dedicandole dei versi. Morta, dovremmo dire, finalmente, la legittima consorte, a Vienna l’8 settembre del 1814, Ferdinando IV, non rispettando i mesi di lutto stabiliti, il 27 novembre del 1814, sposò Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, anch’essa vedova dal 1812. Si racconta che il figlio Francesco, il futuro successore al trono del Re Ferdinando, gli ricordasse appunto il fatto che la regina fosse morta da troppo poco tempo e Ferdinando gli rispondesse: -“Guaglio’ lassa sta’a mammeta!” Alludendo alla cattiva e non certo irreprensibile compagnia che gli aveva fatto Maria Carolina, come moglie. Naturalmente si trattò di un matrimonio morganatico: Lucia diventava vera moglie di Ferdinando I di Borbone, ma senza titolo di Regina, in quanto, diversamente, gli eventuali figli della coppia avrebbero avuto il diritto di successione al trono. Fatto sta che in questa villa il sovrano e sua moglie trascorsero in tranquillità gli ultimi anni della loro vita. Di Donna Lucia, cui il re di Napoli Ferdinando IV (III di Sicilia e I delle Due Sicilie), per anni, scrivendole apriva con un: -“cara e buona Lucia mia”-, e chiudeva con un: -“E sono il tuo affezionatissimo compagno che ti ama teneramente Ferdinando B.”- occorre ricordare anche che si trattava di una donna ricca di charme, ma anche di animo mite e gentile. Dal suo ritratto si evince che fosse bruna, molto seducente e dall’eterno aspetto giovanile e che l’abate, Giovanni Meli, nell’ode Sugli occhi di Nice: - “Ucchiuzzi niuri/ Si taliati/ Faciti cadiri/ Casi e citati./ Jeu muru debuli/ Di petra e taju/ Cunsidiratilu/ S’allura caju.”- si riferisse appunto agli occhi di Lucia. Sembra giusto dunque sentirci un pochino suoi ospiti, ammirandone il ritratto posto all’ingresso el Museo, e percepire lo sfarzo che l’accompagnava, anche riflettendo sul fatto che i poteri assolutistici accumulavano ricchezze di cui i cittadini, nello stato parlamentare e costituzionale, possono felicemente usufruire, ma per cui devono provare rispetto e amore. Bianca Fasano.

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- Musica

Angelo Santolo e i suoi Garà

E’ stato un vero e proprio bagno di amicizia per Angelo Santolo e il suo gruppo “Garà”, al Draft di Vallo della Lucania (SA), la sera del sedici aprile, dove hanno presentato l’omonimo CD, regalato al pubblico in cambio di una donazione alla iniziativa “Io sto con Lorenzo”. Per quanti non fossero informati, “Io sto con Lorenzo” è la sigla di un’iniziativa a carattere nazionale, condivisa dai cittadini di Vallo della Lucania, per raccogliere fondi destinati alle cure del piccolo Lorenzo, un bimbo di cinque anni che da un anno e mezzo lotta contro la Leucemia Linfoblastica Acuta. Angelo Santolo, fortemente motivato anche per questioni personali, verso il problema che vivono tutti i genitori di bambini in qualche modo bisognosi di cure mediche (e con lui chiunque abbia animo sensibile), ha voluto, con la propria arte, dedicare il cd ai genitori di Lorenzo, che vivono certamente una situazione difficile, seguendo il piccolo nelle visite ospedaliere, nelle ansie per il risultato delle cure complesse e nei ricoveri. L’acquisto della maglietta “iostoconlorenzo” aiuta il reparto di l’Oncoematologia Pediatrica di Parma. La sera del sedici aprile, al Draft di Vallo della Lucania (SA) si è anche festeggiato, all’insegna dell’affiatamento e della simpatia, il ritorno sulle scene dopo un periodo di sosta meditativa, dello “storico” musicista e compositore cilentano Angelo Santolo. In arte Garà, Angelo Santolo ha iniziato a muovere i primi passi nella musica grazie ad Alessandro De Vita, che gi ha aperto il mondo della chitarra. Angelo, ha poi intrapreso la via cantautorale, iniziando anche a cantare e comporre, oltre che suonare. In quel periodo ha dato vita alla band Mod. 740, insieme al già segnalato Alessandro. La band giovanile ha subito nel corso del tempo varie trasformazioni: è entrato nella formazione il chitarrista Romolo D’Amaro, insieme ai fratelli Gnarra e al batterista Enzo Baratta a cui si sono uniti in seguito altri artisti cilentani tra cui Pasquale D’Aiuto e Pantaleo Rinaldi, formando così il gruppo de “i Madrigale”, che è stato presente tra l’altro a varie manifestazioni organizzate dall’Accademia dei Parmenidei, “Premio Parmenide”, in Ascea e ha dato vita allo spettacolo musicale “Hei Joe”. Una storia vera. Da un’idea di Angelo Santolo e Romolo D’amaro, a cui collaborarono Franco Formisano e Pantaleo Tortorella, con la partecipazione di Maria Teresa Carlone, luci-audio Mak 1, Tecnico del suono TVA - Studio T. Valletta. Il gruppo, come da manfesto, al momento era formato da: Angelo Santolo - cantante; Romolo D’amaro - prima chitarra; Pantaleo Rinaldi - batterista; Ivan Gnarra - bassista; Tony Tortorella – seconda chitarra; Pasquale D’Aiuto – tastierista; Lorella Bucci e Roberto Spina – coristi. La serata fu un successo, nel 2001 al Cine-Teatro “La provvidenza” di Vallo della Lucania. Facendo un salto temporale giungiamo al 2016, quando il nostro artista realizza il suo nuovo lavoro in studio, “Garà”(dedicato ad Enzo Baratta, un giovane musicista, scomparso nel 2011 dopo una lunga malattia, cui è dedicato anche un “memorial” musicale). In questo CD Angelo propone canzoni nuove oltre a vecchi brani, cui lascia volontariamente la veste anni ’90, ad eccezione di “Halleluya”, canzone dedicata a Nelson Mandela e arrangiata da uno dei due produttori artistici, Maurizio Sarnicola (che registra e mixa il lavoro presso i Goldmine Records). All’album, oltre al già citato Maurizio Sarnicola, collaborano vari artisti, dislocati in varie parti d’Italia e all’estero: Denis Citera, Francesco Citera, Mimmo Ceraso, Pasquale D’Aiuto, Romolo D’Amaro, Nello D’Angiolillo, Alessandro De Vita (anche lui nella veste di produttore), Ivan Gnarra (dalla Svizzera), Rocco Perciante e Raffaele Perfetto. Ci ritroviamo quindi a questa bellissima e calorosa esibizione del sedici aprile, laddove “il nostro” ha fatto sentire “forte e chiara”, la sua presenza, presso gli spazi del Draft di Vallo della Lucania (SA), accompagnato da Denis Citera, Romolo D’Amaro, Nello D’Angiolillo Alessandro De Vita e Raffaele Perfetto, con l’intervento alla tastiera di Pasquale D’Aiuto. Regalato a chi lo richiedesse, il dono del CD prevede che si faccia una donazione sul sito dedicato a Lorenzo o si acquistino le magliette con il logo che sta spopolando in tutta Italia, presso il centro di raccolta fondi nel Cilento“Il Portico” a Vallo della Lucania. Dicono di lui su Facebook: - “Sei un fenomeno. Davvero. Un catalizzatore di energia positiva. Hai donato a 200 e più persone gioia, ottimismo, spensieratezza. E noi sappiamo che essere spensierati non è più tanto facile. Per nessuno... Inoltre, hai cantato benissimo, supportato da un gruppo d'eccezione... e la cosa non mi sorprende. Grazie: ci hai fatto vivere qualche ora felice. Tu sei una persona speciale! Evviva GARA'.”- Bianca Fasano

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- Giurisprudenza

Grande successo di pubblico per il Seminario

Sala gremita e attenzione del pubblico in Salerno, venerdì 7 aprile 2017 per il Seminario “La prova scientifica nel processo civile e penale”, organizzato, dall’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, nell’ottica di promuovere, soprattutto in Campania (come avviene dal 2010, anno di costituzione dell’Associazione stessa), ogni attività consona agli scopi associativi. Anche in questa occasione non sono mancati i patrocini, nella fattispecie quello della Provincia di Salerno, dell’Ordine degli avvocati di Salerno e dell’AGI (Associazione Grafologica Italiana) e la disponibilità di uno spazio pubblico, quale, in questa occasione, l’Aula Consiliare di Palazzo Sant’Agostino - sede della Provincia di Salerno. Ha aperto i lavori l'Avv. Pasquale D'Aiuto, professionista iscritto presso l’Ordine degli Avvocati di Salerno (nonché Co-Fondatore e Segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno), ringraziando partecipanti, relatori, patrocinatori e presenti, tra i quali il Questore di Salerno ed esponenti della Polizia di Stato di Salerno per cui l’incontro è valso come aggiornamento professionale. D’Aiuto ha raccontato come la genesi del convegno sia stata una stimolante conversazione con il Dott. Giuseppe Santorelli (Perito grafico forense, Membro ordinario dell’Accademia Italiana Scienze Forensi nonché dell’Associazione Grafologica Italiana, cultore della materia criminalistica), che ha poi trattato il tema: “Il problema della prova scientifica nel processo penale”. Il segretario dell’Associazione Ambrosoli ha inteso ricordare come l'unico modo per raggiungere l'aletheia, sia attraverso una prova rigorosa ed imparziale, autenticamente scientifica, descrivendo poi la scultura posta innanzi al Tribunale di Vallo della Lucania con la quale si è inteso raffigurare in marmo, proprio tale parola greca. D’Aiuto ha indi differenziato il concetto dinamico di aletheia (ovverosia, disvelamento), da quello di veritas (verità di fede, statica), tanto amato da Cicerone, sottolineando che l'interesse rivolto agli argomenti del convegno era sorto proprio in base alla considerazione che soltanto grazie a protocolli sempre più sicuri, la legge possa raggiungere quel necessario quanto difficile disvelamento della verità. Ha quindi preso la parola il Presidente dell’Associazione, Dott. Raffaele Battista, il quale ha nuovamente salutato l'uditorio, composto da avvocati, consulenti tecnici di vario genere, agenti e funzionari di Polizia (in virtù del momento formativo rappresentato dal Convegno), ricordando come tra gli scopi dell'Associazione, che spingono alla realizzazione di convegni, conferenze, dibattiti e seminari vi sia lo scopo di diffondere la cultura della legalità e della giustizia ed avvicinare la collettività ad un autentico senso civico e delle Istituzioni ed ha chiesto successivamente al Sig. Questore di Salerno, Dott. Pasquale Errico, di prendere la parola. Il Dott. Errico, con modi affabili e gentili, ha salutato i partecipanti, ringraziato molto cordialmente l'Associazione e rammentato l'importanza del concetto di prova secondo la Costituzione (art. 111), suggerendo la necessità che essa tragga fondamento da protocolli quanto più possibile affidabili ed universali. Il moderatore D'Aiuto ha in seguito dato la parola al primo relatore, il Dott. Santorelli il quale ha mostrato molte diapositive, spiegando, anche con l’ausilio di queste, il significato di”prova scientifica", da considerarsi come un dispositivo tecnico scientifico atto alla ricostruzione del fatto storico e chiarendo come sia necessario, a tale scopo, una alta professionalità dei periti chiamati al lavoro. In seguito ha preso la parola il Dott. Giorgio Caruso, del Gruppo Cattolica Assicurazioni, Responsabile Rete fiduciari, giunto direttamente da Verona, il quale ha prospettato la questione sotto il profilo de “Il problema del falso nel sistema assicurativo: analisi del fenomeno, nuovi strumenti, casi concreti, soluzioni adottate”, impostando la relazione sulla scientificità adottata dal Gruppo per prevenire i fenomeni di frode assicurativa in tutti i settori. In particolare ha evidenziato, grazie all'IVASS (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni), ed utilizzando le slides, che esistono regioni d'Italia (tra cui purtroppo la Campania e il napoletano nella specie), dove la concentrazione di sinistri "dubbi" è altissima. Per meglio definire la questione si è servito dell’esempio di quattro false constatazioni amichevoli (cfr. slides), che hanno fallito nel loro obiettivo di frodare Cattolica. Nello svolgere del tema trattato è apparso molto sconfortante il confronto (in negativo), tra Italia e resto d'Europa. Di poi è intervenuto il magistrato Dott. Luigi Levita, proponendo il suo intervento: “Il ruolo del giudice nel ventaglio delle ipotesi ricostruttive. La motivazione del metodo scientifico”. Il Magistrato, ricordando il precedente intervento di Santorelli, nell’ambito della prova scientifica nel processo penale, ha sottolineato quanto le tesi fossero giuste, specialmente in riferimento alla qualificazione dei periti chiamati in causa e ribadendo come lui stesso, nel suo ruolo di Magistrato, faccia il possibile per scegliere i professionisti ausiliari del Giudice, in base ai loro curriculum ed alla specificità o meno delle conoscenze, nonché in base all'esperienza specifica. Ha precisato poi come sia altamente necessario che la magistratura compia un'indagine, prima sul metodo e poi sul risultato d'una perizia qualsivoglia, ricordando che la vera difficoltà non è quella di decidere la vertenza ma di gestire la consulenza, ovvero comprendere quanto e perché accogliere la posizione di un Consulente, sottoponendola a vaglio critico, prendendo in considerazione tutte le ipotesi ed eliminando, pian piano, quelle false per giungere all'unica verosimile. Ha inoltre professato l'assenza di una regola generale per ottenere una consulenza inattaccabile, puntando, quale primo baluardo, al buon senso ed alla conoscenza personale del consulente. Ha ricordato anche come il nostro sistema risulti dispersivo e che imponga troppe volte al giudice di ritornare su quanto argomentato dalle parti, asserendo che la regolamentazione migliore d'un processo sia quella del rito del lavoro, con le prove esposte sin dall'inizio e poteri più ampi dati al giudice. Infine, il Dott. Vincenzo Caiazzo, Colonnello dell’Arma dei Carabinieri, Comandante della Sezione di Polizia Giudiziaria presso la Procura della Repubblica di Napoli nel corso del suo intervento su “La ricerca della prova scientifica nell’attività d’indagine”, ha raccontato di un’indagine realmente avvenuta oltre venti anni fa, chiaramente omettendo particolari specifici che avrebbero potuto renderla riconoscibile, spiegando anche me non fosse stata seguita da lui in prima persona, per esemplificare come fosse stata eseguita quando ancora non c'erano gli strumenti attuali per cui l'istinto rappresentava un'arma importante - oltre alla tempestività d'azione. Grazie all'esempio ricordato, ha reso chiaro che, alla base del successo investigativo, ci sia tanto lavoro e cura dei particolari, oltre ad una precisa conoscenza di luoghi e persone della zona di competenza. In merito ha poi spiegato come accada spesso che, per giungere alla soluzione d'un caso, occorra valorizzare elementi all’apparenza poco significativi ed eseguire attenti e perspicaci collegamenti tra avvenimenti, all’apparenza slegati tra loro: nella specie, ha raccontato di un controllo casuale su un veicolo, avvenuto ben prima del delitto, che aveva concesso di risalire all'identità del reo e come la cosa fosse stata resa possibile grazie alla cooperazione tra uffici, sottolineando che Il delitto era stato commesso da un insospettabile. Infine il giudizio generale dei presenti è stato che si sia trattato di oltre due ore intense e molto apprezzate anche per la capacità di moderatore e relatori di adottare l'ironia, sdrammatizzare, compiere esempi concreti, dialogare col pubblico, adottare un linguaggio semplice e diretto, proprio di chi può esprimersi con disinvoltura in quanto padrone dell’argomento trattato. A dimostrazione di ciò la sala (differentemente da come potrebbe accadere), è rimasta gremita sino alla fine. Bianca Fasano

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- Giurisprudenza

La prova scientifica nel processo civile e penale

Salerno: L’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, con gli onorevoli patrocini della Provincia di Salerno, dell’Ordine degli avvocati di Salerno e dell’AGI (Associazione Grafologica Italiana), presenta il Seminario sul tema “La prova scientifica nel processo civile e penale.”Venerdì 7 Aprile 2017, dalle ore 15:30 - 18:30, nell’Aula Consiliare di Palazzo Sant’Agostino - sede della Provincia di Salerno Salerno: L’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, con gli onorevoli patrocini della Provincia di Salerno, dell’Ordine degli avvocati di Salerno e dell’AGI (Associazione Grafologica Italiana), presenta il Seminario sul tema “La prova scientifica nel processo civile e penale.“ Venerdì 7 Aprile 2017, dalle ore 15:30 – 18:30, nell’Aula Consiliare di Palazzo Sant’Agostino – sede della Provincia di Salerno. L’interessantissimo argomento vedrà come moderatore della serata l’Avv. Pasquale D’Aiuto, professionista iscritto presso l’Ordine degli Avvocati di Salerno. Co-Fondatore e Segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno. Dopo i saluti alle autorità, l’introduzione al tema sarà a cura dell’Avv. Gianluca D’Aiuto, Professionista iscritto al Foro di Vallo della Lucania. Il primo argomento della serata sarà presentato da un grande esperto in materia grafologica usata a scopo scientifico, ossia il Dott. GIUSEPPE SANTORELLI, Perito grafico forense, Membro ordinario dell’Accademia Italiana Scienze Forensi nonché dell’Associazione Grafologica Italiana, cultore della materia criminalistica, che tratterà il tema: “Il problema della prova scientifica nel processo penale”. Si può definire la prova scientifica, qualsiasi sia il metodo che comporta, come un dispositivo tecnico scientifico atto alla ricostruzione del fatto storico. Prendendo il via da un fatto documentato, attraverso l’utilizzo di una legge scientifica, dimostra l'esistenza di un altro fatto, da provare, e quindi un fatto sconosciuto, rientrando nella tipologia della prova critica o indizio. Pur avendo un ruolo molto rilevante nel processo penale, evidenzia il rischio che il risultato probatorio che si ottiene attraverso l'espletamento della prova scientifica, abbia la caratteristica della verità, mentre in realtà non si deve fraintendere ritenendo che l'espressione scientifica racchiuda di per sé che il risultato dell'attività sia un risultato attendibile e che permetta di giungere alla certezza della ricostruzione del fatto. Di certo anche a quanti conoscono le nuove tecniche investigative soltanto attraverso le serie televisive quali NCIS, Unità anticrimine, The Mentalist, R.I.S, Delitti imperfetti, Lie to Me e Crossing Jordan (nel mondo delle autopsie), appare chiaro che il mondo investigativo è molto cambiato nel tempo, per quanto riguarda i mezzi atti a raggiungere il fine della “verità”. Le investigazioni e la ricostruzione probatoria dei fatti, risulta attualmente perseguito utilizzando in numerosi casi le “nuove” prove scientifiche. Ricordiamo i test genetici del DNA, gli esami biologici, le analisi chimiche e tossicologiche, gli esami psicologici, le informazioni desumibili da studi epidemiologici, la grafologia, la ricostruzione della dinamica dell’evento mediante il computer, il metodo spettrografico di riconoscimento vocale (voice-print) e persino, in alcuni casi, la stilometria a merito della quale si ottiene il riconoscimento qualitativo dello stile letterario di una persona allo scopo di attribuire a questi un atto o una dichiarazione. Proprio per chiarire questi nuovi metodi di indagine il Dott. VINCENZO CAIAZZO, Colonnello dell’Arma dei Carabinieri, Comandante della Sezione di Polizia Giudiziaria presso la Procura della Repubblica di Napoli parlerà de “La ricerca della prova scientifica nell’attività d’indagine”. Ovviamente toccherà al magistrato fare da ago della bilancia in queste innovative possibilità e l’argomento verrà chiarito dal Dott. LUIGI LEVITA, Magistrato, che proporrà il suo intervento: “Il ruolo del giudice nel ventaglio delle ipotesi ricostruttive. La motivazione del metodo scientifico”. Concluderà, con un differente punto di vista, il Dott. GIORGIO CARUSO, del Gruppo Cattolica Assicurazioni, Responsabile Rete fiduciari, il quale prospetterà la questione sotto il profilo de “Il problema del falso nel sistema assicurativo: analisi del fenomeno, nuovi strumenti, casi concreti, soluzioni adottate”. Appare evidente che l’organizzazione del convegno abbia tenuto conto dell’insieme delle problematiche, nell’intento di fornire un quadro totale quanto più definito possibile. Come sempre accade per i convegni organizzati dall’Associazione, l’incontro varrà come attività formativa accreditata dal CNF ai fini della formazione professionale continua (n. 3 crediti), essendo libero e prevedendo l’identificazione e la firma in ingresso ed in uscita. Per informazioni: Organizzazione: Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno www.giorgioambrosolisalerno.wordpress.com Info: Avv. Pasquale D’Aiuto - pasqualedaiuto@hotmail.com Si ringraziano per il sostegno La Ditta Casaburi (lista nozze e bomboniere) ed il Bar Umberto di Salerno. Bianca Fasano.

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- Società

I braccialetti rossi e la terra dei fuochi.

Come molti sanno "Braccialetti rossi" è una serie televisiva italiana, versione italiana della serie catalana "Polseres vermelles", in onda su Rai 1 dal 26 gennaio 2014. La conosco, ma non ne ho mai vista una puntata e provo nei suoi confronti un'antipatia crescente e a mio parere, motivata. Pochi di noi sono passati indenni dall'aver provato, più o meno vicino alla propria pelle o direttamente su questa, la terribile esperienza del tumore e mi sono chiesta se gli autori della serie si rendano davvero conto del tema che stanno trattando. Leggiamo:- " Preparate i fazzoletti ma anche a farvi coinvolgere dal coraggio, dalla forza, dall’amore dei ragazzi di Braccialetti rossi 3, la serie di Giacomo Campiotti, su RaiUno alle 20.35 da domenica 16 ottobre. Prodotta da Carlo Degli Esposti e RaiFiction (si sta già preparando la quarta stagione)."- Preparare i fazzoletti? Ma ci si rende conto che quando ci si ritrova davvero al centro di una situazione dolorosa e triste come l'avere un parente malato di tumore l'unica cosa che si cerca di evitare è proprio quella di piangere? Mantenere la calma, rendersi conto del modo migliore per affrontare l'esperienza, sono al centro della speranza di rivedere sano chi si ama. In un difficile percorso che passa dalle biopsie, all'"ago aspirato", alle Tac con e senza mezzi di contrasto e ad ogni esame che possa chiarire chi sia il nemico da affrontare e dove farlo, cercando di non lasciarsi vincere dalla paura. Una paura che non potrebbe neanche diventare pianto. Sembra che la TV si sia assunta il compito di preparare il pubblico al fatto che si tratti "del male del secolo", da prendere con una certa filosofia, quasi che facesse parte del "quotidiano", che si tratti di una "esperienza sociale", ossia qualcosa di "normale", di "accettabile". pare come se il video si dovesse assumere lo stesso compito (quello sì, decisivo e necessario), di far comprendere al pubblico, ai cittadini in generale, l'accettazione della "diversità". Ma il tumore NON E' una "diversità accettabile", è un dolore terribile da sopportarsi, l'improvviso spezzarsi proprio della "normalità" per chi lo subisce e per quanti sono intorno a lui. Qualsiasi sia l'età del malato, ma tanto di più quanto si tratta di bambini e di giovanissimi, ossia di quanti appaiono come "gli eroi" di braccialetti rossi. Una soap informativa? Che aiuta a comprendere il male? Che aiuta ad accettarlo? Sarebbe molto più utile l'informazione se, sui canali video delle TV o dei computer, si facesse davvero un ragguaglio sul tema, in modo utile. Nello stile con cui, ad esempio, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori diffonde la cultura della Prevenzione, che appare attualmente l'arma più efficace per vincere il cancro. L'informazione è senza dubbio utile perché la prevenzione consente di vivere bene e più a lungo in quanto non si limita al grande compito di salvare la vita, ostacolando la manifestazione di una malattia o ritardandone l'evoluzione, ma scongiura anche la sofferenza creata dall'utilizzo di farmaci spesso estenuanti e inutili. Chi vive in Campania sa bene che ha più probabilità di ammalarsi di tumore o di vedere un proprio caro, o amico, o conoscente, ammalarsi. “Nella Terra dei fuochi il tumore uccide di più”: questi sono i nuovi dati dell’Istituto superiore della sanità e il rapporto riguarda 32 comuni all'interno della cosiddetta Terra dei Fuochi della provincia di Napoli e 23 comuni della provincia di Caserta. Secondo l'Istituto difatti le patologie, che sono oggetto dello studio, sono state analizzate usufruendo di tre indicatori: la mortalità, i ricoveri ospedalieri (disponibili per tutti i 55 comuni in esame) e l'incidenza dei tumori (disponibile per 17 comuni della Provincia di Napoli, quelli serviti dal Registro tumori). Si è giunti anche alla conclusione (chiaramente logica), che siano i bambini più vulnerabili, in particolare quelli che vivono in zone indigenti e socialmente degradate. Questa evidenza giunge dall’Organizzazione mondiale della sanità e da diversi organismi scientifici che attuano indagini sempre più ragguagliate. Una riprova viene dal rapporto dall’Istituto superiore di sanità (Iss) sullo stato di salute della Terra dei Fuochi, sparsa di discariche illegali e da rifiuti che avrebbero la capacità costituire un’ulteriore causa di malattia per l’uomo. Intanto la TV distribuisce pillole di accettazione e di fazzoletti bagnati con lacrime asciutte. Fabrizio Bianchi, responsabile dell'Unità di epidemiologia ambientale dell'Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio nazionale delle ricerche, in proposito alla questione "Terra dei Fuochi", afferma:- "Non basta qualche milione di euro per bonificare le aree più inquinate della Terra dei fuochi, ma servono diversi miliardi" e aggiunge che "i dati dell'Istituto superiore di sanità non sono cambiati e ribadiscono l'importanza di pianificare la bonifica delle porzioni più inquinate della Terra dei fuochi". Mentre la gente, non virtualmente, continua ad ammalarsi e spesso a morire, i personaggi di "braccialetti Rossi" non temono di essere "messi fuori", neanche morti, giacché, come "Davide", avranno modo di tornare in scena sotto forma di fantasma, fedelmente come avvenuto nella serie spagnola. Confesso che, trovandomi a prendere l'ascensore di una metropolitana al Vomero (di ritorno dall'Istituto Nazionale Tumori - IRCCS "Fondazione G. Pascale" , dove medici straordinari e personale decisamente all'altezza del compito curano svariatissimi tipi di tumori con risultati eccellenti), mi sono sentita proprio innervosita rispetto ad un fatto semplicissimo: entrandovi, seguita da una giovane donna di circa venti anni (l'età di una ragazza bellissima che conosco, ammalata di un linfoma non Hodgkin), accompagnata dalla madre, siamo passate accanto al manifesto pubblicitario della serie televisiva, nel salire verso l'uscita. La ragazza sembrava contentissima del fatto che tornasse in Tv la serie. La madre sussurrava qualcosa a proposito forse dal fatto che non si trattasse proprio di una cosa allegra. -"E' davvero emozionante!"- Ha ribadito la fanciulla. Ammetto di non essere stata proprio carina quando mi sono girata di scatto dicendole: - "Emozionante, sì! Non immagini quanto sia più emozionante se capita a qualcuno della famiglia!"- Mi spiace: è stato più forte di me. Bianca Fasano

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- Letteratura

Il mistero dei due Piacentini.

Il "mistero" dei due Marcello Piacentini. Per chi ama l'arte e segue un nome e un cognome, cioè quello di Marcello Piacentini, può nascere un dilemma di sempre più difficile soluzione. Ci si trova ad inseguire DUE Marcello PIacentini, di cui il primo ben conosciuto: "Marcello Piacentini (Roma, 8 dicembre 1881 – Roma, 18 maggio 1960) è stato un architetto e urbanista italiano." Certamente morto nel 1960 e l'altro, certamente vivo oltre quella data, visto che riempie le case degli italiani, le gallerie d'arte e il Web, delle sue opere, che portano date ben oltre quel fatidico 1960. Le stesse gallerie d'arte, se da una parte sembrano ben diversificare le due firme, in altre occasioni sembrano confonderle. Personalmente innamorata del Marcello Piacentini "due", posseggo un paio di sue belle opere, molto particolari, anche perché, almeno una, lo "Studio in rosso", sembra proprio dipinta da un artista che intendesse fare un lavoro a carattere sociale, se non politico e non soltanto una piacevole opera pittorica. Datata 1974, non può sicuramente appartenere al Marcello Piacentini "uno", morto nel 1960, così come sappiamo. Fermo restando che, inseguendone i lavori sul web, ci ritroviamo invasi dalle sue opere, tutte riconoscibili per il modo con cui tratta sia i colori che le pennellate, le cose cominciano a divenire difficili quando si cerca di comprendere dove l'artista sia nato, viva o (speriamo non sia così), possa essere morto. Chi è questo Marcello Piacentini 2? Un mistero. Andando all'inseguimento della firma e delle sue opere, possiamo ritrovare il Marcello Piacentini "uno", come grafico, nei disegni riproducenti opere architettoniche, e non ci meravigliamo affatto della cosa, ma poi lo ritroviamo anche, pubblicato sulla pagina di una galleria d'arte, oltre che per il disegno di una Chiesa da realizzarsi in Littoria, anche per una piccola pittura su tavola 30x20, di cui si afferma dipinta nel 1959. Ci troviamo: il Piacentini uno era ancora in vita. Se però ci prendiamo il gusto di rintracciare l'immagine di un altro lavoro, ritroviamo i colori simili, così come le pennellate e una firma che, estrapolata e confrontata con quella del Piacentini "due", sembra, se non identica (da grafologa sembra identica), posso dire almeno "molto simile". Avvicinate con sistema fotografico, decisamente molto simile. Pure il lavoro è sempre riferito, in questa casa d'aste (di cui non farò il nome), come in un altro caso, come appartenente al "Piacentini uno". C'è da restare sconcertati, anche perché il Piacentini due, cromaticamente più diversificato, come dicevamo, invade le piazze del Web, sconcertando non poco quanti collezionano le opere del Piacentini UNO. Laddove non vi sono date, la confusione si fa più evidente, laddove, invece, l'autore ha posto firma e datazione, appare più chiaro che l'opera non può appartenere al Piacentini UNO, giacché era morto da tempo. Viene fatto di chiedersi, così come avvenne per Hitler ed altri personaggi della storia, se non sia sopravvissuto e si nasconda, continuando a dipingere. Ovviamente è soltanto una ipotesi ironica. Personalmente, da giornalista, da insegnante di storia dell'arte, da pittrice e da collezionista (proveniente da famiglie di collezionisti), resto sconcertata, avendo più volte tentato di chiedere a chi possedesse le opere del Piacentini due, se sapesse CHI ne fosse l'autore: nulla. Nessuno sembra in grado di rispondere e lo stesso artista non sembra disponibile ad esporsi con foto, mostre o altro. Magari, più semplicemente, è poco interessato a farlo e neanche immagina di avere creato in me e in altri questo desiderio di conoscerlo. Mi limito, da giornalista, a riportare la cosa, in quanto, non avendo trovato risposta, spero che qualcuno leggendo il mio "pezzo", possa rispondere all'arcano. Bianca Fasano

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- Letteratura

Catania. Presentazione del libro

Giovedì 23 giugno dalle ore 18:00 alle ore 20:00, presso il Liceo G. Turrisi Colonna (Via Ofelia, 43, 95124 Catania CT, Italia), Relatori l'On. Enzo Trantino, il Dott. Salvatore Scalia e il Prof. Ezio Donato e con il coordinamento della dott.ssa Daniela Girgenti (che dirige il giornale “Tecnica della scuola”), si terrà la presentazione del libro del prof. Pasquale Mimmo Almirante: "Da Pasquale a Giorgio Almirante". Storia di una famiglia d'arte, Marsilio editore. Libro che certamente coinvolge, nella narrazione, una parte vivace e forte della storia della nostra terra, sia sotto il profilo artistico sia sotto quello politico. L'autore, Pasquale Almirante, è nativo di San Cono e Vive a Trecastagni, alle falde dell’Etna. Docente dal 1976 di lingua e letteratura straniera nei licei, ha pubblicato per la Cuecm: “Immagini San Cono” e” con Brancato editore, “Omaggio a San Cono. Oltre ad avere curato altre pubblicazioni, dal 1985 è iscritto all’albo dei pubblicisti di Sicilia e collabora col quotidiano La Sicilia di Catania e con il giornale online La Tecnica della scuola. Una famiglia davvero degna di attenzione, quella degli Almirante. Personalmente ricordo di avere conosciuto e intervistato, negli anni '80, il politico Giorgio Almirante (1914-1988), figlio di quel Mario che dal teatro passò al cinema, prima come regista e poi come direttore di doppiaggio. Giorgio, proveniente dall'ambiente artistico di cui parla il libro del suo discendente, ebbe un breve periodo nell'infanzia, nel mondo dell'arte, apparendo nel teatro, dopodiché lo ricordiamo soltanto per aver scelto la ribalta politica, con quel suo fare educato e signorile, amato e odiato, ma comunque fisicamente e culturalmente interessato vivamente, alle sorti dell'Italia. Apprendiamo dalla quarta di copertina che le ricerche storiche del libro partono dalle molte famiglie d'arte che nel periodo 1700/1900 percorrevano l'Italia per portare, anche nei paesi più sperduti, le suggestioni del teatro, ma pure cultura insieme al dibattito politico del tempo. Leggiamo: -"Su carrozze ricolme di costumi, scene e bambini frignanti, tra quelle famiglie c'è anche quella fondata da "monsignor Pasquale Almirante, figlio del duca di Celsa “monsignor” Pasquale Almirante, figlio del duca di Celsa Piccola Pietro, che, innamoratosi di Elisabetta Quintavalle, un’attrice girovaga, lascia la solidità paterna, diventando così lui stesso capocomico e “comico”. Nello scorrere del lavoro letterario ritroviamo elementi che ci riportano a questa famiglia, in Sicilia, fin dai primi dell’800, anche a merito delle abitudini del tempo, per cui (1859-1876 da alcune lettere ricevute, due anni prima dell’Unità d’Italia,da Lionardo Vigo Calanna, marchese di Gallodoro (Acireale, 25 settembre 1799 – Acireale, 14 aprile 1879, poeta, filologo e politico italiano), a firma di Antonio Teodosio, apprendiamo i cognomi di quanti lavoravano nella stessa compagnia: i Garzes, i Campagna, i Rosa, i Previtali, i Dall’Este, i Malvica, i Menichelli. Si esibiva con loro quella "Pina", diva del cinema muto, rivaleggiante al tempo con Italia Almirante Manzini, memorabile interprete del film Cabiria, di Giovanni Pastrone, ricordato come il primo grande kolossal del cinema mondiale. Essendo l'autore del libro, per temperamento, coinvolto nel settore culturale e tanto di più anche discendente di quei nobili interpreti dell'arte, non stupisce che abbia desiderato, attraverso l'interessante pubblicazione, ricercare e rendere pubbliche le biografie di ciascun Almirante, " partendo dai figli di Pasquale e di Elisabetta: da Michele, il papà di Italia; da Pietro, da cui deriva l’autore; da Giuseppina che, sposata con Luigi Garzes, diede al teatro Francesco e Arturo; da Nunzio da cui nacque Luigi, il primo interprete dei “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello; e poi Ernesto, che troviamo con Fellini e Germi; Giacomo", senza dimenticare, ovviamente, quel Mario, scenografo e regista di importanti film muti, al quale dobbiamo la presenza politica forte ed incisiva del figlio Giorgio Almirante, che non possiamo non annoverare tra le personalità più di spicco della nostra Italia. Bianca Fasano

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- Arte

Agropoli 2 giugno Premiazione.

Si è tenuta in Agropoli, il giorno due giugno 2016, a partire dalle ore 17, presso la Sala del Consiglio, la cerimonia di premiazione della seconda edizione del Concorso Nazionale di Arte, Poesia e Prosa "Cav. Pietro Antelmo", con il patrocinio del Comune di Agropoli, la volontà del Centro Sociale Polivalente "Cav Pietro Antelmo" ed il supporto economico della famiglia Antelmo. Tema del Premio: "La Pace". L'evento, introdotto da "Il silenzio", interpretato magistralmente dal musicista Gianluca Giulianati, è stato anche finalizzato, così come per la prima edizione, a commemorare la nobile figura del compianto Cav. Pietro Anselmo, già presidente della sezione cittadina "Reduci e Combattenti" e del Centro Sociale Polivalente di Agropoli a lui intestato. Presidente del Centro: Antonio Voso, Responsabile del Premio e del Settore Culturale Prof. ssa Marilena Tiso, instancabile ed ottima organizzatrice di questa e di altre manifestazioni a carattere culturale. Presenti alla manifestazione tra gli altri: Avv.to Franco Alfieri, sindaco di Agropoli, Dr. Adamo Coppola, vice sindaco, Avv. Framcesco Crispino, Assessore alla Cultura; tutto il direttivo del Centro Sociale Polivalente. Per la giuria il Presidente Preside Romeo Messano, la Prof.ssa Bianca Fasano, Docente, giornalista e Presidente dell'Accademia dei Parmenidei, Prof. Mauro D'avenia, Psicologo e Docente di Filosofia. Presenti ancora: Giudice Vitaliano Esposito, Signor Liberato La Trecchia, preside Bruno Bonfrisco, Signora Maddalena Lettieri Tani, Giornalista laura Guidi, addetta stampa di Rai 3, Roma, Prof. Filomena Mariano, dr. Pietro Di Biase, Prof. Maria Pia D'Amato e molti altri illustri ospiti. Il Premio, che nella passata edizione era stato dedicato al tema della libertà, offrendo in questa edizione il tema delle "Pace", ha voluto richiamare l'attenzione del pubblico e degli artisti che si sono a questo ispirati, alle problematiche di sofferenza umana presenti attualmente nell'intero mondo, per cui tutti i popoli, anche se viventi in nazioni dove regna la pace, vengono in qualche modo coinvolti, fosse anche soltanto per i flussi migratori che si vedono giungere nelle nazioni e mettono in condizione le popolazioni ospitanti e le amministrazioni della necessità di gestirli al meglio. E' sempre la mancanza di pace che porta nelle nostre case, attraverso le immagini, la sofferenza di tanti popoli, la morte,la distruzione fisica e morale di persone e cose. Più che valida quindi la tematica scelta, che è rimbalzata anche nella tante scuole del territorio, laddove molti ragazzi di varie età hanno deciso di partecipare al Premio stesso, con disegni o poesie. Tanti giovani premiati, difatti, sono venuti a ritirare le loro targhe e coppe e per tutti i partecipanti, quel meritato diploma che assegnava loro, oltre la partecipazione, anche un merito per aver saputo esprimere un concetto così complesso. E' stata in effetti, questa serata di premiazione, anche la festa della cultura, capace di raggiungere anche la parte giovane della popolazione, perché è attraverso la cultura, sia quella delle proprie origini territoriali che quella della più vasta origine dell'uomo, che si può sperare di porre fine, in tempi vicini, alla sofferenza umana. Una sofferenza che nasce dalla disuguaglianza, dalla diversità non accettata e condivisa, dalla mancanza di amore tra i popoli e dalla carenza di beni essenziali. La possibilità di godere di beni primari, compresa la pace, permetterebbe a tutti i popoli di vivere in modo sereno la famiglia, la cittadinanza, la vita nella propria patria d'origine ed eviterebbe la necessità di doversi spostare, come oggi purtroppo accade, su barconi pericolanti, su gommoni che affondano, portando con sé bambini che rischiano la morte e troppo spesso la incontrano, per sfuggire a quella che rappresenta proprio il contrario della pace: la guerra. Queste le convinzioni che hanno espresso nel corso degli interventi tutti coloro che hanno preso la parola. Ecco i premiati per le sezioni adulti: Targhe: Paul Scantei Costantin con Family; Agnese Stagnoli, con Bambini in guerra: Angela Panzironi, con La Pace; Anna Olga Spinelli, con Pace; Natale Miriello, con Per la Pace; Grazia La Forgia, con Vorrei che la mia vita fosse Pace; Elena Avagliano, con Pace; Sara Cirillo, con La Pace; Giulia Del Verme, con La Pace; Emanuel Mautone, con Difendere la diversità; Paola Russo con La Pace; Sayah MabrouK, con Un sorriso per la pace. Coppe: Mattia Marotta, Marco Corrado; Ilaria Federico; Chiara D'Andrea, Sofia Abbate e Carmen Scarpa. La sala del Comune, piena di cittadini di ogni età, è stata la più evidente dimostrazione di quanto sia sentita la problematica portata come tema di questa seconda edizione del premio. Bianca Fasano

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- Letteratura

Bruno Pezzella un saggista al suo secondo giallo

Dobbiamo definire lo scrittore Bruno Pezzella "Uomo di cultura". Anche se, a farlo oggi, ad essere definito o definire qualcuno "uomo di cultura", si rischia di vedersi osservati come se si fosse usciti da una sorta di universo parallelo, impolverato e noioso. E' forse il significato ambiguo che si da al termine, che lo assimila a vecchi libri noiosi e passati di moda, a ritornelli ripetuti sul "Leopardi e la natura matrigna", sugli "Ossi di seppia" che hanno perso il commestibile, terribilmente trasformati, in anni ed anni di ripetizioni senza più credibilità, in ricordi frantumati, spenti, che non hanno più nulla da offrire. In questo modo, seguendo questa via perversa, si dimentica che la "cultura", intesa come utilizzo di crescita spirituale attraverso la conoscenza, è pane per i vivi e non fiore reciso per le tombe. Questa cultura viva, e il tentativo di tenerla viva, sono la compagnia e la spinta di Bruno Pezzella, scrittore, giornalista e, sì, vivacemente, uomo di cultura. Bruno, che conduce in Napoli, con determinazione, la sua battaglia culturale, spronandoci, infiggendo nelle nostre e mail strali d'inviti e Comunicati stampa che ci ricordano gli appuntamenti della rassegna culturale “'Apeiron … o dell’indefinito, principio di tutte le cose”, ideata e coordinata proprio da lui. Bruno Pezzella, come ebbi già a dire di lui mi ricorda uno di quei personaggi di cui egli stesso parla in un suo precedente lavoro: - “Gente comune veramente colta, spina dorsale e coscienza di tutte le società progredite; per fortuna ancora la incontriamo nei bar, nella metropolitana, nei luoghi dove il sapere si fa per davvero, che per inciso, non sono soltanto e necessariamente le università e gli istituti di ricerca. Molta di questa gente non la vediamo quasi mai in televisione. È una condizione personale, intima, spirituale che tuttavia è sociale, porta reali e silenziosi benefici alle comunità.”- Comune, forse no, ma "veramente colta", sì. Bruno, elegante, serio, un po' astratto nell'osservazione quasi platonica delle cose del mondo, continua a scrivere, a prestare il fianco a chi si domanda:-"Perché un autore scrive?", a quanti contano i libri stampati e li paragonano ai pochi lettori. Perché scrive un autore? Evidentemente, se vero autore è, scrive perché ha qualcosa da dire. Qualcosa che brucia dentro e non vuole saperne di essere tacitata. Ed ecco che ci costringe a guardare indietro, ai testi che precedono questi "gialli": sono di differente "indicazioni terapeutiche", utili all'insegnamento come quel " Un professore riflessivo. Manuale di specializzazione all'insegnamento", oppure quel suo:"Sapere, formare", o anche: " Il sapere tra incertezza e coraggio. La conoscenza mobile", dove ha dedicato attenzione a questo "nuovo sapere", senza punti di riferimento, luoghi certi e persone che lo rendano sicuro. Quel "sapere" cui si abbeverano, qualsiasi sia la fonte, i nostri giovani, lasciandosi permeare, senza scudo di conoscenza, da un flusso continuo e incontrollato d'informazioni. Anche di quel sapere si è occupato Bruno. Poi ce lo ritroviamo, sempre con la sua aria leggermente altera e distratta, alla presentazione di "Controluce, edizioni Homo Scrivens collana Dieci, del 2016, Nella Sala antica e in bilico tra il Borbonico ed il ricordo dei martiri della Repubblica Napoletana dell'Istituto Italiano per gli studi filosofici" a Montedidio.Tra amici: la dolce e persuasiva giornalista Fiorella Franchini, il forte e incisivo giornalista Antonio Filippetti. l'editore del libro, Aldo Putignano ed una attrice di caldo temperamento come l'Adriana Carli, che, d'achito, ha fatto suo un pezzo del lavoro letterario, introducendolo con temperamento battagliero in un non breve percorso. Dentro quel "pezzo", nascosto nel "mastodontico personaggio" ("la montagna", lo chiameremo anche noi), in realtà si è intrufolata una potente parte della filosofia che l'autore porta con sè ovunque voglia mettere mano, qualsiasi sia la tematica che decide di affrontare. La trovammo nascosta anche nel suo precedente "giallo", ossia: Nik Stupore ... e i tre nodi del marinaio". Editore: Rogiosi. "Terapeutici", definisce Bruno i suoi lavori e, sornione, afferma di non avere mai avuto bisogno di uno psicologo. Il suo ultimo lavoro c'introduce, nelle prime pagine, violentemente, in una scena di sesso brutale e fortemente sadomaso. Smettiamola, noi lettori di cercare l'autore in ogni suo lavoro. Non è detto che lo troveremo dove più facilmente ci aspettiamo si nasconda: nelle perversioni, nelle debolezze umane, nelle strade difficili da percorrersi e "crepuscolari", o in "controluce", laddove definire fatti, personaggi, realtà, appare piuttosto difficile. Il nostro autore lo troviamo nelle descrizioni di Napoli, così vive da poterle assaporare. Nell'accuratezza dello svolgimento dei fatti, seppure all'apparenza tortuoso e complesso. Nel "viaggio" ben definito, che ti conduce, da lettore "che non sa", quasi per mano. Dove l'autore ha deciso di portarti. E' inutile che tu, lettore, voglia "barare", andando a sbirciare le ultime pagine: no: non vi troverai il facile "the end", il tenero bacio del "...e vissero felici e contenti." Se mai quel passaggio fuori norma ti confonderà ancora di più la comprensione, costringendoti a tornare indietro "rimandato", ripetente, alla ricerca del filo d'Arianna perduto. Non perderlo: dietro ogni personaggio, dietro ogni storia, c'é stata l'attenzione dello scrittore che ha ascoltato e fatto suo ogni pensiero che non gli apparteneva, per regalarlo ai suoi "personaggi in cerca d'autore". Non è perché oggi tanti leggono in "Noir" e in "Yellow" che lo scrittore li ha scritti, ma proprio perché "gli andava di farlo". E tanto ci basta. Bianca Fasano

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Il Gemello decerebrato

"Il gemello decerebrato". Presentazione dell'autrice. L'uomo, oggi in special modo, "gioca a fare Dio". Non è detto che ogni uomo creda in una divinità superiore che lo abbia creato, come si potrebbe fare un giorno con un robot di carne. Guardando "nel fondo del cielo" un team internazionale di astronomi ebbe modo di immortalare nella costellazione del Leone (la mia come segno zodiacale), un "gamma-ray burst from a star" ossia la luce rossa che irradiava una stella morente, accaduta quando l'universo aveva "solo" 630 milioni anni di età. Quella luce di colore arancione era esplosa a circa 13,03 miliardi di anni luce rispetto all'attuale posizione della Terra, ossia 30 miliardi di anni luce da adesso. Un baratro nel passato, rispetto alla vita del presuntuoso essere umano. Siamo così piccoli che, dai tempi dei tempi, ci siamo inventati un'anima. Oppure la speranza di una sopravvivenza quanto più possibile vicina all'eternità. Come giornalista, ma forse anche come poeta, mi sono sempre posta molte domande ed ho anche fatto riflessioni (a titolo speculativo) sui più svariati fronti dell'esistenza. L'essere umano, nel tempo, ha forse appreso a rispettare di più l'infanzia; ma, allora: perché tanti bambini subiscono abusi in famiglia o da persone che la frequentano? Oggi vengono al mondo piccoli miracoli dovuti alla scienza, sia per le difficoltà concrete che sono superate con mezzi nuovi che per l'età delle mamme, più adatte a fare da nonne che da mammine al primo figlio. Bene o male? La clonazione non riguarda più "la pecora Dolly". Qualcuno, nascostamente, clonerebbe un nuovo Hitler? Qualcuno ha clonato o vorrebbe clonare, il figlio perduto? Cosa abbiamo il diritto di fare, in nome della scienza, cosa non dovremmo? Dobbiamo guardare alle stelle, mentre distruggiamo il pianeta su cui viviamo? Abbiamo davvero il potere di farlo, o più semplicemente è il nostro habitat che stiamo rendendo sempre meno abitabile? Dal Vangelo di Luca mi è restata impressa questa sequenza: -" E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Abbiamo, forse noi uomini un habitat, o non lo abbiamo piuttosto sottratto alle belve della foresta, agli orsi, ai lupi? L'habitat dell'uomo è stato da lui adattato, se non creato del tutto. La terra è stata spesso travolta e stravolta dall'essere umano, anche se in realtà noi rappresentiamo soltanto una presuntuosa specie che molto facilmente dovrà un giorno estinguersi nel tempo, come i dinosauri. Guardando al passato, anche senza essere degli scienziati, ci si rende conto che abbiamo in comune con le altre specie viventi l' "evoluzione" Siamo abituati a vedere questa parola come sinonimo di "miglioramento" e portati a credere che sia "unilineare", per cui siamo forniti del desiderio (specialmente noi europei), di "insegnare a vivere" agli altri esseri umani che ci assomigliano, un po' come facevano i romani con la latinizzazione. Purtroppo non sempre questo desiderio, anche a carattere religioso/sociale, assume ruoli positivi e costruttivi e lo stiamo apprendendo a nostre spese, più apertamente, dall'attentato delle torri gemelle, abbattute a Manhattan l’11 di settembre, sotto la direttiva (questa la tesi ufficiale), del leader di Al-Quaeda, Osama bin Laden. Possiamo parlare di acculturazione, integrazione ed assimilazione delle popolazioni vinte o del tentativo di operarlo. Guardando al presente o ad un passato più o meno recente (non ci allontaniamo di troppo), in nome della cultura e della religione sono stati commessi e si stanno commettendo oggi, le più grandi violenze. Non soltanto dagli europei. Ci diamo un gran da fare noi esseri umani, come se la nostra specie fosse in diritto di ritenersi al di fuori delle possibilità di estinzione o, nella migliore delle ipotesi, di evoluzione. Non ne siamo estranei, invece, e neanche è detto che l'evoluzione cui potremmo essere soggetti ci possa piacere. Siamo destinati ad una lunga sopravvivenza di specie? La più lunga, in quanto animali intelligenti? Non lo sappiamo. I dinosauri si sono estinti, ma non del tutto, poiché alcuni di loro ci svolazzano leggeri sul capo. Abbiamo orrore degli scarafaggi (le blatte), però queste creature hanno lasciato il segno della loro (già) presenza nei fossili di blattoidei del Carbonifero, tra 354 e 295 milioni di anni fa. Sono, tuttavia, meno "forti" di quello che crediamo, difatti sarebbero i primi a morire dopo una guerra nucleare non sopportando più di 20 000 rad di esposizione radioattiva. Un pensiero noioso in meno. Gli squali sono tra le specie più longeve, perché esistono da alcune centinaia di milioni di anni, nondimeno li sta portando a rischio di estinzione il riscaldamento delle acque degli oceani e il loro aumentato livello di acidificazione. Siamo proprio bravi a fare guai. Noi esseri umani appariamo piuttosto resistenti, giacché contiamo, come specie, circa 200.000 anni. I Neandertal comparvero in Europa 700.000 anni fa e meno di 40.000 anni fa si sono eclissati. Potremmo dire, misteriosamente. Una spiegazione però c'é: Siamo arrivati, dall'Africa, noi Homo sapiens e non sappiamo a quanto tempo abbiamo diritto. Confesso di aver creduto per anni che tra i Sapiens e i Neanderthal non ci fosse stato molto in comune per questioni legate all'impossibilità di procreare di un eventuale prole nata dal connubio. Senza offendere i primi che, anche se brutti, dal nostro punto di vista, erano stati capaci, con le loro enormi narici e la fronte bassa e scivolosa, di sopravvivere nella glaciazione, il Sapiens e il Neanderthal. convissero e, anche, si accoppiarono, malgrado le differenze fisiche eclatanti. Questo spiega il perché del fatto che oggi più del 5% del nostro Dna, porti tracce degli incroci che avvennero tra i due ominidi, compreso il cugino asiatico dei secondi : il Denisovan. Le prove sono venute dal sequenziamento massiccio del Dna di oltre 380 reperti archeologici resi pubblici sull’ American Journal of Medical Genetics. In pratica ai Neanderthal dobbiamo un grazie, poiché da queste specie di ominidi abbiamo ereditato alcuni dei geni fondamentali del nostro attuale sistema immunitario. Quelli che ci rendono capace di resistere alle infezioni da funghi, batteri e parassiti e in negativo, quelli responsabili della nostra tendenza a sviluppare allergie. Ci spieghiamo così anche la scomparsa, quasi fulminea, del Neanderthal: eliminato dal Sapiens che, oltre ad essere più intelligente era, forse, anche più cattivo. Domande, dicevo. Pensieri, dicevo. Quelli che colpiscono una scrittrice si tramutano, molto spesso, in romanzi, studi, saggi, racconti, poesie. Ecco la spiegazione anche per i miei romanzi "di fantascienza", che mi hanno "costretta" a rispondere alle mie domande, trovandone, per strada,anche altre. -"Se il sole muore", scrisse Oriana Fallaci, nel 1965. Il sole di cui lei parlava non è quello che illumina e riscalda il nostro pianeta. Quello che ci interessa lo hanno studiato (tra gli altri), alcuni ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) e pubblicato su Astrophysics. Stiamo parlando di un tempo che non riguarderà certamente noi e neanche i nostri lontanissimi discendenti. Non riguarderà, forse, neanche la razza umana, che sta facendo di tutto per "implodere" coi propri mezzi. Certamente, però, tra cinque miliardi di anni il nostro Sole (che è una stella, per cui in totale ha una "speranza di vita"di circa 13 miliardi di anni) inizierà a "morire". Nel nucleo non vi sarà più idrogeno, la cui fusione oggi produce energia e crescerà, divenendo centinaia di volte più grande di oggi. Soltanto se la Terra riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi (dicono gli scienziati del Sussex), potrà sfuggirli e sopravvivere, differentemente verrà fagocitata nell'ultima agonia solare. -"Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo; nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo, noi non ci saremo. " Diceva Francesco Guccini.

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- Musica

roberto giaquinto: il talento italiano che conquista gli USA

 Il 13 e il 14 maggio all’Alexanderplatz di Roma si terrà un evento speciale: Roberto Giaquinto sarà in concerto con il leggendario sassofonista statunitense George Garzone. Roberto è un musicista dal talento strepitoso che ha ricevuto riconoscimenti internazionali e vanta di collaborazioni con i colossi del jazz contemporaneo. Nato a Napoli, ha subito mostrato giovanissimo le sue capacità, inserendosi nella scena musicale della città. La sua passione l'ha spinto a trasferirsi a Roma, città in cui ha continuato i suoi studi e allargato le sue conoscenze musicali, iniziando i suoi primi tour europei. Parallelamente alla sua fervida attività concertistica in tutta Europa, Giaquinto ha terminato i suoi studi di Conservatorio ed è stato poco dopo premiato con una borsa di studio per il prestigioso Berklee College of Music. A Boston è poi scelto per essere parte del programma altamente selettivo Global Jazz Institute, diretto dal pianista Grammy-winning Danilo Perez. Giaquinto è stato subito apprezzato per la sua sensibilità musicale, per l’originalità’ del suo timbro e la fluidità di fraseggio sulla batteria, caratteristiche gli hanno sempre permesso di partecipare ad alcuni tra i più importanti festival e club nel mondo, tra cui la Detroit Jazz Festival, il Toronto Jazz Festival, il Blue Note, Kennedy Center e molti altri. Oggi Roberto è considerato uno dei batteristi di punta sulla scena jazz mondiale, in quanto ha caratterizzato e creato il suono di alcuni gruppi importanti che hanno, grazie a lui, preso vita e riscosso grande successo, tra cui il Mike Bono Group, il Daniel Rotem Trio, il Christian Li Group, l'Albino Mbie Project, il Veronika Morscher Band e molti altri. Non c'é da rimanere sorpresi per un batterista del suo calibro, il cui drumming ricorda quello dei giganti della batteria jazz, come Elvin Jones, Max Roach, Roy Haynes, Art Blakey e Tony Williams. Giaquinto oltre ad essere un batterista dotato di una fervida creatività e potenza ritmica, è anche un florido compositore e bandleader. Infatti, al di là della sua attività di sideman, il batterista partenopeo ha formato da circa tre anni il Roberto Giaquinto Group ed il duo Radio Intro, in collaborazione con il pianista Yakir Arbib, creando progetti con cui ha già girato il mondo riscuotendo un grande apprezzamento dalla critica musicale, grazie alle sue abilità compositive. Le sue combinazioni musicali, infatti, sono il perfetto risultato di un mix che nasce dall’incontro delle melodie folcloristiche e classiche napoletane-europee e la tradizione del jazz e del rock Americano. Esempi perfetti sono i suoi brani “Venn Diagram” e “ Late Night, Uneven Surfaces”, laddove la complessità della forma e della struttura armonica si nasconde dietro melodie profonde e nostalgiche, paragonabili a quelle del premio Oscar Ennio Morricone o a quelle più dissonanti di Ravel e Debussy. A breve, dunque, avremo il piacere di ascoltare Giaquinto al fianco di uno dei più grandi sassofonisti al mondo: George Garzone. Un evento raro cui tutti gli appassionati di jazz non possono mancare. I due hanno iniziato la loro collaborazione circa quattro anni fa negli USA, quando il celebre sassofonista è rimasto folgorato dall’originalità’ e dal talento del giovane batterista italiano. La loro affinità musicale, ormai consolidata, darà certamente vita a due indimenticabili serate nello storico jazz club di Roma. Il 13 e il 14 maggio, dunque, l’Alexanderplatz Jazz Club servirà da piattaforma per i due strepitosi artisti che si esibiranno in libere improvvisazioni e in composizioni originali di Roberto Giaquinto, talento di spessore mondiale, di cui l’Italia può fieramente vantarsi. Bianca Fasano

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- Letteratura

Successo di pubblico e interesse per il Seminaro

Tra le intestazioni che riguardano la responsabilità professionale del medico leggiamo:- «… nella Borsa del diritto il titolo “responsabilità del medico” è segnalato in forte e costante rialzo…». Non stupisce quindi il successo di pubblico e l'interesse per l'argomento trattato, venerdì 19 febbraio 2016, nel Seminario sul tema "Responsabilità medica; inquadramento, prassi, informazione, assicurazione", che si è tenuto venerdì 19 febbraio 2016 (ore 15:30 – 18:30), in Salerno, Palazzo Sant’Agostino – sede della Provincia – AULA CONSILIARE . Anche in questa occasione quindi l'Associazione Giorgio Ambrosoli di Salerno sembra abbia scelto una tematica di vasto interesse, sia a livello di legislazione (presente, passata e futura), sia per l'importanza che questa ribalta a livello assicurativo (importantissimo l'intervento degli addetti ai lavori), che per gli avvocati, chiamati a dirimere questioni sempre più complesse e per gli stessi diretti interessati, ossia i medici, ai quali l'attenzione verso la responsabilità professionale diviene sempre di più indispensabile. La serata ha registrato coinvolgimento anche per l'attività formativa, accreditata ai fini della formazione professionale continua, con 3 Crediti formativi per gli avvocati, di cui si è interessata quale segretaria ad hoc la dottoressa Rita Palmieri. Dopo il saluto ai tanti intervenuti, del Presidente l'Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, dr. Raffaele Battista, per questioni di tempistica (i due specialisti intervenuti provenivano da Milano), il Moderatore della serata, Avv. Pasquale D’Aiuto, ha dato la priorità agli interventi della Dott.ssa Giuliana Casamassima, Allianz S.p.A., Responsabile Attuariato e Sviluppo Prodotti Rami Vari, Area Tecnica Rami Vari e al Dott. Riccardo Rolla, Allianz S.p.A., Responsabile Ufficio Assuntivo Casualty – Direzione MidCorporate. La prima ha trattato l'argomento: -“Perché le compagnie che assicurano la responsabilità civile sanitaria operano in un mercato complesso: elevato numero di sinistri denunciati; ampliamento dell’ambito di responsabilità; alto costo medio del sinistro; instabilità del quadro legislativo”- e il secondo: -“Focus sulle strutture sanitarie: risk management; principi di valutazione del rischio; casi effettivi di sinistro”.- Tuttavia i due assicuratori hanno relazionato praticamente assieme, lasciando a l'uno e all'altro l'intervento, laddove in qualche modo il metodo potesse essere di maggiore chiarezza per gli spinosi argomenti, complessi ed in evoluzione legislativa. Nel corso della trattazione è stato anche posto in luce come, nella responsabilità professionale, spesso intercorra un ampio lasso di tempo tra la condotta errata e la manifestazione del danno, per cui diviene complessa la questione al momento in cui il diritto viene fatto valere. Sono state trattate tra l'altro le formule loss occuranze e claims made e gli elementi di valutazione nell’assunzione del rischio adottati dalle Compagnie Assicurative. Naturalmente nell'attualità ai medici interessa anche il modo in cui aumenta il premio a seconda della specializzazione. Tra gli argomenti trattati, la legge Balduzzi (n.189, 8 Novembre 2012), le diverse proposte legislative, atte a rivisitare l’intera regolazione della medical malpractice che pone da un lato la esigenza di giungere presto ad una legge su questo tema, divenuto drammatico e dall’altro i diritti dei cittadini da tutelare, relazionandosi anche al Ddl presentato dal gruppo del Pd della Commissione Sanità del Senato (primo firmatario il senatore del Partito Democratico Amedeo Bianco, della commissione Sanità), nel tentativo di trovare un punto d’equilibrio tra medico e paziente. Importantissima al fine dei chiarimenti giuridici l'intervento del Dott. Cesare Taraschi, Magistrato ordinario in servizio presso il Tribunale di Salerno con funzioni di giudice civile, che ha trattato: “Il consenso informato. Risvolti in termini di responsabilità medico-professionale” ed è stato sollecitato, anche rientrato al suo posto, ad ulteriori chiarimenti, data l'importanza della quaestio. La Dr.ssa Monica Contaldi, Medico chirurgo, specialista in Medicina legale ha ampiamente trattato: “Il ruolo del Medico Legale nelle controversie in materia di Responsabilità Professionale”, sollecitata anche dalle domande del moderatore avv. Pasquale D'aiuto ed infine il Dr. Raffaele Ferraioli, Medico chirurgo, Specialista in Anestesiologia e Rianimazione nonché Cardiologia, Consulente Istituto Polidiagnostico “Medicanova S.p.A.” in Battipaglia (SA) (già Direttore Generale d’Azienda Sanitaria Locale, già membro del Consiglio Generale d'Indirizzo della Fondazione Scuola Medica Salernitana) ha posto in rilievo la: “Professionalizzazione e responsabilità in ambito sanitario”, riferendosi all' acquisizione delle competenze tecnico-professionali, delle competenze di processo e delle competenze di sistema che riguardano le professioni sociali e sanitarie nelle loro differenze di ruolo ed i nuovi modelli e gli strumenti di integrazione professionale rispetto a quando, in passato si richiedeva dalle professioni sanitarie differenti da quelle mediche. In tal senso si è chiarito come, rispetto a tale professionalizzazione, sia cambiata anche la responsabilità in ambito sanitario. Il Dr. Raffaele Ferraioli, nel corso del suo intervento ha inteso quindi accentuare come, considerando le rilevanti trasformazioni intervenute nell’assetto istituzionale dei sistemi sanitari, tutti gli attori del sistema-salute (medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, direttori di distretto, organizzazioni pubblico-private e non-profit, cittadini-utenti/pazienti…) cooperino oggi alla realizzazione di reti di rapporti forti, in grado di scambiarsi mezzi. Il risultato di questa "governance" necessariamente valica la settorialità e l’autoreferenzialità degli interessi corporativi e di mercato. Chiaramente questo influisce sulle responsabilità in ambito sanitario. Bianca Fasano

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- Società

L’Italia dei Santi migranti e dei film dagli incassi esaltan

Ammettiamolo pure: non tutti amano andare al cinema. Troppi concorrenti; la competizione della televisione, dei dvd, e della stessa "pirateria" che ci permette di vedere a casa un film da incassi proibitivi, nello stesso tempo che viene programmato nelle sale cinematografiche e magari ci fa dire: "ma dopotutto non è che sia poi il massimo", dalle poltrone di casa nostra, se non dal letto, in pigiama. Mentre il film "Perfetti sconosciuti" scalza "Quo vado" dai primi dieci, il "nostro" Checco Zanone si becca a febbraio altri 27.250 euro di incassi, riprendendo quota. Nessuno però si stupisce che l'italiano medio lasci in massa le comode poltrone per mettersi in fila allo scopo di vedere un film che, dicevamo, potrebbe vedersi da casa propria, come direbbe Arbore "Aumm aumm". Invece sembra attirare l'attenzione stupita di tanti, l'interesse religioso suscitato dalla "salma" (mi si perdonino le virgolette"), di Padre Pio, "migrata" in Vaticano dal 3 all'11 febbraio 2016, nella Basilica di San Pietro per il Giubileo. Lo ha deciso un Papa. Neanche uno di quelli che paiono parlare in latino anche usando l'italiano. Ma il nostro Papa Francesco, dalle scarpe nere e il grosso borsone, che si è proposto di visitare i luoghi più vicini, ma perfino i più lontani dalla fede, con il suo sorriso bonario e l'accento che di latino ha ben poco. Tanti gli articoli che parlano di questo "spostamento" di Padre Pio e del numero di fedeli che hanno attorniato "le spoglie"; nel piazzale protetto dalle forze dell'ordine per tema di attentati si sono presentati circa 5000 fedeli (secondo la Questura) occupando via Tiburtina. Non soltanto: la teca con il santo è arrivata, in ritardo sui tempi di circa un'ora, alle 16.30, perché la folla di fedeli l'ha bloccata nelle varie tappe del viaggio da San Giovanni Rotondo a Roma. Il carro che trasportava l'urna è stato circondato da migliaia di cittadini ben decisi a "salutare il corpo del santo". Ci stupiamo? Non avremmo avuto, ciascuno di noi, una grazia da chiedere? Una intercessione da sperare? Una preghiera per sostenere le nostre povere anime soggette alle tribolazioni terrene? Sia coloro che Padre Pio lo hanno conosciuto personalmente che quanti lo hanno seguito, da lontano, per anni, nelle vicissitudini (anche legali), dovute a quel suo benedire con sulle mani il segno di una crocifissione mai patita fisicamente sulla croce, ma forse fisicamente per motivi che sfuggono alla nostra umana riflessione. Insomma, possiamo pensare che quell'uomo di fede se la sia ben meritata la sua aureola di santo. Bene: tuttavia nessuno si stupisce delle persone recatisi in fila per vedere un film o per assistere alle partire di calcio della squadra del cuore, pur a rischio di trovarsi coinvolto in risse. Possiamo ricordare Il concetto marxiano della religione come “ oppio dei popoli”, ma non dobbiamo dimenticare che il filosofo identificava nella storia strutture e sovrastrutture. Quelle economiche (rapporti di produzione ) avevano il potere di condizionare (mi si perdoni l'approssimazione) le seconde. Le individuava nella filosofia nell’etica, nell’arte , nella letteratura, nel diritto e nelle altre esteriorizzazioni del pensiero umano, ossia in quella che potremmo definire la “cultura non materiale” di un popolo. La religione era parte integrante di quella cultura e per Marx aveva il lato negativo di convincere gli uomini dell’esistenza di un altro mondo ultraterreno, cui tendere, dal quale attendersi la giustizia e il bene, colpevole però di fare sì che nella vita terrena facesse loro sopportare le ingiustizie e il male. Malgrado ciò per lui era anche "la più bella delle favole". In questa "favola", forse, l'essere umano vuole ancora credere e il nostro Papa Francesco (Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.) lo ha capito. Certo, tra la folla non mancavano i soliti "fedeli" intenzionati a piazzare sotto il naso dei presenti foto di pseudo-figli malati, chiedendo elemosine e non miracoli dal Santo. C'era chi ha realizzato denaro "servendosi" dalle borse delle signore distratte o vendendo santini. C'era da prevederlo. Per tanto tempo "Padre Pio" è restato "sotto" la chiesa di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo, nella cripta nella quale era stato sepolto. Quarant’anni di pellegrinaggi per pregare sulla tomba nascosta sotto un blocco di pietra di marmo verde di 30 quintali,circondata dalle grate di ferro. Poi, nel 2008, è stato esumato per essere esposto in un'urna circa 17 mesi. Successivamente nel 2010 la salma di Padre Pio è stata sistemata nella cripta della Chiesa Nuova di San Pio, dal 1 giugno 2013, un'altra volta in mostra alla devozione dei fedeli. Non è finita. Domenica 14 febbraio 2016, le sue spoglie mortali sono giunte nella Casa Sollievo della Sofferenza. Ci "tornava" dopo la sua ultima visita risalente al 5 maggio del 1966. Quella "Casa", da lui fortemente voluta, fu inaugurata il 5 maggio del 1956 ed è tutt'oggi sollievo per la sofferenza. Il "nostro Papa", non sembri strano, In occasione del Mercoledì delle Ceneri, nella circostanza dell'investitura ufficiale dei Missionari della Misericordia ha "voluto" a Roma le spoglie mortali di San Pio da Pietralcina e San Leopoldo Mandic, in quanto entrambi riconosciuti da tutti come grandi esempi di Misericordia vissuta a livello umano, a contatto con i fedeli e la afflizione. In tanti si affannano a spiegarci che quel che vediamo nella teca di vetro, ossia il volto del Santo Padre Pio, sia più merito della scienza umana che della conservazione terrena. Molti pensano che i fedeli siano ciechi, non comprendano la realtà dei fatti. Ma in quest'Italia d'Italiani in fila per film o partite di calcio non è un male che vi sia una parte di umanità in fila per pregare, per chiedere misericordia, per sperare, per sentirsi tutti Cattolici Apostolici Romani. Bianca Fasano.

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- Letteratura

le opere di Carmine Meraviglia al Pascale di Napoli

Il nuovo accogliente Salone dell'Istituto Tumori Napoli Fondazione G. Pascale  I.N.T. - Napoli, si avvale dell'l'opera "Le 4 stagioni della vita", del Maestro Carmine Meraviglia, donate dal Comune di Napoli alla "IRCCS" e collocate all'ingresso del medesimo. L'Ospedale G. Pascale, che risulta essere il maggior Istituto di Ricovero e Cura, a Carattere Scientifico Ocologico del Mezzogiorno, in realtà possiede già dal 2002, sei opere del Maestro Carmine Meraviglia, donate dal Comune di Napoli. Hanno grandi dimensioni e vengono installate all'epoca: due all'ingresso del "Day Hospital" e quattro nel salone d'ingresso del reparto degenze. A queste vengono ad aggiungersi, nel 2003, quattro murales che la direzione del Pascale commissiona all'artista, che vengono a sistemarsi in appositi spazi nel "Viale delle arcate. Successivamente, sempre nel 2003, vengono ospitate in appositi spazi predisposti nella Sala Convegni "Romolo Cerra due mattonelle di Carmine Meraviglia, misura 60x60. Occorre non dimenticare che l'artista dedica molto del suo tempo all'aiuto di quanti in questo Istituto napoletano vengono ricoverati e non hanno chi li possa sostenere anche soltanto per le piccole attenzioni del quotidiano. Purtroppo non è un mistero che lo studio SENTIERI per la cosiddetta "Terra dei fuochi"(TdF) e per il SIN (Sito d’Interesse Nazionale) di Taranto, affidato dal Parlamento all’Istituto Superiore di Sanità con la Legge n°6 del 6 febbraio 2014, avviatosi a febbraio e conclusosi a maggio, abbia condotto ai Principali risultati:-"Il quadro epidemiologico della popolazione residente nei 55 comuni TdF è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità e dell’ospedalizzazione per diverse patologie a eziologia multifattoriale ( che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e/o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani). Nell’insieme dei comuni della TdF della provincia di Napoli (32 comuni) e della provincia di Caserta (23 comuni) la mortalità generale è in eccesso in entrambi i generi. Nella provincia di Napoli SMR 110 per gli uomin i e 113 per le donne. Nella provincia di Caserta SMR 104 per gli uomini e 106 per le donne. "- (http://www.iss.it/pres/?id=1432&tipo=6) Non stupisce che un artista come Carmine Meraviglia si senta, da napoletano e da uomo, vicino alle problematiche della sofferenza umana. Dice in proposito:- "Di "Terra dei Fuochi" si parla col contagocce. Tutto si nasconde, sotto terra e sulle notizie dei TG e giornali. Pochi portano alla ribalta i danni provocati. Se qualcuno lo fa è solo per speculare. Molti mi chiedono di esporre le mie opere in mostre collettive dedicate al problema. Solo che chi le organizza chiede soldi ai partecipanti. La domanda nasce spontanea: Lo fanno per accumulare denaro o per vero spirito umanitario? (...) Se si deve portare all'attenzione la Terra dei Fuochi, si deve essere compatti e decisi."- Per descrivere l'uomo, ci piace lasciargli la parola:- "Ero un giovane ambizioso che portava una rottura nella pittura napoletana. Dipingevo Città fantastiche, naturalmente tutte inventate. Una di questa la si può vedere a Roma andando sul Raccordo Anulare. La centrale del latte. Un Architetto comprò un mio dipinto e ricavò la sua costruzione. Non ho nostalgia del passato. Oggi sono più che mai felice di essere Meraviglia attuale"- Sarebbe davvero lungo elencare i luoghi dove i suoi lavori sono esposti. Molti a disposizione dei cittadini. Tante le personali e le mostre collettive a cui ha partecipato, tanti i premi vinti. Tra l'altro ha creato, i trofei in ronzo "NUMEROUNO" e "PROFESSIONAL"rispettivamente per il Tribunale del Malato (Napoli), e l’ASL 3 di Campobasso. Su di lui si sono espressi favorevolmente:- "Achille Bonito Oliva - A.A. Aprea- A. calabrese - V. Cuomo - P. Girace - G. Della Martore - L. Eboli - A. Famiglietti - P. Palma - B. Malandrino - A. Malinconico - G. Novara - B. Messina - M. Smout - G. Grassi - L. Pumpo - J. Tarrasi, N. Palleggiano - M. Roccasalva - A. Schettini - V. Ursini - C. Barbieri - D. Rea - B. Lucrezi - A. Tirrito - F. Landolfo - F. Cremona - R. Spagnoli - A. Sasso - A. Avitabile - M. Garofalo - A.B. Oliva - L. Roano - S. Cervasio - A. Pepe - M. Galli - R. Pinto - D. Raio - TE.CA - V. Testa - A. Mocciola - D. Ricci - R. R. Boccia - V. Todisco - Flos - S. Weisbrod - A. Sansoni. B.Fasano e i telecronisti A. Giubilo - E. Corsi - F. Ricciuti - A. Linguiti - Carlo Dapporto"- Si spera che le sue opere, esposte nel Salone della Fondazione "G. Pascale" I.N.T. di Napoli, servano ad accompagnare con il favore dell'arte, gli ammalati che vi transitano con le loro famiglie e a ricordare a chi di dovere che il numero dei degenti potrà diminuire soltanto quando si porrà davvero fine alla tragedia della "Terra dei fuochi". Bianca Fasano.

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- Cultura

Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno

L’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, con gli onorevoli patrocini dell'Ordine degli Avvocati di Salerno e della Provincia di Salerno, è lieta di presentare il Seminario sul tema: "Responsabilità medica; inquadramento. prassi, informazione, assicurazione" che si terrà venerdì 19 febbraio 2016 (ore 15:30 – 18:30), in Salerno, Palazzo Sant’Agostino – sede della Provincia – AULA CONSILIARE . Saluti, introduzione e temi: Dr.ssa Monica Contaldi, Medico chirurgo, specialista in Medicina legale: “Il ruolo del Medico Legale nelle controversie in materia di Responsabilità Professionale” Dr. Raffaele Ferraioli, Medico chirurgo, Specialista in Anestesiologia e Rianimazione nonché Cardiologia, Consulente Istituto Polidiagnostico “Medicanova S.p.A.” in Battipaglia (SA); già Direttore Generale d’Azienda Sanitaria Locale, già membro del Consiglio Generale d'Indirizzo della Fondazione Scuola Medica Salernitana: “Professionalizzazione e responsabilità in ambito sanitario” Dott. Cesare Taraschi, Magistrato ordinario in servizio presso il Tribunale di Salerno con funzioni di giudice civile: “Il consenso informato. Risvolti in termini di responsabilità medico-professionale” Dott.ssa Giuliana Casamassima, Allianz S.p.A., Responsabile Attuariato e Sviluppo Prodotti Rami Vari, Area Tecnica Rami Vari: “Perché le compagnie che assicurano la responsabilità civile sanitaria operano in un mercato complesso: elevato numero di sinistri denunciati; ampliamento dell’ambito di responsabilità; alto costo medio del sinistro; instabilità del quadro legislativo” Dott. Riccardo Rolla, Allianz S.p.A., Responsabile Ufficio Assuntivo Casualty – Direzione MidCorporate: “Focus sulle strutture sanitarie: risk management; principi di valutazione del rischio; casi effettivi di sinistro” Moderatore della serata sarà l' Avv. Pasquale D’Aiuto, professionista iscritto presso l’Ordine degli Avvocati di Salerno. Fondatore e Segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno . L'attività formativa è accreditata ai fini della formazione professionale continua. Organizzazione: Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno. www.associazionegiorgioambrosolisalerno.it ; Info: Avv. Pasquale D’Aiuto - pasqualedaiuto@hotmail.com Si ringraziano per il prezioso supporto: www.costruzioniedilart.it Via Rio Secco, 11, Fisciano (SA); www.tecnochimicasalerno.it : Via delle Muratelle, 6, Salerno.

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- Enogastronomia

Pranzare “Giapponese” in Italia: di “autentici”, soltanto un

A Napoli, ad esempio nel ristorante giapponese “Da Zen 2”, si mangia un’ottima cucina giapponese con un buon rapporto qualità/prezzo. Partiamo però da un presupposto: Di “autentici” ristoranti giapponesi ce ne sono circa una cinquantina in tutta Italia. Se vogliamo è una ben strana combinazione che tanti NON giapponesi si siano “lanciati” in questo tipo di cucina, ma in particolare che la Cina abbia fatto proprie le tradizioni culinarie della sua grande rivale. Fanno parte della storia sia la prima guerra sino-giapponese (1º agosto 1894 - 17 aprile 1895), che la seconda guerra sino-giapponese (7 luglio 1937 - 2 settembre 1945), che rappresentò il più grande conflitto asiatico del XX secolo. Insomma: pare davvero strano che gli orientali, non giapponesi facciano propria una cultura che non gli appartiene. In realtà la diffusione è dovuta (verso la fine degli anni’70), principalmente a Roma, alla presenza delle ambasciate e dei consolati. L’iniziatore, Minoru Hirazawa, detto Shiro venne in Italia e fece entusiasmare gli italiani alla cultura gastronomica del suo Paese. Lavorò per il ristorante Tokyo e successivamente aprì il Poporoya a Milano. Ma torniamo a ricordare che la stragrande maggioranza dei ristoranti, attualmente, nella “migliore delle ipotesi” vi circonda di orientali. Piatti di origine cinese e apprezzati dai giapponesi ve ne sono, e se ne trovano da Zen 2, come gli Yakisoba, ossia spaghetti fatti di grano saraceno, saltati in padella insieme a carote, cipolle, foglie di cavolo. Conditi con alghe secche, zenzero, scagliette di tonnetto o carne di maiale e maionese, difatti è diventato un piatto tipico anche in Giappone. Degna di nota da Zen la formula All you can eat (che qualcuno mi suggerisce sarebbe stata ideata proprio in quel luogo), disponibile tutti i giorni. A pranzo dalle 12:30 fino alle 15:00 e a cena dalle 19:30 fino alle 00:00. La domenica a pranzo sono chiusi e aprono per cena alle 19:00. Da pareri di “buoni degustatori” apprendiamo che “l’uramachi fritto è superlativo” ed il cibo, specialmente con l’avvento del nuovo menù, porta a tavola: “Piccoli capolavori culinari, vere opere d’arte”. E tra le specialità gradite: ” salmone cotto, surimi avvolti da alga e tempura croccante”. Chiediamo all’esperto cliente abituale qualche altra delucidazione e attesta che “il sashimi è ottimo, Zen è forse l’unico all you can eat che consente ordini liberi di sashimi”. Consiglia inoltre: “zen uramaki, per chi gradisce il gusto piccante, oltre all’infinita varietà di uramaki, tenaki, maki, varie ricette a base di riso, spaghetti, salmone, tonno alla piastra, tempura…”- Assicura il cliente che anche i vini sono ottimi, ma occorre pagarli a parte. Per queste “passeggiate giapponesi”, quale cliente oltre i quaranta e quindi merce rara, mi sto informando: non mi piace il wasabi, che viene costantemente servito, ossia una radice giapponese piccante di colore verde. Forse il “nostro peperoncino”. In Giappone lo si grattugia direttamente davanti al cliente, per me no, grazie! In Italia giunge sui tavoli in pasta. Per il sushi andrebbe scelta la giusta varietà di riso, un po’ come capita da noi per il risotto o l’insalata di riso, e andrebbe cotto in modo particolare, ma anche condito con la mistura di aceto più adatta allo stile di sushi prescelto e opportunamente pressato, in quanto la consistenza deve essere realizzata in base al tipo di pesce a cui si accompagna. Questo “pressare il riso” non è da tutti e l’ho realizzato persino io che non mi dico un’esperta. Ovviamente conterebbe molto la scelta di specie ittiche, soprattutto pesce di stagione, messe a disposizione del cliente, ma il costo, in tal senso, sale. La “vera” cucina giapponese è inaspettatamente ricca di proteine vegetali, varia nelle ricette con pesce e carne cotte (le fritture, spesso di pollo, sono più tipiche dei cinesi e, in verità, molto buone), ma anche di carboidrati e dolci. Di solito nei ristoranti imperversano gli onigiri, piatto unico da consumare preferibilmente caldo, per la cui realizzazione si possono utilizzare differenti ripieni (umeboshi, salmone o verdure) o anche semplici in sostituzione del pane. Gli hosomaki, piatto semplice, ossia piccoli bocconcini preparati con un rivestimento esterno di alga nori, farcito con riso e con un solo altro ingrediente, quale pesce crudo, pesce cotto, verdura od altro. Personalmente li trovo ottimi. Inoltre uramaki, futomaki e tempura (verdure o pesce impanate con una pastella leggera e fritte). Personalmente amo il Tōfu (豆腐), una specie di formaggio fritto usato dai vegani. Tornando alle “differenze” tra il vero ristorante giapponese e quelli che hanno una gestione cinese, occorre dire che alcuni ingredienti delle due cucine sono simili, ma non uguali. La salsa di soia, che non può mancare a tavola, pur sembrando la stessa, come accade in Italia per il vino per noi, può non essere la migliore. Essendo differenti sia l’acquisto che la conservazione e la lavorazione del cibo, tra cinesi e giapponesi, le differenze ci sono. Forse noi italiani non le realizziamo, ma per un Giapponese mangiare “giapponese” in Italia è un po’ come per noi mangiare la pizza o gli spaghetti in America. Figuriamoci cosa possiamo aspettarci in ristoranti dove di orientale (male interpretato), c’è solo la coreografia! Negli “All you can eat”, di regola la scelta è ristretta, riguardo ai tipi di pesce e vi si accostano molti altri piatti ricchi di riso o di pasta, di basso costo e tali da saziare il cliente. Qui torniamo alla frase della “nostra esperta” che ribadisce su Zen 2: “è forse l’unico all you can eat che consente ordini liberi di sashimi”. Bene. Ci guardiamo intorno: tutto decisamente orientale e sulle pareti splendidi lavori di Hokusai, vissuto in altro luogo ed altro tempo, laddove le sue geishe saltellanti sui piccoli piedi dalle scomode calzature erano contemporanee delle dame dagli abiti eleganti quanto ingombranti, che ne impedivano il passo. Attualizzato, quale mitico esempio di “vero giapponese”, incanta gli astanti come fece a suo tempo con molti impressionisti europei, quali Claude Monet e post-impressionisti come Vincent Van Gogh e il pittore francese Paul Gauguin. Ci sta bene essere decontestualizzati nel tempo e nel luogo e sentirci per qualche ora “altrove”. Bianca Fasano

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- Letteratura

StreetLib Stories: Bianca Fasano e la sua esperienza con Str

Bianca Fasano ha autopubblicato via StreetLib diversi ebook tra cui Utero Familiare e altri racconti tra fantascienza e fantasy. L’articolo che segue è stato scritto liberamente dall’autrice per testimoniare la sua esperienza da selfpublisher e l’incontro con StreetLib. Grazie per il tuo contributo Bianca! Vi sono attualmente sul web nove miei lavori letterari di cui la maggioranza “vanta” anche una copertina fatta da me, o in grafica o a computer. Da non credere: il mio nome collegato a quello della Mondadori! Un sogno che soltanto gli ebook hanno potuto realizzare. Scrittrice e giornalista iscritta all’albo dall’80, ho iniziato la mia carriera, giovanissima, scrivendo i miei testi amanuensi. Molti lavori non hanno mai visto la luce, molti altri sono stati pubblicati in cartaceo. Passata rapidamente all’indispensabile Olivetti lettera 22, mi sono vista porre innanzi un computer per la prima volta circa trenta anni fa, dall’allora mio editore Giuseppe Galzerano. Persona, evidentemente, al passo con i tempi. Da giornalista, con la mia inseparabile macchina fotografica, cui dovevo massima attenzione per la scelta del “rullino giusto”, pure se esperta, potevo incorrere in qualche problema per cui, a fine lavoro, potevano mancare le foto dell’articolo. In ogni caso andavano portate in redazione in tempo per la pubblicazione del “pezzo”, affinché fossero stampate. Quante corse in auto, quante preoccupazioni sulla qualità delle stesse! Scrivendo a macchina, ogni errore era un cambio di fogli, oppure una cancellazione; per le ricerche sui testi, ore di biblioteca, libri da richiedere, studiare sul posto o restituire. In alcuni casi la ricerca andava fatta in biblioteche differenti da quelle vicine, in quanto quel particolare testo, mancava. Cambiare il nome del protagonista? Un problema da rintracciare per le 400 pagine del romanzo, modificandolo nome per nome. Rivedere il lavoro? Ore e ore di correzioni di bozze, laddove non sempre la cosa alla fine risultava perfetta, anche se consegnata ai “correttori di bozze”. Oggi, dei dieci libri stampati in cartaceo con vari editori, tutti, più due tesi di laurea e un libro di poesie, sono stati da me rivisitati, corretti, ampliati, in qualche caso accorpati e modificati con il giusto programma, sul web. I famosi libri in ebook, odiati dagli editori – cui in ogni caso molti si sono dovuti adattare, viste le modifiche delle tipologie di lettori – rappresentano comunque un mezzo par fare sì che anche gli autori che non sono in grado di riferirsi a un editore a pagamento e ancora più (“figli di un dio minore”), di riferirsi a uno dei grandi nomi dell’editoria (comunque in crisi), possano pubblicare i loro scritti perché non divengano cenere in qualche dimenticato cassetto. Un bene? Un male? Come tutte le innovazioni anche questa, facendo parte della vita sociale dell’essere umano, ha una sua logica. Vita breve? Contrasto con il cartaceo? Dimenticanza del futuro? Come dare risposta facile a queste domande? Di certo c’è che gli autori di vecchia data, come appunto sono io, Bianca Fasano, sia come giornalista sia come scrittrice, possono/devono, rivolgersi al digitale. Digitali le copertine, anche se identiche o simili alle prime utilizzate nella stampa. Digitali le immagini, come quelle delle tante foto che quasi certamente non vedranno il prossimo millennio, vere le storie, i pensieri, i fatti, i personaggi, la bibliografia e le fonti archivistiche, cui si aggiungono, oggi, i collegamenti ipertestuali. Veri, almeno, quanto lo erano nel cartaceo. Le pubblicazioni sul web: il testo storico, sociologico e delle codificazioni, Polvere di Storia, basato su documenti originali; Stio tra storia e leggenda e cenni sulla Baronia di Magliano del cui cartaceo si sono perse le tracce. Voci dal passato, con la mia ricerca della parapsicologia, riveduta, corretta e ampliata; Nostra recita quotidiana, romanzo; Il tempo degli eroi, una full immersion nel 1963, da cui traspaiono fatti umani e sociali, tra i quali l’assassino di Kennedy con i suoi retroscena misteriosi, la morte, ossia il “presunto suicidio” di Marilyn Monroe, la tragedia del Vajont; e ancora Quel magico mondo lontano, laddove la protagonista mi assomiglia ma non è me; Scripta manent, dove ho inserito poesie, racconti e infine anche una commedia, Chiazze d’azzurro Poesie; Gelsomino Giallo, Poesie; Utero Familiare e altri racconti tra fantascienza e fantasy; e inoltre due tesi di laurea: quella per sociologia, del 2003 e dea magistrale di Comunicazione, del 2011. Provengono tutti dal cartaceo, ossia, prima di essere stati “virtualizzati” hanno avuto una vita da cartacei. Quale il problema dei cartacei? Semplice: la distribuzione. Se si è figli di un dio minore, come me, anche riuscendo a stampare il tuo lavoro con una casa editrice modesta ma seria, potrai, volendo, relegarli negli scatoloni o usarli come un biglietto da visita piuttosto costoso e distribuirli. Meglio la seconda, no? Ecco perché, anche non essendo certa di poterci davvero guadagnare qualcosa, mi sembra davvero una bella esperienza quella degli ebook. Provata già con un’altra strada, in cui però i miei lavori sembravano spariti nel nulla, trovo molto interessante questa sollecitata dawww.simplicissimus.it, che ti concede il lusso di vedere i tuoi lavori ovunque. Questa “operazione culturale” della pubblicazione in ebook non è stata fatta da me con l’intento di ottenere un successo economico, quanto nella speranza che i miei lavori, che non possono volare alto come le aquile, appoggiati da grandi editori, possano trovare, invece, spazio nell’iperuranio del virtuale, come farfalle che si facciano prendere dai lettori con la rete virtuale dei nuovi mezzi di comunicazione. Chi scrive desidera che i propri libri siano letti in quanto, come diceva il Giusti: – “Scrivere un libro è men che niente se il libro fatto non rifà la gente”.

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- Viaggi

Roma. Al Museo dell’Ara pacis Augustae, la mostral

Felice combinazione a Roma per chi voglia visitare il Museo dell’Ara Pacis Augustae, giacché, da luglio a novembre è possibile visitare un’interessante mostra dal titolo “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”. http://www.arapacis.it/mostre_ed_eventi/mostre/nutrire_l_impero_storie_di_alimentazione_da_roma_e_pompei Una sensazione straordinaria passeggiare intorno all’Ara Pacis. Fa sembrare possibile il ritorno al passato. Ottaviano Augusto: un bimbo senza padre dall’età di quattro anni, figlio di Azia, nipote di Cesare (di cui non possedeva l’eloquio sottile), cresciuto dalla nonna Giulia, dopo che la mamma si risposò. Un giovanotto di bell’aspetto, pronipote di Cesare, ma anche un uomo che seppe, con intelligenza, agire al moment opportuno con quella che potremmo definire una “cautela piena di audacia”. Rifletteva sui suoi passi:-“Festina lente”, usava dire, cioè “affrettati lentamente”. La frase apparve su molte monete dell’epoca e lo confermano sia Svetonio che Aulio Gellio. Sposò Ottavia minore, sorella di Ottaviano, ma il vero amore della sua vita fu la seconda moglie, Livia Drusilla, che al tempo aveva già un figlio e ne attendeva un altro. Lui aveva appena avuto dalla moglie una figlia, lei era sposata, ma il loro matrimonio (senza figli), durò ben 51 anni. Questi era il “divino Augusto”, che in alcune occasioni si faceva beffe degli dei (in una cena si presentò vestito da Apollo, così come, vestiti da divinità, giunsero i suoi invitati), ma intese, con l'Ara Pacis Augustae, celebrare in modo aulico la pacificazione nell'area mediterranea da lui conquistata, dopo le vittoriose campagne di Gallia e di Spagna. Da non dimenticare, tornando al cibo, che proprio a seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si rese possibile qualcosa che potremmo definire come una primitiva forma di “globalizzazione dei consumi" con relativa "delocalizzazione della produzione" dei beni primari. Il monumento fu ufficialmente inaugurato il 30 gennaio del 9 a.C., situato accanto alla "via Lata", verosimilmente in prossimità del limite sacro della città (il pomerio), appena passato il "Lucus Lucinae". Augusto morì in tarda età, nel corso di un viaggio in Campania, il 14 d.C. Su di lui sorsero strane leggende rispetto al fatto che avesse visto in visione la Vergine Maria e si fosse in qualche modo convertito. Leggende, appunto. Gli storici riportano una frase destinata alla moglie:-“Livia nostri coniugi memor, vive ac vale”, ossia “Livia nel ricordo della nostra unione vivi e stai bene”. E così accadde: difatti Livia Drusilla visse circa 86 anni. Per me è stata un’esperienza molto forte salire tramite la scala e “passeggiare” intorno al recinto rettangolare in marmo di m 11,65 x 10,62, per poi entrare, attraverso una delle due porte poste sui lati più lunghi, all'interno del recinto, dove si trova l'altare vero e proprio, elevato su tre gradini, mentre altri cinque gradini permettevano al sacerdote di raggiungere la mensa, ossia il piano dell'altare sul quale si celebravano i sacrifici. La processione del recinto meridionale ci mostra i membri della famiglia imperiale, con Augusto e membri della famiglia imperiale, laddove alcuni studiosi identificano Livia Drusilla nella giovane donna che compare al seguito di Agrippa (ma non è accertato), seguono Agrippa con il figlio Caio Cesare, Giulia, unica figlia di Augusto e moglie di Agrippa; Tiberio, Antonia Minore (figlia di Marco Antonio e di Ottavia, sorella di Augusto) seguita dal figlio Germanico e rivolta verso il marito Druso (fratello di Tiberio), il piccolo Domizio (figlio di Lucio Domizio Enobarbo e di Antonia Maggiore), Antonia Maggiore con la figlia Domizia, Lucio Domizio Enobarbo e, prima di questi, in secondo piano, Mecenate. Insomma: una bella foto ufficiale di famiglia. Oltre alla perla del Museo, abbiamo detto che occorre dedicare attenzione alla mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, che offre un’idea complessiva davvero interessante sull’alimentazione nel mondo romano, in quanto vi sono riuniti rari e prestigiosi reperti archeologici, resi più vivi dai plastici e dagli apparati multimediali e le ricostruzioni. Molto del materiale esposto giunge dalle distrutte città di Pompei ed Ercolano, come i fichi secchi (ovviamente del 79 d.C.), il pane di Pompei, 79 d.C. i piselli decorticati, e, oltre ai cibi, i contenitori del tempo, quali, del 79.d.C. la coppa in vetro da Ercolano. Verrà accontentato chi avesse la curiosità su cosa e come mangiassero gli antichi romani, sul modo con cui venivano trasportate le migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra e sul metodo con cui si facevano risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città. Non ultimo dilemma il sistema di conservazione degli alimenti più differenti nel corso dell'anno. Città vicine e lontane “lavoravano” per rifornire Roma, come ad esempio Ostia, nata come accampamento militare proprio a ragione della necessità dell’approvvigionamento del grano per la capitale, per cui il suo sviluppo nel corso dell’età imperiale romana come centro commerciale portuale. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; a questo consumo si collega anche la “pandemia” constatata sulle ossa degli antichi romani, che erano troppo ricche di piombo, da cui una forma di saturnismo. Basti pensare che molti degli oggetti di uso quotidiano, ossia anche i bicchieri e le stoviglie erano in piombo e, anche attualmente, questo metallo ha molteplici utilizzi, anche se di recente si cerca di limitarne l’uso a causa della consapevolezza della sua tossicità e del danno indotto dalla sua dispersione non controllata nell'ambiente. Dai romani era invece utilizzato anche per addolcire il vino. Tutto questo piombo evidentemente non faceva bene, anzi, soprattutto la pratica di aggiungerlo come edulcorante, causava un accumulo nell’organismo, e nelle persone comportamenti anomali, i quali tratteggiavano perfettamente la pazzia, tipica del saturnismo. Pensiamo, ad esempio, a Nerone e Caligola. I Romani consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; desideravano il miele greco e soprattutto il garum. Questo condimento, che giungeva dall'Africa, dall'Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei, aveva un pessimo odore, tanto che Apicio consigliava come comportarsi in caso questo prendesse cattivo odore: “ (…)se il garum ha preso cattivo odore, capovolgi un recipiente e affumica con il fumo di foglie d’alloro e di cipresso; e versaci il garum che prima è stato all’aria. Se questo ti parrà salato, aggiungi un sestario di miele e mescola … L’avrai così corretto.”- Il pane era un prodotto d'importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall'Africa e dall'Egitto. Mi è parsa davvero interessante la grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica, dove si animano i maggiori flussi alimentari dei beni a lunga conservazione quali grano, olio, vino e garum - e si raffigurano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. All’esterno un divertente gioco d’acqua, per cui, appoggiando la mano al muro,la si ritrova bagnata. In sintesi una bellissima ed interessante passeggiata nella storia, entrando nel Museo dell’Ara Pacis. Consigliato alle scolaresche, per rendere davvero vivo il passato che giace troppo spesso pedissequamente sepolto nei libri scolastici. Bianca Fasano

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- Viaggi

Roma. Al Museo dell’Ara pacis Augustae, la mostra “Nutrire

Felice combinazione a Roma per chi voglia visitare il Museo dell’Ara Pacis Augustae, giacché, da luglio a novembre è possibile visitare un’interessante mostra dal titolo “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”. http://www.arapacis.it/mostre_ed_eventi/mostre/nutrire_l_impero_storie_di_alimentazione_da_roma_e_pompei Una sensazione straordinaria passeggiare intorno all’Ara Pacis. Fa sembrare possibile il ritorno al passato. Ottaviano Augusto: un bimbo senza padre dall’età di quattro anni, figlio di Azia, nipote di Cesare (di cui non possedeva l’eloquio sottile), cresciuto dalla nonna Giulia, dopo che la mamma si risposò. Un giovanotto di bell’aspetto, pronipote di Cesare, ma anche un uomo che seppe, con intelligenza, agire al moment opportuno con quella che potremmo definire una “cautela piena di audacia”. Rifletteva sui suoi passi:-“Festina lente”, usava dire, cioè “affrettati lentamente”. La frase apparve su molte monete dell’epoca e lo confermano sia Svetonio che Aulio Gellio. Sposò Ottavia minore, sorella di Ottaviano, ma il vero amore della sua vita fu la seconda moglie, Livia Drusilla, che al tempo aveva già un figlio e ne attendeva un altro. Lui aveva appena avuto dalla moglie una figlia, lei era sposata, ma il loro matrimonio (senza figli), durò ben 51 anni. Questi era il “divino Augusto”, che in alcune occasioni si faceva beffe degli dei (in una cena si presentò vestito da Apollo, così come, vestiti da divinità, giunsero i suoi invitati), ma intese, con l'Ara Pacis Augustae, celebrare in modo aulico la pacificazione nell'area mediterranea da lui conquistata, dopo le vittoriose campagne di Gallia e di Spagna. Da non dimenticare, tornando al cibo, che proprio a seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si rese possibile qualcosa che potremmo definire come una primitiva forma di “globalizzazione dei consumi" con relativa "delocalizzazione della produzione" dei beni primari. Il monumento fu ufficialmente inaugurato il 30 gennaio del 9 a.C., situato accanto alla "via Lata", verosimilmente in prossimità del limite sacro della città (il pomerio), appena passato il "Lucus Lucinae". Augusto morì in tarda età, nel corso di un viaggio in Campania, il 14 d.C. Su di lui sorsero strane leggende rispetto al fatto che avesse visto in visione la Vergine Maria e si fosse in qualche modo convertito. Leggende, appunto. Gli storici riportano una frase destinata alla moglie:-“Livia nostri coniugi memor, vive ac vale”, ossia “Livia nel ricordo della nostra unione vivi e stai bene”. E così accadde: difatti Livia Drusilla visse circa 86 anni. Per me è stata un’esperienza molto forte salire tramite la scala e “passeggiare” intorno al recinto rettangolare in marmo di m 11,65 x 10,62, per poi entrare, attraverso una delle due porte poste sui lati più lunghi, all'interno del recinto, dove si trova l'altare vero e proprio, elevato su tre gradini, mentre altri cinque gradini permettevano al sacerdote di raggiungere la mensa, ossia il piano dell'altare sul quale si celebravano i sacrifici. La processione del recinto meridionale ci mostra i membri della famiglia imperiale, con Augusto e membri della famiglia imperiale, laddove alcuni studiosi identificano Livia Drusilla nella giovane donna che compare al seguito di Agrippa (ma non è accertato), seguono Agrippa con il figlio Caio Cesare, Giulia, unica figlia di Augusto e moglie di Agrippa; Tiberio, Antonia Minore (figlia di Marco Antonio e di Ottavia, sorella di Augusto) seguita dal figlio Germanico e rivolta verso il marito Druso (fratello di Tiberio), il piccolo Domizio (figlio di Lucio Domizio Enobarbo e di Antonia Maggiore), Antonia Maggiore con la figlia Domizia, Lucio Domizio Enobarbo e, prima di questi, in secondo piano, Mecenate. Insomma: una bella foto ufficiale di famiglia. Oltre alla perla del Museo, abbiamo detto che occorre dedicare attenzione alla mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, che offre un’idea complessiva davvero interessante sull’alimentazione nel mondo romano, in quanto vi sono riuniti rari e prestigiosi reperti archeologici, resi più vivi dai plastici e dagli apparati multimediali e le ricostruzioni. Molto del materiale esposto giunge dalle distrutte città di Pompei ed Ercolano, come i fichi secchi (ovviamente del 79 d.C.), il pane di Pompei, 79 d.C. i piselli decorticati, e, oltre ai cibi, i contenitori del tempo, quali, del 79.d.C. la coppa in vetro da Ercolano. Verrà accontentato chi avesse la curiosità su cosa e come mangiassero gli antichi romani, sul modo con cui venivano trasportate le migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra e sul metodo con cui si facevano risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città. Non ultimo dilemma il sistema di conservazione degli alimenti più differenti nel corso dell'anno. Città vicine e lontane “lavoravano” per rifornire Roma, come ad esempio Ostia, nata come accampamento militare proprio a ragione della necessità dell’approvvigionamento del grano per la capitale, per cui il suo sviluppo nel corso dell’età imperiale romana come centro commerciale portuale. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; a questo consumo si collega anche la “pandemia” constatata sulle ossa degli antichi romani, che erano troppo ricche di piombo, da cui una forma di saturnismo. Basti pensare che molti degli oggetti di uso quotidiano, ossia anche i bicchieri e le stoviglie erano in piombo e, anche attualmente, questo metallo ha molteplici utilizzi, anche se di recente si cerca di limitarne l’uso a causa della consapevolezza della sua tossicità e del danno indotto dalla sua dispersione non controllata nell'ambiente. Dai romani era invece utilizzato anche per addolcire il vino. Tutto questo piombo evidentemente non faceva bene, anzi, soprattutto la pratica di aggiungerlo come edulcorante, causava un accumulo nell’organismo, e nelle persone comportamenti anomali, i quali tratteggiavano perfettamente la pazzia, tipica del saturnismo. Pensiamo, ad esempio, a Nerone e Caligola. I Romani consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; desideravano il miele greco e soprattutto il garum. Questo condimento, che giungeva dall'Africa, dall'Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei, aveva un pessimo odore, tanto che Apicio consigliava come comportarsi in caso questo prendesse cattivo odore: “ (…)se il garum ha preso cattivo odore, capovolgi un recipiente e affumica con il fumo di foglie d’alloro e di cipresso; e versaci il garum che prima è stato all’aria. Se questo ti parrà salato, aggiungi un sestario di miele e mescola … L’avrai così corretto.”- Il pane era un prodotto d'importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall'Africa e dall'Egitto. Mi è parsa davvero interessante la grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica, dove si animano i maggiori flussi alimentari dei beni a lunga conservazione quali grano, olio, vino e garum - e si raffigurano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. All’esterno un divertente gioco d’acqua, per cui, appoggiando la mano al muro,la si ritrova bagnata. In sintesi una bellissima ed interessante passeggiata nella storia, entrando nel Museo dell’Ara Pacis. Consigliato alle scolaresche, per rendere davvero vivo il passato che giace troppo spesso pedissequamente sepolto nei libri scolastici. Bianca Fasano

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- Società

Un giorno ad Anzio, in compagnia di Angelita, dell’arte e de

Anzio. Non è la prima volta che la visito, e non sarà certo l’ultima. Eduardo De Filippo diceva che siamo ancora in guerra, che il male non è finito. Piace pensare lo sia, ma, per salvarci dal male, occorre non dimenticare che esista. Io vengo ad Anzio per salutare il ricordo, o la leggenda di una bambina. La ritrovo sempre ad aspettarmi, coi suoi codini e i suoi piedini scalzi. Si chiama Angelita e uno scultore, Sergio Cappellini, l’ha resa tangibile come a volte sanno essere i ricordi, o le leggende. Vera? E’ davvero esistita quella bimba “raccontata” dal soldato Christopher S. Hayes, militare del Royal Scots Fusiliers? Una bambina “dimenticata”, di circa cinque anni che condivise le sorti dei militari, per finire uccisa, in una trincea americana? Divenne, a suo tempo, la più famosa canzone dei Marcellos Ferial e resta l’emblema dei tanti, troppi bambini, che patiscono per le follie degli adulti. In ogni caso su quella spiaggia di Anzio si decisero le sorti del mondo e in nome della libertà, o del dovere, vi lasciarono la vita tanti ragazzi, venuti a morirci da terre lontane. Oggi poco importa su quali fronti combattessero, sono pur sempre lacrime sparse da madri, da mogli, da amanti e figli che non hanno avuto un padre a crescerli. Per questa ragione visito il Museo dello Sbarco, aperto al pubblico nella seicentesca Villa Adele (Via di Villa Adele, 2 - 00042 Anzio (RM) Italy). Fu istituito nel 1994, a cinquant’anni dallo Sbarco delle truppe Alleate ad Anzio ed attualmente fa parte del nuovo Museo Civico. La Villa, di per sé, è degna di nota: una costruzione con nucleo seicentesco, voluta dai Pamphily, che venne poi accresciuta nei secoli XVIII e XIX dai successivi proprietari ed è divenuta, con il giardino annesso, proprietà del comune. Giungervi significa seguire anche le numerose manifestazioni che di volta in volta vi si tengono, anche a merito di una grande sala polifunzionale. Al secondo piano dell'edificio è posta la Biblioteca Comunale. Il Museo archeologico ci guida alla conoscenza della nascita e dello sviluppo dell'antica Antium, con approfondimenti relativi ad alcuni aspetti peculiari della città in età antica e l’ausilio della presenza di stralci da autori antichi, forniti da un commento che illustra gli eventi più significativi della storia della città. I materiali esposti provengono sia da recuperi che da recenti scavi archeologici. In questa occasione sono stata accolta all’ingresso da un circolo di persone, giunte ad ascoltare una conferenza, mentre nell’interno la vita passata, si “arricchiva” della presenza di una mostra di quadri, inseriti intelligentemente tra i reperti archeologici. L’autore: Riccardo Chirici, livornese del 1959, il titolo della mostra: “Il trionfo dell’acqua Visioni di Giverny e di Ninfa.” Opere interessanti, piene di luce e di riflessi, con una vaga ricordanza delle ninfee di Claude Monet volutamente ricercata sul territorio del Maestro. L’impressionista francese rappresentava, senza stancarsi, lo stagno del suo giardino di Giverny, immergendosi nell’atmosfera creata dai fiori delle ninfee, che fluttuavano nell'acqua, rese luminescenti dai raggi del sole. Come Monet, che rappresentava le ninfee del suo giardino in un’interminabile sequenza di riflessi, interessato in alcuni casi al paesaggio (le sponde del fiume, il ponte, gli alberi) e in altri dalla miriade di giochi di luce creati sulla superficie dell'acqua, così anche le straordinarie immagini di Chirici ci riportano in una realtà “altra”, sapientemente evidenziata dai giochi delle luci disposte nella sala. Ad accoglierci nella prima sala vi è anche una copia della splendida “Fanciulla di Anzio”, statua ellenistica conservata attualmente al Museo Naz. Romano, rinvenuta nel 1878 ad Anzio, appunto, nei pressi del cosiddetto “Arco Muto”, fra le rovine della Villa di Nerone. L’originale è composto di due blocchi di marmo ed alto m 1,70. Con grande delicatezza l’autore, lontanissimo da noi, ha riprodotta una giovinetta che regge un piatto rituale, con la sinistra. Probabilmente si trattava di una sacerdotessa. Ecco: la vita perduta del passato lontano, quella di Angelita e la sofferenza di chi, lontano dalla propria patria, è restato al suolo in un passato più recente, trova, nel proseguimento della vita, tra turisti di passaggio, ascoltatori di una conferenza, amanti dell’archeologia o dell’arte “attuale”, modo di offrire un senso anche al ricordo della piccola Angelita, sepolta chissà dove, sul territorio di Anzio. Bianca Fasano

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- Storia

Nemi: il museo, le navi, le follie di Caligola e il mistero

Cosa non smette mai di stupire nella razza umana? La sua infinita capacità di creare e l‘altrettanto infinita capacità di distruggere. Divina, la prima, diabolica, la seconda. Quello che lascia perplessi è, in alcuni casi, il detestabile connubio delle due. Prendiamo ad esempio il caso del lago di Nemi e del suo Museo: si scontrano più volte nella storia degli uomini ad essi collegata, queste due presenze. Nemi; il suo nome è legato a quello di un imperatore funesto: Caligola. Nato come Gaio Giulio Cesare Germanico, divenne Caligola ("piccola caliga") per un affettuoso soprannome che gli venne regalato dai legionari del padre (i quali usavano la caliga come calzatura), tra cui era praticamente cresciuto. Soli quattro anni di regno e molte nefandezze, ma anche qualche atto positivo. Negli ultimi tempi diede segni di decadenza nel fisico e di gravi instabilità nel carattere per cui ci si è chiesto se alle spalle di questo vi fosse una malattia degenerativa. Fu assassinato dai suoi pretoriani, che pure lo avevano molto amato, a soli 28 anni. Folle, quasi all’improvviso? Come non pensare alla “pandemia” riscontrata sulle ossa dei romani dall’archeologia antropologica sui reperti delle ossa romane? Il saturnismo, causato dal piombo, che conviveva coi romani da sempre, nelle tubazioni degli acquedotti, nei recipienti piccoli e grandi e con i sali di piombo, i quali venivano utilizzati anche per addolcire il vino. Caligola, il Lago di Nemi, i divertimenti e la villeggiatura degli antichi romani, e le Navi sono indissolubilmente legati. Mi riferisco alle due navi celebrative romane, dell'età dell'imperatore Caligola, ritrovate e riportate alla luce tra il 1927 e il1932, conservate poi nel Museo delle Navi Romane e distrutte dal fuoco nel corso della seconda guerra mondiale nel 1944. Creazioni di un folle, dedicate alla dea Diana, il cui tempio sorgeva sulle rive del lago, distrutte due volte, prima con l’acqua in cui navigavano e dopo dal fuoco, sempre “a merito” dell’insana capacità di distruzione dell’essere umano. Fatte affondare alla sua morte, avvenuta nel 41 d.C., per la “damnatio memoriae”, dal Senato di Roma, allo scopo di cancellarne il ricordo, assieme a tutte le sue opere, dello stesso Caligola, si persero per secoli nell’acqua su cui, bellissime e ricchissime, avevano elegantemente galleggiato. Il lago; in Latino: Lacus Nemorensis, o Speculum Dianae, esteso per circa 1,67 km2, ha una profondità massima di 33 metri. In quelle profondità furono cercate più volte senza grossi risultati, le navi. Chi poté, nei secoli, ne raccolse “briciole interessanti”. La prova della loro presenza. Pezzi di pavimento in porfido e serpentino, smalti, mosaici, schegge di colonne metalliche, moltissimi chiodi di differenti misure, laterizi, tubi di terracotta, e una bellissima testa di leone in bronzo. Lo stesso Governo che ne permise la scoperta, ossia quello fascista, che consentì il recupero delle navi dal fondo del lago, in parte prosciugato per mezzo di idrovore, fu poi la causa della loro rovina. Sempre creazione e distruzione, dunque. L’hangar costruito appositamente, primo esempio in Europa di Museo edificato intorno ad un’opera d’arte, ospitò lo straordinario reperto: due navi, lunghe 70 metri e larghe più di 25, creazione mentale dell’imperatore Caligola, in onore della dea egizia Iside e della dea locale Diana. Distruzione, amica degli uomini. Nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno del 1944, un incendio, appunto, le distrusse. Doloso, come sono quasi sempre gli incendi. Opera dei tedeschi in fuga? (Come dimenticare che Hitler voleva distrutta persino Parigi?), o degli americani, che colpirono insensatamente il museo nella convinzione che i tedeschi vi avessero posizionato una contraerea? (Come dimenticare i bombardamenti di Montecassino?) Poco importa: l’insensata capacità distruttiva dell’essere umano vinse. Tuttavia, tra possibilità davvero coinvolgenti di passeggiate, all’interno di percorsi dalle visuali bellissime e conoscenza di una storia, che non sia quella pedissequamente raccontata a scuola, il Museo delle Navi Romane resta una perla da inserire nella collana degli amanti dell’arte e dell’archeologia: “Per il suo valore il sito vuole essere proposto per il riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità all’UNESCO e a tale scopo si è costituito un Comitato Promotore cui aderiscono il Comune di Nemi, il Comune di Genzano di Roma il Parco Regionale dei Castelli Romani, la Sezione dei Castelli Romani di Italia Nostra, la Sezione dei Castelli Romani di Legambiente, la Sezione dei Castelli Romani dell’Archeoclub d’Italia, la Sezione dei Castelli Romani del WWf, la Fondazione Naves Nemorenses, la Fondazione Euronatur, il Consorzio Imprese dei Castelli Romani e la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio.”- Questo luogo apre lo sguardo alla conoscenza, alla necessità di salvaguardia, valorizzazione e tutela dell’intero bacino di Nemi. La presenza del Museo delle Navi Romane appare elemento fondamentale. Risale al 1935, fu edificato, appunto, per ospitare gli scafi dell’imperatore Caligola e parzialmente distrutto, come descritto, nel 1944. Il Museo ha un costante rapporto con il presente, giacché ospita abitualmente valide iniziative culturali, quali Mostre, Convegni, e Seminari, la cui presenza ha concorso ad un aumento rilevante del pubblico e dei flussi turistici, in particolare scolastici ed universitari. Personalmente mi ha affascinata, anche per la presenza di un tratto basolato dell’antica Via Virbia, rinvenuto a suo tempo nell’area. Tale tratto, che all’altezza di Genzano si distaccava dalla Via Appia per raggiungere il Santuario di Diana, sulla riva settentrionale del lago, appare esattamente conservato, per cui è emozionante poterne vedere i due stralci all’interno dell’edificio, mentre un terzo è visibile nel giardino. Dicevamo, dunque: creazione e distruzione, che si alternano nello svolgersi della vita dell’uomo e in questo caso, il Museo rappresenta, appunto, la creazione. Alcuni reperti di maggior valore si salvarono in quanto, nell’agosto 1943, la Sovrintendenza li aveva fatto trasportare a Roma, nei magazzini del Museo Nazionale Romano. Vi si trovano esposti oggi: “Nell’ala dedicata alle navi, oltre ai modelli degli scafi, attrezzature di bordo in copia (una noria, una pompa a stantuffo, un’ancora in legno) e originali (l’ancora in ferro a ceppo mobile, il bozzello, le condutture in piombo (torna il saturnismo. N.d.A.), con il nome dell’imperatore Caligola), il rivestimento bronzeo della ruota di prua, le imposte lignee di una finestra, porzioni di mosaici e di pavimenti a intarsi marmorei, quattro colonne in marmo portasanta, ceramica, laterizi, decorazioni fittili e monete. L’ala destra del Museo è dedicata in particolare al Lago di Nemi ed al Santuario di Diana, ma sono presenti anche testimonianze protostoriche dell’intera area albana che rafforzano la valenza didattica dell’esposizione e documentano la vita, i manufatti e i corredi funerari delle popolazioni che abitavano l’area dei Castelli Romani, a partire dall’età del bronzo fino all’età imperiale. Di recente il Museo si è arricchito di una sezione molto importante, costituito dalla Collezione Ruspoli, fino a pochi anni fa conservata nell’omonimo Castello a Nemi; tra i materiali esposti statue, iscrizioni e sarcofagi.” Il mistero avvolge la possibilità suggerita al tempo delle ricerche da uno studioso, dell'esistenza di una terza nave, mai localizzata, ancora inabissata nel lago. Se c’è, come il “mostro di loch ness, sopravvive perché non è stata rinvenuta dall’uomo. Bianca Fasano.

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- Cultura

Ostia antica, gli incendi, Nerone e Giacomo Manzù.

Ostia Antica è spesso dimenticata dai “vacanzieri archeologici”, a torto. Ostia lido è a due “giri di ruota” e si può dedicare tempo ai bagni di mare, trovando spazi per una visita degli scavi, che è davvero interessante. Passeggiare è già positivo, farlo sulle antiche strade di 2000 anni fa, specialmente per chi è “munito” di scarpe adatte e possiede la capacità di ritornare indietro nel tempo, è assolutamente affascinante. Tuttavia per le persone con disabilità e/o difficoltà motorie, esiste un tragitto alternativo che arriva però a metà percorso, terminando nell'area ristoro. L’antiquarium, in agosto, è aperto più o meno fino alle 18.30, gli scavi le 19, con uscita obbligata entro 15 minuti, se non si vuole passare la notte tra le pietre di Roma antica. Per maggiori chiarimenti sugli orari di apertura del sito archeologico: http://www.ostiaantica.beniculturali.it/ostia-biglietto-online.php In generale il sito è chiuso lunedì 25 dicembre, il primo gennaio e il primo maggio, mentre la prima domenica di ogni mese l’ingresso è gratuito per tutti. Chiaramente non si può paragonare Ostia alle città di Ercolano e Pompei, sepolte sotto lava e fango e perpetuamente “conservate”per i posteri, ma certamente offre, sotto il profilo urbanistico, una chiara descrizione dei luoghi, così come la città era al tempo del suo massimo splendore e molte opere di statuaria, di cui, come al solito in Italia, troppo ricca di beni archeologici, una gran parte, custodita altrove, non è invece in mostra. Nata come accampamento militare, a causa della necessità dell'approvvigionamento del grano per la capitale, Ostia ebbe un suo sviluppo nel corso dell'età imperiale romana come centro commerciale portuale. Sotto il sole d’agosto appare comunque fresca, per cui piacevole da percorrere e lascia stupita (come spesso capita per le strutture architettoniche di Roma o delle città su cui estese la sua potenza), per la modernità civile con cui si viveva tra le sue mura. Colpisce, ad esempio, la Caserma dei Vigili, che incontriamo su via della Palestra. Questa costruzione non può che farci tornare con il pensiero, all'incendio di Roma del 64 d.C. Ne parlarono tra gli atri Plinio il Vecchio, Svetonio e Dione Cassio e tutti si dissero d’accordo sul fatto che l'opinione pubblica accusasse l'Imperatore Nerone di quel disastro, mentre Tacito ricorda che la colpa venne poi diretta da Nerone, ai cristiani che accusò di avere dolosamente provocato il grande incendio, per cui questi furono perseguitati crudelmente e condannati alla crocifissione e ad altre torture terribili. Alla vista di questa costruzione del 90 d.C., (poi ristrutturata nel periodo Adrianeo), non si può fare a meno di ricordare che Roma prevedeva in molte parti della città dei corpi di vigili, essendo fatta quasi tutta in legno e illuminata da torce. Basti pensare anche all’incendio che distrusse la primitiva Basilica di San Pietro. Gli incendi erano quindi, un fatto comune e lo prova anche questo edificio, che ospitava il corpo dei vigili del fuoco impegnati a spegnere i numerosi incendi che danneggiavano, non solo le abitazioni, ma soprattutto i magazzini di grano. Per tali motivi, alla fine del I sec. d.C., fu predisposto anche ad Ostia (Roma ne prevedeva molti, disposti in vari luoghi della città), un reparto stabile, che era comandato da un tributo e composto da 400 vigiles. La caserma, in origine, era di due o più piani, costituito da un cortile porticato sul quale si aprivano le stanze. L’osservazione della completezza civile delle costruzioni “romane”, lascia sempre stupiti. Anche il teatro è ben conservato e, in questo periodo, ossia dal 12 marzo 2015 ad Ostia Antica è inoltre aperta al pubblico una mostra su Giacomo Manzù, che consente ai visitatori di ammirare alcune delle più belle opere del maestro. Titolo:- “Manzù. Le donne e il fascino della figura”. L’evento è promosso dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, in collaborazione con Il Cigno GG Edizioni. Le opere si incontrano anche sul cammino del percorso archeologico. Ricordiamo che le Case Decorate sono visitabili la domenica mattina alle ore 10.30 e solo su prenotazione anticipata allo 06.56.35.80.44. Le case visitabili sono: Insula delle Ierodule, Insula delle Muse, Insula delle Volte Dipinte ed Insula delle Pareti Gialle. È inoltre possibile richiedere la visita presso l'Insula di Diana e l'Insula di Giove e Ganimede. Il Museo apre alle ore 9.30 e chiude alla stessa ora della biglietteria. Non è consentito l'ingresso agli animali, mentre lo è scattare fotografie senza flash. All’uscita dalla zona archeologica (di fronte), c’è una magnifica fontanella per chi voglia rifornirsi di acqua per il viaggio. Il bello di Roma e dintorni: fontane e Chiese ovunque. Ma delle prime spesso, in giro per l’Italia (anche Napoli le ha “perse per strada”), se ne sente la mancanza, visto che per un bicchiere d’acqua nei bar si paga. E non le “vecchie, care, dieci lire di mancia”. Un consiglio per chi voglia pernottare e convivere ad Ostia antica, anche di giorno, con le zanzare: fornellini e spray. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Napoli: fuori i clochard dalla Galleria Principe Umberto e

Napoli, decisamente, non è Parigi e la Galleria Principe Umberto non è Montmartre. Purtroppo, dovremmo dire. Montmartre è stato per lungo tempo un villaggio separato da Parigi, "ventre" per l'arte, capace di attirare gli artisti più straordinari e dare al mondo un patrimonio eterno. D'altra parte Montmartre era al di fuori dei confini della città, libera dalle tasse di Parigi e, purtroppo, le "12 unità immobiliari di proprietà del Comune di Napoli in Piazza Museo Nazionale e nella Galleria Principe", non lo sono. E il Comune di Napoli se n'é reso conto dopo che Giovanni Manzo, artista napoletano, circa un anno fa, chiese al Sindaco De Magistris, con una petizione su Change.org, che agli artisti napoletani, che lo richiedessero, fosse dato uso, a titolo gratuito, di una strada, o una piazza, dove poter esporre i loro lavori, ogni giorno, per 365 giorni l’anno:- "Chiediamo che cultura e arte, siano fruibili pubblicamente in una strada, o piazza, della città di Napoli, ogni giorno dell’anno. Per questa ragione pittori, scultori, fotografi e tutti i napoletani sottoscritti, chiedono, a titolo gratuito, l’uso di un luogo pubblico, appositamente dedicato all’esposizione di quadri, sculture e fotografie, 365 giorni l’anno." Il Sindaco De Magistris sembrò avesse ascoltato le richieste, per cui, dopo incontri, telefonate, e diverse mail, il luogo (il porticato della Galleria Principe Umberto, di fronte il Museo Nazionale) sembrò fosse stato "aggiudicato". Il dialogo divenne strettissimo dopo che "Gli artisti metropolitani" (un gruppo di circa 4000 firmatari),indicarono l’ avvocato Pasquale D'Aiuto come legale rappresentante e questi mandò una PEC al Sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Si era al 6 giugno 2015 e, a mezzo di e mail e colloqui con il Dott. Felice Balsamo, Delegato per l’informatizzazione e la comunicazione presso il Comune di Napoli, Staff del Sindaco, parve esserci un felice procedere, sia dei lavori di ristrutturazione della galleria (occupata costantemente da clochard), che del progetto, presentato, stilato da un architetto facente parte del gruppo degli artisti metropolitani. La sottoscritta, parlando della questione in un precedente articolo su Napoli e il meridione d'Italia, aveva sottolineato: " (...) , quando a seguito della richiesta da parte degli artisti napoletani,sostenuta da una petizione, il Sindaco De Magistris ha accolto l’ iniziativa assegnando come luogo possibile i portici antistanti la Galleria Principe Umberto di Napoli, ci si è presto resi conto che rappresenta il luogo dove vanno a dormire persone senza tetto." Nessun problema. In questo sembra che Napoli si equipari alla Francia nel riuscire a convivere con i clochard. Ma con tale ironia intendiamo soltanto rifarci a quel: «Vietato nutrire i clochard»; avviso affisso alla parete di un McDonald’s di Hyères, nel Var, sud della Francia, che ha fatto subito polemica, perché di regola tale divieto si applica ai piccioni. In realtà evidentemente una soluzione il Comune di Napoli deve averla trovata, visto che, in pieno agosto (sempre d'agosto sembrerebbero nascere in Italia, dove "chi pensa" evidentemente "non prende le vacanze", le decisioni più sorprendenti), precisamente il 12, "dalle Direzioni Patrimonio e Giovani del Comune di Napoli," viene pubblicato: "l'Avviso pubblico voluto con delibera di Giunta Comunale, n.489 del 23 luglio 2015, (...) di selezione per l'assegnazione delle 12 unità immobiliari di proprietà del Comune di Napoli in Piazza Museo Nazionale e nella Galleria Principe." E' forse la risposta alla richiesta dei 4000 artisti metropolitani? In teoria (ed anche in pratica), se l'aspetterebbero tutti. Ed anche che "fosse dato a Cesare quel che è di Cesare", ossia merito a chi l'idea l'ha avuta: Giovanni Manzo, a chi l'ha condotta avanti, l'Avv.to Paquale D'Aiuto e ai quattromila artisti napoletani. Invece pare proprio che questa bella idea sia stata partorita: "su proposta dell'Assessore ai Giovani, Alessandra Clemente e al Patrimonio, Sandro Fucito,". Bravi davvero. L'OGGETTO: "Approvazione ed emanazione dell'Avviso pubblico di selezione per l'assegnazione in concessione d'uso a titolo oneroso di locali di proprietà del Comune di Napoli, ad uso non residenziale, in piazza Museo Nazionale e nella Galleria "Principe di Napoli". A titolo oneroso, ossia con il presupposto che chi decide di partecipare, in qualche modo sia in grado di tirare fuori soldi. C'era da sperare che, almeno nelle premesse, si ricordasse che tutta questa rivoluzione culturale era partita da Giovanni Manzo, correlata a quattromila firme di artisti della città e seguita da un legale rappresentante, ossia l'avv.to D'aiuto. Ma NON è così. "IL DIRIGENTE DEL DEMANIO, PATRIMONIO E POLITICHE DELLA CASA E IL DIRIGENTE DEL SERVIZIO GIOVANI E PARI OPPORTUNITÀ PREMESSO CHE: (...)" ai punti 1 e 2 si rimarca come si sia deciso di: -" l. revocare, l'assegnazione all'Associazione "SOS Sociale" del civico XVIII, demandando al Dirigente del Servizio Demanio, Patrimonio e Politiche per la Casa tutti gli adempimenti tesi al recupero delle somme dovute dalla stessa a tutela dell'Ente; 2. revocare l'assegnazione all' Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Guerra del civico XIX, demandando al Dirigente del Servizio Demanio, Patrimonio e Politiche per la Casa l'individuazione di locali in sostituzione di quelli attualmente occupati;"- Mentre in successione si determina: " 1. Approvare l'Avviso pubblico di selezione per l'assegnazione in concessione d'uso a titolo oneroso di locali di proprietà del Comune di Napoli, ad uso non residenziale, in Piazza Museo Nazionale e nella galleria "Principe di Napoli" che, allegato al presente atto, ne diventa parte integrante e sostanziale;". E' tutto pubblicato. Quindi quanti si dicano interessati a meglio comprendere le finalità dello scopo non hanno da fare altro che aprire il link: http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/27742 L'intenzione purissima della brillante idea venuta evidentemente dall'alto (gli artisti metropolitani che fine hanno fatto?) è la seguente:- "Attraverso suddetto Avviso è intenzione dell'Amministrazione Comunale promuovere il riuso del patrimonio edilizio esistente non utilizzato come forma di politica urbana, capace di attivare processi virtuosi di sviluppo culturale, sociale ed economico della città, completando il percorso di valorizzazione della Galleria Principe di Napoli e delle sue pertinenze, individuando progetti commerciali coerenti con la sua vocazione culturale, sostenibili nel medio periodo e di elevata qualità." Etc.. etc.. "Gli interessati a partecipare alla selezione dovranno far pervenire in busta chiusa e sigillata, firmata sui lembi di chiusura, la propria domanda, secondo il modello (Ali. A), al "COMUNE DI NAPOLI, UFFICIO PROTOCOLLO GENERALE - PIAZZA MUNICIPIO N. 1 - 80133 NAPOLI" entro e non oltre le ore 12,00 del giorno 30 ottobre 2015." Purchè, ovviamente, affermino: "• che è disponibile a ristrutturare gli spazi richiesti a propria cura e spese;(...)". Stiamo a vedere. Bianca Fasano.

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- Società

Politici italiani: responsabili da decenni del mancato svilu

E’ storia vecchia; l’Unità d’Italia ha condotto “Il regno delle due Sicilie” nelle mani del “nord”: “Saluto Re Vittorio Emanuele Re d'Italia", disse Garibaldi il 26 ottobre 1860 a Teano. Probabilmente Cavour tirò un gran sospiro di sollievo, temeva, difatti (e tanti meridionali invece lo speravano), che Garibaldi si ponesse a capo dell'Italia meridionale e la rendesse indipendente dal resto della nazione. Si preoccupò, invece che i suoi volontari garibaldini fossero”assunti” nell'esercito regolare sardo, con il medesimo grado rivestito nella spedizione e, prudentemente, si ritirò a Caprera. Mentre i soldati delle truppe borboniche, allo sbando, si davano alla macchia e molti si associarono alle bande di briganti. Garibaldi, con il suo saluto disse addio alle speranze della fondazione di una repubblica meridionale di stampo mazziniano, che avrebbe dovuto in seguito estendersi anche ai domini papali, conquistando Roma. In proposito qualcuno afferma che le ultime parole espresse da Camillo Benso Conte di Cavour in punto di morte non fossero soltanto “L’Italia è fatta”, ma che avesse aggiunto:-“Non dimenticate il meridione d’Italia”. Quel meridione che –“Per quanto riguarda invece la circolazione monetaria del Regno, questa fino al 1860 era il doppio di quella di tutti gli altri Stati della penisola sommati tra loro. La “Zecca” disponeva di uomini, materiale e macchine di grande prestigio, ma tutto ciò scomparve dopo il 1870” . Restando in tema di gossip storico, uno dei raccontini circolanti sulla regina Maria Antonietta è quello per cui, nel sentirsi dire che al popolo mancava il pane, rispondesse: "Che mangino ciambelle", o qualcosa di simile. E' ovvio: chi non deve fare i conti con le problematiche quotidiane di ordine economico, non PUO' comprenderle. Con tutta la buona volontà. Ma l’Italia del meridione, oggi più che mai fa invece i conti li fa, ogni giorno (e non tornano mai), senza essere davvero compresa da quanti, invece, i propri conti li fa, magari mettendo anche qualche cosina da parte. Rifacendoci ancora al passato e ai politici, ricordiamo le parole di Giustino Fortunato: «Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più lo mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale.» Senza che sia cambiato nulla nei secoli: ll rapporto Svimez difatti, riportando i dati sul Sud italiano riferisce che vi sia il:"Rischio di sottosviluppo permanente". Chiarisce che un meridionale su tre è povero, mentre al Nord lo è uno su dieci e che l’anno passato i consumi nell'Italia meridionale siano stati i due terzi di quelli del Centro-Nord. E non si faciano più figli. Vivendo nel meridione d’Italia, ad esempio a Napoli, non c’è bisogno di rifarsi a quei dati, in quanto le difficoltà sono evidenti. Potremmo considerare “divertente” la scenetta di una bimba, tenuta per i piedi dalla madre, che pesca nel recipiente per i panni e resta incastrata? Il detto “mal comune mezzo gaudio” non corrisponde al vero: qualche anno fa si trovavano “gettati”, con e senza il numero dell’Asia mobili ed altri oggetti che potevano fare comodo a qualcuno, mentre attualmente, chi disperatamente e con metodo, cerca nella spazzatura, vi trova ben poco. Molto, dell’usato, è in vendita sui vari siti. Vi si vende davvero di tutto, quel tutto che un tempo veniva gettato e adesso diviene per tanti, speranza di un rientro economico in tempi difficili. Ogni cinque metri, per le strade di Napoli, c’è “un povero” in cerca di elemosina. Non soltanto i classici immigrati clandestini o meno, ma anche distinti signori col capello tra le mani e vecchiette dalla pensione invivibile. D’altra parte, quando a seguito della richiesta da parte degli artisti napoletani,sostenuta da una petizione, il Sindaco De Magistris ha accolto l’ iniziativa assegnando come luogo possibile i portici antistanti la Galleria Principe Umberto di Napoli, ci si è presto resi conto che rappresenta il luogo dove vanno a dormire persone senza tetto. Problema casa. Dice in proposito Domenico Lopresto, della Unione Inquilini Napoli: “Alle famiglie senza casa e senza lavoro di fatto vengono negati i diritti fondamentali dei cittadini come quelli alla salute, all’istruzione, alla dignità , alla cittadinanza. Lavoro, casa, dignità e cittadinanza nell’agenda dei governi liberisti non esistono se non nella forma precaria e con alto tasso di sfruttamento: politiche attive per il lavoro e la casa non sono al centro dell’iniziativa dei governi e di conseguenza del Comune di Napoli e del suo hinterland e/o della Regione Campania .”- Non è facile neanche per chi “guadagna” e un tetto ce l’ha. Difatti, togliendo da uno stipendio "normale" circa il 45% di tasse all'origine NON si è certo chiuso il conto con le tasse. Giunge quella della spazzatura (facciamo 510 euro?), intanto scade l'assicurazione auto (a Napoli grande mazzata, si aggira dai 1800 ai 2300 euro annue, per un'auto neanche di gran lusso), occorre pagare luce, acqua, gas, telefono. Per i fortunati possessori di (UNA) casa, le spese condominiali (e quelle del mutuo). Giunge (inaspettata), una multa di 170 euro per qualcosa che è successo ad un figlio mesi prima? E' una tragedia. Si avvicina la data in cui occorrerà pagare la tassa universitaria per uno o più figlioli? Dove prendere il denaro? E per i libri? Il sorriso si va a fare una passeggiata già così, ma, se accadono gli straordinari di ordine sanitario lo si dimentica in un cassetto a tempo indeterminato. Chiaramente, come specificano i dati, Il Mezzogiorno è la Grecia d’Italia e si avvia verso “un sottosviluppo permanente”. E’ cosa nota che: “Se il Paese ellenico dal 2000 al 2013 è cresciuto del 24%, il Sud della Penisola si ferma al 13%. Contro il 53,6% che rappresenta la media dell’Europa a 28.”- Inoltre: “Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat”. Tutto ciò riguarda, appunto, una parte dell’Italia. Ma c'è l'altra Italia che questi problemi non ne ha. Quella che paga uno e prende quattro ogni giorno. Tra tanta brava gente di quest’altra Italia, c’è anche chi, “per tenersi su” annusa polverine bianche in quanto “si annoia.” E c'è l'Italia dei nostri politici che, forse a causa nostra, sono divenuti politicanti. Quelli che, parlano parlano parlano... ma, a conti fatti, vogliono tutti la stessa cosa: soldi e potere. Nell'ordine. Nn possiamo stupirci se “l'Italietta” che ogni giorno combatte con il quotidiano bisogno si sia “un tantinello” stufata di farlo e non creda più ai politici che promettono, in tempi più o meno brevi, quello che da decenni, ossia perlomeno dall’unità d’Italia, non hanno “ancora” mantenuto: un paese che non sia spaccato in due tra chi ha diritto di vivere bene e chi questo diritto, previsto dalla nostra ugualitaria Costituzione, non ce l’ha. Bianca Fasano.

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- Letteratura

Martedì 28 luglio, alle ore 18.30 nella frazione comunale di

Il Comune di Montecorvino Pugliano e l’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, hanno invitato, nei giorni passati, sia i residenti del Comune che una larga schiera di cittadini e autorità alla cerimonia d’inaugurazione di Largo Francesca Villecco (adiacenze Via Bernardo Della Corte, come detto, frazione Santa Tecla), che si è tenuta martedì 28 luglio 2015 alle ore 18:30, allo scopo di “vivere insieme un momento di autentica crescita civica.” Tra gli invitati che hanno prontamente aderito: Monsignor Luigi Moretti, Arcivescovo Metropolita; Dott. ssa. Antonietta Scolamiero, Prefetto di Salerno; Dr. Giuseppe Canfora, Presidente della Provincia; Colonnello Riccardo Piermarini,Comandante provinciale CC.; Generale Antonio Pellegrino Mazzarotti, Comandante Provinciale G. di F.; Dr.ssa Maria Gabriella Martino, Comandante Provinciale Forestale; Capitano Gaetano Angora, Comandante Cap. del Porto; Ing. Stefano Martone, Comandante Casa Circondariale; Ten. Colonnello Salvatore Sileo, Comandante Centro Documentale; Colonello Angelo Malizia, Comandante Reggimento Guide; Prof. Renato Pagliara, Direttore Ufficio Scolastico Provinciale; Dr.sse Lucia Torre e Annamaria Torre, presidente e vice presidente Ass.ne “M. Torre”; Dr.ssa Anna Garofalo, Referente Associazione Libera Salerno; Dr. Giuseppe Pizzuti, Presidente Rotary Club “Salerno Picentia”. L’Associazione Giorgio Ambrosoli di Salerno, vanta tra i propri compiti istituzionali “la preservazione della memoria di quanti furono incolpevoli vittime della criminalità organizzata, martiri di una delinquenza diffusa e talmente cieca da non risparmiare neanche indifesi cittadini, colpevoli soltanto di essersi trovati al momento sbagliato… nel luogo peggiore.” Pertanto, con tale intento, ha domandato l’intitolazione di un luogo al pubblico in favore della signora Francesca Villecco, nata a Montecorvino Pugliano (SA) il 09.06.1932 e deceduta a Bivio Pratole di Montecorvino Pugliano il 14.10.1988, vittima innocente di un agguato di stampo mafioso perché, gestore del bar del marito, fu raggiunta da colpi di arma da fuoco che, oltre a provocare la morte di un avventore - vero obiettivo dell'agguato - determinarono anche il di lei tragico decesso, benché la donna abbia tentato di sottrarsi ai disumani assassini. Ebbene, in frazione Santa Tecla esiste un largo, di fronte a Via Bernardo Della Corte, dove la signora Francesca ha vissuto l'infanzia e la giovinezza con i suoi familiari e le amiche: quel luogo, così caro, è stato, appunto, dedicato a lei. L’Amministrazione comunale di Montecorvino Pugliano, difatti, in tempi brevissimi, ha voluto rendere omaggio al ricordo, sentito e significativo, della sfortunata concittadina; pertanto, con l’afflato che una simile evenienza merita, ha prontamente reso possibile l’intento. Ecco quindi che, l’evento promosso dall’Associazione Giorgio Ambrosoli, con il patrocinio del Comune di Montecorvino Pugliano, l’inaugurazione ha visto la partecipazione del sindaco Domenico Di Giorgio, del presidente dell’associazione “Giorgio Ambrosoli” dottor Raffaele Battista, dell’Avv. Pasquale D’aiuto, segretario dell’Associazine stessa, del vicesindaco Pierpaolo Martone, amministratori comunali ed autorità civili e militari. Come hanno fatto giustamente rimarcare molte cronache della stampa cartacea e on line, da martedì 28 luglio per i cittadini di Santa Tecla sarà possibile sostare in Largo Francesca Villecco. Il nuovo spazio comunale,ufficialmente nominato nella cerimonia di intitolazione che si è svolta nella serata di martedì 28 dalle ore 18.30 nella frazione comunale di Santa Tecla, ricorderà pertanto la storia di Francesca Villecco, ossia di una moglie e lavoratrice, di una onorevole cittadina di Montecorvino Pugliano che, proprio sul luogo di lavoro, in un bar di Bivio Pratole, è stata vittima innocente di un agguato di stampo mafioso. Tale atto, all’epoca fece, chiaramente, clamore, per la barbarie degli assassini che non risparmiarono la vita ad una persona, resosi “colpevole” soltanto di essersi trovata nel momento e nel luogo sbagliato. Il su ricordo vive adesso nei familiari e in chi ha avuto la possibilità di conoscerla, per un ricordo inesauribile, ma vivrà anche in quanti si troveranno a percorrere il luogo a lei dedicato. Proprio nel segno del ricordo e della memoria hanno voluto agire l’associazione Ambrosoli e il Comune di Montecorvino Pugliano, offrendo ai tanti giovani la possibilità di conoscere la storia di una donna, mediante il nome di uno spazio pubblico, perché il quotidiano della realtà potesse dare rendere più viva la verità della crudeltà e dell’efferatezza camorristica, privandola di eventuali “aure” di altro tipo. Lo spazio oggetto della cerimonia, Largo Francesca Villecco, rappresenta quindi, nel tempo, uno spaccato di vita di Francesca, un luogo dove la giovane ha vissuto la sua fanciullezza ed ancora oggi ne conserva intatti forme e paesaggi. Ha dichiarato in merito il sindaco Domenico Di Giorgio:- “L’intitolazione di Largo Francesca Villecco è cronologicamente l’ultima tappa del percorso di legalità, promosso dall’Amministrazione comunale sin dall’insediamento della prima legislatura nel 2006, che in passato ha compreso l’intitolazione della centro polifunzionale a Giancarlo Siani, due vie cittadine intitolate ai giudici Falcone e Borsellino e la promozione di percorsi educativi nelle scuole con il “Progetto Legalità”, –Legalità nel nostro territorio ha rappresentato in questi anni voglia di riscatto, sviluppo, trasparenza amministrativa, nuove infrastrutture, recupero ambientale e del territorio, considerazione e rispetto delle altre comunità. In tal senso il comune ringrazia vivamente il presidente dottor Raffaele Battista e l’intera associazione ‘Giorgio Ambrosoli’ per il decisivo contributo offerto per l’organizzazione di questo evento e per l’attenzione dedicata al Comune di Montecorvino Pugliano, nel ricordo di una cittadina che avrà per sempre un posto nella nostra toponomastica, così come nei nostri cuori”. Per’Accademia dei Parmenidei. Bianca Fasano.

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Ogni venerdì a Napoli: un mago napoletano

Ogni venerdì a Napoli: un mago napoletano nel progetto "Dipendenza"; Mago Saykon & Il Venerdì crea DIPENDENZA. BIG OPENING. MIAMI Village. Il progetto DIPENDENZA "nasce dalla voglia di uscire dagli schemi classici di un qualsiasi party,dalla curiosità di unire culture diverse e mentalità opposte in un unico posto,in un solo giorno,con un solo sound e con tante tantissime novità." Per amalgamare cultura differenti tra loro occorreva anche un po' di magia e per questo motivo, durante l'evento, "compare" quello che oggi è il Mago per eccellenza in campania: Mago Saykon; www.facebook.com/IlMagoSaykon?fref=ts], "effetti di prestigio, illusioni improvvisate, alterazioni della percezione della realtà...condiranno di magia questo appuntamento del venerdì. All'interno dell'evento Dipendenza, 5 aree come altrettante città in un locale! E tra queste non poteva mancare il Magic Plaza, un area dedicata alla folle magia del Mago Saykon." Il giovanissimo mago Salvatore Maria Ciccone, nato nel 1989, racconta di essersi avvicinato al mondo della magia per la prima volta ad una festa di compleanno del padre, in cui per l’occasione a Villa Anna, erano intervenuti diversi artisti, tra cui anche un prestigiatore. Interessato alla performance, parlò con quest’ultimo il quale gli regalò un mazzo di carte truccato. Autodidatta, scoprì che nella sua città vi era un negozio di magia e giocoleria, laddove conobbe quello che sarebbe diventato il suo primo mentore, Edward Dice. Nel 1999 si iscrisse al Club magico Ring 108 avendo modo di ampliare maggiormente le sue conoscenze, iniziando a frequentare maghi con un esperienza maggiore della sua e frequentando conferenze durante le quali ebbe modo di incontrare anche prestigiatori professionisti stranieri. Da subito predilesse il mondo del "close up", ossia quel tipo di magia eseguita a stretto contatto col pubblico. Trascorre intanto due anni di apprendistato con il suo maestro, Mago Edward, facendogli da assistente e seguendolo ad ogni evento, imparando così a saper gestire le platee di pubblico più disparato. Dopo due dopo Mago Edward afferma che il suo allievo è pronto per lavorare ed iniziare a mostrarsi al pubblico autonomamente. È così che nasce il personaggio del Mago Saykon. Nasce così il trio col suo maestro Edward e colui che considera il suo fratello mago, Gabriele D’angiò, formando il gruppo di artisti NeSM (Neapolitan Street Magic.) I nostri maghi apprendono a lavorare con il pubblico in ogni occasione possibile, i tre eseguono quindi per settimane un numero da strada, “a cappello”, capace di intrattenere e creare “cerchi” di gente anche di 90-120 persone alla volta. In questo periodo il nostro SayKon costruisce una routine con gli anelli di metallo, ed impara a "sputare fuoco", gioco alquanto pericoloso con il quale apre e chiude ogni volta il numero di magia per strada. Nel Settembre 2012 al Pizza Festivall di Napoli il trio si afferma come l’attrattiva di artisti di strada più seguita di tutto l’evento. Salvatore/Saykon non si tira indietro neanche a lavorare come "mago da cerimonia", presentando un numero adatto per le famiglie, in cui si coinvolgono tutte le fasce d’età, avendo una media così di circa 30 spettacoli annui nell’ambito delle feste private, anche se la sua passione per il close up non accenna a diminuire. Lavora anche per ristoranti e pub nella zona partenopea, affinando le sue tecniche di introduzione ai tavoli e senza molte difficoltà, inizia a perfezionare la sua tipologia di spettacolo, definendola “Crazy magic” (Magia folle) in cui tutto sembra improvvisato, dovuto al caso, con eventi che apparentemente sfuggono al controllo del mago, ma che alla fine si rivelano un finto errore e la magia avviene davvero. Nel 2014 entra a far parte del Club SMI Napoli (Solo Magia Italiana) dove continua il suo corso di formazione per l’illusionismo e in special modo il mondo del close up. Dal 2009, intanto, già sporadicamente svolge un azione di volontariato presso il padiglione di pediatria Santobono a Napoli. Da questa esperienza decide di voler dedicare i propri studi all’assistenza infermieristica miscelandola alla magia, per cui, senza dimenticare la sua laurea in infermieristica presso la facoltà di Tor Vergata, con sede a Tivoli, decide di presentare una tesi incentrata sull’efficacia dei giochi di prestigio per la riduzione del dolore nei pazienti pediatrici. Nulla di strano: nel 2010, al diploma presso l’istituto Niccolò Copernico, aveva presentato un esame in cui accompagnava ogni materia con un effetto di magia, incentrando così l’argomento principale sull’illusionismo. In collaborazione con il club SMI sta attualmente lavorando ad un corso di formazione per il close up per gli studenti più giovani del club. Tra le serate: nel Dicembre 2011 esibizione gratuita presso il ristorante Vic’ Stritt per una serata “Festa beneficenza Ass.ne CF Fibrosi Cistica Campania”. Nel settembre 2012 si esibisce per tre giorni a Napoli col trio (Mago Edward, Saykon e Gabbo) al Pizza Village come artista da strada, in Marzo 2013 si esibisce presso la Pizzeria Basilio gratuitamente per una serata di beneficenza volta a raccogliere fondi per le figlie di Giuseppina Di Fraia, vittima innocente della violenza degli uomini sulle donne. in marzo 2013 è ospite in diretta con radio Club 91; in settembre 2013 si esibisce come artista da strada alla notte Bianca ad Eboli ; il 15 Dicembre 2013 viene proiettata durante la manifestazione “Riprendiamoci il Futuro” dell’associazione di volontariato “Pianura Verde” in cui nuovamente racconta una storia con le carte da gioco. Nel 2014 per sei mesi porta avanti uno studio di ricerca presso l’ospedale San Giovanni Evangelista incentrato a studiare l’efficacia della magia nel reparto di pediatria come forma di distrazione dal dolore nel paziente pediatrico. Dagli inizi di Giugno 2014 alla fine di Agosto dello stesso anno, si esibisce come ospite fisso tutti i week end di venerdì e sabato presso il ristorante pizzeria la Stazione a Tivoli. Dal 2011 al 2013 è stato chiamato spesso ad intervenire come special Guest alla pizzeria Rico’s Pug a Napoli e al Guanxi Bar a Pozzuoli ed altri ristoranti. Pagina Facebook: https://www.facebook.com/IlMagoSaykon?fref=ts; Canale Youtube: https://www.youtube.com/user/ElSaykon. Ogni venerdì a Napoli ritroviamo il nostro specialissimo mago "umanitario"nel progetto "Dipendenza": Mago Saykon & Il Venerdì crea DIPENDENZA. BIG OPENING. MIAMI Village. Dalla strada al palcoscenico. Bianca Fasano.

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Napoli. 5 giugno 2015, PRESENTATO IL SECONDO RAPPORTO ANNUAL

Napoli. Nel 1921 Giuseppe Prezzolini scrisse che l'Italia si divideva in due parti: "una europea, che arriva all'incirca a Roma, e una africana o balcanica che va da Roma in giù". Ancora nel 1959, Il settimanale L'Espresso, dedicando un'inchiesta alle zone più misere del Mezzogiorno, la intitolava: "L'Africa in casa". Oggi, ricordando Giustino Fortunato che temeva l'Italia potesse riunirsi all'Africa dobbiamo tristemente evidenziare che, almeno per quanto riguarda l'organizzazione di porti, vorremmo somigliare al Marocco: tanto si evincerebbe dalla presentazione fatta da Sghir EL, (Filali dell’ANP, Agenzia Nazionale dei Porti del Marocco di Casablanca Studi e Pianificazione Divisione ODEP - Operazioni portuali Ufficio MAROCCO), il quale, in francese, con la splendida traduzione di Nadia Laraki (Direttore Generale dei Porti Nazionali Agenzia Presidente del Consiglio di Amministrazione di SA Portnet Wissam), ha messo in luce le aspettative portuali sistema Caso ODEP, sottolineando. l'importanza strategica dei porti del Marocco. Nel corso dell'interessante relazione ha parlato dell'unità di porto, laddove le cifre per il 1999 già evidenziavano un traffico nazionale porto di 53 milioni di tonnellate, suddivise per tipologie di imballaggio. Per la pesca, 3.052 unità che effettuavano ingresso, per un totale di circa 850.000 tonnellate all'anno. Ha spiegato come abbia lavorato l' ODEP nell'organizzazione porto marocchino, mediante tre fasi principali: • Una prima fase, caratterizzata dalle porte di gestione in regime di concessione aziende private (questo era prima del 1963). • Una seconda fase, segnata dalla creazione di un consiglio di amministrazione del Porto di Casablanca, che si è poi gradualmente occupato sfruttamento delle porte principali Commercio del Regno. 1. Una terza fase, che ha avuto inizio nel 1984, segnato dalla riorganizzazione del settore portuale con la creazione dell'istituzione pubblica Office of Operations Ports (ODEP). Il settore portuale in Marocco è ora sotto la supervisione del Ministero Attrezzature. Questo ministero interviene nei porti via tre entità diverse: 1) La Direzione di porte e Porto di dominio pubblico, che supporta tutti i tipi di pianificazione di problemi e regolamenti.2) Le Casablanca e Mohammedia Ports Authority, le cui missioni sono simili, ma sono distinte, data l'importanza di questi due porti.3) L'Ufficio Operativo Ports, ente pubblico che è il fulcro, che caratterizza l'organizzazione adottata nel 1984. Senza ulteriormente inoltrarci basti dire che la spiegazione sulla previsione del traffico e la pianificazione delle infrastrutture portuali, partita da un lontano passato, chiusasi con la dimostrazione delle attuali situazioni positive, è stata per noi italiani: una bella lezione in francese. Dal Marocco. Non possiamo meravigliarci, ricordando che, nel "Programma di sostegno alla cooperazione internazionale nell’area Med." Con il progetto "TALMED Maroc – Cooperazione trasportistica e logistica tra Italia e Marocco a seguito dell’esperienza ITALMED", durato dal 15 gennaio 2013 al 6 dicembre 2013, si aveva l'obiettivo dello: "sviluppo di relazioni tra porti, istituzioni, autorità portuali italiane e marocchine, relazioni consolidate maggiormente nell’ambito delle principali filiere critiche individuate e finalizzate ad una maggiore conoscenza dei rispettivi porti, territori e servizi offerti." Sintesi del progetto: 1. Sviluppo delle filiere logistiche; 1.1 Agro-alimentare e Fresco; 1.2 Auto Nuove; 2. “Port Community Systems” e integrazioni ICT; 2.1 Port Community Systems; 3. Port Regulation & Governance; 3.1 Sviluppo del “Port Governance” e “Port Community Manager”; 3.2 Forum Euro Mediterraneo. Nadia Laraki ha precisato alla fine che si è trattato essenzialmente di volontà politica. Nella stessa giornata del convegno, ossia il 5 giugno, Durante l'assemblea dell'associazione degli agenti marittimi che si è svolta a Lerici, il presidente Michele Pappalardo intanto attaccava la burocrazia, rappresentata come uno dei "grandi nemici del sistema portuale e logistico italiano". I dati finali riportati dal RAPPORTO ANNUALE DI SRM “ITALIAN MARITIME ECONOMY” dicono: "+123% la crescita del traffico merci nel Mediterraneo negli ultimi 13 anni; Il 19% del traffico navale mondiale passa dal Mare Nostrum; nel 2005 era il 15%;Le direttrici verso e da Golfo-Medio ed Estremo Oriente sono cresciute nel periodo 2001-2014 rispettivamente del 160% e del 92%; +339% i passaggi dal Canale di Suez verso il Golfo arabo (2001-2014); Italia primo Paese UE28 per trasporto di merci in Short Sea Shipping nel Mediterraneo (204,4 mln di tonnellate). Italia terza in Europa per traffici gestiti (460 mln di tonnellate); Il settore marittimo vale oltre 43 miliardi di Euro di Valore Aggiunto (VA) e 800mila posti di lavoro; Valore interscambio oltre 220 miliardi di euro di import-export pari al 30% delle merci in valore. Verso i Paesi del Mediterraneo (Area Mena) questa percentuale sale al 75%; Il 33,7% del VA dell’economia del mare è prodotto nel Mezzogiorno (14,7 miliardi di euro) dove si trova il 38,6% degli occupati del settore; I porti del Mezzogiorno movimentano il 45,7% del traffico container e il 47% del traffico merci; Via mare il 60% dell’interscambio del Mezzogiorno (55 miliardi di euro)."- Massimo Deandreis, direttore generale SRM: “La ricerca è ricca di dati e mette bene in evidenza il peso di tutta la filiera del mare, non solo come comparto produttivo, ma anche come generatore di valore e di occupazione. In Italia 1/3 di tutto l’import ed export parte o arriva via mare. Gran parte di questo comparto è collocato nel Mezzogiorno che potrebbe svolgere il ruolo di piattaforma logistica a beneficio di tutto il sistema produttivo nazionale. Anche perché sta emergendo in modo marcato una direttrice marittima che dall’Europa, via Mediterraneo, passa per il Canale di Suez, Golfo e Asia. In questa direttrice l’Italia e i porti del Mezzogiorno, potrebbero trovare ancor meglio la loro funzione di Hub strategico"- Potrebbero. Federagenti, nello stesso giorno attaccava la duplicazione delle funzioni in più di venti amministrazioni per i controlli della merce che viaggia in nave e la moltiplicazione delle norme e delle loro interpretazioni, che spesso sono diverse nei vari porti. Paolo Scudieri, presidente SRM: “Le imprese che producono hanno bisogno di una filiera del mare – portualità, logistica e operatori di shipping – che sia efficiente, competitiva nei tempi e nei costi, e in grado di inserirci nelle grandi direttrici dei traffici marittimi. L’annunciata riforma dei porti va in questa direzione ma occorre fare in fretta. Abbiamo perso molto tempo in passato. Tempo che i nostri competitors, nel Nord Europa e nel Sud Mediterraneo, hanno usato per rafforzarsi con investimenti infrastrutturali importanti. L’Italia ha una posizione geografica straordinaria. Noi siamo convinti che rilanciare la filiera del mare e investire per una portualità efficiente possa essere la modalità nuova per trainare lo sviluppo del Mezzogiorno". Intanto l'associazione degli agenti marittimi porta il caso di Gioia Tauro: "Un numero crescente di spedizionieri internazionali impone alle compagnie di navigazione l'esclusione del porto di Gioia Tauro dall'elenco dei porti dove sbarcare la merce, a causa dei controlli spropositatamente più numerosi rispetto a quanto accade nei porti concorrenti: 13.803 ispezioni sui container, pari al 2% di tutti i container movimentati, quando a Valencia si ispeziona l'1% del traffico, a Iperalgesia lo 0,2% e al Pireo lo 0,01%".- Franco Gallia, direttore regionale Intesa Sanpaolo – “L’economia marittima per la nostra banca è qui di fondamentale importanza. Nel “mare”, infatti, la finanza ha un ruolo di rilievo, sia se parliamo di finanza privata cioè il sostegno ai nostri armatori e alle imprese della logistica sia che parliamo di finanza pubblica, vale a dire la finanza per le infrastrutture, e quindi l’attivazione di strumenti finanziari rivolti anche al settore pubblico come il project-finance quando l’operazione si svolge in partenariato pubblico-privato. Intesa Sanpaolo è sempre vicina ai settori produttivi che caratterizzano l’Italia e il Mezzogiorno e lo siamo con uno sguardo sempre più attento al Mediterraneo, alla cultura e alle radici delle imprese che qui producono”. Intanto Federagenti mostra una stima sui costi dell'inefficienza del sistema italiano: "Nelle stime di valorizzazione del tempo perso a causa dei vincoli burocratici viene indicato, in via cautelativa, il valore di 12 Euro come costo per il ritardo di un'ora nella spedizione di venti tonnellate di merce. Ciò significa che per ogni ora di ritardo derivante da procedure burocratico-amministrative su complessivi 250 milioni di tonnellate, il costo per il sistema economico italiano è di 150 milioni. La tavola rotonda, moderata dal direttore de Il Mattino, Alessandro Barbano (oramai esperto del settore), su “Nuove rotte per la crescita del Mezzogiorno e del Mediterraneo” ha visto come discussant Michele Acciaro, professore di Maritime Logistics della Kühne Logistics University (KLU) di Amburgo, Oliviero Baccelli, Direttore CERTeT Bocconi, l già ricordato Sghir El, Luigi Nicolais, presidente CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Paolo Scudieri, presidente SRM e presidente di Adler Group, Orazio Stella, Amministratore Delegato Maersk Italia. Genova - «Cinquecentomila container carichi di merci italiane ogni anno scelgono il porto di Rotterdam per fuggire alla complessità di un sistema portuale «sempre più distante dalle aziende». Altri cinquecentomila, riempiti in Austria e Baviera, scelgono la rotta nordeuropea «perché in Italia nessuno si preoccupa più di andare a recuperarli». Inadeguatezza nel primo caso, rassegnazione nel secondo. Il risultato, drammatico per i porti e l’erario, è lo stesso: un clamoroso assist al già ricco Northen Range. «Eppure questo Paese avrebbe potenzialità immense. Davvero immense».Orazio Stella da tre anni è amministratore delegato in Italia di Maersk, primo gruppo armatoriale al mondo, uffici a Genova e interessi in ogni angolo del pianeta. «Gli sforzi per migliorare la situazione ci sono, li vediamo quasi tutti i giorni. Ma il grado di competitività del sistema portuale italiano è ancora basso – spiega –. Forse la visuale prospettica di una multinazionale è diversa da quella che matura in un contesto, diciamo così, “tradizionale”: noi siamo abituati a ragionare in termini di ritorno sugli investimenti, di capacità produttiva. Beh, se applichiamo al sistema portuale questi concetti, risulta davvero difficile scrutare il settore nel medio periodo». Ma dov’è che l’Italia sta sbagliando? «Il nostro timore è che si continui a investire tempo su un doppio binario che rischia di essere improduttivo: la governance e le infrastrutture. Due argomenti importanti, per carità, ma inutili senza un’opera di promozione commerciale del sistema Paese. Una classe politica impegnata da anni nella riforma della legge 84/1994, per fare un esempio sportivo, mi ricorda quelle squadre di calcio che buttano la palla in tribuna per perdere tempo. Io vorrei sapere, invece, chi si occupa di andare a parlare con i clienti finali. Chi si sta preoccupando di convincere le aziende europee che l’Italia è il Paese sul quale è giusto investire? Se devo essere sincero, ho l’impressione che nessuno se ne stia occupando». Senza infrastrutture adeguate, anche la promozione del sistema-Italia diventa superflua. «Ma costruire un nuovo porto non significa attirare merci: ne è solo il presupposto. Per attirare merci devo avere i clienti che scelgano l’Italia, e oggi non ne ho abbastanza. Ragioniamo su un caso concreto, e di grande attualità: pensiamo davvero di avere le condizioni commerciali, e non solo operative, per attirare con continuità le navi da 18.000 teu? Io dico che in questo momento la massa critica dell’Italia consente l’arrivo di navi da 13, 14.000 teu, ma non quelle da 18.000. Vede, Internet ha reso quasi perfetti i meccanismi della concorrenza: oggi sul prodotto non si bara più. O sei in grado di offrire servizi di alta qualità a prezzi concorrenziali o sei fuori dal mercato. Di più: devi essere disposto anche a rinunciare a una parte del ritorno economico per essere competitivo». E questo l’Italia non l’ha ancora capito? «Diciamo che anche il Paese deve iniziare a fare la sua parte, e non solo i privati. L’Italia dovrebbe iniziare a occuparsi di quello che in azienda si chiamamarketing. Non importa chi: la presidenza del Consiglio, il ministro dei Trasporti, basta che lo faccia qualcuno». Il marketing presuppone la disponibilità di un buon prodotto da vendere. Le premesse non sembrano incoraggianti. «In realtà lo sono. L’Italia è la naturale porta di ingresso per le merci in arrivo dal Far East verso la regione più ricca d’Europa. Fatto 100 il Pil pro capite dell’Europa, Lombardia, Austria e Baviera hanno una media superiore a 125. Questa è la carta che il Paese deve giocarsi. Perché perdere un milione di contenitori ogni anno non è più giustificabile». Non più serene le conclusioni tenute da Maurizio Barracco, presidente del Banco di Napoli. i quale, pur insistendo su “(...) come il raddoppio del Canale di Suez potrà avere un impatto estremamente positivo sul commercio marittimo" precisa che occorrerà "essere bravi" perché l'impatto positivo si trasmetta "anche sull’economia italiana e del Mezzogiorno." Una crescita che si intende sostenere "sfruttando la presenza di Intesa Sanpaolo in tutto il bacino del Mediterraneo con filiali in Turchia, uffici in Tunisia e Marocco e una banca molto forte in Egitto, la Banca d’Alessandria. Ed infine a Dubai da cui si sovraintende tutta l’area del Golfo." Baracco sottolinea che il Gruppo è forte proprio in quei Paesi e mercati che stanno emergendo come nuove direttrici del traffico marittimo e su cui l’Italia può giocare un importante ruolo.Ce lo auguriamo, con l'assenso e la determinazione di un Governo che produca mutamenti necessari, benché il passato ci parli di una Italia laddove concepire e realizzare infrastrutture di trasporto è "molto difficile", ormai da decenni, deridendo ciò che accadeva dall’antichità romana fino al dopoguerra, laddove eravamo considerati la “patria” delle infrastrutture. Qualsiasi progetto si carica di discussioni, polemiche, interessi privati, lunghissimi tempi di completamento, generando un mare di opere incompiute che fanno lievitare i costi di quelle condotte a termine e troppo spesso tragicamente implose. Causa?Insufficiente qualità costruttiva, pesanti impatti sul territorio, corruzione e malaffare cui ci siamo abituati come fosse l'unica realtà possibile. Risultato? Un sistema della mobilità spesso insufficiente, a volte ridondante, che assorbe tante risorse, peggiora la qualità della vita e penalizza l’economia. Anche quella marittima del nostro Mediterraneo. Bianca Fasano

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- Letteratura

Napoli. Si è chiusa con l’autrice Carmen Pellegrino

Napoli. Salotto di Patty: la promessa è che per la prossima stagione di incontri troveranno spazio nelle comode poltrone del "Salotto di Patti", anche gli scrittori di sesso maschile. Patrizia Milone, scrittrice ed insegnante è ben convinta di questa novità e forse appare anche una cosa "buona e giusta", visto che la parità tra uomo e donna va rispettata in entrambi i sensi. Per questa serata conclusiva, con le amiche: Antonietta Abbruzzese, docente;Mariolina Arciello,lettrice, Imma Muscariello, docente; Maria Orione, docente; Mariacarla Rubinacci, scrittrice; Rosy Selo, scrittrice; Laura Iuliano, docente; e Carmen Pellegrino, scrittrice, mi sembra giusto fare un piccolo riepilogo delle autrici e delle opere presentate nel corso di questi mesi dalla gentile ospite Patrizia Milone, facendo a tutte il primo e ultimo complimento di non essere state noiose, come, purtroppo, spesso accade nei luoghi in cui di solito vengono presentati i testi letterari. Ecco le autrici che sono state ospiti del salotto di Patty anno 2015:- Rosy Selo con il libro "IO SONO DOLORE" Kairos editore: - "Io sono dolore, romanzo d'esordio di Maria Rosaria Selo conferma la nascita di un vero e proprio filone di moderni giallisti partenopei che non può essere assolutamente ignorato. Il romanzo non è un noir convenzionale, non è nemmeno definibile un thriller psicologico proprio per la presenza di elementi di vario genere che portano tale libro a prendere vari aspetti di genere e migliorarli."- http://langolodelnero.blogspot.it/2014/02/maria-rosaria-selo-io-sono-dolore.html. Antonella Ossorio con "LA MAMMANA" Einaudi editore:- "Antonella Ossorio mescola con sapienza romanzo storico e saga famigliare, tessendo una storia ammaliante e originale. La storia di tutti quelli che con fierezza e coraggio, nello scontro quotidiano tra doveri e desideri, non rinunciano a cercare la propria strada."- http://www.einaudi.it/libri/libro/antonella-ossorio/la-mammana/978880621773 Antonella Cilento con "Lisario e il piacere infinito" Mondadori editore:- "(...) collaboratrice de Il Mattino e fondatrice nel 1993 del laboratorio di scrittura creativa "Lalineascritta". "Il cielo capovolto", "Una lunga notte", "Neronapoletano" sono solo alcuni dei suoi romanzi usciti sempre per le Edizioni Guanda che l'hanno fatta conoscere sia in Italia che all'estero, in Germania e in Russia. Antonella Cilento con "Lisario e il piacere infinito delle donne" (Mondadori) si è da subito guadagnata l'attenzione degli "Amici della Domenica" entrando fra i dodici finalisti del Premio Strega 2014."- http://www.positanonews.it/articolo/138320/articolo/139094/articolo/38881/diario-di-strada-sogno-uno-risposta-sogno-due Fiorella Franchini "KORALLION" Kairos Editore:- "(...) giovanissima e brillante è Scrittrice, Giornalista pubblicista è, oltre che direttore di www.napoliontheroad.it, web magazine di cultura napoletana, arte e società, autrice de “I fuochi di Atrani”, giallo ambientato nella costiera amalfitana, e de “I fuggiaschi di Lokrum”, una storia ambientata nella ex Jugoslavia e negli orrori della guerra balcanica. Ultimo suo lavoro letterario il romanzo “Korallion”"- http://www.dentrosalerno.it/web/2015/04/07/napoli-apeiron-reading-con-16-autori-attori-scrittori-giornalisti-poeti/ Annella Prisco "Appuntamento in rosso" editore Guida, dice del suo lavoro:- "E' una storia puzzle, in un certo senso, di racconti e momenti, di figure a me vicine (spunti realistici totalmente rielaborati e portati al paradosso) ma non è una storia autobiografica, perché se così fosse stato non avrei dato in pasto ai lettori un diario di emozioni autobiografiche. Indubbiamente per quello che riguarda il rapporto con determinati scenari mi sono ispirata a luoghi e contesti di vita vissuta. Il tessuto della storia è una costruzione di fantasia invece i contesti e, ripeto, gli scenari sono di vita vissuta." http://www.fuoricentroscampia.it/arte_e_cultura.php?id=1684 Maria Carla Rubinacci "Chi ha raccolto le conchiglie":- "è una milanese trapiantata a Napoli. Esordisce nel 2002 con “Il covo di villa Arzilla” (2002, Guida Editori) a cui fa seguito “Il giorno che mi amerai” (2004, Guida Editori).Nel 2009 conquista il favore della critica con “La fantasia di Francesca” (Guida Editori), classificatosi al terzo posto al Premio Emily Dickinson e vincitore del Premio Letizia Isaia (sezione narrativa) e del Premio Megaris. Nel 2011 pubblica un’altra storia di donne, “La bambola sulla sedia” (Statale 11 Editrice), in cui esplora lo scottante fenomeno dell’anoressia."- http://www.positanonews.it/articolo/80560/napoli-megaris-presentato-ldquo-chi-ha-raccolto-le-conchiglie-rdquo-di-mariacarla-rubinacci-lce-edizioni Carmen Pellegrino con "Cade la terra" Giunti editore:- "Come fra le quinte di un teatro in disfacimento ecco aggirarsi un anarchico, un venditore di vasi da notte, una donna che non vuole sposarsi, un banditore cieco, una figlia che immagina favole, un padre abile nel distruggerle. Ma dove sono i vivi e dove i morti? Estella non se lo dice, perché vorrebbe solo cambiare i destini, invertire il corso di esistenze desolate, per ridare loro un po’ di calore, come una vita nuova, ora che l’altra che ha infuriato per anni si è conclusa.”- http://www.giunti.it/libri/narrativa/cade-la-terra/ Ho lasciato per ultima l'ospite,Patrizia Milone con "Un'eredità scomoda" Kairos editore: -" Intrigante e appassionata trama di eventi e sentimenti.”, come è stato definito. “La scoperta di una misteriosa lettera confessione all’interno di un libro antico, fa scattare una narrazione fra passato e presente. Nel clima austero dell’antica Università napoletana Federico II, i protagonisti, formano una rete di combinazioni dove l’amore e i sospetti su di un ambiguo docente, creano un’arroventata suspense. La matassa si trasforma in un intricato labirinto. Il commissario Biondi indagherà coi ferri del mestiere e la sensibilità di chi opera in un mondo, quello della cultura universitaria, nel quale si alternano luci e ombre. Dove il movente del male spesso si annida nei luoghi oscuri dell’animo umano. Amore, morte, amicizia e tradimento. Tutto nel meccanismo di una trama che coinvolge il lettore. Lo trascina e lo rende protagonista all’interno della scena, verso un finale spiazzante e risolutorio.”- http://www.napoliartmagazine.it/una-eredita-scomoda/: Carmen Pellegrino, dolce, un po' noir, ha concluso la serie con quel suo "Cade la terra", che mi ha fatto ricordare il mio Cilento, seconda patria, e la vecchia Roscigno, ma anche tutti quei paesini abbarbicati sulle montagne, dove, per strano effetto del destino, hanno lasciato il segno del loro respiro umano grandi uomini, e ricordo per tutti lo storico Pietro Barbato, cui dedicai il mio libro "Stio tra storia e leggenda e cenni sulla baronia di Magliano:- "Affettuosamente alla figura di Don Pietro Barbato, degno di stima per le sue ricerche e per gli scopi per cui le effettuò, dedico questo mio modesto lavoro nella speranza che ubbidisca all’epigramma del Giusti, ricordato dal Barbato: -“ Il fare il libro è meno che niente, se il libro fatto non rifà la gente."- e lo storico Pietro Ebner che mi ospitava nel suo studio, per offrirmi la possibilità di studiare i suoi libri al tempo in cui lavoravo a "Polvere di Storia". I luoghi silenziosi aiutano il pensiero? Il frastuono cittadino lo spegne? Lascio a voi la risposta con l'intesa di ritrovarci tutti, dopo le vacanze estive, nel "Salotto di Patty". Bianca Fasano

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- Società

Giovanni Bottone. Lettera aperta al Presidente della Repubbl

DI GIOVANNI BOTTONE

LETTERA APERTA AL Signor Presidente della Repubblica On. Prof.Sergio MATTARELLA Palazzo del Quirinale ROMA Signor PRESIDENTE, animato da profonda stima e fiducia nella Sua persona, supremo arbitro delle Istituzioni e garante dei diritti dei cittadini, mi permetta di comunicarLe che il prossimo 31 maggio non voterò. È la prima volta nella mia vita, ho 72 anni, che deliberatamente e in anticipo ho deciso, per dignità e protesta, di non votare e intendo rendere nota e pubblica questa decisione che non avrebbe invece nessun significato se praticata in silenzio e soltanto per indolenza o disinteresse civico. Non ricordo se ciò, per il passato, sia già avvenuto; ma se fosse accaduto sarà stato determinato da un oggettivo impedimento come il trovarmi all'estero da i miei fratelli emigrati in Argentina e in Francia, oppure per malattia. I motivi per cui non voterò sono molteplici e tutti gravi, ma intendo indicarne soltanto uno che è, per cosi dire, il principale e incorpora in sé tutti gli altri, riducendone, ove ciò fosse possibile, la tenebrosa gravità. Sono ormai trascorsi 2 anni che l'Amministrazione Comunale di Giugliano è stata sciolta per infiltrazione della camorra. Questo è un gravissimo vulnus che ricade oggettivamente, lo si pensi o meno, non soltanto sul Sindaco e i Consiglieri comunali del tempo, ma su tutti i cittadini elettori e rappresentati da quel Sindaco e da quei Consiglieri comunali. Ora già da diversi mesi, in vista della tornata elettorale del 31 maggio, gli aspiranti alle cariche comunali fanno un gran parlare, come sempre, dei progetti, in alcuni casi faraonici ed utopistici, che si impegnano a realizzare per il bene comune e per una rinnovata e civile vivibilità di Giugliano in Campania. E fin qui nulla di male, tanto attiene ad una consolidata dialettica civile e politica di cui è preferibile sempre individuare e scorgere i valori positivi e concretamente propositivi, prima di quelli demagogici, determinati da pressapochismo e incompetenza, per mancanza di qualsivoglia pregressa esperienza di impegno sociale. È comunque un segno di speranza la candidatura di tanti giovani e in particolare di tante donne motivate dall'istanza di un reale superamento delle persistenti discriminazioni di genere e dalla volontà di perseguire la realizzazione dei valori proclamati dalla Costituzione della Repubblica Italiana, la più bella del mondo, come ci viene riconosciuto, che attendono ancora piena attuazione nel nostro territorio. Comunque, nell'enunciazione di programmi e iniziative, non una sola voce si è levata, finora, dall'estrema destra all'estrema sinistra, se questi riferimenti di collocazione politica hanno ancora oggi un residuo significato, per chiedere con coraggio e determinazione la risposta ad un interrogativo che pesa come un'oscura e irrisolta cappa di piombo sulla Città: il volere e dovere conoscere, in modo chiaro e circostanziato, prima e non dopo del 31 maggio, fatti e responsabilità che hanno determinato lo scioglimento dell'Amministrazione Comunale di Giugliano in Campania. Quella Giugliano che spesso viene indicata dai politici, per sottolinearne in modo enfatico la rilevanza che dovrebbe avere e che invece non ha, come terza città della Campania dopo Napoli e Salerno, ed è vero, ma è altresì vero, e tanto sfugge o è ignorato, che Giugliano, per numero di abitanti, è la prima città d'Italia non capoluogo, e tra i circa 9000 Comuni d'Italia si colloca al quarantesimo posto, mentre è arduo stabilirne la collocazione per efficienza dell'Amministrazione e per i servizi ai cittadini. Si va dunque incontro alle elezioni del 31 maggio come se nulla fosse accaduto e l'accaduto, anzi, risulta oggettivamente rimosso e dimenticato , come un fatto irrilevante di un passato remoto. Nel ruolo, desidero precisarlo, di quisque de populo che può e deve esprimere liberamente il proprio pensiero, ritengo che il diritto-dovere di adoperarsi per conoscere le cause dello scioglimento dell'Amministrazione Comunale incomba su tutti i cittadini di Giugliano in Campania, compresi i signori Commissari che, in questi 2 anni, hanno amministrato la Città, nominati dallo Stato ma rappresentanti del Popolo. Personalmente, come ex presidente degli ex-alunni, ho manifestato questo mio malessere e l'istanza di conoscenza in un'assemblea, presieduta dal Vescovo di Aversa, v.Presidente della CEI, tenutasi nell'Istituto dei Fratelli Maristi, nell'autunno scorso. Il non conoscere ancora, dopo 2 anni, fatti e responsabilità, non mi consente di esercitare con libertà, responsabilità, consapevolezza il diritto-dovere di voto. Adempiere un diritto-dovere in queste condizioni stride con l'irrinunciabile dignità personale. Non meno grave si presenta il quadro delle elezioni regionali in Campania, come quotidianamente denunciato dalla stampa e da autorevoli opinionisti, per la presenza nelle liste di candidati indagati e anche già condannati. Accentua poi questa amarezza non tanto il fatto che il Governo della Repubblica disattenda una sentenza della Corte Costituzionale, quanto le motivazioni addotte che si fondano sul presupposto che tutti i cittadini italiani siano stupidi; mentre sarebbe semplice e vero comunicare che i "conti" non consentono, nell'immediato l'esecuzione integrale della sentenza della Corte Costituzionale e si parla con incompetenza e stupefacente faciloneria di un "bonus" per i pensionati. Nell' esprimere questa mia decisione di non votare, non mi sento affatto confortato che essa sarà adottata, come la stampa già prevede, da un numero di cittadini che si avvia a raggiungere la maggioranza assoluta, essendo già ora ampia maggioranza relativa. Un libro pubblicato pochi anni fa e che ha ottenuto un notevole successo internazionale termina con questa frase :"maledetti bastardi, sono ancora vivo !" Quella conclusione mi deluse e mi amareggió, non perché non condividessi quel "maledetti" che invece condivido pienamente, rivolto contro il male e la camorra, ma perché con quel finale è proclamata la salvezza di un singolo. Qui, a Giugliano in Campania, il problema è la salvezza di tutti e in particolare dei giovani. Il diritto alla vita, il diritto alla salute è il primo e fondamentale diritto che continua, con infamia, ad essere oltraggiato. I necrologi che quotidianamente vengono affissi in città rendono amaramente nota a tutti l'età dei defunti, spessissimo compresa tra i 40 e i 60 anni. Non mi sembra che questa sia un'età in cui sia normale e naturale morire; mentre fino a poco tempo fa e, in parte, tutt'ora si continua a negare dai responsabili della sanità qualsiasi rapporto tra avvelenamento del territorio e mortalità. Con il diritto alla vita e alla salute oltraggiato e compromesso che significato ha parlare degli altri diritti ? Che significato ha votare ? La dignità residua non lo consente. Presso l'ONU, la Banca Mondiale di New York, la BCE di Francoforte, l'Università di Cleveland negli USA, e in tante altre città d'Italia e d'Europa, numerosi sono i giovani e le giovani di Giugliano che ricoprono incarichi di prestigiosa responsabilità, e nella stessa Giugliano va ampliandosi la schiera di docenti universitari, fino a qualche decennio fa inesistente, e di prestigiosi operatori al servizio dello Stato, nelle professioni, nella narrativa, nel giornalismo. Questi giovani, in particolare, non meritavano l'onta di scoprirsi cittadini di un Comune sciolto per camorra. Le ho scritto, Signor Presidende, con la grande stima e fiducia che mi derivano dalla Sua elevata testimonianza di vita e dalla sua specifica e onorata sensibilità. La ringrazio infinitamente per l'attenzione e Le porgo i più deferenti saluti Avv. Giovanni Bottone Giugliano in Campania 20 maggio 2015 Accademia dei Parmenidei. Ufficio stampa.

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Apeiron: Fata Morgana di Filippetti

N Napoli. Per il penultimo appuntamento della stagione aperta nel 2014, dalla rassegna di incontri culturali “‘Apeiron”, ideata e coordinata da Bruno Pezzella e promossa dalla V Municipalità Vomero Arenella, appoggiata da un gruppo di editori ed associazioni culturali, venerdì 15 maggio, alla biblioteca Benedetto Croce, in via Francesco De Mura 2/bis (angolo via Luca Giordano) alle ore 17,30 è stato presentato il libro di Antonio Filippetti Fata Morgana - riflessioni di un decennio - Dieci anni in cinque libri: le opere di un saggista che invita a non perdere la “capacità di intendere e volere” - edito dall’ Istituto culturale del Mezzogiorno. Con l’autore sono intervenuti, con testimonianze e riflessioni Mario Coppeto, presidente della V municipalità del Vomero, Donatella Gallone (Il Mondodisuk). Gilberto Marselli, Bruno Pezzella. L’attrice Adriana Carli ha interpretato alcuni brani dal libro. “Fata Morgana”, ultima raccolta di saggi in ordine di tempo, del giornalista Antonio Filippetti, pubblicata con le Edizioni dell’Istituto Culturale del Mezzogiorno. Chi lo ha seguito sa che il libro completa un ciclo di studi decennale, iniziato con “Il lungo Sonno” (2006) e proseguito successivamente con “La Sirena Fuorilegge”, (2009), “It-Alieni, il paese delle mezze calzette” (2010) e “Bella Italia brutta gente” (2012). Secondo il desiderio dell’autore i cinque volumi costituiscono un’approfondita e documentata analisi dei falsi miraggi (da qui anche l’allusione di quest’ultimo titolo) che hanno fagocitato una società suggestionata da falsi miti, allettata da scorciatoie facili, assetata di privilegi a buon mercato, e del tutto insensibile al richiamo di concetti come dovere professionale, impegno civile, rispetto istituzionale. L’autore sottolinea che, “in una deriva senza tregua, sono stati smarriti anche i valori della solidarietà e i vincoli della legalità, perpetrando per altro un continuo oltraggio alle straordinarie tradizioni culturali del nostro paese.” Già presentato all’Istituto per gli Studi Filosofici, quel titolo"Fata Morgana. Incantesimi e idiozie di illusionisti, impostori e voltagabbana", è di per sé una chiara illustrazione di quello che il lettore potrà trovare sfogliando le pagine del testo di cui pubblichiamo qualche brano del capitolo intitolato “Ovvietà e giochi di prestigio: tra La Palice e Houdini”:- "E’ un dato confermato da tutti i sondaggi e da tutte le statistiche quello secondo cui gli italiani chiedono un cambiamento e lo chiedono in primo luogo a coloro che si sono assunti il compito di “guidare il vapore”; di conseguenza la classe politica si vede investita per così dire di un mandato tutt’altro che secondario ma che potrebbe, oltre che migliorare la condizione complessiva del paese, assicurare a chi se ne facesse davvero carico un merito e forse anche una gloria imperitura. De resto, se si guarda alla storia recente e passata, tutti i governanti che hanno promesso di cambiare l’esistente sono stati baciati dal sostegno, talvolta persino eccessivo, del popolo in attesa. Anche in Italia le promesse politiche non sono certo mancate. Nell’ultimo periodo, t