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Raccolta di articoli di Simone Carunchio
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Alimentazione

tra arte e scienza: tecnica

Ogni Autore, ogni Poieta, ogni Giuridico, attraverso il suo Diritto, e cio attraverso la sua capacit interpretativa del passato del presente e del futuro, che sia esso Scrittore, Pittore, Musico, Scultore, Giurista, Fotografo, Economista, si d una sua Legge e questa Legge, in modo patente o latente, la trasmette anche agli altri. Alcuni ne danno una forza superiore alle altre. La Forza e il processo di questa Legge, in generale, sono sempre le stesse: identica infatti la meccanca della Logica e della Ragione.
Sar Salvador Dal la coercitiva Legge (quella che adesso verr chiamata la Legge dellElefante), sulla quale, da Giuridici, ci si eserciter, e si eserciter il proprio Diritto, la propria Interpretazione, il proprio Diritto di Parola, e, soprattutto, alla Parola.
E non si potrebbe fare altrimenti per poter in poche righe cercar di delimitare la sua figura: solo ad armi pari, e cio con le stesse armi, possibile riuscire in una tale impresa. Ci si riferir dunque, necessariamente, alle opere del Dal stesso; e, anzi, il riferimento a questo grande classico del novecento, attraverso questa terminologia giuridica, gi in atto: Dal stesso era ben consapevole della forza del registro giuridico, che, da Scrittore, pi volte utilizz. Ad esempio interessante a questultimo proposito riportare la fine del famoso libro I cornuti della vecchia arte moderna: Letto, approvato e sottoscritto: Salvador Dal: sembra proprio che egli abbia approvato e promulgato un testo legislativo.
Ma non certo su questo aspetto che si ha intenzione di soffermarsi, perch, sempre nel rispetto del Dal e della sua opera, essendo egli un grande immaginifico, meglio rifarsi, appunto, a delle immagini, per tentare dinquadrarlo, ed in particolare ad unimmagine sua: quella del suo elefante (ed anche perch, se proprio ci si dovesse soffermare sulla terminologia daliniana, sarebbe sicuramente pi divertente prendere in considerazione, ad esempio, quella gastronomica: registro che egli utilizza per le sue dissertazioni critiche e filosofiche ).
E ci, prendere in considerazione la figura daliniana dellElefante, per due motivazioni: la prima che questa figura, la figura dellElefante di Dal, riconduce a Roma, citt magnifica, che sembra, apparentemente, ma proprio questapparenza che si vuole adesso sfatare, una delle citt, per cos dire, minori del pittore; e la seconda che, se si dovesse mettere insieme un bestiario di Dal, lElefante una delle bestie meno rappresentate: e forse, esattamente per questo, la pi rappresentativa di salvador Dal stesso.
Ed rappresentativa proprio perch permette, ad attenta analisi, di parlare di lui in modo corretto e breve, dando la possibilit dapprendere del suo passato e del suo futuro in modo chiaro e conciso, e, quindi, del suo eterno, e presuntuosamente infinito, presente: sono, infatti, gli elementi minori che spesso possibile utilizzare come viatico per gli elementi maggiori: essi ne sono come un frattale degli altri, parlando geometricamente , o, parlando grammaticalmente, come se i primi fossero metonimia dei secondi (o questi sineddoche dei primi).
LElefante, simbolicamente, lanimale della saggezza e dellintelligenza, della memoria, della purezza, della forza: tutte significazioni positive e recondite che probabile, se non sicuro, che Salvador Dal, vista la sua smodata passione per la simbologia, conoscesse: non certo un caso che egli desiderasse disseminare il suo giardino a Port Lligat (ove si trova la sua stabile dimora, ora traformata in un museo, poco lontano da Barcellona) di crani delefante . Inoltre lelefante un attributo del dio Ermes o Mercurio, deit famosissime di cui sono ormai arcinote le caratteristiche e le propriet, in particolare quella di avere le ali ai piedi.
Lelefante a cui si vuol fare riferimento, e che lesempio che Salvador Dal fa suo, compare solo in quattro quadri dei millecinquecento che egli dipinse : uno del 1944 (Sogno causato dal volo di unape intorno a una melagrana, un attimo prima del risveglio) , uno del 1945 (Idillio melancolico atomico e uranico) , uno del 1946 (La tentazione di santAntonio) , e lultimo del 1948 (Gli elefanti) ; ed , forse, questo elefante, il rifacimento dellelefante che si trova a Piazza della Minerva, a Roma, scolpito dal Bernini, ed eretto nel 1667; ma potrebbe essere, anche, quello presente nel Parco di Villa Orsini, a Bomarzo, eretto nel 1552, voluto dal Principe Vicino Orsini, che non detto che Dal non conoscesse, anche se non attestata nessuna sua visita al suddetto giardino.
Come non identificare Salvador Dal a questo elefante, allelefante che egli dipinge sempre con i medesimi attributi? Si tratta di un elefante dalle gambe lunghissime, simili a quelle di un insetto (un ragno?), che si affaccia dalle nuvole e che porta in groppa un obelisco, principalmente, come quello romano del Bernini, ma non solo (qui il tocco di stile del Dal): anche architetture da cui si affacciano seni turgidi di donna (apparentemente il riferimento a R. Magritte), torri turrite (come lelefante di Bomarzo)...
Ecco Salvador Dal, uno degli artisti che, in linea con la pi serrata cultura artistica latina, pi si fatto ispirare dalla Scienza (prima quella Psicanalitica e poi quella Fisica), che sembra comparire: come non leggervi, in questa specifica figura e Legge dellElefante daliniana, la precaria instabilit (rappresentata dalle gambe sottili e lunghe) di un cervello enorme (il corpo dellelefante) che si slancia verso i cieli, portando sulla groppa simboli di tentazioni, quali lobelisco, simbolo fallico per eccellenza, le architetture dalle quali escono sensuali corpi di donna, le torri
Cos egli comment questa sua creazione: Lelefante rappresenta la distorsione dello spazio le zampe lunghe ed esili contrastano lidea dellassenza di peso con la struttura. In questo modo dopo aver relativizzato il tempo con gli orologi molli, ecco che il Dal distorce anche lo spazio
Questa rappresentazione che egli propone di se stesso, e che la stessa Legge a cui lui soggetto sottosta, compare proprio in uno dei periodi, forse lunico (escludendo quello della vecchiaia, soprattutto dopo la morte della sua due volte moglie amatissima Gala, musa specialissima), di crisi creativa di Salvador Dal, e segna un passaggio di cambio di orientamento di interessi per ci che pu ispirarlo nella sua attivit artistica: dalla Scienza Psicanalitica egli comincer ad interessarsi alla Fisica Atomica: lelefante rappresenter proprio questo faticoso e pesante passaggio.
Interessante rimarcare questa caratteristica delloperare del Dal, e cio quella che egli sempre cerc ispirazione nella Scienza; una Scienza, si badi bene, che niente ha a che fare, in certo senso, ma non in altri sensi, con la sua Tecnica prediletta: non certo dalla Psicanalisi o dalla Fisica Nucleare che possibile apprendere la Tecnica Pittorica! (si pu forse considerare questa caratteristica della comunicazione fra Arte e Scienza come uno dei tratti distintivi della Cultura latina rispetto alla Cultura di altre civilt, ed in primo luogo a quella anglosassone) (ci che dunque accomuna la Scienza e lArte, oltre la Filosofia, forse, dunque, proprio la Tecnica; ma in fondo la Filosofia non una Tecnica di Pensiero?).
Tornando alla questione in oggetto, la crisi di cui sopra inoltre confermata, si crede, dalla grande copia di ritratti che il Dal dipinse in quel periodo e dallimpegno in cui si profuse come scrittore, soprattutto conchiudendo il suo famoso libro La mia vita segreta. Anzi, proprio in chiusura che egli annuncia il suo futuro periodo di rflessione critica in vista del cambiamento: Quando, agli albori della cultura, gli uomini avrebbero posto le basi eterne dellesteica occidentale scelsero, tra linforme molteplicit delle foglie esistenti, la forma unica, lucente, della foglia di acanto, materializzarono cos il simbolo occidentale eternamente opposto a quello dellEstremo Oriente, ossia alla foglia di loto. E la foglia dacanto, resa divina, non sarebbe mai morta perch vive, preparando la sua nuova gloria, nel cervello di Salvador Dal. S! Io vi annuncio la sua vita, vi annuncio la futura nascita di uno stile
Un passaggio di cambio di interessi che coincide anche con il suo nuovo afflato mistico, che comincer ad affacciarsi in quegli anni (che egli accorper alla Fisica Nucleare, fondando ci che chiama il Misticismo Nucleare), e che coincide anche con la nuova patria delezione: dalla Francia egli comincer ad andare sempre pi spesso negli Stati Uniti dAmerica in particolare a New York . Ed in una certa maniera, in realt, questo il periodo (quello degli anni quaranta) in cui leccentricit e la creativit di Salvador Dal cominceranno sempre pi a scemare. Non un caso, mettendo in conto una buona dose di premonizione , di cui egli non era certo sprovvisto, come si vedr, che lElefante rappresentato in quei quattro quadri sempre pi magro ed emaciato, forse sempre pi anziano e vecchio (nel periodo preso in considerazione, Salvador Dal, nato nel 1904, ha circa 40 anni e si trova precisamente nel mezzo della sua vita): sembra anche che la loro andatura sia sempre pi lenta e stanca.
Non adesso n il momento n il luogo di soffermarsi (gi in tantissimi lhanno fatto), nello specifico, su ogni quadro; ma utile sottolineare, per avvalorare le ipotesi esposte in questo scritto, che nel primo quadro adesso preso direttamente in considerazione, del 1944, Sogno causato dal volo di unape intorno a una melagrana, un attimo prima del risveglio, comincia ad affacciarsi la rappresentazione di quel Misticismo Nucleare, a cui si fatto riferimento pi sopra, attraverso linserimento, nel dipinto, di oggetti sospesi e che, allo sguardo, danno lidea dessere in rotazione (la melagrana intorno a cui rotea lape in primis). Nel secondo, del 1945, Idillio melancolico atomico e uranico, le famose figure molli daliniane (come ad esempio gli orologi ) cominciano ad essere abbandonate - sembra attraverso una riflessione sulle brutture del mondo, come la guerra, della quale Dal pare ritrovarne le cause nellattegiamento ateo surrealista - a favore di una fedele rappresentazione della realt (sicuramente anche la tecnica pittorica del Dal era migliorata sempre pi rispetto agli esordi ). Gli elefanti sono qui due e se ne intuisce la presenza di un terzo, nascosto, grazie allapparire, apparentemente ingiustificato, di un obelisco da dietro una roccia. Nel terzo quadro, quello del 1946, La tentazione di SantAntonio, gli elefanti rappresentati sono cinque; e nellultimo, del 1948, Gli elefanti, di una semplicit estrema, rispetto ad altre opere di Dal, gli elefanti sono due e si fronteggiano. Questultimo, guarda caso, ma forse non proprio un caso, fu dipinto a Roma. Ed interessante notare come lobelisco di ogni elefante non sia pi poggiato sulla groppa, ma sia in sospensione, secondo le regole pittoriche del Misticismo Nucleare, che qui, timidamente, comincia definitivamente ad affermarsi, dopo aver fatto la sua apparizione nel 1944, come visto, in qualit di costante delloperare del Dal, ed interessante notare come essi obelischi siano tutti sbeccati e in rovina, come ad indicaere che lautore si fa vecchio. Vecchiaia,comunque, agognatissima dal Pittore. Cos in La mia vita segreta: Invecchier finalmente? Ho sempre cominciato col morire, per evitare la morte.
da questultima data, il 1948, daltronde, come pi volte rimarcato, che si affermer il Misticismo Nucleare: del 1949, infatti, il dipinto Leda atomica, di cui gi solo il titolo estremamente significativo delle intenzioni del suo autore.
Per quanto riguarda labbandono della Psicanalisi e della Psicologia, gettando dunque adesso unocchiata sul passato di Salvador Dal di poco precedente al periodo preso in considerazione, lopera di riferimento Autoritratto molle con pancetta fritta, che in questo modo Dal stesso comment: Autoritratto antipsicologico; invece di dipingere lanima, cio linteriorit, dipingere unicamente lesterno, linvolucro, il guanto di me stesso. questo un quadro del 1941. Due anni dopo, nel 1943, Dal dipinge Bambino geopolitico osserva la nascita delluomo nuovo: probabilmente questuomo nuovo Salvador Dal stesso, e cio lElefante di cui sopra. dellanno successivo, dunque il 1944, come osservato, il primo quadro con rappresentato un elefante carico di architetture. Ed sempre dal 1948, anno dellultima opera qui specificamente presa in considerazione, Gli elefanti, che Dal comincer ad invecchiare: forse per questo i pachidermi sono rappresentati pi rugosi e sostengono un obelisco in rovina.

Si giunge cos, finalmente, al tema specifico del titolo di questo scritto: Dal lElefante e Roma. Sempre i critici e gli studiosi di questo grande pittore si sono soffermati sullimportanza della Francia o degli S. U. A. (Stati Uniti dAmerica) nella vita del grande Pittore spagnolo catalano; ma pochissimi hanno individuato limportanza della citt di Roma, come presenza costante, sempre latente, quasi mai patente, nella vita e nellimmaginario di Salvador Dal. Importanza che si vuole qui sottolineare, attraverso questo preciso ed esplicito riferimento alla statua del Bernini (anche se forse potrebbe essere quella di Bomarzo ). Eccone alcuni dati.
Nel settembre del 1935 si ha notizia del primo viaggio di Dal a Roma. Il suo mecenate Edward James lo invita a Ravello insieme a Gala e insieme a Garcia Lorca, il quale non seguir, disgraziatamente per lui, la compagnia (sar fucilato lanno successivo nel corso della Guerra Civile spagnola che porter al potere Franco). Una fotografia testimonia il loro passaggio, evidentemente turistico, a Roma: una foto che ritrae i tre allinterno del Colosseo.
poi nel 1938, sempre sotto invito di James, che i due vi soggiorneranno per due mesi di seguito, passandovi linverno, a casa di Lord G. Berners: una splendida dimora affacciante sui Fori.
Queste visite furono importantissime per Salvador Dal; soprattutto perch si inquadrano gi nella crisi degli anni quaranta. Cos ne La mia vita segreta, Parte terza, Capitolo quarto: Decisi di partire per lItalia; mentre il mio paese attendeva il responso della distruzione e della strage, volevo interrogare una ben diversa sfinge, il Rinascimento. Sapevo che, dopo la Spagna, lEuropa intera sarebbe precipitata nelle rivoluzioni fasciste e comuniste, e che dalla miseria delle dottrine collettiviste doveva fatalmente formarsi un nuovo Medioevo, che reintegrasse i valori individuali, spirituali e religiosi Mi aggiravo per Roma.
poi nel novembre del 1948 che Dal torna a Roma per assistere alla prima di Rosalina o Come vi piace di W. Shakespeare al Teatro Eliseo, spettacolo diretto da L. Visconti, di cui la scenografia e i costumi furono da lui disegnati. Per loccasione la casa editrice darte Carlo Bestetti pubblica un testo del Dal, Bonjour, e la Galleria dellObelisco (guarda caso proprio dellObelisco, come quello in groppa agli elefanti) organizza la Prima mostra in Italia di Salvador Dal (Come visto, proprio in questo periodo che il Pittore dipinge i quadri di cui sopra, che trovano come soggetto lElefante, soprattutto lultimo considerato, Gli elefanti, esattamente dello stesso anno).
Ritorna a Roma anche nel novembre del 1949. In questo caso le ragioni della visita cambiano; non sono pi storico-artistiche, ma religiose: Salvador Dal ricevuto in udienza da papa Pio XII, al quale mostrer una versione del quadro dal titolo La madonna di Port Lligat. Questo incontro viene rievocato anche nel libro Diario di un genio al 10 settembre 1956; evento che per non collocato temporalmente nel 1949 ma nel 1954; e vi viene anche confessato, in quelle pagine, lo scopo di questa visita: fra i trecentocinquanta scopi della mia visita, il numero uno era una pratica per ottenere lautorizzazione di sposare Gala in chiesa: una cosa difficile perch il suo primo marito, Paul Ѐluard, era, per la felicit di tutti, ancora in vita. Interessante rimarcare che esattamente nel corso di questo viaggio che il Nostro dipinger uno dei suoi rarissimi acquerelli (rarissimi perch il Dal si concentrer pi che altro sulla tecnica ad olii), dal titolo Roma, ritraente la veduta di Ponte SantAngelo, di Castel SantAngelo con, sullo sfondo, la cupola di San Pietro. Non proprio un capovolavoro, occorre affermarlo, ma sicuramente si pu intraedervi limportanza che questa citt ebbe per il Pittore. Che questa veduta dovesse essergli piuttosto cara, confermato dal fatto che in uno schizzo inserito ne La mia vita segreta, in una delle ultime pagine, la prospettiva disegnata esattamente la stessa.
Vi soggiorna poi nel maggio del 1954 in occasione della prima retrospettiva in suo onore, organizzata nel Casino dellAurora del Palazzo Pallavicini Rospignosi. Questa mostra fu organizzata in primo luogo per presentare i disegni e le illustrazioni che il Governo italiano aveva nel 1950 commissionato a Dal per la Divina commedia. A questo proposito non si pu non sottolineare come Dal medesimo riveli che quellopera non laveva mai letta . Cos i giornali riportarono levento ( Dal che riporta larticolo in Diario dun genio, allinizio del 1958): Nei giardini illuminati con torce della principessa Pallavicini, Dal rinasce, sorgendo allimprovviso da un uovo cubico ricoperto di iscrizioni magiche di Raimondo Lullo, e pronuncia un discorso esplosivo in latino.
Nel 1959 Dal ritorna dal papa. Questa volta si tratta di Giovanni XXIII. forse in questoccasione che si profila il progetto di confidare al Pittore un quadro rappresentante il mistero della Trinit da esporre nel corso del successivo e prossimo Concilio ecumenico .
Chiaramente non furono solo questi i rapporti che Dal intrattenne con lItalia: egli frequent anche Milano, Venezia, Cortina DAmpezzo, la Sicilia; ma non questa la sede per approfondire, n in realt si aggiungerebbe di pi a ci che si sta perseguendo, anche perch nessuno di questi altri luoghi lasci delle tracce evidenti nelle sue opere pittoriche.
forse pi interessante notare che, in ambiente artistico, parl di lui, gi nel 1928, F. T. Marinetti, il quale lo elesse ad uno dei suoi adepti; e dal quale, per, il Dal subito si allontan in quanto il suo Manifesto giallo Manifesto Anti-artistico catalano fu bollato di futurismo e quindi fuori moda: unonta, per un autore, come lui, che non cercava altro che lo scalpore e la notizia. Per quanto riguarda, al contrario, ci che scrisse il Dal su altri artisti, nello specifico italiani, oltre al suo smodato interesse per il Rinascimento, appena dopo la svolta mistica che si pi su tratteggiata, e quindi per, in particolare, Raffaello e Leonardo da Vinci, egli si occup di Burri e di Boccioni, preferendo di gran lunga il secondo al primo. Cos si pu leggere in Viva larte moderna a condizione di dipingere a partire da Raffaello: e in particolare Boccioni, il grande genio futurista. In I cornuti della vecchia arte moderna, cos su Burri: Bench eternamente ed allegramente cornuto, Burri, nondimeno, si appende sopra la testa queste lordure (sta qui parlando della schizzinosit di molti nellavere a che fare e nel parlare di escrementi. Non perde quindi occasione, il Dal, di manifestare ancora una volta la stima per gli antichi Romani citando il Conte de Caylus: A Roma non si facevano problemi a parlare di merda. Orazio, il delicato Orazio, e tutti i poeti del secolo di Augusto ne parlano in cento punti delle loro opere).
E forse interessante ancor pi rimarcare che durante il pi intenso periodo romano, in cui, come si cerca di dimostare, Dal cominci ad avere la sua svolta mistica (arrivando poi ad affermare nel 1968, in La mia rivoluzione culturale: Io, Salvador Dal, Cattolico Apostolico e Romano), egli si prepar anche, come accadde a J. Derrida qualche decennio dopo , per la precisione due, a conquistare gli S. U. A. (forse in Italia non girava abbastanza denaro): si tratta insomma di un periodo di transizione, di passaggio; in fondo del passaggio dellElefante: un momento di crisi e di cambiamento del pachidermico Salvador Dal, il quale, in questa sua latente ossessione per Roma, forse riesce a mostrarsi sinceramente e facilmente (le sue opere sono spesso di difficile lettura e interpretazione) attraverso lartificio dellElefante; e riesce, anche qui con una certa dose di premonizione, a realizzare una delle pi stupefacenti previsioni a se stesso autodettate.
Nel suo diario, il 12, 13, 14, 15, 16 aprile 1920 (allet di sedici-diciassette anni) annota in questa maniera: Finir il liceo il pi velocemente possibile Poi, partir per Madrid, alla Real Academia de Bellas Artes. Ho lintenzione di lavorare come un matto Dopo, vincer una borsa di studio per passare quattro anni a Roma; e, rientrando da Roma, sar un genio e il mondo tutto mi ammirer.
I tempi non sono certo stati rispettati, ma la premonizione sicuramente s: infatti dopo aver frequentato Roma che il suo genio fu ammirato nel mondo tutto.

Id: 1877 Data: 02/05/2017 17:18:02

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- Alimentazione

arte e scienza

Mi si dato e mi si d, grazie a tutta una serie di coincidenze, che il Fato pare scientemente incasellare, appunto, ad arte, da riflettere e da pensare su Arte e Scienza. Il tema quasi impensabile; impensabile, soprattutto tenendo da conto della vastit, dellimmensit, dellinfinit delle possibilit umane e delle sue memorie, tramandateci attraverso i reperti della pi diversa natura: scritti, tele dipinte, incisioni, musica, matematica, geometria, econometria, economia, ecologia, biologia, psicologia e chi pi ne ha pi ne metta: in tutte, e fra tutte, un continuo intrecciarsi di arte e di scienza.
Tenendo per fermo il punto che queste due grandi materie devono avere qualcosa a che fare (ed forse questo il bersaglio che questa ricerca vuole centrare), ho cercato dinformarmi su questo binomio; e, per puro caso, mentre ero alla ricerca di queste informazioni, mi sono imbattuto in una sorta di museo, in una sorta di casa darte e di scienza, apparentemente fuori dello spazio e fuori del tempo; e in un piccolo angolo, apposta dedicato a questo tema, ho trovato unesposizione piuttosto particolare: era una mostra di libri; di soli quattro libri italiani. Chi lomise su mi ha certamente aiutato nella mia ricerca.
Purtroppo, come spesso accade ultimamente (credo che sia cos anche per la maggior parte dei miei simili), ero di corsa a causa dei tanti impegni presi per quella sola giornata. Cos sul mio taccuino, che talvolta, quasi sempre, porto con me, non ho potuto abbozzare che pochi appunti. Ma tenendo al proposito conto del poco tempo che usualmente pare si abbia a disposizione, mi sono anche convinto che era forse meglio poco di tanto. Limportante era ben sceglierli. E gi la scelta operata dai gestori del museo mi aveva in questo senso orientato; avevano in certo senso gi agito, come per procura, per me, delimitandomi lambito della ricerca, e mettendo in mostra solamente, come detto, quattro libri. E quattro libri italiani, soprattutto! Mi stup che questi organizzatori italiani si fossero rifatti alla loro cultura piuttosto che a quella straniera. Spesso, troppo spesso, forse, litaliano, gi dai tempi dellAlighieri, si volta allestero per trovare chiss ch, poi! quando in realt in questa antichissima lingua, una delle pi antiche del pianeta, possibile trovare quasi tutto quello che potrebbe interessare chiunque.
Rileggendo i miei appunti abbozzati sul taccuino questi stessi appunti che, rivisti, vorrei adesso proporre mi sono accorto che tre potevano essere le domande, di natura generalissima e sempre attualissima, che una riflessione su questo grande tema di arte e scienza poteva, e pu, far nascere:
I) con che pensiero possibile costruire i rapporti fra Arte e Scienza? che comunanze e che differenze possibile far intercorrere fra le due?
II) qual lutilit dellArte e della Scienza?
III) qual la costante che permette di inanellare, in una sola catena, le figure del Genio, dellArtista, della Scienziato, del Pazzo, del Folle? (Folle che a sua volta si ricongiunge al Genio) Cos che permette di rompere questa catena? allaltezza, o alla bassezza, di quale anello, essa possibile romperla?

Mi rendo conto che cos agendo lascio da parte domande enormi e classicissime, quasi metafiche o ontologiche, a seconda del significato che si vuole dare a quei due termini, a quei due paroloni; domande tipo: che cos lArte?, che cos la Scienza?; ma, forse, implicitamente, anche a queste domande, attraverso le prime su enunciate, possibile rispondere; solo, adesso, non le tematizzer direttamente: ancora una volta il tempo tiranno.
Propongo quindi di ripercorrere, attraverso la rilettura di questi appunti, allora presi, esuccessivamente rivisti, la visita di quella particolarissima esposizione, in modo che sia possibile poi tentare una sintesi dellinsieme delle risposte che pi personalit hanno dato, attraverso le loro argomentazioni pi diverse, a queste domande appena poste. Domande fra le tante che accompagnano questo grande tema che Arte e Scienza. Domande che per quanto io me le ponga, e (ve) le ponga, non appartengono a nessuno, perch su di loro da sempre estinto qualsiasi Diritto dAutore. In un certo modo, dunque, esse risultano essere di nessuno, e quindi di tutti.
Avverto da subito che gi questi sul taccuino sono appunti, dunque brevi; ma, inoltre, voglio ricordare, essi sono presi nel corso di una veloce visita a quella parte di quello strano e originale museo, dunque non possono che riguardare degli oggetti incontrati di corsa. E quegli oggetti, come qualsiasi altra cosa incontrata in velocit, non sono potuti apparire che sotto forma di schizzi.
Appena entrato mi resi conto che gli organizzatori dellesposizione suggerivano di percorrere la mostra in una certa direzione, in modo che gli oggetti potessero apparire, ed essere studiati, secondo un certo ordine cronologico: questordine era dal nuovo al vecchio: da opere di autori scomparsi pi di recente a opere di autori scomparsi secoli fa, come un lento percorso verso le origini. Decisi di fidarmi dei museali e seguii il loro principio proposto, che sembrava seguire una progressione quasi geometrica: si trovavano reperti di soli 20 anni fa, poi di 100, poi di 200, poi di 600. Convinto, fra laltro che, alla fine, forse, un ordine ne vale un altro: sempre ordine mi dissi - ovviamente in generale; nel particolare ogni ordine diverso da un altro ordine, ovvio; e comunque, qualsiasi sia lordine, alla fine, la sintesi conclusiva sar la stessa: cambiando lordine dei fattori (e forse anche degli addendi) il risultato non cambia mi ripetevo, rievocando un insegnamento scolastico remotissimo. E un ordine va comunque rispettato e assolto: un ordine gi un comando o un comandamento.

Il primo libro esposto era a nome di Italo Calvino, dal titolo Lezioni americane e dal sottotitolo Sei proposte per il prossimo millennio (che poi in realt, come verificai, sono cinque! Mattacchione questo Calvino!).
In copertina raffigurata una scultura di F. Melotti del 1969 dal titolo Scultura C (Infinito). Casa editrice: Mondadori. (Insomma, mi dissi: edizione elegante e tascabile: solo) 166 pagine, di carta di qualit che non ingialisce nel tempo. Libro pubblicato in prima edizione nel 1993 e giunto alla venticinquesima ristampa nel 2007. (Era questultima ristampa quella presente alla mostra.) I testi del Calvino in esso contenuti sono stati scritti per delle conferenze che lautore avrebbe dovuto tenere negli Stati Uniti nel corso dellanno accademico 1985-1986. Essi risalgono quasi tutti al 1985. Lautore non pot compiere questo viaggio di lavoro perch decedette pochi mesi prima la data fissata per la partenza. Cos era scritto sul cartellino di accompagnamento del libro in mostra, il quale continuava sottolineando che le parti riguardanti il tema Arte e Scienza potevano essere ritrovate in alcuni specifici capitoli. In quattro in particolare: quello dedicato alla Leggerezza, quello dedicato alla Esattezza, quello sulla Visibilit, quello sulla Molteplicit. In breve sembrava che fosse il tema di fondo di tutto il libro, visto che i capitoli compiuti erano in totale cinque. Ognuno di questi capitoli era dedicato ad un valore letterario che il Calvino voleva tramandare al futuro (la sua bravura e onest in ogni caso metterli in questione al contempo della proposizione). Tutti valori e tutte proposte che erano comunque risalenti nel tempo, come egli stesso tendeva a dimostrare attraverso le innumerevoli citazioni operate. Oltre quelli citati, un altro valore da tramandare, sempre secondo il Calvino, quello della Rapidit. Anche per questo argomento un capitolo apposito. Certo, mattacchione questo Calvino, ma anche piuttosto ordinato; quasi maniacale: forse una specie di archivista.
Mincurios, io che stavo di corsa, questo strano fatto che riferimenti ad Arte e Scienza non ve ne fossero proprio nel capitolo riguardante la rapidit, una rapidit e una velocit che aumentavano sempre pi proprio grazie alla Scienza e, forse, anche grazie allArte. In effetti - mi dissi mi ricordo che mi insegnarono che lArte e la Scienza non hanno niente a che fare colla velocit e colla rapidit; ma hanno a che fare colla lentezza e con la pazienza. Ma, appunto, sembra anche che, invece, la generino. Dunque forse non era poi cos strano che proprio nel capitolo riguardante la rapidit non si presentassero riferimenti a questo grande tema. Ma, se non ricordo male, il Sartre che afferma decisamente che fra il generatore, o, come lo chiama lui, generante, e il generato non vi pu essere identit e sovrapposizione. Dunque chiaro che se le Scienze e le Arti generano velocit, non esse possono essere tali, e cio velocit. In fondo - pensai e mi dissi il generatore e il generato devono essere distinti come pi volte minsegnarono. E dai miei studi questa sembrava ormai una Legge sulla quale poter fare sempre affidamento.
Il libro in mostra poteva essere consultato, come anche tutti gli altri l messi in esposizione. Bella una mostra in cui si possono toccare gli oggetti pensai. Lo presi quindi in mano per verificare la veridicit delle diciture del cartellino, e per imparare, forse soprattutto, cosa il Calvino pensasse su arte e scienza. Mi ritrovai davanti a dei testi dalla scrittura piana ed elegante, chiara nel modo di argomentare, che si snoda attraverso parole semplici e facilmente traducibili. Ovvio, in fondo mi dissi : sono dei testi che erano stati pensati per essere letti ad un pubblico anglofono.
Mi ricordo che mi attir in primo luogo tutto un brano che, vista la fretta, non ho potuto trascrivere. Si trova da p. 11 a p. 13. Sul mio taccuino ne segnai per un riassunto. In sostanza il Calvino afferma che spesso si trova ad accusare la pesantezza del vivere, e che proprio per questo ama dedicarsi alla Letteratura, andando alla ricerca di pensieri e immagini leggere. A volte ci che in un primo tempo leggero pu anche poi risultare pesante. Ma tralasciando questo ultimo discorso, e questa dialettica degli opposti che come una sua tragica logica implicita lo sostiene, oltre che, anche, il discorso che si intravede nelle stesse parole, per il quale, secondo il Calvino il regno della Natura e quello della Letteratura sono separati; tralasciando questi discorsi, come dicevo, ci che piace qui rimarcare che proprio nella Scienza egli trova spunti per la sua ricerca della leggerezza, quando la Letteratura (lArte) non pi bastante al proposito, e che preferisce trovarli in essa, giacch in questo modo pu essere sicuro che non si stia perdendo nellirrazionale o nel sogno; ma sicuro, al contrario, che, in questo modo, possa rimanere ancorato alla realt. P. 12: Ma se la letteratura non basta ad assicurarmi che non sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta . Oltre al fatto che per il Calvino evidente che la Letteratura fa parte dellArte a pieno titolo, come pu farne parte la Pittura, anche evidente che, per lui, Artista della Scrittura, la Scienza un supplemento allattivit prettamante letteraria nella sua ricerca dellispirazione. Dunque in primo luogo lArte, e poi la Scienza; ovviamente per la sua attivit di scrittore artistico.
Da queste note, per cos dire, personalistiche, Italo Calvino, successivamente allarga il discorso generalizzandolo. Dopo il capitolo Rapidit, che come visto non ha riferimenti al tema Arte e Scienza, nel capitolo Esattezza il tema torna in grande stile, perch egli si trova a confrontarsi con delle tradizioni enormi. Il Calvino, in sostanza, per lesattezza; ma come conciliare questa tendenza verso lesatto, per esempio (e certo lesempio il Calvino non lo sceglie a caso) con quella del Leopardi, il quale basa tutta la sua poetica sul vago e sullindefinito? Per farla in breve il Calvino, anche per giustificare se stesso, si basa sulla dialettica, sulla logica in movimento, per affermare che il Leopardi, come evidentemente anche lui, non fa che generare la sua poetica del vago e dellindefinito da una poetica inversa, e cio quella basata sullesattezza. Unesattezza che, in fondo, conduce allinfinito, allinfinitamente grande come allinfinitamente piccolo . La Legge e la sua meccanica sempre la stessa. Questa esattezza, questa infinit, non facilmente raggiungibile con lArte se questa non sorretta da buone basi scientifiche afferma il Calvino. Il mirare a questo scopo, allesattezza della Scienza, con lArte, diviene una lotta con lArte e, nello specifico di Calvino, colle Parole . Egli cita a questo punto il Da Vinci, con il quale chiude il capitolo sullesattezza, il quale, a suo parere, aveva proprio incarnato questo estremo tentativo di fornire allArte una solidissima base scientifica. E, tra laltro, lo presenta come il vero fondatore della prosa italiana: i lasciti letterari di Leonardo sono scritti, in effetti, in un italiano molto pi vicino a quello attuale che non, per esempio, quello del Boccaccio.
Anche altri sono gli stralci di questo testo sicuramente interessanti. Come per esempio quello contenuto alle pp. 100 e ss. In cui il Calvino dichiara che la Scienza egli cerca di sfruttarla anche per superare i limiti di un discorso antropocentrico. Tentativo che comunque, come egli stesso confessa, non possibile portare a buon termine. Ma in questa veloce visita ci si pu fermare anche solo a queste brevi note. Si rischierebbe, al contrario, di andare pure fuori tema. Anche perch lattenzione lo stesso Calvino che la sposta sul resto dellesposizione in mostra in questo particolare museo, attraverso la citazione, prima del Leopardi e, poi, del Da Vinci. Ambedue autori che si trovano presenti alla mostra attraverso due loro scritti importanti.

Attirato dagli autori nominati nel testo di Italo Calvino, mi ricordo che non riuscii a resistere a non proseguire nella visita, anche perch il tempo, tiranno, come al solito, stringeva. Ma prima di giungere davanti ai libri dedicati a quei due grandi nomi, mi scontrai con un libro contenente un testo di Luigi Pirandello, dal titolo Arte e scienza. Anchesso edito dalla Mondadori, come quelli del Calvino, ma nel 1994. Nonostante il titolo generale del libro fosse Arte e scienza, in esso erano in realt contenuti tre piccoli saggi: uno, il primo, che da titolo allintera raccolta, intitolato, appunto, Arte e scienza, un secondo Soggettivismo e oggettivismo nellarte narrativa, un terzo: Illustratori, attori e traduttori. Pirandello li scrisse in vista di un concorso allaccademia e gli vennero pubblicati tutti assieme nel 1908. Subito sul taccuino segnai due coincidenze che mi colpirono a prima vista: il fatto che la copertina delledizione mondadoriana di questi piccoli saggi riportasse un disegno di poliedro regolare per illustrare il De divina proportione di Luca Pacioli di Leonardo Da Vinci, e poi il fatto che subito dalle prime pagine dellunico piccolo saggio che mi interessava direttamente (ovviamente quello intitolato Arte e scienza) fosse citato un canto del Leopardi. Gli stessi autori citati dal Calvino come tra i suoi pi grandi maestri: uno inserito in copertina dagli editori e laltro citato direttamente da Luigi Pirandello. Queste coincidenze non poterno che esaltarmi e convincermi ancor pi a soffermarmi sul volumetto. Certo che questi museali sono stati proprio arguti! pensai.
Il testo che interessa qui maggiormente, che, come detto, sintitola esattamente come il tema generale di questo incontro, un saggio breve: si tratta di una ventina di pagine. Pagine dense scritte in un italiano che ha ancora dei retaggi antichi al suo interno, che lo rendono, cos, leggermente pi ostico di quello del Calvino, e che si evidenziano quando il Pirandello utilizza vocaboli come lume, o quando accorcia i verbi, come per esempio son al posto di sono; ma, nel complesso, godibilissimo. E ha il pregio di essere breve (- ah questo tempo tiranno !)
Anche in questo caso, considerato il poco tempo di allora a mia disposizione, e quello di oggi, forse quello di sempre, non potr soffermarmi a lungo su questo testo, che in sostanza si basa sulla trattazione del pensiero di Benedetto Croce proprio sul tema Arte e Scienza, in modo che lautore possa esprimere il suo proprio punto di vista . Ci che in primo luogo Pirandello vuole confutare la netta separazione che il Croce fa intercorrere fra Arte e Scienza. Sul mio taccuino segnai, pi che altro, le posizioni di cui Pirandello si faceva difensore. In sostanza cercai di estrapolare dallo scritto il pensiero del Pirandello, astraendolo dalla querelle con il Croce.
In primo luogo segnai cos che, per il Pirandello, fra Arte e Scienza vi sono delle comunanze e delle differenze, ma non vi certo separazione. La comunanza una: quella che ambedue fanno parte dellAttivit dello Spirito. Le differenze, ognuna collegata allaltra, sono invece due, e si riannodano fra loro nel carattere della qualit (e non della quantit, come afferma, secondo il Pirandello, il Croce) e nel carattere della libert: la Scienza oggettiva, mentre lArte soggettiva; la Scienza ha un fine che esterno ad essa stessa, lArte, a differenza, ha come fine se stessa. Insomma, la Scienza ha una regola che si tramanda da maestro ad allievo; lArte ha una regola che lartista, loperatore, si d da s. Ma, nonostante le differenze, come detto, una , per il Pirandello, lAttivit dello Spirito. Attivit che si esplica nella Logica: Logica rapsodica e intima in Arte, logica fissa ed esterna in Scienza. Attivit pi o meno libera, la quale per, p. 43, per quanto in apparenza indipendente da ogni regola, essa ha pur sempre una sua logica come un congegno apparecchiato innanzi, ma ingenita, mobile, complessa. Attivit che essendo unica non pu fare a meno delluna e dellaltra parte. Sempre p. 43: Tanto vero che ogni opera di scienza scienza e arte, come ogni opera darte arte e scienza. Solo, come spontanea larte nella scienza, cos spontanea la scienza nellarte.
Si potrebbe passare molto tempo a riflettere sul senso di queste azzardate parole, e soprattutto sulla spontaneit, che pare accomunata allincoscienza, o, meglio, allinconsapevolezza. Ma ci che qui interessa ora rimarcare che, per il Pirandello, tutto sembra convergere in ogni caso verso un primato dellOpera, la quale pu essere sia di Scienza che di Arte. E unOpera pu dirsi tale, lOpera che ha necessariamente come regno il regno del fatto, del concreto (e non dellirrazionale e del sogno, come anche afferma il Calvino), quando compiuta dallattivit del genio. Genio che non un pazzo, ma tuttal pi un folle. P. 22: Il pazzo o prigioniero entro unidea fissa o abbandonato a tutti gli avvenimenti miserevoli duno spirito che si disgrega e si frantuma e si perde nelle proprie idee; senza variet cio e senza unit: il genio, invece, lo spirito che produce lunit organatrice dalla diversit delle idee che vivono in lui, mediante la divinazione dei loro rapporti; lo spirito che non si lega ad alcuna idea, la quale non diventi tosto principio dun movimento vitale: unit cio e variet. Cos si esprime il Pirandello per dire che il Leopardi (guarda caso ancora il Leopardi!) non era pazzo e malato, come alcuni contemporanei suoi, del Pirandello, andavano dichiarando; anzi, il Leopardi era ben conscio delle sue scelte e del suo operare poetico. Folle s, certo non pazzo, insomma: un genio. E cos conclude al proposito il Pirandello: P. 21: Larte deve consistere tutta nella scelta degli oggetti, nel porli nel loro vero lume, nel prepararci a riceverne quella data impressione: questo, quindi lo scopo delloperare del genio.

Queste parole sul genio, riferite dal Pirandello in primo luogo a Giacomo Leopardi, non potevano che indurre gli espositori, e dunque anche il sottoscritto, che a rivolgersi a questo grandissimo italiano della prima met del XIX secolo. Il libro che avevano deciso di mettere in esposizione era una interessante edizione dello Zibaldone, in cui si era scelto di omettere dal testo originario le parti riguardanti la filologia, ma che era stata completata: da due saggi introduttivi (uno di S. Solmi e laltro di G. De Robertis), da una biobibliografia dellautore, da una bibliografia di opere critiche, da una postfazione di G. Ungaretti e da un indice dei temi generali. Purtroppo un indice basato sulle pagine delledizione Mondadori di cui si sta trattando e non dello Zibaldone. Questo enorme scritto che il Leopardi non diede, in vita, alle stampe fu composto tra il 1817 e il 1832. Il libro presente era la ventesima edizione del 2007 della versione mondadoriana del 1937. In copertina il famosissimo ritratto di Giacomo Leopardi realizzato da S. Ferrazzi.
Lunica possibilit di orientarsi in questo libro immenso mi fu data dal cartellino accanto allesposto, in cui erano segnati alcuni dei passi pi interessanti in ordine al tema in questione. Ma nonostante fosse stata operata una cernita consistente, visto il poco tempo a disposizione mi sono ritrovato a doverne compiere una ancora pi stretta. Questo quello che in breve sono riuscito a registrare sul mio taccuino. Sottolineo che per le citazioni tengo conto della numerazione delle pagine dello Zibaldone originaria (numerazione riportata fra parentesi quadre nelledizione in esame della Mondadori). Sottolineo inoltre che alcune informazioni derivano da miei studi precedenti sulle opere del Leopardi. Per cercare di arrivare velocemente al fondo del pensiero leopardiano occorre in primo luogo tener fermi due punti. Il primo che il pensiero del Leopardi prende le mosse da una bipartizione che trova la sua sintesi solo verso la fine della sua vita. Il secondo che per il Leopardi la Filosofia da considerarsi una Scienza; la Scienza che pi di tutte deve essere alla base dellattivit poetica. E questo sotto linflusso romantico tedesco, per il quale ha comunque parole di fuoco, che ora non il caso di riportare (cfr. ad ogni modo pp. 1848-1860 e pp. 3237-3245 in caso interessasse larticolo).
I primi argomenti che attrassero la mia attenzione (mi ero infatti distratto dalla riflessione sul Genio) furono quelli in qualche maniera collegati agli argomenti trovati nei testi dei due precedenti autori, ambedue, evidentemente, profondi conoscitori dellopera leopardiana, capisaldo della Cultura (certamente italiana, ma forse mondiale) col quale necessario confrontarsi per la sua originalit e profondit e meticolosit di composizione. (Sottolineo velocemente che dello Zibaldone ancora non ne esiste una versione tradotta in lingua inglese, anche se attualmente in fase di elaborazione.)
Il primo argomento quello della esattezza. Come insegna il Calvino, questa qualit, questo valore, che si ricava dalla Scienza, e che va riportato in Arte, da tramandare al futuro. Secondo il primo Leopardi lesattezza e la regolarit fanno parte della Scienza, della Ragione, della Filosofia, ma non della Natura, dellArte, della Poesia (cfr. p. 269). Cos come nel primo gruppo rientra la variabilit, ma non nel secondo, che invece caratterizzato dalleternit (cfr. pp. 1312-1313). Questa seconda discussione, sulla variabilit e leternit, rinvia invece al Pirandello che accomuna la variabilit allunit nellopera del genio. In ambedue i casi, in ogni modo, entrambi gli autori pi recenti (quelli del xx sec.) sono consapevoli della reversibilit degli opposti. Consapevolezza che deriva da una completa assimilazione (ed evacuazione) della Cultura romantica tedesca, a cui il Leopardi arriv alla fine della sua breve vita. Per esempio il Calvino, come visto, accomuna lesattezza allinfinitezza. Infinitezza che il Leopardi, come leternit, pone come prerogativa dellArte, e non della Scienza, almeno allinizio, come gi affermato.
Ecco che comunque la grande spartizione leopardiana prende forma: da una parte la Ragione, la Scienza, il Finito, lIndifferenza; e dallaltra lIstinto, la Natura, lInfinito, il Piacere. Ed questa seconda categoria che il Genio deve perseguire nella sua Opera. Pp. 259-262: Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullit delle cose servono sempre di consolazione, raccendono lentusiasmo E lo stesso spettacolo della nullit, una cosa in queste opere, che par che ingrandisca lanima del lettore, la innalzi, e la soddisfaccia di se stessa. Insomma, tutto il contrario dellindifferenza. E ci che il Genio deve perseguire (eccoci riportati naturalmente al Genio) colla sua imitazione, colla sua imitazione straordinaria, sono le cose che tuttogiorno si vedono senza badarci (cfr. pp. 6-8). Ed in questo suo operare il Genio regola a se stesso, anche nella scelta del suo maestro, che pu anche non essere presente, come allopposto avviene nellambito della Scienza, in cui, invece, il maestro deve sempre essere l accanto allallievo. (cfr. insieme, pp. 59 e 269). dunque - mi dissi il Leopardi allorigine della posizione del Pirandello. Ed certo anche chiaro perch lAccademia non lo accolse!
Come dicevo questa bipartizione iniziale trova, per, una sua sintesi. E questo soprattutto perch il Leopardi non riesce a mantenere la distinzione fra il Vero (che dovrebbe essere la prerogativa, e lobiettivo, della Scienza) e il Bello (che dovrebbe essere la prerogativa, e lobiettivo, dellArte). Se dunque dallanno 1820 ci si sposta al seguente, al 1821 (Giacomo ha solo 23 anni), ecco che ci si ritrova su posizioni simili a quelle conclusive del Pirandello e del Calvino: lArte e la Scienza non possono fare a meno luna dellaltra. Non che esse siano la stessa cosa, le differenze segnalate sono valide; ma esse non sono contrapposte. Esse insieme danno luogo alla Scienza della Natura; e La scienza della natura non che scienza di rapporti (cfr. pp. 1833-1840).
Ma dunque qual il criterio perch si possa riconoscere una vera e bella opera? Pp. 2568-2572: Tutto arte, e tutto fa larte fra gli uomini in tutte queste cose, e saltre ve ne sono, riesce meglio chi vadopra pi arte. E cio in un certo senso pi Scienza, o, per meglio precisare, pi pratica, pi esperienza, come si evince da quelle pagine, che qui, per questioni di tempo, non mi possibile citare direttamente; ma in ogni caso la preminenza, e non certo un caso visto che il Leopardi si proponeva come Artista, tutta a favore dellArte.

Dopo questo breve passaggio sul Leopardi, maestro di pensiero indiscusso, almeno per il Pirandello e il Calvino, non mi restava che passare al Da Vinci, genialissimo fra i Geni, lultimo di cui viene esposto un libro; il quale, citato dal Calvino, e presente sul libro dedicato al Pirandello per scelta degli editori, non viene mai nominato dal grande poeta. Ma ci anche per la questione che i codici leonardeschi non ebbero facile diffusione fino ai tempi pi recenti. Apro questo libro dedicato agli scritti di Leonardo Da Vinci, edito dalla Rusconi, a cura di Jacopo Recupero, e subito sono sbalestrato a conclusioni completamente opposte a quelle leopardiane: la Pittura, come anche le altre arti, una scienza. Lo stupore che mi colse fu enorme. Dopo aver sfogliato velocemente lindice del volume, una cronologia dei codici del Da Vinci, poi la premessa, in seguito una sorta di biografia leonardesca dal titolo persone, cose, luoghi, date, dopo lintroduzione al trattato della pittura, sempre a cura del Recupero, nella prima parte del Trattato, par. 1, cos lessi, e cos ricopiai sul mio taccuino: 1. Se la pittura scienza o no. Scienza detto quel discorso mentale il quale ha origine da suoi ultimi principi, de quali in natura nullaltra cosa si pu trovare che sia parte di essa scienza . Nel proseguio del paragrafo la domanda posta nel titolo non trova risposta. Perch essa implicita: la Pittura Scienza. E la Scienza appena stata definita come tutto ci che non Natura, ma che alla Natura si rivolge.
Non mi addentrer qui sul discorso primario che il Da Vinci porta avanti, in questa prima parte del Trattato sulla pittura, in ordine alla comparazione tra la Pittura e gli altri tipi di Opere Umane (come la Poesia, in primo luogo, ma anche la Scultura e la Musica), nello stesso tempo ponendo la Pittura al pi alto grado di eccellenza, insieme, guarda caso, ma forse non un caso, alla Filosofia (cfr. par. 5), tra le varie materie, imponendo cos una gerarchia, avendo come scopo quello, appunto, di difendere la Pittura, in quanto nei secoli precedenti era stata classificata come Arte, o Scienza, minore e meccanica, perch non si concludeva nel solo atto del ragionamento, come per esempio, si affermava, accade al contrario per la Poesia. Ma al di l di queste insane diatribe, alle quali anche il Da Vinci quindi si presta, difendendo il suo principale amore, la Scienza della Pittura (come il Leopardi la poesia ), ci che qui interessa sono i principi generali che Leonardo Da Vinci ci presenta in ordine alla Scienza in generale, e cio allArte.
Egli afferma in primo luogo, come il Leopardi, che la Scienza legata alla Natura: fra di loro vi distinzione, ma nello stesso tempo vi anche un rapporto, per cos dire parentale. Par. 8, parlando della Pittura, in quanto Arte o Scienza eccelsa: E veramente questa scienza e legittima figlia di natura, perch la pittura partorita da essa natura; ma per dir pi corretto, diremo nipote di natura, perch tutte le cose evidenti sono state partorite dallla natura, dalle quali cose nata la pittura. Adunque la chiameremo nipote di essa natura e parente dIddio. Questa parentela anche il criterio che permette di distinguere una vera Opera di Scienza (come anche del valore fra le varie scienze) dal resto delle attivit umane: pi lOpera si avvicina alla rappresentazione della natura e pi essa eccelsa: limportante dunque imitare la natura al pi alto grado (cfr. parr. 15, 17, 18).
Il secondo valore da tener fermo, sempre ad avviso del Da Vinci, la fatica. Se vero che non si pu distinguere la parte mentale dalla parte meccanica, anche vero che la scienza di maggior valore quella che ha preponderanza nella parte mentale, e che dunque meno meccanica e, quindi, meno faticosa (cfr. par. 32, che tratta delle differenze e della gerarchia tra la Pittura e la Scultura).
Terzo valore: se vero che lUomo fa parte della Natura anche vero che esso ne rappresenta lultima creazione, e dunque anche la pi bassa. Par. 3, trattando delle differenze e della gerarchia fra Poesia e Pittura: la pittura rappresenta al senso con pi verit e certezza le opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere rappresentano con pi verit le parole al senso, che non fa la pittura. Ma dicemmo essere pi mirabile quella scienza che rappresenta le opere di natura, che quella che rappresenta le opere delloperatore, cio le opere degli uomini, che sono le parole, com la poesia, e simili, che passano per la umana lingua. In questo senso ci sarebbe da riflettere sullArte Astratta, che, in qualche maniera rappresenta pi lanimo delloperatore che le opere di natura. Ma anche in questo caso, sempre per ragioni di tempo, e di coerenza tematica, faccio cadere questo interessante discorso.
Ma c un quarto valore, forse il pi importante, per giudicare se unOpera effettivamente un opera di Scienza, per verificare se essa effettivamente Vera. Par. 12: non scienze, ma discorsi, per i quali sempre con gran gridore e menar di mani si disputa; par. 29: E veramente accade che sempre dove manca la ragione suppliscono le grida Per questo diremo che dove si grida non vera scienza, perch la verit ha un sol termine, il quale essendo pubblicato, il litigio resta in eterno distrutto, e sesso litigio resurge, ella bugiarda e confusa scienza, e non certezza rinata.
A questa Utilit, quella che la vera Scienza genera accordo e non dispute, se ne affianca unaltra, che, in un certo senso, da essa deriva e che si riallaccia ad un altro discorso quello delluniversalit: Quella scienza pi utile della quale il frutto pi comunicabile, e cos per lo contrario meno utile quella ch meno comunicabile. Questa comunicabilit deriva da una caratteristica in fieri delloperatore: esso deve essere disposto alluniversalit (cfr. par. 58); a quelluniversalit che al tempo del Leopardi gi si tramutava in enciclopedismo. Ma gi negli scritti di Leonardo possibile ritrovarvelo in nuce. In breve egli suggerisce di farsi una propria piccola enciclopedia in cui registrare le proprie osservazioni del reale, in modo poi da poterle riportare in pittura. Par. 169: e quelli notare con brevi segni in questa forma su un tuo piccolo libretto, il quale tu devi sempre portare teco; par. 175: sicch per questo sii vago di portar teco un libretto e quando avrai pieno il tuo libretto, mettilo da parte, e serbalo a tuoi propositi, e ripigliane un altro, e fanne il simile; e questa sar cosa utilissima.
Sul mio taccuino ritrovo un ultimo appunto, che pare collegarsi a questo autoenciclopedismo propugnato dal Da Vinci, e che mi rimanda al Pirandello, il quale afferma che una delle differenze fra Arte e Scienza quella riguardante la Regola: ogni Artista, ogni generatore dArte si d la Regola per s, mentre lo scienziato trova una Regola gi fissata. Anche Leonardo parla di una distinzione simile: quella fra scienze imitabili (quelle che il Pirandello chiama scienze) e scienze inimitabili, o, per meglio dire, singolari, irriproducibili (quelle che il Pirandello chiama arti). Par. 4: Le scienze che sono imitabili sono in tal modo, che con quelle il discepolo si fa uguale allautore, e similmente fa il suo frutto; queste sono utili allimitatore, ma non sono di tanta eccellenza, quanto sono quelle che non si possono lasciare in eredit, come le altre sostanze. Infra le quali la pittura la prima. Anche in questo caso mi limito a fare da messaggero e lasciar cadere il discorso su questa labile differenza sulla Regola (una regola che sia pi o meno codificata formalmente, che sia pi o meno patente o latente, c sempre: questo preme soprattutto rimarcare), ad ogni modo interessante e profonda, e su quella dellereditariet delle Opere. Anche in questo caso non posso ampliare troppo il discorso per questioni che il solito tiranno implica.

Questa velocit avuta nellincontro concentrato e attento, seppur differito e mediato dagli scritti, con queste straordinarie personalit della Cultura italiana di importanza planetaria, mi ricordo che mi stord: mi ritrovai con il mio taccuino appoggiato su un ginocchio e il libro Leonardo Da Vinci, Scritti. Tutte le opere: Trattato della pittura Scritti letterari Scritti scientifici sul leggio davanti a me sul quale era in esposizione, con stampato sulla copertina un ritratto a matita di se stesso dellautore, da anziano canuto, e la Monna Lisa in un angolo a sinistra estrapolata dal suo contesto, e cio dal panorama nel quale sul dipinto originario inserita, riflettendo sul fatto che questa edizione non tiene conto di tutti gli insegnamenti lasciatici dal Da Vinci, e sul fatto che, nonostante egli faccia di tutto per innalzare la Pittura al di sopra delle Lettere, alla fin fine proprio alle Lettere che egli si affidato maggiormente per far ricordare la sua complessa personalit e i suoi pensieri e i valori dai quali part per la composizione delle sue opere pittoriche. Solo le Lettere, infine - pensai e mi dissi - permettono di ammirare i retroscena di unopera pubblicata, che essa sia letteraria o meno. E che solo le Lettere ci a cui tutto pu risalire come vertice di comunanza tra le varie materie umane: il Giuridico, lEconomico, il Matematico ... In fondo anche nella Musica, sugli spartiti musicali, sul pentagramma, esse sono presenti Le Lettere, il primo e pi labile prodotto dellattivit della Ragione, questa sorta di Seconda Natura, quando lEssere Umano considerato come esterno alla Natura; e che in realt e in verit non che la Metafora della Natura Umana dellUomo, che dunque sempre della natura fa parte, che sempre Natura , e che dunque forse, trattata in un certo modo, anche Metafora della Natura in generale nella quale anche lEssere Umano compreso (forse qui che il Calvino riusc a intravedere la possibilit di unopera che riuscisse a superare lantropocentrismo). In questa direzione si pu forse dire che proprio quando lArte, o la Scienza, diviene Metafora pressappoco perfetta della Natura, che esse possono essere considerate Vere e Belle, e quindi in qualche maniera Giuste.

Mi riscossi, allontanandomi da queste riflessioni e riconcentrandomi sui successivi impegni della giornata, contento di serbare nella mia sacca il taccuino su cui velocemente ma con cura avevo segnato i miei appunti, i miei abbozzi, degli schizzi del contenuto di questi immensi testi, quasi metafisici e in rovina, metafisici come gli oggetti osservati in velocit.
Lasciai cos le stanze dellesposizione in mostra in questo straordinario museo.

forse ora giunto il momento, col senno di poi, di tirare le somme di questa visita in quellimpalpabile museo fuori del tempo e dello spazio, che ha generato questa sorta di viaggio spaziotemporale tra le rovine di passati recenti e pi antichi, fino agli albori della modernit italiana, una delle modernit pi antiche della cosiddetta Cultura Occidentale, forse la pi antica, mettendo insieme gli appunti, per delle risposte a quelle tre domande che mi ero inizialmente posto come punto di partenza, e quindi di arrivo, per questa ricerca, di tipo per cos dire archeologico, su Arte e Scienza.
Prime domande, e risposte: il pensiero attraverso il quale possibile ricostruire e ipotizzare dei rapporti fra le arti e le scienze forse quello su cui mi soffermai alla fine della visita appena narrata: la Natura Umana questa Natura, e Metafora di essa Natura nello stesso tempo, dunque in comune questi due amplissimi ambiti, lArte e la Scienza, hanno, come disse Imre Toth, con luso dei cosiddetti paroloni, nel corso del precedente incontro su questo tema in questione, organizzato sempre dal Centro Studi Lucio Colletti, a Pesaro, nel marzo di questanno 2010; essi ambiti in comune hanno: la valenza cosmologica e quella epistemologica. Cio, secondo le parole del Pirandello e del Croce, esse vanno riferite entrambe a quellunica Attivit dello Spirito dellEssere Umano, che si esplica sia nellArte che nella Scienza, cio nella Ragione, di cui, al loro limite eccelso e aporico non ne sono che la Metafora, e quindi non fanno altro che rappresentarla. E questa comunanza confermata sia dal Leopardi, che riduce tutto allArte, sia dal Da Vinci, che riduce il tutto alla Scienza, occupandosi, entrambi, sia di Arte che di Scienza, anche se di arti e di scienze differenti. Se dalle comunanze si passa alle differenze (differenze in aprticolare giuridica, che in realt non fa che confermare la vicinanza di questi due ambiti), la prima e grandissima che possibile ricavare da ci che si appena incontrato, e che si ricava principalmente dal pensiero pirandelliano, e che trova conferma in quello leonardesco e in quello leopardiano, considerate nella dinamica del loro manifestarsi, quella della formalit o informalit della Regola, e, dunque nel modo in cui questa Regola viene trasmessa: da maestro ad allievo, rimanendo uguale a se stessa, come se fosse esterna agli operatori e vivesse di vita propria, formale, nellambito delle scienze; ogni volta autonomamanete rinnovata e valida solo per un operatore, come se loperatore fosse la regola stessa, interna, informale, nellambito delle arti. In questo senso, si potrebbe concludere, nelle arti si verifica un maggior esercizio della propria libert personale che nelle scienze. Si pu quindi forse dire che nelle arti si pecca di superbia pi che nelle scienze, perch, alla fine, nel praticare le arti il soggetto, lartista, si vuole porre come unorigine oltre la quale non si pu pi risalire. In questo senso lartista si pone come un essere pi divino dello scienziato. [In questo senso interessantissime le riflessioni sulla libert degli individui e sul rapporto inversamente proporzionale della tirannia dello Stato di Leopardi, Zibaldone, pp. 252, 274-276, 314-315: pi la ricerca libera e pi lo Stato tiranno e viceversa]. In questa direzione, considerando i sensi finora presi in considerazione, si pu forse affermare che: la Scienza lArte con cui lUmano studia ci che lo circonda, basandosi sulla presupposizione che si possa mettere al di fuori di esso; e lArte la Scienza con cui lUmano studia se stesso, nella presupposizione che ci che lo circonda lo inglobi. In conclusione: comunanza generale tra Arte e Scienza (che anche lelemento sul quale far ruotare le loro differenze) la Ragione, la Regola, la Legge.
Alla seconda domanda, quella sullUtilit delle scienze e delle arti, si pu rispondere che essa triplice. Da una parte lutilit derivante dallessere, le arti e le scienze, veicoli per tramandare lesperienza di vita degli operatori che le hanno praticate, di essere testimonianza di una o pi vite, attraverso il loro carattere metaforico di quelle attivit dello spirito, di quelle vite, della vita, soprattutto attraverso le Lettere. Dallaltra parte il suggerimento di Leonardo sicuramente fondamentale: dove c Vera Scienza, e, si aggiungerebbe, dove c Bella Arte, dove quindi possibile e costatare e verificare il Bello Vero, il Giusto, non c litigio. Dove c accordo e univesalit di giudizio, l si riscontra la presenza del Bello Vero. E forse dove c unanimit di giudizio, secondo ci che si espresso precedentemente, la rappresentazione della Natura, Natura presumibilmente infinita, raggiunge il suo grado di esattezza maggiormente attingibile. Da unaltra parte ancora, come indica il Calvino, lArte e la Scienza possono aiutare a ritrovare quella leggerezza che nel quotidiano pesante della vita pu tendere al celarsi.
Alla terza e ultima domanda, sul Pazzo e sullArtista, spesso considerato un Folle, si pu invece rispondere in primo luogo con le parole del Pirandello, che ci dice - e di esperienza doveva averne molta, considerando la pazzia riconosciuta della moglie - che il Pazzo non capace di tenere assieme unit e variet, capacit che invece la prerogativa del Genio. Questa figura si caratterizza ancor meglio attraverso le indicazioni del Leopardi, il quale mette in campo la concentrazione e lattenzione del Genio, il quale capace di cogliere e di amplificare il Bello (e quindi il Vero) che possibile riscontrare nella quotidianit. Quotidianit verso cui il Pazzo mostra disinteresse, perso com nel mondo delle proprie idee. Occorre per inoltre segnalare, per meglio definire la figura del Genio, che questa genialit non solo innata (ci vuole comunque una certa disposizione), ma ha bisogno che il Genio leserciti e la pratichi, come dice il Leopardi, e che si aiuti prendendo appunti, abbozzi e schizzi, sul suo libretto, come consiglia il Da Vinci. La figura di Salvador Dal emblematica e potrebbe essere di grande utilit, una volta appresa, per rischiarare queste tematiche.
Mi verrebbe, ora, da prendere lo spunto per una riflessione sul tema Follia e Ragione, tema sul quale in tanti hanno gi riflettuto, e mi chiederei: Possibile che sia considerato un Folle proprio colui che tende a meglio esercitare la (propria) Ragione?. Anche in questo caso il Tiranno mimpone di contenermi.
Ma si fatto tardi, ora che chiuda questi taccuini.

Id: 1876 Data: 02/05/2017 17:15:44

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- Letteratura

’Mi capita di urlare la mia gioia di vivere’

 
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Di libri antichi e preoccupanti, come anche di moderni o di contemporanei, ma sempre preoccupanti, ne ho letti tanti, tantissimi, e tanto mi hanno indicato ed esemplato; però, però … mi hanno anche lasciato dei segni di malessere forse ‘inutile’, forse troppo utile per l’integrazione sociale. Pochi sono stati in effetti i libri sulla felicità, che non sia stata quella ‘banale’ della realizzazione di un amore passionale.

Tra di essi me ne ricordo almeno un paio. Essi hanno il sapore del giornale di bordo e l’odore del porto e del mare. Del porto quello del Dalì, e del mare quello del Moitessier. Rispettivamente: Diario di un genio e La lunga rotta.

Che cos’hanno in comune di bello, di nuovo, di speciale, per me, quei due libri marini? direi che essi sono spaventosi: sono, cioè, speranzosi e gioiosi e divertenti; mettono il lettore davant

i a un esempio di essere umano, tra i due completamente diverso ma al contempo simile, che è, a mio parere: invidiabile.

Sì, invidiabile: un tipo di essere umano che ha trovato il modo di coniugare concetto e corporeità, cultura e manualità, pensiero e azione (se questo tipo di contrapposizioni avesse senso). Insomma di un essere umano completo. In questo le esperienze comunicate da quegli autori si assomigliano, ma per tutto il resto sono completamente diversi: tanto aristocratico il Dalì, quanto popolano il Moitessier; tanto posato il primo, quanto agitato il secondo; il primo pittore monarchico, il secondo navigatore autarchico, ma entrambi rivoluzionari. Ambedue col rimpianto della musica. Operosi ambedue: il Dalì ci ha lasciato qualcosa come quindicimila opere, mentre il Moitessier ha compiuto un giro del mondo e un quarto in dieci mesi di navigazione in solitaria senza scalo.

Come dimenticare il Dalì che ci narra di quando si trasformò in pesce? O di quando ritrovò la forma del continuum temporale nella forma delle chiappe di una sua amica? O di quando si rese conto che il corno del rinoceronte, la Merlettaia del Vermeer e la margherita rispondono tutti al medesimo algoritmo?

Come dimenticare il Moitessier che ci narra di quando si ubriacò e si ritrovò con un fantasma di marinaio sulla barca? O di quando ci narra della storia dell’inutile soffietto che regalò e tempo dopo gli venne riregalato? Ma, ancor più, dove ritrovare quelle magnifiche descrizioni che egli effettua del mare, dei suoi colori, dei suoi suoni, dei suoi ambitanti, della sua forza? Quella forza immane che egli si trovò ad affrontare per qualche mese durante l’inverno australe – ma che non ci racconta? Come dimenticarlo?

E certo è importantissimo che egli non ce la racconti, che egli non ce la voglia raccontare: per pudore e perché, probabilmente, non ci voleva spaventare dell’andar per mare. Come dice Seneca ne L’ozio: “Se uno mi dice che navigare è bellissimo, ma poi aggiunge che i mari sono cosparsi di naufragi e infestati da frequenti burrasche … è evidente che costui, pur lodando la navigazione, in effetti mi vieta di salpare”.

In questo suo riserbo, però, il Moitessier lascia giù delle frasi che mi piacerebbe sentire più spesso. Delle frasi che sono dei versi poetici, delle frasi che sono dei versi animaleschi, come  (ottonario dopo ottonario): “mi capita di urlare la mia gioia di vivere”.

In questo senso anche il Dalì non è da meno: “Vado a letto felice”. E lo afferma in quanto Gala era rimasta ammirata dai suoi quadri.

Qualcosa, insomma, in entrambe le occasioni, di ben diverso da “Il male di vivere ho incontrato” del vecchio Montale.


Id: 1849 Data: 21/03/2017 23:04:58