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- Psicologia
La paura dellabbandono
Questo articolo, pubblicato tempo fa sulla Rivista “Fermenti”, è stato scritto in collaborazione con Luciana Riommi.La paura dell'abbandono e la dipendenza affettiva «Perché scegliere come mio partner chi mi fa più soffrire? Perché è così difficile separarsi da legami che ci fanno ammalare, che anziché potenziare e arricchire la nostra vita la immiseriscono e la mortificano?» [Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio, Cortina, 2012, p. 97]. Interrogandosi su «tutti quei comportamenti che fissano il soggetto a ripetere compulsivamente esperienze dolorose o contrarie alla conservazione della vita», Recalcati equipara quelle che comunemente vengono chiamate “relazioni passionali” alle cosiddette dipendenze patologiche (tossicomania, bulimia, alcolismo ecc.) e si chiede ancora: «Perché un soggetto si rende schiavo di un padrone folle (la sostanza) che lo distrugge? Perché deve mangiare fino a farsi scoppiare lo stomaco, fino a morire? Perché deve spingere la propria volontà di godimento sino a correre il rischio della morte?» (idem). E qui la parola godimento provoca un sussulto e forse anche una reazione di rigetto, considerate le sofferenze che sono in gioco nella situazione di cui parliamo. Ma si tratta di un termine usato in modo molto specifico nella visione antropologica sostenuta dalla psicoanalisi lacaniana, che rilegge Freud alla luce degli sviluppi (fondamentalmente regressivi) caratteristici della società ipermoderna in cui viviamo. Sappiamo che Freud, di fronte alla constatazione che i pazienti sembrano non voler guarire da ciò che fa loro male (i fenomeni della coazione a ripetere e della resistenza in analisi), aveva ipotizzato un al di là del principio di piacere – ossia quel principio funzionale alla conservazione della vita, in una sorta di “edonismo naturalistico” tendente alla soddisfazione dei bisogni/desideri allo scopo di ripristinare l’equilibrio e l’omeostasi nel sistema psico-fisico – ed era approdato alla formulazione di una opposta tendenza, la pulsione di morte, indifferente più che contraria alla vita, che Lacan rinominerà pulsione di godimento per dare maggiore enfasi a quell’elemento di eccesso, dismisura, mancanza di limite e regolazione, in una parola a quella mancanza di coscienza che la pulsione sembra mostrare quando il suo appagamento diventa più importante del benessere del soggetto e della sua stessa vita. Un desiderio in eccesso, o un eccesso del desiderio, ossia un bisogno incontenibile, che nel caso della donna gravita prevalentemente intorno alla domanda d’amore, a cui è sempre correlata un’esigenza profonda di riconoscimento. La riflessione deve quindi cercare di risalire ai motivi di quell’eccedenza di bisogno che devia in modo distruttivo la sana ricerca di un rapporto d’amore, intendendo per sana la volontà, più o meno consapevole, di trovare nella relazione con l’altro, insieme alla reciprocità affettiva, il riconoscimento, la valorizzazione e il rispetto capaci di alimentare un senso di sé positivo, accrescere l’autostima e favorire la libera espressione individuale: in armonia con il principio di piacere (benessere). È la costruzione di uno spazio di relazione nel quale due individui si sentano liberi di continuare a conoscere se stessi e l’altro, in un processo di crescita reciprocamente accettato e incoraggiato. Intanto va detto che nell’immaginario collettivo questo processo di crescita e di espressione personale non trova la stessa legittimazione per gli uomini e per le donne e che queste ultime troppo spesso lasciano che la “cultura” dominante fissi limiti (arbitrari) alla loro esigenza di autonomia, già minata da condizionamenti anche familiari cui loro stesse sono soggette. La dimensione storico-culturale legata alla persistenza di modelli di genere, che sanzionano ogni deviazione dai ruoli tradizionalmente assegnati ai due sessi, merita un discorso a parte, per la vastità del tema e dei fattori in gioco. Con una operazione per certi versi arbitraria, come è arbitraria ogni generalizzazione, desidero qui tentare una possibile lettura delle determinanti psicologiche che possono spingere una donna a tollerare situazioni estreme, caratterizzate da continue esplicite violazioni, sul piano fisico come su quello psichico, della sua volontà, libertà e dignità personale, proprio da parte di chi proclama di amarla e in nome di quell’amore vorrebbe giustificare comportamenti, peraltro sempre ingiustificabili, di sopraffazione e possesso; qualcuno che spesso, almeno nella mia esperienza psicoterapeutica, presenta in modo evidente, ma non agli occhi di chi ne è vittima, alcune caratteristiche della psicopatia: l’uso spregiudicato dell’altro a scopi personali (puramente narcisistici) senza provare mai il minimo senso di colpa per l’umiliazione che infligge a un altro essere umano, di cui ritiene di poter disporre liberamente, come fosse un oggetto. Ciò che mantiene una donna adesivamente legata e dipendente da una figura maschile di questo tipo sembra essere in alcuni casi una mancanza primaria, reale o percepita, che risale alle primissime fasi dell’esistenza: una mancanza di rassicurazione (Bowlby), di rispecchiamento (Kohut), di contenimento (Winnicott), di alfabetizzazione (Bion) ecc., per citare solo alcuni dei modi in cui viene definito questo difetto di base (Balint), che rimanda sempre a una mancanza di sintonia nella “relazione primaria” e che si traduce in una difettosa percezione di sé, oltre che nell’incapacità di metabolizzare le emozioni e i bisogni, soprattutto quel bisogno di riconoscimento e d’amore che non ha trovato risposte appropriate, sufficienti a far sentire la persona legittimata a ricevere amore e considerazione. A ciò si associa, inevitabilmente, l’incapacità di mitigarne l’obbligatorietà primitiva attraverso il filtro della coscienza. (Da qui il riferimento di Recalcati al concetto lacaniano di godimento). Quel difetto di base a volte sembra diventare perfino una sorta di bussola che spinge in età adulta alla ricerca attiva (e tuttavia inconsapevole) dello stesso modello di relazione vissuto e patito nell’infanzia, almeno nel suo significato psicologico inconscio: forse nel tentativo vano di correggerne le distorsioni, attraverso l’idealizzazione dell’amore stesso e del suo potere curativo: “Il mio amore lo cambierà” sembrano dire, con il loro silenzio e il loro irriducibile attaccamento, le donne che subiscono ogni tipo di prevaricazione da parte di chi dice di amarle e che con atteggiamenti “passionali” sembra darne conferma. Si tratta dunque generalmente di persone che nell’infanzia, già prima dell’acquisizione del linguaggio, hanno vissuto sulla propria pelle, letteralmente nel corpo, un’esperienza traumatica. Con questo termine intendo non tanto un singolo evento di gravità eccezionale, ma piuttosto la ripetizione e l’accumulazione nel tempo di atteggiamenti e comportamenti, spesso all’apparenza insignificanti e del tutto ordinari, che tuttavia sono stati percepiti come espressione di non-accoglimento e non-riconoscimento da parte della figura di riferimento, prevalentemente la madre o chi ne ha la funzione, che per qualche motivo è stata emotivamente indisponibile. Tale indisponibilità può essere dovuta a un eccesso di ansia, al dolore di una perdita, a una precoce separazione provocata da una malattia fisica (della madre stessa o della figlia), alla depressione, alla solitudine di fronte a un compito sentito soverchiante, o alle infinite altre ragioni personali che possono impedire a una madre, pur animata dalle migliori intenzioni, di “ascoltare” realmente i bisogni di un neonato che da solo non può nulla per alleviare i propri disagi e che finisce in un pozzo di terrore senza nome se le sue emozioni e i suoi bisogni non vengono raccolti, contenuti, alfabetizzati, ossia resi disponibili all’ulteriore elaborazione da una sorta di preventiva metabolizzazione operata dalla madre, che in tal modo li libera dall’angoscia primitiva che li pervade. Spesso la causa di tale indisponibilità sta semplicemente nella non conoscenza dei reali bisogni che caratterizzano l’infanzia di ogni essere umano e della conseguente acritica adesione a modelli “educativi” tradizionali, oggi messi in discussione dalla psicologia evolutiva. Studi fondati sull’osservazione diretta dell’interazione tra madre e bambino a partire dalla nascita hanno dimostrato come la mancanza di sintonia (a volte co-determinata da un’attitudine troppo passiva del bambino stesso che non sollecita adeguatamente la risposta materna) possa generare un attaccamento insicuro e dunque fortemente segnato dall’angoscia di separazione; con Bowlby diremmo che non si costituisce quella base sicura su cui costruire con relativa fiducia ogni successivo rapporto umano, oltre che il rapporto con se stessi e con il mondo esterno in generale. Anche in età adulta le relazioni possono continuare a essere adesive perché ogni allontanamento dell’altro, e dall’altro, evoca il fantasma dell’abbandono: una donna può dunque attaccarsi adesivamente all’uomo che la maltratta anche perché non è in grado di tollerare l’idea del possibile abbandono conseguente alla sua ribellione, per non parlare delle conseguenze temute nel caso di una denuncia esplicita del maltrattamento subìto. Queste considerazioni sono solo una sommaria e incompleta introduzione a un tema, delicato e complesso, che ovviamente coinvolge in vario modo anche il ruolo del padre (in quanto “padre” e in quanto “compagno della madre”) nella strutturazione di questo e altri modelli di relazione, cui concorrono ulteriormente fattori sociali, educativi e culturali. Di questi altri aspetti si parlerà in successivi interventi.
Id: 3997 Data: 14/09/2026 11:52:37
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- Letteratura
Alessandro o della verità
Questo articolo, pubblicato tempo fa sulla Rivista “Fermenti” è stato in seguito richiesto in Germania dalla Fondazione Arno Schmidt che ha provveduto a inserirlo nella bibliografia ufficiale del grande scrittore tedesco. Ad essi resto grato. Alessandro o della verità. Riflessioni su letteratura e "sistema" attraverso la pagina di Arno Schmidt La pagina di Schmidt “52 ANNI E 118 GIORNI: Dapprima uno si era messo a fischiettare. – Quando ripassarono straccamente un’altra volta, il fischio si era tramutato in canto nasale: “Oh, signorina Mirjam quando ballo con lei – za za, za za”, il resto onomatopea, schiocchi di lingua e ft ft; l’altro, probabilmente più anziano rise ringhioso. – Bella luna; quello che tocchi è d’argento. “ (Gadir, in Alessandro o della verità, Einaudi, Torino, 1965). Arno Schmidt (1914 - 1979) è, con Doblin e Grass, uno dei più grandi esponenti dell'espressionismo tedesco. Poco noto in Itala, le sue opere sono state tradotte in molte lingue. Una di queste, Alessandro o della verità, mi capitò tra le mani nel 1974, su suggerimento di Alfredo Giuliani, critico letterario, poeta e scrittore oggi scomparso. Rimasi folgorato. Leggere Schmidt è come essere afferrato da un vento che solleva e trascina fino al volto sgusciante della luna. A volte abbatte, altre ti lascia andare dolcemente per poi inanellarti ancora nelle spirali del suo soffio enorme senza trovare mai una soluzione. Un vento senza approdo. Non vorresti approdare. Leggere Schmidt è perdere ogni sistema di riferimento. Se mai credevi di aver letto, se sentivi di accedere a un qualsiasi movimento letterario, un luogo, quale esso sia, ripudierai a favore dell’immaginale: quello l’unico sfondo. Tutto decade, tutto si sconfessa; persino i grandi della letteratura ottocentesca e degli inizi del novecento assumono un aspetto più dimesso, a volte persino futile. “Dove mi trovo?” Finisci col domandarti. La risposta è: nelle pagine di Schmidt. Pagine irriferibili a qualcosa che conosci, allucinate, esasperate, in cui le parole si mescolano in forme non immediatamente pensabili e tuttavia immerse in una profondissima cultura capace di evocare l’impensato ed inventare mondi. Pagine singhiozzanti, spesso frantumate da una punteggiatura ossessiva, puntigliosa, che finisce per imporsi come un testo nel testo. E te ne chiedi il perché. La risposta alla fine emerge: quella punteggiatura è creazione di tempo, serve a scandire il tempo di lettura e a rafforzare determinati passaggi, a renderli volutamente più “parlati”. Una pagina viva: parla, sussurra, a volte canta. Grida. Ma la devi seguire; è una pagina esigente e può anche essere chiusa bruscamente. L'inafferrabilità di Schmidt riflette l'inafferrabilità della letteratura. Essa è invenzione, creazione da un nulla sottostante, muto, ma che chiede di parlare. Per sua stessa natura, la parola ha voce duplice, a seconda del narratore: banale e ripetitiva o inaspettata creazione di linguaggio nuovo. Ciò dipende dal fatto che il narratore sia servo del sistema di riferimento dominante o, al contrario, recalcitri, sfugga, detesti le strettezze del già conosciuto/già pensato e smania per essere esso stesso voce letteraria, capace di reinventare una lingua ormai esausta, decaduta, spenta, come ogni simbolo quando muore. Schmidt è allora simbolo, un creatore di quel "non ancora" che ancora non esiste e attende di esser detto. Leggere Schmidt è, dunque, inevitabilmente, dire. Il libro, Alessandro o della verità (Einaudi, Torino, 1965), fu pubblicato, dopo aspre questioni e rimaneggiamenti. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, il giovane poeta Lampone di Samo deve raggiungere lo zio, generale del Grande Alessandro, presso Babilonia. Per farlo, si accompagna a una singolare carovana di attori girovaghi, finendo inevitabilmente per inoltrarsi in inestricabili conversazioni su Alessandro e il potere da lui incarnato e innamorarsi della prima donna: Monica. “lei, misurata al massimo, virginale, castigata – ah, tutte cose che non è certamente. E la maschera d’avorio sopra il calice del bavero.” Monica, Agraule, Pocahontas, Anna, nell’ultima pubblicazione italiana (in realtà la prima di Arno) Il Leviatano: le donne di Schmidt. Disincantate, calcolatrici, fredde, sempre meravigliosamente irraggiungibili, perché le donne di Schmidt sono la nostra anima, perduta e disattesa, che dall’ombra in cui la abbiamo relegata ci osserva e ritorna per incantarci ancora e, inevitabilmente, ritirarsi delusa, specchio della nostra freddezza e di un mutismo indotto, perché non siamo capaci di dirla e neppure lontanamente di amarla. Alessandro è l’incarnazione del Leviatano, la bestia dell’ignoranza, del potere cieco, della violenza istintuale, del culto inossidabile e pazzesco del se stesso che non somiglia a nulla di umano; una nuda incarnazione del potere, qualsiasi la forma. È l’assassino che spiana città e continenti, passa sopra a tutto e chiunque pur di raggiungere i suoi scopi che neppure sono tali, perché non sono altro che espressione di un istinto di potenza e di una frattura originale all’interno del Sé, e dunque nulla hanno di sensato. In pratica, quello che oggi definiremmo uno psicopatico. In realtà, dovremmo conoscerlo bene, se solo pensassimo alla schiera infinita di dittatori e satrapi di vario genere che si sono alternati nel mondo, anche ultimamente ed anche nel nostro disgraziato paese, Contro di lui, si schiera l’intelligenza di pochi come Pitea o Licofrone o Ipponatte o il sergente profugo del breve romanzo, Il Leviatano, tutti destinati a perire. Prendiamo Pitea, ad esempio (d’altra parte, ho cominciato proprio con lui e la sua cella in una fortezza cartaginese). Ebbene, Pitea non riuscirà a fuggire; sognerà soltanto la sua fuga e il suo sarà un sogno di morte. Nel porto allucinato di Gadir, di fronte a una nave che non c’è, Pitea sogna la sua libertà dalla bestia che opprime. “Ultimo ottenebramento: Vento nebbioso, fradicio, sommerge la montagna con frastuono d’organo, rotola sopra boschi ululanti. Aspirai profondamente e rantolai, gargarizzai fuori con beatitudine insensata: verso la libertà.” “A sera: nuvolaglia di tempesta si aduna. Ho aggirato già da un pezzo la montagna; in basso si stende Gadir, con i suoi vicoli ben tracciati, con i sobborghi dove incrociano a volo i piccioni. Otto navi stanno all’ancora nel porto, oscillano; due davanti all’isola di Erythia, una, nera, qui di fronte, sulla sinistra, molto più in basso rispetto a me (un’ora di strada per arrivarci): tenterò con quella”. Salirà su quella nave e salperà: verso la morte, nella cella mai abbandonata. Né altro vede il giovane Licofrone, il cui destino sarà segnato dal potere ottuso incarnato da un finanziere di Roma (e la di lui figlia) e dal vescovo al suo seguito, il temibile Gabriele, colmo di costrizioni che dispensa sotto forma di fede. « Questi è il nostro universalmente riverito Gabriele di Thisoa: – – » (inchinarsi educatamente: il prete di casa, pare. Forse anche il precettore nello stesso tempo). – « – e qui la mia figliola Agraule : – – » Capelli scuri le incorniciavano il volto. Pallida, clorotica, il naso aguzzo, con sguardi neri (solitamente, gli occhi umani formano segni di infinito; in questo caso, una formula fissa). Una formula fissa. Come la cosmogonia ecclesiale che Gabriele impone ai due giovani, del tutto inesatta e fantasmatica, come Lico ben sa, grazie agli insegnamenti di filosofia e fisica ricevuti dal suo amatissimo maestro Eutochio, costretto a riparare in Persia per sfuggire le persecuzioni del vescovo. Senza tuttavia cedere. “E già di nuovo a oriente: tramava a uncino la luna variopinta; verdi intrichi, viluppi gialli, fili rossi, (il gomitolo ancora stava sotto l’orizzonte), scialli azzurri. “Stasera ci sarà il sereno: vieni all’osservatorio, allora, intesi?!” : “Con piacere, maestro!”” Perché, come diceva Eutochio, i centomila anni della metafisica sono finiti e sono cominciati gli anni della fisica. Un sistema cominciava a cadere. La caduta dei sistemi Definirei sistema un aggregato di riferimento collettivo cui l’individuo non dovrebbe mai accedere, pena la rinuncia alla propria intelligenza. In tutte le sue formulazioni e distinzioni, lo Stato è l’organizzazione “sistematica” per eccellenza. Schmidt identifica lo Stato e il sistema che in esso di incarna con una mostruosità che opprime e schiaccia l'individuo cui impone modi di vivere e pensare. Non era il solo. “Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente –; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra”. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, p. 53). Sono convinto che Schmidt avrebbe approvato incondizionatamente. Un sistema non è sempre evidente; spesso è occulto, difficile da individuare. Non per questo meno resistente. “Funzioni intellettuali, proprie dei sistemi di divieti di una forma sociale, hanno assimilato le procedure linguistico–concettuali ai processi naturali scanditi da causa ed effetto. Ora, l’assunzione che la coerenza e il senso della condotta intellettuale siano archiviati in un modulo preformato, in un repertorio di competenze precostituite, rappresenta un’estensione impropria delle relazioni naturali al dominio delle sequenze costruttive nel corso delle quali, passo per passo, si formano i discorsi coerenti. Il presente diviene a questo punto una ritualizzazione del passato. […] Il mentalismo, le filosofie e le metodologie del ‘pensiero’, ‘mente’,’interiorità’ hanno occultato l’aspetto costruttivo del nostro sapere, svolgendo una funzione nella nostra forma di vita, paragonabile a quella esercitata dall’ipotesi teologica”. (A. Gargani (a cura di), Crisi della ragione, Einaudi, Torino, 1979), Non solo il sapere sedimentato, ma anche la consuetudine, ovvero un sedimento non saputo, è parte integrante di un sistema e contribuisce al suo mantenimento. Come scrive Carlo Ginzburg: “In ogni caso queste forme di sapere […] non venivano apprese dai libri ma dalla viva voce, dai gesti, dalle occhiate; si formavano su sottigliezze certo non formalizzabili, spesso addirittura non traducibili verbalmente; costituivano il patrimonio in parte unitario, in parte diversificato, di uomini e donne appartenenti a tutte le classi sociali. Una sottile parentela le univa: tutte nascevano dall’esperienza, dalla concretezza dell’esperienza. In questa concretezza stava la forza di questo tipo di sapere, e il suo limite – l’incapacità di servirsi dello strumento potente e terribile dell’astrazione.” (Ibidem, p. 81). Una ragnatela pseudorazionale si intesse intorno al modo di sentire, pensare, vedere il mondo, informando queste funzioni psichiche del non senso dell’inattuale, imprigionandole all’interno di un già visto, già pensato, comunque mai davvero consapevolmente. Come scrive ancora Gargani: “Si chiama crisi della razionalità la percezione che la casa del nostro sapere è di fatto disabitata […] È in questa situazione di transizione che si esperisce l’impressione che vi sia un sapere non esplicitato o non portato pienamente a coscienza al di là di quello di cui disponevamo; ossia sentiamo che il sapere e la nostra consapevolezza non riescono più a coincidere come accadeva nel sistema chiuso di quelle convenzioni”. (A. Gargani, a cura di, Ibidem, p. 46). A questo punto sarebbe lecito chiedersi quale sia l’origine di un sistema e a cosa esso tenda, ma è un discorso che condurrebbe troppo lontano. Chi avesse voglia di approfondire può leggere il volume 8 delle Opere di C.G. Jung, La dinamica dell’inconscio, edito da Boringhieri e il libro di E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, edito da Adelphi. Sulla base di quelle letture mi sentirei di proporre la seguente conclusione: un sistema è una manifestazione di strutture psichiche arcaiche legate all’istinto. Esso è per ciò stesso essenzialmente conservatore e avverso a qualunque forma di evoluzione. Nasce da un nulla rappresentativo ed è esso stesso un nulla che genera nulla e nullità. Riconoscerlo e combatterlo, in qualsiasi sua forma, è questione vitale. Vivere nell’inconsapevolezza passiva e involontaria di un sistema fa scadere Il simbolo a segno e la possibilità di significare cede all’insignificanza della ripetizione sterile, come se si vivesse in un passato che non si vuole lasciare tramontare, un grembo materno ormai troppo stretto che, tuttavia, non si riesce ad abbandonare. Schmidt scalciava. L’appartenenza inconsapevole ad un sistema riguarda molte altre forme culturali, non ultima l’arte. Per fare alcuni esempi, il “classicismo” ha resistito violentemente agli “impressionisti”, definiti dai membri del potere “la vergogna di Francia”. Per rompere il predominio dell’armonia ed aprire la musica ad altre possibilità linguistiche è stato necessario Schoemberg e la rivoluzione atonale da lui portata avanti. O ancora, “Nella musica di Mahler e nella polemica che essa rappresenta nei confronti di linguaggi istituzionalizzati, saturi, si può avvertire lo sforzo di fissare un nuovo paradigma di visione della vita umana, emancipata dalle convenzioni di codici usurati, attraverso l’impiego di sonorità che sembrano provenire dai padiglioni delle bande militari, della orchestre dei giardini pubblici.” (A. Gargani, a cura di, op. cit. p. 46). Solo che nei “giardini pubblici” abitava l’anima popolare cui Mahler ha dato espressione sinfonica. Per aprire la letteratura a forme linguistiche e narrative diverse dal romanzo tradizionale, abbiamo dovuto attendere Doblin, Musil e Schmidt. Il primo, per quanto grandissimo, ancora legato a certe forme narrative tradizionali e, per ciò, accettato; il nostro, ferocemente osteggiato, quando non ignorato, dalla critica ufficiale del tempo. Ma non tutta. “Un ragazzo matto. All’inizio si pensa: stupidaggini. Poi ci si arrabbia. Un uomo evidentemente che si ritiene un genio e si comporta di conseguenza. Si prosegue a leggere. Si è incantati. Si è commossi. Poi ancora snobismi. Poi immagini splendide. Espressionismo con tre punti esclamativi.” (In Introduzione a Leviatano o il migliore dei mondi, Mimesis, Milano–Udine, 2013, p. 9). Vento Nelle notti di brughiera, ai margini della palude e dei suoi occhi: Schmidt. "Ah, la greve risacca dell’aria! Un battello di nebbia scialuppa a lungo nel porto erboso, e naufragò poi esitante sotto gli alberi. Lasciò cadere mani assieme a dure lacrime nelle acque nere, la sua voce strisciò al suolo; le spalle uno poteva tirarle a sé, il viso non ancora.” (Paesaggio lacustre con Pocahontas, Zandonai, Rovereto, 2011). Cosa muoveva Schmidt? La moglie - Alice - racconta che qualcosa lo afferrava e dalla sua bocca cominciavano a fuoriuscire parole, come un fiume di carta. Tuttavia non basta. Probabilmente una profonda volontà distruttiva di tutto ciò che è conforme a un limite imposto ottusamente, un’enorme insoddisfazione e un bisogno quasi sovrannaturale di fuga, evidenziati soprattutto in Enthymesis, ovvero Q.V.O. (in Alessandro o della verità, op. cit.) contribuivano al suo impulso creativo. C’era tuttavia anche un fortissimo bisogno di sfuggire dal caos della Germania post bellica, da lui raccontata nella “Trilogia”, in particolare in Specchi neri (Lavieri, S. Angelo In Formis, 2009). Tuttavia anche la necessità di ordinare il caos interiore in cui si dibatteva. Schmidt, infatti, scriveva dove capitava, spesso su foglietti volanti, difficili da recuperare, come ci racconta Dario Borso nella sua introduzione a Paesaggio lacustre con Pocahontas (op. cit.). Forse ordinare e sfuggire ad un tempo una forza oscura che si agitava in lui come fonte espressiva insopprimibile, che lo afferrava costringendolo a sciorinare parole a bassa voce, ad essere praticamente tutt’uno con quelle parole spesso inevitabili. Schmidt non era Schmidt: era il suo dire. Sul piano personale, al di fuori degli scritti, la sua esistenza era un trascinarsi da un’ispirazione all’altra, spesso allucinazione, senza cura dei giorni. Come scrive Brodskij nel suo Dall’esilio (I. Brodskij, Dall’esilio, op. cit., p. 60): “Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive. Io che scrivo queste righe scomparirò; e scomparirete voi che le leggete; ma rimarrà la lingua nella quale esse sono scritte e nella quale voi le leggete: rimarrà non solamente perché la lingua è cosa più duratura dell’uomo, ma anche perché più di lui è capace di mutazione”. Alessandro o della verità è scomparso ormai da anni dalla scena letteraria italiana. I dieci lettori italiani di Arno Schmidt, come amaramente li definisce Claudio Magris, non hanno molto da rimpiangere: il libro l’hanno letto. Resta l’ottusità del sistema, in questo caso quello editorial/culturale vigente nelle patrie galere. Poco male: chi lo possiede potrà sempre rileggerlo. In segreto.
Id: 3996 Data: 14/09/2026 11:48:00
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- Società
Il silenzio della civiltà
Il mondo che abitiamo ha assunto spesso l’aspetto di un deserto. Basta pensare alla Terra “palla di neve” effetto di antiche glaciazioni che la geologia ci ha insegnato a conoscere, o al pianeta di sabbia che il deserto senza posa crea grazie anche alle variazioni climatiche, o ancora alla terra deserto d’acqua dell’immaginario mitologico che si riferisce al così detto diluvio universale. Il deserto cui intendo riferirmi è invece un deserto di parole, una “terra silenzio” spogliata di ogni significante e dunque priva di significati, un luogo che non parla che una lingua muta che nulla significa se non l’assenza che silenziosamente esprime. La civiltà silente in cui abitiamo e che abbiamo costruito prima di ammutolire era espressione di duplicità. Lacerata dal conflitto tra natura e cultura provocato dallo sviluppo della coscienza egoica, la nostra civiltà “disagiata” viveva nel disagio creativo di quella che si presentava come unica condizione esistenziale, scomoda ma possibile. Sempre mal sopportata dal soggetto che ricerca il godi- mento, questa cultura sublimante e figlia della sublimazione è oggi soppiantata da una diversa forma di civiltà intollerante alle difficoltà dell’esistere, al punto da precipitare inconsapevolmente nella “comodità piacevole” del nulla. Apparentemente viva, colma di benessere e piacere, dispensatrice di sapere e tecnologia, la civiltà attuale è specchio di quella forma di appiattimento psichico che si definisce psicosi, laddove con questo termine si indica una totale frattura del soggetto con la realtà oggettiva o, il che non cambia, un’identificazione adesiva acritica con la stessa con conseguente annullamento della realtà interiore. Alla base del problema rintracciamo la dinamica desiderio-Legge dove, con questo ultimo termine, intendo riferirmi alla castrazione simbolica operata dal Padre Norma, mentre parlando di desiderio il mio rinvio è a Eros. Eros non si rivolge mai ad oggetti materiali individuati, a cose, è invece anelito e allusione. Nella sua revisione del freudismo, Lacan afferma che ogni desiderare è figlio di mancanza, una mancanza che non si riferisce a oggetti perché Eros non si appaga nell’uso e nel possesso di cose. Eros rimanda allora a una condizione esistenziale di base: esso è mancanza d’altro che potremmo individuare come mancanza a essere e il suo è desiderio di esistenza. Tra desiderio e Legge non esiste allora contraddizione o conflitto, in quanto è proprio la Legge simbolica del Padre (coscienza-consapevolezza) che, impedendo l’immediatezza del godimento (impulso-inconscio), fa sì che Eros possa desiderare la mancanza. La castrazione del moto cieco pulsionale verso l’evidenza illusoria dell’oggetto rende possibile il passaggio del desiderio al piano simbolico del significato e dunque del linguaggio. Questo spostamento culturale sembra perduto, come se la nostra civiltà si fosse “deculturalizzata” consegnandosi al regno dell’immediato, a un’adesione cieca all’atto rivolto al puro godi- mento senza la necessaria pausa della riflessione. L’istinto della riflessione è ciò che costituisce l’essenza e la ricchezza della psiche umana. La riflessione modella il processo di stimolazione e ne guida l’ìmpulso in una serie d’immagini, la quale infine, quando l’impulso è sufficiente- mente intenso, viene riprodotta. La riproduzione [...] si verifica in forme diverse: o come espressione linguistica diretta o come espressione del pensiero astratto, come azione rappresentativa o come comportamento etico, come ritrovato scien- tifico o come rappresentazione artistica [...] la riflessione è l’istinto civilizzatore “par excellence”, e la sua forza si palesa nell’affermazione della civiltà di fronte alla nuda natura. (C.G. Jung, Determinanti psicologiche del comportamento umano, in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976, p. 136). Se diamo credito alle parole di Jung, la civiltà in cui viviamo ha perduto il suo slancio creativo, regredendo a uno status di “natura” dove la psiche cessa di rappresentare e dunque manca il riflesso del senso soggettivo di esistenza. Questo discorso potrebbe essere continuato in molti modi, ricorrendo alle metafore junghiane del simbolo, o al linguaggio lacaniano della perdita del Nome del Padre o alla dinamica freudiana Eros-Thanatos. Sarà opportuno evitare troppi riferimenti diversi per non confondere il piano già abbastanza astratto del discorso. L’idea di base è che il campo di coscienza viene seriamente infiltrato da elementi che definiamo regressivi in quanto arcaici, una specie di “diluvio universale” istintuale che allaga la coscienza riconsegnandola all’Inconscio da cui si è differenziata. Occorre tuttavia specificare cosa si intenda con il termine Inconscio o, per meglio dire, visto che il significato di quel termine lo cono- sciamo bene o male tutti, la domanda riguarda una specificazione poco dibattuta: quale Inconscio? Questo ci fa già capire che Inconscio non è termine univoco ma può rimandare a raffigurazioni diverse della mente non cosciente. Freud pose il problema nel ‘22, quando in Al di là del principio di piacere (S. Freud, Al di là del principio di piacere, in Opere 1917-1923, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977) enunciò la dicotomia delle pulsioni. Fino ad allora l’Inconscio era il rimosso, dunque tutto ciò che la coscienza non gradisce e tenta, per altro inutilmente, di espellere da sé. L’ Inconscio come rimosso non è muto, nel senso che, proprio attraverso il ritorno del rimosso, propone “messaggi” di significati possibili che la coscienza ha il compito di decifrare per tentare di riappropriarsi di un senso non compreso del se stesso. Questa formulazione dell’Inconscio apparteneva al Freud ermeneutico di cui parla Paul Ricoeur (P. Ricoeur, Dell’interpretazione. Saggio su Freud, Milano, Il Saggiatore, 1979) ed “ermeneutico” era l’inconscio che si presentava come interpretazione di significati possibili alle soglie del soggetto. Dal ‘22 in poi tutto cambia perché l’Inconscio ammutolisce e mostra un aspetto di silenzio. Thanatos non comunica: trascina. È moto arcaico verso la rovina, cieco impulso di niente, divoratore di cose e desideri che “cosifica” immettendoli nel vortice dell’immediatezza del godimento e deviandoli dal senso del significare proprio di un anelito che rimanda. L’Altro da sé (e con ciò intendo tanto la realtà esterna che quella interiore dell’Inconscio) scompare in una desertificazione del soggetto che smarrisce ogni termine di riferimento, confronto e riconoscimento. Con esso scompare il desiderio che desidera la mancanza che, come detto, non è di cose ma di significati che solo la relazione col diverso può soddisfare. Dunque, la psiche mostra un baratro di insignificanza, un Doppio dell’Inconscio che cambia il campo del soggetto che ora non è più in rapporto dicotomico/relazionale con la coscienza, ma la stessa psiche inconscia presenta un duplice volto. Secondo Massimo Recalcati, l’Es, ovvero l’Inconscio solo spinta senza parola, uccide il “soggetto” dell’Inconscio espresso dal ritorno del rimosso, nullifica il linguaggio e riduce la dinamica tra natura e civiltà a un drammatico confronto tra l’esistere di un significato possibile e l’insignificanza assoluta del godimento immediato. L’Es non desidera: travolge. Spinge lontano dal significato di cui l’Altro da sé, cui si rivolge la mancanza che muove il desiderio, è portatore e intrappola nella soddisfazione elementare della cosa che nullifica il soggetto nel narcisismo silente del proprio godimento senza nome. Questo l’Inconscio che infiltra: l’Es in quanto Nulla di Morte psichica. Questo il silenzio di cui la nostra civiltà è portatrice. Occorre tentare di riconoscerne almeno alcuni effetti. L’evaporazione del Padre di cui parla Lacan indica il venir meno del senso fondativo della funzione paterna (cioè di un principio d’ordine) alla base dello sviluppo della coscienza e della possibilità di ogni civiltà. Al suo posto appare ciò che Lacan definisce “universalismo” e cioè il più che attuale fenomeno della globalizzazione. In altri termini, l’universalismo di cui ci parla Lacan è quello prodotto dall’affer- mazione dell’oggetto di godimento che il discorso del capitalista rende illimitatamente disponibile sul mercato globalizzato. La caratteristica principale di questo discorso sarebbe [...] quella di concretizzare un legame sociale che si istituisce sulla decapita- zione della funzione verticale giocata dall’Ideale edipico e che al posto della funzione normativa del Padre impone la potenza reale e immaginaria (non simbolica) dell’oggetto di godimento (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010, p. 37). Spodestato dal godimento assoluto, il Padre non favorisce più accessi simbo- lici di significato e la civiltà scade a livelli primitivi di soddisfazione materiale. Dunque civiltà come campo dell’Es: si addensa un silenzio di psicosi. Per intenderci su questo temine, uso ancora una definizione di Recalcati che mi sembra particolarmente adatta al nostro discorso. Egli si riferisce “alla psicosi come a una posizione del soggetto caratterizzata da un deficit strutturale dell’azione simbolica, da una non operatività del significante a contenere il reale maligno del godimento, dalla tendenza di questo godimento non castrato – non regolato dalla funzione normativa della castrazione – a invadere abusivamente il soggetto” (M. Recalcati, Recalcati, Ibidem, p. 142). Un soggetto dunque invaso e incapace di simbolizzare, per questo perfetta- mente aderente alla letteralità delle cose che per lui non possono mai rimandare ad “altro”. Per descrivere questo fenomeno e il soggetto che ne è espressione, C. Bollas ricorre al termine “personalità normotica”. La persona normotica è qualcuno di anormalmente normale. Troppo stabile, sicuro, tranquillo ed estroverso. È totalmente disinteressato alla vita soggettiva e tende a badare solo alla materialità degli oggetti, alla loro realtà concreta o ai “dati” relativi a fenomeni concreti [...] la malattia normotica si sviluppa quando il significato soggettivo viene assegnato a un oggetto esterno, dove rimane senza essere reintroiettato e nel corso del tempo perde la nozione simbolica di significante (C. Bollas, L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989, pp. 143-144). Ci troviamo di fronte a un eccesso di mondo oggettivo rispetto a quello soggettivo, a quel disturbo psichico che anche Winnicott, nel suo Gioco e realtà (D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma, 1972) non esita a definire psicosi. Dunque, una forma di adesione acritica all’oggetto col quale ci si identifica completamente, di modo che “La psicosi vi appare non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformistica al discorso comune” (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, op. cit., p. 23). Alla scomparsa del Padre segue la dissoluzione del senso soggettivo e il mondo appare popolato da “ombre oggettuali” prive di significazione e di linguaggio che non sia ricorso amorfo all’immediato. Questo fenomeno è evidente in moltissime forme di adesività sociale ed è facile riconoscerlo non solo in tutti gli “ismi” da cui la società tanto occidentale che orientale è afflitta, ma anche in altri feno- meni non meno macroscopici come l’appartenenza a partiti e movimenti politici per mero calcolo personale con conseguente scadimento della politica stessa a mezzo di arricchimento privato che non trascura qualunque forma di appropria- zione, corruzione e ladrocinio generalizzato. Spicca la sparizione del “soggetto di cura” della polis pubblica come di quest’ultima, ridotta a mero campo di sfrut- tamento dove non è raro cogliere sentimenti di approvazione e benevola invidia per chi è stato più “furbo” degli altri, con fenomeni di identificazione al Leader/ Padre/Ladro/Corruttore che risultano per lo meno desolanti per ogni coscienza superstite. Nel vasto campo delle sparizioni non si registra soltanto l’evaporazione del Padre ma anche di ogni sistema di valori, ormai sostituito dal lassismo più asso- luto con ricco condimento di menefreghismo e disinteresse. Al massimo, si registra qualche “prurito” reattivo capitanato dal qualunquista di turno, oltre urlacci da strada inneggianti ad una ulteriore parcellizzazione separatista priva di qual- siasi fondamento in un minimo di ragionamento basato sul reale. Un nichilismo sotterraneo si è diffuso nella società rendendola non solo muta ma priva di speranza. In tale società disperata colpisce l’atteggiamento e insieme il destino dei giovani, tesi unicamente al rimedio dello stordimento tramite droghe, psicofarmaci e sballi di ogni tipo. Privi di desiderio, passano ore svagate di fronte a qualche bar, in attesa che la sera li spinga branco in locali ubriachi dove annegare nell’alcol e nel frastuono l’angoscia che li rosicchia. Nei casi peggiori, formano squadracce minorili per vincere la noia – dicono, quando la polizia li arresta e chiede ragione di atti di violenza senza senso. Nella sottra- zione di orizzonte in cui si aggirano, la loro soggettività in formazione non ha modo di dispiegarsi ed essi ascoltano inconsapevolmente “l’ospite inquietante” che ha ormai occupato le stanze delle famiglie. Verrebbe da dire che l’Edipo non tramonta mai e che la nostra è in realtà l’epoca del tramonto del Super-io fonte di morale e norma interiore. Incapaci di insegnare una qualunque parvenza di linguaggio, le famiglie si riducono a ricoveri di sonno e, quando l’alba si affaccia, i ragazzi tornano nei letti che le madri e i padri evaporati hanno loro apprestato per lasciarli ibernare in uno stato di assenza di stimolazione. Prede della “Cosa”, essi vogliono scarpe firmate, divise firmate, mutande firmate e chiappe osteggianti firme di condivi- sione corporale per sopperire desolanti mancanze di senso di identità. Pestano con scarponi (firmati) strade irreggimentate d’indolenza. Firmano: il registro del nulla e la giornata passa. Quanto alla formazione culturale, per loro (e per le famiglie che tacciono) non è più neppure un optional. Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiama le “passioni tristi”, dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà (U. Galim- berti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010, p.98). All’interno di queste “passioni tristi”, se il Padre è evaporato, chiediamoci dove sia allora finita la madre. André Green sostiene che siamo tutti figli di una madre morta. Cosa significa? Significa che la madre ha fallito e si è inconsapevolmente posta come oggetto muto di introiezione: essa non ha insegnato alcun linguaggio. Il linguaggio che la madre insegna è quello del sentimento. Acco- gliendo le angosce senza nome del figlio, la madre le restituisce significativa- mente come sentimento possibile, un vissuto dunque elaborabile e comunque gestibile, perché la madre lo ha già “lavorato” per lui. Questa opera di significa- zione è mancata. La madre, perduta nelle cose del mondo, totalmente” normotizzata”, restituisce linguaggi “cosificati”, consegnandoci “passioni tristi” e non gestibili, perché nessuno vuole “pensare” la tristezza. Il figlio, lontano dal sentimento, riduce tutto a oggetti muti cui aderire come la madre (non) ha insegnato “e questo perché il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento, perché è fallita la comunicazione emotiva e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che cosa ci faccio al mondo” (U. Galimberti, Ibidem, p. 53). Un mondo ormai totalmente consegnato all’Es, ovvero a un Inconscio senza soggetto come la società che lo riflette. Lo statuto comune codificato e benedetto dalla società è allora: “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute” (F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, in Opere, Adelphi, Milano, 1974, vol. VIII, 3, fr.14). Nell’orizzonte chiuso del non senso, dove tutto appare perduto e la civiltà evapora nell’assenza di valori, norma e desiderio, si apre tuttavia una strada nel mare. È la “via del viandante” che Galimberti traccia parafrasando il Nietzsche della Gaia scienza. Nell’assenza di idee che cancella ogni meta e visione del mondo, nel fallimento degli oggetti interni significanti che consegna lo sviluppo del soggetto al nichilismo, la civiltà silente rinuncia persino agli Assoluti cui, da Eraclito in poi, si era aggrappata per scansare il divenire da e verso il Nulla. Al posto di Immutabili che parlavano una lingua di contraddizione e false rassicurazioni, la civiltà ha collocato nuovi Feticci, come il Mercato e la Finanza che non parlano alcuna lingua. Nel silenzio, scompare ogni meta, ma il “Nomadismo è la delusione dei forti che rifiuta il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo nella casualità [...] non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale [...] a porgere il suo senso provvisorio e perituro” (U. Galimberti, op. cit., pp. 143–144). L’etica del viandante, allora, come antidoto per il nichilismo di Thanatos. La capacità di intraprendere un viaggio senza appigli, trovando il senso del se stesso nel naufragio dell’esistenza che ogni uomo deve affrontare, come sosteneva Kierkegaard, un naufragio che è valore relativo e senso relativo in un mondo spogliato di assoluti falsi garanti di significati precostituiti e sensi finali prefor- mati e mai individuati. Un mondo dove il Padre evaporato resuscita nella testi- monianza che ogni uomo riesce a offrire e trasmettere in un linguaggio aperto che è etica personale, trasmissibile e intrasmissibile allo stesso tempo, nella misura in cui è esempio da intuire, non da seguire alla lettera. Un linguaggio di cui ogni soggetto è autore, come del proprio silenzio. Un Padre Norma che, pur castrando gli impulsi suicidi del figlio verso l’atto, castra se stesso perché capace comunque di ammettere la trasgressione e dunque l’apertura verso un linguaggio diverso. Un linguaggio di un Padre che, deviando il figlio dall’oggettualità dell’esistenza, non preclude la Madre che trasforma il non senso in sentimento ed accosta le emozioni senza nome alla capacità di nominare del pensiero. Un linguaggio che non cade nelle cose, che non è codifica passiva della parola del Padre, ma invenzione che su quella parola si fonda trascendendola. Un linguaggio d’acqua, mutevole e trasparente e tuttavia profondo abisso. Linguaggio d’onda, scosso dal vento che frastaglia nell’orizzonte vuoto di pretese e muove, senza sapere dove, verso l’Altro marino cui s’accosta. E diventa parola. Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi (F. Nietzsche, La gaia scienza, in Opere, Adelphi, Milano, 1965, vol. V., 2, p. 129).
Id: 3991 Data: 06/09/2026 17:22:35
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- Società
Il tempo della crisi
Introduzione Vivo un tempo di crisi; sono in crisi. Questa semplice constatazione dovrebbe indurre a riflettere e non sottrarsi al senso di sconforto che la crisi comporta. Dovrebbe spingere ad affrontala e, nel farlo, naufragare, perché evitare di pensare ciò che disturba e soffoca non significa non subirne le conseguenze. Nella crisi, dunque, e nel suo vortice inquietante, restandone tuttavia al contempo fuori, perché riuscire a pensarla significa non esserne più parte. Vuol dire porsi nella posizione mai sicura ma pur sempre migliore che consegue a ogni naufragio; capire che una falla c’era, che l’iceberg sommerso ci ha colpiti e che tutta la nostra enorme tecnologia non rappresentava rifugio sufficiente. Vuol dire soprattutto che, fuori dalla nave che affonda, si potrà tentare di allontanarsene; che non potremo limitarci a galleggiare ciechi, ma dovremo nuotare per non sprofondare nel fondo buio di un risucchio senza scampo. La società opulenta in cui viviamo, con tutte le sue conoscenze e tecnologie, è pervasa da un vasto senso di angoscia. Questo disagio emana da un fondo oscuro che si annida sotto le luci scintillanti di cui la società si è rivestita. Il tentativo disperato di evitarlo ha condotto alla costruzione di una rete di falsi significati atti a sfuggire il non senso dilagante che accompagna la nostra epoca, ma la logica artefatta del capitale, cui per secoli ci siamo affidati, non è più capace di risposte, se mai ne ha date. L’angoscia si presenta sulla scena con tutta la forza di uno strisciante mal di vivere e i rimedi fino a oggi adottati si sono rivelati inefficaci. Rimpinzati fino a scoppiare per assecondare la logica asfissiante del capitalismo, un profondo senso di mancanza si presenta nel mondo. Non esistono cose capaci di colmarlo, per quante se ne consumino; quando quel consumo sfrenato è impedito dalla crisi debordante, la mancanza si impadronisce della scena e l’angoscia che induce provoca per lo meno smarrimento. Smarriti, maneggiamo bisogni senza nome incapaci di dar loro una risposta. La scarsità di denaro toglie il consumo dalla disponibilità immediata; non posso più acquistare. Come allora riempire il senso di mancanza e soddisfare il desiderio cui si collega? A tal fine, occorrerebbe una rivoluzione copernicana e riconoscere che quella mancanza e quel desiderio non si riferiscono a merci, non indicano un bisogno di possedere e consumare; rimandano a qualcosa di più profondo, connotabile come mancanza a essere. Di questa non esiste confezione, non c’è supermercato che la esponga sugli scaffali colmi di non senso; è mancanza di significato che gli oggetti non possono colmare. Essere: parola compromessa, mai a fondo compresa. Tuttavia, quella parola e il concetto cui rinvia ci accompagnano da più di duemila anni, dal sorgere del pensiero greco che interroga il mondo e lo stesso occhio che lo osserva. Parola bandita da logiche diverse che riducono la categoria dell’essere a quella del possesso che espelle la prima dal luogo che, con qualche ragione che vedremo in seguito, mi appresto a definire Impero del Nulla. Non si tratta di un luogo alieno, sconosciuto alle carte del mondo: siamo noi. Affermazione da giustificare. Il paradosso del tempo L’essere non è disgiungibile dal tempo; sono concetti incatenati tra loro che, con lo spazio, formano unità. Il tempo è concetto tripartito; possiamo rappresentarlo in “come è”, “come era”, “come sarà”. La divisione è apparente, frutto di una coscienza impreparata che all’essenza del tempo in cui si fonda non rivolge sufficiente pensiero e attenzione. L’essere dunque, perché essere è riferibile in ultima analisi a una data accezione della coscienza, non sembra in grado di rappresentare se stesso nello spazio-tempo in cui esiste. Smarrito in un labirinto temporale e nella vaghezza della disattenzione, il nostro essere si trova inesorabilmente di fronte a un senso di mancanza che si traduce in carenza di senso di presenza. L’essere, infatti, il “come è”, rischia di risolversi in un soffio infinitesimale, dato che il presente quasi non esiste, scorrendo inevitabilmente nel passato non appena l’attimo è trascorso. Quasi al contempo, viene altrettanto inesorabilmente cancellato dal futuro non appena il “come sarà” si traduce in “come è” e il futuro si palesa nell’attimo presente per subito sprofondare nel passato. Dunque il presente non è quel che appare; il senso di presenza rischia di evaporare in una successione di stati effimeri di cui, praticamente, non si ha percezione. La presenza diventa allora instabile e si traduce in senso di mancanza perché per essere è necessario esserci. Dove ancorare il senso del soggetto, in quale percezione del tempo e di sé? O forse, occorrerebbe semplicemente percepirne e accettarne la caducità, perché nulla “è” senza precipitare nel “così era”, né può evitare l’accadere di un inevitabile quanto imprevedibile futuro. Niente è più sgradito alla coscienza dell’imprevedibilità del futuro; nulla essa teme di più che sprofondare nel passato. Questa la fonte dell’angoscia da evitare a ogni costo; un’angoscia paradossalmente insita nel fondamento stesso della nostra cultura che crede quasi fideisticamente da sempre che ogni cosa venga a esistenza dal nulla e a esso torni. Questo spiega Heidegger; questo Eraclito già sapeva; questo il non risolto problema di Nietzsche. Per quanto la nostra società si sforzi da sempre di esistere all’interno di un sistema di consumo che traduce il “così è” in soddisfazione immediata da rinnovare di continuo, per esistere occorre essere nel tempo e solo un soggetto diverso da quello della crisi può esserne capace. La crisi allora, col senso asoggettivo che diffonde, è impedimento a essere. Con tutta la sua apparente presenza, con tutta l’incombenza “cosale” che propaga, con tutta la sua sufficienza colma di banalità, la crisi semplicemente cancella il tempo del soggetto laddove vorrebbe affermarne l’eternità nell’ontologia del nulla che diviene. L’impero del Nulla è il luogo della crisi. Si alimenta dell’ignoranza del proprio stato, delle premesse non sufficientemente elaborate da cui muove, della superficie asostanziale in cui si espande. L’Impero del Nulla è non–luogo che dilaga, stato inessenziale privo di significato se non quello a posteriori di negazione di sé e del mondo. La sua forma è il progresso – una certa visione del progresso – il suo progredire è moto di annullamento perché nell’Impero del Nulla il progresso è sinonimo di declino, dato che il nulla per sua natura non può che inevitabilmente declinare. Questo progresso che è declino conduce verso il Nulla; la sua meta è la morte. La presenza non percepita del “così era” L’astrofisica insegna che osservando l’universo è possibile risalire il tempo e guardare direttamente nel passato. Questa possibilità di osservare il tempo non è data se si punta il telescopio direttamente sulla terra dove le società trascorse e la storia da esse costruita sono inesorabilmente scomparse; verso esse siamo ciechi. Lo siamo davvero? Ovviamente, non si tratta di un’osservazione diretta, come avviene nell’astrofisica; l’osservazione possibile riguarda la storia e i suoi dati. Il “così era” (storia) si riproduce per intero nel presente, determinandone scelte e concreti effetti; si propaga infallibilmente anche nel futuro nella misura in cui lasciamo che lo faccia, non ricavando dagli insegnamenti del passato elaborazioni per un possibile futuro. Ne consegue che, ci piaccia o meno, il “così era” ancora “è” e inevitabilmente “sarà”, quasi che il tempo asoggettivo della crisi impedisca al tempo di fluire. Sembra proprio che l’eterno ritorno di tutte le cose di nietzschiana memoria sia quanto mai attuale, anche se non con le conseguenze da lui prefigurate. Tuttavia, la coscienza che osserva può ottenere una certa visione del passato e costruirsene una rappresentazione diversa, nel senso di coglierne gli effetti nel “così è”. Può ad esempio capire che il capitalismo non è affatto nato alla metà del ‘700 in Inghilterra, come comunemente si afferma: è storia antica. Se leggessimo con ottica temporale (e dunque di presenza soggettiva) le tavolette d’argilla dei Babilonesi o i rendiconti economici dei mercanti Sumeri, Egizi o Minoici, ci accorgeremmo che il capitalismo è nato alcuni millenni fa come effetto di una certa forma di coscienza. Quale forma? La coscienza, per così dire, economica. Con ciò intendo una forma di autoriferimento che si traduce con il termine “vantaggio”; per conseguirlo, quella coscienza è disposta a tutto. L’Io non più indifferenziato con il mondo, fuori per così dire dalla condizione di simbiosi con la madre, identificato solo con se stesso e portatore di un limitato senso del soggetto, si è rivelato sviluppo fatale. Indispensabile per ogni evoluzione umana soggettiva, esso è tuttavia allo stesso tempo portatore di quello che, con termine appropriato, definiamo “egoismo”. Il vantaggio è forma unilaterale che usa gli altri, trasforma tutto in merce (anche gli altri) e dal vantaggio crea una ulteriore forma mentale che definiamo profitto. Confuso spesso con la religione (gli archetipi non dormono mai del tutto e sono sempre pronti a invadere un soggetto vacillante), questa forma di coscienza capitalistica si manifesta in primo luogo nel così detto Popolo di Dio, famoso fin da tempi Biblici per certi aspetti di attenzione all’interesse. Prende in seguito molti nomi: il Calvinismo ne è perfetta esplicazione. Potrei moltiplicare i casi fino ad annoiare, ma quello che interessa è porre in questione un altro aspetto dell’egoismo economico di quella forma di coscienza che definiamo capitalismo: la schiavitù. Ogni sistema imperial–capitalistico del passato si è fondato per prosperare su due aspetti profondamente distruttivi dell’umano: la conquista tramite la guerra e la riduzione in schiavitù. Non occorre andare troppo lontano, come ad esempio, agli Egiziani, Assiri o altri; basta guardare Roma. Nessun Apparato Statale capitalista può reggersi senza ricorrere a guerre o sfruttamento del lavoro: se ci prova, naufraga. Roma è stata potente grazie all’organizzazione capillare di mezzi come conquista e schiavitù. Questo significa che le masse vanno ordinate in un organismo flessibile e facilmente rinnovabile come l’esercito, sottopagato e sempre disponibile, e nell’istituto della schiavitù che significa lavoro a costo zero. Si obietterà che tutto questo appartiene al passato, è roba del “così era” (neppure tanto lontano, se si pensa agli Stati americani del profondo Sud che hanno costruito la loro fortuna sul lavoro degli schiavi). Per restare a tempi più recenti, dalla fine del secondo conflitto mondiale le guerre non sono certo mancate sulla scena del pianeta e anche la schiavitù si è sostanzialmente conservata, al di là delle forme assunte di volta in volta. Ancora oggi esistono nel mondo molti luoghi in cui il costo del lavoro è pari a zero; quando non è tale, è ridotto a termini talmente minimali da avvicinarvisi. D’altra parte, anche gli antichi schiavi non costavano propriamente zero: occorreva alloggiarli e nutrirli. Perché oggi le imprese delocalizzano? Perché certe nazioni “schiaviste” prosperano? Non vogliamo guardare altrove (si potrebbe sempre dire che quelli sono barbari); allora prendiamo in esame le imprese moderne e il comportamento quanto mai attuale dei loro dirigenti. Ricatto, questa la parola: prendere o lasciare. Prendere significa accettare condizioni infinitamente peggiori e quanto mai precarie, con la spada di Damocle del licenziamento sospesa costantemente sulla testa. Vogliamo aggiungere che molte altre imprese della civilissima Italia se ne sono andate nei paesi dell’est o del nord Africa (prima che le cacciassero – o stanno per farlo) dove gli schiavi sottopagati si trovano con facilità; o che nel nostro stesso paese il lavoro precario è altamente sponsorizzato dagli imprenditori e si tenta di renderlo sempre più facilmente sospendibile? O che in Cina o India o Pakistan milioni di bambini vivono come vivono per pochi centesimi al giorno; o che anche da noi ogni tanto si scopre qualche lager colmo di immigrati ammassati in casermoni nascosti dove vivono e lavorano, mangiano e lavorano, defecano e lavorano, fino ad arrivare al punto che non potranno neppure fare altro che lavorare praticamente come schiavi e che questo succede in moltissime parti del mondo, se proprio ci fa piacere volgere altrove gli occhi e non guardare in casa nostra dove gli schiavi (spesso schiave) muoiono sotto le macerie del tugurio in cui erano confinati a lavorare dodici e più ore al giorno per circa tre euro e cinquanta? E permettetemi di aggiungere: noi, magari, ci indignamo pure per il tempo in cui apprendiamo la notizia e qualche ora dopo. Tutto lì. La rimozione cancella quel che dispiace e il Nulla se ne giova. Ottimo sistema per sparire. Il “così era” “è”; a quanto sembra, presto “sarà” ovunque, visto l’atteggiamento dominante delle società capitaliste occidentali e anche di quelle che, impropriamente, si definiscono comuniste, mentre miglior definizione sarebbe capitalistico–dittatoriali. Nell’Impero del Nulla non si butta niente, specialmente ciò che serve a declinare (progredire). I sindacati non possono correggere la situazione. Schiavi di una logica marxista, che dichiarano tramontata ma applicano incessantemente senza saperlo davvero, essi sono parte del “così era” che si propaga inconsapevolmente nel presente e nel futuro. Vittime a loro volta di un’utopia massificante, non colgono le esigenze temporali, come d’altra parte il nuovo governo italiano che applica incondizionatamente quanto inconsapevolmente logiche distruttivo–autoritario–recessive prone alle leggi disumanamente asoggettive del mercato. Con altrettanta logica scarsamente umana, i sindacati sfuggono il tempo continuando a dividere gli esseri umani in classi delle quali sole tentano di fare gli interessi, non degli uomini. Questa è forma di coscienza capitalistica all’incontrario; tutto ciò che divide non crea nulla, non produce sintesi di opposti. La visione marxiana era utopia; la sua sintesi è nullificazione nella misura in cui tutto confluisce in lavoro, classe, lotta, in uno stravolgimento del significato della storia che finisce con l’annullarne il senso. Alla fine del percorso non c’è alcuna liberazione dal bisogno e dal lavoro: non c’è l’uomo. C’è soltanto una enorme mancanza a essere perché l’uomo è stato ridotto alle idee collettive del bisogno e del lavoro. L’essere è sfaccettatura; pretendere di renderlo simile a una visione unilaterale e astorica perché irrealistica significa non ammettere/riconoscere libertà/trasformazione; non ammettere/riconoscere coscienza estetica; non ammettere/riconoscere, in sintesi, espressioni diverse dell’esistere non identificabili con problemi materiali. La cultura è nata con un aratro ma non si esaurisce in esso o nel toglierlo per sempre dalla scena del mondo. I bisogni non finiranno mai: la dialettica storica non sfocia nella metafisica. Quanto alla giustizia sociale, credo sia altro. Con tali premesse/conseguenze, sotto tutte le bandiere del mondo l’Occidente sfuma inesorabilmente, vittima inconsapevole di una nullificazione che esso stesso mette in campo favorendo l’affermarsi di logiche contraddittorie incapaci di proteggere dall’angoscia. Da parte sua l’Oriente non si è mai staccato da antiche modalità di sfruttamento proprie di epoche passate, continuando a negarsi costruzione storica nel presente. Dunque il “così era” “è” e “sarà” sempre attuale non solo nel Cosmo allagato dalle stelle. Tutto allora sfugge e scompare nell’inattualità attualizzata o in propositi di soluzioni metafisiche, e questo è precisamente quel che all’Impero del Nulla occorre per progredire nel proprio annullamento. Gli Immutabili e il Nulla Ogni visione del mondo, ogni ideale, fede, sistema è creazione della coscienza che lo ha concepito. Il mondo e la società sono, dunque, come la coscienza li ha ideati e se li rappresenta; la forma di coscienza economica cui ho accennato crea l’economia e tutto quello che ne consegue. In base a quanto detto, l’homo oeconomicus è per lo meno un ladro, nella misura in cui sottrae agli altri al fine di avere per sé. In tale ottica, con tutta la sua coscienza non è diverso da ogni altro animale che lotta per sopravvivere; la sopravalutazione che l’uomo fà di sé mi sembra allora almeno fuori luogo, visto che la “coscienza” è dominata da meccanismi istintuali. Il sistema come è stato concepito prevede lo sviluppo inteso come crescita infinita. Senza un limite in alto e con un moto di allontanamento continuo dalla base, questo sistema appare come fuga e, come le galassie che si allontanano inesorabilmente tra loro, il sistema economico sembra destinato a uno sfilacciamento fatale che lo condurrà a perire nel gelo e nel buio di uno spazio illimitato in cui persino la luce stenterà a raggiungere luoghi di rappresentazione di esistenza. La necessità di porre un freno allo sviluppo illimitato è stata concepita da diversi studiosi. Nel 1972 il Club di Roma ha affidato a D.H. Meadows un’indagine globale pubblicata con il titolo I limiti dello sviluppo.[1] In essa si afferma che, se non si porrà freno allo sviluppo incondizionato della popolazione e dell’inquinamento, il sistema globale andrà in crisi entro pochi decenni e le risorse del pianeta, sfruttate irresponsabilmente in base alla logica di crescita del capitale, non potranno più soddisfare le esigenze della popolazione. Secondo questo studio, l’equilibrio sarebbe possibile soltanto in un sistema a crescita zero in cui la popolazione limitata consuma i beni limitati a essa necessari. Pur accusato di eccessivo pessimismo, lo studiocontinua a rimanere un punto di riferimento e anche alcuni suoi critici, come Schumpeter,[2] non possono non riconoscere che un limite è comunque indispensabile. Egli stesso afferma infatti che il capitalismo è un sistema creativo che comporta distruzione, nel senso che la necessità di continuo rinnovamento delle tecnologie porta a una corsa illimitata in avanti nella quale ogni nuova acquisizione distrugge le precedenti. Secondo questo autore, dunque, il capitalismo è un sistema che ha bisogno di svilupparsi all’infinito per non distruggersi completamente. Tuttavia, per evitare una dilatazione senza limite di difficile attuazione, Schumpeter riconosce che occorrerebbe imporre un freno almeno allo sviluppo tecnologico per favorire un equilibrio in cui anche i paesi arretrati abbiano la possibilità di raggiungere quelli più avanzati, evitando in tal modo catastrofici scompensi e possibili devastanti conflitti dalle conseguenze imprevedibili. Senza correzioni, il sistema contiene la propria fine. Sia come sia e qualunque formula rappresentativa si voglia adottare, il sistema è comunque afflitto dall’angoscia. La volontà illimitata di crescita unilaterale tenta, per preservare se stessa e continuare a espandersi in modo infinito, di mettersi al riparo dalle fonti dell’angoscia. Essa nulla teme di più dell’imprevedibilità del futuro, fattore ignoto e per ciò pericoloso, capace di mettere in discussione qualsiasi fonte di certezza e verità di cui la coscienza ha bisogno per affermare la legittimità del proprio esistere (e dei propri investimenti). Se, tuttavia, si crede fideisticamente per eredità culturale di pensiero che tutto viene a esistenza dal nulla e al nulla torna. ogni certezza è preclusa tranne quella di una esistenza precaria e transeunte cui la volontà illimitata non può aderire. Occorre allora, per tamponare le fonti dell’angoscia, apprestare rimedi cui aggrapparsi per fondamento sicuro e immutabile ma, edificando tali templi di verità, la coscienza cade in contraddizione e smentisce la certezza cui anela. Se infatti la fede fondamentale dell’Occidente è il divenire eterno, affidarsi a un sistema di Immutabili è clamorosa smentita. Tuttavia la coscienza non può fare a meno degli Immutabili che crea. Pone pertanto in essere un Apparato Eterno e potentissimo costituito di volta in volta dagli Immutabili di turno, rappresentati, a seconda delle epoche e delle prevalenze di fede e pensiero, da Dio, lo Stato, la Legge Naturale, l’eternità dell’anima, l’amore, la religione, l’arte, la tecnica, le leggi dell’economia, la politica. Oggi, mi sembra che l’Immutabile di turno sia rappresentato dalla finanza, nuovo Dio immateriale cui tutto si subordina, nuovo Onnipotente cui il mondo si piega e adora nonostante i danni che provoca, non soltanto di ordine materiale, con i rovesci di borsa ricorrenti, ma anche sul piano della rappresentazione, dato che, togliendo validità e sostanza ai beni materiali che si dovrebbe limitare a rappresentare, la finanza smaterializza il mondo, rendendolo simile a un fantasma privo di realtà. Il bisogno di dominare il mondo per scampare l’angoscia finisce paradossalmente per ridurre lo scenario a un campo rappresentativo spettrale privo di sostanza e realtà concreta. In tal modo, è inevitabile che l’angoscia si espanda e cresca in modo esponenziale alla perdita di sostanza reale del mondo. Tutto sfugge di mano, gli Immutabili che dovevano proteggerci si smaterializzano e comunque la loro creazione resta smentita dalla premessa culturale occidentale. Non meraviglia allora che la nostra cultura sia in crisi. Privata delle protezioni cui non presta più fede e che comunque non potevano proteggerla, la società sbanda di fronte a un’angoscia incontenibile. Il terrore del futuro imprevedibile assume la forma ancora più spaventosa di mancanza di futuro; tutto sfuma e non si crede più in nulla, tanto meno in se stessi. Il mondo giovanile, orfano di famiglie dissolte e privo di prospettive stabili di vita, cade preda di una fuga esistenziale nella droga e nel non senso. Carpe diem diventa il nuovo motto di salvezza e l’edonismo fine a se stesso dilaga, favorito da figure ambigue che negano la Norma simbolica del Padre, offrendo esempi che tolgono all’esistenza spessore e continuità. È un mondo muto quello in cui si aggirano le nuove generazioni; un mondo spoglio, senza fascino, privo si stimoli costruttivi in cui tutto sembra a portata di mano mentre in realtà tutto sfugge. Fuori dal disagio della Norma del Padre che è cultura, la società odierna ammutolisce; non solo non sa più desiderare, ma neppure parlare. L’insignificanza domina la scena privata del simbolico che prefigura e la parola smarrisce lingua e senso. La società diventa eco di silenzio e il linguaggio perde significatività all’interno di comunicazioni banali che viaggiano la rete e l’etere. Quando una società non parla, quando non trasmette simboli, quando smarrisce una trama condivisa di significati, si trova veramente alle soglie del Nulla, un nulla psichico che potremmo tradurre con psicosi. Possiamo riferirci «alla psicosi come a una posizione del soggetto caratterizzata da un deficit strutturale dell’azione simbolica, da una non operatività del significante a contenere il reale maligno del godimento, dalla tendenza di questo godimento non castrato – non regolato dall’azione normativa della castrazione – a invadere abusivamente il soggetto».[3] La visione freudiana del soggetto “nevrotico” risulta oggi inadeguata e l’uomo appare come un soggetto debole, sfuggente, compromesso da psicosi e per questo indefinibile, a meno di definire la morte. In questo senso André Green[4] propone la necessità di rivolgersi al Freud teorico della pulsione di morte per rintracciare, come riferisce Recalcati, «un luogo possibile dove reperire le coordinate teoriche fondamentali per edificare una nuova topica del soggetto in grado di inquadrare i fenomeni clinici introdotti dalla problematica degli stati al limite».[5] Il tentativo di Nietzsche di risolvere gli evidenti non sensi che ci attanagliano attraverso la fondazione di un superuomo naufraga nella contraddizione della volontà che smentisce il proprio fondamento, a meno di porsi essa stessa come fondamento, nel senso che è la volontà stessa a volere il divenire eterno di cui essa è volontariamente causa. Come scrive Severino: «Per Nietzsche, ad esempio, l’uomo è un errore e deve trasformarsi in ‘superuomo’. Ma il superuomo di Nietzsche ha i tratti essenziali della civiltà della tecnica. Nel superuomo nietzschiano la persuasione di essere il dominatore del mondo raggiunge il culmine. Si tratta invece, pensando che l’uomo è un errore, di scorgere nel ‘super–uomo’ – ossia in ciò che sta oltre l’uomo – il tramonto della persuasione di essere i padroni delle cose. Se si segue questo ordine di pensieri, ci si incammina lungo la via dove appare il senso autentico, ma profondamente nascosto della ‘crisi’ della civiltà della tecnica – il senso autentico del ‘limite’ dello sviluppo. Lungo questa via, si dovrà indugiare a lungo su ciò che la cultura attuale dà come scontato: di essersi ormai definitivamente lasciata alle spalle il vecchio segno della ‘verità’».[6] Leggere Thanatos: le parole della crisi Il capitalismo (creazione–distruzione) è soggetto a crisi ricorrenti in cui il Nulla fa valere le proprie “ragioni”. Ad esempio, la grande crisi del ’29 si è risolta soltanto all’interno di una dinamica distruzione–costruzione culminata nella Seconda Guerra Mondiale che ha costretto i popoli, dopo aver sfiorato l’annientamento, ad attuare una massiccia economia di ricostruzione. Il sistema, per la stessa concezione dell’esistere che ne è alla base, è soggetto a oscillazioni costanti. Non c’è Immutabile che tenga: l’angoscia è endemica. Per accostare ora un possibile esito di questo scritto, adotterò un linguaggio a me più congeniale: quello della psicoanalisi. In Al di là del principio di piacere,[7] Freud, influenzato da Schopenhauer, propone la sua visione della dualità di base dell’uomo. Ridotta ai termini più semplici, da tale visione si evince che Eros è spinta vitale, Thanatos prospetta l’inerzia della fine. Thanatos non è tuttavia soltanto un cieco moto nullificante proprio del mondo istintuale, è una pulsione e questo la rende anche qualcosa di diverso. Nel saggio Pulsioni e loro destini, Freud scrive: […] la pulsione ci appare come un concetto limite tra lo psichico e il somatico, come il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall’interno del corpo e provengono dalla psiche, come una misura delle operazioni che vengono richieste alla sfera psichica in forza della sua connessione con quella corporea.[8] La pulsione viene qui definita come rappresentante psichico. In questo modo il desiderio trapassa nel mondo dell’immagine; non attiene all’istinto che si esaurisce nelle cose, tende alla rappresentazione. La soddisfazione del desiderio non è allora riferibile a oggetti, non riguarda una scarica emotiva legata al loro raggiungimento, ma consiste nel rappresentare il senso di un’azione: il desiderio diventa desiderio di rappresentazione e di senso. Ciò vuol dire che la pulsione non è un semplice impulso verso una meta oggettuale variabile, ma la rappresentanza dell’impulso all’interno della psiche. È il modo in cui l’istinto rappresenta se stesso, si fa psichico. Questa distinzione apre scenari diversi. La pulsione diventa una possibilità di forma, quindi una base di linguaggio. Questo vuol dire che Thanatos non è muta; il problema si pone al livello della capacità di ascolto della coscienza. Se Thanatos rappresenta inerzia, estinzione, non senso, questo è ciò che deve essere detto. Tuttavia, la coscienza unilaterale non dice; non partecipa al processo rappresentativo. La rappresentazione si ferma sul binario morto del silenzio della coscienza; il processo psichico non si forma e ciò che Thanatos rappresenta si ripiega nella morte. Il paesaggio desolato che Thanatos rappresenta è allora eco di silenzio. La coscienza chiusa, assoluta, rifugiata all’interno delle false rassicurazioni di un Sistema che ricorre alla presunta eterna verità degli Immutabili, appiattita nella superficie della letteralità oggettuale che ha creato, si circonda di un mondo piatto in cui ogni asperità scompare e l’Altro, l’interiorità negata, vaga sperduta priva di riparo, liquefatta da un sole abbacinante contro il quale non c’è rifugio e scampo. Il mondo desertificato nell’immediatezza del godimento non offre spazio e l’Altro sprofonda nell’inconscio che diventa luogo di negazione. Negare è tentativo di cancellazione, ma per espellere l’Altro è sufficiente uniformare. La globalizzazione rende tutto uguale, la mancanza di ideali vanifica ogni slancio, la cultura si disperde nella consuetudine, le idee nella ripetizione. L’uniforme trionfa e l’uomo uniformato si appiattisce nell’uniformità dei suoi consumi. Senza il diverso l’orizzonte non ha più confini; senza confini manca profondità e meta. Thanatos-nave approda a un porto morto dove morti scaricano merci morte da vendere in città non vive a gente che non compra vita. Il mare sale, la banchina sprofonda, la nave batte bandiera fantasma e non ha corpo, come l’Olandese che la conduce. Resta solo l’inconscio; la coscienza, con tutto il suo splendore, si allaga, annega, asfissia. Questa la rappresentazione; queste le parole da dire: Thanatos-pulsione rivela una coscienza che muore. Lo si chiami ritorno al Nulla, capitalismo distruttivo, angoscia esistenziale cui nessun Apparato può porre rimedio o come altro si preferisca, senza lettura del senso della crisi qualsiasi sistema non può che rimanere imperfetto, chiuso in se stesso, fatalmente contraddittorio e non può che contenere in sé il segno della propria fine inascoltata. Non vorrà dire tutto questo che possiamo essere, vivere e raggiungere sicurezza soltanto in un nuovo linguaggio? Intendo il linguaggio che si origina proprio nel distacco dal mondo che semplicemente persiste, dura e non è smosso dalla meraviglia. Quel mondo che dura e persiste nella sua letteralità; che è come dire investito nelle forme del linguaggio istituzionalizzato. Un nuovo linguaggio è richiesto per raggiungere quel significato, quella motivazione che il mondo dato nella letteralità delle sue frasi ordinarie non riesce a dare perché non risulta convincente.[9] Il senso della fine Vivo un tempo di crisi; sono in crisi. Se questo è vero, alla mia crisi devo una risposta. Intrappolato in un pensiero antico che ha riprodotto di continuo se stesso nonostante i secoli di riflessione di cui si è circondato, devo ripensare la mia crisi e a essa attribuire un senso. Quel pensiero non sì è mai davvero rifondato perché le riflessioni che ha costruito sono servite soltanto a rafforzarlo nel senso della difesa dall’angoscia. Chi ha provato a confrontarsi con quelle premesse (Nietzsche), per smentirle e ricostruirne di nuove, privatosi della protezione degli Immutabili è stato travolto dall’angoscia che voleva superare. Il suo tentativo di svincolarsi dall’eterno ritorno nel nulla tramite una diversa fondazione della volontà, a onor del vero a me sembra soltanto un artificio logico, non un nuovo fondamento. Parola compromessa quest’ultima, troppo simile agli Immutabili che vorrebbe spodestare, forse soltanto prenderne il posto. Forse, è proprio del fondamento che bisognerebbe fare a meno, rinunciare a fondarsi e accettare il rischio di un’esistenza sradicata da qualunque superiore verità. La scienza moderna, sorella e avversaria della tecnologia dominante, propone messaggi “relativi” e della relatività fa la sua base. Relatività delle leggi universali, della vita, della coscienza e di ogni sua visione che non può mai essere certa, se non altro perché condizionata dal modo di vedere propriamente umano. La scienza moderna, compresa la moderna psicologia, afferma che qualunque visione del mondo e dell’uomo, qualunque scoperta di leggi definite universali è figlia della coscienza che le partorisce e della sua possibilità di rappresentazione; senza coscienza non esiste né uomo né visione del mondo, tanto meno di presunte leggi universali. Persino gli Immutabili non sono creatori; l’unico creatore è la coscienza che li immagina e colloca nel posto che loro assegna; a volte li spodesta. La scienza moderna ci dice anche un’altra cosa: tutto nasce dal caso. Non esiste alcun Progettatore Eterno che tutto porti a esistenza, nessun Essere che si attualizza e al Nulla inevitabilmente torna. Il caso è il supremo creatore; solo non crea, neppure progetta: accade e basta. Relativizzazione maggiore non potrebbe presentarsi alla mente; tutto si contrae e ribella di fronte al Grande Giocatore; l’unilateralità resiste e si rafforza, ma, in ultima analisi, anche questo è frutto del caso. Di fronte a tale ombra, all’inesplicabile stravolgimento delle carte da cui, alla fine, tutto casualmente dipende, non resta che una certezza: la coscienza casuale che da quel caso è sorta. Inutile resistere, costruire Sistemi e Apparati contraddittori e instabili che contengono inevitabilmente in sé la propria smentita e fine. Che la si chiami Nulla o Thanatos, che si definisca sistema (capitalismo) alla stregua di un creatore distruttore o bilanciamento a crescita zero, l’angoscia non scompare dalla scena. Tanto meno può evitarla la coscienza relativizzata e casuale: di fronte a un mazzo di carte che nessuno mischia anche il più accanito giocatore vacilla. È tempo di crisi; forse lo è sempre stato. È dunque inutile cercare àncore immateriali. La crisi, con tutta l’incertezza che induce, è attesa di un linguaggio diverso. Ancora più inutile che la coscienza tremi e cerchi rifugio in Immutabili di sorta; l’unico effetto è il ricorrente crollo delle borse, tanto più se ci si rivolge alla finanza come ricerca di sicurezza e stabilità. Essa è il contrario e, come ogni Immutabile, del tutto inaffidabile. Tuttavia, la coscienza, per caso culturale e creatrice di cultura, qualcosa può ancora dire, nonostante l’angoscia. Forse può sostenere, a torto o a ragione, che essere non è legato a nulla e non c’è un niente che la attende e dal quale inesorabilmente si è sollevata nell’esistere. La coscienza casualmente culturale, come lascia intendere Severino, forse si distacca per la prima volta dagli Immutabili che per secoli ha eretto a protezione; forse è in grado di accettare che la cultura che ha posto in essere è un riflesso di se stessa in cui tutto si assomma e si rimesta e da cui, simbolicamente, scaturisce ciò che ancora non è. Una coscienza simbolica potrà allora affermare che ogni cultura è manifestazione della psiche che i simboli crea, come lo sono le sue raffigurazioni, estrinsecazioni, creazioni. Se la cultura è simbolo di continua creazione non c’è un Nulla alla base né alla fine. Invece di un inizio da un insondabile Nulla dovremmo parlare di un “non ancora”. Si tratta di una lenta elaborazione, continua trasformazione, rinnovamento e sostituzione di sistemi simbolici nei quali il mondo umano e le visioni che crea si attualizza, prepara/inventa linguaggi nuovi, nuove proposte di significazione, si trasforma e infine tramonta per fare spazio a una nuova rappresentazione dell’umano. È successo molte volte, succederà ancora. Nulla dunque scompare. Non c’è infatti rinnovamento culturale che non contenga in sé tratti della cultura precedente. Gli esempi non mancano; basti pensare ai simboli pagani che ancora sopravvivono all’interno del sistema di riferimento cristiano. Il nuovo, espresso da un simbolo nascente, conserva e unisce a sé i simboli culturali precedenti in una sintesi di rinnovamento che crea nuovi significati. Il tempo di crisi in cui viviamo è allora tempo di preparazione; è tempo che i vecchi simboli dell’Apparato e degli Immutabili di cui ci siamo circondati cedano campo all’emergente “non ancora”. Che stenta, che con difficoltà si presagisce da segnali inquinati dalla resistenza accanita del sistema attuale che non vuole tramontare, come in Nord Africa, dove i moti di popolo vengono guardati con falsa benevolenza e falsamente favoriti dagli uomini dell’Apparato; o in Spagna o in America, dove diversi movimenti di indignazione si oppongono con tutta la loro voce al Sistema morente del capitalismo che, tuttavia, scatena contro di loro repressioni di polizia; o ancora in Siria, dove un Regime putrefatto resiste con tutta la violenza dell’ottusità di ogni fascismo; o negli stessi Israele e Iran, dove i giovani rivolgono gli occhi verso tutto ciò che non hanno mai avuto e, se non altro, cominciano a desiderarlo a dispetto delle chiusure dei sistemi religiosi dominanti. Anche lì l’insondabile dialettica Eros/Thanatos si manifesta prefigurando nuove raffigurazioni all’interno di un tramonto. Se è tempo di tramontare, è tempo, però, di provare a farlo con un minimo di consapevolezza. Senza una coscienza che osserva e favorisce la propria trasformazione in un nuovo modo di essere, nulla viene davvero a esistenza e la contraddizione spazia per il mondo rendendo indispensabili sistemi rigidi di sopravvivenza dall’angoscia. Inutile pensare che l’angoscia possa scomparire; difficile prefigurare un “non ancora” che ne sia immune. Se la dialettica degli opposti è la fonte di ogni simbolo trasformatore, tremare è inevitabile. Dovremo trovare altri modi per sopportare la nostra angoscia e contenerla. Se per questo sistema culturale è tempo di finire, è allora tempo di farlo con dignità e accettare di naufragare nell’incertezza di linguaggi diversi, anche angosciati. Senza chiudere gli occhi.
[1] Citata in E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Milano, Adelphi, 1988. [3] M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Milano, Cortina, 2010, p. 142. [4] A. Green, Psicoanalisi degli stati limite. La follia privata, Milano, Cortina, 1991. [5] M. Recalcati, op. cit., p. 143. [6] E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, op. cit., p. 35. [7] S. Freud (1920), «Al di là del principio di piacere», in Opere 1917-1923, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977. [8] S. Freud (1915), «Pulsioni e loro destini», in Opere 1915-1917, vol. 8, Torino, Boringhieri, 1978, p. 17. [9] A. G. Gargani, Lo stupore e il caso, Bari, Laterza, 1985, pp. 14-15.
Id: 3990 Data: 03/09/2026 14:13:34
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- Società
La notte delle indulgenze
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come può soltanto sognare un frantume! Una dracma d’oro è rimasta sopra la mia retina. Basta per tutta la durata della tenebra. (I. Brodskij, Elegie romane) Il mondo è finito a metà degli anni ‘60. Io mi sono fermato lì. È finito negli anni ‘60, a metà, quando guidavo una Dauphine blu con una pietra nel cofano per appesantirla altrimenti volava e mi piacevano le donne e il pallone. È finito quando Montale e Pasolini hanno smesso di scrivere liriche perché era finito l’infinito e gli Italiani avevano trasferito i loro sogni nel reale, perché era finito “Lascia o raddoppia”, senza accorgersi che si trattava di incubi, ma li si poteva perdonare (si era usciti da poco da una dittatura e da una guerra e tutti avevano una gran voglia di dimenticare, anche sé stessi). Io intanto mi rimettevo dai miei traumi: abitavo in Via Dei Savorelli dopo essere stato per vent’anni in Prati, e garantisco che non è semplice compiere senza danni un passaggio simile (credo di pagarne conseguenze ancora oggi). Dunque era finito tutto quello che era finito ed erano cominciate le indulgenze, indulgenze che durano tuttora perché siamo indulgenti e la notte è fonda. Era così cominciata la creazione del debito pubblico per dare corpo e sostanza a scelte industriali suicide, vista la conformazione e le vocazioni naturali del paese, ma l’avvocato aveva le sue esigenze e la DC doveva promettere lavoro per coprire tutto il resto che prendeva per sé, mentre i nostalgici (leggi monarchici e fascisti) andavano messi a tacere con lo splendore rifulgente della Prima inenarrabile Repubblica. Dunque ci si indebitava, salvo le domeniche austere perché non c’erano i soldi per rifornirsi di petrolio e si sfornavano automobiline sempre più piccole per avere sempre meno bisogno di benzina e permetterci di andare tutti al mare, in un’immagine di famiglia felicemente assopita che, se ci penso, ancora oggi mi fa rabbrividire. Ci si indebitava per fare fabbriche che scomparivano senza aprire mai ed andare al mare senza benzina, con un’inflazione sopra il 20% e diverse svalutazioni monetarie, ma il mare non lo sapeva. Adesso abbiamo altri mezzi di assopimento, molto più penetranti ed efficaci, ma si sa, il progresso è progresso e il nulla progredisce annullando le coscienze. Intanto i democristiani andavano a messa tutte le mattine e si riunivano in convention monasteriali dove escogitare forme di devastazione senza farsene accorgere (non se ne accorgevano nemmeno loro). I socialisti continuavano la lunga epopea di autodevastazione che li avrebbe portati fino a scomparire, i comunisti si devastavano devastandosi nel disfacimento generale e l’Unione delle Repubbliche Sovietiche sorvegliava il devastabile ponendo attenzione a che noi non sorvegliassimo troppo, mentre ci sorvegliava accuratamente come in Germania est che a sua volta si sorvegliava da sola. Se qualcuno non voleva farsi sorvegliare veniva invaso. E ti saluto Praga. Da parte loro gli Americani studiavano il modo di intraprendere qualche nuova guerra, magari intervenendo quando era prossima a finire e fregarsi quel poco di riserve auree che ci avevano lasciato, ma scoprivano a loro volta con orrore che le streghe esistevano davvero ed instauravano una lunga caccia per sostituire l’Inquisizione che intanto, in Europa, aveva fatto la fine che aveva fatto, ma a Galileo ancora non gli avevano chiesto scusa. (A proposito, le streghe si cacciano anche oggi, solo che hanno la pelle scura). Poi capirono una cosa fondamentale: all’Avana si gioca e si balla e le cubane non sono streghe mentre i cubani sì, soprattutto quelli con la barba. Pensarono anche che le streghe stavano nella jungla ma se ne tornarono a casa perché erano gialle e si confondevano con le foglie. Dopo averci pensato un po’ popolarono di streghe il deserto. Stregati, si stregarono. Adesso dicono di aver subìto molestie. Si sentono tutti molestati, molestate e molestatori. Quanto al loro presidente, mi molesta. Io giravo in Dauphine, annusavo, palpavo, scalciavo, in attesa di rinchiudermi in un contenitore apposito, fatto di libri e letture, perché la lettura del mondo mi suggeriva di evitare di leggere (il mondo) e mi concentravo nel leggere altri guai. Giravo in Dauphine e andavo al cinema, ma mio nonno era morto e mi toccava andarci da solo. I miei amici di allora, infatti, erano dei periferici isolati e piuttosto barbarici, interessati soltanto a giocare a biliardino e neppure sospettavano che esistesse una cosa chiamata cinema. Io non ero Pasolini e ben presto li chiusi fuori di casa. E dal cinema. Dunque al cinema ci andavo da solo. Rimuginavo sulle crisi di pensiero che affliggevano un po’ qui e un po’ lì il resto delle terre emerse, dato che Sartre se ne era andato e anche Céline, ma il viaggio al termine della notte non finiva mai. Era indulgente la notte e dispensava indulgenze, purché non indulgessimo a pensare, cosa che facevamo con la massima applicazione. Tra l’altro, non è vero che il Papa Re era stato destituito da un pezzo e nemmeno il duce. Eravamo stati avvisati che di tanto in tanto il tempo ritorna e l’oltre-uomo è generalmente bassotto e pelato, ma non volevamo saperlo e così c’era sempre chi pensava per noi. Il guaio è che pensava il modo di metterci sempre di più nei guai, spacciandoceli per cose desiderabili (già, si cominciava a spacciare) e così hanno inventato la TV a colori e la rete. Quanto ai pesci, non mancano mai. Liberi da intralci letterari per estinzione naturale, si è cominciato a scrivere di fatti e di fatti ce n’erano quanti ne vuoi (ne accadono fattivamente ogni giorno) solo che i fatti (per loro natura) non hanno un significato che vada oltre l’attualità. Inoltre, dei fatti scriveva chi dei fatti si occupa (i giornalisti) che come è noto non sanno scrivere che di fatti. Quanto al significato, resta loro precluso. Ogni tanto tornavo in Via Fabio Massimo per assicurarmi di esistere, ma la vedevo cambiare. Sparivano le librerie e i cinema, sparivano le signore con la veletta e i signori con il cappello, sparivano le teste. Nessuno mi salutava più e io non avevo nessuno da salutare. Non potevo neppure entrare nel portone del mio vecchio palazzo per annusarne le scale perché il portiere era morto e avevano messo un doppio cancello di cui non avevo la chiave. Nostalgicamente, leggevo i nomi sul citofono (altra novità), ma anche quelli erano cambiati. E non c’era più l’armeria, il carbonaio, il negozio di vini e oli e, soprattutto, la mia vecchia cartoleria, che amavo sopra ogni cosa, fonte per me di delizie a portata di mano (leggi penne, astucci, matite colorate, pile di carta, libri). A volte non sapevo neppure se c’ero ancora io e se il mio sospetto esserci significasse ancora qualche cosa. Persa la possibilità di significare, tutto volgeva al termine e la notte infittisce. Al termine volgeva, ma non finisce mai. E così, tra una perdita e l’altra, chi ha tentato una sintesi storica, che nemmeno Marx, è finito ammazzato con la benedizione dei padri fondatori e la rivoluzione bianca si è compiuta a metà e chi doveva arrestare i ladri a un certo punto ha deciso di sostituirli mettendosi in proprio, col beneplacito dei superstiti che sapevano di poter, prima o poi, riprendere a rubare. Intanto i democristiani scomparivano, i comunisti scomparivano, i socialisti scomparivano e tutto ritornava uguale sotto mentite spoglie, noi compresi, mentre il muro di Berlino era effettivamente caduto, ma se ne costruivano altri. Agli Stellati manca qualche altra stella e un po’ di strisce per appartenere di diritto al nulla post sessantottino, ma sperano nella possibilità di governare per colmare la distanza. Non sanno che quel diritto lo hanno già, per natura, ma non fa niente. Essi non sanno nulla. Doblin se ne era andato al creatore per starsene ancora un po’ con i suoi personaggi ed avere almeno un’ora d’aria e Schmidt lo aveva sostituito nel macello generale di personaggi e persone che continuavano a cadere in una sospensione che sospende, anche la morte. Roth era morto da un pezzo, col suo mondo. Anche la mia Dauphine era sparita ed io mi aggiravo coi fantasmi della mia fantasia ma non avevo un castello. Questo non mi permetteva di rievocare un padre – dunque di vendicarmi – né di aggirarmi intorno a mura fittizie da penetrare – non mi avevano dato la licenza di agrimensore – e quindi mi confermavo sempre più nella convinzione che il nulla non si penetra, caso mai il contrario. Nullificato, sospendevo la notte, che però continuava ad aggirarsi mondo a mondo, anche nel virtuale, dove è impossibile riconoscerla come tale e catturarla, a meno di ricorrere ad algoritmi appropriati con l’effetto di rafforzarne l’efficacia. Per questo hanno inventato i telefonini. Negli anni ‘60 ci eravamo arrangiati in qualche modo costruendo dal nulla un nuovo “romanico”. L’Impero era caduto (gli Imperi cadono sempre), ma avevamo superato l’ennesimo medioevo, almeno ci sembrava. Non è così. L’Impero cade di nuovo, senza nulla di sacro. Cade un Romano Impero senza Roma e cade quel minimo di senso che persino un Impero porta con sé. Si prepara un nuovo medioevo con tutte le conseguenze del caso: tra queste, il rifiorire di un feudalesimo di pochi – tra l’altro mai davvero scomparso. Sarà notte, come la notte è. Non so se saremo di nuovo capaci di ricostruire monasteri per custodia di libri e un nuovo romanico per custodia di anime. D’altronde, io non ci sarò. Dipenderà da chi maneggerà le macerie di un senso da reinventare e della nostra dissolta cultura.
Id: 3989 Data: 03/09/2026 14:11:35
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