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Raccolta di articoli di Giorgio Mancinelli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Alimentazione

A tutto Jazz e Altro - Giornata Mondiale della Musica 2022

A TUTTO JAZZ e ALTRO.
FESTA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA MUSICA 21 GIUGNO 2022

♣ Rimescolando le notizie sull’attività jazzistica a me giunte in questi ultimi mesi denoto una fortissima ripresa di novità molto interessanti, soprattutto di numerosi strumentisti eccezionali che hanno saputo imporsi all’attenzione internazionale durante i ‘meeting’ più accreditati che, malgrado il fermo di due anni per le ragioni che sappiamo, hanno ripreso alla grande, come è possibile vedere qui di seguito:

♥ Si è concluso in aprile l’Ancona Jazz che festeggia l’International Jazz Day UNESCO, con un programma quanto mai fitto di appuntamenti, nato nel 2011 dall’idea del grande pianista e UNESCO Goodwill Ambassador Herbie Hancock: “per evidenziare il jazz e il suo ruolo diplomatico di unire le persone in tutti gli angoli del globo”. Tanti gli incontri che Ancona Jazz ha organizzato tra la città di Ancona e Jesi, inserendoli nel già ricchissimo calendario ufficiale della 49a edizione. Durante la giornata in cui si sono tenuti anche importanti omaggi a due grandi icone del più vasto ambito jazzistico, Charles Mingus e Jack Kerouac, dei quali nel 2022 ricorre il centenario della nascita, che pur in ambiti diversi hanno lasciato una traccia profonda quanto innovativa nel linguaggio jazzistico. È andata così che “La mattina del 30 aprile, presso il Liceo Musicale Carlo Rinaldini di Ancona, si è aperto il seminario sulla vita e l’operato dedicato: "Peggio di un bastardo: Charles Mingus e la musica come autobiografia", arricchito da proiezioni, immagini e video, e tenuto da uno dei massimi musicologi italiani, Stefano Zenni, autore di numerosi libri e saggi, direttore artistico di rinomati festival, docente di conservatorio e relatore profondo, che riflette la sua passione smisurata in una meticolosa, costante ricerca, allo scopo principale di porre nella giusta luce e considerazione la grandezza di musicisti tanto essenziali nell'evoluzione del linguaggio musicale del secolo scorso.” Seguito dal concerto "Blues & Roots Quintet" - nome che richiama uno dei dischi più rilevanti del grande contrabbassista - formato da docenti del Conservatorio G.B. Pergolesi di Fermo: Marco Postacchini (sassofoni), Mauro De Federicis (chitarra), Emanuele Evangelista (pianoforte), Gabriele Pesaresi (contrabbasso), Andrea Nunzi (batteria). Nel pomeriggio, presso la Mole Vanvitelliana si è tenuto il concerto “Jack Kerouac. The heart Beat of Jazz” con protagonista il cantante e fine dicitore Riccardo Mei. Un emozionante reading del libro più famoso di Kerouac "Sulla strada", alternato all'esecuzione di brani tipici dello stile bebop, seguendo esempi notevoli che spesso hanno fatto capolino nella discografia jazzistica, con riferimento principale quel "Bop for Kerouac" che il cantante Mark Murphy realizzò per l'etichetta Muse nel 1981. Il jazz, come ben sappiamo, non si è mai esaurito nella sfera musicale, ma ha invaso tante altre forme artistiche, dialogando volentieri con esse, non ultima la letteratura. E quando si accomunano questi due termini, il primo nome che salta in mente non può che essere Jack Kerouac, esponente fondamentale di quella "beat generation" che aveva nel bebop non soltanto un mero sfondo sonoro, ma piuttosto un modello d'ispirazione nel processo creativo di una scrittura dove la sincope, l'improvvisazione, la tecnica strumentale innovativa si riverberavano nelle parole, prosa o poesia che fossero. La simbiosi tra i due mondi fu così alta che lo stesso Kerouac incise dischi di "reading" con accompagnamento jazzistico (mitico fu "Blues and Haikus", con accanto i soli Al Cohn e Zoot Sims al sax tenore). La giornata ha poi riservato altre sorprese a Jesi, con “Oslo meets Jesi”: Ancona Jazz e la Scuola Musicale Opus 1 diretta da Stefano Coppari e Samuele Garofoli, con ospiti d’eccezione i giovani studenti jazz della scuola “Improbasen” di Oslo, noto centro didattico per bambini e giovani cui metodologia ha attirato molta attenzione negli ambienti musicali professionali norvegesi e internazionali. Al culmine di questo prezioso incontro c’è stata l’esibizione presso il teatro “Il Piccolo”, un concerto finale, diretto dal maestro Odd André: un evento ad ingresso gratuito, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Jesi e Arcevia Jazz Feast.
www.anconajazz.com - info@anconajazz.com
♥ Di risonanza internazionale, si è da poco conclusa la diciannovesima edizione del Novara Jazz Festival sull’onda della nuova scena jazz inglese, con la presenza di Collocutor e Theon Cross, e importanti nomi del panorama jazzistico in solo - Peter Evans, Bruno Chevillon, Kit Downes - fino a progetti italiani di respiro internazionale, come Rylander Löve con Pedrotti, ACRE con Evans, She's Analog, per arrivare a ensemble contemporanei come L.U.M.E. e Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp. Una serie di concerti diffusi tra i luoghi storici e spazi recuperati della città e del parco del Ticino.
♥ Ad aprile la GleAM Records ha festeggiato l’uscita di “Everyday Life”, l'album di debutto del chitarrista e compositore italiano Edoardo Liberati e del suo progetto ‘Synthetics’, disponibile in CD e digital download/streaming. Ciò che colpisce di questo album è la particolare miscela dei brani e la narrazione che ne scaturisce con grande personalità e coraggio. Le composizioni presentano feels idee diverse, riguardo tutti gli aspetti della musica: tempo, metro, struttura, arrangiamento, forma, orchestrazione, dinamica. Ogni brano ha una sua voce specifica e unica, senza rinunciare alla coerenza dell'intero lavoro. In formazione Edoardo Liberati, chitarra elettrica ed acustica; Vittorio Solimene, piano e Fender Rhodes; Alessandro Bintzios, contrabbasso, Riccardo Galli, batteria.

♥ “Niue” è il titolo del nuovo video dei Satoyama che anticipa “Sinking Islands”, il quarto album della band piemontese in uscita ad aprile per Auand Records. Il nuovo album prosegue il cammino intrapreso dal precedente “Magic Forest”, ottimamente accolto dalla critica ed incluso tra i migliori 100 dischi dell’anno dalla rivista JAZZIT, e dal progetto “Build a Forest” che attraverso il primo tour ad impatto zero li ha portati, grazie al supporto di Siae, Mibact e Fano Jazz Network, a suonare lungo tutta la Russia promuovendo un nuovo modo di vivere la musica ed il lavoro dell’artista. Una straordinaria esperienza da cui è stato creato il docu-film “Rails”. Ogni concerto dei Satoyama, aiuta a finanziare un progetto di sostenibilità. Una scelta concreta che mira a costruire, attraverso la musica, un mondo più equo e sostenibile. Ancora una volta i Satoyama raccontano le urgenze del nostro pianeta, da sempre al centro della loro musica e del loro impegno. Lo fanno attraverso il linguaggio dell’immaginazione, un wanderlust evocativo che narra di un ipnotico amore per la sabbia e per le onde del mare. “Sinking Islands”, come ci dice il titolo, ci parla dell’innalzamento del livello dei mari e del destino che accomunerà luoghi lontani e poco conosciuti insieme a città e grandi metropoli. Ogni brano del disco porta il nome di una realtà che affonderà se non si applicano cambiamenti repentini: Tuvalu, Palau, Kiribati ma anche la più familiare Venezia. Le note sono alquanto poetiche, invitano a lasciarsi andare a più importanti considerazioni sui significati da concedere all’ascolto di un disco che invoca un racconto di romantico rincontro tra la natura e l’uomo nella sua espressione migliore e più alta: la bellezza. “Sinking Islands”, è lo spirito dei sognatori che parla dritto all’anima. È lo sguardo delle anime che non si arrendono alla corrente apatica e immobile della società che ci vuole sdraiati e immutati di fronte al ‘climate change’.

♥ Di recente uscita per la Piano Series di Auand Records, “Insight”, di Giulio Gentile disponibile in CD (distr. Goodfellas e Jazzos). I singoli tratti dall’album sono disponibili su tutte le piattaforme streaming mentre tutto l'album è già disponibile in esclusiva su Bandcamp. Giulio Gentile esplora la forma del trio nel suo nuovo album “Insight” che egli stesso ha definito:” Un lavoro in equilibrio tra introspezione e dialogo.” Nonostante la giovane età il pianista abruzzese Giulio Gentile ha ormai collezionato una ragguardevole quantità di premi e riconoscimenti, sia in Italia che all’estero. Già membro di numerosi progetti, dal duo al quintetto, si cimenta ora nella classica forma del trio dove troviamo al suo fianco Pietro Pancella al contrabbasso e basso elettrico e Michele Santoleri alla batteria. Una scelta non occasionale ma frutto di una lunga frequentazione e affinità musicale. “I miei collaboratori – come spiega in prosieguo – sono stati fondamentali, sia a livello musicale che umano, per arrivare alla realizzazione di questo disco. Hanno sempre creduto nella mia musica e mi hanno sempre dato l’energia necessaria per proseguire questo progetto. Ci lega insomma una profonda amicizia. Inizialmente ci siamo semplicemente incontrati per provare a suonare qualcosa insieme, in seguito si è andato sviluppando un repertorio centrato su mie composizioni e arrangiamenti che ha portato poi alla nascita del trio a mio nome. Quando suono con loro riesco a percepire il trio come un'unica persona, c’è molto interplay e ascolto reciproco e questa cosa mi piace molto!”. Si tratta di un lavoro che programmaticamente cerca e trova un’impronta personale e originale, evitando di chiudersi in forme ordinarie di genere.

♥ Con l’album” Lexicon I”, Auand Records, il pianista italiano Filippo Deorsola riunisce il suo trio Anaphora per una raccolta di pezzi che sfidano le tradizioni stesse del jazz a cui i tre musicisti si sono formati. Altamente originali e spesso inaspettate, le 11 composizioni si ispirano alla musica d'avanguardia, al jazz straight-ahead, alla musica classica contemporanea e persino al blues, giocando con le aspettative dell’ascoltatore ad ogni battuta. L’intimità del piano solo, le esplorazioni materiche del contrabbasso e le esplosioni del groove coinvolgente della batteria costruiscono l’asimmetria stilistica indefinibile delle sperimentazioni sonore di Anaphora. Nato dall’incontro casuale ad una jam session del Conservatorio CODARTS di Rotterdam, il trio Anaphora è guidato dal desiderio di esplorare la relazione tra forma musicale, improvvisazione e capacità innata di ognuno dei musicisti di orientarsi in un paesaggio musicale. In Jonathan Ho Chin Kiat (contrabbasso) e Ap Verhoeven (batteria) Filippo Deorsola ha trovato due compagni di viaggio che hanno abbracciato la natura lungimirante del jazz contemporaneo, che sfugge alla rigida classificazione di generi, e che si dimostrano cospiratori partecipi nella ricerca tesa ad eludere le attese – sia le loro, sia degli ascoltatori. Con le parole stesse di Filippo Deorsola, sgretolando una comoda familiarità con la struttura e il tempo musicali, e lanciandosi nel mondo dell'inatteso “gli automatismi del corpo vengono messi in discussione. È necessario quindi riprendere il controllo del corpo per fare in modo che impari a navigare forme musicali più complesse per poi lasciarlo improvvisare liberamente su queste”. Volendo trasformare le parole in azione, Filippo Deorsola ha presentato la sua ricerca sull’improvvisazione, oggetto della sua tesi di laurea, alla Arts and Technology Conference di Porto nel 2021, e ha fondato il M.A.D. Collective (Mutually Assured Deconstruction), uno spazio che riunisce artisti visivi, autori, esecutori e rappresentanti del mondo accademico per elaborare nuove modalità di indagine degli eventi e del mondo che ci circonda. “Lexicon I” è dunque un'esperienza di ascolto affascinante per gli amanti della musica contemporanea, e lascia presagire cosa ci riserveranno in futuro Filippo Deorsola e i suoi compagni musicisti.
♥ A maggio risale la presentazione ufficiale di “Chansons sous les doigts” del pianista campano Vincenzo Caruso che prosegue la collaborazione con l’etichetta pugliese Dodicilune. Dopo “Sirene a Cadaques” (2020), distribuito in Italia e all’estero da IRD e nei migliori store on line da Believe, arriva “Chansons sous les doigts”. Se il precedente disco era nato dall’incontro tra le composizioni del pianista, la poesia di Pina Varriale e l’interpretazione vocale di Annalisa Madonna, qui il musicista propone diciannove canzoni francesi re-arrangiate per pianoforte solo. Interessante leggere le motivazioni che hanno portato l’autore Vincenzo Caruso a una scelta tanto azzardata quanto originale: “Fin da bambino gli spartiti che mi inviava da Parigi "mon grand oncle" Antonio Di Domenico (1920-1985) chansonnier italo-francese e fondatore della casa editrice musicale "Club des auteurs", hanno portato il fascino della canzone francese sul leggio del mio pianoforte», racconta Caruso. «Più tardi, oltre allo studio dei capolavori pianistici degli impressionisti Francesi, un altro evento ha determinato il mio "debole" per la Chanson française, ovvero la collaborazione come pianista alla commedia musicale "Irma la douce" con le musiche di Marguerite Monnot arrangiate da Gérard Daguerre per il Théâtre national de l'Opéra-Comique di Parigi. Il risultato di queste esperienze si concretizza oggi in “Chansons sous les doigts”, un omaggio pianistico alla canzone francese del 900. L'idea di realizzare questo disco mi si è palesata nell'aprile 2021 come un vero colpo di fulmine durante l'ascolto casuale di Syracuse di Henri Salvador», prosegue. Rapito dall'eleganza di questa canzone ho cercato subito di riprodurne la grazia sui tasti del mio pianoforte e, incuriosito dall'esperimento, mi sono ripromesso di selezionare una canzone per ciascuno dei 20 giorni seguenti, nella sfida personale di rendere indipendenti dal testo queste Chansons e trasformarle in moderne "romanze senza parole" per piano solo. Scelti secondo il criterio della rarità, i brani proposti risalgono al periodo compreso tra gli anni ‘30/’70. Spero che questa scelta possa tracciare per gli ascoltatori un sentiero che li conduca con garbo alla riscoperta delle versioni originali di queste Chansons”. Oltremodo interessante è fare la conoscenza di una ‘eccellenza italiana’ che sfugge ai più: “Diplomato con il massimo dei voti e la lode in Pianoforte e in Direzione e Composizione corale presso il conservatorio di Napoli, dal 1990 Vincenzo Caruso collabora con il Teatro San Carlo di Napoli per il quale attualmente ricopre il ruolo di Maestro collaboratore al Coro, ruolo che lo porta a interagire come pianista con direttori d’orchestra di fama internazionale quali Riccardo Muti, Zubin Mehta, Fabio Luisi, Juraj Valchua, Nello Santi, Daniele Gatti e molti altri. Si esibisce al pianoforte accompagnando il coro del Teatro San Carlo in numerosi concerti. Nel 2003 viene scelto come pianista per “Irma la douce” con regia di Gerome Savary, coproduzione tra l’Operà comique di Parigi e la Compagnia “Gli ipocriti”, in tournée nei più importanti teatri Italiani. Collabora inoltre come pianista allo spettacolo “Sguardi” con Isa Danieli e regia di Giuseppe Bertolucci, per diverse repliche al teatro Trianon di Napoli. Nel 2009, viene invitato dall’etoile Roberto Bolle per il galà per “Unicef” Bolle & friends all’Arena Flegrea di Napoli, dove accompagna al piano con musiche di F. Chopin la sua esibizione con l’etoile Isabel Ciaravola. Nel 2018 scrive le musiche per lo spettacolo “Ignazio e Maria” con la regia di Carmine Borrino per il Napoli Teatro Festival.”

♥ L’etichetta pugliese Dodicilune prosegue la sua collaborazione anche con il chitarrista toscano Fabrizio Bai. Dopo “Etruscology” (2013) e “Comunque sia…” (2019), a maggio è uscito “Alto mate”, distribuito in Italia e all’estero da IRD e nei migliori store on line da Believe. Il musicista e compositore, qui anche nell’inedita veste di cantautore, affiancato da Andrea Libero Cito al violino e Raffaele Toninelli al contrabbasso, continua a raccontare i suoi incontri di vita e le sue esperienze musicali. Le sette composizioni originali si muovono tra sonorità latine, contaminazioni mediterranee, melodia italiana e jazz moderno. Le immagini dolci e calde del Sud America convivono, dunque, con quelle ruvide e pacate della Toscana, terra d’origine dei tre musicisti. La title track “Alto mate” mescola alcune idee ritmiche della tradizione argentina con la forma choro della musica brasiliana, della quale sfrutta anche il ritmo di Samba-Choro nelle strofe, con uno spunto del ritornello tipicamente mediterraneo. “Tocando Gisela” ha la forma tipica dello standard americano e richiama molto le sonorità della musica manouche francese. La struttura armonica è comunque di ispirazione più moderna e regala al brano un “sapore” inaspettato e trasognante. La milonga “Pellicano Moonlight” è una delle composizioni più vecchie scritte dal chitarrista per questo disco. Si ascoltano infatti alcuni colori tipici del lavoro precedente “Comunque sia…”. Il violino però ispira sia la chitarra che il contrabbasso a trovare soluzioni più “liriche” tipiche delle colonne sonore dei film con un tono drammatico e romantico. “Tra te e me” è un brano scritto nella forma tipica dello choro brasiliano AABACA accompagnato del ritmo di samba. È un omaggio dell’autore ai grandi artisti della musica popolare carioca che lo hanno ispirato in questi anni come Guinga, Pixinguinha, Baden Powell per citarne alcuni. La forma armonica è quella tipica della musica tonale mentre la melodia, in principio pensata per mandolino, è reinterpretata dal violino. “Blue Even no Heaven” è il brano più “jazz” del disco. Sia per la sua forma che per la struttura armonica e melodica. È una composizione modale complessa su un tempo di ballad even eights. Il tema resta comunque molto morbido usando pochi salti di corda per tenere unite le tensioni degli accordi. Lo dimostra anche l’interpretazione del solo del contrabbasso rarefatto e suggestivo per dipingere al meglio la tela di questa struttura armonica. “Walzer senza nome” si sviluppa in strofa e ritornello che si ripetono tra un lungo solo di violino e una improvvisazione “aperta” di chitarra. Nella conclusiva “Nina”, Fabrizio Bai esordisce nella veste di cantautore. La canzone è la parafrasi di un viaggio di “vita” nel quale un padre dà consigli a una figlia, senza volerne interrompere il percorso. Si limita solo a starle vicino nelle sue scelte. Con una melodia tipicamente italiana, la musica è ispirata dal ritmo di Chacarera, giocando con delle poliritmie per richiamare lo swing tradizionale americano. Molte le ‘note’ nel curriculum di Fabrizio Bai (leader del gruppo) inizia a suonare la chitarra a 11 anni. A 18 segue i seminari di Giovanni Unterberger all'Accademia Musicale Lizard. Si laurea alla facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Siena, indirizzo musica e spettacolo. Nel 1996 si iscrive ai corsi di Siena Jazz. Nel 2001 frequenta i seminari estivi di Nuoro Jazz con Tomaso Lama e Bruno Tommaso. Nel 2002 frequenta i corsi di armonia ed arrangiamento con Stefano Zenni e Bruno Tommaso. Insegnante di chitarra presso la scuola comunale di musica di Monteroni d'Arbia, di Sinalunga e all'Accademia d'Arte di Sinalunga. Nel 2006 entra a far parte del gruppo docenti della Peter Pan orchestra della fondazione Siena Jazz insieme a Marcello Faneschi, Ines Garbi, Martina Guideri. E dal 2009 passa alla direzione del progetto. Oltre agli studi, all'insegnamento e alla composizione è sempre stato impegnato anche in un'intensa attività dal vivo con svariate formazioni spaziando tutti i generi musicali, dal rock al jazz, dal blues alla musica popolare. Ha suonato con la G.O.P. diretta dal M° K. Lessman. Nel 2004 assieme ad E. Bocci (voce) e M. Campanini (testi) dà vita alla "Compagnia Musicale le Voci del Vicolo" band che propone materiale originale miscelando sonorità etniche e popolari al jazz e allo swing, proponendo il tutto sotto a una forma che si rifà al teatro-canzone. Fanno inoltre parte dell’ensemble: Raffaele Toninelli, diplomato in contrabbasso all’Istituto da Alta Formazione Musicale Rinaldo Franci di Siena con il M° Andrea Granai, nel corso degli anni frequenta seminari e lezioni. Dal 2007 collabora con l’orchestra sinfonica Orchestra Città di Grosseto. Dal 2009 è contrabbassista del gruppo Musica da ripostiglio, con cui produce ben cinque cd e un audiolibro per bambini. Nel 2010 fonda insieme a Fabrizio Bai ed Emanuele Pellegrini I Latino FER. A teatro ha lavorato in numerosi spettacoli componendo anche le musiche per il monologo teatrale “Una Luce In Una Selva Oscura” interpretato e diretto da Roberto Zibetti e per il cortometraggio “Fog at Sea” diretto da Donato Rossi, finalista al festival Lisbon Films Rendezvous. Andrea Libero Cito, diplomato in violino al Conservatorio di Musica Luigi Cherubini di Firenze, nel corso degli anni, prima di diventare un insegnante di violino e musica d’insieme, ha partecipato a diverse master class, studiando con Andreas Neufeld, primo violino di Berliner Philharmoniker. Si è esibito dal vivo e ha inciso vari cd con Renzo Rubino, Paola Turci, Margherita Vicario, Roberto Kunstler, ha suonato in diversi gruppi orchestrali e da camera e ha collaborato con i compos itori Leonardo Barbadoro ed Eugene. Dal 2020 lavora stabilmente con Fabrizio Bai.

♣ Di più recente, l’uscita in edicola e libreria del nuovo numero di “Musica Jazz” (in copertina) con le ultimissime in musica, il calendario dei concerti, gli avvenimenti più eclatanti, a incominciare dalla novità assoluta di Charles & Camille Mc Pherson, un maestro del sassofono che apre una nuova strada percorsa insieme alla sua famiglia: la figlia Camille, ballerina classica di grande talento, e la moglie Lynn, pianista classica.

(continua)


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- Società

Bla, bla, bla … quando sono tanti galli a cantar...



BLA, BLA, BLA … “quando sono tanti galli a cantar non si fa mai giorno”.


L’indulgenza plenaria che gli Italiani fingono di regalare a questo governo è evidente in ogni azione ufficiale che si svolge nel paese, non in ultimo il mancato recarsi alle urne di milioni di persone che ‘a ragione’ non hanno fiducia nei politici e ancor meno nella politica in generale. Lo dimostra il fatto, il più eclatante che si conosca, non essere riusciti a designare un nuovo Presidente della Repubblica, per poi dover ‘pietire’ dal pur illustre quanto generoso Sergio Mattarella di restare al suo posto per altri sette anni, quasi lo si volesse conservare (imbottigliarlo) come si fa con il vino buono, nella botte democratica della Costituzione.
Di fatto c’è una sola verità che si canta in un vecchio stornello: “quando sono tanti galli a cantar non si fa mai giorno”; così avviene che le ‘galline’ si fanno loro intorno e armano nel pollaio un tale baccano da far rizzare i capelli (e a quanto pare non solo quelli); sì che fanno a gara (uomini e donne) a chi mette le migliori piume sul culo con cui pavoneggiarsi. Ma, come si dice, i galli non saranno mai pavoni, e alle galline non rimane che covare le uova e strillare da arrossare le gole. Diciamolo pure, gli Italiani seduti oggi sugli scranni del Parlamento sono di una razza inqualificabile (ne galli ne pavoni), non certo migliori dei loro predecessori, che almeno, in certi casi, hanno compreso quand’era il momento di lasciare.
Inutile del resto girare e rigirare intorno al dito levato per controbattere ad ogni occasione e quindi rinegoziare atti e leggi votate in prima istanza solo per un ripensamento di partito; come anche inutile cercare ad ogni piè sospinto un’unanimità che non c’è, che non ci può essere se ognuno di loro guarda al solo suo orticello. Il problema, perché di questo si tratta, questi uomini-galli e donne-galline non sanno neppure cos’è una zappa o che l’orto ha bisogno di cure costanti, che non basta annaffiare le pianticelle che s’affacciano dalla terra; cosa che pensano di fare impunemente pisciandoci sopra così, a spruzzo, senza neppure incanalare la direzionalità del getto.
Ma questi ‘malpartiti’ non sanno neppure che l’orticello incolto non rende i frutti sperati e che i ‘parassiti’ (addetti e affini della politica) da loro stessi cresciuti, non fanno sempre e solo il loro gioco, che a loro volta guardano con avidità a far fruttare il proprio orticello, e allora lì dove il ‘gallo’ ha piantato le zucchine, s’attaccano e piantano a loro volta i pomodori e le melanzane nella speranza/possibilità di condividere la futura ‘teglia’. Mentre le ‘galline’ (mogli, amanti e comunque concubine), nascondono sotto il culo anziché l’uovo di giornata, l’uovo di cioccolata con dentro la sorpresa, nell’attesa, che prima o poi, quel ‘povero cristo’ del loro mentore (il pappone gergale), salga di qualche posizione nella scalata politica che s’aspettano ad ogni volgere di bandiera.
Qualcuno, di certo uno della casta con ricercatezza linguistica, ha definito il fatto come un ‘cambio di casacca’ quando in realtà è ciò che più si addice a un ‘voltagabbana’ da strapazzo, un qualunque venditore di fumo che resterà comunque anonimo nel mare magnum della politica, disposto a vendersi i coglioni per ‘quaranta denari’, quegli stessi che sono ancora in circolo dal tempo di Giuda e che non gli basteranno per costruire la ‘dimora’ vagheggiata nel futuro. Mi chiedo come sia possibile non concepire che le malefatte prima o poi verranno a galla e che dovrà comunque pagare il ‘laggio’ della sua defecazione? Come si fa ad essere ciechi davanti all’evidenza della propria decostruzione senza ricostruzione, senza approntare una possibile resilienza che gli permetterebbe di recuperare l’equilibrio e la riorganizzazione in chiave positiva della propria personalità dismessa?
Non c’è alcuna altra risposta da dare, gli Italiani con il loro consueto discriminante menefreghismo hanno dimostrato più volte la contrarietà a questa scadente classe politica che null’altro ha da dire della propria inconcludenza, della futilità delle proprie idee sconclusionate e delle promesse malriposte; ancor meno della miserabile miseria in cui certi banali individui le hanno concepite. Quel che si chiede l’uomo qualunque è infine di uscire dal pantano melmoso della politica così fatta, da una democrazia irrispettosa dei diritti dei cittadini, dalla volgare mancanza di una giustizia equa, dallo squilibrio sociale degli interventi attivi negli interessi economico-finanziari in favore esclusivo dei settori industriali e dei magnati della finanza. Ma non basta, ci sarebbe molto altro da aggiungere ….
Volete farlo voi che mi leggete? Siete i benvenuti, purché alziate il tono della voce.

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- Libri

Allì Caracciolo, ’Blood’ - Anterem Edizioni 2022

Allì Caracciolo, “Blood”

(…versato sulla pagina bianca e/o sull’intavolato del vostro teatro invisibile).

 

Si pensi di dover leggere un testo tenendo la bocca chiusa, articolando le parole con la sola espressione del viso e che altri, presenti sulla scena del vostro dire immaginario seguano allo stesso modo quel che voi non-dite; come se il vostro dire fosse recepito sull’onda dell’emotività che provate interiormente e che gli altri, con la stessa emotiva sospensione, anticipano o diano prosieguo al vostro dire fisiognomico.

Un suggerimento linguistico alquanto inusuale, se vogliamo più vicino al carme che alla narrativa, per leggere questo testo di Allì Caracciolo in cui diversi elementi alogici, compresa di immaginaria azione scenica, montano deliberatamente una struttura verbale enumerata in 99 punti “…manca uno per traboccare il vaso”; come è in uso nella forma propria dell’happening svolto in tempi diversi e spazi differenti che, potremmo chiamare non-luogo che, pur in relativo contrasto con il volere dell’autrice, non è rappresentato dal ‘vuoto’…"l’istante di soglia di opposti simultanei, l’indistinguibile differenza, figure d’inaccessibile indifferenziato (ove) il lemma abbuia l’orizzonte senza che sia buio.”

Ma cos’è il vuoto se non quel ‘vacuum’ latino, o piuttosto quel ‘vacuo dire’ privo di contenuto che non ha nulla dentro di sé, che non contiene ciò che invece potrebbe contenere, cioè la cifra incontenibile dell’autrice che sottopone all’analisi critica il suo intimo e (forse), il suo più nascosto essere antropico, ‘apollineo e dionisiaco’, l’essenza ‘umana/sovrumana’ che già il filosofo Friedrich Nietzsche (*) ebbe a concepire in “Umano, troppo umano”, caratterizzato da una luce che ‘diversamente illumina’ le cose del mondo allo stesso modo del destino degli uomini …

 

 

“…La perfetta armonia delle raccolte membra – l’atleta smembrato sistemato in una icona di strutto – […] la metamorfosi della carne non sempre si attua attraverso il verme – talora, nello spessore dei fumi, grida congelate poi ceneri […] talora, sempre più spesso, in retaggi di corpi, sparsi ex voto di gambe braccia intestini e cuori – semine di teste sui campi.”

 

 

Sì che, in quel ‘vuoto privo di contenuto che invece potrebbe contenere’, si muove Allì Caracciolo, andando alla ricerca d’una probabile interiorità perduta, a scovare negli antri nascosti dove il sangue (blood) s’oscura del sapere ancestrale che la sola linfa conosce e che lascia risalire in superfice, fino all’epidermide in brividi di coscienza …

 

“Condividere il sangue. La fratellanza indissolubile s’instaura: uccidere insieme -cacciatori o assassini- genera legami più forti dell’utero materno per il feto monozigote. Legame viscerale, segreto, fatto di membrane calde, cartilagini fragranti come cialde, di palpitanti intestini, l’intimo corpo rovesciato e aperto in organi squartati, il fumo del calore interno, l’odore.”

 

È allora che l’happening si consolida in evento, per la durata esclusiva di un momento che non ha durata, di un vuoto che non è vuoto, di quella verità ‘altra’ che tutti noi siamo pur se non siamo, umani - non umani, fatti di cenere cosmica … “…che attende alla vita con leggera movenza, l’avveduta scienza di nascere ogni giorno con stupore.”

 

Non lo stupore ingenuo del disorientamento improvviso, ma l’avveduta rivelazione di chi ha maturato una propria coscienza intellettiva, che ha compreso di dover … “…attendere alla vita tripudio di spume / che il mare avanza che la nuvola alza al nitore / come dentro una stanza da adornare con sobria misura / un trionfo barocco delicato e gentile fioritura d’aprile / sulle rovine …”

 

Così leggiamo “sulle rovine” al liminare del tempo, la forza centripeta della fragilità umana: “Dove è finito l’umanesimo, il rispetto dell’altro, l’amore dei figli, la devozione agli dèi?” – si chiede Vittorino Andreoli (**), psichiatra di fama internazionale, nel suo “L’uomo di superficie”, per poi affermare che “L’uomo di oggi, appiattito su un presente senza prospettive, non ha più sogni né progetti, è prigioniero dell’eccesso e dell’inutile, ha paura del silenzio e della solitudine.” […] “Torniamo dall’essere umani come da una preistoria da cui allontanarsi vertiginosamente in un rovescio progresso che più si disancora dalle radici più forte lancia contro gli spazi l’urlo di feconde barbarie.”

 

Si è detto ‘rovine’ quelle descritte in “Blood” da Allì Caracciolo, che sono insieme ‘ruderi e vestigia’ e che, pur incarnando valori antitetici, caratterizzano l’effimero della vita, il ‘non-luogo’ mutevole della resilienza; quel che al vuoto reclama la presenza in voce dell’autrice, che si fa ricongiungimento, ricerca di un dialogare che la riscatta dall’aver in primis abbandonato il ruolo di ‘fruitore passivo’, e di parlare con la ‘bocca aperta’, articolando finalmente le parole fin qui taciute …

 

“Pure l’assillante cognizione (del sangue) che qui avversa la dissuasione a far poesia (su argomento tanto oscuro e bestiale) perviene a una sospensione (perversa e inquietante) ove tutto si azzera: la condanna del male la ricerca del vero la sapiente perizia l’impellente misura dato che attraversato per secoli l’oscurantismo sotto la legge dell’abuso e del cinismo conquistata la limpidezza alma del diritto si nega il delitto in nime della giustizia O dell’avvocatura trionfante (la mendace difesa garante).”

 

Taciute al dunque, non senza aver estremizzato le premesse informali contenute in apertura del teatro illusionistico, Allì Caracciolo tenta di focalizzare su sé stessa, e a noi che leggiamo, la sua ‘gestazione’ scrittoria, nella simulazione di un evento fortemente drammatizzato, che la vede in prima persona attrice dell’evento da lei stessa organizzato, per l’appunto: “Blood”, come happening della sua stessa vita …

 

“…C’è sempre un motivo un buon motivo per gestire la morte – di qualcun altro persona o animale che c’è di male a essere scaltro? Gestire la morte uccide il diritto. Dell’animale o dell’uomo? Tirare a sorte gestire la morte per potere per necessità perché hai pietà per comprensione per sopraffazione per attitudine per condivisione per abuso evidente per sovrabbondanza per uccidere per fare giustizia per sola nequizia per tracotanza per arricchire per non morire […] per uccidere per poter ridere per ammazzare per farsi innalzare per repressione per una passione perché si mente perché si sente per non sentirla perché ti ha annoiato perché ha una voce che squilla perché tu non sei stato perché ti ha tradito perché la paga che è scarse perché è tutta una farsa perché amore è finito per poi dire è scomparsa […] perché è un pezzente per non perder la faccia per farla finita perché l’hai tradita per farlo star zitto perché l’hai in mente per aggredirla per sentirsi potente perché si pente perché sei più forte perché sta scritto gestire la morte inventa il diritto di gestirla.”

 

L’assunto implicito di questa pratica descrittiva va quindi inquadrata nel decostruzionismo derridiano (***), ovvero delle prescrizioni esecutive che di massima possono provocare esiti performativi imprevedibili di `attinenza sperimentale’, come quella descritta nel prologo, di “parlare a bocca chiusa” per dire quel certo non-dire cui invita l’autrice …

 

“Blood è una partitura irregolare che serra gli spazi, non lascia pause di ristoro, nega il conforto della narrazione, non descrive né vuole, nega l’abbandono del pianto, l’accesso perfino, il naturale accesso allo sconforto.” … “I fantasmi della notte sono sanguinosi / il sangue del silenzio. Delle omissioni. Delle mancate occasioni. Della memoria ignorata. Dell’infanzia grata / l’indifferenza di benamare. La noncuranza a beneficare / il bene-dire senza più voce. i ricordi feroci.”

 

Blood quindi come sangue versato sulla pagina bianca dell’inconscio e/o sull’intavolato di un teatro reso conscio, di ciò che non è stato ma che sarebbe potuto essere …

 

“Dimmi la parola infelice che fa di questo piatto (testo) una melma (di oscure fibrillazioni, che reca brividi sulla pelle accapponata), dimmi le volte che con sangue o con fatto (in)cruento con coltello o proiettile con atti o parola col delirio dell’abuso tu hai ucciso…” “Dimmelo perché io possa conteggiare i giorni in base alle morti” … e riscattare così il tempo dell’attesa: “…quell’attendere alla vita con la leggera movenza l’avveduta scienza di nascere ogni giorno con (lo stesso) stupore” furtivo.

 

Di ciò che inferno non è ha memoria la pelle d’ogni emozione passeggera, della cognizione sfuggente d’ogni attimo vissuto, dell’urlo che l’accoglie nell’abbraccio della fine silente …

 

“Basta guardare gli occhi delle bestie al macello dilatati impazziti fuoriuscenti dall’orbita senza scampo presaghi di non avere più scampo l’angoscia il terrore l’imminente dolore la morte non è solo morte se passa per l’orrido sgomento della intuizione de la cognizione …”

 

Null’altro che un falso ossimoro negazionista di ciò che “Bloob” invece è a tutti gli effetti: “…un’opera narrativa che pur nella compressione degli spazi è narrazione, l’assenza sul foglio di vie di fuga è narrazione, la variabile occorrenza di segni grafici, di punteggiatura, di spazi obbligati negati oppure dilatati è narrazione. È un racconto al di là. Di là da tutto” … frutto di un costante happening autoriale di altissimo livello letterario.

 

Note:

(*) Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano” – Piccola Biblioteca Adelphi 1979.

(**) Vittorino Andreoli, “L’uomo di superficie – Rizzoli 2012.

(***) Jacques Derrida, “La scrittura e la differenza”, Einaudi 2002.

 

L’Autrice:

Allì Caracciolo, ha fondato e dirige un Teatro di Ricerca a livello professionale, la cui indagine si concentra sui linguaggi della fisicità vocale, corporale e della scrittura scenica. Già docente di Storia del >Teatro e dello Spettacolo presso l’Università di Macerata fino al 2019, ha al suo attivo numerose pubblicazioni di poesia e scrittura, regia teatrale e drammaturgia. In ordine d’uscita: “Storie impercettibili”, Prometheus 2020. Con “Blood” definisce una lingua intenzionalmente ‘impoetica’, in un’etica di scrittura diversamente ma inevitabilmente poetica. In abbinamento a questo libro con “Anacronia”, una prosa inedita vincitrice della 35° edizione de Premio Lorenzo Montano. Libro edito da Piccola Biblioteca Anterem – Anterem Edizioni 2022.

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I ‘frenetici’ anni ’50/’60. Vintage revival (seconda parte)

Ritornano i ‘frenetici’ anni ’50 / ’60.
Vintage revival (seconda parte)

Si è detto che “Il delinquente del Rock’n’roll” un film interpretato da Elvis Presley, scatenò una vera e propria ‘rivoluzione’, dando il via al più colossale fenomeno sociale mai visto. Una generazione di giovani si riconosce in lui, si veste come lui, si atteggia come lui, porta i capelli come lui, si scatena nelle strade alla sua musica, entra per la prima volta nei bar, fonda club, dà luogo al più grande fenomeno commerciale della vendita di dischi che si fosse mai visto. I suoi LP e 45 giri vanno letteralmente a ruba, si collezionano, si regalano, i giovanissimi parlano con le parole delle sue canzoni imparate a memoria, indossano blue-jeans e giubbotti di pelle, si lasciano crescer i capelli (il celebre ciuffo alla Presley) , masticano chewing-gum, bevono Coca-Cola, mangiano pop-corn, chiamano le loro coetanee ‘pupe’, si atteggiano al volante di auto, di moto di grossa cilindrata, affrontano la vita ‘on the road’ su imitazione del loro beniamino Jack Kerouac, scrittore, poeta e pittore considerato uno dei maggiori e più importanti scrittori statunitensi del XX secolo, nonché padre della cosiddetta “Beat Generation”, realizzano la propria personalità alternativa. Qualcosa di più di una semplice infatuazione, che diede luogo a un fenomeno collettivo che raggiunse vertici impressionanti nelle generazioni successive. L’ondata di ‘revival’ cui assistiamo oggi, si ripresenta più come ‘nostagia’ di quegli anni, ma che riviverla oggi sembrerebbe più una fuga dalla realtà, “un modo per riappropriarsene, uno stratagemma per vincere la consumazione del tempo” (Argan); un voler sottolineare che le stesse cose tornano solo in quanto diverse, nel momento in cui le difficoltà sembrano prevaricare su tutto, che accresce le perplessità sulle linee da seguire e che disorienta le nostre scelte, per riversarle in fattibili travestimenti del consumismo.
In fondo il ‘rock’, pur osservato nelle sue differenziazioni, non ha mai cessato di esistere, dal fatto che vi si riscontra per via della continuità ininterrotta del suo successo: si pensi solo al gruppo dei Rolling Stones ‘grandissimi’ che, proprio in questi giorni, celebra i 60 anni della sua formazione. Non rimane che cercarci uno spazio fattivo per il prosieguo del nostro “revival” che ormai spazia in ogni direzione lecita (e illecita), che miri a cogliere fra i molti che abbiamo scandagliato, un carattere che si discosti dall’angusta applicazione della categoria dei fenomeni estetizzanti, prodotti da intelletti raffinati dello show-business. Noi invece, abbiamo deciso di spingersi oltre, andando a cercare proprio quelle definizioni che più ci permettono di travalicare le barricate della cultura ufficiale che non ci hanno permesso, fino ad ora, di assecondare la conoscenza, con quella che è la realtà odierna. Secondo la definizione del noto antropologo Alexander Alland (*):
«Il prototipo (culturale) occidentale contempla la distinzione fra arte e non-arte. Certi dipinti, canzoni, racconti, sculture, danze ecc. sono considerati arte, altri no. Chi sposa questa opinione sosterrebbe, per esempio, che è arte La Gioconda? Ma non l’immagine di Elvis Presley dipinta su un velluto nero, perché? la risposta forse ha a che fare con la bravura dell’artista nel cogliere qualcosa di importante incarnato da Elvis e con la cultura alla quale appartengono sia l’artista sia Elvis, cioè con il grado di felicità estetica della trasformazione-rappresentazione. […] Ma la risposta implica in parte il verdetto di quanti si arrogano il diritto di definire la vera arte, di decretare gli stili, i mezzi e le forme appropriati. […] Per i molti che hanno comprato quei ‘dipinti’ (gadget, magliette, poster, ecc.) l’immagine di Elvis creata dal pittore è indubbiamente piena di significato – che lo stile e il mezzo tocchino la loro sensibilità – non dissuade i suddetti santoni dal considerarli paccottiglia. Così, Elvis su velluto per loro non è arte, perché non affronta problemi di estetica, non concerne né il bello né il vero, non palesa la lotta dell’artista per produrre un nuovo stile di espressione, diverso da tutti gli altri che l’hanno preceduto, o perché l’artista sembra ignorare o disprezzare la sperimentazione stilistica che compone la storia dell’arte occidentale. Ciò nonostante, arte non è solo quel che una casta di esperti definisce tale, ma anche significato, abilità, mezzo».
E se noi rispondessimo che Elvis è arte perché nella trasformazione e rappresentazione della sua immagine, l’artista ha espresso ciò che già era bello in natura?
Ovviamente non è questa la diatriba in cui vogliamo cacciarci in questa sede, tuttavia bisognerebbe rifletterci su e magari farne oggetto di una peculiare ulteriore ricerca, (che ne dite?).
Per comprendere il termine trasformazione-rappresentazione della definizione di arte proposta da Alland, dobbiamo qui ricordare che i simboli rappresentano altro da sé. Essendo arbitrari, in quanto privi di connessione necessaria con ciò che rappresentano, si possono separare dall’oggetto o dall’idea in questione per essere apprezzati in sé, e addirittura servire per esprimere un significato del tutto diverso. Ci sono infatti teorie che dimostrerebbero il contrario, almeno sotto l’aspetto cognitivo interiorizzato. Scrive ancora Alland: «Poiché trasformazione e rappresentazione dipendono l’una dall’altra, esse viaggiano accoppiate. Non è che un altro modo per parlare di metafora: un disegno, per esempio, è una trasformazione metaforica dell’esperienza in segni visibili su una superficie; del pari, una poesia e/o una canzone trasformano metaforicamente l’esperienza di un linguaggio denso e compatto. Il processo è uno di quei casi che impegnano l’attività tecnica dell’artista».
Il senso di questa affermazione serve qui a confermare la nostra convinzione che come per la poesia, portata ad esempio da Alland, lo stesso accade per la musica, per il canto o la danza, esattamente allo stesso modo che per ogni altra forma d’arte. Ciò aderisce in modo uniforme al nostro concetto primario che la ‘musica dei popoli’ corrisponde esattamente a quello che i popoli sono nella propria cultura, quindi che i popoli non solo fanno la musica, essi sono la musica che producono. Potremmo anche affermare che la musica è la metafora del mondo in cui viviamo, e viceversa che la musica influisce sulla cultura tanto quanto la cultura influisce sul nostro essere ‘musicali’, ma questo riguarda più quello che è l’effetto della cultura che ci siamo dati sulla musica che produciamo.
Si è già detto di “Orfeo 9”, di Tito Schipa Jr. la prima Opera Rock che si ricorda (oggi visibile anche in DVD) che, molto più tardi, portò in Italia una ventata di freschezza musicale, sebbene mettesse in scena, sulla scia dei recenti successi del West-End e di Broadway, una sua capacità innovativa, fatta di idee e di personaggi inusuali di quegli anni. Era il 1958 allorché un giovane Adriano Celentano interrompeva la ‘forma’ canzonettistica tradizionale, rifacendo il verso proprio a Presley suo beniamino d’oltreoceano, del quale in qualche modo sfoggiava una qualche somiglianza. Per quanto, negli anni a seguire si riscattò dal ‘cliché’ che gli avevano costruito addosso e soprattutto dal plagio esistenziale, riuscendo a dare al rock una vitalità tutta italiana.
Oggi, che a distanza di anni, sembriamo avere ancor più l’esigenza di un vivere ‘frenetico’, solo apparentemente affrontiamo con entusiasmo la ‘nuova musica’ e la recente ‘produzione canora’, ma in realtà è la musica di quegli anni ’50 ’60 che più o meno tutti ci portiamo dietro, come momento ‘unico’, di autentica rivoluzionaria creatività: “un modo come un altro per riappropriarsene, uno stratagemma per vincere il logorio del tempo”. Furono quelli gli anni in cui apparvero sulla scena i cosiddetti ‘Urlatori’: cantanti come Joe Sentieri, Ricky Gianco, Betty Curtis, Little Tony ed altri. Tra i più gettonati, così si diceva per l’uso smodato del Juke-Box: Mina la cui potenza vocale esplosiva, tra gorgheggi e vocalizzi, si rivelò con “Tintarella di luna”; Adriano Celentano, ‘il molleggiato’, con “24mila baci”; Jenny Luna e Fred Buscaglione con “Guarda che luna” e tantissime altre che in realtà, maturò uno stile tutto suo. Tra i più famosi ci fu Tony Dallara, con il suo grido pronunciato, consonante per consonante nelle celebri canzoni “Ghiaccio bollente”, “Ghiaccio bollente” e “Come prima” un po’ singhiozzata, saccheggiò lo stile americano dei Platters.
Scrive Francesco Saverio Mongelli in Le Rane – Music e Pop Culture: “Vite, quelle degli Urlatori, furono raccontate anche in alcune pellicole cinematografiche dirette da Lucio Fulci. Ricordiamo I ragazzi del juke-box (1959), Urlatori alla sbarra (1960), Uno strano tipo (1963). Il primo spazio televisivo concesso agli Urlatori fu durante una puntata de “Il Musichiere”, diretto da Falqui e condotto da Mario Riva. Inoltre, alla fine degli anni Cinquanta nacquero la Fonit Cetra, la Jolly e Dischi Ricordi che permisero all’industria discografica di favorire, a prezzi più contenuti, la diffusione delle canzoni.”
Accadde al “Piper Club”.
L’anno era il 1965. Il luogo, il profetico, clamoroso, fantastico “Piper-Club” di Via Tagliamento a Roma, fondato e guidato dall’allora strepitoso manager (commerciante di automobili) Giancarlo Bornigia con altri soci, uno dei locali storici dell'Italia del boom economico degli anni sessanta e che in poco tempo divenne un'icona di una generazione intera ed un vero e proprio fenomeno di costume in Italia. Il Piper emerse subito come punto focale della bella vita romana, raccogliendo frequentazioni dal mondo dello spettacolo e dell'arte, oltre che da personaggi della scena mondana. Lo storico animatore - intrattenitore del locale, fin dall'inizio e per molti anni, è il giornalista Eddie Ponti. La linea artistica si ispirava al mondo del beat inglese, da cui copiò anche l'idea dell'opera beat, ovvero ad un uso innovativo di luci stroboscopiche colorate accoppiate ai suoni e allo stile dettato dalla moda della minigonna. Alla serata d'esordio suonarono The Rokes e l'Equipe 84, successivamente si susseguirono i migliori gruppi della scena musicale beat italiana tra cui i Rokketti, I New Dada, I Delfini, I Giganti, I Meteors, Gli Apostoli, Le Pecore Nere, Le Facce di Bronzo, affiancati da altri gruppi provenienti dall'estero come The Primitives (tra cui si distinguerà il cantante Mal), Patrick Samson e Les Pheniciens, Lord Beau Brummell and his Noblemen Orchestra, The Echoes, The Bad Boys, The Bushmen (cinque ragazzi di colore del Kenya), The Eccentrics (da cui nascono Mike Liddell e gli Atomi), The Honeycombs, John L. Watson & The Hummelflugs, per citare i più importanti.
A tutti questi si aggiunsero presto artisti del calibro di Nino Ferrer, Fred Bongusto, Dik Dik, Farida, Gabriella Ferri, Rita Pavone, Roby Crispiano, Gepy & Gepy, Nancy Cuomo: su tutti, però, vanno ricordate Caterina Caselli e Patty Pravo passata alla storia del pop proprio come "la ragazza del Piper", per quanto, secondo alcuni, il titolo sarebbe da condividere con Mita Medici che nel 1966, proprio al "Piper", vince il concorso "Miss Teenager Italiana" con il temporaneo nome d'arte di Patrizia Perini. Nel 1965 Mina vi girò una serie di caroselli per la Barilla per la regia di Valerio Zurlini. Dal numeroso gruppo dei ragazzi che si possono considerare frequentatori 'storici' del Piper emergeranno negli anni numerosi personaggi di spicco fra cui Romina Power, Mia Martini, Loredana Bertè e Renato Zero che nel 1982 realizzerà un 33 giri ispirato proprio agli anni del Piper. In quegli stessi anni vi si esibirono i più conosciuti complessi di musica beat e cantanti di musica leggera nazionali ed internazionali più in voga del calibro dei Procol Harum, i Byrds, Rocky Roberts, Nevil Cameron, Herbie Goins & The Soultimers (il cui chitarrista era il virtuoso John McLaughlin), Wess (che divenne famoso cantando in duetto per anni con Dori Ghezzi) e dei giovanissimi Pink Floyd che si esibirono in due serate, il 18 e il 19 aprile 1968. La musica italiana era invece rappresentata da New Trolls, Le Orme, I Corvi, I Delfini. I Pooh, nel 1966, conobbero in questo locale Riccardo Fogli, che entrò poi come bassista nel gruppo in sostituzione di Gilberto Faggioli, e come nuovo frontman.
Da ricordare l'evento ‘Grande angolo, Sogni, Stelle’ organizzato da Mario Schifano il 28 dicembre del 1967, che segnò una delle tappe fondamentali della nascita dell'underground italiano. La serata vide l'alternarsi sul palco di sitaristi, ballerine e poeti che si alternavano alle Stelle di Mario Schifano, il tutto accompagnato da filmati proiettati sul palco su quattro diversi schermi. L'evento fu recensito su l'Espresso da Alberto Moravia anche lui frequentatore del Piper Club insieme a Pier Paolo Pasolini, con un articolo dal titolo “Al Night club con i Vietcong”. Dal 1968 dal Piper partì un'iniziativa già in voga negli anni sessanta, il “Cantagiro”, nella fattispecie del CantaPiper. "Piper Club" è stato inoltre il nome di un'etichetta discografica che ha pubblicato i dischi di molti degli artisti che si esibivano nel locale. Il 21 giugno 1969 esordisce il gruppo Tina Polito e i Parker's Boys [4] formato dall'aggregazione di una giovane cantante affermata nel programma televisivo Scala Reale e dal gruppo dove in precedenza aveva militato Renzo Arbore. La formazione era composta da Angelo La Porta (chitarra), Nicola Zanni (basso), Alberto Catani (batteria) e Gianni Micciola (tastiere).
Si vuole che la linea artistica di quegli anni prendesse le mosse dalla moda inglese, da cui venne copiata anche l'idea dell'opera beat, ovvero di un uso innovativo di suoni e lo stile dettato dai primi ‘musical rock’ anglo-americani come ‘Hair’ (1967) di James Rado e Gerome Ragni (testi) e Galt MacDermot (musica); ‘Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat’ (1968) di Andrew Lloyd Webber (musica) e Tim Rice (testi). Cioè ancor prima che si acclamasse ‘Jesus Christ Superstar’ (1971) della medisima coppia di autori, oltremanica, al Piper Club di Roma, accadeva un evento straordinario oggi quasi del tutto dimenticato anche negli annali dello storico locale.
Nel maggio del 1967 infatti, un giovane musicista, certo Tito Schipa Jr. (figlio del grande tenore italiano), proprio al Piper Club precorreva i tempi con la sua opera beat “Then an Alley”, costruita su testi di Bob Dylan, all’epoca da noi quasi del tutto sconosciuti. Lo testimonia l’intervista qui di seguito riportata, apparsa su ‘Nuovo Sound’ in quello stesso anno, rilasciata all’autore di questo articolo al Jockey Club di Ben Jorillo ad Aprilia, in occasione della presentazione del nuovo album dello stesso Tito Schipa: “Io, ed io solo” ormai introvabile.

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Ritornano i ‘frenetici’ anni ’50 / ’60.

Ritornano i ‘frenetici’ anni ’50 / ’60.

 

In attesa dell’uscita del film biografico “Elvis” (22 giugno 2022) sulla vita del Re del Rock and Roll Elvis Presley, una delle icone del panorama culturale americano che ha spazzato via quella parte della scena cinematografica e musicale propria dell’innocenza del tempo, eccoci a rivivere in questo articolo postdatato, quelli che furono definiti i ‘frenetici’ Anni ’50 / ’60 e che salutiamo come un ritorno in grande stile nello sterile panorama attuale, anche grazie alla firma del suo regista Baz Luhrmann che già dalla fine degli Anni ’80 ha iniziato a produrre e dirigere film Musicali adatti alle nuove generazioni di adolescenti, che un tempo, ricordiamolo, pur hanno fatto grande il cinema americano. A partire dagli anni ottanta infatti Baz Luhrmann inizia a produrre, allestire e dirigere spettacoli musicali e adattamenti di opere famose, tra i quali "La bohème" di Giacomo Puccini, riadattata e ambientata negli anni cinquanta. Nel 1992 esordisce dietro la macchina da presa; la pièce teatrale Strictly Ballroom, ideata nel 1987, diventa un film, "Ballroom - Gara di ballo", che offre una versione riveduta e corretta dell'idea di Luhrmann che vince diversi premi cinematografici . Il grande successo internazionale arriva nel 1996 grazie alla reinterpretazione in chiave postmoderna del classico "Romeo + Giulietta" di William Shakespeare, con Leonardo DiCaprio e Claire Danes, che riceve una candidatura all'Oscar alla migliore scenografia. Nel 2001 ottiene un nuovo grande successo, quel "Moulin Rouge!", con Nicole Kidman e Ewan McGregor, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2001. Il film musicale, ambientato nella Parigi bohemien, si caratterizza, come tutte le opere di Luhrmann, da una forte componente visiva e visionaria, con delle scenografie particolari e surreali. La colonna sonora del film è formata da brani celebri come ‘All You Need Is Love’ dei Beatles, ‘Pride (In the Name of Love)’ degli U2, ‘Roxanne’ dei Police, ‘The Show Must Go On’ dei Queen, ‘Smells Like Teen Spirit’ dei Nirvana e ‘Your Song’ di Elton John, reinterpretate e riproposte, a legare lo sviluppo della trama. Il film vince due Oscar per la migliore scenografia e migliori costumi, e tre Golden Globe come miglior film commedia o musicale, migliore colonna sonora originale e miglior attrice a Nicole Kidman. Nel 2012 presenta una trasposizione cinematografica del romanzo "Il grande Gatsby" con protagonisti Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire. Nel 2022 torna nelle sale con un film biografico su Elvis Presley, abilmente interpretato dalla giovane rivelazione Austin Butler, che segna un ritorno sullo schermo del genere musicale, davvero molto atteso. Di particolare rilevanza sarà il rapporto con il suo manager, il colonnello Tom Parker, interpretato da Tom Hanks, con il quale Elvis intreccerà un sodalizio artistico della durata di circa vent'anni. Il film si concentra proprio su questo rapporto complesso, a partire dall'ascesa della prima rockstar della storia fino al raggiungimento della fama mondiale, fino a quel momento mai toccata da nessun'altra star con così tanta veemenza. Il tutto mentre l'America vive uno sconvolgimento socio-culturale, che la porterà a grandi cambiamenti. Nel cast troviamo anche Olivia DeJonge che interpreta Priscilla Presley, la moglie di Elvis con cui il divo è convolato a nozze nel 1967 e, nonostante le tante relazioni attribuitigli, l'unica donna che il Re abbia davvero sposato.

 

I ‘FRENETICI’ ANNI ‘50/’60”

(Recuperato dalle pagine di “Super Sound” magazine).

 

In quegli anni, il cinema di Hollywood ancora giovane andava sperimentando nuove alternative per interessare e sbalordire il pubblico sempre crescente. Sulla scia dei grandi successi teatrali di Broadway, di cui ormai si parlava sulle principali testate giornalistiche, le Major cinematografiche andavano riproponendo quelle che erano state le ‘commedie’ che avevano totalizzato la maggiore affluenza di pubblico e, ovviamente, riscosso i maggiori incassi della stagione. Il genere era preferibilmente la ‘commedia’, meglio se con l’aggiunta di musiche e canzoni in voga che potevano allietare il pubblico. Nel giro di qualche anno la ‘commedia musicale’ divenne materiale di largo consumo e al cinema si cominciarono a vedere solo ‘film musicali’. Sì, in passato vi erano già stati esempi clamorosi. Dopo che nel lontano 1927 Al Jolson aveva aperto, per così dire, la stagione del ‘sonoro’ con “Il cantante di Jazz”, dove lui ‘bianco’, appariva tinto di ‘nero’ in una celeberrima parodia dai toni ‘blues’ che lo rese molto famoso, la strada sembrò aperta ad ogni altra esperienza. Si pensi che le sei canzoni contenute nel film fecero il giro del mondo. Era stato quello l’inizio di una nuova corrente cinematografica sotto il segno della musica. Fred Astaire, Ginger Rogers, Bing Crosby, Judy Garland, solo per citarne alcune star dell’epoca, erano allora stelle di prima grandezza, le più luminose del firmamento cinematografico, e facevano brillare di lustrini e polvere dorata, l’atmosfera musicale del momento, divenendo in breve ‘miti’ del più grande successo commerciale mai conosciuto. Già negli anni ’40 la gente, risvegliatasi dal torpore ‘post war’, prese ad affluire nei teatri, ed accorreva in massa al cinema ogni qual volta si proiettava una ‘pellicola sonora’, per vedere e sentire la musica che l’accompagnava e cantare le canzoni dei suoi beniamini. Nelle sale da ballo dove infuriava la musica sudamericana, ci si scatenava con le orchestre di Xavier Cugat, Perez Prado, Celia Cruz e tanti altri fino allo sfinimento. Nel frattempo, lo swing, attraversato l’Oceano, portava ‘la voce’ di Frank Sinatra in tutta Europa. Il film musicale che aprì effettivamente il 1950 fu “Un americano a Parigi” diretto da Vincent Minnelli con Gene Kelly, un ballerino-cantante-acrobata che avrebbe fatto sognare le teen-ager di tutto il mondo. Le musiche erano del già famosissimo George Gershwin. Col successivo “Cantando sotto la pioggia”, il mondo ritrovò la gioia di vivere, trasformata in esuberante allegria ed entusiasmo; i problemi che aveva lasciato la guerra venivano ora affrontati dalla frenetica baldanza giovanile con la certezza data dal ‘new-deal’ economico, con la sicurezza di chi è vincente nella vita. Così in “Bulli e Pupe” (1955), in “Pal Joy” (1957) fino allo scontro generazionale di gruppo con “West Side Story” (1961) a completamento di quel panorama straordinario che erano stati gli anni ’50. Ma esaminiamo questi tre momenti e i diversi aspetti della vita americana che in essi venivano proposti. Con “Bulli e Pupe”, interpretato dall’allora debuttante Marlon Brando affiancato da ‘the voice’ Frank Sinatra, nonché da quell’attraente icona che era Jean Simmons, aveva inizio l’era del ‘ragazzo duro già visto in “Fronte del porto”, e che troverà più tardi un maggiore coinvolgimento con James Dean di “Gioventù bruciata”. Quello che venne dopo è tutta un’altra storia. La gioventù americana fu letteralmente scossa dagli accordi convulsi di un ‘nuovo sound’ e dagli scuotimenti di un ragazzo dinoccolato dal ciuffo ribelle e le basette lunghe fino a metà guancia, che indossava stivaletti da cow-boy e portava la chitarra a tracolla, che cantando gridava e singhiozzava Elvis Presley. “È il nuovo astro nascente che esalta le folle con la sua voce e le vibrazioni della sua chitarra, e scuoterà milioni di giovani in tutto il mondo”. Fin da subito nacquero i cosiddetti ‘fan-club’ che accoglieranno genti di tutte le razze e tutte le età sotto il segno della nuova musica nascente, il Rock’n’roll che riprendeva, con assonanze diverse, il vecchio Boogie-woogie. Inutile dire che tutta la musica ne fu condizionata, stravolta da un terremoto che spazzò via il vecchio e riempì i suoi spazi di elettrificazione e bombardamento percussivo. La musica ‘rock’ che usciva dai moderni Juke Box era travolgente, si era appropriata della canzone tradizionale, rendendola certamente più ‘grintosa’, ‘spingente’, volutamente ‘trasgressiva ’. Ecco, se c’è una parola che più rende il senso di quello che era diventata la musica in quegli anni non poteva che dirsi ‘liberatoria’, perché disubbidiente e, in un certo senso, ‘provocatoria’. Ma allo stesso tempo e per moltissimi aspetti era anche ‘straordinaria’. Basti qui ricordare che oltre al grande Elvis altri nomi si affacciarono alla ribalta: The Platters, Bill Haley, Little Richards, Pat Boone, Chuck Berry, Fats Domino, The Beach Boys, ed altri, tantissimi altri che sarebbe impossibile qui elencare, la cui eco delle loro voci e dei loro straordinari strumenti, giunge fino ai nostri giorni. Un film su tutti: “Il delinquente del Rock’n’roll” con Elvis Presley, scatena una vera e propria ‘rivoluzione’ in termini, dando il via al più colossale fenomeno sociale mai visto. Una generazione di giovani si riconosce in lui, si veste come lui, si atteggia come lui, porta i capelli come lui, si scatena nelle strade alla sua musica, entra per la prima volta nei bar, fonda club, dà luogo al più grande fenomeno commerciale e sociale che si fosse mai visto. Beniamini della canzone, e attori del cinema indossano blue-jeans e giubbotti di pelle, si lasciano crescer i capelli, masticano chewing-gum, bevono Coca-Cola, mangiano pop-corn, chiamano le loro coetanee ‘pupe’, si atteggiano al volante di auto, di moto di grossa cilindrata, affrontano la vita ‘on the road’ su imitazione del loro beniamino Jack Kerouac, scrittore, poeta e pittore considerato uno dei maggiori e più importanti scrittori statunitensi del XX secolo, nonché padre della cosiddetta “Beat Generation” che, nei suoi scritti, relativi a tutto un gruppo di poeti statunitensi, esplicitò le idee di liberazione, di approfondimento della propria coscienza e di realizzazione alternativa della propria personalità. Qualcosa di più di una semplice infatuazione, che diede luogo a un fenomeno collettivo che aprì le porte ai più giovani all’alcool e alle droghe che li porteranno alle nevrosi e alla depressione, ma anche all’esaltazione del ‘macho’, del ‘superman’ ed altro ancora e che raggiunse, in certi momenti, vertici impressionanti riversatisi poi sulle generazioni successive. L’ondata di ‘revival’ cui assistiamo oggi, nel processo del divenire storico, si ripresenta più come ‘nostagia’ di quegli anni che come moda a sé stante. Sembra più una fuga dalla storia che dovremmo scrivere, ma di cui ci manca la creatività e soprattutto il coraggio. Ma che è anche “un modo per riappropriarsene, uno stratagemma per vincere la consumazione del tempo” (Argan); un voler sottolineare che le stesse cose tornano solo in quanto diverse, nel momento in cui le difficoltà sembrano prevaricare su tutto, che accresce le perplessità sulle linee da seguire e che disorienta le nostre scelte, per riversarle in fattibili travestimenti del consumismo. In fondo il ‘rock’, pur osservato nelle sue differenziazioni, non è mai cessato di esistere, dal fatto che vi si riscontra per via della continuità ininterrotta del suo successo: si pensi al gruppo dei Rolling Stones ‘grandissimi’ che, proprio in questi giorni, celebra i 60 anni della sua formazione. Una serie di film e commedie musicali abbastanza recenti, inoltre, hanno riportato gli anni ‘50/’60 in auge e vale qui la pena di elencarli: “American Graffiti”, “Stardust”, “La febbre del sabato sera”, “Hair” “Grease”, “Godspell”, “Orfeo 9” (unico in Italia), “Jésus Christ Superstar”, “Cats”, che gli autori ci vanno riproponendo come di un ‘tempo’ ormai sospeso nell’aria, osservato nel riflesso del ricordo, pronto ad essere rivalutato da nuove esperienze; quasi lo si volesse riscattare, in un momento di vuoto creativo, per i suoi valori musicali e di costume, precocemente lasciati per la fretta ‘liquida’ di superare i tempi. Avrei voluto qui elencare i gruppi ‘rock’ che hanno fatto la storia del Rock in quanto fin troppo noti, e i tantissimi album ormai introvabili che si possono cercare su You-Tube. In fondo, va detto, che volente o no, mi sono proiettato nel pieno di un ‘revival’ nostalgico di certi anni passati un po’ polverosi, tuttavia ancora scintillanti di musica fortemente creativa che vi invito ad ascoltare e sono certo che ne rimarrete affascinati, per accorgervi poi che sono ancora quegli anni... “i frenetici anni ‘50/’60” che tutti noi, fanatici e non, non potremo mai dimenticare.

(continua)

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- Cinema

Cannes 2022 in coop. con Cineuropa News


CANNES 2022

Mario Martone • Regista di Nostalgia
“Il nostro passato è un labirinto”
di MARTA BAŁAGA

28/05/2022 - CANNES 2022: Il regista napoletano ritrae la sua città natale, attraverso un altro uomo che cerca di affrontare il suo passato, solo per rendersi conto che non è mai andato davvero via.

Sinossi
Dopo quarant’anni di lontananza Felice torna lì dov’è nato, il rione Sanità, nel ventre di Napoli. Riscopre i luoghi, i codici del quartiere e un passato che lo divora.

Felice (Pierfrancesco Favino) finally returns home, to Naples. He hasn’t been there for decades. His mother has got old, and his accent has changed. He lives in Cairo now, happily, but the past – as well as his childhood friend-turned-mobster – gets a hold of him once again. In Mario Martone’s Nostalgia [+], presented in Cannes’ main competition, everything changes – except for Naples.

Intervista: (in inglese)

Cineuropa: This story surprised me a little. When people talk about nostalgia, it usually has a positive connotation – maybe too positive, even. You focus on its much darker side.

Mario Martone: Our past, or anybody’s past, is not a straight line. It veers off in all sorts of directions – so many things have happened. It’s a labyrinth where you’ve had your encounters, both good and bad, where you’ve said some things you shouldn’t have said. Or maybe you have taken the right path, one that has taken you far, far away? It doesn’t matter. If you look inside and think how everything is so intertwined, maybe it means that you’ve managed to move on from the past, to go beyond. But there are these little voices that still call you from time to time. You try to re-enter this labyrinth. But this attempt at understanding who you are and where it all started can be dangerous.
Yes, because this idea of “returning to one’s roots” can bring something good, but it can also be bad. Is that what you wanted to show here?
Every one of us has done things we are embarrassed of now – we have hurt someone or made mistakes. Sometimes, we tend not to think about it too much, convinced that everything can be erased. But it can’t. You have taken that road once. And this happens to Felice: he comes back to Naples because he wants to see his mother. He hasn’t seen her in 40 years! He left when she was still almost a girl, and he comes back to a frail, old woman. He had to see her, though – his wife was pushing him to do so. If he’d found her in her usual apartment upstairs, he would probably just have stayed for a while, cleansed his conscience and come back to Egypt.
But it doesn’t happen this way.
It doesn’t – his mother isn’t there. She is all the way down, in a ground-floor flat where [his childhood friend] Oreste put her. This way, Oreste makes his presence known right from the start. This is that push, that final straw that Felice needed in order to enter the labyrinth once again. So he does – and he gets lost.
The scene with his mother [played by Aurora Quattrocchi], when he decides to bathe her, is touching yet terrifying at the same time. She seems so exposed.
That scene was already there in the novel [written by Ermanno Rea]. I would say it was one of the reasons why I wanted to make this film, actually. I immediately felt its strength. It was difficult trying to figure out how to shoot it, however, and I opted for a radical approach. I found this place, which sometimes looks like a butcher’s – there is this kind of unforgiving light that shows everything. I wanted to show her hands, her body. I allowed myself to be guided by memories, feelings, by the memory of my own mother.
It's an important moment because that’s how you allow people to love him a little. Felice is so difficult to read. This idea of someone in between places, someone who is from somewhere but not really, not any more... Why was that appealing?
Pierfrancesco is an actor who is able to work with language. It was impressive, seeing what he has done here. He is a “beast” in that sense – I don’t know any other actor able to modify his own accent like that. He studied the Arabic language, then he looked into Egyptian Arabic, and the Neapolitan he speaks in the film reflects all of that.
Of course, that wasn’t the only reason why I wanted him in the film. His sensibility was fundamental in order to bring this character to life. You needed someone who would actually be able to touch his old mother this way, and take care of her. He has that capacity. You could say he is still a relatively new actor on the Italian scene, which used to favour performers who are masculine in an easily defined way. He is different; he is a modern man. I wanted Felice to be someone from our time, too. Someone who has a beautiful relationship with his wife, for example, even though she is a Muslim and there are so many prejudices that come along with that. I wanted to show a couple in love, in a partnership. So yes, he is a modern man, coming back to his old, violent roots.

Scheda tecnica:
titolo internazionale: Nostalgia
titolo originale: Nostalgia
paese: Italia, Francia
rivenditore estero: True Colours
anno: 2022
genere: fiction
regia: Mario Martone
sceneggiatura: Ippolita Di Majo, Mario Martone
cast: Pierfrancesco Favino, Francesco Di Leva, Tommaso Ragno, Aurora Quattrocchi, Sofia Essaïdi, Nello Mascia, Emanuele Palumbo, Artem, Salvatore Striano, Virginia Apicella
fotografia: Paolo Carnera
costumi: Ursula Patzak
produttore: Luciano Stella, Roberto Sessa, Maria Carolina Terzi, Carlo Stella, Angelo Laudisa
produzione: Picomedia, Mad Entertainment, Medusa Film, Rosebud Entertainment Pictures
supporto: Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura DGCA-MIC
distributori: Medusa Film, ARP Sélection

Recensione: 'Nostalgia' di CAMILLO DE MARCO
25/05/2022 - CANNES 2022: Mario Martone introduce un ulteriore quadrante della mappa cinematografica di Napoli con un film sulla necessità di ricucire il proprio distacco fisico dalle altre persone.

L’unica volta nel concorso ufficiale del Festival di Cannes di Mario Martone risale al 1995, con lo splendido L’amore molesto, tratto dal romanzo di Elena Ferrante, nel quale una donna torna a casa, a Napoli, per la morte della madre. Oggi il regista napoletano introduce un ulteriore quadrante della mappa cinematografica della sua città con Nostalgia, tratto dal romanzo omonimo di Ermanno Rea, circoscrivendo l’azione ad un singolo quartiere, il Rione Sanità (quello della commedia di Eduardo De Filippo, Il sindaco del Rione Sanità, portato al cinema nel 2019 da Martone).
(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)
È ancora una riapparizione, con tutte le possibili implicazioni simboliche dell’Ulisse omerico. Dopo quarant'anni trascorsi fra Medio Oriente e Africa, Felice Lasco (Piefrancesco Favino) torna a Napoli, nel Rione Sanità. Al Cairo è diventato un imprenditore edile di successo, è ricco e ha una moglie che lo ama. A Napoli ritrova la madre (Aurora Quattrocchi), che è ormai molto anziana. Lo vediamo accudirla, lavarla, vestirla con la dedizione di un sacerdote che celebra un rito sacro. Felice si aggira per i vicoli del quartiere, ha dimenticato come si è parla la lingua napoletana, ma alla moglie, al telefono, dice che dopo 40 anni “è rimasto tutto incredibilmente uguale”. Suoni, colori, odori, violenza. Nei suoi ricordi, che Martone visualizza con rapidi flashback, esploriamo un’adolescenza segnata da corse in moto, risse, scippi e furti commessi con un amico fraterno, Oreste.
Quando la madre muore, antichi legami e cicatrici riemergono con prepotenza. Don Luigi (Francesco Di Leva), un sacerdote che combatte la camorra sottraendo i ragazzi alla strada attraverso lo sport e la musica, e al quale Felice si confessa, vorrebbe che lui ripartisse subito per l’Egitto e si lasciasse il passato alle spalle. Ma Felice vuole incontrare a tutti i costi quell’Oreste Spasiano (Tommaso Ragno), che nel frattempo è diventato lo spietato boss del quartiere. Con quell’uomo, prigioniero del suo stesso ruolo di “malommo”, Felice condivide un segreto, che lo ha fatto fuggire 40 anni prima e oggi potrebbe annientare entrambi.
Un quartiere come terreno su cui esercitare la nostalgia (nóstos ‘ritorno’ + algìa ‘dolore’), una malattia divorante, come nel Nostalghia del grande Andrej Tarkovskij (premiato a Cannes nel 1983). È il luogo dove ricucire il proprio distacco fisico dalle altre persone. Felice deve riparare alla sua precedente fuga da sé e come il viandante di Nietzsche, rifiuta le illusioni protettive di una esistenza orientata nel futuro e accetta la cecità del suo destino. Come recita la frase di Pier Paolo Pasolini in esergo al film, la coscienza sta nella nostalgia. E chi non si è perso non ne possiede.
Piefrancesco Favino è alla sua massima intensità, Francesco Di Leva come sempre magnifico, Tommaso Ragno un po’ perso nel personaggio alla Kurtz di Cuore di tenebra. Bella la scelta della musica, dai vecchi Tangerine Dream a Ya Abyad Ya Eswed di Cairokee.

Nostalgia è produzione italo-francese di Picomedia e Mad Entertainment, in associazione con Medusa Film, in coproduzione con Rosebud Entertainment Pictures, con il contributo del Ministero della Cultura. Le vendite internazionali sono curate da True Colours e arriva nelle sale italiane con Medusa Film oggi 25 maggio.

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- Cinema

Bla, bla, bla...a Cannes 2022 c’è più guerra che in Ucraina


BLA, BLA, BLA … c’è più guerra a Cannes 2022 che in Ucraina.

Come se non ne vedessimo abbastanza sui Telegiornali e gli innumerevoli Talkshow che sembra gareggino a chi la ‘spara’ più grossa o s’impossessa delle immagini più cruente per far colpo sui propri ascoltatori, questa assurda guerra fra Russia e Ucraina altro non fa che incrementare l’astio tra i due popoli che d’ora in poi si odieranno per l’eternità, né più né meno come da secoli avviene fra Israele e Palestina, tali da non saper ricondurre il filo della matassa: Chi ha iniziato per primo? Chi ha gettato benzina sul fuoco? Chi ha fatto più morti? Chi ha pagato il massimo contributo di sangue? Dimenticandosi spesso, pur sapendolo, che la ‘guerra’ non risparmia nessuno da entrambe le parti. Se i vinti piangono lacrime amare, i vincitori di certo ingoieranno lacrime di sale che gli s’incrosteranno sull’anima.
Saper dire quanto ancora durerà o chi innalzerà infine lo straccio di bandiera della vittoria, lo si dovrà chiedere ancora una volta a quei ‘vecchi saggi’ che ieri sono sopravvissuti alle guerre precedenti e che ancora una volta vede i fratelli contro i fratelli. O a quelle donne e bambini di domani che forse sopravvivranno a quest’ultimo prepotente assalto; a quell’umanità ferita nella dignità e nell’orgoglio e che certamente risentirà del peso dell’umiliazione, da una parte come dall’altra, di una vergogna che non conosce neppure il rossore d’essere giudicata. Sì che la paura liquida di ieri: nelle trincee e nei campi di battaglia, nei cieli come sui mari, la rivivranno per molti anni ancora, allorché ognuno sventolerà le proprie ragioni mentre tacerà dei propri torti. Acciò, come in passato, pensano da sempre le cronache, i fotoreporter, il cinematografo, i festival che si svolgono tutt’oggi nelle capitali dormienti, con tanto di passerella e parterre di benestanti; sulle copertine patinate delle riviste e le prime pagine dei giornali sui quali ognuno, lontano dalle linee di frontiera, esprimono la loro opinione (?) senza riguardo alcuno.
I più sembrano disconoscere il ‘senso’, se di senso si tratta, e si chiedono se al ‘dopo’ corrisponderà un futuro di benessere? Ma bisogna essere ciechi per non vedere che sarà un futuro di carestia, certamente il vero ‘senso’ di questa guerra. A Cannes 2022 tutto ciò è più che evidente: le immagine di riprese da Mantas Kvedaravičius morto a Mariupol è già andato in scena, il materiale che ha girato è stato recuperato ed è stato presentato sotto forma di lungometraggio documentario. Mentre altri registi, elencati qui di seguito, non potendo inserirsi nel ‘filone’ dell’attualità, hanno pensato bene di recuperare la ‘guerra d’Algeria’; un altro la ‘battaglia di Stalingrado’; e chissà quanti altri ancora . Fatto è che i cronisti e le TV di tutto il mondo sono allertate con tute mimetiche pronte a riprendere la prossima ‘guerra nucleare’ inconsapevoli che verranno spazzati via dal vento cosmico che da questa si solleverà.
Il cinema sarà loro complice per non aver saputo infondere altri ‘sentimenti’ che non siano quelli di una rivalsa vendicativa della sopravvivenza contro la natura umana che abita il pianeta, quest’ultima terra del rimorso, verso il mondo estremo che ci è dato di vivere. Difficilmente ci sarà un altro Eden dove recuperare ciò che avremo perduto. Lo dicono le tematiche, le immagini trasferite sugli schermi TV e cinematografici, le interviste rilasciate da quanti operano nel settore, come quelle trasferite nelle News di Cineuropa che puntualmente contingenta gli spettatori. Come io stesso vado facendo:
Intervista: Philippe Faucon • Regista di Les Harkis
"Non ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall'altra"
CANNES 2022: Il cineasta francese colpisce ancora nel segno con il suo film sui soldati locali arruolati dalla parte francese durante la guerra d’Algeria
21/05 | Cannes 2022 | Quinzaine des Réalisateurs

Rai Cinema rivela il prossimo progetto di Pietro Marcello, L’ultimo fronte
Il prossimo documentario del regista italiano ricostruirà la battaglia di Stalingrado attraverso le lettere dei soldati
20/05 | Produzione | Finanziamenti | Italia

Recensione: Dalva
CANNES 2022: Con il suo primo lungometraggio sobrio e commovente, Emmanuelle Nicot dipinge il ritratto di una bambina sopravvissuta, cresciuta drammaticamente troppo presto
20/05 | Cannes 2022 | Semaine de la Critique

Recensione: Mariupolis 2
CANNES 2022: Mantas Kvedaravičius è morto a Mariupol, ma il materiale che ha girato è stato recuperato ed è stato presentato a Cannes sotto forma di lungometraggio documentario.
20/05 | Cannes 2022 | Proiezioni speciali
Quando è iniziata l'invasione russa dell'Ucraina, il regista lituano Mantas Kvedaravičius è tornato immediatamente a Mariupol, dove girò il suo film Mariupolis del 2016, per documentare la vita sotto attacco. Mentre stava cercando di andarsene alla fine di marzo, è stato ucciso, e la sua fidanzata Hanna Bilobrova è riuscita a recuperare il filmato. Presentata come co-regista, ha lavorato insieme alla montatrice Dounia Sicho (che aveva lavorato anche a Mariupolis), e il film risultante, Mariupolis 2, è stato presentato in anteprima mondiale a Cannes, tra le Proiezioni speciali.

Recensione: Tirailleurs
CANNES 2022: Mathieu Vadepied porta Omar Sy nelle trincee della Prima guerra mondiale, nei panni di un padre che cerca con tutti i mezzi di recuperare il figlio reclutato con la forza in Senegal
20/05 | Cannes 2022 | Un Certain Regard

Meet Cineuropa @ #Cannes2022 - Take 3
"Fortunatamente, ho visto molti film di cui non mi è permesso parlare!"
Nel terzo episodio della nostra nuova serie di brevi video dal Festival di Cannes di quest'anno, Elena Lazic parla con il giornalista Kaleem Aftab
20/05 | Meet Cineuropa/Cannes 2022

In collaborazione con Cineuropa News.

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- Musica

Franco Battiato ...verso l’assoluto di mondi lontanissimi

I'LL REMEMBER ...
FRANCO BATTIATO: verso l’assoluto di mondi lontanissimi.

Bisogna tornare indietro di cinquant’anni per incontrare quella generazione di increduli che eravamo negli anni ’70, allorché Franco Battiato pubblicava i suoi primi album che non molti ricordano: “Fetus” (1971), “Pollution” (1972), “Sulle corde di Aries” (1973) “Clic” (1974), “M.elle le Gladiateur” (1975) incisi per la Bla-Bla Records, un’etichetta fuori dal giro; quindi prima che la Ricordi, dieci anni dopo, sulla scia del suo primo titolo pubblicato li riproponesse sul mercato. Tutto ciò accadeva in anni incerti per la musica italiana soggiogata com’era dall’ondata musicale e canora che arrivava dai paesi anglosassoni. Ovviamente non proprio così all’improvviso, pertanto ci si accorse di questo ragazzo italiano ch'era già ‘oltre’ il suo tempo, che andava proponendo i suoi lavori degni di essere considerati all’altezza dell’elettronica più ‘avanzata’, come si diceva allora, rivalutando tutto quanto era stato fatto in quegli anni di ricerca che in seguito ci avrebbe proiettati nella cosiddetta musica ‘contemporanea’.

«Sulle corde di Aries – scrive Francesco Mendozzi (*) nella sua straordinaria recensione in 'progressive rock' – da alcuni considerato primo capolavoro dell’artista siciliano, è in effetti il tentativo (riuscitissimo) di slacciarsi dalla concettualità degli esordi per approdare a una nuova forma-canzone; non a caso il disco contiene una lunga suite: “Sequenze e frequenze”, di oltre sedici minuti, e tre altri brani di durata accettabile. La suite è stata riproposta da Battiato in diversi 'live' assieme ad “Aria di rivoluzione”, segno tangibile del forte sentimento che il cantautore siciliano nutre nei confronti di questo disco nato sotto il segno dell’Ariete.

“Sequenze e frequenze” parte da una progressione sintetica sulla quale Battiato canta la propria infanzia, uno dei temi che più spesso torneranno nella sua opera futura ...

"La maestra in estate / ci dava ripetizioni / nel suo cortile. / Io stavo sempre seduto / sopra un muretto / a guardare il mare. / Ogni tanto passava una nave. / E le sere d’inverno / restavo rinchiuso in casa / ad ammuffire. / Fuori il rumore dei tuoni / rimpiccioliva la mia candela. / Al mattino improvviso il sereno / mi portava un profumo di terra".

Il brano si fa lentamente più percussivo, e il synth diventa via via più sciolto, fino a fondere free jazz, elettronica e progressive rock. A metà l’incanto si interrompe e la canzone prende una piega acida, svincolata da qualsiasi genere musicale attivo in Italia. “Aries” segue quasi totalmente la prima, con percussioni cavalcanti e campanature elettroniche; la differenza sta nell’utilizzo frizzante ed emancipato del sax. Il tema filosofico del brano va rinvenuto nella figura del neurofisiologo Charles Sherrington, teorico del “telaio incantato”, che individua nel cervello umano la sorgente di tutta la sapienza del mondo: in un organo grande come un pompelmo, cento miliardi di cellule nervose e un numero mille volte superiore di collegamenti interagiscono continuamente formando una trama complessa quanto quella di un telaio. Ci si meraviglia ancor oggi nell’ascoltare “Aria di rivoluzione”, un brano senza tempo su guerra e pace, sul colonialismo e sulle infinite potenzialità del dialogo interculturale. La composizione musicale, sempre in escalation percussiva, utilizza nuovamente jazz ed elettronica per dar vita ad una ninna nanna generazionale» ...

“Quell’autista in Abissinia / guidava il camion / fino a tardi / e a notte fonda / si riunivano. / A quel tempo in Europa / c’era un’altra guerra / e per canzoni / solo sirene d’allarme»). Ma non c’è patetismo di sorta in Battiato; la speranza di un mondo nuovo è tradita dalla certezza che ogni rivoluzione porta con sé un rafforzamento dei regimi amministrativo e politico: «Passa il tempo, / sembra che non cambi niente. / Questa mia generazione / vuole nuovi valori / e ho già sentito / aria di rivoluzione. / Ho già sentito / chi andrà alla fucilazione”.

E questo «Non è forse il punto di partenza di “Sulle corde di Aries”?, domanda Francesco Mendozzi (op.cit.). Ora, dice, è più facile comprendere quanto sia incomprensibile il primo Battiato.»

Questo l’avvio, dunque, di un artista che negli anni a venire farà molto parlare di se, entrando nella Hit-Parade dei dischi più venduti, le cui copertine, sempre molto ricercate, avrebbero fatto bella mostra di sé nelle vetrine dei negozi, dando il via alla ricerca spasmodica dei suoi primi lavori, allora introvabili sul mercato. Un Battiato quindi risorto sulle ceneri di Gramsci che reca il suo personalissimo messaggio accattivante alle giovani generazioni, tali da improvvisarsi non fan come si sarebbe detto poi, bensì seguaci alieni e/o alienati di un certo ‘guru’ proveniente dalla Sicilia. Ed è là che lo rintracciamo, negli anni successivi, quasi non se ne fosse mai allontanato, come di un fuga a ritroso, puntuale nel proporci un ‘nuovo filone’ ricco di sorprese inaspettate, che iniettava direttamente nella musica italiana.

Eclettico ed efficace, scopritore di un terreno fertile nel linguaggio della musica, Franco Battiato libera la parola dalla struttura che gli è propria, l’astrattizza, la violenta nei limiti posti dalla sintassi, la incanala entro l’infinitesima costruzione in assenza di verbo e finisce per svelare il ‘nuovo creativo’, della lingua giunta all’eccesso della follia inconsistente.

Quella ‘follia’ che, straordinariamente, si rivela sintesi delle emozioni e delle sensazioni che infine saremo riusciti ad afferrare, non come linguaggio discorsivo, bensì in quanto ‘messaggio’ futuribile. Messaggio che s’avverte fra le righe dei suoi componimenti, imprevedibili, apologetici, entrati nel linguaggio comune nel modo in cui si citano i versi delle sue canzoni come qualunque letterato cita Leopardi o, meglio, come ormai tutti fanno, da Pasolini a Totò, da Zelig a Striscia appresi dalla TV nei propri discorsi, del tipo: “Io parlo, tu parli, tutti parlano”, senza voler dire niente pur dicendo ...

Come in "Lontananze d’azzurro”:

"Sembra che non finisca questa lunga notte d'inverno
Sembra che tardi il sole come fosse in pericolo.
Rovine inseguono i ricordi, ma io voglio vivere il presente
Senza fine. Il giorno davanti a cui fugga questa notte.
Voglio lontananze d'azzurro per me.
Pensa a come eravamo certe volte di domenica...
Pieni di ostilità e di oscillazioni.
Così cancello i miei ricordi.
Ma io voglio vivere il presente senza fine.
Il giorno davanti a cui fugga questa notte.
Voglio lontananze d'azzurro per me..."

Reminiscenze culturali alienate e/o alienazione alla cultura? Non sono in grado di giudicare, malgrado ciò, riscontro in Battiato una certa capacità di coinvolgere i sensi, quasi egli sia portatore di un qualcosa di più alto, paragonabile a un ‘carma’ mistico e/o a un ‘nonsense’ ascetico, meno reminiscente e più concretizzante, assolutamente meno allucinato dei poeti ‘maledetti’ e più avanzato rispetto ai parolai ‘futuristi’.

«Per Franco Battiato – riporta Fabrizio Zampa sulle pagine de Il Messaggero datato 1993 – pregare vuol dire meditare, raggiungere quello stato di concentrazione, di rilassamento e, se si è fortunati, di grazia che consente di mettere da parte le ansie terrene e stabilire una sorta di contatto con il divino.»

Che sia a causa della musica costruita sul giro armonico su cui aleggia una semplice scala ripetitiva e tuttavia accattivante che accompagna il suo originale e 'dimesso' modo di cantare? Forse. Sta di fatto che nei suoi testi si rivela una forte ricerca di senso fono-sillabico, una particolare attenzione all’evoluzione socio-culturale, qua e là all’avanzamente bio-tecnologico, pro-contro gli armamenti, idealmente satiro-politico e cronachesco, per un ‘incontro’ virtuale con il suo pubblico di devoti. Un incontro giocato sulla molteplicità degli intenti, in cui la musica si misura e si evolve sulla tradizione mediterranea assai ‘viva’ mai definitivamente esplorata, con esperienze culturali diverse, dell’Europa Centrale e dell’estremo Oriente, meno contaminate della nostra, valorizzate da una continuità che non ha conosciuto interruzioni nel tempo.

Esperienze che Franco Battiato emana dal suo essere ‘profetico’ e che fanno di ogni sua apparizione pubblica un avvenimento attesissimo quanto egli è avulso dal 'mostrarsi', quasi che ogni volta sembra di assistere a un 'messa', o forse a una 'preghiera' comunitaria, molto più vicina alle filosofie orientali che non al nostro pensare occidentale, il cui obiettivo principale è la creazione di un’atmosfera che attraverso la concentrazione apra agli ascoltatori le misteriose strade che conducono alla contemplazione dell’assoluto.

Quella ‘mistica’ sacralità che abbiamo impartato a conoscere attraverso la sua opera “Gilgamesh” (1992) e in altri brani sparsi qua e là negli album della sua produzione artistica, dove Battiato di volta in volta si rifà all'antica eredità della musica araba e/o all’insegnamento dell’Islam, al misticismo indiano, al volteggiare dervisho dei Sufi, all’estrema rigidezza teorica del Katakali, o alle danze sfrenate degli ‘zingari’ incontrati nel suo lungo peregrinare musicale, per cogliere in sé il ‘movimento’ coreutico che idealmente abbraccia il cosmico e l’universale.

La musica quindi come linguaggio del sacro, alla base di ogni esperienza che Battiato da sempre ci ‘dona’ a piene mani, la cui esperienza – come egli stesso ha affermato in una lunga intervista a Radio-Rai – gli perviene dal ‘silenzio’: «È un’esperienza difficile, perché siamo tutti troppo carichi, che rende difficile la meditazione, impossibile da praticare come fatto ‘esteriore a noi. […] Non ci si può liberare da nessuna colpa se prima non ci si è liberati della ricchezza, dall’accumulo di razionalità, siamo comunque noi a farci le nostre regole. […] La commistione tra oriente e occidente è parte integrante della mia ricerca musicale, ma non tantissimo come si vuol credere, è piuttosto un fatto filosofico. Mi interessano i modi di essere, per dire che mi piace la musica occidentale e mi interessa lo spirito dell’oriente.»

E ancora: «La ricerca dell’estasi a cui protendo suggerisce, non tanto la tormentata sacralità della via cattolica, quanto la tendenza a diventare esperienza contemplativa, ricerca di un suono e di un valore compositivo che sia il riflesso diretto di una mente che infine trova ciò che appare incredibilmente semplice, appunto l’estasi.»

È questo il senso del sacro che travalica le religioni, difficile da raggiungere perché crediamo solo a ciò che vediamo, che va al di là di ogni credo, rivolto ad una sorta di trasversalità dell’esperienza spirituale. Quello che è il senso profondo che pregna la sua “Messa Arcaica” (1993) la sua composizione sacra per Coro, Voci soliste e Orchestra, eseguita per la prima volta nella Basilica di S. Bernardino a L’Aquila, dai Virtuosi Italiani diretti da Antonio Ballista.

Scrive ancora Fabrizio Zampa: "Articolata nei cinque moduli canonici del Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei , la suggestiva e raffinata composizione di Battiato, si offre all’ascolto con una struttura musicale delicata, che punta sull’intensità della leggerezza, benché ricca di suggestioni, dello spirito che verosimilmente l’ha ispirata. Moduli che si ripetono con sottile eleganza, un tappeto di tastiere sempre presente, piccole sequenze di note che restano sospese a lungo nell’aria e cui tocca il compito di costruire un clima molto rilassato, archi usati con discrezione anche nei pieni, voci che si fondono con grazia agli strumenti, interventi del coro che s’insinuano con possente morbidezza nelle pieghe di una tessitura musicale fatta per distendere, per astrarre chi ascolta da questo mondo e condurlo in territori più profondi, […] arrivando all’essenziale, spogliato da ogni sovrastruttura una composizione tradizionalmente legata a canoni ben precisi nell’ottica del cattolicesimo.»

Ma lasciamo infine la parola a Franco Battiato che a riguardo della sua opera ha detto: «È una Messa molto più vicina al mondo che preferisco, quello orientale e segue la mia strada di sempre, quella della trasformazione del mondo più puro ma anche più asettico della musica tradizionale da meditazione. Sì, io sono per l’interiorità, e credo che questa sia la cosa più bella che ho scritto.»

Va detto inoltre, sì perché c’è comunque un poi alla produzione musicale e canora di Battiato che arriva fino ad oggi e che di sicuro riscopriremo molto più in là, com’è sempre accaduto, e che riguarda le sue registrazioni in studio dei suoi ultimi album pubblicati, non meno estroversi di quelli degli inizi, ma pur sempre colmi della stessa incredibile ‘magia’ che egli riesce a imprimere in essi. Come nell'ultimissimo album "Torneremo ancora" che avalla un'intenzione non poi così recondita di tornare a sorprenderci e lo conferma, che quasi viene da chiedersi, citando Dalla: “quanto è profondo il mare” che separa il continente dalla Trinacria, quella Sicilia che rimanda alle Gorgoni dall’aspetto mostruoso memori della mitologia greca, esseri dalle “ali d'oro, le mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli”: Euriale a rappresentare la perversione sessuale; Steno la perversione morale e Medusa, l’unica mortale tra le tre, custode degli Inferi a significare la perversione intellettuale.

Che Franco Battiato sia figlio della gorgone Medusa non è dato sapere, anche se qualche sospetto l’avevamo già, confermato da alcune scelte contenute ad esempio in “L’imboscata” (1996), indubbiamente uno dei suoi album più belli, e non solo perché contiene “La cura” , scritta insieme a Manlio Sgalambro e divenuta ormai un ‘cult’ che prescinde dalla sua discografia precedente …

“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io avrò cura di te …”

Sospetto confermato nel costante impegno che mette nel proporre brani di non facile ascolto e ripetibilità, come ad esempio “Di passaggio”, il cui testo greco è ripreso dagli ‘Epigrammi XXIII’ di Callimaco. Ciò a dimostrazione della sua ‘perversione intellettuale’ qui intesa nella sua accezzione semantica di senso e quindi di valore aggiunto, significativo del suo essere ‘poeta’ di una galassia che sembra irraggiungibile, solo perché non ancora avvistata entro quel “No Time No Space” contenuto, per chi non lo rammenti, nell'album significativo “Mondi Lontanissimi” (1985), letteralmente un capolavoro, insieme a brani visionari quali: “Via lattea”, “Temporary Road”, “Il re del mondo”, “Personal Computer” ed altri che abbiamo apprezzato non poco in passato, come “Risveglio di primavera”, “I treni di Tozeur”, e la straordinaria e poetica “L’animale” …

“Vivere non è difficile potendo poi rinascere
cambierei molte cose un po’ di leggerezza e di e di stupidità
fingere tu riesci a fingere quando ti trovi accanto a me
mi dai sempre ragione e avrei voglia di dirti
ch’è meglio che io stia solo
ma l’animale che mi porto dentro
non mi fa essere felice mai
mi rende schiavo delle mie passioni
e non si arrende mai e non sa attendere
e l’animale che mi porto dentro vuole te
dentro me segni di fuoco è l’acqua che li spegne
se vuoi farli bruciare tu lasciali nell’aria
oppure sulla terra.”

Un dire profetico che si addice a Battiato quanto a Petrolini, il quale, a suo tempo, quasi per negazione e/o consenso affermava: “..un po’ per celia, un po’ per non morire”, e che oggi suona più come l’espressione sonora della follia e della saggezza di noi contemporanei. Un’attesa atemporale più meditativa che supplice; le cui “Splendide previsioni” lasciano quasi interdetti …

“Io sono pronto ad ogni evenienza,
ad ogni partenza:
un viaggiatore che non sa dove sta andando …
La specie è in mutazione.
E non sappiamo dove stiamo andando …
In un punto altissimo
Inaccessibile”.
. . .

“No Time No Space
Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi
di civiltà sepolte di continenti alla deriva.
Parlami dell’amore che si fa in mezzo agli uomini
Di viaggiatori anomali in territori mistici … di più.
Seguimmo per istinto le scie delle Comete,
come Avanguardie di un altro sistema solare.”

Note:

Francesco Mendozzi in “Storia della Musica”, alla voce :
Recensione: Franco Battiato - Sulle corde di Aries ...
www.storiadellamusica.it › progressive_rock › franco_battiato-sulle_c.

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- Cinema

Cannes in coop. con Cineuropa News


Cannes in coop. con Cineuropa News

True Colours punta tutto su Nostalgia di Mario Martone
di DAVIDE ABBATESCIANNI
13/05/2022 - La sales company romana porta per la prima volta un titolo in concorso alla Croisette, accompagnato da un ampio catalogo di film italiani ed europei
La sales company romana True Colours presenta per la prima volta al Festival di Cannes un titolo in concorso per la Palma d’Oro, ovvero Nostalgia di Mario Martone. Il dramma, una coproduzione Italia-Francia sceneggiata dal regista partenopeo con Ippolita Di Majo e prodotto da Medusa Film, Picomedia, Mad Entertainment e Rosebud Entertainment Pictures, segue le vicende di Felice (interpretato da Pierfrancesco Favino), il quale ritorna al Rione Sanità dopo aver speso 40 anni all’estero e riscopre i luoghi e i codici del quartiere, confrontadosi con un passato che lo divora. Distribuito in Italia da Medusa Film e in Francia da Arp Sélection, il cast è impreziosito dalla presenza di Francesco Di Leva, Tommaso Ragno e Sofia Essaïdi.
Oltre a questo titolo, True Colours porterà alle proiezioni del Marché du Film un ampio catalogo di titoli italiani ed europei. Il primo di questi è il dramma LGBT olandese El Houb – The Love, ambientato nella comunità marocchina di Rotterdam, prodotto da BIND e diretto da Shariff Nasr.
Segue Diario di spezie, un thriller noir di Massimo Donati ambientato nel mondo dell’arte e della cucina, con protagonisti gli attori Lorenzo Richelmy, Fabrizio Ferracane, Fabrizio Rongione e Galatea Bellugi. Il film è prodotto da Master Five Cinematografica con Rai Cinema ed in collaborazione con Rodeo Drive.
Inoltre, tre commedie italiane prodotte da Lucky Red fanno parte del catalogo di quest’anno, ovvero il reboot di Altrimenti ci arrabbiamo e Con chi viaggi (entrambi diretti da YouNuts!) e La donna per me di Marco Martani.
L’offerta include anche altri film presentati in anteprima a Berlino: Supereroi di Paolo Genovese, La befana vien di notte 2 – Le origini di Paola Randi e L’Arminuta di Giuseppe Bonito. A questi si aggiungono altri titoli che verranno proiettati durante il mercato, ovvero Trafficante di virus di Costanza Quatriglio e due documentari (C’è un soffio di vita soltanto di di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini e No tenemos miedo di Manuel Franceschini).
Saranno presenti anche due progetti recentemente annunciati dalla sales company, ovvero una co-produzione italo-lettone firmata da Fenixfilm e Albolina Film, Sisters di Linda Olte, e Delta, l'opera seconda di Michele Vannucci dopo I più grande sogno, con protagonisti Alessandro Borghi e Luigi Lo Cascio (una produzione a cura di Groenlandia, Kino Produzioni e Rai Cinema). Gli altri tre lungometraggi presenti al mercato e annunciati in precedenza, invece, sono gli italiani Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese e Profeti di Alessio Cremonini (dopo Sulla mia pelle) e la co-produzione Spagna-Argentina Let the Dance Begin, diretta da Marina Seresesky.


INDUSTRIA / MERCATO Europa
"Combatti per i tuoi diritti e per le tue folli idee", affermano i giovani creatori all'ultimo evento SAA
di DAVIDE ABBATESCIANNI
17/05/2022 - I giovani autori dell'audiovisivo chiedono un equo compenso agli steamer e trovano che i CMO siano utili quando svolgono il loro lavoro e mantengono la loro libertà artistica.

On 27 April, the Society of Audiovisual Authors (SAA), in partnership with the European Parliament’s Cultural Creators Friendship Group, organised the 80-minute event “Young Creators Have Rights, Right?” on the occasion of the European Year of Youth and World IP Day. The talk, moderated by Paige Collings, saw the participation of several young European filmmakers and YouTubers, who shared their experiences and concerns with a number of MEPs.he speakers were Freya Hannan-Mills (British writer-director), Kevin Tran (French YouTuber), Paula Sánchez Álvarez (Spanish screenwriter) and Aleksander Pietrzak (Polish writer-director) along with MEPs Laurence Farreng (Renew/France), Niklas Nienaß (Greens/Germany) and Tomasz Frankowski (EPP/Poland). Cécile Despringre, executive director of the SAA, also joined the talk and provided her own expertise on audiovisual authors’ rights.
One of the main takeaways was about the nature of the creative professions, which are very different from a nine-to-five job. Hannan-Mills, only 18 years old, already writes, acts, directs and produces, driven by her strong passion and hoping to earn a living from her work. Sánchez Álvarez highlighted how “there is a lot of invisible creative work that cannot be measured”. Tran, one of the most successful French YouTubers, pointed out how hard it is to ask for financial support for professional equipment or for a mortgage, for example, as many struggle to consider his activity a real job.
Later, Tran and Frankowski explained how receiving royalties from their collective management organisations (CMOs) has allowed them to continue their job and uphold their artistic freedom. Tran, for example, spends all of his YouTube- and ad-related earnings on producing new content, and he lives off SACD’s royalties and a manga he released in 2016.
Frankowski praised the role of CMOs in providing legal support, as “when you are young, you do not have the money for lawyers. […] Royalties are not only important when you are young; as royalties stay with us 70 years after we die, it is therefore also a form of insurance for our family and children,” he added.
Hannan-Mills and Sánchez Álvarez have benefited from the support of CMOs via networking and competitions, an aspect particularly important for creators coming from disadvantaged backgrounds. For example, British CMOs Directors UK and ALCS helped Hannan-Mills to take part in the Film in the House competition, a parliamentary-based film and scriptwriting contest for students and independent filmmakers based in the UK, whilst Sánchez Álvarez discovered DAMA as a student when attending screenwriting events organised or sponsored by the Spanish CMO, through which she was offered a year of personalised tutoring with a professional screenwriter.
Another important topic covered by the panel revolved around the impact of streaming platforms on the payment of royalties. Frankowski warned that these players are getting too big and made a final call for fair compensation. He argues that as long as young creators are not being fairly remunerated, they will struggle to create their content and maintain their artistic freedom. Thus, a healthy environment could contribute to defending European culture. Tran agreed and acknowledged the need to co-exist with streamers, but also with online players such as YouTube, wherein “veterans” (creators who have a lasting presence and are prolific) inject significant revenues. Sánchez Álvarez stated that, in any case and regardless of the type of media they work on, “authors should not be the last to be compensated”. “Intellectual property is a really important topic that needs to be talked about. People need to have that safety and security of their own intellectual property,” concluded Hannan-Mills.

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- Arte

Elio De Luca - espone alla Bomboniera dell’Arte di Roma


In mostra a Roma alla Galleria "La Bomboniera dell'Arte" in Via Mecenate 8/b le ‘opere essenziali’ del raffinato maestro della pittura italiana contemporanea

Elio De Luca.

Dal 16 Aprile al 15 Maggio è possibile ammirare alcune delle mirabili opere pittoriche e scultoree che hanno trasformato il concetto dell’arte degli ultimi decenni, con l’aver egli proposto una visione univoca dell’enfasi antica, che spesso guardiamo con ossequio, e quella moderna che invece osserviamo appena con condiscendenza. È quanto accade nel visitare questa piccola mostra che altresì fa grande lo spazio espositivo della “Bomboniera dell’Arte” di Roma, la cui esposizione fa da eco alle due mostre di più ampio respiro che l’artista ha dedicato alle tematiche centrali dell’“Amore” e del “Cantico dei Cantici” che hanno avuto luogo in altre città italiane e non solo.

L’impatto primario è quello stupefacente di una cerimonia in atto che si svolge nell’edenico emisfero della luce, allorché si celebra l’amore nel pieno dei sensi e della voluttà dei corpi, così come forse sono stati nel concetto misterico del creato, avulsi dal peccato e dalla maliziosa intenzione di chi osserva. L’oro di fondo che circonda i teneri amanti funge da specchio all’armonia del tutto, all’ancestrale richiamo d’una loro mistica effusione, in cui ritroviamo noi stessi nei momenti migliori della nostra disambiguità. Ma se tuttavia i sensi richiamano le emozioni, non c’è che da osservare ogni singola opera esposta in funzione della loro salvifica edonistica ‘bellezza’.

Quanto di più facciamo nell’osservare le opere dei grandi del tempo dell’arte che va da Giotto a Klimt passando attraverso Duccio e Picasso, in cui l’antico e il nuovo ancora oggi, nella loro dichiarata eternità, ci emozionano e ci appassionano, restituendoci in pieno la loro ingenua felicità. Non è forse detto che “la nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no” (*), cui mi sento di aggiungere “che lo vogliamo o no”, perché creata nel segno dell’amore. Quell’amore che ci accomuna e che nell’avvicinarci all’arte, a tutta l’arte, un fine ci salverà.

L’Artista:
Elio De Luca (Pietrapaola, 1950), pittore italiano si distingue, in particolare, per l’uso della peculiare tecnica del cemento dipinto ad olio. Lavora inoltre con pastelli ad olio su carta gialla e con gli oli su tavola. Ha eseguito diverse sculture in bronzo. Negli anni collabora con varie gallerie in Italia e all’estero. Sue opere entrano a far parte di collezioni pubbliche e private. Nel tempo ha realizzato gli affreschi della Chiesa di San Bartolomeo a Scampata e l’VIII Palio della Costa Etrusca; sue opere sono state acquisite in permanenza dalla Pinacoteca regionale della Toscana e dal Lu. C. C. a Center of Contemporary Art di Lucca. Ha partecipato con un ciclo di opere dal titolo “La Buona Terra” all’EXPO 2015 di Milano ospite dell’Istituto Agronomico d’Oltremare (Ministero degli Esteri).
Negli ultimi anni le sue opere hanno partecipato a numerose esposizioni internazionali, far le quali il M’ARS Contemporary Art Museum di Mosca, il Museo Cultural di Santa Fe in Nuovo Messico, il Foreign Art Museum di Riga, l’Artist Istanbul Art Fair (dove ha rappresentato l’Istituto di Cultura Italiana in Turchia), il Washington Convention Center di Washington DC, il Miami Beach Convention Center ed il Boca Raton Gallery Centre di Miami, l’International Kunsttentoonstelling Furn Art ed il Centro espositivo Comunale di De Haan in Belgio, lo “Spazio Italia” dell’Ambasciata Italiana a Pechino[6].

(*) Zigmunt Bauman "L'arte della vita" Laterza 2009

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- Ecologia

Buongiorno Terra!

Buongiorno Terra!

Non so quanti di voi abbiano letto il romanzo della scrittrice statunitense Pearl S. Buck “La buona terra” che oggi vale la pena di riscoprire, rileggere o rivedere al cinema. Indubbiamente insegnerebbe a tutti noi qualcosa di cui abbiamo perduto il senso. Sempre che la ‘dignità’ abbia ancora un senso e la nostra ‘coscienza’ possa dare valore allo spirito di conservazione e di sopravvivenza che dovremmo tenere sempre presente. 

La buona terra (The Good Earth) è un romanzo del 1931 di Pearl S. Buck ambientato in Cina dove l'autrice visse dall'infanzia fino al 1934 per via dell'attività missionaria dei suoi genitori appartenenti alla chiesa presbiteriana. Il romanzo descrive alcuni aspetti anche primitivi della vita cinese tramite un forte senso di umanità e una grande energia descrittiva.

La trama è intrecciata fra il duro lavoro dei campi, il racconto del matrimonio dei contadini, i drammi della siccità e della carestia. Su tutti questi temi si impone il lavoro dell'uomo, l'amore e l'angoscia della donna e l'amore per la terra che supera ogni lusinga e tentazione, dato che è tipicamente femminile, di fecondità e di conservazione della specie.

L'opera valse alla scrittrice il Premio Pulitzer per il romanzo del 1932 e la medaglia di riconoscimento dall'Accademia americana delle arti e delle lettere. Tra le tante apparse negli anni successivi alla sua pubblicazione vanno citate le ultime produzioni letterarie in italiano:

 

• Pearl S. Buck: La buona terra, lettrice: Maria Grazia Ogris, Centro internazionale del libro parlato, Feltre 2004

• Pearl S. Buck, La buona terra, traduzione di Andrea Damiano, Oscar moderni 109; Mondadori, Milano 2017

 

(*) Dal romanzo è stata tratta una versione cinematografica omonima diretta nel 1937 da Sidney Franklin. Se amiamo i nostri figli, diamo un senso alla nostra vita, facciamo in modo che questa nostra Terra sopravviva a noi stessi nel modo in cui ci è stata donata: con amore.

(*) Note in Wikipedia.

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- Cinema

David Di Donatello 2022 - Cineuropa News

DAVID DI DONATELLO 2022 - CINEUROPA NEWS

È stata la mano di Dio e Freaks Out i titoli più nominati ai David di Donatello
di Vittoria Scarpa

05/04/2022 - I film di Paolo Sorrentino e Gabriele Mainetti raccolgono 16 candidature ciascuno; a seguire, Qui rido io con 14, e Ariaferma e Diabolik con 11
È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e Freaks Out di Gabriele Mainetti
Una festa del cinema all’insegna della gioia e dell’eleganza, con l’obiettivo di stimolare il pubblico a tornare nelle sale. Ritornerà in presenza, negli iconici studi di Cinecittà e con un red carpet che non si vedeva da tempo, la cerimonia di premiazione dei David di Donatello, i premi del cinema italiano la cui 67ma edizione si terrà il 3 maggio, a Roma. Una celebrazione che, nelle intenzioni dei suoi organizzatori e dei professionisti del settore, si propone di rappresentare una ripartenza per il cinema nazionale, che, se produttivamente ha ripreso a muoversi, conta ancora troppe poltrone vuote nelle sale, dopo due anni di pandemia.
Grandi maestri e sorprese dell’anno, generi diversi che abbracciano il fantasy e il fumetto, film corali, documentari d’autore, molto Sud nei protagonisti e nelle storie raccontate, ma sempre con un respiro internazionale: sono alcune delle tendenze individuate dalla presidente e direttrice artistica dell'Accademia del Cinema Italiano, Piera Detassis, per questa edizione che vede contendersi il maggior numero di statuette (16 ciascuno) a È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e Freaks Out di Gabriele Mainetti. I due sono candidati sia per il miglior film che per la miglior regia, in cinquina con Qui rido io di Mario Martone (che conta 14 nomination in tutto), Ariaferma di Leonardo Di Costanzo (11 candidature) ed Ennio di Giuseppe Tornatore (6 candidature, tra cui anche quella per il miglior documentario).
Sei candidature anche per A Chiara di Jonas Carpignano (compresa quella per la miglior sceneggiatura originale) e per I fratelli De Filippo di Sergio Rubini (tra cui miglior attrice non protagonista).
La cinquina delle protagoniste vede tutte attrici nominate per la prima volta – tranne Maria Nazionale per Qui rido io – e sono: Swamy Rotolo (A Chiara), Miriam Leone (Diabolik), Aurora Giovinazzo (Freaks Out) e Rosa Palasciano (Giulia). Il miglior attore protagonista andrà scelto tra Elio Germano (America Latina), Silvio Orlando (Ariaferma), Filippo Scotti (È stata la mano di Dio), Franz Rogowski (Freaks Out) e Toni Servillo (Qui rido io).
Il David per il miglior esordio alla regia se lo contenderanno Gianluca Jodice (Il cattivo poeta), Maura Delpero (Maternal), Laura Samani (Piccolo corpo), Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis (Re Granchio), Francesco Costabile (Una femmina). Oltre a Ennio, la cinquina del miglior documentario include Atlantide di Yuri Ancarani, Futura di Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alba Rohrwacher, Marx può aspettare di Marco Bellocchio, Onde radicali di Gianfranco Pannone.
Candidati per il miglior film internazionale sono Belfast di Kenneth Branagh, Don’t Look Up di Adam McKay, Drive My Car di Ryūsuke Hamaguchi, Dune di Denis Villeneuve e Il potere del cane di Jane Campion.
Già assegnato il David 2022 per il miglior cortometraggio: va al corto d’animazione Maestrale di Nico Bonomolo.

Le candidature ai 67mi David di Donatello:
Miglior film
Ariaferma - Leonardo Di Costanzo (Italia/Svizzera)
È stata la mano di Dio - Paolo Sorrentino
Ennio - Giuseppe Tornatore (Italia/Belgio/Cina/Giappone)
Freaks Out - Gabriele Mainetti (Italia/Belgio)
Qui rido io - Mario Martone (Italia/Spagna)

Miglior regia
Leonardo Di Costanzo - Ariaferma
Paolo Sorrentino - È stata la mano di Dio
Giuseppe Tornatore - Ennio
Gabriele Mainetti - Freaks Out
Mario Martone - Qui rido io

Miglior esordio alla regia
Gianluca Jodice - Il cattivo poeta (Italia/Francia)
Maura Delpero - Maternal (Italia/Argentina)
Laura Samani - Piccolo corpo (Italia/Francia/Slovenia)
Alessio Rigo de Righi, Matteo Zoppis - Re Granchio (Italia/Francia/Argentina)
Francesco Costabile - Una femmina

Miglior sceneggiatura originale
A Chiara – Jonas Carpignano (Italia/Francia)
Ariaferma – Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero, Valia Santella
È stata la mano di Dio – Paolo Sorrentino
Freaks Out – Nicola Guaglianone, Gabriele Mainetti
Qui rido io – Mario Martone, Ippolita Di Majo

Miglior sceneggiatura non originale
Diabolik – Manetti Bros., Michelangelo La Neve
L’Arminuta – Monica Zapelli, Donatella Di Pietrantonio (Italia/Svizzera)
La scuola cattolica – Massimo Gaudioso, Luca Infascelli, Stefano Mordini
La terra dei figli – Filippo Gravino, Guido Iuculano, Claudio Cupellini (Italia/Francia)
Tre piani – Nanni Moretti, Federica Pontremoli, Valia Santella (Italia/Francia)
Una femmina – Lirio Abate, Serena Brugnolo, Adriano Chiarelli, Francesco Costabile

Miglior produttore
A Chiara – Jon Coplon, Paolo Carpignano, Ryan Zacarias, Jonas Carpignano (StayBlack Productions); Rai Cinema
Ariaferma – Carlo Cresto-Dina (Tempesta); Michela Pini (Amka); Rai Cinema
È stata la mano di Dio – Paolo Sorrentino, Lorenzo Mieli (The Apartment)
Freaks Out – Andrea Occhipinti, Stefano Massenzi, Mattia Guerra (Lucky Red); Gabriele Mainetti (Goon Films); Rai Cinema
Qui rido io – Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori (Indigo Film); Rai Cinema

Miglior attrice protagonista
Swamy Rotolo - A Chiara
Miriam Leone - Diabolik
Aurora Giovinazzo - Freaks Out
Rosa Palasciano - Giulia
Maria Nazionale - Qui rido io

Miglior attore protagonista
Elio Germano - America Latina (Italia/Francia)
Silvio Orlando - Ariaferma
Filippo Scotti - È stata la mano di Dio
Franz Rogowski - Freaks Out
Toni Servillo - Qui rido io

Miglior attrice non protagonista
Luisa Ranieri - È stata la mano di Dio
Teresa Saponangelo - È stata la mano di Dio
Susy Del Giudice - I fratelli De Filippo
Vanessa Scalera - L’Arminuta
Cristiana Dell’Anna - Qui rido io

Miglior attore non protagonista
Fabrizio Ferracane - Ariaferma
Valerio Mastandrea - Diabolik
Toni Servillo - È stata la mano di Dio
Pietro Castellitto - Freaks Out
Eduardo Scarpetta - Qui rido io

Miglior fotografia
America Latina – Paolo Carnera
Ariaferma – Luca Bigazzi
È stata la mano di Dio – Daria D’Antonio
Freaks Out – Michele D’Attanasio
Qui rido io – Renato Berta

Miglior compositore
A Chiara – Dan Romer, Benh Zeitlin
America Latina – Verdena
Ariaferma – Pasquale Scialò
Diabolik – Pivio e Aldo De Scalzi
Freaks Out – Michele Braga, Gabriele Mainetti
I fratelli De Filippo – Nicola Piovani

Miglior canzone originale
Diabolik – La profondità degli abissi (Manuel Agnelli)
I fratelli De Filippo – Faccio ‘a polka (Nicola Piovani, Dodo Gagliardi)
L’Arminuta – Just You (Giuliano Taviani, Carmelo Travia)
Marilyn ha gli occhi neri [+] – Nei tuoi occhi (Francesca Michielin)
Piccolo corpo – Piccolo corpo (Laura Samani)

Miglior scenografia
Ariaferma – Luca Servino
Diabolik – Noemi Marchica
È stata la mano di Dio – Carmine Guarino
Freaks Out – Massimiliano Sturiale
Qui rido io – Giancarlo Muselli, Carlo Rescigno

Migliori costumi
Diabolik – Ginevra De Carolis
È stata la mano di Dio – Mariano Tufano
Freaks Out – Mary Montalto
I fratelli De Filippo – Maurizio Millenotti
Qui rido io – Ursula Patzak

Miglior trucco
Diabolik – Francesca Lodoli
È stata la mano di Dio – Vincenzo Mastrantonio
Freaks Out – Diego Prestopino, Emanuele De Luca, Davide De Luca
I fratelli De Filippo – Maurizio Nardi
Qui rido io – Alessandro D’Anna

Miglior acconciatura
7 donne e un mistero – Alberta Giuliani
A Chiara – Giuseppina Rotolo
Diabolik – Luca Pompozzi
Freaks Out – Marco Perna
I fratelli De Filippo – Francesco Pegoretti

Miglior montaggio
A Chiara – Affonso Gonçalves
Ariaferma – Carlotta Cristiani
È stata la mano di Dio – Cristiano Travaglioli
Ennio – Massimo Quaglia, Annalisa Schillaci
Qui rido io – Jacopo Quadri

Miglior suono
Ariaferma
È stata la mano di Dio
Ennio
Freaks Out
Qui rido io

Migliori effetti visivi
A Classic Horror Story
Diabolik
È stata la mano di Dio
Freaks Out
La terra dei figli

Miglior documentario
Atlantide - Yuri Ancarani (Italia/Francia/Stati Uniti/Qatar)
Ennio - Giuseppe Tornatore
Futura - Pietro Marcello, Francesco Munzi, Alba Rohrwacher
Marx può aspettare - Marco Bellocchio
Onde radicali - Gianfranco Pannone

Miglior film internazionale
Belfast - Kenneth Branagh (Regno Unito)
Don’t Look Up - Adam McKay (Stati Uniti)
Drive My Car - Hamaguchi Ryūsuke (Giappone)
Dune - Denis Villeneuve (Stati Uniti/Ungheria/Giordania/Emirati Arabi Uniti/Norvegia/Canada)
Il potere del cane - Jane Campion (Regno Unito/Nuova Zelanda/Australia/Stati Uniti/Canada)
David Giovani
Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto [+] - Riccardo Milani
Diabolik - Manetti Bros.
È stata la mano di Dio - Paolo Sorrentino
Ennio - Giuseppe Tornatore
Freaks Out - Gabriele Mainetti

Miglior cortometraggio (già assegnato)
Maestrale - Nico Bonomolo
(Gli altri candidati erano:
Diorama - Camilla Carè
L’ultimo spegne la luce - Tommaso Santabrogio
Notte romana - Valerio Ferrara
Pilgrims - Farnoosh Samadi, Ali Asgari)

Se ne avanza uno datelo a me per il film che non ho fatto.


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- Teatro

Teatro degli Opposti - ’Uscita di Scena’



TEATRO DEGLI OPPOSTI
“USCITA DI SCENA”

Da molto tempo dicevi che l’avresti fatto ma nessuno ti ha creduto mia cara Margy, nemmeno tu.
Lo pensi davvero Oswald?
Conoscendoti ho sempre pensato fosse frutto di una malcelata vanità femminile che in verità non ti appartiene.
Sei solo tu a pensarlo, nessun’altro.
Non perché tu non sia vanitosa abbastanza, chi del resto non lo è in giovane età, ma perché ai miei occhi, tu, sapendo di essere attraente per lo stuolo di corteggiatori che ti girano attorno, sembri aver superato anche quella futile dimensione.
Non pensi che potrebbe bastarmi il plauso dei miei estimatori?
Fumo negli occhi, “Cortigiani …”, così si chiamano. Certo definirli estimatori è più signorile, se si tiene conto dei complimenti che ti piovono addosso come uno scroscio di applausi dentro e fuori la scena, gli inviti e i fiori che ricevi … per non dire poi dei regali che sembri apprezzare con nonchalance, certo, al dunque si possono anche definire così: ‘estimatori’.
Non i tuoi regali Oswald, anzi, saresti così gentile di passarmi quegli incantevoli orecchini di perle che mi hai regalato, li ho poggiati sul comodino accanto al letto, grazie.
Non saprei dire se è perché ritieni banale ricevere regali o perché non adatti allo scopo che in essi si cela, davvero me ne sfugge la ragione. Vuoi farmi credere che non hanno per te quell’importanza che dovrebbero avere, per quanto, stando almeno ai nomi altisonanti dei promotori dai quali provengono, direi …
È preferibile che tu non dica. Quel che più m’importa quest’oggi è mettere in atto la mia ‘uscita di scena’ senza fare troppo rumore.
È quello a cui stai pensando Ann, un’ultima recita?
Sì certo, pensavo ad una “Uscita di scena” come ha pensato bene di fare il suo autore … in silenzio.
Beh, proprio in silenzio non direi, si è sparato un colpo di pistola alla tempia, che se si chiudono gli occhi, dietro le quinte, ancora se ne risente il boato. Se non mi sbaglio non è mai stato appurato che si sia sparato o se l’abbiano ‘suicidato’ per un qualche incomprensibile delirio di interpretazione o di una semplice rivendicazione gelosa.
Tu cosa ne pensi?
Un ossimoro ben costruito non c’è dubbio: fatto ‘suicidare per gelosia’ o, come tu dici, per una qualche ‘vendetta ingiustificata’. In entrami i casi si tratta comunque di un’incongruenza verbale, tra la paranoia e la psicoastenia, più conosciuta come ‘nevrosi ossessiva’. Fai tu, scegli quella che più ti aggrada.
Com’è come non è, sembra a causa della rivalità creatasi sulla scena dopo un ripensamento del regista, riguardo a chi affidare la parte della protagonista, alla consumata attrice della Compagnia o alla sua giovane amante.
Se, come tu dici Margy, la prima era ormai una donna ‘consumata’, forse valeva la pena affidare la parte ad una giovane e motivata attrice desiderosa d’interpretare un ruolo, come si dice: che le ‘calzava a pennello’.
Hai scelto un modo davvero inadatto di esprimerti, Oswald ti rammento che non stai parlando ad uno qualsiasi dei tuoi amici: una combriccola volgare d’indecenti filantropi, finti altruisti, maschilisti e menefreghisti, dediti solo al bere.
Se vuoi posso aggiungere qualche altro aggettivo all’elenco, come …
Non ce n’è bisogno, grazie.
Anche se non mi è proprio chiaro cosa centra l’autore del copione in tutto questo, ritengo inutile questa conversazione. Secondo te uno si lascia ‘suicidare’ per una diatriba non avallata dal copione, scoppiata tra le due ‘prime donne’ sulla scena? Non lo ritengo plausibile, dev’esserci dell’altro.
Vorresti dire che voi uomini non siete cinici abbastanza da non voler concedere un qualche cedimento sentimentale a noi donne? Ciò denota non essere poi così addentro alla sensibilità femminile.
Stiamo parlando della ‘giovane’ donna o dell’attrice ‘consumata’ Ann? Come tuo solito spesso dimentichi di mettere il soggetto nella tua conversazione.
Niente affatto George, sto parlando di me e di te, del nostro rapporto che … ma lasciamo stare. In verità sono un po’ stanca e avrei bisogno di un periodo di riposo ma che a causa degli impegni presi, non da me ovviamente, non me lo consentono, almeno per il momento.
Puoi sempre raccomandare al tuo manager di non aggiungere altre recite in cartellone, almeno per un certo tempo, dopo l’ultima data prevista stasera intendo.
Non è quel che viene dopo che mi preoccupa Oswald, è questo copione, le continue prove di questi giorni, la pretesa del regista di una partecipazione sempre più impegnativa, sento le forze venire meno, temo di non farcela.
Margy ti rammento che fra poche ore si va in scena, dovevi pensarci prima, adesso è davvero troppo tardi, il teatro è tutto esaurito. Non puoi abbandonare il tuo pubblico. Non è sempre stato ciò a cui tieni di più?
Già, il mio pubblico, dici, sempre lì ad acclamarti fino alle stelle, e quando meno te lo aspetti ti lascia cadere nel baratro più profondo.
Eh, che esagerazione, non mi sembra sia questo il caso. Sei all’apice della tua carriera artistica, e un flop sarebbe davvero una grande delusione per tutti. O forse temi quei quattro critici da strapazzo che scribacchiano sulla carta stampata?
Quelli poi, sempre pronti a edulcorarti o a mandarti sul rogo se solo la performance non aggrada le loro penne. No, non li temo più di tanto. Alcuni di essi si lasciano comprare per quattro denari lo sai anche tu. È sempre stato così.
Quindi a che attribuisci questa ansietà che a tua detta ti affatica non poco?
Non saprei, è come una sorta di psicosi, subentrata nel rapporto ossessivo e delirante tra i due personaggi sulla scena.
Non ti ho mai vista così, devo preoccuparmi?
In un certo senso, sì. Sei tu la ragione per la quale penso di prendere questa decisione che temo sia definitiva.
Perché io, non credo di aver detto alcunché che possa farti supporre a una qualche mia pretesa …
È proprio questa la ragione, ti sento distante George, negli ultimi tempi hai assunto un modo di essere accondiscendente in tutto, paternalistico e compassato quel tanto che mi lascia pensare a un tuo prossimo allontanamento da me.
Se non sei tu a volerlo, di certo non sono io a cercarlo, comunque la faccenda non mi sembra poi così catastrofica come tu pensi.
Quindi ammetti una tua défiance nei miei confronti? È del tutto inutile se non comprendi la mia difficoltà di averti accanto quando sono sulla scena, la tua presenza costante accanto all’altra che non sta affatto recitando una parte ma, chiede di viverla in prima persona, in mia presenza? Lo ritengo volgare e offensivo nei miei confronti.
Forse, lo sarebbe indubbiamente se io posponessi quanto da te evidenziato in questo improbabile ‘fuori scena’, un ipotetico rapporto con l’altra protagonista che recita ‘sulla scena’, ammetti che la cosa assume una diversa identificazione attoriale? O, forse …
Interpretativa intendi? Assolutamente no, il che comporterebbe un chiarimento altresì necessario, tra la principale protagonista che sono io e il suo ‘alter ego’ rappresentato dall’altra.
Margy aspetta, sto pensando a un possibile rimaneggiamento del testo, anche se la cosa in questo momento mi sfugge.
Mi chiedo: se il suo autore ha voluto mantenere le due parti separate ci sarà pur stata una ragione che lo ha spinto a farlo, tuttavia, basterà spostare una scena nell’altra, per dire la ‘ragione’ direttamente ‘dentro la scena’, per dare sfogo alla violenza dello scontro conflittuale tra il ‘potere’ ossessionato dell’una e il ‘volere’ ambizioso dell’altra. Necessita solo una semplice rilettura del copione et voillés, al tempo d’oggi sarebbe di grande effetto teatrale, non meno di quanto avveniva nell’antica tragedia greca.
Sarebbe come scatenare una guerra, dunque, ho sempre pensato che saresti un perfetto guerrafondaio, ti rammento che ce ne sono fin troppe di guerre in corso, possiamo evitare di inventarcene un’altra, per favore?
Non una guerra nel vero senso della parola, sarebbe come assistere allo sbranarsi di due belve nell’arena trasferita sulle tavole del palcoscenico di un grande teatro quale il Globe Theater che ci ospita. Il tuo personaggio ne verrebbe fuori in tutta la sua grandezza e la sua avversione vendicativa all’infamità dell’affronto subito.
Se davvero lo pensi saprai anche spiegarmi perché dovrei sostenere la parte più avversa del dramma che si consuma sulla scena?
Te lo immagini cosa sarebbe per lo spettatore assistere al trionfo sulla scena della sua attrice prediletta, ‘fatta a pezzi’, per modo di dire, a causa di una rivalità che la vede defraudata non solo della parte di ‘prima donna’ quanto del suo ‘primis letto’?
Dunque lo ammetti Oswald, pensi di allontanarti da me, ma non riesco a vedere la dimensione di rivalsa che vorresti dare al fatto in sé, quanto, se non altro perché sembri aver già deciso a chi delle due affidare la parte oltraggiata, e cioè a me. Immagino che neppure per un momento ti sia chiesto se sono disposta al compromesso, è così?
Beh, anche se non vi vedo nulla di immediato, se non quello che stai avallando di una mia possibile défiance nei tuoi confronti, ammetto che sì, mi piacerebbe assistere a un simile scontro tra due diverse alterazioni psicologiche: quella della ‘consumata’ personalità dell’una a confronto con la speculazione ‘arrivistica’ dell’altra.
Pensi sia davvero così interessante Oswald?
Indubbiamente sì, cercare nel suddetto scontro una trama di senso darebbe alla pièce una parvenza di realtà assoluta di grande impatto che, nell’avallare la tua inquietudine di questi giorni, mi suggerisce una svolta, cioè quella di apportare un cambiamento al copione, come dire, dare un senso veridico alla tua, immaginabile “uscita di scena”. Non è forse quanto mi chiedevi pocanzi?
Non è proprio così, quello che intendevo non è affatto di spararmi un colpo di pistola alla tempia solo per farti il favore di levarmi di torno, o per coerenza con la parte assunta dall’autore. Quanto, semmai, far suicidare la tua giovane amante perché impossibilitata a portare a conclusione la sua arrivistica trama. Come dire, penso più a una frattura di comprensione che passa nei rapporti di senso fra noi due, e che ti fa scegliere lei a me. In fondo è solo un’altra eventualità, la direi piuttosto un’incongruenza verbale, non trovi George?
Non c’è dubbio, ma lasciare che una delle due protagoniste venga fatta ‘suicidare per gelosia’, non mi sembra segua il corso normale della trama, piuttosto mi sembra imprudente quasi fino all’incoerenza interpretativa.
Nient’affatto, è patologico, chiamarla poi incoerenza è certamente più signorile, non è vero Oswald?
Il fine del dramma richiede una conclusione ottimale, non un interrogativo senza alcuna risposta.
Hai ragione tu, ha sempre fatto un grande effetto lasciare allo spettatore la soluzione, resta solo di dargliene una ragione.
Il dubbio d’una possibile conclusione, come tu dici Margy, risulta maggiormente esposto in quest’ultima eventualità ‘altra’, maturata nell’ossessione psicologica (paranoica) delle due contendenti.
Malgrado si dia il caso che dovrei essere io a ‘uscire di scena’ e non la tua sgualdrina, è bene tu sappia che vorrei farlo, come si dice: ‘alla grande’. Un’uscita all’insegna del ‘glamour’ che mi merito, con tanto di applausi e lancio di fiori, e l’indomani con gli scribacchini alla porta che reclamano interviste e titoli a grandi lettere sui giornali …
Mah, sarebbe un’illusione, di certo l’autore non intendeva portare in scena un remake di “Sunset Boulevard”, se vogliamo citare un capolavoro.
Pensaci Oswald, anzi medita sulle variazioni da portare al copione, perché dopo quel momento, potresti ritenerti un fallito, ‘dentro’ e ‘fuori’ della scena. Si dà il caso che stiamo parlando di una anomalia che va oltre il teatro, occupa gli spazi della vita vera, i sentimenti e le aspettative delle persone umane, che non puoi manovrare a tuo piacimento come figure di un teatro delle ombre, in parvenza di un immaginifico che hai creato a tuo uso e consumo …
La definirei una sorta di nevrosi ossessiva da successo che assieme alla completa mancanza di certezze che ti hanno portata a fare della tua vita un tutt’uno con il palcoscenico, è questo Margy che si intravede dietro la tua perfetta maschera d’attrice, che ti fa vedere ombre dove non sono e ti consegna alla stregua di una paranoia morbosa senza avallo.
Comprendo Oswald, è dunque questa è la verità, la ricerca di una compromissione nella vita che vorresti portare come cambiamento al copione che stiamo recitando fuori del palcoscenico, benché, per quanto mi riguarda, dovresti pensare a un ‘colpo di scena’ inaspettato, il cosiddetto ‘Coup de Théatre’ che renda credibile il finale che ancora non c’è. Come dire, una “uscita di scena” che renda verosimile la realtà.
Davvero grande Margy, mi sembra una conclusione eccellente, quest’ultima tua affermazione rivela la causa della mia infelicità, suggerendomi qualcosa d’inaspettato che tu stessa hai previsto d’inserire nella tua parte. Come di solito sei all’altezza della tua fama, perfetta così come sei. Dunque, così come avveniva un tempo reciteremo a soggetto. Non c’è bisogno di ulteriori prove, ormai non ci rimane che prepararci, si va direttamente in scena …
È solo questione di ore, vedrai Oswald, ti sorprenderò.
Nota d’autore:
So per certo che vi aspettate un finale eclatante, ma non c’è nient’altro più rumoroso dello sparo di una pistola che rimbomba al chiuso di un teatro affollato, quando sta per chiudersi il sipario, allorché la protagonista, Margareth Ormandy, Margy per gli amici, scostata la tenda del sipario fa la sua grandiosa ‘uscita’ sul proscenio con una pistola fumante a salutare il suo pubblico accorso ad acclamarla …

Grande! Eccellente! Divina!








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- Cinema

Apichatpong Weerasethakul - Filmando en el Amazonas

Apichatpong Weerasethakul
Filmando en el Amazonas
Jun.18—28 2022

by CINEUROPA NEWS

Introducción
Nos adentramos en el espesor de la Selva Amazónica, cuna de múltiples mitos y leyendas de culturas ancestrales que aún habitan el territorio y lo protegen como guardianes. Inmersos en un territorio que opera como un todo, como un organismo, nos sumergimos en el universo onírico de Apichatpong. Explorando entre sueños, vidas pasadas, universos paralelos, ancestros y espíritus el mundo que hoy habitamos.
Descubrimos que podemos explorar más allá de lo que vemos, que, así como viajamos en la superficie, podemos recorrer múltiples capas, indagar también en el universo interior de nuestros personajes, de sus territorios, de sus memorias. Apichatpong nos abre un mundo infinito de posibilidades, de maneras de ver y sentir el mundo, nos aflora los sentidos y nos lleva a lugares desconocidos.
“Yo siempre pienso una película como un cuerpo. Lo que uno como cineasta quiere hacer con todas las partes —con ese acervo de imágenes y sonidos de los que se compone un film, que son sus órganos— es darle vida a ese cuerpo, volverlo un organismo viviente.”
Ganador del máximo premio de la academia cinematográfica, la Palma de Oro de Festival de Cannes con Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives en 2010, Weerasethakul se ubica en el lugar más privilegiado del cine contemporáneo. Sus obras siempre aplaudidas en los circuitos y festivales de cine, le convierten en una de las figuras más relevantes del panorama cinematográfico mundial. En su trayectoria de más de 20 años, ha participado en numerosos festivales y ha ganado importantes premios, entre ellos tres premios más del Festival de Cannes: un Certain Regard para Blissfully Yours en 2002, el Premio del Jurado para Tropical Malady en 2004 y de nuevo en 2021 obtuvo el Premio del Jurado para su última película Memoria, realizada en Colombia.
Apichatpong se aproxima al universo creativo desde el cine y el arte contemporáneo, acercando los ámbitos sociales y personales desde una perspectiva honesta y especial. No se contenta con las estructuras convencionales, por lo que su obra es etérea y no-lineal, se sitúa en el no-tiempo. Sin embargo, confía en el trazo de la luz, en lo intangible que logra representar de manera fresca y natural. No necesita de grandes efectos especiales para sumergirnos y hacernos parte de este baile entre lo tangible y lo intangible, lo real y lo onírico.
Playlab Films presenta su taller Apichatpong Weerasethakul Lab: filmando en el Amazonas, que busca acercar talentos emergentes de todo el mundo, para que de la mano de Apichatpong Weerasethakul, una de las voces más originales del cine contemporáneo, logren explorar e impulsar su creatividad, desarrollando un cortometraje, a través de talleres prácticos. Por diez días, cincuenta directores creativos de diversas nacionalidades y contextos, compartirán la experiencia de crear cincuenta cortometrajes, bajo una maravillosa metodología creada por el maestro Abbas Kiarostami, adaptada por Werner Herzog y ahora revisitada por Apichatpong.
La idea del taller es salir de nuestra zona de confort, enfrentarnos a un territorio extraño y desconocido, observarlo desde la curiosidad y el respeto, co-crear desde diversas formas de ver y comprender el mundo. Crear desde un lugar diferente al que habitamos cada día, nos permite ver el territorio como un lienzo en blanco, cada uno de los elementos que lo compone, las personas que lo habitan, los ríos, los caminos que recorremos entre la selva espesa y húmeda, cada planta, cada animal, la cultura que nos abraza y recibe, todos ellos como pinceles y pinturas que nos permiten crear y contar historias desde otro lugar.
Durante el taller, los participantes explorarán todas las fases que componen el desarrollo, producción y post-producción de una película. Desde la Idea, que se originará a partir del tema que proponga Apichatpong el primer día del LAB, hasta la proyección del corto terminado, en el último día. Cada una de estas fases estarán acompañadas de manera individual y grupal por Weerasethakul, a través de talleres, charlas, intercambios y asesorías.
Con el ánimo de acercar a todos los directores emergentes con la industria actual, los cincuenta cortometrajes serán albergados en la plataforma VOD de Playlab Films para su distribución y exhibición, generando un espacio para visualizar todos los trabajos realizados desde cualquier parte del mundo. Además los mejores 10 proyectos, representarán al taller y toda la experiencia del mismo en festivales internacionales.
Y, como queremos continuar haciendo cine juntos, queremos producir tus próximos proyectos!! PlayLab Films abre una convocatoria anual, para todos los integrantes del taller, en donde seleccionará 2 proyectos largometrajes para producirlos.
“Cuando viajé a Colombia tuve que repensar la forma como me acerco a la memoria y, muy de la mano, al cine. En Tailandia, donde he hecho todas mis demás películas, yo usaba mi propia memoria o la memoria de mis conocidos para pensar una historia, para crear un relato audiovisual. Aquí me tocó operar de otra manera. Mi memoria era insuficiente; por eso tuve que absorber las memorias de otros. Quienes guardan la memoria de este territorio son otros.”
Retrospectiva
Con el ánimo de aprovechar la visita de Apichatpong al país, presentaremos una completa retrospectiva en varias ciudades de Perú. El ciclo será inaugurado por el director quien responderá preguntas del público peruano, tras la proyección de una de sus películas.
Masterclass
Apichatpong dictará una Master Class pública de aproximadamente dos horas, dónde hablará de temas relevantes a su obra, seguido por una ronda de preguntas, donde los asistentes podrán interactuar con Apichatpong e indagar sobre su mirada y aproximación al cine.
``La jungla es un espacio primario. Como en Tropical Malady, la jungla es un regreso a las raíces, a un lugar en el que no hay reglas. Creo que eso está muy cerca del cine porque el cine es un lugar sin leyes y como soy muy tímido es donde puedo liberar todos mis instintos con libertad.``
— Apichatpong Weerasethakul
Locación
La selva amazónica, el bosque tropical más extenso del planeta, será el escenario de nuestro taller. Con una extensión total de 7 millones de kilómetros cuadrados, distribuidos en nueve países, nos encontramos frente a una de las regiones más biodiversas y multiculturales del mundo.
La base del taller será Inkaterra Guides Field Station, un Eco-centro y laboratorio de investigación de flora y fauna destinado para científicos, estudiantes, voluntarios y viajeros amantes de la naturaleza, que desean explorar y conocer la Amazonía peruana en este bosque megadiverso. Está ubicado en el km 17 del margen izquierdo del río Madre de Dios, dentro de la Reserva Nacional de Tambopata-Candamo, uno de los últimos bosques lluviosos tropicales vírgenes fácilmente accesibles en el mundo, que cuenta con 274.690 hectáreas de inmensa biodiversidad e impresionantes paisajes. Puerto Maldonado, en la selva sur del Perú cerca de la frontera con Bolivia y Brasil, conocida como la «Capital de la Biodiversidad», es la urbe principal de la región y la ciudad más importante de la selva tropical del Sur del Perú.
``Se trata de cómo funciona el tiempo en nuestras mentes y cómo el cine puede reflejar eso. Tiene que ver con la relación de ti mismo con la vida, que está formada por tiempo. Me gusta mucho la meditación porque te pone en contacto con todo eso. Mi trabajo va en esa dirección, cómo el cine puede expresar el tiempo.``

Inscripciones
Fechas
• Lanzamiento de la Convocatoria: Marzo 10 de 2022
• Cierre de la Convocatoria: Abril 25 de 2022
• Publicación de la lista de seleccionados: Mayo 6 2022
• Plazo para el pago de la matrícula: Mayo 20 2022
• Inicio del Taller: Junio 18 2022
• Cierre del Taller: Junio 28 2022
Duración y Pago
• Duración: 10 días de taller – 12 días de acomodación
• Precio: 5.200€

* Una vez pagada la cuota NO habrá devoluciones. Si el estudiante seleccionado no ha pagado su cuota de inscripción antes de la fecha límite, su cupo pasará automáticamente al siguiente estudiante en la lista de espera.
* Incluye: Cuota de Taller, Alojamiento y alimentación por 12 días en Inkaterra Field Station.

¡Inscríbete!
Únete a esta aventura para explorar la amazonía peruana,
rodando junto a Apichatpong.


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- Arte

La scultura di Vittoria Marziari Donati In Mostra a Roma

Le prestigiose opere scultoree di Vittoria Marziari Donati in Mostra a Roma dal 01 al 15 Aprile 2022 alla Galleria "La Bomboniera dell'Arte" in Via mecenate 8/b.

 

L'Artista è lieta di annunciare la sua presenza all'inaugurazione che si terrà il giorno martedì 5 aprile alle ore 16.00 onde illustrare il suo ampio catalogo dell'elegante scultura senese contemporanea con la quale da anni onora la sua città.

 

Vittoria Marziari Donati: La ‘poesia delle forme’ nei ‘lunghi silenzi’ dell’arte contemporanea.

Nulla di più autentico se, lasciando la parola a Antoine de Saint-Exupery (1) apprendiamo quanto segue: «Lo spazio dello spirito, là dove esso può aprire le sue ali, è il silenzio» ; quel ‘silenzio’ in cui prendono forma e si materializzano le opere scultoree di Vittoria Marziari Donati che, nel loro muto gridare le verità concettuali della sua cifra artistica, ad essa fanno ritorno, libere di vivere la propria esistenza futura.

Una eccellenza al femminile tutta italiana quella della scultrice che ha attraversato la soglia dell’internazionalità e che s’avvia a completare il suo ciclo creativo nella contemporaneità dell’arte. Un percorso il suo, vissuto dentro e fuori le forme, nei pieni e nei vuoti che sono all’origine della vita delle cose, in cui tutto infine si compie, nel ricongiungimento di quella creatività umana, pur sublime, che nel tempo l’alterità (delle correnti artistiche) ha disgiunto.

È allora che le sue sculture prendono a danzare sulla musica che la luce ha scelto per loro; cantando nel silenzio sublimato dei ‘luoghi dell’anima’ che l’artista nella sua costante ricerca ha attraversati: «Se il luogo è puro spazio, il silenzio si fa ascoltare, ci accompagna e non ci lascia soli» - scrive Mario Brunello (2) compositore e violoncellista di successo nell’accostare la musica del suo strumento all’arte tout-court per intercettare le vocalità intrinseche delle ‘forme’, le ‘linee’ melodiche e le tecniche strumentali che lo hanno portato alla concezione di nuove strutture musicali, come la riscrittura di un qualcosa che viaggia nei solchi del tempo.

Il confronto con la ‘musica’ del violoncello e con la ‘poesia’ colta non è qui solo allegorico, semmai emblematico di una concettualità che si esprime nelle diverse forme dell’oralità, come appunto può essere la ‘danza’ nel rapporto con la dinamicità del movimento, o anche con il ‘canto’ che non necessariamente richiede parole e frasi compiute, quando gli basta l’uso di vocalizzi arrmonici.

Siamo qui messi di fronte ad un evento visivo che amplia lo spazio occupato dalle sculture bronzee solo per il tempo di un 'movimento' musicale che le anima e che le fa vivere nell'ambito di un sogno, o forse, nell'ambito del tempo in cui trovano la loro affermazione: il tempo che stiamo vivendo con tutte le sue precarietà ma, ed anche, con le sue emozioni e contraddizioni che non ha mai eguali, che sempre si rinnova e ci dice "che la vita va vissuta, sempre, nel bene e nel male" pari ad un'opera d'arte che non conosce tramonto, ma che vive in pieno la sua eternità.

 

Per le note biografiche riferite all'artista l'invito è di sfogliare l'ampio 'catalogo illustrato' presente sui social.  

 

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- Musica

Switched-On Jazz : ’Cypriana’ di Nicola Pisani.

SWITCHED-ON JAZZ
(Il Jazz In Italia … e non solo)

Un giorno John Cage promise ad Arnold Schönberg che avrebbe consacrato la sua vita, tutta la sua vita alla musica, in ragione di quell’amore che gli aveva fatto confessare al maestro: “amo tutti i suoni”. Di fatto tutta la musica, da quel momento in poi, appare governata dall’imperativo categorico che ha consentito la liberazione dell’universo sonoro nella sua radiante e dispersa varietà, affinché si potessero singolarizzare tutti i possibili futuri eventi sonori nella loro radicale individualità, e infine emergessero, circondati da quel pelago infinito che costituisce il mondo del suono.
È così che arriviamo alla contemporaneità del Jazz come la conosciamo fin dalle sue origini, maturata nel segno della libera creatività e nella prerogativa dell’internazionalità che ha assunto nel tempo. Ed anche, nell’evoluzione della sua affermazione di reciprocità che ha visto artisti di altissimo livello aperti alla collaborazione e al consociativismo tra i generi di diversa etnia, all’insegna della globalizzazione in atto ma, ed anche, dello stare insieme.
È indubbio che ciò comporta una forma di contaminazione che tuttavia ritengo creativa nell’ambito dell’evoluzione artistico-musicale che pure l’arte non ha mai disdegnato. Così, come accettiamo che l’arte e la letteratura si adeguino all’andamento dei gusti e delle mode, possiamo accettare che anche la musica, una volta spalancato il suo universo sonoro, svolga il suo corso e raggiunga le vette inusitate dell’arte.
Sul finire dell’Ottocento, dal Ragtime in poi, il ‘Jass’, come lo dicevano i primi anonimi esecutori, ha visto salire sulla scena internazionale nomi altisonanti che hanno permesso al Jazz di fregiarsi dell’etichetta di ‘vero e proprio stile’ in musica, sì da inglobare, pur nella differenziazione, la musica cosiddetta ‘classica’, quella propriamente ‘etnica’, trasformandole in altrettante ‘forme’ e ‘modalità sonore’, come ad esempio nei ‘modi’ di suonare gli strumenti.
Ecco, per meglio comprendere il nostro tempo, dobbiamo necessariamente affidarci a quegli strumentisti ‘worldwide’ che ricercano ed elaborano per noi l’esperienza del passato con quella futuribile dal forte impatto culturale-sonora che troviamo applicata nei diversi aspetti del quotidiano: dalle sonorizzazioni in pubblicità, al cinema, all’impiantistica multimediale, alla video-art così come in ogni momento della nostra contemporaneità e che richiede quindi una visione a tutto tondo, che spazia dalla classica, all’etnica, al jazz e il minimalismo contemporaneo.

Quella che qui propongo vuole essere una vetrina di artisti che con il loro ‘fare musica’ contribuiscono allo sviluppo di quest’arte come happening il cui ascolto vuole essere un inno alla libertà e all'autodeterminazione:

La scelta di oggi vede alla ribalta un vero gigante della musica internazionale Nicola Pisani con “Cypriana”, concerto per voce solista, voce recitante, jazz / traditional ensemble e coro, del direttore pugliese, prodotto dall’etichetta Dodicilune e distribuito in Italia e all’estero da IRD e nei migliori store-on-line.
In Italia si conosce poco del difficile e durissimo percorso intrapreso da Cipro per raggiungere lo statuto di Repubblica Democratica. Questo avvenne nel 1960 con l'Indipendenza conseguita dall'Inghilterra che, subentrata alla dominazione turca sull'isola, represse con violenza inaudita la ricerca di autonomia e libertà del popolo cipriota. Per celebrare il 50° anniversario della fondazione della Repubblica di Cipro è nata questa partitura originale: composta e diretta dal Nicola Pisani (compositore, sassofonista e docente di Musica d’Insieme Jazz presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano) è basata su temi musicali selezionati dal repertorio tradizionale cipriota inseriti in un tessuto musicale contemporaneo che si avvale di momenti di composizione estemporanea in scena e include poesie e testi di poeti greci e ciprioti selezionati ed elaborati in drammaturgia vocale da Maria Luisa Bigai (regista, attrice, docente di Arte Scenica presso il Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli).
Il progetto nasce da un'idea di Yiannis Miralis, (docente del Dipartimento delle Arti/Musica dell’Università Europea di Cipro) ed è stato realizzato con la collaborazione, per la prima volta congiunta, di Ministero della Cultura e dell’Educazione di Cipro, Municipio di Strovolos, Progetto Erasmus, Liceo Musicale di Cipro, Dipartimento delle Arti dell’Università Europea di Cipro. Presentato a Roma, nel 2012, in occasione del Semestre di Presidenza della Cultura Europea affidato alla Repubblica di Cipro, e nell'ambito della Settimana della Cultura Cipriota in Italia, il concerto, è stato registrato eseguito nell’aula magna dell’Università La Sapienza.
«La drammaturgia di Cypriana nasce dall'intersecarsi e giustapporsi di materiali eterogenei raccolti con una ricerca estremamente personale», spiega Maria Luisa Bigai. «Già dal primo impatto avuto con l'Isola di Cipro nel 2009, durante il mio primo viaggio di scambio Erasmus, emerge nella mia esperienza la pluralità di accenti e la frammentazione. La Città è tuttora divisa in due per quella che è detta 'la questione turca'. E girando per le strade e ascoltando le persone parlare si sente un ottimo inglese e un greco fatto di accenti e ritmi differenti, frammenti diversi per uno stesso orgoglio di appartenenza. Questo territorio», prosegue l’artista, «ha prodotto una cultura frutto di influenze disparate (gli antichi popoli mesopotamici mischiati con la classicità greca, i francesi del medioevo, Riccardo Cuordileone, i Veneziani, i Turchi presenti sin dalla battaglia di Lepanto e poi rimasti per secoli, gli Inglesi e poi quei Turchi piombati nel 1974 in una vera e propria invasione militare ...), una ricchezza incredibile di immagini e suoni, ritmi e accenti diversi.
Tutte queste voci affidate al ‘coro’ “Cantus Vitae" sotto la direzione di Giuseppina Conti, echeggiano attraverso letture di articoli di giornale, frammenti di lettere private, versi di poeti greci e di poeti greco-ciprioti, traduzioni parziali e commentari, echi e deformazioni – anche personali- insieme a informazioni storiche. Il lavoro di ricerca e composizione-scomposizione-ricomposizione creato da Nicola Pisani per la parte musicale, a partire anch'egli dall'ascolto e ritrovamento di echi e melismi storici e tradizionali, insieme a gesti precisi di composizione anche improvvisata, con la sua richiesta di gesti individuali e fortemente personali in veste di solista, da parte di ogni componente del gruppo, mi ha portata a costruire un percorso a monologo, in una forma che restituisse le molte voci e i molti suoni di una narrazione collettiva.
Ho voluto costruire una voce di Corifea, interprete e veicolo tra la parola e il suono di quanto narrabile e di quanto inenarrabile di questa vicenda, sviluppando i sentori, le grida e I sussurri che le singole voci orchestrali, il coro e il canto solista esprimono prima e dopo la parola. Parole dette, in italiano, inglese, greco cipriota, fino alla dissoluzione in sillabe, lallazioni, grida, parole prese da didascalie, informazioni di giornale, note a margine, frammenti di epistola, righe di diario privato, riverberi poetici liberamente tradotti o echeggiati nel loro suono iniziale o in libere riletture, fino a deformarli in suono, ritmo canto, è il percorso che ho voluto produrre perché l'insieme dei frammenti diventasse l'albero di una nave fatta di palcoscenico e strumenti orchestrali, e i respiri e I canti vela del grande racconto collettivo che è questo momento tragico della nostra Storia contemporanea europea, tragico non solo perché ha visto la morte terribile di ragazzi giovanissimi impiccati per un'opinione e lotta politica, ma anche per lo scarsissimo riconoscimento che tuttora ha questo capitolo della creazione della nostra Europa attuale».
Molto è lasciato al suono arcaico di alcuni strumenti, e ad altri di più recente elettrificazione, così come alle voci narranti originali degli interpreti nei brani d’effetto drammaturgico che danno forma alla rappresentazione: Thalasses, Conduction N.52, Insulae, Cypriot Popular Song, Musiki tutti godibili nella loro affermazione storico-culturale-musicale, di grazie Luisa Bigai che ne ha curata la drammaturgia e la narrazione; alle musiche del compositore e direttore Nicola Pisani, alla convincente voce di Erica Gagliardi. Agli eccezionali strumentisti Michalis Kouloumis e Piero Gallina impegnati rispettivamente al violino e al violino e lira calabrese. Ilaria Montenegro al flauto, Yannis Miralis al sax soprano, Elli Michael alto sax alto e Alberto La Neve sax tenore e baritono. Ed anche Marco Sannini tromba e flicorno, Giuseppe Oliveto trombone, Mario Gallo tuba, Andreas Christodoulou oud,
Massimo Garritano chitarre, bouzouki, Marios Toumbas piano, Carlo Cimino contrabbasso e basso elettrico. Molto è dovuto all’insieme delle percussioni affatto trascurabili in diverse session con i tamburi a cornice di Checco Pallone, la batteria di
Vassilis Vassilleiou e Alessio Sisca.
Docente di Musica d’insieme jazz al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, Nicola Pisani si è perfezionato in Jazz e direzione con Bruno Tommaso, in Musica Contemporanea con Vinko Globokar, in canto corale e direzione con Marcel Couraud. Primo premio assoluto al Concorso Internazionale di Stresa 1991, nel corso degli anni ha inciso per alcune etichette italiane e straniere più rappresentative. Ha collaborato con John Surman, Pino Minafra, Andrea Centazzo, Michel Godard, Paolo Damiani, Sergey Kuryokhin, Steve Lacy, Keith Tippet, Louis Sclavis e con alcune produzioni Rai. Ha diretto e composto per le orchestre Dolmen, MultiJazz, Minafric, Assemblage, Tromso University, ICO - Bari, Orchestra Nazionale dell’AMJ, Orchestra Nazionale Docenti di Conservatorio, M.A.O. Orchestra.
Attualmente suona in tutta Europa, USA, Argentina, Marocco, Arabia Saudita. Ha tenuto stage su Improvvisazione e Conduction in Italia, Danimarca, Norvegia, Estonia e Cipro. Coordinatore scientifico del 1° I.P. Erasmus in U.E. sull’Improvvisazione per i Conservatori di Cosenza, Tromso (N), Esbjerg e Aahrus (DK), Tallin (ES), Nicosia (CY), Vienna (A). È stato Presidente dell’A.M.J, fondatore del sindacato musicisti SIAM-CGIL, coordinatore della Conferenza Nazionale Docenti Jazz – AFAM.

“Cypriana”, è prodotto dall’etichetta Dodicilune attiva dal 1996 che dispone di un catalogo di quasi 300 produzioni di artisti italiani e stranieri. Distribuiti nei negozi in Italia e all'estero da IRD, i dischi Dodicilune possono essere acquistati anche online, ascoltati e scaricati sulle maggiori piattaforme del mondo grazie a Believe.

Info e contatti
Facebook.com/dodicilune
Instagram.com/dodicilune
Youtube.com (DodiciluneRecords)
www.dodiciluneshop.it => urly.it/3hzwz

Dodicilune - Edizioni Discografiche & Musicali
Via Ferecide Siro 1/E - Lecce
0832091231 - info@dodiciluneshop.it
www.dodiciluneshop.it

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- Musica

A Roma nasce l’Archivio del Jazz

9 marzo 2022 – Una data da tenere a mente e consultare.

Nasce a Roma l’Archivio del Jazz, un archivio digitale che racconta la storia del jazz italiano, dalla seconda metà del secolo scorso fino all’inizio del nuovo millennio, ideato e realizzato dal Saint Louis College of Music.
L’Archivio è stato creato grazie a un attento lavoro di ricerca, archiviazione e divulgazione di materiale bibliografico, audio, video e fotografico, affiancato da dettagliate schede informative, editoriali e testimonianze di autorevoli personalità del mondo del jazz italiano.
L’Archivio è consultabile online all’indirizzo www.slmc.it/archivio_jazz/archivio-del-jazz-a-roma, sul sito web del Saint Louis College of Music di Roma, prima scuola di musica in Italia ad interessarsi in maniera specifica al jazz e a rappresentare ancora oggi, a quarantacinque anni dalla sua fondazione, uno dei più importanti e prestigiosi Istituti musicali in Europa.
L’Archivio è consultabile anche tramite Jazz Up, l’app del Dipartimento di Jazz del Saint Louis, disponibile per piattaforme Ios e Android al link www.slmc.it/archivio_jazz/jazz-up. Responsabile dell’Archivio è il critico musicale Paolo Marra, autore anche degli editoriali dell’Archivio, che ha dichiarato: «L’Archivio del Jazz a Roma è un progetto di cui questa città aveva fortemente bisogno per sottolineare la necessità di un recupero storico-documentaristico della memoria jazzistica, troppo spesso trascurata e che invece è necessario porre come fondamento imprescindibile del fermento artistico delle nuove generazioni di musicisti.
Una memoria costellata di musicisti, storici jazz club, piccole e grandi etichette discografiche, produttori e talent scout, critici musicali e giornalisti, fondamentali incisioni, trasmissioni televisive e radiofoniche, grandi orchestre, incontri con il grande cinema italiano e infine impegno sociale e politico.
Lungi dall’essere una galleria di ricordi cristallizzati, l’Archivio del Jazz si propone come mezzo conoscitivo e divulgativo, di apprendimento attivo di come e perché si è giunti all’attuale forma e condizione del jazz italiano, per ampliare la comprensione dell’evoluzione della sua spinta comunicativa avvenuta di pari passo con i cambiamenti culturali, mediatici e politici in seno alla struttura sociale contingente».
Diviso per decenni, dagli anni Cinquanta agli anni 2000, l’Archivio del Jazz si compone di diverse sezioni tematiche e di foto, filmati, materiale bibliografico, album, audio e articoli di riviste specializzate, giornali e quotidiani italiani e stranieri, a cui hanno contribuito autorevoli personalità del mondo del jazz italiano.
Ad affiancare ogni contributo sono presenti anche schede informative ed editoriali pubblicate a cadenza settimanale, per raccontare con uno sguardo attento le varie fasi di un lungo percorso dalle molteplici sfaccettature musicali e umane.
L’Archivio vuole così mettere a disposizione di qualunque tipologia di fruitore uno strumento informativo, di ricerca e approfondimento, coadiuvato da un costante lavoro di aggiornamento del materiale presente all’interno delle pagine, arricchite di volta in volta di spunti interessanti e affascinanti.
L’obiettivo non è solo quello di creare una visione d’insieme della scena jazzistica italiana, ma di coglierne lo spirito, legato a doppio filo alle varie fasi e vicende della storia del nostro Paese.
L’Archivio è costantemente alimentato dal materiale condiviso da contributori provenienti da ogni parte del mondo. Tra i primi ad inviare i propri contributi: Maurizio Giammarco, Enzo Pietropaoli, Enrico Pieranunzi, Furio Di Castri, Bruno Tommaso, Dino Piana, Franco Piana, Filippo Bianchi, Danilo Rea, Roberto Gatto, Stefano Mastruzzi, Umberto Fiorentino.
È possibile condividere il proprio materiale e contribuire così ad arricchire l’Archivio del Jazz, scrivendo ad archiviodeljazz@slmc.it.
Dal 1976 il Saint Louis College of Music, diretto a partire dal 1998 dal M° Stefano Mastruzzi, è fra le più importanti realtà didattiche musicali di eccellenza del nostro Paese, con oltre 1.800 allievi provenienti ogni anno da ogni parte del mondo, con un corpo docente stabile composto da 120 docenti di fama nazionale e internazionale e con un’offerta formativa fra le più ampie in Europa, con più di 360 diversi insegnamenti.
Il Saint Louis vanta quattro sedi nel cuore di Roma (nel Rione Monti, tra il Colosseo e Via Nazionale), ed è dotato di cinquanta aule multifunzione e di cinque studi di registrazione per la didattica e per le produzioni discografiche.
Il Saint Louis è la prima Istituzione privata di Alta Formazione Artistica Musicale in Italia autorizzata (con decreto del Ministro n. 144 del 1° agosto 2012 e n. 246 del 28 marzo 2013) a rilasciare diplomi accademici di I e II livello, in jazz, popular music, musica elettronica, regia, tecnico del suono e composizione, con lo stesso identico valore legale dei diplomi di Conservatorio, pertanto equivalenti a lauree di I e II livello (decreto n. 144 e decreto n. 246).
L’accreditamento è stato ottenuto dal Direttore M° Stefano Mastruzzi dopo un lungo processo di verifica da parte del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sulle competenze e sulla qualità didattica e dell’offerta formativa di eccellenza riscontrata nel corso degli anni al Saint Louis.
Il Saint Louis è anche centro di produzione, agenzia artistica di management, etichetta discografica e promuove numerose attività di alto livello nell’ambito di tutti gli stili e linguaggi musicali, collaborando con i più importanti Conservatori, festival e rassegne in contesti nazionali e internazionali.


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- Musica

Latest Jazz Adventures / Ultime avventure in Jazz


LATEST JAZZ ADVENTURES / ULTIME AVVENTURE IN JAZZ

“John Cage è responsabile del cambiamento così come Satie del benefico influsso nella misura in cui ha aiutato a spezzare le catene della disciplina degli anni Cinquanta, mostrandone l’assurdità e l’accademismo. Ma in seguito, ci sono state quasi solo imitazioni.” - Pierre Boulez 1970.
Sembrerebbe d’essere appena usciti dalle prese di un inconscio collettivo, popolato di archetipi universali, in rappresentanza di un imperativo categorico che non permetteva alla musica di poter andare oltre, quasi che ogni caposaldo facesse parte di uno stesso muro invalicabile e lì dovesse rimanere per sempre, ed eccoci pronti ad aprire la nostra volontà di autoespressione e liberazione al nuovo e a tutto ciò che lo circonda.
Oggi, che le più innovative tecniche approntate nella sonorizzazione acustica ci accompagnano nell’infinita virtualità dell’universo sonoro, siamo altresì coscienti degli innumerevoli spazi emergenti dall’avvenuto cambiamento, quanto più necessario alla realizzazione di questo mondo emozionale, in linea col nostro tempo, onde accoglierle e dare inizio ad una ‘nuova’ e immaginifica avventura musicale. È questo il mondo universalmente riconosciuto del potere accomunante della musica, finalmente liberi psicologicamente ed emotivamente di poter scegliere, nella nostra magnifica incoerenza, la musica cui affidare le nostre emozioni …
“Di noi stessi tacciamo, la cosa in sé è in questione” – scrive Kant in “La critica della ragion pura” e che rappresenta il fondamento della modernità.
È significativo che ci accorgiamo del fatto rivelatore di ciò che siamo insieme al mondo di affetti e di passioni che la musica da sempre sostiene coi sentimenti che riesce a scaturire nell’animo umano; con la poesia sonora della natura circondata dai suoi silenzi; dei ‘pianissimo’ e dei ‘fortissimo’ strumentale che ci sorprendono e che fanno da colonna sonora del nostro quotidiano; dei suoni primigeni di una realtà oggettiva datrice di sensibilità, grandi capacità espressive, fondamento di solidarietà e di pace. Di tutto quanto sembriamo avere bisogno più che mai …
“È nello scoprire il fascino ancestrale della musica che l’infinita ricerca di ‘noi stessi’ si amplia di nuovi importanti capitoli che vanno ad aggiungersi alla macroscopica storia universale che noi tutti, ad ogni latitudine del mondo, andiamo scrivendo e che, forse un giorno, ci permetterà di conoscere il mondo in cui viviamo” - GioMa
E non esiste questa o quella musica, diversificata per origini o tendenze, in primis c’è la MUSICA con la sua magica ‘comunicativa’ capace di restituire all’ascoltatore l’atmosfera emozionante che noi tutti accomuna. Qui di seguito presento una lista, piuttosto casuale direi, di vecchie e nuove ‘uscite’ discografiche che s’avvicendano nel panorama della musica internazionale. Molti sono anche gli strumentisti italiani presenti con singoli album e nei gruppi qui presenti, ciò a dimostrazione di una costante partecipazione e creatività solistica di grande attualità.

Ultimissime:

Laurie Anderson, Philip Glass, and John Zorn will perform in a concert for Ukraine at New School in NYC tonight. In lieu of ticket fees, donations are suggested to Save the Children, International Rescue Committee, and Razom.

MET JAZZ 2022 XXVII Edizione:
“La voce e altre follie”, un Masterclass in collaborazione con Musica per Roma al Parco della Musica e Casa del Jazz.
Una manifestazione di “Tredici concerti” a ingresso gratuito che fino al 10 aprile ospita inoltre artisti internazionali e italiani accanto ai nuovi talenti del Dipartimento Jazz del Conservatorio Santa Cecilia con la direzione artistica di Carla Marcotulli.
Tra gli ospiti: David Linx, Alex Sipiagin, Maurizio Giammarco, Franco D’Andrea, Bruno e Giovanni Tommaso e Rosario Giuliani, Daniele Roccato, Pietro Lussu, Nicola Stilo, Mario Corvini e Claudio Corvini.
Domenica 20 marzo dalle ore 18, sul palco della bellissima Sala Accademica, caratterizzata dal grande Organo Walcker-Tamburini, saliranno tre grandi esponenti del jazz italiano: il pianista e compositore Franco D’Andrea e il duo formato dal sassofonista Rosario Giuliani e dal pianista Pietro Lussu, con il loro “Tribute to Bird” in omaggio a Charlie Parker, un artista che ha lasciato un retaggio fondamentale non soltanto nel jazz - trascinando il pubblico in un viaggio speciale nell’intelletto del grande musicista. Un concerto che rappresenterà una vera e propria sfida: quella di cimentarsi in un duo sax e pianoforte nel territorio di uno dei più grandi geni della musica. Tra i più grandi pianisti italiani, Franco D’Andrea è un pluripremiato compositore e strumentista. Nel corso della sua carriera ha registrato circa 160 dischi e creato 200 composizioni, collaborando con grandi artisti come Gato Barbieri, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Slide Hampton, Lee Konitz, Steve Lacy, Dave Liebman, Jean Luc Ponty, Enrico Rava, Max Roach, Toots Thielemans, Miroslav Vitous e Kenny Wheeler. Al Festival “Jazz Idea” il suo concerto per ‘piano solo’ sarà, come egli stesso ha affermato, “il luogo della libertà”, un racconto di esperienze nuove e concretezze estreme.
Gli altri eventi in cartellone: il 27 marzo il Santa Cecilia Silver’n'voices Lab diretto da Nicola Stilo e Carla Marcotulli, a seguire il trombettista Alex Sipiagin ospite del quartetto di Riccardo Fassi e Stefano Cantarano; il 3 aprile il cantante e compositore David Linx in quartetto con il suo Voices Unlimited in cui figura il grande batterista Bruce Ditmas, anticipato dal concerto del gruppo di improvvisazione del Conservatorio unito a quello dell'Università Ca' Foscari di Venezia (MusiCa Foscari) e dal duo “Meltin pot” di Alessio Sebastio e Minji Kim; il 10 aprile “Bass in the mirror” con Paolo Damiani e Daniele Roccato, seguiti dal “Tribute to Dick Halligan and his Music” di Cinzia Gizzi, Carla Marcotulli, Fabio Zeppetella, Pietro Leveratto ed Ettore Fioravanti.
I prossimi appuntamenti in collaborazione con Musica per Roma: lunedì 21 marzo dalle 10 alle 13, presso lo Studio 2 dell'Auditorium Parco della Musica (entrata artisti), protagonista Franco D’Andrea in “Applicazioni pratiche delle aree intervallari”; il 4 aprile, sempre dalle 10 alle 13, David Linx terrà il suo “Voices Unlimited Workshop” alla Casa del Jazz, location che ospiterà l'11 aprile anche la Masterclass di Bruno Tommaso “Parafrasi, mascheramenti, plagi e truffe”, con lo stesso orario.
Per prenotazioni all’indirizzo mail educational@musicaperroma.it.

CONTATTI
Conservatorio di Musica “Santa Cecilia”
Via dei Greci 18, Roma - tel. 06.36096720 - www.conservatoriosantacecilia.it
Ufficio Stampa Festival JAZZ IDEA Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 328.1743236 info@fiorenzagherardi.com.
Fiorenza Gherardi De Candei
Press Agent - Event Manager
Mobile +39.328.1743236 E-mail info@fiorenzagherardi.com Skype "fiorenzagherardi"
www.fiorenzagherardi.com

In collaborazione con Nonesuch Records segnalo l’uscita di alcuni CD digitali e vinili di grande impatto jazzistico e/o rock con artisti che si sono guadagnati la ribalta in anni di concerti in giro per il mondo:

Brad Mehldau Releases Take on Rush's "Tom Sawyer" Ft. Chris Thile, a rare new track from his upcoming album, Jacob's Ladder. The song, Mehldau's interpretation of the Rush classic, features Chris Thile on lead vocals and mandolin as well as Joel Frahm on saxophones and Mark Guiliana on drums; Mehldau plays keyboards and provides additional vocals.
Features new music that reflects on scripture and the search for God through music inspired by the prog rock he loved as a young adolescent - his gateway to the fusion that eventually led to his discovery of jazz. Featured musicians on the album include label mates Chris Thile and Cécile McLorin Salvant, as well as Mark Guiliana, Becca Stevens, Joel Frahm, and others. Mojo calls it "a kaleidoscopic affair, where baroque prog-rock edifices are juxtaposed with clouds of ethereal choirs, dreamy piano interludes, and squalls of free jazz-style clarinet. Skillfully weaving these elements into storytelling sound collages, Mehldau takes the listener on a memorable musical journey."

Cécile McLorin Salvant Releases Take on Kate Bush's "Wuthering Heights", the opening track to her new album, Ghost Song. The video features artwork by Salvant animated by Robert Edridge-Waks. Singer/songwriter Cécile McLorin Salvant's Nonesuch Records debut album, Ghost Song, features a diverse mix of seven originals and five interpretations on the themes of ghosts, nostalgia, and yearning. The New York Times calls it "her most revealing and rewarding album yet." Uncut says she is "one of the most daring and resourceful vocalists in jazz—or any other genre, for that matter." The Arts Desk exclaims: "The treasure trove of marvels that is Ghost Song exceeds all expectations." Nonesuch Store CD and LP orders include an exclusive, limited-edition signed artwork by Salvant while they last.

David Byrne is Harper's Bazaar's March 2022 music director. He has curated a playlist related to the issue's theme of legacy, dedicated to creators "who have built upon what came before them."Since forming the pioneering art-rock band Talking Heads in 1975, Byrne has charted a singularly polymathic creative path, navigating a successful solo music career while venturing into dance, theater, film, and other visual and performance work. In 2018, he released his 10th studio album, American Utopia, which has since been adapted for Broadway. “The show homes in on specific issues like race, immigration, and voting and communicates the positive side of thinking about them,” says Byrne, who is exhibiting a collection of his drawings at New York’s Pace Gallery through March 19. For this issue, he curated a playlist with a legacy theme, choosing artists, he says, “who have built upon what came before them.” Along with “Deathless” by Afro-French-Cuban twin-sister duo Ibeyi, whose spiritual traditions inform their songwriting, he included “Santé” by Belgian electronic music star Stromae, who acknowledges his roots by “incorporating a lot of African rhythms into his music,” as well as “Te Ao Mārama/Solar Power” by Lorde. “It’s Lorde doing a version of her hit in Māori,” explains Byrne. “It ties back to her being from New Zealand and making that part of who she is.” David Byrne is on the Talk Easy podcast. He talks with host Sam Fragoso about American Utopia on Broadway, which Fragoso calls "dazzling … remarkable"; the celebratory nature of performing the show for audiences as people congregate again; and more.

The Black Keys – “Dropout Boogie” in Nonesuch Records
As they've done their entire career, The Black Keys' Dan Auerbach and Patrick Carney wrote all of the material for their new album, Dropout Boogie , in the studio, and the album captures a number of first takes that hark back to the stripped-down blues rock of their early days making music together in Akron, Ohio, basements. After hashing out initial ideas at Auerbach's Easy Eye Sound studio in Nashville, the duo welcomed new collaborators Billy F. Gibbons, Greg Cartwright, and Angelo Petraglia to the sessions, marking the first time they've invited multiple new contributors to work simultaneously on one of their own albums.

Ry Cooder's “My Name Is Buddy” at 15.
It was 15 years ago this week: Ry Cooder's My Name Is Buddy was released. On the album, he imagines a tabby, Buddy Red Cat, embarking on a Bound for Glory–like journey across country. Musicians include Mike and Pete Seeger, Paddy Maloney, Jim Keltner, Van Dyke Parks , Flaco Jimenez, Mike Elizando, Joachim Cooder, Jacky Terrasson, and Stefon Harris.

Steve Reich's new book, Conversations, is out now. He speaks with collaborators, fellow composers, musicians, and visual artists influenced by his work—including Nonesuch Chairman Emeritus Robert Hurwitz, Jonny Greenwood, Kronos Quartet's David Harrington, Stephen Sondheim, Nico Muhly, Brian Eno , and others—to reflect on his prolific career as a composer as well as the music that inspired him and that has been inspired by him.


GleAM Records è orgogliosa di annunciare l'uscita di “Elevating Jazz Music” Vol. 1 , debutto discografico del sassofonista emiliano Daniele Nasi e del suo BSDE 4tet, disponibile su CD e download / streaming digitale dal 25 febbraio 2022.
Elevating Jazz Music Vol. 1
“Vuol esser un ascolto d’Ascensione e non d’Ascensore, citando una frase presa da Rap God di Eminem, dando peso all'aspetto sociale e comunicativo della musica che troppo spesso viene messo da parte in favore della cosiddetta fruibilità”.
I BSDE 4tet sono un gruppo jazz, con sede in parte nei Paesi Bassi e in parte in Italia, che sfrutta i diversi background dei membri per cercare un suono nuovo e fresco attraverso composizioni originali. La musica combina aspetti del free jazz e dell'hard-bop con armonie e ritmi più moderni e con materiale folkloristico derivante dai diversi paesi o incontri culturali dei musicisti.
Alcune delle composizioni si basano su fatti che sono purtroppo accaduti negli ultimi anni e vogliono essere un modo per esprimere sia delusione che una critica costruttiva. Il quartetto crede fermamente, infatti, che la musica sia un momento sociale importante, sia per condividere emozioni che pensieri e che il jazz possa ancora portare alla riflessione e al cambiamento come ha fatto in passato.
La scrittura aperta dei brani è stata concepita con un suono specifico in mente, che ha portato alla formazione del BSDE 4tet qual è, ma al contempo lascia ampi spazi per l'interazione tra chi vi partecipa, rendendo fondamentale l'apporto personale ed espressivo dei musicisti, quanto quello di chi ascolta. Quello dell'interplay e di un suono d'insieme son aspetti molto sentiti dalla formazione, tant'è che l'album è stato registrato “alla vecchia”, in un'unica stanza e senza cuffie o doppi vetri a separare le vibrazioni degli strumenti. Il gruppo, formato da Daniele Nasi - Tenor & Soprano Saxophone; Jung Taek "JT" Hwang - Piano, Moog & Fender Rhodes; Giacomo Marzi - Double-bass e Andrea Bruzzone - Drums ha ricevuto il premio Roberto Zelioli 2019 durante l’ultima tournée in Italia.

Ancoras per GleAM Records è annunciata l'uscita di “Dream Big” del Trombettista italiano Enrico Valanzuolo, disponibile su CD e download / streaming digitale dal 25 marzo 2022. Il debutto discografico del trombettista italiano Enrico Valanzulo e del suo Quintetto, formato da Enrico Valanzuolo – tromba, Francesco Fabiani – chitarra elettrica, Eunice Petito – piano, Aldo Capasso - basso elettrico & contrabbasso, Eugenio Fabiani - batteria, è alla base del lavoro di ricerca di sonorità inedite, influenzate dalle suggestioni del Jazz Nordeuropeo ma con una orgogliosa connotazione partenopea.
Melodie forti e incisive e arrangiamenti mai scontati traghettano l'ascoltatore verso percorsi sostanzialmente emotivi, dove silenzi e suoni si compenetrano in direzione di altrove non ancora mappati, ma la cui cartografia è sempre affidata all'improvvisazione del quintetto. Il tema del viaggio costituisce senza ombra di dubbio il leitmotiv dell’intero album, e poco conta se si faccia riferimento a viaggi reali o solamente sognati, ad esperienze vissute o a luoghi distanti, almeno sulla carta.
“Dream Big”, titolo di uno de i brani che dà il nome all’intero album, è, più che un concetto, la filosofia stessa che permea l’idea di viaggio del leader. È l’auspicio a volare alto, valicando i confini del familiare, le colonne d’Ercole che ciascuno di noi si pone giorno dopo giorno, per ricercare quel percorso nuovo, battere quella strada impervia che di norma si eviterebbe, perché è lì che si nasconde un’emozione più grande, una gioia maggiore. E quindi “Dream Big” – come stimolo e auspicio verso se stessi prima ancora che verso gli altri - è un concetto profondamente legato ad un’idea persistente di altrove. Chi sogna in grande vola lontano. Ha detto di lui l’altro grande italiano della tromba Paolo Fresu: “Enrico ha un suono che gira in testa. Difficile spiegare, per chi non suona la tromba, l’essenziale importanza dell’equazione suono>pensiero. Sono solo 5 i brani di questo interessante lavoro ma sufficienti per affermare quanto il processo mentale risulti corretto. Il resto è estetica. Per quanto questa sia importante ciò che conta è la relazione diretta tra pensiero e suono. Questa si tramuta in un pathos che è vocale e in una emozione condivisa con i suoi magnifici compagni di viaggio. “Dream Big” è uno dei tanti sogni di cui, ora più che mai, necessitiamo.”

AUAND Records è presente in questa lista con un importante album che nel recupero di sonorità del Grande Jazz più vicino a noi: “Un approccio eretico come miglior modo di essere fedeli a Monk. L’album riporta alla luce una serie di registrazioni che prendono le mosse dalle composizioni del grande compositore afroamericano, in “Heretic Monk” e qui riproposte dal duo formato da Stefano Risso, che ha dato origine una quindicina d’anni fa al trio Barber Mouse (il nome è un piccolo divertissement che gioca sui cognomi del batterista Mattia Barbieri già al fianco di Richard Galliano per molti anni e del pianista Fabrizio Rat musicista incredibile a cavallo tra la techno e la musica contemporanea, molto conosciuto all'estero, soprattutto in Francia), lavora da tempo, come compositore e contrabbassista, sia sulla musica acustica che elettronica, in una costante ricerca fra avanguardia e tradizione, improvvisazione e canzone che tende a far confluire tutti questi differenti linguaggi in un singolare mondo sonoro.
Perseguendo quest’idea di fondo, il gruppo esordisce con un primo disco (Auand, 2012) che omaggia i Subsonica, uno dei più noti gruppi elettro/pop italiani, e che vede ospite Samuel, il cantante stesso dei Subsonica.
Senza abbandonare la sperimentazione costante, la ricerca timbrica, la presenza di strumenti acustici preparati fino a produrre sonorità che sembrano elettroniche, ossia ciò che da sempre costituisce la cifra stilistica del gruppo, arriva ora a dieci anni di distanza il secondo disco. A differenza dell’idea iniziale di fuoriuscire dai territori della musica jazz questo è un omaggio, caratterizzato da una ricerca armonica totalmente innovativa e sorprendente, al grande pianista Thelonious Monk, alle sue composizioni come pure agli standard che reinterpretava rendendoli suoi in modo indelebile.
Registrato nel 2011, per molti anni è rimasto fino ad oggi nel cassetto.
«Non ne sappiamo bene il motivo, – racconta Stefano Risso – forse perché la produzione ci rapisce e nel frattempo ci siamo mossi su differenti territori. Ma a riascoltarlo ora è come se venisse a galla maggiormente la sua contemporaneità e modernità. Quando dai progetti prendi distanza è come se si mettessero a fuoco i lati essenziali dei lavori. A riascoltarlo oggi pare quasi più attuale di quando lo registrammo. Questo è quindi il motivo per cui oggi abbiamo voluto che venisse alla luce».
L’aspetto peculiare dell’album, è il lavoro sull’armonia, che richiama per certi aspetti la geometria frattale. Alcuni accordi tipici dell’armonia di Monk e del suo modo di realizzare voicings sul pianoforte, vengono sintetizzati nel loro schema più semplice, ridotti a un tetracordo e utilizzati al posto delle griglie di scale e accordi tradizionalmente usate nell'improvvisazione. Ogni brano del disco viene riarmonizzato con questa logica e le improvvisazioni seguono questo principio, limitando il numero di note differenti utilizzabili. Da qui per l’ascoltatore la sensazione di un’armonia che si sviluppa da se stessa e si moltiplica su se stessa, un po’ come le strutture frattali che si osservano in natura, nei cristalli o nelle foglie.
Come confida lo stesso Risso «Il lavoro di preparazione necessario a registrare l’album è stato particolarmente lungo. Era un po’ come essere costretti ad abbandonare tutti gli stereotipi di linguaggio per riuscire a suonare correttamente in questo approccio per noi nuovo e innovativo legato ai tetracordi. Impossibile usare un fraseggio che già si conoscesse perché il risultato musicale non sarebbe stato attinente, si sarebbe usciti da quei paletti che ci eravamo dati in partenza, che erano limitazioni ma allo stesso tempo grandi elementi di stimolo. Quindi abbiamo studiato e lavorato in sala prove duramente per riuscire a districarci in questa selva di armonie molto serrate e rigorose, che in fin dei conti, nonostante ne siano rispettose, si distanziano molto da quello dei brani originali».
«Penso che la caratteristica principale di questo disco – conclude Rat – sia il processo di trasformazione di un materiale musicale preesistente. Un po’ come se ci si trovasse di fronte a una pagina scritta in una lingua conosciuta ma che, a causa di un’amnesia, la si fosse dimenticata. Ci si trova quindi nella necessità e nella condizione di interpretare quei segni con una logica nuova, caratterizzata da alcune regole armoniche che si allontanano notevolmente dai canoni abituali del linguaggio jazzistico e mossa, ovviamente, dall’amore per l’immensa musica di Monk».

A proposito dei suoi due compagni di viaggio Risso racconta: «Fabrizio Rat è un musicista che ha fatto un lungo percorso su diversi tipi di territori. Ha iniziato come pianista classico per poi buttarsi sulla composizione nella musica contemporanea (alcuni suoi brani sono stati eseguiti dall’Ensemble Modern e dall’Ensemble Interconteporaine) per poi passare al jazz e persino alla techno.
Mattia ha collaborato con tantissimi grandi musicisti e per anni ha fatto parte del gruppo di Richard Galliano, sperimentando anche lui con le drums machine e i synth».

Paolo Zou, “Venus”. Il chitarrista romano pubblica con Auand un album eclettico e ricco di colori. Il nuovo lavoro di Paolo Zou, la cui progettazione iniziale risale all’inizio del 2020, durante i mesi di quarantena dovuti al Covid, è intenzionalmente ricco di sfumature e situazioni musicali sensibilmente differenti. Un’ampia varietà stilistica che costituisce, del resto, il filo rosso e la caratteristica principale che ha contraddistinto l’intero percorso musicale del chitarrista romano. Zou negli anni infatti, oltre al jazz, produce musica elettronica, suona reggae-ska ed è attivo in ambiti pop e hip hop.
«Come per ogni mio lavoro compositivo – spiega Paolo Zou – ho capito dapprima con chi avrei voluto registrare il prossimo lavoro a mio nome, per poi solo più tardi cominciare a scrivere musica, pensando soprattutto ai musicisti per la quale la stavo scrivendo».
Ad affiancarlo nell’album sono dunque Adriano Matcovich al basso elettrico, e voce su un brano, e Dario Panza alla batteria e alle percussioni, aggiunte in un secondo momento in un paio di brani.
«Durante la prima prova per questo lavoro – racconta Zou – con Adriano e Dario c'è stata fin da subito una profonda intesa e una grande affinità di approccio al jazz e alla musica improvvisata. Riguardo al processo compositivo una mia costante è quella di scrivere tutto a casa, rigorosamente su carta, spesso anche le parti di basso e batteria, per poi verificare insieme se quel che ho pensato funziona oppure no. In questo caso è stato fin troppo semplice mettersi d'accordo su qualsiasi aspetto riguardante il lavoro da svolgere insieme! Ci accomuna una visione aperta, assolutamente inclusiva. Non a caso condividiamo un'estrema varietà di ascolti, dal Jazz, alla Trap, al Soul, al Pop, alla Classica».
“Venus” è un album letteralmente ricco di tinte e di tonalità. Infatti, a partire da un elemento autobiografico, una leggera forma di sinestesia, ovvero quella sorta di contaminazione dei sensi nella percezione che permette di avvertire una relazione tra suoni, colori e forme, Zou ha scelto di evidenziare un aspetto della creatività che già in passato ha intrigato artisti, letterati e poeti: dalle vocali colorate di Baudelaire alla volontà di dipingere la musica di Kandinsky.
«In questo album – confida Zou – ho voluto dare spazio al fatto che per me ogni brano, che sia mio o di altri, evoca uno o più colori precisi. Tutti i brani, tranne alcuni brevi intermezzi, sono perciò intitolati con un oggetto del colore del brano. E quindi VENUS è giallo, ORHIS osso, COVELLITE azzurro, ADAMITE verde, BLACK ONYX nero, IS ARUTAS, infine, è bianco».

“Venus”, pubblicato da Auand Records, sarà disponibile da venerdì 1 aprile e singoli tratti dall’album usciranno su tutte le piattaforme streaming a partire da venerdì 4 marzo.
























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- Teatro

Diana di Nocera Inferiore - Rassegna Teatrale ’Ouverture’


Al via al Diana di Nocera Inferiore la rassegna teatrale "Ouverture" a cura di Artenauta Teatro.

Ufficio stampa Claudia Bonasi - 339 7099353 - claudia@puracultura.it

"La rassegna ha un titolo e un'immagine - una finestra sul mondo - che simboleggiano la riapertura delle nostre attività teatrali e al contempo sul mondo, grazie alla quale offrire al pubblico nuovi orizzonti di svago ma anche spazi di riflessione. Con questa rassegna abbiamo anche voluto dare ai nostri fedeli abbonati la possibilità di recuperare le date di spettacolo che erano state sospese a causa della pandemia", ha spiegato la direttrice artistica della manifestazione. Dei cinque spettacoli in cartellone, da marzo a giugno 2022, due sono gratuiti e destinati a bambini e famiglie, così come previsto nell'accordo siglato con l'Ente pubblico. Si inizia il 13 marzo alle h. 18.00 con "Le Fruttavventure di Re Carciofone", uno spettacolo de La Compagnia dell’Arte in collaborazione con La Bottega di Will, scritto e diretto da Teresa Di Florio (ingresso gratuito). Il 20 marzo alle h. 18.00, sarà di scena "Il teatrino di Mangiafuoco - Le avventure di Pinocchio", della compagnia La Mansarda Teatro dell’Orco in collaborazione con Idee fuori scena; drammaturgia di Roberta Sandias, regia di Maurizio Azzurro, costumi e pupazzi di Emilio Bianconi (ingresso gratuito). Il programma prosegue il 27 marzo alle h. 19.00 con "Transleit" di Viviana Cangiano, con Viviana Cangiano e Serena Pisa (EbbaneSis); regia EbbaneSis. Il 29 aprile alle h. 21.00 "Tre compari musicanti" - Storie minime nella grande storia: briganti, borbonici, francesi, scritto e interpretato da Paolo Apolito, con la partecipazione di Antonio Giordano. La rassegna si conclude con diverse date, il 28 e 29 maggio e il 4 e 5 giugno (h. 18.00 - 19.30 - 21.00) con "So, happy birthday", della compagnia Artenauta Teatro, regia e drammaturgia di Simona Tortora, aiuto regia Luigi Fortino.

PROGRAMMA 'OUVERTURE'
Marzo - Giugno 2022
Rassegna teatrale e musicale a cura di Artenauta Teatro
Direzione artistica Simona Tortora
Organizzazione Giuseppe Citarella
Spettacolo del 13 ore 18
Ingresso gratuito

*Spettacoli del 27 ore 19; del 29 aprile ore 21; del 28-29 maggio
e del 4 -5 giugno orari 18 -19.30- 21
Con prezzo biglietti diversificati.

Inoltre, gli spettacoli presenti nel cartellone della rassegna L’Essere & L’Umano - VI edizione, interrotta a causa pandemia da Covid-19. I possessori dell’abbonamento per quella rassegna entreranno gratuitamente, a recupero della stagione precedente.
Mail: infoartenautateatro@gmail.com
Cell.3205591797

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- Educazione

Bla, bla, bla … ’risorse umane’ - vite di scarto.

Bla, bla, bla … risorse umane (vite di scarto).

Qualcosa mi ricorda il raziocinante gioco del Monopoli, quando a farla da padrone era chi riusciva ad accumulare più risorse possibili e, soprattutto, ad accreditarsi le maggiori aree di prosperità economica, in modo da sbancare tutti gli altri e ridurli alla propria mercé. La storia insegna che il maggior prestigio di qualcuno si basa sullo stesso principio del Monopoli allorché si basava dall’istituzione dei Monopoli di Stato. Uno Stato possidente di numerosi beni immobili come edifici rilevanti, fabbriche importanti, sì da far pensare a un’istituzione cittadina, ma che dico, a una possibile ambizione istituzionale come un’intera nazione. Infatti sul tabellone del Monopoli si aprono strade, piazze, parchi ecc., si elevano edifici (le famose casette) a non finire, in cui i suoi abitanti sono imprenditori facoltosi, tutti alla stessa stregua, neppure fossero Ministri con portafoglio, da spendere e spandere a loro piacimento. A dire il vero li si riconosceva subito, fin dall’inizio del gioco, allorché tirare i dadi permetteva loro l’avanzata verso il successo.
Una strana parola ‘successo’ dall’esito ambivalente positivo/negativo di cui si doveva (e si deve) tener conto nell’immediato. Ma che cosa accadeva nell’avanzare del gioco (perché di questo in fondo si trattava)? Spesso il boom iniziale di chi vinceva, dava seguito a una propria affermazione sullo scacchiere socio-politico-economico, in cui tutto lasciava pensare a una fama ormai scontata, di vincitore. Ma i prestiti che questi infine elargiva ai perdenti (i vinti), solo per farli continuare nel gioco, non lo ripagavano con la stessa moneta, piuttosto, una volta passati dalla sua stessa parte (di vincitori), disconoscevano di essere beneficiari di un prestito immeritato, e smettevano (con una scusa o con altra) di continuare a giocare e a farsi la guerra con alzate di voce, di paroloni e quant’altro.
Quanto tutto questo assomiglia alla guerra che si sta portando avanti in Europa in questo momento, dove piuttosto che convenire a toni più pacati si fa saltare il banco e, anziché trovare accordi di belligeranza pacifica, ci si cannoneggia reciprocamente. Solo che questo non è affatto un ‘gioco’, qui si abbattono edifici, si distruggono città, i paroloni fuoriescono dai mortai, dalle contraeree, dalle mitragliatrici; qui si uccidono vite umane che avrebbero tutto il diritto di sopravvivenza. Quella stessa sancita nelle costituzioni delle nazioni e, in primis, dalla legge di Dio, che ha voluto che un ramoscello d’ulivo portasse sulla terra il segno della ritrovata pace dopo il diluvio. E non c’è bisogno di essere credenti per comprendere la necessità di intesa, di accordi comuni che vanno ripristinati, di concordia fra i popoli e le nazioni, per risanare l’armonia di questo nostro mondo, che va qui ricordato, abbiamo avuto in prestito, beneficiando di una tregua meschina quanto insostenibile.
Allorché Zigmunt Bauman scriveva “Vite di scarto”, eravamo nel 1988, non avremmo pensato allo stoccaggio dei rifiuti che ci avrebbe un giorno sommersi, se non all’insorgere di una realtà offensiva del genere umano, che l’avrebbe portato all’estinzione, smontando così ogni nostra immorale illusione e le nostre reiterate perversioni: “Oggi il mondo ne è pieno. Non esistono più frontiere verso cui convogliare la popolazione eccedente”, volgendo lo sguardo ai rifiuti materiali dei processi di produzione e consumo che invadono e soffocano le nostre città. Ancor più rivolgendo il suo pensiero illuminante ai rifiuti umani (vite di scarto) generati dai processi storici che, se è vero che si ripetono, non sembra abbiano insegnato niente che non si potesse accettare. Abbiamo fin troppo spesso chiusi gli occhi davanti alla realtà che un poco alla volta ci andava logorando e, che oggi, con questa nuova guerra alle porte ci presenta il conto.
Un dovuto necessario a risanare i guasti di tutte le guerre scatenate in ogni parte di quello che pensavamo fosse il migliore dei mondi possibili e che, malgrado l’avidità monopolistica di qualcuno, gli esseri umani, quelle risorse che pure vi hanno creduto servendosi dei buoni propositi e coi migliori auspici, hanno saputo riscattare con la cooperazione e la solidarietà, la fratellanza e l’amicizia, che gli ha permesso di stare insieme. Davvero tutto ciò non è servito a niente? Davvero siamo in preda a un’euforia guerrafondaia che ci porterà all’estinzione? Dove sono finite le menti illuminate che ci hanno permesso di arrivare fin qua? Mi chiedo se la lungimiranza di molti non poteva sapere di andare incontro a questa nuova catastrofe? Ciò che occorre è un nuovo investimento di benevolenza per ovviare alle conseguenze di questa ‘modernità liquida’ che ci circonda. Che pure sembra indecidibile, persa nella globalizzazione che sembra aver spento ogni voglia di comunità, il senso stesso della bellezza della vita:
“La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no”, che lo vogliamo o no.


Note:
L’inciso è di Zigmunt Bauman, in “L’arte della vita” - Editori Laterza2009
Zigmunt Bauman “Vite di scarto” - Editori Laterza 2007


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- Politica

Quo vadis, Italia?



Bla, bla, bla … diretta dagli scranni del Parlamento.

Quo vadis, Italia?
Una ‘carnevalata’ infinita quella che si sta consumando per le presidenziali. Un piangersi addosso dopo che il latte (della politica) è stato versato inutilmente e a sproposito. Quasi non si sapesse che la data della scadenza era fissata dal giorno del giuramento alla Repubblica del Presidente neo eletto. Che forse ci si aspettava che i sette anni del suo mandato fossero quattordici? O che infine si arrivasse a clonare un presidente che è riuscito a dare al paese un po’ di quella stabilità di cui necessita? No, i cialtroni, si sono lasciati prendere alla sprovvista, e adesso vanno elencando nomi alla rinfusa pur di dimostrare al paese di aver ‘sudato sette camicie’ nel formare una classe dirigente provvista delle ‘palle’ necessarie a governare una nazione come la nostra. Shhhh, che nemmeno un Machiavelli, e/o un Pico della Mirandola riuscirebbe a fare, già solo a ricordare tutti i nomi (divisori) e i nomignoli (dividendi) assurdi che si sono dati. Che dico, neppure Platone e Aristotele avrebbero mai appellato a ‘Repubblica’ un governatorato monco-tronco-sbilenco come quello attuale. Non basterebbero ‘7 draghi d’oro’ a dare una sterzata a questo nostro parlamento e mettere in fila (ordinata) tutti quei bamboccioni che si passano le carte come le figurine dei calciatori. Potremmo sempre farcene prestare qualcuno dalla Cina, visto che loro ne sfornano a migliaia per le strade e nei cieli ad ogni Carnevale, chissà, magari potrebbero svegliarli con delle ‘castagnole-bombe’ e farli saltare tutti in aria dalla paura e prenderli tutti a calci nel sedere.
Sta di fatto che non si riesce a trovarne uno, e dico ‘uno’ di numero, che voglia impegnarsi (mettere la faccia), in questa nostra politica da baraccone. Uno che abbia davvero il carisma e la stazza del vero leader. Dove sono finiti tutti quelli che nel recente passato hanno riempito i talk-show televisivi spadroneggiando la Costituzione come detentori del ‘verbo’ (politichese), spesso decretando di avere in tasca certe capacità (spesso fumose) di grandi statisti? Siamo pieni, che dico, stracolmi, di giornalisti cialtroni, opinionisti confusi, specialisti del nulla, che, non solo sbagliano i congiuntivi, bensì non sanno mettere in fila frasi per un discorso fattivo, sdilinquendosi in parole su parole (paroloni) che non hanno niente di costruttivo: siamo in ritardo, dovevamo, avremmo dovuto, abbisogniamo, (italiano orrendo) per voler dire che hanno bisogno che qualcuno imbecchi loro le parole mancanti del loro discorso senza costrutto.
Non ci siamo Italia, ma allora dobbiamo chiederci davvero dove stiamo andando, o forse dove pensiamo di andare in Europa e nel Mondo globalizzato senza prima esserci muniti di un salvacondotto, abbandonando il vicolo cieco (accecato dalla sete di potere) dove ci siamo cacciati; se non ci mettiamo sulla retta via e guardiamo avanti per ridisegnare un futuro possibile, abbandonando tutti i bla, bla, bla del caso, che altro non fanno che annebbiare ulteriormente le menti, soprattutto quelle dei giovani che, giustamente, sollevano la loro indignazione.

Siamo alle strette, e come se non bastasse giocherelliamo con le figurine sperando che esca quella vincente. Quo vadis italiani?

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- Musica

A febbraio 27a edizione Rassegna MetJazz



È In arrivo la 27a edizione della Rassegna MetJazz. Tema del 2022: 'La voce e altre follie'. in collaborazione con Ufficio Stampa Met: Fiorenazzza Gherardi De Candei - News

La voce e la follia sono i due fili conduttori della XXVII edizione della rassegna METJAZZ che, organizzata dal Teatro Metastasio di Prato, si svolgerà a Prato dal 6 febbraio al 28 marzo con la cura di Stefano Zenni, articolata in due sezioni, official e off, in un programma di sei concerti, una conferenza e la presentazione di libro a fumetti.
Con l’omaggio a due grandi icone jazz come Thelonious Monk e Chet Baker, l’inaugurazione della XXIV edizionedella rassegna METJAZZ 2019, organizzata dal Teatro Metastasio di Prato con la cura di Stefano Zenni, è affidata a un concerto di giovani talenti e a un originale spettacolo jazz che mescola prosa e musica.

Dal 6 febbraio al 28 marzo a Prato, la 27a edizione della rassegna organizzata dal Teatro Metastasio con la direzione artistica di Stefano Zenni. Tra gli artisti: John De Leo, Cristina Zavalloni con Manuel Magrini, Pietro Tonolo con l'Orchestra della Camerata Strumentale Città di Prato, Craig Taborn, Furio Di Castri, Enrico Morello, Mirco Mariottini, Lorenzo Sansoni con i Flor de Sons, Sara Battaglini.
La voce e la follia sono i due fili conduttori della XXVII edizione della rassegna METJAZZ che, organizzata dal Teatro Metastasio di Prato, si svolgerà a Prato dal 6 febbraio al 28 marzo con la cura di Stefano Zenni, articolata in due sezioni, official e off, in un programma di sei concerti, una conferenza e la presentazione di libro a fumetti.
Temi ispiratori, la follia come forma musicale, la follia psichica che incrocia la creatività, la follia trasformata in metodo razionale, o lasciata in bilico tra ragione e abbandono, e la voce affermata e capace di spaziare in vari ambiti stilistici, la voce totalmente anti accademica e ancora la voce della fertile scena toscana, connotano e fanno da sottofondo a tutti i concerti previsti:

Lunedì 7 febbraio, al Teatro Metastasio, alle ore 21 andrà in scena un concerto in cui il contrabbassista Furio Di Castri rivisita un omaggio tributato a Charles Mingus già una decina di anni fa, affiancando due giovani musicisti - Fabio Giachino al piano elettrico e tastiere e Mattia Barbieri alla batteria - alla tromba di Giovanni Falzone e al sax alto e clarinetto basso di Achille Succi. Realizzato in collaborazione con Musicus Concentus Firenze, il concerto celebra il genio di Mingus a cento anni dalla nascita, la sua energia fisica, la forza libertaria della musica, l’originale concezione compositiva intrisa di improvvisazione, l’esaltazione del valore dei singoli esecutori, la sintesi di stili in un unicum omogeneo, saldamente governato dalla personalità del leader e l’esplicita carica autobiografica di ogni nota.

Lunedì 14 febbraio, al Teatro Metastasio, alle ore 21, ci sarà il doppio concerto che celebra Craig Taborn come uno dei pianisti ai vertici della musica contemporanea, soprattutto nelle esecuzioni in solitudine, e un quartetto senza pianoforte di eccellenti solisti assemblato dal batterista Enrico Morello (già collaboratore fisso di Enrico Rava). Dapprima, dunque, l’esecuzione in esclusiva italiana di Shadow Plays di Taborn esalterà strutture basate su cellule melodiche, concrezioni armoniche spigolose e articolazioni formali rigorose aperte dall’improvvisazione a sviluppi e direzioni sorprendenti, che sparigliano i percorsi programmati. A seguire con Cyclic Signs, il quartetto di Morello – con lui sul palco ci saranno Francesco Lento alla tromba, Daniele Tittarelli al sax alto e Matteo Bortone al contrabbasso - metterà in moto strutture melodico-ritmiche ispirate alla musica africana, cicli musicali polifonici che danzano, in cui le forme rigorose si affacciano, in virtù della danza e del ritmo, su voragini improvvise.

Lunedì 21 febbraio. Al Teatro Metastasio, alle ore 21 un altro doppio concerto che alternerà la voce di Cristina Zavalloni ai clarinetti di Mirco Mariottini in un eccezionale quartetto. Ad inizio serata, con Di Rota e altre canzoni il pianista Manuel Magrini accompagnerà l’eclettismo vocale di Cristina Zavalloni in un viaggio nella canzone, tra brani d’autore e composizioni originali in cui «il filo rosso è la lingua, l’italiano e il canto di tutti i colori possibili con parole». Poi il Mirco Mariottini Quartet - oltre a Mariottini al clarinetto e clarinetto basso, Alessandro Lanzoni al pianoforte, Guido Zorn al contrabbasso e Paolo Corsi alla batteria – dedicherà alla memoria di Alessandro Giachero, che di questo quartetto era parte, un omaggio alla figura di Ipazia, vista come il simbolo della forza, intelligenza e determinazione della donna nel mondo antico.

Lunedì 28 febbraio, al Teatro Metastasio, alle ore 21, andrà in scena una serata tutta vocale e tutta toscana, con la doppia esibizione dei Flor de Sons e del Sara Battaglini Sestetto. Dapprima, con un repertorio spazia dal tango allo choro, dal fado al flamenco, i Flor de Sons - Lorenzo Sansoni, voce e elettronica, Adrian Fioramonti, chitarra elettrica ed acustica, Vittorio Fioramonti, seconda voce, basso fretless e contrabbasso, armonica cromatica - si muoveranno tra world music, jazz e pop allineando voce, chitarra e contrabbasso con una ampia variazione timbrica acustica ed elettrica nonché di ruoli, soprattutto per la ritmica. A chiusura della serata, ad esplorare in Vernal Love la fragilità dei sentimenti e la lucida dolcezza dell’arte sarà la dimensione sommessa, onirica e lirica della voce di Sara Battaglini intrecciata al ricco e originale tessuto strumentale elettro-acustico del suo sestetto – con lei sul palco Jacopo Fagioli alla tromba e flicorno, Beppe Scardino al sax baritono e clarinetto basso, Simone Graziano al pianoforte, Rhodes e synth, Francesco Ponticelli al basso elettrico e Bernardo Guerra alla batteria.

Lunedì 21 marzo, al Teatro Metastasio, alle ore 21 uno dei più noti cantanti jazz/sperimentale oggi attivi in Italia, John De Leo, darà vita a La follia dei generi con il quartetto Jazzabilly Lovers - con De Leo anche Enrico Terragnoli alla chitarra, Stefano Senni al contrabbasso e Fabio Nobile alla batteria –, un concerto in cui la voce e gli strumenti giocano a fare capriole, a spiazzare, a saltare da uno stile all’altro. Sul palco, la voce di De Leo spazierà tra sconcertanti e divertenti accoppiamenti tra rock’n’roll e jazz, Elvis Presley e John Coltrane, gli Stray Cats e gli standard, mentre gli strumentisti spingeranno la musica in direzione ora più rock, ora jazz, ora più hillbilly, ora free.

Lunedì 28 marzo, al Teatro Metastasio, alle ore 21, il sassofonista e compositore Pietro Tonolo indagherà insieme all’Orchestra della Camerata Strumentale Città di Prato la possibile relazione tra improvvisazione di derivazione jazzistica e linguaggio legato alla tradizione classica occidentale, in particolare barocca, le cui affinità con il jazz sono piuttosto evidenti: il basso continuo, l’improvvisazione e i giri armonici della Follia (una danza popolare di origine afro-portoghese in voga tra XVI e XVII secolo) su cui si danzava e ci si abbandonava fino a raggiungere uno stato di folle esaltazione. Il concerto Jazz, barocco e altre follie, coprodotto da MetJazz e Camerata Strumentale Città di Prato, con il basso continuo svolto al clavicembalo dal jazzista Paolo Birro, avvicinerà il jazz, la Follia e altre danze barocche ad un sound allo stesso tempo contemporaneo e storico.
Racchiusi tra gli eventi di METJAZZ OFF, ci saranno poi altri due appuntamenti realizzati in collaborazione con Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi di Prato, Biblioteca Lazzerini di Prato e dedicati ad esplorare la doppia polarità di Charles Mingus, tra follia psichica e creatività:

Domenica 6 febbraio, presso la Biblioteca Lazzerini, alle ore 11 ci sarà la Presentazione del libro a fumetti “Mingus”, di Squaz e Flavio Massarutto, un libro a fumetti che affronta in modo originale la figura complessa e sfaccettata di Charles Mingus. Non una biografia tradizionale ma una sorta di viaggio nelle tante dimensioni psichiche, biografiche e artistiche del grande contrabbassista, esplorata insieme a Massarutto, sceneggiatore della storia.

Sabato 13 marzo, presso la Scuola di musica Verdi, alle ore 11 una Conferenza di Stefano Zenni illustrerà il Viaggio nel capolavoro: Fables of Faubus di Charles Mingus analizzando passo passo la storia, il contesto e gli esiti musicali del celebre brano del Mingus “politico”, ispirato a un episodio di razzismo istituzionale nel 1957, che si trasformò anche in un campo di sperimentazione formale e improvvisativa senza precedenti.
La campagna abbonamenti prenderà il via venerdì 14 gennaio, mentre le prevendite ai singoli concerti si apriranno il 29 gennaio. Programma dettagliato sul sito del Teatro Metastasio: https://bit.ly/MetJazz2022.

CONTATTI Info Teatro Metastasio - tel 0574 608501
Cristina Roncucci 0574/24782 (interno 2) - 347 1122817
Ufficio Stampa MetJazz: Fiorenza Gherardi De Candei - 328 1743236 Email info@fiorenzagherardi.com

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- Politica

Bla, bla, bla… i lecca-lecca del premier.



Bla, bla, bla… i lecca-lecca del premier.

Sono giorni che assistiamo nei talk-show a uno sdolcinato sdilinquirsi di superlativi di bontà, onestà, moralità, generosità e quant’altro rivolti a uno sfacciato e dissoluto premier (?) di un partito senza una vera ossatura politica, più che mai ‘liquido’ e in liquidazione, in nome di una regalia fatta a una nazione (l’Italia?) che, per suo demerito, non è mai stata così divisa dal tempo feudale, oramai scaduta nella volgarità assoluta, nella corruzione esasperata, nell’’ignoranza totale in ogni ambito (economia, socialità, cultura, insegnamento, comunicazione ecc.); e che non riesce a darsi un leader capace non solo di governarla ma, neanche, di condurla secondo le regole (scritte e dettate) dalla propria Costituzione, finanche accettate e in parte copiate dalle altre nazioni di cui è parte costituente.

Per non dire del popolo da baraccone che il suddetto premier ha forzatamente messo insieme e che, infine, l’ha gettata via, nel mondezzaio dei suoi canali TV, che avide ‘capre’, avendo esse consumato quel poco di sale che avevano in zucca, si sono abbandonate a ‘scheccate’, ‘puttanaggini’ e altre ‘cialtronerie’ senza riguardo e alcun senso di moralità; lasciatesi comprare per pochi “lecca-lecca” distribuiti a destra e a manca, trasformatisi in lecca-culo al suo servizio. Davvero tanti quelli che abbiamo ascoltati in questi giorni di ‘presidenziali’ in atto, sperticarsi in aggettivazioni vuote e false, mai abbastanza però, se in questi giorni di ‘passi indietro’, qualcuno afferma che altresì è stato un ‘passo in avanti’ che restituisce onore e dignità a chi lo ha fatto in odore di santità. Sì da far credere a un possibile ‘santo subito’ da prendersi ad esempio, (puah!), nella scelta del prossimo Presidente della Repubblica.

sdilinguaggini per dimostrare a un ‘reuccio’ senza corona la loro svergognata e indecente sudditanza, senza tuttavia la riconoscenza dovuta, ché se (per ipotetico caso) questi gli togliesse il lecca-lecca dal culo, si ritroverebbero nella merda della loro miserabile miseria, ben sapendo che senza il suo contributo (economico) non sarebbero mai stati nessuno, manichini nell’ombra di un ‘feudo di sale’ che per merito loro si va estinguendo senza alcuna dignità. Non che gli italiani siano tutti dalla loro parte, anche se di fatto hanno sbagliato a sceglierli come loro rappresentanti, per quanto, si vorrebbe cambiare registro, persone al comando, la confusione è ormai diffusa, e ogni volta ricominciare rappresenta una dura scelta, e la strada si presenta tutta in salita.

Come solitamente cantato nell’inno della nazione “l’Italia s’è desta”, aspettiamo ulteriori riscontri, (ancora?), intanto moriamo in massa per effetto della pandemia. Che ne dite, sarà stata voluta, per dimezzare i voti in Parlamento? No, neanche quello, perché sembra che li faranno votare lo stesso, pur di accumulare voti, li andrebbero a prelevare anche da dentro le casse da morto …

Vi terrò informati.

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- Poesia

leopoldo Attolico o ’ i colori dell’assenza’ - poesie

Leopoldo Attolico … o ‘i colori dell’assenza’.
In “I colori dell’oro” – Caramanica Editore 2004

Se mai il vuoto, che non compete al nulla, avesse un profumo, sarebbe l’effluvio del tempo che passa e che lascia un alone di soglia, di forzata partenza. Quello stesso che questo raffinato poeta stilla da un sentimento d’amore, allorché abbandonata la sua proverbiale ironia, sofferma la mente sull’umanissima condizione dell’assenza, come d’ingombrante percezione di una perdita che non abbandona la presa e che nel timore della fine, dissangua …

“Brilla / è alta nella mente / la tua assenza / ed è il mio tutto / un battito rappreso…”

Se mai l’assenza avesse un colore, s’avrebbe un alone di luce, in cui almeno una volta nella vita (tutti) ci siamo persi e ritrovati nella moltitudine cercata, o quasi. Come dentro un attimo sfuggito al quadrante del tempo, ove abbiamo raccolto il frutto d’una felicità incommensurata che non lascia spazio al domani, alla solitudine avita che l’anima bella rifugge, ma che pure resta in agguato, allorché alla prima folata di vento contrario, ci si accorge d’averla perduta o forse sognata …

“e qui arrivato / nella città sepolta dalla notte / appena fuori stazione / quel tonfo di cancellata e di aria morta …” – “dare senza chiedere mai / è già rimpianto?”

Se mai l’amore è stato amore, ritroviamo in questo elegante volumetto dal titolo programmatico certi arcani “colori dell’oro”, segni dell’aurea presenza del poeta che improvvisa e che il silenzio invoca, svelando al lettore attento, il significato intenso e luminoso del suo amore, perpetrato, non senza rimpianto, per quel tanto che sa di giustificato, di prudentemente evocato, o forse di santificato …

“E non ho parole, seppur mai ne ho avute / né grida per liberarle; povera cosa divisa / tra il tuo dolore ed il mio / senza più peso, senza più volere / ma mai così vivo come ora nel tuo nome e nel mio: / un solo grande viso.”

“Eppure, vedi: / c’è un luogo del mondo, laggiù / dove irrompe il Divino o chi per lui /e le onde sono nidi di gioia, di vento / hanno grazia ed ali per portarti via.”

Se mai ciò avesse un senso, che pur ha, ancor più dona alla voce del poeta l’afflato del canto, nelle frasi che non ha pronunciato con le parole e che “premono sulle labbra”, insite nei battiti del suo cuore. Di quella parte di cuore che “in nebulosa di sonno / avara di abbandoni rettilinei” egli avverte in tumulto costante “dentro un gioco visionario / (di) geloso stordimento”.

Con quali parole, contro ogni altro dire, si coniuga l’amore, se non quelle della poesia che in piena luce sgorga fluente dal sentimento, dalla spinta interiore di un afflato reciprocamente sentito che nell’evanescenza dell’aere apre le ali alla luce e s’indora?
Quale alba sorgerà, si chiede il poeta, dopo l‘abbraccio argentato della luna nell’effondersi con la notte? Di quali costrutti s’avvale il futuro dei giorni a venire, se non dei sogni fatti reciprocamente? …

“In questo litorale spalancato / … / getto la salda ombra di un pezzetto d’amore / …/ colgo la limpida caduta / di un colore d’inchiostro / in soggezione d’alba.”

Se mai chi ama accusa in seno un dolore, è quello delle parole mancanti nel dialogo d’amore, che l’anima reclama. Ed è un susseguirsi di spasimi: “Un sapore di verità rimproverata / quasi una nota burbera / è questa tua infelicità senza desideri: / la vena di una rupe asperrima e verdissima nell’anima” …

“Ti ricordi dell’amore appena in tempo.
Come una nube improvvisa fa da schermo al sole,
così le tue parole ritornano sul viso
lo stupore di esistere,
la disabitata tristezza di conoscersi.
Forse il tuo amore, ora
è in questo breve margine nel ritornarmi
un addio negli occhi oltre l’impossibile,
oltre un morire silenzioso e immane.

Ed io non so se piangerne o sorriderne.”

Se mai la pagina bianca, che pur accoglie i suoi versi, parlasse del Sé, segreto e profondo, direbbe di un uomo che nello scorrere fluido della sua esistenza, ha pagato un pegno di sangue. Donde l’arcano viluppo di una vena scrittoria che nella luce ricerca il riflesso dell’oro: “…e un fioco lume / dolce nel lucido degli occhi che lo accoglie”, quando: “Il silenzio si congeda. / È l’alba. /…/Calda di nido / la mia notte è finita; / una poesia fra le mani”, che nei versi affioranti del ricordo trova un’eco lontana, mai stanca d’amore …

“Vengo a guardarti dormire, come fa la vita / quando raggiunge una soglia socchiusa / e ne allontana innocente il mistero / per lasciarvi un sogno.”

È allora che il verso si perde, scantona nelle ridotte linee di numerosi haiku, uno dopo l’altro, di un tacere sublime, quasi crudele, che dell’amore si fa discanto, al colmo di una “luminosa malinconia”, tra lo “stupore di esistere e di disabitata tristezza” come bene lo ha definito Giuliano Manacorda nella sua toccante ‘prefazione’ d’autore …

“La tua poesia taciuta
coi suoi cieli
e i suoi percorsi sottotraccia
mi fa pensare all’ubiquità – un poco spaventata –
di un coro a bocca chiusa.

Non ha nido di terra
ne suono di vento su corde d’acqua;
men che meno
la pausa senza peso – luminosa – di preghiera …

Io la assimilo a un altrove
di primavera intempestiva
ogni volta disattesa
fuggitiva
che ti cerca sulle labbra.”

Se mai nella vita, il crepuscolo ha ricoperto le ombre della sera di pulviscolo dorato: “Nel sereno disordine del cuore / aria di partenze e di approdi / e la vita aperta davanti come un fiume / incontro al mare.” / […] Invero, “C’è soltanto la cuspide di un senso / appena un po’ più in alto della storia / che trascorre i tuoi occhi, a ricercare, in quella / lo scarto della luce / che assorta su una piaga di tremola bellezza / interroga l’immenso.” / […] “E quel tuo andare leggera/ è una ferita che non guarisce più; / come l’amore / quando stilla sul mondo un batticuore / e poi s’inciela.”
Se mai l’amore …


L’autore.
Leopoldo Attolico, collabora a varie riviste letterarie, occupandosi prevalentemente di poesia performativa, con particolare riferimento al rapporto tra oralità e scrittura. La sua attenzione è sempre stata rivolta ad una classicità intesa come chiarezza di significati, con inserti di giocosità, ironia/autoironia e senso del paradosso. Tra i suoi libri in versi vanno qui ricordati “Il parolaio” 1994; “Calli amari” 2000; “Siamo alle solite” 2001; “Si fa per dire” -Opera Omnia, tutte le poesie 1964-2016, Marco Saya Editore.

Note:
Tutti i corsivi sono di Leopoldo Attolico, tratti da “I colori dell’oro” - Caramanica Editore 2004.


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- Società

Bla, bla, bla … ’In Vino Veritas’.

Bla, bla, bla … 'In Vino Veritas'.
Dagli scranni ‘vuoti’ del Parlamento.

Si sa che durante le feste si bagorda un po’ di più, e non solo e che l’assenteismo che ne consegue nei giorni successivi la fa da padrone. Ma qui siamo in Parlamento e il fatto in se stesso non dovrebbe accadere. Stando almeno a quello che dicono i benpensanti, ma sappiamo che non è così. “Poiché accade sempre e dappertutto è uso continuare a fare come si è sempre fatto”. Così, ‘un bicchiere tira l’altro’, ‘una furberia succede a un’altra’, si fa tardi e quindi siamo agli sgoccioli e quelli che si presentano sono più assonnati che mai. Ma sono pur loro che dovrebbero legiferare dagli scranni di un Parlamento che stenta a prendere quota.
«Siamo rimasti in tre, tre Somari e tre Briganti, solo tre!», cantava giocoso Modugno profetizzando quanto ben presto sarebbe occorso nell’aula del nostro Parlamento. Di fatto c’è che prima di quelli attuali erano già in Tre a cantarla (anzi due se la cantavano e uno girava col piattino in mano); adesso in vero sono sempre Tre e non si sa bene quale di loro sta lì a reclamare un obolo che ‘noi italiani’, ridotti per lo più a un silenzio di convenienza, versiamo nel fatidico piattino quasi certi che l’elemosina la stiano facendo loro a noi.
Comunque sono e restano (?) in Tre a stendere la mano, per lo più passando il tempo a litigare per, non si sa bene quale ragione li spinga se non quella di restare al potere, (leggi col culo attaccato allo scranno), passando il tempo un giorno a litigare, un altro giorno a smentire ciò che hanno affermato il giorno prima; un altro giorno si insultano per poi acquietarsi seduti alla stessa mensa e/o davanti allo stesso bicchiere di vino, litigando di chi berrà la metà piena e chi deve accontentarsi della metà vuota.
E mentre in Due fanno un po’ come i compari della tradizione popolare che si accompagnano l’un l’altro senza riuscire a trovare la strada di casa; l’altro sembra destinato a fare da Terzo ‘incomodo’. Quale dei Tre? – vi starete chiedendo. Ma davvero ve lo chiedete, non è forse lampante chi? C’è davvero bisogno che io vi indichi quale dei Tre? Semplice (e lampante): facendo il gioco delle Tre carte “uno vince, l’altro perde (oggi); quello che ha vinto ieri perde (domani), in modo alternato, mentre l'ultimo dei Tre fa il “palo”, gridando ad ogni stupida 'vittoria', e/o a rigirandosi le colpe (perché di questo si tratta), che finiscono per essere in addebito al terzo di loro (l’incomodo), il quale, guarda caso, quel giorno era assente (ma c’era), e se c’era non ha visto, né sentito, né detto niente.
I Tre si fingono d’accordo (e non lo sono), il resto del paese (tutti noi che sosteniamo una volta l’uno (a destra), e l’altro (a sinistra), con il terzo che fa il 'birillo' al centro, mentre sta a guardare senza mai prendere posizione; piuttosto barcamenandosi sull’entrata del Parlamento: “ma prego, passi prima lei”, “ma no passi lei”, “no, spetta a lei!”, “nient’affatto, ieri sono entrato io per primo, quindi?”. Quasi che chi ‘entra per primo' e si siede sullo scranno temi di trovarvi una 'banana pronta all'uso'. “Beh, facciamo così, per oggi entra l’altro" (il terzo incomodo), che, guarda caso, non sa cosa rispondere all’interrogazione parlamentare, né a quale dei due attribuire le responsabilità che necessariamente finiscono col dire: “Sicuramente è colpa di quelli che c’erano prima, che hanno lasciato il buco!” – esclama. Quale 'buco'? Ma quello lasciato dalla banana, no?
Comunque tutto sa di ‘farsa’ alla Campanile, per intenderci: “chi io?”, “no, lei”, “ma no, la prego”, “me la dia”, “no grazie, se la tenga!”. Ma intanto la banana la rifilano al popolino che ‘speriamo’ quando sarà chiamato a votare, cioè ad eleggerli per tenerli seduti sugli scranni di quell’osteria che si vuole chiamare Parlamento, faccia attenzione a non ripetere gli stessi sbagli e/o le stesse scelte di mantenerli al loro posto in quella ‘casa comune’ (si fa per dire) dove i Tre, assetati di potere, lasciano che il paese vad(i)a in rovina, per poi infilarsi nell’urna ‘segreta’ delle decisioni e pisciandoci dentro. Perché da tanto ubriachi che sono (leggi: impreparati, incapaci, venditori di fumo ecc.) e sofferenti di prostatite acuta da qualche parte devono farla. E di fatto la fanno, come si vuol dire: ‘fuori dal bidone’; tanto da causare l’acqua alta a Venezia, per non (voler) parlare delle aree terremotate e le tante altre situazioni ancora (da sempre) pendenti nel nostro paese (come mai?); tuttavia non sufficiente a spegnere gli alti forni della siderurgia a Taranto, mentre il ‘buco’ della TAV è lì che li aspetta per essere riempito della loro merda. Che ve ne pare, siamo in buone mani …oppure?
Tant’è che l’esperienza politica di molti (che pur sempre lì siedono in Parlamento), è lasciata al condizionamento dei pochi (avvezzi all'arroganza) che vi prendono posto, la cui incompetenza sta portando il nostro paese allo 'sfascio' definitivo. E mentre i Tre escono a braccetto dall’osteria (Parlamento), li ritroviamo al Bar di fronte (aperto fino a tarda notte) che si accordano su cosa è ‘prioritario’: se andare a dormine accompagnandosi l’un l’altro verso casa, o a trovare la ‘zoccola’ (in romanesco) di turno che calmi le loro appassionate (?) arringhe dell’indomani.
Ma come si sa le ‘arringhe’ servono a schiarirsi la voce, seppure ci sia più bisogno di schiarirsi le idee, poche e confuse, di come risolvere i problemi del paese: “no, scusa, di quali problemi stiamo parlando?”, “perché ci sono problemi?”, “mah, non mi pare”, “eh, lo dicevo io che non c'erano problemi”– aggiunge il terzo, contestando che “personalmente (io) non c’ero” – aggiunge il furbetto del trio; “di solito i problemi sono di chi se li crea” – aggiunge il Terzo (l’incomodo).
E a ragione, perché stando ai detti popolari (romaneschi come la fava) tra gli ubriachi che “In Vino Veritas” vale quanto segue: “uno + uno non può far tre”, che “i bicchieri (bevuti) non possono essere dispari” e che “fra i due il terzo lo prende nel c…”, - e magari ne gode pure, aggiungo. Ma su questa possibilità c’è da fare un pensierino piccolo, piccolo …
Sempre dipende da quanto ce l’ha grosso il contendente!
Fatto è che dagli scranni ‘vuoti’ del nostro Parlamento, non dobbiamo aspettarci nient'altro che ulteriori guai in fatto di fisco sempre più agguerrito, di pensioni aggredite e logorate, di sanità malsana e malfunzionante, di lotta alla criminalità che avanza, dell’ingiustizia della giustizia, della disfunzione degli apparati dello stato, dei disservizi dei servizi pubblici ecc. ecc. La lista si fa ogni giorno più lunga, ci vogliono nuove idee, suggerimenti efficaci, serve far meno chiacchiere e più fatti, di rivolgersi un po’ meno ai ‘santissimi’ che operano al di fuori delle leggi e più ai detentori dell’economia nazionale (leggi imprenditori avidi), di farsi partecipi dello stato delle cose e avviare una ‘più sana’ levata di scudi' verso questo nostro (e loro) paese, ridotto ormai a un colabrodo che fa acqua da tutte le parti.
"Scusate ma la cultura, per caso qualcuno di voi l'ha vista?" – si chiede il 'popolino' che passava per caso davanti al Bar delle chiacchiere. "Cos'è?" - chiede uno dei Tre, lanciando un'occhiataccia agli altri due. Al che risponde il Terzo (l'incomodo): "Sì, mi è sembrato che fosse diretta giù di là!". "Scusi da che parte ha detto?", "No, io non l'ho detto!" - aggiunge il secondo, mentre il furbetto dei tre, risponde deciso: "Le scuole riaprono sicuramente prima dell'inverno, forse è ancora in tempo per imparare qualcosa, che le leggi qui le facciamo noi!".
A questo proposito, manca poco all’inizio dell’inverno, raccomando di stare attenti ai consumi, alle stangate sugli affitti, alle bollette dell’elettricità e del gas, alla benzina per le auto, ai ticket sanitari, alla ... "Eh, ma basta!" - dice l'uno, "Per oggi finiamola qui", aggiunge l'altro. "Beh, si è fatto tardi, ci vediamo domani, fatemi sapere alla fine che cazzo avete deciso! Tanto a me poco mi cambia:"- aggiunge il Terzo, (l'incomodo). mentre i Due stando all’erta, hanno già attivato i loro scherani per colpire duro, soprattutto perché a loro i contributi 'extra' non bastano mai, mentre noi possiamo sempre, come si dice: “tirare la cinghia”. E già qualcuno del 'popolino' ha sostituito alla fatidica 'cinghia' le proprie cuoia.
E non è tutta colpa del Covid 19, non credete alle fanfaronate che vi/ci raccontano, perché anche la pandemia fa comodo alla politica che ne ricava i propri interessi.
Dunque, a risentirci a presto, nel frattempo mi aspetto una rivolta popolare che li mandi tutti quanti a casa, solo perché i manicomi da tempo sono chiusi, i centri di recupero per gli alcolizzati dal potere non sono mai stati aperti. Ciò, sempre nella speranza che qualcuno si occupi seriamente di tutti noi. Comunque statene certi, se le cose non cambiano in meglio, sarò ancora qui a monitorare la situazione: Come disse un carissimo amico dall’alto del suo impluvio:
(la linea verso la quale si convogliano le acque malsane delle loro imprese)

…“si può sempre sperare nel diluvio”.

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- Arte e scienza

Giovanni Zanon - mestiere e arte di un tagliatore di pietre


GIOVANNI ZANON: IL MESTIERE E L’ARTE DI UN TAGLIATORE DI PIETRE.

La perfetta integrazione fra il lavoro dell’artigiano capace di penetrare i segreti d’una lavorazione antica, quella marmoraria della pietra grezza, ha felicemente contribuito all’affermazione della figura di Giovanni Zanon, fissandone al contempo la sua essenza d’artista “anti litteram”. L’amore per i monumenti insigni e i cimeli antichi delle città in cui ha vissuto, coniugata con la preziosità insita nella materia, ne hanno plasmato de facto il carattere del conoscitore attento e del collezionista professionale.
Dal suolo veneto di antiche tradizioni, passando attraverso la pratica del restauro,Giovanni Zanon è giunto infatti al dominio della pietra, scoprendo, attraverso la trasparenza del marmo, la policromia delle varietà, intuendone al contempo le straordinarie possibilità di utilizzo, la molteplicità di forme originali e irripetibili che avrebbe potuto ricavarne, onde ottenere risultati inconsueti e suggestivi, di notevole pregio artistico.
Ciò che infine ha dato forma alla sua idea pressoché innovativa dell’utilizzo del marmo per modellature altrimenti impensabili, come l’introduzione di esso in quasi tutte le funzioni dell’arredamento in genere, in particolare l’inserimento di pietre dure e semipreziose nell’ornato che ha dato luogo alla suggestiva coniugazione dell’antico con il design di moderna concezione.

Sebbene si debba ascrivere al Rinascimento l’ideazione di mobili realizzati dall’accostamento del legno con le pietre lavorate, il rinnovato gusto estetico che ripropone all’attualità dell’arte la lavorazione artigiana del marmo, il cui prestigio era strettamente connesso con l’estetica formale dell’antico, oggi il marmo va a sostituire le tarsie lignee utilizzate in passato, restituendo all’insieme delle forme e all’ambiente, una corposità e una lucentezza mai viste prima.
Tutto ciò è dato dalla moderna tecnica messa a punto dopo anni di studio e di ricerca da Giovanni Zanon che ha dato impulso a questa nuova tecnica basata sul rapporto ‘peso e misura’ delle materie prime utilizzate che, infatti, propone la combinazione del rivestimento marmoreo di una base lignea fissati in un unico corpo che altresì conserva la preziosità e la solidità dell’uno, e la leggerezza dell’altro.
Assistiamo pertanto ad un ampliamento delle possibilità dell’applicazione del marmo in campi che sono specifici dell’arredamento e del design d’interni, dell’oggettivazione funzionale quanto di quella prettamente decorativa che si trovano così ad assumere una indubbia valenza specifica, altresì in ambito architettonico ambientale dove si rendono necessarie sovrastrutture e abbellimenti decorativi di un certo prestigio formale.
Ciò si è reso possibile grazie alla tecnologia di nuove strumentazioni e alle moderne tecniche di lavorazione praticate nei laboratori artigiani altamente qualificati. Soprattutto da quei ‘maestri’, che hanno individuate le possibilità di combinazione del marmo pregiato con altre materie, aprendone e fissandone la sua duttilità, portandolo a una condizione di ornamento artistico inedito quanto originale, che oggi a distanza di tempo, vede in Giovanni Zanon, indimenticato maestro marmorario, una firma qualificata.

“La qualificazione dell’artigiano marmorario – si trovò a dire Giovanni Zanon durante una intervista – corrisponde alla capacità di predisporre e tagliare la pietra in funzione delle proprietà intrinseche: la corposità’, la durezza, la venatura, la cristallizzazione ecc.; come anche nell’accostamento cromatico delle tarsie, alfine di raggiungere una perfetta integrazione tra la forma rigida della pietra e il virtuosismo del taglio, la creatività artigiana con la maestria nella composizione ‘pittorica’. È piena funzione dell’artista – il maestro rivela se stesso – concatenare e seriare le forme, replicarle, variarle e adattarle di volta in volta con accostamenti inediti e imprevedibili, alfine di conferire ad ogni singola forma una diversa relazione costruttiva.
È in questo – ha proseguito Zanon – nella linearità del taglio nell’uniformità dei pezzi sapientemente scelti che danno risalto al lavoro finito, e che si presenta così ricco di tonalità cromatiche di tarsie preziose che s’innestano sul piano e sul fronte in relazione alla struttura che si ottengono quei pezzi di arredamento personalizzati e irripetibili che la mano esperta dei conoscitori del marmo, ha arricchito e modificato nel corso della lavorazione secondo l’estro, e portato in superficie l’armoniosa varietà dei colori e l’austera bellezza della natura propria del marmo, nel ripetersi di un’arte entrata sì nella tradizione dei maestri marmorari, ma che nel tempo ha assunto i lineamenti dell’arte.”

Fanno parte della sua produzione oggetti di creazione originale, imitazioni di modelli più antichi e restauri di vecchi cimeli come spalliere, piramidi e lampade, colonne e specchiere, sfere e mensole, in un giuoco di geometriche definizioni che coordinano e unificano lo spazio figurativo, e che Zanon ha riproposto con le stesse tecniche di esecuzione. Una vasta gamma di mobili di ogni tipo riproposti con la moderna tecnica detta del ‘placcaggio’, la cui particolarità sta nell’accostamento consequenziale delle tarsie marmoree in modo tale che le connettiture risultino impercettibili all’occhio, creando, al tempo stesso, un impianto figurativo di delicato effetto cromatico.

LA TECNICA.
Il procedimento, così detto del ‘placcaggio’, ha inizio con il taglio del pregiato blocco marmoreo in lastrine sottili fino a 3mm. Di spessore che vengono poi applicate sul legno – preferibilmente un tamburato di 3cm. rinforzato o intelaiato secondo dei casi – con la tecnica detta ‘a macchia aperta ‘ per la quale è richiesta una dovuta esperienza di composizione e grande capacità di esecuzione. È questa una tecnica che non prevede l’utilizzo di macchinari moderni per l’incapacità di questi del controllo automatico dello sfaldamento del taglio e la peculiarità dello sgranamento del marmo stesso, e che solo l’esperienza artigiana ed un’accurata assistenza riescono a deprecare.
Per ottenere ciò Zanon ha recuperato telai a ruota – riattivati con l’ausilio della forza motrice – che effettuano il taglio con la procedura antica delle ‘lame a coltello’ costantemente bagnate al ‘carborume’, (cosiddetta pietra in ombra utilizzata nei procedimenti tecnici dell'intarsio e della scultura), la cui capacità di penetrazione è di soli 6mm. al giorno. Ed è proprio la linearità del taglio, l’uniformità dei pezzi sapientemente scelti che danno infine risultato al lavoro portato a termine e che si presenta ricco di innumerevoli tonalità cromatiche, che la mano del maestro ha arricchito e modificato secondo l’estro e l’esecuzione fino a portare in superfice l’armoniosa varietà dei colori e l’austera bellezza della sua natura nel ripetersi di un’arte entrata nella tradizione di cui Zanon è segreto conoscitore.

IL DESIGN.
Risalendo alle formule tipiche della figurazione marmorea incontriamo oltre alla statuaria e all’ornamento in architettura, la pavimentazione e la tarsia, il mosaico e altre tecniche affini; per quanto in quantità inferiore vi rientra anche molta oggettistica non di grandi dimensioni e per lo più diversificata come prodotti d’uso. Tuttavia è partendo da una sua funzione specifica e dalla collocazione ultima che si vuole dare ad un oggetto dentro lo spazio, sia esso interno che esterno, che i manufatti in marmo ottengono risultati pratici ed estetici di un certo rilievo.
La caratterizzazione dello spazio marmoreo ricercata da Zanon in modo spontaneo richiama l’ambito figurativo del design di moderna concezione. Esperto conoscitore di marmi antichi e pregiati egli predilige pietre dure silicee, i quarzi, i calcedoni, i diaspri, in quanto offrono una gamma cromatica più variegata di altri, come ad esempio il travertino nelle sue diverse sfumature dentro forme studiate appositamente o incorniciate da guarnizioni in metallo.
Sebbene nel suo laboratorio non manchino porfidi, broccatelli e lumachelle. Nonché quei ‘marmi antichi’ nelle varietà del verde, del giallo, del rosso già in uso nella Roma imperiale e bottoni di pietre semipreziose come la malachite, l’occhio di tigre, il lapislazzulo di più difficile reperimento.: “…ognuna delle quali – ha scritto di lui 2Costantino Rodio – offre all’occhio la vista di un prato meraviglioso, pieno di infinite specie di fiori, sì che diresti che da esse nasca ogni sorta di piante o che una quantità di astri splendenti compongano tutt’intorno una sorta di galassia, tanto sono belle e di peregrino aspetto”.

L’ARTISTA.
La Firma di Giovanni Zanon ha conosciuto i mercati di Tokyo, di New York, di Londra, di Parigi, … pur rimanendo sempre fedele a Roma quale ambasciatore del Bel Paese e della città Eterna che ha sempre celebrato.
Giovanni Zanon, è presente in vari cataloghi d’arte, fra tutti la splendida
“Anthologia Maestro Giovanni Zanon”, our Story by Rosanna Guadagnino Aprile 2018.

Lo Show Room del Maestro Zanon si trova a Roma in via Tor di Nona 45 mentre l’Expo & Studio a Tivoli in via del Barco. Per info, contatti e appuntamenti: cell: +39 348-7342857 e +39 342-6666956

Note:
(*) Intervista rilasciata all’autore durante l’inaugurazione nel suo “Atelier del Marmo” – Navona Studio 3 – in Via E. Faà di Bruno 26 a Roma nel 1998.

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- Musica

Musica Etnica: Fiabe e danze della tradizione popolare Russa



MUSICA ETNICA: FIABE E DANZE DELLA TRADIZIONE POPOLARE RUSSA.

La Grande Madre Russia di cui molto in passato si è apprezzata la straordinaria attività letteraria e artistica è una sterminata area geografica di grande interesse musicologico da riscoprire. Lo facciamo andando alla ricerca di alcune ‘opere’ folkloristiche che accolgono nella cornice della ‘fiaba russa’, le ‘melodie’ e le ‘voci’ della tradizione popolare, le ‘danze’ tipiche delle diverse realtà regionali e i ‘racconti del focolare’.
Il nostro itinerario inizia proprio da quei ‘racconti del focolare’ domestico, centro della vita quotidiana della famiglia che rintracciamo negli usi e nei costumi di numerose comunità, custodi delle antiche tradizioni contadine. Il focolare domestico è quindi all’origine delle ‘fiabe russe’ che attraverso la trasmissione orale sono giunte fino a noi, mantenendo inalterata la loro forma originale e tutta la loro bellezza.
Quanto avvenuto è, in sostanza, un passaggio dai miti (ancestrali) alla religione di base (credo popolare) copto-ortodosso e, come effetto di ritorno, entrato nella fiaba in quanto insieme leggendario di tradizioni, assunte come bagaglio letterario. Ne deriva che la fiaba altro non è che una ‘teoria’ legata alla mitologia più antica che risponde ‘in vero’ a una funzione sociale e culturale di una vasta popolazione eterogenea. Ciò potrebbe sembrare una contraddizione in termini, ma non lo è, poiché va considerato che la fiaba scaturita dalla insita creatività del sentire popolare, è qui filtrata attraverso le credenze e le convinzioni d’una tradizione millenaria, tramutata in ‘immagini poetiche’ straordinariamente vive dal popolo stesso che ne è il primo fruitore.
Secondo Alexander Nikolaev Afanasiev, la fiaba è stata ‘in primis’ ad aver assunto le caratteristiche tipiche della ‘poesia epica’ russa, in quanto forma straordinariamente viva perché filtrata attraverso le credenze e i costumi popolari in cui si riscontrano: «..lo stesso tono luminoso e sereno, la stessa inimitabile arte di dipingere ogni oggetto ed ogni avvenimento, tenendo presente l’impressione da esse suscitata nell’animo umano.»


Nel mondo favolistico russo troviamo infatti fiabe dal carattere magico e meraviglioso legate a remote credenze pagane, affollate da esseri demoniaci e folletti allegri, che popolano i boschi, i monti e i mari; assieme ad altre di carattere satirico, per lo più improntate sul quotidiano, che si offrono come chiavi di lettura degli avvenimenti che hanno contrassegnato la storia delle diverse anime religiose ma, e soprattutto, hanno permesso l’addensarsi nella ‘coscienza popolare’ di quella tenerezza struggente in cui perdersi, così autentica che sia possibile conoscere.
Coscienza che in occasione del lungo inverno russo, poteva ritrovarsi nei più giovani in età ‘amorosa’ durante le ‘veglie’ all’interno delle ‘isbe’ in cui era in uso fare giochi di gruppo, danzare e cantare con l’ausilio di strumenti quali la balalaika e la fisarmonica. Un gioco molto in uso era detto ‘della quaglia’, in cui a turno, mentre tutti cantavano in coro, un giovane si avvicinava ad una ragazza, gli dava un colpetto sulla spalla e se gradito la ragazza prescelta scambiava a sua volta un inchino con il ragazzo. Un altro gioco era detto ‘dell’ochetta’ in cui le ragazze cantando una canzone appropriata al gusto del tempo, si presentavano in fila e richiamavano l’attenzione dei ragazzi preferiti con i quali eseguivano alcuni passi di danza tradizionali.
E già il suono di una balalaika ci invita all’ascolto di una canzone tradizionale, tradizionalmente eseguita dal coro di sole voci femminili che ha per titolo “Sorba degli Urali”:

“Mio bel verde boschetto / perché non metti fior? / Mio giovane usignol / perché non canti ancor? / - Canterei se potessi / ma voce oimè non ho! / Beccar potrei un seme / ma voglia oimè non ho! / Tuba la colombella / se già il colombo non ha. / Soffre la giovincella / che il suo moroso non ha!”

Siamo qui proiettati nel bel mezzo del rapporto che il popolo russo ha da sempre con la natura circostante, con la quale misura ogni suo attimo di vita e ci ha lasciato una vasta letteratura, e che sia l’arrivo della primavera o il gelido freddo dell’inverno, ogni occasione è buona per dipingerla dei colori più adeguati, non di meno di liricità nei versi di una poesia d’amore, così come di una canzone. Del resto si sa: “…quando l’amore è ricambiato la melodia si accende di toni gai e briosi”. È allora che si mette mano alle corde (degli strumenti tipici), si dà fiato (alle canne dei flauti), si levano le gambe in una danza e le voci nei ‘cori’, divenuti insieme alle danze popolari emblema della cultura di questo paese.
Così oltre agli eroi, ai maghi, alle fate, agli sciocchi e ai cattivi che per necessità narrativa non mancano mai, e tutti ugualmente dotati di poteri soprannaturali, troviamo leggende, favole e canzoni tipiche della tradizione orale che ancor oggi costituiscono il ceppo più autentico della cultura russa, copiosa di superstizioni e magia, di favolistica e profonda religiosità. Trattasi per lo più di canzoni ricche di commovente sapore umano, scaturite dalla spontaneità contadina che verosimilmente le ha tramandate durante le lunghe e fredde ‘veglie’ invernali, così dette: “besedy” e “posidelki”, che si protraevano da Ottobre fino a Carnevale, durante tutto il lungo inverno russo.
Prestabilite dall’uso e dalle convenzioni stagionali le ‘veglie’ si svolgevano solitamente nelle ‘isbe’, granai ampi e puliti sulla cui parete centrale si apriva una finestra, comunemente chiamata ‘finestra bella’ per il semplice motivo che era l’unico spazio lasciato aperto che dava verso il cielo, onde poter scrutare il tempo e il passaggio delle nuvole, aspettando l’arrivo della bella stagione. Oltre ai canti e ai balli le ‘veglie’ erano allietate da racconti di fiabe per i più piccini, da indovinelli e motti in rima in cui spesso si prendevano di mira i presenti.

Come in questa deliziosa “Venditori ambulanti” – raccolta dal Coro Popolare Russo di Pyatnytzky:

“Monotona rintocca la campanella. Il canto malinconico del cocchiere che si stende sulle aride pianure risveglia una profonda nostalgia. Altre notti vengono alla mente, campi e foreste della propria terra, riscaldano il cuore del mio freddo petto. Le lacrime sgorgano dai miei occhi che non sanno piangere. Monotona suona la campanella. Il cocchiere è silenzioso ...”

Oltre agli eroi, ai maghi, alle fate, agli sciocchi e ai cattivi che per necessità narrativa non mancano mai, e tutti ugualmente dotati di poteri soprannaturali, troviamo leggende, favole e canzoni tipiche della tradizione orale che ancor oggi costituiscono il ceppo più autentico della cultura russa, copiosa di superstizioni e magia, di favolistica e profonda religiosità. Spesso gli anziani intonavano canzoni malinconiche che si richiamavano alle fatiche contadine, al lavoro di semina e di raccolta, di sudore e di lontananza dal focolare domestico. In alcune in particolare si fa riferimento al Burlak, il contadino che nella buona stagione veniva ingaggiato con mansioni di manovalanza, al quale, almeno stando al nome, erano attribuite ‘burle’ e/o ‘beffe’ ricevute o rivolte ai nobili e ai proprietari terrieri, che scaturivano in risate e lazzi d’ogni conto. Appartengono al patrimonio legato al Burlak alcune bellissime melodie dedicate al fiume Volga e le canzoni di profondo rancore, a volte perfino esasperate, in cui era palesemente espressa l’ideologia delle rivolte contadine.

Fra le danze occupava un posto d’onore la ‘quadriglia’ per la sua compostezza d’insieme a cui tutti i presenti potevano partecipare. Ma un'altra danza teneva occupati soprattutto i più giovani che l’aspettavano con ansia, la cosiddetta “Attorno alla Città” in cui i danzatori formano un cerchio, al centro del quale stava una fanciulla. Da fuori un giovane doveva cercare di introdursi all’interno di esso per conquistarla che di sovente veniva respinto dall’allaccio stretto dei corpi degli altri componenti. Quando infine riusciva nel suo intento egli poteva dare un bacio alla fanciulla prescelta.
Molti erano i ‘cori’ maschili rivolti alle gesta degli eroi e dei condottieri in cui predominava l’elemento epico-nazionalistico di fondo e che più spesso animavano gli animi degli adulti, in genere più anziani che avevano partecipato a guerre e/o avevano combattuto per riportare l’ordine nel cuore della Grande Madre Russia.

Ne è una testimonianza di grande levatura lirica il “Canto attorno ad Alexander” dall’opera “Alexander Newsij” di Sergei Prokofiev (1938).
In esso si narra del Principe Newsky, il quale molto si adoperò nel contrastare l’avanzata dei popoli Teutoni verso Novgorod. Allorché le città minacciate si rivolsero all'uomo considerato il maggior guerriero di Russia: il principe Aleksandr, detto Nevskij, del Granducato dì Suzdalia. Questi dopo aver raccolto attorno a sé un'armata molto composita di cavalieri e contadini la guidò verso le frontiere occidentali, respingendo i Teutoni e salvando Novgorod dal saccheggio. Dando egli prova inoltre della sua sapienza strategica, sospinse i nemici sul lago ghiacciato di Ciudi che, cedendo sotto il peso delle pesanti armature, li inghiottì nelle sue gelide acque:
“Canto attorno ad Aleksandr Nevskij” (Coro)

“Sì, fu sul fiume che ciò avvenne,
sulla corrente della Neva, sulle acque profonde,
là trucidammo i migliori combattenti dei nostri nemici,
il fior fiore dei combattenti, l'esercito degli svedesi.
Ah, come ci battemmo, come li mettemmo in fuga!
Riducemmo le loro navi da guerra in legna da ardere.
Nella lotta il nostro sangue rosso fu liberamente sparso
per la nostra grande terra, la nostra Russia natale. Evviva!
Ove vibrava la larga scure, c'era una strada aperta.
Nelle loro file si aprì un sentiero dove si inoltrò la lancia.
Sconfiggemmo gli svedesi, gli eserciti invasori,
come un prato di steppa, cresciuto sul suolo del deserto.
Noi non cederemo mai la nostra natia Russia,
chi marcerà contro la Russia sarà sterminato.
Levati contro il nemico, terra russa, levati!
Levati in armi, sorgi, grande città di Novgorod!”

Al passo con gli eventi il Cristianesimo assunse in Russia una forma rilevante soprattutto fra i tradizionalisti, i quali reclamavano il ritorno al sistema liturgico bizantino, introdotto nel X° secolo. Periodo in cui il canto liturgico vide ‘maestri di cappella’ e ‘cantori lirici’ fornire quegli elementi musico-canori che servirono alla tradizione ortodossa, il cui stile ben si conciliava con le antiche melodie e il canto popolare. Acciò molti compositori ‘classici’ si espressero in seguito in questa ‘forma liturgica’ lasciandoci pagine di estrema bellezza compositiva.
Alla tradizione sacra appartengono i “Vespri” (in russo: Вечерня) intonati durante “La Veglia per tutta la notte”, Op. 37 (in russo: Всенощное бдѣніе, traslitterato: Vsenoščnoe bděnie), una composizione di musica sacra di Sergej Vasil'evič Rachmaninov (1915), che fece propri gli elementi della musica sacra russa, ricca di sonorità puramente vocali senza alcun sostegno strumentale, risalente agli inizi del X secolo, con la diffusione da Bisanzio, attraverso la Bulgaria, allora considerata la culla del Cristianesimo nel mondo slavo, dei sacri libri dell'antica liturgia religiosa. Anche se alcuni di questi testi, risalenti in gran parte al XIII e al XIV secolo, sono giunti sino all'epoca moderna, bisogna dire che la forma ‘znamennyi’che sta ad indicare i segni di notazione posti sopra le parole del testo secondo una linea melodica ben precisa e senza troppi abbellimenti, a tutt'oggi non è stata completamente interpretata.

Dai “Vespri” di Sergej Vasil'evič Rachmaninov (Coro)

N. 3
“Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indulge nelle vie dei peccatori... Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi cadrà in rovina... Gloria al Padre, al Figliolo ed allo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli, amen... Alleluia...”
N.5
“Ora, o Signore, lascia che il Tuo servo se ne vada in pace, secondo la Tua parola. Perché i miei occhi hanno visto la Tua salvezza, che Tu hai preparato dinanzi a tutti i popoli, luce che illumina il giorno, e gloria del Tuo popolo, Israele...”
N. 9
“Benedetto sei Tu, Signore, fammi capire i tuoi comandamenti...”

Mentre dal loro angolo più vicino alla grande stufa, nelle già citate ‘veglie’, le donne più anziane erano intente a filare e a ricamare, gli uomini sposati e gli anziani osservavano un poco nostalgici e un po’ divertiti i giochi messi in atto dalla gioventù. E solo qualcuno di loro gettava, di tanto in tanto, uno sguardo fuori dalla ‘finestra bella’ tirando un sospiro, cercando di scorgere fra il gelo e i mucchi di neve un segno dell’annunciata primavera. Ai primi segni di disgelo, quando i venti tiepidi incominciavano a sciogliere le nevi e si giungeva all’equinozio di primavera si dava inizio alle ‘opere’ della terra.

L’agricoltore primitivo, al quale sfuggivano alcune leggi che regolavano i fenomeni naturali, credeva fosse necessario invocala per richiamarla a nuova vita ed aiutarla a presentarsi mediante l’uso di alcune formule propedeutiche che recitava nel modo di cantilena. Come si sa a primavera arrivano a volo gli uccelli al cui apparire, si pensava, la conducessero sulle loro ali. Ma anche se certe rappresentazioni sono per lo più dimenticate, qualcosa ancora resta nel semplice gioco infantile di cuocere biscotti a ‘forma di uccello’ e lanciarli nell’aria, o legarli alle pertiche dell’orto al grido: “sono arrivate le gracchie!”.

È ancora in uso chiamare certe canzoni “vesnjanki” (da vesna= primavera), in cui si rispecchia la preoccupazione e l’aspirazione del contadino, sebbene in alcune di esse è espressa la giocondità della buona stagione che viene cantata e/o recitata in forma poetica. Una di queste, fra le più diffuse, è quella della semina del lino; colei che la esegue si pone nel mezzo di un circolo e con l’aiuto della mimica riproduce i gesti ad essa connessi: all’occorrenza mostra come lo si bagna, lo si scioglie, lo si stende e così via, fino alla sua filatura.

Recita un grazioso ritornello:
“Riesci bene, mio bel lino / riesci tutto biancolino / per favore mio carino...”

Al mondo ‘nascosto’ del sottosuolo e a quello ‘soprannaturale’ è attestata la presenza nelle fiabe russe di molte maschere caratteristiche che rivestono ruoli della massima importanza, entrate in seguito nel teatro popolare. Tra queste assume grande rilevanza “Baba-Jaga” una creatura leggendaria della mitologia russa, divenuta in epoca contemporanea un personaggio fiabesco. Anche se in molti hanno sentito parlare della ‘strega cattiva’ pochi conoscono le sue origini di donna selvaggia che possiede oggetti incantati ed è dotata di poteri magici. Una figura immaginaria della mitologia slava, in particolare di quella russa, che talvolta agisce in qualità di aiutante del/la protagonista.

In “Vassilissa la Bella” (*) era veramente orrenda, viveva in una casa nel bosco: “La casa era fatta di ossa, di teschi e di occhi, ed era provvista di zampe che le permettevano di spostarsi anche fuori dal bosco. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita e piedi umani, e il chiavistello da un grugno con denti appuntiti. Un giorno bussarono alla sua porta tre Cavalieri: erano il Cavaliere bianco che rappresentava ‘il giorno’; il Cavaliere rosso, che rappresentava il sole; il Cavaliere nero, che rappresentava la notte. Quando Vassilissa chiese alla strega chi essi fossero, Baba Yaga rispose: "la mia alba luminosa, il mio sole e la mia notte scura”; ma quando Vassilissa volle sapere di più sui tre Cavalieri, la strega rispose: "non tutte le domande portano buon pro, “molto saprai, più presto invecchierai”.

Secondo Vladimir Propp, la “Baba Yaga” non faceva altro che ribadire un principio sacro a livello iniziatico in base al quale l’anziano della comunità trasferiva tutto il suo sapere agli iniziati solo in punto di morte, lasciando le proprie conoscenze in eredità: "raccontare tutto" voleva dire, quindi "accingersi a morire". Ecco perché la Baba Yaga non vuole rispondere a tutte le domande di Vassilissa, dicendole di non farne troppe. Baba Yaga si identifica con la natura selvaggia, ne conosce i segreti e sembra che la natura possa sottostare ai suoi voleri e alle sue magie.

In alcune versioni a Baba Yaga sono affidate delle fanciulle (da una matrigna o dal padre spinto a tale gesto dalla nuova moglie) che lei sottopone a pesanti lavori, minacciando di mangiarle se ogni compito non venisse svolto nel modo migliore. Ad aiutare le fanciulle troviamo, in una prima fiaba, i servitori della Baba Yaga (un cane, una betulla, un aiutante e un gatto, quest’ultimo di solito compagno fedele delle streghe) che si ribellano alla strega, aiutando la fanciulla a fuggire. In una seconda fiaba troviamo dei topini che, in cambio di cibo, aiutano la fanciulla a compiere i suoi lavori senza troppa fatica; nella versione invece di Vassilissa la Bella, troviamo che, ad aiutare la ragazza, sarà la bambola donata dalla mamma in punto di morte.

Così viene raccontata la morte della madre, in realtà raccontata come la morte della moglie del padre, con cui si apre la fiaba:

“Sua moglie morì quando la piccola aveva otto anni. Sentendo la fine avvicinarsi, la madre chiamò a sé la bambina, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato e le disse: “Ascolta le mie ultime parole, e ubbidisci alle mie ultime volontà. Prendi questa bambola, è il mio dono per te con la mia benedizione materna; conservala con cura, non mostrarla a nessuno, e nutrila quando ha fame. Se ti troverai in difficoltà, chiedile aiuto, essa ti dirà che cosa fare.”

Ancora Vladimir Propp ci dice che la bambola funge da sostituto della persona morta, depositaria dell’animo del defunto che così continua ad essere presente nella vita dei familiari. In effetti, però, la bambola indossa gli stessi indumenti di Vassilissa, ci viene cioè presentata come una piccola Vassilissa; è a lei che la bambina si rivolgerà per chiedere aiuto e sostegno come fosse una nuova madre ma anche come fosse la sua stessa coscienza. Vassilissa otterrà aiuto se riuscirà a guardare dentro se stessa ossia la bambola che la rappresenta. La bambola-feticcio con le sembianze di Vassilissa è il vero sostegno che rimane alla bambina dopo la morte della madre, potremmo dire che ricorda le matrioske.

“La matrioska è formata da una bambola, detta madre, che contiene un’altra bambola più giovane che a sua volta ne contiene un’altra più piccola e così fino ad arrivare all’ultima molto piccola, non si apre e non contiene nessuno, è detta: il seme. Il seme in realtà contiene il tutto poiché è destinato a diventare Madre. La bambola-fantoccio donata a Vassilissa è il seme, l’essenza della bambina che, alla fine della storia, ormai donna, sposerà lo Zar e quindi, probabilmente, sarà madre.”

Le fiabe, come si diceva, possono esser viste come il ritratto di un popolo; leggere le fiabe russe significa anche addentrarsi in un mondo in cui la natura ha una forza sovrannaturale e l’uomo civilizzato ancora combatte contro la sua parte selvaggia e oscura. Ma resta un mondo ricco di bellezza e poesia e colori sfavillanti, che può ancora incantare con il suo: “C’era una volta e una volta non c’era” sia i grandi sia i bambini.

Oltre che nelle fiabe russe, la ritroviamo anche in quelle polacche, slovacche e ceche, talvolta abbinata a figure di strani ‘diavoli’ che fanno la loro apparizione nelle ‘favole di vita’ con il precipuo scopo di tormentare i morti e in più di qualche occasione anche i vivi. Appartiene al cosiddetto periodo ‘russo-impressionista’ un felice balletto tratto da una fiaba “Petrouchka” (1911) musicato da Igor Stravinskij, che sembra sintetizzare quello che emerge come il tratto più essenziale e decisivo della cultura russa fra Otto e Novecento: l’affermazione dell’io come risposta al tentativo di annichilimento del potere.

Trama.
Vi si narra di un vecchio Ciarlatano che presenta al pubblico del suo teatro dei burattini, tre pupazzi animati: Petrouchka, la Ballerina e il Moro, ai quali ha infuso sentimenti umani. Petruchka, che ha maggiormente assorbito tali sentimenti, s’innamora della Ballerina che, a sua volta, è invece rapita dalla fatua bellezza del Moro. La vicenda si trasforma ben presto in tragedia, allorché Petrouchka, pazzo di gelosia ha una violenta lite con il moro e viene da questi decapitato con il fendente della sua sciabolata. Accade però che il pubblico del teatrino, verosimilmente preso dal realismo della vicenda, semplice e potente come sanno esserlo solo le favole, s’impressiona moltissimo. Nello stupore e nell’incredibilità di tutti, il Ciarlatano è costretto a riportare in equilibrio i sentimenti dei presenti, mostrando all’evidenza che il corpo del pupazzo ucciso, in realtà, altro non è che pieno di segatura e la sua testa mozzata nient’altro che un pezzo di legno. Sul finire, il Ciarlatano temporeggia nel far rivivere il fantasma di Petrouchka, il quale ammonisce chi pensa che egli sia effettivamente morto, senza aver prima considerato che la sua anima (il suo spirito) è immortale, e che vivrà per sempre, nell’eterno gioco dell’amore.

La musica di Igor Stravinskij dona alla semplice vicenda narrata una grande vitalità, grazie all’uso di ritmi estremamente incisivi, di allusioni folkloriche sapientemente dosate che ben rendono all’ “efficacia delle parti descrittive” l’atmosfera ricreata del teatrino delle marionette, della folla entusiasta nell’insieme entusiasmante della festa popolare.

“Ah! Ah! Petrushka” (Coro di bambini)
“In un tempo già lontan
era nato Petrushka
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Quando venne in città
s’incontrò con Marussia
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Marussia lo invitò
alla festa del doman
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Del buon vin gli preparò
bianco e nero e poi cognac
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Ma alla festa non andò
il perché non lo si sa
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Piange e implora Marussia
ma non l’ode Petrushka
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.”

Fanno inoltre la loro apparizione molti animali favolosi, ripresi poi nelle fiabe popolari e fonte di balletti più o meno famosi, opere di carattere folkloristico entrate nella produzione annuale di molte compagnie teatrali. Fra tutte, “Il pesciolino d’oro” e “La Favola dello Zar Saltan” messa in versi da Aleksandr Puskin; “La sagra della primavera” e “L’uccello di fuoco” musicate da Igor Stravinskij: “Lo schiaccianoci” di Petr Il’ic Tchaikovskij; “La Fiera di Sorocinsky” di Modest Mussorgsky ”, ed altre ancora entrate nella tradizione del folklore russo.

“L’uccello di fuoco” (…) musica di Igor Stravinskij
Trama.
“C’era una volta … un uccello dalle piume splendenti che caduto nelle mani del principe Ivan gli offre una delle sue penne meravigliose in cambio della propria libertà, che il principe gli concede. Successivamente il principe Ivan è a sua volta catturato dal perfido mago Katschei che ambisce pietrificarlo ma egli riesce a mettersi in salvo semplicemente brandendo la penna avuta in cambio dall’uccello di fuoco. Il quale al richiamo del principe Ivan, accorre in sua difesa e addormenta il mago, rompendo così l’incantesimo che lo teneva legato alla sua volontà. Dopo mille peripezie e servendosi dell’aiuto di uno strano lupo grigio, il principe Ivan, va alla ricerca della sua amata, la bella Zarevna, e dopo averla trovata la sposa … e insieme vissero felici e contenti.”

Tutta la musica russa, da quella popolare a quella colta sembra scaturire da una sola univoca sorgente. Si è detto del grande amore per la natura, la terra, le acque, le stagioni, i solstizi e gli equinozi, gli uccelli, i fiori, il miglio e ogni cosa ad essa relegata. Così come molti motivi popolari, sono poi sbocciati nella poesia e nel canto in forma di rievocazioni e suggestioni che hanno trovato un posto nella cultura letteraria, nei drammi teatrali e nei libretti d’opera, come nei romanzi classici di molti autori di tradizione popolare che hanno elaborato una visione del mondo sentimentale e fantastico.
Ed ecco già risuonano i campanellini di una slitta che attraversa il villaggio, e come per incanto, ai primi segni del disgelo, arriva il tempo detto di Carnevale, in cui hanno inizio le feste e i giochi intorno al fuoco acceso negli spazi all’aperto. I riti carnevaleschi russi sono ciò che rimane di antichi riti pagani del culto contadino. Il cui rito centrale consiste nell’accompagnare con canti e balli, allegre filastrocche e scherzi, un grande ‘pupazzo’ (eroe, mago, divinità, sovrano ecc.) fatto di paglia e stracci che, alla fine della settimana festosa, viene bruciato e le sue ceneri gettate in un campo, a significare che la sua messa a morte, è propedeutica al suo risorgere a nuova vita.

Come ha scritto uno dei migliori studiosi moderni D. S. Mirskij: “Fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 nell’ambiente letterario russo l’amore per la fiaba assunse il carattere di una vera e propria infatuazione di massa, allorché svolse un ruolo decisivo nell’evoluzione delle lettere russe, in quanto fu una delle scuole principali di quel ‘realismo’ che divenne in seguito elemento fondamentale della letteratura successiva”.

Non mancano opere letterarie più vicine allo spirito moderno che si siano avvalse di tradizioni e figurazioni fantastiche appartenenti al mondo della fiaba, fra queste cito “Il Maestro e Margherita” (…) di Michael Bulgakov di gusto amaro e demoniaco.
La letteratura si è più volte espressa in tal senso, anche se in modo meno aggressivo, relativo al mondo dell’infanzia, caro alla coscienza popolare, in cui la ricchezza delle tradizioni si avvale dell’elemento poetico, come nel ‘racconto’ di anonimo popolare proposto qui di seguito:

“C’è una foresta, la più russa di tute le russie, nelle vicinanze di un piccolo paese chiamato Plakino, dove i bambini amano passare il tempo al gioco più antico del mondo: l’altalena. Alexis vi andava dopo la scuola a rincorrersi con gli altri fanciulli quando, un giorno fu colto di sorpresa da una voce che ripeteva le sue risa e le parole dei suoi compagni e si apprestò ad ascoltarla. Una foresta di voci – pensò. E si mise a cantare. Un coro di voci rispose al suo canto – come una musica che ripeteva l’eco.”

Una leggenda, forse, ma accadde così che nello scambiarsi di alcuni richiami e dal ripercuotersi in lontananza dell’eco – di albero in albero che in seguito, arricchito dai suoni degli strumenti naturali, come il vibrare delle foglie nel vento e il cinguettio degli uccelli canterini, ebbe inizio una delle forme musicali più belle che si conoscano: la polifonia, entrata a far parte del patrimonio musicale popolare russo e non solo: “un prezioso tesoro dell’arte poetico-musicale del mondo intero.
Come in molte leggende e fiabe anche le canzoni popolari di estrazione etnico-musicale di estrazione popolare e/o contadina, alcune in voga ancora oggi, sono state tramandate oralmente, sono fatte oggetto di recupero da parte di molti studiosi. Secondo Vladimir Propp queste favole vanno rapportate al ‘totemismo’ dei primordi, a quel culto dell’uomo cacciatore di animali ritenuti sacri o in qualche modo legati alla tradizione popolare da un vincolo soprannaturale, in cui scopriamo l’esistenza di un mondo per così dire ‘parallelo’ invisibile e indecidibile al quale abbiamo accesso solo attraverso il fantastico, dove l’Io si sdoppia nell’l’immaginale e/o il sogno, nell’altro che non è, ma che potrebbe anche essere, proprio grazie alle capacità di sdoppiamento che riusciamo a perpetrare.

In grande considerazione sono i riti di festeggiamento per il ‘rito nuziale’ che assume in Russia la forma di vera e propria ‘rappresentazione’ in onore del più antico rito bizantino consistente nel dare veste giuridica alla promessa al matrimonio, con la quale si eseguivano rituali magici che assicurassero la salute, una lunga vita e una sana figliolanza agli sposi. Per la felice ricorrenza si “recitavano poesie e si levavano canti che non avrebbero alcun significato al di fuori del rito”. (Propp)
“Canzone per le nozze”

Da V. Propp “I canti popolari russi” – Einaudi.
“Ha suonato la trombetta presto al mattino. / Ha pianto la fanciulla sul biondo treccino. / “Verranno oggi le amiche la treccia a intrecciare. / Domani la mezzana me la verrà a disfare. / Dividerà i capelli in due treccine / avvolgerà le trecce sul capino, / sul capolino la cuffia metterà. / Porta la bella, per l’eternità”.

“Le ragazze da marito portavano i capelli raccolti in una treccia che ricadeva sulla schiena. Le maritate invece due trecce avvolte attorno al capo”.

Gran parte delle espressioni musicali sono ovviamente legate alle danze popolari e molto si deve all’uso degli strumenti musicali tipici della terra russa, sebbene diversi tra loro e di diversa provenienza. In primo piano troviamo la ‘fisarmonica’ adatta per l’accompagnamento di canzoni e ballate. È uno strumento ad aria formato da un mantice e, nei modelli più vecchi (budeon), da una serie di bottoni disposti in file verticali corrispondenti ad altrettanti suoni, la cui diffusione è presente in tutti paesi dell’area europea in numerose varianti di costruzione.

Il ‘gusli’ a due corde, tipicamente russo, è invece uno strumento a pizzico utilizzato spesso nelle orchestre tradizionali in cui domina la ‘balalaika’ uno strumento ad arco di origine tartara, reminiscenza dell’invasione dei Mongoli di Gengis Kahn nel XIII secolo sul territorio. Il suo nome in russo sta a significare in origine “facezia” e/o “scherzo”, indicativo della mancanza della perfezione del suono. Si pensa che la ‘balalaika’ discenda dalla ‘domra’ asiatica, che a sua volta, ritrova le origini del primitivo ‘gusli’ in ragione che ha una corda in più (tre). La forma triangolare può essere di diverse dimensioni e arriva a misurare, in piedi, quanto un suonatore di statura media. Un altro strumento è la ‘bandura’ originaria dell’Ucraina, un grande liuto con le corde fissate a piroli sul manico ed altre dette di ‘bordone’ fissate a piroli sulla tavola.

Antiche cronache riportano che gli slavi dell’Est avevano i loro propri strumenti ad arco, a fiato e a percussione. L’artigiano che li costruiva lavorava su materiali facili da reperire come la corteccia di betulla, per ricavare la sua ‘zhaleyka’, una sorta di corno fornito di un’ampia imboccatura simile al moderno ‘clarinetto’. Una semplice canna per costruire lo ‘svirel’ un tipo di flauto di Pan; del comune legno per il ‘brekly’ simile all’odierno ‘oboe’; e almeno cinque canne di diversa lunghezza per il ‘kuvichki’ fornito anche di un fischietto. Tipiche ‘mazze di legno a cucchiaio’ dette ‘lozhki’ venivano utilizzate come percussioni nell’accompagnamento delle danze, spesso abbellite da piccoli campanellini suonati dagli stessi danzatori.

Ma lasciamoci guidare in una danza tradizionale caucasica dal biografo Gregorio Schncerson che ci ha fornito una vivida versione della danza “Lezghinka” inclusa nell’opera-ballet “Gayne” di Aram Kachaturian:

“Tutte le varianti vengono danzate in costume nazionale, ricco di colori, in modo da sottolineare, quasi all’enfasi, la vita sottile e gli agili movimenti dei ballerini. La donna volteggia lievemente in cerchio, simile a un aleggiante uccello, mentre i suoi gesti provocano gli slanci del suo partner. I ritmi veloci della musica ipnotizzano sia i ballerini che gli spettatori. Grida gutturali e battiti di mani della gente che li circonda accrescono l’agitazione dei ballerini che, ad ogni loro successivo giro di tempo, acquista un’accelerazione improvvisa. Quindi il ballerino si muove in cerchio attorno alla sua partener con grazia mista a confidenza e, tenendo ben stretti i lembi estremi delle sue ampie e svolazzanti maniche dell’abito, allarga al massimo le sue braccia pronto ad avvincerla nell’abbraccio. Dunque, quasi sfiorando la terra con la punta dei suoi morbidi stivali, esegue coi piedi una complessa figura ritmica. Dopo un volo quasi acrobatico in aria, cade sulle ginocchia per rimbalzare di nuovo in aria. La ballerina osservandolo con crescete eccitazione, ora s’avvicina tenendosi sempre più stretta lui, e sempre ballando se ne allontana di nuovo.”

Ancora dal “Gayne” è ripresa la “doira” una danza folkloristica dal carattere primitivo. Sembra che tutta la tavolozza timbrico-musicale dell’Armenia si riveli nel suo movimento rigoglioso in cui si possono ascoltare strumenti dal suono decisamente orientale, quali, ad esempio: il “tar” simile alla chitarra; il “duduk” un tipico strumento a fiato; la “komantcha” ad arco simile al violoncello e il “sas” simile all’italiano mandolino: “Quali che siano la sostanza originaria delle musiche strumentali inserite in “Gayne” è sempre rimasta fonte naturale della mia ispirazione” (Aram Kachaturian)
Si sarà notato come una delle maggiori difficoltà nel parlare della musica tradizionale stia nel gran numero di gruppi etnici che da sempre compongono la grande anima russa, ciascuno con tradizioni, strumenti e usi propri ma, soprattutto, con grande capacità estro e genialità. L’influenza della musica-popolare nella musica-colta ha permesso a compositori di un certo rilievo di attingere alle tradizioni di diverse culture, prendendo l’elemento popolare non solo come pretesto ma, ed anche, come stimolo creativo.

Molto è dovuto all’influenza dei cantori-girovaghi depositari delle antiche tradizioni religiose e culturali di popoli quali Uzbechi, Kirghisi, Calmucchi, Turkmeni, ancora oggi presenti sul territorio, che hanno consentito l’inserimento e la piena evoluzione nel contesto culturale che già verso la fine del IX secolo trovò il terreno fertile per affondare le proprie radici nazionali: uno degli agglomerati musico-testuali più imponenti del mondo. Per quanto sia impossibile tenere qui un più lungo discorso sull’influenza della musica popolare sulla musica colta, sul come ci si sia ispirati alla fantasia popolare o sui prestiti della storia e delle fiabe russe, mi è però possibile elencare alcuni esempi classici che invito il lettore ad ascoltare.

Il primo grande compositore di riferimento è Mikhail Ivanoviìc Glinka (1804-1857) nelle cui opere infatti si ritrova a sfruttare il patrimonio popolare russo, insieme ad una innata genialità. Tra le sue opere “Una vita per lo Zar” e ancor più in “Russlan e Liudimilla”, si rintracciano continui riferimenti a motivi tartari, finnici, persiani dal sapore arcaico di certe usanze rustico-contadine.

Si sa quale ruolo, spesso criticato ma indispensabile, il compositore abbia giocato nell’opera di altri suoi contemporanei come Borodin “Le danze del principe Igor” e “Nelle steppe dell’Asia Centrale”; Ippotitov-Ivanòv di “Schizzi caucasici”, Rimsky-Korsakov della “Favola dello Zar Saltan”; Modest Mussorsgky “La Fiera di Sorocinsky”, come qualcuno ha detto: “..sarebbero rimasti sempre incompiuti”. Si vuole, ad esempio, che i temi contenuti in “La grande Pasqua russa” di Rimsky-Korsakov, a volte severi al pari di una salmodia ecclesiastica, a tratti si rivestano di una liricità e danzante allegria sì da permettere di intendere lo spirito gaio divulgato da Glinka.

“C’era una volta …” si dice, ed ecco risuonano i campanellini dei ricordi, nella culla si addormentano i bambini che siamo stati, si tornano a riscaldare le isbe per un prossimo inverno che di sicuro arriverà, prima o poi, a intrecciare nuovi amori e, come nelle fiabe raccolte da Alexander Nikolevic Afanasiev si sciolgono le legature del grosso volume delle “Antiche Fiabe Russe”. E, come per incanto, tornano a vivere gli animali favolosi, il pesciolino d’oro, la principessa ranocchio; così come le fate, le streghe, gli eroi del tempo che fu. I canti e i balli, i giochi e le scommesse, la vodka e i samovar, gli intrecci amorosi, seppure raccontati e/o sostituiti con quelli più moderni, infine saranno quelli di sempre …

… e ancora una volta, dal soffitto di una isba russa, una ragazza guarderà fuori della ‘finestra bella’ e sognerà del suo “Principe Ivan”, mentre un ragazzo di “Vassilissa la Bella”, o di “Kalinka”, dalla più famosa canzone del repertorio popolare russo:
“Kalinka! Palla di neve / rosso fragola / bella fanciulla / quando dunque mi amerai?”

Note:
(*) Alexander Nikolevic Afanasiev, “Antiche Fiabe Russe”.
(*) Ida Accorsi Website: http://www.perlungavita.it/gli-autori-degli-articoli/1013-ida-accorsi / Nel 1968 dopo il matrimonio lascia volontariamente il lavoro per riprendere gli studi e ottiene il diploma di educatore per la prima infanzia, inizia il lavoro negli asili nido comunali modenesi per bambini da 0 a 3 anni . Ora in pensione e nonna a tempo pieno. Appassionata da sempre di Gianni Rodari (giornalista, scrittore e pedagogista premio Andersen nel 1970 - il Nobel della letteratura per l'infanzia) promuove e ricerca le tante fiabe, poesie, filastrocche e racconti dello scrittore per ragazzi che pubblica su una sua pagina Facebook "LA NONNA LEGGE RODARI". Questa attività di divulgazione l’ha messo in contatto con altri gruppi e associazioni, in Italia e all’estero dedicati allo scrittore. La sua ricerca è entrata nel materiale di studio e pubblicazione di un professore brasiliano, di Fortaleza, capitale dello Stato del Ceará, nella regione Nordest del Brasile, insegnante di italiano e ricercatore in materia, presso l’Università di quello Stato, estimatore di Rodari e impegnato nella divulgazione dei suoi scritti in quei paesi.
(*) Vladimir Jakovlevič Propp (in russo: Владимир Яковлевич Пропп?; San Pietroburgo, 29 aprile 1895, 17 aprile del calendario giuliano – Leningrado, 22 agosto 1970) è stato un linguista e antropologo russo, poi sovietico.
Vladimir Jakovlevič Propp è nato il 17 aprile 1895 a San Pietroburgo da una famiglia tedesca. Ha frequentato l'università della sua città natale dal 1913 al 1918, laureandosi in filologia russa e tedesca. Dopo la laurea, ha insegnato russo e tedesco in una scuola superiore, per poi diventare professore universitario di tedesco.
Il suo libro “Morfologia della fiaba“ è stato pubblicato in russo nel 1928. Sebbene esso abbia rappresentato un vero e proprio punto di svolta nello studio del folklore e della morfologia – influenzando Claude Lévi-Strauss e Roland Barthes in Occidente è rimasto per lo più sconosciuto fino alla sua traduzione nel 1958. Struttura narrativa, Vladimir Propp ha esteso l'approccio del formalismo russo allo studio della struttura narrativa: il primo orientamento, infatti, consisteva nello spezzettare le strutture delle frasi in una serie di elementi analizzabili chiamati morfemi; per analogia, Propp adotta questo metodo nell'analisi delle fiabe popolari russe. Smembrando un vasto numero di racconti popolari russi in unità narrative più piccole – denominate narratemi – Propp è stato in grado di estrarre da essi una tipologia, più o meno fissa, di struttura narrativa (lo Schema di Propp).
Nel 1932, Propp è diventato un membro della facoltà dell'Università di Leningrado (precedentemente conosciuta come San Pietroburgo). Dopo il 1938, egli ha cambiato il suo campo di interesse, sostituendo la linguistica con il folklore ed è stato a capo del Dipartimento Folkloristico fino a che non è entrato a far parte di quello relativo alla Letteratura Russa. Propp è rimasto un membro della facoltà sino alla sua morte nel 1970.



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- Musica

Musica Etnica: Il deserto e i Popoli nomadi del Mediterraneo

QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGIA
IL DESERTO E I POPOLI NOMADI DEL MEDITERRANEO

La cultura di ciascun popolo è di per sé affascinante quanto lo è il risultato della sua fusione con le altre culture, a patto che queste risultino altrettanto interessanti sotto l’aspetto artistico, dell’organizzazione sociale, della religione, dei costumi e delle usanze tipiche, viste attraverso la formulazione dell’analisi etnologica. Considerando il profondo abisso che separa la cultura orientale da quella occidentale, è difficile pensare vi possa essere una tale diversità di intuizioni e concezioni tali da sembrare si stia parlando di un ‘pianeta’ diverso, lontanissimo dal nostro. Eppure è così. Un mondo di cui si parla già in una iscrizione del IX secolo a.C. e che durante il periodo medievale ha conosciuto un grandissimo splendore, non solo per le sue conquiste territoriali, ma e soprattutto nel campo della filosofia, della scienza matematica e astronomica, come nell’arte orafa e manifatturiera.
Lo storico inglese Arnold J. Toynbee (1) nel suo libro “L’uomo deve scegliere”, sostiene che “il maggior avvenimento del XX secolo è stato l’impatto della civiltà occidentale con tutte le altre forme di organizzazione sociale esistenti al mondo. Fatto questo in ragione del quale ci vede proiettati direttamente alla ricerca etnologica con il modo arabo e, nello specifico, con la cultura afferente alle popolazioni, un tempo nomadi, della fascia costiera del Mediterraneo che dal Maghreb si spinge fino al Medio Oriente.
Altrettanto è quanto affermato da Raymond Firth (2) la cui analisi dei contatti culturali e dei mutamenti sociali, attribuisce un peso notevole agli effetti della moderna tecnologia industriale …

“Ciononostante, anche se le sue influenze possono essere sostanziali e, sebbene le comunità locali, possano essere costrette a legarsi a strutture economiche, politiche e religiose esterne, i gruppi di ‘piccole entità’ (ad esempio tribali) tendono a conservare molti elementi culturali locali. Rimanendo per lo più attaccati alle cose consuete, del vivere comune, come la preparazione del cibo, il modo di dormire e salutare, il riconoscimento dei simboli appartenenti al loro gruppo, gli interessi che danno significato alla loro identità comunitaria.”

Tuttavia, senza addentrarci nelle differenze filosofiche e religiose, delle quali potremmo non finire mai di parlare, se prendiamo in considerazione la cultura araba nel suo insieme, possiamo facilmente riscontrare alcune diversità da quella occidentale. A incominciare da un certo ‘risveglio’ culturale e religioso che in tempi recenti, dopo il decadimento protrattosi per secoli, oggi conosce anche un risveglio artistico-culturale che va dalla comunicazione visiva, relativa alle esigenze estetiche che investono l’intera tradizione che contraddistingue il popolo arabo nel suo insieme.
Trattasi di un agglomerato di popolazioni diverse oggi unite dalla stessa identità islamica e musulmana che ha sostituito il termine ‘arabo’, derivato dal plurale ‘arab’ che li contraddistingue in quanto ‘nomadi’ abitanti del deserto. In realtà il termine è stato in genere usato (e abusato) per indicare qualunque musulmano di razza semitica la cui lingua si è poi fusa nell’Islam nel periodo della sua massima espansione, esortando le popolazioni “ad assimilare piuttosto che essere assimilate” …

“Dipende da loro prendere l’iniziativa di scegliere, tra gli aspetti del pensiero e della prassi occidentale, quelli che ritengono meglio adattarsi ai propri collaudati modi di agire e di pensare.”

Un concetto questo affermato e sostenuto da personaggi di rilievo quali Leopold Sedhar Sengor, poeta e filosofo del Senegal, dal Mahatma Ghandi e il leader nero Martin Luther King per esortare i ‘fratelli’ non solo africani, sia quelli delle minoranze indiane nelle loro reazioni alle nuove forme di acculturazione. Tantomeno il termine ‘musulmano’ finì col riferirsi non a una specifica nazionalità, nonostante il comune patrimonio linguistico-culturale, intendendo con ciò la sola lingua classica, cioè l’arabo e tutto ciò che ruotava attorno al modo di vivere, notevolmente variegato, secondo la diversità dei popoli geograficamente interessati.
Alla base del patrimonio culturale comune di questi popoli sta dunque la ‘lingua’ utilizzata nella comunicazione quotidiana e pressoché dovuta all’espansione araba al tempo del profeta Maometto e, successivamente alla sua morte, all’adozione di una stessa lingua, pur senza necessariamente soffocare le lingue autoctone dei singoli popoli assimilati, seppure nell’alternanza di periodi di grandi fortune e periodi di decadenza che influenzarono non poco i popoli autoctoni.
La conquista araba del territorio avvenuta nel VII secolo, iniziata con il profeta Maometto, dapprima sostenuta con enfasi ‘spirituale’ trovò una fase d’arresto verso Oriente solo davanti a Costantinopoli e si concluse a Occidente con la resa di Poitiers, avvenimento che segnò la definitiva suddivisione delle tre religioni monoteistiche: l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Ma com’era ovvio che accadesse, l’avvento dell’Islam influenzò moltissimo le religioni pre-islamiche sul territorio, che a sua volta assorbì elementi delle varie culture nel riconoscimento delle loro tradizioni etniche arcaiche. Ciò per quanto l’influenza islamica assicurò una certa omogeneità di costumi e l’assimilazione di una comune tradizione diffusa su tutti i territori conquistati.

La caratteristica più nota del mondo arabo è indubbiamente il Sahara, la cui espansione desertica abbraccia tutta la fascia mediterranea dell’Africa settentrionale, dall’Arabia Saudita all’Egitto, alla Libia e al Marocco, di cui occupa una parte considerevole del territorio. Un deserto a tratti roccioso interrotto da vaste zone formate da dune sabbiose punteggiate qua e là da oasi verdeggianti. Le estati sono lunghe e asciutte, gli inverni miti e piovosi, con brevi periodi intermedi in autunno e primavera. Pertanto le popolazioni che abitano le diverse zone pianeggianti e quelle che vivono le regioni montuose presentano abitudini e costumi che differiscono molto tra loro e danno luogo a una grande varietà di organizzazioni sociali.
Non in ultimo la creazione di frontiere e nuove esigenze politico-economiche hanno trasformato molti dei popoli che vivono sul territorio, un tempo tipicamente nomadi, in sedentari. Il nomadismo è oggi infatti praticato solo da una minoranza per lo più dedita alla pastorizia, i cui mezzi di sussistenza molto dipendono dall’allevamento di pecore e capre, o di cammelli e asini che poi vendono e/o scambiano con le popolazioni sedentarizzate che li utilizzano nei lavori domestici o, come avveniva in un tempo non troppo lontano, se ne servono per il trasporto nelle lunghe traversate del deserto.
Il processo di sedentarizzazione dei nomadi, nonostante i tentativi fatti dai governi degli stati ufficiali, non ha portato a una loro scomparsa definitiva, per quanto abbia accelerato enormemente la loro trasformazione in contadini, anche se una grande maggioranza di essi abbia accettato di vivere all’interno di villaggi urbanizzati. Acciò rimane che i nomadi abbiano mantenuto un assetto tribale, i cui membri sono uniti dalla discendenza da un antenato e/o capo-famiglia comune, costituente un’unità importante all’interno delle scelte politico-organizzative ed economico-sociali, nonché religiose che difendono, in certi casi, fino allo stremo.

Alcuni gruppi nomadi infatti continuano a vivere in tende di pelo di capra o di cammello agli estremi bordi delle grandi città e delle zone coltivate site ai limiti del deserto, spostandosi alla continua ricerca di pascoli, pur mantenendo uno stretto contatto con i popoli sedentari, con i quali scambiare, secondo l’antico metodo del ‘baratto’, bestiame e altri manufatti e ricevendone in cambio generi di prima necessità.
Ciò, per quanto, fatto questo da non sottovalutare, la vicinanza con il deserto offra loro una facile via di evasione verso le oasi più lontane, verso una ‘psicologica’ libertà da tutto e da tutti, intimamente sentita, propria della loro interazione con il ‘grande vuoto’ che il deserto rappresenta. Una reciprocità che influenza ogni momento della vita dei nomadi …

“..una immensa distesa di sabbia, solo apparentemente arida e inospitale, in cui abbandonare la propria anima al cospetto dell’universalità di Dio”.

Il deserto del Sahara è una superficie apparentemente interminabile che dà asilo a una popolazione di non più di un milione e mezzo di persone, la cui storia è scritta sulla sabbia ovviamente condizionata dalle variazioni climatiche dell’habitat in cui vive. Va qui considerato che l’urbanizzazione odierna e la considerevole industrializzazione, e in particolar modo lo sfruttamento petrolifero, hanno sottratto al deserto spazi un tempo territorio esclusivo delle popolazioni nomadi che, tuttavia, sono riuscita a sfruttare piccoli appezzamenti di terreno situate ai bordi delle oasi disseminate lungo le piste carovaniere, onde trovare dove pascolare i loro animali.
Uno dei primi esploratori di questa desolata immensità che è il Sahara, riferisce di una razza di ‘predoni nomadi’ Tuareg (3), una razza berbera di abili guerrieri tutt’ora quasi inaccessibili, che a causa della loro riconosciuta empietà erano chiamati ‘Tavarek’ ossia ‘uomini abbandonati da Dio.’ Più recentemente si è attribuita ai Tuareg così detti ‘Uomini blu’, l’accezione di nomadi dediti alla razzia, per quanto in passato fosse un’attività ritenuta regolare che dei ‘nobili guerrieri’ dovessero procurarsi di ché sopravvivere per loro, le proprie famiglie e per i loro animali.

I Tuareg sono berberi originari del Tassili, un massiccio di roccia friabile alla frontiera tra Algeria e Libia e/o in parte dell’Hoggar e le catene montuose più piccole come l’Air e l’Adrar des Iforas, appartenenti quindi, al contrario degli arabi veri e propri al ceppo linguistico camitico, ritenuti i discendenti dai più antichi abitanti dell’Africa settentrionale. Dacché le invasioni arabe si scagliarono contro le tribù berbere della Libia fino alla Mauritania, i Tuareg in fuga trovarono riparo nel ‘grande vuoto’ del deserto, scomparendo agli occhi dei loro assalitori, che li additarono col nome di ‘popolo misterioso’, tuttavia restando i padroni incontrastati del Sahara, temuti assalitori di chiunque si addentrasse nel loro sterminato territorio.
In seguito i Tuareg si dedicarono per gran parte, agli scambi commerciali, ed ancor oggi le poche tribù ancora esistenti, vivono quasi esclusivamente di commercio. Dopo l’occupazione di Timbuctu essi dominarono la parte centrale del corso del fiume Niger, fino alla definitiva sottomissione all’amministrazione francese dei territori algerini ottenuta non senza difficoltà, e che lasciò ai Tuareg alcune particolari concessioni, inoltre al riconoscimento di una ‘nobiltà di casta’.

In quanto segno di distinzione fu concesso a tutti gli uomini Tuareg di portare il tradizionale pugnale alla cintola, mentre solo ad alcuni, i capi riconosciuti, è lasciato di portare la sciabola del comando con l’impugnatura e il fodero di cuoio lavorato. Durante le manifestazioni tradizionali e le festività calendariali se ne vedono di bellissime con rifiniture d’oro e d’argento, abbinate agli scudi di pelle di orice, una specie di antilope che oggi sta scomparendo. Ciò vale per le tende che trasportano durante i loro spostamenti, le selle dei cavalli e dei cammelli, i finimenti di fruste e borse d’uso comune che spesso raggiungono un livello di altissima qualità manifatturiera, allo stesso modo delle placche di metallo e i monili in uso, realizzati con originale ricercatezza artistica, entrati a far parte integrante del costume Tuareg da tempo immemorabile, per quanto non se ne conosca l’origine.
Gli studiosi desumono si tratti di una delle più misteriose costumanze che si conosca, forse legata alla religione arcaica di questo popolo, unico nel suo genere, detentore di un alfabeto scritto detto ‘tifinag’ (4). desunto, secondo alcuni studiosi, dalla più antica scrittura punica, una scrittura che annota solo le consonanti. È singolare che esso sia oggi conosciuto soltanto dalle donne che, con la parola ‘tamashek’ indicano l’insieme dei dialetti berberi (tuareg, tamahaq, tamajeq, tamasheq) parlati dai diversi gruppi. Oggi si contano non più di 3.000/4.000 Tuareg politicamente distribuiti fra Algeria, Libia, Valle del Niger e nel Mali.

Originariamente di culto ‘animista’ come molti popoli preislamici convertiti all’islamismo relativamente tardi, le popolazioni berbere hanno assimilato superficialmente la religione musulmana conservando all’interno di essa alcune delle loro credenze, quale ad esempio, quella degli ‘andgelousen’, una specie di angeli, e quella nei ‘dijnn’ una sorta di spirititelli maligni che vivono nelle rocce e negli alberi isolati. Superstizioni che hanno permesso loro di adempiere a una religiosità frammista di animismo e di atti simbolici che li accomunano a una dichiarata ‘empietà’ e/o a una ‘generosità’ di tipo universale, sociale e collettiva insieme, sottolineata da strani aspetti singolari.
Come, ad esempio, al ritorno dai loro lunghi e assai pericolosi viaggi attraverso il deserto, usano donare parte della loro mercanzia, talvolta frutto di razzie, a parenti e amici in forma di regali e/o prestiti che portano a un complesso sistema di obblighi reciproci.
Va inoltre riconosciuta ai Tuareg una diversità fisica dalle altre popolazioni arabe, infatti sono alti di statura e snelli come gazzelle, scuri di pelle ma non neri come gli africani, adeguatisi alle alte temperature del deserto che d’estate salgono oltre i 50° gradi centigradi sulla sabbia, mentre sulla roccia raggiungono i 75°/80° gradi. Acciò, utilizzano accorgimenti cosmetici che li difende dal sole cocente, e un vestiario che li protegge dalla seccura dei venti. Gli uomini indossano pantaloni rigonfi di cotone blu o nero, sorretti da una cintura di cuoio colorato finemente decorata, un’ampia camicia bianca di puro cotone, e una svolazzante ‘gandura’, un mantello lungo che gli scende fino ai fianchi.
Nella regione montuosa del Nord e i massicci rocciosi dove le gelate notturne sono più frequenti, gli uomini indossano il ‘kashabir’ di lana a strisce nere o marroni e un enorme ‘burnus’ una sorta di mantello con cappuccio di pelo di cammello. Ma ciò che più colpisce nell’abbigliamento Tuareg è il velo portato da tutti gli adulti. Si tratta di una striscia di tessuto bianco o nero lunga cinque metri che essi drappeggiano attorno al capo fino alle spalle, in modo da lasciare libera soltanto una stretta fessura per gli occhi.
Fasciatura che diventa blu indaco per i guerrieri Tuareg che la indossano nelle ricorrenze più importanti e che balugina alla luce del sole con un luccichio violaceo quasi metallico, da cui il mito degli ‘uomini blu’. L’appellativo che li riveste di un alone di mistero è dovuto al colore indaco dei veli con i quali i Tuareg si coprono il viso, e che stingendo a contatto con la pelle, dona ai loro volti e alle barbe degli adulti il colore bluastro che li distingue.
L’uso del ‘velo’ maschile ha certamente un’origine pratica che non esclude, nel modo di indossarlo, una preminenza rituale. Nell’attraversare il deserto ci si rende conto della sua necessità di difendersi dall’aridità dell’aria durante la stagione più calda. Tuttavia, la sua sistemazione è diversa secondo le occasioni. Alla presenza di estranei al proprio gruppo, ad esempio, l’assetto dato al velo è particolarmente complesso, fatto in modo da coprire quasi completamente gli occhi ma in modo da lasciare loro la possibilità di bere senza mostrare le labbra. Sugli occhi sia gli uomini che le donne Tuareg, ma più in generale tutti gli arabi dell’Africa settentrionale, portano i segni del ‘Khol’, un estratto vegetale che incupisce maggiormente lo sguardo ma che mantiene integra la sua azione rinfrescante e protettiva.
Le donne Tuareg indossano una sorta di camicione nero con una striscia dello stesso tessuto sul capo, fermata da un peso che scende sulla spalla e che di solito è la chiave decorata della borsa portata dai cammelli. Lo stesso può dirsi per le più benestanti, appartenenti alla casta privilegiata dei guerrieri, che invece indossano uno scialle color indaco al posto di quello solito di colore nero. Uomini e donne portano sandali di cuoio finemente decorati e attorno al collo una sorta di astuccio con all’interno una o più frasi del Corano, il Libro sacro dei maomettani.
Un altro aspetto non meno rilevante della ricerca fin qui avanzata, afferente all’etnomusicologia araba preislamica è indubbiamente l’avvenuta fusione con quella islamico-musulmana. Sebbene le tribù berbere, abitanti le catene montuose, hanno conservato proprie caratteristiche nella costruzione e nell’uso di alcuni strumenti tipici ancora oggi in uso. Come, ad esempio, l’‘inzad’, una sorta di violino a una sola corda, la cui cassa di risonanza è ottenuta tendendo la pelle su una valva di recipiente cavo; un altro strumento in uso è un tipo di ‘tambura’ formato da una pelle tesa sul mortaio per il grano, entrambi utilizzati per l’accompagnamento nei canti e nelle danze esemplari.

Altri strumenti utilizzati sono il ‘santur’ (anche: santûr, santoor, santour, santouri o santîr) è uno strumento musicale iraniano, diffuso in tutto il Medio Oriente; il ‘tar’ un particolare strumento persiano a sei corde simile al liuto che viene suonato con un piccolo plettro d'ottone, aveva normalmente cinque corde, la sesta venne aggiunta dal grande musicista iraniano Darvish Khan.
È consuetudine assai comune nelle adunanze e nelle sere passate sotto il cielo stellato davanti al fuoco dell’accampamento, cantare accompagnandosi al suono di uno strumento a fiato come il flauto di legno o con il semplice battimani per dare ritmo alla danza. Una di queste è dette ‘danza degli Aurès’ e prende il nome dal massiccio montuoso dell’Algeria orientale dove è conosciuta da gran parte dei popoli del Mediterraneo.

Come nella maggior parte delle culture dei paesi che affacciano sul Mediterraneo e in parte in Arabia, culla dell’Islam, si è conservata una naturale predilezione per la cosmesi sia maschile che femminile, la sua prima citazione è rintracciabile in un passo del Corano, in cui il profeta Maometto vede per la prima volta le Uri del paradiso islamico, descrivendole “...di una bellezza raffinata rappresentare quanto di più bello esiste sulla terra …”.

Scrive il noto cosmetologo Paolo Rovesti (5) nelle cui opere fornisce molte informazioni a riguardo, e alle quali si è qui attinto a piene mani: “Fin da tempi immemorabili l’Islam fu celebrato per i suoi cosmetici e profumi, quali la mirra, l’incenso, la cannella, il nardo, che venivano esportati dalla Sabea in tutto il mondo antico, l’antico paese preislamico corrispondente allo Yemen attuale che diede il nome alla famosa regina di Saba”.

Ben sappiamo come “in Arabia inoltre che in Etiopia e particolarmente in Egitto e in Turchia, il frequente uso di bagni odorosi da sempre hanno avuto una qualche rilevanza religiosa, come ad esempio, nelle abluzioni, nelle aspersioni e nelle fumigazioni rituali. Negli harem come nei ginecei, fino ai più attuali hamam e nelle odierne saune, la cura del corpo assume tra gli arabi una forte rilevanza nell’utilizzo di profumi, gomme idrosolubili, allumi astringenti, oli e creme di bellezza della pelle”.
Della ‘bellezza’ si legge nella letteratura araba accreditata fin dall’antichità, a iniziare dal poeta persiano Firdusi (6) il quale nel suo “Libro dei Re” parla di quanto l’uso di prodotti di bellezza esalti i valori estetici dell’amata …

“Sotto le tue mani, le tue labbra e le gote s’avvivano / i tuoi occhi s’approfondiscono, se io t’amo così come sei / quanto, dimmi, te ne dovrò volere dopo?”.

Scrive il poeta persiano del sufismo Ibn El Nakib (7) alla sua donna:
“Di un punto di rosso color sangue / ella ravviva il rosa delle sue labbra. / Di una crema odorosa di gelsomino / ella ammorbidisce la seta delle sue guance. / A me, che l’attendo oltre il ruscello, / la brezza porta il profumo incantato / di lei, sempre più bella”.

Come nella maggior parte delle culture, anche qui l’ornamento raggiunge il suo culmine nella manifattura di gioielli e nei preziosi capi d’abbigliamento in occasione del ‘matrimonio’, uno dei più importanti avvenimenti della vita comune. Al pari di un ‘grande spettacolo popolare’, questo avviene in gran pompa e vi partecipa gran parte della popolazione …

“La sposa, col volto, mani e piedi sapientemente dipinti, si adorna di tutti i gioielli accumulati in dote, ed anche di quelli che le numerose famiglie della tribù d’appartenenza mettono a sua disposizione, i cui membri giungono da ogni parte per prendere parte ai festeggiamenti”. (cit. Rovesti)

Le spose arabe di condizione benestante arrivano ad ornarsi con tatuaggi, dipingendo con l’henné molte parti del proprio corpo inoltre alle mani e le piante dei piedi ornandoli di preziosi anelli e monili, e dipingendosi le unghie con smalti colorati, in aggiunta all’uso di proteggersi con amuleti porta-unguenti e astucci porta-rossetti manufatti in cuoio e/o in filigrana d’oro e d’argento, ricchi di cesellature e lavorazioni di un gusto assai ricercato …

“Le donne in generale, tengono ai capelli, noti per la loro lucentezza ottenuta con oli di papavero, di cotone e di sesamo, nonché con l’uso di alcune emulsioni detergenti semigrasse. Il contrasto tra il turbante e i veli chiari e il nero ebano dei capelli conferisce bellezza e fascino alla loro persona. Inoltre, si truccano gli occhi con il ‘Khol’, già citato per gli uomini, e a volte si dipingono il volto con polvere d’ocra che dona loro un innaturale splendore”. (cit. Rovesti)

Mentre gli uomini tengono moltissimo alla barba che curano in modo particolare arrivando a giurare su di essa e, pertanto, si sottomettono a cure speciali, inoltre all’uso di profumare gli abiti con l’incenso che lascia agli indumenti un sentore di freschezza; le donne utilizzano “In genere le profumazioni usate sono per lo più distillati di fiori”.
Acciò è interessante ricordare che la distillazione fu descritta per la prima volta da Avicenna (8), un medico e filosofo musulmano nativo persiano che, con l’alambicco, ottenne la prima essenza di rose. […] Negli antichi ricettari arabi è affermato di poter mantenere belle le donne, con pelle giovanile e fresca sino alla più tarda età”. (Rovesti)

Come riporta ancora il prof. Paolo Rovesti: “Una simpatica tradizione è conservata fra i maghrebini, così detta ‘dei venditori di fumo’. Questi particolari individui hanno libero accesso in tutte le case sia berbere che arabe, così come negli attendamenti dei nomadi berberi, con i loro incensieri e i loro profumi aromatici, e per pochi soldi offrono la profumazione degli ambienti d’uso comune che compiono in chiave rituale. Gravi e seri, questi putiferi ambulanti, impongono tacitamente la loro merce, comparendo in una nuvola di fumo iniziale d’incenso e benzoino. Essi appartengono a una setta di filosofi che nelle volute azzurrate del fumo, simbolo dell’oblio, dispensano un piacere olfattivo che giudicano importante per la gioia dello spirito. Quindi se ne vanno avvolti in una nebbiolina azzurra dopo aver saturato ogni luogo di gradevoli profumazioni riprendendo il loro andare e dispensare altro piacere e altre illusioni”.

Come ha rivelato uno dei ‘venditori di fumo’ intervistato …

“In un ambiente sanificato e profumato si vive meglio, si ama meglio, si sogna meglio. Un buon profumo conduce verso valori estetici eterei, surreali, accentua l’euforia, immerge il corpo in un bagno aereo di bellezza, di benessere e di piacere”.

Uniti da caratteristiche etniche simili, derivate dalla fusione di popoli un tempo dediti al nomadismo, e che oggi occupano le coste dell’Africa nord-occidentale comprese tra il Mediterraneo e il Sahara, nell’area più conosciuta come Maghreb, costituiscono un crogiuolo di razze diverse, in quanto commistioni successive in prevalenza turche ed europee. Siano essi berberi o beduini, maghrebini /mauri o arabi, la cui discendenza dalle tribù nomadi del passato, quasi tutti restano amanti del loro isolamento e della loro indipendenza.
Seppure oggi vivono in insediamenti urbani relativamente recenti, molti di essi hanno conservato un forte legame di discendenza da un loro unico antenato, anche se lontanissimo, dal quale, verosimilmente hanno ereditato la terra, i nomi, le usanze e le consuetudini, ossia i valori fondanti la comunità.
Contrariamente a quanto sta accadendo in Occidente, dove si tende alla famiglia mononucleare che esclude persino i parenti un tempo considerati ‘prossimi’ e/o ‘diretti’, in questi stati, sia i nuclei famigliari considerati sedentari che quelli nomadi e semi-nomadi si considerano uniti da vincoli di parentela, anche se assai deboli, di cui vanno particolarmente fieri.

Fortemente attaccati ai loro tradizionali costumi patriarcali, seppure questi differiscano da tribù a tribù, in particolare i nomadi delle oasi per cui l’agricoltura è alla base della sopravvivenza; e quelli che vivono spesso isolati perché arroccati sulle montagne, attribuiscono all’istituzione famigliare valori profondi, divenuti d’appartenenza di ogni singola comunità. Di fatto le comunità riconoscono la linea ereditaria maschile e il capofamiglia gode di una notevole autorità.
Da sempre, mentre gli uomini sono impegnati nei lavori agricoli e all’allevamento del bestiame, le donne arabe sono per lo più dedite alla tessitura dei tappeti, esperte nell’uso della filatura e della coloratura di cui detengono un primato significativo e che ha raggiunto un alto livello artistico. In special modo, hanno padronanza dei diversi significati dei disegni utilizzati nella simbologia artistico-creativa afferente al culto religioso, diversa per i tappeti ‘da preghiera’ da quelli di uso comune, nonché nel replicare alcuni tappeti per così dire d’‘autore’ molto richiesti sul mercato interno ed anche da quello Occidentale.

Oggi assistiamo al rifiorire di un maggiore interesse per le arti e per i mestieri manifatturieri legati alle tradizioni, così come al recupero della musica cosiddetta ‘classica’ degli antenati, fatta di pochi strumenti suonati in a-solo e di quella d’accompagnamento alle danze tipiche, al tempo stesso ricca di sonorità diverse e talvolta entusiasmanti quando suonate in ‘ensemble’, dalle orchestrine nelle parate ufficiali e ‘in-concerto’ durante le feste calendariali; se bene il progressivo sviluppo e l’emancipazione in corso abbiano portato una certa commistione degli stili musicali in favore di quelli occidentali, avviandosi verso grandi contrasti sociali …

L’importanza delle feste è data dalla lettura della ‘sūra’ relativa nel Corano ad ognuna delle 114 ripartizioni del Libro; ogni ‘sūra’, a sua volta, si divide in ‘āyāt’ o versetti ai capitoli del libro sacro musulmano. L’usanza vuole che l’uomo si rechi in Moschea almeno il venerdì, mentre in molte parti del mondo arabo le donne pregano soltanto in casa. La festa ha inizio con la preghiera del mattino nella moschea dove si raccolgono in preghiera numerosi i fedeli e si cantano inni religiosi. Quindi si fa visita alle tombe dei propri defunti e solo in seguito gli uomini tornano a unirsi alla famiglia per la colazione e per dare inizio ai festeggiamenti dove vengono regolarmente consumati i dolci devozionali preparati in gran quantità e si beve il tradizionale tè alla menta. Inoltre al più conosciuto ‘Ramadan’, quelle più seguite sono ‘id al-Fitr’ che mette fine al mese di digiuno, e ‘id al-Adha’ durante la quale si commemora l’episodio in cui, secondo la religione islamica, Abramo sacrificò un montone al posto del figlio Ismaele, ritenuto il capostipite delle tribù arabe.

Per l’occasione delle feste “le donne, spesso assai belle, dagli occhi brillanti e la carnagione nocciola più o meno scura, usano trattare i propri capelli con l’henné, una pianta dal potere colorante di rosso. Ogni donna tiene in modo particolare alla propria acconciatura tribale del proprio gruppo etnico: le donne berbere, ad esempio, portano una specie di cono nei capelli, mentre le donne beduine per rialzare la massa dei capelli usano grandi trecce di lana che aggiungono all’acconciatura che stringono intorno alla testa”. (cit. Rovesti)

In rispetto alla festa le donne indossano i loro costumi tradizionali, questi sono per lo più in tinta unita arricchiti con guarnizioni e frange damascate, con aggiunta di un gran numero di monili, talvolta veri e propri gioielli in filigrana d’oro e d’argento a forma di medaglia o dischi incisi, del tipo usati per le cerimonie di matrimonio. Alla vestizione è inoltre praticato il tatuaggio in segno della maturità sessuale degli individui diverso per le donne da quello degli uomini, la cui reputazione è un segno non solo attitudinale quanto di vicendevole rispettabilità. Così avviene per recarsi al mercato che le compere vengono per la maggior parte fatte dagli uomini. D’altro canto, quando di giorno gli uomini sono fuori, le donne si scambiano visite fra loro, ma, ad esempio, nei paesi più tradizionalisti le madri di famiglia compiono queste visite in gruppo, in ogni caso le visite troppo frequenti sono disapprovate.

Allo stato attuale delle cose le donne arabe indossano il ‘chador’, il velo che ricopre la testa e il viso. La religiosità islamica obbliga specificatamente la donna di nascondere il proprio corpo ma non di coprire il volto. Tuttavia in alcuni paesi il velare il volto è rigorosamente in uso, dove il costume vuole che la donna porti oltre al velo una maschera di tessuto sul volto. Ciò è legato al concetto di ‘onorabilità’ famigliare e di pudore femminile, che proibisce alle donne di avere qualsiasi contatto che non sia di breve durata e il più superficiale possibile, eccetto con il proprio marito e i parenti più prossimi, anche se con il cambiare dei costumi nazionali di alcuni paesi, anche la vita sociale sta rapidamente cambiando.
Un esempio pratico è qui dato dal fatto che prima delle recenti riforme avvenute in alcuni stati, i mariti potevano divorziare a proprio piacimento, se pure la legge civile oggi lo sconsiglia e, in certi casi, lo proibisce. Quanto fin qui detto è decisamente voluto, in quanto oltre a una risvegliata coscienza nazionale, valida per alcuni stati moderni, vuoi per gli effetti degli incontri delle politiche sociali su scala internazionale, vuoi per gli scambi culturali tra oriente e occidente alla base del reciproco progresso religioso, filosofico, artistico e scientifico, assistiamo oggi a una globalizzazione che consente di smussare certe diversità e ostentazioni verso un arricchimento spirituale profondo.

Come abbiamo avuto modi di leggere, il modo arabo, è un ‘pianeta’ di indubbi contrasti seppure non necessariamente insormontabili, oggi messo davanti a una svolta decisiva, quella di dover affrontare cambiamenti repentini e la possibilità di perdere la propria identità culturale. È questo uno dei tanti motivi delle lotte che infieriscono in molti paesi, dove si fronteggiano due opposte concezioni di vita: la tendenza verso il nuovo e l’attaccamento ai propri valori ancestrali a quanto pare irrinunciabili.

Note:
1) Arnold Joseph Toynbee è stato uno storico inglese. Appartenne alla corrente britannica dello storicismo diffusasi nella seconda metà dell'Ottocento e che vide in Toynbee uno dei suoi massimi esponenti. Tra i suoi libri vanno citati “The study of History” - Oxford University Press 1934; “Civiltà al paragone” – Bompiani 1948; “L’uomo deve scegliere” – Bompiani 1988; “La rivoluzione industriale” – Odradeck 2004.
2) Raymond William Firth è stato un etnologo neozelandese. Fu professore di Antropologia alla London School of Economics, e si ritiene che abbia creato da solo una forma di antropologia economica britannica. Il risultato del lavoro etnografico di Firth, ha permesso di capire che il reale comportamento delle società (organizzazione sociale) è separato dalle regole idealizzate del comportamento all'interno di società particolari (struttura sociale). Tra le sue opere: “Noi, Tikopia”, Laterza – 1976; “Alcuni principi di organizzazione sociale”, in L. Bonin, A. Marazzi (a cura), Antropologia culturale, Hoepli, Milano, 1970.
3)I Tuareg o Tuaregh sono un gruppo etnico, tradizionalmente nomade, stanziato lungo il deserto del Sahara. La lingua tuareg e le sue varietà sono dialetti del berbero.
4) Tifinag è la scrittura dei tuareg, popolazione berbera del Sahara. La scrittura discende dalle più antiche forme di alfabeto libico-berbero, già attestate nelle iscrizioni libiche del I millennio a.C.; propriamente, tifinagh è il plurale di tafineqq, termine di uso più raro, che indica una sola lettera di tale alfabeto.
5) Paolo Rovesti, biologo, cosmetologo, italiano prof. Emerito della Sorbona, ha svolto ricerca sui cosmetici dei popoli primitivi, studi sulla cosmetica antica e sui profumi. Noti sono i suoi libri in collaborazione con Gianpiero Bonetti: “Alla ricerca dei cosmetici perduti “– Blow-up 1977; “Alla ricerca dei profumi perduti” - “Blow-up 1980 e “Alla ricerca dei cosmetici dei primitivi” - Blow-up 1977. Tre libri enciclopedici che ripercorrono le tappe della etnologia della cosmesi ma anche delle canzoni e delle poesie dedicate alla ‘bellezza’.
6) Hakīm Abol-Ghāsem Ferdowsī Tūsī, più noto nella traslitterazione Firdusi, Ferdowsi, o Firdowsi, è il maggior poeta epico della letteratura persiana medievale, forse il più celebrato poeta persiano. Fu autore dello “Shāh-Nāmeh”, “Il Libro dei Re” - Luni Editrice 2020, è la grandiosa sistemazione poetica, nella lingua letteraria della Persia dell’XI secolo, del patrimonio epico-storico dell’Iran, anteriore alla conquista araba e all’islamizzazione del paese. Una saga e una cronaca insieme, che riconduce in uno schema dinastico l’intera storia della civiltà persiana, dai più remoti miti cosmogonici, attraverso leggende e tradizioni orali, fino alla protostoria e alla storia della Persia preislamica.
7) Abū Sa῾ī´d ibn Abī l-Khair è un Mistico poeta persiano (Maihana, Khorāsān, 967 - ivi 1049). Fautore della corrente panteistica persiana del sufismo; in poesia, è uno dei primi autori di quartine (rubā'iyyāt) allegoriche, ove le effusioni mistiche sono presentate sotto immagini erotiche e bacchiche. Incluso nel libro “Poesia d’amore turca e persiana” – Epidem 1973.
8)Ibn Sinā, alias Abū ʿAlī al-Ḥusayn ibn ʿAbd Allāh ibn Sīnā o Pur-Sina più noto in occidente come Avicenna, è stato un medico, filosofo, matematico, logico e fisico persiano. Le sue opere più famose sono “Il libro della guarigione” 1025 e “Il canone della medicina”1027 - UTET.

Nota d’autore:
Per una migliore comprensione dell’assetto musicale dei popoli citati, sono presenti sul mercato discografico numerosi album in vinile e CD, purtroppo non facilmente reperibili, indicativi per una classificazione della musica araba nel contesto etnomusicologico di base.


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- Libri

Le periferie esistenziali - nuovo libro di Eraldo Guadagnoli

'Le periferie esistenziali' il nuovo libro di Eraldo Guadagnoli – Vincitore del Premio Letterario Nazionale 'Emozioni Tra Le Righe 2020' – Daimon Edizioni 2021

 

Omettendo lo studio analitico della trama di questo romanzo più o meno storicizzato dall’autore, è rilevante l’intento di rintracciare nella storia patria delle nostre regioni le tante ‘storie altre’ smarrite nel tempo. Ciò che, pur mantenendo una sorta di realtà affabulatrice, non hanno marcato la letteratura ufficiale, perdendosi nei meandri dell’oralità successiva alle epoche di riferimento. Qui l’autore rintraccia un fil rouge che dal 1700, “muovendosi dalla misteriosa provincia di Benevento, fino agli angoli affascinanti dell’Abruzzo meno conosciuto”, riaffiora in superfice cinque secoli dopo, all’incirca ai nostri giorni, fornendo uno stretto legame che avvicina il testo narrativo alla leggenda, la cui verità storica egli traduce in narrazione fantastica.

Ma un’altra realtà tuttavia affiora dalle pagine del romanzo che si rivela altrettanto valida e che il lettore dovrebbe tenere in considerazione, l’omissione di alcuni particolari inerenti alle tradizioni folkloriche di provenienza regionale: vuoi per le carenze delle fonti ufficiali, vuoi per le limitatezze intrinseche alle lingue orali dei luoghi originali elaborate all’uopo dall’autore, che altresì si evidenzia e si ricrea sulla scia dell’antica ‘magica’ fluorescenza del mito.

È così che dalle ‘periferie esistenziali’ della narrazione orale prende avvio la parabola comunicativa dell’autore. Come riferisce Alessandra Lopardi nella Prefazione al libro – “Il tema del viaggio come metafora di costruzione di un percorso che va oltre, cattura l’attenzione e porta a seguire la vicenda dall’interno creando suspense e interesse; i temi della scoperta delle radici, del passato che si riscopre e colora di nuove prospettive il tempo, toccano tematiche della ricerca di risposte e prospettiva, immanente e trascendente”.

Siamo qui messi di fronte alla sintesi più disparata che va dal giallo storico, al romanzo d’avventura, dall’impatto emozionale al relativismo incalzante; come è stato detto in altre occasioni, è infine il lettore a dare l’importanza dovuta al proprio leggere: dalla caratterizzazione dei personaggi, all’affermazione sintattica del proprio modo, alla determinante ‘finzione’ della propria immedesimazione.

“Il tempo della ricerca – scrive ancora Alessandra Lopardi – è scandito sul piano psicologico da incontri che completano e arricchiscono il percorso: l’amicizia, l’amore e le conoscenze che accompagnano le vicende narrate. […] Tanti e tali sono i riferimenti a Pietro da Morrone – che diverrà poi il celeberrimo Papa Celestino V – ai Templari, alla Via Francigena e alle crociate in Terra Santa che l’opera può a pieno titolo essere inserita nell’abruzzesistica templare. […] Perché il viaggio tratteggiato in questo incredibile romanzo è un po’ il cammino di tutti noi, la scoperta dell’antico, della preziosa valenza del passato da cui non si può prescindere e della necessaria spinta al futuro che muove l’animo umano”.

Non nuovo al genere giallo Eraldo Guadagnoli si è presentato al pubblico dei libri con un ‘primo’ romanzo thriller dalla trama sottile intitolato “Scacco al re” Cavinato Editore 2016, inscenando una trama a incastro come appunto accade, in questo suo ultimo da stravolgere l’intero impianto la cui ultima mossa decisiva, quella a sorpresa che si svolge appunto nell’Epilogo di questo libro... Cosa c’è di vero nella leggenda di un cavaliere tornato dalla Terra Santa? Quali segreti nascondono le pergamene mai trovate e sepolte in una biblioteca di un convento di monache di clausura? Per quali ‘segreti’ motivi una reliquia proveniente dalla Terra Santa non è mai stata menzionata nella Storia?

Queste le molteplici domande cui il libro avalla alcune risposte ad una storicità sfuggente abilmente orchestrata da ben altri fautori, all’interno delle pagine sfogliate, in cui il lettore è chiamato a sciogliere l’intreccio man mano che s’accresce la sua conoscenza dei fatti, con l’autodeterminazione a voler ‘essere’ autore della storia narrata. Dal canto suo l’autore, Eraldo Guadagnoli, si affida a una scrittura lineare in cui il fattore tempo è gestito autonomamente, dall’enfasi che impiega per arrivare in fondo, per poi scoprire che il suo coinvolgimento era già previsto. Ovvero, andando alla ricerca della ‘Verità’ e questa volta lo fa con la dovuta determinazione che gli è valso il Premio Letterario 'Emozioni tra le righe' 2020.

L'autore: Eraldo Guadagnoli è nato a Sulmona (AQ) nel 1974. Dopo gli studi classici, consegue il Master in Editoria presso l’Istituto di Formazione Superiore Comunika di Roma e inizia a collaborare come editor per diverse case editrici. Dopo il suo primo romanzo “Scacco al Re” del 2016, è la volta de “Il colore dell’inganno” per i titoli della Virginia Edizioni 2017; e “I Pentacuminati” 5 Storie di (dis)ordinario mistero, una raccolta di racconti Daimon Edizioni 2019.

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- Poesia

In ricordo di Giuseppe Greco ... poeta

In ricordo di Giuseppe Greco.

È con sincera commozione che partecipo oggi alle le esequie funebri del giovane poeta Giuseppe Greco presso la chiesa San Filippo Neri a Grottammare (AP) presentato agli amici de Larecherche.it con la silloge poetica “Soffio di parole” - edizioni Nicola Palumbi 2019:
Di un 'fluf' risuona lo spostamento d’aria nel voltare pagina quando già ‘soffi di parole’ spingono nuvole bianche verso un indefinibile orizzonte, ove la linea di demarcazione si altera verso un al di là che invita al discernimento …

Come un soffio di parole / la mia ispirazione / mi entra nell’anima / e mi fa scrivere pensieri / che non so dire / che mi colorano il cuore.

Di Giuseppe Greco riporto qui di seguito le sue ultime parole espresse nella lirica “dedicata a chi trova rifugio nello scrivere” e quindi a tutti noi ‘ospiti della rivista letteraria’ che ci gratifica nella poesia:

Tu mio sangue …

scrivi come se
non ci fosse un domani
ti guardo commosso
perché vivi l’amore
come un sogno,
dal quale non ti svegli
e del quale vivi succube,
vedi la passione
come un tramonto senza fine.
Ti chiamano illuso
ma prima dovrebbero parlare
con il tuo cuore e
capire le sue parole,
quanti silenzi celavano
l’attesa di un suo
gesto mentre dedicavi
versi cullati da lacrime mute.
Un suo sguardo o
Una sua parola, ma poi …
mai nessuna bugia
fu più amara
di una mezza verità
detta con l’illusione
di non ferirti ma
stille di sangue escono
dai tuoi occhi perché
sai quella verità,
che un’illusa pensa
di conoscere meglio di te.
Ti incontri con l’incerto
perché sai che la verità
è piena d’amore ma
rifletti e capisci come nessuno,
non l’amore è incerto ma
Ciò che nutro verso di te lo è.
Amore e sofferenza
Fanno l’amore e tu,
mi sangue sei
il loro talamo.
La penna è una missione
tutta l’arte lo è
e dietro questo dolore
c’è il poter dire con le parole
quello che gli altri guardano
nel silenzio.

Mi piace inoltre ricordare alcune frasi che inviava a centinaia di suoi fans ogni mattina con l’augurio di un felice giorno e l’invito a guardare avanti ...

Guardo l’orizzonte e / vedo sogni lontani che aiutano / i miei sogni di vile realtà. / Un viaggio di coraggio, barattato con il sudore […] siamo nell’incertezza, / cullati dal desiderio. / […] / Vedo la Terra davanti a me / ma ho l’acqua alla gola, / ora vedrò i miei sogni, / ora finalmente vedrò.

E vedrò anche oltre, nel cedevole emisfero della luce, a che il pieno giorno eguaglia le ore dell’immenso e del sublime ch’è in ognuno di noi, allorché fruga negli spazi interstiziali delle tenebre che l’attendono ...

Ti aspettavo … / Tra le spire del dubbio / osservo i miei progetti, / e una pioggia d’idee / cade sui miei pensieri / non ancora stanchi, / possano i giorni e / le mie urla si fanno più forti, / la mia casa brucia / guardando le spire della frustrazione ma / vedo una luce, / un uragano che divora l’incendio, / ora le mie parole hanno trovato la strada, / ora la mia casa si apre all’accoglienza.

C’è un momento nella vita, / in cui sei solo, / davanti a uno specchio / che riflette, quel buio / che vorresti tenere lontano. / Ma arriva la luce, / è un fuoco fatuo che / ti guida nelle tenebre e / ti fa scoprire passi di luce, / cammina perché il sentiero è lungo / … lungo come la vita.

È del silenzio, il soffio interstiziale dell’avvio che si ripete, dall’inizio alla fine, come di ossimoro legato al verso, al senso e al suo contrario poetico, libero e/o arbitrario dell’immaginale ...

Davanti a me soltanto le parole, / con le quali riesco a raccontarmi, / loro non mi chiedono niente, / soltanto semplicità, / sono lo specchio che segue i miei passi. / Di un cammino che è una dolce danza, / che nasce con un ‘soffio’ che la scuote.

I miei passi / su quel velluto verde / che accarezza i miei piedi, / quando scorgo / l’ombra di un bosco, / (di cipressi) / come punte di lancia / in un silenzio bianco (accecante di luce) / (quale) esercito in fila / pronto a cedere il passo / al calpestio dei piedi / nella marcia a ritroso / senza né vinti né vincitori / di un teatro di guerra / ch’era soltanto tranquilla apparenza.

C’è qualcosa di più nei momenti narrativi, lunghi nell’attesa dei giorni di Giuseppe Greco che ... come un bruco diventa / farfalla pitturata / di felicità che sorge / come di un’alba / e riposa soltanto / con la notte quando / tutto si spegne, / ma il buio è soltanto attesa e / poi si ricomincia.

Un poi che trasforma la sua grande voglia di vivere in ‘certezza’ del domani, che accoglie in se ogni tempo: passato, presente, futuro, come di clessidra che basta voltare perché la sabbia torni a segnare ogni singolo momento di vita vissuta, esperienziale, vertiginosa e/o obnubilata da un’eclissi che pure c’è stato, ma che nessuno avrebbe potuto immaginare. Come di un ‘fluf’ per la caduta della goccia nello stagno della memoria liquida che inzuppa di nero inchiostro la pagina bianca aperta sul diario dell’esistenza, e che del vivere segna la fine.

Acciò, proprio quando un altro bagliore, improvviso, viene a rischiarare il mondo, a muovere ... passi che non conoscevi / dopo anni d’attesa / sentirti vivo e ora / giunto il momento / ora puoi essere te, / quel te che ha vissuto, / celato nelle tue false certezze.

Quel che rimane, infine, non è poca cosa, la vita lo dimostra continuamente, ci basti sentire, quando l'abbiamo sotto i piedi “..la strada della vita, / così piena di (tante) corsie / di decelerazione.

Quella diminuzione della velocità di un corpo nell'unità di tempo che ci è dato di vivere...

Ma noi, fermi / sul bordo della strada, / ad aspettare un passaggio (che a volte non arriva) / e non sentiamo / che abbiamo gambe / che ci sorreggono / e piedi mai fermi. / Che l’unica benzina di cui hanno bisogno / è la tua voglia di fare, di esserci. / (Allora) Il vuoto, il bianco, l’apatia, la tristezza,” / (che cosa sono?) / se non il viluppo della forza che scema, che chiede linfa di nuova vita ...

... o forse solo di rinnovato amore.



L’autore.

Giuseppe Greco nasce a San Benedetto del Tronto (AP) il 10 luglio 1974 e dopo aver frequentato l’Istituto Professionale si diploma nel 1995. Nonostante i problemi di salute che lo costringono su una sedia a rotelle, s’impegna a riempire la sua vita con vari ‘passatempi’ tra cui la scrittura che è sempre stata il suo grande e veritiero amore.

Da sempre è alla ricerca di qualcuno disposto a leggere le sue opere ma, soprattutto, cerca qualcuno che creda in lui e in ciò che scrive.

Altre pubblicazioni:
Giuseppe Greco “Piccoli pensieri” – Montedit 2003















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- Musica

’Come Again’ di Danielle Di Majo e Manuela Pasqui

A voler parlare di Jazz …

È pressoché detto di una ‘imperscrutabile perfezione’, tale da sembrare una contraddizione in termini, in cui tuttavia il Jazz contemporaneo, introduce al profumo ipnotico d’una sequenza di note che forzano gli spazi interstiziali, ‘senza-audio’; e che invade con gli accordi simultanei delle vibrazioni ‘al femminile’: epidermiche di corde tese, di ottoni altisonanti, di sistri immaginari di un trascorso che disconosciamo … non solo perché supera in profondità ctonia o in altezza stratosferica quanto è dato ascoltare ma, in quanto unisce, avvolge e compenetra il silenzio all’armonioso viluppo del tutto.
Una qualità che dimostrano ben pochi strumentisti Jazz nell’affrontare le tematiche che si propongono, allorché spaziano voluttuosi e/o lascivi in tutto ciò che va oltre l’idea della consonanza, di quella conformità che spesso rende il Jazz al maschile ‘illeggibile’ all’orecchio dell’ascoltatore: vuoi per eccesso di virtuosismo talvolta fine a se stesso; vuoi per un difetto coitale che affretta la conclusione d’ogni ‘pezzo’ (brano) eseguito … sì da lasciare basito l’artista benché attratto nell’immaginario dilettevole del suono prodotto dal proprio personalissimo ‘stile’ che lo distingue.

“Gli artisti non hanno quasi mai cognizione della propria arte […] perfino gli artisti più celebri del mondo”. (*)

Va considerato, inoltre, il ‘suono’ e/o la ‘voce’ propria di ogni singolo strumento, allorché viene personalizzato in un ‘corpo-a-corpo’ con l’esecutore stesso che ne assume così l’identità. E cosa c’è di meglio di misurarsi con una musica coinvolgente, ‘a tutto tondo’, che si conforma con l’ascoltatore, e il cui richiamo introduce e/o re-introduce assonanze del passato-remoto a confronto con il presente-futuro, al fine di unico di restituire alla musica l’amore e l’entusiasmo di una passione esercitata nel tempo … anni in cui l’artista ha maturato la sua personale ricerca.
È questo il caso di un album/cd B.I.T. Back in Time dal titolo “Come Again” di recente immissione sul mercato discografico che vede due eccezionali strumentiste Danielle Di Majo (alto e soprano sax) e Manuela Pasqui (piano), alle prese con brani insoliti quanto insospettabili, presi dalla tradizione e dalla produzione di celebri compositori, trasposti in un Jazz raffinato ed elegante, esclusivo, da veri intenditori, che si spinge dai ‘pianissimo’ essenziali di Manuela, fino a ‘lontananze’ inusitate o, se vogliamo, a certe ‘solitudini’ nello spirito del ‘melos’ vocale.
Ciò per quanto riguarda le ‘voci’ del sax di Danielle che, per effetto di scelte mature, ha abbandonato l’aggressività del Rock-duro per rivolgersi al Jazz-puro, in cui la suggestione, trasferita nel suono, si traduce qui in emotiva affabulazione in alcuni brani quali: “L’amour me fait commencer une chanson” del compositore medievale Thibaut de Champagne, “Cagnaccio” della stessa Danielle; “Come Again” di John Dowland, nonché il preliminare “Canone” di Pachelbel, e le cantabili “Lasciatemi morire” e “Sì dolce è il tormento” entrambe riprese, cosa inaspettata, dalla copiosa produzione di Claudio Monteverdi.
Nonché, e sorprendentemente, fanno parte di questa raccolta decisamente Jazz, “Bunessan” acquisito dalla tradizione scozzese delle ‘carols’ natalizie, e il brano firmato dalla stessa Manuela Pasqui, “Della mancanza e dell’amore”, in cui il piano assume valenza cosciente dello ‘spirito’ del suono. Quasi una consacrazione filosofica a quella che possiamo ben definire ‘musica concettuale’ … in quanto espressione della contemporaneità degli intenti jazzistici, attivi nella più recente progettazione musicale di molti artisti:

“L’amore per la musica, la tenacia e l’entusiasmo di suonare insieme, sono le forze che ci hanno spinto e guidato nel realizzare questo nostro progetto” – hanno dichiarato le entusiastiche interpreti dei questo concept-album targato Filibusta Records, registrato a Roma all’Arcipelago Studio - Dicembre 2020. (*)
Note di copertina:

(*) Executive Producer – Filibusta Records – info@filibusta records.com

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- Libri

Ken Follett Kingsbridge Trilogy

Ken Follett Kingsbridge Trilogy
"I pilastri della terra" - "Mondo senza fine" - "La colonna di fuoco"

Ken Follett non ha certo bisogno di presentazioni, il suo libro "I pilastri della terra" (2007) e i successivi "Mondo senza fine" (2007) e "La colonna di fuoco" (2017) seguiti dal prequel "Fu sera e fu mattina" (2020) prepotentemente presenti sugli scaffali delle librerie, devono certamente qualcosa alla straordinaria versione cinematografica di Ridley Scott presentata in esclusiva per Sky Cinema (2010) nella trasposizione televisiva lunga 8 ore e costata 40 milioni di dollari per il solo primo dei titoli. Uno dei romanzi/saga più letti nel mondo (14 milioni di copie vendute), ambientata nell'Inghilterra del XII secolo, attorno alla costruzione di una maestosa cattedrale a Kingsbridge, progetto che scatena una feroce guerra di potere, perché. come ha spiegato lo stesso Follett "per ciascun personaggio è il simbolo di una diversa aspirazione".
Ciò, non tanto per rinverdire un successo letterario strepitoso, quanto per ripercorrere lo "straordinario" contenuto medievalista dei romanzi quanto per segnalare la necessità di tornare a una maggiore cura dell'io narrante a vantaggio di un colloquio con ciò che la scrittura ha di più intimo e sensibile. In cui lo "straordinario" è soprattutto inteso come "memoria storica", "immaginazione visiva", di quel "rincanto" che in sociologia ha significato di recupero della fase storica in cui viviamo, troppo spesso dismesso o assente dal linguaggio e dalla scrittura odierna. Non di meno come reazione all'instabilità del mondo contemporaneo che, almeno per noi lettori, serve ad addolcire gli effetti alienanti delle odierne megalopoli, nonché prodotti dagli odierni media e dalla massificazione tecnologica.

Come per l’appunto scrive M. Longo promovendo una riflessione che dai classici (Durkheim, Weber, Simmel) attraversa tutta la ricerca sociologica del Novecento (Parsons, Horkheimer, Adorno) fino a promuovere nel dibattito attuale l'ipotesi che, "mentre la prima modernità ha prodotto un'immagine disincantata del mondo (Weber), in quella contemporanea si manifestano "rincanti" che rendono più tollerabile per il singolo la crisi delle certezze e l'instabilità dei punti di riferimento".

La scrittura e la lettura dei tre romanzi di genere "medievale" concepiti da Follett nel loro insieme, affrontano qui tematiche a tutto tondo, quali le guerre, le passioni, le speranze degli uomini nell'Inghilterra del XII secolo, intorno alla costruzione di un’imponente cattedrale che, come "un sogno di pietra che si staglia contro il cielo", si traducono in monumento letterario che va oltre il contesto narrativo per restituire alla memoria ciò che è stato. Qualcosa che verosimilmente l'autore ricrea exnovo, rileggendo e reinterpretando la storia in chiave fantasy, come archeologia futura, in quanto repertorio d’immagini già immaginate, che va a sostituire l'immaginario con l'immaginazione, in un registro creativo, personale, realisticamente immaginato.
Si è qui coinvolti nell'enfasi di un insieme romanzato rivolto appunto al recupero della memoria, lì dove la memoria è meno prevedibile e meno motivata dall'esigenza razionale, rispetto all'intelligenza e all'azione. Così come la memoria – scrive Asor Rosa: “...è, oltre che inesplicabile, anche inesauribile, possiede la conoscenza del passato, ma ha anche memoria di sé: persone, oggetti, cose di cui ognuno fa esperienza. (...) Se i tempi della vita sono: presente, passato e futuro, quello della memoria, è invece la simultaneità, che coincide con l'identità. Il nostro "non tempo", va arricchendosi sempre di nuovi particolari in cui immaginazione e realtà si mescolano, e attraverso le quali l'uomo non fa che costruire, decostruire e ricostruire se stesso".

Quale mescolanza d’immaginario e realtà, la memoria storica va comunque tutelata, sia che miri a ottenere risultati oggettivi contrastanti, sia che ponga obiettivi determinati come appunto accade in questa trilogia. A incominciare dal primo tomo “I Pilastri della Terra”, in cui l’autore ci restituisce la storia rivisitata e filtrata dalla memoria che si fa racconto, dispiegandosi liberamente senza frapposizione di ostacoli. Infatti, la memoria storica, reale o verosimilmente ricreata, ha molti rimandi oggettivi quanto letterari, come ad esempio ci permette di ricordare una straordinaria Mostra sul duomo di Modena vista nel lontano luglio '84 (a cura di Claudio Franzoni), intitolata "Quando le cattedrali erano bianche", dall’omonimo libro di Le Corbousier del 1937, in cui il grande architetto affermava: "Nel corso degli anni, mi sono sentito diventare sempre più un uomo di dovunque".
Superfluo aggiungere che lo sguardo del celebrato architetto, il cui testo consacrava il lirismo logico del suo essere creativo, non era rivolto solo al mondo dell'architettura, anche se esso, costituiva per lui una pietra di paragone, un messaggio sociale, una profezia capace d'interpretare le speranze di rinnovamento di un'intera civiltà, per la frequente contrapposizione storica tra il vecchio e il nuovo continente. Tutto ciò è quanto mai attuale se applicato al tempo in cui l'Europa tutta riorganizzava le arti e i mestieri dietro l’azione imperativa di una tecnica di costruzione completamente innovativa, e gli uomini erano piuttosto artisti che non semplici plasmatori di materia.

Materia che riempie le pagine dell'altro tomo "Mondo senza fine" e il successivo …. di cui già il cinema si è appropriato, con buon auspicio per l'autore. Che è poi quanto ricorre in tutti i romanzi di Follett, dal medioevo fino a ieri, cioè fino a quando la costruzione dell'uomo (e della società) sembra essersi fermata, prima di ritrovarsi all'interno di una rievocazione storica in chiave mystery, ricca e attenta, incentrata sulla mistica sospensione dell'amore, quasi da sfiorare l'inverosimile per la ricercatezza degli orpelli e l'ordine estetico.
In questo, i sequel cinematografici, sono un po' carichi e fin troppo "limpidi" nel volerlo dimostrare ma, comunque, artisticamente validi. Pur se, diversamente, va detto, nei suoi romanzi la “saga d'amore” assume una dimensione epica che va dall'Inghilterra medioevale, nel tempo della costruzione di una cattedrale gotica, per giungere, con la stessa infallibile suspense che caratterizza tutti i suoi thriller, è da ricercare nella la sua folle corsa contro il tempo.

È in questa dinamica della corsa dietro la fugacità del tempo che si registra quel "mi sono sentito diventare sempre più un uomo di dovunque" detto da Le Corbousier in cui, anche noi, di fronte alla costruzione, (impossibile), della grandiosa cattedrale (della vita), finiamo per ritrovarci davanti a quel re-incanto che è la costruzione stessa dell'uomo, nel ripetersi di quel primitivo prodigio originario ricevuto nel momento della creazione: il re-incarnarsi individuale cosmico nella crescita e nella sua evoluzione, con i suoi sentimenti e gli intrighi, i pericoli e le minacce, le guerre, le pandemie e le carestie, i conflitti religiosi e le lotte per la successione di troni, in un periodo storico che oso definire "esemplare" dell'avventura e della sopravvivenza umana.
Lì dove l'uomo-faber infine si è imposto e ha creato la sua civiltà, la sua gabbia dorata, e ha trovato la sua redenzione nell'elogio dell'altro. E che, alla stregua di tanta arte, evidenzia una storia di ambizioni e di coraggio, di dedizione e tradimenti, amori e vendette, ove si scontrano le segrete aspirazioni e i sentimenti dei protagonisti, di quegli uomini che verosimilmente compiono la storia. È sullo sfondo di questo tempo, che oso definire del re-incanto, che tuttavia si sovrappone al tempo del timor-sacro, onde il voler evidenziare l'incertezza che spinge paradossalmente tutti noi, a pensare il tragico, a incontrare e vivere la morte solo come una persistente assenza inconfessabile quanto inaccettabile.

Allo stesso modo in cui pure accadeva in "Il nome della rosa" di Umberto Eco, (il primo grande capolavoro del genere), nella trilogia romanzata di Follett si respira l'integrazione della morte come il migliore e l'unico modo per esorcizzare il tragico, rappresentato dalla sublimazione artistica, per cui l'impostazione creativa va oltre quanto offerto dalla quotidianità, per superare di gran lunga la forma letteraria, sospingendosi inesorabilmente verso il pensiero virtuale odierno.
Pensiero che tuttavia è capace di far esplodere nuovamente il mito, e mostrare il re-incantamento del mondo, come un mix di gesta leggendarie dove cavalieri e dame di corte sono protagonisti di gesta eroiche, quasi a voler indicare che è proprio questo nostro essere ludico, giocoso del bambino che muove le marionette, che in fondo anima la nostra vita quotidiana, e che ha nome: destino.

Ken Follett (*), pseudonimo di Kenneth Martin Follett (Cardiff, 5 giugno 1949), è uno scrittore britannico.

Considerato uno dei più grandi narratori al mondo, ha raggiunto la prima posizione del New York Times best-seller list con molti dei suoi romanzi, tra cui Il codice Rebecca, Un letto di leoni, Mondo senza fine, La caduta dei giganti, L'inverno del mondo, I giorni dell'eternità, La colonna di fuoco e Fu sera e fu mattina. Due dei suoi libri, I pilastri della Terra e La cruna dell'ago, sono stati inseriti nella lista dei 101 best seller più venduti di tutti i tempi, rispettivamente al 68º e al 92º posto. Ha venduto più di 150 milioni di copie nel mondo, ed è uno dei più ricchi e famosi giallisti britannici della storia. Nel 2018 è stato insignito dell'onorificenza di Comandante dell'Ordine dell'Impero Britannico (CBE) per i suoi servizi alla letteratura.

Successivamente torna al genere del romanzo storico con Mondo senza fine (2007), sequel de I pilastri della Terra. Nel 2010 pubblica La caduta dei giganti, primo capitolo della cosiddetta "Century Trilogy" (la trilogia del secolo), che ripercorre i principali fatti storici del Novecento,[12] dall'incoronazione del re Giorgio V del Regno Unito fino alla caduta del muro di Berlino. Il secondo volume, intitolato L'inverno del mondo è uscito nel 2012, mentre la terza ed ultima parte, dal titolo I giorni dell'eternità, è stata pubblicata nel 2014. Nel settembre 2017 torna ancora nell'Inghilterra medievale con l'uscita de La colonna di fuoco, terzo libro della serie di Kingsbridge. Il 15 settembre 2020 è stato pubblicato il prequel de I pilastri della Terra, intitolato Fu sera e fu mattina.

(*) Wikipedya











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- Libri

Se un giorno d’estate ... Italo Calvino

Se un giorno d’estate … Italo Calvino
Una rilettura necessaria, una recensione impertinente.

Liberamente dedotta dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, Arnoldo Mondadori Editore 1979.

È lui. Non è lui. Credo di sì, è proprio lui. L’uomo in tuta che mi sorpassa di corsa per la strada, sta facendo jogging. Per un momento ho creduto fosse lui, aspetta dov’è che l’ho visto? Ma forse non l’ho mai visto. Eppure ho la sensazione di averlo già visto da qualche parte? – mi chiedo. No, altrimenti l’avrei riconosciuto a prima vita. Aspetta, sarà perché col sudore negli occhi non metto facilmente a fuoco. Mi fermo, aspetto che passi di nuovo. Di solito chi fa jogging ripercorre lo stesso percorso: da qui a lì e ritorno, da lì a qui il circuito cambia solo di prospettiva, il sentiero che si snoda fra gli alberi del parco, il piano, la finta collina che sale e che ridiscende e di nuovo il sentiero – stavolta dritto nella mia direzione di fermata.
È lui. Non è lui. Sono certo ch’è lui … ma sì lo scrittore Italo Calvino.
Senta, è lei o non è lei? … No, sa perché volevo dirle… – non si ferma. Continua accelerando il passo nella corsa. Lo inseguo per un breve tratto. Finalmente rallenta colto da un breve colpo di tosse – si ferma. Quando mi avvicino riprende imperterrito la corsa. Buongiorno! – esclamo raggiungendolo. Mi scusi, non volevo disturbarla. L’ho appena fatto. Mi scuso ansimando per il fiato grosso … lei non sa quanto le sono grato. Non saprei dirgli per cosa – per fortuna non me lo chiede. Sa, ho letto il suo ultimo libro, vorrei capire … Una panchina. Ci fermiamo. Mi siedo per primo, quando avrei dovuto aspettare che si sedesse prima lui – solo perché è arrivato per primo.
Non sempre chi arriva per primo dev’essere il primo in ogni altra cosa. Di fatto, da secondo smarrisco il tema della conversazione. Mi riprendo. Come le dicevo ho letto il suo libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e a un certo punto mi sono perso. Già, in quale punto? – mi chiedo … che fosse alla stazione mentre aspettavo il treno. No, quello è all’inizio del libro. Di quale libro se uno dentro l’altro, alla fine, i libri sono così tanti che solo ad elencarli provo la vertigine da omissione mentale che non mi permette di ricordarne i titoli. Eppure c’è un punto in cui … ecco, sono davanti agli scaffali della sua ipotetica Libreria Universitaria cercando il libro di un autore sconosciuto. Ma se è sconosciuto come posso trovarlo? – mi chiedo.
Ovvio, se non ricordo il nome dello scrittore perché sconosciuto, dovrei sapere almeno il titolo del libro che sto cercando. Il conquibus rasenta l’incapacità di raccapezzarmi all’interno di una sì ampia libreria, dove a venirmi incontro sono i dorsi di migliaia di libri incastrati negli scaffali, di migliaia di autori sconosciuti, di titoli impossibili da ricordare – che fare? Mi scusi, esiste una lista? Sicuramente c’è da qualche parte, basterebbe appenderla all’inizio dello scaffale. Certo ma di quale scaffale, iniziando da destra verso sinistra o dall’alto al basso, che va dalla A dell’abbecedario all’ultima consonante Z – come si compongono nell’odierno Dizionario – oppure?
Tutto sta in quell’oppure che rientra nell’infinito labirinto delle parole usate dall’autore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che, se non lo avete letto, non leggetelo. Ne vale l’incolumità della vostra mente che, ottusa-mente, si sofferma a voler comprendere ciò che non è dato sapere, se non l’astrusa (paranoica) volontà di incastrare situazioni possibili/impossibili racchiuse, come in una scatola cinese. Per poi svelare al lettore che si tratta di un gioco delinquenziale incastrato nel mistero occulto della parola. Quella parola di cui noi tutti, da sempre, andiamo alla ricerca del senso. Benché trattasi di un mosaico di preziose allocuzioni verbali, esortazioni arcane, arringhe filosofiche per ogni situazione – più che mai valide ancora oggi.
Il lettore assiduo di romanzi che sfoglia per la prima volta questo libro inconsueto, ben sa che a sua volta sarà preso nella trama inesistente, nel tessuto di quel “Il sentiero dei nidi di ragno”, dal quale non potrà sfuggire l’affabulazione dei suoi costrutti, delle sue incoerenze come delle coerenze, delle consistenze dei significati nascosti e palesi, degli assidui riferimenti storici e letterari – come in un compendio di un sapere ‘grande’ – accurato, definitivo. O, forse, non poi così definito, ma nell’accezione di composito, variegato e multiforme – eclettico (?). Sa che quel treno in partenza non arriverà mai a destinazione perché da sempre è fermo nella stazione delle sue “Città invisibili”, e da sempre arriva dove gli è concesso arrivare …
“Insomma, è preferibile tu tenga a freno l’impazienza e aspetti ad aprire il libro quando sei a casa. Ora sì. sei nella tua stanza, tranquillo, (si fa per dire), apri il libro alla prima pagina, no, all’ultima, per prima cosa vuoi vedere quant’è lungo. Non è troppo lungo, per fortuna.”
Distante dal concedere tregua alcuna l’autore de “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, alias Italo Calvino, mi trascina in luoghi a me sconosciuti, oltre il parco, oltre il sentiero che si snoda fra gli alberi – ben oltre la mondanità degli scrittori di best-sellers attuali che, prima o poi, si fermano in una qualche stazione evidenziata sulla mappa stradale d’una qualche città – qualunque città: New York, Singapore, Tokyo, Roma, Londra, Parigi, Amsterdam, Istanbul, Dubai … uguali l’una all’altra – tutte anonime allo stesso modo. In ognuna di esse vive, o forse pensa di ‘vivere’, un ammasso abnorme di gente conforme, omologata quanto ‘invisibile’. Sostenuta dalla speranza di un possibile/impossibile riscatto dalla schiavitù in cui volutamente soggiace – e che giammai sarà diversamente.
Ma ecco che egli non si concede, non mi sta a sentire, riprende la corsa. Non vuole saperne delle mie domande incongruenti, sbiadite, perse fra le pagine del suo libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Eppure ero certo che l’avrebbe trovate interessanti. Anche se adesso, fra le tante, non ricordo quali fossero “…davanti agli accattivanti meccanismi di attesa ch’egli prepara ogni volta con stupefacente maestria, e che perfidamente si rifiuta di soddisfare” (*). È così che insieme al filo ho perso anche il segno, il treno sul quale sono giunto fin qui. Il nesso che mi conduce da un libro all’altro, da un vagone all’altro, è sintomatico della dimensione del tempo …
“I romanzi lunghi scritti oggi forse sono un controsenso: la dimensione del tempo è andata in frantumi, non possiamo vivere o pensare se non a spezzoni di tempo che s’allontanano ognuno lungo una sua traiettoria e subito spariscono. La continuità del tempo possiamo ritrovarla solo nei romanzi di quell’epoca (di ogni epoca) in cui il tempo non appariva più come fermo e non ancora come esploso, un’epoca che è durata su per giù cent’anni, e poi basta.”
Ma come, solo cent’anni? Senza continuità? E quelli che devono ancora passare? – mi chiedo. Sì tutti quei treni che affollano tutte le stazioni dei treni, lì dove tutto inizia e verosimilmente tutto finisce – come in questo romanzo …
“Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva, uno sfiatare di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso. … Le stazioni si somigliano tutte; poco importa se le luci non riescono a rischiarare più in là del loro alone sbavato, tanto questo è un ambiente che tu (lettore) conosci a memoria, con l’odore di treno che resta anche dopo che tutti i treni sono partiti, l’odore speciale delle stazioni dopo che è partito l’ultimo treno. Le luci della stazione e le frasi che stai leggendo sembra abbiano il compito di dissolvere più che di indicare le cose affioranti da un velo di buio e di nebbia – tutto mescolato in un unico odore che è quello dell’attesa.”
O forse che è quello dell’assenza?
Già, l’assenza. Come parlare di un “margine d’indeterminatezza e di provvisorietà” cui non sappiamo dare forma, colore. In cui tutto si amplia e sfoca come dietro un vetro appannato, oppure tutto si riduce e svanisce dentro lo sbuffo di vapore di quella dannata locomotiva che nella corsa esclude ogni possibile immagine – ogni nostra convinzione di limpidezza. Ciò che manca, infine, e/o che viene a mancare, non è in ciò che crediamo, ma in ciò cui vogliamo credere – anche se non ci crediamo. Come di un ponte sospeso nel vuoto, sul vuoto della nostra incertezza, della nostra illusorietà che di volta in volta sbiadisce col passare del tempo – e la paura di “guardare in basso dove l’ombra s’addensa” …
Siamo ad una svolta, allorché l’autore fa dire alla donna delusa, uno dei tanti personaggi che riempiono le pagine del libro: – “I romanzi che preferisco, sono quelli che comunicano un senso di disagio fin dalla prima pagina…”. Per quanto, va detto, che il disagio in qualità di lettore, lo si percepisce dalla prima all’ultima pagina – un’ansia trasmessa dal ritmo intermittente del treno sulle rotaie – ta-tata-tatà-traaash – pari allo stridore metallico che talvolta fa raschiare i denti al viaggiatore e che lo mantiene sveglio per tutto il tempo. Specialmente di notte quando tra un dormiveglia e un altro, la mente allertata, immagina, vagheggia quel che non è tipico del sogno, bensì si rappresenta scene: velleità, ambizioni, suspense, protagonismi – come per un film tutto da scrivere.
La sceneggiatura, anzi le sceneggiature, sono già tutte scritte in questo libro dai risvolti onirici, tendenzialmente mirate, per quanto manierate, dentro i risvolti di una detective story e/o di una short stories che di volta in volta si colora di nero, di giallo, di rosa “In una rete di linee che s’allacciano” – nient’altro. Tutto il resto continua a correre, anzi, si direbbe a scorrere come un fiume in piena – verso quale mare (?) Che importa se del “resto viviamo in una civiltà uniforme, entro modelli culturali ben definiti”. Se “Questo libro è stato attento finora a lasciare aperta al Lettore che legge la possibilità d’identificarsi col Lettore che è letto: per questo non gli è stato dato un nome che l’avrebbe automaticamente equiparato a una Terza Persona, a un personaggio … e lo si è mantenuto nell’astratta condizione (e convinzione) dei pronomi, disponibile per ogni attributo e ogni azione.”
Ciò, per quanto nella foresta dei nomi, tra gli autori citati (fittizi) e pseudo personaggi (vari), il Lettore è sempre presente, anzi è il personaggio chiave del libro, sì che sembrerebbe non essere mai uscito dagli scaffali della Biblioteca Universitaria dove ci si è incontrati per la prima volta. Persi fra i tomi, dai dorsi e dalle coperte stampate, dagli interstizi lasciati dai rilegatori degli impaginati, dai molti titoli enunciati, dalle vanaglorie dei loro incipit – dacché il presunto Lettore dispone a perdita d’occhio di un numero esorbitante di volumi. Per quanto distinguibili gli uni dagli altri, magari divisi per altezza: da quelli più voluminosi ai più striminziti, dai più alti ai più bassi, senza un ordine cronologico per data o per autore – quindi da dove incominciare, o meglio, da dove ricominciare? – non saprei mi dico …
“La ragione principale degli accostamenti …”, ha forse un suo senso personale, ma caro Lettore, non si gestisce così una biblioteca che possa dirsi una Biblioteca. C’è bisogno d’altro. Per esempio di leggerli, di averli letti, di una promessa di lettura, altrimenti tenerli lì a prendere polvere prendono peso, s’inaridiscono e poi addio, non li si aprono più. Come per esempio questo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che dall’anno della sua pubblicazione è rimasto lì inerte fino al 2021, lasciando che il tempo si appropriasse dei suoi canali di trasmissione – che altri, estranei, misurassero la propria voce alla tua di Lettore …
“Dalla voce di quel silenzioso nessuno … fatto d’inchiostro e di spaziature tipografiche”, che avrebbe potuto essere la tua, (e/o la mia), e dar luogo a uno scambio di linguaggio, d’idee, di creare un codice per reciproci scambi futuri – segnali, riconoscimenti. Del resto … “Leggere come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare” (*), ha lasciato scritto il poeta, quasi che il sapere (conoscere) fosse la sua sola passione. Ma noi Lettori sappiamo già essere così, ciò a cui il rinnovato invito dell’autore, alias Italo Calvino, punta con questo suo libro: l’invito a una reciproca ‘condivisione’ di lettura, allo scambio affettivo fra la parola scritta e la voce narrante – fra la passione per i libri e il detenerli, magari collezionarli – che è poi un atto d’amore che intercorre fra lo Scrittore e il Lettore …
È lui. Non è lui. Sono certo ch’è lui … ma sì lo scrittore Italo Calvino. Senta, è lei o non è lei? … No, sa perché volevo chiederle… – questa volta si ferma. Al che posso finalmente porgli la domanda finora omessa per futile dimenticanza:
Scusi, ma lei è mai sceso dal suo treno? Sì certo, molte volte, ma solo per prendere una qualche coincidenza!

Note:
(*) Dalle note di copertina.
(**) Vittorio Alfieri
Tutti i virgolettati sono di Italo Calvino - Tratti da "Se una notte d'inverno un viaggiatore" - Arnoldo Mondadori Editore 1979.
Le foto con aforismi - sono presi da 'Aforisticamente' che ringrazio sentitamente.


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- Libri

Per ora non ancora, tuttavia in qualsiasi altro momento.

"Per  Ora Non Ancora, Tuttavia In Qualsiasi Altro Momento". Un libro di Giorgio Mancinelli - KUBERA Editore 2021.

 

Dieci racconti brevi: 'in giallo, in nero e rosa shocking' selezionati per la prima volta in volume, di chiara matrice cinematografica anglo/americana, (come del resto recita la dedica in apertura del libro.

Sia ciò nell'esposizione che nei contenuti, nel segno dell'odierna fiction autoriale che trascina e coinvolge, che ora stupisce e affascina, contraddistinta da un tono irridente che le conferisce un'elegante leggerezza di stile, anche nei racconti più 'forti' ed emotivamente intensi.

Dieci racconti scaturiti dalla matrice cinematografica delle location, una per ogni racconto, da cui emerge mirabile la scelta dei personaggi, caratterizzati da un intelletto vivo e brillante che, regalano al lettore interessanti divagazioni filosofiche, pur sempre ancorate a esperienze di vita.

 

Corsivo d'autore: "E' nell'imprevedibilità degli errori, nella sfacciataggine di certi soggetti, nelle mal riuscite prove di serietà, l'aver posato l'attenzione sugli esseri umani e l'incontrollabile voglia di scrivere, ciò che mi ha permesso di elaborare questi racconti".

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- Cinema

Cinema News in collaborazione con Cineuropa

DE ROME À PARIS - RENCONTRES DU CINÉMA ITALIEN
13e ÉDITION / 17-20 JUIN 2021 / CINÉMA L’ARLEQUIN

Le festival DE ROME À PARIS est un des rendez-vous incontournables du cinéma italien. Chaque année plus nombreux, les spectateurs viennent y découvrir une sélection d’une dizaine de longs- métrages italiens récents (fiction, documentaire, animation) encore inédits en France. Ces films sont présentés en présence des équipes des films, réalisateurs et comédiens venus échanger avec le public.
Cette année encore, le festival est accueilli au Cinéma L’Arlequin, dans le 6ème arrondissement.
DE ROME À PARIS est soutenu par le Ministère de la Culture italien et organisé par ANICA (Association Nationale des Industries Cinématographiques Audiovisuelles et Multimédia) en coopération avec ICE-AGENZIA (Institut du commerce italien), L’AMBASSADE D’ITALIE, ISTITUTO LUCE CINECITTÀ.

COMITÉ DE SELECTION
Les films ont été sélectionnés par un comité composé de professionnels du cinéma en France :
VIVIANA ANDRIANI, Italienne basée à Paris depuis 1995, a créé́ sa société́ RENDEZ-VOUS de relations presse cinéma pour les sorties nationales en France et pour le lancement de films dans les principaux festivals (Cannes, Berlin, Venise). Pour la presse internationale, elle a accompagné́ de nombreux films de cinéastes français, dont Robin Campillo, Laurent Cantet, Philippe Garrel, Céline Sciamma, Raoul Peck, Xavier Giannoli, Pascale Ferran, Bertrand Bonello, Mathieu Amalric, Valeria Bruni Tedeschi, mais aussi de grands cinéastes étrangers, dont Laszlo Nemes, Jafar Panahi, Kléber Mendonça. Pour la presse française, elle a travaillé́ aussi avec de grands auteurs étrangers, notamment Frederick Wiseman, Naomi Kawase, Wang Bing, Roy Andersson. Elle a notamment contribué à faire connaitre certains cinéastes italiens émergents dont Gianfranco Rosi, Michelangelo Frammartino, Fabio Grassadonia & Antonio Piazza,Roberto Minervini, Pietro Marcello, Vincenzo Marra, Emma Dante, Edoardo Winspeare, et retrouvé les grands noms du cinéma italiens, tels Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Marco Tullio Giordana. De 2005 à 2015, Viviana Andriani a été consultante pour la sélection des premiers long- métrages français à la Semaine de la Critique de la Mostra de Venise.
THIERRY DE COURCELLES a débuté sa carrière dans le cinéma entant que responsable développement et acquisitions de la société́ de distribution Océan Films. Il a contribué au succès de bon nombre de films tels: In the Mood for Love, 2046 (Wong Kar Way); Millennium Mambo (Hou Hsiao Hsien), The Eternity and one day (Theo Angelopoulos) qui a remporté́ la Palme D’Or, Good bye Lenin (Wolfgang Becker), La Meglio Gioventù (Marco Tullio Giodana), Buongiorno Notte (Marco Bellocchio), The Return (Andrey Zvyagintsev), The Life of Others (Florian Henckel von Donnersmarck), No man’s land (Danis Tanovic). Ayant rejoint l’équipe de TF1 il a également su découvrir des films brillants au stade de développement avec le pré́-achat de projets comme Dallas Bruyeres Club de Jean-Marc Vallée et Carol de Tod Haynes. Depuis deux ans il est directeur des acquisitions chez UGC où il travaille sur des projets très prometteurs tels que le prochain film de Terence Malick.
ILARIA GOMARASCA, après un master en Littérature à l’Università Cattolica de Milan, a entamé six mois de recherche sur les nouveaux médias au Département d’Art Graphique du Musée du Louvre. En 2009 elle débute son activité dans le secteur du cinéma à Paris pour la société de ventes internationales Wide et devient responsable du département Festivals. En 2013 elle rejoint la société Pyramide International en tant que responsable Festivals et Marches. Elle gère les relations avec les artistes et la promotion du catalogue auprès des directeurs de festivals, des cinémathèques et des institutions à l’estranger. En 2019 elle rejoint l’équipe du First Cut Lab, comme responsable du nouveau programme First Cut+, qui promeut un portfolio de 16 films de fiction en post-production.
PAMELA PIANEZZA est journaliste, écrivaine, photographe et programmatrice de festival. En tant que journaliste elle travaille avec Variety, Dazed &Confused, Cine+, Canal +, Arte et est éditrice du magazine culturel quotidien Tess. Elle présente également les Golden Globes pour Canal Plus. Elle a longtemps travaillé en tant que programmatrice pour la Semaine de la Critique du Festival de Cannes, entant particulièrement spécialisée sur le cinéma italien et est responsable de la section courts-métrage du Festival International de Fribourg. Elle enseigne critique du cinéma et les arts visuels.
NADIA TURINCEV est née en 1970 à Moscou (URSS) et a grandi à Paris. A 12 ans elle tombe folle amoureuse d’Andrei Konchalovsky et commence à voir plein de films. A 16 ans, elle débute comme stagiaire sur les Yeux Noirs de Nikita Mikhalkov, préparant des sandwiches pour Marcello Mastroianni. Elle travaille ensuite comme interprète de plateau. Puis pour ACE- Ateliers du Cinéma Européen, Europa Cinémas, le Club des Producteurs Européens, le programme Media. Elle a également été́ au Comité́ de sélection de la Quinzaine des Réalisateurs et au Festival de Moscou comme directeur artistique. En juillet 2007, elle fonde avec Julie Gayet, la maison de production Rouge International. « L’universel commence quand on pousse les murs de sa cuisine » – telle est leur devise. Elles travaillent beaucoup mais ne s’amusent pas moins.

Programme
Jeudi 17
20:00
Pour Toujours (Sale 1)
Vendredi 18
16:00
L’Agnello (Sale 3)
18:00
Hammamet (Sale 3)
20:30
Non Odiare (Sale 1)
Samedi 19
13:45
Maledetta Primavera (Sale 3)
15:45
Cosa Sarà (Sale 3)
17:45
I Predatori (Sale 1)
20:15
Padrenostro (Sale 1)
Dimanche 20
14:00
Cosa Sarà (Sale 3)
16:00
Punta Sacra (Sale 3)
18:00
Sul più bello (Sale 3)
20:30
Lacci (Sale 1)





ISTITUZIONI / LEGISLAZIONE Europa
Gli esperti suggeriscono come attuare un'equa remunerazione per sceneggiatori e registi
di DAVIDE ABBATESCIANNI

07/06/2021 - Il seminario organizzato dalla SAA ha offerto competenze approfondite sul modo migliore per attuare la direttiva sul diritto d'autore nel mercato unico digitale
On Wednesday 2 June, the Society of Audiovisual Authors (SAA) hosted a seminar entitled “Experts' top advice on fair remuneration for screenwriters and directors: Implementing Article 18 of the EU Copyright Directive”. The event came a few days before the deadline (set on 7 June) for transposing the Directive on Copyright in the Digital Single Market (known as Article 18) into national law, but few EU countries will be able to meet it.
The aim of the seminar was to discuss the advantages of the right to fair remuneration and to address member states’ questions over its implications for contractual freedom, the transfer of exploitation rights to producers, payments by users, collective rights management, and its impact on the industry itself. The discussion was moderated by Barbara Hayes, Chair of the SAA and Deputy Chief Executive of the Authors’ Licensing & Collecting Society (UK), and involved four speakers: Vice-Chair of the Legal Affairs Committee of the European Parliament Ibán García del Blanco (S&D, Spain), copyright law specialist and Universitat Oberta de Catalunya Intellectual Property Chair Professor Raquel Xalabarder, Paris' Sciences Po Law Professor Séverine Dusollier and Dominik Skoczek, Managing Director at Poland's ZAPA.

The floor was first opened to García del Blanco, who hoped for an increased level of copyright understanding on the part of the public and who pledged his support to guaranteeing cultural diversity and to exploiting the current crisis, viewing it as an opportunity to bring about change for the better. His speech was followed by a recorded video message from veteran German screenwriter Fred Breinersdorfer, who explained that the average salary of his colleagues stands at around €50,000-€60,000 per year, mostly earned through the writing of TV productions. He stressed that whilst this figure might not sound too bad, it still falls below the remuneration of other qualified professionals such as doctors or lawyers and, usually, writers would need to work on one or two scripts per year in order to be paid fairly. In most cases, however, they are only able to work on one project every two years, which severely impacts their ability to make ends meet. He conceded that streamers had probably brought about more opportunities, but he insisted that they “don't pay very well” or guarantee steady incomes, not to mention the low “success rate” of writers' work (i.e., developed scripted projects brought to completion), which stands at 10-15% for Breinersdorfer, but which is even lower for most of his colleagues.
Dusollier provided various contextual insights and touched upon the role of CMOs and the whole contractualisation flow, involving the authors and the producers initially, and later co-producers, international sales agents, intermediaries, distributors and digital platforms. Xalabarder welcomed the implementation of Article 18, though she claimed that simply “copy-pasting it” wouldn’t be sufficient. She explained that the directive follows the principle of appropriate and proportionate remuneration (not as a binding principle, but as an obligation) and it applies to any license or transfer of exploitation rights, as well as on both new and old productions. In particular, Recital 73 grants member states the freedom to use “existing or newly introduced mechanisms, which could include collective bargaining”, provided that these are in conformity with the EU law.
Skoczek's talk focused on the Polish market, chosen as a case study for Central Eastern Europe. The Polish film industry often sees screenwriters signing inconvenient buy-out contracts, which sell exclusive rights to the producers for a one-off fee. Another issue affecting the market relates to end distributors who have been obliged to pay statutory royalties. However, only a minority of these entities are willing to conclude contracts and clear their status, and some take advantage of every possible means to avoid paying royalties, such as entering into lengthy court proceedings and negotiations. The lack of binding tariffs and proper enforcement of these rules contributes to this critical situation. With regard to a possible solution, Skoczek highlighted that “the unwaivable right to remuneration would be the best way to ensure a fair share of revenue for authors.” In this sense, the implementation of Article 18 represents a great opportunity to fill the current legislative gap.
An open discussion moderated by Hayes and a short video made by European authors and performers rounded off the seminar.


ISTITUZIONI / LEGISLAZIONE Europa
MEDIA si spinge oltre i confini con il suo nuovo programma Europa Creativa
di BIRGIT HEIDSIEK
25/05/2021 - Il programma recentemente revisionato prevede un budget quasi raddoppiato e una migliore accessibilità, ma impone anche nuovi obblighi

The new Creative Europe programme is getting a major budget boost after the European Parliament agreed to significantly increase resources for the programme. From 2021-2027, the Creative Europe programme will have a total budget of €2.5 billion, which is an increase of almost €1 billion. A total of €1.4 million is dedicated exclusively to the MEDIA programme.
With this sizeable increase in the budget also comes a huge responsibility. “We need to address the dramatic impact that COVID-19 has had on our industries. The cultural and creative sectors were amongst the industries that were hit the hardest by the crisis,” said Lucía Recalde, Head of Unit, Audiovisual Industry and Media Support Programmes. At an online event hosted by the MEDIA Desks of Germany, Luxembourg and Austria, she gave an initial insight into the new structure of the MEDIA programme. “The main challenge for us will be to use this significant increase to address the recovery and the transformation of the industry,” underlined Recalde. The European Commission set two priorities: the digital transformation and the climate transformation. “We need to strike a balance between recovery and transformation in the next six-and-a-half years.”
(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)
The European Commission has set the objective for 30% of the funding to be spent on climate-related actions. “That is an obligation”, stressed Recalde. “We would like to incentivise changes before we choose mandatory obligations. We want to couple incentives with a lot of good practices and awareness-raising activities so that those who are starting can learn from those who are more advanced.”
Other essential parameters of the programme will also be to widen the ecosystem, to provide greater accessibility and to support cooperation. “Diversity is a message. We want to make the programme more open to groups that haven’t participated in it,” the head of Creative Media outlined. “The challenge is to put all of the different objectives in the best possible format. The contribution to gender equality, inclusiveness and the Green Deal has to be implemented – that is an opportunity.”
The first calls will be launched at the beginning of June. “We promote linguistic variety. The calls will be available in all of the languages,” said Barbara Gessler, Head of Unit, Creative Europe. “The scope of where organisations see their project fitting in will become larger.” In order to foster cooperation, one particular priority will be co-creation. Social innovation will also be an important topic. After all, “Innovation is not only a technological term,” as Kessler emphasised.
MEDIA will be built on the assets that have worked well so far and which should be improved further. The programme will be structured into clusters such as content, audience and business, as well as transformation. One main novelty in the content clusters is the requirement for co-development as a kind of added value to foster collaboration even more intensely. There will also be some development activity tailor-made with certain groups of countries in order to broaden the participation of nations that previously had more difficulty accessing MEDIA funding. Furthermore, video-game actions will be broadened towards immersive content.
The 360-degree business cluster will be implemented in 2022. “That is a simplification action,” said Recalde. “We are primarily thinking about beneficiaries that were really successful. Now, we would like to channel this support into one single grant.” Another new action is called Tools, which should take advantage of the benefits of digital technologies for the audiovisual industry. On the audience side, there will also be a stronger focus on collaboration involving VoD platforms and the festival network. Last but not least, the cross-sectorial strand will provide support for the news media sector. The aim is to support media literacy and journalist partnerships. “We also want to bring together audiovisual communities and other creative sectors,” concluded Recalde.

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- Cinema

Prossimamente al Cinema David di Donatello 2021

Prossimamente al Cinema tutti i film del David di Donatello 2021
In collaborazione con CINEUROPA NEWS

Volevo nascondermi trionfa ai David di Donatello
di Vittoria Scarpa

12/05/2021 - Il film di Giorgio Diritti si aggiudica sette premi, tra cui miglior film, regia e attore. Miglior attrice è Sophia Loren, miglior regista esordiente Pietro Castellitto
Elio Germano con il suo David di Donatello come miglior attore protagonista per Volevo nascondermi

È Volevo nascondermi il trionfatore della 66ma edizione dei David di Donatello, i premi del cinema italiano consegnati ieri sera nel corso di una cerimonia che ha visto il ritorno in presenza dei candidati di tutte le categorie, dopo l’edizione “virtuale” dell’anno scorso, e che si è svolta in due location, gli studi televisivi Rai e il Teatro dell’Opera di Roma. Il film di Giorgio Diritti sul pittore Antonio Ligabue ha conquistato sette David su 15 candidature: miglior film, regia, attore protagonista (Elio Germano), scenografia, fotografia, acconciatore e suono. “Ricordiamoci di Ligabue anche quando incontriamo un clochard che disegna una madonnina”, ha detto il regista durante i suoi ringraziamenti, “ricordiamoci del valore di ogni uomo e difendiamolo finché possiamo, in ogni modo”.
L’altro grande favorito, Hammamet [+] di Gianni Amelio (14 candidature), ha conquistato un solo premio, quello per il miglior trucco; stessa sorte per Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo (13 candidature) che si porta a casa il David per il miglior montatore. È andata meglio per Miss Marx e L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, che hanno trasformato in premi tre delle loro 11 candidature: il film di Susanna Nicchiarelli ha vinto per i migliori costumi, compositore e produttore; il secondo, diretto da Sydney Sibilia, ha trionfato nelle categorie di miglior attrice non protagonista e attore non protagonista (Matilda De Angelis e Fabrizio Bentivoglio) ed effetti visivi.

Tra i momenti più emozionanti della serata, la consegna del David per la miglior attrice protagonista a Sophia Loren per il suo ruolo nel film diretto dal figlio Edoardo Ponti, La vita davanti a sé (“Forse sarà il mio ultimo film ma ho ancora voglio di farne un altro, perché senza il cinema non posso vivere”, ha detto emozionata l’icona del cinema, oggi 86enne), e il David per la miglior sceneggiatura originale assegnato a Figli [+] dell’amatissimo Mattia Torre, scomparso prematuramente nel 2019, e ritirato dalla figlia 12enne Emma (“Voglio fare i complimenti a mio padre che è riuscito a vincere questo premio anche se non c'è più. Bravo papà”).

Si segnala infine il David per il miglior regista esordiente a Pietro Castellitto (I predatori), il David per il miglior documentario a Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli, e un gran colpo di scena: il David per la miglior canzone andato a Luca Medici, alias Checco Zalone, che con la sua “Immigrato” (da Tolo Tolo) ha battuto Laura Pausini e la sua canzone “Io sì” (per La vita davanti a sé) vincitrice ai Golden Globe e candidata agli Oscar.

LA LISTA DEI PREMIATI AI DAVID DI DONATELLO 2021:

Miglior film
Volevo nascondermi – Giorgio Diritti
Miglior regia
Giorgio Diritti – Volevo nascondermi
Miglior regista esordiente
Pietro Castellitto – I predatori
Miglior sceneggiatura originale
Mattia Torre – Figli
Miglior sceneggiatura non originale
Marco Pettenello, Gianni Di Gregorio – Lontano, lontano (Italia/Francia)
Miglior produttore
Miss Marx – Vivo Film con Rai Cinema, Tarantula Belgique
Miglior attrice protagonista
Sophia Loren – La vita davanti a sé (Italia/Stati Uniti)
Miglior attore protagonista
Elio Germano – Volevo nascondermi
Miglior attrice non protagonista
Matilda De Angelis – L’incredibile storia dell’Isola delle Rose
Miglior attore non protagonista
Fabrizio Bentivoglio – L’incredibile storia dell’Isola delle Rose
Miglior autore della fotografia
Matteo Cocco – Volevo nascondermi
Miglior compositore
Gatto Ciliegia contro il grande freddo - Miss Marx (Italia/Belgio)
Miglior canzone originale
“Immigrato” di Luca Medici - Tolo Tolo
Miglior scenografia
Volevo nascondermi - Ludovica Ferrario, Alessandra Mura, Paola Zamagni
Miglior costumista
Massimo Cantini Parrini - Miss Marx
Miglior truccatore
Luigi Ciminelli, Andrea Leanza, Federica Castelli - Hammamet
Miglior acconciatore
Aldo Signoretti - Volevo nascondermi
Miglior montatore
Esmeralda Calabria - Favolacce (Italia/Svizzera)
Miglior suono
Volevo nascondermi
Migliori effetti visivi
L’incredibile storia dell’Isola delle Rose – Stefano Leoni, Elisabetta Rocca
Miglior documentario
Mi chiamo Francesco Totti - Alex Infascelli
Miglior film straniero
1917 - Sam Mendes (Regno Unito/Stati Uniti)
Miglior cortometraggio
Anne - Domenico Croce, Stefano Malchiodi
David giovani
18 regali - Francesco Amato
David alla carriera
Sandra Milo
David speciale
Monica Bellucci
Diego Abatantuono
David dello spettatore
Tolo Tolo
Targhe David 2021 – Riconoscimento d’onore
Ai professionisti sanitari Silvia Angeletti, Ivanna Legkar e Stefano Marongiu


FESTIVAL / PREMI Italia

Registi europei under 35 al Riviera International Film Festival
di Camillo De Marco

05/05/2021 - La quinta edizione del festival dedicato ai registi emergenti riparte dopo la pandemia dal 20 al 30 maggio con una formula ibrida e 20 film e documentari in concorso.
Tra le prime rassegne cinematografiche europee a ripartire dopo i lockdown, la quinta edizione del Riviera International Film Festival è in programma dal 20 al 30 maggio a Sestri Levante con una formula ibrida, in streaming e in presenza.

Giovani e ambiente si confermano i temi del festival ma la fuga è il filo che unisce quest’anno i dieci film in gara, tutti diretti da registi under 35. “Fuga intesa come emigrazione, fuga dalla realtà, dalle convenzioni sociali o per trovare sé stessi. Fuga dalla malattia, dall’adolescenza o per amore. Nonostante questo elemento in comune, le storie sono totalmente diverse, anche a livello stilistico e visivo”, spiega Massimo Santimone, responsabile della programmazione.
Si parte da Anne at 13,000 ft di Kazik Radwanski (Canada), su una ventenne il cui precario equilibrio è messo in crisi dal contesto sociale e professionale; As Far as I Know di Nandor Lorincz e Balint Nagy (Ungheria), la vita di una coppia che deraglia dopo un evento traumatico; Bula di Boris Baum (Brasile/Belgio), commedia nera/road movie che si snoda tra il Belgio e il Brasile; Eden di Ulla Heikkilä (Finlandia), in cui quattro ragazzi si confrontano con ideologia, sete di indipendenza e turbamenti d’amore; German Lessons di Pavel G. Vesnakov (Bulgaria) su un cinquantenne che decide di tagliare i ponti con il passato e trasferirsi in Germania; Model Olimpia di Frédéric Hambalek (Germania), in cui una madre inventa un metodo per cambiare le oscure ossessioni del figlio; A Perfectly Normal Family di Malou Reymann (Danimarca), su una undicenne che scopre che suo padre è transgender; Spagat di Christian Johannes Koch (Svizzera), la doppia vita di un’insegnante di liceo; A Stormy Night di David Moragas (Spagna), le 12 ore di Marcos a News York con uno sconosciuto durante una tempesta; The Whaler Boy di Philipp Yuryev (Russia) su un giovane cacciatore di balene. Presidente della Giuria è il regista e sceneggiatore statunitense Kenneth Lonergan, Oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 2017 con Manchester by the Sea.

Saranno dieci, per la prima volta, anche i documentari, che arrivano da quattro continenti: A riveder le stelle di Emanuele Caruso (Italia); Citoyen Nobel di Stéphane Goël (Svizzera); Wood di Monica Lăzurean–Gorgan, Michaela Kirst, Ebba Sinzinger (Austria/Germania/Romania); Newtopia di Audun Amundsen (Norvegia); Nuclear Forever di Carsten Rau (Germania); Current Sea di Christopher Smith (Stati Uniti/Cambogia); Envoy: Shark Cull di Andre Borell (Australia); Kingdoms of Fire, Ice & Fairytales di Susan Scott e Bonné de Bod (Sudafrica/Stati Uniti); The Magnitude of All Things di Jennifer Abbott (Canada); Meat The Future di Liz Marshall (Canada).

Infine le masterclass, che si potranno seguire gratuitamente dal vivo oppure in streaming sui canali social del festival: quelle già confermate saranno tenute da Kenneth Lonergan, Ada Bonvini, a.d. di The Family e produttrice della serie Mediaset Made in Italy; il regista e sceneggiatore Carlo Carlei; l’ambientalista Andrea Crosta con Daniele Moretti di SkyTg24; Eric Kopeloff, produttore di Snowden e Wall Street Il denaro non dorme mai di Oliver Stone; i Mokadelic.


EUROPEAN FILM AWARDS 2021

L'EFA Young Audience Summit pubblica i risultati dei suoi sondaggi
di Davide Abbatescianni

10/05/2021 - La conferenza virtuale si è svolta il 17 aprile e ha visto la partecipazione di 78 appassionati di cinema di età compresa tra i 12 e i 16 anni provenienti da 25 paesi europei.
On 17 April, the European Film Academy (EFA) held a special virtual conference on Zoom, entitled the Young Audience Summit. The initiative, attended by 78 participants aged between 12 and 16 from 25 different European countries, hosted the screenings of two award-winning shorts, Guðmundur Arnar Guðmundsson's Whale Valley and Una Gunjak's The Chicken, as well as a Q&A session with filmmaker, creative director and cinephile Pablo Maqueda.
The summit took place just before the 2021 edition of the EFA Young Audience Award, which once again presented three nominated films to young people across the continent (see the news).

The poll results reveal that 100% of the young respondents would like to see more European films; however, 64% say that they do not find it easy to get access to these titles. Specifically, 99% would like the film industry to make it easier for young people to access European films, and 87% said that they would be more likely to go to the cinema to watch European films if they watched these more regularly in a film club.

Next, 100% like the idea of a European Film Club, 100% would also like to watch and discuss films with young people from other European countries, and 97.2% believe that it is important for the European Film Club to be co-created by young people. In addition, 97.1% of young people believe that European cinema is an important way of creating a sense of European identity.

Finally, the participants gave the event an average score of 4.6 out of 5 when rating their enjoyment.


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- Musica

Speciale - Unesco Musica

Un evento speciale in diretta streaming di Sei concerti in sei siti UNESCO, una sola diretta per unire tutta l'Italia sotto il segno del Jazz.

I-Jazz organizzato da NovaraJazz @NovaraJazzOfficial • Arte e intrattenimento
prenderà il via dal 3 al 13 giugno 2021, dopo un inverno di concerti in streaming e tante riprogrammazioni, NovaraJazz è pronta a ripartire con un festival ricco di nuove produzioni!
Concerti dal vivo con grandi artisti della scena europea, nei luoghi storici e periferici della città di Novara, residenze artistiche internazionali, attenzione ai giovani talenti e alla sostenibilità.
Una diciottesima edizione che si svolgerà nel massimo rispetto delle regole legate alla sicurezza ma che ci permetterà, finalmente, di godere della musica dal vivo!
La stagione si snoda tra concerti serali, i giovedì sera musicali a Opificio e gli aperitivi della domenica in collaborazione con Teatro Coccia.
NovaraJazz è il festival di musica jazz con sede a Novara e organizzato da Associazione Culturale Rest-Art.

NovaraJazz nasce dall’idea di realizzare eventi innovativi al di fuori dei circuiti commerciali che sappiano far dialogare diverse forme espressive contemporanee, in primis la musica (jazz ed elettronica) e le arti visive (fotografia e video), promuovere la creazione di nuovi ensemble creativi attraverso residenze artistiche e diffondere la formazione del jazz nei territori in cui opera.
La stagione NovaraJazz, definita dai direttori artistici Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti, è un festival di musica jazz internazionale con concerti che coinvolgono importanti artisti della scena nazionale ed estera.
Due importanti rassegne arricchiscono NovaraJazz: "Taste of Jazz" a Opificio Cucina e Bottega, l'appuntamento settimanale che ogni giovedì (da ottobre a marzo) porta artisti giovani ed emergenti nell'ora dell'aperitivo/cena; "Aperitivo in... Jazz" al Piccolo Coccia, l'appuntamento della domenica mattina in collaborazione con Fondazione Teatro Coccia per gustare specialità della produzione enogastronomica del territorio e ascoltare dell’ottimo jazz.

Ogni stagione culmina con tre ricchi fine settimana estivi di musica, improvvisazione, sperimentazione e momenti enogastronomici e culturali, che si svolgono all'aperto e in luoghi storici e culturali di Novara e della sua provincia.

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- Libri

Il nuovo libro di Matteo Marchesini

MITI PERSONALI / Il nuovo libro di Matteo Marchesini
Sedici racconti sui ‘miti umani contemporanei’.

Non è passato molto tempo (bugiardo) dacché giocavo con le mollette che mia madre usava per stendere i panni, trasformate all’occorrenza nei personaggi dei fumetti (allora non c’erano ancora così tanti cartoon da prendere a modello): Buffalo Bill, Toro Seduto, Tex, L’Uomo Invisibile ecc., e i nostri eroi (o preunti tali) erano quelli che la storia ci aveva tramandati, legati alla letteratura ma ancor più alla ‘mitologia’: Ercole, Agamennone, Achille, Ulisse, Ben Hur, Capitano Akab, Zorro ecc. Solo più tardi sulla scia del cinematografo si era giunti agli scontri epici tra Napoleone e Nelson; tra i Sudisti e i Nordisti americani; tra Rangers e Indiani, e alle invasioni Tedesca dell’Europa, della Russia in Ungheria ecc. quando già in campo erano subentrati i carriarmati, gli aeroplani, le corazzate, i sommergibili …

“Per questo gioco senza fine dimenticava tutto, anche i giocattoli sontuosi che una volta a stagione entravano nella sua stanza.”

Ma i ‘miti’ come gli ‘eroi’ e finanche gli ‘déi’ dell’Olimpo, infine vivono una realtà artata che li costringe dentro “una stanza dei giochi impossibili”. Così Odisseo, Socrate, Edipo, Enea, Gesù, Narciso ed altri costipati in queste poche pagine “..non hanno bisogno di umiliare né di possedere nessuno come si possiede una terra”, la loro ragione di esistere ha superato da secoli tutto ciò che è venuto dopo, le angherie, le guerre, la cattiva giustizia divina (se c’è), finanche il giudizio dei posteri (del quale non gliene è mai fregato niente), continuando a sbagliare (?) come hanno voluto, “..la vastità delle asserzioni, ancora sgombra del futuro, cancellava i rimorsi in fretta”.

Dimentichi di tutto questo (meglio così), la contemporaneità suggerisce di osservare con spirito critico quel passato e avvalersi degli ‘atteggiamenti umani’ entrati nell’odierna mitologia metropolitana, che di quel passato porta seco una memoria sbiadita o, meglio ancora, ne fa oggetto di un’acuta ‘ironia’ che nulla cede alla superficiale creduloneria …

“Così Atteone, per un lungo momento non capisce di essere arrivato per caso là dove credeva che lo avrebbero portato la sua caparbietà e il suo fiuto. Anche perché la scena è molto diversa da quelle che inventava alle tevole imbandite” … si cambia scena ma il set cinematografico è sempre lo stesso.

È così che i nuovi ‘miti’ di oggi, (di miti e di eroi se ne sente sempre il bisogno come pure della loro mancanza), hanno sostituito quelli di ieri, e gli ‘eroi’ (si fa per dire), hanno assunto i panni di Jack Frusciante e Jeeg Robot, nonché di qualche Mafioso arrogante, insieme ad altri usciti dalla penna (con tutto rispetto) di Saviano, elaborati dalla perspicacia di ciascuno (di noi) a proprio uso e consumo, (senza problemi perché l’ingordo trova sempre qualcosa cui spartire).

Ma già altri ‘miti’ ed ‘eroi’ di cartone s’affacciano dalle pagine di questo piccolo ‘geniale’ libro di Matteo Marchesini, ‘figure’ di una mitologia altera che forse non sono mai state eroiche nel vero senso della parola, tantomeno mitiche, ma che nella loro pur esigua esistenza fra queste pagine, diffondono un loro ‘senso’ con un linguaggio scrittorio veloce (quasi audace). Chi l’avrebbe detto che si può pensare senza pronunciare parola? Eppure, alcuni dei personaggi (appena abbozzati) dalla penna dell’autore, trovano una loro ragione d’essere senza che ne conosciamo sovrastrutture e orpelli inutili della loro esistenza, pur avviandosi (in buona compagnia) con quel Giacomo (Leopardi) che li guida verso l’Infinito …

“L’inseguitore e l’inseguito, coi fiati sempre più prossimi, (che) videro crollare mura (d’Ilio), edifici, colonne, e tutto il paesaggio lasciarsi inghiottire dalle rocce e dall’erba.”

Tuttavia non ci si poteva accodare nella fila né degli uni ‘eroi’ e neppure degli altri ‘miti’ onde poter afferrare il ‘tempo’ che restava per combattere … come la TAV, era ormai una realtà …

“Di lì, lentamente, risorse una vita stracciona e variopinta, quindi sfarzosa di turbanti, scimitarre, chioschi”; .. come in un presepe napoletano, con la differenza che a Troia come in Val di Susa erano uomini in carne ed ossa …

“Seguirono uomini con mappe e vanghe che ululavano di gioia, e che parvero a entrambi piuttosto ridicoli con quei caschi da finti guerrieri; poi ancorafuochi lampeggianti, rombi inauditi, incredibili macchine di morte, vestiti aderenti ai corpi e bisce di seta che scendevano dai colli alle cinture.”

Tuttavia il treno è già passato e/o manca moltissimo prima che ne passi un altro e si rischia di non trovare posto, (la storia assimila lentamente o troppo in fretta), per ritrovarci in coda lì dove la tettoia della stazione è finita, col rischio di bagnarci per l’arrivo del temporale, certi che arriverà (quello sì). Perché neppure noi lettori lo abbiamo prenotato, (il posto in paradiso); mentre l’ultimo vagone (della storia) scivola davanti ai nostri occhi in mancanza di quelle parole (senso) che potevano fermarlo …

“Inutile dirsi che anche quelle smorfie, anche quelle grida che ormai riusciva(no) solo a smorzare in lamenti erano una conseguenza ineluttabile della natura (violentata): impossibile per gli uomini non interpretarle in senso (a)morale.”

Del resto che cosa ci manca quando diciamo che la vita non ha senso (?); quando più semplicemente ci sembra che manchi qualcosa (?), cioè il motivo e la direzione del nostro agire. Ancor più quel che manca è la riflessione sulle ‘parole dette’ e/o di ricercare la parola mancante che avrebbe permesso di rivelare il nostro pensiero.
Inutile tornare a porci le domande di sempre: ‘che cosa significa pensare’, se ‘c’è un altro modo giusto di vivere da ‘eroe’ o da ‘mito’’; o ‘cos’è la felicità e come raggiungerla’, ecc. ecc.

Le risposte sono già state date a suo tempo da illustri studiosi, pensatori, filosofi, poeti, sicuramente più addentro alla materia di me (recensore del libri), ed anche (forse) dall’aurore del libro Matteo Marchesini, il quale però è stato capace di porsele (e porcerle) in una chiave (cifrata) diversa: senza l’affanno di volerle trovare a tutti i costi, con semplicità all’interno dei singoli racconti. Non in ultimo quello sulla ‘filosofia’ in cui la domanda viene spontanea: “a cosa serve la filosofia e i filosofi?”…

“Non si capiva bene cosa aggiungesse alle parole degli altri, ma solo la sua voce le radicava sul terreno giusto e le rendeva inconfutabili, così che alla fine i dottori si scioglivano loro malgrado in un coro di stupore e di sollievo” … per quanto si stia qui parlando di Gesù rivolto ai dottori della chiesa e non di Mr. Draghi con i filosofi della finanza, possiamo credere veritiero il fatto che chi possiede un certo carisma abbia più chance di altri di venire ascoltato, anche se in entrambi i casi ci si dovrebbe riflettere un tantino sopra.

Di certo avere carisma aiuta il filosofo ad affermare la propria scienza (?), ma non sarebbe la stessa cosa se ci si rivolgesse ai poeti e alla ‘poesia’(?). Di conseguenza la risposta data, che sia sì o no, sarebbe equipollente in entrambi i casi. Quel che più rende ansiogeno è il ‘nichilismo’ del nostro tempo, divenuto endemico nella società degli anta e disperato nei giovani che ad essa s’affacciano, assillati da esigenze più immediate e più materiali. È qui che trova rifugio la ‘parola mancante’ di cui sopra: dove è finito l’incanto del mondo (?); l’ordine precostuito che ha permesso fin qui alla natura di rigenerarsi (?); all’umanità di credere alla sempre rinnovata promessa della felicità (?), della vita eterna (leggi immortalità) (?) …

“Quale diavolo lo costringe s struggersi così tanto nell’attesa? Detto fatto, pensato toccato:così dovrebbe essere. A che serve aspettare … allora ogni attimo diventerà un’ora, e poi un giorno, e un mese, e un’eternità. […] Un’eternità. Chi è che l’ha detto? Eternità, ternità, ernità, nità, ità. Tatà: […] Un’eternità! Basta! Chi è che l’ha detto? Ah no, è soltanto la sua voce. Così sottile, anche nell’urlo, che non riesce a distinguerla.”

Eppure il ‘poeta’, a sua volta, aveva scoperto l’esistenza dell’anima e (forse) anche di una coscienza ubicata nell’ “Infinito”. Tant’è che noi (d’altra generazione) vi avevamo creduto. Per quanto oggi sembra essere una colpa da espiare …
“Ma proprio mentre lo pensava, […] L’anima di cui aveva discusso fino a poco fa, la parte di sé sciolta dal corpo, sarebbe stata costretta a gareggiare in immortalità.”

Per quanto l’autore avverte che “..questo è lo stratagemma recentemente escogitato dal filosofo per non barcollare”, al seguito della sua scienza e magari inciampare in una delle tante ‘buche’ e finire per infrangere definitivamente la universale ‘pietra filosofale … “Forse dovrebbe tenere il pennino alto e lasciarlo cadere giù a piombo …”

Il disincanto della razionalità così spiegata nulla toglie ai fini della realizzazione dei personaggi (effimeri) di questi racconti, i cui sentimenti, seppure appena delineati, si offrono a una piacevole lettura dove: “..esseri comuni, simili a ognuno di noi, rappresentano i ‘miti’ (benché personali dell’autore), crudeli della realtà di oggi”,
quasi a voler dire con il poeta che “non esiste un cammino, il cammino lo si fa camminando” (*), ..a buon intenditor buone parole.



L’autore:
Matteo Marchesini è collaboratore delle testate “Il Foglio”, “Il Sole 24 Ore”, Radio Radicale e “doppiozero”. Ha pubblicato le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon 2010). Il romanzo Atti mancanti (Voland 2013. Premio Lo Straniero, entrato nella dozzina dello Strega), le raccolte critiche Da Pascoli a Busi (Quodlibet 2014), i racconti di False coscienze (Bompiani 2017), le poesie Cronaca senza storia (Elliot 2016), Casa di carte (Il Saggiatore 2019), Scienza di niente (Elliot 2020), Miti personali (Voland 2021).

Note d’autore.
I virgolettati (rivisitati) sono estratti dal libro “Miti Personali” di Matteo Marchesini edito da Voland srl 2021

Nota del recensore.
Per un’etica del discorso, i miei slanci tra-parentisi farebbero inorridire Umberto Eco, il quale raccomandava ai suoi allievi, di limitarli a un numero davvero esiguo all’interno di un testo. Pertanto spero che l’autore, al quale vanno i miei complimenti, vorrà scusarmi per le mie azzardate escursioni talvolta auto-critiche. Ovviamente tutti gli errori sono esclusivamente i miei.


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- Libri

Wolf Wondratschen ... Un Autoritratto contemporaneo.


WOLF WONDRATSCHEN … UN AUTORITRATTO CONTEMPORANEO

Una recensione insolita per un libro altrettanto insolito quale questo di Wolf W. che ho appena ultimato di leggere e che non avrei mai voluto smettere di leggere. Ma come in tutte le storie narrate prima o poi si arriva alla fine, a quella conclusione che se non è suggerita dall’autore, è altresì consuetidine immaginare, allorché qui accade che nell’ultima pagina l’autore invita il lettore a ricominciare. Quel che trovo incredibile è che viene spontaneo il desiderio di riprendere da lì dove la numerazione delle pagine s’interrompe per tornare a leggere a ritroso, dall’ultima alla prima …
“L’essenziale è (era) che la storia inizi(asse) in un giorno come quello che sappiamo … in cui il visibile nasconde l’invisibile ... Il caffè è colato, a gocce, a gocce, nella tazza preriscaldata e così, a gocce, (il nostro uomo co-protagonista Suvorin), beve dalla tazza. Atteggia le labbra come un flautista l’imboccatura, ma quello che sentiamo non è un suono, è un sibilo, non forte, e nemmeno sgradevole, come un respiro, il respiro più piccolo che ci sia. La lingua piegata a cucchiaio, accoglie la prima goccia, l’assorbe, felice come questo può renderci felici.”
Un autoritratto è, se vogliamo, una dissonanza del tempo che passa, come dire il passaggio dalla ‘de-costruzione’ della storia, apertamente voluta dall’autore, alla ‘ri-costruzione’ della stessa attraverso le ragioni delle sue scelte. E che siano frammenti di vita vissuta, pause di riflessione, indifferenza nei confronti di qualsiasi ordine, del nonsenso e della convinzione della sua inutilità, solo per riappropiarsi della libertà, ritrovare il senso d’una libertà sociale e democratica nel mezzo delle tante menzogne patriottiche ingiustificate, avallate da una rivoluzione (ottusa) che al contrario d’essere liberatoria è divenuta autoritaria, repressiva e tirannicida ...
Noi tutti sappiamo come la libertà sia anche frutto della verità o almeno della giustizia, in quanto ricusa qualsivoglia ingiustizia, civile, sociale, umana, non poi così insolita, contenuta nella rara citazione di Schiller che l’autore invita a rivisitare, per: “Liberarsi dalla passione, contemplare la realtà circostante con chiarezza e calma, rintracciare ovunque più caso che destino, ridere della stoltezza più che adirarsi e piangere per la malvagità.” Quella liberetà che pure attraversa tutte le pagine del libro con le sue note vaganti in assenza di pentagramma … di cui “con una battuta di spirito degna di un poeta, Kovalev scrisse che la rivoluzione aveva inventato una sedia su cui nessuno può mai sedere.”
Si direbbe la ricerca di un’imperscrutabile perfezione, quando altresì in musica è la dissonanza di tempo a coniugare la qualità di un intervallo come affinità ed eterogeneità fra suoni contrapposti, che altrimenti, diventa imperfezione, tantopiù necessaria all’autore di questo libro a definire il proprio autoritratto come Suvorin, (il protagonista assoluto di questo romanzo con annesso pianoforte russo), prendendo a soggetto non tanto la musica in sé quanto il sé impastato di musica …
“È la musica che mi fa entrare in contatto con me stesso. […] È proprio buffo, in realtà, che voler essere originale per un musicista di musica classica sia un peccato mortale, ma che d’altro canto possa essere faticoso se una persona che stimi come artista non produce più nulla di originale, fosse pure un accenno nel discorso, un gesto, un’idea sorprendente, un pensiero che, quand’anche non portasse da nessuna parte, le sia perlomeno balenato in mente.”
È qui la vera storia narrata in queste pagine, la storia del narratore che introduce il lettore alla conoscenza del musicista Suvorin, il maestro di pianoforte, il barbone incontrato per caso in un caffè, un tempo un musicista di successo che ha abbandonato tutto per abbracciare la libertà di poter essere ‘nessuno’, o forse solo se stesso, ateo e anarchico, contro ogni pretesa di compromesso individuale, sociale, civile e religiosa. Quello che probabilmente è stato Wolf Wondratschek negli anni della Beat Generation tedesca 1960/’70, in cui seguiva i movimenti di protesta, e ancor più verosimilmente aver messo mano a uno strumento musicale …
“Tutto riposa nel legno, dice la musica. Ogni senso è un’equazione, dice la matematica, tacete tutti, dice la poesia. […] Non bisogna essere in un seminario di filosofia, per trovare piacere in conversazioni di questo genere. C’è poco di più invitante della bellezza che si tramanda nella mitologia di oggetti speciali, un violino o un violoncello o un antico tavolo da biliardo.”
Allorquando la poesia si cibava dei versi di Ferlinghetti, Ginsberg, Kerouac, Salinger e altri, (pubblicati in antologia da Fernanda Pivano nel 1964). Chi non conosce “Howl” (Urlo) di Allen Ginsberg che nel 1955 diede la consapevolezza della nascita di un nuovo genere di poesia, autobiografica e denunciataria, e che divenne il "manifesto" del movimento beat, che qui di seguito ne trascrivo l’incipit:
«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte, [...].»
Ma è infine il ‘libro’ “– un libro rilegato con cura, su bella carta e in bei caratteri”, che permette a Suvorin di non “smettere di fantasticare o filosofeggiare o, che so, inventare storie, trastullarsi con spunti legati a queste storie (che racconta). Allora tira fuori un (suo) lato molto divertente, molto appassionato, infantile quasi, per meglio dire.”
E il libro è questo che ho fra le mani, che sfoglio con ingordigia, non un tomo pesante, ma un piccolo grande libro vergato con cura, si direbbe in fil di penna, senza trionfi, senza cadute di sorta, fatto di piccole cose, di circostanze occasionali, di momenti poetici sostenuti dalla leggerezza dei pensieri …
“Bisogna immaginarsi, vedendo Suvorin così, un uomo seduto su una panca davanti alla sua capanna, le gambe distese, che riposa, fuma e lascia correre i pensieri mentre osserva un muro di nuvole sempre più nere spinte dal vento all’orizzonte. Sul paese vicino, in lontananza, sta per abbattersi un temporale. Un cane, in lontananza, abbaia”, fino alla citazione cechoviana da “Il giardino dei ciliegi”, in cui la città pur così amata da Suvorin, quella Mosca sognata dalle tre sorelle è più (che mai) vicina.
Ed è all’amore che fa riferimento Suvorin, una storia d’amore “..che inizia a sembrare interessante proprio perché non intende offrire nulla di lascivo, nulla di osceno. Meglio se (di) un amore impossibile, che espone la sua anima a pericoli inesorabilmente sconosciuti. … buona abbastanza, pura abbastanza, interessante abbastanza (per uno come Suvorin), una donna con un libro, l’amore con una poesia, un cappello in testa con la felicità … con la solitudine che la circonda, la solitudine che circonda tutti noi.”
“Vede, disse (il vecchio pianista riprendendo il discorso già intrapreso), la lettura di una poesia, la lettura di un racconto o di un romanzo, non sono eventi sociali. Uno si siede, da solo, da solo con sé stesso e un libro, e legge. E a volte si ferma a riflettere, accantona il libro aperto per ripensare a una frase, a un punto preciso, a una certa formulazione che gli rivela la bellezza della lingua. Da ogni cosa si può associare tutto con tutto” …
È così, magari non trapare, ma siamo esattamente a metà del libro che vado leggendo a ritroso, che rileggo (per voi) di quelle cose che avevo già lette ma che non sembrano le stesse “..sarebbe per me un onore se poteste aiutarmi”, perché non credo di averle comprese nel giusto modo in cui si deve. Vedete …
“Sebbene abbia due orecchie, amava dire, sono sempre unanimi. […] Non si mettono a tacere le voci interiori tappandosi semplicemente le orecchie. Allora poteva accadere di sembrargli che tutto il suo corpo, ogni poro della sua pelle,fosse un orecchio. Non bisognava contare sul fatto di migliorare ogni sera le proprie capacità (di musicista e amante della musica), ma se accadeva, (quando accadeva), la serata si trasformava in un giorno di festa.”
Per quanto la festa cui si riferisce Suvorin appartiene al mondo dei ricordi, a quando avverte di aver perso ogni piacere per l’insolenza, ed ha evidentemente interrotto i contatti con la famiglia, dimentico di ciò che avrebbe voluto diventare da bambino (?) e slacciatosi l’orologio dal polso lo lancia oltre la scogliera …
“Non so più cosa farmene di voi, voi numeri e lancette, voi ore, minuti, secondi. Glielo si legge in faccia, quella è la faccia della soddisfazione. […] A un certo punto parlano già abbastanza di me e si preoccupano anche che non faccio nient’altro che fissare un muro. Posso farlo per mezza giornat asenza annoiarmi. Non mi muovo, non penso a niente, non sono sveglio né dormo.”
Nient’altro? Che dire? Ho già detto molto nella prima parte di questa lunga recensione che potrei portare avanti ancora per molto. Non posso, mi dico, raccontarvi tutto il libro. Ascolto Suvorin parlare a più riprese, e lo ascoterei ancora per chissà quanto, prima di levarmi dal caldo tepore del divano … “..anche lì riesco a tornare in me solo compiendo un grande sforzo. Anzi, a dire il vero in quel caso è l’esatto contrario, compio un grande sforzo per cercare di non tornare più in me. […] Lo so, lo so. A un certo punto è tutto vietato, tranne morire.”
Aspetterò, mi dico, almeno fino all’arrivo delle belle giornate che la primavera come suo solito ha promesso, certo che manterrà i suoi impegni. Magari solo per raggiungere il caffè dei nostri incontri. Oh sì! Il tutto ha richiesto un’attenzione particolare, una lettura perspicace, onde rimembrare il tempo vissuto fra uggie e silenzi, mentre fuori continua a cadere la pioggia, ogni goccia una nota che s’accompagna al crepitio del fuoco acceso che surriscalda il torpore dell’ozio … non ne sentite la musica, no? …

Basta! “Non voglio più dormire, perché non voglio avere la faccia con cui mi sveglio – ripete Suvorin – Questo è tutto. Forse, sforzandomi, un giorno crederò finalmente anche all’autorità di ciò che, in malafede, chiamiamo caso.”
Nel frattempo … “Il caffè è colato, a gocce, nella tazza preriscaldata e così, a gocce – avverte l’autore – alias Suvorin mentre beve dalla tazza – Atteggia le labbra come un flautista l’imboccatura, ma quello che sentiamo non è un suono, è un sibilo, non forte, e nemmeno sgradevole, come un respiro, il respiro più piccolo che ci sia. La lingua, piegata a cucchiaio, accoglie la prima goccia, l’assorbe …

..felice come questo può rendere felici!”


L’autore.
Wolf Wondratschek, scrittore, poeta, sceneggiatore (Rudolstadt 1943), cavalca dagli anni ’60/’70 la scena letteraria internazionale, in cui è noto come esponente della Beat Generation tedesca. La sua produzione cinquantennale comprende anche racconti, reportage e radiodrammi che alterna con la critica sociale, scritti intimistici, e ritratti di artisti.
Tradotti in italiano sono reperibili oltre al titolo qui recensito, “Mara. Autobiografia di un violoncello.” Con CD audio – TEA 2008.

Edizioni Voland
www.voland.it
e-mail: redazione@voland.it

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- Libri

Autoritratto con pianoforte russo Un libro di Wolf Wondratsc

"Autoritratto con pianoforte russo" ...
un libro di Wolf Wondratschek - Voland Edizioni 2021

Talvolta è il crepitio del fuoco nel camino, il suo tepore surriscaldato e asciutto in un giorno uggioso, a richiamare il desiderio di raggomitolarsi su di un ampio divano e di sfogliare le pagine di un libro; o magari, e perché no, di sprofondare su una vecchia comoda poltrona in un pomeriggio noioso, di quelli che non sai neppure cosa leggere … a me capita spesso, a voi no? Tanti sono i tomi (come mattoni) irrimediabilmente lunghissimi e noiosissimi che aspettano accumulati da qualche parte coi loro titoli smisurati che non lasciano spazio all’immaginazione, se non fosse che si è ormai convinti non esserci più fantasia, e non solo nello scrivere.
Dipende, mi dico. Scegliere un libro non è affatto facile se non ci si vuole addormentare già alla prefazione. Del resto il mercato rigurgita per quanto riguarda i falsi storici, la cronaca nera, l'insulsaggine della politica, le guerre (in)civili e lo sterminio dei popoli, pandemia compresa, ce n'è a iosa, come se non esistesse nient'altro e per di più scritti da improvvisati tuttologi che dopo la premessa, più o meno accattivante, ci si accorge della loro tendenziosa volontà di deviazionisti, del tutto privi di sincerità altruistica, stracolmi di verità insidiose e deleterie per lo spirito.
Sì che viene da chiedersi dove è finita l’armonia dei giorni passati a fantasticare, per quanto noiosi possano sembrare. Mi chiedo dove sono finite la narrativa accattivante, l’arte del racconto e del raccontarsi, l’immaginazione immateriale, l’astrazione della poesia, i sogni custodi della ‘bellezza’ che tanta parte hanno avuto fin qui, in questo nostro mondo obliterato(?).
Allora ben venga un libro che parla del nulla, della dimensione onirica, del vuoto della solitudine, dell’incomunicabiltà latente di quanti avrebbero pure qualcosa da dire ma che lo riservano esclusivamente alla ricerca di possibili/impossibili ‘like’ senza volto e senz’anima.
Ma ‘nell'esile durata dell’intervallo’, proprio quando il torpore della sonnolenza sta per raccogliere le spoglie del lettore pomeridiano, a un’ora indecente arriva il postino comunque benvenuto, a consegnare il plico contenente un libro nuovo di stampa dal titolo accattivante: “Autoritratto con pianoforte russo” del ‘redivivo’ Wolf Wondratschek, uno dei padri della Beat Generation che negli anni ’70 era famoso per le “raccolte di poesie dove i toni della musica rock si lega(va)no ai temi della cultura pop, e la sua tecnica letteraria ispirata al cinema che si combina(va) con la prosa corrosiva e una laconica ironia” (*) … Whow!, non mi rimane altro da fare, lo sfoglio immediatamente e mi butto sul divano, piacevolmente disturbato dal crepitio del fuoco …

L’incipit.
“Interno caffè. Tutti i tavolini occupati. Tutte le barzellette raccontate. Tutti i giornali letti. Stranieri e locali. I camerieri ballano. L’aria un sigaro che brucia. Al mio tavolo un russo, un pianista in gioventù. Una celebrità dimenticata” …

Ragazzi ma scherziamo (?), finalmente ho in mano qualcosa di esplosivo, da leggersi tutto d’un fiato in questi giorni di fine inverno, segregato al chiuso per il ‘lookdown’ che coinvolge l’intera città, dove non c’è più niente da fare neppure a volerselo inventare. Ma infatti chi lo vuole (?), insomma volevo dire, in solitudine, che se non è l’apoteosi dell’ozio è certamente la sua apologia. Pensate, l’ozio come paradigma della metropoli, l’ozio come stile di vita, necessario (chi lo direbbe?) per avviare nuovi progetti di estetica culturale, nuove forme di agglomerati umani interessati (si fa per dire) alle nuove sfide sociali …

“Com’è essere soli? Ci si annoia? O si è tutti presi a combattere la solitudine? […] Non c’è più tempo per lavorare. E neanche tempo per riposare, starsene seduti e non pensare a niente.”

Niente. (?) Eppure è una soluzione. Ma se proprio non si trova di meglio si può sempre pensare a come raggirare l’ostacolo della perdita dell’economia (ir)reale, a come risolvere il problema della (dis)obbedienza civile, finanche a come arrivare e tornare da Marte.Non certo come rendere partecipi le nuove generazioni alla nozione culturale, o di come ovviare alla consapevolezza sociale, per non dire dell’arte, scherziamo, neppure l’ombra. Però ci si lamenta della svogliata noncuranza dei giovani a indossare le mascherine contro il letale Covid19, della rinuncia a cercare un lavoro, delle giovani coppie che non vogliono avere figli, dell’ostinata dissolvenza dei vecchi davanti alla televisione …

“Vede, disse (il vecchio pianista Suvorin), la lettura di una poesia, la lettura di un racconto o di un romanzo, non sono eventi sociali. Uno si siede, da solo, da solo con sé stesso e un libro, e legge. E a volte si ferma a riflettere, accantona il libro aperto per ripensare a una frase, a un punto preciso, a una certa formulazione che gli rivela la bellezza della lingua. Da ogni cosa si può associare tutto con tutto” … è così, non vi pare?

Oh sì, meglio la solitudine, afferma qualcuno, del resto fin da quando si nasce sappiamo d’essere soli, ma chiedersi ‘quanto si è soli quando si è soli’ è decisamente arduo rispondere. Ci prova egregiamente Wolf Wondratschek in questo libro di racconti in cui si racconta, e c’è da credergli, dove il minimo che può capitare, ma solo a chi è attento alle sbavature di un pianista (leggi lettore) che ben sa dove condurre la partitura, quale musica suonare sul pentagramma dell’esperienza, di quali (a)moralità non è illecito parlare, perché - viene da chiedersi - se in fondo anche queste fanno parte della vita (?). Così si finisce per dare ragione al nostro pianista alle prese con un autoritratto di cui “invero lo spirito della musica s’avvale”, come per un allegro e scherzoso rondò russo …

“Inconcepibile quanto un uomo possa diventare inutile, un uomo come me, che alla fine trova posto in un vuoto di memoria, senza scarpe, senza un sogno.”

Lo si direbbe un libro scritto da una presa di coscienza, in cui si riversa l’approvazione per una vita vissuta, allorché dopo l’applauso di rito (che accompagna ormai anche i funerali), ci si accorge che poi non era quello che volevamo, che aver vissuto non è stata una necessità individuale, ma un dovere sociale. Allorché svanita l’eco dei battimani quel che rimane non riguarda già più il suo e nostro tempo, ma la singola individualità di chi il tempo lo ha fatto, di chi lo ha scritto sulle pagine (ops!), sul pentagramma della storia (umana?).
Certo è che la musica, straordinariamente quella impegnata(iva) che chiamasi ‘classica’, è qui protagonista insieme a Suvorin, l’anziano pianista della narrazione. Del resto se il titolo recita “..con pianoforte russo” non ci si può aspettare altro, benché ci sia moltissimo ‘altro’ nelle pagine fitte dell’esperienza (s)confessata di tutta una vita. Sì che neppure noi lettori infine ‘crediamo di credere’, o meglio di non avere una fede, di non amare se non noi stessi, di non … bla, bla, bla; mentre al contrario, dal momento che lo affermiamo, diamo conferma di aver radicate tutte le sue (non) convinzioni in noi stessi, poiché parte anche del nostro DNA, il pentagramma sul quale è già scritta tutta la nostra musica che suoneremo.

È così, magari il nostro amico pianista Suvorin, parla in ‘cirillico’, ma noi sappiamo che le note (dell’esistenza) suonano tutte allo stesso modo, quantomeno “l’istesso tempo”. Per quanto alle nostre orecchie il pianoforte dell’austriaco Schubert non suoni come quello russo di Rachmaninov, a sua volta diverso dai timbri sfumati del francese Debussy, diverso inoltre da quello di Shostakovich. Così come, solo perché vissuti in epoche diverse, le interpretazioni ‘romantiche’ di Svjatoslav Richter non sono paragonabili a quelle ‘moderne’ di Glenn Gould o dell'amatissima Clara Haskil, se pure la tastiera, le note, finanche la coda del pianoforte e lo sgabello hanno le stesse fattezze. Siete d’accordo?
Il portento dei maestri russi non è qui messo in discussione, per quanto rileviamo le differenze dell’impatto acustico nell’incedere pianistico dell’uno piuttosto che dell’altra. Né chiedersi in che cosa consiste il "raggiungimento della perfezione" e “quale il prezzo da pagare per raggiungerla” in quanto parte di un insoluto musicale la cui domanda è ancora sospesa nell’aria, per lo più relegata al piacere dell’appagamento che se ne ricava. Ma è proprio questo il ‘clou’ a cui avviene l’autore del libro con una presunta domanda: 'se la musica pur così appagante necessita del nostro plauso o, se invece, ci rende schiavi delle sue sonorità, dei suoi amalgami con la danza e con la poesia (?) …

Lo so, lo sapete anche voi, non è facile trasformare il clap-clap delle mani o il suono delle vocali e delle consonanti in altrettante note musicali, né tantomeno le spaziature in bianco di una scrittura del silenzio, per quanto talvolta (direi spesso) il silenzio è decisamente la cifra di un’emozione più forte, che supera in ampiezza il sentimento, che di per sé darebbe senso all’amore e/o più semplicemente al fascino della bellezza che l’autore distribuisce in ogni pagina. Se si è d'accordo con lui che dice di non avere alcun credo, si corre il rischio di sentirsi compiuti, appagati, come fuori dal tempo, nell’incombenza d’una furtiva felicità che sembra non ci competa …

“Penso sempre ancora a tutti quelli che pregano e se ne stanno in silenzio, quando penso alla musica. In ogni nota sento sempre ancora, quando sento musica, la pioggia.” […] Non so se fossi felice. A impegnarmi erano cose più importanti che la voglia di felicità. A tutt’oggi non mi interessa conoscere la risposta. A volte penso che la felicità consista proprio nel non cercarla né volerla trovare. Più, felice ancora è chi non ne fa un caso, nemmeno nella sventura.”

Il silenzio della preghiera è come una sega che non viene, sarebbe stata la risposta bukovschiana che ci si aspetterebbe dall’iperrealista Wolf Wondratschek, ma, in quanto a Suvorin sul fatto di seguire o no un credo, alla domanda: “..e lei in cosa crede?” , la risposta arriva immediata e senza troppi convenevoli “..Ci penserò la prossima volta che ci vedremo. […] Questo è tutto. Forse , sforzandomi, un giorno crederò finalmente anche all’autorità di ciò che, in malafede, chiamiamo caso.”
Inoltrandoci nella scioltezza della scrittura, viene affermato un principio inalienabile riguardante l’immortalità creata dai poeti, qui definita “pericolosamente bella” che, protetta dall’afflato d‘una immaginaria esecuzione musicale cosparsa in ogni pagina infuoca tutt’attorno: “..stare vicino alla fiamma tanto da farsi avvolgere dal fuoco, capisce?”, (sì da dover fare attenzione a non bruciarsi). Attenzione, ne vale l’immortalità annunciata. Ciò che talvolta, invece, richiede l’applauso del pubblico, ma che qui risuona come un azzardo, una sventatezza di cui quasi vergognarsi …

“Odio gli applausi. Che sciocchezza, tutto quell’applaudire! L’ultima nota deve ancora sfumare che subito (s’odono) urla, strepiti , bravo! Non un attimo di silenzio, nemmeno mezzo secondo. Che ignoranti! che Barbari! Nemmeno ascoltano l’eco, non vi si soffermano, non sono scossi, pieni di stupore, non vi è traccia di abbandono tra gli ascoltatori.” […] “Bisogna ascoltare, nella poesia che viene cantata, le consonanti, non giocarsi le vocali. È questo il segreto.”

Lo so, lo sapete anche voi, non è facile trasformare il clap-clap delle mani o il suono delle vocali e delle consonanti in altrettante note musicali, né tantomeno le spaziature in bianco nei vuoti del silenzio, per quanto talvolta (direi più spesso) il silenzio è decisamente la cifra di un’emozione più forte, che supera in ampiezza il sentimento, che di per sé darebbe senso all’amore e/o più semplicemente al fascino della bellezza che l’autore distribuisce in ogni pagina. Lui che dice di non avere alcun credo. Si corre il rischio di sentirsi compiuti, appagati, come fuori dal tempo, nell’incombenza d’una furtiva felicità …

“Penso sempre ancora a tutti quelli che pregano e se ne stanno in silenzio, quando penso alla musica. In ogni nota sento sempre ancora, quando sento musica, la pioggia.” […] Non so se fossi felice. A impegnarmi erano cose più importanti che la voglia di felicità. A tutt’oggi non mi interessa conoscere la risposta. A volte penso che la felicità consista proprio nel non cercarla né volerla trovare. Più, felice ancora è chi non ne fa un caso, nemmeno nella sventura.”

Nel frattempo … “Il caffè è colato, a gocce, nella tazza preriscaldata e così, a gocce –avverte l’autore – (Suvorin), beve dalla tazza. Atteggia le labbra come un flautista l’imboccatura, ma quello che sentiamo non è un suono, è un sibilo, non forte, e nemmeno sgradevole, come un respiro, il respiro più piccolo che ci sia. La lingua, piegata a cucchiaio, accoglie la prima goccia, l’assorbe, felice come questo può rendere felici” …

Oh sì! Il tutto ha richiesto un’attenzione particolare, una lettura perspicace, onde rimembrare il tempo vissuto fra uggie e silenzi, mentre fuori continua a cadere la pioggia, ogni goccia una nota che s’accompagna al crepitio del fuoco acceso che surriscalda il torpore dell’ozio … non ne sentite la musica, no? …

E dire che sono solo a metà del libro ...
..comunque vada, per favore non sparate sul pianista!

Pssst: vi innamorerete di Suvorin ... è un grande!

L’autore. (*)
Wolf Wondratschek, scrittore, poeta, sceneggiatore (Rudolstadt 1943), cavalca dagli anni ’60/’70 la scena letteraria internazionale, in cui è noto come esponente della Beat Generation tedesca. La sua produzione cinquantennale comprende anche racconti, reportage e radiodrammi che alterna con la critica sociale, scritti intimistici, e ritratti di artisti.

Tradotti in italiano sono reperibili oltre al titolo qui recensito, “Mara. Autobiografia di un violoncello.” Con CD audio – TEA 2008.

Note:
(*) Dalla presentazione di copertina.
(**) Foto di copertina di Renzo Baggiani "La tazzina di caffé" - in Pinterest.

Edizioni Voland - www.voland.it

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- Teatro

’La caduta di Troia’ - Visto in RAI Teatro

"La caduta di Troia"
tratto dal Libro II dell’Eneide virgiliana, visto in TV 13/03/21 - Rai5 per la serata dedicata al ‘Teatro’, con la voce recitante di Massimo Popolizio, accompagnato dalle musiche di Stefano Saletti e Barbara Eramo.

Se mai si volesse dare una ‘dimensione temporale’ alla recitazione di Massimo Popolizio, si dovrebbe ripercorrere dall’inizio la carriera di questo fine dicitore nonché interprete, doppiatore, commediografo, regista e quant’altro, e collocarlo nella contiguità della tradizione aedica che nella Grecia antica forgiava i cantori professionisti che nel ‘choros’ prendevano parte alle rappresentazioni del teatro classico, sia drammatico che tragico, e che più spesso erano anche compositori originali dei ‘canti epici’ che accompagnavano le parole col suono di strumenti musicali: “attraverso quelle stesse parole e quelle musiche – dice Popolizio – con le quali ho cercato di creare vere e proprie immagini, sì da far vedere ciò che è detto”.

Un melisma virtuosistico che in “La caduta di Troia”, una piéce che la critica letteraria e teatrale considera un “capolavoro assoluto per la sua struttura e per la sua forza tragica”, Massimo Popolizio ha concepito nel dare contiguità alla propria ‘voce narrante’ con l’ausilio di una seconda ‘voce cantante’, quella bellissima di Barbara Eramo, entrambe accompagnate per l’occasione da un raffinato amalgama di musiche realizzate da Stefano Saletti e dalla stessa Barbara Eramo, con strumenti tipici della tradizione mediterranea, quali l’oud, il bouzouki, il bodhran; ed altri ancor più antichi ed evocativi come il kemence, il daf e il ney, propri della tradizione persiana, dovuti alla presenza del musicista iraniano Pejman Tadayon.

L’amalgama tra le diverse culture musicali, quella Greca e quella Persiana, presenti nel testo virgiliano, è qui sostenuto dalla recitazione ‘èpica’ di Massimo Popolizio che dà prova della sua massima esperienza attoriale; e dal canto ‘aulico’ di Barbara Eramo, da cui, ripercorrendo la tradizione orale dell’epos greco e latino, il ‘mèlos’ alchemico raggiunge la sua forma mitica-estetizzante. Qui, l’ausilio ‘rapsodico’ degli strumenti musicali, non limitati al semplice ruolo di accompagnamento, si fa ‘corpo stesso della rappresentazione’, permettendo alle parti di raggiungere l’apice della ‘prova d’attore’ tout court.

Ma “La caduta di Troia” tratto dall’Eneide virgiliana, non è solo un testo letterario di grande spessore tragico, affinché arrivi ad essere un autentico ‘pezzo di teatro’ necessita di uno studio attento della voce, di una profusione verbale eclettica, a volte carica di modulazioni intimistiche, quasi labbiali; mentre, in altri momenti si addensa di pathos emotivo, più vicino a quella liricità poetica che già nell’antica Grecia l’avvicinava al ‘canto’. Liricità che diventa ‘magistralis’ ogni qual volta Massimo Popolizio, attore di scuola ronconiana, oggi tra gli interpreti più importanti del panorama teatrale e cinematografico, si confronta con testi di una certa levatura narrativa.

Inutile ripetere qui la trama che apre il secondo libro dell’Eneide virgiliana, per quanto è bene conoscerne almeno la tematica incentrata sull’inganno perpetrato dai Greci nella guerra che, dopo dieci anni d’assedio, porterà alla caduta della città di Troia, e si trasformerà per i troiani in un evento di morte e distruzione. Dacché, dopo la violenza della guerra, ha inizio il lungo peregrinare di Enea alla ricerca di una nuova terra, che pure per volere degli déi di allora egli raggiungerà, seppure con la stessa disperazione di quanti oggi affrontano il lungo viaggio per la sopravvivenza.

Viaggio che ha inizio nell’incognita di raggiungere un approdo sicuro e che porterà molti degli emigranti che l’intraprendono a subire lo stesso inganno a monte delle loro speranze avite, e solo per aver dato laggio alle voci di una felicità irraggiungibile e senza possibilità di riscatto alcuno. Ma se l’eroe Enea poteva contare sull’aiuto degli déi, il destino dei migranti di oggi, che pure fuggono dalla violenza della guerra e di tutto quel che ne concerne, trovano ahimé una terra disastrata, dilaniata dagli interessi politici ed economici, senza ricevere quell’accoglienza agevolata che in quanto esseri umani necessitano.

Acciò il misurarsi con la ‘tragedia’ antica di tutto un popolo e la determinante drammaticità dei singoli protagonisti di questo testo, accresce nello spettatore odierno la consapevolezza della immane catastrofe umana cui andiamo incontro, per quanto virtuale attraverso i media audiovisivi, di un’esposizione che amplifichi più che mai la necessaria divulgazione in ambito formativo: per una ‘presa di coscienza’ che permetta di affrontare le sfide del domani. Ciò che poi era quanto concerneva all’istituzione del Theatron nell’età classica della Grecia antica, quello di formare i futuri ipocrites, quegli ‘attori’, nel senso più ampio di commediografi, le cui opere oggi sono parte del patrimonio culturale dell’umanità.

Registrato al Teatro India di Roma nel dicembre 2020, che Rai Cultura ha proposto in prima visione sabato 13 marzo alle 21.15 su Rai5, con la regia televisiva di Marco Odetto, su un progetto editoriale di Felice Cappa, produttore esecutivo Serena Semprini, a cura di Giulia Morelli, “La caduta di Troia”, per la Produzione Compagnia Orsini, rappresenta inoltre una prova d’autore afferente all’accompagnemento musicale di Stefano Saletti e Barbara Eramo, su musiche eseguite dal vivo con strumenti originali e non solo. Degna di nota è anche la ricerca dei canti utilizzati nella forma originale dei paesi di prvenienza: infatti le lingue cantate sono il ladino, l’aramaico, l’ebraico e il sabir, antiche lingue del Mediterraneo, per meglio risaltare le atmosfere animate da Massimo Popolizio e dalla voce limpida di Barbara Eramo che si muove tra melismi e scale di derivazione mediorientale.

Il plauso pur accreditato dal pubblico seduto davanti allo schermo televisivo non rende giustizia all’atmosfera ‘mitica’ ricreata dall’ensemble vocale-strumentale formato da Massimo Popolizio, accompagnato dalle musiche di Stefano Saletti e Barbara Eramo che altresì anelano di poter tornare a esibirsi in teatro, in quel Theatron che nell’antichità accoglieva per l’occasione le genti festanti che giungevano da ogni parte per poi restarne coivolte, al pari dell’aver scritto una pagina di storia individuale e collettiva. Ciò che è nell’anima di ogni attore e compagnia teatrale in attesa di poter riprendere il ‘lavoro’, una delle categorie più bistrattate in assoluto, la cua decaduta affermazione dell’istituzione del teatro, ancor prima della pandemia, ha ridotto bruscamente l’impatto culturale del nostro paese.

Come ha recentemente affermato Popolizio: “Il teatro dovrà riaprire ma in modo maestoso!”, alla cui voce mi permetto di aggiungere: Sì, al più presto!


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- Poesia

Cristiano Poletti … o il ‘lato oscuro’ della poesia d’autore

Cristiano Poletti … o il ‘lato oscuro’ della poesia d’autore.
Marcos Y Marcos Editore 2019.

“Con le mani cerco, mani che hanno pensato, che hanno toccato, hanno preso. Forse trovando la verità: non nel passato, dov’era già scritta, nemmeno nel futuro, impossibile, il futuro è un luogo vuoto” …

… come vuoto da inondare di realtà pensante che sgorga liquida e invade ogni nostro spazio espanso, onde fecondare ogni possibile/impossibile connubio di relazione, accordo, corrispondenza, ma ed anche d’amicizia, di rapporto palese, di alleanza come di separazione, che non tiene conto della misura del tempo, di ogni ‘tempo’. Allora cosa importa se era ieri, oggi o se sarà domani nel “… la ferma solitudine dei giorni” (?); se “… un eccesso di tristezza, o di gioia”, o se “… l’avere amato mai e sempre” (?).

Niente cambia o cambierà di quanto ci saremo detti, saranno giorni assolati d’intensa luce ritrovata, o forse giorni di pioggia da stare insieme gli uni con gli altri, saranno comunque giorni che avremo vissuti intensamente nell’estatica visione dell’amore che avremo donato, della nostra vicendevole emozione … “Sono uguali inchiostri i nostri debiti d’amore”, “… È in luce che ci giudica la terra.”

Se vogliamo, forse, un temporale, ogni temporale, equivale a una emorragia che non sappiamo come arginare. È allora che dalle nuvole fratte scendono miriadi di gocciole liquide che accogliamo festanti, quasi che bagnandoci si risvegli in noi l’ancestrale vigore d’una qualche rinascita. Oppure è il solido grandinare a sorprenderci, come se volesse svegliarci dall’oziosa sonnolenza dei sentimenti; o anche di quando intende stupirci, dopo averle impastate di leggera neve …

“Nulla era prima, e dopo. Ma tra due sponde questo è il punto, scritto nell’infinito alfabeto del sempre. Qui in mezzo, come per gioia del limite l’anima ha inizio, inizia la sua frase, imparata e scordata, quante volte, e mai dimenticata.” […] “Non si replica l’anima?”

Un’emorragia che si sprigiona da antichi umori retratti, intrisi di emozioni diverse, astenute, ferite, de-costruzione di gioie inespresse, o forse solo incomprese, frattali di donazioni restituite senza un perché, se mai, invero solo poco apprezzate. Né tradimenti né immaginate fughe, ma lasciti e abbandoni, troppi da sostenere in una sola esistenza di continui ‘temporali’, che se solo avessero smesso di pioverci addosso avrebbero lasciato spazio a mille arcobaleni …

Arcobaleni che avrebbero illuminato di spensieratezza mille e più tele e immancabilmente riempito di colori molti dei giorni a venire “Di una poesia (costante) che … senza scrivere sapevate, già avevate amato per sempre. Altrove è un’eternità il lavoro dell’acqua, dare al prato l’ortica, all’uomo il muschio che bacia la pietra … Oltre il momento d’acqua, il corridoio di pioggia che fu specchio, se ne vanno nel timore di amare, gli uomini.”

È dell’emorragia del cuore l’inarrestabile silenzio che si consuma in questo scorrere di parole, di frasi, di grida che implodono nelle pagine in questa silloge poetica di Cristiano Poletti, scritta al culmine d’una passione segreta che ha consumata nel tempo, come di neve macchiata di rosso sangue versato, che pur s’arresta sul ciglio prima della sua scesa nell’Averno degli anni. E si vorrebbe sapere perché d’ogni cosa, d’ogni azione inconclusa, dei mille perché che ottenebrano le notti dei suoi come dei nostri ‘temporali’. Così come le ragioni nascoste della nostra esistenza, ad esempio, e perché no di conoscere le incognite d’una filosofia ormai compiuta, di come raggiungiere quell’assoluto che sempre ci sfugge, e/o le verità che si nascondono dietro quell’ultima parola che ha nome ‘fine’…

Ma non si da fine alle ‘Altitudini’, (una sezione della silloge), semmai si … “Preparano le pire, (per) una via, l’altra.” … Allorché “..forse avremo amato, alla fine”, onde … “..risaliremo il destino tra la tomba degli angeli e quella degli uomini” …
«Nulla è dunque la morte per noi, e per niente ci riguarda.» Recita un veso di Tito Lucrezio Caro, e noi, noi non saremo che rugiada che di primo mattino si posa sulle piante odorose del nuovo edenico Giardino “..sotto il velo nelle ragioni del bianco del cielo”, spalancato per accoglierci colà, dove la vita si slarga e ritorna l’antica stagione della rimembranza…

Dove, mi chiedi? “Dove … fiume e nebbia, nostro inverno che fa scuri i segreti e i rami (di) questa pianura, la nostra fine, fiume e vita”, finirà per ridisegnare un viso che conosciamo, di cui aspettavamo da sempre il suo ‘ritorno’ …

*Ritorno - interno giorno.
“In un’idea di stelle e nervi la notte è passata, come altre e sono solo mimiche di anni. Ed ecco,nel giro di poco le nuvole che screpolano il cielo fanno dell’alba e sul volto una ruga. Nel molto del sangue gira l’età, mescola nelle vene un sorriso, dentro quel viso la risposta che è dolore che piega nel dolore. Ormai è giorno e nella sua magia chiede ancora la pagina infinita e che il suo nome sia tempo, punto, vita.”

*Così ti annuvoli
“..sei attesa e sei temporale” … “arrivi sulle scale dell’estate dove molti lavarono gli anni dove dicono la gioia dura. Entri, e lo sai. Aspetti lo spavento dove sei nato. Così sul fronte di una grandine in una nube nuovamente tu ti avvicendi e gridi il suo urlo e la luce seguente.”

*Una persona
“Dalla luce, dal tempo sei qui tornato nella fiamma di chi ti ama e che ti amò. Ti amò la polvere dove sono, dove s’inseguono e rivivono la quercia e il vento di un pensiero stretti nel rettangolo del giardino. Torni e hai con te il mattino, il nuovo inizio di una casa, questa sullo sfondo, e dentro sei nella pendola ferma che tiene, ha trattenuto in silenzio il silenzio delle mani, l’umiltà delle vene. Tu canti adesso una canzone di puro mattino. Il catalogo delle finestre sulla notte tanto aperto si è chiuso. Istante della voce, voce del sempre, lettere. Mandate lettere al loro indirizzo. Lì chiara l’anima tornò … il sogno è solo un’ombra tra le dita.”

«Che fu quel punto acerbo che di vita ebbe nome?», recita un verso di Giacomo Leopardi che non conosce fine, ché nella sospensione dell’interrogativo prende linfa per nuovi versi. Quegli stessi a cui Cristiano Poletti s’abbevera, sì da sembrare quasi che l’audacia dei ‘temporali’ lo spinga ad andare oltre, fra le nuvole buie dove s’incammina non senza affanno, fino al raggiungimento del crinale della sua ricerca interiore, ben sapendo che dopo il temporale c’è da sperare solo nel diluvio, eppure disposto, e comunque, a pagare il laggio di quanto non sia riuscito a esternare dentro i suoi fluidi Temporali …

“È in luce che ci giudica la terra.”

Ritagli poetici:

*Segmento
“È in un gesto il tuo perderti, e qui. In un verso, è questo il faticoso sempre sconosciuto valico della morte vera” ...

*Otto anni
“Intorno i libri, una sera che ha un nome. Da tanto non piove. Ma un temporale ascolta si prepara nell’aria, cedono l’alta pressione e gli anni. Ti chiamo. Chiama” …

*Fine temporale
“Ho pregato un riflesso in te, forse era il mio ma credendo solo a questo tavolino sparecchiato è stato inutile. Eppure non sono materiale, guarda, neanche la spesa ho sistemato e nel ripostiglio è caduto tutto. Penso sia anche piovuto. Era annunciato per oggi, previsto che venisse e smettesse. Su questo tavolino scrivo a te, riscrivo se possibile, felice di questo fine temporale.”

*Un cerchio
“Quest’acqua è così, è un cerchio, e tu devi girarci dentro. Intorno cornici, uomini e terra con tutto il tempo che hanno nel piano di Dio. Entro in questo cerchio anch’io e senza contare seguo le volontà. In uno strappo dei polmoni non si tocca.” […]
“.. Io nel più semplice polso mi trovo dentro queste parole l’infinito della fine.” Sono io quello: “.. uno che aspetta, nel grigio tra il suo terrazzo e il cielo.”

*Lettera dallo stesso luogo
“Vivo qui, mi racconti, dove porta a un solco doloroso il mercato dei giorni: chi in settembre assente si mescola nel giro a vuoto di un vinile; chi toglie dal fuoco un’ombra prolungata nel genio antico della casa; chi nello stesso luogo si abbandona già al gelo di uno specchio e sputa sul quaderno della ‘fine’ aperto sempre, e ora. Ora, non credere, niente si è perso, niente in filigrana. Le perdite tornano, sono qui coi miei anni in un solco doloroso, e felice, dici, tornano i loro visi. Da qui vivi, ti dico. È tutto.”




Note:
“.” I corsivi, le perifrasi, sono dell’autore Cristiano Poletti
“?” I sunti sono arbitrariamente interpretati da GioMa

L’Autore, bibliografia essenziale.
Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore della raccolta di poesie Porta a ognuno (L’arcolaio, 2012); del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto - L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012); delle prose critiche raccolte in dei poeti (Carteggi Letterari, 2019); del libro-DVD (documentario di Francesco Ferri dedicato alla figura e al lavoro di Fabio Pusterla) Libellula gentile (Marcos y Marcos, 2019); della raccolta di poesie Temporali (poesia, Marcos y Marcos, 2019). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva (poetarumsilva.com). Lavora presso l’Università di Bergamo.

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- Cinema

Film / Recensioni - by Cineuropa News

FILM / RECENSIONI in collaborazione con Cineuropa News

'L’incredibile storia dell’Isola delle Rose'
di Vittoria Scarpa

09/12/2020 - Approda oggi su Netflix il nuovo film di Sydney Sibilia, che racconta la storia vera di un’utopia straordinaria, calcando però troppo la mano sul grottesco e smorzando l’effetto epico. Elio Germano nei panni di Giorgio Rosa ne 'L'incredibile storia dell'Isola delle Rose'.
Ci sono delle storie che appena le senti ti dici 'bisognerebbe farci un film'. Così è stato per Sydney Sibilia quando è venuto a conoscenza della vicenda incredibilmente vera, ma poco ricordata, della Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose, fondata nel maggio del 1968 al largo di Rimini e affondata (letteralmente) pochi mesi dopo, nel febbraio del ’69. La storia di un’utopia partorita dalla mente di un visionario ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, e che il regista della trilogia di 'Smetto quando voglio', complice il suo sodale in produzione Matteo Rovere, ha deciso di portare sullo schermo per Netflix, realizzando L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, un film ambizioso e ben fatto, ma forse con un tocco di grottesco di troppo che rischia di non rendere onore all’impresa straordinaria a cui si ispira.
La storia è di per sé folle: negli anni in cui i giovani lottavano per cambiare il mondo (la fine degli anni ’60 del secolo scorso), il giovane ingegnere incarnato da Elio Germano (miglior attore all’ultima Berlinale per il suo ruolo in 'Volevo nascondermi') il mondo che voleva se lo costruì direttamente da solo, creando una piattaforma/isola di acciaio di 400 metri quadrati a 6 miglia dalla costa romagnola, in acque extraterritoriali, dove l’unica regola vigente era quella di essere liberi da ogni regola. Rosa chiese alle Nazioni Unite che la cosiddetta Isola delle Rose, che nel frattempo era diventata meta dei sognatori di mezzo mondo, venisse riconosciuta come Stato indipendente. Al governo italiano l’iniziativa non piacque per niente, e con la forza mise fine all’avventura di Rosa facendo saltare in aria la piattaforma, in quella che viene definita l’unica guerra di aggressione mai combattuta dalla Repubblica italiana.
Sibilia, affiancato in scrittura da Francesca Manieri (già sua collaboratrice per 'Smetto quando voglio' - 'Masterclass' e 'Ad honorem'), sceglie di dare all’intera vicenda un tono comico, fin dalla prima sequenza in cui vediamo l’ingegnere italiano infreddolito nella hall del palazzo del Consiglio d’Europa a Strasburgo, in attesa da giorni di essere ricevuto da qualcuno per esporre il suo caso e far valere le sue ragioni contro uno Stato italiano che, secondo lui, conosce una sola forma di libertà, quella 'condizionata'. Quello che segue è un lungo flashback che ripercorre le tappe che precedono la fondazione del piccolo Stato indipendente di cui Rosa si è autoproclamato presidente: dalla sua laurea in ingegneria alla costruzione di 'giocattoli per cui sistematicamente ti fai arrestare', come la sua ex fidanzata arrabbiata Gabriella (Matilda De Angelis) chiama le sue invenzioni, fino alla scintilla che scocca quando l’anarchico e idealista Giorgio posa il suo sguardo sul cartellone pubblicitario di una società petrolifera ('La nostra piattaforma, la tua libertà').
Girato con grande sapienza e visivamente accattivante, con la sua ricostruzione patinata degli anni Sessanta, a base di colori pastello e le hit musicali dell’epoca, il film rischia in alcuni passaggi di risultare poco credibile, e questo è un paradosso visto che, per quanto sia assurda, la storia alla base è vera. Romanzando parecchio l’avventura di Rosa, gli autori hanno voluto calcare la mano sull’aspetto grottesco della vicenda, e meno sul suo lato epico, finendo per confondere lo spettatore sulle reali motivazioni all’origine dell’impresa. Il film è piacevole e leggero, ma il dubbio che viene è se fosse questo il tono giusto per raccontare una storia così eccezionale.
L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è prodotto da Groenlandia per Netflix; il film è disponibile sulla piattaforma di streaming dal 9 dicembre.

Sydney Sibilia sul set per 'L’incredibile storia dell’Isola delle Rose'
di Camillo De Marco

01/10/2019 - Dopo il successo della trilogia Smetto quando voglio, il regista torna con un film originale Netflix prodotto da Groenlandia. Protagonista Elio Germano
La squadra di L’incredibile storia dell’Isola delle Rose (Duccio Giordano/Netflix)
E’ Elio Germano il protagonista de 'L’incredibile storia dell’Isola delle Rose', diretto da Sydney Sibilia, le cui riprese sono iniziate il 16 settembre e si sposteranno per altre otto settimane da Roma a Malta, da Rimini a Bologna.
Sybilia torna dietro alla macchina da presa dopo il grande successo della trilogia 'Smetto quando voglio' (un totale di 10,8 milioni di euro al box office) con una co-produzione internazionale di Groenlandia e Netflix, che ne ha annunciato oggi il cast. Scritto dallo stesso regista con Francesca Manieri, il film è tratto dalla storia vera di Giorgio Rosa e dello stato indipendente che fondò nel 1968 al largo di Rimini, fuori dalle acque territoriali, incarnando il sogno di una generazione.
Elio Germano veste i panni di Giorgio Rosa, affiancato da Matilda De Angelis ('Veloce come il vento'), Fabrizio Bentivoglio, Luca Zingaretti, il francese François Cluzet (visto recentemente in 'Grandi bugie tra amici' e 'Il medico di campagna'), il tedesco Tom Wlaschiha ('Game of Thrones', 'Rush'), Leonardo Lidi, Alberto Astorri, Violetta Zironi. La fotografia del film è di Valerio Azzali, la scenografia di Tonino Azzera, i costumi di Nicoletta Taranta.

Questo film '..è un progetto unico, ambizioso', dice il produttore Matteo Rovere, 'non solo perché racconta una pagina fondamentale del nostro Paese che sono in pochi a ricordare, ma perché lo fa tirando in ballo ideali e argomenti universali. Una storia di libertà, fratellanza, partecipazione, che non può che parlare a tutti. È per questo che siamo orgogliosi di aver trovato un partner internazionale così importante, che ha deciso di sostenere un film complesso e di dimensioni viste raramente nel nostro paese. Con Netflix abbiamo garanzia di qualità e diffusione internazionale. Possiamo parlare al mondo, certi che il mondo si riconoscerà in questa storia tutta italiana, e ne sarà conquistato'. Per Netflix, Teresa Moneo (director International Original Films) ribatte: 'Siamo davvero emozionati di lavorare con Sydney, Matteo e tutto il team di Groenlandia e di poter dare vita alla loro visione ambiziosa e affascinante. Siamo entusiasti che un progetto di queste dimensioni venga dall’Italia e siamo sicuri che questa storia così universale possa piacere agli spettatori di Netflix in tutto il mondo'.


'IL MIO CORPO'
di Michele Pennetta.

In una Sicilia profonda e abbandonata Oscar, il figlio di un rigattiere, e Stanley, un giovane immigrato, vivono ai margini della società. Oscar e il fratello maggiore, Roberto, lavorano con il padre raccogliendo ferraglia dalle discariche abusive. Ogni metallo ha il suo valore e la famiglia di Oscar sopravvive trasformando i rifiuti altrui in una nuova merce di scambio. È un lavoro estenuante, svolto per un padre-padrone incontentabile. Oscar e Roberto sono legati da una storia comune ma il maggiore, impegnato a primeggiare per sopravvivere, si sottrae al ruolo di alleato, lasciando Oscar da solo. Per Stanley il peggio sembra essere alle spalle: ha un piccolo appartamento per sé, un permesso di soggiorno di due anni e un amico con cui dividere un piatto di banku e qualche ricordo. Potrebbe lasciare la Sicilia e tentare la fortuna in un paese che gli dia una vera chance, ma qualcosa lo trattiene in questo limbo. Un lavoro stagionale lo porta nell’entroterra profondo, in terre di vecchie miniere abbandonate e pascoli. In questo luogo dimenticato, tra detriti e ferraglia, le solitudini di Oscar e di Stanley si sfioreranno per un breve momento.

Recensione: 'Il mio corpo'
di Muriel Del Don

27/04/2020 - Il terzo lungometraggio di Michele Pennetta mette in scena con rispetto ed eleganza formale l’intimità di due personaggi alla ricerca di sé stessi. Il regista italiano ma svizzero d’adozione Michele Pennetta presenta in competizione internazionale a Visions du réel il suo ultimo lavoro 'Il mio corpo', che parla del lato oscuro di una Sicilia che grazie alla sua cinepresa si rivela in tutta la sua crudele bellezza. L’ultimo lungometraggio di Pennetta può essere considerato come il capitolo conclusivo di una trilogia dedicata a una Sicilia nascosta e crudele, lontana anni luce dai cliché acchiappaturisti che la vorrebbero perennemente soleggiata e sorridente.
Oscar non è più un bambino ma non ancora un adulto. Si trova in quella fase della vita in cui il futuro attira e spaventa, affascina e angoscia. Il mondo dell’infanzia ha lasciato il posto a estenuanti giornate di lavoro durante le quali recupera ferraglia che suo padre vende poi per racimolare qualche soldo. Oscar passa la sua vita nelle discariche alla ricerca di qualche tesoro (una statua della Madonna o un imponente carcassa di ferro) che possa portare un po’ di luce in un quotidiano dai toni oscuri. Agli antipodi del suo mondo, ma geograficamente e umanamente molto vicino, Stanley cerca di sopravvivere al di fuori della sua terra natale: la Nigeria in un’Italia che da oasi si trasforma poco a poco in prigione dei sentimenti. Stanley fa le pulizie in chiesa in cambio di un’ospitalità monetizzata, raccoglie frutta nei campi e porta al pascolo le mandrie, intraprende qualsiasi cosa gli permetta di occupare il suo corpo in transizione. Niente in apparenza sembra unire Oscar, il ragazzino siciliano e Stanley, anche lui ancora ragazzo ma venuto da lontano, tranne il sentimento opprimente di essere stati dimenticati da un mondo che li rifiuta spingendoli ai margini, sempre più lontano. Il loro destino sembra sfuggirgli di mano, come delle marionette manovrate da un’entità superiore che le vuole docili e sottomesse.
Pennetta filma la vita in apparenza banale di questi personaggi a fior di pelle come se non ci fosse un domani. Il presente della loro esistenza è tutto quello che gli rimane essendo il futuro un lusso che gli è negato. L’intimità di Oscar (potente la scena in cui è a tavola con il padre e il fratello, sguardo sfuggente e silenzi pesanti malgrado si parli degli abusi che hanno subito) e quella di Stan (toccante il momento in cui sta cucinando per il suo amico, tra la volontà di mettere a nudo i propri sentimenti e il pudore che blocca la parola) sono messe in parallelo come se il cinema tentasse di unire quello che la realtà tiene violentemente a distanza. Malgrado questo parallelismo, Pennetta non cade nella trappola del sentimentalismo evitando un happy end edulcorato e indubbiamente stonato. Oscar e Stan non si incontrano mai veramente se non protetti dal filtro della notte, del sogno. Emblematica da questo punto di vista la scena finale che ci mostra Oscar, addormentato nella baracca di Stan, mentre quest’ultimo, in penombra, osserva il buio. Il mio corpo è un film dove i silenzi e gli sguardi contano forse più delle parole stesse, un film al contempo violentemente diretto e poetico nel quale la luce diventa accecante e le ombre rifugio effimero per due corpi alla deriva.
'Il mio corpo' è prodotto, come tutti gli altri suoi lungometraggi, dalla ginevrina Close Up Films insieme all’italiana Kino Produzioni, RAI Cinema e la RSI Radiotelevisione svizzera. Sweet Spot Docs si occupa delle vendite all’internazionale.


TORINO FESTIVAL 2020
Recensione: 'Billie'
di Vittoria Scarpa

01/12/2020 - James Erskine racconta la straordinaria vita di Billie Holiday basandosi sulle vecchie interviste di una giornalista morta suicida, in un doc ricco e coinvolgente che assume i toni del noir.
'Una voce vera e autentica, un gemito roco dall’oltretomba. Dovevo scoprire da dove provenisse”. È così che la giornalista americana Linda Lipnack Kuehl descriveva l’effetto folgorante che ebbe su di lei il primo ascolto, a 14 anni, di un disco di Billie Holliday, la più grande cantante jazz di tutti i tempi. Il materiale delle sue indagini – 200 ore di interviste realizzate nell’arco di dieci anni, che dovevano servire da ossatura a una biografia della cantante mai portata a termine – sono oggi il cuore pulsante di Billie di James Erskine, un documentario ricco e coinvolgente, presentato fuori concorso al 38° Torino Film Festival, che racconta la straordinaria vita della leggenda della musica nera scomparsa nel 1959 a soli 44 anni, e in parallelo la storia della giornalista, morta suicida nel 1978, per la quale Billie era diventata un’ossessione.
È un’immersione quasi fantasmatica quella che ci offre il regista inglese, che ha costruito il suo lavoro basandosi sullo sterminato materiale audio raccolto da Lipnack Kuehl negli anni ’70 con il suo registratore amatoriale: 125 nastri, più o meno integri, recuperati presso un collezionista e mai ascoltati finora. Le voci degli amici d’infanzia di Billie, dei grandi musicisti che hanno lavorato con lei, dei suoi innumerevoli amanti, e persino degli agenti dell’FBI che arrestarono la cantante per droga, riemergono da queste registrazioni imperfette e gracchianti – realizzate per strada, in caffè o locali notturni dell’epoca – con un potere suggestivo notevole. Il tutto accompagnato da una vecchia intervista radiofonica in cui è la stessa Billie a parlare di sé, e da un nutrito archivio di fotografie e filmati di performance dal vivo della celebre cantante, colorizzate per l’occasione dall’artista brasiliana Marina Amaral.
E non poteva essere altrimenti, per un’icona che nonostante esistessero di lei solo immagini in bianco e nero, ha vissuto una vita decisamente a colori. L’infanzia povera a Baltimora, la prostituzione e i maltrattamenti (nel film ascoltiamo la testimonianza del suo magnaccia, spiazzante nella sua manifesta brutalità), poi il successo ma anche le difficoltà di essere di una donna nel mondo ultra maschilista dei night club, e di essere un’artista nera nell’America della segregazione razziale. E poi i suoi tanti amanti, sia uomini che donne, i suoi problemi con la droga, il suo carattere fiero e ribelle, e il suo grido di protesta contro la discriminazione, in particolare quella stupefacente canzone Strange Fruit che nessuno riusciva a impedirle di cantare, nonostante i bianchi “perbene” presenti ai suoi concerti inorridissero a sentir parlare di uomini neri appesi agli alberi del Sud come strani frutti.
Tra segreti e retroscena, dichiarazioni appassionate e smentite furiose, le interviste di Lipnack Kuehl sono un tesoro prezioso che rendono il film di Erskine diverso dai soliti documentari su artisti famosi del passato, lo rendono vivo, vibrante e schietto. E non dispiace l’idea del regista di dare spazio anche alla storia della giornalista che aveva indagato sulla vita di Billie, una bianca che si era addentrata in un mondo di neri (e di malavita) e la cui misteriosa scomparsa, archiviata ufficialmente come suicidio, dà al film un tocco di noir e mistero che lo rende ancora più avvincente.
Billie è prodotto da Altitude, BBC Music e Motion Picture, e realizzato con il sostegno della Billie Holiday Estate. Il film è distribuito in Italia da Feltrinelli Real Cinema.

VENEZIA 2021 Biennale College Cinema
Scelti i 4 progetti del Biennale College Cinema che saranno presentati alla Mostra di Venezia,
di Camillo De Marco

02/12/2020 - Progetti da Argentina, Ecuador, Italia, Usa. E per la prima volta un film di Biennale College è presentato agli Oscar: This Is Not a Burial, It’s a Resurrection per il Lesotho
La regista italiana Beatrice Baldacci, cui progetto La Tana è stato selezionato
Provengono da Argentina, Ecuador, Italia e Usa i quattro progetti che accedono alle fasi di realizzazione dei film della 9a edizione (2020 – 2021) di Biennale College – Cinema. I quattro team, formati da un regista e un produttore, partecipano da oggi, mercoledì 2, fino a domenica 6 dicembre al primo di due workshop. I lungometraggi realizzati parteciperanno alla 78ma Mostra di Venezia 2021. I quattro progetti finali sono stati scelti dopo il primo workshop fra 12 progetti selezionati da tutto il mondo, provenienti quest’anno da Argentina, Cina, Ecuador, Gran Bretagna, Kazakhstan, Italia, Serbia, Svizzera, Usa.
Si tratta di 'Al Oriente', opera seconda della regista ecuadoriana José María Avilés, con la produzione di Julieta Juncadella (Argentina); 'La Tana' dell’italiana Beatrice Baldacci (opera prima), produttrice Aurora Alma Bartiromo (Italia); 'Nuestros Días Más Felices', regia di Sol Berruezo Pichon-Rivière (Argentina, opera seconda) e produzione dell’argentina Laura Mara Tablón; 'The Cathedral', opera seconda del regista statunitense Ricky D’Ambrose, produttore Graham Swon (Usa).
I quattro team scelti parteciperanno a un ulteriore workshop dal 12 al 18 gennaio 2021. Questo darà il via alla realizzazione vera e propria di quattro lungometraggi a microbudget tramite un contributo della Biennale di 150mila euro ciascuno. I 4 film saranno presentati alla Mostra di Venezia 2021, insieme ai 2 film provenienti dall’8a edizione, la cui presentazione è slittata di un anno: La Santa Piccola, regista Silvia Brunelli, produttrice Francesca Maria Scanu (Italia) e Mon Père, le Diable, regista Ellie Foumbi (Usa), produttore Joseph Mastantuono (Francia).
Dall’8a edizione di Biennale College – Cinema il numero dei film sostenuti dalla Biennale è stato esteso a quattro progetti, e di essi almeno due devono essere di registe. Complessivamente dal 2012, nel corso delle sue prime otto edizioni, il laboratorio della Biennale di Venezia ha realizzato 24 lungometraggi di registi emergenti.
Da ricordare che il film presentato all’Oscar 2021 per il Lesotho nella categoria Miglior film internazionale, 'This Is Not a Burial, It’s a Resurrection' di Jeremiah Mosese, è stato sostenuto e realizzato nell’ambito della 7a edizione 2018-19 di Biennale College – Cinema. E’ la prima volta che un paese sceglie un film di Biennale College – Cinema per essere presentato all'Oscar.
Biennale College, realizzato dalla Biennale di Venezia, ha il sostegno del MiBac - Direzione Generale Cinema ed il contributo di Eurimages, che copre le spese di viaggio, ospitalità e formazione per una regista (Eurimages Residency Grant). Nel 2020, la regista selezionata è stata Patricia Pérez Fernandez. Il suo progetto di lungometraggio 'The Foreign Woman' ha partecipato al primo workshop di sviluppo di questa 9a edizione di Biennale College – Cinema.


Ciak per 'Sulla giostra' di Giorgia Cecere
di Camillo De Marco

10/12/2020 - Due generazioni a confronto nel nuovo film della regista di In un posto bellissimo, che si gira nei dintorni di Lecce. Nel cast Claudia Gerini e Lucia Sardo
Claudia Gerini e Lucia Sardo sul set del film 'Sulla giostra'.
Ad Alessano (Lecce) e dintorni sono iniziate le riprese di Sulla giostra, il nuovo film di Giorgia Cecere con Claudia Gerini e Lucia Sardo e con Alessio Vassallo e la partecipazione straordinaria di Paolo Sassanelli.
Due donne profondamente diverse, due generazioni a confronto che si ritrovano dopo anni in una vecchia ed elegante casa di campagna nel profondo Salento e che giorno dopo giorno, senza quasi rendersene conto, trasformano questo accidentale incontro nel punto di partenza per una nuova, inattesa vita. 4 settimane di set per una commedia al femminile, dai toni ironici e leggeri, sull’accettazione del proprio destino e di quella “giostra” chiamata vita.
'Il film racconta il viaggio di formazione di Irene e di (ri)scoperta di se stessa: giorno dopo giorno, grazie allo scontro e al confronto con Ada, questa donna così determinata e concentrata sui suoi obiettivi sceglierà di salire anche lei sulla ‘giostra’ dell’anziana governante, quella dell’accettazione dei giochi del destino e di saperne sorridere. Si ritroverà così più forte e allo stesso tempo anche più tenera e, soprattutto, più libera'. Così la regista e sceneggiatrice Giorgia Cecere, già allieva e pupilla di Gianni Amelio, che da regista ha firmato 'Il primo incarico' nel 2010, 'In un posto bellissimo' nel 2015 e da sceneggiatrice 'Il ladro di bambini' di Gianni Amelio (1992), 'Sangue vivo' (primo premio a San Sebastian nel 2000) e 'Il miracolo'(in concorso al Festival di Venezia nel 2003), entrambi di Edoardo Winspeare.
'Sulla giostra' è scritto da Giorgia Cecere e Pier Paolo Pirone, prodotto da Anele con Rai Cinema, in associazione con Notorious Pictures e Luigi de Vecchi, con il sostegno di Apulia Film Commission. Sarà distribuito da Notorious Pictures.

Negli Usa “Cinema Italian Style” in edizione virtuale
di Camillo De Marco

10/12/2020 - L’appuntamento annuale visibile in tutti gli Stati Uniti da oggi fino al 17 dicembre. Dieci titoli tra cui il film candidato per l’Italia agli Oscar, Notturno
Notturno di Gianfranco Rosi
Il cinema Italiano è visibile in tutti gli Stati Uniti da oggi giovedì 10 dicembre, per una settimana, con Cinema Italian Style, la rassegna promossa e organizzata da Istituto Luce-Cinecittà che ha scelto di non fermarsi e, grazie alla collaborazione con il Seattle International Film Festival, rilancia con un’edizione speciale online dedicata a Federico Fellini nell’anno del Centenario.
Fino al 17 dicembre l’appuntamento annuale di Los Angeles, San Francisco e Seattle si trasforma in un’edizione visibile in tutto il territorio degli Stati Uniti, dando ai film selezionati l’opportunità di essere visti su un territorio fondamentale del mercato globale.
Come ogni anno, Cinema Italian Style sostiene e lancia simbolicamente negli USA il film scelto dall’Italia per concorrere agli Oscar: 'Notturno' di Gianfranco Rosi, che sta compiendo il suo percorso nei principali festival internazionali (e ieri è entrato nella cinquina dei British Independent Film Award, per il Miglior film indipendente internazionale).
In selezione film premiati in festival internazionali come 'Volevo nascondermi' di Giorgio Diritti con la notevole performance di Elio Germano, vincitore alla Berlinale, e 'Padrenostro' di Claudio Noce, Coppa Volpi per il protagonista Pierfrancesco Favino a Venezia; commedie con tematiche di attualità sociale come 'Figli' di Giuseppe Bonito e 'Cosa sarà' di Francesco Bruni, film di chiusura all’ultima Festa del Cinema di Roma. Due titoli firmati da autori più giovani come 'Gli uomini d’oro' di Vincenzo Alfieri e 'Il Campione' di Leonardo D’Agostini, interpretato dal promettente Andrea Carpenzano.
In rassegna anche 'La dea fortuna', da un regista apprezzato anche in America come Ferzan Ozpetek, e 'Lacci' di Daniele Luchetti, applaudito film d’apertura di Venezia 2020. Infine, sempre dal Lido, 'Assandira' di Salvatore Mereu.
In selezione anche 4 cortometraggi: Inverno di Giulio Mastromauro, vincitore del David di Donatello, Giorgio di Arianna Mattioli e Solitaire di Edoardo Natoli, visti a Venezia, Il muro bianco di Andrea Brusa e Marco Scotuzzi, selezionato in molti festival tra i quali Clermont-Ferrand.
I film saranno accompagnati da interviste e commenti video degli autori e dei protagonisti, a disposizione in streaming della platea accreditata, per raccontare impressioni e segreti dei set.

*

- Alimentazione

’Fratelli tutti’ - sull’Enciclica di Papa Francesco

FRATELLI TUTTI - (sull' Enciclica di Papa Francesco)
"... sforziamoci tutti per liberare il futuro da questa pandemia."

Triste notte la mia.

Perdonate
se mi trema la voce
nel dirvi ciò che vi dico
che a stento riesco a trovare le parole
per andare avanti
dispiaciuto di non lasciarvi un mondo migliore
come avrei voluto che fosse
come vorreste che fosse.

Credetemi
poche cose nel grande disegno del creato
sono lasciate agli uomini
malgrado la buona volontà vi si possa mettere
nell’assicurare una qualche coerenza
che non sempre le cose
riescono come noi vorremmo
o meglio, come nel giusto vorremmo che fossero.

Mia la colpa
se di colpa si tratta
per questo e di tanto altro mi scuso col dire
di non sentirsi mai soli né
abbandonarsi all'indifferenza altrui
che si fa fatica a conquistare un posto
in questo nostro mondo obliterato
che non altro ci è dato.

Acciò
con fatica e sovrumano impegno
dobbiamo infine lottare
onde ottenere ciò che solo la 'libertà'
e la 'giustizia' possono dare
che non v'è limite alcuno
nell'affrontare con umiltà la pena che ne viene
affinché risorgere.

Né l’odio
può farsi limite nel rispetto reciproco
di far valere le ragioni altrui
fianco a fianco di quanti con affezione ricambiano
il dono di veritiera promessa
nel riscatto della redenzione 'in Dio'
che non conosce limite o scadenza alcuna
che non conosce età.

E già mi viene meno la voce
nel dire ciò che dico
che nel bene e nel male questa vita va vissuta
fino in fondo
senza chiedere nulla in cambio o forse
pretendere il tutto, chissà (?)
ché viverla è diritto di ognuno
ma anche un doveroso rispetto.

Che non sempre in questo nostro mondo
nella pena in cui noi tutti ci andiamo addentrando
riescono come noi vorremmo
o meglio, come nel giusto vorremmo che fosse
come anch'io avrei voluto che fosse
ché amara assai è la verità, di fiele la giustizia
tanto quanto è di gioia voler vivere questa nostra vita

...ché nel silenzio d'amore s'appaga la parola.

*

- Libri

Paolo Donini - Nuovo Libro ’La scatola di latta’


Paolo Donini “La scatola di latta” … alchimia di una fiaba moderna.
Edizioni Voland - Finestre 2019


"Nello sperduto paesino di Ics, fra morbide colline ondulate come le pagine di un libro..."

Quando l’amico Armando Bertollo mi ha suggerito di leggere il libro di Paolo Donini mi sono chiesto che cosa avesse mai trovato in una 'scatola di latta' in cui di solito si riponevano i ricordi d’infanzia o al massimo le vecchie foto di famiglia? Poi mi sono ricordato che anch’io in passato avevo riposto in una di quelle ‘scatole’ alcuni oggetti che mi erano stati cari. E allora mi sono detto di andarla a cercare e a curiosarvi dentro, 'chissà non si sa mai?' Comunque mai avrei pensato di trovarvi ‘sorpresa! sorpresa!’ un ‘vuoto da colmare’ con dentro tante lettere dell’alfabeto, qualcuna davvero inusitata, che si presentavano a me per la prima volta: segni, interpunzioni, simboli astrali, 'e che dire delle parentesi?' Che oltre a quel che stava al di 'fuori', quanto vi era contenuto 'dentro' significava qualcosa di inconsueto, di strano, o magari di eccezionale, 'e perché no di straordinario?'

Così, al contrario della delusione, mi sono chiesto se non fosse possibile riempirla di fantasia? 'Certo che sì'. Come dire che un ‘vuoto’ (che vuoto non è) potrebbe raccogliere una, cento, mille storie, che non si è avuto il coraggio di scrivere (e/o di raccontare). Di quei ricordi che ci portavamo dietro fin dall’infanzia: le filastrocche, i ritornelli, le storielle che inventavamo per tenerci compagnia, le piccolissime bugie che raccontavamo a noi stessi per nascondere le delusioni (piccole o grandi che fossero) dell’età.

E già solo quel ‘poco’ èccolo diventato un ‘molto', finanche un 'troppo’ che non stava più dentro la scatola. Ma poi, giungeva sempre il momento che bisognava richiudere il coperchio, nascondere la ‘scatola di latta’ in un luogo sicuro, 'sì ma dove? In cantina? Brrrr!' No, troppo fredda e umida, col timore che i ‘ricordi’ (quei ricordi) potessero arrugginirsi. 'Nella soffitta dei nonni?' Ops! Troppo polverosa e stantia per il troppo caldo. E se qualcuno, per caso, l’avesse trovata?
Scatola di latta da collezione.
Scatola di latta da collezione.

"Mette conto però annotare, a questo punto , uno sgradevole inconveniente..."

No, ricordo che infine decisi di riporre il ‘tutto’ nella ‘scatola’ che sempre portavo con me: la mia testa. Mi dissi che in fondo anche la scatola cranica era una scatola, decisamente la più sicura, la più attendibile, dove avrei potuto attingere in ogni momento, cercando, rimestando, avvalendomi della mia capacità intellettiva, non solo fra i ricordi, i possibili segreti e le verosimili bugie, e tornare a giocare, come avevo fatto in passato, mescolando ogni cosa vissuta nell’insieme degli anni: le emozioni, i sentimenti, le scoperte che col passare del tempo avevo accumulate fin dai tempi dell'andata a scuola.

Solo allora mi tornarono alla mente la maestra C. che per prima mi aveva insegnato a trasformare i suoni in ‘vocali’ e ‘consonanti’; il maesto B. che per primo mi aveva insegnato a trasformare in ‘segni’ i numeri ed a giocare con essi. Scopersi così che si potevano addizionare, sottrarre, dividere, moltiplicare, farci persino un ‘quadro’ unendone gli estremi.

Tutto aveva dello straordinario, così come adesso ha dell’eccezionale la tastiera del computer con le nuove ‘forme’ e i ‘simboli’ evoluzionistici con i quali costruire un personale ‘avatar’ fantastico: @&”- %§ …Ɣ. Ww*

Scommetto che non ci avevate ancora pensato? Ci ha pensato invece l’amico Bertollo (con un nome così sembrerebbe uscito da una fiaba di Gianni Rodari). Sì che nel propormi “La scatola di latta” di Paolo Donini forse non sapeva di farmi un regalo, e che regalo! Perché è dall’amore per le fiabe che prende spunto la mia passione per la scrittura, l’alchimia che mette in simbiosi la ‘parola detta’ con i ‘suoni onomatopeici’ che ne derivano, e con le ‘forme sempre magiche’ che assumono i caratteri nello scrivere, e/o quelle che vogliamo dargli.
Una immagine del Museo delle Scatole di Latta
Una immagine del Museo delle Scatole di Latta

"In quei giorni così gravidi di dubbi e forieri di conseguenze..."

Così come ha fatto l’autore di questo ‘delizioso’ piccolo libro (nel formato), ma grande per contenuto che è “La scatola di latta”, enome, immensa quanto l'universo.

Tuttavia più che raccontarvi la ‘fiaba’ adatta a grandi e piccini, ho scelto di parlare delle ‘tavole sinottiche’ (i disegni) che Paolo Donini ha incluso nel suo libro a incominciare dalla copertina … la storia narrata verrà poi da se e/o potrete sempre leggerla direttamente, ma non senza esporvi a un qualche ripensamento sull’evoluzione della vostra crescita, sulla maturità acquisita, sul rapporto con gli altri e col mondo che vi sta attorno.

'Siete pronti? Allora andiamo a incominciare!'

Tutto ha inizio con un punto, anzi da 'il punto' (((.]]] Certo così incorniciato può sembrare di stare a parlare di un’opera d’arte. Ma è così, forse non avete considerato che ‘lui’ è all’inizio di tutte le cose, il ‘punto’ focale di ogni dimensione: in algebra, in geometria, in architettura, nell’arte più in generale, ma anche nel linguaggio scritto e/o in qualche modo sottinteso, allo stesso modo del linguaggio parlato, di cui 'il punto' sta al centro dell’Universo. Si pensi per un istante a come Michelangelo Buonarroti ha suddiviso in riquadri, vele e rombi la Cappella Sistina, se non fosse partito da un punto 'iniziale' del suo capolavoro (?), c’è da rimanere sbalorditi.

Il pregio di Donini (così come pure dell’amico Bertollo che di queste cose se ne intende), sta nell’aver individuato una ‘formula grafica’ che coglie l’occhio e ci dice che siamo approdati in territorio alieno: analogico, semiotico, ermeneutico, simbolico, filosofico, immaginale.

Non c'è niente di più significativo dell’anima cosmica cui il ‘punto’ appartiene, nel suo insieme ordinato che si esplica nel significante, pur restando nei limiti dell’interpretazione linguistica e della scrittura grafica.

Un 'significare' le cui coordinate si dipartono “..frementi di virtualità, suscettibili di prendere forma” (*) nell’ordine del linguaggio che compongono, dando luogo a una sequenza e a una dipendenza ritmica: mettere/levare – pieno/vuoto – presenza/assenza: quale oggetto e/o soggetto di un sostantivo che apre a nuove prospettive simboliche, e che rimandano “..come suggeriva la definizione classica, ad una facoltà del conoscere”. (*) Dacché ‘il punto’ prima ancora d’essere un segno grafico ha un potere figurativo da cui nascono le figurazioni costruttive della nostra creatività.


"Quella sera il piccolo poeta cenò prima del solito, si infilò a letto e si addormentò ..."

È qui che l’immaginale creativo riflette della genesi polimorfa dei segni/simboli che appaiono oggi sulla nostra tastiera visiva, fuoriusciti dall’ “ermeneutica formale” con cui abbiamo riempito il ‘vuoto’ (solo apparente) della nostra “scatola di latta”. Ma torniamo per un momento al ‘gioco’ iniziale: cioè all’interpretazione del ‘punto’ nell’immanenza del senso, e concepirlo come qualcosa che va oltre il significare di ogni contenuto concreto. Proviamo dunque a leggere la ‘tavola sinottica’ di copertina, incrociandone e traducendone i simboli contenuti, pertanto:

“Quando @ incrocia sulla sua strada asterisco * gli sovviene qualche dubbio …. che fin da subito si trasforma in domanda? V vuoi vedere che dalle parentesi ( ) sono fuggite le doppie virgolette " " cui fa seguito, in percentuale %, che @ si preoccupa non poco di dove siano andate. V vuoi vedere che certi loro compagni & un poco birichini, veduta la bella giornata di sole hanno boicottato la Scuola per andare a giocare sui prati delle colline di Ics? Ò, che qui sta per ‘ops’, e si vuole che sia proprio così. E mentre di notte c'è un Poeta che s'ispira all'amata luna, di giorno c'è un grillo che canta senza posa. Così, fra una nuvoletta bianca che vaga nel cielo, c'è un certo Vento che arriva a scombinar le fila delle Parole, e volendo, compare un aquilone Д (intravisto di profilo) che zigzagando innalza i loro cuori e rende festosa l’allegra & compagnia.” ©
Locandina della presentazione/evento.
Locandina della presentazione/evento.

Potete anche non crederci ma “Ics” (non X), la bella ‘favola di latta’ di Paolo Donini esiste davvero, ma non cercatela in nessuna cartina geografica, perché non la troverete. Anche se, per un giorno, come recita la locandina sopra riportata, sarà possibile fermarsi a meditare nel "Bosco con l'Autore" in località Angelo di Monte Summano. Altrimenti, cercatela nella soffitta dei ricordi, allorché sfogliando le pagine, forse solo un poco impolverate, v’accorgerete di non aver mai smesso di scrivere di voi, dei vostri sogni, delle illusioni, delle sconfitte e delle risalite, e che infine converrete con me, che il confronto con le brutte favole di oggi, vale una rilettura critica, per quanto benevola su ‘chi siamo?’ e ‘dove stiamo andando?’ in questo nostro mondo altero.


L’autore, Paolo Donini

Scritore di saggistica e critica d'arte e letteraria per monografie, riviste, blog. Si occupa di curatela di mostre e di spazi espositivi, è inoltre autore dei disegni presenti nel volume, e che bene si incastrano con la grafica, il formato, nonché la cura editoriale di questa pubblicaszione. Ha pubblicato tre raccolte di poesia “Incipitaria” (Genesi Edit. 2005); “L’ablazione” (La vita felice 2010); “Mise en abîme” (Anterem Edizioni 2016). È vincitore inoltre del del Premio Lorenzo Montano ‘Opera Edita’ 2011.


Note:
(*) I corsivi sono di Carlo Di Legge in Stanislas Breton "Simbolo, schema, immaginazione" - Ripostes Editore 2020.



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- Cinema

Watch In Cineuropa News


WATCH IN CINEUROPA NEWS – I FILM CHE NON VEDREMO MAI IN ITALIA

Dal 13al 29 novembre si svolge la 24esima edizione del Tallinn Black Nights Film Festival in arte PÖFF. La piattaforma affiliata dell'industria audiovisiva del PÖFF, Industry@Tallinn & Baltic Event si svolgerà praticamente quest'anno dal 23 al 27 novembre.
Come uno dei principali festival cinematografici del Nord Europa e l'unico festival di lungometraggi competitivo accreditato FIAPF nella regione, Black Nights offre una selezione di oltre 200 lungometraggi e documentari e oltre 300 animazioni e cortometraggi nel suo programma principale e festival collaterali - festival di cortometraggi e film d'animazione PÖFF Shorts e festival di film per giovani e bambini Just Film.
Per la prima volta in assoluto, tutti gli eventi virtuali e una grande selezione dei nuovi film in anteprima a Black Nights - il festival proietta oltre 60 anteprime mondiali e internazionali - sono disponibili per la stampa e i professionisti indipendentemente dalla posizione geografica.

Recensione: ‘Bestie’
Vincitore di un'etichetta Cannes 2020 e portato da eccellenti performance, l'esperto secondo lungometraggio di Naël Marandin è una storia di dominio tra le sfide economiche dell'allevamento animale.

"Young people with ambition and ideas, that’s exactly what our region needs, you can count on my support." When your family farm is going into administration and close to being sold, when the market prices of animals keep going down and strangling you, and when your project for getting back on your feet must get the green light of the Safer (Land Development and Rural Establishment Companies) through a preemption within the framework of support for young farmers, every extended hand should be welcome. But people in weak positions sometimes awaken the appetite of ill-intentioned individuals, especially if you happen to be a beautiful young woman working in a very macho environment. This is the starting point of Beasts, the second feature from Naël Marandin (after She walks in 2016), recipient of the 2020 Critics’ Week label of the 2020 Cannes Film Festival, and having its European premiere in competition at the 24th Tallinn Black Nights International Film Festival. An accomplished film, both in its original layering of two topics that have often been in the news these past few years (economic difficulties in the agricultural world, and abuses of power as the means to sexual assault), and for its very realistic, almost documentary-like approach, credibly complimented by the cast within a dramatic but perfectly controlled story.
The mooing and the delivery of cows: in the local auctioning arena (“Lot n.2, six-year-old cow, IBR certified, vaccinated more than 60 days ago, 776 kilos, starting price: €1,230”), Constance (the impressive Diane Rouxel) is faced with the implacable reality of the market. The breeding farm she controls with her father Bernard (Olivier Gourmet) and her future husband Bruno (Finnegan Oldfield) cannot survive in its current form, and already a few “vulture” neighbors are circling it, waiting for her bankruptcy. But the young woman has a plan for the future: “to produce what we need to feed our animals, work in a more environment-friendly way and sell our products directly so as not to give away our profits to the big distributors.” A project which requires the green light from the administration counsel of the organization regulating rural land in the sector. The owner of the marketplace Sylvain Rousseau (Jalil Lespert) heads the organisation and suggests to Constance that her dream might come true. But as his wife, the local vet, herself says about him, when this forty-something family man “sets his mind on something, not many people can stop him” and his interest soon reveals itself to go far beyond a professional work relation. Constance soon finds herself trapped, the silent victim to a manipulating pervert…Very well informed about the conflicts in the world of animal farmers (maneuvers to seize union power, strategies of modernization or expansion) and about the everyday difficulties of the job, Beasts unfolds with an excellent script (written by Naël Marandin together with Marion Doussot and Marion Desseigne-Ravel), a dynamic mise-en-scene and a beautiful, very organic cinematography by Noé Bach. Solid on every level, the film makes no mistakes in terms of rhythm, in the vein of fascinating social realist cinema and following in the footsteps of a female heroine facing the dark forces of male domination ("this isn’t a world for you, can’t you see that?", "it will be your word against his"), but who won’t give up without a fight.
Produced by Diligence Films, Beasts was co-produced by France 3 Cinéma and K’ien Productions. The release in French cinemas will be handled by Ad Vitam on 3 February 2021 and international sales are handled by Kinology.

Recensione: ‘Il pittore dei segni’
Viesturs Kairiss mostra che puoi dipingere sulla storia tutto ciò che vuoi, ma sarà sempre lì.

Also known for The Chronicles of Melanie, Latvian director Viesturs Kairiss still has war on his mind in The Sign Painter, playing in Competition at this year's Tallinn Black Nights Film Festival. This time, it affects a lovely little town and while changes are initially slow – with the good first 20 minutes of the film spent by a lake – they soon pick up the pace, and good-natured painter Ansis (Davis Suharevskis) can no longer look away. The sweetness of this setting, miles away from The Chronicles' relentless gloom, doesn't come without a bitter aftertaste. Although everyone here seems pretty decent, Ansis' crush on a Jewish girl still comes with the side of “don't you meddle with Jews, they killed Jesus”. As the Second World War approaches, old prejudices remain firmly in place, but new ideologies come and go and the young man is forced to change street names so often that the paint barely has the time to dry. Those changes reveal what used to be hidden to such an extent that the town just can't fit in no more.
The Sign Painter – based on a novel by Gunars Janovskis – is engaging enough, although it does feel overlong and old-fashioned, with some of the shots way too calculated, the kind of proper historical drama that Golden Globe voters seem to enjoy the most. What's interesting however is Kairiss' choice of protagonist, a naive man way too unsure to really stand up for his or any choices, and who instead follows much more dominant girls around like a little doe. Anises might be in love with Zisele (Brigita Cmuntová), making use of his painting ladders to knock on her window at night, but his passiveness and the fact that at one point he literally drops his paintbrush on somebody else's skirt understandably come in the way.
This is a story about a failed love triangle as much as anything else, and for the most part, Kairiss keeps the mood generally upbeat – with the help of a soundtrack that feels as if an exceptionally brisk village band was following one around at all times. Soon, however, Ansis' hands start to ache from all the sign painting and nastiness prevails as the increasingly hostile community tries to make sense of the ever-changing authority, carrying yet another bust of a political leader up and down the stairs. That includes the girls in his life, with Jewish Zisele “siding with the Russians” and Naiga (Agnese Cirule) responding better to the Nazi ideology, while Anises himself tries to stay neutral, echoing Agnieszka Holland's recent statement about her film Charlatan [+]: “Even someone who believes he is beyond politics will eventually find out that politics is interested in him – that it’s using him and it can destroy him.” Not to mention it will make his hands ache. The Sign Painter was produced by Guntis Trekteris for Artbox, and is sold internationally by EastWest Filmdistribution.

BLACK NIGHTS 2020 Competition
Review: ‘Caged Birds’
by Giorgia Del Don

18/11/2020 - Joel Basman and Marie Leuenberger prove an exciting pair who inject most welcome energy into Oliver Rihs’ latest film. Based in Berlin, Swiss director Oliver Rihs (mostly known for his cult film Black Sheep and for 2014’s Ready, Steady Ommm!, which enjoyed resounding commercial success for a Swiss film) uses his latest work Caged Birds, which was presented in an international premiere at Tallin’s Black Nights Film Festival and selected for the Camerimage Festival’s International Competition, to explore a key period in Switzerland’s history. Known for being the cradle of human rights and praised for its stability and integrity (as well as its rather bothersome reputation for chocolate box scenery), the Swiss Confederacy also conceals some darker moments within its past which have, over time, proved necessary drivers of the freedom that we take for granted today. And it is precisely this period of the 1980s, with its fierce protests and social uprisings against the restrictive and smothering nature of everyday life, which Oliver Rihs explores in the present film. Emblematic of these struggles, albeit motivated by very different causes, are the radical lawyer Barbara Hug who fights for prisoners’ rights with a view to securing an overhaul of the antiquated and inhumane penitentiary system, and the “Fugitive king” Walter Stürm, a symbol of an uncompromising, extremely left-wing outlook.
Based on real events, the film recounts the meeting of these two complex characters who are driven by the same desire: freedom - but it doesn’t hold the same meaning for both of them. Whilst lawyer Hug believes that freedom cannot exist outside of a utopian world grafted onto a socio-political landscape which isn’t always entirely friendly, Walter Stürm - known for his tongue-in-cheek crimes which laugh in the face of the privileged world into which he was born, as well as his successive jailbreaks - sees it as a veritable way of life, a raison d’être: escaping from prison allows him to escape his own self, to get away from his privileges, the original sin with which he is branded and which goes by the name of “middle-class”.
The real-life characters on which the film is based already hold plenty of intrigue, but Caged Birds also benefits from two actors who confer all the gloss of the Swiss celebrity world: Joel Basman … Caged Bird reminds us of the degree to which our present is indebted to a past composed of “ordinary” people who knew how to follow their own ideals, to the point of becoming extraordinary; “beautiful losers” who have won us a freedom which we should never take for granted.
Mainly produced by Zurich’s Contrast Film (whose team-member Ivan Madeo is also one of the movie’s co-screenwriters, alongside the director himself, Dave Tucker, Norbert Maass and Oliver Keidel), the title was shot in Switzerland, Germany and Spain, and is co-produced by Berlin-based Port au Prince and Stuttgart’s Niama Film, together with SRF Swiss television/SRG SSR, Teleclub AG, ARTE, Bayerischer Rundfunk and Hessischer Rundfunk.

Oliver Rihs begins shooting ‘Caged Birds’
by Muriel Del Don
03/05/2019 - Three years after the comedy Monkey King, the Swiss director is starting principal photography on his new feature, which is being produced by Contrast Film
Besides the involvement of Zurich-based outfit Contrast Film as the majority producer, Caged Birds (working title: Storm) is being co-produced by Germany’s Port-au-prince Films (Berlin) and Niama Film Stuttgard. ARTE, Swiss Television SRF, Bayerische Rundfunk and Teleclub have also boarded this particular venture. Oliver Rihs made a name for himself among audiences thanks to his cult 2006 movie Black Sheep, the box-office smash Ready, Steady, Ommm! (Solothurn Film Festival in 2013) and the more recent Monkey King (Zurich Film Festival in 2016). Boasting a budget of €4.2 million, his new effort, Caged Birds, is one of the biggest film productions to be shot in Switzerland this year. The main character in Caged Birds is idealistic lawyer Barbara Hug, who devotes her life to fighting back against the deplorable prison system in Switzerland in the 1980s. During her struggle, Barbara comes across an unexpected ally: international criminal Walter Storm, nicknamed “the jailbreak king”. One thing leads to another and – who knows? – perhaps the feelings that bind these unlikely partners will start to run deeper. Caged Birds is an unconventional love story in which the fight for freedom and the characters’ emotions unashamedly intertwine.
Walter Storm is played by Joel Basman, one of today’s most sought-after Swiss actors, who won the 2019 Swiss Film Award for Best Actor (for Wolkenbruch's Wondrous Journey into the Arms of a Shiksa)…
The director of photography will be Felix von Muralt (winner of the Swiss Film Award for Best Cinematography for 2016’s Little Mountain Boy), while musician and electronic music producer Beat Solèr will compose the score. The Swiss distribution of the film is being handled by Ascot-Elite Entertainment Group.

BLACK NIGHTS 2020 First Feature Competition
Review: ‘The Translator’ by Kaleem Aftab

Rana Kazkaz e Anas Khalaf raccontano la recente turbolenta storia della Siria in un thriller ricco di azione che ha echi di Costa-Gavras.

18/11/2020 - Rana Kazkaz and Anas Khalaf recount the recent turbulent history of Syria in an action-packed thriller that has echoes of Costa-Gavras.
Showing in the First Feature Competition at the Tallinn Black Nights Film Festival, The Translator is a thriller in the Costa-Gavras mould. The Arab Spring and the strong-arm tactics of President Bashar al-Assad to stay in power serve as the backdrop to this tale of guilt, exile and family from first-time directors Rana Kazkaz and Anas Khalaf, who themselves fled Syria, rather than live under al-Assad's regime.
The central premise is so well thought out and believable that it's surprising that it's made up. At the Sydney Olympics in 2000, Sami (Ziad Bakri, the star of the directors' award-winning short film Mare Nostrum) is working as an interpreter for the 14-member Syrian Olympic team. When a reporter asks a boxer about his reaction to Bashar al-Assad succeeding his father, President Hafez al-Assad, the fighter repeats what the official Syrian handler tells him to say. However, Sami slightly mistranslates the answer, leading to him going into exile in Australia. The power of words and the need to report the truth are central themes in the film, so it's especially intriguing that the directors start by showing the protagonist's failure to uphold this basic tenet of reporting.
A decade later, and images of the Arab Spring and demonstrations in Sami's home town start to haunt him. When his brother goes missing, Sami decides that he has to return "home" to try to discover the truth and relieve some of the guilt that he feels for living a comfortable life in Australia, while his former friends and family take to the streets.
While the fast-paced introduction to the film and its themes seems overly driven by the needs of the narrative and plot, the filmmakers find better pacing once Sami lands in Syria, where demonstrations demanding human rights are taking place. That's not to say that the thrills stop there: The Translator continues to be a densely plotted thriller with plenty of twists and turns involving journalists, lawyers, broken friendships and family, and there is even a surprising cameo by leading Arab filmmaker Annemarie Jacir as a beaten-up protestor.
It's also noteworthy to see a Syrian-set tale told as a genre film, rather than a haunting refugee drama or a heart-breaking documentary. While the results are occasionally uneven, the film does a sterling job of relating the sense of confusion, fear and hope of the time, helped by the cinematography of Éric Devin (who also shot Soudade Kaadan's Syrian-set The Day I Lost My Shadow, which was awarded the Venice Lion of the Future for Best First Feature).
Like Costa-Gavras’ Missing, The Translator is concerned with highlighting how war gets reported and how the truth is often in the eye of the beholder. The strongest moments of The Translator are when it veers into thought-provoking and challenging statements on the power of peaceful protest. The film’s coup de grâce happens when it holds five United Nations Security Council permanent member states to account not just for their failures over Syria, but also for the way that they report and deal with peaceful demonstrations in their own countries.
The Translator is a Syrian-French-Swiss-Belgian-Qatari co-production staged by Georges Films and Synéastes Films, in co-production with Tipi’mages Productions, Artémis Productions, Arte France Cinéma, RTS-Radio Télévision Suisse, SRG SSR, Ad Vitam, Proximus and Shelter Prod. Its international sales are handled by Charades.

BLACK NIGHTS 2020 First Feature Competition
Rana Kazkaz and Anas Khalaf • Directors of The Translator
“It's like every government has learned this playbook, a way to delegitimize the peaceful protester” by Kaleem Aftab
19/11/2020 - Filmmakers Rana Kazkaz and Anas Khalaf talk to Cineuropa about their debut feature, The Translator, playing in the First Feature Competition at Tallinn Black Nights
Filmmakers Rana Kazkaz and Anas Khalaf reveal how their personal guilt about leaving Syria led to them making The Translator, now screening in the First Feature Competition at Tallinn Black Nights, and what they’ve discovered about the power of peaceful protest.
Cineuropa: The story of an interpreter making a minor slip-up when talking about the Syrian regime feels so real that it's surprising to learn that this part of the film is fabricated. How did you come up with the idea?
Anas Khalaf: Well, all of the dates are real for the beginning of the revolution, and the Syrian Olympic team did go to Sydney in 2000, with 14 athletes. There was a translator, a boxer and a regime guy making sure that everything went smoothly because the regime makes sure that every word is the right one. So we really played on that.

BLACK NIGHTS 2020 Baltic Film Competition
Review: ‘The Last Ones’ by Fabien Lemercier

Recensione: ‘Gli ultimi’
Il nuovo film di Veiko Õunpuu, la sottomissione dell'Estonia agli Oscar 2021, è un moderno western ricco di testosterone in lapponia dove il capitalismo si scontra con l'ecologia, sogna con la realtà.

16/11/2020 - Veiko Õunpuu’s new film, Estonia’s submission for the 2021 Oscars, is a modern Lapland-set western rich in testosterone where capitalism clashes with ecology, dreams with reali
“As soon as you're born they make you feel small / By giving you no time instead of it all / 'Til the pain is so big you feel nothing at all.” Sung at the local bar, a sinister tavern where miners get drunk surrounded by the gigantic natural expanses of Lapland, John Lennon’s Working Class Hero sets the troubled tone for Veiko Õunpuu’s The Last Ones, which had its international premiere in the Baltic Competition section of the 24th Tallinn Black Nights Film Festival and was selected as Estonia’s submission for the 2021 Oscars. In setting his camera in Finnish land, the director of Autumn Ball (Orizzonti prize winner in Venice in 2007), The Temptation of St. Tony (in competition in Sundance and Rotterdam in 2010) as well as Free Range (Berlinale Forum 2014) has found a territory fit for the rugged exploration of a topic close to his heart: the grey areas of Good and Evil. “We can dig a little more and we will dig.” Owner of a mine that is falling apart, Kari (the charismatic Tommi Korpela) commands the days and nights of his workers, who he secretly supplies with drugs so that their drunken evenings and their dreams of faraway places can help them forget a little about the bitterness of their existence, the narrowness of their mobile homes, the dangerous tunnels filling with water. However, at surface level, a completely different way of life subsists, that of the reindeer breeders, a small community struggling to make ends meet and progressively disappearing, its last members gathering around campfires while the explosions from the mine echoe in the distance (“the world is becoming a strange place”).
Between these two universes is Rupi (Pääru Oja), worker at the mine and dealer for Kari, who uses him (“do you want to rise up or do you want to fall down to the side like the others in their own shit?”) to retrieve pieces of land which Rupi’s aging father refuses to sell. A shrewd leader of men (ready to sacrifice the lives of others without scrupules), an alpha male and a perverse manipulator who alternates between corrupting seduction and humiliating violence, Kari (who is secretly planning to sell the mine to Chinese buyers) has another target in his sights: Riitta (Laura Birn), a beautiful girl who lives with former rock musician Lietmanen (Elmer Bäck). Dreaming of escaping from her everyday life as a cleaning lady, she has also caught the eye of Rupi. A time for life-changing choices is coming for the latter, as events soon escalate…
Playing with strong contrasts between a majestic landscape of tundra and mountains, and the mediocre and almost hellish life in the savage capitalism of mining, The Last Ones paints a brutal portrait of the other side of the Lapland dream, very far from the touristic cliches of snowmobile and canoe adventures. Using the codes of the western, with its cunning, corrupted and secretly cruel villain, its coquettish saloon girl, its outcast “natives”, its smuggling, and its quiet hero/antihero (at the heart of local contradictions) driving around on his motorcycle, the film relies on the atmosphere of a decadent society in a faraway outpost of civilization to create a dusky and ferocious moral tale dotted with explosions, very manly words of advice (“seven chunks of raw celery in the morning, followed by five minutes of icy water on the testicles: your testosterone levels will rise naturally”), and invitations to “get the rubble out of the well” in the hope of being born again.
Produced by Estonian company Homeless Bob with Finnish company BUFO and Dutch company PRPL, The Last Ones is sold internationally by French company Loco Films.






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- Cinema

Il cinema internazionale riparte da Venezia

Il cinema internazionale riparte da Venezia
in collaborazione con Cineuropa News.

28/07/2020 - Dal 2 al 12 settembre la Mostra propone un'edizione post-covid fisica e più snella ma come sempre variegata e internazionale.

Un'edizione "fisica", più snella ma come sempre ricca e internazionale, questa numero 77 promessa e confezionata dal direttore artistico Alberto Barbera, nonostante il mondo stia ancora affrontando la pandemia del Covid-19. La Mostra Internazionale del Cinema di Venezia presenterà dal 2 al 12 settembre nelle sue sale 62 lungometraggi da 50 Paesi (leggi la news sui film fuori concorso). 8 dei 18 titoli in concorso, tiene a sottolineare Barbera durante la presentazione in streaming di stamattina, sono firmati da registe.
'Le Sorelle Macaluso' di Emma Dante è il primo dei quattro film italiani che saranno valutati dalla giuria del concorso presieduto da Cate Blanchett. E' tratto da una piece teatrale della stessa regista e drammaturga, che ha esordito nel cinema a Venezia nel 2012 con Via Castellana Bandiera. Secondo italiano, 'Miss Marx' di Susanna Nicchiarelli (che con 'Nico', 1988 vinse Orizzonti) potrebbe confermare il nuovo grande talento del cinema italiano al femminile. Italiano anche il terzo film di Claudio Noce 'Padre Nostro' ispirato a fatti reali durante gli anni del terrorismo, prodotto e interpretato da Pierfrancesco Favino. Attesissimo è 'Notturno' di Gianfranco Rosi, girato tra le devastazioni della Siria con l'occhio originale del regista di 'Sacro GRA', Leone d’oro nel 2013, e 'Fuocoammare' Orso d'oro a Berlino nel 2016.

Nicole Garcia è tra i pochissimi autori francesi che non hanno rinunciato a uscire in sala dopo il lockdown: il suo nuovo thriller 'Lovers' sarà in concorso a Venezia. Orso d'argento nel 2018 con 'Un'altra vita - Mug' e in giuria a Venezia lo scorso anno, la regista polacca Małgorzata Szumowska torna con 'Never Gonna Snow Again', firmato con Michal Englert. Tornano invece gli "anni di piombo" in Germania con 'And Tomorrow the Entire World' di Julia Von Heinz, mentre 'Quo Vadis, Aida?' della bosniaca Jasmila Zbanic ricorda il genocidio di Srebrenica. "Dramma familiare di rara potenza" viene definito 'Pieces of a Woman' dell'ungherese Kornél Mundruczó (solitamente in concorso a Cannes), interpretato da attori americani.
L'habitué Amos Gitai torna con Laila in 'Haifa', girato tutto in una discoteca frequentata da israeliani e palestinesi nella sua città natale, la più aperta di Israele. Un altro maestro del cinema, il russo Andrei Konchalovsky, ricostruisce con 'Dear Comrades' un episodio reale, il primo sciopero in una fabbrica, represso nel sangue dal regime sovietico. E' grazie a Carlos Reygadas che Barbera ha conosciuto il regista dell'Azerbaijan Hilal Baydarov in concorso con il suo secondo film 'In Between Dying', "doloroso e struggente, un'autentica sorpresa". "Ricco di colpi di scena" 'Wife of a Spy' di Kiyoshi Kurosawa, per la prima volta in concorso ufficiale. Prima volta in concorso anche per Majid Majidi con il suo nuovo film, Sun Children, sui bambini di strada in Iran. La musica classica indiana è al centro di The Disciple, della premiata regista Chaitanya Tamhane.
'Nuevo orden'del messicano Michel Franco, selezionato due volte a Cannes con i suoi precedenti film, è descritto da Barbera come "fantascienza distopica, duro e angoscioso, denso di riferimenti cinematografici e letterari". Secondo film per Mona Fastvold, che con 'The World to Come' racconta una storia d'amore tra due donne vicine di a casa a fine Ottocento, tra duro lavoro quotidiano e l'incomprensione maschile. Infine Nomadland, uno di titoli più attesi del cinema indipendente americano, il terzo lungometraggio della regista Chloé Zhao, prodotto e interpretato dall'attrice premio Oscar Frances McDormand. Il film è in condivisione con i Festival di Toronto, Telluride e New York.

La sezione Orizzonti quest'anno non comprende solo opere prime e registi poco noti. Ci sono 6 esordi e alcuni ritorni eccellenti. Come quello di Uberto Pasolini, a sette anni da 'Still Life', con 'Nowhere Special', ispirato a una storia vera e interpretato da James Norton. O quello di Lav Diaz, Leone d'Oro 2013 con 'The Woman Who Left', che presenterà il nuovo 'Genus Pan'. Torna, con il triangolo amoroso di 'Mainstream', Gia Coppola, che era stata a Orizzonti nel 2013 con Palo Alto. Tornano anche i documentaristi italiani Martina Parenti and Massimo D'Anolfi con 'Guerra e pace'.
Tra i nomi nuovi, il greco Christos Nikou con 'Apples', in cui un misterioso malessere colpisce la popolazione privandola della memoria. Giovanni Aloi propone la sua opera prima 'La troisième guerre', mentre Ivan Ayr con ''Milestone' affronta la violenza sulle donne nella società indiana. 'The Wasteland' è l'esordio in un rigoroso bianco e nero dell’iraniano Ahmad Bahrami. "Esordio promettente", dice Barbera, anche per l'italiano Pietro Castellitto con 'I Predatori'. "Eccentrico e scatenato" è l'esordio del marocchino Ismaël El Iraki, 'Zanka Contact'. Arriva dall'Australia 'The Furnace' di Roderick Mackay, protagonista un avventuriero che ha rubato i lingotti d'oro della Corona. Ancora una giovane regista, Ana Rocha de Sousa, con il dramma socio-familiare 'Listen', mentre 'The Best Is Yet to Come' è l'esordio di Wang Jing prodotto da una delle punte di diamante del cinema cinese, Jia Zhangke.
Il secondo iraniano nella sezione è 'Careless Crime', la terza opera di Shahram Mokri. La tunisina Kaouther Ben Hania, che aveva presentato i suoi primi due film a Cannes, arriva a Venezia con 'The Man Who Sold His Skin'. Unico film dall'africa subsahariana, 'La nuit des rois' è firmato dall'ivoriano Philippe Lacôte, mentre arriva della Palestina il film di denuncia con i toni lievi della commedia è 'Gaza mon amour' di Tarzan e Arab Nasser. Dal Messico 'Selva trágica' di Yulene Olaizola, dalla Cinefondation di Cannes. Chiude la lista la "comicità slapstick tra le steppe del Kazakistan" di 'Yellow Cat', diretto da Adilkhan Yerzhanov.

I film in Concorso:
In Between Dying - Hilal Baydarov (Azerbaigian/Messico/Stati Uniti)
Le Sorelle Macaluso - Emma Dante (Italia)
The World to Come - Mona Fastvold (Stati Uniti)
Nuevo orden - Michel Franco (Messico/Francia)
Amants - Nicole Garcia (Francia)
Laila in Haifa - Amos Gitai (Israele/Francia)
Dear Comrades - Andrei Konchalovsky (Russia)
Wife of a Spy - Kiyoshi Kurosawa (Giappone)
Sun Children - Majid Majidi (Iran)
Pieces of a Woman - Kornél Mundruczó (Canada/Ungheria)
Miss Marx - Susanna Nicchiarelli (Italia/Belgio)
Padre Nostro - Claudio Noce (Italia)
Notturno - Gianfranco Rosi (Italia/Francia/Germania)
Never Gonna Snow Again - Malgorzata Szumowska, Michał Englert (Polonia/Germania)
The Disciple - Chaitanya Tamhane (India)
And Tomorrow the Entire World - Julia Von Heinz (Germania/Francia)
Quo Vadis, Aida? - Jasmila Zbanic (Bosnia-Eerzegovina/Austria/Romania/Paesi Bassi/Germania/Polonia/Francia/Norvegia)
Nomadland - Chloé Zhao (Stati Uniti)

Orizzonti:
Apples - Christos Nikou (Grecia/Polonia/Slovenia)
La Troisième Guerre - Giovanni Aloi (Francia)
Milestone - Ivan Ayr (India)
The Wasteland - Ahmad Bahrami (Iran)
The Man Who Sold His Skin - Kaouther Ben Hania (Tunisia/Francia/Germania/Belgio/Svezia)
The Predators - Pietro Castellitto (Italia)
Mainstream - Gia Coppola (Stati Uniti)
Genus Pan - Lav Diaz (Filippine)
Zanka Contact - Ismaël El Iraki (Francia/Marocco/Belgio)
Guerra e pace - Martina Parenti, Massimo D'Anolfi (Italia/Svizzera)
La Nuit des rois - Philippe Lacôte (Costa d'Avorio/Francia/Canada)
The Furnace - Robert Mackay (Australia)
Careless Crime - Shahram Mokri (Iran)
Gaza mon amour - Tarzan and Arab Nasser (Palestina/Francia/Germania/Portogallo/Qatar)
Selva trágica - Yulene Olaizola (Messico/Francia/Colombia)
Nowhere Special - Uberto Pasolini (Italia/Romania/Regno Unito)
Listen - Ana Rocha de Sousa (Regno Unito/Portogallo)
The Best Is Yet to Come - Wang Jing (Cina)
Yellow Cat - Adilkhan Yerzhanov (Kazakistan/Francia)

Recensione:
'Molecole' di Davide Abbatescianni
01/09/2020 - VENEZIA 2020: Il nuovo film di Andrea Segre è un racconto intimo, malinconico e commovente girato prima e durante la quarantena. Andrea Segre torna con un nuovo titolo a Venezia, Molecole [+], presentato fuori concorso come il precedente Il pianeta in mare (2019). Il nuovo documentario del regista veneto è il film di pre-apertura della Mostra di Venezia di quest’anno.

Il film si apre con una citazione tratta dal romanzo "Lo Straniero" (1942) di Albert Camus: “Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuto, un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute.” Con poesia e semplicità, il regista alterna immagini dell’affollata e vivace Venezia pre-coronavirus ed altre tratte dagli archivi di famiglia. La citazione d’apertura e, in maniera ancora più esplicita, la voce fuori campo di Segre, incominciano a toccare i temi principali del film, girato poco prima dell’inizio della crisi sanitaria mondiale e durante la successiva quarantena. I temi cardine di Molecole sono il personale rapporto del regista con la città lagunare e la sua complessa relazione con il padre Ulderico, vero protagonista dell’opera.
Il lockdown ha inaspettatamente bloccato il regista (il quale risiede a Roma) a Venezia. Segre stava lavorando su due progetti sulle grandi ferite della città, ovvero l’acqua alta ed il turismo. La particolare condizione atemporale causata dalla pandemia ha stimolato una profonda riflessione sul passato e consentito al regista di cogliere pienamente le atmosfere di una Venezia spoglia e irreale. Le sue riflessioni sono accompagnate da diversi interventi di cittadini veneziani: questi contributi, inseriti in maniera organica nel contesto narrativo, rappresentano un efficace trait d’union tra i temi dei progetti originari del regista e il “nuovo tempo” esperito durante la quarantena.
La fotografia, realizzata da Matteo Calore (Il pianeta in mare, Dove bisogna stare [+]) e dal regista stesso, traduce visivamente la malinconia e la sensazione di attesa permanente attraverso i colori pallidi degli edifici cittadini, la nebbia, le strade buie, l’imponente cielo uggioso ed il mare quasi privo di imbarcazioni. Alle suggestive immagini si aggiungono le musiche di Teho Teardo (Tuttinsieme, Il nido), incredibilmente evocative e atte a sottolineare la sensazione di fragilità che permea lo spirito del film. Inoltre, lodevole risulta il lavoro sul paesaggio sonoro (ad opera di Alberto Cagol, Marco Zambrano e Riccardo Spagnol), nonché il montaggio di Chiara Russo (Il pianeta in mare, Selfie), misurato e coinvolgente.
La sequenza finale è indubbiamente la parte più potente e magica del documentario. Il monologo di chiusura parla di “imparare a dialogare con l’inevitabile”, apre diverse chiavi di lettura sulla vita e sulla natura e tocca ancora una volta, con candore e sincerità, il rapporto tra padre e figlio.
Molecole è una produzione firmata dalla padovana ZaLab Film e Rai Cinema, in associazione con Vulcano e Istituto Luce Cinecittà. Il film arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 3 settembre. La distribuzione è curata da ZaLab Film in collaborazione con Lucky Red.


'Lacci' di Daniele Luchetti apre la 77ma Mostra di Venezia
di Vittoria Scarpa
25/08/2020 - In pre-apertura Molecole di Andrea Segre, girato a Venezia durante il lockdown. Annunciata la composizione delle giurie
Sarà 'Lacci' di Daniele Luchetti ad aprire, fuori concorso, la 77ma edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre). Prodotto da Beppe Caschetto per IBC Movie con Rai Cinema, il nuovo film del regista di 'Mio fratello è figlio unico' e 'La nostra vita', è tratto da un romanzo di Domenico Starnone e si presenta come “un giallo sui sentimenti, una storia di lealtà ed infedeltà, di rancore e vergogna”. Protagonisti sono Aldo (Luigi Lo Cascio, da poco vincitore di un David di Donatello come miglior attore non protagonista per 'Il traditore') e Vanda (Alba Rohrwacher), nella Napoli dei primi anni ’80. Il loro matrimonio entra in crisi quando Aldo si innamora della giovane Lidia. Trent’anni dopo, Aldo e Vanda sono ancora sposati. Dichiara il regista: “Lacci racconta i danni che l'amore causa quando ci fa improvvisamente cambiare strada e quelli – peggiori – di quando smette di accompagnarci”. Nel cast anche Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno, Adriano Giannini e Linda Caridi. L’ultima volta che un film italiano aveva aperto la Mostra di Venezia era stata nel 2009, con 'Baaria' di Giuseppe Tornatore.

La pre-apertura di quest’anno, il 1° settembre, è affidata invece al film documentario di Andrea Segre 'Molecole', prodotto da ZaLab Film con Rai Cinema in associazione con Vulcano e Istituto Luce Cinecittà. Il regista di 'Io sono Li' ha girato questo film durante il lockdown, quando è rimasto bloccato a Venezia la città di suo padre e solo in parte anche sua. Lì stava lavorando a due progetti di teatro e cinema sulle grandi ferite della città: il turismo e l’acqua alta. Mentre girava il virus ha congelato e svuotato la città davanti ai suoi occhi, riconsegnandola alla sua natura e alla sua storia, e in qualche modo anche a lui. Ha raccolto appunti visivi e storie e ha trascorso quei giorni nella casa di famiglia, dove ha avuto modo di scavare nei ricordi di ragazzo e di figlio, che lo hanno trascinato più a fondo di quanto pensasse. "Per fare un film bisogna pensarlo, scriverlo, organizzarlo, girarlo”, dichiara Segre. “Per 'Molecole' non c’è stato nulla di tutto ciò. Non mi sono nemmeno accorto di girarlo. L’ho vissuto ed è uscito da solo, in un tempo e una dimensione che non potevo prevedere. Molecole è sgorgato. Come l’acqua”.

Annunciata infine la composizione delle giurie della Mostra di quest’anno. Per il concorso Venezia 77, la presidente Cate Blanchett sarà affiancata dalle registe e sceneggiatrici Veronika Franz (Austria) e Joanna Hogg (Gran Bretagna), lo scrittore italiano Nicola Lagioia, i registi e sceneggiatori Christian Petzold (Germania) e Cristi Puiu (Romania), e l’attrice francese Ludivine Sagnier. La giuria Orizzonti sarà composta dalla regista, sceneggiatrice e attrice francese Claire Denis (presidente), il regista spagnolo Oskar Alegria, la regista, sceneggiatrice e scrittrice italiana Francesca Comencini, e i produttori Katriel Schory (Israele) e Christine Vachon (Usa). Il Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” sarà invece assegnato da una giuria composta dal regista e sceneggiatore italiano Claudio Giovannesi, il direttore e programmatore di festival internazionali Remi Bonhomme (Francia), e la produttrice e direttrice di festival Dora Bouchoucha (Tunisia). Infine, la giuria Venice Virtual Reality vedrà schierati la regista e sceneggiatrice statunitense Celine Tricart (presidente), il regista britannico Asif Kapadia e l’autore di videogiochi giapponese Hideo Kojima.

AGGIORNAMENTO (25 August): L’attore statunitense Matt Dillon entra a far parte della giuria internazionale a causa dell'assenza di Cristi Puiu, impossibilitato a partecipare al festival.

Quentin Dupieux, Luca Guadagnino, Abel Ferrara selezionati fuori concorso al Lido
di Vittoria Scarpa.
11/08/2020 - 'Lasciami andare' di Stefano Mordini sarà il film di chiusura della Mostra. Tra gli eventi speciali, la serie diretta da Álex de la Iglesia, '30 Monedas'
Otto film di finzione e undici di non fiction, più tre proiezioni speciali, compongono il nutrito programma Fuori concorso della 77ma Mostra del cinema di Venezia (2-12 settembre), come annunciato dal direttore Alberto Barbera questa mattina durante una conferenza stampa in diretta streaming (leggi la news sui concorsi Venezia 77 e Orizzonti).
Rientra in questa lista, tra le opere di finzione, oltre al già annunciato film di apertura ('Lacci' di Daniele Luchetti - news) anche il film di chiusura della Mostra di quest’anno: è un altro titolo italiano, 'Lasciami andare' di Stefano Mordini, un thriller psicologico girato durante il periodo di acqua alta a Venezia, con Valeria Golino, Stefano Accorsi, Maya Sansa e Serena Rossi. Nella stessa sezione, 'Assandira' di Salvatore Mereu, un film “da non perdere” secondo Barbera, con Fabrizio Rongione, Barbora Bobulova e lo scrittore e poeta Gavino Ledda, ambientato nella Sardegna rurale e che ruota attorno a un agriturismo destinato a fare rivivere, soprattutto ai turisti nordeuropei, l’esperienza di vita nel mondo pastorale sardo tradizionale. Dal Regno Unito arriva 'The 'Duke' di Roger Michell (Notting Hill), storia vera di un tassista che nel 1961 rubò un ritratto di Goya dalla National Gallery per ottenere un insolito riscatto, “un film con spunti alla Ken Loach” specifica Barbera, con Helen Mirren e Jim Broadbent; dalla Polonia, Mosquito State di Filip Jan Rymsza, un film “curioso, inclassificabile, tra fantascienza e horror”; dalla Francia, il “surreale e grottesco” 'Mandibules'di Quentin Dupieux.

Tra i titoli non fiction fuori concorso, oltre al film di pre-apertura di Andrea Segre (leggi la news) spicca Salvatore: Shoemaker of Dreams diretto da Luca Guadagnino, un “biopic spericolato” che ricostruisce l'appassionante storia umana, artistica e imprenditoriale del calzolaio delle star Salvatore Ferragamo, dall’infanzia a Bonito (Avellino), dove ha realizzato le sue prime scarpe, al viaggio in America in cerca di fortuna, dalle esperienze a Hollywood al ritorno in Italia, dal rischio del fallimento alla rinascita nel suo laboratorio di Firenze fino alla definitiva consacrazione.
Annunciati poi, sempre fuori concorso, 'Greta' di Nathan Grosmann, sulla giovane attivista svedese Greta Thunberg; 'La verità su La Dolce Vita' di Giuseppe Pedersoli, racconto inedito della nascita, del disastro annunciato, e del mito del film italiano più famoso nel mondo; 'Sportin' Life' di Abel Ferrara, un’ode al cinema e alla musica, che conferma il sodalizio tra il regista americano e l’attore Willem Dafoe; il britannico 'Final Account' di Luke Holland, “un racconto denso e originale sull’Olocausto”, e 'Paolo Conte, via con me' di Giorgio Verdelli, ritratto ironico di uno dei più grandi autori della musica italiana, attraverso musica, interviste esclusive e materiali inediti. Tra i titoli extraeuropei, 'Crazy, Not Insane' di Alex Gibney (Stati Uniti), sull’avventura professionale di una criminologa americana alle prese con dei serial killer registrati sotto ipnosi, e City Hall di Frederick Wiseman.
Tra le proiezioni speciali, si segnala l’episodio 1 di '30 Monedas', la serie horror diretta da Álex de la Iglesia per HBO Spagna.

AGGIORNAMENTO 3 agosto: Due nuovi titoli si aggiungono al programma Fuori Concorso The Human Voice di Pedro Almodóvar e One Night in Miami di Regina King.
AGGIORNAMENTO 11 agosto: Due nuovi titoli si aggiungono al programma Fuori Concorso Fiori, Fiori, Fiori! di Luca Guadagnino e Run Hide Fight di Kyle Rankin.

La lista dei titoli:Fuori concorso
Fiction
Lacci - Daniele Luchetti (Italia) (film d’apertura)
Lasciami andare - Stefano Mordini (Italia) (film di chiusura)
Mandibules - Quentin Dupieux (Francia/Belgio)
Love After Love - Ann Hui (Cina)
Assandira - Salvatore Mereu (Italia)
The Duke - Roger Michell (Regno Unito)
Night in Paradise - Park Hoon-Jung (Corea del Sud)
Mosquito State - Filip Jan Rymsza (Polonia)
The Human Voice - Pedro Almodóvar (Spagna) (cortometraggio)
One Night in Miami - Regina King (Stati Uniti)
Run Hide Fight - Kyle Rankin (Stati Uniti)
Fiction - Proiezioni speciali
30 Monedas - Álex de la Iglesia (Spagna) (serie)
Princesse Europe - Camille Lotteau (Francia)
Omelia contadina - Alice Rohrwacher, JR (Italia/Francia) (cortometraggio)
Non-fiction
Molecole - Andrea Segre (Italia) (film di preapertura)
Sportin' Life - Abel Ferrara (Italia)
Crazy, Not Insane - Alex Gibney (Stati Uniti)
Greta - Nathan Grossman (Svezia)
Salvatore: Shoemaker of Dreams - Luca Guadagnino (Italia)
Final Account - Luke Holland (Regno Unito)
La verità su La Dolce Vita - Giuseppe Pedersoli (Italia)
Narciso em férias - Renato Terra, Ricardo Calil (Brasile)
Paolo Conte, via con me - Giorgio Verdelli (Italia)
Hopper/Welles - Orson Welles (Stati Uniti)
City Hall - Frederick Wiseman (Stati Uniti)
Fiori, Fiori, Fiori! - Luca Guadagnino (Italia) (cortometraggio)

Biennale College Cinema
El arte de volver - Pedro Collantes (Spagna/Italia)
Fucking with Nobody - Hannaleena Hauru (Finlandia/Italia)

Gabriele Salvatores batte il primo ciak per Comedians
di Camillo De Marco.
01/09/2020
Sono iniziate a Trieste le riprese del nuovo film di Gabriele Salvatores Comedians, adattamento per lo schermo del testo teatrale omonimo che ha consacrato il drammaturgo britannico Trevor Griffiths. Scritto agli inizi degli anni 70, la pièce era ambientata in una scuola serale di Manchester, dove un gruppo di aspiranti comici si riunisce per una prova finale prima di esibirsi per un agente di Londra. La prima produzione dell'opera fu diretta da Richard Eyre, allora direttore artistico del teatro di Nottingham, e fu rappresentata per la prima volta il 20 febbraio 1975 (in scena c’erano anche Jonathan Pryce e Stephen Rea). La prima americana venne allestita a Broadway per la regia di Mike Nichols e da allora la pièce è stata rappresentata in tutto il mondo.
“Molti anni fa misi in scena Comedians per il Teatro dell'Elfo di Milano”, spiega Salvatores. “Lo spettacolo, interpretato da giovani attori, che in seguito sono diventati molto famosi, venne replicato per tre anni di seguito e Griffiths ne fu molto contento e quando recentemente gli ho proposto di adattare il testo per lo schermo con grande entusiasmo mi ha risposto “Go ahead with all speed. You'll do it well’”.
In scena, in una riflessione sul significato della comicità e sull'importanza di rimanere fedeli alle scelte fatte, ci saranno Ale e Franz, Natalino Balasso, Demetra Bellina, Marco Bonadei, Elena Callegari, Aram Kian, Walter Leonardi, Riccardo Maranzana, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa, con la partecipazione straordinaria di Christian De Sica.
Il regista Premio Oscar per Mediterraneo (1991) ha annunciato quest’anno il doc collettivo Viaggio in Italia, che raccoglie emozioni e paure durante la pandemia (leggi la news). Precedentemente, Salvatores aveva diretto 'Il ragazzo invisibile' (2014) e 'Il ragazzo invisibile - Seconda generazione' (2018), e anche 'Tutto il mio folle amore' (2019).

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- Musica

Val Bonetti - Nuovo disco.

VAL BONETTI
HIDDEN STAR
DODICILUNE / IRD

Prodotto da Dodicilune, distribuito in Italia e all’estero da IRD e nei migliori store on line da Believe Digital, sabato 22 agosto esce “Hidden Star” di Val Bonetti. In solo nei due brani "Tram 5 Rag" e "Little Dancer", nelle altre sette composizioni originali, il chitarrista milanese è affiancato da Marco Ricci al contrabbasso ("Igor", "A Few Steps", "Duck is Duck is Duck is" e "Sunday Noon"), dal percussionista senegalese Cheikh Fall alla kora ("Hidden Star" e in "The Star is Calling") e dall'armonicista Giulio Brouzet ("To Caress a Snake"). Sabato 22 agosto (ore 21 - ingresso libero) proporrà alcuni brani del nuovo disco, con Marco Ricci, nel Cortile del Municipio di Cressa, in provincia di Novara.

«La musica di questo disco è stata composta con la chitarra; lo strumento su cui sviluppo tutte le mie idee esplorandone le possibilità polifoniche e poliritmiche», racconta Val Bonetti. «Le sei corde possono sembrare sei strumenti dive rsi che possono essere accarezzati, solleticati o pizzicati in una varietà infinita di modi. Questo è ciò che mi affascina e mi riporta, ogni giorno, a sedermi con la chitarra, la mia porta verso le infinite possibilità che la musica può offrire», prosegue. «È stato un privilegio lavorare con tre ospiti molto speciali per questo progetto, coinvolgendoli in incontri che non erano solo duetti ma veri e propri dialoghi. Come compositore ho fornito la traccia, ma la magia è avvenuta durante le registrazioni Sono molto grato a Marco Ricci, Cheikh Fall e Giulio Brouzet, la cui creatività mi ha permesso di dare vita a ciò che esisteva solo sulla carta. Preferisco non preoccuparmi delle designazioni stilistiche della mia musica, ma questo non vuol dire che altri non possano cercare di rintracciare le molte influenze di questo lavoro».

Val Bonetti è un chitarrista compositore milanese. Terminati gli studi di Chitarra Jazz alla Civica Scuola di Musica di Milano nel 2005, Bonetti ha approfondito le sue competenze nell’ambito del Blues Fingerpicking e Fingerstyle Jazz sia da autodidatta sia frequentando seminari con artisti internazionali di rifermento completando poi gli studi presso il Centro Studi Fingerstyle, di cui ora è docente. Alcune sue composizioni hanno vinto prestigiosi premi nell'ambito della chitarra acustica (2009, Premio New Sounds al Guitar Meeting di Sarzana e Miglior Arrangiamento al Guitar festival di San Benedetto PO) e i suoi lavori precedenti (“Wait” e “Tales” pubblicati da indipendente) sono stati ottimamente recensiti dalla stampa specializzata internazionale. Nel corso della sua carriera ha affinato il proprio stile sulla chitarra partendo dalla root music americana ma portando avanti un discorso personale e aperto a influenze musicali molto dive rse. Le tecniche del fingerpicking infatti sono alla base del suo approccio sulla chitarra mettendo in evidenza le potenzialità polifoniche e poliritmiche di questo strumento quando suonato a dita. Se nel tocco e nel suono sono evidenti i richiami agli “eroi” del country blues di prima generazione e ad alcuni chitarristi folk inglesi, le sue composizioni si ispirano sia ai grandi classici del jazz sia ad autori più recenti.

“Hidden Star”, suo terzo lavoro discografico, rappresenta bene questa eterogeneità di influenze e il suo sviluppo stilistico. Brani come “Igor” e “Duck is Duck…” (tributo al chitarrista americano Duck Baker) richiamano alle sonorità classiche del jazz, in particolare a due pianisti di riferimento, Horace Silver e Thelonious Monk. “Tram 5”, invece, è un vero e proprio omaggio a l ragtime, al jazz degli albori e ai grandi chitarristi pionieri della chitarra blues e jazz come Rev Gary Davis, Lonnie Johnson e Blind Blake; così come “Little Dancer” deve molto al chitarrismo di John Renbourn. La titletrack “Hidden Star” è un abbraccio al blues africano dell’amatissimo Ali Farka Tourè mentre “Few Steps” e “Sunday Noon”, sono due milonghe che devono molto ad Astor Piazzolla, ai Buena Vista Social Club così come ai nostri classici autori per il cinema. Senza dubbio ciò che accomuna queste tracce è la ricerca della polifonia e poliritmia sulla chitarra che permette di coprire più ruoli simultaneamente. In “Hidden Star” o “Caress a Snake”, brani in cui questo è ancor più evidente, possiamo infatti distintamente sentire una linea melodica in evidenza e una parte di accompagnamento uno strato sotto.

Tutti i brani infatti sono stati composti sulla chitarra pensando a più strumenti dentro di essa, a strati appunto; vi è un grosso lavoro sul tocco e sulla dinamica nell’esecuzione. Questa ricerca sullo strumento non vuole mai essere fine a se stessa; la scelta di introdurre altri strumenti va proprio nella direzione di conferire maggiore naturalezza alle esecuzioni, ingaggiando delle parti di improvvisazione, e nel contempo di caratterizzare maggiormente ogni traccia coi colori di altri strumenti. Con Marco Ricci è stato fatto un grosso lavoro per affinare l’incastro fra i due strumenti, dando alle volte al contrabbasso ruoli e registri meno usuali. Gli interventi di Cheikh Fall alla kora e Giulio Brouzet all’armonica diatonica sono invece frutto di improvvisazioni nate durante le sessioni in studio. Attivo in diverse collaborazioni fra cui spiccano quella con Duck Baker (leggendario chitarrista americano con cui ha in programma un tour in Italia a ottobre 2020), con Aronne Dell'Oro (con il quale rivisita la tradizione mediterranea nostrana in chiave folk-blues), con il progetto IlZenDelSwing del cantautore Claudio Sanfilippo con Massimo Gatti al mandolino, con l’armonicista Beppe Semeraro per un duo bues/Ragtime/Swing. Infine va ricordata la ormai decennale collaborazione nella didattica con Davide Mastrangelo, fondatore del CentroStudiFingerstyle. Nel 2017 è uscito Pareto Sketches ( Bar Code Records) un album di musiche scritte da Duck Baker in cui (oltre a Val) hanno suonato diversi affermati chitarristi. Val ha avviato da pochi anni a Milano un centro dedicato alla didattica per chitarra acustica (www.goodthumb.com), dove organizza corsi di avviamento e specializzazione in chitarra fingerstyle e workshop con ospiti illustri. www.valbonetti.com

L’etic hetta Dodicilune, fondata da Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti è attiva dal 1996 e dispone di un catalogo di oltre 250 produzioni di artisti italiani e stranieri. Distribuiti nei negozi in Italia e all'estero da IRD, i dischi Dodicilune possono essere acquistati anche online, ascoltati e scaricati sulle maggiori piattaforme del mondo grazie a Believe Digital.

Dodicilune - Edizioni Discografiche & Musicali
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- Poesia

“Soffio di parole” … una silloge poetica di Giuseppe Greco

“Soffio di parole” … una silloge poetica di Giuseppe Greco – edizioni Nicola Palumbi 2019.

Di un ‘fluf’ risuona lo spostamento dell’aria nel voltare pagina quando già soffi di parole spingono nuvole bianche verso un indefinibile orizzonte, ove la linea di demarcazione si altera verso un al di là che invita al discernimento …

“Come un soffio di parole / la mia ispirazione / mi entra nell’anima / e mi fa scrivere pensieri / che non so dire / che mi colorano il cuore.”

“Guardo l’orizzonte e / vedo sogni lontani che aiutano / i miei sogni di vile realtà. / Un viaggio di coraggio, barattato con il sudore […] siamo nell’incertezza, / cullati dal desiderio. / […] / Vedo la Terra davanti a me / ma ho l’acqua alla gola, / ora vedrò i miei sogni, / ora finalmente vedrò.”

E vedrò anche oltre, nel cedevole emisfero della luce, a che il pieno giorno eguaglia l’ore dell’immenso e del sublime ch’è in ognuno di noi, allorché fruga negli spazi interstiziali delle tenebre che l’attendono …

“Ti aspettavo … / Tra le spire del dubbio / osservo i miei progetti, / e una pioggia d’idee / cade sui miei pensieri / non ancora stanchi, / pssano i giorni e / le mie urla si fanno più forti, / la mia casa brucia / guardando le spire della frustrazione ma / vedo una luce, / un uragano che divora l’incendio, / ora le mie parole hanno trovato la strada, / ora la mia casa si apre all’accoglienza.”

“C’è un momento nella vita, / in cui sei solo, / davanti a uno specchio / che riflette, quel buio / che vorresti tenere lontano. / Ma arriva la luce, / è un fuoco fatuo che / ti guida nelle tenebre e / ti fa scoprire passi di luce, / cammina perché il sentiero è lungo / … lungo come la vita.”

Siamo qui di fronte a un’ostinata ricerca di senso, il perché della vita (?) dell’amore (?) della morte che ogni cosa sublima, in cui Giuseppe Greco evidenzia il pensiero filosofico che si pone come metafora della solitudine dell'uomo. Allorché la vita e la morte si eguagliano nella danza in cerchio che inneggia al sole, la cui rinascita mattutina avalla una speranza di luce senza laggio del domani, che egli, danzatore immaginario di una ineludibile messinscena, ripercorre spinto dall’eco delle sue stesse parole …

Come di parole “.. Sono i giorni che trascorro, tra parole dette e pensieri scritti”, recita in un suo canto. Ma la notte del mondo non è ancora giunta, si spengono gli ultimi fuochi all’apparire dell’alba, al primo raggio di sole che infrange il cupo pensiero avverso nascosto nell’oscurità dell’oblio. È allora che un eroico battito d’ali solleva lo spirito umano e il corpo s’invola nell’emisfero di luce ch’era sembrato amorfo e stanco, indifferente al caso, già esperito …

“Mi sento come in un vortice / (preso), / di velluto e amore / … perché l’amore è arte / assenza di silenzio.”

È del silenzio, il soffio interstiziale dell’avvio che si ripete, dall’inizio alla fine, come di ossimoro legato al verso, al senso e al suo contrario poetico, libero e/o arbitrario dell’immaginale …

“Davanti a me soltanto le parole, / con le quali riesco a raccontarmi, / loro non mi chiedono niente, / soltanto semplicità, / sono lo specchio che segue i miei passi. / Di un cammino che è una dolce danza, / che nasce con un ‘soffio’ che la scuote.”

“I miei passi / su quel velluto verde / che accarezza i miei piedi, / quando scorgo / l’ombra di un bosco, / (di cipressi) / come punte di lancia / in un silenzio bianco (accecante di luce) / (quale) esercito in fila / pronto a cedere il passo / al calpestio dei piedi / nella marcia a ritroso / senza né vinti né vincitori / di un teatro di guerra / ch’era soltanto tranquilla apparenza.

C’è qualcosa di più nei momenti narrativi, lunghi nell’attesa dei giorni di Giuseppe Greco che … “come un bruco diventa / farfalla pitturata / di felicità che sorge / come di un’alba / e riposa soltanto / con la notte quando / tutto si spegne, / ma il buio è soltanto attesa e / poi si ricomincia.”

Un poi che trasforma la sua grande voglia di vivere in ‘certezza’ del domani, che accoglie in se ogni tempo: passato, presente, futuro, come di clessidra che basta voltare perché la sabbia torni a segnare ogni singolo momento di vita vissuta, esperienziale, vertiginosa e/o obnubilata da un’eclissi che pure c’è stato, ma che nessuno avrebbe potuto immaginare.
Come di un ‘pluf’ per la caduta della goccia nello stagno della memoria liquida che inzuppa di nero inchiostro la pagina bianca aperta sul diario dell’esistenza, e che del vivere segna la fine.

Acciò, proprio quando un altro bagliore, improvviso, viene a rischiarare il mondo, a muovere “..passi che non conoscevi / dopo anni d’attesa / sentirti vivo e ora / giunto il momento / ora puoi essere te, / quel te che ha vissuto, / celato nelle tue false certezze.”

Quel che rimane, infine, non è poca cosa, la vita lo dimostra continuamente, ci basti sentire, quando l'abbiamo sotto i piedi “..la strada della vita, / così piena di (tante) corsie / di decelerazione.”

Quella diminuzione della velocità di un corpo nell'unità di tempo che ci è dato di vivere:

“Ma noi, fermi / sul bordo della strada, / ad aspettare un passaggio (che a volte non arriva) / e non sentiamo / che abbiamo gambe / che ci sorreggono / e piedi mai fermi. / Che l’unica benzina di cui hanno bisogno / è la tua voglia di fare, di esserci. / (Allora) Il vuoto, il bianco, l’apatia, la tristezza,” / (che cosa sono?) / se non il viluppo della forza che scema, che chiede linfa di nuova vita ...

… o forse solo di rinnovato amore.



L’autore.

Giuseppe Greco nasce a San Benedetto del Tronto (AP) il 10 luglio 1974 e dopo aver frequentato l’Istituto Professionale si diploma nel 1995. Nonostante i problemi di salute che lo costringono su una sedia a rotelle, s’impegna a riempire la sua vita con vari ‘passatempi’ tra cui la scrittura che è sempre stata il suo grande e veritiero amore.

Da sempre è alla ricerca di qualcuno disposto a leggere le sue opere ma, soprattutto, cerca qualcuno che creda in lui e in ciò che scrive.

Altre pubblicazioni:

Giuseppe Greco “Piccoli pensieri” – Montedit 2003

e-mail personale : peppe@runner74.it


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- Cinema

Al Cinema con Cineuropa News 2

VENEZIA 2020
Programma ridotto ma le sezioni principali confermate alla Mostra di Venezia
Articolo di Camillo De Marco / Cineuropa News

07/07/2020 - Il festival rinuncia alla sezione Sconfini, ma conferma le sezioni competitive Venezia 77 e Orizzonti, Fuori Concorso e Biennale College Cinema. Il concorso di RV sarà online.

“Il primo festival internazionale dopo la forzata interruzione imposta dalla pandemia assume il significato di un’auspicata celebrazione della ripartenza, e di messaggio di concreto ottimismo per l’intero mondo del cinema duramente colpito dalla crisi”. Questo il commento del direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, dopo l’annuncio oggi di alcune novità dettate dall’emergenza Covid-19.

Per la prossima edizione della Mostra del Cinema, in programma dal 2 al 12 settembre il numero complessivo dei film della selezione ufficiale sarà leggermente ridotto. Il programma prevede infatti la conferma delle sezioni competitive Venezia 77 e Orizzonti, che si terranno secondo le modalità e le dimensioni consuete, allo stesso modo della sezione Fuori Concorso, come pure Biennale College Cinema. Le proiezioni si terranno nelle sale tradizionalmente allestite al Lido, con l’adozione di tutte le misure di sicurezza sanitaria stabilite dalle autorità competenti alla data dell’evento. Il concorso Venezia Virtual Reality invece, anziché sull’isola del Lazzaretto Vecchio, sarà interamente fruibile online, grazie a una piattaforma innovativa a esso dedicata, accessibile a tutti gli accreditati, in collaborazione con VRChat e HTC Vive Pro.
Per quanto riguarda la sezione Venezia Classici, sarà ospitata all’interno del programma del festival Il Cinema Ritrovato, promosso dalla Cineteca di Bologna, che si svolgerà dal 25 al 31 agosto nella città emiliana. Questa collaborazione tra i due festival offre una soluzione senza precedenti a una situazione straordinaria. La selezione di Classici restaurati, arricchita di ulteriori titoli, verrà poi replicata a Venezia nei mesi successivi.

La 77. Mostra del Cinema rinuncia invece per quest’anno a organizzare la sezione Sconfini, allo scopo di garantire il maggior numero di posti disponibili alle repliche dei film delle sezioni principali testé confermate.
Si segnala infine che saranno disponibili anche due arene all’aperto, una ai Giardini della Biennale e una al pattinodromo del Lido. La maggior parte dei film del programma ufficiale sarà inoltre replicata ai Cinema Rossini di Venezia e al Centro Culturale Candiani di Mestre, nell’ambito del programma Esterno Notte organizzato dal Circuito Cinema del Comune di Venezia.

“La Selezione Ufficiale di Venezia 77”, ha aggiunto Barbera, con i suoi 50-55 film provenienti da tutto il mondo, offrirà la consueta panoramica di quanto di meglio l’industria cinematografica ha prodotto negli ultimi mesi, grazie alla risposta straordinaria che registi e produttori hanno saputo dare, pur nelle difficili condizioni di lavoro di questi ultimi mesi. Una nutrita presenza di autori e attori accompagnerà i film al Lido, mentre collegamenti via internet consentiranno la realizzazione di conferenze stampa per tutti coloro che non potranno partecipare di persona, a seguito delle restrizioni di viaggio tuttora attive”.

Per quanto riguarda il Venice Production Bridge, la 5a edizione (3 - 11 settembre) si terrà sia in presenza al Lido con le strutture abituali al terzo piano dell’Hotel Excelsior, sia online con progetti specifici. Incontri one-to-one saranno organizzati anche online, permettendo che alcuni progetti in presenza siano seguiti anche da quegli accreditati che non potranno raggiungere Venezia.
E’ confermata l’organizzazione in presenza del Venice Gap Financing Market (VGFM, lungometraggi) e del Book Adaptation Rights Market, che offriranno anche molte possibilità di partecipare da remoto (VGFM per tutti i progetti di Realtà Virtuale, Final Cut in Venice, le proiezioni del Mercato e l’European Film Forum). Convegni ed eventi si terranno fisicamente all’Hotel Excelsior e saranno per la prima volta visibili in streaming sul sito web del Venice Production Bridge, sul quale potrà essere trovato ogni altro dettaglio sul programma.

Il programma completo, con maggiori dettagli sulla Mostra, sarà svelato in occasione della conferenza stampa del 28 luglio.

The Book of Vision film d'apertura della Settimana della Critica di Venezia
di Camillo De Marco.

06/07/2020 - L'opera visionaria di Carlo S. Hintermann con la produzione esecutiva di Terrence Malick aprirà la 35° edizione della sezione parallela della Mostra di Venezia
The Book of Vision di Carlo S. Hintermann.
Sarà The Book of Vision di Carlo S. Hintermann il film d'apertura 35° edizione della Settimana Internazionale della Critica, sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell'ambito della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
L'opera visionaria di Hintermann, al suo primo lungometraggio di fiction dopo alcuni documentari, si avvale della produzione esecutiva del maestro statunitense Terrence Malick e racconta "la storia di un viaggio affascinante attraverso il passato e il presente, la vita e la morte, il dolore più profondo e l’amore incondizionato", come si legge nel comunicato della produzione. The Book of Vision è interpretato da un cast internazionale: Charles Dance (Game of Thrones) Lotte Verbeek (Blacklist, Outlander, I Borgia), Sverrir Gudnason (Borg/McEnroe) Isolda Dychauk (I Borgia, Faust) e Filippo Nigro (La Dea Fortuna). Direttore della fotografia è Jörg Widmer, collaboratore di Malick in cinque film, incluso il più recente, A Hidden Life.
Il film, una produzione Citrullo International, è co-prodotto da Entre Chien et Loup (Belgio) e Luminous Arts Productions (UK) con Rai Cinema e il sostegno della Direzione Generale Cinema e la Provincia di Trento.

FESTIVAL / PREMI Italia
Il Taormina FilmFest torna con 11 produzioni indipendenti europee
di Camillo De Marco.

10/07/2020 - Dall’11 al 19 luglio il festival in edizione fisica e virtuale offre 14 opere prime o seconde nel Concorso principale, dodici documentarie e l’omaggio di Giuseppe Tornatore a Ennio Morricone.
Quattordici opere prime o seconde nel Concorso principale, dodici documentari, undici produzioni indipendenti europee e 4 eventi speciali. Riparte da una Selezione Ufficiale di oltre 40 anteprime il 66° Taormina FilmFest, diretto da Leo Gullotta e Francesco Calogero, che dall’11 al 19 luglio torna in sala e debutta in streaming. Il Palazzo dei Congressi di Taormina ospiterà giornalmente la duplice proiezione alle 19 e alle 21.30 del Concorso internazionale, dedicato agli esordi, mentre il palinsesto online su MYmovies.it offrirà un’ancora più ricca programmazione, disponibile per 24 ore, con una striscia quotidiana di approfondimento, documenti video, immagini di archivio, interventi di ospiti.

La selezione rispetta pienamente nelle tre sezioni competitive la parità di genere tra i registi delle opere scelte – il 50% esatto degli autori è costituito da donne – e propone gli europei Oskar & Lilli - Where No One Knows Us [+] di Arash T. Riahi (Austria); Jiyan di Süheyla Schwenk (Germania), premiato dalla Giuria Ecumenica al Max Ophüls Prize Festival 2020 e dal pubblico allo Entrevues Belfort Film Festival; Mater di Jure Pavlović (Croazia/Serbia/Francia/Bosnia ed Erzegovina), premiato al Festival di Belgrado a marzo scorso; Charter di Amanda Kernell (Svezia), selezionato a Sundance 2020; Uncle di Frelle Petersen (Danimarca); A Thief's Daughter di Belén Funes (Spagna), in concorso a San Sebastián 2019 dove la protagonista Greta Fernández è stata premiata; Perfumes di Grégory Magne (Francia) e Il Re Muore di Laura Angiulli (Italia). Quest’ultimo, dall'opera teatrale "Riccardo II" di William Shakespeare ha conquistato il London Independent Film Awards 2019 per la Miglior Regista Donna.

A questi titoli si aggiungono Our Own di Jeanne Leblanc (Canada), Critical Thinking di John Leguizamo (USA), The Lunchroom di Ezequiel Radusky (Argentina), The Cloud In Her Room di Xinyuan Zheng Lu (Cina/Hong Kong), The Alien di Nader Saeivar (Iran), Heart And Bones di Ben Lawrence (Australia).
Tra le opere fuori Concorso, nello spazio denominato “Filmmaker in Sicilia”, le proiezioni speciali di Io lo so chi siete di Alessandro Colizzi, docufilm dedicato alla vittima di mafia Antonino Agostino; La storia vergognosa di Nella Condorelli, sulla grande emigrazione italiana nelle Americhe del primo Novecento; e infine il film di chiusura del festival La regola d’oro, opera seconda di Alessandro Lunardelli, in buona parte girata a Taormina, con Simone Liberati, Edoardo Pesce, Barbora Bobulova, Hadas Yaron.

Il Teatro Antico, nuovamente fruibile, ospiterà il 18 luglio l’anteprima mondiale di Devotion, diretto da Giuseppe Tornatore, con le musiche inedite di Ennio Morricone e prodotto da Dolce&Gabbana. Tra gli ospiti della cerimonia di chiusura Emmanuelle Seigner, il Premio Oscar Vittorio Storaro, che ritirerà il Cariddi d’Oro alla Carriera, Willem Dafoe e Nikolaj Coster-Waldau, che riceveranno il tradizionale Taormina Arte Award.

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- Cinema

Al Cinema ... Suggerimenti e Novità


INDUSTRIA / MERCATO Europa
I cineasti europei scrivono al Commissario Thierry Breton.

Articolo di Cineuropa / News
16/06/2020 - Il commissario europeo per il mercato interno è interpellato in merito alla regolamentazione dei GAFAN. Tra i firmatari, Pedro Almodovar, Luc Dardenne, Costa Gavras e Cristian Mungiu.

“Dear Commissioner Breton,
We are European filmmakers and, like you, it is clear to us that after this global health crisis, Europe has a date with history. What will remain of Europe’s culture if it fails to catch up with non-European digital giants? We refuse to take the risk of being reduced to a colony, and maintain that Europe will not survive without its culture, as it is defined less by its geography than by the community of cultures which unites its peoples.
America understood these cultural and economic stakes when it imposed its films on other countries with the Marshall Plan. But today, the GAFAN companies have grown a thousand times more powerful. And the national lockdowns have allowed them to become wealthier than ever, as other nations and their industries collapsed.
But European states, through their solidarity, can still control this growth, with courage and with their citizens’ support. The pandemic will have enabled European nations to realize the danger posed by a loss of autonomy and to understand the need for cultural sovereignty. And they also understood that by avoiding taxes, the GAFAN companies contributed very little to the funding of hospitals, education and all the vital apparatuses of European democracies. Because of this, European nations are prepared to offer their support.
As for courage, the duties the representatives of European states must fulfil will require bravery. Navigating strict regulations, imposing appropriate sanctions for what is at stake, and maintaining diplomatic power relations will be no easy task, but it is nevertheless essential. You have suggested that you were ready to assume those vital further steps so that we can continue telling our stories to our own people and to other nations. Original, unexpected stories, unique dramaturgies, and creative prototypes straying from the narrow paths set by platforms and their big data analytics.
Surrendering now means opening the way to “Big Brothers” and accepting the insidious disappearance of European culture in favour of permanent distraction, reducing citizens to mere consumers. This cultural destruction will leave European minds colonized and allow digital giants, whether Chinese or American, thanks to “Soft power”, to freely expand in other fields.
And without “spirit”, what is Europe worth? Jean Cocteau once said “Ta différence, cultive-là, c’est toi” (“Cultivate your difference, for you are your difference”). Europe owes its difference to the variety of its cultures.
As you suggested by referring to “a naïve Europe” we can’t get something for nothing. In 1990, Europe had to make brave decisions in order to implement cultural exception, which has since been enacted by 183 countries. Like South Korea that has had to fight to impose quotas protecting its filmmakers. But the movie Parasite’s worldwide success makes it a formidable ambassador for its country’s cultural power.
Commissioner, we have heard, and we appreciate the strong message you sent to the CEO of Facebook. But we more believe in combined forces than in verticality, even if virtuous. It is why we, as European filmmakers, field citizens, are asking to meet with you and invent together innovative, daring and concrete solutions to enable European films and culture to lead the way to a bright future.”

The signatories:
Pedro Almodovar
Cristina Comencini
Luc Dardenne
Costa Gavras
Hugo Gelin
Jeanne Herry
Pierre Jolivet
Kamen Kalev
Claude Lelouch
Radu Mihaileanu
Cristian Mungiu
Olivier Nakache
Eric Toledano



Luís Froes • Distributore, Outsider Films

"Una delle misure potrebbe essere quella di far sì che i canali TV gratuiti supportino i distributori indipendenti"
di Jesús Silva

18/06/2020 - Luís Froes, direttore generale di Outsider Films, parla del mercato della distribuzione portoghese dopo la pandemia e della loro strategia per le prossime uscite.
Luís Froes, General Manager of Outsider Films, talks about the situation of the Portuguese distribution market after the pandemic and their strategy for upcoming releases.
Cineuropa: Can you tell us about your line-up and editorial policy?
Luís Froes: We focus on commercial quality movies, feel-good titles and animation films for children and adults. When we started, the major studios and the more important independent distributors were focusing mainly on big American productions, while small independent distributors took care of the arthouse titles. However, we felt there was a gap between those two, so that’s where we started looking for our films, with a special interest in European productions. We try to make a difference by finding innovative ways to reach the audience.
What are the complexities of the Portuguese market for distribution?
It is a very tough market. A single company [NOS] controls more than 80% of the market share in film distribution. Apart from releasing films by Disney, Paramount, Dreamworks and Warner, they also distribute more than 100 independent titles every year. They also have a 65% market share in the exhibition side, so they basically control the cinemas and the business. On top of that, the only Portuguese Pay-TV channel belongs to them, so you can imagine how dependent we are. As for the size of the market, we have 10 million people, with an average of 1.6 cinema tickets per person every year.
What is the most successful promotional campaign for a European film that you had so far? What was the secret ingredient?
We had a few good examples over the last few years. We released Serial (Bad) Weddings [+] (Philippe de Chauveron, 2014), the biggest French success of the last decade, building our campaign around a strong promotion in cinemas and TV. It was a commercial hit with over 100k admissions in theatres. For the Italian movie Perfect Strangers [+] (Paolo Genovese, 2016), we launched a viral campaign with short videos we filmed on the streets, based on the main theme of the film. We also had the director coming to the premiere during La Fiesta del Cine Italiano in Portugal, which is not that common for a small territory like ours. With Ozzy [+] (Alberto Rodríguez, 2016), the Spanish animation film, we organized a strong campaign during Christmas, producing merchandising for children that we gave away in cinemas. Eventually, the film made roughly 103,000 admissions. Finally, for The Bookshop [+] (Isabel Coixet, 2017), we worked with the actual book publisher and promoted the film during the Lisbon Book Fair. The secret ingredients were picking up wisely the release dates and being creative with the promotion.
What is the usual repartition of income between each window for your films?
Theatrical is always crucial, and having good results in cinemas means higher revenues from TV and home entertainment as well. The repartition of income changes a lot depending on the type of film, but on average I would say around 53% comes from theatrical, 31% from VOD, Pay and Free TV; and the other 16% from home entertainment. With the arrival of the big streaming platforms like Netflix and HBO, we noticed a big decrease in the transactional market. Let’s see if the revised AVMS [Audiovisual Media Service] EU directive contributes to change a little bit the current situation, forcing platforms to include at least 30% of European productions within their catalogues.
What measures have been put in place in your country to help distributors getting on their feet in the current COVID situation?
The impact until now has been extremely hard because our revenue comes basically from theatrical. So far, the only measures implemented by the government have been a support scheme for salaries, a delay in our taxes and some credit lines with a small interest. We still don’t know what will happen after the pandemic, but one of the measures they could take is giving directions to the Free TV channels to support independent distributors.
What is the situation with cinema reopenings in Portugal? Do you plan to release yourself?
The Portuguese government decided to open on 1 June, but we don’t think that was a good idea. We are still lifting some of the general restrictions in the country, and a lot of people don’t follow the rules, so we don’t know what will happen. Opening in June without big blockbusters to support the industry is a mistake. In the Lisbon region cinemas are still closed, but some small arthouse theatres opened across the country - with very bad results. A lot of cinemas plan to reopen in early-July because they are expecting some big releases such as Tenet (Christopher Nolan, 2020) or Mulan (Niki Caro, 2020). These are the kind of movies that can bring people to the cinemas. On our side, we usually work for a more adult audience, and these will be more reluctant to go back to the theatres. Therefore, our first release is scheduled for the second week of July.
What kind of films will you release? How will you manage with the restrictions and the promotion?
We are going to release Proxima [+] (Alice Winocour, 2019) on 9 July, and the Danish animation Checkered Ninja [+] (Anders Matthesenon, 2018) on 30 July. Cinemas will only be allowed to open at 50% of capacity by then, so we will have to be very careful. No one knows how long will it take for the numbers to be the same as before. We can see that in other countries things are going very slow.
As for the promotion, we are taking risks with our own money. Considering the situation, and based on the results from other countries, we will be much more careful with the upcoming campaigns. For Proxima, we are doing a social media campaign with Gruvi, a digital marketing agency we usually work with. We will launch the trailer in all cinemas a week before the release. As for Checkered Ninja, it will be a bit different because we have to aim at children’s media. We will have some promotional material to give away in the cinemas and create some buzz around the movie.
What brought you to distribution? Are you optimistic about the future?
I started in this business in 1986, working for different companies such as LNK Audiovisuais and VC Multimedia, and in 2012 I decided to start Outsider Films with two other partners. At the time we used to acquire 6-8 movies every year, but now we are realising between 15 and 18. As for the future, I have no idea. I’m not optimistic or pessimistic, I’m just expectant. I think it will all depend on people’s choices and how they behave.

Recensione: 'La nostra strada' di Vittoria Scarpa
17/06/2020 - Il doc di Pierfrancesco Li Donni, miglior film italiano al Biografilm Festival, tratta con delicatezza ed empatia il tema dell’abbandono scolastico e di un’adolescenza senza sogni.

“Non siamo più bambini, che pensiamo ai sogni. Ora dobbiamo pensare ai soldi”. Una frase amara e disincantata che, se pronunciata da una ragazzina di 13 anni, suona mille volte più dura. È questa la realtà in cui si cala il regista Pierfrancesco Li Donni (Loro di Napoli) con il suo nuovo documentario, La nostra strada [+], proclamato miglior film del concorso italiano al recente Biografilm Festival, la cui 16ma edizione si è svolta online. La realtà dell’abbandono scolastico e dell’adolescenza senza sogni, in un quartiere popolare di Palermo, la Zisa, dove la disoccupazione tocca punte del 50%, dove molti ragazzi lasciano gli studi una volta superata l’età dell’obbligo, se non prima, e con il record cittadino di minori segnalati per reati.
Li Donni segue con la sua telecamera tre adolescenti in particolare – Daniel, Desirée e Simone – durante il loro ultimo anno alle scuole medie inferiori. Un momento di passaggio molto delicato nelle vite di questi giovani dei quartieri “difficili” e con ambizioni limitate, per i quali la scuola è vissuta come un ostacolo al lavoro, qualunque esso sia. “Voglio essere indipendente e libera”, è la convinzione della giovanissima Desirée, lunghi capelli biondi e un temperamento da guerriera. Il progetto di Simone è invece comprarsi un’Ape e vendere la frutta per strada. Mentre Daniel vuole fare l’orafo, ma forse anche l’elettricista. A ricordare a questi ragazzi che hanno l’obbligo di studiare, almeno fino a 16 anni, è il professor Mannara, uno di quei professori che oltre a insegnarti Dante e i poeti maledetti, ti insegna qualcosa della vita. Mannara è molto rispettato dai suoi studenti, e le scene più interessanti sono quelle in classe, in cui stimola il loro pensiero su temi come la schiavitù e l’omosessualità, e poi, per alleggerire un po’, li invita a “rappare” le terzine della Divina Commedia.
Il regista pedina i tre ragazzi anche fuori dalla scuola: Desirée e le sue uscite con l’amica Morena, Daniel e il suo apprendistato da orafo, Simone e il suo allevamento di capre e cavalli incorniciato dai palazzi di via Colonna Rotta. Le tradizionali “vampe” di San Giuseppe (falò rituali che si celebrano ogni anno nei vicoli del centro storico e nei quartieri di periferia, in nome dell’omonimo santo) diventano l’occasione, per i ragazzini della Zisa, per aggredire poliziotti e carabinieri. “E questo vi fa sentire forti?”, chiede il professor Mannara, incredulo davanti a Daniel e Simone che esultano alla notizia che il loro è l’unico quartiere dove si sono registrati disordini.
È in questa lotta costante tra le derive pericolose di una comunità svantaggiata e il richiamo alla cultura come strumento per aspirare a un futuro migliore che si muove il doc di Li Donni, che oltre alla delicatezza e all’empatia con cui tratta l’argomento, ha il pregio di ricordare il ruolo capitale della scuola nella costruzione di una società sana, specialmente in un momento in cui, per dirla con lo stesso regista, “il lockdown ha aumentato le disuguaglianze e la didattica a distanza ha scoperchiato i già noti problemi di chi prova a fare didattica in territori di frontiera”.
La nostra strada è prodotto da Ladoc con il sostegno di Mibact e Siae nell’ambito del programma “Per Chi Crea”, e con il contributo della Sicilia Film Commission nell'ambito del progetto Sensi Contemporanei. Dopo la partecipazione al Biografilm, sarà presentato in concorso alla prossima edizione del Sole Luna Doc Film Festival che si svolgerà dal 6 al 12 luglio a Palermo.

True Colours scommette sul D.N.A. di Lillo & Greg.
di Camillo De Marco.

16/06/2020 - L’esilarante commedia sullo scambio di personalità, è uno dei titoli su cui punta la società italiana di vendite internazionali al Marché du Film Online.
D.N.A. Decisamente Non Adatti [+] è una delle commedia su cui punta maggiormente la società italiana di vendite internazionali True Colours al Marché du Film Online del Festival di Cannes, che si terrà dal 22 al 26 giugno. Il film esordio alla regia di Lillo & Greg ha debuttato il 30 aprile scorso, durante il lockdown dovuto alla pandemia da Covid-19, sulle piattaforme Sky Primafila, Chili, Infinity, Rakuten Tv, CG Digital e TIMVISION.
Prodotto da Lucky Red e Vision Distribution con la collaborazione di Sky e Amazon Prime Video, distribuito da Vision Distribution, il film è scritto da Edoardo Falcone, ferratissimo e prolifico regista e sceneggiatore specializzato in commedie, con Greg (Claudio Gregori) e Lillo (Lillo Petrolo). Il duo è affiancato da Anna Foglietta (Perfetti sconosciuti [+]), che per questo ruolo è entrata nella cinquina delle Attrici di Commedia candidate ai Nastri d'Argento, i premi del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani che verranno assegnati il prossimo 6 luglio. Con l'eclettica Anna Foglietta, che nel film veste i panni di tre diversi personaggi, nel cast compaiono Max Paiella e Marco Marzocca. I giovani Alessio di Domenicantonio e Federico Jahier sono rispettivamente Nando (Lillo) ed Ezechiele (Greg) da bambini.
I due sono ex compagni di scuola elementare, molto diversi tra loro. Nando ed Ezechiele si rincontrano da adulti e decidono di scambiarsi i codici genetici per migliorare le proprie vite. Tra esperimenti scientifici maldestri e hackeraggi del D.N.A. dagli effetti nefasti, i due risulteranno Decisamente Non Adatti a queste nuove vite.
E’ piuttosto evidente il riferimento alla parodia di Dr. Jekyll e di Mr. Hyde fatta da Jerry Lewis nel 1963 con The Nutty Professor, ripetuta da Eddie Murphy nel 1996. Greg dichiara di aver pensato per molto tempo ad una rivisitazione del capolavoro di Robert Louis Stevenson, nella quale si incontrano un brillante professore di genetica, nerd da sempre vittima di burle e vessazioni, e un bullo di periferia alle prese con la piccola criminalità di quartiere, in un bizzarro esperimento di scambio di personalità.
La comicità surreale e originalissima dei due - nati come come autori di fumetti comici per poi passare alla musica con una band di rock demenziale, e infine approdare alla radio e alla tv - è fatta di gag rapide e tagliente, spesso basate su giochi di parole e privazioni di significato, ma in grado di raccontare il contemporaneo in modo esilarante. Nello stralunato universo di Lillo & Greg ci sono vizi e virtù degli italiani: il rapporto uomo-donna, l’ossessione per il sesso, l’ambizione e le mania di protagonismo, in una feroce osservazione degli esseri umani, delle loro piccolezze e meschinità.
E a proposito del passaggio dietro la macchina da presa, spiegano: “Era doveroso e imprescindibile per noi per poter dedicare al nostro primo film quella cura dei dettagli che desideravamo. Sappiamo che la commedia ha registri e tempi particolari per veicolare bene le gag; ma sappiamo anche che maestri come Gene Wilder, Mel Brooks o Woody Allen ci sono riusciti. Volevamo che la nostra creatura fosse una storia divertente, ma davvero gradevole e piacevole a vedersi, con una fotografia suggestiva, fatta di contrasti anche forti, con inquadrature mai banali, ma anzi, azzardate e icastiche. Abbiamo sfruttato tutti i mezzi che la produzione ci ha messo a disposizione: steady cam, droni, cherry picker, dolly, ma dosati ad arte, abbiamo scomodato i già citati maestri e in più Kubrick, Almodovar, Abrahams, Zucker and Zucker e gli abbiamo dato giù con tutta l’euforia e il cimento che la nostra opera prima ci scatenava”.

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- Cinema

Si torna al Cinema con Cineuropa News

CINEUROPA NEWS

NASCE TRUE COLORS VIRTUAL CINEMA
di Camillo De Marco
28/04/2020 - La piattaforma creata in collaborazione con MYmovies permetterà a festival e rassegne di continuare a programmare i titoli della società di vendite estere anche durante il periodo di lockdown.
Festival, rassegne, sale cinematografiche, cineclub, scuole, università e istituti di cultura in tutto il mondo potranno programmare dal 1 maggio i titoli del catalogo di True Colours. La società di distribuzione internazionale del cinema italiano fondata circa cinque anni fa da Lucky Red e Indigo Film ha infatti creato per i partner internazionali una screening room online, in risposta all’emergenza Covid-19.
“True Colours Virtual Cinema” sarà una vera e propria sala virtuale a disposizione di qualsiasi operatore del settore che voglia creare eventi di cinema online. Nel catalogo di True Colours ci sono alcuni tra i titoli più interessanti della passata stagione: Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone e Nevia di Nunzia De Stefano, premiato all’ultima Mostra di Venezia, Il ladro di giorni di Guido Lombardi, La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek, le commedie Il colpo del cane di Fulvio Risuleo, 10 giorni senza mamma di Alessandro Genovesi, Bentornato Presidente di Giancarlo Fontana, Ma cosa ci dice il cervello di Riccardo Milani o film di genere come l’horror In the Trap di Alessio Liguori o l’action thriller Ride di Jacopo Rondinelli. Tra quelli meno recenti, Sembra mio figlio di Costanza Quatriglio, Euforia di Valeria Golino, Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, Fortunata di Sergio Castellitto.
“Siamo stati tutti colpiti dall’improvvisa e globale diffusione della pandemia – sottolinea Gaetano Maiorino, Managing Director della True Colours – ma questa situazione drammatica ci ha costretto anche a pensare a una nuova modalità di circolazione per i nostri film. True Colours Virtual Cinema non è un canale VOD ma un servizio a disposizione dei nostri partner locali, per noi importantissimi sui vari territori, per continuare a portare nel mondo le storie che ci sono state affidate dai produttori con cui collaboriamo. Con questa iniziativa il pubblico appassionato di cinema italiano, avrà modo di continuare a ridere con le nostre commedie, emozionarsi con i nostri film d’autore, intrattenersi in piena sicurezza grazie ad una modalità di proiezione alternativa, in attesa di poter tornare tutti insieme in sala, che per noi è comunque il naturale canale di fruizione del prodotto cinematografico”. Il servizio è stato messo a punto con la partnership tecnica di MYmovies. Per verificare la disponibilità dei titoli desiderati nei vari territori, gli operatori che vorranno usufruire del servizio potranno contattare il Festival Manager di True Colours, Fabio Tucci attraverso il sito della società.

PREMIO LUX 2020
Il premio LUX aiuta il pubblico ad affrontare l'isolamento
di Cineuropa
21/04/2020 - Una nuova iniziativa promossa dal premio del Parlamento europeo mappa la disponibilità in VoD dei film finalisti di ciascuna edizione del Premio LUX
Il Premio LUX del Parlamento europeo si aggiunge alla lista dei principali attori che avviano iniziative speciali al fine di rendere questi tempi difficili un po' più sopportabili a chi è costretto a rimanere a casa. Per affrontare questo periodo di lockdown in tutta Europa, il premio sta mappando la disponibilità dei film di tutte le sue edizioni, dal 2007 allo scorso anno, su tutte le piattaforme VoD nell'Unione europea e nel Regno Unito. Questa iniziativa integra le campagne #Europeansagainstcovid19 messe in atto dal Parlamento europeo.
L'iniziativa parte con i tre titoli finalisti di ogni anno, inclusi i vincitori di ogni edizione del premio. I film sono: Dio è donna e si chiama Petrunya [+] di Teona Strugar Mitevska, Cold Case Hammarskjöld [+] di Mads Brügger e El reino [+] di Rodrigo Sorogoyen dall’edizione 2019; La donna elettrica [+] di Benedikt Erlingsson, Styx [+] di Wolfgang Fischer e The Other Side of Everything [+] di Mila Turajlic dal 2018; Sámi Blood [+] di Amanda Kernell, 120 battiti al minuto [+] di Robin Campillo e Western [+] di Valeska Grisebach dal 2017; Toni Erdmann [+] di Maren Ade, A peine j'ouvre les yeux [+] di Leyla Bouzid e La mia vita da zucchina [+] di Claude Barras dal 2016; Mustang [+] di Denis Gamze Ergüven, Mediterranea [+] di Jonas Carpignano e The Lesson [+] di Kristina Grozeva e Petar Valchanov dal 2015; Ida [+] di Pawel Pawlikowski, Bande de filles [+] di Céline Sciamma e Class Enemy [+] di Rok Bicek dal 2014; Alabama Monroe - Una storia d’amore [+] di Felix van Groeningen, Miele [+] di Valeria Golino e The Selfish Giant [+] di Clio Barnard dal 2013; Io sono Li [+] di Andrea Segre, Just the Wind [+] di Benedek Fliegauf e Tabu [+] di Miguel Gomes dal 2012; Le nevi del Kilimanjaro [+] di Robert Guédiguian, Attenberg [+] di Athina Rachel Tsangari e Play [+] di Ruben Östlund dal 2011; When We Leave [+] di Feo Aladag e Illegal [+] di Olivier Masset-Depasse dal 2010; Welcome [+] di Philippe Lioret, Eastern Plays [+] di Kamen Kalev e Storm [+] di Hans-Christian Schmid dal 2009; Il matrimonio di Lorna [+] di Jean-Pierre e Luc Dardenne e Citizen Havel [+] di Miroslav Janek e Pavel Koutecký dal 2008; e infine, Ai confini del paradiso [+] di Fatih Akin, 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni [+] di Cristian Mungiu e Belle toujours [+] di Manoel de Oliveira del 2007.
I film sono elencati sul sito LUX Prize Films on Demand, che verrà continuamente aggiornato con i titoli offerti. Successivamente, verrà aggiunta anche la lista completa dei titoli in Selezione ufficiale (fino a dieci per ogni anno).
Il Premio LUX fornirà inoltre questo contenuto agli Uffici di collegamento del Parlamento europeo (EPLO) di ciascun paese in modo che possano spostare il focus dai loro eventi in sala a iniziative online, sfruttando così i film LUX che sono già disponibili nei loro territori.


FESTIVAL / PREMI Europa / Stati Uniti
I festival cinematografici europei e internazionali lanceranno un evento online globale We Are One
di Davide Abbatescianni
27/04/2020 - Il festival, che prenderà il via il 29 maggio, è organizzato da Cannes, Venezia, Berlino, San Sebastián, Karlovy Vary, Londra, Locarno, Sarajevo e Annecy, tra gli altri partner
Over the last few months, the unprecedented pandemic has thrown the film industry and the international festival circuit into chaos. Today, as a response to the ongoing crisis, US outfit Tribeca Enterprises and YouTube have announced the creation of a unique international online festival, called We Are One: A Global Film Festival and set to kick off on 29 May. The initiative, first reported by the trade publication Screen International, will be made possible thanks to the close co-operation between a number of prestigious festival partners, including Cannes, Venice, the Berlinale, Toronto, New York, San Sebastián, Karlovy Vary, London, Locarno, Guadalajara, Macao, Jerusalem, Mumbai, Marrakesh, Sarajevo, Sydney, Tokyo, Annecy and, obviously, Tribeca.
The full line-up will be announced in due course, but it has been confirmed that it will include a wide selection of features, shorts, music, comedy and conversations. The entire programme will be streamed free of charge, and the audience’s voluntary donations will be aimed at supporting the World Health Organisation’s COVID-19 Solidarity Response Fund as well as the local relief partners’ efforts in fighting the outbreak.
Speaking about this new venture, Cannes president Pierre Lescure and Artistic Director and General Delegate Thierry Frémaux said: “We are proud to be joining with our partner festivals to spotlight truly extraordinary films and talent, allowing audiences to experience both the nuances of storytelling from around the world and the artistic personalities of each festival.” Meanwhile, Tribeca Enterprises and Tribeca Film Festival co-founder and CEO Jane Rosenthal added: “All of the world needs healing right now. We Are One: A Global Film Festival unites curators, artists and storytellers to entertain and provide relief to audiences worldwide. In working with our extraordinary festival partners and YouTube, we hope that everyone gets a taste of what makes each festival so unique, and appreciates the art and power of film.” Watch this space.

FESTIVAL / PREMI Europa
Mio fratello rincorre i dinosauri vince l'EFA Young Audience Award 2020
di Cineuropa
27/04/2020 - 2000 giovani giurati da 32 Paesi hanno decretato vincitore il film di Stefano Cipani online a causa dell'emergenza per la pandemia Coronavirus.
Ragazzi tra i 22 e i 14 anni hanno scelto Mio fratello rincorre i dinosauri [+] del regista italiano Stefano Cipani come il vincitore dell'EFA Young Audience Award 2020.
A causa dell'emergenza per la pandemia Coronavirus, le proiezioni originariamente previste in sala hanno dovuto essere cancellate (leggi la news). La giuria ha visto i tre film (leggi la news) sulla piattaforma Festival Scope, e ha avuto la possibilità di discuterne in vari video gruppi per poi esprimere il proprio voto online. Moderata anche quest'anno dall'ex giurata dell'EFA YAA, Ivana Noa, la Cerimonia di premiazione della durata di 30 minuti è stata trasmessa live su yaa.europeanfilmawards.eu, dove resterà a disposizione per coloro che l'avessero persa. Visibilmente emozionato il regista Stefano Cipani ha ringraziato tutti color che l'anno sostenuto e i produttori esclamando "Non so davvero che dire, sono felicissimo!" L'EFA YAA continua a includere varie piattaforme per il grande pubblico per poter guardare i film: EFA Productions, la casa di produzione interna dell'EFA, porterà i film dell'EFA Young Audience Award in tutta Europa su piattaforme Video-on-Demand (T-VoD), come iTunes, Google Play, Microsoft e Pantaflix, sulla piattaforma regionale balcanica Cinesquare, oltre che su piattaforme locali come Filmin! EFA Productions ha collaborato per questa iniziativa con Under The Milky Way e ha avuto il supporto di Europa Creativa Sotto-Programma Media dell'Unione Europea, così da poter per rendere disponibili i film nominati ai giovani spettatori lungo tutto l'anno. Coloro che non hanno potuto partecipare direttamente all'evento avranno ora la possibilità di vedere comunque i film nominati online.
MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI
Winner 2020
Italy, Spain 2020
102 min.
Jack has a brother, Gio, who has Down syndrome. As a child, Jack believed the tender lie his parents told him, that Gio was a special being with superpowers. Now that he is about to go to high school, however, Jack no longer believes that his brother is a superhero, in fact, he is almost ashamed of him, especially since he met Arianna, the first love of his life. Jack cannot allow himself to make any gaffes of bad impressions with the girl of his dreams and looking after his little brother and his unpredictable behavior soon becomes a burden, to the point that Jack pretends not to have any brother and hides the existence of Gio from the eyes of his new classmates and, above all, of Arianna. But you cannot be loved by someone as you are, if you cannot love someone despite his faults and this is a life-lesson that Jack will have to learn: it will be his brother Gio to teach him that, with his straight ways, his unique point of view and his simple but surprisingly wise words.
• Director: Stefano Cipani
• Producer: Isabella Cocuzza, Arturo Paglia, Antonia Nava
• Screenwriter: Fabio Bonifacci, Giacomo Mazzariol
• Director of photography: Sergi Bartrolì
• Main Cast: Alessandro Gassmann, Isabella Ragonese, Rossy De Palma, Francesco Gheghi, Lorenzo Sisto
• Editor (Cut): Massimo Quaglia
• Production Design: Ivana Gargiulo
• Costume Design: Gemma Mascagni


EVENTI / PROMOZIONE
Cineuropa collabora con eyelet per offrirti il meglio del cinema indipendente
di Eyelet
27/04/2020 - Una nuova rubrica bisettimanale, Watch on Cineuropa, offrirà una serie di film stimolanti curati da noi in collaborazione con il team di eyelet.
Cineuropa has partnered with eyelet, a game-changing streaming technology, to give you the chance to stream some of the best in independent cinema directly through our site - on our editorials and in our forthcoming VOD area.
Designed to give cinephiles around the world access to a vast and ever-growing catalogue of terrific independent films, eyelet has developed & deployed the world’s only film license linking system (read news), which allows online film publications to turn into their own VOD.
Websites like Cineuropa can embed films on their pages and make them available for rent and sales to their readers, resulting in significant revenue opportunities while still respecting the film licensing landscape.
For cinephiles around the world, this translates into a unique chance to stream their favourite films directly through their favourite film websites.
Thanks to eyelet, readers of Cineuropa will now be able to watch a selection of films we’ve written about over the years, including rare gems that may be difficult – if not outright impossible – to watch outside the film festival circuit.
A new VOD section will soon be created, where we’ll be listing all eyelet films currently available for streaming on our pages. On top of that, a new biweekly column, Watch on Cineuropa, will offer thought-provoking film lists curated by us in conjunction with the eyelet team.
Want to find out more about eyelet and the international community of cinephiles they’re creating? Sign up here today, browse through their catalogue, and take a peek at the eyelet “User-hub,” where you’ll be able to see what’s on offer, and discover new films, outstanding publications, film lists and special interest channels.
Watch this space, and remember: the first two films you’ll watch with an eyelet account will be free of charge.

VISIONS DU RÉEL 2020
Recensione: Punta sacra
di Vittoria Scarpa
27/04/2020 - Il documentario di Francesca Mazzoleni sulla comunità che abita all’Idroscalo di Ostia è un buon pezzo di cinema del reale che combina autenticità e visione estetica

“Se Ostia la vedi con gli occhi dell’appartenenza, la vedi bella”. Nessuno se ne vuole andare dall’Idroscalo di Ostia, frazione litoranea di Roma. Striscia di terra dove il fiume Tevere incontra il mare, l’Idroscalo è dove fu ritrovato morto Pierpaolo Pasolini e dove da sessant’anni sorge un intero quartiere abusivo, con case di fortuna e strade non asfaltate. Nel 2010, alcune di queste abitazioni sono state sgomberate e demolite, ma attualmente, all’Idroscalo di Ostia, continuano ad abitare circa 500 famiglie. E nonostante le precarie condizioni di vita e l’assenza totale di servizi, nessuno sembra aver intenzione di abbandonare questo strano posto, stretto tra il fiume e il mare: “il paradiso” per alcuni, il luogo delle proprie radici per tutti.
È quanto emerge forte dal documentario Punta Sacra [+], opera seconda di Francesca Mazzoleni (Succede [+]), che debutta al Festival Visions du Réel di quest’anno, edizione online, nel Concorso lungometraggi internazionali. La regista 31enne, formatasi alla New York Film Academy e al Centro Sperimentale di Cinematografia, punta il suo obiettivo in particolare sulle donne di questa comunità alla foce del Tevere, un gruppo di vere e proprie guerriere capeggiate dalla carismatica Franca, nonna 58enne che ammira Pasolini e Che Guevara; su bambini e adolescenti, che rappresentano “il futuro dell’Idroscalo”; e su un promettente rapper di origine cilena, Chiky Realeza, che dà voce a questa gente che resiste con orgoglio e dignità.
Mazzoleni entra nelle case e nella quotidianità di queste persone, e sembra sparire. Conversazioni tra amici, alterchi tra madre e figlia, discussioni sul comunismo e i suoi valori, confidenze tra amiche: tutto avviene davanti alla macchina da presa con naturalezza e libertà. Il senso di comunità è forte, tagliarsi i capelli o farsi un tatuaggio diventa un evento collettivo, da vivere tutti insieme. E poi ci sono le feste – Natale, Carnevale e commemorazioni varie – i preparativi, le prove di canto e di ballo, le maschere, le scenografie, tutte attività che Franca e i suoi vicini organizzano con impegno ed entusiasmo. Il senso di desolazione che può prendere guardando le immagini di questo lembo di terra ripreso dal drone, con le sue strade allagate e le case improvvisate, cala non appena la vitalità degli individui che ci abitano riconquista la scena.
Infine, il mare. Una presenza forte, minacciosa (“hanno fatto uscire la gente dalle loro case dicendo che stava arrivando un’onda altissima dalla Sardegna. Quest’onda non si è mai vista”), è un mare d’inverno, agitato e fragoroso, che la regista sa come filmare e rendere cinematografico. La ricchezza delle inquadrature, in particolare quelle esterne che danno respiro al tutto, insieme alle belle musiche originali di Lorenzo Tomio e alle composizioni dell’inconfondibile Theo Teardo, fanno di Punta Sacra un’opera anche bella da vedere e da ascoltare, un buon pezzo di cinema del reale che combina autenticità e visione estetica, a cui si augura di approdare presto nel suo contesto più naturale e appropriato: il grande schermo.
Prodotto da Alessandro Greco per Morel Film, in collaborazione con Patroclo Film, Punta Sacra è venduto da True Colours.

WATCH ON CINEUROPA: DONNE DIETRO LA CINEPRESA
di eyelet
30/04/2020 - Per la prima puntata della nostra serie Watch on Cineuropa, ecco una selezione di alcuni film eccezionali diretti da donne che ti aiuteranno ad addolcire la tua quarantena. Notwithstanding the changes ushered in by the #MeToo movement, the number of women directors working today remains appallingly low. While the film industry struggles to address issues of representation in front and behind the camera, we’re proud to present a few gems from established and emerging women cineastes for you to watch and enjoy on our pages.
These titles are brought to you in partnership with eyelet (read news), a streaming platform designed to give cinephiles around the world access to the very best in independent cinema. In conjunction with eyelet, we are now able to showcase films we’ve been reviewing over the years - titles you can stream and read about on Cineuropa.
For the first instalment in our Watch on Cineuropa series, here’s a selection of some outstanding films that will help you sweeten your quarantine. Enjoy, and stay tuned for the new movies coming your way soon.

'Eden'
Co-written with her brother and former DJ Sven, Mia Hansen-Løve’s stupefying and electric Eden unspools as a kind of ethnography of 1990s French club life, chronicling a few years in the life of a Parisian DJ on his quest to fame. And yet, for all its intoxicating cocktail of drugs and timeless tunes (courtesy of Daft Punk, who also grace the screen as the hero’s pals), this remains a profoundly melancholic tale. Hardly a rags-to-riches, and more a moving, shattering take on the interplay between reality and fantasy on one’s road to maturity.

'Chocolat'
Drawing on her own childhood memories of life in colonial Cameroon, Claire Denis’s engrossing first feature tells the story of a friendship between a white girl, France, and a native Cameroonian, Protee, whom her parents hired as household help. Returned to Cameroon to exhume her past, twenty-something France chaperones us into a gorgeous, sensual and deeply lyrical memoir.

'Too Late to Die Young'
If the name of Chilean prodigy Dominga Sotomayor has escaped your radars, jot it down at once. Having nabbed the top award at the 2012 International Film Festival Rotterdam with her debut feature Thursday Till Sunday, she went on to win a Best Director award in Locarno for her 2018 Too Late to Die Young. A heartrending coming of age set in a rural commune nearby Santiago in 1990s Chile, this is as much an elegy to teenage angst and freedom as it is a portrait of a country venturing into adulthood, captured in the midst of its post-Pinochet transition.

'Godless'
Bulgarian Ralitza Petrova’s assured debut feature Godless delves into the world of her home country’s less fortunate, following a nurse who traffics the ID cards of her patients in exchange for quick cash. A raw, unflinching portrait of life in the New East, drenched in that gritty aesthetic now synonymous with post-soviet social realism, Godless is tour de force permeated with despair, but there’s plenty in it to suggest a promising future for Bulgarian cinema: in 2016, Godless earned Petrova the Golden Leopard at the 69th Locarno Film Festival.

'Anishoara'
Moldovan Ana-Felicia Scutelnicu sets a coming-of-age tale in an unnamed, ancient-looking village from her homeland, a world seemingly devoid of adults and populated almost exclusively by children and elderly. In it, 15-year-old Anishoara struggles to make ends meet while grappling with the pangs of first love. A film that feels and looks like a time capsule, Anishoara doubles as a tribute to a dying way of life, and a lyrical testament to the mysteries of adolescence.

NASCE MAPS TO THE STARS, la app dei festival italiani
di Vittoria Scarpa
29/04/2020 - Lanciata da AFIC - Associazione Festival Italiani di Cinema, consente di muoversi tra oltre 75 eventi sparsi su tutta la penisola, con schede, aggiornamenti e un calendario interattivo.
Un’applicazione gratuita per scoprire e orientarsi tra tutti i festival cinematografici presenti sul territorio italiano. Si chiama Map to the Stars e a lanciarla è AFIC - Associazione Festival Italiani di Cinema, che riunisce più di 75 eventi sparsi su tutta la penisola. Una naturale prosecuzione dello sforzo di promozione e divulgazione dei festival che l’Associazione porta avanti sin dalla sua nascita nel 2003, e ancora più importante nell’attuale contesto di incertezza generale causato dall’emergenza sanitaria, che finora ha costretto 16 festival AFIC a rimandare o sospendere le proprie edizioni.
Disponibile su Google Play (qui) e Apple Store (qui), la nuova app AFIC consente una rapida consultazione di schede dettagliate per ogni evento (concorsi, premi, contatti e tante altre informazioni) e un calendario interattivo in grado di mostrare subito il prossimo festival e quello più vicino sul territorio. Inoltre, consente di essere aggiornati sulle novità di settore e presto sarà dotata di una funzione che consentirà al pubblico di valutare il festival al quale sta partecipando.
Indicata come uno strumento indispensabile nell’ottica di una sempre maggiore interconnessione tra le manifestazioni cinematografiche che si adeguano alle nuove tecnologie, Map to the Stars è realizzata con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo - Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.




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- Cinema

Giovanni Pompili - best producer on the move

CINEUROPA NEWS: PRODUCERS ON THE MOVE 2020
Giovanni Pompili • Produttore, Kino Produzioni

"In futuro conterà chi riesce ad aggiungere alla visione un valore di esperienza emotiva"
articolo di Camillo De Marco.

12/05/2020 - Selezionato tra i Producers on the Move 2020 dell'EFP, l'italiano Giovanni Pompili, di Kino Produzioni, ci parla delle sfide che sta affrontando in questo momento di crisi.

Giovanni Pompili ha assunto la direzione di Kino Produzioni nel 2012, cambiando il core business dell'azienda dalla produzione di servizi TV al cinema. Ha lavorato con talenti emergenti come Carlo Sironi, Laura Luchetti, Ali Asgari e Farnoosh Samadi. Ora sta coproducendo nuovi film di Carla Simòn, Aga Woszczynska e Cristina Picchi. Come produttore di maggioranza, Giovanni sta attualmente raccogliendo finanziamenti per La Bella Estate di Laura Luchetti e Delta di Michele Vannucci. Selezionato alora tra i Producers on the Move 2020 dell'EFP, ci parla delle sfide che sta affrontando in questo momento di crisi Cineuropa: La pandemia si sta rivelando una vera sfida per l’intera industria del cinema.

Come stai vivendo la crisi?
Giovanni Pompili: Prima del lockdown eravamo in preparazione come coproduttori minoritari di due film che avremmo dovuto girare tra aprile e luglio: Dry Land, opera prima di Aga Woszczynska coprodotto con Lava Films (Polonia) e Alcarràs di Carla Simòn coprodotto con Avalon e Vilaut (Spagna). Oggi, non sapendo quando e come potremmo tornare a girare, stiamo concentrando le energie sullo sviluppo di nuove storie e nuovi formati. La crisi è la scelta che, volenti o nolenti, si è chiamati a fare. Si acquisiscono nuove competenze e si mette in discussione quello che è già noto. L’inventiva si risveglia, è il periodo delle scoperte e delle grandi strategie. Sicuramente questa crisi ci ha fatto riscoprire il significato di essere resilienti, la capacità di affrontare le avversità e superarle. Speriamo di uscirne rafforzati. Tuttavia, in questa fase di grande incertezza, spero che i sostegni finanziari, per i lavoratori dello spettacolo e per l'esercizio, arrivino quanto prima.

L'edizione di quest'anno di Producers on the Move sarà completamente digitale, senza alcun contatto personale e bicchieri di rosé. Cosa ti aspetti da questi incontri virtuali? Pensi che rappresenti comunque una chance per te?
È la declinazione del BYO: farò gli incontri su Zoom con il mio rosé accanto, anzi meglio uno chardonnay. Scherzi a parte, credo che EFP abbia colto questa sfida e nella situazione di emergenza abbia visto l'opportunità per disegnare una nuova forma di networking. Sicuramente non ci sarà la dimensione di empatia e contatto umano ma di contro saremo molto più attenti e concentrati sui progetti che ognuno di noi presenterà negli incontri. La grande sfida per me sarà conciliarli con le lezioni online dei miei figli! (ride, n.d.r.)

Che idee e progetti proponi?
Ho due progetti che sono nella fase di financing: La Bella Estate, il nuovo film di Laura Luchetti tratto da un racconto di Cesare Pavese, e Delta, un western contemporaneo, opera seconda di Michele Vannucci. Due film molto diversi tra loro ma che sono parte di un percorso che ho iniziato con gli autori. Di idee poi ce ne sono molte altre che vanno oltre le storie e guardano al settore a 360°.

Qual è stato in questi anni il problema più difficile da risolvere come produttore?
Il problema principale è stato essere accreditato dal sistema. Ho iniziato come assistente operatore per la produzione di documentari tv e poi ho girare cose mie come filmmaker. Con Kino abbiamo dimostrato, con il valore ed i risultati dei progetti che abbiamo prodotto, che siamo in grado di realizzare un buon cinema. Ma essere riconosciuti per il proprio valore non è scontato e a volte è più facile fuori del proprio Paese. Sicuramente poi le notti insonni sono state create dai problemi di cash flow...

Hai all'attivo documentari impegnativi, film che affrontano temi etici molto forti come Sole, di Carlo Sironi. Partecipi agli aspetti creativi e artistici dei tuoi film?
Sempre. Mi piace pensare che il lavoro del produttore debba svolgersi in una dimensione maieutica con gli autori, un rapporto dialogico che aiuti a costruire il miglior progetto possibile. Sono sempre partito dalle motivazioni, del regista e mie. Produrre un film può essere un percorso lungo e faticoso e l'obiettivo ed i compagni di viaggio devono essere scelti con cura: è una traversata a remi dell'Oceano Atlantico, non puoi renderti conto a metà tragitto di esserti sbagliato. Produrre per me ha un'accezione politica, nel senso puro del termine. Bisogna cercare storie che possano istillare dubbi, cambiare punti di vista, svelare quello che è davanti ai nostri occhi ma spesso non riusciamo a vedere.

Come ti vedi tra 10 anni e come vorresti che si evolvessero il cinema e l’audiovisivo in futuro?
Fra 10 anni mi vedo con i figli maggiorenni e qualche chilo in più! In realtà non importa quello che vorrei, io sono romantico, vorrei continuare ad andare al cinema e viverlo come un’esperienza sempre nuova. Ma la tecnologia si evolve e con questa anche le forme narrative e le capacità di racconto. Non ha senso cercare di mantenere il mondo così come lo abbiamo conosciuto, impauriti di quello che potrà essere. Dobbiamo invece capire come i cambiamenti sociali e tecnologici stanno cambiando le possibilità di fruizione e sfruttarle senza cercare di opporci. In questo momento abbiamo molteplici possibilità di accesso ai contenuti, tanta offerta e una fruizione bulimica. Sono pochi però in percentuale i prodotti che rimangono nell’immaginario collettivo. Nel futuro conterà chi riuscirà ad aggiungere alla visione un valore di esperienza emotiva.


DAVID DI DONATELLO 2020
David di Donatello, miglior film e regia per "Il traditore"
articolo di Vittoria Scarpa.
09/05/2020 - Il film di Marco Bellocchio vince sei premi. Cinque David per Pinocchio e tre per Il primo re, per un’edizione insolita con candidati e vincitori in collegamento da casa.

La prima (e si spera ultima) edizione dei David di Donatello dell’era Covid-19 e del distanziamento sociale ha visto il trionfo di Il traditore [+] di Marco Bellocchio, al quale i giurati dell’Accademia del cinema italiano hanno assegnato sei premi, e di gran peso: miglior film, regia, attore protagonista (Pierfrancesco Favino) e non protagonista (Luigi Lo Cascio), sceneggiatura originale e montaggio. Condotta da Carlo Conti da solo in studio, in diretta su Rai1 con i candidati in collegamento da casa, la cerimonia si è svolta solo con qualche piccolo difetto di connessione, ma in modo tutto sommato fluido e veloce, in alcuni casi con la simpatica irruzione sullo schermo di figli e mogli dei vincitori durante i discorsi di ringraziamento.

Il secondo film più premiato di questa anomala 65ma edizione dei David è Pinocchio [+] di Matteo Garrone, al quale vanno cinque riconoscimenti tecnici: miglior scenografia, effetti visivi, trucco, costumi e acconciatura. L’altro film che figurava tra i favoriti, Il primo re di Matteo Rovere, si aggiudica la fotografia (Daniele Ciprì), la produzione e il suono. Per quanto riguarda le attrici, vince come miglior protagonista Jasmine Trinca per La dea fortuna e come non protagonista Valeria Golino per 5 è il numero perfetto. Martin Eden di Pietro Marcello riceve un David per la sceneggiatura non originale. Il miglior regista esordiente è Phaim Bhuiyan per Bangla, il David del miglior documentario va a Selfie di Agostino Ferrente. Il primo Natale di Ficarra e Picone è il film più amato dagli spettatori.

Tra un premio e l’altro, il messaggio di incoraggiamento e solidarietà del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a tutti i lavoratori dello spettacolo (“il cinema è l’arte del sogno e per ricostruire il nostro paese dopo questa drammatica epidemia bisognerà tornare a sognare”), l’intervento del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che ha garantito il suo impegno a non lasciare nessuno indietro in questo momento di difficoltà ("lunedì incontrerò il mondo del cinema e insieme stabiliremo come e quando riaprire le sale e i set”) e il saluto della presidente dell'Accademia del cinema italiano Piera Detassis, che ha ricordato il progetto Moviement Village (leggi la news) per riportare gli spettatori a vedere film sul grande schermo, all’aperto e in sicurezza. In contemporanea con la cerimonia dei David, l’Anec ha organizzato un flash mob, con l'hashtag #riaccendilcinema: le sale cinematografiche italiane hanno riacceso, per una sera, le insegne e gli schermi, per dire che ci sono e attendono il momento giusto per riaprire.

La lista completa dei vincitori dei David di Donatello 2020:

Miglior film
Il traditore [+] - Marco Bellocchio (Italia/Francia/Germania/Brasile)
Miglior regia
Marco Bellocchio - Il traditore
Miglior regista esordiente
Phaim Bhuiyan - Bangla [+]
Miglior sceneggiatura originale
Marco Bellocchio, Ludovica Rampoldi, Valia Santella, Francesco Piccolo - Il traditore
Miglior sceneggiatura non originale
Maurizio Braucci, Pietro Marcello - Martin Eden [+] (Italia/Francia/Germania)
Miglior produttore
Grøenlandia, Rai Cinema, Gapbusters, Roman Citizen con Rai Cinema - Il primo re [+] (Italia/Belgio)
Miglior attrice protagonista
Jasmine Trinca - La dea fortuna [+]
Miglior attore protagonista
Pierfrancesco Favino - Il traditore
Miglior attrice non protagonista
Valeria Golino - 5 è il numero perfetto [+] (Italia/Belgio/Francia)
Miglior attore non protagonista
Luigi Lo Cascio - Il traditore
Miglior fotografia
Daniele Ciprì - Il primo re
Miglior musica
L’Orchestra di Piazza Vittorio - Il flauto magico di Piazza Vittorio [+] (Italia/Francia)
Miglior canzone originale
“Che Vita Meravigliosa” parole e musica di Antonio Diodato, interpretata da Diodato - La dea fortuna
Miglior scenografia
Dimitri Capuani - Pinocchio [+] (Italia/Francia)
Miglior costumista
Massimo Cantini Parrini - Pinocchio
Miglior truccatore
Dalia Colli, Mark Coulier (trucco prostetico) - Pinocchio
Miglior acconciatore
Francesco Pegoretti - Pinocchio
Miglior montatore
Francesca Calvelli - Il traditore
Miglior suono
Angelo Bonanni, Davide D’Onofrio, Mirko Perri, Mauro Eusepi, Michele Mazzucco - Il primo re
Migliori effetti visivi
Theo Demeris, Rodolfo Migliari - Pinocchio
Miglior documentario
Selfie [+] - Agostino Ferrente (Francia/Italia)
David giovani
Mio fratello rincorre i dinosauri [+] - Stefano Cipani (Italia/Spagna)
David dello spettatore
Il primo Natale [+] - Salvo Ficarra e Valentino Picone
David speciale
Franca Valeri
Miglior cortometraggio
Inverno - Giulio Mastromauro
Miglior film straniero
Parasite - Bong Joon-ho (Corea del Sud)

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- Società

Bla, bla, bla … ’tarocchi e taroccati’

BLA, BLA, BLA … TAROCCHI E TAROCCATI

Pensare che l’Europa potesse fare della beneficienza è stato da ingenui o da poveri ‘tarocchi’ (?), anche perché chi lo ha pensato forse si era distratto un momentino alzandosi dal tavolo dove stava giocando a Monopoli, dove ogni giocatore sì può far credito all’altro (in famiglia, fra amici) e comunque che in cambio di qualcosa si deve cedere qualcos’altro, sempre di possederlo nelle mani, come ad esempio: ‘materie prime’, ‘titoli riconosciuti’, ‘tecnologie all’avanguardia’ ecc. Fatto è che nel ‘dout e des’ ci si rimette sempre o quasi.
Comodo minimamente anche pensare che l’Europa potesse farci dei regali senza chiedersi perché? Se anche noi contribuiamo alla ‘gestione’ di quella che sembra piuttosto una ‘cassa comune’, mi sembra scontato poi chiedere il laggio. Soprattutto se non si è stati chiari fin dall’inizio, ponendo sì delle regole ma anche dei paletti uguali per tutti. Pretendere una regalia solo perché noi non siamo in grado di farcela da soli, mi sembra inappropriato, e a quale titolo? O forse qualcuno ha pensato che sarebbe bastata l’apparenza: “perché noi siamo più belli?, perché siamo più intelliggenti?, o perché sappiamo più male che bene come spendere i miliardi che oggi chiediamo “..a fondo perduto”?

Stando a quanto dimostriamo di essere ogni giorno, il quadro della nostra politica interna e internazionale, è piuttosto quella di ‘taroccati’ mica male, capaci soltanto di blaterare diritti fittizi, senza preoccuparci di quelli che sono i doveri verso una società di diritto. Non basta dare credito all’apparenza, non è mai bastato sul lungo termine, non si può indossare felpe sponsorizzate (a costo zero, anzi pagate per la publicità fatta), e così mascherarsi da operaio e andare sui cantieri (scortati a distanza) dove non si è mai pensato di mettere piede. E solo perché scendono i consensi partitici, adeguarsi alla media su come ci si presenta e ci si comporta all’interno delle istituzioni e in Parlamento: cioè facendosi vedere in ‘giacca e cravatta’ quando anche uno sciocco denota che la veste è davvero inappropriata, e che ‘l’abito non fa il monaco’.
Così come non ci si veste con tacchi alti e lunghe mantelle che strusciano per terra solo per poi chiedere al sindaco della città di occuparsi della pulizia delle strade. Cosa che anche un sindaco non può far abbassare i marciapiedi perché la signora scendendo ci batte sopra con il culo. Come pure è facile chiedere (leggi pretendere) di dare uno stipendio a tutti, anche a chi non ha mai contribuito alla spesa pubblica sperando di farla franca per non aver pagato le tasse. Dovremmo ormai sapere che nella società tutto ha un costo, o almeno che nella vita tutto si paga. Da sempre si dice che ‘Cristo non paga fino al Venerdì, ma che il Sabato ha già pagato tutti’. Lo hanno capito pure gli abitanti del deserto che contribuire alla spesa pubblica è necessario allo stato come all’individuo: tant’è che hanno fatto propria la battuta ch’è ormai entrata nell’uso comune: “pagare vedere cammello!”.

Ma a noi ‘taroccati’ che credevamo in quest’ultima tornata di consultazioni, quando l’Europa sembra aver detto no, che siamo matti e che il Covit19 così come ce lo siamo prucurati ‘facendo i belli’ in giro per il mondo, allo stesso modo dobbiamo sbrigarcela da soli, accettando il laggio di quanti oggi ci offrono aiuti (?) ‘tarocchi’ per poi doverli restituire, in un modo o nell’altro, e in più con gli interessi. Questo ci tocca e questo dobbiamo prenderci se vogliamo, e lo vogliamo fermamente, far parte di quell’Europa che abbiamo contribuito a fondare. Di certo l’interesse a rimanere in Europa, almeno per noi sono è essenziale, se non vogliamo venir classificati come un certo ‘terzo mondo’.
È anche vero che abbiamo aperto la porta a tutti quelli che hanno bussato, ma allora mi chiedo perché non aprirla pure all’Egitto e alla Libia così tutti si sentirebbero a casa? Perché no a Israele e alla Palestina così da mettere fine a quella guerra fratricida che dura da secoli? E perché no includere la Turchia e l’Afganistan, la Siria e il Libano ecc. ecc. Visto che fin’ora abbiamo avallato solo per sporchi interessi di mercato la ‘fratellanza’ (ipocrita) di tutti i popoli? Non più né meno di quanto va divulgando Papa Francesco con la sua ‘Casa Comune’, dove tutti, ma davvero tutti, profughi, naufraghi, clandestini, derelitti, morti di fame ecc. ecc. possono trovare asilo in questo grande calderone che è l’Europa Planet, sperando almeno di farla finita una volta per tutte, e con tutti.
Dopo la peste, la spagnola, l’Andrea Doria, la diga del Vajont, i terremoti del Friuli, dell’Emilia, delle Marche, il crollo del ponte di Genova, le valanghe a iosa, i treni in fiamme, i ghiacciai che si sciolgono, le pioggie acide, l’inquinamento delle acque, del suolo, dell’aria e l’inquinamento acustico, che altro dobbiamo aspettare? Visto che il diluvio c’è già stato, non ci resta altro da fare se non che aspettare l’Apocalisse? Non vorrei che il padreterno mi prendesse in parola. Però questo virus? Certo il Covid/19 che nella tombola è il numero dell’ubriacone, sta facendo di tutta l’erba un fascio del tipo “ ‘ndo cojo cojo”, anche se, cinismo vuole, che con il numero dei morti e tutti sopra gli ‘anta’, l’INPS ben presto avrà pareggiato i conti con le pensioni.

Adesso il problema preoccupante viene dall’agricoltura …”Chi vuole andare a cogliere i tuberi?”, “Chi i cavoli?”, “Chi i pomodori?”, la stagione avanza e migliaia di tonnellate di frutta e verdura stanno aspettando mani volenterose, e i prezzi salgono sul mercato. Ma sembra non ce ne siano. Possibile che nessuno abbia pensato di utilizzare i galeotti ‘a chiamata’, come si sta facendo con i medici e gli infermieri ospedalieri? Magari con uno sconto di pena e qualche soldo in tasca (4 euro al giono mi sembrano pochi anche per loro), potrebbero uscire e rifarsi una vita? Potremmo così sgonfiare l’esubero delle carceri, e nelle celle libere metterci tutti quegli ‘altri’ (vedi politici, assessori, azzeccagarbugli ecc.).
Tutti quelli che giornalmente si arrampicano sugli scranni del Parlamento e gli schermi televisivi a voler ‘dire la loro’, e che farebbero meglio a stare zitti. A tal punto che in certi momenti non basta neppure la ‘mascherina’, (quella la mettiamo noi poveri taroccati), bensì ci vuole la ‘museruola’ perché si mordono (per finta) come cani rabbiosi. Falsi loro e falsi gli scopi a cui si aggrappano per ragioni di partito, anche se abbiamo assistito ad uno di loro, prendo a caso, uno che all’inizio sembrava un avvocatino da strapazzo, un bel giorno si è svegliato ‘conte’ facendo valere le sue credenziali.
A tal punto che da quanto non si capiva di che cosa parlava, dev’essersi messo a prendere lezioni di dizione, dando così lezioni a tutti gli altri ‘tarocchi’ al governo del paese, non solo d’italiano ma ed anche di giurisprudenza ed economia. Bene, bravo, 7+! Era ora, diciamo noi miseri taroccati. Giuseppi, continua così, e magari, anziché ritovarci con le pezze al culo, saremo in grado di sollevare la testa e finalmente guardare a testa alta questa Europa …

FIERI DI ESSERE ITALIANI.

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- Cinema

Al Cinema con Cineuropa News

"SE NON LO SO, POSSO INVENTARLO"

Con questa frase incredibilmente vera Catarina Vasconcelos, Regista di The Metamorphosis of Birds", offre l'opportunità di dare una dimensione a ciò che il Cinema rappresenta nella storia dell'Arte della fotografia, maestra di tutte le arti, e che oggi abbiamo a disposizione per il nostro piacere e la nostra 'meraviglia'. Perché il Cinema è la meraviglia che coglie e spesso sorprende tutti i nostri sensi e va oltre investendo anche quelli che sono i moti dell'anima, dal pensiero della mente, alle sensazioni più nascoste, dai sentimenti ai nostri sogni più volubili, fino a raggiungere quella sensibilità che spesso si rivela creativa.

Ma seguimo l'evoluzione di questa creatività dalle parole della stessa regista Catarina Vasconcelos intervistata per noi da Marta Balaga critica cinematografica per Cineuropa:

VILNIUS 2020
Catarina Vasconcelos • Regista di The Metamorphosis of Birds
"Se non lo so, posso inventarlo" di Marta Bałaga.

03/04/2020 - Cineuropa ha parlato con Catarina Vasconcelos di The Metamorphosis of Birds, il vincitore del Vilnius Film Festival, subito dopo la cerimonia di premiazione online
“I was happy that they managed to have a festival anyway, in such complicated and singular times,” Lisbon-born Catarina Vasconcelos told Cineuropa after her hybrid documentary The Metamorphosis of Birds [+] was named Best Film at the Vilnius Film Festival (see the news) for its portrayal of loss and family relations combined with gentle, poetic narration. “We need to keep on going!”

Cineuropa: When watching your film, you feel as if you could just close your eyes and listen to it instead. What was your thinking behind combining these stories with visual equivalents that are not always obvious?

Catarina Vasconcelos: It took me six years to make this film. I started with something personal, with my family, and then I got quite concerned – I didn’t want it to be just some family story that no one else could connect to. At the same time, I don’t come from a cinema background, so I had nothing to lose. I was able to try things out. I come from fine arts, and suddenly, I started to have all these visions, taking me back to paintings, for example. You know when you are completing a jigsaw puzzle and all of these elements start to come together? That’s how it happened here, in a very weird way.

You talk about people not understanding the concept of birds’ migration at first, but “what human beings can’t explain, they invent”. Is that something you also wanted to do with your family?

Definitely. My family was extremely generous when I started. I interviewed my uncles and aunts, but there were some things they wouldn’t tell me. At the beginning, it felt a bit harsh. “Why are they keeping these secrets?” And then I understood that’s how it works in families. There are some things you don’t say. But if I don’t know it, I can invent it. That’s what we do! Even when trying to find a cure for the coronavirus. I think there is a sense of that in the film: sometimes you have to invent things in order for them to exist.
You show a certain balance in the way nature reflects people’s lives. But nowadays, this balance is certainly off.

Thinking about death made me think about our relationship with nature. Because in nature, it’s something that just happens – death connects us all. Human beings, animals, plants. So is the experience of loss, as the elephants bury their own, too! Nature gave me hope, mostly because of its cycles. You have autumn, winter, but then comes the spring, and it feels like you are born again. One day, I was just staring at the leaves, thinking how similar they look to our skin, to what we are. I could relate to it so easily and make all these parallels – also between the funeral of the bird [shown in the film] and what we normally do when somebody passes away. I don’t know if you remember the first time you realised we are going to die. It can be quite shocking. Thinking about the bird makes these kids think about their father, but in that moment, they are surrounded by nature. That gives them some consolation, I think.

Despite all the seriousness, there are moments when you show your sense of humour. Like when a list of things women were “supposed” to do, like knitting, cooking or “taking care of the houses that belonged to men”, is interrupted by the noise of the hairdryer.
When I was doing the research about my grandmother, it ended up being research about women in the 1950s and 1960s in Portugal, during the dictatorship. Today, things are still quite unfair, but back then, it was just unbelievable. There was this idea that men ruled everything: their word was the word of God. But in my family, my grandmother was the one keeping everything together – my grandfather was always at sea! In the scene that you mention, the narrator also says, “Women get pregnant and they abort.” It was something that would happen all the time, but nobody would talk about it. Women just had to deal with it. I wanted to talk about it all even more.

You decided to share some very specific details, like your grandfather’s dying wish to burn all the letters addressed to your grandmother. Is it harder when you can’t hide behind some creative invention?

That’s a really good question. It was very hard to deal with his decision. From the moment I found out to the moment the letters were burnt, it took two years, but at the beginning, I was very angry. Then you go through all these stages of grief [laughs]. It was important to have it in the film as something beautiful, also because the actual burning wasn’t very special. But, as you know, if I can’t have it the way I want, I will invent it. I will make a memory I would like to keep. I showed the film to my family before all the festivals, and I was afraid of their reaction. But then one of my uncles told me something nice. He said: “Some things weren’t like this, but maybe they were.”


Vediamo ora cosa accade in casa nostra aspettando la Mostra del Cinema di Venezia, nell'articolo di Camillo De Marco per Cineuropa News:


VENEZIA 2020
Alberto Barbera, sulla 77. Mostra di Venezia: "Continuiamo a lavorare"
di Camillo De Marco.

07/04/2020 - Il festival è in standby per l'emergenza Covid19 ma non si ferma, pensa ad alcune iniziative virtuali e prevede diversi scenari. A maggio la decisone sulle date
La Mostra di Venezia va per la sua strada. Previsto dal 2 al 12 settembre, il festival è ancora in standby a causa dell'emergenza Covid19 ma lavora alla prossima edizione, con Cate Blanchett presidente di giuria (leggi la news), valutando anche la possibilità di usare le nuove tecnologie.

"Potrebbero esserci alcune iniziative virtuali, ma non certamente un intero festival virtuale, del resto una decisione in tal senso è prematura", riferisce a Cinecittà News l'ufficio stampa della Biennale. E lo stesso direttore artistico Alberto Barbera risponde all'agenzia giornalistica ANSA che gli chiede se intende seguire l'esempio del Toronto Film Festival (10-20 settembre), che prevede limitati eventi in sala e una più ampia rassegna solo digitale:

"Toronto è un'altra tipologia di festival non paragonabile a Cannes e Venezia e oggi poi non si può essere che generici sul futuro. Solo quando sapremo in tempi utili quello che si può fare e non fare prenderemo una decisione, ma una cosa è certa: qualsiasi cosa sia saremo pronti".

"Da parte nostra”, sottolinea Barbera, "continuiamo a lavorare esattamente come gli anni scorsi. Mancano ancora due mesi e davanti ci sono tre scenari possibili: quello più pessimistico con la pandemia ancora attiva che ci costringe a prendere un bell'anno sabbatico e mettere questa edizione 2020 tra parentesi. C'è poi lo scenario più ottimista, la pandemia si arresta e tutto torna come prima e, infine, quello intermedio che prevede dei vincoli che ora non possiamo prevedere e con i quali ci dovremo confrontare. Insomma sono variabili non da poco che richiederanno decisioni condivise, ma di fronte a dati certi. E questo prima di fine maggio".

Il direttore artistico di Venezia commenta quanto scritto su Le Monde qualche giorno fa, cioè che il ritardo di una rinuncia definitiva del Festival di Cannes da parte di Thierry Frémaux dipenda da una "partita a scacchi" tra lui e Barbera, per non rivelare, se non all'ultimo momento, i film acquisiti in selezione e non avvantaggiare l'antagonista: "Non è vero. Tutti gli anni cominciamo a vedere film da selezionare e sappiamo che molti sono stati proposti anche a Cannes. Il criterio per il quale il film approdi da noi o sulla Croisette sono altri, ci si divide i film secondo altre cose tra cui la loro disponibilità temporale e non".


(continua)

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- Cinema

Cineuropa News - Al Cinema x il Cinema

AL CINEMA X IL CINEMA - in collaborazione con CINEUROPA NEWS

Torniamo al Cinema! Il Cinema non può morire, ne valgono i nostri sogni, le nostre emozioni, le nostre ambizioni, il nostro sorridere, il nostro sopravvivere, il nostro futuro. Non è solo un modo di dire o di compiacersi per dire che il Cinema ci ha insegnato innumerevoli cose, dall'essere romantici e innamorati, a saper piangere nelle affezioni della vita, a saper conoscersi e difendersi dalle anomalie del quotidiano; ci ha fatto conoscere la vita strepitosa dell'arte e degli artisti, i luoghi conosciuti e quelli sconosciuti, il mondo reale e quello virtuale; ha scandagliato dentro di noi, nel nostro essere speciali.

Il Cinema ci ha insegnato e messo in guardia nell'uso della tecnologia, l'utilizzo della giustizia, della bontà e della pace, contro ogni infamità della sopraffazione e della guerra. Ci ha fatto ridere e sorridere di noi stessi con la comicità e il ridicolo di cui siamo capaci e/o incapaci a nostra volta di renderci uman; ha dato luogo e fatto crescere il mondo della tecnologia, ad alcune specializzazioni afferenti alla scenografia, alla technica delle luci e delle ombre, all'uso del 'sonoro' e della 'voce', alla creatività registica e del montaggio, dando luogo a posti di lavoro a attrezzisti, costumisti, truccatori, parrucchieri e quant'altro, che hanno contribuito a far grande la nostra miserabile miseria nei confronti della natura.

Va detto che la natuta umana non è solo imitazione ma creatività e l'Arte di fare Cinema lo ha dimostrato in pieno, pertanto studiare Cinema nelle sedi opportune richiede un impegno delle proprie capacità che supera dsi gran lunga la visione della vita che abbiamo imparato sui libri e secondo le nostre esperienze, per aprirsi verso il mondo, verso gli altri, in un abbraccio costante e duraturo nell'ammirazione 'meravigliata' e partecipe di ciò che ci gira attorno: il Creato, il dono stragrande della Vita, il siperamento della nostra dimensione corporea per risalire la scala che porta al 'paradiso' della conoscenza.
Per cui tornare e restituire al Cinema ciò che è andato perdendo in questi ultimi anni è da considerarsi riacquistare la padronza di noi stessi e di tutto quello che siamo stati capaci a nostra volta di creare, di espandere questo 'piccolo mondo in cui ci è dato da vivere'.

Tornare al Cinema X il Cinema, significa anche regalarsi momenti di svago da questa stupenda/orrenda vicissitudine di vivere.


INDUSTRIA / MERCATO Italia

Anica chiede di non escludere dai benefici i film penalizzati dal Covid-19
di Camillo De Marco
06/04/2020 - Distributori, produttori ed esercenti hanno chiesto al Mibact una deroga al decreto sull'accesso ai contributi pubblici nel caso in cui un film non possa uscire nelle sale per l'emergenza.

L’Anica, Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Multimediali, ha chiesto al ministero dei Beni culturali una deroga al Decreto Bonisoli, il cosiddetto "decreto esclusioni", per non penalizzare i film che non possono uscire in sala a causa della chiusura dovuta all'emergenza coronavirus. Per accedere ai benefici della Legge Franceschini - tax credit, contributi automatici e selettivi - è infatti necessario il requisito dell’uscita nella sale del film (leggi l'articolo). La richiesta da parte dell’industria si intende limitata al periodo di chiusura obbligatoria delle sale dovuta all’emergenza.

La lettera indirizzata al ministro Dario Franceschini contiene in particolare la richiesta di una deroga parziale all’art. 2 del DM MiBACT n. 303 del 14 luglio 2017 e successive modifiche, che regola l’accesso alle agevolazioni per le pellicole italiane. La richiesta è stata firmata da Luigi Lonigro, presidente della sezione distributori ANICA; Francesca Cima, presidente della sezione produttori ANICA, e Mario Lorini, presidente di ANEC Associazione nazionale esercenti cinema.

Per Francesco Rutelli, Presidente ANICA, la richiesta firmata dai rappresentanti dell'industria audiovisiva "è stato il frutto di un confronto responsabile ed equilibrato, particolarmente apprezzabile in un momento così difficile per il Paese e, in particolare, per la filiera cinematografica e audiovisiva gravemente colpita dalle necessarie restrizioni a tutela della salute pubblica".

Un virtual market per RaiCom: nuovi titoli disponibili per i buyers
di Camillo De Marco.
03/04/2020 - Il braccio commerciale della tv pubblica ha rafforzato la tecnologia della sua piattaforma per compensare la cancellazione di mercati e festival a causa del Covid-19
RaiCom, braccio commerciale del pubcaster italiano Rai, ha rafforzato la tecnologia della sua piattaforma virtuale già esistente per mantenere attive le vendite internazionali e compensare la cancellazione dei vari mercati e festival che dovevano tenersi nei prossimi mesi.

Prima che il mondo si fermasse per fronteggiare l'emergenza dell'epidemia di Covid-19, RaiCom ha lanciato le vendite internazionali del film Volevo nascondermi [+] di Giorgio Diritti, premiato alla Berlinale. Il film è già stato venduto in in diversi territori, in attesa della riapertura dei cinema: Cina, Svizzera, Austria, Ungheria, Taiwan, America Latina.

Le proiezioni virtuali dei listini sono disponibili per i buyers internazionali sul virtual market della RaiCom, la Videolibrary di vendite internazionali della RaiCom. La piattaforma digitale, già testata per gli "Screenings" annuali, viene aggiornato e rinnovato per presentare le nuove uscite online, poiché gli Screenings RaiCom (che si dovevano tenere dal 25 al 28 marzo a Torino) sono stati rinviati a causa dell'emergenza virus al 7-20 ottobre sempre a Torino. La piattaforma offre a tutti i potenziali clienti la possibilità di vedere in anteprima i nuovi film, programmi televisivi, documentari e arte - oltre alla possibilità di visionare l'intero catalogo di RaiCom. I buyers internazionali possono anche prenotare appuntamenti online con il team di vendita RaiCom delle varie aree tematiche.

Tra i nuovi titoli ci sarà il trailer in anteprima del tanto atteso Commissario Ricciardi televisivo in Crime – Investigation, (6x100') basato sui best-seller internazionali di Maurizio De Giovanni: il "dono" del detective di vedere i fantasmi di persone uccise e ascoltare i loro ultimi pensieri lo aiutano a risolvere i crimini nella splendida cornice di una Napoli Anni 30. L'Alligatore (8x50') è un noir sulle esperienze reali nel mondo del carcere: il protagonista, interpretato da Matteo Martari, è un ex detenuto ossessionato dalla giustizia che si sente più a suo agio nel mondo marginale dell'illegalità che non tra poliziotti e magistrati. La serie è basata sui romanzi best seller di Massimo Carlotto.

Serie tv su un detective poco convenzionale che ha conquistato un ottimo share è certamente Imma Tataranni - Sostituto procuratore (12x50'), una donna con un'intelligenza brillante e una personalità schietta, diretta e impulsiva, a volte troppo per il mondo dominato dagli uomini della procura di Matera. Il period drama Vita Promessa (stagioni 1-2) torna con una seconda stagione: dopo il grande successo della prima, la seconda racconta la storia della famiglia Rizzo in un diverso periodo storico: la Grande Depressione negli Stati Uniti. Tra "coming of age" e dramedy, La Compagnia del Cigno (24x50') è una nuova colorata serie in 2 stagioni: sette giovani musicisti di talento, iscritti al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, sono costretti a misurarsi con la vita, le regole e la disciplina.

Oltre le serie, ci sono on line anche i lungometraggi. Dopo il successo della distribuzione delle vendite di Volevo nascondermi il modello di business si sta espandendo alle piattaforme e sul panorama televisivo, in attesa che il mercato theatrical riprenda in tutto il mondo dopo l'arresto forzato. I film più richiesti per lo sfruttamento sui canali televisivi lineari sono Tutto il mio folle amore [+] del regista premio Oscar Gabriele Salvatores, Momenti di trascurabile felicità [+] di Daniele Luchetti e Un figlio di nome Erasmus di Alberto Ferrari, assieme al film TV Piaggio (100') che racconta l'affascinante storia di una delle icone più conosciute del design italiano: la Vespa.

Netflix e Italian Film Commissions lanciano un fondo per l’emergenza COVID-19
di Vittoria Scarpa.
03/04/2020 - L'obiettivo è di fornire supporto ai lavoratori dell’industria cinematografica e televisiva italiana colpiti dallo stop alle produzioni sul territorio per la crisi del coronavirus.
Un Fondo di Sostegno per la TV e il Cinema nell'emergenza COVID-19 con l'obiettivo di fornire supporto emergenziale a breve termine alle maestranze e alle troupe dell'industria audiovisiva italiana direttamente colpite dallo stop alle produzioni sul territorio per la crisi legata al coronavirus. Ad annunciarlo sono il gigante dell’intrattenimento in streaming Netflix e Italian Film Commissions, l’associazione che riunisce le 19 film commission presenti sul territorio italiano.

Il fondo, dotato di un milione di euro stanziato da Netflix, sarà gestito da Italian Film Commissions. “In questo momento che chiama tutti noi a sforzi speciali, le film commission italiane, con la loro dinamicità e presenza sul territorio, porteranno con Netflix il sostegno verso le figure professionali maggiormente colpite dal blocco delle attività”, dichiara Cristina Priarone, Presidente di IFC - Italian Film Commissions, aggiungendo che “dedicare questo fondo alle maestranze è un'azione importante, ci auguriamo che altri player di settore vogliano condividerla con noi”. “Le maestranze e le troupe sono sempre state di vitale importanza per il successo di Netflix”, è il commento di Felipe Tewes, direttore delle Serie originali per Europa e Africa del colosso americano, “e ora vogliamo fare la nostra parte e aiutare coloro che ne hanno maggiormente bisogno in un momento senza precedenti come quello che stiamo vivendo”.

L'istituzione del Fondo di Sostegno per la TV e il Cinema nell'emergenza COVID-19 in Italia rientra nella più ampia iniziativa globale che Netflix ha annunciato lo scorso 20 marzo, con la creazione di un fondo di 100 milioni di dollari per il supporto dei lavoratori dell'audiovisivo in tutto il mondo (leggi la news). Questo fondo globale va inoltre ad aggiungersi alle due settimane di paga a cast e crew coinvolti nelle produzioni Netflix sospese in Italia e in tutti gli altri paesi che erano già state accordate prima dell'istituzione del fondo stesso.

Ulteriori dettagli sul fondo e sui criteri per accedervi sono in fase di definizione e saranno resi noti nelle prossime settimane sul sito di Italian Film Commissions.

(continua)

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- Musica

Itaca 4et - a Progressive Album Project

ITACA 4ET : ‘Vortex’ a Progressive Album Project.

 

Approntare un nuovo album di ricerca spesso richiede un impegno non indifferente, soprattutto se misurato su molecole di note frante che si spostano nell’iperspazio, fino a giungere a noi entro i solchi di una realtà supertecnologica che dobbiamo abituarci a condividere e con la quale convivere. Preparando il terreno culturale per un nuovo e più eclatante confronto i componenti ITACA 4et, in questo presente album, viaggiano attraverso un certo Jazz ancora non consolidato, in quanto riflesso di campi spaziali-culturali specifici e/o inusitati, tuttavia necessari per captare sonorità che navigano ad altissime quote, ‘oltre il silenzio’ apparente del sonoro cosmico, attraversando allocuzioni bioclimatiche e cibernetiche decisamente impressive.

Ciò che qui si offre all’ascolto, nella totale assenza di costruzione armonica, fa da ulteriore spinta nel recupero del tempo attuale, urbano e metropolitano, onde ottimizzare e riorganizzare volumi e frammenti di un discorso musicale frantumato e fin troppo dispersivo cui l’attuale Jazz ci ha abituati, almeno quello di matrice quantistica e acufenide, recentemente sfociato in un ibrido non sempre motivato. ITACA 4et attraversa questo spazio aprendo a dimensioni ‘altre’, alla ricerca di ‘suoni in fuga’ attraversando una prima fase creativa nei brani d’apertura accattivanti quali ‘Sketch’ e ‘Saturno’ di efficace presa, grazie alla copiosa prova delle percussioni affidate a Nick Fraser comprovato didatta a livello internazionale. E non solo come tenuta del ‘tempo’ (ritmico-acustico), bensì come qualità di suono che, mai come in questo caso, fa da contenitore agli interventi successivi degli altri strumenti.

Di fatto già in ‘Saturno’ assistiamo a una prova esaustiva degli ottoni con Nicola Fazzini sassofonista innovativo ma ben collaudato sul territorio del Jazz tradizionale, e François Houle clarinettista temprato dall’impatto sensational. Due musicisti tra i più creativi del panorama attuale, la cui competenza si rivela nell’aprirsi dell’uno verso l’altro, si evolve, trascende, turba ed emoziona, fino a farsi scoperta e invenzione nei brani successivi, come nel raffinato impasto ‘fonosimbolico’ di ‘Chorale’: come di gouache che si espande colorando lintera partitura narrativa. Non in ultimo di eccellente effetto il recupero sonoro in chiave striking, ovvero emozionale della chiusa finale.

Ma è l’avvio in particolare di ‘Calanque’ ad emozionare, la cui andatura liquida ‘di ruscello in paesaggio naturale’, cresce, tralascia, si trasforma, per diventare ‘altro’ e approdare 'altrove', in luoghi spesso sconosciuti e accidentati, attraverso mondi estremi dai quali è poi difficile fare ritorno. Sempre che lo si voglia, poiché dall’odierno approdo cui è giunto ITACA 4et con questo primo disco ‘ensamble’, risultato di una più aderente personalizzazione che lo distingue da altre formazioni, siamo già al raggiungimento del delinearsi del ‘classicismo minimalista’. Qui in particolar modo sottolineato dalla presenza acustica di Alessandro Fedrigo bassista, compositore e didatta, che meglio ascoltiamo in ‘Raquesh’ confermandosi tra i migliori specialisti del basso fretless (senza tasti), la cui libera improvvisazione determina il ‘senso’ di una ricerca che tuttavia si rivela ancora di tipo sperimentale.

Ciò che si deduce dalle azioni individuali presenti all’interno dell’album, nei brani ‘The third murder’ e ‘Nette’ a cui si deve, in ultima analisi, la dominante di assonanze vicine all’essenzialità spaziale, alla valorizzazione conforme all’habitat urbanistico, l’utilizzazione di risorse sonore interstiziali fin troppo abusate nelle pellicole cinematografiche e nei sequel TV, nei quali si determina una certa ‘impronta’ (luci ed ombre) che la trasparenza dell’atmosfera (l’effimero) concede alla musica. Mentre dovrebbe essere esattamente il contrario, in cui la musica acquisisce un valore intrinseco, come in molte colonne sonore, fruibile a sé stante, per un ascolto che susciti l’immaginale insito nello spettatore.

In questo caso che suggerisce una chiave di lettura al racconto sostanziale, preso appunto a-solo pur dentro il componimento Jazz.

L’odierno approdo di ITACA 4et, comprensibile di non rari verticalismi ascensionali che s’incastrano come soluzioni epicentriche nello spazio sonoro che si va delineando nell’odierno Jazz, per cui il ‘tempo sonoro’ è la cifra matematica di un ‘quantismo’ astratto che va assumendo diverse identità, e i cui confini si spostano verosimilmente tra separazione e transizione di ‘nuova creatività’, riconducibile in quanto ‘impronta’ originale, comprensibile nel formulare ulteriori e accessibili spazi sonori.

 

NOTE:

Nuovo CD: "Vortex" per Nusica.org, album debutto di ITACA 4et, una Una collaborazione tra quattro stimati artisti della scena internazionale dell'avant-jazz e della musica improvvisata: François Houle e Nick Fraser, insieme a Nicola Fazzini e Alessandro Fedrigo. Una band affiatata, imprevedibile e originale, un progetto da scoprire che è stato realizzato anche grazie alla collaborazione con l’Istituto di Cultura di Toronto e con il Council Of Arts of Canada.

 

Contatti: bianca.baumberger@nusica.org

 

ITACA 4et si avvale del connubio transatlantico tra Italia e Canada, da cui nasce il nome (ITA-CA). Il progetto artistico inizia nel 2016 grazie ad una residenza a Novara Jazz e a Sile Jazz, proseguita con due tour in Canada nel 2017 e nel 2019. Il quartetto si è esibito al Toronto Jazz Festival, all’Ottawa Jazz Festival al Vancouver Jazz Festival. Proprio a Vancouver, nel luglio del 2019, vede la luce l’album ‘Vortex’. Un sodalizio artistico che si concretizza ora in un album e in un primo tour italiano ed europeo nel 2020.

Ciascun componente della band ha firmato due delle otto composizioni presenti nell’album a testimonianza di un modus operandi democratico, che si rispecchia negli equilibri dell’ensemble anche dal punto di vista musicale, lì dove il suono collettivo e corale prevale su quello solistico. Una musica, dinamica, fortemente ritmica e ricca di possibilità improvvisative.

 

BIO:

François Houle, clarinettista affermato, uno dei musicisti più creativi del panorama attuale, in tutte le diverse sfere musicali che abbraccia. Ispirato dalle sue collaborazioni con i più importanti pioneri della musica mondiale, François ha sviluppato un linguaggio di improvvisazione davvero unico, virtuosistico e arricchito da estensioni soniche e tecniche. Ha lavorato con Dave Douglas, Mark Dresser, Joëlle Léandre, Benoît Delbecq, Evan Parker, Samuel Blaser, Gerry Hemingway, Marilyn Crispell, Myra Melford, René Lussier, Alecander Hawkins e molti altri ancora tra i maggiori musicisti del panorama Canadese. I suoi numerosi tour sono stati caratterizzati da apparizioni soliste presso i maggiori festivals del mondo. Un artista davvero produttivo che ha realizzato ben oltre trenta registrazioni discografiche come leader.

 

Nicola Fazzini è un sassofonista e compositore milanese di nascita ma veneziano di adozione con una riconosciuta esperienza musicale live in Italia e all’estero e più di trenta registrazioni discografiche alle spalle. Da anni si dedica a progetti musicali innovativi e di ricerca (XYQuartet, Hyper +, CREI, ITACA 4et), collaborando inoltre con l’Università degli Studi Ca’ Foscari per attività didattiche ed educative e con molte istituzioni venete per progetti speciali e direzioni artistiche (Jazz Area Metropolitana, Sile Jazz, Musicafoscari/S.Servolo Jazz Fest).

 

Alessandro Fedrigo è bassista, compositore e didatta. Tra i migliori specialisti del basso fretless (senza i tasti), nella sua carriera ha attraversato varie musiche e stili, dalla libera improvvisazione alla musica contemporanea, dal jazz classico all’elettronica. Una trentina di cd con vari ensemble e performance con i più diversi organici in tutta Europa ne fanno un artista esperto e apprezzato. Con Nicola Fazzini condivide l’attenzione alla sperimentazione (XYQuartet, Hyper+), la propensione alla didattica e la direzione artistica e organizzativa di nusica.org e dei diversi festival in Veneto (Jazz Area Metropolitana, Sile Jazz).

 

Nick Fraser (batteria)è da più di 20 anni una presenza affermata ed attiva della comunità di jazz ed improvvisazione di Toronto. Interpreta l’autentico ‘who’s who’ del jazz canadese e lo annoverano per performance di jazz ed improvvisazione con artisti di calibro internazionale quali Tony Malaby, Kris Davis, William Parker, Roscoe Mitchell, Marilyn Crispell e Anthony Braxton. Primo vincitore del premio JUNO, è stato inoltre premiato dalla compagnia Chalmers Arts Fellowship nel 2017. In aggiunta ai vari progetti di cui è responsabile per la realizzazione lo vediamo membro di Peripheral Vision, Eucalyptus, Titanium Riot, Ugly Beauties e Lina Allemano Fou.

 

http://www.nusica.org/web/

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- Società

Bla, bla, bla … ’Chi li ha visti?’

Bla, bla, bla … Chi li ha visti?

Dialogo nell’era del CoronaVirus19 mentre si è in fila per entrare al Supermercato.

 

Non sia mai che a qualcuno salti in mente di informarsi dove sono finiti i ‘migranti’ che sbarcano clandestini sulle nostre coste?

O i ‘clochards’ che nottetempo dormono avvolti nei cartoni raccolti nei cassonetti dell’immondizia? E neppure chiedere degli ‘zingari’ che a piccoli gruppi disturbano la visuale estetica delle citta?

E quante domande tutte in una sola volta!

Troppe è vero, fatto è che non se ne vedono più in giro, chissà che fine hanno fatto?

Perché lei è forse preoccupato?

Beh sì, la cosa un po’ mi preoccupa.

Può sempre chiamare “Chi lo ha visto?”

E perché no  il 118 nazionale visto che il CoronaVirus19 non fa distinzione di genere, né di colore di pelle e ormai neppure di età.

Va detto però che più di qualcuno attribuisce a questi soggetti la colpa della sua virulenta propagazione.

Sì, mi sembra di averlo sentito, ma fatto è che non se ne parla più, chissa come mai?

È che di sicuro ci si investirà la prossima campagna eletterale.

Pensa?

Di più, lo affermo con certezza, così passeremo tutti per essere razzisti.

Io non lo sono.

Apparentemente non lo è nessuno, vuole vedere chese chiedo altre persone che stanno qui in fila diranno tutte che non è vero. Stia a vedere che adesso chi vuole cacciarli dal nostro paese sono solo io.

Questo non lo so.

Stando a quel che si dice anche lei dirà che i migranti vengono a toglierci il ‘nostro’ lavoro e che violentano le ‘nostre’ donne; che i ‘clochards’ così detti, usando un francesismo per mascherare quelli che in gergo chiamiamo ‘barboni’, sporcano la ‘nostre’ città; che gli zingari vengono a rubare nelle ‘nostre' case, oppure non lo sa e me io lo sto inventando a proposito?

La storia ci insegna …

Ma lasci da parte la storia e guardiamo al presente, la domanda è che fine hanno fatto tutti quanti, adesso che hanno chiuso i parchi e non si può neppure sedersi sulle panchine, costoro dove andranno? Dopo averli sfrattatti da sotto le arcate delle piazze e dagli anfratti delle costuzioni civiche, dove li abbiamo messi? C’è forse stata una deportazione di massa? Che forse qualcuno ha chiamato il 118 per uno di loro che moriva di freddo o di fame lungo la strada?

La storia ci dice …

Dice che nel medioevo si alzavano i roghi nelle pubbliche piazze per bruciare i morti durante la peste nera. Adesso che non c’è posto nei cimiteri per nessuno di noi, pensa che dovremmo riaprire una pratica che avevamo chiusa nel lontano passato, è questo che mi sta dicendo?

Nel frattempo ci siamo evoluti, oppure no? Non ho detto nulla di simile, in quanto ad esserci evoluti beh, ho qualche riserva nel pronunciarmi.

Vuole dire che c’è una regressione in atto?

Beh, questa storia del CoronaVirus19 lo conferma.

In che senso mi scusi?

Nel senso che se la cosa fosse stata presa per tempo non avremmo una tale situazione.

Vuole forse dire che qualcuno avrebbe dovuto prevederla, cioè fare prevenzione. Ma se non arriviamo neppure a coprire i problemi sanitari che già conosciamo, secondo lei avremmo dovuto preoccuparci di un qualcosa di subdolo che sarebbe potuto capitare, di cui non si conosce tuttora l’esistenza?

Beh, sì!

Potrebbe suggerirmi come fare?

Ha pensato che potrebbero essere proprio i cadaveri dei migranti, dei clochards e degli zingari che infestano l’aria delle nostre città ad aver divulgato la pandemia del CoronaVirus19?

Perché, mi dica, che forse i loro cadaveri infestano più del mio e del suo una volta che saremo morti?

Non saprei, personalmente dedico molto più tempo di loro all’igiene della mia persona.

Una risposta apprezzabile, magari potrebbe suggerirmi quali prodotti usare, così ci ritroveremo entrambi in paradiso.

Comunque una riflessone sul perché non si vedono più in giro, mentre se ne parlava l’ho fatta.

Ha pensato che se tutta questa gente che esce dal Supermercato con i carrelli stracolmi è per dar da mangiare a qualche migrante e/o qualche clochards, che ha preso in casa, così per solidarietà.

Davvero encomiabile che lo abbia pensato, personalmente sono più propenso a credere che questo qualcuno lo abbia reclutato per poi farlo lavorare in nero presso la propria azienda, o come si dice qui al Nord in qualche ‘fabbrichetta’.

Nel frattempo la fila si è ingigantita a dismisura, sembra che nessuno qui abbia timore del CoronaVirus24.

Ma non è il CoronaVirus19?

Di questo passo, se aggiungiamo al novero dei potenziali ammalati anche il numero di quanti sono considerati ‘inesistenti’ per la società la cifra aumenta  a dismisura.

Oh guardi, è il nostro turno d’entrata.

Grazie io non entro, per oggi rinuncio, che so, magari digiuno.

Io ho trovato che andare qualche volta a pranzare alla Caritas è una fonte di risparmio.

Già, a togliere il pane di bocca a chi ne ha più bisogno.

 

Buona spesa!

 

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- Scienza e fede

Scienza e Conoscenza - Il manifesto per una nuova scienza.


In collaborazione con "Scienza e Conoscenza"
mer 04/03/2020 17:15

Il Manifesto per una NUOVA SCIENZA - Aderisci anche tu!

Una riflessione su Scienza, pseudoscienza e fondamentalismo scientista.
Articolo di Gioacchino Pagliaro


La libertà di parola è un diritto, uno dei diritti più preziosi. La libertà di parola è poter dire tutto ciò che può far bene all’uomo e alla vita.
La libertà di parola comporta il buon senso di ascoltare chi passa la vita a studiare, a sperimentare, a verificare la conoscenza. La libertà di parola implica anche il silenzio. Silenzio per tacere, per riflettere e per documentarsi. Al contrario ripetere quel che si sente in giro, quel che si legge qui e là in Internet, pensando di dire qualcosa di importante, è solo spreco della parola e danno per chi ascolta. In questo modo si alimenta solo la pessima informazione e una pericolosa confusione.

Spacciare per scientifiche cose che la scienza sta ancora studiando, fare collegamenti impropri e inadeguati, usare termini scientifici per darsi un tono senza conoscere bene il loro significato, non è scienza, non è divulgazione, è mistificazione e ciarlataneria o, come si suol dire, pseudoscienza.
Tutto ciò distorce la conoscenza e fa un danno alla scienza e alla comunità.
Tuttavia va precisato che la pseudo-scienza non è costituita solo dallo spacciare per scientifiche cose che non hanno basi scientifiche. La pseudoscienza è anche il rifiuto pregiudiziale e denigratorio verso ogni nuova forma di ricerca e di applicazione che possa alterare interessi consolidati di parte.
La scienza deve poter discutere liberamente l’esito dei suoi studi.

La scienza è il complesso organico delle conoscenze che si possiedono intorno a uno o più ordini di fenomeni naturali, ma è anche l’insieme delle conoscenze che permettono di strutturare nuove teorie.
La scienza è pertanto l’insieme delle discipline basate sull’osservazione, il calcolo, la verificabilità, che studiano l’universo, la terra e gli esseri viventi, per comprenderne il funzionamento e migliorare la loro vita.
La scienza utilizzando linguaggi formalizzati, descrive l’insieme delle conoscenze che consentono di comprendere la realtà. A partire da Galileo Galilei la scienza, intesa come acquisizione di conoscenze verificabili, è libera di discutere al suo interno gli esiti dei suoi studi, liberandoli da ogni principio di autorità, da ogni forma di autoritarismo.
La scienza opera per favorire l’evoluzione dell’uomo e perciò, per sua natura, è democratica, e per questo va tutelata. Nella scienza ci sono modelli dominanti e modelli marginali, e ognuno di questi è più o meno soggetto a continue pressioni.

Le piaghe della scienza.
La purezza incontaminata della scienza, resta purtroppo inviolata solo nei testi fondamentali dei suoi fondatori.
Alla luce delle dichiarazioni e delle denunce di autorevoli scienziati, non si può negare l’ingerenza nel mondo scientifico di interessi e poteri che nulla hanno a che fare con essa. I finanziamenti che pilotano i risultati, la manipolazione dei dati, le collusioni con i poteri forti di coloro che pensano solo al profitto e non a produrre benessere, sono le piaghe della scienza.
Ciò detto, è però molto limitativo ed erroneo confondere gli interessi di chi, dentro e fuori la scienza, opera per il proprio tornaconto, con il lavoro accurato e rigoroso della stragrande maggioranza degli scienziati. Da molti secoli la storia ci dimostra che la migliore delle istituzioni ha sempre in sé il germe che la può danneggiare.

Oltre alla pseudoscienza e agli interessi di potere esiste un’altra piaga: lo scientismo.
Lo scientismo, o per meglio dire, il fenomeno del fondamentalismo totalitario scientista a cui assistiamo oggi, è la visione dogmatica e innaturale della scienza che non ammette la discussione, l’intuizione creativa e la transitorietà della conoscenza.
Come ha mirabilmente spiegato T. Kuhn il cambio di paradigma implica necessariamente del tempo e delle precise fasi di reazione prima che il paradigma dominante lasci il posto a un nuovo paradigma (T. Kuhn 1977), ma un conto è la discussione scientifica serrata e rigorosa e un conto sono i furori e gli strali del dogmatismo, tipici dello scientismo fondamentalista.

Il fondamentalismo scientista occupa per fortuna un piccolo spazio nella comunità scientifica, che, al suo contrario, è invece protesa verso quella curiosità e creatività che accompagna lo scienziato nell’applicazione del metodo scientifico...

Essai da Scienza e Conoscenza - N.71 - "Genetica & Karma"

Gioacchino Pagliaro
Psicologo e Psicoterapeuta, per 17 anni professore a Contratto di Psicologia Clinica presso l’Università di Padova.È Direttore dell’U.O.C. di Psicologia Ospedaliera nel Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Bellaria dell’AUSL di Bologna. Ha introdotto l’applicazione dei principi quantistici in Psicologia e nell’ambito dei processi.(seguici su facebook).

Scienza e Conoscenza
di Macro Edizioni. Tutti i diritti sono riservati P.I. 03 733 990 406.


LA COERENZA CUORE-CERVELLO: UNA DINAMICA QUANTISTICA.
Un recente articolo di Carmen Di Muro.


La ricerca ha ormai largamente mostrato il ruolo chiave del cuore quale centro dell’afflusso spirituale, capace di generare un campo elettromagnetico talmente ampio da mettere in coerenza il sistema psiche-soma:
cerchiamo di capire meglio come accade tutto questo.

La ricerca ha ormai largamente mostrato il ruolo chiave del cuore quale centro dell’afflusso spirituale, capace di generare un campo elettromagnetico talmente ampio da mettere in coerenza il sistema psiche-soma, armonizzando i ritmi biologici con il movimento della realtà in una danza perenne tra interno ed esterno che attira e genera a sé, per risonanza, altro potenziale. E le emozioni positive rappresentano la pietra angolare nella generazione di questo campo altamente organizzato che ci fa entrare in quella famosa condizione di “flusso di coerenza” con l’anima. Durante questo stato il sistema corporeo funziona con un alto grado di sincronizzazione ed efficienza, producendo modelli altamente strutturati di feedback elettrochimici ed elettromagnetici, tali da permettere al biocampo di riallineare l’insieme di frequenze che orbitano nel suo raggio d’azione.

La serenità, la fiducia, l’amore che possiamo mettere in ogni nostro piccolo atto di preghiera sono le più sottili e potenti possibilità che abbiamo di portare tutta l’energia di creazione della nostra coscienza nella materia. Il panorama interno muta e la nostra vibrazione si innalza verso frequenze più alte ed armoniche. Tutti gli atomi si eccitano e iniziano a irradiare un campo elettromagnetico con un potenziale trasformativo talmente grande da riuscire a destrutturare e influenzare positivamente i campi delle singole unità viventi. E questo accade soltanto quado i pensieri sono in massimo allineamento con gli stati affettivi. Infatti ogni pensiero in risonanza con le emozioni genera dei segnali di campo che oscillano all’unisono con ogni particella presente nell’universo, permettendo agli infiniti potenziali di collassare in esperienze reali. I pensieri diventano materia e la materia, in questo caso, corrisponde alla guarigione di chi ha creduto.

L’attenzione diviene fattore indispensabile nel processo di creazione, essa è frequenza informata che permette di indirizzare consapevolmente l’intenzione dall’interno all’esterno, ricongiungendoli in un unico afflato divino. Ed è proprio quando ci ricongiungiamo al Campo infinito di possibilità abbiamo accesso al massimo potere insito in noi e le cose iniziano ad accadere.

Carmen Di Muro.
Psicologa clinica, psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo Post-Razionalista e ISTDP, quantum trainer e scrittrice, vive ed opera in Puglia.
Aperta alla più ampia visione integrata dell’essere umano nella sua inscindibile unità di psiche-soma, unisce la formazione accademica con i suoi interessi nel campo della biologia, delle neuroscienze, della medicina, della meccanica e fisica quantistica che le hanno consentito di sviluppare un personale metodo di lavoro interdisciplinare quantico-emozionale©.

Da sempre attratta dal mondo spirituale dell’uomo e dall’essenza profonda dell’esistenza, orienta i suoi studi e le sue indagini scientifiche verso un tema speciale: “La guarigione dell’anima”. È referente per la regione Puglia dell’EFP- Group di Milano e oltre a svolgere l’attività clinica, divulga il suo pensiero tenendo convegni e seminari in tutta Italia. Autrice del libro “Essere è Amore. Dal Pensiero alla Materia. Viaggio Scientifico nella Pura Essenza”, Gagliano Edizioni e “Anima Quantica. Nuovi orizzonti della psiche e della guarigione” Anima Edizioni, è membro del comitato scientifico e autore per la Rivista Nazionale “Scienza e Conoscenza” di Macro Edizioni e autore di articoli e video per AnimaTV.

Per informazioni visita il sito: www.carmendimuro.com
Per contatti: info@carmendimuro.com

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- Cinema

Al Berlinale Festival del Cinema con Cineuropa News

BERLINALE 2020 I Premi

There Is No Evil di Mohammad Rasoulof trionfa alla Berlinale
di Vladan Petkovic.

29/02/2020 - BERLINALE 2020: Gran Premio della Giuria a Never Rarely Sometimes Always, Hong Sangsoo miglior regista, Paula Beer ed Elio Germano migliori interpreti. Favolacce vince per la sceneggiatura.

Il miglior attore Elio Germano, l'attrice del film vincitore dell'Orso d'oro There Is No Evil Baran Rasoulof e la miglior attrice Paula Beer con i loro premi sul palco del Berlinale Palast.

There Is No Evil [+] del regista iraniano Mohammad Rasoulof ha trionfato alla 70ma Berlinale, aggiudicandosi l’Orso d’oro. Il regista non era presente alla cerimonia, né al festival. Bandito dal cinema nel suo paese dal 2017, Rasoulof ha realizzato il film vincitore dell'Orso d'oro mentre era in corso l’appello a questa sentenza. Successivamente è stato condannato a un anno di prigione, confermata tre settimane fa (leggi di più qui).
There Is No Evil è stato percepito, dopo la sua prima alla Berlinale, come la critica più diretta del regista al governo iraniano fino ad oggi, e in particolare alle sue politiche di pena di morte. “Quattro storie che mostrano la rete di un regime autoritario che si infiltra tra le persone comuni, attirandole verso la disumanità, un film che pone domande sulla nostra responsabilità e sulle scelte che facciamo tutti nella vita”, ha dichiarato Jeremy Irons, che quest'anno presiedeva la giuria della Berlinale.

Il premio è stato ritirato dalla figlia del regista, l'attrice Baran Rasoulof, che interpreta uno dei ruoli nel film, e dai produttori Farzan Pak e Kaveh Farnam. "Ho avuto un'esperienza unica e magnifica dopo la proiezione del film nel grande e bellissimo teatro [del Berlinale Palast], quando le persone hanno applaudito per Mr. Rasoulof", ha detto Farnam. "È stata una sensazione molto speciale e ho guardato il suo posto. Il suo posto era vuoto. Poi ho guardato gli altri posti e ho scoperto che lui era ovunque. C'erano volti molto intensi, che dicevano un grande ‘no’ alla censura".

“Mohammad è stato con noi ieri, e Mohammad è con noi anche adesso. E ho pensato a come tutto ciò stia accadendo a Berlino. Penso che questa storia ci ricordi qualcosa: non esiste un muro al mondo che possa fermare le nostre idee, le nostre convinzioni: il nostro amore si sta diffondendo ovunque".

Farnam si è rivolto quindi alla statuetta dell'Orso d'oro che teneva in mano, chiamandola il suo nuovo amico che avrebbe viaggiato molto presto nel suo bellissimo paese: “Abbraccio Mohammad, abbraccio il mio maestro, il mio insegnante, il mio amico. Mohammad vi mostrerà l'Iran. E scoprirete che gente gentile, pacifica e adorabile siamo. La mia gente sta solo dando un messaggio di pace e amore a tutto il genere umano. Amiamo tutti. Siamo persone adorabili, lo vedrete. Grazie!".

Prima dell'Orso d'oro, la giuria ha annunciato il secondo premio non ufficiale, il Gran Premio della Giuria, assegnato a Never Rarely Sometimes Always della regista statunitense Eliza Hittman.

L’Orso d’argento - Premio speciale 70ma Berlinale, recentemente istituito per sostituire il tradizionale Premio Alfred Bauer, che è stato ritirato a causa della recente rivelazione del passato nazista del fondatore della Berlinale, è andato a Effacer l'historique [+] di Benoît Delépine e Gustave Kervern.

Il regista coreano Hong Sangsoo ha ottenuto l'Orso d'argento come miglior regista per The Woman Who Ran, mentre la miglior attrice è Paula Beer per il suo ruolo in Undine [+] di Christian Petzold, ed Elio Germano si è aggiudicato il premio del miglior attore per Volevo nascondermi [+] di Giorgio Diritti.

Damiano e Fabio D'Innocenzo hanno ricevuto l’Orso d’argento alla miglior sceneggiatura per Favolacce [+], mentre l’Orso d'argento per il miglior contributo artistico è andato al DoP Jürgen Jürges per il suo lavoro in DAU. Natasha [+] di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel.

Nella neonata sezione Encounters, The Works and Days (of Tayoko Shiojiri in the Shiotani Basin) [+] di C.W. Winter e Anders Edström ha vinto come miglior film, mentre Cristi Puiu è emerso come miglior regista per Malmkrog [+]. Sandra Wollner ha vinto il Premio Speciale della Giuria per The Trouble With Being Born [+], e una menzione speciale è andata a Isabella [+] di Matías Piñeiro.

Il premio per il miglior documentario, assegnato a uno dei 21 titoli di non-fiction mostrati nelle sezioni chiave della Berlinale, è stato conferito a Rithy Panh per Irradiés [+], presentato in concorso, mentre una menzione speciale è stata assegnata a Notes from the Underworld [+] di Tizza Covi e Rainer Frimmel, proiettato in Panorama.

Allo stesso modo, il Premio della miglior opera prima GWFF è stato assegnato a un film da una rosa di 21 titoli presentati nelle varie sezioni, e sia il vincitore, Los conductos [+] di Camilo Restrepo, sia il destinatario di una menzione speciale, Naked Animals [+] di Melanie Waelde, sono stati proiettati nella neonata Encounters, confermando che l’introduzione della sezione è stata una buona decisione da parte del nuovo management della Berlinale.

I premi in concorso:

Orso d'oro al miglior film
There Is No Evil [+] - Mohammad Rasoulof (Germania/Repubblica Ceca/Iran)

Orso d'argento - Gran premio della giuria
Never Rarely Sometimes Always - Eliza Hittman (Stati Uniti)

Orso d'argento al miglior regista
Hong Sangsoo - The Woman Who Ran (Corea del Sud)

Orso d'argento alla miglior attrice
Paula Beer - Undine [+] (Germania/Francia)

Orso d'argento al miglior attore
Elio Germano - Volevo nascondermi [+] (Italia)

Orso d'argento alla miglior sceneggiatura
Damiano e Fabio D'Innocenzo - Favolacce [+] (Italia/Svizzera)

Orso d'argento al miglior contributo artistico
Jürgen Jürges, direttore della fotografia - DAU. Natasha [+] (Germania/Ucraina/Regno Unito/Russia)

Orso d'argento - Premio speciale 70ma Berlinale
Effacer l'historique [+] - Benoît Delépine, Gustave Kervern (Francia/Belgio)
Encounters

Miglior film
The Works and Days (of Tayoko Shiojiri in the Shiotani Basin) [+] - CW Winter, Anders Edström (Stati Uniti/Svezia/Giappone/Hong Kong/Regno Unito)

Premio speciale della giuria
The Trouble With Being Born [+] - Sandra Wollner (Austria/Germania)

Miglior regista
Malmkrog [+] - Cristi Puiu (Romania/Serbia/Svizzera/Svezia/Bosnia-Erzegovina/Macedonia del Nod)

Menzione speciale
Isabella [+] - Matías Piñeiro (Argentina/Francia)

Premio al miglior documentario
Irradiés [+] - Rithy Panh (Francia/Cambogia)

Menzione speciale
Notes from the Underworld [+] - Tizza Covi, Rainer Frimmel (Austria)

Premio alla miglior opera prima GWFF
Los conductos [+] - Camilo Restrepo (Francia/Colombia/Brasile)

Menzione speciale
Naked Animals [+] - Melanie Waelde (Germania)

Berlinale Shorts
Orso d'oro al miglior cortometraggio
T - Keisha Rae Witherspoon (Stati Uniti)

Orso d'argento - Premio della giuria al cortometraggio
Filipiñana - Rafael Manuel (Filippine/Regno Unito)
Audi Short Film Award
Genius Loci - Adrien Mérigeau (Francia)

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- Musica

Tai Chi e ispirazione musicale.

Tai Chi e ispirazione musicale.

In anteprima su Musica Jazz il nuovo videoclip di Stefania Tallini “Nell’intramente”.
E’ uscito in anteprima su Musica Jazz il videoclip dell’affascinante brano "Nell'intramente" della pianista e compositrice Stefania Tallini, visibile al link https://www.musicajazz.it/stefania-tallini-nellintramente-video/.

Tratto dal nuovo e decimo album “Uneven” prodotto da AlfaMusic, “Nell’intramente” narra di una visione onirica e di una corrispondenza tra il pianismo di Stefania Tallini e la pratica del Taij, che porta avanti con grande passione da diversi anni. Occupa un grande ruolo, dunque, nel nuovo disco che rappresenta una svolta energetica importante, raccontando una personalità istintiva ed emozionale in grado di firmare pagine di raffinata maestria compositiva. “Il Taiji, la lentezza dei gesti, l’essere dentro al movimento...così come immergermi nella profondità della musica e l’essere dentro al suono".

Un brano originale, il 7° nella tracklist del disco in cui Stefania Tallini ha voluto accanto a sé due grandi musicisti, per formare quello che ha poi scoperto essere "il trio dei suoi sogni". Il batterista statunitense Gregory Hutchinson, definito da Jazz Magazine the drummer of his generation è difatti una delle figure più richieste nel panorama mondiale, che ha collaborato (e collabora) con nomi illustri come Dianne Reeves, Wynton Marsalis, John Scofield, Roy Hargrove, Diana Krall, Joshua Redman, Christian McBride e Maria Schneider. Tra i migliori contrabbassisti Europei, Matteo Bortone è un raffinato strumentista e compositore, vincitore del Top Jazz 2015, che vanta collaborazioni con Kurt Rosenwinkel, Ben Wendel, Tigran Hamasyan, Ralph Alessi e Roberto Gatto.

“L’imprevedibilità, la sorpresa di percorrere insieme nuove vie, l’esplorazione di diverse soluzioni possibili attraverso una libertà totale nel pensare la musica, il senso del gioco unitamente ad una fantasia viva, mi danno la misura di quanto questo sia il trio dei miei sogni, il cui profondo respiro artistico è ciò che libera la mia musica facendola volare in alto.”

Stella del jazz italiano, Stefania Tallini ha saputo esprimere il suo talento in diversi percorsi stilistici: dalla classica, al jazz, alla musica popolare brasiliana, anche attraverso importanti collaborazioni con grandi musicisti come Guinga, Bruno Tommaso, Enrico Pieranunzi, Andy Gravish, Gabriel Grossi, Javier Girotto, Gabriele Mirabassi, Corrado Giuffredi, Enrico Intra e la Civica Jazz Band.

Oltre ai progetti in “solo” e alla guida di ensemble su grandi palchi del panorama mondiale, Stefania Tallini ha portato le sue composizioni anche in ambito cinematografico e teatrale, dove ha collaborato con artisti del calibro di Mariangela Melato e Michele Placido.

LINK
www.stefaniatallini.com
Amazon http://bit.ly/UNEVENamazon
iTunes http://bit.ly/stefaniatalliniITUNES
Spotify http://bit.ly/stefaniatalliniSPOTIFY

CONTATTI
Info e management info@stefaniatallini.com
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei tel. 328.1743236 info@fiorenzagherardi.com

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- Filosofia

Cinesophia 2020 ad Ascoli Piceno

CINESOPHIA 2020 - Un'esperienza da non mancare.

CINESOPHIA LA POPSOPHIA DEL CINEMA AD ASCOLI PICENO.

La quarta edizione del festival si declina in due giornate (venerdì 6 e sabato 7 marzo 2020) e anima gli spazi del Teatro Ventidio Basso dal pomeriggio a notte inoltrata con proiezioni, conferenze interattive e spettacoli filosofico-musicali. “Cinesophia” è l’unico festival nazionale dedicato alla “Pop Filosofia del Cinema” che richiama filosofi, registi, musicisti e artisti in appuntamenti originali, prodotti in esclusiva da Popsophia, dedicati alla riflessione pop-filosofica sul cinema e sulle fiction contemporanee.Gli incontri hanno valore di aggiornamento per gli insegnanti (DDG 1561 16 settembre 2019) e di credito formativo per gli studenti.

Cinesophia, alla sua quarta edizione, è ormai evento di prestigio del nostro ricco panorama culturale. Un appuntamento caratterizzante di Ascoli, dove tutta la cittadinanza viene trasportata in una serie di riflessioni che portano pubblico e ospiti al centro di un ragionamento sulla filosofia del cinema, convinti che i suoi spunti possano giovare al già altissimo spirito della nostra comunità.Marco Fioravanti sindacoCinesophia torna a colorare di rosso il teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno per la quarta edizione, avendo al suo attivo il grande favore del pubblico degli anni precedenti. Si aprirà dunque anche nel 2020 quel magico spazio fatto di immagini cinematografiche, di musica dal vivo, di riflessioni filosofiche che per due giorni ci terrà inchiodati alle rosse poltrone. E il tema che quest’anno legherà con un fil rouge gli interventi, è come sempre molto centrato sulla contemporaneità, il tema dell’eroe nel modo in cui il poliedrico, novantenne Clint Eastwood lo interpreta e rappresenta nell’arco della sua lunghissima carriera. C’è ancora spazio per l’eroismo oggi, e di che eroismo si può parlare? Un affascinante interrogativo da indagare insieme al rutilante mondo di Cinesophia il 6 e 7 marzo.

Donatella Ferretti Assessore alla Cultura.

GLI EROI SONO STANCHI

"Giustizia e Giustizieri": questo il filo che unirà gli appuntamenti di venerdì 6 e sabato 7 marzo nella meravigliosa cornice del Teatro Ventidio Basso.
Gli eroi sono una cosa che creiamo noi, una cosa di cui abbiamo bisogno. È un modo per capire ciò che è quasi incomprensibile.

Flags of our Fathers di Clint Eastwood.
Nel 2020 si festeggiano i 90 anni di Clint Eastwood e Popsophia non vuole mancare l’occasione di celebrare questo regista-filosofo che ha saputo interpretare le istanze del mondo contemporaneo. Il tema della quarta edizione di Cinesophia, il festival di pop filosofia del cinema promosso dall’Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno, si ispira alla sua poetica. “Gli eroi sono stanchi - Giustizia e Giustizieri”: questo il filo che unirà gli appuntamenti di venerdì 6 e sabato 7 marzo nella meravigliosa cornice del Teatro Ventidio Basso.

“I protagonisti degli ultimi film di Clint Eastwood sono eroi sconfitti - ha spiegato la direttrice artistica di Popsophia, Lucrezia Ercoli - malinconici, soli e senza speranza. Eroi disobbedienti che, giunti al crepuscolo della loro vita, rimettono in discussione le loro scelte. Eroi del dubbio. Capaci di riscrivere il nostro codice morale attraverso atti etici che sfuggono alle maglie delle norme sociali e riscattano la loro umanità, da ‘Gran Torino’ all’ultima opera ‘Richard Jewell’. L’occasione sarà utile per riflettere proprio sulla parabola dell’eroismo contemporaneo. Un tema che non ha mai abbandonato la cultura visiva cinematografica e televisiva dell’Occidente. Ma chi sono gli eroi di cui l’immaginario contemporaneo sembra avere ancora bisogno?”.

Due giornate e tantissimi ospiti con incontri, videoconferenze e proiezioni che animano gli spazi del Teatro Ventidio Basso dal pomeriggio a notte inoltrata. Con gran finale con uno spettacolo filosofico-musicale.

Venerdì 6 marzo il taglio del nastro è alle 16, con i saluti dell’autorità e Donatella Ferretti, assessore alla Cultura e docente di Filosofia, che tesserà il filo del discorso su Gli eroi sono stanchi - Filosofia di Clint Eastwood.
Sempre nel pomeriggio, Salvatore Patriarca parla dell’eroismo laico con Gran Torino e l’azione del sacrificio, e a seguire Cesare Catà con L’eroe di fronte all’addio ne I ponti di Madison County.

C’è il primo spazio di Philofiction, contenitore che ci mette in rapporto con i nuovi linguaggi delle serie tv contemporanee. Riccardo Dal Ferro analizza I giustizieri, e lo fa mettendo assieme l’ispettore Callaghan con i supereroi di Watchmen.
La Lectio Pop di Patrizia Giancotti su In principio era la dea madre - La storia dimenticata delle eroine conclude la prima giornata. Nel foyer un arrivederci con un calice della Cantina Borgo Paglianetto e con la degustazione dei prodotti Gela.
Sabato 7 marzo si alza il sipario sempre alle 16, con Umberto Curi che ragiona su La vecchiaia dell’Eroe, da J. Edgar a The Mule. Ilaria Gaspari parla invece di Brivido nella notte, prima opera di Eastwood dietro alla cinepresa.

Tommaso Ariemma cura la seconda Philofiction, su quella Legge del Far West, il mito fondativo americano, che raggiunge il moderno con la serie Westworld. Andrea Colamedici e Maura Gancitano, ideatori del progetto Tlon, chiudono il pomeriggio con un’apologia dei secondi, dal suggestivo titolo Nessuno vuole essere Robin.
Ci incontriamo di nuovo alle 21.15 con la Lectio Brevis di Massimo Arcangeli sulla libertà di pensiero incarnata da Clint Eastwood. E il Philoshow, lo spettacolo filosofico musicale ideato e diretto da Lucrezia Ercoli, e che mixa la filosofia con svariate arti visive e sonore. Simone Regazzoni trasporta così il pubblico con Sfortunato il paese che non ha Eroi - da Platone a Million Dollar Baby, accompagnato dalle esecuzioni dal vivo dell’ensemble musicale Factory, con la voce recitante di Rebecca Liberati.

Tutti gli ingressi sono gratuiti, la frequenza agli appuntamenti del Festival ha valore di aggiornamento per gli insegnanti e credito formativo per gli studenti.
I PHILOSHOW DI POPSOPHIA / ENSEMBLE MUSICALE FACTORY

I Philoshow sono spettacoli filosofico-musicali inediti prodotti da Popsophia, ideati e condotti da Lucrezia Ercoli. I brani musicali sono eseguiti dal vivo dalla band di Popsophia. L’Ensemble Musicale Factory è composta da dieci giovani professionisti: Andrea Angeloni trombone, Riccardo Catria tromba, Luca Cerigioni tastiera e voce, Luca Cingolani batteria, Ludovica Gasparri voce, Anna Greta Giannotti chitarra, Matteo Moretti basso e direzione musicale, Sally Moriconi voce, Gianluca Pierini tastiera e voce, Leonardo Rosselli sassofono, e con la voce recitante di Rebecca Liberati.

INTERVENGONO

MASSIMO ARCANGELI
Professore ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari. Numerose le collaborazioni con testate nazionali. Tra le sue ultime pubblicazioni “Sciacquati la bocca. Parole, gesti e segni dalla pancia degli italiani” (2018); “Una pernacchia vi seppellirà. Contro il politicamente corretto” (2019).

TOMMASO ARIEMMA
Docente di Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Anatomia della bellezza. Cura di sé, arte, spettacolo da Platone al selfie” (2015); “Niente resterà intatto, introduzione non convenzionale alla filosofia” (2016); “La filosofia spiegata con le serie tv” (2018); “Filosofia degli anni '80” (2019); “L’occidente messo a nudo” (2020).

CESARE CATÀ
Filosofo e performer teatrale, si esibisce regolarmente con monologhi e lezioni-spettacolo sia in teatro che in luoghi inusuali come spiagge, pub, boschi, montagne. Dottore di ricerca in Filosofia, ha avuto esperienze accademiche all’University of Hawaii, al Cusanus Institut di Trier, all’EPHE di Parigi. Per Liberilibri ha curato “La sapienza segreta delle api” di Pamela L. Travers

UMBERTO CURI
Professore emerito di Storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Padova. Si è occupato del rapporto tra filosofia e narrazione in riferimento al cinema. Al tema ha dedicato numerosi lavori da “Lo schermo del pensiero. Cinema e Filosofia” (2000) fino a “L’immagine-pensiero. Tra Fellini, Winder e Wenders: un viaggio filosofico” (2009).

RICCARDO DAL FERRO
Filosofo, scrittore ed esperto di comunicazione. Porta avanti il suo progetto di divulgazione culturale attraverso il suo canale Youtube “Rick DuFer” e il podcast “Daily cogito”. Performer ed autore teatrale, insegna scrittura creativa presso “Accademia Orwell”. Tra le sue ultime pubblicazioni “Elogio dell’idiozia” (2018); “Spinoza e popcorn” (2019).

LUCREZIA ERCOLI
Docente di Storia dello Spettacolo presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e di Filosofia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Filosofia della crudeltà. Etica ed estetica di un enigma” (2015); “Filosofia dell’Umorismo” (2016); “Che la forza sia con te! Esercizi di popsophia dei mass media” (2017).

DONATELLA FERRETTI
Laureata in Filosofia e in Pedagogia, è docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico “F. Stabili” di Ascoli Piceno. Tiene un corso di Filosofia Morale presso l’Istituto di Scienze Religiose “Mater Gratiae” di Ascoli Piceno. Parallelamente alla responsabilità politica, è da sempre impegnata in attività culturali e sociali, promuovendo associazioni e realizzando convegni di grande interesse nazionale.

ILARIA GASPARI
Ha studiato filosofia alla Normale di Pisa e si è addottorata a Parigi. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, “Etica dell’acquario”, e nel 2018 ha pubblicato “Ragioni e sentimenti”, un conte philosophique sull’amore, del 2019 il suo “Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita”. Collabora con diversi giornali e tiene corsi di scrittura alla Scuola Holden.

PATRIZIA GIANCOTTI
Antropologa, fotografa, giornalista, autrice e conduttrice per Radio3. Ha effettuato ricerche nell’ambito delle tradizioni popolari italiane e in diversi paesi del mondo, sfociate in libri, in oltre cento reportage pubblicati e in più di cinquanta mostre. È docente di Antropologia culturale presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria.

SALVATORE PATRIARCA
Dottore di ricerca in filosofia all’Università “La Sapienza” e giornalista de “Il Sole 24 ore”. È autore di numerosi testi dedicati all’analisi filosofica di fenomeni televisivi e cinematografici: “Il mistero di Maria. La filosofia, la De Filippi e la televisione” (2012); “Digitale quotidiano. Così si trasforma l’essere umano” (2018); “Pop Giornalismo” (2019).

SIMONE REGAZZONI
Allievo di Jacques Derrida, direttore della casa editrice “Il Melangolo” e docente presso la Scuola Holden. È autore di diversi saggi sul rapporto tra filosofia, cinema e fenomeni di massa. È autore di due romanzi “Abyss” (2014) e “Foresta di Tenebra” (2017). Del 2018 “Iperomanzo. Filosofia come narrazione complessa” e “Jacques Derrida. Il desiderio della scrittura”.

TLON
Andrea Colamedici e Maura Gancitano, filosofi e scrittori, sono gli ideatori del progetto Tlon (Scuola di Filosofia, Casa Editrice e Libreria Teatro). Insieme hanno scritto “Lezioni di Meraviglia” (2017); “La società della performance” (2018); e “Liberati della brava bambina” (2019). Hanno realizzato per Amazon Audible i podcast “Scuola di Filosofie".


#Popsophia20 #Cinesophia20


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- Cinema

Povero ’zio’ Oscar! - 2020

OSCAR 2020

Il trionfo di Parasite lascia poco spazio agli europei agli Oscar
Articolo di David González
10/02/2020 - '1917' spicca tra i pochi rappresentanti europei nel palmarès

Last night’s edition was a historic one for the Academy Awards. For the first time in the 92 years they have been organised, the Oscars awarded their Best Picture statuette to a film not in the English language, as the awards juggernaut 'Parasite', directed by South Korea’s Bong Joon-ho, received four of the six awards it had been vying for. The Oscars for Best Picture, Director, Original Screenplay and International Film put the cherry on top of a historic run that started last May with the win of the Palme d’Or at Cannes. This meant that Parasite’s main competitor, Sam Mendes’ UK-US co-production 1917, left the ceremony with three awards (Best Cinematography for Roger Deakins, Best Sound Mixing and Best Visual Effects).

Besides this, in the already very US-dominated acting categories, only one nominee who performed in a film with European backing managed to pocket an award: Renée Zellweger, for her role as Judy Garland in the biopic 'Judy', directed by Rupert Goold and co-produced by the UK. Despite the universal acclaim for Antonio Banderas for his work in Pedro Almodóvar’s 'Pain & Glory', the Spanish actor couldn’t quite pip Joaquin Phoenix to the post, and nor could the 'The Two Popes' duo, Jonathan Pryce and Anthony Hopkins.

Sadly, non-European titles outshone the films produced on this side of the Atlantic in the two categories boasting a higher number of the latter. The Oscar for Best International Film went to Bong Joon-ho’s 'Parasite', as widely expected, beating Pedro Almodóvar’s 'Pain & Glory', Ladj Ly’s 'Les Misérables', Jan Komasa’s 'Corpus Christi', and Tamara Kotevska and Ljubomir Stefanov’s 'Honeyland', while in the Best Documentary category, the award went to the US Netflix title American Factory, directed by Steven Bognar and Julia Reichert, which triumphed over Feras Fayyad’s 'The Cave', and Waad Al Khateab and Edward Watts’ 'For Sama', as well as Honeyland, also nominated in this category.

It's worth noting that in the video presenting the new Best International Film category, narrated by Penélope Cruz, who also introduced the award, several films from around the world were thrust into the spotlight, thus showing off the Hollywood Academy's willingness to embrace films from outside the English-speaking territories this year. In the words of Cruz, “Sometimes the answer could be hidden in a film that represents our global language of cinema.” When collecting the award, Bong Joon-ho declared, “I’m proud to be the first winner of this newly named category, and I applaud and support the direction that this change symbolises.” This is no doubt a thought that occurred to him again when he later went on to win the top gong of the evening.

In the Best Animated Film category, despite the promising prospects for 'Klaus', the Spanish-produced Netflix title directed by Sergio Pablos, after its multiple Annie wins (no fewer than seven, including Best Picture), the Academy voters opted for a more conventional winner, Pixar’s 'Toy Story 4', thus also leaving Jérémy Clapin’s Cannes Critics’ Week winner 'I Lost My Body' empty-handed.

As for the European talent that was nominated in other categories, only the music awards brought any good news. Elton John received the second Oscar for Best Original Song of his career, for “I’m Gonna Love Me Again“, the song he co-wrote and sang for his own biopic, Dexter Fletcher’s 'Rocketman', while Icelandic composer Hildur Guðnadóttir triumphed in the Best Original Score category with her work for Todd Phillips’ Joker, a US-only production. Other names such as Alexandre Desplat (who was nominated for his score for Greta Gerwig’s Little Women) and set decorator Nora Sopková (nominated for her work on the Czech Republic-based shoot for 'Taika Waititi’s Jojo Rabbit' - see the news) left the ceremony with nothing to show.

Lastly, there was only one European-produced short film that took home a statuette: the UK’s Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl), directed by Carol Dysinger, which triumphed in the Best Documentary (Short Subject) category.

Here is the list of winners:
Best Picture
Parasite - Bong Joon-ho (South Korea)
Best Director
Bong Joon Ho - Parasite

Best Actor
Joaquin Phoenix - Joker
Best Actress
Renee Zellweger - Judy (UK/USA)
Best Supporting Actor
Brad Pitt - Once Upon a Time in Hollywood
Best Supporting Actress
Laura Dern - Marriage Story
Best Adapted Screenplay
Taika Waititi - Jojo Rabbit (USA/New Zealand/Czech Republic)
Best Original Screenplay
Bong Joon Ho, Han Jin Won - Parasite
Best Animated Feature
Toy Story 4 – Josh Cooley
Best International Feature Film
Parasite – Bong Joon-ho
Best Documentary
American Factory - Steven Bognar, Julia Reichert
Best Cinematography
Roger Deakins - 1917 (UK/USA)
Best Costume Design
Jacqueline Durran - Little Women
Best Film Editing
Michael McCusker, Andrew Buckland - Ford v Ferrari
Best Makeup and Hairstyling
Kazu Hiro, Anne Morgan, Vivian Baker - Bombshell
Best Original Score
Hildur Guðnadóttir - Joker
Best Original Song
“I’m Gonna Love Me Again“ - Rocketman (UK/USA)
Best Production Design
Barbara Ling, Nancy Haigh - Once Upon a Time in Hollywood
Best Sound Editing
Donald Sylvester - Ford v Ferrari
Best Sound Mixing
Mark Taylor, Stuart Wilson - 1917
Best Visual Effects
Guillaume Rocheron, Greg Butler, Dominic Tuohy - 1917
Best Short Film (Live Action)
The Neighbors’ Window - Marshall Curry
Best Short Film (Animated)
Hair Love - Matthew A Cherry, Everett Downing Jr, Bruce W Smith
Best Documentary (Short Subject)
Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl) - Carol Dysinger (UK)




SUNDANCE 2020 Concorso World Cinema Dramatic

Massoud Bakhshi • Regista di Yalda, a Night for Forgiveness
"Il mondo è diviso tra una ricca minoranza che vuole tutto e una maggioranza che non ha nulla"

Articolo di Fabien Lemercier
10/02/2020 - Il regista iraniano Massoud Bakhshi parla di Yalda, a Night for Forgiveness, una produzione maggioritaria europea incoronata al Sundance e in viaggio verso la Berlinale.

Rivelatosi alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2012 con A Respectable Family [+], l'iraniano Massoud Bakhshi ha messo a segno un bel colpo al 36° Festival di Sundance dove Yalda, a Night for 'Forgiveness', suo secondo lungometraggio, si è aggiudicato il Gran Premio della giuria del concorso World Cinema Dramatic. Venduto da Pyramide e guidato in produzione dai francesi della JBA con Germania, Svizzera, Lussemburgo, Iran e Libano, il film sarà proiettato nella sezione Generation della 70ma Berlinale (dal 20 febbraio al 1° marzo).

Cineuropa: Da dove viene l'idea di Yalda, a Night for Forgiveness? Quanto è stato ispirato dalla realtà?
Massoud Bakhshi: L'idea originale del film è nata da film documentari sulle donne condannate per l'omicidio dei loro mariti. Vengo dal cinema documentario e questi film mi hanno davvero toccato. Il realismo sociale è molto presente nel cinema iraniano. Mentre scrivevo e riscrivevo la sceneggiatura, ho parlato con molti avvocati ed esperti e ho imparato molto sulla legge e sulla situazione di queste donne.

Perché il tema del perdono e della vendetta la interessava così tanto? Come ha voluto affrontarlo?
Questo è un tema abbastanza comune nella società iraniana. Gli omicidi e i delitti passionali avvengono soprattutto nelle classi sociali svantaggiate e spesso i condannati cercano di ottenere il perdono dalle famiglie delle vittime. Ma non possono permettersi il prezzo del sangue, ossia i soldi che la persona condannata deve pagare alla famiglia della vittima in caso di perdono. Di conseguenza, l'elite della società, le ONG, gli attivisti, nonché i giornalisti, le star del cinema e i campioni dello sport cercano questo denaro dai loro benefattori, al fine di promuovere la cultura del perdono. E anche per il sistema giudiziario è importante ridurre il tasso di esecuzioni.

La questione della differenza di classi sociali tra i due protagonisti emerge durante il film. Perché ha voluto esplorare anche questo tema?
Questo problema è molto importante e comune nell'attuale società iraniana, è anche un tema universale nel nostro mondo. Penso che il mondo sia diviso tra una ricca minoranza che vuole tutto e una maggioranza che non ha nulla, che è infuriata e che cerca giustizia e pari diritti. Viviamo in un mondo in cui un danese può viaggiare in oltre 100 paesi senza la necessità di un visto, mentre un afghano o un iracheno possono recarsi in soli tre o quattro paesi con il loro passaporto.

Come ha gestito il registro altamente emotivo del soggetto e il ritmo del film?
Ho lavorato alla sceneggiatura per più di quattro anni. E con le attrici, abbiamo provato molti avvenimenti del passato dei protagonisti, di backstory, in modo che incarnassero al meglio ogni personaggio.

Quali erano le sue intenzioni principali in termini di messa in scena e di lavoro sulla fotografia e sul suono?
Sapevo che era difficile realizzare un huis clos senza mantenere un'armonia di ritmo e di messa in scena. Nella sceneggiatura ho suddiviso le scene dello show e del backstage, e sapevo che dovevo girarle con due stili diversi. Lo show è troppo luminoso e colorato, il backstage è scuro con colori opachi e smorti; e abbiamo parlato con il direttore della fotografia per trovare le luci e i movimenti appropriati. Abbiamo anche girato il reportage televisivo prima delle riprese principali, è stata una preparazione efficace per l'attrice principale e la squadra.

Come è stato il processo di finanziamento del film?
Molto lungo e complicato. Dato il divieto del mio primo film nel mio paese, era impossibile trovare finanziamenti in Iran, e in Europa non è facile trovare finanziamenti per un film in lingua straniera con un cast e una squadra per lo più iraniani, destinato oltretutto a essere girato solo in Iran perché non esiste un accordo di coproduzione con questo paese. I miei produttori hanno impiegato due anni per trovare i partner e i finanziamenti necessari per questo film.

In collaborazione con CINEUROPA NEWS

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- Cinema

Al Cinema con Cineuropa


AL CINEMA CON CINEUROPA NEWS -

"Il ladro di giorni"
Articolo di Vittoria Scarpa.

21/10/2019 - Guido Lombardi porta al cinema una storia di doppia educazione sentimentale su sfondo criminale con protagonisti un padre e un figlio che si ritrovano dopo molti anniUna storia rimasta in cantiere per molto tempo (il soggetto vinse il Premio Solinas nel lontano 2007), diventata prima un romanzo e poi una sceneggiatura che nel corso degli anni si sono alimentati a vicenda, e che oggi, finalmente, approda sul grande schermo. Il ladro di giorni [+], terzo lungometraggio di Guido Lombardi (Là-bas - Educazione criminale [+]), presentato in selezione ufficiale alla 14ma Festa del Cinema di Roma, è un film che racchiude molte cose: un racconto di formazione, di vendetta e di sentimenti, un road movie con protagonisti un padre e suo figlio piccolo che si ritrovano dopo molti anni, un melodramma a sfondo criminale con qualche tocco di umorismo.

“Ti avevo detto di rimanere in macchina!”. Vincenzo (Riccardo Scamarcio) lo ripete a suo figlio undicenne Salvo (Augusto Zazzaro) ogni volta che compie un’azione criminale e non vuole che il bambino lo veda. Uscito di prigione dopo sette anni, è andato a riprendersi suo figlio in Trentino, dove è in custodia dalla zia, per passare qualche giorno con lui, ma anche per portare a termine una missione (il trasporto di un grosso quantitativo di droga, fatta passare per “farina”) da Nord a Sud, fino a Bari, in Puglia, la loro terra natale. Se incappi in un posto di blocco della polizia, “un bambino è meglio di una pistola”, è il credo di Vincenzo, convinto che la presenza di suo figlio lo terrà lontano dagli sbirri. All’inizio i due, che sono praticamente estranei, sono diffidenti l’uno dell’altro, in particolare il bambino, molto ben educato (è il primo della classe), è spaventato da questo padre “pirata” ricoperto di tatuaggi.

Ma come ogni road movie che si rispetti, la fine del viaggio li vedrà entrambi del tutto cambiati, e ritrovati. Niente di nuovo sotto il sole, è lecito pensare. A un certo punto, però, la storia vira in un’altra direzione, sulle tracce del presunto traditore, un professore d’arte (Carlo Cerciello) che sette anni prima spedì Vincenzo dritto in carcere, dopo essere stato prelevato da due carabinieri davanti agli occhi increduli di suo figlio, all’epoca di appena cinque anni, mentre erano sulla spiaggia intenti a farsi un tuffo in mare. Interessante l’elemento che questo filone della trama introduce: la banalità del crimine. Così come Vincenzo è un delinquente, sì, ma non un grande stratega, bensì un uomo sempliciotto, del Sud, capace anche di buoni sentimenti, vedremo come a volte dietro a un presunto tradimento possa esserci semplicemente un errore, una leggerezza che in pochi minuti può cambiare irrimediabilmente il corso degli eventi e di un’esistenza.

Il “ladro di giorni” è colui che ha privato Vincenzo di sette anni di vita con suo figlio, e suo figlio della presenza di un padre che gli infondesse il coraggio che gli manca. Leggiamo negli occhi di questo bambino la preoccupazione per la vita che conduce questo suo scellerato genitore, ma allo stesso tempo, per farsi amare e accettare da lui, lo segue nelle sue azioni fuorilegge e comincia a emularlo, nonostante il padre gli dica di girarsi dall’altra parte e di non guardare. Peccato che alcuni passaggi del film risultino poco chiari, che il personaggio di Scamarcio oscilli troppo tra cupezza e guasconeria rendendo difficile capire chi sia veramente, e che l’atto finale non trovi alcuna giustificazione, smorzando l’efficacia di tutto il resto.

Il ladro di giorni è una produzione Indigo Film, Bronx Film con Rai Cinema e Minerva Pictures Group. La distribuzione è affidata a Vision Distribution, le vendite internazionali a True Colours. Il romanzo “Il ladro di giorni” è stato pubblicato da Feltrinelli nell’aprile 2019.


Elio Germano è il protagonista di “Favolacce”
Articolo di Camillo De Marco.

04/02/2020 - L’attesa opera seconda dei fratelli D'Innocenzo sarà in concorso alla prossima Berlinale, dove esordì la loro opera prima La terra dell’abbastanza nel 2018.
Elio Germano è protagonista di Favolacce, attesa opera seconda dei fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo il cui brillante esordio, La terra dell'abbastanza, ricevette il battesimo internazionale al Festival di Berlino 2018, nella sezione Panorama. Sceneggiato dai due registi, il film è una favola nera, tra Italo Calvino e Gianni Rodari, che racconta senza filtri le dinamiche che legano i rapporti umani all'interno di una comunità di famiglie nella periferia Sud di Roma, dove cova un silenzioso e sottile sadismo dei padri, la passività delle madri, la rabbia dei ragazzi in un groviglio oscuro gravido di conseguenze drammatiche. Come spiegano gli autori, è “una storia corale nella comunità borghese della provincia laziale, lo sguardo è quello di un gruppo di undicenni. Il titolo è la crasi tra favole e parolacce, la chiave è quella del racconto grottesco".

Favolacce sarà in Concorso alla Berlinale 2020. Il neo-direttore Carlo Chatrian sottolinea che i gemelli D’Innocenzo sono i registi più giovani della competizione e definisce il film “un paesaggio con rovine. Non come i film del neorealismo e sulla seconda guerra mondiale, ma sulla distruzione della famiglia, tema universale e non solo legato alla società italiana". Ad affiancare Elio Germano ci sono Barbara Chichiarelli, Lino Musella, Gabriel Montesi, Max Malatesta, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Justin Korovkin, Giulia Melillo, Laura Borgioli, Giulia Galiani, Barbara Ronchi, Ileana D'Ambra, Cristina Pellegrino, Aldo Ottobrino, Sara Bertelà. La fotografia del film è di Paolo Carnera, il montaggio di Esmeralda Calabria, la scenografia di Emita Frigato e Paola Peraro, i costumi di Massimo Cantini Parrini.

"Favolacce" è una produzione targata Italia-Svizzera di Pepito Produzioni con Rai Cinema, in coproduzione con Vision Distribution, in associazione con QMI, in coproduzione con Amka Films e RSI Radio Televisione Svizzera/SRG SSR e sarà distribuito nelle sale cinematografiche italiane il 16 aprile 2020 da Vision Distribution. La tedesca The Match Factory cura le vendite internazionali.


"The Man Who Sold His Skin" un film di Kaouther Ben Hania in post-produzione
Articolo di Davide Abbatescianni.

04/02/2020 - Il nuovo dramma della regista tunisina avrà come protagonisti Yahya Mahayni, Monica Bellucci, Koen de Bouw, Dea Liane e Wim Delvoye Kaouther. Ben Hania’s new project is now in post-production, as confirmed by Nadim Cheikhrouha, producer at Tanit Films (Dear Son, Beauty and the Dogs). The Tunisian director is best known for her previous features Challat of Tunis (2013), selected as the opening movie of the 2014 programme of screenings organised by the ACID (Association for Independent Film Distribution) in Cannes, and Beauty and the Dogs, chosen for the Un Certain Regard section of the 2017 Cannes Film Festival. The latter was also the Tunisian entry for the Academy Award for Best Foreign-language Film.

The story of this new film, penned in its entirety by the director herself, tells of the vicissitudes of Sam Ali, a Syrian refugee. In order to be able to travel to Europe and get back the love of his life, the man agrees to have his back tattooed by one of the most sulphurous contemporary artists of the moment. He then becomes a highly rated work on the art market. The stellar main cast chosen by Ben Hania includes actors Yahya Mahayni, Monica Bellucci, Koen de Bouw, Dea Liane and Wim Delvoye.

"The Man Who Sold His Skin" is being produced by Tanit Films (France), Cinétéléfilms (Tunisia), Twenty Twenty Vision (Germany), Kwassa Films (Belgium) and Laika Film & Television (Sweden), and co-produced by Canada’s Guillaume Rambourg, Istanbul-based firm Metafora Production (Turkey), and Tunisian brothers Lassaad and Rafik Kilani. Paris-based outfit BAC Films is in charge of its world sales. The film will be ready for theatrical release in autumn 2020.




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- Cinema

’La dea Fortuna’ - un film di Ferzan ozpetek

“LA DEA FORTUNA” , un film di Ferzan Ozpetek.

 

Il nuovo atteso film di Ozpetek arriva dopo anni di vagabondaggio cinematografico del regista quando tutti (in verità nessuno) ha quasi dimenticato il fortunatissimo “Le fate ignoranti” come di un 'sequel’ dovuto di quello che a suo tempo abbiamo apprezzato e amato. In realtà oltre agli anni, non passati invano, nulla sembra cambiato: la stessa atmosfera, le stesse facce, finanche la terrazza sembra la stessa, nonché i colori e le luci della tavolozza pittorica del regista, come a voler descrivere una medesima umanità che si muove ‘dietro la benda che acceca la Dea Fortuna’ a sua volta accecata dai sentimenti e dalle emozioni di cui l’animo umano si nutre.

E se talvolta quest'ultime prendono il sopravvento e non si riesce a gestirle ciò che ne consegue è paragonabile a un momento di sospensione (molti nella chiave registica di Ozpetek), in cui il fiato si fa corto (tale che i suoi personaggi sembrano non respirare), la saliva amara (ancor più quella degli spettatori). È allora che ci si accorge d’essere nel film, protagonisti della ‘cieca magia’ che emana dalla Dea Fortuna, al tempo stesso succubi del segreto leggendario che dà senso all'intera storia:

 

Come fare a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, catturi la sua immagine, poi chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.

 

Ma condannare oltremodo ciò che dalla ‘fortuna’ proviene del bene o del male sarebbe l’errore più grave, un errore saddirittura fatale, in quanto impedirebbe di comprendere la ragione della sopravvivenza di quell’umanità feconda (che tutti noi rappresentiamo) e che Ozpetek, con ostinata capacità immaginativa, trasferisce nel quotidiano filmico. Una quotidianità epidermica, quasi tattile, di una sensualità vigorosa eppure pacata, afferente agli sguardi e ai silenzi, che è in sé poetica e musicale, anche quando s’irrora di risentimento, di quella malinconia contenuta in procinto di trasformarsi in meschina angustia di rivalsa.

Come accade sul finire del film allorché il rapporto fra i protagonisti si deteriora a tal punto da pervenire a una situazione irrimediabile, giocata egregiamente dal regista sul filo sottile della riflessione occulta che la leggenda riferita alla Dea Fortuna emana: in cui i protagonisti e gli spettatori, una volta entrati nel suo 'cerchio magico’, si trovano a raggiungere altezze e/o bassezze (in questo caso altezze) di autocoscienza, a volte semplicistiche, a volte più elaborate, che impediscono la consapevolezza della propria finitudine.

 

La soluzione sarà un gesto folle. "Ma d’altronde l’amore è uno stato di piacevole follia", si legge nelle note di produzione.

 

Scheda del film:

Dalla ‘recensione’ di Vittoria Scarpa – Cineuropa News 19/12/2019 -

Ferzan Ozpetek torna a Roma con il suo nuovo film tenero e malinconico sulle evoluzioni dell’amore, incentrato su una coppia di uomini in crisi che non prova più passione, con gli effetti tragicomici che ne conseguono, e la possibilità di un nuovo inizio, inaspettato e a dir poco travolgente, sono al centro del toccante, divertente e personalissimo film di Ferzan Ozpetek, “La Dea Fortuna” , che segna il ritorno del regista italiano di origine turca a Roma (dopo aver girato a Napoli e a Istanbul le sue ultime pellicole), alle famiglie allargate, all’amore in tutte le sue forme e alle emozioni pure.

È fra le braccia di un’umanità variegata, autentica e gioiosa, un vero trionfo della diversità, che veniamo introdotti all’inizio del film, dopo un inquietante prologo tra i corridoi di una sontuosa dimora aristocratica, che rivedremo solo più tardi. Siamo su una bella terrazza romana dove si sta festeggiando un matrimonio gay, e tutti i personaggi principali sono lì, primi fra tutti i padroni di casa, Arturo e Alessandro (Stefano Accorsi, già in “Le fate ignoranti” e “Saturno contro”, e Edoardo Leo), una coppia di quasi cinquantenni visibilmente in crisi.

All’improvviso irrompe Annamaria (Jasmine Trinca), amica del cuore ed ex fidanzata di Alessandro, con valigie e due bambini al seguito. Lei non si tratterrà molto (la aspetta un ricovero in ospedale per accertamenti su sospetti mal di testa), invece i suoi figli Martina (Sara Ciocca) e Alessandro (Edoardo Brandi) sono lì per restare, che i due uomini lo vogliano o no. Seguiamo così il quotidiano di Arturo e Alessandro, catapultati nella dimensione di 'genitori' nel momento peggiore della loro relazione quindicennale.

Accorsi e Leo sono perfettamente intonati, il primo nei panni di un intellettuale e professore mancato, il secondo in quelli di un più concreto e risolto idraulico (che parla con i rubinetti), risucchiati nel vortice di recriminazioni e tradimenti.

 

Ozpetek racconta con sincerità e una buona dose di battute fulminanti (il regista firma la sceneggiatura con il produttore Gianni Romoli e Silvia Ranfagni) l’agonia di un amore profondo, pronto a riaccendersi con uno sguardo, una risata, con la complicità di due persone che condividono la vita da anni e ora confrontate con responsabilità più grandi di loro.

Trinca irradia amore e coraggio nelle vesti di Annamaria, una giovane donna libera e ribelle, di origini nobili e in rotta con la sua arcigna madre (incarnata con sorprendente incisività dalla scrittrice Barbara Alberti), che arriva come un terremoto a sconquassare l’equilibrio sclerotizzato della coppia protagonista. Nel cast anche l’immancabile Serra Yilmaz, la transgender Cristina Bugatty, Filippo Nigro e Pia Lanciotti, gli ultimi due nei panni di una coppia che invece si rinnamora ogni giorno, poiché lui, malato di Alzheimer, rivede ogni giorno la sua compagna come se fosse la prima volta.

 

CineCuriosità:

Il film è girato in gran parte a Roma ma anche in Sicilia e in particolare a Bagheria. Il titolo, ‘La dea Fortuna’, fa riferimento al Santuario della Fortuna Primigenia che si trova a Roma.

 

Gradevolissima la scena in cui tutti ballano sotto la pioggia sul tema di una canzone tradizionale turca, unica concessione che Ferzan Ozpetek fa alla sua terra.

 

La colonna sonora si avvale delle musiche originali di Pasquale Catalano (già collaboratore di Ozpetek in vari film, e di Sorrentino) e dell’inserimento di ben due cammei eseguiti dalla voce inconfondibile di Mina firmati con Ivano Fossati: “Luna diamante” e “Meraviglioso è tutto, qui” che chiude i titoli di coda.

 

Discutibile l’inserimento (seppure comprensibile nel messaggio) della pur bella canzone ‘Veinte Anos’ portata al successo dalla cantante cubana di son e habanera Omara Portuondo nel film “Buena Vista Social Club” di Wim Wenders, e qui cantata da due bambini in lingua spagnola.

 

Bravi tutti gli interpreti e nel loro genere le seconde figure, un film da vedere assolutamente.

 

 

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- Società

Un Brindisi dunque ... per questo Natale.

Un Brindisi dunque...per questo Natale.

Signore e Signori
Cavalieri e Nobil Dame
di brindar è questo il tempo
in questi giorni allegri festosi e belli
che ognor chiaman noi a far da testimoni.

Rallegriamoci or dunque
per quanto dell’Amor e/o dell'Amicizia
qui credito si dia
orsù leviamo in alto i calici ricolmi
e facciamo un brindisi in coro:

“Vino, vinèllo, quanto sei buono quanto sei bello!
A fidarsi di te resta l’inganno
che da solo vieppiù vo’ discorrendo.
Da una mano ti prendo dall’antra ti lascio
ogni volta due dita più in basso
e strizzo l’occhio all’oste lasso
che di quello buono porti ancor un fiasco!”. (*)

Pe questo amore che ci tiene al mondo
prima di cantar insieme uno ritornello
di questo bicchiere voglio vedere il fondo!

Brindiamo dunque: “Alla vita!”.

(*) (Tradizionale, elab. Giorgio Mancinelli)

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- Cinema

Cineuropa News - Al Cinema x il Cinema

ArteKino Festival: 10 film europei gratuiti in digitale
di Fabien Lemercier

29/11/2019 -
The ArteKino Festival, launched in 2016 by ARTE and Festival Scope with the support of Europe Créative in order to showcase and promote European arthouse cinema, is back for its 4th edition, set to take place from Sunday 1 to Tuesday 31 December.
50.000 posti disponibili per vedere dieci film d'autore in digitale, in dieci lingue e in 45 paesi europei, dal 1° dicembre - in inglese.

On the menu are ten features (helmed by five female and five male directors), including seven feature debuts, which will be available online, free of charge with a total of 50,000 tickets (5,000 per film) available, to be requested via artekinofestival.com and the ArteKino app. The line-up is accessible in 45 countries and in ten languages (French, German, English, Italian, Spanish, Portuguese, Romanian, Hungarian, Polish and Ukrainian).
Standing out from the programme is the explosive politico-familial thriller Sons of Denmark [+] by Ulaa Salim (discovered in competition at Rotterdam) and the disturbing psychological drama Stitches from Serbian director Miroslav Terzic (winner among other prizes of the Label Europa Cinemas award in the Panorama section of the Berlinale and of the Golden Antigone award for Best Film at the Cinemed festival in Montpellier).

Also in the programme are German production Thirty from Bulgarian director Simona Kostova (in competition earlier this year in the Bright Future section at Rotterdam), Psychobitch from Norwegian director Martin Lund, Ruth from Portuguese director Antonio Pinhão Botelho, Thirst from Bulgarian director Svetla Tsotsorkova (shown in the New Directors section at San Sebastian) and Messi and Maud from Dutch director Marleen Jonkman (which screened in Toronto).
The selection also features three documentaries, two of which were discovered in the Panorama section of the Berlinale (the extremely endearing Selfie from Italian director Agostino Ferrente, which is among the five films nominated for the European Film Award 2019 for Best Documentary, and Normal from fellow country woman Adele Tulli), as well as Sad Song from French director Louise Narboni (winner at FIDMarseille).

Two awards (adding up to a total of €30,000) will be handed out: Internet viewers will be able to vote for the Audience Award, and a brand new Youth Jury Prize will be bestowed by a panel of young Europeans aged between 18 and 25 years old.
Finally, it is worth noting that the ArteKino Foundation also supports feature projects, with the ArteKino International Prize, a development award handed out in a dozen of major film festivals. With ArteKino Selection, one film or one cycle is now programmed every month for free, on Arte’s three cinema internet offerings (artekinofestival.com, arte.tv and the YouTube channel Arte Cinéma).

The complete selection of ArteKino 2019 :
Sad Song – Louise Narboni (France)
Messi and Maud – Marleen Jonkman (Netherlands/Germany)
Normal - Adele Tulli (Italy)
Psychobitch – Martin Lund (Norway)
Ruth - Antonio Pinhão Botelho (Portugal)
Selfie – Agostino Ferrente (France/Italy)
Sons of Denmark – Ulaa Salim (Denmark)
Stitches – Miroslav Terzić (Serbia/Slovenia/Bosnia and Herzegovina)
Thirst – Svetla Tsotsorkova (Bulgaria)
Thirty – Simona Kostova (Germany)

Recensione: "Pastrone!"
di Vittoria Scarpa

04/12/2019 - Il doc di Lorenzo De Nicola porta a galla lati sorprendenti e poco noti del regista del kolossal del 1914 Cabiria, Giovanni Pastrone, un inventore e sperimentatore a tutto tondo.
Nella foto: Il regista Lorenzo De Nicola in "Pastrone!"

La figura di Giovanni Pastrone è di quelle che meritano di essere conosciute e studiate a tutto tondo, perché fonte di ispirazione e meraviglia. Uomo del ‘900, ricco di ingegno, avido di conoscenza, diplomatosi ragioniere ma studioso anche di musica, fisica e meccanica, nella Torino dei primi del ‘900, capitale italiana del neonato cinema, cavalcò tutte le innovazioni della sua epoca, spingendo sempre oltre i limiti delle sue sperimentazioni. Pastrone è noto soprattutto per essere stato il pioniere del cinema muto italiano – autore nel 1914 del primo vero kolossal della settima arte, Cabiria – e per aver reinventato lo spazio del cinema attraverso l’utilizzo delle carrellate e delle scenografie in tre dimensioni. Ma il documentario che gli dedica Lorenzo De Nicola, Pastrone! (proclamato miglior doc al 18° RIFF - Rome Independent Film Festival e film d’apertura, oggi, dell’Asti Film Festival) scava più a fondo nell’opera di questo genio eclettico e ne restituisce un’immagine ampia e sfaccettata.

Il punto di partenza di questa nuova indagine di De Nicola, studioso di Pastrone sin dal 2000 e oggi riconosciuto come suo biografo ufficiale, è stato il ritrovamento di un manoscritto autobiografico che ha schiuso al ricercatore un universo fino ad allora sconosciuto, fatto di riflessioni, ricordi – in breve, il Pastrone uomo – ma che è anche il diario inedito di un regista. “Un giocattolo scientifico”, questo era per Pastrone il cinema, un connubio di intrattenimento e arti applicate. Il cinema racchiudeva tutte le sue passioni del tempo, dal lato artistico e scientifico, e con Itala Film realizzò e produsse centinaia di film, molti di genere peplum, tra cui (oltre a Cabiria, straordinario successo internazionale) La caduta di Troia e la nota serie di film su Maciste. Ma ciò che di particolare emerge dal manoscritto, intitolato Virus et homo, è soprattutto l’altro oggetto di studio di Pastrone, al quale si dedicherà ossessivamente dai 36 anni in poi, dopo la morte di sua madre e dopo essersi ritirato dai set cinematografici: la medicina.

Pastrone rincorre così, nella seconda parte della sua vita, quello che lui stesso definisce “il più scandaloso dei sogni”: quello di curare tutte le malattie dell’uomo, compresi i tumori, con “fucilate elettriche” emesse da un apposito macchinario da lui inventato e costruito a seguito di approfondite ricerche da autodidatta su virus e batteri. Un macchinario che sognava di mettere a disposizione di tutti, ricchi e poveri, gratuitamente, e che di fatto testò su un gran numero di persone (nel doc parlano alcuni suoi pazienti dell’epoca, oggi molto anziani) ottenendo risultati incredibilmente positivi. Ma nonostante ciò, le scoperte di Pastrone non furono mai riconosciute dalla medicina ufficiale, e questa sua più grande utopia si trasformò anche nel suo più grande fallimento: Pastrone diede disposizione di distruggere la macchina dopo la sua morte (ma verso la fine del film c’è un colpo di scena).

Il doc di De Nicola ha il pregio di farci scoprire, attraverso una ricca quantità di materiali inediti e testimonianze, il genio multiforme di questo grande innovatore, la sua dedizione totale alla scienza e alla conoscenza, ma anche il suo tormento interiore, la sua piccola e salutare vena di follia. E il dialogo che si instaura idealmente tra le nuove generazioni (qui sono i giovani “amanuensi 2.0”, collaboratori del regista incaricati di trascrivere in digitale l’intero manoscritto) e questa mente creativa del ‘900, è uno degli aspetti più belli del film, di grande ispirazione. La voce di Pastrone è di Fabrizio Bentivoglio.

Pastrone! è prodotto da Clean Film e coprodotto da Lab 80 film, con il sostegno del Mibac e di Film Commission Torino Piemonte. La distribuzione è affidata a Lab 80 film.

FESTIVAL / PREMI Italia
Il RIFF compie 18 anni
di Vittoria Scarpa

14/11/2019 - Dal 15 al 22 novembre torna il Rome Independent Film Festival con 90 film, tra cui 15 anteprime mondiali e 10 europee, e focus sulla Spagna e l’Ucraina
Il documentario sulla diva de La Dolce Vita Anita Ekberg (Ciao Anita), quello su uno dei più grandi fotografi del XX secolo, Peter Lindbergh - Women’s Stories, e The World According to Amazon, sul fondatore della piattaforma di e-commerce globale Jeff Bezos, sono tra i titoli più attesi al RIFF - Rome Independent Film Festival, la cui 18ma edizione è in programma dal 15 al 22 novembre al Nuovo Cinema Aquila di Roma. In tutto 90 film, 15 anteprime mondiali, 10 anteprime europee e oltre 60 anteprime italiane, tra lungometraggi e documentari, saranno proposti al pubblico del festival internazionale di cinema indipendente diretto da Fabrizio Ferrari, che si aprirà quest’anno con il film premiato al Sundance Nancy di Christina Choe.

Tra i 9 titoli nel Concorso internazionale lungometraggi, By a Sharp Knife dello slovacco Teodor Kuhn che racconta la storia di un padre che ha perso il figlio, Negative Numbers del georgiano Uta Beria su un centro di detenzione giovanile post sovietico, e poi El despertar de las hormigas di Antonella Sudasassi e Temblores di Jayro Bustamante. I film italiani in anteprima sono Affittasi vita di Stefano Usardi, con Massimiliano Varrese nei panni di un artista in crisi d’ispirazione con dei vicini di casa molto stravaganti, e Tensione superficiale di Giovanni Aloi, su una giovane madre italiana che decide di prostituirsi part-time in Austria. Fuori concorso sarà proiettata la coproduzione italo-russa Di tutti i colori di Max Nadari, una commedia ambientata nel mondo della moda con Nino Frassica, Alessandro Borghi e Giancarlo Giannini.

Nella sezione Documentari italiani si segnalano Pastrone! di Lorenzo De Nicola sull’emblematico regista di cinema muto Giovanni Pastrone, Moby Dick o il Teatro dei Venti di Raffaele Manco sull’epica messa in scena del capolavoro di Herman Melville a Modena, e Un uomo deve essere forte, opera LGBTQ di Ilaria Ciavattini e Elsi Perino, che sullo sfondo della provincia del Nord Italia, porta sul grande schermo un toccante percorso di transizione. Tra i Documentari internazionali, la saga familiare Madame [+] dello svizzero Stéphane Riethauser, vincitore del Premio della Giuria al Festival del Documentario di Madrid, e il poetico Mr. Dimitris e Mrs. Dimitrula della greca Tzeli Hadjidimitriou, su cosa significhi essere diversi in una comunità tradizionale. Questi ultimi tre titoli faranno parte, insieme ad altri, del “Focus LGBT - Love & Pride Day - Il valore della diversità”.

Tra gli Eventi Speciali, “Il nuovo cinema ucraino: la realtà che ispira” con 6 film di giovani registi ucraini che rappresentano diversità nei temi e nei mezzi espressivi, tra cui la commedia drammatica The Strayed (Pryputni) di Arkadiy Nepytaliuk, Premio per la regia a Odessa, e il doc My Father Is My Mother’s Brother di Vadym Ilkov. Torna anche il “Focus Spagna - L’animazione Valenciana” in cui il Cortoons Gandia Festival e l'IVAC, Istituto Valenciano di Cultura, presentano una proiezione speciale dedicata ai cortometraggi di animazione realizzati nella Comunitá Valenciana.

CANNES 2019 Concorso
Recensione: "Il paradiso probabilmente"
di Kaleem Aftab

25/05/2019 - CANNES 2019: Elia Suleiman è in competizione con un ritratto divertente e assurdo su cosa significhi essere un palestinese Elia Suleiman è uno dei preferiti del Festival di Cannes. Il paradiso probabilmente è il suo quarto lungometraggio a partecipare al grande evento nel sud della Francia, e il suo terzo in concorso. Alcune cose non cambiano mai: Suleiman interpreta ancora una volta una versione silenziosa di se stesso sullo schermo (che per chiunque sappia quanto è loquace il regista, è ironico di per sé) e guarda al caos della vita che si aggira intorno a lui con divertimento. C'è un tocco di Jacques Tati nel tono e nello stile del suo lavoro, e questo nuovo sforzo, con la sua messa in scena in stile tableaux, ha un tocco di Roy Andersson.

It Must Be Heaven è il film più divertente e accessibile di Suleiman fino ad oggi, soprattutto perché il regista porta se stesso fuori dalla sua terra natale palestinese dopo il primo atto e sposta l'azione a Parigi e New York. Non affrontando direttamente il conflitto israelo-palestinese, Suleiman è in grado di fare i conti con una domanda altrettanto pertinente: cosa significa essere un palestinese? L'erba del vicino è sempre più verde?

Il film inizia nei dintorni familiari di Nazareth. Vestito con il suo cappello tipico e il cappotto a tre quarti, Suleiman beve vino e guarda qualcuno cogliere un limone dall'albero del suo vicino. Costui sostiene che va bene così perché di solito chiede il permesso e questo gli viene concesso: "Non sto rubando". Eppure ogni giorno l’uomo invade un po' di più, abbattendo gli alberi e coltivando la terra – tanto da farci chiedere se in realtà non sia il proprietario. La scena è divertente in sé, ma fa pensare anche agli insediamenti in un film pieno di doppi significati. Il regista è consapevole di essere stato già su questo territorio prima, quindi è una mossa intelligente da parte sua quella di affrontare direttamente questa minaccia, e fare quello che hanno fatto molti palestinesi: lasciare il paese. Come regista, ha il privilegio di poter andare e venire, e non dover andare in esilio.

Quando arriva a Parigi, si siede in un bar e osserva la belle vie. Passano graziose modelle, e sembra una versione da cartolina della città, realizzata da una casa di moda. Ma le cose cambiano mano a mano che Suleiman trascorre più tempo nella capitale francese. Le strade sono stranamente vuote al mattino, e quello che vede sono neri che puliscono dappertutto, la burocrazia della polizia e una presenza militare. Quando si incontra con un finanziatore francese per il suo film, gli viene detto: "Non è abbastanza palestinese".
Quindi se ne va a New York, dove non riesce nemmeno a entrare in una casa di produzione cinematografica per presentare il suo progetto. Ovunque guardi, vede gli americani trasportare armi; è una situazione tanto negativa quanto quella che ha lasciato in Palestina. Suleiman prende di mira Trump e l'imperialismo americano semplicemente ritraendo fucili estratti dalle macchine e appesi alle spalle. Le assurdità e le gag visive contenute in It Must Be Heaven sono alcuni degli sketch più divertenti che Suleiman abbia mai messo sullo schermo, rendendo questo film il suo film più gradevole e divertente fino ad oggi.

Il paradiso probabilmente è prodotto dalla francese Rectangle Productions e Nazira Films, la tedesca Pallas Film, la canadese Possibles Media e la turca ZeynoFilm, in associazione con il Doha Film Institute, Wild Bunch, Le Pacte, Schortcut Films, Maison 4:3, l’Arab Fund for Arts and Culture e KNM. Le vendite internazionali sono gestite da Wild Bunch.

CANNES 2019 Concorso
Elia Suleiman • Regista di Il paradiso probabilmente
"Il divario di classe ed economico, la migrazione, l'ansia e la violenza: di questo parla il film, fondamentalmente" di Kaleem Aftab

25/05/2019 - CANNES 2019: Abbiamo incontrato il regista palestinese Elia Suleiman per parlare del suo film in corsa per la Palma d'Oro, Il paradiso probabilmente.

Il paradiso probabilmente è il terzo lungometraggio di Elia Suleiman a partecipare in concorso al Festival di Cannes. Il film prosegue le avventure del personaggio muto che lo stesso Suleiman interpreta, e che va in giro osservando le molte assurdità del mondo che lo circonda. Nei suoi lavori precedenti, questo Jacques Tati palestinese era rimasto in patria, invece in It Must Be Heaven viaggia per Parigi e New York, solo per scoprire che altrove è tutto altrettanto strano e complesso quanto a casa.
Cineuropa: Il paradiso probabilmente la vede tentare di arrivare all'essenza di ciò che significa essere non solo palestinesi, ma outsider. Ha sentito che doveva allontanarsi dal conflitto arabo-israeliano in questo film?

Elia Suleiman: No, non l'ho sentito affatto. Penso che stavo solo cercando di dire che il conflitto ha esteso i suoi tentacoli a qualsiasi altra parte del mondo e che c'è una "palestinizzazione" globale dello stato delle cose. È in pratica ciò che questo film cerca di indicare, in realtà. Voglio dire, lo stato di eccezione, lo stato di polizia e la violenza sono ora come un terreno comune ovunque andiamo. La tensione e l'ansia sono praticamente ovunque, e non è più solo un conflitto locale.

Perché ha scelto Parigi e New York?
Per la ragione molto, molto semplice – quasi semplice quanto lo sono io – che non volevo fare il film in posti che non mi sono familiari. L'ho fatto una volta, ed è stato fantastico. New York e Parigi sono due luoghi in cui ho vissuto a lungo –14 anni lì e 14 anni là – quindi ho familiarità con l'umorismo e l'atmosfera di quei luoghi.

Le scene a Parigi spiccano perché ha girato con le strade completamente prive di persone e automobili. Perché ha fatto questa scelta?

Mostrare le ossa nude di Parigi è rivelare il sottoproletariato, rivelare gli oppressi, i senzatetto, i poveri, gli arabi inseguiti dalla polizia, lo stato di polizia. Volevo renderlo davvero evidente e non realistico, ovviamente, e per farlo, avevo bisogno di fare ciò che ho fatto. In qualche modo, speravo sempre che, se l'avessi fatto, la domanda da porre sullo stato delle cose sarebbe diventata più importante di quanto sarebbe stato se lo avessi fatto con l'animazione, o con un realismo di qualche tipo.

La prima volta che vediamo Parigi è in una versione da cartolina, e poi mostra gli addetti alle pulizie. Voleva dimostrare che esiste una diaspora collettiva di persone che vengono schiacciate dall'Europa e dall'America?

Non intendevo dirlo; è semplicemente evidente. Fondamentalmente, il divario di classe ed economico, la migrazione, l'ansia e la violenza – di questo parla il film. Parla di discriminazione. Parla di declassamento in base al colore. È ciò che questo film cerca di rivelare, e collega tutto questo al colonialismo.

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- Scienza

Dialoghi Matematici -Auditorium Parco della Musica di Roma


MATEMATICA
GENERE FEMMINILE, NUMERO SINGOLARE

Una nuova edizione dei Dialoghi matematici, in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma, per ripercorrere le storie individuali di alcune donne, importanti figure della ricerca, pioniere di una disciplina che per ragioni storico culturali conta una tradizione prevalentemente al maschile. Prevalente ma non esclusiva.


ANTEPRIMA
domenica 8 dicembre, ore 11
Roma, Auditorium Parco della Musica, Viale Pietro de Coubertin

ILDEGARDA DI BINGEN
Quando la matematica si faceva in musica

con Silvia Colasanti e Piergiorgio Odifreddi
e con la partecipazione di alcuni elementi del Coro Musica Reservata

Introduce e modera Pino Donghi



Programma 2020:

domenica 19 gennaio 2020, ore 11
SOPHIE GERMAIN e SONJA KOVALEVSKAJA
Storie avventurose di equazioni, teoremi, di vocazioni letterarie e di donne che devono fingersi uomo
con Silvia Benvenuti e Umberto Bottazzini

domenica 9 febbraio 2020, ore 11
EMMA CASTELNUOVO
La rivoluzione nell'insegnamento
con Marco Andreatta e Paola Gario

domenica 23 febbraio 2020, ore 11
CATHY O'NEIL
L'arma di distruzione matematica
con Chiara Valerio e Paolo Zellini

domenica 15 marzo 2020, ore 11
MARYAM MIRZAKHANI
Prima donna, prima iraniana... le geodetiche della Medaglia Fields
con Alessio Figalli, Roberto Natalini e Corinna Ulcigrai

domenica 5 aprile 2020, ore 11
EMMY NOETHER
La teoria degli anelli e la matematica tra Parmenide e Eraclito
con Vincenzo Barone e Elena Castellani

domenica 10 maggio 2020, ore 18
IPAZIA
Verità e leggende di un'egiziana di genio
con Piergiorgio Odifreddi e Silvia Ronchey


Tutti gli incontri sono introdotti e moderati da Pino Donghi


Infoline
06 802412281

www.mulino.it
www.auditorium.com


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- Politica

Bla, bla, bla … “In vino veritas”.


Bla, bla, bla … “In vino veritas”.
Dagli scranni ‘vuoti’ del Parlamento.

«Siamo rimasti in tre, tre Somari e tre Briganti, solo tre!», cantava giocoso Modugno profetizzando quanto ben presto sarebbe occorso nell’aula del nostro Parlamento. Di fatto c’è che prima di quelli attuali erano già in Tre a cantarla (anzi due se la cantavano e uno girava col piattino in mano); adesso in vero sono sempre Tre e non si sa bene quale di loro sta lì a reclamare un obolo che ‘noi italiani’, ridotti per lo più a un silenzio di convenienza, versiamo nel fatidico piattino quasi certi che l’elemosina la stiano facendo loro a noi.
Comunque sono e restano (?) in Tre a stendere la mano, per lo più passando il tempo a litigare per, non si sa bene quale ragione li spinga se non quella di restare al potere, (leggi col culo attaccato allo scranno), passando il tempo un giorno a litigare, un altro giorno a smentire ciò che hanno affermato il giorno prima; un altro giorno si insultano per poi acquietarsi seduti alla stessa mensa e/o davanti allo stesso bicchiere di vino, litigando di chi berrà la metà piena e chi deve accontentarsi della metà vuota.

E mentre in Due fanno un po’ come i compari della tradizione poplare che si accompagnano l’un l’altro senza riuscire a trovare la strada di casa; l’altro sembra destinato a fare da Terzo ‘incomodo’. Quale dei Tre? – vi starete chiedendo. Ma davvero ve lo chiedete, non è forse lampante chi? C’è davvero bisogno che io vi indichi quale dei Tre? Semplice (e lampante): facendo il gioco delle Tre carte “uno vince, l’altro perde (oggi); quello che ha vinto ieri perde (domani), in modo alternato, mentre l'ultimo dei Tre fa 'il palo' ”, gridando ad ogni stupida 'vittoria', e/o a rigirandosi le colpe (perché di questo si tratta), che finiscono per essere in addebito al terzo di loro (l’incomodo), il quale, guarda caso, quel giorno era assente (ma c’era), e se c’era non ha visto, né sentito, né detto niente.
I Tre si fingono d’accordo (e non lo sono), il resto del paese (tutti noi che sosteniamo una volta l’uno (a destra), e l’altro (a sinistra), con il terzo che fà il 'birillo' al centro, mentre sta a guardare senza mai prendere posizione; piuttosto barcamenandosi sull’entrata del Parlamento: “ma prego, passi prima lei”, “ma no passi lei”, “no, spetta a lei!”, “nient’affatto, ieri sono entrato io per primo, quindi?”. Quasi che chi ‘entra per primo' e si siede sullo scranno temi di trovarvi una 'banana pronta all'uso'. “Beh, facciamo così, per oggi entra l’altro" (il terzo incomodo), che, guarda caso, non sa cosa rispondere all’interrogazione parlamentare, né a quale dei due attribuire le responsabilità che necessariamente finiscono col dire: “Sicuramente è colpa di quelli che c’erano prima, che hanno lasciato il buco!” – esclama. Quale 'buco'? Ma quello lasciato dalla banana, no?

Comunque tutto sà di ‘farsa’ alla Achille Campanile, per intenderci: “chi io?”, “no, lei”, “ma no, la prego”, “me la dia”, “no grazie, se la tenga!”. Ma intanto la banana la rifilano al popolino che ‘speriamo’ vad(i)a a votare, cioè ad eleggerli per tenerli seduti sugli scranni di quell’osteria che si vuole chiamare Parlamento. Dove i Tre, assetati di potere, lasciano che il paese vad(i)a in rovina, per poi infilarsi nell’urna ‘segreta’ delle decisioni e pisciandoci dentro. Perché da tanto ubriachi che sono (leggi: impreparati, incapaci, venditori di fumo ecc.) e sofferenti di prostatite acuta da qualche parte devono farla. E di fatto la fanno, come si suol dire: ‘fuori dal bidone’; tanto da causare l’acqua alta a Venezia, per non (voler) parlare di Matera (come mai?); tuttavia non sufficiente a spegnere gli alti forni della siderurgia a Taranto, mentre il ‘buco’ della TAV è lì che li aspetta per essere riempito della loro merda. Che ve ne pare? Siamo in buone mani, oppure?
Tant’è che l’esperienza politica di molti (che pure sempre lì siedono in Parlamento), è lasciata al condizionamento dei pochi (avvezzi all'arroganza) che vi prendono posto, la cui incompetenza sta portando il nostro paese allo 'sfascio' definitivo. E mentre i Tre escono a braccetto dall’osteria (Parlamento), li ritroviamo al Bar di fronte (aperto fino a tarda notte) che si accordano su cosa è ‘prioritario’: se andare a dormine accompagnandosi l’un l’altro verso casa, o a trovare la ‘zoccola’ (in romanesco) di turno che calmi le loro appassionate (?) arringhe dell’indomani.

Ma come si sà le ‘arringhe’ servono a schiarisi la voce, seppure ci sia più bisogno di schiarirsi le idee, poche e confuse, di come risolvere i problemi del paese: “no, scusa, di quali problemi stiamo parlando?”, “perché ci sono problemi?”, “mah, non mi pare”, “eh, lo dicevo io che non c'erano problemi”– aggiunge il terzo, contestando che “personalmente (io) non c’ero” – aggiunge il furbetto del trio; “di solito i problemi sono di chi se li crea” – aggiunge il Terzo (l’incomodo). E a ragione, perche stando ai detti popolari (romaneschi come la fava) tra gli ubriachi che “in vino veritas” vale quanto segue: “uno + uno non può far tre”, che “i bicchieri (bevuti) non possono essere dispari” e che “fra i due il terzo lo prende nel c…”, - e magari gode, aggiungo. Ma su questa possibilità c’è da fare un pensierino piccolo, piccolo …
Sempre dipende da quanto ce l’ha grosso il contendente!
Fatto è che dagli scranni ‘vuoti’ del nostro Parlamento, non dobbiamo aspettarci nient'altro che ulteriori guai in fatto di fisco sempre più agguerrito, di pensioni aggredite e logorate, di sanità malsana e malfunzionante, di lotta alla criminalità che avanza, dell’ingiustizia della giustizia, della disfunsione degli apparati dello stato, dei disservizi dei servizi pubblici ecc. ecc. La lista si fa ogni giorno più lunga, ci vogliono delle idee nuove, dei suggerimenti efficaci, di far meno chiacchiere e più fatti, di rivolgersi un po’ meno ai ‘santissimi’ che operano al di fuori delle leggi e più ai detentori dell’economia nazionale, (leggi gli avidi imprenditori ) di farsi partecipi dello stato delle cose e avviare una ‘più sana’ levata di scudi' verso questo nostro (e loro) paese, ridotto ormai a un colabrodo che fa acqua da tutte le parti.

"Scusate ma la cultura, per caso qualcuno di voi due l'ha vista?" - chiede il 'popolino' che passava per caso davanti al Bar delle chiacchiere. "Cos'è?" - chiede uno dei Tre, lanciando un'occhiataccia agli altri due. Al che risponde il Terzo (l'incomodo): "Sì, mi è sembrato che fosse diretta giù di là!". "Scusi da che parte ha detto?", "No, io non l'ho detto!" - aggiunge il secondo, mentre il furbetto dei tre, risponde deciso: "Le scuole riaprono sicuramente prima dell'inverno, forse è ancora in tempo per imparare qualcosa, che le leggi qui le facciamo noi!".
A questo proposito, manca poco all’inizio dell’inverno, raccomando di stare attenti ai consumi, alle stangate sugli affitti, alle bollette dell’elettricità e del gas, alla benzina per le auto, ai ticket sanitari, alla ... "Eh, ma basta!" - dice l'uno, "Per oggi finiamola quì", aggiunge l'altro. "Beh, si è fatto tardi, ci vediamo domani, fatemi sapere alla fine che cazzo avete deciso! Tanto a me poco mi cambia:"- aggiunge il Terzo, (l'incomodo). mentre i Due stando all’erta, hanno già attivato i loro scherani per colpire duro, soprattutto perché a loro i contributi 'extra' non bastano mai, mentre noi possiamo sempre, come si dice: “tirare le cinghia”. E già qualcuno del 'popolino' ha sostituito alla 'fatidica 'cinghia' con le cuoia'.

Dunque, a risentirci a presto, nel frattempo mi aspetto una rivolta popolare che li mandi tutti quanti a casa, solo perché i manicomi da tempo sono chiusi, i centri di recupero per gli alcolizzati dal potere non sono mai stati aperti. Ciò, sempre nella speranza che qualcuno si occupi seriamente di tutti noi. Comunque statene certi, se le cose non cambiano in meglio, sarò ancora qui a monitorare la situazione: Come disse un carissimo amico da sopra il muro ...

“si può sempre sperare nel diluvio”.

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- Musica

A Ferrara con la Tower Jazz Composers Orchestra


A FERRARA CON LA TOWER JAZZ COMPOSERS ORCHESTRA

TJCO ovvero “Tower Jazz Composers Orchestra”, omonimo album d’esordio dell’apprezzata resident band del Jazz Club Ferrara da il via il Tour di presentazione. L’album prodotto da Over Studio Records e distribuito da Jazzos.com - Goodfellas ed è stato realizzato grazie alla collaborazione tra Jazz Club Ferrara e Bologna Jazz Festival, con il contributo di Regione Emilia-Romagna e Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna.

Il Jazz Club Ferrara e Over Studio Recording sono orgogliosi di annunciare l’uscita di Tower Jazz Composers Orchestra, omonimo album d’esordio dell’apprezzata resident band del Torrione. Il progetto nuovo di zecca sarà presentato al pubblico lunedì 11 novembre in occasione della consueta residenza mensile dell’ampio organico. Scelti da un book di oltre sessanta arrangiamenti originali, i quattordici brani incisi offrono una visione ad ampio raggio sulle diverse sfaccettature compositive e performative dell’ensemble, restituendone un’immagine completa.
L’esperienza condotta al Jazz Club Ferrara da tre anni a questa parte, unita ai diversi concerti fuori dalle mura del Torrione, si è concretizzata in questo primo album prodotto dalla neonata Over Studio Records, etichetta emanazione dell’omonimo studio discografico che si è occupato della registrazione e produzione del disco, registrato a fine settembre al Teatro De Micheli di Copparo (FE) e distribuito da Jazzos.com - Goodfellas. La realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione del Jazz Club Ferrara con Bologna Jazz Festival e al sostegno di Regione Emilia Romagna e la Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna.

La TJCO intraprenderà altresì un tour italiano ed europeo di presentazione dell’album (ancora in fase di definizione). Oltre al Jazz Club Ferrara (13 dicembre 2019 e 24 gennaio 2020), l’ensemble farà tappa al Musicus Concertus di Firenze nell’ambito della rassegna ‘A Jazz Supreme’ (29/11), all’Ancona Jazz Festival (25/02) e al Teatro Ristori di Verona (30/04 in occasione della Giornata internazionale del jazz Unesco).
Già tra i dieci migliori gruppi dell’anno al Top Jazz 2018 di Musica Jazz, la Tower Jazz Composers Orchestra ha preso forma nel 2016 come naturale evoluzione di due progetti didattici (The Unreal Book e The Tower Jazz Workshop Orchestra) organizzati al Jazz Club Ferrara negli anni scorsi.
Affidati alla direzione di Piero Bittolo Bon e Alfonso Santimone, gli oltre venti elementi che la costituiscono mettono in gioco collettivamente le proprie idee musicali con creatività e sorprendente empatia, eseguendo partiture pensate per l’orchestra stessa e rivisitazioni di brani provenienti da varie tradizioni.

È così possibile definire la TJCO come un’esperienza orizzontale a dimensione variabile e con un regime partecipativo. Ogni componente più o meno stabile dell’organico, in veste di compositore e improvvisatore, contribuisce alla ricerca a tutto campo che è propria dell’attitudine artistica di questa formazione.
In questi anni l’orchestra ha costruito un repertorio piuttosto vasto e variegato, dove le voci dei vari compositori si confrontano tra loro nella ricerca di un’identità riconoscibile e di un percorso teso a sconfinare oltre, pur attraversandolo in lungo e in largo, l’idioma classico della big-band jazzistica.
Al di fuori del Torrione San Giovanni, in cui si esibisce mensilmente nell’ambito delle stagioni di “Ferrara In jazz”, la TJCO ha calcato i palcoscenici di prestigiosi festival quali Bologna Jazz Festival (a fianco di David Murray), Correggio Jazz nell’ambito di Crossroads jazz e altro in Emilia-Romagna ed Euphonie festival di suoni in natura, nella suggestiva cornice dei Trepponti di Comacchio.

Tower Jazz Composers Orchestra
Over Studio Records – 001
overstudiorecording.bandcamp.com/releases
www.overstudio.it
www.jazzos.com

Line up:
Alfonso Santimone – direttore, direzione musicale e live electronics
Pietro Bittolo Bon – direzione musicale, sax alto, clarinetto basso, flauto basso
Marta Raviglia – voce

Sandro Tognazzo – flauto e flauto alto
Gianluca Fortini – clarinetto e clarinetto basso
Filippo Orefice – sax tenore, clarinetto, flauto
Tobia Bondesan – sax tenore e soprano
Giulia Barba – sax alto e baritono, clarinetto basso
Mirko Cisilino – tromba, corno francese
Gabriele Cancelli – tromba e cornetta
Paolo Malacarne – tromba e flicorno
Andrea Del Vescovo – tromba e flicorno
Federico Pierantoni – trombone
Lorenzo Manfredini – trombone
Max Ravanello – trombone
Fabio De Cataldo – trombone basso
Glauco Benedetti – tuba

Luca Chiari – chitarra elettrica ed acustica
Federico Rubin – pianoforte
Stefano Dallaporta – contrabbasso e basso elettrico
Simone Sferruzza – batteria (3, 4, 6, 7, 9, 10, 11, 12)
Andrea Grillini – batteria
 (1, 2, 5, 8, 11, 13, 14)
William Simone – percussioni

Tracklist:
01. Okapi, Pt. I (Piero Bittolo Bon) - 01:03
02. Lucid Dream (Stefano Dallaporta) – 07:35
03. High Tension Store (Alfonso Santimone) - 08:01
04. Trova L'Intruso, Pt. I (Giulia Barba) - 02:06
05. Tammorra (Lorenzo Manfredini) – 07:03
06. Provvisorio (Filippo Vignato) - 06:03
07. Yellow Trip (Simone Sferruzza) - 05:42
08. B - Brisbane (Piero Bittolo Bon) – 05.44
09. Trova L'Intruso, Pt. II (Giulia Barba) 0.30
10. Transitions (Filippo Orefice) – 05.48
11. 81 (Alfonso Santimone) – 06:38
12. Tower War (Federico Pierantoni) – 04:38
13. Ecce Combo (Alfonso Santimone) 07:10
14. Iuvenes Doom Sumus / Okapi, Pt. II (Piero Bittolo Bon) – 09.24

Totale 1:17:33

B-Brisbane – testo di Piero Bittolo Bon
Provvisorio – testo di Filippo Vignato
Lucid Dream – testo liberamente ispirato da “Psicomagia” di Alejandro Jodorowsky
High Tension Store – testo liberamente ispirato da “Silence” di Antonin Artaud

Tour:
29 novembre ’19 - ‘A Jazz Supreme’, Musicus Concertus, Firenze
24 gennaio ’20 - ‘Ferrara In Jazz’, Jazz Club Ferrara
25 febbraio ’20 - Ancona Jazz Festival, Ridotto Teatro Duse, Ancona
30 aprile ’20 - Teatro Ristori, Verona

Ufficio Stampa
Eleonora Sole Travagli
e-mail: solejazzclubferrara@gmail.com ; press@jazzclubferrara.com
cell. + 39 339 6116217

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- Libri

Momenti d’Autunno / 4 foglie, musica,castagne, vino e libri

Momenti d’Autunno / 4
(..foglie gialle e buona musica, castagne arrostite, film, vino e pagine di libri).

'foglie'

esauste
hanno vibrato nel vento
nelle sere della torrida estate
per poi sfronzolarsi
e ingiallire …
silenziose
hanno atteso la pioggia
sperando
in una concessione di vita
che non potevano ottenere
(GioMa)

Le osservo cadere mentre affacciato dalla porta finestra che guarda al giardino, ricoprono di un tappeto giallo e bruno la terra che le reclama …
«Per l’intera giornata d’Autunno le nuvole hanno pesato grevi e basse nel cielo […] ed in fine, mentre s’avvicinavano le ombre della sera, mi trovai in vista della malinconica Casa Usher …», quella di E.A.Poe, per intenderci.
Sì, proprio quella, tradotta da Decio Cinti dal francese, nella versione di Charles Baudelaire. Il piccolo ed elegante libro era in cima alla pila dei desiderata, anche se in verità è solo una rilettura, successiva alla visione del film omonimo del 1928, per la regia di Jean Epstein (*) in DVD e mai visto prima.

Come tutti sappiamo “Per avere paura non occorre un motivo preciso, [...] ma quando si ha paura è bene sapere perché” recita un aforisma di Èmile Ajar (alias Romain Gary) che bene si adatta all’atmosfera ricreata in questo libro postumo, ‘assemblato’ a distanza di centocinquanta anni circa dalla morte di Poe, in “I viaggi immaginari”: Esplorazioni stravaganti e impossibili in giro per questo e altri mondi. (*)
Un libro che raccoglie numerosi racconti, tra i meno conosciuti dell’autore, e sottotitolato da una ipotizzabile quanto insolita chiave di lettura che ne permette per intero la godibilità. Con questa raccolta, infatti, si delinea l’importanza di un’operazione editoriale che restituisce al lettore un altrettanto valido ‘materiale letterario’, altrimenti destinato al macero, in una nuova veste critica e rispettiva traduzione. Lo ‘sgomento’ su cui E. A. Poe fa leva in questi racconti, e che ben possiamo definire ‘paura’ in nuce, a uso e consumo per i successivi racconti ‘horror’ più complessi che segneranno la sua produzione di maggior respiro, è qui fruita come ‘esercizio di stile’ più propriamente detto, cui l’autore si rifarà costantemente nei suoi scritti successivi.
In realtà non c’è una ragione specifica che lega questi racconti all’ ‘orrifico’, pur tuttavia in essi si discopre quella che è la ‘madre di tutte le paure’, la ragione fondamentale della ‘paura’, e cioè ‘il timore del male’ che porta in sé la morte:
"Ah, la Morte, lo spettro che si sazia a tutti i banchetti! Quante volte ci siamo persi in considerazioni sulla sua natura! Che mistero quel suo frenare la felicità umana dicendole «fin qui, ma non oltre!»” Come pure è detto nel racconto “Colloquio di Monos e Una”, presente in questa raccolta, e che, ancora oggi, suona di grande attualità – chi mai l’avrebbe detto? – soprattutto quando Poe affronta il suo avvicinamento a Dio:
«Come è facile ipotizzare dall’origine del disordine, chi era stato contagiato dal sistema e dall’astrazione si era avvolto nelle generalità. Fra le altre idee strane, aveva guadagnato terreno quella dell’uguaglianza universale e di fronte all’analogia e a Dio, a dispetto dell’alta voce ammonitrice delle leggi [...] che pervadono così vivamente ogni cosa del Cielo e della Terra, nei tentativi selvaggi fatti per far prevalere la ‘democrazia’ su tutto. Purtroppo questo male era scaturito fatalmente dal male principale, la ‘Conoscenza’.
Per poi riscontrare che: “L’uomo non poteva che conoscere e soccombere. [...] In verità, l’uomo che vuole ammirare nel modo giusto la gloria di Dio sulla terra deve ammirare quella gloria in solitudine”. [...] E dal momento che noi vediamo chiaramente che la vitalità di cui è dotata la materia è un principio, anzi a voler estendere il nostro giudizio, è il principio fondamentale dell’opera di Dio, mi sembra quasi illogico immaginare che sia limitato alle regioni dell’infinitamente piccolo, dove quotidianamente lo rintracciamo, e non si estenda a quelle dell’infinitamente grande.»

Ma forse all’epoca di riferimento di questo racconto la ‘purificazione’ doveva ancora avvenire e Poe non sembra qui andare alla ricerca di un riscatto che non arriverà: “Le parole «..sono cose vaghe [...] e l’uomo, come razza, per non estinguersi del tutto doveva ‘rinascere’ [...] e si trasformerebbe, alla fine, nell’uomo purificato dalla morte, dell’uomo il cui intelletto sublimato non sarebbe più avvelenato dalla conoscenza, dell’uomo redento, rigenerato, beato e immortale, ma pur sempre dell’uomo materiale” – afferma. Per poi andare incontro alla propria ‘morte spirituale’ dicendo: “Il dolore era poco, molto era il piacere. Ma nessun dolore o piacere era di natura morale” e il termine ‘purificazione’ qui usato fa riferimento alla radice greca ‘fuoco’ divoratore, ...la fine di tutto”».
«Siamo destinati ad avanzare nelle tenebre. Siamo noi stessi elementi di tenebra. Strisciamo nel fango e mormoriamo affannosi salmi tra inesauribili smarrimenti di senso. […] L’essere umano non attende più la resurrezione né altro compimento. È la notte senza illusione quella che qui viene narrata. È la sofferenza che ritorna sul confine oscillante tra dolore e angoscia» – scrive Flavio Ermini (*) nel suo “Della fine: la notte senza mattino”.

Come avverte Zigmunt Bauman (*) in “Paura liquida”: «Esiste uno e un solo evento che renda metaforico ogni altro impiego delle parole, l’evento che conferisce a certi termini il loro significato primario, originario, incontaminato e non diluito –Quell’evento è la ‘morte’. [...] La morte incute paura per via di quella sua qualità diversa da ogni altra: la qualità di rendere ogni altra qualità non più superabile. Ogni evento che conosciamo o di cui siamo a conoscenza – ogni evento, eccetto la morte – ha un passato e un futuro. Ogni evento – eccetto la morte – reca una promessa, scritta con inchiostro indelebile anche se a caratteri piccolissimi, secondo cui la vicenda «continua». [...] Soltanto la morte significa che d’ora in poi niente accadrà più, niente potrà accadere, niente che possa piacere o dispiacere. È per questa ragione che la ‘morte’ è destinata a restare incomprensibile a chi vive, e anzi non ha rivali quando si tratta di tracciare un limite realmente invalicabile per l’immaginazione umana.
L’unica e la sola cosa che non possiamo e non potremo mai raffigurarci è un mondo che non contenga noi che ce lo raffiguriamo”. È dunque questa la vera leva su cui fa pressione Poe nei suoi racconti e romanzi più apprezzati: la ‘paura della morte’. Ecco che allora, per dirla ancora con Bauman, quella ‘materialità’ instabile che Poe prende qui a riferimento, si trasforma in ‘immaterialità liquida’ del suo e del nostro tempo. A voler dire che in fine nulla è cambiato, che la ‘rinascita’ dell’uomo è ancora sospesa nelle alte sfere di un ‘di là a divenire’ di cui non siamo che spettatori estatici e sgomenti. E così resteremo fino ai nostri giorni, irrimediabilmente, fatalmente, inevitabilmente. Ma a che cosa fa riferimento Poe in questi suoi “Viaggi Immaginari”, improbabili quanto incredibili (?) – ci si chiede. E la risposta ci giunge immediata, essendo la più scontata che ci si possa aspettare: ‘al sogno’.

Quel sogno che non rinnega i suoi risvolti visionari, allucinati, deliranti, che lo tengono legato al vagheggiamento, alla brama utopica, alla chimerica bellezza, sinonimi specifici della visione onirica; e che lo proiettano nell’incubo ‘orrifico’ d’una bellezza illusoria, irraggiungibile, il cui splendore abbaglia la ‘realtà’, trasformandola in desiderio, speranza, aspirazione, fino allo stordimento, all’accettazione dell’irreale, del soprannaturale ch’è nel ‘profondo’ di ognuno di noi. Per cui le esplorazioni potrebbero non finire mai e, infatti, non finiscono mai e ‘l’immaginale’ di riferimento insito in questi racconti diventa la realtà di una scoperta affascinante che Poe svolge all’interno di se stesso:
“Allora questo non è un sogno..” – fa dire l’autore ad Eiros personaggio metafisico di un altro felice racconto intitolato “Conversazione di Eiros e Charmion” dal risvolto ‘mitologico’ che, come nei “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese (*), successivi di almeno un secolo, si narra di un ‘mistero racchiuso nel mistero della morte’. Per lo più derivati dalla fascinazione, tipica dell’epoca, del ‘mesmerismo’ di Franz Anton Mesmer (*) vissuto nel Settecento, che ne aveva elaborato la teoria basata sul ‘fluido’ magnetico (fisico) e che, secondo le sue teorie, era all’origine del corretto funzionamento del’organismo umano, in armonia con quello universale.

Fascino che ritroviamo nel racconto “Rivelazione mesmerica”, presente in questa raccolta di Poe, in cui un soggetto ‘mesmerizzato’ in punto di morte descrive la vita nell’aldilà, parlando del regno delle ombre, e che lo scrittore riprenderà in “La verità sul caso di Mr. Valdemar” cui farà riferimento ricorrente nella sua produzione letteraria. Mitologia dell’aldilà, regno delle ombre, enigma e ‘suspense’ della vita, mistero dell’esistenza, non sono che mondi estremi di cui Poe scrive riciclando un modello poi divenuto ‘archetipo’ del romanzo ‘poliziesco’, del ‘giallo enigmatico’, dell’ ‘incompiuto gotico’ caratterizzato dal carattere ‘misterioso’ o ‘macabro’ delle vicende descritte, o meglio, verosimilmente ‘sognate’, in cui logora la propria breve vita di scrittore.
Sviluppatosi dopo la seconda metà del Settecento, il genere narrativo ‘romantico / orrifico’ era caratterizzato dall’unione di elementi romanzeschi della letteratura cosiddetta ‘gotica’, riferita alla tendenza culturale anglosassone di ambientazione tenebrosa del ‘romanzo nero’ (noir), i cui temi portanti sono l’amore perduto, i conflitti interiori, il soprannaturale, il cui iniziatore è considerato Horace Walpole (*) con il suo romanzo “Il Castello di Otranto” del 1764. Dopo H. Walpole (*), la cui influenza è inequivocabile negli scrittori polizieschi, e non solo, fin dalle origini, E. A. Poe si pone come diretto continuatore del genere. Fin dal suo "I delitti della Rue Morgue", pubblicato per la prima volta su Graham's Magazine nel 1841, è considerato uno dei primi racconti polizieschi.

Al quale faranno seguito l’inglese R. L. Stevenson “Lo strano caso del dott. Jekyll e del signor Hyde” (1886), l’irlandese Bram Stoker “Dracula il vampiro” (1897), lo scozzese A. Conan Doyle, “Le avventure di Sherlock Holmes” (1892); gli americani Agatha Christie “Assassinio sull’Orient Express” (1934); e Rex Stout “Orchidee Nere” (1942), solo per citare i più noti, per giungere infine agli scrittori statunitensi H. P. Lovecraft con “L’ombra venuta dal tempo” (1934) considerato il ‘Poe cosmico’. E inoltre Stephen King “Le notti di Salem” (1979), Patricia Highsmith (*) di “Sconosciuti in treno” (1987) nei quali vi è un’esplicita metafora dell’eterna lotta fra il bene e il male:
«Hai mai avuto voglia di ammazzare qualcuno? – da questa fatidica domanda prenderà l'avvio un'inquietante vicenda al limite del surreale, il cui esito, secondo il piano preciso di Charles, sarebbe stato un duplice omicidio in cui ciascuno avrebbe dovuto uccidere per l'altro.»
Un thriller avvincente che analizza parallelamente la meccanica del delittoe la psicologia dei due uomini che finiranno per essere legati l'uno all'altro da un rapporto morboso che li condurra definitivamente alla rovina. Da questo libro Alfred Hitchcock (*) trasse il film “L’altro uomo” 1951, riproposto successivamente con il titolo “Delitto per delitto”. Di Hitchcock, voglio qui suggerire la visione di almeno due film poco frequentati dai critici e dal pubblico “I 39 scalini” (1935) e “Notorius” (1946), almeno non di recente.

Ecco l’altro punto critico di ogni thriller: “l’orrore universale”. Nel contesto ‘liquido-moderno’ innescato dal grande sociologo Z. Bauman (op.cit.), il pensiero metodologico rincorre la ‘paura’ e ne sviscera i numerosi aspetti: dalla sua origine (la paura della morte e la paura del male), alla dinamica d’uso (volontà e necessità della paura); dall’orrore dell’ingestibile (precarietà e insicurezza come derivati della paura), al terrore globale (problematicità e catastrofismo insiti nella paura): arrivando, nella sua efficace analisi, a proporci i ‘rimedi’ o, perlomeno, le precauzioni e i suggerimenti per affrontare quelle che sono le ‘paure’ più diffuse, che egli ritiene nate e alimentate dalla nostra costante insicurezza.
Aspetti questi che interagiscono e s’influenzano a vicenda, con la conseguenza che le emozioni costituiscono esperienze multiformi, anche conflittuali e ambigue, che attraversano tutto il nostro potenziale investigativo e che ci spingono alla crescita culturale e all’evoluzione conoscitiva. Perché, ammettiamolo, il ‘richiamo del viaggio’, per sfuggire sia al ‘sogno’ come ‘allucinazione’ in cui si confonde «..il piacere che deriva dalla dolcezza dei suoni con la capacità di crearli», è per Poe innegabilmente affascinante e rigenerante: «La musica, infatti, più di ogni altra attitudine, è in grado di dare completo godimento per i suoi vantaggi spirituali, ma c’è un godimento che si trova sempre alla portata degli sconsolati mortali, ed è forse l’unico che ha bisogno del sentimento accessorio della solitudine.»

Per quanto, nella scoperta dei diversi significati del ‘viaggio’, ci siamo abbandonati a quello che ‘lo spirito’ in libertà ci riserva, e cioè a quella ‘musica’ che pur sentiamo ‘dentro e attorno a noi’ come un richiamo, senza chiederci il perché del suo fluttuare nell’universo sonoro che ci circonda, e che infine ci permette di comprendere e utilizzare al meglio la nostra esistenza, tra ‘l’essere e il divenire’, di quei viaggiatori instancabili che in fondo noi siamo.
Decisamente ‘emozionali’ sono i due album del gruppo rock Enigma “MCMXC a.D.” (1990) loro album d’esordio che includeva brani di canto gregoriano, e “The Cross of Changes” (1993), e “Voyageur”, quinto album del gruppo pubblicato nel 2003, cui seguiranno altri non allo stesso livello. La firma del gruppo (flauti shakuhachi), mix di canti gregoriani e canti tribali, che tanto hanno caratterizzato i primi album sono sparite in “Voyageur”. Rispetto ai primi quattro album, infatti, la loro produzione musicale ha segnato un vero cambiamento nello stile del gruppo. In compenso, la maggior parte delle canzoni sono indirizzate verso il mondo del pop. Infatti Michael Cretu, il producer di Enigma ha affermato che a partire da di “Voyageur'” la loro colocazione sarebbe stata nel "pop più sofisticato".

Ma se «Il sentiero dell'eccesso conduce alla torre della saggezza.» (W. Blake).
Se « Il piacere di soddisfare un istinto selvaggio non dominato dall'ego, è incomparabilmente molto più intenso di quello di soddisfare un istinto addomesticato. Il motivo sta diventando il nemico che ci presenta molte possibilità di piacere.» (Freud)
«Se tu credi nella luce, è a causa dell'oscurità, se credi nella felicità è a causa dell'infelicità, se credi in Dio, allora devi credere nel diavolo.» (Father X – Exorcist Church of Notre Dame, Paris).
Al diavolo devono aver creduto quei Cantores medievali che raccolsero dalla tradizione i canti contenuti nei “Carmina Burana” (*), nella loro forma mistico-religiosa originale, basata sul culto Gregoriano (*), solo successivamente riproposti nella versione ‘gogliardica’ da Carl Orff (*) (1974), col sottotitolo ‘Cantiones profanae’; nonché la versione rock proposta da Ray Manzareck (*) (1983). Al linguaggio della liturgia ufficiale si rifà molta della produzione musicale contemporanea di altissimo livello: The Hilliard Ensamble (*) in “Officium” (1993) con la partecipazione del saxofonista Jan Garbarek.
Ancora the Hilliard Ensamble con “Morimur” 2001 di grande rilievo formale, dedicato alla ‘Passione di Cristo’ di J. S. Bach (Partita D Minor per violino solista, accompagnata dal violinista barocco Christoph Poppen. Ma è con Arvo Pӓrt: “Passio” (1988), “Miserere” (1991), “Litany” (1996), “Lamentate” (2005) ed altre composizioni, che si raggiunge la vetta finora inusitata della concertazione ed esecuzione … ‘autore di opere sublimi, di straordinaria profondità e bellezza compositiva’.

Inoltre, e non in ultimo, propongo l’ascolto di due compositrici davvero ‘ispirate’ alle tematiche fin qui espresse: la georgiana Giya Kancheli (*) con “Caris Mere” (1997) dal significato in tema con questo scritto – ‘After the wind’, cui prendono parte fra gli altri Kim Kashkashian (viola), e Jan Garbarec (soprano saxophone), con la Stuttgarter Kammerochester D. Russell-Davies. Nonché la compositrice greca Eleni Karaindrou (*) con “Music for Films” … dalla potenza musicale dirompente.
Come dirompente è l’esecuzione pianistica del geniale Ezio Bosso (*) nel suo “The 12th Room” in cui propone oltre a sue composizioni, brani di Bach ‘il filosofo dell’armonia’, passando per Chopin e Gluck ovviamente rivisitati nel suo modo interpretativo; fino al decostruzionismo (derridiano) del contemporaneo Cage, quasi a formare un'unica partitura per ‘piano solo’, senza presunzione di sospensione e di contaminazione.
Può sembrare incredibile come qui la fusione dei diversi stili dia forma a un unicum la cui rivisitazione ‘colta’ offre spunti di intervento per assoli jazzistici alla Ellington, al minimalismo di Newman o alla miscellanea quantistica di Glass. Tuttavia possiamo credere all’evoluzione musicale di un genio della nostra era, la cui versatilità stilistica nell’uso del piano ‘accelerato’ ricorda il Glenn Gould delle ‘Variazioni Goldberg’ (Bach) e delle strenue ‘3 Piano Sonatas’ (Hindemith), ma ed anche, le ‘variations in jazz’ elaborate da Keith Jarrett e da Cick Corea.
Ciò a cui personalmente tendo, quale recensore di musica e di libri, non censore di generi, a far sì che la ‘poesia’ insita nella parola che lega la letteratura alla musica, il sogno all’illusione di viaggiare, ‘che sia in questo o in altri mondi’, si aggiunga al piacere sottile che viene dallo ‘spirito del viaggio’ ché, finalmente libero dagli orpelli del quotidiano, si libra ‘in solitudine’ e prende a volare.

“Molti viaggeranno, e la conoscenza ne sarà accresciuta” – scriveva il Profeta Daniele (circa 610 a.C.) (*). Di fatto, l’esperienza del ‘viaggiare’ insita in questi racconti restituisce al lettore quanto ho già avuto modo di esprimere in “Lo spirito del viaggio” (Etnomusica n.10 su questo stesso sito), è di tipo antropologico, e pone in risalto alcune verità della ragione che valgono per ognuno di noi come per uno sdoppiamento della personalità, quel “dentro di me, fuori di me” che ci permette di confrontarci con ciò che ci sta attorno, e che ci procura quel ‘brivido di bellezza’ che a volte ci fa trasalire, all’origine dell’entusiasmo che releghiamo al ‘vivere insieme’. Quell’emozione momentanea e passeggera che dà senso ai perché della vita, congiuntamente al nostro sistema neurobiologico, soggettivo, relazionale e culturale, che carica di importanti significati l’idea che abbiamo del ‘viaggio’ in musica e poesia’.
“La musica, per come la conosciamo oggi – ci rammenta Bosso – è sostanzialmente il risultato di ciò che siamo stati in grado di conservare nella cultura della musica scritta e trascritta, perché era quello sostanzialmente l’unico strumento a disposizione per poter conservarne tutta la bellezza. È acclarato che Bach, Mozart e Beethoven fossero degli eccezionali improvvisatori, tuttavia questo non significa che fossero semplicemente dei filosofi trasposti in musica, capaci di dedicarsi esclusivamente alle composizioni scritte sulla carta in quanto più vicino ai massimi sistemi, già propri della cultura classica”. […]Una ‘stanza’ “..che non è solo dei poeti, a chi non è capitato di chiudersi in camera propria a piangere un amore, o di ascoltare la musica ad alto volume per isolarsi dal mondo esterno, ed entrare nel piano dell'immaginazione guardando al di fuori della finestra della camera, del treno, del pullman, o dell'auto, e scoprire di non vedere l'orizzonte, (..) ma ciò che rende possibile l'appropriazione, in forma di visione e di parola, ciò di cui altrimenti il soggetto mai potrebbe appropriarsi.” […] Nel suo insieme, è la concretizzazione e il simbolo di tale dimensione, lo spazio che contiene e rende possibile la relazione fra il poeta e i fantasmi del suo desiderio, lo spazio attraverso il quale l'esperienza esistenziale comunica con il suo ‘oltre’, e cioè con quel tessuto di visioni, immagini e parole che è il rovescio della trama del reale e la materia prima della poesia” (*).

Inoltre la ‘stanza’ in sé, contiene tre diverse dimensioni: l'ambiente in cui il poeta si ritira per creare, lo spazio della dinamica interiore da cui la parola poetica scaturisce e la forma che essa assume traducendosi in scrittura. In essa, quindi: “..è dato cogliere, sul piano figurale, l'unità di un'esperienza che si presenta contemporaneamente come esistenziale, visionaria e verbale; in altre parole come reciproca implicazione e reversibilità di realtà, fantasma e parola in seno all'atto creativo” (*).
È qui, in questa esatta dimensione che s’inserisce Ezio Bosso compositore ed esecutore, attraverso le sue esibizioni ‘uniche e irripetibili’, che possiamo attribuire ad ogni suo singolo incontro dal vivo con la musica e con il pubblico. Con “The 12th Room” Ezio Bosso avanza supposizioni musicali ‘altre’ che vanno dal razionalismo al minimalismo per quanto rimangano indubbiamente letterarie e poetiche, lì dove la letteratura e la poesia classiche sposano l’inquietudine e la solitudine individualista della cultura dei nostri giorni.

“Allora George, sei pronto alla partenza?” – domanda Ann (mia moglie) al telefono.
“Sono sveglio e non mi sembra poco.” – rispondo io.
“È sicuramente un segno. Bene, quindi passo a prenderti e partiamo subito, diciamo fra mezzora.”
“Stai dicendo sul serio? Vedo che sta ancora piovendo, facciamo fra un’ora, o magari più tardi, quando smetterà di piovere!” – prendo tempo per finire di bere un’ultimo calice di buon rosso e di leggere una poesia di Umberto Morello (*) tratta da”Nuvolas”:

“Sola suite”

Tra figure angolari e piovane
Che offuscano uno scomodo risveglio,
e non credono che aprire gli occhi
sia chiudere
uno strumento sbagliato,
due porte non sempre
s’innamorano di una distanza.

E proseguire nell’ascolto di “Landscape” di Cage-Bosso mentre mi preparo.
Sarà, ma sembra «Come se Virgilio avesse preconizzato il mondo virtuale del quale ci stiamo conducendo …», che potrebbe essere l’incipit del libro di Eco . Ma non lo è. Rimando alla prossima puntata.

Note:

Libri.
(*) Edgar Allan Poe, “La caduta di Casa Usher” – cofanetto 2volumi + 10 tavole illustrate di A. Alexeieff – Stampa Alternativa (anno?)
(*) Jean Epstein, “La caduta di Casa Usher” – film DVD – Griffe 1928/ 2004
(*) Edgar Allan Poe, “I viaggi immaginari” – Gargoyle 2013
(*) Flavio Ermini, “Della fine: la notte senza mattino” –Formebrevi Edizioni 2016
(*) Zigmunt Bauman, “Paura liquida” – Laterza 2009
(*) Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò” – Mondadori 1982
(*) Horace Walpole, “Il Castello di Otranto” – Marsilio 2008
(*) Alfred Hitchcock, film “L’altro uomo” – film DVD Warner Bros 1951
(*) Umberto Morello, ‘Sola suite’ in “Nuvolas” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018
(*) Ezio Bosso, “The 12th Room Tour” – Sferisterio di Macerata, Agosto 2016 –
Giorgio Mancinelli – articolo in Larecherche.it.
(*) Note su 'stanza' in 'Letteratura Italiana' - Einaudi e 'Storia della Musica' - Oxfors-Feltrinelli.

Musica.
(*) Gruppo ‘ENIGMA’, “MCMXC a.D.” (1990) “The Cross of Changes” (1993), e “Voyageur” (2003)
(*) Sator Musicae, “Musicals Scientia” – CD Tactus (1987)
(*) Clemencic Consor, “Carmina Burana”, 2CD Harmonia Mundi (1990)
(*) Kantores 96, “Il Gregoriano”, 3CD EMI (1996)
(*) Carl Orff, “Carmina burana - Cantiones profanae – CD Philips (1974)
(*) Ray Manzareck, “Carmina Burana” – CD AM + (1983)
(*) The Hilliard Ensamble / Jan Garbarek, “Officium” CD ECM (1993)
(*) Hilliard Ensamble / Christoph Poppen, “Morimur” CD ECM (2001)
(*) Hilliard Ensamble / Arvo Pӓrt, “Passio” CD ECM (1988), “Miserere” CD ECM (1991), “Litany” CD ECM (1996), “Lamentate” CD ECM (2005)
(*) Giya Kancheli, “Caris Mere” – CD ECM (1997)
(*) Eleni Karaindrou, “Music for Films” – CD ECM (1991)
(*) Schola Hungarica Janka Szendrei, “Ludus Danielis” – CD Hungaroton (1983)
(*) Ezio Bosso, (*) dal booklet incluso nell'album "The 12th Room" - Incipit Music (?)



*

- Libri

Momenti d’Autunno / 3 foglie, musica,castagne, vino e libri

Momenti d’Autunno / 3
(..foglie gialle e buona musica, castagne arrostite, film, vino e pagine di libri).

‘dias in luminis oras’
(Lucrezio: “De rerum natura”)

viviamo
‘nelle divine regioni della luce’
avvolti
dell'alone immanente delle cose
create
nell’imprevedibile ricchezza d’ogni dove
nell’aria

(GioMa

«Rileggendo alcuni classici greco-romani – scrive Giovanni Teresi (*), metterei ora nel baule alcuni testi di storia e filosofia greca che hanno ben descritto la condizione umana. […] Oggi sarebbe bene rileggere ed analizzare il pensiero di alcuni famosi autori greci e latini per assaporare la loro intramontabile attualità. Poi, la nascita della commedia greca è stata una espressione del pensiero libero di molti commediografi. […] Ad esempio la commedia Νεφέλαι / “Le nuvole” di Aristofane (*), grazie ad una scoppiettante successione di trovate, si chiude con un finale amaro che lascia tutti beffati e punisce imbroglioni e imbrogliati, disonesti e aspiranti truffatori. Quindi, considerati i tempi di alcune crisi bancarie italiane, direi che la trama di Aristofane calza bene nel contesto socio-economico.»

“Certamente più veritieri delle notizie politico-economiche che si leggono sui Quotidiani!” – penso, ma non trattengo le parole che mi escono di bocca.
“Ma George di cosa vai farfugliando?” – chiede lei.
“Niente, stavo leggendo che il cielo non promette nulla di buono!” – dico io.
“George, ma che dici, è una giornata splendida, non vorrai mica restare in casa? – chiede lei.
“Ma no, ma si … uscirei pure … però!”
“Siamo alle solite, piuttosto perché non dici che non hai voglia di uscire?”
“Di certo il tempo cambierà, lo dice Goethe (*) osservando ‘La forma delle nuvole’.”
“Goethe chi?”

Vi risparmio il seguito. Fatto è che sono rimasto in casa a leggere il sempre valido vademecum-meteorologico sopracitato. Quando mi accorgo che la data riferita al giorno, non corrisponde con quella di oggi, e neppure l’anno. Infatti recita quanto segue:

«Mattinata serena, nuvole lievi durante la giornata. Notevole corteo di nubi provenienti da sud-ovest nella regione superiore. Molto caldo, serata tranquilla. Magnifica notte di luna.»

Per quanto, credo che il cielo d’Autunno non possa cambiare di anno in anno, mantenendosi conforme alla norma, anche se nel testo leggo Giovedì 25 Maggio, e ora siamo al 19 Ottobre. Credo di aver fatto un po’ di confusione con le stagioni. Tutta colpa di Vivaldi (*) – dico io, poiché alla Radio stanno passando i brani delle sue “Quattro Stagioni” e, senza che me ne accorgessi, sono passati da ‘L’Autunno’ a ‘L’Inverno’, mentre ancora mi adagiavo, dopo ‘Il ballo e canto de’ villanelli’, su ‘Gli ubriachi dormienti’. Ma la musica preannuncia cattivo tempo, mentre leggo il meteo del giorno in arrivo:

«Come ieri (oggi è prevista) una maggiore tendenza alla pioggia e, di tanto in tanto, pioggia accompagnata da tuoni. Questo si protrasse oltre mezzogiorno fin verso le 5, come scoprimmo. Poi si rasserenò e alle 8 di sera la luna splendeva chiara nel cielo, successivamente incupito da leggerissimed nuvolette.»

Posso sempre sperare nel diluvio – mi dico, nel mentre mi ostino di continuare a leggere, prendendo a caso tra i libri accatastati sul piccolo tavolo accanto alla poltrona. Nulla di inquietante, direi piuttosto adeguato, mi si lasci passare il termine, allo spirito di quell’ipotetico viaggio che la lettura spesso invita a fare, pur nell’inerzia dello sfogliare le pagine. Come nel caso di “La traversata infinita” di Margherita Orsino (*) con testo spagnolo a fronte, accompagnata dalle visioni ‘oniriche’ dei dipinti di Josè Scacco:

“Attraversare / pietra dopo pietra / fino al limite ultimo / fino a che il raggio / prima di scomparire, / solo, tracci un orizzonte di luce. // Non c’è un sentiero in questo finis terrae. / Il camminoè la linea / ma è anche la pietrta, suo punto, / e la sua ombra incerta.”

Il narrare che segue è di Angelo Maria Pellegrino (*) che “In Transiberiana” avverte fin dalla partenza una: «Sensazione di assenza corporea, di mancanza di peso e d’esistenza reale, in un luogo greve e noto, quello del quotidiano … mi trascina, già tutto intirizzito da questo primo acquazzone d’autunno. Chissà perché venuto giù proprio oggi che sto per partire. È un cattivo auspicio? Se ne avessi la certezza tornerei subito indietro … Non so se avrei più la forza domani o dopo, di ripartire ancora: 12.503 chilometri di sola andata sino a Pechino, e sono ancora imbottigliato nel traffico nero, fango, asfalto, pioggia di Roma.»
Di certo non si sta parlando di quella Roma due volte imperiale, feudale e papalina, romanica e rinascimentale, manieristica e barocca, sopravvissuta ai secoli, attraverso la compresenza e la sovrapposizione dei suoi molteplici aspetti. Al dunque elaborata e accresciuta nelle tele e nelle immagini dei molti artisti che l’hanno immortalata, nelle penne dei poeti che l’hanno inneggiata, fino ai tanti cantori spontanei, colti e di strada, che hanno saputo cogliere il fiore del suo vernacolare prosaico e scanzonato, come quella descritta da Giorgio Mancinelli (*) sulla pagine della rivista letteraria Larecherche.it.

«Sebbene sia questa un’altra Roma, che per contrasto possiamo dire ‘sommersa’, attende ancora d’essere narrata, meno conosciuta e meno fotografata, capace di una facezia pungente e villana ad ogni angolo di strada. Talvolta ironica e beffarda, talaltra bonaria e sorniona, ludica e trasognata, che pur chiede d’essere evocata dal ceppo della tradizione annosa che sempre si rinnova e che qui assume forme imprevedibili di grande fantasia, consapevole al tempo stesso di appartenere alla storia e al mito che ne rivendicano la sorte.»

Come sempre si dice: “un libro è un viaggio al seguito delle nuvole sospinte verso l’infinito”. Di mezzo, per chiunque s’impegni nel leggerlo, c’è che si visitano luoghi insoliti, ci si misura con le diverse realtà climatiche e le diverse altitudini, si fanno incontri straordinari, si conoscono le trame della storia, i resoconti di cronache sempre diverse ecc., prima di tornare indietro, una volta chiuse le pagine del libro, a sedersi sulla stessa poltrona. Come del resto, da qualche tempo, vado facendo anch’io, travolto dalla commozione e del ricordo di tante letture del passato. Ed è come un risvegliarsi improvviso dalla fiaba alla realtà: “..come nel mezzo di un sogno, quando si ha paura di dimenticarlo”.
La frase non è mia ma di Pinar Selek (*) che nel suo libro “La Casa sul Bosforo” si lascia trasportare dalle emozioni, conducendolo il lettore in un continuo ‘viaggiare’, solo apparentemente senza meta, all’interno dei propri sentimenti, quelli più reconditi che scaturiscono dalla sensibilità profonda dell’animo umano. Quella incontestabile quanto vilubile ‘sensibilità’ di donna che nel comune pensare riscontriamo come sostanziale ‘leggerezza’, tuttavia mai banale e quindi da non sottovalutare, perché confidenzialmente ‘passionale’, per lo più legata all‘incertezza’ che l’odierna società produce. Che non è quella dell’inizio del libro, dove le ‘certezze’ sono ben altre, legate alla terra, così come lo erano i costumi e le tradizioni secolarizzate che costituiscono la spina dorsale di un popolo, e ne definiscono la sua dignità.

“Noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni”, ricordate?

E allora non ci resta che chiudere gli occhi e tornare a sognare sul “La via della seta” di Franco Cardini e Alessandro Vanoli (*) e/o l’omonimo libro di Luce Boulnois (*), e affrontiamo il nostro prossimo viaggio nella leggenda. Un lunghissimo viaggio tra Oriente e Occidente ed a ritroso in compagnia di questi due libri che coprono un arco di tempo che dal Medioevo arriva fino ai nostri giorni; o meglio un meraviglioso viaggiare sulle ali del mito di Marco Polo (*) che ha suggestionato milioni di lettori in tutto il mondo, ma che è anche l'inizio di un'avventura entusiamante che ci consente oggi di intraprendere un cammino molto più agevole del suo e di gustare appieno quanto c'è di 'favoloso' nel suo racconto diaristico, trasformato per l'occasione in un vademecum suggestivo di rivisitazioni stupefacenti.
C’è tutto questo e moltissimo altro in questi due 'grandi libri' citati che, al confronto di quanto vi si può trovare, diventano taccuini piccolissimi, dove pure si parla in modo approfondito di città come Aleppo, Babilonia, Baghdad, Bukhara, Costantinopoli, Damasco, Edessa, Esfahan, Herat, Gerusalemme, Palmira, Samarcanda, Khotan o Chang’an, ed anche Alessandria, Petra, Goa, Malabar, Patna; ma anche Pechino e il Cathai, Aquileia, Palermo e la serenissima Venezia, luogo di partenza dell’intraprendente Marco Polo,, del cui viaggiare abbiamo appreso ne “Il milione” (op.cit.), e del suo modo stravagante di raccontare romanzato, divenuto meta ambitadi ogni reporter.

La musica più adatta ad accompagnarne questo genere di lettura spazia, per gli amanti del Jazz fusion contemporaneo, dall’incontro di Jack De-Johnette con Michael Cain e Steve Gorn (*) partecipi dell’elaborata chemistry dell’album “Dancin Wit Nature Spirits”; ai suoni ‘ricercati’, talvolta neutri come di voci a-cappella, di strumenti inusuali, nelle elaborate e quanto più originali composizioni di Stephan Micus (*), da “Passing Cloud” (tanto per restare in tema) a “As I Crossed a Bridge of Deams”; da “Before Sunrise” a “Equinox”, ai numerosi bani dedicati ad altrettanti “Desert Poems”; da “Listen to the rain” allo strepitoso intero CD “Ocean” (*).

Sullo stesso genere, ma diversamente Jazz, inconriamo Anouar Brahem (*) autore del bellissimo “Conte de l’incroyable amour”, intimistico e raffinato i cui suoni ricavati dagli strumenti originali bene introducono e accompagnano il ‘viaggiatore estemporaneo’, che come me ama vagare ‘solitario’ nei luoghi da visitare, scoprendo i molti riferimenti etnici dei paesi attraversati nel nostro ipotetico viaggio letterario e documentaristico che, suggerisco di cercare nelle esecuzioni originali, strumentali e vocali, nonché nelle tradizioni corali dei diversi popoli. Come pure nelle opere di un altro autore da seguire con attenzione: Armand Amar (*) le cui ‘colonne sonore’ accompagnano tra i migliori documentari che si sono visti in questi ultima annida “Faces” a “Human” ed altri, i cui brani accolgono voci e suoni provenienti da ogni angolo della terra, mixati ed elaborati con mestria suprema.

È il caso di citare l’ormai classico libro “Orient Express” di John Dos Passos (*), Un 'lungometraggio' di Km di scrittura dinamica come solo può esserlo lo scorrere della pellicola sullo schermo, eppure non è un film, bensì il reportage autentico di un dopoguerra visto attraverso lo sguardo, un tantino cinico e distaccato, del viaggiatore eclettico quale doveva essere John Dos Passos nel 1922. Ma non immaginatevi un percorso visto soltanto attraverso il finestrino del treno, in quegli anni, almeno fino a oltre il 1950, l’Orient Express non era ancora la gloria delle ferrovie nel mondo, piuttosto rappresentava un viaggio nel segno dell’avventura, che il guizzo rapido dell’autore, con una scrittura lineare e avulsa da pregiudizi di sorta, racconta con brio e un pizzico di ironia, senza lasciarsi prendere da facili sentimentalismi o piagnistei sulle cause e le conseguenze di un sfacelo imperiale che stravolse il mondo.
Lo si direbbe un diario di viaggio, e almeno in parte lo è, se non fosse per quella trama sottile che l’autore insegue in ogni pagina, quasi come in un romanzo noir, e che porta a fare del suo viaggio, un costante avvenimento di situazioni e circostanze che arricchiscono il viaggiatore di notizie sugli usi e i costumi della gente che incontra, sui modi di essere e di comportarsi di intere popolazioni viste attraverso il caleidoscopio del reporter colto e raffinato che serba la sua dignità sulla punta della penna. Chissà se forse la vecchia ricaricabile col pennino d’oro non abbia influenzato la sua scrittura (?), tant’è che risulta erudita ed efficace ad ogni passaggio, senza urti e scossoni di sorta. Tale da far pensare che seppure qua e là può risultare un poco approssimativa, lo si deve senz'altro a un difetto di traduzione.

Ma come si sa il passaggio da una lingua all’altra necessariamente lascia indietro qualcosa. Il percorso ferroviario che, solo ipoteticamente all’epoca era ‘diretto’ da Venezia attraverso i Balcani fino a Costantinopoli, e di lì attraverso i Balcani fino a Baghdad e Damasco, non corre su un binario unico o preferenziale. Come nel “giro del mondo” di Verne si è qui alle prese con interruzioni e soste improvvise, personaggi che entrano ed escono dalla scena in un battibaleno, giusto il tempo di prendere un tè, una volta nell’antica Bisanzio, un altra a Trebisonda o lungo le pendici dell’Ararat, un’altra a Baghdad e ancora a Damasco “in nome della Libertà, dell’Uguaglianza e della Fraternità”.
Ma non sono questi i temi della Marsigliese, come lo erano un tempo della Rivoluzione? Di quel passato e di quegli sfaceli non poi così remoto che sembra non averci insegnato niente, se ancora oggi stiamo qui a combattere gli uni contro gli altri, per la supremazia di questo e l’altro stato, per la subordinazione di uno o l’altro popolo, come se non fossimo tutti uguali, tutti quanti bisognosi di pace e di serenità. Che cosa ci facciamo noi qui? Dove stiamo andando? Lo stesso Dos Passos se lo chiedeva già allora se scrive: “Con il passare dei giorni, le colline si fanno sempre più aride e spoglie, [...] e poi ci ritroviamo a serpeggiare tra un mare verde brillante e promontori gialli riarsi dal sole. D’un tratto il treno è intrappolato in mezzo a mura fatiscenti color senape, e le rotaie si infilano tra cipressi e cumuli di immondizia, […] e poi si arresta impercettibilmente come a un binario morto”. E dire ch’era solo ieri, e il tempo davvero sembra essere passato invano.

Non resta che riprendere il cammino intrapreso mentre sognavo ad occhi aperti, di là dalle apparenze tomistische dei due rispettivi volumi “La via della seta” citati precedentemente, e che, per aspetti diversi, si intersecano e si completano a vicenda, senza necessariamente limitarsi al puro nozionismo storico, non senza una certa curiosità intrinseca del viaggiare. Se non altro, in certo qual modo, per dare seguito al fluire costante della ‘poesia orale’, popolare e colta, in gran parte da noi ancora così poco frequentata, che pure ha svolto e continua a svolgere un ruolo importante nella scena culturale, oggi patrimonio incontestabile dell'eredità del passato, favorente l'incontro e l'interazione tra Oriente e Occidente.
Per quanto, tutto ciò non sia meno entusiamante dei racconti contenuti in “Le mille e una notte” (*), ripresi dalla tradizione orale-letteraria Orientale in cui sono narrate le avventure di personaggi (forse) leggendari, è della massima importanza venire a conoscenza di quanti in passato ci hanno tramandato la ‘storia’ così come essi stessi l’hanno vissuta e/o conosciuta attraverso la voce dei loro contemporanei. Nomi noti certo ma oggigiorno così poco letti che quasi ci sembrano sconosciuti, come: Strabone, Plinio il Vecchio, Claudiano, Pausania, Erodoto, Galeno, Hu Han shu, Menandro, Plutarco, Procopio di Cesarea, Niceta Coniata.

Autori letterari questi che vanno ad aggiungersi a una pletora di scrittori fra condorrieri, sovrani, imperatori, apostoli, missionari, santi che, in un modo o nell’altro, hanno percorso a tratti la ‘via della seta’ lasciandone memoria in testi e lettere, encomi e anatemi, destinati a personaggi autorevoli come Gengis Khan, Solimano, Tamerlano, Gran Kan, Alessandro Magno, Carlo Magno e i tanti altri che sarebbe qui impossibile stilarne una lista prioritaria. «Il libro delle “Mille e una notte” è, come tutti sanno, un labirinto dai mille ingressi. Qualche volta quel labirinto appare concentrico e un centro potrebbe essere – come un tempo era l’enigma di uno specchio – la desolata e sibillina leggenda di un luogo difficile da raggiungere.

Come accade in questa “Storia della Città di Rame” (*), raccontata dalla bella Sharazade a ora tarda, nella 556° notte. Ma questa sta solo per introdurre una piccola curiosità che spesso è sfuggita agli insigni studiosi e critici d’ogni epoca che si sono occupati degli innumerevoli ‘viaggi’ di Simbad il favoloso marinaio che incontriamo nella leggenda (?).
Leggenda o no, «..solo gli occhi dei viaggiatori che vanno incontro alla ‘Città di Rame’ (*) (Cristina Campo traduttore), che inutilmente oggi cercheremmo di trovare, lì dove il mortale capriccio dei sensi non sia più, che la traccia dolente di una musica, la memoria di un’ombra tramontata da secoli sul quadrante del tempo. […] Come nei sogni oracolari l’aria non è che un vuoto senza confini, e insieme spessa come una nube ardente.»
Ed io, come Borges (*) in “L’immortale” … «Ignoro se credetti mai alla Città di Rame, penso che allora mi bastasse il compito di cercarla.»

E voi, sì tutti voi che mi leggete, l’avete mai cercata?

All’ epopea narrativo-letterario, musicale e teatrale ispirata alle ‘Mille e una notte’, si abbina felicemente l’ascolto della straordinaria composizione musicale in forma di suite sinfonica’ “Shahrazād” Op. 35 (in russo “Шехерезада”) di Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov nel 1888.

Un attimo e poi inserisco nell'Hi-fi il CD della Concertgebouw Orchestra Amsterdam magistralmente diretta da Kiril Kondrashin, quando, sulle prime note della splendida “The Sea and Sindbad’s Ship” subentra la voce fuori campo: (indovinate di chi?)…

“George! Non dirmi che sei rimasto tutto il tempo a non fare nulla?”
“Ma veramente io …”
“Non c’è nessun ma che valga, non hai messo neppure su la pentola dell’acqua per la pasta, vuol dire che oggi starai all’asciutto. Se vuoi puoi mangiare un hamburgher e un po’ di formaggio … e nient’altro.”

Di solito mantengo le promesse, non disperate, è mia intenzione di scrivere una recensione al libro di Jean-Claude Carrière e Umberto Eco: “Non sperate di liberarvi dei libri” – beh, prima o poi lo farò. Nel frattempo ascoltate anche voi la bellissima partitura di Rimskij-Korsakov e … continuate a viaggiare, seppure con la fantasia.


Note:
Libri.
(*) Giovanni Teresi, poeta contemporaneo e scrittore benemerito dell'Istituto Italiano di Cultura di Napoli è docente di Economia Aziendale e Discipline Giuridiche, e Accademico di Sicilia.
(*) Aristofane, Νεφέλαι / “Le nuvole”
(*) J.W.Goethe, “La forma delle nuvole” – Archinto 2017
(*) Margherita Orsino, “La traversata infinita”, in ‘Limina’ – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2019
(*) Angelo Maria Pellegrino, “In Transiberiana” – Stampa Alternativa 1985
(*) Giorgio Mancinelli, “Roma in fabula” , articoli in Larecherche.it. 2018/19
(*) Pinar Selek, “La Casa sul Bosforo” – Fandango 2018
(*) Franco Cardini - Alessandro Vanoli, “La via della seta” – Il Mulino 2017
(*) Luce Boulnois, “La via della seta” – Bompiani 2005
(*) Marco Polo, “Il Milione” – collana ‘I Millenni’ – Einaudi 1954
(*) Anonimo, “Le mille e una notte” – collana ‘I Millenni’ – Einaudi 1964
(*) Anonimo, “Storia della Città di Rame” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1963
(*) Cristina Campo, nota a “La Città di Rame” – (op.cit.)
(*) J. L. Borges, “L’immortale” – in ‘L’Aleph’ – Adelphi 1998

Musiche:
(*) Antonio Vivaldi, “Le Quattro Stagioni” Op. 8, Concerto n.3 “L’Autunno” - Musici/ Pina Carminelli – CD Philips 1982
(*) Jack De-Johnette / Michael Cain e Steve Gorn, “Dancin Wit Nature Spirits” – CD ECM - 1996
(*) Stephan Micus, “Passing Cloud” – CD ECM - 1992 / “As I Crossed a Bridge of Deams” – JAPO 60045 - 1983
(*) Stephan Micus, “Ocean” – CD ECM -1986
(*) Anouar Brahem, “Conte de l’incroyable amour” – CD ECM - 1992
(*) Armand Amar, “Human” – CD ERATO – 2016
(*) Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov, “Shahrazād”, op. 35, Concertgebouw Orchestra Amsterdam / Kiril Kondrashin, CD Philips – 400021-2 -1979




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- Libri

Momenti d’Autunno / 2 foglie, musica,castagne, vino e libri

Momenti d’Autunno / 2
(..foglie ingiallite e buona musica, castagne arrostite, vino e pagine di libri).

‘pluf’
(…caduta della goccia d’inchiosto)
sulla carta che inzuppa di nero
la pagina bianca
della memoria liquida
aperta nel diario della vita
che del vivere
conserva la macchia

Si protrae il tratto d’inchiostro blu sul filo dell’orizzonte immateriale come impalpabile confine tra sogno e realtà, punto focale di partenza e d’arrivo del viaggio che vorremmo intraprendere inseguendo le nuvole nei ‘quadri’ di Magritte (*), osservando “La forma delle Nuvole” di Goethe (*), e librarci in quelle “Sequenze di vento” di Bonacini (*), attraverso cadenze che dalla luce all’oscurità mutano verso il crepuscolo fino alla notte e oltre, di nuovo dall’aurora al pieno giorno in un ‘andare’ che assecondi ‘lo spirito del viaggio’ che noi, nomadi e migranti del mondo, ci portiamo dentro. La più evidente determinazione che si possa attribuire alla conoscenza senza porsi il problema della sua realtà.

«Come, più non s’inarca la vastità sovraterrena, ricca di forme, a tratti di forme priva?» (Goethe)
«E questo, che sembra concedere / un sogno di sogni a qualcosa che vedi / da un vetro in un velo, cos’è?» (Bonacini)

All’occorrenza le immagini del sogno e della fantasia vengono ordinate secondo il desiderio di evasione che sussiste in ognuno di noi, che è al tempo stesso fantastico e soggettivo come realtà identica a quella oggettiva dell’esperienza più concreta. Come dire che «..la coscienza sta al di là di questa opposizione, poiché non riconosce l’illusione come illusione, né la realtà come realtà, ma conosce solo il ‘contenuto’ della propria coscienza, che può essere tanto un dato reale quanto un’immagine fantastica.» (*) (Simmel).
Posta così la cosa, in questa assenza di alternativa, l’apparenza irreale risulta immediatamente intrecciata alla vita che verosimilmente concorre, a livello inconscio, a farci scoprire, senza distinzione alcuna, tanto l’ ‘essere’ quanto il ‘divenire’ della nostra esperienziale consapevolezza in cui lo ‘spirito del viaggio’ si manifesta. Quand’ecco allungarsi davanti ai nostri occhi, la linea che segna il confine con tutto ciò che si trova oltre la nostra identità, che va oltre il finestrino del treno, l’oblò dell'aereo, o della nave su cui stiamo viaggiando, per addentrarsi in ciò che esiste al di là del tempo e dello spazio, verso lo ‘sconosciuto’ che, forse, cambierà il nostro destino.

Composta da un ignoto autore in latino e pervenuta attraverso un numero considerevole di codici, databili dalla fine del IX al XV secolo, “La navigazione di San Brandano” (*) di autore anonimo, rifacente alla tradizione celtica dell’Irlanda evangelizzata. Diffusa secondo il genere letterario degli Echtrai, affine all’altro, detto degli Imram, l’autore affida allo ‘spirito del viaggio’ la sua andata per mare, che lo porterà verso ‘l’isola dei beati’ attraverso numerosi avvenimenti fantastici in una sorta di fusione biblica della Terra Promessa.
Allora che c’è di meglio di mettersi all’ascolto di “The Brendan Voyage”, la prima grande suite orchestrale di Shaun Davey (*) condotta da Noel Kelehan, composta per uilleann tubi e suonata da Liam O'Flynn, in cui sono presenti musicisti come Paul MacAteer, Garvan Gallagher e Tommy Hayes. La suite ben descrive la traversata atlantica del VI secolo di Saint Brendan fino al suo arrivo nel Nuovo Mondo.

Quanto basta per immergersi in una avventura oltre i confini della realtà. Un ‘viaggio’ si immaginario quanto magico, in cui la musica affronta il ‘mistero’ dell'imprevisto, dell'inatteso, dell'inspiegabile, quell’infinito e infinitamente vario che è nell’essere del mondo: «..il fatto semplice e immediato di ciò che le cose sono; e in questo senso, che l’essere è l’universale comune a tutti i contenuti del mondo, per quanto essi siano differenti e opposti.» (Simmel).
All’immaginario è dedicata una “Antologia della letteratura fantastica” curata da J.L.Borges, S. Ocampo, A.Bioy Casares (*) ricca di nomi prestigiosi della letteratura mondiale ed altri che riservano al lettore una gradita sorpresa, in cui è detto: «Forse la sua edizione in lingua italiana non produrrà miracoli o evocherà fantasmi. Pure, leggerla o rileggerla farà constatare, come gli ‘spettri’ non vengono solo dal passato remoto o prossimo, bensì richiama a un’identità (umanissima) posta al di fuori del tempo.»

In quel “..assieme schiariscono / i vetri d’acqua, riassorbiti in nuvole, / o da poco voltati, / come chi brilla fuori da quel nembo / impensierito / che il brusio lo bagni freddo; / e non lo dice spesso ma spesso non è, / non ha il sempre desiderato”.

«Così si ritorna alla poesia, all’ondulazione del senso… – nel modo in cui Giorgio Bonacini abbandona alla carta la sua riflessione critica a “Nuvolas” di Umberto Morello (*) – all’ondulazione del senso per incertezza di suoni, vacillamento della voce, incostanza del corpo che scrive ; e alla fine (sempre iniziale, sempre incompiuta) ci si trova, per metamorfosi del movimento umano, in quell’altalenante esistenza linguistica cui il poeta si affida e di cui è lucidamente , ma anche visionariamente, consapevole.»

La consapevolezza visionaria di ciò che non è (o che non c’è), che ha spinto Umberto Eco (*), nei suoi numerosi ‘romanzi’ a sfondo fantastico, alla compilazione di una “Storia delle Terre e dei Luoghi Leggendari” che l’autore stesso attribuisce alla fantasia di un narratore o di un poeta, riconoscendo così alla Poesia un precipuo ruolo culturale, per nulla inferiore a tanta letteratura pseudo-storica, e del suo preminente legame con la musica.
È così che Eco, inseguendo una, cento, mille, illusioni ha elencato in questo libro tutti quei luoghi di cui spesso abbiamo sentito parlare, ed altri che, entrati nella memoria collettiva dei popoli, appartengono oggi al ‘patrimonio universale delle cose materiali e immateriali’ che compongono il nostro bagaglio culturale, e che ancora sostengono ‘lo spirito del viaggio’ nella ricerca del migliore dei mondi possibili.

Un po’ come dire che: «..per viaggiare basta esistere” (Pessoa); così come lo è lo stesso vivere, ma anche scrivere di sé o di quello che sta attorno al sé dal punto di vista della molteplicità, nella sua forma universale. «È necessario comprendere quale prodigioso lavoro ‘spirituale’ sia raccolto in questo concetto, giacché l’infinita ricchezza del mondo, la cui molteplicità nessuno può pensare in una sintesi reale che, la disparità dei suoi contenuti sono un solo disegno, sotto la forza di questo unico pensiero che tutto è: l’astratta significazione dell’essere.» (Simmel).

Né puo mancare in una lista sul ‘fantastico’ che si rispetti “La Ballata del Vecchio Marinaio” di Samuel T. Coleridge (*) illustrata da Gustave Doré, qui presentata in tutta la sua potenza visionaria e fantastica nella versione di Mario Luzi, il quale, pur nella sua aderenza all’originale con testo a fronte, ne ha saputo dare un’interpretazione creativa più vicina alla sensibilità moderna. Inclusa nelle “Lyrical Ballads” nel 1798 insieme ai poemi di Wordswort, è considerata uno dei capolavori della letteratura romantica.
Si narra di come un vascello, oltrepassato l’Equatore, fu spinto dalle tempeste fino alla fredda regione del Polo Sud; e come di là fece rotta verso la linea dei Tropici nell’Oceano Pacifico; e delle cose meravigliose che avvennero e in che modo il Vecchio Marinaio fece ritorno al suo paese. Gustare le stupende incisioni di Gustavo Doré asseconda non poco la lettura di questo prezioso testo:

«Il marinaio racconta come la nave salpò verso sud con vento favorevole e tempo chiaro, finché raggiunse l’Equatore.»

“Il sole si levò dalla sinistra,
venne fuori dal mare!
E lucido rifulse, e sulla destra
si rituffò nel mare.
[…]
E si levò in quel punto la tempesta
furiosa, prpotente;
percossi dalle sue ali ci spinse
lungamente verso Sud …”

Agli amanti della musica ma, soprattutto ai ricercatori più fini, suggerisco l’ascolto del vinile “The Rime of the Ancient Mariner” in lingua inglese, musicato da David Bedford (*) narrato da Pobert Powell con il supporto di Mike Oldfield alla chitarra, per rinfrancarsi con l’originalità della narrazione. Un modo come un altro (meglio d’ogni altro) di spendere il proprio tempo libero in forma intelligente.

Dacché il cinema passa ripetutamente sui teleschermi di casa si è anche perso il gusto di guadarlo nella sua essenza artistica. Un po’ come il continuo passaggio delle ‘notizie stampa’ hanno destituito la lettura dei giornali cartacei, riducendo drasticamente l’importanza della lettura quotidiana che permetteva all’individuo un maggiore apprendimento della cultura tout-court.
Per quanto, poiché il meteo annuncia una certa ‘nuvolaglia’ in arrivo, tanto vale prepararsi per la pioggia, sopraffatto dall’attesa spasmodica dell’acqua che cade dal cielo per placare il ‘deserto della solitudine’ in cui, con gli anni si finisce per soccombere all’aridità dei nostri cuori, la sete di giustizia e finalmente andare incontro alla pace di questo nostro mondo frantumato dalle guerre. Ma non sarà l’Autunno con le sue foglie cadute, che hanno perso il loro colore, a restituirci la tranquillà tanto agognata, a placare quest’arsura che con la pioggia si posa sulla nostra anima in questo giorno imprigionato dall’inquietudine.

“Pioverà? Forse sì, forse no!” – mi chiedo.
Fuori della finestra, le foglie ingiallite volteggiano nel vento, come le nuvole ondose sembrano mettersi in moto, lentamente, come per partire …

‘nuvolaglia’ … a mystic’s dream (*)

vanno (penso riflessivo)
sospinte dai venti
fin dove aspirano andare
nella sospensione effimera del giorno
mutevoli
nella danza senza posa
nell’inseguito emisfero di luce
che ne svela l’arcano delle trame …

Nel frattempo, il calice (solo mezzo pieno) di vino rosso (del colore delle foglie che cadono) è adesso ricolmo in attesa dell’aperitivo serale. Nell’attesa che si avvicini l’ora di cena, inserisco nel lettore DVD “La tempesta” di William Shakespeare (*) della BBC Television Production, nella traduzione di Salvatore Quasimodo, con un cast di attori inglesi di prima grandezza. È così che mi metto subito comodo e dalla lettura delle note introduttive alla ‘collana delle opere shakespiriane’ (*), apprendo quanto segue:

“Nell’universo intertestuale generato dall’opera di Shakespeare, ‘La tempesta’ occupa un posto privilegiato. Rappresentato per la prima volta a Corte nell’estate del 1611 è l’ultima opera dovuta inteamente al maestro, dopo la quale egli si ritirò a Stratford-upon-Avon per morirvi qualche anno dopo, nel 1616. […] Scritta quindi in forma psicologia e poetica forse testamentaria della vecchiaia, ‘La tempesta’, dopo tante esperienze umane e teatrali, è così ricca e problematica, così densa e polivalente da sfuggire a ogni definizione che ne assottigli lo spessore, ne attenui la suggestione, ne soffochi la voce.”
Fin dalle prime immagini della presentazione è il vento che soffia a scatenare ‘La tempesta’di mare che poi s’abbatte furiosa sulla nave e nei versi di Shakespeare all’apice della sua potenza espressiva, fornendo un’acuta indagine sui conflitti fra potere e controllo, illusione e realtà, natura e società, e tutto ciò che ne segue. E già ci sembra di affogare con tutto il bagaglio che ci portiamo dietro, per poi ritrovarci, infine, naufraghi su di un isola fantastica:

«Quante creature perfette son qui! E, come è bello il genere umano! Magnifico mondo nuovo, che ospita una tal gente!» (Shakespeare/Quasimodo)

E quasi ci beiamo, persi in quellEden ritrovato dove tutto è ancora possibile, perché tutto deve ancora accadere. Qui dove il vento non ci è nemico, bensì carezzevole.
Ma il racconto del vento riporta ad antiche note, onde ascoltarne la musica è insieme ascoltare la poesia, un ‘vocalizzo’ prolungato che sale dalle radici degli alberi e accarezzando le foglie le fa vibrare nell’aria, nel canto che dell’Autunno spinge la parola a quell’amore per la verità che ne definisce il pensiero, sicuramente il momento poetico più alto.

“George! Ti pare questo il momento di guardare un film alla TV, quando è quasi pronto in tavola?”
“Certo che no, veramente stavo appena guardando i titoli, la presentazione di un’opera di …”
“Ma per favore, delle volte mi meraviglio di te, sai essere talmente inopportuno, che guarda … tanto-tanto avessi messo su della musica, lo capirei.”
“Detto fatto, amore!” – dico, preso dall’inquietudine di Pessoa (*) già citato nel testo. Poi ripenso alle nuvole di Magritte (*): «Il mondo è cosi totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è una fortuna: è arte allo stato puro.»

A questo punto mi dilungo un po’ e piazzo sul piatto dell’hi-fi il CD “Prospero’s Book” che Michael Nyman ha composto per la colonna sonora del film “L’ultima Tempesta”, di Peter Geenaway (*), una rivisitazione dell’opera di Shakespeare davvero inquietante.

Continua, in riferimento a:
“Non sperate di liberarvi dei libri”, il libro di Jean-Claude Carrière – Umberto Eco - Bompiani 2011 seguirà nella prossima puntata.


NOTE:

1)René Magritte, “Scritti” – Abscondita 2003
2)J.W. von Goethe, “La forma delle Nuvole” - Archinto 2017
3)Giorgio Bonacini, “Sequenze di vento” – Le Voci della Luna 2011
4)Georg Simmel, “Ventura e sventura della modernità” – Boringhieri 2003
5)Anonimo, “La navigazione di San Brandano” – Sellerio Edit. 1992
6)Shaun Davey, “The Brendan Voyage”, (vinile) Tara 3008
7)J.L.Borges, S. Ocampo, A.Bioy Casares, “Antologia della letteratura fantastica” – Editori Riuniti 1992
8)Umberto Morello, “Nuvolas” - Vincitore della XXXii edizione del Premio 'Lorenzo Montano' – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018
9)Umberto Eco, “Storia delle Terre e dei Luoghi Leggendari” – Bompiani 2013
10)Samuel T. Coleridge, “La Ballata del Vecchio Marinaio” – Rizzoli 1973
11)David Bedford, “The Rime of the Ancient Mariner” (vinile) Virgin Rec. 1975
12)Giorgio Mancinelli, ‘nuvolaglia’ … a mystic’s dream, dalla silloge poetica “Arcana memoria dell’acqua” – Premio 'Opera Prima' - Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2019
13)Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine” – La Feltrinelli Editore 1986
14)René Magritte, (op.cit.)
15)Peter Geenaway, “Prospero’s Books” – (film) DVD CG HOME VIDEO 199

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- Libri

Momenti d’Autunno / 1 foglie, musica,castagne, vino e libri

Momenti d’Autunno / 1
(..foglie ingiallite e buona musica, castagne arrostite, vino e pagine di libri).

‘fluf’
(..spostamento dell’aria nel voltare pagina)
soffio interstiziale d’avvio
ab initio fino alla fine di un libro
afferente al verso sciolto
come alla frase di un componimento in prosa
libero e arbitrario
dell’immaginale contenuto in ogni trama

«Alcune sere fa, procacciatami una bracciata di legna, rimisi in attività un vecchio camino di casa. Dopo che la stanza si fu convenientemente riempita di fumo e di frammenti bruciacchiati di carta, che svolazzavano qua e là come folletti, le legna cominciarono ad ardere e a riscaldare; trascinai una poltrona innanzi al camino, mi ci accomodai nel miglior modo possibile, e mi abbandonai alla mia lettura preferita …»
È questo l’inizio del ‘prezioso’ libricino di Gino Doria (*) dal titolo assai programmatico: “Sogno di un bibliofilo”, ripescato nella bacheca d’angolo della libreria, tra quelli più vecchi e nuovi, meno in vista e, chissà perché, tenuti in minor conto, sebbene tra essi figurino autori di pregio, editori un tempo stimatissimi, e non in ultimo di buona fattura tipografica.

Fra i quali, sono di sicuro spicco un Seneca (*) tratto dai “Dialoghi” afferente al ‘Tempo’ in cui ci invita a «..non sprecarlo, a tenerlo ben stretto, tutto per noi. Ma dissipiamo ogni ambiguità, […] appropriarsi del tempo significa acquistare libertà e indipendenza, vivere senza falsità e compromessi, meditare su ciò che si è.» Una copia della “Divina Commedia” (*) in formato estremamente ridotto, edita da Hoepli con postille e cenni introduttivi.
Un “Hortulus Litterarum” ossia ‘Magia delle Lettere’ di Paolo Santarcangeli (*), una divagazione e venticinque variazioni sui segni, sui significati e sui simboli ideografici. Seguito dal “Taccuino del fortuito e del non detto” di Guillaume Apollinaire (*) fedele e segreto in cui custodire nel tempo gli appunti presi secondo le circostanze e le opportunità, raccolte con nonchalance.
Nonché una “Guide a l’usage d’un voyageur en Italie” di Stendhal (*), nel quale è detto : «Quali sono i piaceri di un Viaggio in Italia? Almeno sette: respirare un’aria dolce e pura; vedere paesaggi superbi; vedere belle chiese; vedere dei bei quadri; vedere belle statue; sentire della buona musica e ‘to have a bit of a lover’, (in inglese nel testo), corrispondente a ‘farsi corteggiare’».

Nell’attesa di tirar fuori dal fuoco le prime castagne che scoppiettano e lanciano nell’aria il loro profumo, affondo le dita nella ciotola ricolma di uvetta e pinoli che di tanto in tanto porto alla bocca, così, un modo per ammazzare il tempo, mentre fuori … beh, fuori il tempo lascia un po’ a desiderare, s’ode in lontananza l’abbaiare di un cane.
Il piano in sottofondo ripete in musica “Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir” di Claude Debussy (*), un suono alquanto moderato che si ripete nel “Feuilles mortes” (*) lento e malinconico che accompagna il cadere delle foglie gialle e rosse che osservo attraverso la portafinestra aperta che dà sul cortile. L’odore che emerge dalla terra mi fa pensare che forse arriverà la pioggia.
Per quanto le foglie cadendo eseguono strane volute, circonvoluzioni, spirali talvolta allegre. «Senza perdermi in vani giri di parole, racconterò (se ne sarò capace), senza per altro dimenticare la pungente ironia che inevitabilmente suggerisce lo spettacolo del (loro volteggiare sulle bellezze e/o miserie) del mondo moderno» … scrive J. Luis Borges (*) in “Le notti di Goliadkin”.

Architetture fantastiche disegnate entro “Archi Voltaici” delle Parole in libertà e sintesi teatrali delle Edizioni Futuriste (*) del 1916; a seguire “L’arte della Macchina” di Enrico Prampolini Futurista (*) e dal “Paradiso Lungo” di Sergio Dangelo (*) animatore del ‘Movimento Nucleare’ per la difesa delle forme libere, fondato dalla rivista “Il Gesto” che portò all’Esposizione omonima del 1955. Per quanto con le castagne arrostite ben bene che provo a togliere dal fuoco (del tempo) si accompagni un buon calice di vino.
La musica mi dice che “La puerta del vino” composta da Debussy sul tema dell’Habanera che il vino dev’essere corposo, aromatizzato ai frutti di bosco (?)o, come si dice, tinto, magari un Porto «..Vivace e brillantissimo, forte di una dialettica suadente e ironica, che il nostro (autore) anonimo […] intesse in una serrata apologia della vite, del vino e delle bevute, dimostrando come l’uomo dabbene non possa fare a meno di Bacco e dell’ebbrezza.» (*)

Il libro successivo, (successivo a chi?) è del dimenticato (di già?) Umberto Eco (*) che, in “Stelle e stellette”, ci ha lasciato una satira bonaria (dice lui), «...di alcuni generali piemontesi di antico stampo, che può essere riletta oggi (tra servizi segreti e ondate migratorie) come un ritratto del nostro apparato statale nel suo complesso – o forse di tutta l’Europa che sta avviandosi al 2000(20) tornando a una situazione ante ’14-’18.»
A seguire un elegante cofanetto, (sempre in formato ridotto), dal titolo “Nudi d’Autore” che raccoglie in tavole a colori i disegni di tre grandi artisti dell’Europa fin de siecle: Klimt/Schiele/Rodin (*) a confronto sul tema dell’eros. Tre diversi e ‘diversamente rivoluzionari’ modi di tradurre in segno originale il mito del corpo umano. Peccato che il cofanetto è ancora sigillato onde per cui non posso citare l’autore né l’anno di stampa.

Meglio non lasciarsi prendere da strane voglie, in una giornata come questa, in cui sento giungere dalla cucina un certo trambusto sospettoso. Che ci siano degli arrivi improvvisi? – mi chiedo. Spero proprio di no. È così che le castagne bruciano, e se non fosse per l’improvviso salire della musica che mi tiene sveglio, potrebbe bruciare anche tutta la casa, me compreso, con tutti i libri che, in forma quasi maniacale, accatasto accanto al letto pensando di leggeri tutti.
Tant’è che non riesco neppure a dare una risposta esaustiva a quanti mi porgono la domanda: “Ma li hai letti tutti?” La mia risposta è delle più semplici si possa immaginare: “So di averli, quanto basta, m’inebriano, mi consolano con il loro odore”. È così, quello dei libri stampati ha un odore particolare, per via dell’inchiostro usato, l’asciugatura della carta, l’alchimia dei colori delle copertine, la colla usata per le rilegature. Sta di fatto che non so spiegarlo, che finisco per sentirlo addosso.

L’originalità di un autore si misura anche in quello che fa, è così che Alfredo Accatino (*), classe 19.. (?), non mi è dato conoscere quanti anni sono passati da ché ha pubblicato il suo “Gli Aforismi che Non hanno cambiato il Mondo”, (ovvero, se non lo dite voi, lo dico io). Un sottotitolo gogliardico e spiritoso derivato dalla sua occupazione quale Direttore Creativo della Winner International Communication e docente di ‘varia umanità’ presso l’Istituto Superiore di Comunicazione Luiss.
Che cosa s’intenda per ‘varia umanità’ mi sfugge del tutto, mi riprometto di indagare. Sebbene il contenuto del libercolo che segue, di un certo Blaise Pascal (*) (vi dice qualcosa?), “Della necessità della scommessa”, approcci una plausibile risposta: «Ho scoperto che l’infelicità umana deriva da una sola causa, quella cioè di non saper restarsene quieti in una stanza.» Fobia della solitudine?

Non so quanti di voi mentre leggono amano ascoltare musica in sottofondo, io sì, e mi beo quando questa addirittura si fonde con l’andamento della scrittura, quasi da suggerire all’occhio il passo da tenere, né troppo lento, né troppo scaltro, tale da scavalcare alcune frasi, oppure facendomi abbassare le palpebre e magari sonnicchiare, crogiolandomi al caldo tepore del camino.
In quanto alla musica, beh la scelta è alquanto discrezionale, come dire, intrinseca della preferenza di ognuno, afferente alla propria sensibilità di ascoltatore. I suggerimenti alla scelta, perché di questo si tratta, sono sempre relativi al genere musicale che si è prescelto come colonna sonora del proprio tempo. Ad esempio, nello scrivere da sempre preferisco l’ascolto del Jazz per la sostanziale libertà improvvisativa che mi concede:

In quel tempo Martha, protagonista del romanzo inedito di chi scrive, aveva un debole per un pianista, un certo Bud Powell (*) … «per quel suo scorrere veloce delle dita sulla tastiera che gli permetteva di ricavare toni molto brillanti – diceva.
Sulla cui musica Blasco (il protagonista maschile del romanzo) s’inseriva con la sua vecchia e gloriosa Remington, arricchendola d’improvvisazioni che riflettevano spesso del suo particolare stato d’animo – quasi volesse contribuire a evocare una qualche divinità marina.»
Per poi proseguire sull’ascolto della musica: «A volte gli capitava di alzare al massimo il volume del giradischi, affinché la musica si sentisse fino alle ultime dune e oltre, fin sull’aperto mare, e poi gettarsi a capofitto nel lavoro e martellare a più non posso sui tasti della macchina per scrivere, quasi a voler infondere alla scrittura un particolare ritmo percussivo».

Un romanzo suggerito dal racconto breve “L’uomo dalla macchina per scrivere” dell’enigmatico e soprendente Fernando Campos (*), sull’alchimia della scrittura: «A dire la verità, il soggetto non ha importanza. Verrà fuori da sé. Quello che importa è avere un buon titolo... e la costruzione del futuro romanzo si realizza, passo dopo passo, ma alla rovescia, nella lieve surrealtà delle pagine.»
Surreale è anche quanto accade nei momenti che dedico alla lettura. Ad esempio, abbino spesso le tematiche affermate nel titolo e sottotitolo del libro, in modo che musica e letteratura si compenitrino l’un l’altra, permettendo alle parole di fluire nella mente allo stesso tempo e allo stesso modo, silenziosamente, apprezzarla. Per questo più spesso opto per la musica inopportunamente detta ‘classica’.

Allora opto per autori meno frequentati come Cesar Franck (*) della “Symphonie in ré mineur” e le “Variations symphoniques” che più si confanno allo spirito più intimo che mi accompagna. Del resto è come scegliere un vino adatto alle vivande che si mettono in tavola il cui abbinamento è sempre dubbio, relativo al ‘bianco’ per certi tipi di alimenti, o il ‘rosso’ per altri; quando tutti sappiamo che è l’aroma dell’uva e l’annata della sua produzione a fare la differenza, benché gli esperti facciano a gara con i suggerimenti e gli abbinamenti, talvolta davvero azzardati.
Allo stesso modo che gli alchimisti profumieri da sempre inventano nuove fragranze pur di acquisire un certo numero di proseliti, mentre sanno perfettamente che tutto dipende dalle specificità della pelle di ognuno quanto sia adeguata all’individuo che la indossa una data essenza. Più speso è l’odore stesso della pelle (nei momenti peculiari), a esprimere l’attrattiva sensuale tra i sessi. Un po’ come voler parlare della moda. Di quale moda? – viene da chiedersi.

Oppure discutere sui quotidiani di politica – per carità! È meglio soprassedere e tuffarsi nella lettura di un libro, magari di filosofia spicciola come il saggio su “La responsabiltà dello scrittore” un inedito di Jean-Paul Sartre (*) del 1946, nel quale l’autore «..delinea la nota teoria dell’engagement dell’intellettuale che, nello scegliere l’argomento di cui parlare, deve assumersi la responsabilità di tralasciare tutti gli altri: dopo la guerra lo scrittore non ha più l’alibi dell’ignoranza e tacere un’ingiustizia significa rendersene complici.»
Per quanto “L’alleanza tra la poesia e la musica” scrive Yves Bonnefoy (*), ci proietti in una «riflessione intorno all’origine dell’emozione estetica che ci conduce ad analizzare l’inestricabile rapporto tra musica e poesia, individuando nelle risorse specifiche di quest’ultima il luogo di formazione di un «accadimento del suono» che è il seme stesso da cui germoglia la musica.»

Intanto fuori è iniziato a piovere, sento il rumore ovattato della pioggia che scende leggera. Temo che la temperatura si sia abbassata di colpo perché i vetri della finestra si sono appannati. Un po’ come la mia vista affaticata dal troppo leggere, tuttavia mai stanca di iniziare un nuovo libro o di ripescarne uno acquistato molto tempo prima e che non ho ancora letto, quale ad esempio il “Il linguaggio del canarino” di Regina (*), una macchina istruttiva e intelligente, con due scritti di Luigi Bracchi e Silvio Ceccato sul Linguaggio e la Comunicazione.
A proposito di ‘letto’ – che è stata la mia più grande affermazione negli anni della giovinezza, oggi preferisco il divano per guardare la TV o la poltrona davanti al camino dove – finalmente – posso crogiolarmi, non senza dappocaggine, e dedicarmi preferibilmente alla lettura di libri di ‘Poesia’ (necessariamente con la maiuscola), gli unici che mi permettono di penetrare, psicologicamente parlando, la mente e la sensibilità degli individui e, per quanto suoni – strano a dirsi – comprendere le diverse sfaccettature dell’animo umano …

Quand’ecco risuona altisonante la voce ‘del padrone’ che mi richiama al dovere:

“Ma George sei ancora lì a leggere? Fai in fretta, sai che dobbiamo uscire, per passare alla posta, fare la spesa al supermercato, spedire le ricette in farmacia e preparaci ad accogliere gli amici che si fermano per il panzo”.
“Quando, oggi?”
“No, non oggi, ora!”
“Proprio adesso, sul più bello. Pensavo avessimo tempo di farlo …”
“No George, c’è che per te non è mai il momento di fare qualcosa. C’è che sei diventato pigro.”
“Ma veramente … mi ritengo più semplicemente un comodo!”

Continua ma: “Non sperate di liberarvi dei libri” – è una minaccia che riprendo dal titolo del libro di Jean-Claude Carrière e Umberto Eco – Bompiani 2011

Note:
1)Gino Doria, “Sogno di un Bibliofilo” – Biblioteca del Vascello 1993
2)Seneca, “Dialoghi” –
3)Dante Alighieri, “Divina Commedia” – Hoepli Milano 1985
4)Paolo Santarcangeli. “Hortulus Litterarum” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1965
5)Guillaume Apollinaire, “Taccuino del fortuito e del non detto” – Biblioteca del Vascello 1993
6)Stendhal, “Guide a l’usage d’un voyageur en Italie” – ristampa del quaderno manoscritto e illustrato di 64 pagine in lingua originale e un volume di 72 pagine con il testo tradotto e commentato, riferito a un ‘viaggio italiano’ del 1828 – Biblioteca del Vascello 1987
7)Claude Debussy, “Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir” , “Feuilles mortes” – Arturo Benedetti Michelangeli – disco DG 413 450-2 vol. 1 – 2
8)Luis Borges, “Le notti di Goliadkin” – Edizioni Studio Tesi 1993
9)“Archi Voltaici” di Parole in libertà e sintesi teatrali, apparso nelle Edizioni Futuriste 1916
10)Enrico Prampolini Futurista, “L’arte della Macchina” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1962
11)Sergio Dangelo, “Paradiso Lungo” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1966
12)Anonimo, “Sermone in onore di Bacco e a beneficio dei bevitori” – Archinto (?)
13)Umberto Eco, “Stelle e stellette” – Il melangolo 1991
14)Alfredo Accatino, “Gli Aforismi che Non hanno cambiato il Mondo” – Agendo
15)Blaise Pascal, “Della necessità della scommessa” – Edizioni Studio Tesi 1994
16) Bud Powel, “Inner Fires” , disco Elektra 1046-71007-2
17) Fernando Campos, “L’uomo dalla macchina per scrivere” – Biblioteca del
Vascello (?)
18) Cesar Franck, “Symphonie in ré mineur” e “Variations symphoniques”, disco DECCA 436 382-2
19)Jean-Paul Sartre, “La responsabiltà dello scrittore” – Archinto
20)Yves Bonnefoy, “L’alleanza tra la poesia e la musica” – Archinto
21)Regina (la macchina parlante), “Il linguaggio del Canarino” – All’insegna del Pesce d’Oro -1971


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- Società

Bla,bla,bla parole, parolacce, per non dire delle pantegane.

Bla, bla, bla … parole, parolacce, per non dire delle pantegane.

 

La deprecabile governabilità del binomio giallorosso da poco instauratosi sugli scranni del Parlamento si è già arenata sul ‘fondo melmoso’ delle medesime idiosincrasie che sentiamo ripetere da tempo immemore, come il ritornello della nota canzone: “..parole, parole, parole”. Tant’è che è diventata ormai sinonimo di smaccata ironia: “parole, parolacce e sproloqui” giornalieri, ed eseguita in tutti gli spalti da una parte e dall’altra, come mai prima si era ripetere, neppure dai garzoni (leggi borgatari) dei più malfamati mercati rionali. Ma gli insulti tra i due (anche tre, quattro e cinque) non sembrano bastare mentre i fatti, che stentano ancora a prendere il via, sembrano arenatisi sul fondo stavolta ‘merdoso’ degli intenti lasciati sulla carta, la cui puzza invade le strade e le piazze della Capitale, di quella Roma definita ‘la più bella città del mondo’.

Un’immagine se vogliamo romantica della città resa però invivibile dalla sporcizia riversata che si va accumulando giorno dopo giorno e che ormai arriva all’altezza dei primi piani dei palazzi. Quindi dentro e fuori dal Parlamento lasciata da chi: rossi, gialli, verdi e turchini, tutti assieme, di volta in volta vi si alternano. Venuti da chissà dove, come si suol dire, a ‘cagare’ fuori dal bidone; tant’è che l’hanno trasformata in una discarica a cielo aperto e, come se non bastasse, abbandonata a se stessa senza ispezioni e manutenzioni di quelle aree di giurisdizione che più abbisognano di cure specifiche. Ma non basta. Tutti ricordiamo quando Venditti cantava: “..quanto sei bella Roma quanno è sera” e continuava con “..quanno piove”. Quando piove?, che ne volete sapere Voi se non siete mai capitati a Roma “quanno piove”, quando agli ombrelli colorati vengono sostituiti dalle calosce e le mascherine diventano mute da palombari.

Cioè, è tutto un dire: quando la ‘monnezza’ comincia a sciogliersi in liquami puzzolenti negli acquitrini che hanno riempito le innumerevoli buche stradali; quando le fogne incontinenti straripano e si trasformano in fossati maleodoranti e sprofondano nel sottosuolo. Per non dire delle ‘pantegane’ (leggi ‘sorche’ in romanesco), grasse come porcelli che si arrampicano fin sulle auto in sosta per farsi una doccia d’acqua pulita. E di quei gabbiani cosiddetti ‘reali’ per la loro grossa costituzione che, lasciate le sponde del biondo Tevere s’intrufolano nelle case e incominciano a volteggiare attorno ai frigoriferi. Entrambi ‘sorche’ e ‘gabbiani’ non sono poi così diversi da quei parlamentari che ben si nutrono, a nostre spese, di cibi prelibati e manicaretti, ‘alla faccia di quanti tirano a campare’ con quattro baiocchi di pensione, raccimolati dopo aver sputato amaro per 40anni nei posti di lavoro. Di quanti, haimè, si ritrovano oggi a frugare nei cassonetti dell’immondizia … quella sì davvero ‘indifferenziata’.

 

 

 

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- Poesia

SanPellegrino Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini


SanPellegrino Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini.

Giunto quest'anno alla sua 10^ edizione, incontrando sempre grande interesse e partecipazione, anche grazie al patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, prende il via il “SanPellegrino Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini”, iniziativa che si propone di creare occasioni in cui bambini e ragazzi dalla 3a elementare alla prima media e gli adulti possano esprimersi, nell’ambito scolastico e familiare, attraverso la lettura e la composizione di poesie, rime e filastrocche.

Il tema proposto è di grande attualità: La Terra. Il “pianeta azzurro”, nostra casa comune, ospita e alimenta l’infinita bellezza e il mistero della vita e di ogni vita. È potente ma non invulnerabile, ci sostiene ma ha anche bisogno di noi e del nostro sguardo fraterno e protettivo.”

L’uomo si arroga il diritto di essere il dominatore e lo sfruttatore senza limite delle risorse naturali, mettendo in pericolo la sopravvivenza delle specie vegetali e animali e il suo stesso futuro. Ma se ci accostiamo alla natura e all’ambiente con il giusto rispetto non possiamo che provare stupore e meraviglia per la sua bellezza e sentirci ispirati da sentimenti di fraternità e di responsabilità nella nostra relazione con il mondo.

Possono partecipare al Concorso sia bambini (individualmente o per gruppi) che adulti con poesie inedite che vanno consegnate entro sabato 14 dicembre 2019. Le premiazioni si svolgeranno presso il Casinò di San Pellegrino Terme (BG) il 20 marzo 2020.
Si potranno trovare tutte le informazioni, il bando di concorso, i moduli di iscrizione e la documentazione delle precedenti edizioni del festival sul sito:
www.culturabrembana.com/sanpellegrinofestival

Di grande rilevanza è Inoltre il“Concorso di Fotografia Marco Fusco”:

Il Centro Storico Culturale Valle Brembana "Felice Riceputi" indice il “Concorso di Fotografia Marco Fusco” intitolato “Eleganza discreta di una Valle” -
per ricordare la figura di Marco Fusco nativo e amante della Val Brembana.

Con questa iniziativa il Centro Storico Culturale Valle Brembana si propone di contribuire a far conoscere e valorizzare aspetti non usuali dell’area valligiana, auspicando che le immagini presentate sappiano evidenziare elementi di particolare rilevanza ambientale e bellezza formale.
L’organizzazione del concorso è curata dal Centro Storico Culturale in collaborazione con fotografi brembani.

Il concorso si svolge via Internet sul sito del Centro Storico Culturale Valle Brembana "Felice Riceputi". Le opere devono essere in formato digitale e presentate unitamente al modulo di partecipazione. Il periodo utile per la presentazione delle opere inizia il 10 febbraio e termina il 31 marzo 2020. Saranno premiati gli autori delle prime cinque opere classificate.

La premiazione si terrà a Piazza Brembana il 5 giugno 2020.

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- Cinema

CinEuropa News -

CANNES 2019 Cannes Classics / by CINEUROPA/News
Review: 'Forman vs. Forman' by Vladan Petkovic

20/05/2019 - CANNES 2019: Helena Třeštíková and Jakub Hejna's documentary about Miloš Forman juxtaposes the director's life and creative output in Czechoslovakia and the USA.
Forman vs. Forman [+], the latest biographical documentary made as a collaborative effort by Czech filmmakers Helena Třeštíková and Jakub Hejna (after 2016's Doomed Beauty, on actress Lída Baarová), about great Czech director Miloš Forman, has just world-premiered in the Cannes Classics section of the Cannes Film Festival.
Taking a chronological approach and using archive footage from Forman's films, earlier interviews and documentaries (including Vera Chtylova's 1982 title Chtylova vs. Forman), private archives, and the director's own words from his autobiography What Do I Know?, narrated by his son Petr, Třeštíková and Hejna frame the director's life and creative output predominantly with reference to the relationship between his Czechoslovak years and subsequent exile in the USA.

Starting off with Forman's childhood, which he spent without parents, who died in Auschwitz, and moving on to his early years at FAMU, the filmmakers weave a complex but easy-to-follow story of a man who was as engaging a talker as he was a filmmaker.
"Our biggest inspiration was reacting to this enormous bullshit that was produced back then… It was the essence of boredom!" says Forman about the Czechoslovak cinema of the 1960s. He was instead impressed by Italian neorealism, and Audition and his second feature, Black Peter, reflect this in their presentation of real people with real problems, and their use of non-professional actors.
His international breakthrough, Loves of a Blonde (1965), was the first film to wake Western critics up to cinema made behind the Iron Curtain, and Firemen's Ball was one example of the unbelievable things that were happening in his life. First banned at home, and then released after Dubček's rise to power, it was invited to Cannes in 1968 – which was cancelled on the very day of its premiere. This segment also includes some priceless footage of the director being interviewed in swimming trunks on a Cannes beach.
In 1970, he was invited to the USA to "make a film about hippies" and instead came up with Taking Off, about the clueless parents of kids gone wild, which flopped at the box office but won a Grand Prix at Cannes. Forman relates how he spent two years living in the famous New York Chelsea Hotel, grappling with depression, until Michael Douglas and Saul Zaentz invited him to direct One Flew Over the Cuckoo's Nest, which brought him his first Oscars for Best Director and Best Picture.
Forman explains how he found the story of individual versus an institution very familiar: "The Communist Party was our big nurse telling us what we could and couldn’t do," and Třeštíková and Hejna utilise this mix of biographical and political approach to comment on each of his films. Ragtime was a movie about a man's pride and dignity, The People vs. Larry Flynt was about freedom of speech, and the story of the shooting of Amadeus in Prague would make for a great documentary in its own right, with its mix of politics, art, culture clashes, and the relationship between the creator and his creation.
Forman saw himself more as a Salieri than a Mozart: "Always envying Bergman, Fellini, Antonioni…" A down-to-earth, pragmatic but immensely creative artist, he was also a man whose life included two sets of twin sons with two wives, and whose biggest flop, Valmont, was released at the same time as the start of the Velvet Revolution, led by his schoolmate Václav Havel. Třeštíková and Hejna's biographical-political approach might seem overly convenient, but it is certainly close enough to home and perfectly adequate for a 78-minute biopic.
Forman vs. Forman is a co-production by Prague-based Negativ and French company Alegria Productions, with the participation of Czech Television and ARTE France. Negativ also has the international rights.

BIAFF – BATUMI 2019 Awards International Art-house Film Festival, which has reached its 14th edition, has just presented around 65 films from 35 countries both in its competitive and non-competitive sections. The BIAFF industry platform, “Alternative Wave”, welcomed eight projects from Georgia, Ukraine and Turkey.

'Let There Be Light' wins at Batumi by Vladan Petkovic

23/09/2019 - Other winners include A Tale of Three Sisters, End of Season, Shooting the Mafia, Lovemobil, Forman vs. Forman and Reza Mirkarimi's Castle of Dreams.
The 14th Batumi International Arthouse Film Festival (15-22 September) wrapped last night with a ceremony in the Black Sea city's State Musical Centre. Marko Škop's Karlovy Vary title Let There Be Light [+] picked up the Grand Prix, just two days after winning the same, main award at the Almaty Film Festival.
Iran's Reza Mirkarimi received the Best Director gong for Castle of Dreams, as well as the Award of the Georgian Film Critics’ Jury. Emin Alper's A Tale of Three Sisters [+] won both accolades in the acting categories: Best Actress for Ece Yüksel and Best Actor for Kayhan Açikgöz. Finally, the Jury's Special Prize went to Elmar Imanov's Rotterdam title End of Season [+] (Germany/Azerbaijan/Georgia).
n the Documentary Competition, Kim Longinotto's Shooting the Mafia [+] won the Best Film Award, and Special Mentions were given to Helena Treštikova and Jakub Hejna's Forman vs. Forman [+] and Elke Margarete Lehrenkrauss' Lovemobil [+].
Georgian filmmaker Amiran Dolidze's Locarno hit Animal won the Best Short Film Award, while Hope by Belarus' Aleksandra Markova and Watermelon Juice by Spain's Irene Moray received Special Mentions.

Earlier in the festival, the Lifetime Achievement Awards for Contribution to Cinema were bestowed upon Paul Schrader, Denis Lavant, Krzysztof Zanussi and veteran Georgian actor Manuchar Shervashidze, while on the closing night, the president of the jury, Russian director Alexander Mindadze, received the same honour.

Here is the full list of award winners:
Feature Competition
Grand Prix
Let There Be Light [+] - Marko Škop (Slovakia/Czech Republic)
Best Director
Reza Mirkarimi - Castle of Dreams (Iran)
Best Actress
Ece Yüksel - A Tale of Three Sisters [+] (Turkey/Germany/Netherlands/Greece)
Best Actor
Kayhan Açikgöz - A Tale of Three Sisters
Jury’s Special Prize
End of Season [+] - Elmar Imamov (Germany/Azerbaijan/Georgia)
Georgian Film Critics’ Jury Prize
Castle of Dreams - Reza Mirkarimi
Documentary Competition
Best Film
Shooting the Mafia [+] - Kim Longinotto (Ireland)
Special Mentions
Forman vs. Forman [+] - Helena Treštikova, Jakub Hejna (Czech Republic/France)
Lovemobil [+] - Elke Margarete Lehrenkrauss (Germany)
Short Film Competition
Best Film
Animal - Amiran Dolidze (Georgia)
Special Mentions
Hope - Aleksandra Markova (Belarus)
Watermelon Juice - Irene Moray (Spain)
Lifetime Achievement Award for Contribution to Cinema
Paul Schrader (USA)
Denis Lavant (France)
Krzysztof Zanussi (Poland)
Alexander Mindadze (Russia)
Manuchar Shervashidze (Georgia)

ALMATY 2019 Awards
Let There Be Light wins the second Almaty Film Festival
by Vassilis Economou
23/09/2019 - The Grand Prix was bestowed upon Marko Škop’s drama at the up-and-coming Kazakh gathering, while Maryam Touzani received the Best Director Award for Adam
The fresh-faced and dynamic Almaty Film Festival has wrapped after a successful seven-day run (14-20 September), and ended on Friday night with the awards ceremony, which was held at the Palace of the Republic in Kazakhstan’s largest city.
The triumphant film of the night was Marko Škop’s Let There Be Light [+], which won the Grand Prix in the Official Selection, focused on films that were co-produced by at least two countries. The prizes were dished out by the International Jury, headed up by British director-producer Hugh Hudson, and comprising Russian producer Natalya Ivanova, Portuguese producer António Costa Valente, president of the Tokyo International Film Festival Takeo Hisamatsu and Kazakh actress Samal Yeslyamova.
The Best Director Award went to Maryam Touzani’s feature debut, Adam [+], while Elia Suleiman’s It Must Be Heaven [+] was awarded with the Jury’s Special Prize. The Best Actor trophy went to two thesps ex aequo, as Valentin Novopolskij and Dawid Ogrodnik, who star in Oleg [+] by Juris Kursietis, shared the award, while Georgian actress Salome Demuria was presented with the Best Actress Award for her performance in Dito Tsintsadze’s Inhale-Exhale.
In the non-competitive documentary section, which is organised in collaboration with UNESCO and this year focused on “Women in Cinema”, Women of the Silk Road by Yassamin Maleknasr won the special UNESCO Main Award. Also, Hepi Meti’s Merata, How Mum Decolonized the Screen and Barbara Miller’s #Female Pleasure [+] received the UNESCO Recognition Award.
Finally, at the Alatau Film Awards, which are dedicated to commercial Kazakh films that have been particularly appreciated by the local audience, Best Film was bestowed upon Holidays Offline by Ruslan Akun, as decided via a secret ballot procedure on the Almaty Film Festival website. The other major winner of the local awards was Financier: Playoff Game by Elena Lisasina, which picked up four awards, including Best Director and Best Script.
Finally, jury president and Almaty Film Festival special guest Hugh Hudson received the Lifetime Achievement Award from the president of the festival, Akan Satayev.
Here is the complete list of winners at the second Almaty Film Festival:

Official Selection
Grand Prix
Let There Be Light [+] - Marko Škop (Slovakia/Czech Republic)
Best Director
Maryam Touzani - Adam [+] (Morocco/France/Belgium/Qatar)
Special Jury Prize
It Must Be Heaven [+] - Elia Suleiman (France/Germany/Canada/Turkey/Qatar)
Best Actor
Valentin Novopolskij and Dawid Ogrodnik - Oleg [+] (Latvia/Belgium/Lithuania/France)
Best Actress
Salome Demuria - Inhale-Exhale (Georgia/Russia/Sweden)
Documentary Films
UNESCO Main Award
Women of the Silk Road - Yassamin Maleknasr (Iran/Oman/Tajikistan/Turkey)
UNESCO Recognition Award
Merata, How Mum Decolonized the Screen - Hepi Meti (New Zealand)
#Female Pleasure [+] - Barbara Miller (Switzerland/Germany)

Alatau Film Awards
Best Film
Holidays Offline - Ruslan Akun (Kazakhstan)
Best Director
Elena Lisasina - Financier: Playoff Game (Kazakhstan)
Best Script
Dmitriy Bogomolov - Financier: Playoff Game
Best Actor
Chingiz Kapin and Asylkhan Tolepov - Financier: Playoff Game
Best Actress
Kuralay Anarbekova - Brother or Marriage 2 (Kazakhstan)
Best Cinematographer
Azamat Dulatov - Lift (Kazakhstan)
Best Composer
Alim Zairov and Roman Vishnevskiy - Businessmen (Kazakhstan)
Best Editor
Sergey Bergugin - Financier: Playoff Game

KARLOVY VARY 2019 Competition
Review: 'Let There Be Light' by Vladan Petkovic
02/07/2019 - The relationship between fathers and sons is at the heart of Marko Škop's second feature, which deals with the rise of the extreme right wing in Slovakia
It turns out that both youths belong to the paramilitary organisation The Guard, in which they are trained to "protect their family and homeland". And apparently, Peter was gay. But Adam denies he has any knowledge of what might have pushed his friend to take his own life.
Meanwhile, we come to realise that the family is very religious, and that Milan himself has a collection of rifles and machine guns that he enjoys cleaning – but is trying to make sure the kids don't go anywhere near them. After Sunday Mass, the Denišes go to visit Milan's tough, zealously religious father (Ľubomír Paulovič), who mentions how the rule of the fascist Slovak puppet state during World War II was the only time the country had it good, and in addition humiliates his son for being too soft.

But Milan is a good man at heart, and maybe that is a problem – fascism gains momentum not because too many people are evil, but because too many good people do not act. So he goes to visit Peter's parents and learns that the boy told them he was raped on the day he committed suicide. As he starts to investigate, pressuring his son, the family is threatened. Milan turns to a young priest (an appropriately irritating Daniel Fischer) only to learn that the church condones The Guard's acts even more than the local police.
Those who have seen Jan Gebert's When the War Comes [+], a documentary about a real such organisation called Slovak Recruits, will have no problem recognising the story as ringing very true. And more important than the factual reality of the topic is Škop's straightforward but nuanced script, in which small details reveal much more about modern-day Slovak society than is explicitly shown. However, Let There Be Light is, at its heart, a story about how sons perpetuate their fathers' mistakes by copying their patterns in relationships with their own sons and, in turn, how this eventually creates the incendiary and hateful atmosphere in society that brings scum to the top.

Let There Be Light is a co-production between the two biggest independent production companies in Slovakia and the Czech Republic, Artileria and Negativ, respectively, with the participation of both national broadcasters, Radio and Television Slovakia and Czech Television. Although such a production structure may have led to the film being somewhat less ambiguous than a more arthouse-spirited approach would allow for, the topic it deals with is huge and very important, and it deserves a healthy level of exhibition, both in theatres and on television. Paris-based Loco Films has the international rights.



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- Arte

Settimana della moda a Brera - Milano

SPECIALE SETTIMANA DELLA MODA A BRERA 2019, MILANO — 2019

L'ANNO DI LEONARDO

Leonardo fashion stylist alla corte del Moro.

Costantemente aperta a ogni influenza e grata a ogni ispirazione, la moda ha sempre accettato suggerimenti e accolte nuove tendenze nel suo scorrere lungimirante, ciò per quanto la storia dell’abbigliamento in realtà non sia mai stata scritta per intero o, comunque, ancora non abbia potuto misurarsi con l’evoluzione del ‘costume’ nelle sue accezioni di abbellimento, e perché no di utilità e di praticità, riferite al quotidiano adornarsi. E chissà che non debba ancora passare del tempo prima che una tale storia possa essere scritta.

Acciò ha pensato la Pinacoteca di Brera con questa speciale e ‘immaginifica’ “Settimana della Moda”, l’esposizione dedicata al “Leonardo fashion stylist alla corte del Moro” che inizia oggi 18 Settembre a Milano.

«Forse non tutti sanno che la corte milanese era una capitale della moda, del lusso e dell’arte. Il duca Ludovico il Moro aveva chiamato infatti presso di sé l’architetto e pittore Donato Bramante e soprattutto Leonardo da Vinci che di fatto cambiò per sempre il corso della pittura milanese, influenzando sia allievi diretti che seguaci grazie alla sua pittura sperimentale. Ma alla corte del Moro Leonardo era anche regista di feste celebri come quella del Paradiso del 1491 e addirittura fashion stylist, avendo curato e progettato nei dettagli il costume da torneo del conte Galeazzo Sanseverino.»

Più spesso le ‘Corti’ della Moda tout court hanno dato originali contributi alla trasformazione dell’abbigliamento. Seppure, è indubbio, essa sia da considerarsi un prodotto privilegiato di una società elitaria, in quanto «..fenomeno collettivo che nel modo più immediato ci fornisce la rivelazione che vi è del sociale nei nostri comportamenti» (Stoetzel), e che presenta «una dialettica del conformismo e del cambiamento spiegabile solo sociologicamente» (Barthes); pretesti che permisero a Francesco Alziator (*) di rendere manifesta una prerogativa assoluta della moda: «..per cui la singolarità delle fogge si è sempre distinta in quanto motivo di curiosità e attenzione da parte di studiosi di filologia linguistica, mito, fiaba, narrativa e del folklore.»

La moda dunque vi appare come fenomeno di processi evolutivi tendenzialmente collegabili a questo o a quell’ordine di idee estetiche ‘psicologiche nonché sociologiche ed etnologiche’, che va registrata come tendenza nella continua invenzione ‘fantasiosa e arbitraria’ della quotidianità, per quanto sia entrata a far parte del patrimonio ereditario delle diverse culture dei popoli. Non di meno vanno tenute in conto la manualità artigianale, la merceologia, la chimica e la tecnologia dei tessuti, la sartoria, la progettazione e il design, che trova nell’originalità dell’arte, così come nell’immaginario collettivo, proprie linee ‘poetico-strutturali’, tipiche della cultura elitaria e non di meno popolare. Per quanto è ancora oggi riscontrabile nei musei, nelle raccolte private e quantaltro; ricostruibile attraverso le varie fonti a disposizione, a incominciare dalle Biblioteche Universitarie di molte città italiane.

Non sembri quindi azzardato supporre che la moda, nei fondamentali aspetti che la caratterizzano, è di fatto nata con l’uomo storico, sebbene è con l’avvento della società capitalistica che si fa coincidere l’insorgere di quella specie di ossessione per il nuovo o ‘neomania’ di cui l’abbigliamento rappresenta uno degli aspetti più eclatanti. È interessante ricordare come un altro storico del costume, Jules Quicherat (*), abbia fissato intorno al 1750 i canbiamenti più rilevanti della moda nella prospettiva storica più ampia. La cui evoluzione si è svolta: «..secondo un ordine proprio tendenzialmente autonomo, a conferma di come le ragioni attraverso le quali ogni novità s’impone, siano da ricercarsi sul piano dei significati sociali necessariamente insiti al fenomeno collettivo.»

È a questo punto che al fascino leonardesco, che permea di sé tutta Milano, non sfuggano gli aspetti più nascosti e segreti dell’arte del costume, sollecitando in chi osserva oggi le sue ‘opere’ la curiosità e il mistero intrinseco di alcuni elementi personali talvolta colti nell’intimità degli sguardi, da stimolare le più recondite sollecitazioni di misurata bellezza e immacolata simbiosi fra corpo e abito, concellando quasi gli artifici e le costrizioni dell’arte. Affermazione questa che rende possibile ripercorrere a grandi linee la storia di almeno un secolo di intima ‘fashionable’ eloquenza della moda, quella simbolica e luminosa di ‘essere’, ma anche quella imperfetta e misteriosa del ‘l’apparire’, inscindibili l’una dall’altra, e che pure permette a noi post-moderni, di porci, per così dire, davanti allo specchio coperti del candore della nostra intima nudità, prima di rivelarci all’amore e di lasciarci andare ai turbamenti della sensualità.

«A dettar legge in fatto di moda a Milano è (all’epoca) però la duchessa Beatrice d’Este, sempre impegnata a festeggiare matrimoni, nascite, giostre, ospiti, attorniata dai suoi nobili cortigiani ma anche da artisti, letterati, poeti e musici. Celebre è del resto la sua passione in questo campo: nel solo 1491 si fa confezionare 83 abiti, sotto le sue direttive, in un ideale gara tra regine del gusto, oggi diremmo modaiole o ancor meglio influencers, tra lei e la sorella, quella Isabella d’Este, duchessa di Mantova, che non a caso ospiterà anche lei Leonardo. A loro si devono non per nulla l’invenzione di acconciature e di tante altre innovazioni della moda dell’ultimo Quattrocento. Si narra addirittura che Beatrice sopportò la presenza di Cecilia Gallerani, l’amante ufficiale del marito Ludovico finchè il duca non ebbe la sventatezza di regalare due abiti identici a lei e alla moglie. La celebre dama ritratta da Leonardo ‘con l’ermellino’ fu di conseguenza prontamente cacciata dalla corte sforzesca.»

C’è in questo ritratto così tanta femminilità che improvvisamente, e sotto i nostri occhi attoniti, è recuperata per intero una certa ‘grazia’ dell’essere donna che, in certo qual senso, ci fa ricredere delle ‘mode’ che si sono susseguite nel tempo, tale da sembrare oggi andata perduta. Soprattutto recentemente, allorché la globalizzazione ha portato sulla scena metropolitana qualcosa che di ‘femminilità’ ha davvero poco, anzi niente.
Non di meno «..lo sfarzo e l’eleganza della corte di Ludovico Sforza detto il Moro sono manifeste nell’incidenza politica degli elementi di moda che concorrono all’elaborazione dell’immagine ufficiale destinata a celebrare quel diploma di investitura imperiale, arrivato finalmente nel 1494, che ne riconosceva il potere ducale su Milano, esercitato ufficiosamente ormai da anni. […] Il magnifico guardaroba del Moro ha la caratteristica di essere contraddistinto da una vasta fantasia decorativa di imprese: disegni e motti di famiglia che servono a comunicare il proprio potere e la propria continuità dinastica, ribadendone la legittimità di governo.»

Tuttavia in questo ipotetico viaggio nella moda Leonardo evidenzia una sua particolare chiave di lettura che va oltre le avvenute variazioni del semplice vestire, annotando come il costume sia adatto a tutte le varianti possibili e le molte interpretazioni che di volta in volta si sono succedute fino a noi contemporanei sia in ambito femminile che in quello maschile. Come, ad esempio, che si può essere diverse/i conservando la propria femminilità in concomitanza con quella dei propri partners. Infatti sempre più spesso l'utilizzo e il dichiarato scambio dei ruoli, così come appare sulle pagine dei rotocalchi e ancor più nel cinema, ciò che permette ormai di dire che c’è più motivo di nascondere o mistificare la propria immagine. Non che le donne o gli uomini non conoscessero e frequentassero le piacevolezze delle letterarie “amicizie particolari”, o “pericolose” che dir si voglia. Quelle stesse che Roland Barthes (*) analizza secondo i canoni dello strutturalismo, nel linguaggio usato da un campione di stampa femminile (strumento senza il quale la moda sarebbe ormai inconcepibile) che gli permette di ravvisare nella moda un ‘sistema’ indipendente a tutti gli effetti.

Per quanto a promuovere questo sistema e la sua annessa retorica è ovviamente l’esigenza di trasformare gli oggetti dell’abbigliamento, in beni di consumo originariamente durevoli, in prodotti di rapida usura, alquanto psicologica, così è nel darsi la possibilità di eccepire il superfluo, fare le proprie esperienze, adattarsi alle convenienze concettuali, riconoscersi nella realtà che ci circonda, perché, va detto, la moda è dentro e fuori di noi e ci consegna a quell’effervescenza della modernità in cui, volenti o nolenti, ci conduciamo. O almeno così sembra, ma è vero semmai anche il contrario: la moda contemporanea determina, sia pure a livelli nuovi e diversi, una costrizione tanto più rigorosa quanto meno dichiarata, spinta dalla sua stessa dinamica ad aumentare costantemente l’ampiezza della scelta e ad accelerare i tempi del consumo. Va detto che se un giorno la moda dovesse tornare a rispondere anzitutto ai naturali criteri di protezione, pudore, economicità, non potrebbe non guadagnarne anche in ogni altro senso.

L’importante è mantenere una certa ‘identità nella dignità' che serve alla conservazione della specie, nella continuità che ci vede umani allo stesso modo, con le nostre defiance, i nostri dubbi, la nostra diversità (talvolta negata), pur nella somiglianza e nella similitudine, al di dentro dei mutamenti sociali e delle mode. Mi chiedo se non sembra anche a voi visitatori di Brera di sentire l’effervescenza di quella vanità che fuoriuscire dalle opere leonardesche che si lascia leggere come un’intima promessa d’amore? Di percepire l'effluvio soporoso di una certa corporeità, promessa in sé di un corpoche si svela? Beh, provate di tanto in tanto a chiudere gli occhi per un istante e ben presto il suo profumo presto vi ammalierà.



NOTE:
(*) Francesco Alziator, storico del costume popolare scrisse a fronte de “La collezione Luzzietti”, (libro illustrato De Luca Editore 1963): «Per una storia dell’abbigliamento popolare in Sardegna».

(*) Jules Quicherat ,archeologo e storico francese,"Histoire du costume en France depuis les temps les plus réculés jusqu'à la fin du XVIIIe siècle" (1875).

(*) Roland Barthes, ‘Système de la Mode’- L'intera opera di Roland Barthes è cosparsa di acute osservazioni sui significati sociali dell'abbigliamento e del costume:"Il senso della moda. Forme e significati dell'abbigliamento" - Einaudi 1967.

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- Musica

Novara - European Jazz Conference

Tutto pronto a Novara per la European Jazz Conference 2019

 

.. la massima conferenza a tema jazz a livello mondiale, che ospita in città da giovedì 12 a domenica 15 settembre 380 delegati provenienti da 40 Paesi.

 

La manifestazione è un momento di incontro con momenti di formazione, di incontro e musicali di alto livello. Il programma musicale della European Jazz Conference 2019 ha il suo culmine venerdì 13 settembre alle ore 21:30 al Teatro Coccia di Novara con il Gala Concert, con protagonisti d'eccezione Franco D’Andrea Octet in “INTERVALS” e Gianluca Petrella in “COSMIC RENAISSANCE”,  davvero "imperdibili!" e ai 'concerti' Fringe.

 

Il Gala Concert vede protagonisti Franco D'Andrea e Gianluca Petrella con due progetti straordinari che esemplificano la sperimentazione e la ricchezza di stili delle varie generazioni del jazz italiano, prevede un biglietto minimo d'ingresso, acquistabile presso la biglietteria del Teatro Coccia oppure sulla biglietteria online.

 

Il programma musicale della European Jazz Conference 2019 non finisce qui e il calendario prevede anche una serie di Fringe Concerts aperti anche a coloro che non sono iscritti alla conferenza e ad ingresso libero, al Piccolo Coccia di Novara e in altri affascinanti luoghi della città.

 

Calendario:

• mercoledì 11 settembre, ore 21:30 - 22:15 - Piccolo Coccia

FRINGE: Eloisa Manera "Duende"

• mercoledì 11 settembre, ore 22:15 - 23:00 - Piccolo Coccia FRINGE: Mirko Signorile "Trio Trip"

• giovedì 12 settembre, ore 22:30 - 23:15 - Piccolo Coccia FRINGE: WE3 (Francesco Chiapperini, Luca Pissavini, Stefano Grasso)

• giovedì 12 settembre, ore 23:15 - 00:00 - Piccolo Coccia FRINGE: Raffaele Casarano & Mirko Signorile

• venerdì 13 settembre, ore 23:00 - 23:45 - Teatro Coccia FRINGE: Roberto Ottaviano "Eternal Love"

• sabato 14 settembre, ore 09:30 - 10:00 - Basilica di San Gaudenzio FRINGE: Marco Colonna solo (nella foto)

• sabato 14 settembre, ore 21:30 - 22:15 - Piccolo Coccia FRINGE: XY Quartet (Nicola Fazzini, Alessandro Fedrigo, Saverio Tasca, Luca Colussi)

• sabato 14 settembre, ore 22:15 - 23:00 - Piccolo Coccia FRINGE: Andrea Grossi "Songs & Poems"

• sabato 14 settembre, ore 23:00 - 23:45 - Piccolo Coccia FRINGE: Enzo Favata "Crossing Quartet"

• domenica 15 settembre, ore 13:00 - 13:45 - Chiostro della Canonica del Duomo FRINGE: con Federica Michisanti "Horn Trio"

 

Our mailing address is: info@novarajazz.org

Novara Jazz - Via Mameli 8 - Novara.

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- Politici

Bla, bla, bla … Conte-ntiamoci!?

Bla, bla, bla … Conte-ntiamoci ! ? ! ? !?!?!?!?

 

E due. Bugia + bugia (al governo del paese) non fa 2 bugie, bensì confeziona una ‘farsa’ senza ritegno che ci saremmo risparmiati volentieri. D’altro canto un perdente + perdente (all’opposizione) non fa 2 perdenti, consegue piuttosto una volgare demagogia politica.

 

Con ciò la democrazia s’avvia alla sua apostasia finale, al tradimento definitivo della supremazia popolare in fatto di governo, assicurando con ciò, e senza possibilità di smentita, lo ‘sfascio’ ideologico-politico di una realtà democratica sovrana che chiede un confronto reale; sia sul piano economico, che guardi alle misure di crescita e di sviluppo, che alle politiche sul lavoro e al debito pubblico; sia rivolto al welfare e alla cultura, così come alla ricerca e alla salute, tematiche queste che destano molta preoccupazione negli italiani, prima ancora che in Europa e nel resto del Mondo.

 

La ‘nuova intesa’, (che nuova non è perché se ne favoleggia da tempo), non è apprezzabile né convincente sotto nessun punto di vista, per mancanza di quella ‘dignità’ necessaria al ricambio reciproco da entrambe le parti: di chi sta-va al governo e di chi si affaccia ex-novo a governare. C’è da chiedersi dove sta andando questo paese? Dove ci porterà questa nuova gestione tanto approssimativa?

 

Quale forza di contrattazione politica potrà avere l’Italia in Europa? Allorché assistiamo alla sottomissione della sovranità nazionale alle politiche discriminanti di ‘comici’ sovranazionali e/o dei ‘poteri forti’ che occultamente governano il paese.

 

Perché, per quanto si metta la testa sotto la sabbia, di questo si tratta, anche quando si invoca il ‘diritto al voto’ dei cittadini, mentre, in realtà, si vota in parlamento ‘a scrutinio segreto’ per ogni singola proposta (bugiarda e ingannevole), sui ‘giochi’ decisi e consumati nelle stanze segrete del Parlamento, e nel mancato rispetto della Costituzione.

 

“Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati!”

 

È durante questo ‘vuoto governatorato’ che qualcuno si dice molto preoccupato delle ‘nuove politiche’, mentre altri decidono ‘a tavolino’ quali sono le priorità necessarie a risolvere la crisi istituzionale in corso, senza misurarsi e/o confrontarsi con le piazze reali e con il voto popolare. Ma chi andrà per primo a comprare il gelato, chi ci metterà la faccia, e chi si drogherà della maggioranza dei voti? E' ancora tutto da verificare.

 

Perdere la faccia o mantenere la poltrona (?) è diventato ormai il gioco di società più in voga, in cui i politici (da una parte e dall’altra) credono di farla franca, senza aver chiesto prima il prezzo del ‘cono’ che pretendono ‘ad ogni costo’ di far loro. Benché sappiano che alla chiamata alle urne gli italiani talvolta hanno uno scatto isterico di sana ribellione.

 

E non presentandosi alle urne (o meglio ancora votando scheda bianca), il 'popolino' come lo chiamano loro, potrebbe capovolgere la situazione e così facendo, infilargli il ‘cono’ nel c..o, stravolgendo tutte le loro aspettative. E ben gli starebbe, perché il problema in realtà è un altro, come da sempre accade, sono proprio loro, i signori politici (si fa per dire) che poi finiscono per prenderci gusto.

 

L’interrogativo vero è se riusciranno a sacrificare le proprie ‘ambizioni velleitarie’ di ‘potere assoluto’, che mettono gli uni contro gli altri, smarcando definitivamente il Nord dal Sud, dopo le promesse (e che promesse!) fatte: sia di carattere assistenziale, sia di attuazione di servizi e di risorse che (secondo loro) dovrebbero assicurare non più la semplice sopravvivenza, ma la restituzione al Sud della ‘dignità della vita’.

 

La chiamata alla piazza da parte delle future opposizioni può avere un senso se indirizzata a contrastare alcune ‘irregolatezze parlamentari’ che, a loro volta, i politici di tutte le fazioni hanno attuate pro-loro, ogni qual volta che hanno occupato gli scranni del Parlamento, senza tener conto che su quelle poltrone, li ha  messi quel ‘popolino’, come lo chiamano loro, che ‘svegliandosi’ potrebbe tornare ad alzare la mannaia in Piazza del Popolo (la bella piazza della capitale) e far cadere le tanto prezzolate teste di c... che, dopo essersene dette di tutti i colori, adesso si scambiano i favori.

 

Conte-ntiamoci … ma anche no. Grazie.

 

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- Politica

’Bla, bla, bla ...cercasi leader disperatamente’

“Bla, bla, bla … cercasi leader disperatamente”

Peccato che sia finita la cenere, altrimenti avremmo assistito a uno spolvero straordinario sul capo di molti parlamentari fintamente pentiti che oggi si recano a Canossa. Li avrei osservati piacevolmente piangere lacrime amare … per i lasciti sanciti dal nuovo corso della politica fallimentare che hanno messo in atto.

Spiacevolmente i Talebani fermano il passo a quanti si prostrano contriti sulla via di Damasco impedendo loro di bagnare di lacrime le strade del deserto che, tanto faticosamente, hanno contribuito a sollevare con le loro azioni distruttive … ma ciò che si è consumato sul ‘vuoto’ politico non può che risolversi nel ‘nulla’ istituzionale.

Né l’una né l’altra ipotesi però sta in piedi, poiché, mancando un autentico ‘leader’ che la storia nazionale richiede, il sipario rischia di non apririsi sulla scena, lasciando che la platea in parlamento si azzuffi … mentre, dietro le quinte, i così chiamati ‘protagonisti’, si scambiano le casacche politiche, i belletti e i lustrini da prime donne.

Chi si arrufferà i capelli e le idee; chi li tingerà per ringiovanirsi inseguendo le proprie bugie; chi spalancherà gli occhi ‘vuoti’ sul mondo del lavoro; chi perseguirà la propria arroganza e volgarità al servizio di quanti non si sono mai realizzati nella vita; e/o che stringendo le immagini religiose dichiara apertamente la sua blasfemia.

La verità è invece più imbarazzante, nessuno di loro, non avendo la stoffa del ‘leader’ si lanciano in promesse meravigliose quanto assurde: lavoro, giustizia, famiglia, aiuti sociali, accordi internazionali, denaro (pro –loro) ecc. ecc. … “abbiamo sconfitto la povertà”.

Ma si avverte quanto le promesse dei nuovi ‘messia’ suonino false alle loro stesse orecchie, tant’è che se le rimangiano spesso e le sostituiscono con altre che non porteranno mai a conclusione … i cosiddetti ‘partiti del fare’, non considerando la carenza delle disponibilità economiche, semplicemente, non faranno un bel niente.

Arriviamo così alla “Caduta dell’Impero Romano”, dopo gli insulti reciproci, gli attacchi personali, le minacce giuridiche, gli approcci confusi e le conraddizioni con la stampa e nei talk-show TV … che hanno dato uno spettacolo scandaloso di un’Italia ‘stracciona e cialtrona’, resa ancor più indecente da una conduzione politica volgare.

La “Caduta” è infine arrivata più che aspettata, cercata, voluta, inevitabile. Le cause sono sotto gli occhi di tutti; la ragione, se di ragione può dirsi, è che non sembra fermarsi. Sembra che il fondo non sia ancora stato toccato ma che non sia poi così lontano … aspettiamoci di peggio.

Se quello che si sta prospettando si attuerà, ben presto finiremo nel panico istituzionale, e assisteremo a connubi insoliti quanto improponibili; il ‘minestrone politico’ che non abbiamo ancora digerito, lascerà il passo al rigurgito di tipo influenzale … a livello nazionale e la ‘gente’, più che mai decisa, abbandonerà le urne in massa delusa.

La convalescenza potrebbe essere lunga se non si trova, fin da subito, un ‘personaggio’ altolocato, politicamente preparato, giuridicamente trasparente, che va cercato disperatamente quanto immediatamente …

Ma dov’è? Se mi guardo attorno, non vedo nessuno.

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- Cinema

Cineuropa a Locarno - intervista a Fabrice du Welz

CINEUROPA NEWS : LOCARNO 2019 Piazza Grande

Fabrice du Welz • Regista di Adoration: "Sono un regista istintivo. Lavoro rozzamente, sul momento”.

Intervista di Aurore Engelen.
16/08/2019 - Cineuropa ha incontrato Fabrice du Welz in occasione della prima internazionale del suo nuovo film, Adoration, nella Piazza Grande di Locarno
Adoration, che chiude la trilogia di Fabrice du Welz dopo Calvaire e Alleluia, questa volta è ambientato nelle Ardenne ed enfatizza l’amore dissennato di un giovanotto semplice e innocente per una giovane ragazza psicotica. Il regista belga segue la fuga folle di Paul e Gloria, diventati inseparabili. Lo abbiamo incontrato in occasione della prima internazionale nella Piazza Grande del Locarno Film Festival.

Cineuropa : Il tuo giovane eroe, Paul, vive intensamente e in maniera assoluta una storia d’amore che sembra sfuggire al suo raziocinio.

Fabrice du Welz : L’idea era di approcciare questa storia nella maniera più semplice e viscerale possibile. Sono giovani ragazzi che devono affrontare emozioni troppo grandi per loro, e vi si perdono. Durante l’adolescenza le storie d’amore ci annientano, la sensazione di essere innamorati è totale. Ho voluto trattare l’amore come un risveglio spirituale che tende al misticismo.

Detesto il realismo nel cinema, nonostante io ami l’iperrealismo. Ciò che sto cercando è una sorta di astrazione, in tutto. Cerco di spingere i codici del film drammatico verso qualcosa che è tanto astratto quanto fisico.
Ma allo stesso tempo è un film in cui mi sono messo a nudo molto più di quanto faccia di solito. Di norma mi nascondo un po’ dietro il grottesco e a scene sanguinolente. Qui c’è stato un reale desiderio di purificazione. Il film si affida interamente a questo ragazzo, tutto è visto da una prospettiva in prima persona, con lo sguardo di un essere gentile e innocente. Qualcuno che è profondamente buono.

Con Paul è la prima volta che si trova un soggetto così gentile al centro della tua storia. L’accesso alle emozioni è una cosa che ho ricercato per tanto tempo. Ho sentito che era il momento di provare qualcosa di nuovo, di superare la mia timidezza. I grandi registi che amo, da Bergman ad Almodóvar, sono quelli che non esitano a fare uso della propria intimità, delle proprie emozioni private, per farne dei film. Lo trovo ammirevole, ma allo stesso tempo mi spaventa. In un certo senso mi trovo a un incrocio con questo film. Ho bisogno di misurare me stesso con qualcosa di più semplice, e di mettermi a rischio.

Mentre il film si sviluppa avviene una sorta di rovesciamento: i due adolescenti sono sempre meno reali?

I miei film trattano sempre di frontiere. Andiamo da un ciclo a un altro, è più difficile orientarci, le cose diventano quasi spettrali. Ciò che mi interessava era farle evolvere in un paradiso, poi in un purgatorio e poi in uno spazio infernale, sino a una specie di liberazione che è soggetta all’interpretazione di ogni spettatore.
Hai un approccio molto strutturato durante le riprese. Giri a 360 gradi, quanto più vicino possibile ai corpi degli attori, a cui dai molte indicazioni durante ogni ripresa.
Lavoro come un artista visivo. Abbiamo inquadrato il film e utilizzato molto lo zoom. Non riesco a non vivere le sequenze, ho bisogno di essere un attore. Sono proprio lì con gli attori, e lavoro insieme a loro. Bè, a volte mi agito davvero troppo, forse mi manca un po’ di distanza! Ammiro i registi cerebrali che sanno visualizzare l’organizzazione di tutto. Ma io son un regista istintivo. Lavoro rozzamente, sul momento. Ho bisogno di rimpastare il materiale, il discorso con i miei attori, di dargli una spinta qua e là, di vivere qualcosa con loro.

La colonna sonora e la direzione artistica del film hanno particolarmente risalto all’inizio dei titoli di coda. Perché?

Il nostro intento con Adoration era quello di realizzare un film che sarebbe ritornato al realismo poetico degli anni ‘30 e ‘50 del secolo scorso, quando il cinema francese produceva grandi film di genere: Cocteau, Carné, Franju, Melville…
Oggi questo è un genere completamente scomparso in Francia. Il cinema di genere attualmente è legato al cinema americano, al cinema di sfruttamento degli anni ‘70. E ci siamo dimenticati che, negli anni ‘50, in Francia c’era un genere florido: il realismo poetico. Persino a casa, in Belgio, prima dei fratelli Dardenne, c’era André Delvaux. Abbiamo voluto fare un film che si sbarazzasse della patina americana di genere, e che non avesse paura di finire nella poesia. A tale scopo, avevamo bisogno di collaboratori che andassero in quella direzione. Sul set, il trio tra la messa in scena, gli scenari e la direzione fotografica era forte.

Io sono ossessionato dalle cose che risplendono, che hanno consistenza. A volte mi sconvolge vedere il cinema che guardano i nostri figli. Forse sono io che sto diventando un vecchio imbranato, ma è tutto patinato, freddo. Credo che gli scenari abbiano un’anima. E che quest’anima si mostri, in un modo o nell’altro, nel film. Tutto ciò deve essere orchestrato visivamente, e nella musica. Specialmente in questo caso, dato che ci occupiamo delle scintille dell’amore. Il cinema è un’arte profondamente sensuale, c’è la bellezza delle ambientazioni, delle emozioni, della natura.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
In autunno girerò il mio nuovo film Inexorable. Sarà caratterizzato da un’unità di tempo, spazio e azione. Tutto si svolge nella stessa casa. È la storia di una coppia, uno scrittore senza successo e una donna che si prende cura di ogni cosa per lui e che ne è perdutamente innamorata. Un giorno, una donna di 20 anni, fastidiosa e turbolenta, farà tutto ciò che può per entrare nella casa. L’idea è di fare un thriller, più cerebrale, ma che possa solo essere uno studio del personaggio.
Sinossi:
Il dodicenne Paul vive con sua madre nell’istituto dove lei lavora come infermiera. Quando incontra Gloria, decide di fuggire con lei...

titolo originale: Adoration
paese: Belgio, Francia

rivenditore estero: Memento Films International
anno: 2019
genere: fiction
regia: Fabrice du Welz
durata: 98'
sceneggiatura: Fabrice du Welz, Vincent Tavier, Romain Protat

cast: Thomas Gioria, Fantine Harduin, Benoît Poelvoorde, Laurent Lucas
fotografia: Manu Dacosse
montaggio: Anne-Laure Guégan
scenografia: Manu Demeulemeester
costumi: Florence Scholtes, Christophe Pidré
musica: Vincent Cahay
produttore: Manuel Chiche, Violaine Barbaroux, Vincent Tavier
produzione: Panique, The Jokers, Savage Film
supporto: Centre du Cinéma et de l’audiovisuel de la Fédération Wallonie-Bruxelles (BE), Eurimages
distributori: Imagine, The Jokers, Adok Films


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- Cinema

Locarno - Festa del Cinema in Piazza Grande


Con CINEUROPA a LOCARNO 2019 Piazza Grande / Cineasti del presente / Moving Ahead / Fuori concorso / Semaine de la critique.

La Piazza Grande di Locarno tra film d’autore e grande pubblico
articolo di Muriel Del Don.

17/07/2019 - La 72esima edizione del Locarno Festival vede presenti numerosi film europei nelle sezioni parallele ma anche sulla prestigiosa Piazza Grande:

“C’è anzitutto la sfida della Piazza Grande che abbiamo affrontato con la volontà di farne un trait d’union tra intense visioni d’autore e il grande pubblico”, ecco cosa ci dice Lili Hinstin, la nuova direttrice de Locarno Film Festival, che a desvelato oggi il programma della nuova edizione del festival (leggi la news sul concorso internazionale), a proposito della programmazione della prestigiosa Piazza locarnese. Una volontà quella di Hinstin di toccare la sensibilità del grande pubblico ma anche di stuzzicare l’appetito di cinefili sempre più esigenti alla ricerca di qualità ma anche e soprattutto di novità.
Presenti sulla Piazza Grande film che spaziano dal genere thriller psicologico quale Instinct della regista olandese Halina Reijn, all’action movie angosciante 7500 di Patrick Vollrath (presenti a Locarno con il suo primo film) passando dal genere film giudiziario con il franco belga La Fille au bracelet di Stéphane Demoustier (news), senza dimenticare la sana e rigenerante comicità di Valérie Donzelli che presenterà Notre Dame.

Impossibile non citare anche l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino (presentato a Cannes) Once Upon a Time… in Hollywood. Numerosi per non dire maggioritari i film europei che sfileranno sulla Piazza Grande, segno della diversità e qualità di una cinematografia decisamente in buona salute: gli italiani Magari di Ginevra Elkann (film d’apertura) e Il Nido di Roberto De Feo, la produzione francese Camille di Boris Lojkine, il cortometraggio franco svizzero New Acid di Basim Magdy e la coproduzione belgo francese Adoration di Fabrice Du Welz, la commedia svizzera Die fruchtbaren Jahre sind vorbei di Natascha Beller e le produzioni venute dalla Gran Bretagna Days of the Bagnold Summer di Simon Bird e Diego Maradona di Asif Kapadia.

Per quanto riguarda l’attesa programmazione della sezione Cineasti del presente, Lili Hinstin sottolinea la volontà di spaziare nella selezione “di opere estreme, spesso al confine tra cinema documentario e finzione, che inventano un nuovo modo di fare cinema e ci fanno guardare il mondo da una diversa prospettiva”. Numerose in effetti le opere sorprendenti di registi pronti a rompere gli schemi : l’opera seconda dell’attrice Jeanne Balibar Merveilles à Montfermeil, Space Dogs di Elsa Kremser e Levin Peter che da voce al primo cane (Leika) mandato sulla luna, fino al surreale e incisivo film svizzero Love Me Tender di Klaudia Reynicke. Altro sorprendente film svizzero presente è L’île aux oiseaux del duo Maya Kosa e Sergio da Costa.

Anche per questa sezione locarnese ritroviamo numerose produzioni e coproduzioni europee: Here For Life di Andrea Luka Zimmerman e Adrian Jackson (Gran Bretagna), Ivana the Terrible di Ivana Mladenović (Romania/Serbia), gli italiani L’apprendistato di Davide Maldi e The Cold Raising the Cold di Rong Guang Rong, la coproduzione belgo francese Overseas di Yoon Sung-a ma anche 143 rue du désert di Hassen Ferhani (Algeria/Francia/Qatar), Oroslan di Matjaž Ivanišin (Slovenia/Repubblica Ceca) e The Tree House di Minh Quý Trương (Singapore/Vietnam/Germania/Francia/Cina).

La sezione dedicata al cinema di ricerca ha cambiato nome diventando quest’anno Moving Ahead, omaggio a Jonas Mekas (e al suo film As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty del 2000), scomparso il 23 gennaio del 2019. Lo spirito e gli obiettivi rimangono però immutati e le opere selezionate sempre destabilizzanti, sperimentali e innovative. Forte anche qui la presenza europea grazie ad opere di registi confermati ma anche di giovani leve: Black Hole di Emmanuel Grimaud e Arnaud Deshayes (Francia), Color-Blind del regista sperimentale Ben Russell (Francia/Germania), In Memoriam di Jean-Claude Rousseau (Francia), la coproduzione tra Gran Bretagna e Tailandia Krabi, 2562 del famoso artista e cineasta Ben Rivers e Anocha Suwichakornpong, Ralf's Colors di Lukas Marxt (Austria/Germania/Spagna/Francia), The Giverny Document (Single Channel) di Ja’Tovia M Gary (Stati Uniti/Francia), la coproduzione tra Cina e Germania The Invisible Hand di Omer Fast, Those That, at a Distance, Resemble Another di Jessica Sarah Rinland (Gran Bretagna/Argentina/Spagna) e Un film dramatique del francese Eric Baudelaire.

Piazza Grande
Magari – Ginevra Elkann (Italia/Francia) (film di apertura)
Lettre à Freddy Buache - Jean-Luc Godard (Svizzera) (cortometraggio, 1982)
New Acid – Basim Magdy (Francia/Svizzera) (cortometraggio)
La Fille au bracelet – Stéphane Demoustier (Francia/Belgio)
7500 – Patrick Vollrath (Germania/Austria)
Greener Grass – Jocelyn DeBoer, Dawn Luebbe (Stati Uniti)
Once Upon A Time… In Hollywood – Quentin Tarantino (Stati Uniti)
Coffy – Jack Hill (Stati Uniti) (1973)
Notre Dame – Valérie Donzelli (Francia/Belgio)
Die fruchtbaren Jahre sind vorbei – Natascha Beller (Svizzera)
Instinct– Halina Reijn (Paesi Bassi)
Memories of Murder – Bong Joon-ho (Corea del Sud) (2003)
Camille – Boris Lojkine (Francia)
Days of The Bagnold Summer – Simon Bird (Gran Bretagna)
Diego Maradona – Asif Kapadia (Gran Bretagna)
Il Nido – Roberto De Feo (Italia)
Adoration – Fabrice Du Welz (Belgio/Francia)
Cecil B. Demented – John Waters (Stati Uniti/Francia) (2000)
To the Ends of the Earth – Kiyoshi Kurosawa (Giappone/Uzbekistan/Qatar)
Cineasti del presente
143 rue du désert - Hassen Ferhani (Algeria/Francia/Qatar)
Nafi’s Father – Mamadou Dia (Senegal)
Ham On Rye – Tyler Taormina (Stati Uniti)
Here For Life – Andrea Luka Zimmerman, Adrian Jackson (Gran Bretagna)
Ivana the Terrible – Ivana Mladenović (Romania/Serbia)
L’apprendistato – Davide Maldi (Italia)
L’Île aux oiseaux – Maya Kosa, Sergio da Costa (Svizzera)
La paloma y el lobo – Carlos Lenin (Massico)
The Cold Raising the Cold – Rong Guang Rong (Italia)
Love Me Tender – Klaudia Reynicke (Svizzera)
Mariam – Sharipa Urazbayeva (Kazakistan)
Merveilles à Montfermeil – Jeanne Balibar (Francia)
The Tree House - Minh Quý Trương (Singapore/Vietnam/Germania/Francia/Cina)
Oroslan - Matjaž Ivanišin (Slovenia/Repubblica Ceca)
Overseas – Yoon Sung-a (Belgio/Francia)
Space Dogs – Elsa Kremser, Levin Peter (Austria/Germania)

Moving Ahead
(Tourism Studies) – Joshua Gen Solondz (Stati Uniti) (cortometraggio)
A Topography Of Memory – Burak Cevik (Turchia/Canada) (mediometraggio)
Black Hole – Emmanuel Grimaud, Arnaud Deshayes (Francia)
Color-Blind – Ben Russell (Francia/Germania) (mediometraggio)
Distancing – Miko Ravereza (Stati Uniti) (cortometraggio)
In Memoriam – Jean-Claude Rousseau (Francia) (cortometraggio)
Kasiterit – Riar Rizaldi (Indonesia) (cortometraggio)
Krabi, 2562 – Ben Rivers, Anocha Suwichakornpong (Gran Bretagna/Tailandia)
Lore – Sky Hopinka (Stati Uniti) (cortometraggio)
Ralf's Colors – Lukas Marxt (Austria/Germania/Spagna/Francia)
Osmosis – Zhou Tao (Cina)
Swinguerra – Barbara Wagner, Benjamin de Burca (Brasile) (cortometraggio)
The Giverny Document (Single Channel) – Ja’Tovia M Gary (Stati Uniti/Francia) (cortometraggio)
The Invisible Hand – Omer Fast (Cina/Germania) (cortometraggio)
Those That, at a Distance, Resemble Another [+] – Jessica Sarah Rinland (Gran Bretagna/Argentina/Spagna)
Un film dramatique – Eric Baudelaire (Francia)
Fuori concorso
Arguments – Olivier Zabat (Francia)
Baghdad In My Shadow – Samir (Svizzera/Germania/Gran Bretagna/Iraq)
Etre Jérôme Bel – Sima Khatani, Aldo Lee (Francia)
Felix In Wonderland – Marie Losier (Francia/Germania) (mediometraggio)
Giraffe – Anna Sofie Hartmann (Germania/Danimarca)
La Sainte Famille – Louis-Do de Lencquesaing (Francia)
Le Voyage du prince – Jean-François Laguionie, Xavier Picard (Francia/Lussemburgo)
Non è sogno – Giovanni Cioni (Italia)
Prazer, camaradas! – José Filipe Costa (Portogallo)
Under The God – Dino Longo Sabanovic, Ana Shametaj, Pier Lorenzo Pisano, Valentina Manzoni, Zhannat Alshanova, Ariel Gutiérrez Flores, Giulio Pettenò, Salvator Tinajero, Hayk Matevosyan, George Varsimashvili, Arthur Theyskens, Alex Takàcs, Naomi Waring, Grieco Rafael, Anna Spacio (film collettivo realizzato sotto la supervisione di Béla Tarr) (Svizzera)
Wilcox – Denis Côté (Canada)
Wir Eltern – Eric Bergkraut, Ruth Schweikert (Svizzera)
De una isla – José Luis Guerin (Spagna) (cortometraggio)
Lonely Rivers – Mauro Herce (Spagna/Francia) (cortometraggio)
Mi piel, luminosa – Nicolás Pereda, Gabino Rodríguez (Messico/Canada) (cortometraggio)
Nimic – Yorgos Lanthimos (Germany/United Kingdom/Stati Uniti) (cortometraggio)
San Vittore – Yuri Ancarani (Italia/Svizzera) (cortometraggio)
Sapphire Crystal – Virgil Vernier (Francia/Svizzera) (cortometraggio)
Semaine de la Critique
The Euphoria of Being - Réka Szabó (Ungheria)
Adolescentes - Sébastien Lifshitz (Francia)
Another Reality - Noël Dernesch, Olli Waldhauer (Germania/Svizzera)
Der grüne Berg (The Green Mountain) - Fredi M. Murer (Svizzera) (1990)
Lovemobil - Elke Margarete Lehrenkrauss (Germania)
Murghab - Martin Saxer, Daler Kaziev, Marlen Elders (Germania)
Notha -ye- mesi yek roya (Copper Notes of a Dream) - Reza Farahmand (Canada/Iran)
Shalom Allah - David Vogel (Svizzera)

‘Magari’
di Kaleem Aftab
07/08/2019 - Locarno apre con un’emozionante storia dal gusto popolare, diretta da Ginevra Elkann, sui figli del divorzio.

Il film di apertura della 72° edizione del Locarno Film Festival è una storia famigliare raccontata squisitamente. Magari [+] di Ginevra Elkann descrive una moderna famiglia italiana attraverso gli occhi di una bambina di sei anni di nome Alma (Oro De Commarque). Alma è una narratrice inaffidabile, più interessata ai propri sogni che alla realtà. Mentre sogna a occhi aperti durante un sermone in una chiesa ortodossa, ha due cose per la testa: il cibo, e vedere i suoi genitori biologici insieme nello stesso posto. Con una divertente voce fuori campo, Alma racconta di come i genitori si siano separati quando aveva un anno. Passati altri cinque anni, sua madre Charlotte (Céline Sallette) sta progettando di trasferirsi con la famiglia da Parigi al Canada.
Prima che partano davvero, però, Charlotte manda Alma e i suoi due fratelli maggiori, Jean (Ettore Giustiniani) e Seba (Milo Roussel), a passare il Natale a Roma con il padre biologico Carlo (Riccardo Scamarcio). Mentre Alma è una narratrice inaffidabile, di Carlo semplicemente non ci si può fidare. È più interessato alla sua sceneggiatura, e alla co-sceneggiatrice Benedetta (Alba Rohrwacher), piuttosto che alla cura dei figli. Dopo il loro arrivo la prima cosa che fa è andare in visita alla casa di produzione in cui sta pitchando un film, nel cui cast spera che partecipi Marcello Mastroianni. Finito l’incontro, scarica i figli dai suoi genitori increduli.

In lui c’è un tocco del George Bailey di James Stewart, in quel suo fallire nel non considerare la famiglia più importante del lavoro, specialmente sotto Natale. Ma questo film tratta dei tre figli e di come fanno i conti con il fatto di esser parte di una famiglia divisa: Jean, il fratello di mezzo, ama giocare con il Game Boy, mentre Seba sente il peso di essere il più grande. Un aspetto ragguardevole del film d’esordio di Ginevra Elkann è il modo in cui mantiene la narrazione immersa nella realtà, mentre la narratrice sfocia continuamente nella fantasia. Qui non ci sono fantasmi, solo una vita meravigliosa. Si deve credere a tutto ciò che accade? Alma non vede i difetti di Carlo. Per tutta la sua breve vita ha sognato di far ricongiungere i genitori, ed è anche disposta a bere un bicchiere di urina del fratello per far sì che questo avvenga. O no?
L’ossessione di Alma è divertente perché è evidente che i suoi genitori non siano fatti l’uno per l’altra. Benedetta, la nuova musa di Carlo, è molto più adatta a lui anche se è una bugiarda cronica che ruba vestiti di seconda mano. Il suo guardaroba suggerisce che abbia un certo gusto per l’abbigliamento vintage, così come per gli uomini vintage. Benedetta va d’accordo con i figli di Carlo e addirittura porta in vacanza per un giorno Seba: una vacanza destinata a finire male.

Sebbene Scamarcio e la Rohrwacher siano all’altezza della loro magnifica reputazione, grazie a delle interpretazioni piene di sfumature e piccole stravaganze, è Oro De Commarque nel ruolo di Alma a rubare la scena.

La regista Elkann dimostra un’incredibile capacità di maneggiare temi pesanti in modo leggero. Le osservazioni di Alma e i dialoghi sono sistematicamente divertenti. Alcune scene sono un po’ un cliché ma si dimenticano facilmente una volta arrivati al gran finale, che si svolge attorno al tavolo della cena sotto il sole romano. Nel corso del film ci sono miriadi di osservazioni raffinate che elevano situazioni semplici, in particolare quando le donne della vita di Carlo condividono una sigaretta in macchina. Attenendosi a una struttura classica, addirittura il cane domestico ne esce premiato. È il film divertente, leggero e sentimentale sul divorzio che si stava aspettando senza saperlo.

'Magari' è una coproduzione italo-francese, prodotta da Wildside con RAI Cinema, e coprodotta da Tribus P Films e Iconoclast Films. La vendite internazionali sono gestite da RAI Com.

L'INTERVISTA DI CINEUROPA di Davide Abbatescianni.

Davide Maldi • Regista di L’apprendistato
“Nei miei lavori parto sempre dallo studio di un rito antico e ne cerco una trasposizione nella società di oggi”

08/08/2019 - Abbiamo intervistato Davide Maldi e parlato del suo ultimo film L’apprendistato, il quale segue il difficile percorso di formazione di un gruppo di studenti di un collegio alberghiero
Abbiamo colloquiato con Davide Maldi, regista del documentario L’apprendistato [+] in concorso nella sezione Cineasti del Presente del Festival di Locarno di quest’anno. La nostra conversazione si è soffermata sui protagonisti della pellicola, sul processo di ricerca ed osservazione che ha portato alla realizzazione del documentario, nonché sui temi dell’adolescenza, delle disciplina e del lavoro.

Cineuropa: Il suo film segue il duro apprendistato di Luca Tufano e dei suoi compagni, studenti di un prestigioso collegio alberghiero. Perché è importante raccontare questa storia oggi?

Davide Maldi: Volevo trovare un contesto reale nel quale un ragazzo era portato ad accelerare il suo processo di crescita imparando da subito un lavoro. L’Istituto alberghiero mi è sembrato il luogo adatto dove muovermi perché la professione del cameriere è fatta di regole e disciplina col fine di servire il cliente. Imparare a quattordici anni le regole del mondo del lavoro mi è sembrato inusuale. Luca proviene da un piccolo borgo di montagna, ha un animo selvaggio e libero e ho scelto lui come protagonista perché attraverso la sua esperienza potevo raccontare meglio le difficoltà nell’apprendere la professione a quell’età.

Nel film la disciplina ed il rigore sono elementi centrali. Che significato hanno per lei queste due parole nel mondo odierno, specialmente per i più giovani?

Disciplina e rigore sono parole austere e forti oggi, lontane dalla vita comune. Nel film il maître/insegnante della scuola esige disciplina e rigore perché sono elementi alla base del mestiere ed è diretto e onesto con i suoi alunni. Non prende in giro l’adolescente, bensì lo tratta da adulto e lo mette di fronte alle proprie responsabilità, con possibilità di riuscita o fallimento, perché la vita che lo aspetta sarà faticosa.

Qual è stato il suo approccio registico sul set? Per quanto tempo ha seguito i soggetti e com’è riuscito a guadagnarsi la loro fiducia?

Ho passato molto tempo nella scuola senza filmare, osservando solo lo svolgimento delle lezioni. Ho atteso per poi essere più sicuro. Volevo realizzare un film che trasmettesse nella regia e nell’estetica un rigore vicino a quello della scuola e del mestiere. Lo spettatore vive questa storia attraverso l’esperienza di Luca. Mi sono sempre posto dalla parte degli alunni, instaurando col loro un rapporto di fiducia e complicità che ha permesso poi di lavorare in piena sintonia. Ho cercato di fargli capire che non ero né un docente e né li volevo giudicare idonei o meno alla scuola o alla vita.

Quali sono stati i principali ostacoli, tecnici e umani, riscontrati nel corso della lavorazione del film?

In realtà, ambientare il film all’interno di un istituto mi ha facilitato molto. Solitamente lavoro da solo, quindi muovermi e agire in un luogo così circoscritto in solitaria è più facile. Mi sembrava di avere sempre tutto sotto controllo grazie anche alla lunga preparazione fatta. Le difficoltà sono state nel mantenere vive e salde le relazioni umane, come con Luca e i suoi compagni, capire il loro linguaggio e rispettare i loro codici.

Quali temi le piacerebbe trattare in futuro nel suo lavoro cinematografico?

Nei miei lavori parto sempre dallo studio di un rito antico e ne cerco una trasposizione nella società di oggi. Mi piace unire alla realtà elementi legati al sovrannaturale. Non mi sento un documentarista classico: mi piace avere il controllo di ciò che faccio lasciando aperta la porta all’imprevisto. In futuro mi piacerebbe realizzare un film di fantascienza, una fantascienza accennata, sottile ed educata e sempre in relazione con la realtà.

Al momento sta lavorando su altri progetti?

L’apprendistato è inteso come secondo capitolo di una trilogia sull’adolescenza, iniziata con il film precedente, Frastuono, e che proseguirà con un altro lavoro, più strutturato, legato a un fallimento familiare, il tutto visto sempre attraverso gli occhi e l’esperienza di un ragazzo. Ho incominciato a fare ricerca per capire dove e come sviluppare il lavoro ma sono ancora agli inizi.

Sinossi.
D'ora in avanti i capelli devono essere corti e ben pettinati, le unghie devono rimanere pulite e le dita non devono diventare gialle per la nicotina. Il lavoro impegnerà molto sia mentalmente che fisicamente, il consiglio che viene dato è quello di venire il meno possibile influenzati dall'atmosfera festaiola che regna attorno. Queste sono alcune delle regole che Luca, un quattordicenne timido e dall'animo selvaggio, deve imparare a rispettare per sopravvivere all'interno del collegio Alberghiero.


titolo internazionale: The Young Observant
titolo originale: L’apprendistato
paese: Italia
anno: 2019
genere: fiction
regia: Davide Maldi

durata: 84'
sceneggiatura: Davide Maldi, Micol Roubini

cast: Luca Tufano, Mario Burlone, Lorenzo Campani, Enrico Colombini, Cristian Dellamora, Damiano Oberoffer, Ernesto Alberti Violetti

fotografia: Davide Maldi
montaggio: Enrica Gatto
musica: Freddie Murphy, Chiara Lee
produttore: Gabriella Manfrè, Davide Maldi, Micol Roubini, Fabio Scamoni
produttore esecutivo: Gabriella Manfrè, Micol Roubini
produzione: Invisibile Film, L'Altauro, Red House Produzione



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- Arte

I Cinque Sensi della Pinacoteca di Brera

Il museo non ha un senso?
Alla Pinacoteca di Brera ne abbiamo cinque!

Grazie all’ingegno e alla passione di Lorenzo Villoresi, uno dei “nasi” più famosi al mondo e fondatore a Firenze del primo museo italiano del profumo, è stato infatti possibile introdurre in Pinacoteca il primo passo in un avventuroso percorso sensoriale, capace di stimolare la parte più profonda delle nostre emozioni, restituendoci gli odori e le fragranze di un mondo di per sé impalpabile e volatile.

Raggiungendo l’Adorazione dei Magi di Gaudenzio Ferrari esposta nella sala X, si possono ora incontrare, accostandosi a un apposito diffusore, le note acri dell’esotica mirra, come ugualmente intense e coinvolgenti suoneranno le dolci note del Lilium candidum, a disposizione tra le didascalie dedicate alla Madonna della Candeletta di Crivelli nella sala XXII. E a breve anche l’incenso sarà “annusabile”.

Si completa così lo spettro di coinvolgimento sensoriale che ha in parte caratterizzato il rinnovamento del museo: dal connubio di note e dipinti proposto con il programma Brera/Musica, al vedere tramite la parola del progetto “Descrivedendo”, alla percezione tattile offerta da alcune didascalie tessili che permettono ai visitatori di accarezzare dal vivo i pregiati tessuti dipinti nelle opere (i damascati di Crivelli e presto il raso di seta della fanciulla in blu dipinta da Hayez nel suo famosissimo bacio), fino alle voci del menu creativo ispirate ai capolavori di Brera del Caffè Fernanda, parte integrante del museo non solo dal punto di vista stilistico e architettonico e divenuto in breve un punto di eccellenza nella realtà milanese.

La Pinacoteca di Brera copre dunque con questa intrigante introduzione al mondo delle fragranze e degli odori i cinque sensi nell’intento di coinvolgere il visitatore in un’esperienza in cui il “vedere”, l’”osservare” diviene un momento di contemplazione sociale della bellezza, della natura e del suo rifiorire, attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi.

Immagine, dettaglio
Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo, Ansovino e Gerolamo (Madonna della Candeletta)
Carlo Crivelli - 1488 – 1490

Ferragosto con Brera/Musica
Come ogni terzo giovedì del mese torna l’appuntamento musicale della Pinacoteca, grazie alla collaborazione con il Maestro Clive Britton. Una serata in musica con i giovani musicisti della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado per celebrare il dialogo tra le arti e il dialogo tra i musicisti e il pubblico. In occasione del 210° compleanno della

Pinacoteca l’ingresso è gratuito.
Orario: Dalle ore 18.00 alle 22.15 (chiusura biglietteria ore 21.40)

Dove: Pinacoteca di Brera
Ingresso: gratuito

Dalle 18 alle 22.15 al costo di 3 euro sarà possibile ammirare l’intera collezione, visitare le splendide sale riallestite e, nello stesso tempo, ascoltare gli allievi della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado.

Come sempre la serata musicale offre al pubblico l’occasione di ammirare l’intera collezione, visitare le splendide sale riallestite e naturalmente ascoltare i giovani interpreti, che si collocheranno in diverse sale all’interno della Pinacoteca: la scelta del programma, anche per gennaio, scaturisce dalle emozioni suggerite dai dipinti.
Gli studenti saranno inoltre disponibili a rispondere alle domande del pubblico, in un inconsueto, dinamico scambio tra le arti.
Nella Sala 8, grazie al generoso appoggio di Yamaha, si potranno ascoltare alcuni brani eseguiti al pianoforte.

In Mostra: DEL ’900 A BRERA

Da Boccioni a Carrà, da de Pisis a Morandi, da Modigliani a Sironi fino a Picasso.
100 delle opere più amate della Pinacoteca, appartenenti alle collezioni e donazioni Jesi e Vitali, sono di nuovo esposte nel cuore del museo, al centro dei saloni napoleonici, nelle sale IX e XV e nel deposito a vista della sala XXIII.





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- Musica

Omar Pedrini in ’Timoria’ - Belluno

Belluno di Sera - Giovedì 8 agosto 2019 dalle ore 21:30 alle 23:30

Omar Pedrini in "Timoria (viaggio senza vento)"
giovedì 8 agosto 2019 - Piazza dei Martiri | Belluno
ingresso gratuito.

Omar Pedrini sarà in tour durante l'estate 2019 per riproporre dal vivo “Viaggio Senza Vento”, lo storico album dei Timoria uscito nel 1993.
Il desiderio di riportare sui palchi “Viaggio Senza Vento” è maturato in Omar dopo aver constatato con quale affetto ed entusiasmo i fan hanno accolto l’edizione celebrativa per il 25° Anniversario del disco concepito e composto principalmente da Omar Pedrini, uscita lo scorso 26 ottobre per Universal Music. Proprio durante il mini tour instore di presentazione della reissue di “Viaggio Senza Vento”, infatti, Omar ha incontrato il suo pubblico, che ha richiesto a gran voce altri appuntamenti per rivivere e celebrare dal vivo lo storico concept album dei Timoria.
Esclusa la possibilità di una reunion della band, sarà “il capitano della nave” a riportare sui palchi brani come “Senza Vento”, “Sangue Impazzito”, “Piove” e molti altri. Il Viaggio di Joe raccontato in questo concept album continua, 25 anni dopo, ad emozionare i fan storici dei Timoria, ma anche a farsi conoscere dalle generazioni successive, confermando il proprio posto tra i dischi che hanno fatto la storia della musica italiana.

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- Poesia

’Arcana memoria dell’acqua’ - premio ’Opera Prima’

'Arcana memoria dell'acqua' Premio 'Opera Prima' 2019 a Giorgio Mancinelli - Cierre Grafica / Anterem Edizioni.

 

Riflessione critica di Giorgio Bonacini: 'Scrivere con l'acqua'.

 

Ci sono luoghi, forme, figure, elementi, mondi che da sempre appartengono alla storia dell’immaginazione umana: archetipi che rappresentano il vero e reale farsi di ogni vita fondando il nostro essere, in quanto materia di natura e sostanza pensante. Se poi questo viene sentito come corpo sensibile e mentale, fisico e tangibile, e si trova dentro un’elaborazione poetica, allora la scena che si apre si muove in un territorio vastissimo, indefinibile e nello stesso tempo pertinente e inequivocabile, per effetto della diramazione di un senso diffuso, oltre il significato evidente. E l’acqua, nel caso specifico, è il costituente primo (e primordiale) che ci designa e ci nutre, nella cui esperienza configuriamo la nostra bio-grafia.

 

In questa raccolta di poesie (distinte per titoli, ma che si può dire formino un’unica ode) Giorgio Mancinelli svolge un canto per l’acqua e con l’acqua, attraverso una sapiente ondulazione avvolgente, in cui la scrittura poetica, segnata dal fluire di un dire il cui movimento è vocale e interiormente consonante, nasce da un respiro che ondeggia nell’estensione liquida che ne designa l’ambiente e ne disegna l’orizzonte di veduta. Anche visivamente (e non è un dato secondario, perché in poesia forma-sostanza-struttura aderiscono in un unico lavoro di significanza testuale) i versi si presentano, nella loro necessaria quanto voluta mancanza di punteggiatura (puntini di respiro sospensivo a parte), e di lettere maiuscole (tranne i nomi propri) come qualcosa che scorre – dopo un precedente e sconosciuto inizio – proprio come un fiume: non con linearità, ma con svolte, arresti e sospensioni lì dove si “protrae il tratto di blu”, verso una conclusione ulteriore.

 

Un estremo non pronunciato, forse indicibile o inimmaginabile, forse toccato dopo “la morte per esempio”, prova a chiedersi l’autore, nel mutismo pensieroso, inquieto e perplesso che non propone risposte. Né potrebbero esserci, quando le domande sono la sintesi di una meditazione che interroga se stessa, consapevole che ogni risposta è solo un piccolo brandello di sapere per l’intelletto inquieto e nostalgico. Nondimeno l’acqua, in tutte le sue modalità d’esistenza, anche immateriali (perché immaginative, ma non meno reali) è ciò che può sostenere - inarcando l’andamento della voce o rivolgendosi al silenzio - la linea del poema, partendo da un gesto propulsivo che dà origine a un moto sostenuto da una doppia natura: l’esperienza che trae da una visione emotiva e concettuale multipla (acqua di mare, di fiume, ma anche di nuvola) e la parola che, scrivendone, giunge a inarrivabili sviluppi, tra svolgimenti, pieghe, ricadute e tutto ciò che la scrittura nutre, concerne e sente.

 

Prendono così si forma architetture liquide che solo una mente in atto di lirica coesione può concepire: rendendo reale anche la figurazione impressa e fuggevole nello sguardo del miraggio. Ma è proprio da qui, da questa frattura che si crea, tra ciò che il poeta estrae da una realtà grezza e la riparazione estetica ed etica che il pensiero ispirato opera a partire da quella apparenza, un nuovo modo di rappresentare che è immagine, metamorfosi e sogno: musica visiva di una “possibile/impossibile sopravvivenza”. Certo, questo attraversamento che s’insinua, s’immerge e risale fluttuando tra la realtà e le sue metafore, potrebbe rischiare di portare la parola ad accarezzare il sollievo di una pacificazione con l’attrito del mondo.

 

Ma l’autore che pure a volte sfiora, (come anche nella vita accade, forse per sfinitezza o per momentaneo segno di tenerezza verso il mondo) “una pacata speranza di luce”, è però attento a non farsi sorprendere e avvolgere, perché sa che la poesia deve aprire varchi, sgranare la voce trasportando l’immedesimazione percettiva (si può essere “mare e gabbiano” nello stesso momento) fino al punto estremo in cui sembra avvenga una rottura insanabile: dove il mare diventa deserto, la schiuma d’acqua un vento di sabbia e le ombre appaiono insormontabili dune. È solo così, però, in questo continuo mutamento, che la parola poetica si fa pensiero di lacerazione e ricostruzione, complessità e semplicità: ossimori esistenziali necessari per ridisegnare il sintagma delle onde, il gocciolare delle sillabe. E anche se non sempre il testo manifesta in superficie questo stato di fibrillazione, è il suo “spostarsi silenzioso” che Giorgio Mancinelli muove nell’ oscurità di una tensione interna, modificando incessantemente l’armonia e la disarmonia del mondo in poesia.

 

Ed è proprio in questa forza che penetra il tentativo ineludibile di raggiungere la propria forma spuria (perché la poesia non ambisce a purezza intoccabile) di un dire essenziale che possiede e sente la memoria, pur nella dimensione arcana del dolore umano dove “urla straziate si levano” fra le turbolenze naturali che tremano quando “sussulta il mare/in solitario pianto”. È questa esondazione sofferente ci ricorda quanto la poesia sia costante domanda che indica un sovvertimento: non chiarezza, seppur elusiva, e nemmeno nascondimento, ma un intenso andirivieni che, antecedendo il prima, va oltre il dopo, senza mai sapere se si sta “andando o tornando dall’eterno oblio”.

 

Sono questi scorrimenti, queste fuoriuscite di correnti del corpo-mente che trasportano i linguaggi nel loro formarsi e deformarsi, tra le onde foniche che sollecitano e a volte rigurgitano i sensi di un sentimento a cui il poeta prova a dare una direzione. Un tragitto la cui modificazione, nonostante sia sempre irreversibile (come avverte l’autore in modo energico), non ha mai lo stesso inizio, mai la stessa fine. Così, ciò che rimane è la contraddizione vitale di un “limite impraticabile” che ci “rivela tutto il suo incanto”.

 

Dalla silloge poetica di Giorgio Mancinelli - Cierre Grafica / Anterem Edizioni 2019 - Premio 'Opera Prima' collana di poesia a cura di Flavio Ermini.

 

'arcana memoria dell’acqua' … Urubamba - Perù

 

ricordo di un fiume che scorreva lento

anzi lentissimo

e tutti scendemmo dal treno fermo nella valle

lungo la rotaia che costeggiava la sponda

qualcuno prese un sasso e lo gettò nell’acqua

altri s’inginocchiarono con religiosa mestizia

intenti a pregare protèsi come per bere

sussurrarono al fiume una supplica

o forse una cantilena dai poteri magici

e comunicare all’acqua inenarrabili segreti

una giovane donna rimasta in solitaria attesa

si chinò sfiorando con le labbra

l’acqua limpida trasparente del fiume

vi bisbigliò un messaggio

capace di risvegliare gli spiriti ancestrali

che lo custodisse fin oltre il possibile

negli alvei delle profondità nascoste

e lo portasse al suo perduto amore

dovunque - disse

fin dove giunge l’arcana memoria dell’acqua

 

'squarci di cielo'

 

come somigliano a stralci di poesie quegli squarci di cielo azzurri

che al diradarsi del buio sembrano spalancare

momenti di un’alba ritrovata

allorché gabbiani lunghi al volo inseguono la linea marcata

dell’orizzonte

e quelle vele bianche rigonfie di vento

come assomigliano alla rinnovata speranza del domani …

e quelle nuvole astanti allineate sulla tela di fondo

sospese come volute di panna e caramello

che pure tengono alla luce che s’indora

nell’ora del mattino prima del levar del sole

quando già s’apre al risveglio la palpebra stanca

nel sogno avverato d’esser tornata alla vita …

eppur quasi che l’acqua specchiata del mare

s’intorbida a sprazzi

e in altri lascia spiare il buio delle profondità

ove acquattate sul fondo giacciono dormienti le deità marine

che gli occhi splendenti di sale

riflettono di lacrime vive

a proseguire la grande corsa dell’onde sulla sabbia

prima di morire

 

'maree'

 

ho viaggiato a lungo sul limitare del mare

affrancando nei porti le bianche vele della giovinezza

lì dove il susseguirsi delle maree

mi conducean nell’avventura dei giorni

allorché l’adulta età ritrovasse il canto delle onde

ove appresi a conoscere

al cambiare di sponde altri luoghi e altre genti

nel giubilo danzante della vita

tutte diverse eppur tutte uguali

creature che nell’insieme avevano concepito

un’unica velleità di sopravvivenza

altresì compresi che il canto poteva farsi preghiera

levata al misterioso Iddio che s’ovvede

d’ogni cosa dell’andamento umano

ciò che all’arbitrio reclama il continuo riscatto

d’una cercata felicità

che di maree la vetusta età ricolma

allorché lasciata la sponda amica all’onda ritorna

a ritrovare l’altra che d’apprima avea lasciata

sì che la senile età delle burrasche e delle tempeste

solo ricordar vuole le nuvole che

come bianche vele un dì vide passare

sul limitare dell’immenso mare.

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- Musica

Woodstock ’69 - Ernesto Assante


Accade ad Altroquando‎ - Woodstock '69 by Ernesto Assante

Via Del Governo Vecchio 82, 83
Roma

Chiama 06 6889 2200

www.altroquando.com

GIU22 sabato dalle ore 19:30 alle 22:30
Woodstock '69 - Ernesto Assante

Libreria artigianale con birre indipendenti e cinema, fotografia, tandem, architettura, magneti, graphic novel, locandine, live music.

Come spiegare il festival di Woodstock a cinquant'anni di distanza e a quanti non hanno avuto la fortuna di parteciparvi? Il concerto che ha cambiato la storia del rock, e di un'intera generazione, non si conclude nelle immagini d'epoca che ci restituiscono la visione dei 500mila giovani giunti a Bethel da ogni angolo del mondo.

In questo libro, curato dal giornalista e critico musicale Ernesto Assante e pubblicato dai tipi di White Star Libri, saranno proprio alcuni dei protagonisti di quei giorni indimenticabili a prendere voce, attraverso le interviste esclusive che l'autore ha realizzato nel corso della sua carriera.

Come se non bastasse, Roberto ci porterà dei veri cimeli dell'evento: biglietti del festival, giornali d'epoca, libri vari.
Per rivivere, anche grazie alle straordinarie immagini d'epoca che accompagnano il volume, il più grande evento rock della storia, i tre giorni di musica, trasgressione e di libertà che segnarono quell'agosto del 1969 e ancora fanno risentire la loro eco.

'Altroquando'
la piattaforma è nata per condividere e rendere disponibili i cataloghi e gli eventi, e per questo ci servono altri fondi per implementare funzioni come:
- l'unificazione delle tessere fedeltà
- il collegamento con le biblioteche
- l'e-commerce

Vogliamo aggregare un pubblico ampio intorno a questo tema per rafforzare l’idea che le librerie indipendenti non sono solo negozi in cui si comprano libri, ma sono presidi culturali, sono i luoghi in cui si accoglie e si include, sono isole in cui ci si incontra, in cui si scambiano idee, in cui si cresce.
Rilanciamo insieme il ruolo delle librerie indipendenti, dei librai, dei libri e della cultura!"

SALVA LE PAROLE, SALVA IL MONDO.

Librerie di Roma è una rete di 40 librai romani che si sono uniti per collaborare, condividere e sostenersi a vi...

Storia
Librerie di Roma è una rete di 40 librai romani che si sono uniti per collaborare, condividere e sostenersi a vicenda.
Lo sapevi che tra il 2010 e il 2016 hanno chiuso il 12% delle librerie italiane e la lettura è calata dell'11%?
Nonostante questo, abbiamo deciso di non chiudere e di mettere insieme le nostre idee e le nostre risorse. In un anno abbiamo fatto moltissimo, ma per continuare sulla strada tracciata fino a oggi abbiamo bisogno del sostegno di tutti voi!
Abbiamo costruito una piattaforma (www.libreriediroma.it) in modo che i lettori possano trovare facilmente i libri che cercano e gli eventi a cui vogliono partecipare.
Ora dobbiamo mettere a punto le ultime funzionalità e per farlo abbiamo bisogno della collaborazione di tutti!"

Tra le vendite online, le grandi catene di librerie, i pochi lettori e diversi altri fattori, la situazione delle librerie indipendenti è a dir poco critica.
E quindi cosa succede? Le piccole librerie indipendenti chiudono e i giganti editoriali crescono.
L’obiettivo di Librerie di Roma, allora, è quello di coinvolgere il maggior numero di persone a sostegno di queste realtà culturali senza le quali i quartieri e i territori sarebbero sicuramente più poveri.
Anche perché oggi se ci guardiamo indietro, ci rendiamo conto che in pochi mesi abbiamo fatto moltissimo.
Nell'ultimo anno, abbiamo organizzato più di 2.000 presentazioni di libri e incontri con autori, più di 200 corsi di formazione, quasi 500 concerti di musica live, più di 500 incontri per ragazzi nelle nostre librerie e nelle scuole.

Sono solo numeri? Per noi è molto di più.

Per noi questi numeri significano che abbiamo condiviso, coinvolto, conosciuto, significano che ci abbiamo messo cuore e passione, che abbiamo amato ogni momento di questo impegno costante e che vogliamo continuare a lavorare.
Utilizzeremo i fondi raccolti per continuare a offrire in modo capillare ai quartieri di Roma in corsi di formazione multitematici, laboratori didattici, incontri con autori, concerti e spettacoli.

Ma non solo! Perché la piattaforma è nata per condividere e rendere disponibili i cataloghi e gli eventi, e per questo ci servono altri fondi per implementare funzioni come:
- l'unificazione delle tessere fedeltà
- il collegamento con le biblioteche
- l'e-commerce

Vogliamo aggregare un pubblico ampio intorno a questo tema per rafforzare l’idea che le librerie indipendenti non sono solo negozi in cui si comprano libri, ma sono presidi culturali, sono i luoghi in cui si accoglie e si include, sono isole in cui ci si incontra, in cui si scambiano idee, in cui si cresce.

Rilanciamo insieme il ruolo delle librerie indipendenti, dei librai, dei libri e della cultura!

La cultura ci rende liberi, la cultura salverà il nostro mondo.
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Paola Di Blasi • 15 giugno 2019

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- Arte

Grazie Maestro - mostra-evento su Modigliani


Grande Evento alla Pinacoteca di Brera.

Grazie Maestro!

"La stagione di Ettore e Fernanda"
Ettore Modigliani fu direttore della Pinacoteca di Brera dal 1908 al 1935, soprintendente della Lombardia dal 1910 al 1935 e organizzatore della mostra più importante sull’arte antica italiana a Londra nel 1930. Modigliani ha anche avuto il privilegio di vivere in prima persona alcuni esaltanti momenti professionali, come l’esposizione a Brera della Gioconda di Leonardo da Vinci (1913) (link a Brera Story Quando Modigliani dormì con la Gioconda), il recupero delle opere d’arte trafugate dall’Austria all’Italia (1920), il grande riordino della Pinacoteca Braidense (1925) e la fondazione dell’Associazione degli Amici di Brera (1926).

L’incontro con Fernanda Wittgens
Il rapporto di Modigliani con Fernanda Wittgens, fu uno dei più importanti nella storia di Brera. Si incontrarono per la prima volta nel 1928 quando lei arrivò come assistente a soli 25 anni e lavorarono insieme per diciannove anni collaborando anche per la mostra londinese del 1930.
Nè posso, in una occasione come questa, tacere dello spirito di organizzazione
della signorina, spirito di cui ottima prova anche durante la preparazione
e il corso della mostra di antica arte italiana a Londra nel 1930;
sì che l’opera sua, venuta a conoscenza del Governo britannico,
fu premiata con una onorificenza; onorificenza che solo in straordinarissime
circostanze è conferita ad una donna, per di più, straniera.

Per concludere: io posso in piena coscienza dichiarare all’on. Commissione
che se si fosse oggi al punto di giudicare un concorso a un posto non di Ispettore,
ma di Direttore, il mio giudizio e la mia dichiarazione
di maturità e di merito, circa la signorina, non muterebbero.

12 aprile 1933.
Lettera alla Sovrintendenza all’arte Med. E Mod. Milano di Ettore Modigliani.

E ancora lei fu al suo fianco durante la ricerca e il successivo acquisto del capolavoro, ora esposto alla Pinacoteca di Brera, di Caravaggio La cena in Emmaus.
Modigliani sta sulle piste di un quadro insegue (un Caravaggio)
col quale gli Amici di Brera potrebbero fare splendida figura.
Ella [sa come] ´è cosa ardua e delicata, conviene per ora
non parlarne, specialmente a Chierici e Moratti.
Quando sarà sicuro che si tratta di un Caravaggio
e che lo si può avere, verrò da Lei a darle spiegazioni
e a concretare il piano per conquistare il quadro.

24 ottobre 1938
Lettera di Fernanda Wittgens al Senatore Ettore Conti di Verampio, Presidente degli Amici di Brera.

Modigliani era un direttore di talento e in Fernanda Wittgens trovò qualcuno al suo stesso livello
Qualcuno che pensava come lui, che condivideva i suoi dubbi, che risolveva problemi difficili, che lo proteggeva dall’indignazione e dall’irritazione provocata dai limiti degli altri con le critiche schiette che solo un’amica vera può muovere.
L’esilio
Insieme affrontarono anche gli anni difficilissimi in cui Modigliani, di origini ebraiche, fu costretto a lasciare Brera (1935) proprio una settimana prima della pensione e fu trasferito all’Aquila per gli effetti delle leggi razziali.

1936
Appunto durante l’inizio delle indagini del Giudice istruttore
il Ministro De Vecchi m’inferse il colpo della defenestrazione
in Aquila.

Non c’era da temere assai che esso potesse influire
sul Magistrato, perché la Magistratura giudica su fatti
e non su chiacchere, ma c’era da temere, e gravemente,
che l’opinione pubblica italiana legasse quelle accuse
alla mia altrimenti inesplicabile punizione,
e finisse per dubitare della mia rispettabilità.
E questo mi straziava il cuore.
[…]
Tutto fu tentato contro di me all’udienza, forti dell’appoggio
di Roma: dalle insinuazioni alle invettive plebee lanciatemi
contro dai due luminari del foro – uno, un magno gerarca fascista –
e punteggiate ad ogni istante, per smontarmi,
dagli scherni e dalle prevedibili grida:
“Lei è stato cacciato da Brera! Cacciato da Brera!
..., alle “testimonianze” accattate dovunque e comunque.
Il magno gerarca non si peritò infatti dal portare in udienza
alcuni numeri del “Popolo d’Italia” in cui ero stato violentemente
attaccato per antifascismo a causa di un incidente avvenuto
un giorno a Brera, e dall’urlare che, in fondo,
il processo doveva essere considerato un processo politico.
[da Ettore Modigliani, Le Memorie, 1947]

Il Mentore
Durante il suo esilio forzato, Modigliani scrisse il classico di storia dell’arte, Il Mentore, volume che non potè firmare sempre a causa delle leggi razziali e che uscì nel 1940 a firma di Fernanda Wittgens.
Sul finire del ’38 il “Mentore” – poiché mi parve opportuno che anche dal titolo
il volume rilevasse subito il suo fine di fornire i primi insegnamenti scientifici
per orientarci nel campo della materia – era finito e in gran parte composto
nelle sue più che seicento pagine.
Ma scoppiarono le leggi razziali e apparve la conseguente impossibilità di attuare
qualsiasi provvidenza per una diffusione: non esposizione nelle vetrine,
non una recensione, non pubblicità di alcun genere, non uso del libro
nell’insegnamento scolastico, insomma il vuoto pneumatico di una pubblicazione
stampata alla macchia, e perciò il fallimento del volume.[…]

E allora?
Doveva rabberciare la situazione una cara amica mia e della mia famiglia,
una valorosa scrittrice d’arte, la Dott. Fernanda Wittgens, la quale,
animata sempre dal desiderio di alleviare la sorte di un perseguitato e mossa anche
da un qualche sentimento di gratitudine per quel tanto che forse ella poteva
avere appreso al mio fianco nei lunghi anni d’ispettorato a Brera, si offerse
di nascondere col suo il mio nome sul libro, come qualche altro
aveva già fatto in casi simili per le leggi razziali.

Incurante del rischio, cui ella si esponeva, di dover pagare almeno col suo posto
a Brera la sua generosità e del fatto che ella si sarebbe preclusa la via
a partecipare più a concorsi per l’impossibilità, al tempo stesso, di presentare
e di non presentare quale titolo il “Mentore”; incurante del tormento
che avrebbe dovuto affrontare di vedersi eventualmente tributate lodi
per un opera non sua, non volle consentirmi di respingere un atto
di sì disinteressata bontà; accettai e il libro è apparso al pubblico col nome della Wittgens.

Soltanto chi ha udito di fronte a qualche giudizio di approvazione,
le proteste di questa nobile creatura che la spinsero in qualche caso
fino al punto di spiattellare la pericolosa verità, soltanto chi ha veduto
il suo volto sbiancarsi dinanzi a un telegramma, o a una lettera, o alla pagina
di un periodico con una recensione favorevole, può essere giudice di quel tormento,
prodotto di una raffinata sensibilità e originato da una onesta coscienza
intollerante del vestire le penne altrui...

A Fernanda Wittgens, verace amica nella favorevole e nell’avversa fortuna,
l’espressione del mio animo riconoscente.
[da Ettore Modigliani, Le Memorie, 1947]

Nel 1940 Wittgens partecipò e vinse un concorso ottenendo la nomina per la Pinacoteca di Brera: fu la prima donna in Italia a ricoprire tale incarico nel ruolo del personale dei Musei e Gallerie. Fernanda Wittgens continuò l’opera di Modigliani, informando costantemente il maestro.

“… Io combatto: anche se non potrò vincere avrò fatto il mio dovere.
Ma vi sono ore in cui la nausea mi soffoca!
Specialmente quando vedo la meschinità degli uomini”.

Lettera di Fernanda Wittgens a Ettore Modigliani, maggio 1945
Ed ora mi permetto di dirle il mio pensiero; e non sorrido se sarò forse un po’ troppo
nelle nuvole della spiritualità. Ci sono cose di cui non si ama parlare:
ma in fondo è triste pensare che un giorno si può anche scomparire senza
che le persone più care sappiano cosa si aveva nel fondo dell’anima.
[…] Badi, non è il luogo e l’ora che fanno meditare.
Qui intorno si chiacchiera come in un salotto;
e da due ora siamo qui senza provare alcuna emozione.

Lettera di Fernanda Wittgens a Ettore Modigliani scritta a proposito di Guerra e pace durante un allarme aereo [1943]

Inaugurazione della Pinacoteca di Brera ricostruita, in prima piano Fernanda Wittgens e il Ministro Gonella, 1950

La fine della guerra e la ricostruzione
Dopo la guerra e il ritorno di Modigliani a Milano, lavorarono insieme per ricostruire la Pinacoteca di Brera gravemente danneggiata dai bombardamenti.
E sta bene.
Voi bombardate e incendiate spietatamente le nostre città più illustri,
storiche e monumentali, anche perché, noi,
non siamo in grado di rispondervi, ammesso che volessimo farlo.
È - si dice - la legge della guerra, e fino a un certo punto
può essere vero se prendono per buoni i motivi
dei cosiddetti obbiettivi militari.[…]
Chi non sa quale rancore covi ancora a Venezia, dopo 28 anni,
per le scempio austriaco del prodigio Tiepolesco del soffitto
degli Scalzi, scempio che è ancora oggi additato
come un abominevole atto di barbarie?
E gli Scalzi erano a due passi della stazione ferroviaria;
ma la Filarmonica, ma S. Chiara, ma la Scala, colpita
dagli spezzoni incendiari, ma Brera, ma S. Ambrogio,
il Palazzo Reale Normanno e S. Simpliciano
e cento palazzi fra i più meravigliosi d’Italia?
No: questo no, mille volte no.

Caro Direttore Brandi,
Le chiedo perdono se mi permetto scriverLe, uscendo dal ranghi
della subordinazione con un accento di semplice ed umana verità.
Non vorrei che Ella pensasse ad uno scontro dell’ambizione
di Modigliani con l’ambizione di Pacchioni.
Non vi è mai stata ambizione in Modigliani, ma il senso altissimo
della responsabilità che ha ispirato tutta la sua vita e il suo lavoro,
e che lo ha spinto a supplicare il Ministero di provvedere subito
al restauro del ‘Cenacolo’: di valersi di un’esperienza concreta,
non idoleggiando chimerici tentativi per esporre nel frattempo
il cimelio a prove che non furono - per grazie di Dio -
ma potevano essere mortali…

Non è ambizione quella di Modigliani, ma passione.
Pura.
Modigliani è ormai lontano da queste vicende.
Egli si sta lentamente spegnendo: saranno giorni o forse ore.
Sorriderebbe di questa mia lettera.
Ma io ho sentito il dovere di compiere quest’ultimo gesto
di lealtà verso chi è stato per anni maestro.
E sempre ci rimarrà esempio.
Scusa l’ardire.

18 giugno 1947
Lettera di Fernanda Wittgens a Cesare Brandi
Ettore Modigliani morì il 22 giugno 1947,
quattro giorni dopo questa lettera.
Fu la Wittgens che riaprì il Museo teatrale alla Scala, creato da Modigliani decenni prima e chiuso durante la guerra.

E ancora fu Fernanda Wittgens che finalmente inaugurò la Grande Brera in nome di Modigliani, il 9 giugno 1950, con tutte le trentotto sale completamente riallestite da Pietro Portaluppi.

In contrapposto, queste sale serene, accoglienti
intatto il tesoro della collezione Napoleonica
di pittura veneta e lombarda, possono darvi
la coscienza di quello che fu l’orrore della guerra
e di quella che é la vittoria spirituale della rinascita.
Un’altra voce doveva cantare questo miracolo:
la voce animatrice del suo primo artefice:
Ettore Modigliani.

9 giugno 1950
Fernanda Wittgens
Discorso pronunciato all’inaugurazione della Pinacoteca.

Dal momento in cui si conobbero, nel 1928, fino alla morte di Modigliani, nel 1947, il rapporto di Ettore Modigliani con Fernanda Wittgens – pur sempre platonico – crebbe ben oltre quello di semplice maestro e allievo.

Il rispetto e l'affetto che provavano l'uno per l'altra poteva solo essere chiamato amore.
Le tracce scritte del loro legame sono poche e nei lunghi anni di forzata assenza di Modigliani da Brera, ovviamente la loro corrispondenza era clandestina.
Tuttavia, il loro lavoro, guidato dall’amore comune
per la cultura, per Milano e per Brera, vive ancora davanti agli occhi di tutti noi!

Un ringraziamento speciale alla famiglia Pontremoli e a Marco Carminati.
Di prossima uscita, giugno 2019, il fumetto Ettore e Fernanda
di Paolo Bacilieri edito da Coconino Press/Fandango Editore.
Dalle Memorie di Ettore Modigliani (Biblioteca dell’Arte, Skira)
Design e sviluppo: Viva!

L'esposizione che si svolge su più sale fornisce una ricca documentazione fotografica degli interpreti e dei guasti della guerra, ma anche della ricostruzione che 'visitandola' è possibile seguire quali siano stati i lavori che l'hanno riportata alla sua immagine attuale. Quella che noi tutti apprezziamo ed amiamo, milanesi e no, come me che vi scrivo.

L’immagine.
Da sinistra, il maggiore Longden, il comandante Sturlese ed Ettore Modigliani sul ponte della «Leonardo da Vinci» carica di capolavori italiani per la mostra di Londra del 1930.





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- Cultura

Nuovi spazi per la Cultura.

NUOVI SPAZI PER LA CULTURA.

 

"Passaggio a Sud-Ovest", diretta da Peppe Servillo. Arena del Fuenti con Paolo Fresu, Danilo Rea, Toni Servillo, Avitabile, Dee Dee Bridgewater e l'Orchestra di Piazza Vittorio con Mario Incudine.

 

"PASSAGGIO A SUD-OVEST"

La rassegna presentata a Salerno, a Palazzo Sant'Agostino, sede della Provincia, con l'Arena del Fuenti che ospiterà quest'estate, dal 28 giugno al 13 settembre 2019, nella prestigiosa location della Costiera amalfitana. La direzione artistica della manifestazione è affidata a Peppe Servillo, cantante, attore, compositore e voce storica degli Avion Travel e a Michelangelo Busco, direttore del teatro "Forma" di Bari e del Teatro Comunale "Fusco" di Taranto, che ha al proprio attivo l'organizzazione di moltissimi concerti in tutta Italia.

Sei gli appuntamenti in programma, tutti alle ore 21. Il primo concerto si terrà venerdì 28 giugno. Sul palco dell'Arena del Fuenti si esibiranno due dei più grandi talenti del jazz italiano: Paolo Fresu e Danilo Rea che, in "Duo 2019", spazieranno da brani di autori e cantautori italiani agli standard di jazz, per un'esibizione all'insegna di un dialogo musicale a forte vibrazione, che cattura per la sua grande generosità. La magia di Fresu e della sua tromba incontra i virtuosismi di Rea al pianoforte per uno spettacolo degno di un pubblico in cerca di forti ed indimenticabili emozioni.

Venerdì 5 luglio un evento straordinario: il grande attore Toni Servillo, vincitore di 5 David di Donatello, 4 Nastro d'Oro, 3 Ciak d'Oro e 2 European Film Awards, senza tralasciare l'Oscar come migliore film straniero assegnato a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino che lo ha visto protagonista assoluto della pellicola, sarà all'Arena del Fuenti con "Servillo legge Napoli", un sentito omaggio alla cultura partenopea, che l’attore rende immergendosi nella sostanza verbale di dieci poeti e scrittori che di Napoli hanno conosciuto bene la carne e il cuore.

Giovedì 18 luglio con la cantante americana Dee Dee Bridgewater, che proporrà al pubblico dell'Arena del Fuenti lo spettacolo "J'ai Deux Amours", ispirato a Josephine Baker. La cantante icona del jazz, vincitrice di Grammy e Tony Award, nel corso della sua folgorante carriera è stata custode della tradizione musicale ed esploratrice del jazz, del quale ha abilmente rivisitato i classici.

Dee Dee si è esibita con artisti del calibro di Max Roach, Sonny Rollins, Dexter Gordon e Dizzy Gillespie. Venerdì 26 luglio Peppe Servillo ed Enzo Avitabile presentano "Acoustic World". Enzo Avitabile, cantante, compositore e polistrumentista, ha nel sangue il Neapolitan Sound che ha abilmente rivisitato alla ricerca di un suono inedito e originale, contaminato dalle sue esperienze di studio, fatte di conservatorio, musica pop e ritmo afro-americano. Vincitore di due David di Donatello, ha collaborato con artisti pop e rock di tutto il mondo, da James Brown a Tina Turner, a David Crosby. All'Arena, con Avitabile, Gianluigi Di Fenza e Emidio Ausiello e l'inconfondibile voce di Peppe Servillo, special guest della serata.

Venerdì 9 agosto sarà il cantante Mario Incudine, con lo spettacolo "Mimì", a trascinare il pubblico sull'onda delle suggestioni e della nostalgia. Mimì è un viaggio da sud a sud, sulle note delle canzoni di Domenico Modugno, uno spettacolo denso di emozioni ideato da Sabrina Petix, per la regia di Moni Ovadia e Giuseppe Cutino: dedicato a chi desidera Volare ma non sempre sa di avere le ali per poterlo fare. Chiude la rassegna venerdì 13 settembre l'Orchestra di Piazza Vittorio con "OPV all'Opera", ovvero 12 straordinari musicisti e cantanti che, con la direzione artistica e musicale di Mario Tronco, propongono una versione del tutto nuova di alcune opere, come Il Flauto Magico, e il Don Giovanni di Mozart o la Carmen di Bizet, mettendo a nudo le composizioni liriche, esaltando le zone delle partiture di maggiore ispirazione popolare, per uno spettacolo di grande intensità.

 

Ufficio Stampa: Claudia Bonasi | tel. 339 7099353 | e.mail claudia@puracultura.it __________________________________________________________

 

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BERGAMO – DIPARTIMENTO DI LINGUA CULTURA E LETTERATURE STRANIERE

 

Presenta un seminario dal titolo "Le riviste Europee di Poesia e la Traduzione" il 23 Maggio 2019, introdotto e curato da Fabio Scotto.   Il seminario intende fare il punto sul ruolo e sull’importanza della traduzione tra le pagine delle riviste europee, soffermandosi in modo particolare sulle linee di poetica alla base dei criteri di selezione e il peso della traduzione negli indici. Le riviste selezionate sono tra le più significative nel panorama europeo: per "Anterem", una delle riviste europee di poesia invitate a partecipare ne parleranno Angela Urbano, Isabelle Raviolo, Elisa Primavera-Lévi, Fiona Sampson, Rafael Ballesteros, Pietro Taravacci, Lelio Scanavini, Francesco Fava, già promulgatori del CISAM (Centro Internazionale per gli Studi sulle Avanguardie e la Modernità), diretto da Flavio Ermini.

 

Per ulteriori informazioni e il Calendario dei lavori è possibile visualizzare il tutto sul sito :www.anteremedizioni.it/le_riviste_di_poesia_e_la_traduzione.

 

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SILE JAZZ 2019 INFORMA:

 

L'uscita della rivista on-line, un'edizione dai grandi numeri di: "Suoni senza frontiere" - VIII edizione - 13 giugno / 28 luglio 2019.

Si festeggia l'ottavo compleanno di Sile Jazz con tante e importanti novità per il  nuovo traguardo: 42 musicisti provenienti da 13 paesi diversi; 16 concerti in 12 comuni coinvolti, la crociera nella laguna e - per la prima volta - nuovi percorsi di cicloturismo sulla pista ciclabile che costeggia il fiume e l'ospitalità nei ristoranti tipici con il menù dedicato, ricco di pietanze tradizionali del territorio.

Non "solo" musica quindi,  ma un vero porto di suoni "senza frontiere" che unisce le più nuove proposte musicali di tutto il mondo con la voglia e la curiosità di conoscere un territorio ricco di storia e di tradizioni che ha ancora il fascino dell'inesplorato: la meraviglia del Sile, dei paesi che lo circondano, dei centri storici e delle antiche Ville Venete.

Si può anche arrivarci in bicicletta, gustando i piatti tipici e rivivendo le antiche abitudini, allora è davvero un'esperienza (turistica, umana e artistica) unica!

 

R.S.V.P. - claragiangaspero@gmail.com - press@jazzareametropolitana.com -

+39 338 4543975

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VIETRI SUL MARE 2019: UN NUOVO SPAZIO PER LA CULTURA.

 

Si apre a Vietri sul Mare la nuova:

"Installazione del pontile per l'attracco dei traghetti, realizzazione della funicolare Vietri città e Marina e destinazione della ìTorre Vito Bianchi ad attività culturali. Sono stati questi gli argomenti principali dell'incontro che il candidato a sindaco di Vietri sul Mare, Giovanni De Simone, sostenuto dalla lista civica "Uniti per Vietri", ha tenuto lunedì scorso nella frazione della cittadina costiera.

"L'installazione del pontile consentirà di avere un maggior numero di presenze turistiche che, grazie alla fermata del traghetto anche a Marina, arriveranno da Salerno e dalla Costiera direttamente via mare. L'arrivo dei traghetti servirà anche a snellire il traffico che si crea da Vietri città in direzione mare.

Altro intervento, sempre per favorire lo snellimento del traffico di auto, è la realizzazione della funicolare Vietri città - Marina", ha affermato De Simone che ha illustrato anche la destinazione della Torre Vito Bianchi, acquisita di recente dal Comune di Vietri sul Mare. "Poche settimane fa ho firmato un accordo per l'acquisizione della Torre Vito Bianchi di Marina, di epoca vicereale. Così la nostra cittadina si dota di un nuovo prestigioso contenitore che avrà come destinazione le attività culturali".

Costruita dai Saraceni nel 1564, è stata negli anni più recenti utilizzata come edificio della Guardia di Finanza. Ora verrà restituita alla fruizione da parte di tutti i vietresi, dei turisti e di quanti vorranno utilizzare i servizi che l'edificio ospiterà, ha detto De Simone. "Creeremo nella Torre un'area da destinare a biblioteca e archivio comunale, uno spazio polivalente che possa ospitare convegni e mostre ed altre attività culturali, un servizio di book sharing e un info point con un museo multimediale dedicato al mare e alla storia dell'antica Marina. Nella Torre troverà spazio anche l'associazionismo: l'edificio storico diventerà un punto di attrazione turistico culturale, uno spazio al chiuso fruibile tutto l'anno che in questa frazione è più che mai necessario". Info e contatti:

 

e.mail: giovannidesimonesindaco@gmail.com

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PESCO SANNITA, ETHNOI 2019 -

 

"Festival delle minoranze culturali ed etnolinguistiche" diretto dal prof. Ugo Vuoso. Associazione puraCULTura - periodico on-line di conoscenze eventi press Editore: Direttore responsabile: Antonio Dura - Vietri Sul Mare (SA)tel. 0892867705 - mob. 3662596090 email: info@puracultura.it Stampa: Poligrafica Fusco.

 

ARTICOLI:

IL BORGO

CULTURE DI MINORANZA

IL CEICLE SEZIONI DEL FESTIVAL

LA FAMIGLIA MARAVIGLIA CUNTI, CANTI E FIABE

TAMMARO & POMPEO - UN PONTE TRA EUROPA E AFRICA

LE VOCI DIVERSE

PROGRAMMA ETHNOI 2019

 

“CULTURE DI MINORANZA”

Ethnoi nasce con l’intento di pro-muovere e valorizzare i patrimoni culturali immateriali delle cultu-re di minoranza. Sono dodici le minoranze etnolinguistiche rico-nosciute in Italia e tutelate dalla legge. Gli albanofoni o arbereshe sono oggi circa 100mila, diffusi in molti comuni dell’Italia meridio-nale, in corrispondenza dell’anti-co territorio del Regno delle Due Sicilie, punto di arrivo – fra il Quattrocento e il Settecento – di antiche migrazioni dall’Albania. San Marzano di San Giuseppe (Taranto) è un comune arbëreshë dalle antiche tradizioni espressive e coreutiche. Ethnoi, festival delle minoranze culturali ed etnolingui-stiche, progetto culturale promos-so dal Ceic - Istituto di Studi Stori-ci e Antropologici, è giunto ormai alla XII edizione e si tiene anche quest’anno a Pesco Sannita dall’8 al 12 maggio 2019.

Il Festival è nato nel 2007 a Greci (Av) ed ha mantenuto nel tempo il suo carat-tere di festival tematico e di appro-fondimento dedicato alle minoran-ze culturali ed etnolinguistiche. Nel corso della manifestazione si susseguono incontri, lezioni, ta-vole rotonde, laboratori, mo-stre, proiezioni, spettacoli teatrali, concerti dedicati all’enorme varie-tà di forme ed espressioni del pa-trimonio culturale immateriale che l’Unesco riconosce nelle arti dello spettacolo, nelle feste, nei saperi, nell’artigiana to, nei lavori tradi-zionali e, soprattutto, nel la lingua, veicolo fondamentale della cultura immateriale.

Ogni anno il festival conferisce il 'Premio internazionale Ethnoi' per i diritti dei Popoli. L’iniziativa è nata nell’intento di offrire in dono ad insigni personalità, enti o gruppi, l’artistica riproduzione dell’“uomo selvatico” – logo del nostro festival, nella elaborazio-ne scultorea in argenti vivo, opera del maestro Enrico Fiore –, quale riconoscimento pubblico (e del pubblico della manifestazione) per l’impegno da loro profuso a favore delle culture e dei popoli minoritari.

Il Premio è composto da tre sezioni: per la difesa dei di-ritti dei popoli indigeni e delle di-versità culturali; per la difesa dei diritti delle minoranze culturali, religiose ed etnolinguistiche; per la salvaguardia e la valorizzazio-ne dei patrimoni culturali immateriali.

I Premi Ethnoi sono stati assegnati a: Roberto De Simone, Cittadini di Lampedusa, Moni Ovadia, As-sociazione Manitese di Morcone, Pierfranco Bruni, Edizione Squi-libri di Roma, Associazione per i Popoli Minacciati di Bolzano, Ambrogio Sparagna.Antonio Michele, sindaco di Pesco Sannita, ospita il Festival Ethnoi, partecipando in prima persona alle numerose attività della kermesse culturale, convinto che la manife-stazione sia molto efficace per la valorizzazione e la promozione del piccolo borgo beneventano.

 

“CUNTI, CANTI E FIABE”

Il cuntista Fioravante Rea è uno dei protagonisti del Festival Ethnoi; ogni anno torna a Pesco Sannita per ammaliare bambini ed adulti con la sua narrazione magica. Autore, attore, regista, storyteller, esperto in teatro di figura, operatore e formatore di-dattico, sarà al Festival Ethnoi per “La tradizione dell’ascolto”, insieme ad Irene Isolani, Ciro Formisano e Mimmo Angrisano, giovedì 9 maggio alle ore 19,30, nell’ambito di Linguaggi / Tra-dizioni musicali, presso il Teatro comunale, nel segmento: I Teatri-ni presentano: suoni, canti e cunti. Venerdì 10 maggio l’attore andrà in scena per Linguaggi / Fabula, alle ore 17,00 al Teatro comuna-le. I Teatrini presentano: Le fiabe sono vere e non sono per bambini. Storie e racconti tradizionali nel-la narrazione di Fioravante Rea e Angela Dionisia Severino. Infine per Linguaggi / Fabula sabato 11 maggio, alle ore 16,00 al Teatro comunale “Cuntisti e storie di mare". La tradizione dei cuntisti, sempre a cura di Fioravante Rea.

 

Info e contatti: www.puracultura.it

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- Cinema

Il cinema che aspettiamo di vedere.


Il cinema che abbiamo visto, che aspettiamo di vedere, che non avremmo voluto vedere sui nostri schermi.

In collaborazione con Cineuropa News

PRODUCERS ON THE MOVE 2019 Nadia Trevisan • Produttore, Nefertiti Film.
“Lavorare in una terra di confine mi ha portato a pensare ai progetti in un contesto internazionale”

Articolo di Camillo De Marco.
07/05/2019 - Abbiamo discusso con il produttore italiano Nadia Trevisan della sua esperienza e delle aspettative come Producer on the Move dell'EFP a Cannes
Nata dieci anni fa dall’incontro tra Nadia Trevisan e il regista Alberto Fasulo, la Nefertiti Film è una società di produzione cinematografica indipendente, radicata nel territorio del Friuli Venezia Giulia ma ormai inserita in un panorama cinematografico internazionale. Oltre ai titoli firmati da Fasulo, come Rumore Bianco, TIR, Genitori e il recente Menocchio - che è stato selezionato nel concorso ufficiale del 71mo Festival di Locarno - Nefertiti ha realizzato History of Love della regista slovena Sonja Prosenc, entrando in coproduzione con Slovenia (Monoo) e Norvegia (Incitus) e ha ora in cantiere un nuovo progetto con la Francia. Trevisan è stato selezionata per i Producers on the Move 2019 dell'European Film Promotion.

Cineuropa: TIR vinse l’edizione 2013 del Festival di Roma. Arrivando poi nelle sale, ha per così dire sdoganato il documentario in Italia, assieme a Sacro GRA, facendo conoscere ad un pubblico più largo il cosiddetto docufiction. Un grande merito nel difficile panorama della circolazione di alcuni generi.

Nadia Trevisan: Produrre TIR è stata un’esperienza formativa. Ancora oggi mi si chiede se sia un documentario o un film di finzione. Credo sia bello poter parlare semplicemente di film, un film che ha permesso di far conoscere una realtà sommersa sebbene sotto gli occhi di tutti, come il mondo dei camionisti. Dall’altra parte il gran parlare della critica, anche se non sempre favorevole nei confronti di questo film, ha permesso che si discutesse del film stesso e del suo autore Alberto Fasulo. A posteriori, dopo tanti anni, ti posso dire che il fatto che se ne sia parlato così tanto è perché ha scosso e smosso la critica, e di ciò non posso che esserne contenta.

Menocchio è stato un progetto finanziato e sviluppato attraverso importanti soggetti europei, come ad esempio EAVE, e con una Menzione speciale all’Eurimages Co-production Development Award. Ed è un film coraggioso e intenso, che forse non ha avuto la distribuzione che meritava. E’ uno storico problema dei film di qualità italiani. Qual è stata la vostra strategia?

Il film ha avuto un buon percorso produttivo che ha fatto crescere anche me come produttore, oltre che permettere al film di essere sviluppato e prodotto in un contesto internazionale. Non sono totalmente d’accordo nell’affermare che non ha avuto una distribuzione adeguata, almeno per quanto riguarda la distribuzione italiana. In questo caso abbiamo deciso di auto-distribuirlo. Siamo usciti in sala a fine ottobre 2018 e ad oggi il film è ancora nelle sale italiane. La strategia distributiva è stata cucita addosso al film, prendendosi cura di ogni minimo aspetto. Abbiamo seguito il processo distributivo sala per sala, accogliendo le richieste degli esercenti e condividendo con loro le modalità migliori di uscita per ogni singolo cinema. Le proiezioni sono state seguite dal regista o dagli attori principali nonché dagli storici, con cui si è aperto un interessante dialogo. Il riscontro del pubblico è stato molto positivo, e abbiamo trovato una grande partecipazione anche nei numerosi Q&A organizzati durante il tour.

Come società nata e attiva nel Friuli Venezia Giulia, Nefertiti Film ha una naturale predisposizione alla coproduzione con i Paesi dell’Est, e lo dimostra anche History of Love della slovena Sonja Prosenc. Uno dei prossimi progetti, Piccolo Corpo, è in coproduzione con la Francia. Ci parli di queste esperienze?

Piccolo Corpo è una co produzione con la Francia, ma siamo in attesa di avere risposte anche dalla Slovenia. History of Love è la prima coproduzione tra Slovenia, Italia e Norvegia. Menocchio è una coproduzione con la Romania. Vivere e lavorare in una terra di confine mi ha portato naturalmente a pensare ai progetti di Nefertiti in un contesto internazionale. Grazie anche al grande lavoro di internazionalizzazione fatta dal Fondo Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia, che assieme alla Film Commission FVG, ha permesso che un territorio come il nostro fosse al centro del panorama europeo. Dal punto di vista prettamente produttivo, credo che le coproduzioni internazionali siano altamente formative, perché ti obbligano a rapportati con realtà industriali diverse dalla nostre, e inoltre danno al film una visibilità e un respiro che altrimenti non avrebbe.

Quali sono le tue aspettative a Cannes come “Producer on the Move”?

Sono molto felice di essere stata selezionata per Producers on the Move. Ringrazio Istituto Luce Cinecittà per la possibilità che mi ha dato candidando me come produttore italiano. Sono onorata di poter condividere dei momenti con i colleghi produttori selezionati in questa edizione. Sicuramente avrò la possibilità di crescere professionalmente e di potermi confrontare con un alto livello di professionisti dell’industria cinematografica. Spero di aumentare ulteriormente la mia rete di contatti, e magari aprirmi a qualche nuovo progetto in coproduzione internazionale.


CANNES 2019 Marché du Film 'True Colours': nuovi titoli, direttamente dalla sala al Marché du Film.
Articolo di Camillo De Marco
08/05/2019 - Nel listino della società italiana di vendite internazionali a Cannes Il Campione, con Stefano Accorsi, e il prossimo film di Mario Martone, Il sindaco del rione Sanità
True Colours arriva al Marché du Film di Cannes 2019 con alcuni titoli freschissimi, alcuni dei quali stanno attualmente superando il test della sala: Il Campione di Leonardo D’Agostini, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema in associazione con 3 Marys Entertainment, è una dramedy a sfondo calcistico con Stefano Accorsi e Andrea Carpenzano che si sta avvicinando al milione d’incasso a due settimane dall’uscita con 01 Distribution. La commedia Ma cosa ci dice il cervello di Riccardo Milani, produzione Vision Distribution e Wildside con Sky e TIMVision, ha invece conquistato la vetta del box office nei giorni di Pasqua e si è assestato ora al quinto posto della top ten con 4.5 milioni di euro d’incasso.

Market Premiere al Riviera di Cannes anche per Croce e delizia, commedia dai toni LGBT diretta da Simone Godano con Alessandro Gassmann, Fabrizio Bentivoglio e Jasmine Trinca, prodotta da Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia e Groenlandia e distribuita in Italia da Warner Bros. Pictures a fine febbraio con un incasso di 1,2 milioni di euro in 9 settimane di programmazione.

Attesissimo il prossimo film di Mario Martone, che porta sul grande schermo la commedia in tre atti Il sindaco del rione Sanità del grande Eduardo De Filippo. Il film, prodotto da Indigo Film, vedrà nel cast Francesco Di Leva, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo e Massimiliano Gallo.

Viene proposto nella versione originale in lingua inglese l’horror psicologico In the Trap firmato da Alessio Liguori e co-prodotto da DreamWorldMovies e Mad Rocket Entertainment. Philip, un giovane correttore di bozze (Jamie Paul, Black Mirror), è intrappolato da due anni nel suo appartamento, torturato da un’entità malvagia che gli impedisce di uscire. Nel cast anche Sonya Cullingford (The Danish Girl) e David Bailie (The House That Jack Built).

Un’altra novità in listino è la riuscita commedia Bentornato Presidente! di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, sequel del campione d’incassi del 2013 Benvenuto Presidente! di Riccardo Milani (8,5 milioni di euro in totale e una candidatura agli European Film Awards). Il film prodotto da Indigo Film con Vision Distribution, che vede ancora protagonista Claudio Bisio, ha incassato nelle prime 5 settimane di programmazione 1,5 milioni di euro.

Tra gli altri titoli proposti da True Colours, 10 giorni senza mamma di Alessandro Genovesi, Il testimone invisibile di Stefano Mordini, Moschettieri del Re di Giovanni Veronesi, Un’avventura di Marco Danieli, Ti presento Sofia di Guido Chiesa, Genitori quasi perfetti di Laura Chiossone. La società di vendita italiana offre ai buyer del mercato cannense le proiezioni dei promo reel del prossimo film di Guido Lombardi (Take Five) intitolato Il ladro di giorni (Indigo Film, Bronx Film con Rai Cinema), protagonista Riccardo Scamarcio, di Freaks Out di Gabriele Mainetti, attualmente in produzione (True Colours vende solo in alcuni territori selezionati i diritti del film prodotto da Lucky Red, Goon Films e Rai Cinema in co-produzione con Gapfinders), e del biopic Io, Leonardo di Jesus Garces Lambert (Sky Italia e Progetto Immagine).

PRODUZIONE ITALIA
"Tutto il mio folle amore" è il titolo del nuovo Gabriele Salvatores.
Articolo di Camillo De Marco
09/05/2019 - Il nuovo film del premio Oscar, attualmente in postproduzione, è liberamente tratto dal romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas. Nel cast, Claudio Santamaria, Valeria Golino. Tutto il mio folle amore è il titolo definitivo del nuovo film di Gabriele Salvatores, attualmente in postproduzione, liberamente tratto dal romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, edito in Italia da Marcos y Marcos. Nel cast, Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono e il giovane Giulio Pranno.
Il film è la straordinaria avventura on the road, dall’Italia dell’est fino alle strade deserte dei Balcani, di un padre e un figlio e il loro rapporto tenero, divertente, problematico e fuori dagli schemi. “Uno dei protagonisti del film, il padre naturale del ragazzo, è un cantante”, scrive Gabriele Salvatores nelle note di regia diffuse dalla produzione. “Canta le canzoni di Domenico Modugno nei matrimoni e nelle feste in giro per la Dalmazia. Il testo di una di queste canzoni, ‘Cosa sono le nuvole’, è stato scritto da Pier Paolo Pasolini. Una frase di quel testo mi ha colpito particolarmente: ‘E tutto il mio folle amore lo soffia il vento, così’. Ho sempre pensato al nostro ragazzo protagonista come a un ’fool’ di Shakespeare, uno di quei folli buffoni che riescono a tirarsi dietro re e regine costringendoli a fare i conti con se stessi. E, nel nostro caso, a far ricorso a tutto l'amore che hanno ancora a disposizione. ‘Folle’ e ‘Amore’. Ecco il titolo del film. Tutto il mio folle amore”.

La sceneggiatura del film è firmata da Umberto Contarello e Sara Mosetti. Italo Petriccione ha curato la fotografia, il montaggio è affidato a Massimo Fiocchi, mentre la scenografia è di Rita Rabassini e le musiche sono composte dal maestro Mauro Pagani.
Tutto il mio folle amore è una produzione Indiana Production con Rai Cinema in co-produzione con EDI Effetti Digitali Italiani, e sarà distribuito da 01 Distribution. Rai Com si occupa delle vendite internazionali. Impacto Cine ha già comprato i diritti del film per Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico, Paraguay, Uruguay e Venezuela.

TRIBECA 2019
Recensione: "Run"
Articolo di Vladan Petkovic
09/05/2019 - Il terzo lungometraggio di Scott Graham è una storia di genitori che guardano i bambini ripetere i loro errori, e il conflitto tra libertà adolescenziale e responsabilità degli adulti.

In his third feature, Run, which recently world-premiered in Tribeca's International Narrative Competition, Scottish director Scott Graham (Iona, Shell) takes his cue from Bruce Springsteen and his songs about growing up in a small town – quite literally. In addition to the movie opening with a quote from "Born to Run", the title of the song is also, fleetingly but unmistakeably, seen scrawled as a tattoo on the bodies of two of the protagonists. These are Finnie (Mark Stanley, from Euphoria and Ready Player One) and Katie (Amy Manson, from T2 Trainspotting), a married couple in their late thirties living in a small Scottish coastal town. Finnie works at the fish factory, together with his elder son Kid (Anders Hayward), and at home they also have a younger son, Stevie. At the beginning, Kid gets fired from the job (which he hates anyway), despite Finnie trying to convince the boss to keep him on, as the boy's girlfriend Kelly (Marli Siu, from Anna and the Apocalypse) is pregnant. Graham treats this scene, and indeed the whole first act, in keeping with the best tradition of British kitchen-sink realism, but Run is not just a film about social circumstances. Rather, it is a treatise on wanting to run away from boredom and a limited, small-town existence, but never actually doing it, and how parents' lives and mistakes are subsequently replicated by their children. Moreover, it is about how the parents perceive themselves through the choices their offspring make.
Similarly to the world of Springsteen's songs, in small-town Scotland, youngsters get their kicks from racing their pimped-up, mid-range cars. Finnie, it transpires, used to be one of the street-racing heroes.

After a difficult evening when he manages to get into an argument with all of the members of his family, Finnie gets into Kid's car and takes it for a ride. On the way, he picks up Kelly, and the unlikely pair will spend almost the whole night together, driving around and racing.It is not easy to make an engaging film with such a bleak set-up, especially when its central part is limited to two characters sitting in a car on a dark, rainy night. Graham pulls this off through a well-planned and -edited sequence of creatively lit shots, and a rich sound design that incorporates traffic noises, snippets of songs from other cars and, in a particularly effective scene, the waves crashing against the harbour.
All of the elements needed for Graham to get his point across are there. Finnie's state of feeling nostalgia for the past but also being painfully aware of being shackled by it, exacerbated by seeing his son grow up to become exactly the same person as him, is presented in a clear and convincing manner. However, the film as a whole leaves an impression of a well thought-out draft, rather than a complete cinematic work.

As there can hardly be much of a plot in such a stripped-down approach to the subject, Graham relies on details, atmosphere and the actors’ performances. All of these aspects work, but something is missing in order for the viewer to be able to fully relate to the characters. Maybe a more ambitious plot would have given the heroes more opportunities to show their human qualities and flaws, and the audience more to engage with. As things stand, Finnie and Katie – and, in future, Kid and Kelly as well – are just good people who have never lived up to their belief that they were born to run. Run is a co-production by London-based bard entertainments and Glasgow’s barry crear. The UK's Film Constellation handles the international rights.

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- Scienza

Mind l’interazione sociale e i cervelli sincronizzati.


LE SCIENZE NEWS : MIND – Mente e Cervello memoria / Antropologia / Cervello

20 aprile 2019
L'interazione sociale e i cervelli sincronizzati.

L'analisi dell'attività cerebrale di persone impegnate in un'interazione sociale ha rilevato i segnali di una sincronizzazione dei loro cervelli. La scoperta è stata ottenuta attraverso una nuova metodologia di imaging cerebrale, denominata "iperscanning", che coinvolge più soggetti contemporaneamentedi Lydia Denworth/Scientific American
neuroscienze comportamento.

La stragrande maggioranza degli studi di neuroscienze si basa su tre elementi: una persona, un compito cognitivo e una macchina ad alta tecnologia in grado di vedere all'interno del cervello. Questa semplice ricetta può produrre una scienza potente. Tali studi ora producono regolarmente immagini che fino a poco tempo fa un neuroscienziato poteva solo sognare. Permettono ai ricercatori di delineare la complessa macchina neurale che dà un senso alle immagini e ai suoni, elabora il linguaggio e trae un significato dall'esperienza.

Ma qualcosa manca in gran parte di questi studi: le altre persone. Noi esseri umani siamo intrinsecamente sociali, eppure neanche le neuroscienze sociali, un campo creato appositamente per esplorare la neurobiologia dell'interazione umana, sono state sociali come si potrebbe pensare. Solo un esempio: nessuno ha ancora catturato la ricca complessità dell'attività cerebrale di due persone mentre parlano insieme. "Trascorriamo le nostre vite conversando tra noi e stabilendo legami", dice il neuroscienziato Thalia Wheatley del Dartmouth College. "Ma capiamo ben poco di come effettivamente le persone si connettano tra loro. Non sappiamo quasi nulla su come si accoppiano le menti".

Impronte cerebrali di gruppo
La situazione sta cominciando a cambiare. Un gruppo sempre più numeroso di neuroscienziati utilizza una tecnologia sofisticata e una matematica molto complessa per catturare ciò che accade in uno, due o anche 12 o 15 cervello, nel momento in cui le persone sono impegnate nel contatto visivo, nella narrazione, nell'attenzione congiunta focalizzata su un argomento o su un oggetto, o qualsiasi altra attività che richieda uno scambio sociale di dare e avere.

Anche se il campo delle neuroscienze sociali interattive è ancora agli inizi, la speranza è che l'identificazione delle basi
neuronali del vero scambio sociale possa cambiare la nostra comprensione di base della comunicazione, e in definitiva migliorare l'educazione o influenzare il trattamento dei molti disturbi psichiatrici che coinvolgono disabilità sociali.

Durante le interazioni sociali, i cervelli accoppiano la loro attivazione (© AGF)In precedenza, i limiti della tecnologia hanno rappresentato un grosso ostacolo allo studio dell'interazione umana reale. L'imaging cerebrale richiede l’immobilità del soggetto e il rigore scientifico richiede un livello di controllo sperimentale tutt'altro che naturale. Di conseguenza, è difficile ottenere dati di alta qualità da un cervello; farlo con due cervelli "vuol dire più che raddoppiare", spiega il neuroscienziato David Poeppel della New York University. "Devi sincronizzare i macchinari, i dati e l'acquisizione dei dati".

Tuttavia, il primo studio che ha monitorato con successo due cervelli contemporaneamente risale a circa 20 anni fa. Il fisico Read Montague, ora al Virginia Tech, e i suoi colleghi, hanno messo due persone dentro macchine per la risonanza magnetica funzionale (fMRI) separate e hanno osservato la loro attività cerebrale mentre erano impegnate in un semplice gioco competitivo in cui un giocatore (il mittente) doveva trasmettere un segnale non appena avesse visto il colore rosso o verde e l'altro giocatore (il ricevente) doveva decidere se il mittente stesse dicendo la verità o mentendo. Le ipotesi corrette determinavano l'attribuzione di una ricompensa. Montague ha chiamato la tecnica "iperscanning", e il suo lavoro ha dimostrato la possibilità di osservare due cervelli contemporaneamente.

All'inizio, la direzione intrapresa da Montague è stato seguita principalmente dai neuroeconomisti invece che che dai neuroscienziati sociali. Ma il termine iperscanning ora viene applicato a qualsiasi ricerca di imaging cerebrale che coinvolge più di una persona. Attualmente, le tecniche che vi si adattano includono l'elettroencefalografia (EEG), la magnetoencefalografia e la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso. L'uso di queste varie tecniche, molte delle quali piuttosto nuove, ha ampliato la gamma di possibili esperimenti e ha reso l'iperscanning meno ingombrante e, di conseguenza, molto più popolare.

Il coinvolgimento conta
Al di là delle sfide pratiche delle neuroscienze interattive, è emersa una domanda più filosofica, vale a dire se le informazioni neurali raccolte monitorando le persone durante l'interazione sociale sono significativamente diverse dalle scansioni effettuate quando i soggetti sono soli o agiscono solo come osservatori. E' importante che la persona che stiamo guardando ci guardi a sua volta? C'è differenza tra pronunciare una frase e rivolgerla a qualcuno che sta ascoltando?

Sì, a quanto pare una differenza c'è. Stanno aumentando, spiega lo psichiatra e neuroscienziato sociale Leonhard Schilbach del Max-Planck-Institut per la Psichiatria di Monaco di Baviera, che "la cognizione sociale differisce fondamentalmente quando si è coinvolti direttamente con un'altra persona rispetto a quando si osserva un'altra persona".

Dimostrare queste differenze non richiede per forza studi su più di un cervello alla volta, ma esige esperimenti relativamente naturalistici, che sono difficili da progettare entro i limiti imposti ai protocolli di laboratorio standard.

La psicologa Elizabeth Redcay dell'Università del Maryland studia l'interazione sociale nell'autismo, con particolare attenzione alla prima infanzia. Nel 2010, quando occupava una posizione di postdottorato e lavorava con Rebecca Saxe al Massachusetts Institute of Technology, ha realizzato un esperimento pionieristico che includeva un partecipante all'interno dello scanner e un altro (in realtà un ricercatore) al di fuori, che interagivano in tempo reale attraverso un video. I video registrati di un altro interlocutore facevano da controllo. Redcay ha rilevato nelle interazioni in tempo reale, rispetto a quelle registrate, una maggiore attivazione delle aree cerebrali coinvolte nella cognizione sociale e nella ricompensa.

I suoi studi successivi hanno continuato a documentare differenze nel modo in cui risponde il cervello coinvolto in un'interazione.

Nei cervelli dei bambini, le regioni coinvolte nel pensare agli stati mentali degli altri – nel “mentalizzare”, in altri termini – sono più attive quando credono di interagire con un coetaneo rispetto a quando non lo sono. In studi di attenzione congiunta, una componente critica dell'interazione sociale, Redcay ha scoperto che le regioni coinvolte nella mentalizzazione cerebrale, come la giunzione parietale temporale, rispondevano in modo diverso quando i soggetti condividevano l'attenzione rispetto a quando guardavano qualcosa in modo indipendente.

Ora la ricercatrice vuole sapere se ci sono ulteriori differenze nel modo in cui interagisce il cervello degli individui con autismo. "Il grado di coinvolgimento delle regioni di mentalizzazione è legato al successo delle persone nell'interazione sociale?" si chiede. "E' troppo presto per dirlo", ma è chiaro, spiega, che "non hai il quadro completo se ti affidi solo agli approcci degli osservatori".

Schilbach è stato uno dei principali fautori di quella che ldefinisce la neuroscienza in seconda persona. I suoi studi hanno incluso personaggi virtuali che sembrano rispondere allo sguardo di un partecipante. In quelle situazioni, "i cosiddetti network di mentalizzazione e network di osservazione dell'azione sembrano connessi molto più strettamente di quanto pensassimo", afferma. "Si influenzano a vicenda, a volte in modo complementare e talvolta in modo inibitorio”. Schilbach ha scoperto inoltre che anche azioni molto semplici, come guardare un'altra persona e credere che questa stia ricambiando lo sguardo – un'interazione in cui percepisci che il tuo comportamento ha un effetto su un'altra persona – stimolano l'attività nel circuito di ricompensa del cervello, in particolare nello striato ventrale. E quanto più gratificante troviamo un comportamento, tanto più è probabile che lo ripeteremo.

Gli occhi lo sanno
Che cosa sta succedendo nel cervello dell'altra persona? Il contatto visivo era il posto più logico dove cercare.

Avere un contatto visivo attiva il cervello sociale e segnala a un'altra persona che stiamo prestando attenzione. È un modo con cui condividiamo intenzioni ed emozioni. All'inizio del 2019, Norihiro Sadato dell'Istituto nazionale di scienze fisiologiche in Giappone, e i suoi colleghi, hanno usato l'iperscanning per mostrareche il contatto visivo prepara il cervello sociale a entrare in empatia attivando contemporaneamente le stesse aree del cervello di ogni persona: il cervelletto, che aiuta a predire il conseguenze sensoriali delle azioni, e il sistema limbico dei neuroni a specchio, un insieme di aree cerebrali che si attivano sia quando muoviamo qualsiasi parte del corpo (inclusi gli occhi) sia quando osserviamo i movimenti di qualcun altro.

Guardarsi negli occhi prepara il cervello all'interazione sociale (© iStock)Il sistema limbico, in generale, è alla base della nostra capacità di riconoscere e condividere le emozioni. In altre parole, è fondamentale per regolare la nostra capacità di empatia.

Le storie che ci raccontiamo sono il mezzo ideale per esplorare il collante sociale che ci lega. Il neuroscienziato Uri Hasson della Princeton University ha condotto esperimenti pionieristici sull'accoppiamento dei cervelli usando la narrazione.

In uno di questi studi, ha posto un soggetto in uno scanner e gli ha chiesto di raccontare una storia. In seguito ha inserito un'altra persona nello scanner e gli ha fatto ascoltare una registrazione della storia raccontata dalla prima persona. Hasson ha confrontato l'elaborazione del cervello di chi parlava con quella di chi ascoltava nel corso del test, abbinando la loro attività cerebrale momento per momento e ha trovato la prova dell'accoppiamento dei due cervelli. "Il cervello dell'ascoltatore diventa simile al cervello di chi parla", dice Hasson. E più i cervelli erano allineati, maggiore era la comprensione riferita dall'ascoltatore. Afferma Hasson, "Il tuo cervello come individuo è determinato dal cervello a cui sei connesso."

Di recente Hasson ha unito le forze con Wheatley di Dartmouth per vedere se riuscivano a misurare l'accoppiamento dei cervelli durante la conversazione.

Una buona conversazione, dice Wheatley, significa "creare nuove idee insieme ed esperienze che non avresti potuto avere da solo". Vuole vedere quell'esperienza nel cervello. Il loro studio prevede l’uso di scanner in diverse università collegati online. (La maggior parte dei dipartimenti di psicologia ha solo uno scanner.) Con una persona in ogni scanner, i soggetti completano una storia a turno: un partecipante pronuncia alcune frasi e l'altro riprende da dove il compagno si è interrotto. Se gli scienziati possono catturare gli stati cerebrali durante questa interazione, dice Wheatley, potrebbero essere in grado di vedere come due cervelli si avvicinano e poi si allontanano l'uno dall'altro durante la conversazione.

Oltre le coppie
Forse inevitabilmente, i neuroscienziati sono passati a studiare non solo due, ma molti cervelli contemporaneamente. Questi esperimenti richiedono l'uso dell'EEG perché è portatile.

I primi studi hanno dimostrato che quando ci impegniamo in attività di gruppo come concerti o film, le nostre onde cerebrali si sincronizzano: l'attenzione rapita del pubblico significa che gli spettatori elaborano allo stesso modo il finale sinfonico o una scena d'amore o di lotta. Ciò non è poi così sorprendente, ma ora gli scienziati stanno applicando lo stesso approccio nelle aule scolastiche, dove i risultati potrebbero aggiungere ciò che sappiamo su come gli studenti possono apprendono meglio.

In una serie di studi nelle scuole superiori di New York, un gruppo di ricercatori dell'Università di New York tra cui Poeppel, Suzanne Dikker e Ido Davidesco ha fatto ripetute registrazioni EEG di ogni studente in una classe di biologia nel corso di un semestre. Hanno scoperto che le onde cerebrali degli studenti erano più in sintonia tra loro quando erano più impegnati in classe. La sincronia da cervello a cervello riflette anche quanto gli studenti si piacciono tra loro e quanto apprezzano l'insegnante: relazioni più strette portano a una maggiore sincronizzazione. Il loro studio attuale sta esaminando se i livelli di sincronia cerebrale durante la lezione predicono la conservazione dei contenuti appresi. "Penso che quello che stiamo facendo è molto utile", dice Poeppel. "Ma come usare queste tecniche in modo mirato per l'apprendimento STEM?”.

"Schilbach crede che le neuroscienze interattive abbiano anche applicazioni nella vita reale in psichiatria. Potrebbero rendere possibile prevedere quale terapeuta funzionerà meglio con quale paziente, per esempio. E l'attenzione alle situazioni della vita reale aiuta a garantire che ogni scoperta abbia un valore per i pazienti. "Come psichiatra", dice Schilbach, "non sono interessato ad aiutare una persona a migliorare in un particolare compito sociale cognitivo. Sto cercando di aiutare quella persona a condurre una vita felice e soddisfacente”.

(L'originale di questo articolo è stato pubblicato su "Scientific American" il 10 aprile 2019. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

Si ringrazia la redazione di Scienze/Mente.

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- Letteratura

Napoli: quando la Storia fa Spettacolo

Napoli: quando la Storia fa spettacolo.

Dal 25 al 28 aprile, Napoli si trasformerà nella Woodstock della storiografia con "Lezioni di Storia Festival". Saranno 4 Lezioni di Storia Festival in cui i più grandi storici italiani - Carandini, Barbero, Cantarella, Canfora e tanti altri - racco

IL PASSATO È PRESENTE
A Napoli il primo Festival delle Lezioni di Storia Dai Maestri ai Miti, cento ore di racconti.
Trenta appuntamenti, quindici eventi collaterali, alcuni tra i più autorevoli e conosciuti storici italiani: le Lezioni di Storia che da dieci anni registrano il tutto esaurito nei grandi teatri italiani diventano un Festival, grazie all’inc ontro tra l’editore Laterza e la Regione Campania. Un evento che trasforma la città di Napoli dal 25 al 28 aprile nella Woodstock della storiografia, con ospiti eccezionali e con sede principale al Teatro Bellini ed incontri al MANN, al museo Madre, al Conservatoriodi San Pietro a Majella,all’Accademiadi Belle Artie al Liceo Genovesi, prestigiosi partner di Laterza nella progettazione di questa iniziativa. Tema di questa prima edizione:Il passato è presente.
Perché se è vero che viviamo in un’epoca in cui il passato, la memoria, hanno spesso lasciato il posto alla continua narrazione del presente, è altrettanto vero che questa narrazione è sempre più insufficiente per quanti vogliano individuare le radici, lecause delle grandi questioni del nostro tempo. Per farlo abbiamo bisogno della riflessione storica. Insomma, il quando delle cose ci aiuta a decifrarne il perché.
Per aiutare il pubblico ad orientarsi e scegliere tra dialoghi, lezioni, performance teatrali, incontri in libreria il festival è stato suddiviso in una serie di percorsi tematici: I maestri, La storia nell'arte, Noi e gli antichi, I volti del potere, Grandi Racconti, Il tempo della musica, Orizzonti e In questione. In ognuna di queste sezioni si predilige un aspetto: il ritratto di chi ha fatto la storia di questa disciplina, il racconto del potere e il potere del racconto, le arti come fonti storiche, la nostra relazione con il mondo antico, la storia come strumento di comprensione dell’attualità.

Per Napoli e la sua fortissima identità è stato pensatoun percorso specifico:L'invenzione di Napoli.Sul palco, nelle sale, nelle aule magne, nelle librerie di Napoli come fossimo in una Woodstock della storiografia si alterneranno i più autorevoli storici italiani e stranieri.
Andrea Carandini racconterà la lotta di Agrippina per il potere nella Roma antica;
Alessandro Barbero le tre visioni dell’Europa di Carlo Magno, Napoleone ed Hitler;
Franco Cardini spiegherà come si è formata (ed è arrivata fino ai nostri giorni) l’immagine del cattivo saraceno;
Eva Cantarella condurrà il pubblico nel mondo del mito greco;
Luciano Canfora terrà una lezione sul tirannicidio nella suggestiva cornice del Mann; Emilio Gentile affronterà un tema oggi di estrema attualità Chi è fascista;
Luigi Mascilli Migliorini regalerà al pubblico il ritratto di un grande maestro: Giuseppe Galasso;
John Dickie racconterà la massoneria; in occasione del 25 aprile Gabriella Gribaudi e Simona Colarizi proporranno una riflessione sulla Liberazione assieme a Marino Sinibaldi e Maria Filippone;
con Paolo Macry si affronterà il tema del populismo attraverso il ritratto di Achille Lauro,mentre Paolo Frascani farà un affresco della società napoletana da Carosello napoletano a Reality.
John Foot offrirà il racconto di una delle più grandi e inscalfibili icone napoletane: Diego Armando Maradona.
Alessandro Vanoli suggerirà un viaggio nel tempo e nello spazio alla scoperta delle tracce della presenza islamica in Italia.
E poi Loris Zanatta su Eva Perón, Fidel Castro e Bergoglio e sul populismo in chiave gesuita; Carlo Greppi su Bob Marley, Amedeo Feniellosulla “via della seta” oggi tornata di grande attualità.
Questi sono solo alcuni degli incontri previsti nei quattro giorni del Festival, a essi si aggiungono appuntamenti collaterali, visite guidate ed eventi di musica e spettacolo.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.
Tutte le info su www.lezionidistoriafestival.it
Il Festival è progettato e ideato dall’editore Laterza con la Regione Campania ed è organizzato dall’Associazione “A voce alta” e dalla Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini, con la partnership di MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Madre • museo d’arte contemporanea Donnaregina / FondazioneDonnaregina per le arti contemporanee, Accademia di Belle Arti di Napoli,Conservatorio di Musica San Pietro a Majella e Liceo Antonio Genovesi.

Promozione e Comunicazione sono a cura della Scabec, società inhouse della Regione Campania. Media partner, Rai Cultura e Radio 3 Rai. Partner tecnico, Ferrarelle. Ufficio Stampa Editori Laterza per Lezioni di Storia Festival Nicola Attadio.
Napoliinfo@lezionidistoriafestival.ittel.
Ospitalità e Informazioni turistiche Punto di accoglienza -spazio libreria Laterzagorà nel Teatro Bellinivia Conte di Ruvo, 14 mail: info@lezionidistoriafestival.ittel: 377 3818055 (10:00-13:00/16:00-19:00)Le librerie del FestivalUBIKVia Benedetto Croce, 28Tel. 081 4203308 LA FELTRINELLI Piazza dei Martiri, 23Tel. 02 91947777 IOCISTO Via Domenico Cimarosa, 20Tel. 081 5780421 MONDADORIBOOKSTORE Via Luca Giordano, 158Tel. 081 18639570 MONDADORIBOOKSTORE Piazza Vanvitelli, 10A Tel. 081 556 4756.

Marc Bloch
Apologia della storia o mestiere di storico, in "Apologia della storia", Einaudi.

Senza dubbio, anche se la storia dovesse essere giudicata incapace d’altri compiti, rimarrebbe da far valere, in suo favore, ch’essa è divertente. O, per essere più esatti –dal momento che ognuno cerca le sue distrazioni dove gli piace –, ch’essa, incontestabilmente, pare esser tale per un gran numero di esseri umani. Personalmente, per quanto all’indietro me ne rammenti, mi ha sempre divertito molto. Come tutti gli storici, penso. Altrimenti, per quali motivi avrebbero scelto questo mestiere? Per chiunquenon sia completamente sciocco, tutte le scienze sono interessanti. Ma ogni studioso non ne trova se non una sola la cui pratica lo diverta. Scoprirla per consacrarvisi è, propriamente, quel che si chiama “vocazione”. D’altronde, questo innegabile fascino della storia merita già, in sé, di attirare la riflessione. Come germe e come pungolo, il suo ruolo è stato e resta fondamentale. Prima del desiderio di conoscenza, il semplice gusto; prima dell’opera di scienza, pienamente conscia dei suoi fini, l’istinto che vi conduce; l’evoluzione del nostro comportamento intellettuale abbonda in filiazioni di questo tipo. Persino i primi passi della fisica debbono non poco ai “musei di curiosità”. Abbiamo visto, pari pari, le piccole gioie del bric-à-brac figurare alla culla di più d’un orientamento di studi che s’è, poco a poco, caricato di seriosità. Tale la genesi dell’archeologia e, più vicino a noi, del folclore. I lettori di Alexandre Dumas non sono forse altro che storici in potenza, cui difetta solo l’esser stati orientati a godere di un piacere più puro e, a mio giudizio, più acuto: quello delle tinte autentiche. Che, d’altra parte, questo fascino sia ben lungi dal dissolversi, una volta intrapresa la ricerca metodica, con le sue indispensabili asprezze; che anzi proprio allora ne guadagni ancora –tutti gli storici (veri) possono attestarlo –in vivacità e in pienezza: nulla v’è qui, a mio avviso, che non sia vero per qualunque attività dello spirito. La storia, tuttavia, nessuno potrebbe dubitarne, ha i propri godimenti estetici, che non assomigliano a quelli di nessun’altra disciplina. Il fatto è che la rappresentazione delle attività umane, che costituisce il suo oggetto specifico, è, più di ogni altra, fatta per sedurre l’immaginazione degli uomini. Soprattutto quando, grazie al loro distanziamento nel tempo e nello spazio, il loro dispiegarsi si colora delle sottili seduzioni del diverso. Il grande Leibniz in persona ce ne ha lasciato la confessione: allorché dalle astratte speculazioni matematiche o dalla teodicea passava alla decifrazione delle vecchie carte o delle antiche cronache dellaGermania imperiale, provava, proprio come noi, questa «voluttà d’apprendere cose singolari». Guardiamoci dal togliere alla nostra scienza la sua parte di poesia. Guardiamoci soprattutto, come ne ho sorpreso il sentimento in taluni, dall’arrossirne. Sarebbe una straordinaria sciocchezza il credere che essa, per esercitare sulla sensibilità un richiamo così potente, debba essere meno capace di soddisfare altresì la nostra intelligenza.


APERTURA ore11.00 Teatro Bellini
VINCENZO DE LUCA dialoga con ALESSANDRO BARBANO su STORIA E POLITICA introduce GIUSEPPE LATERZA

I MAESTRI ore 12.00 Teatro Bellini
LUIGI MASCILLI MIGLIORINI, GIUSEPPE GALASSO, LASTORIA E NAPOLI - Introduce ALESSANDRO BARBANO
Partendo da una città in cui –come scrisse Benedetto Croce –storia e vita si confondono, Galassol’ha restituita ai più vasti spazi del Mezzogiorno, dell’Italia e dell’Europa.

IN QUESTIONE ore 16.00
Liceo Genovesi SIMONA COLARIZI, GABRIELLA GRIBAUDI
QUALE LIBERAZIONE? introduce MARIA FILIPPONE, coordina MARINO SINIBALDI
Dalla prima insurrezione napoletana contro i tedeschi alla memoria divisa su fascismo e resistenza, il significato della Liberazione è da ritrovare nel dibattito storico in pubblico.

ORIZZONTIore 17.30 Archivio fotografico Parisio
Mostra fotografica:“NAPOLI OCCUPATA, DAI TEDESCHI AGLI ALLEATI”
La mostra, attraverso le immagini dell'Archivio Troncone, documenta un periodo triste della città di Napoli, legato agli avvenimenti della guerra, dall'occupazione nazista alla presenza degli alleati (1942-1944) introduce STEFANO FITTIPALDI
orari: 25 aprile 17:30-19:00; dal 26 al 28 aprile: 10:00-13:00/16:00-19:00

GRANDI RACCONTI ore 19.00 Museo Madre
ALESSANDRO VANOLI “DA PALERMO A NAPOLI A VENEZIA. UN VIAGGIO NELL'ITALIA ARABA” introduce LAURA VALENTE.
Un viaggio nel tempo e nello spazio, alla scoperta delle tracce della presenza islamica in Italia. Il racconto di una lunga avventura tra luoghi, arte e sogni d’Oriente per riscoprire i tanti fili che ci legano nel vasto spazio mediterraneo.

GRANDI RACCONTI ore 21.00 Teatro Bellini
GIOVANNA BOZZOLO, EVA CANTARELLA “STORIE DELL'ODISSEA. RITORNO A ITACA: STRAGE E RICONOSCIMENTO”
Tornato a Itaca, Ulisse stermina i Proci in una scena di rara truculenza che rispecchia il valore sociale della vendetta. Ulisse poi si rivela a Penelope in un incontro d’amore memorabile.

Ma c’è tanto, moltissimo altro ancora. Intervenite!

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- Società

Bla, bla, bla … Tra menzogna e irrealtà.

Bla, bla, bla … Tra menzogna e irrealtà.
Diretta dagli scranni del Parlamento.

Il mondo reale esiste e anche quello irreale. Così come esiste un mondo presente fermo sulla realtà e uno parallelo che guarda in avanti alla irrealtà che i signori (ovvio eufemismo) della politica vogliono farci credere. Il gioco di parole proviene da un libercolo che ho recuperato in questi giorni, dal titolo “Tra menzogna e ironia” di Umberto Eco (Bompiani 1998).
La sottigliezza del filologo passa in rassegna quattro ‘scritti’ decisamente letterari, riuniti – egli scrive – presumendo che avessero qualcosa in comune. E di fatto ce l’hanno, come del resto sempre accade leggendo Eco, vanno oltre la data di pubblicazione, per entrare, dopo poco più di venti anni, nel nostro quotidiano (fallimentare): Cagliostro, Manzoni, Campanile, Pratt.

«In un certo senso essi hanno tutti a che fare con strategie di menzogna, travestimento, abusi del linguaggio, capovolgimento ironico di questi abusi.»

L’ironia (della sorte) è d’obbligo se inoltre ad ‘abusi del linguaggio’, si legga ‘abusi di potere’; con la differenza che mentre a suo tempo il professore poteva più o meno scandagliare ‘con ironia letteraria’ in detti scritti; oggi, dagli scranni del Parlamento, gli ‘abusi’ sia del linguaggio che di potere, non divertono nessuno. E più che a rallegrare le orecchie di qualcuno, servono piuttosto a distrarre i molti dai veri problemi quotidiani:

«Che i discorsi mentano, o non possano mai dire abbastanza, pare chiaro. Prova ne è che tanti lettori hanno (ben) capito (e se non hanno capito è solo per ingiustificata pigrizia) […] tutti gli esempi di discorsi inconcludenti, ambigui, confusi, che vivono parassitariamente l’uno sull’altro: le gride.»

Quanto sopra, ripreso da “Il linguaggio mendace in Manzoni”, serve qui da introduzione, per meglio comprendere la mendace posizione dei ‘due’ che siedono in Parlamento se li paragoniamo ai ‘Bravi’ manzoniani; oppure ai ‘Tre Moschettieri’ dumasiani, e se, a quel che spesso si sente dire: “Uno per tutti e tutti per uno”, ma il confronto non regge.
Quindi direi dei due ‘Bravi’ qui presi ad esempio, in fatto di arroganza, turpitudine, limitatezza e meschinità, per così dire di povertà morale. Proprio come i personaggi manzoniani – afferma Eco:

«..parlano col deliberato proposito di usare il linguaggio per mentire, confondere, occultare i giusti rapporti tra le cose, o si scusano e si dolgono per non essere capaci di dire quello che sanno.»

Né di fare quel che fanno in maniera del tutto approssimativa e/o suggerita da ‘altrui’ menti occulte che dietro le quinte manovrano, non poi così segretamente, l’andamento (mai così disastrato) della politica nostrana che vaga tra un’opposizione continua verso tutto e tutti «tra segno visivo e segno linguistico»; e tra raccontare e dare credito a: «..un’evidenza, a una traccia, a un sintomo, a un indizio, a un reperto» che si configuri come una ‘prova certa’ e certificata del loro operato.

«A questo punto (un anno è già passato dal loro insediamento) occorrerebbe ripercorrere tutto “il loro operato” per verificare se l’ipotesi (di governare) tenga, e se a ogni passo si dipani un’opposizione evidente tra semiosi naturale e linguaggio. Basterà, come primo approccio, verificare in qualche episodio essenziale.»

Gli episodi sono sotto gli occhi di tutti e non serve qui elencarli di nuovo e buttare ulteriore benzina sul fuoco, anche se la tentazione di criticare e/o se volete polemizzare su quanto detto e fatto dai due Bravi. È così che negli incontri/scontri tra i due: «...le parole cortesi nel colloquio sono smentite da “il modo in cui erano proferite”» (Manzoni).

Siamo qui in presenza di una incapacità retroattiva agli anni dello studio, alla conoscenza quanto alla coscienza che, non potendo essere mediato verbalmente, viene trasformato nell’evidente mancanza di cultura e quel tanto di esperienza, capacità naturale necessarie per sostenere una dimensione di leader in qualsiasi settore.

Siamo «al delirio e alla pubblica follia», direbbe il professore Eco, (dico io cercando di estrapolare dai suoi scritti una semiotica implicita alla mia tesi di portare acqua al mio mulino:

«..ma immediatamente il linguaggio interviene per coprire la realtà, […] nel raccontare di come il contagio si diffonda (riferito alla peste bubbonica del romanzo manzoniano), e la società intera ne rimuova l’idea, del male.» O di come e quando si costruisca, «..nel senso in cui la stampa può costruire un mostro o un complotto, una vicenda di falsificazione di significati e di sostituzione di significati.»

«L’opposizione tra sintomi-segni e nomi (propri) è evidente. Il significato visivo e naturale viene occultato da un significante verbale che ne impedissce il riconoscimento. In questo intrico di segni visivi confusi da definizioni verbali, pare finalmente a qualcuno che solo la pubblica evidenza visiva possa contrastare i maneggi della parola (e della politica). […] Qui pare che, invece di dispor parole a mascherare evidenze visive, la cattiva coscienza sociale incominci a lavorare per messa in scena (leggi campagna elettorale) di evidenze visive» (personalistiche)».

E i Bravi se la ridono sotto o sopra i baffi, credendo, (meschini loro), d’essere creduti da tutti. Ma tutti non sono affatto paragonabili ai ‘chicchessia’; in molti casi i tutti fanno finta di credere a ciò che ascoltano solo per interessi personali o di per sé inetti a fare diversamente. Così come accettare l’alterazione totale del significato, usando la possibilità che il linguaggio offre loro di modificare la naturale effabilità dei segni visivi e dei sintomi naturali delle espressioni.

Basta una semplice lezione di Cesare Lombroso a dirci che mentono per primi a se stessi, a inficiare coi loro ‘vezzi e lazzi’ fisiognomici di quale pasta son fatti: «..quel comporre la faccia a quiete e ilarità»; significativa di una memoria involontaria che li separa dal dire e fare una minaccia o una promessa che sanno di non poter soddisfare, ora sventolando i fantasmi, ora gli angeli rimossi dei loro puerili desideri di rivincita da un’esistenza miserabile “..nella (pur loro) rara elargizione di follia cosciente” (Proust).

«Sarà, ma io non mi fido degli autori (di se stessi, né dei politici), che sovente mentono. Mi fido solo dei testi» (come degli atti che fanno). Tuttavia, quello che credevo fosse un parallelo non proprio riuscito con i ‘Tre Moschettieri’, ritengo sia invece azzeccato se guardiamo al Trio che abusivamente occupa gli scranni in Parlamento. È un fatto che il ‘terzo incomodo’, alias il ‘signor bugia’ ritiene di aver ultimato anzitempo la sua esperienza di governo, così facendo dando conferma della sua incapacità di ‘affermazione politica’ in contrasto con la parola data con un giuramento. E, cosa davvero di poco conto ormai, celebrando la sua definitiva disfatta di ‘uomo d’onore’.

(Buona giornata, ma fino al prossimo bla, bla, bla dal sapore amaro di cicuta).



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- Musica

Popsound Press


POPSOUND infiamma l'Annibal Caro
“Senza musica, la vita sarebbe un errore” Friedrich Nietzsche

Un Annibal Caro gremito all’inverosimile ha celebrato con balli e canti al ritmo dei Beatles e dei Rolling Stones la chiusura del secondo appuntamento di PopSound.
La serata si era aperta con una sorpresa: l’omaggio ai cinquant’anni di Abbey Road con l’esecuzione fuori programma di “Come together” interpretato dai Talk Radio di Ettore Basili e Piero Cappella.

Un Annibal Caro gremito all’inverosimile ha celebrato con balli e canti al ritmo dei Beatles e dei Rolling Stones la chiusura del secondo appuntamento di PopSound.
La serata si era aperta con una sorpresa: l’omaggio ai cinquant’anni di Abbey Road con l’esecuzione fuori programma di “Come together” interpretato dai Talk Radio di Ettore Basili e Piero Cappella. Da lì è partito un viaggio filosofico dedicato al fascino e alla suggestione dei classici delle due band che hanno segnato il destino della musica internazionale e la vita culturale degli anni sessanta.

Dal successo planetario del travolgente “Love me do”, che apre definitivamente l’era della popolarità dei quattro ragazzi di Liverpool, alla dolcezza di “Hey Jude”. Per passare al grido di guerra “I can’t get no satisfaction” dei Rolling Stones e approdare infine alla struggente tristezza della loro “Angie”. Uno spettacolo musicale reso possibile dalla bravura e dal talento della Band di Popsophia, Factory.

La serata ha visto anche la partecipazione appassionata del filosofo Massimo Donà che, ha intrattenuto il pubblico con riferimenti filosofici e racconti legati alla musica e alla vita pubblica e privata di queste due geniali e rivoluzionarie Band.
“Se i Beatles - dice Massimo Donà - sono l'archetipo della musica Pop, i Rolling Stones sono contrari al Pop e alle sale da ballo. La loro ambizione era quella di diventare la migliore Blues Band di Londra”.

Lo spettacolo ha cercato di decodificare e raccontare la magia e la genialità delle due band musicali che hanno segnato un'epoca e ispirato le generazioni a venire.

“Tra luce e ombra, bene e male - ha concluso la Direttrice Artistica di Popsophia Lucrezia Ercoli - la canzone d’amore ha dispiegato la pura potenza dell’immaginazione. Siamo ancora oggi eredi della creatività di due band musicali che hanno reinventato e posto le basi di una nuova era, cambiando per sempre non soltanto la musica ma anche lo “sguardo” dei loro contemporanei e di tutti quei giovani che nei cinquant’anni successivi hanno cercato la colonna sonora della loro vita”.

La rassegna si chiuderà con l’ultimo appuntamento di giovedì 11 aprile alle 21.30 con il terzo e ultimo spettacolo filosofico-musicale dal titolo “ROCK REVOLUTION a cinquant’anni da Woodstock” con il filosofo della musica Alessandro Alfieri.

Per prenotarsi scrivere a info@popsophia.it
Maggiori informazioni sul sito www.popsophia.it, su Facebook @Popsophia Festival del Contemporaneo e su Instagram @Popsophia

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- Sociologia

Il paradosso di essere giovani 2 - Inchiesta

IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI - 2
(inchiesta sul disagio giovanile e sul condizionamento critico del bullismo)

Tema di grande attualità e sicuramente di grande interesse, quale quello mostrato dai media riguardo al fenomeno del disagio giovanile, è qui di seguito ripreso al fine di favorirne la comprensione e promuoverne un’adeguata consapevolezza, cioè di elaborare e predisporre in seno alla famiglia e sul piano sociale, piani operativi di prevenzione e intervento. È indubbio che, alla base di questa indagine, una più approfondita conoscenza del ‘fenomeno’, riveli una qualche delegittimazione del fenomeno stesso a causa, non sempre appropriata, dei termini che ne distinguono i diversi aspetti, a loro volta indicati come ‘atti di bullismo’ pur non presentandone questi le medesime caratteristiche.

Di fatto, la sua complessità è qui evidenziata non solo dalle caratteristiche dinamiche sociali che contraddistinguono azioni di tal fatta, ma dalla definizione del fenomeno stesso che, in questo modo, rischia di non coincidere in modo preponderante con l’accezione in cui esso evoca prevaricazioni prevalentemente di tipo psico-fisico e di violenza-verbale. Questo in sintesi il concetto da cui questa inchiesta ha preso avvio: “Al fine - scrive la dott.sa Sabina Lauria (1) - di analizzare la presenza del fenomeno nel nostro paese, può essere significativo considerare i dati forniti dall’Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui è inoltre riportato quanto segue:

“Su un campione rappresentativo di 1680 bambini e 1950 adolescentidi 52 scuole italiane di ogni ordine e grado, il 25,2% degli alunni affermava di essere stata vittima di brutti scherzi da parte dei coetanei; il 27,5% dichiarava di essere stato provocato e preso in giro con azioni reiterate nel tempo, mentre il 23,2% dichiarava di essere stato offeso ripetutamente e senza chiara motivazione. Si presentavano, inoltre, situazioni più gravi: l’11,5% era stato vittima di minacce, il 10,9% dichiarava di essere stato vittima di percosse inflitte dai compagni.”(2)

“Si tratta quindi – scrivono Menesini e Fonzi (3) – di una particolare forma di aggressività che viene estrnalizzata nel gruppo dei pari la cui espressione è facilitata in tutti quei contesti dove una tacita accettazione o una sottovalutazione del fenomeno facilitano l’instaurarsi e il perpetrarsi del fenomeno stesso. […] Ciò non include occasionali azioni negative fatte per scherzo o sotto un impeto di rabbia, ma viene usata come una specie di script, cioè come una sequenza, tutto sommato abbastanza stereotipata, nella quale gli attori svolgono ruoli stabiliti (bullo, vittima, oservatore, sostenitore, difensore). Pertanto esistono diverse forme di attuazione di comportamenti di prevaricazione che il bullo può esercitare sulla vittima”.

Indubbiamente la prevaricazione e/o la prepotenza attivata dal bullo sulla vittima dipende dall’appartenenza più o meno ad un substrato sociale di degrado, seppure non sempre il binomio bullismo-periferia-degrado regge, poiché si conoscono realtà simili anche in ambienti socialmente benestanti: “Infatti, il rapporto bullismo-svantaggio sociale – scrivono ancora gli autori – non è avallato da tutte le ricerche avviate sul territorio. piuttosto che il degrado sociale e lo svantaggio economico sembrano influire variabili come il tessuto ambientale in cui il soggetto cresce e struttura le proprie conoscenze. Inoltre il ruolo delle dinamiche familiari non va sottovalutato. […] Tuttavia, non è ancora chiarito, in modo univoco, (dagli studiosi del problema), quale possa essere lo stile educativo incriminabile: autoritarismo ed eccessiva severità si contrappongono ad una educazione troppo permissiva. Risultano meno controversi i dati che riportano soggetti con autostima indebolita da atteggiamenti genitoriali iperprotettivi e da un nucleo familiare troppo coeso”. (4)

La famiglia a soqquadro: il paradigma dell’incongruenza.

La costruzione sociale della famiglia, posta in essere dalla società giuridica evolutasi all’interno del rapporto relazionale e legittimata come identità di gruppo, si è rivelata inaspettatamente anacronistica, mostrando i segni di una millenaria erosione che non l’ha risparmiata dalla catastrofe attuale. Tuttavia, senza qui dover necessariamente ripercorrerne la storia: dalle profonde crepe manifestatesi fin dal momento esperienziale della ragione, il punto critico riflessivo della sua entrata in crisi e il suo successivo decadimento; andrebbero altresì valutate tutte le digressioni intermedie sopravvenute nello stato giuridico in cui ha visto allargarsi il dibattito liberal-comunitario, a fronte delle nuove realtà che si sono affacciate nella società in trasformazione.

Non è per caso che la concezione di ‘famiglia’ si ponga oggi come paradigma incongruente, quanto inevitabile, di una trasformazione che la mette in discussione fin nelle sue fondamenta. Il problema si pone quando all’interno del nucleo famigliare la divisione dei ruoli dà luogo a divaricazioni in contrasto fra loro che ne determinano il ribaltamento. Altresì quando ne avviene l’esaurimento in seno alla sua originaria estensione, producendo all’interno di essa una situazione oltremodo stravolgente e ingovernabile. Per cui la gestibilità dei rispettivi ruoli viene a decadere, in quanto non più corrispondente alla ‘natura umana’ che si richiedeva conforme alla prospettiva di una convivenza sociale e democratica, al comportamento etico che aveva consentito alla comunità di comprenderne le proprie e le altrui convinzioni e di giustificarne le corrispettive azioni.

Si comprende così il perché della caduta di certezze che sembravano consolidate, accettate e difese in cambio di una sicurezza più interiore che reale, che più non appaga, che è forse andata smarrita, persa nella fitta rete delle relazioni dall’attuale globalizazzione e dall’avanzamento tecnologico che permette oggi una maggiore interazione fra conoscenze e opinioni. Fatto questo che, se da una parte comporta alcuni benefici di carattere culturale, dall’altra corrompe l’ambito sociale (al quale eravamo abituati). Permette cioè l’imperativo di una comunicazione più libera e aperta: “condizione sine qua non per stabilire una rete di relazioni anche più estesa”, la più ampia possibile, in cui però viene a verificarsi una frattura in seno alla famiglia, in cui: “la propria autonomia (individuale del figlio/a) e la rottura della coazione (dei genitori), sono le condizioni per sostenere un dialogo franco” (5), al fine del formarsi di una più realistica ‘identità’ individuale degli appartenenti al medesimo gruppo.

Autonomia che va intesa come ‘realizzazione di se stessi’ e quindi poter ‘prendere decisioni’ individuali come: “..deliberare, giudicare ed agire scegliendo (pro moto proprio) fra diverse azioni possibili”. Fatto questo che contrasta con il principio della famiglia istituzionale genitori-figli sconvolgendone lo ‘status sociale’, sia nella famiglia di tipo patriarcale che matriarcale; sia anche di altre forme di relazione che si equivalgono all’interno della premessa giuridica, nel rispetto della ‘individualità’ e nell’affermazione ‘democratica’ del gruppo.

Se vale che l’autonomia aiuta a definire i limiti personali (individuali) necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della premessa di democrazia va estesa non solo all’intima relazione genitori o tra genitori e figli, ma va altresì estesa alle altre forme relazionali messe in atto tra individui consenzienti come, ad esempio, le coppie di fatto, i cosiddetti pacs ecc., inoltre in quei rapporti interrazionali di parentela e amicizia, nonché di gruppo, che si equivalgono nella solidarietà e nella promessa reciproca dello statre insieme comunitario.

In proposito interviene il sociologo moderno per eccellenza Zigmunt Bauman (6), il quale ravvisa il rischio per le giovani generazioni, relativamente a: “..quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie – penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risorse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui ‘de jure’; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicito status di individuo ‘de facto’. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”, nello stare al mondo.

C’è comunque chi vede l’autonomia generazionale come un’apertura fin troppo permissiva di affrontare il fenomeno del disagio giovanile, quasi se ne voglia attribuire la causa primaria alla sola famiglia. Non è così, la problematica va affrontata con responsabilità dalla società degli individui e dalle istituzioni preposte a farlo, benché nessuno ritiene opportuno esprimere la propria opinione a riguardo, tanto meno in ambito governativo si è legiferato in proposito. Per quanto ciò richieda di dover ripartire da alcuni punti fermi, è oggi necessario, da parte di quanti si trovano nelle condizioni di dover prendere delle decisioni in proposito, di convincere in primis le giovani generazioni, che non si tratta ‘decisioni prese dagli altri’; bensì, per meglio intendere, prese nell’interesse comune da coloro che operano e sono coinvolti nella strenua opportunità di esercitare quel ‘riconoscimento incondizionato’ che permette la legittimazione di programmi e prerogative atte a determinare la vita sociale di tutti.

Possiamo anche dire che la famiglia, come si è accertato più volte, vive oggi i suoi contrasti in costante crisi di identità; incoerente e contraddittoria, presenta tutti i suoi guasti nella mancanza di autorevolezza, quasi che nella sua incessante trasformazione, abbia perduta la sua struttura narrativa, cioè non riesca più a trovare un suo adattamento con il presente. E ciò, proprio in quei processi di integrazione necessari al formarsi di una società coerente con i tempi, con quella realtà pluralistica comparata, uniformata dall’analisi qualitativa che va sotto il nome di ‘evoluzione’, i cui sinonimi trovano riscontro in educazione, cultura, ma anche civilizzazione, progresso, nel rispetto delle leggi.

In nessun altro aspetto della storicità, che abbraccia la naturale essenza umana, si riscontra una visione d’insieme così affermativa della ‘famiglia’ – seppure a livello inconscio – che va dalle emozioni ai sentimenti, alle passioni, alle argomentazioni spinte verso quelle “virtù che hanno reso la vita migliore di quella che è.” (7) Ancor più se la rapportiamo ai suoi elementi determinanti relazionati a fattori politico-economici ed ideologico-religiosi che più ne hanno rivelate le tendenze solidali con il concetto di società. Va tuttavia riconosciuta l’esistenza virtuosa su base famigliare diverse dalla nostra, di quelle ‘altre’ forme di ‘identità’ presenti nel mondo, come ad esempio nel mondo islamico, seppure in asincronia rispetto di altre che, in funzione di non so di quale parametro, vengono considerate più o meno ‘civilizzate’ senza ragione alcuna.

Non c’è a mio avviso nulla di più grande dell’insegnamento dato dalla famiglia in tal senso, nel riscoprire cioè l’esperienza virtuosa in seno alla propria natura. Che forse non sono anche le piante suddivise in specie, o gli animali suddivisi in famiglie? Cosa hanno in comune le diverse esperienze acquisite in una vita di relazione con i progressi ottenuti dal costituirsi della famiglia (qui intesa come genere)? Che cosa non è avvenuto in ambito scientifico nel ruolo della medicina, (qui intesa come cura), nel confronto con l’odierna psicoanalisi? Direbbesi niente e tutto ma, se si vuole trovare una risposta soddisfacente a una non-domanda, per comprendere appieno l’opinione formulata in questa tesi, è necessario rifarsi al concetto di ‘performatività’ teorica elaborata da Victor Turner (8), considerato un’esponente di punta dell’antropologia sociale, la cui opera “Il processo rituale”, relativa a ‘struttura e anti-struttura’ dei processi universali, fornisce a noi la possibilità di approfondire la struttura e la trasformazione avvenuta di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana.

Un concetto quello di ‘performatività’ che può essere utilizzato ancora oggi come “chiave interpretativa di alcuni caratteri archetipi”, avanzati da Carl Jung (9), in uso nelle nuove tecnologie di ricerca e, in particolar modo, utile nella connotazione in veste teorica della “costruzione di senso attraverso l’agire”, nonché favorita dagli strumenti mediatici (digitali e non) oggi a disposizione. La riflessione teorica di Turner è indubbiamente quella che meglio si adatta al riguardo, vuoi perché permette di interpretare l’idea che si ha di “performance, come pratica corporea necessaria a una ridefinizione critica del reale”, potenziale di un ‘non-luogo’ di margine o di passaggio e la più adeguata a situazioni sociali e culturali definite. Vuoi perché promuove nuove aggregazioni (anche sperimentali) di gruppo nello studio delle fenomenologie liminali (ovvero della liminalità, anche dette interstiziali): in quanto zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali, da cui la trasformazione sociale in atto. (10)

Che esiste di fatto in psicologia e fisiologia un riscontro oggettivo del fenomeno ‘liminale’ al livello della soglia della coscienza e della percezione, ce ne da conferma G. Gasparini (11) dell’Università Cattolica di Milano, nel suo libro “Sociologia degli interstizi”, in cui sviluppa un’analisi acuta, per quanto insolita, di quei fenomeni, così detti appunto ‘interstiziali’, che sottolineano il carattere sintomatico e rivelatore al centro di una approfondita riflessione: “Si tratta di esperienze che ‘stanno fra’ e che, di solito, si trovano in posizione marginale […] nelle pieghe riposte della nostra esperienza sociale […] cui raramente le scienze sociali hanno dedicato interesse”.
Esperienze, inoltre, atte a interpretare fenomeni come l’attesa, il silenzio, il viaggio, la sorpresa, in cui si torna a parlare del significato del ‘dono’ , già eleborato da M. Mauss (12) nel suo “Saggio sul dono”, seppure non come marca della logica utilitaristica di scambio o di mercato, tipici della logica di potere, per quanto si: “allude alla possibilità di coercizione e mette in gioco tra l’altro i rapporti tra cittadini e lo stato”; bensì, come espressione di scelte operate nell’ambito di valutazioni morali (virtuose e non solo) e culturali, le cui ricadute molto influiscono nella sfera del sociale così detta, in fatto di interscambio fra potere ed economia, educazione e istruzione, conoscenza e acculturazione, non esclusa l’interazione sociale fra genitori e figli.

“Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere” è scritto nel Vangelo di Matteo (25, 35-45); frase con la quale si propone qui una riflessione sul fenomeno educazionale del ‘dono’. Con queste parole riferite dal Cristo e redatte allo scopo dello sviluppo storico del cristianesimo, così come di: “vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare i prigionieri e gli infermi, seppellire i morti ecc.” si intende accentuare il preciso fondamento delle “Opere di misericordia” (13) al centro della predicazione cristiana, più che mai valida ancor oggi, allorché assistiamo agli sconvolgimenti mondiali in atto.

“Opere che – scrive Luigi Accattoli (14) in “Cerco fatti di Vangelo” – in ogni fase storica in cui avvengono – acquistano contenuti e valenze nuove, di cui non solo i singoli fedeli ma le stesse comunità ecclesiali (ordini religiosi, associazioni culturali e movimenti vari), sono chiamate a farsi carico […] Nell’osservare la realtà contemporanea, troviamo d’esse nuove interpretazioni e nuove traduzioni riguardanti l’accoglienza dei migranti e degli stranieri più in generale, dei quali ci dobbiamo far carico di dare assistenza ai drogati, ai malati di Aids, dell’adozione dei bambini rimasti offesi dalle bombe o orfani delle tante guerre che imperversano in molte parti del mondo.”

Ecco che, al dunque, riaffiora in superficie il ruolo preponderante del ‘dono’ in seno alla famiglia come paradigma interpretatito di relazioni (si vuole morali), per cui si ritiene necessario educare i figli all’accoglienza degli ‘altri’, degli umili e degli offesi in termini di assistenza e di cura; in casa come in ospedale o in carcere per effetto di detenzione; nello Stato come termine di ospitalità sul territorio; ed a quanti rifugiati e fuggitivi da calamità e guerre, in termini di asilo umanitario e politico. Onde per cui le ‘opere di misericordia’ rappresentano un dono a salvaguardia della vita, e del corpo ‘santo in se stesso’ come la Chiesa cristiana da sempre la considera nei suoi precipui insegnamenti.

Opere che non dovrebbero mai venir meno negli insegnamenti in seno alla famiglia di un ‘donare’ autentico che rinsalda i legami della stessa con la collettività sociale a diversi livelli: “Lo stesso dono unilaterale a sconosciuti che si fa come ‘opera di bene’ e che si esprime con l’adesione a progetti di solidarietà che travalgono la logica della partecipazione ai problemi, ai disagi e alle sofferenze delle persone, accomunati da una stessa condizione umana, indipendentemente dal gruppo etnico o razziale di appartenenza.” (15)

In un certo senso, l’importanza morale del non limitarsi a riconoscere la vulnerabilità sociale nel compiere determinate scelte, rappresenta la condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie in seno alla comunità, inoltre che essenziali all’individuo per conoscere fin dove spingersi a scegliere in autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo. Si tratta qui di sviluppare un progetto di vita comunitario e realizzare il proprio ‘bene’ (inteso come gratificazione) al raggiungimento del ‘bene’ degli altri (inteso come soddisfazione e ricompensa); di tutti quegli ‘altri’ i quali concorrono – in virtù della donazione di se stessi – alla sua realizzazione. Il ‘dono’ non è completo senza la benevolenza di chi lo riceve.

Scrive in proposito Alasdair MacIntyre: “Sono quelle virtù che garantiscono un agire razionale indipendente che hanno bisogno di essere accompagnate […] da opere (fatti), che rispondano a tali interrogativi […] e che né la figura dello stato nazionale moderno, né la famiglia così come essa è intesa al giorno d’oggi, né il tipo di associazione sociale e politica di cui ci sarebbe bisogno, possono rappresentare.” (16) Serve la solidarietà di tutti per dare luogo a una comune forma di cooperazione per la sopravvivenza dell’umana specie, soggiogata dagli sconvolgimenti, naturali e non, in atto.

Dacché le numerose domande che da questa indagine scaturiscono sulle cause del disagio giovanile, e che sono sia di tipo antropico-individualistico, sia socio-psicologico, per quanto tutte risultano pressoché lecite o, almeno, proponibili: Che sia per l’allontanamento della madre dalla prole, per un lavoro a tempo pieno chela distoglie dal sopravvedere ai figli? Che sia a causa del distacco del padre in altre faccende affaccendato? Oppure a causa della necessaria decisione ‘politica’ del ‘figlio unico’ o alla rinuncia di nessun figlio? Al superamento dei problemi relativi al budget economico famigliare, in parte dovuto alla continua sfida delle nuove tecnologie che hanno soppiantato l’uomo/la donna nel lavoro? Oppure dovuta a una maggiore consapevolezza di sentirsi infinitamente piccoli di fronte alle variazioni climatiche che stanno mettendo in difficoltà l’intero sistema cosmico? O forse all’innata, perché mai venuta meno, paura della morte che condiziona il presente e il futuro di tutti noi? Forse tutte queste insieme e nessuna di esse in particolare, non pretendo di conoscere le risposte.

La realtà è che non abbiamo imparato a volare, né siamo più in grado di farlo. È così che non imparando a volare abbiamo perso il controllo di noi stessi e siamo finiti per cadere rovinosamente. E dire che c’è stato un tempo in cui davvero sembrava che gli angeli volassero sopra le città. Finanche su una città costretta dietro un muro come era prima Berlino (17) da sembrare perduta per sempre. Con la caduta degli angeli da quel Paradiso così tanto agognato, abbiamo perso definitivamente la fede nella vita oltre la morte, che era uno dei capisaldi della promessa cristiana. La religiosità dei padri ha lasciato il posto al cambiamento, all’emergere di nuove concezioni religiose e filosofiche, all’enunciazione esponenziale di nuovi credi. Dalla teosofia esoterica, alla magia bianca degli oroscopi e dei filtri d’amore, alla magia nera delle moderne sette sataniche, alle stereotipe visioni paranoiche dell’ ‘Arte’, oggi destrutturata nei suoi riti, nel costume, nell’abbandono delle sue tradizioni, in cui ha espresso, in forme più o meno ingenue, quella che era l’aspirazione umana alla ‘felicità’ eterna.

Una risposta credibilmente vera, paradossalmente inaccettabile, ci viene proprio dall’incongruenza d’una ingenuità (s’intenda genuinità) che aspirava a qualcosa, a qualunque cosa avesse a che fare con la ‘bellezza’, con l’amore, con la musica, con la poesia, con i colori dell’arte, con la letteratura, con le scoperte della scienza (non con la sua sperequazione), con la grandiosa avventura della vita. Quella vita ch’era sul nascere veritiera promessa, il dono più grande – recita il poeta – alle cui parole lascio l’azione significante.

“Dopo aver impiegato alcuni anni a studiare nel libro del mondo e a farne esperienza , presi un giorno la risoluzione di studiare anche in me stesso e d’impiegare tutte le forze del mio ingegno a scegliere il cammino da seguire. Questo a mio avviso mi riuscì meglio che se non mi fossi allontanato mai dal mio paese né dai miei libri” – scriveva René Descartes alias Cartesio (18) nel lontano 1637. … nel suo costante cercare di comprendere la totalità del suo tempo, lontano dal pensare di dover assistere alla catastrofe finale, peraltro annunciata, nel momento in cui lo scibile umano si trova a confrontarsi con l’universo della globalità, e tuttavia lontano dall’autorevolezza della sua eredità culturale, posto davanti alla rappresentazione infinitesima della sua stupidità.


Ulteriori ‘possibili’ risposte, fra breve nella terza parte di questa stessa inchiesta.


Note:
1)Dott.sa Sabina Lauria, Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori di Catania con specializzazione in neuropsichiatria Infantile, in ‘Bullismo’ articolo apparso sulla rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica “Il Caduceo” vol.20, n°3 – 2018.
2) “Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza”, in Sabina Lauria – “Il Caduceo” op.cit.
3) 4)Menesini e Fonzi – (cit. Sabina Lauria op.cit.)
5) Antony Giddens (elab. del concetto redatto in) “La trasformazione dell’identità”, il Mulino 1995.
6) Zigmunt Bauman, “The Individualized Society”, Polity Press – Cambridge 2001.
7) Aristotele “Etica Nicomachea”, cfr. ‘virtù cardinali’, ‘virtù teologali’.
8) Victor Turner, “Il processo rituale”, Morcelliana 1972.
9) Carl Gustav Jung, “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” – Bollati Boringhieri 1977.
10) Cyberpunk Culture, “Victor Turner e il concetto di performance”, 2014.
11) Giovanni Gasparini, “Sociologia degli interstizi”, Bruno Mondadori 1998.
12) Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, Einaudi ristampa 2012.
13) “Opere di misericordia” - sono quelle richieste da Gesù nel Vangelo (Matteo 25) per trovare misericordia (ossia perdono per i nostri peccati) ed entrare quindi nel suo Regno. La tradizione cattolica ne elenca due gruppi di sette: corporali e spirituali. (cfr in Wikipedia).
14) 15) Luigi Accattoli, “Cerco fatti di Vangelo”, EDIZIONI Dehoniane 1995.
16) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali indipendenti”, Vita e Pensiero 2001.
17) Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” film del 1987.
18) René Descartes – Cartesio in “Meditazioni metafisiche”, Laterza 1997.

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- Società

Il paradosso di essere giovani - Inchiesta

“IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI” - 1
(inchiesta sul disagio e sul condizionamento critico dei giovani).

“Siamo davvero ciò che siamo, o siamo quello che la società vuole che noi siamo?”

È la domanda che più spesso ci si sente rivolgere da molti giovani che solleva non poche perplessità sulle possibili risposte da dare al ‘problema’, perché di questo si tratta, che una domanda siffatta accende nel dibattito costante tra famiglia e società. Come del resto provoca l’andare alla ricerca di una causa e/o di una colpa da attribuire al fenomeno scatenante – ad esempio – del ‘bullismo’, quale degenerazione di un autentico disagio sociale. Oppure l’esercizio di una effettiva provocazione, per cui i giovani, presa coscienza della pressante difficoltà generazionale, si sono dati una risposta a prescindere: “Noi non siamo chi la società pretende che noi siamo”.

Ciò che equivale a rispondere a una domanda con una domanda ‘altra’ che va nella stessa direzione e che lascia insorgere un ulteriore problema su chi deve e/o dovrebbe gestire il complesso fenomeno del ‘bullismo’ sul piano sociale, se la famiglia o la scuola o se entrambe? Se non altro per il sempre maggior numero di aggressioni apparentemente senza scopo e talvolta di perdite di vite umane che riempiono le cronache dei quotidiani e dei networks , divenute in breve tempo una consuetudine sconcertante che allarma e preoccupa l’opinione pubblica. Sia riguardo alla scolarizzazione (se è utile mandare o no i propri figli a scuola?); e le istituzioni, riguardo a nuove formule d’istruzione (se serve una regolamentazione giuridica e interventi propedeutici alla giustizia sui minori), visto che il fenomeno riguarda per lo più gruppi organizzati presenti nelle scuole e, nei centri urbani giovanissime gang di quartiere.

Sarebbe alquanto ingenuo, nell’evolversi di questa analisi, pensare che alle difficoltà evidenziate, si possano dare risposte semplici o superficiali che ne attribuiscano le cause al solo ‘paradosso di essere giovani’. Non è certo colpa dei giovani se la ‘storia’ loro l’hanno subita, non l’hanno mica scritte loro le regole del vivere comune cui non sentono di appartenere. Se non altro per il fatto che i dettami che regolano la società, la vita comunitaria ecc. loro sono chiamati a rispettarle, anche se finora nessuno (né la fimiglia, né la scuola, né le istituzioni), gli le ha mai spiegate; almeno da quando a scuola è stata abolita l’educazione civica. Quante volte si è sentiti rispondere che: "no, noi non c'eravamo", e che la loro limitata conoscenza delle regole (dei diritti e dei doveri dei cittadini), è fatta di parole tramandate, ‘le quali potrebbero non avere nulla a che vedere con la realtà d’oggi. Che lquelle che spacciamo per ‘verità della storia’ ce le siamo inventate noi delle generazioni precedenti per instaurare una società di diritto come piaceva a noi; che gli abbiamo sottaciuto, in modo da nascondere cento, mille altre verità, sui guasti che abbiamo creato noi (dalle guerre, alla fame nel mondo, al buco nell’ozono ecc.). Come se la verità della storia si possa nascondere, quando i guasti fatti sono sotto gli occhi di tutti.

Ma la verità infine viene sempre a galla, e mentre noi non ammettiamo ancora oggi, nell’era delle macroscopica interazione comunicativa, i nostri madornali errori e non sappiamo ancora chi siamo e dove stiamo andando; loro (i giovani) si sentono autorizzati a non credere a niente e a nessuno, tantomeno alla società, come alla politica, e in molti casi anche alla religione. Sta di fatto che quelli che dovevano essere i ‘valori’ (le virtù morali, il rispetto per la vita, ecc.) che avremmo dovuto trasmettergli, noi per primi li abbiamo dapprima messi sotto i piedi, poi gettati nei cassonetti insieme alla spazzatura, senza neppure rendercene conto.

Altre sono invece le domande che dovremmo porci ancor prima di studiare la fenomenologia del problema che risente di un autentico disagio sociale, al quale, nell’era super tecnologica che stiamo attraversando, si guarda con particolare attenzione, seppure da prospettive diverse, uguali e/o disuguali a seconda dei contesti sociali in cui si propagano e, solo in parte contrassegnati dalla trasformazione in atto che ne attesta le cause. Quali – ad esempio – la multiculturalità, la globalizazzione e, non in ultimo, la svolta prodotta dalle nuove componenti di rischio, come l’abuso di alcolici e di droghe più o meno pesanti, ed a quelli che vengono considerati ‘i nuovi sballi’ come i video giochi, gli sport estremi, in cui prevale l’aggressività nelle forme di violenza gratuita, l’uso delle armi, l’emulazione di atti vandalici, il bullismo ecc.

Sarebbe comunque un modo fin troppo semplicistico di spiegare le cause di un fenomeno che si presenta piuttosto ampio e, per certi aspetti, incongruente quanto inevitabile, più che mai ‘diversificato’ in molti lati oscuri ancora tutti da osservare, se
l’obiettivo di questa analisi non fosse quello di comprendere se il fenomeno sia o no paragonabile ad altre attitudini ben più gravi, come le corse folli sulle auto, le stragi del sabato sera, lo stupro di gruppo, i sassi dal cavalcavia, che riempiono indifferentemente le cronache; e se tutto ciò sia da considerare, oltre che un fenomeno sociale, una ‘anomalia individuale’ radicata e nascosta nella zona più oscura della psiche, prima ancora che collettiva, dai risvolti inquietanti. Oppure un ‘problema’ sommerso da guardare con preoccupazione e diffidenza, quest’ultima in senso di apprensione, dubbio, timore, ma anche cautela nell’affrontare il nocciolo duro di una questione di per sé ostica.è tempo di guardare in faccia la realtà come a un intrico di somiglianze e differenze che implicano interventi razionali e assidui di cui in primis la società tutta dovrebbe farci carico.

L’idea portante è dunque quella di investigare il fenomeno nei suoi molteplici aspetti: sia culturali e gestionali, sia formativi che relazionali, di specifica competenza della famiglia, della scuola che delle istituzioni. Di avviare una profonda riflessione sulle infinite ‘diversità’ e di nuovo ‘somiglianza’ che distinguono e legano certi avvenimenti all’amiente oggettivo: sia quello in cui si vive (la città, la periferia, la comunità ecc.), sia quello profondamente umano (welfare, salute, abitudini ecc. ), che forse bisogna rivedere nella sua completezza. Nel contempo, sostenere l’efficacia delle scienze socio-antropologiche, nonché psicologico-culturali, messe in campo per affrontare quelle che sembrano essere le concause di scelte generazionali che, in qualche modo, stanno cambiando il volto della società, negli aspetti più radicali del costume, delle usanze e delle tradizioni.

Certo l’applicazione del concetto di ‘parità culturale’, sia a livello individuale sia a livello collettivo e anche comunitario, potrebbe oggi portare a una certa congruenza di vedute, più ampie rispetto al passato, verso l’unione, la stabilità e la tolleranza, nonché il riconoscimento comune di appartenenza sociale, tali da riempire un nuovo vademecum della coesistenza, pur nel mantenimento di quella ‘identità antropica’ naturale oggi messa al bando che molti studiosi vedrebbero come concausa degli ‘orrori’ di cui si è sopra tragicamente parlato. È questo l’aspetto indubbiamente più rilevante del ‘problema’ in cui s’innestano le difficoltà più dure da affrontare, proprie della sfera relazionale, attribuibili, seppure in parte, alla più recente contestazione giovanile tutt’ora in atto, nei confronti di una società e, più in generale, delle sue regole.

Quelle stesse che i giovani, compresi nella fascia di età che va dai 14 ai 18 anni, considerano troppo rigide, inibitrici della libertà d’espressione e causa di una dissonanza cognitiva complessa, in bilico tra aspettative sempre più illusorie, e una realtà fatta solo di impedimenti e contrasti, spiegabile con l’anomia, ossia la mancanza e/o l’assenza di figure e di precisi punti di riferimento. Onde per cui, andare “incontro agli altri” o “conoscere se stessi”, secondo la formula dell’empatia che permetterebbe loro di superare e gestire il ‘paradosso della propria età’, si rivela infine un qualcosa che intralcia la loro crescita mentale e che quindi sentono come non indispensabile al raggiungimento della loro maturità. Più spesso abbandonandosi alla sola esperienza del proprio corpo (fisicità) che permette loro di comunicare con gli altri in modo assai più diretto, all’interno di una società che considerano non conforme alle proprie esigenze e, del tutto incapace a rispondere alle importanti ‘sfide’ che questa mette in campo e che si trovano a dover affrontare.

Un ‘problema’ dunque, prima ancora che un fenomeno, che rivela aspetti complessi e che, in alcuni casi, presenta ‘forme di trasgressione’ difficili da arginare, contrasti: “che hanno prodotto una qualche criticità, introdotta e/o causata da forze esterne travolgenti e ingovernabili” (1)(Alasdair MacIntyre, in “Animali razionali dipendenti” – ed. Vita e Pensiero 2001). Trasgressione che segna un punto focale ove convergono i diversi obiettivi di questa analisi, qui osservata anche dal punto di vista della comunicazione e della prevenzione, messe in atto dalla società nel tentativo di contrastare quegli atteggiamenti di tipo virile, al limite dell’autolesionionismo espressi soprattutto nelle ‘prove di coraggio’.

Aspetti questi di quel disagio di fondo cui solitamente non si parla, ma che sempre più spesso agitano il campanello dell’allarme sociale, inquanto lanciano messaggi di evidente difficoltà, soprattutto d’inquietudini latenti che chiedono di essere interpretati, o quantomeno ascoltate e comprese, alle quali, a fronte delle problematiche rilevate, si cerca qui di capirne la portata, con l’ausilio delle scienze che gli sono proprie in termini di sociologia, psicologia e psichiatria, tendenti a conoscere, pur se entro certi limiti, i comportamenti individuali dei giovani nel vivere il paradosso della loro età, di un sé proiettato alla ricerca di se stessi e/o di altri modi di essere, e di vivere il rapporto con gli altri in funzione di esplorare trame di vita diverse.

Aspetti psicologici e sociali del fenomeno.

Andando oltre la semplicistica comprensione del fenomeno accertato come ‘problema sociale’, che trova una sua esemplificata rispondenza nell’opinione pubblica, si cerca qui di analizzare i diversi risvolti socio-psicologici che ne sono all’origine, privilegiando gli aspetti trasformativi e conflittuali, connaturati e quelli in netta contrapposizione rispetto all’assetto strutturale dell’attuale società. Aspetti questi che riconducono il fenomeno sul terreno del concetto di ‘struttura e anti-struttura’ elaborato da Victor Turner (2), detto di ‘performatività’, implicito nei processi sociali, e che ancor oggi permette di rilevare le strutture portanti e le successive trasformazioni di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana. Così come di: “riconoscere, in certo qual modo, la vulnerabilità dell’identità sociale nel compiere determinate scelte, come condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie; sostanziale per capire fin dove il genere umano arriva a scegliere in piena autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo”.
(2) (Concetto di ‘performatività’ elaborato da Victor Turner in “Il processo rituale”, Morcelliana 1972).

È infatti il non poter scegliere in piena libertà e completa autonomia il proprio ruolo nella società che ‘paradossalmente’ fa la differenza. Spesso i giovani interrogati sui rischi che si corrono nel mettersi alla guida dopo aver bevuto fuor di misura, o voler fare comunque le ore piccole, rispondono con l’impudenza che li distingue, che “non vedono il problema”; che semmai, si tratta di nuove virtù (una sorta di plus-valore), il cui raggiungimento concorre, secondo tali e ineludibili necessità, alla loro piena realizzazione in autonomia. Autonomia che si vuole abbia la capacità di far riflettere gli individui sulle loro stesse capacità e/o possibilità, cosa che permette loro “di deliberare, giudicare, ed agire scegliendo fra diverse azioni possibili - per quanto - deve essere limitata, senza che ciò costituisca la negazione della libertà degli altri”. (3), (Antony Giddens, in “la trasformazione dell’intimità” – Il Mulino 1995).

Un principio fondamentale di democrazia che, preso ad esempio, sul piano istituzionale, sconvolge non poco lo status di relazione sociale di appartenenza. Pertanto, se vale che l’autonomia aiuta a definire i contorni della personalità, necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della promessa di democrazia va estesa non solo all’area relazionale della società, ma anche a quella più intima dell’ambito famigliare, genitoriale o tra genitori e figli, altresì alle ulteriori forme di relazione nei rapporti interrazionali, di parentela, di amicizia e di gruppo, che trovano nella solidarietà e nella promessa reciproca dello stare insieme comunitario un medesimo rapporto equivalente. A questo proposito si ravvisa comunque un rischio, cioè che: “quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie - penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risolse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui de jure; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicato status di individuo de facto. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”. (4) (Zigmunt Bauman in “The Individualized Society”, Polity Press Cambridge 2005).

Niente di più profetico è stato detto fino ad oggi, anche alla luce dello stravolgimento in corso della società – qui intesa come corpo di una comunità di individui – tendente ad abbandonare, volendo qui usare un concetto del sociologo polacco Zigmunt Bauman; i legami sociali per liquefarsi. Resta il fatto che un fenomeno come quello che stiamo analizzando preclude tutto quanto detto fin qui, per aprire invece connessioni parallele che vanno, nei soggetti più giovani, dalla superficialità nel valutare i rischi, alla irresponsabilità di fronte ai pericoli e alla mancanza di consapevolezza del valore della propria vita e di quella altrui.

Indubbiamente molteplici sono gli aspetti trasformativi della personalità che il problema presenta e che rendono difficile il tentativo di classificazione. Diverse infatti sono le cause che possono produrre questa difficoltà, ed è interessante esaminarle, seppure solo in parte, in modo da accrescere la comprensione dell’argomento. Tuttavia c’è una valutazione che fin d’ora è possibile fare, e che riguarda il principio fondamentale della nostra ‘vita psicologica’, secondo cui l’individuo: “tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, risvegliando quegli elementi che sono oppposti o complementari a quelli dominanti”, all’interno del proprio sé. Per diverse ragioni, però, questo potere di auto-regolazione di compensazione non sempre funziona alla perfezione, sia nella nostra ‘vita’ fisica che in quella psicologica: “talvolta è insufficiente, in altri casi opera all’eccesso, producendo reazioni esagerate, o ciò che potrebbe essere chiamato iper-conpensazione, per cui la tendenza a sopravvalutare le qualità che gli mancano”. (5). (Roberto Assagioli, in “I tipi umani”, Istituto di Psicosintesi – Giuntina 1987).

È quanto accade in genere quando si avviene a uno stato di incapacità di percepire il pericolo e, in modo specifico, quando ci si adopera, consciamente o inconsciamente, ad andare oltre nella fluttuante dimensione dove il tutto e il niente si equivalgono: “la negazione della morte”, diversamente dall’affermazione dell’amore per la vita, che dovrebbe essere come fin’ora è stato, fondamentale per la sopravvivenza del genere umano. Fenomeno quello della ‘morte’, che tutt’oggi conserva il suo aspetto di “livella sociale” che tutto appiana e conforma, e che da sempre costituisce, così come avveniva fra le popolazioni primitive, un “fatto sociale” che determinava una crisi non solo all’interno del gruppo famigliare ove si verificava, quanto in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan e della tribù per cui “le strutture sociali reagivano ad essa attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducevano gli individui a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società”. (6) (Jean-Didier Urbain in ‘Morte’, “Enciclopedia” - Einaudi 1980). E in “Enciclopedia di Filosofia” – Garzanti 1995).

Tra le diverse definizioni proposte riguardo al fenomeno, si fa qui riferimento alla distinzione “astratta” della morte violenta, intesa più come denuncia della fine dell’esistenza, e consistente nell’assunzione di comportamenti ed opinioni congruenti con questo titpo di evenienza. Fondamentalmente, si rilevano almeno tre variabili strettamente influenti fra loro: una prima riguarda “l’incoscienza” che si annida nel senso di insicurezza-sicurezza tipico del fenomeno legato in parte al caso, alla fatalità e quant’altro; una seconda , dovuta alla sfrenata corsa ad andarle incontro “in spregio del pericolo” e della propria sopravvivenza; e una terza detta “di rottura” con il mondo interiore (la propria identità) e, non in ultimo con la società di appartenenza.

A questo proposito va detto che la diretta conoscenza degli accadimenti e delle vittime, coglie soltanto una minima parte dei cittadini, quelli che per caso si trovano sul posto degli incidenti, e i più vicini affettivamente colpiti, come parenti e amici; la maggior parte riduce l’evento ad un fatto di cronaca, da catalogare assieme con le altre notizie di morte, di guerre, attentati, affondamenti delle carrette del mare e bambini che muoiono di fame in ogni parte del mondo, e che giornalmente affollano le cronache radiotelevisive e dei quotidiani. La consapevolezza delle dimensioni del fenomeno cresce (quando trattasi di incidenti occorsi nel proprio circondario o di persone che ne sono state vittime, tanto più se verificatesi nel proprio quartiere. La cosiddetta “vittimizzazione vicaria” è infatti più probabile e frequente della diretta esperienza personale, e quindi incide più spesso sul livello di ansia (e di paura) della collettività, così come ampiamente dimostrato negli studi pubblicati su “Neighbourhood Watch” il report della Polizia metropolitana britannica sulla Sicurezza Pubblica, rapportato alle esigenze effettive di intervento sul territorio. (7)

In ogni caso, per la società, si tratta comunque di voler salvaguardare (ad ogni costo) la sopravvivenza e l’integrità di un individuo ( quale esso sia), che va accettato e difeso in cambio di una sicurezza interezza interiore che più non appaga, che è andata smarrita, persa nella fitta “rete” dei modern mass media, e della tecnologia che avanza. E che, se da una parte corrompe e degrada il sistema “natura” al quale eravamo abituati, d’ltra parte ci permette l’imperativo di una comunicazione libera e aperta. “Condizione sine qua non, per stabilire una relazione più estesa”, la più ampia possibile, in cui “la propria autonomia e la rottura della coazione sono le condizioni per sostenere un dialogo franco”, con il futuro (8) (op.cit.)

Per completare il quadro, destinato per il momento a restare senza cornice, non bisogna sottovalutare l’attuale cultura dell’immagine diffusa dai mass-media, che spinge ad assegnare il primato all’apparire piuttosto che all’essere, alla quale si accompagna generalmente l’imperativo consumistico, per cui: “l’individuo vale più di ciò che ha che per ciò che è”, che non è uno slogan, ma una constatazione sulla quale almeno si dovrebbe meditare.

Viaggiatori sulla coda del tempo.

Con l’avanzare della spinta individualista-materialistica nella società relazionale che mina alla base la responsabilità della persona verso gli altri, è fondamentale la scelta sociale di una maggiore e collaborativa solidarietà con le nuove generazioni, quale probabile risposta al problema del disagio e della devianza giovanile, e più che mai orientata alla ‘cura’, come antidoto a orientamenti di tipo soggettocentrico – qui di seguito analizzati nell’ottica più ampia possibile che i moderni mezzi conoscitivi mettono a disposizione. Cura in sé diversificata, di tipo ‘informale’ oppure ‘istituzionale’, espressa in termini di comunicazione e prevenzione, nel difficile ma non impossibile rapporto tra società e mondo giovanile, e in grado di garantire una maggiore equità di giudizio da entrambe le parti, necessario ad arginare il problema che le ‘devianze più aggressive’ rappresentano per la società.

Interventi tra privato (informale) e pubblico (istituzionale) che vedono impegnata una pluralità di forze organizzative che vanno dalla sanità, alle forze dell’ordine, al volontariato, ai mass media, agli apparati locali (assistenti sociali, consultori ecc.), tutte ugualmente impegnate a sostegno di campagne di prevenzione sul territorio che stanno dando i loro frutti. Va detto che l’emergere delle urgenze (necessità), a cui le organizzazioni sociali sono chiamate a rispondere, si è particolarmente ampliato in corrispondenza dei drammatici esiti statistici rilevati. Notiamo come le attese risposte (sopra elencate) richiedono una rivalorizzazione, sia a livello locale che periferico, delle aree individuate cosiddette a rischio. Nonché la responsabilizzazione dei soggetti intermedi che operano all’interno e all’esterno dei locali pubblici (gestori di bar, vinerie, discoteche, addetti alla sicurezza ecc.).

In quanto preposta a dare determinate risposte, una migliore organizzazione sociale può fornire un valido contributo alla realizzazione dell’attività preventiva attraverso gli operatori (forze dell’ordine e altre istituzioni) che, per competenze e capacità, sono preposti a mantenere l’ordine ed a far rispettare le disposizioni di legge a riguardo. Alla luce dei mutamenti sopravvenuti e delle nuove realtà che affacciatesi sulla scena quotidiana, la