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Raccolta di articoli di Roberto Maggiani
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Letteratura

La cruna | tra poesia e scienza

  

“dove le nuvole compilano epicedi / per lo scomparso mondo”

(da “Spostamento” pagina 85)

 

 

Le poesie proposte da Contessini in questa sua quinta raccolta di versi, “La cruna”, si compongono unitariamente in un percorso di ricerca, messo in atto con parole e strutture capaci di esprimere la contemporaneità e ciò che in essa freme a causa dell’affermarsi di nuovi paradigmi e termini propri dell’ambito scientifico, derivanti dalle nuove interpretazioni della realtà che la scienza propone nel suo procedere, elementi che, inevitabilmente, informano di sé anche il linguaggio comune.

 

Dalla poesia “Quanti” a pagina 30.

 

La luce a maggio è onda che predice / libera brana a un capo sciolto / che spande armoniche fluttuanti / […]

 

Dalla poesia “Trilogia da sosta” a pagina 43.

 

[…] / Un intervallo, il tempo costipato, / variabile d’imponderabile movente / indugia con funzione lineare / che vive di costante incrementale. / […]

 

Dalla poesia “Turn over” a pagina 72.

 

[…] / Un’energia assolata colma di luce / attratta da materia gravitale / che si abbandona a un sistema / come collasso di galassia.

 

Dalla poesia “Elaborazione dati” a pagina 99.

 

[….] / Se l’esistenza pensiamo in ologramma / possono i sogni esprimere materia? / […]

 

Se da una parte, nei versi di Contessini troviamo l’anelito a forzare il blocco della tradizione poetica, per espandersi in diversi fraseggi che possano rendere giustizia a un mondo in rapido cambiamento a ogni livello, dall’altra il poeta occhieggia alle proprie spalle verso la tradizione; si tratta cioè di uno sguardo a tergo nella certezza che tutto torna, anche la fine, e, dunque, tutto riparte in un nuovo ciclo spazio-temporale: ciò che è stato lo ritroveremo davanti, come un antico e nuovo guado necessario, si tratta di qualcosa di già visto e inevitabile, come ad esempio l’amore, ma rinnovato dalla novità del contesto e da un diverso linguaggio.

 

Dalla poesia “Regressione” a pagina 76.

 

L’ingovernabile pressione al plesso / altera respiro per farne affanno. / Un’implosione devastante / che arresta sonno / una ricerca di ragione, liquida in sostanza, / capace di colmare interstizi. / Pensavo di essermi affrancato / di non avere incontri nella notte. / […]

 

Il titolo di questa raccolta evoca i Vangeli di Luca e Matteo, là dove Gesù afferma: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!” Quelli che ascoltavano dissero: “E chi può essere salvato?” Rispose: “Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio.”

 

Gesù utilizza il paradosso del cammello e della cruna per fare intendere ai suoi interlocutori l’impotenza umana e l’onnipotenza divina, rivelando in tal modo una struttura del mondo almeno bidimensionale, nel senso che ora dirò, che Contessini adotta come paradigma del sistema poetico che va tracciando. La prima è una dimensione in cui gli eventi avvengono secondo logiche e leggi facilmente deducibili dall’esperienza quotidiana, subordinate al tempo. La seconda è una dimensione, non immediatamente visibile, in cui le leggi che governano gli eventi non sono intuitive – si tratta cioè di una sorta di ultra-mondo, quale che esso sia, svincolato dal tempo, in cui avviene altro.

La fisica moderna, d’altronde, ci parla proprio di un mondo nascosto, che alle generazioni passate non era evidente se non come portatore di anomalie nelle leggi della natura, leggi che l’uomo, nel corso dei secoli, è riuscito a individuare a partire dal buonsenso; tali anomalie derivano da leggi e logiche altre che l’intelligenza umana, supportata da una grande dose di immaginazione, soprattutto a partire dall’inizio del Novecento, è riuscita in parte a scoprire e a comprendere. Tuttavia, la fisica odierna è ancora pervasa da profonde anomalie – gravi anomalie – che rivelano la presenza di leggi, in quell’ultra-mondo, che seguono logiche ancora per la maggior parte sconosciute.

 

La cruna, dunque, richiamando il paradosso, evoca la bidimensionalità della realtà e diventa simbolo di una sorta di passaggio dal macro-mondo, immagine della normalità, conforme alla nostra esperienza quotidiana soggetta al tempo, al micro-mondo quantistico, immagine di un livello della realtà meno intuitivo, se non addirittura contro-intuitivo, e in cui il tempo ha un’importanza marginale, c’è ben altro.

Non per niente il paradosso della cruna, fin da subito, mi ha richiamato alla mente il cosiddetto effetto tunnel, fenomeno caratteristico di una interpretazione quantistica della realtà, si tratta di una sorta di paradossale comportamento della natura. L’effetto tunnel venne utilizzato, per la prima volta nel 1928, dal fisico ucraino Gamow per spiegare il decadimento alfa. Seguendo le leggi della meccanica classica tale fenomeno non è spiegabile. La meccanica quantistica, invece, prevede che una particella abbia una probabilità diversa da zero di attraversare spontaneamente una barriera arbitrariamente alta di energia potenziale. Possibilità prevista dalle equazioni di Schrödinger.

 

È dunque proprio il titolo, e il suo richiamo al paradosso della cruna, a sottolineare l’ammiccamento di questa coinvolgente raccolta poetica di Contessini verso la scienza. Nello scorrere dei versi vediamo delinearsi una forma di dialogo tra poesia e scienza, nel senso che quest’ultima diventa metafora adatta al mondo poetico, essendo anch’essa, come la poesia, plasmabile dall’intuizione e dalla fantasia. Si tratta di un mondo poetico che include tutte le variabili umane inalienabili, riassumibili nella parola “sentimenti”.

C’è una poesia in questo libro, di cui mi sono invaghito, che penso raccolga nei suoi versi gran parte del senso de “La cruna” e di quello che dirò.

 

Dalla poesia “Spostamento” a pagina 85.

 

È la bellezza di sistema / assente nel progetto / che misera raccoglie astio. / […]

 

Procedo riportando un’affermazione dell’autore tratta da un’intervista, perché in qualche modo esplicita l’intento sotteso ai suoi versi: “La citazione [del paradosso della cruna], in quanto paradosso, lascia aperta la possibilità all’evento come plausibile, così come i testi contenuti nella raccolta narrano di passaggi stretti riferiti a una verosimile attività indagatoria della realtà che proponga analoga eventualità. Passaggi impraticabili da attraversare, se non per mezzo di nuovi interrogativi scaturiti da teorie scientifiche che danno credibilità alla deformazione dell’occhiello della cruna, secondo una misura di soggettività poetica.” Come esplicitato nella già citata “Quanti” (a pagina 30):

 

La luce a maggio è onda che predice / libera brana a un capo sciolto / che spande armoniche fluttuanti. // La radiazione profetica di un moto / con una linea d’orizzonte scosso / per precipizi di coscienza inane.

 

Propongo anche la poesia “Celebrato rito” a pagina 25.

 

Un’asola tra onde in cicli, / compiacimento d’illusione, / arruffa amaro seme di germoglio / che cerca nei passaggi in crune / la predicazione dei regni da cammelli / e la semenza affusolata delle rune.

 

In analogia con la teoria quantistica dei campi in fisica, uno dei modi normali di oscillazione di quello che mi piace chiamare il campo poetico di Contessini, è proprio quello che mostra la possibilità delle impossibilità, intendendo con “le impossibilità” tutti quei fatti impossibili a uno sguardo troppo meccanicistico e rigido della realtà poetica: la “deformazione dell’occhiello della cruna”, di cui parla Contessini, al fine di far passare il cammello, non è possibile se non in un sistema poetico flessibile, elastico e governato da fluttuazioni che addirittura portino lo sguardo del poeta su una sorta di macchina del tempo capace di andare a ritroso.

La poesia “Domande orizzontali” a pagina 21, è rappresentativa di questa macchina del tempo. Ne propongo la parte iniziale.

 

“Dove sei?” / “In una precessione di solstizi.” / “A fare?” / “Viaggi sul secondo che precede.” / “E come?” / “Con la reminescenza venuta in superficie / e la funzione di osservare.” / “Cosa vedi?” / “Vedo un terrazzo di rimpetto / sguincio a sinistra, / e un bambino intento / che fissa un parapetto, / […]

 

La fantasia, come metafora del reale, sgorga e stupisce, dilaga e informa di sé tutto il fare poetico di Contessini il quale afferma, nella stessa intervista: “Ecco allora la narrazione di mondi a noi invisibili: intuizioni su eventi accaduti o che potranno accadere.” Parole esemplificabili con gli ultimi quattro versi della poesia “Domande orizzontali” a pagina 21:

 

[…] / L’osservatore osserva ciò che verrà osservato: / la coesistenza dell’istante, nella funzione d’onda / la massa di pensieri retroattivi, / precipitanti nel quantico improvviso.

 

Oppure alcuni versi della poesia “Sdoppiamento” a pagina 36.

 

[…] / Sottile l’energia dei fili ignoti / guida l’osservatore all’osservare / l’architettura in forma astratta. / […].

 

È ciò che avviene quando “il punto di osservazione [cioè il poeta o il lettore, o l’unione poeta-lettore] diventa parte del fenomeno osservato” (cit. Contessini) e lo influenza modificandolo, diventando esso stesso parte integrante di quel ciclo spazio-temporale che si apre con il primo verso della raccolta: “La misteriosa sparizione” e si chiude con l’ultimo “e la coscienza tacitata trovi l’artiglio.”

Un artiglio pungente e tagliente spuntato dal buio della selva oscura dantesca, che ha lasciato un graffio sanguinante e profondo in una delle dimensioni della realtà spirituale del poeta, perché non c’è poesia che non attinga a un disagio o a una sofferenza, conscia o inconscia, evidente o nascosta, e da un grande amore attuale o vissuto nella nostalgia o nella speranza; si tratta di sentimenti ed esperienze capaci di aprire, loro soltanto, lo scrigno del cuore e dell’intelligenza umani da cui scaturisce poesia, della quale, lo sottolineo, ogni uomo è capace. La poesia può soffocare in un’esistenza percepita e vissuta come mero consumo, ma può anche informare di sé tutta l’esistenza e avviare il ciclo spazio-temporale di una poetica come quella di Contessini che, inevitabilmente, per impegno e capacità dell’autore, tende a distendersi su ampi orizzonti che fanno della ciclicità la loro misura di linearità.

 

Una poesia rappresentativa è “Sfuggenza” a pagina 77.

 

Sono stato tradito! Come lo scoglio / eroso d’acqua di mare che si distacca / e dalla costa cade nell’abisso. / D’un tradimento d’anni, i migliori, / quelli che portano l’effervescenza, / l’onnipotenza possibile, priva di limite. // […]

 

O da “La crepa” a pagina 86.

 

Le tue labbra serrate / avulse dal sorriso dirompente / non le ho potute dire / perché trovate amare. / […]

 

O da “Rex Sacrorum” a pagina 87.

 

Quale ferita rimproveri alla vista / se il dio della soglia reclina / uno degli sguardi dai carboni tuoi? / Come osservante partecipi l’evento / ne condizioni l’asse ortogonale / […]

 

 

Siamo dunque di fronte a un itinerario, quello proposto da Contessini, che assume caratteri spirituali e scientifici. Non intendo certo affermare qui la religiosità dell’autore, non so neppure se sia credente, quanto piuttosto il suo slancio spirituale, come atteggiamento di ascesa verso una dimensione altra, situata allo zenith dell’esistenza del genere Homo, più in particolare della specie Sapiens.

 

Riporto la poesia “Percezione” di pagina 23.

 

Così, in uno spazio / di bianco nuvolare, segni di cielo / e geometrie molecolari, / comprendo una fessura, simmetrica di piano, / sfumata nei richiami di favore astrale / a forma di simbolo carnale / sospesa a un’ara disposta al sacrificio. / Composizione in pietra dura, / fusa dal fuoco del mantello / in cerca di camino in cui eruttare. / Per anni fissa come icona, / guardiana del riposo orizzontale, / ne scopro finalmente un senso / compiuto nello spazio verticale / a fantasia sbrigliata priva d’illustrazione.

 

Tale atteggiamento ascendente, “nello spazio verticale”, è un antichissimo anelito alla conoscenza che ha portato, e tuttora porta, la nostra specie a volgere lo sguardo in alto, sia fisicamente che spiritualmente. Un “alto” rappresentativo di un “oltre” qualche cosa che ostacola lo sguardo della dimensione esistenziale più profonda, nella quale non è possibile orientarsi senza portare in gioco la fantasia come senso eccellente e necessario a focalizzare, con l’immaginazione, ciò ch’è invisibile agli occhi fisici e ottenere le evidenze di quello che abbiamo chiamato ultra-mondo. Ciò ch’è immaginabile è reale mentre ciò ch’è reale è immaginabile, questo ci insegna la storia del pensiero umano. E come non innestare in questo sforzo di fantasia il sentimento (cuore) e la ragione (cervello) e dunque generare fede e scienza?

Di fantasia e immaginazione non possono fare a meno neppure i fisici, chiamati a elaborare le più avanzate teorie sul micro e macro-mondo, figuriamoci i poeti come Contessini che non si accontentano dell’evidenza. La fede è nella propria capacità di indagare, con cuore e mente, il reale che ci circonda, rivalutando la dimensione del visibile alla luce di quella invisibile, il kantiano noumeno sottinteso al fenomeno. Ne “La cruna” le parole di Contessini sono evocative, non tanto di cose ma di eventi, sono narrazioni di esperienze situate nell’intorno del mondo vissuto, nei suoi spazi e nei suoi tempi, ciclici o lineari che siano poco importa. Talvolta si tratta di attese, di supposizioni, di affermazione di certezze, ma anche di affermazione di dubbi. Siamo di fronte a una poesia paradossale.

 

Poesia senza titolo a pagina 17.

 

Dove la tengo l’anima bruciata / sotto la teca di un cristallo / o nel concilio d’infernali colpe? / Come padrone di destino coltivato / o come demone che sfida l’assegnato? / Domande al bordo di un trasporto / che si consegna al viaggio di ritorno.

 

 

In molte poesie, ne ho contate almeno quattordici, sono utilizzate le parole: linea, piano, asse, verticalità e orizzontalità, a significare la necessità dell’autore, forse inconscia, di definire uno spazio, una geometria lineare che in qualche modo sia confortevole, al fine di esorcizzare il caos che invece domina il vuoto che circonda e genera la realtà e che crea smania nel poeta; anche se tali geometrie, per così dire assiali, rappresentano tagli netti nello spazio dei sentimenti del poeta, che predilige, piuttosto, geometrie curve e convergenti.

 

Dalla poesia “Punctum” a pagina 18.

 

Sono nel dove ignoto / di un deserto / intorno un orizzonte / senza emergenze verticali. / Un cenno occulto di sentenza / in un silenzio vuoto di vento / che cerca padiglioni per l’ascolto / […]

 

Dalla poesia “Residui” a pagina 64.

 

Le soluzioni curve / e non gli incroci retti / occorrono al sereno / convergente. / Il sogno dei disegni attesi / fatti di chine colorate / e geometrie inventate. / […] / L’ascesa è stabile fatica / la meta, incognita che sfianca.

 

Contessini, con il suo linguaggio essenziale, talvolta privo di articoli determinativi, costellato di assonanze e il ritmo talvolta sincopato – caratteristiche che gli sono proprie –, cerca dunque di definire un sistema di coordinate per il suo dire poetico: atto necessario, in ogni nuova descrizione del mondo, per non perdersi nelle sue fluttuazioni, che generano e annichilano continuamente nuovi pensieri come particelle nel vuoto quantistico ma che in presenza di un adeguato supporto energetico, lo sforzo artistico e intellettuale del poeta, divengono stabilmente esistenti e patrimonio anche del lettore.

 

Fissare coordinate adatte e condizioni al contorno dello spazio-tempo poetico è anche necessario per stabilire in quale modo è probabile che si evolva il “sistema”. E per Contessini il sistema non è solo il sistema poetico rappresentato dai suoi versi ma è, molto di più, il suo stesso essere che si unisce a quello del lettore, come atomi che si uniscono in una sorta di legame chimico covalente in cui la condivisione di cariche elettriche, cioè di idee, interpretazioni e suggestioni, crea nuove molecole-visioni e direzioni interpretative del mondo, nuovi campi di forza semantici, che s’irradiano e interagiscono tutto intorno come una nuova realtà prima assente, adesso presente ma sempre oscillante, pronta ad accettare nuovi legami e a inglobare dimensioni altre o a esserne inglobata.

 

Dalla poesia “Percezione” a pagina 23:

 

Così, in uno spazio / di bianco nuvolare, segni di cielo / e geometrie molecolari, / comprendo una fessura, simmetrica di piano, / […]

 

Il tempo che noi percepiamo fuggevole e fluido, nel nostro sicuro macro-mondo, è invece, nell’incerto micro-mondo, granuloso come piccole asole che permettono la nascita di nuove dimensioni, colonne slanciate verso il cielo di nuove esistenze non previste.

Una piccola asola di tempo, il tempo personale e minuto di ognuno di noi, può farsi colonna della storia in modo imprevedibile.

Dalla poesia “Trilogia da sosta”, a pagina 43.

 

[…] / Dimmi del cambio ciclo / e dell’umore torvo / che attende i lumi. / Dimmi di un’asola di tempo / fatta colonna della storia. / […]

 

Dalla poesia “Maturazione” a pagina 41.

 

Eccolo il tempo del rifiato / con gli anni che si murano / oltre le contrazioni di memoria. / Ecco il ricordo di una mano / […]

 

Il tempo è importante per l’autore – è parola molto utilizzata, insieme alle coordinate spaziali, e cioè agli assi di cui sopra – tuttavia, leggendo la sua raccolta, ho avuto la sensazione che il tempo evaporasse pian piano perdendo importanza, come alcool che si disperde nell’aria man mano che il cibo cuoce o scompare dalla padella dello chef dopo essersi infiammato.

 

Dalla poesia “La crepa” a pagina 86, già letta da Salvatore:

 

[…] / Solo chi è stato partorito vate / cerca parola che divampa, / il sacrificio al fuoco / stretto al contatto / l’orientamento apatico di tempo. / Sola, l’osservazione del soggetto, / cambia responso degli arcani / allineati in gioco astrale / al tavolo privato dell’inganno.

 

Il tempo è un inganno. Perché in fondo l’esistenza, mi si permetta di giocare con alcuni versi di Contessini tratti dalla poesia “Rex Sacrorum” a pagina 87

 

È una regione ignota priva di orientamento! / Un’asta sguarnita di vessillo / orfana del tempo usato.

E tu

Come osservante partecipi l’evento / ne condizioni l’asse ortogonale / custode della chiave del tacere / porti per scelta fardello frazionato / […]

 

Nel sistema poetico contessiniano nessuna equazione ha soluzione esatta, tutto è aperto, e pregno di speranza; ogni concetto, evento, affermazione, parola, verso o strofa, tutto sembra oscillare fissato solo a un estremo, l’intuizione del poeta, mentre l’altro estremo si sposta continuamente in direzioni diverse a seconda di dove si trovino, spiritualmente e mentalmente, i lettori, permettendo in tal modo diversità di interpretazioni e generazione di mondi multipli: multiversi, per dirla in termini cosmologici contemporanei.

 

Dalla già citata poesia “Quanti”, a pagina 30:

 

La luce a maggio è onda che predice / libera brana a un capo sciolto / che spande armoniche fluttuanti / […]

 

In questo senso la poesia di Contessini è feconda, si accoppia e genera, basta che il lettore lo voglia.

 

 

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Leggi anche la recensione di Roberto Maggiani a "La cruna" di Salvatore Contessini, La Vita Felice:

www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Recensioni&Id=1115

 

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- Letteratura

Intervento a: Chi uccide la poesia...

Appunti relativi all’intervento di Roberto Maggiani alla Biblioteca Vallicelliana di Roma il 6 febbraio 2013, nel corso dell’incontro, coordinato da Eugenia Serafini, dal titolo:

 

Chi uccide la poesia: i lettori o le case editrici?

 

Ha animato il dibattito Elio Pecora

è intervenuto anche il giovane poeta Davide Cortese

 


 

 

Le pubblicazioni di poesia de LaRecherche.it si situano nel mezzo tra due opposte tendenze dell'editoria.

 

Da una parte ci sono i piccoli e medi editori, che generalmente pubblicano poesia con il contributo degli autori, a meno che non siano autori molto noti; tendono a pubblicare il più possibile per massimizzare i profitti dell'azienda, talvolta non badando troppo alla qualità dei testi. Applicano un filtro con le maglie molto larghe.

 

Dall'altra parte ci sono i grandi editori, hanno anch’essi interesse a massimizzare i profitti dell’azienda, ma a causa della loro rilevante visibilità e della notevole specializzazione su diversi canali editoriali, che gli garantisce solidità di guadagni, possono permettersi di non chiedere contributi a sostegno delle spese di pubblicazione e di tenere alta la qualità delle stesse; essi tendono a pubblicare solo autori noti da cui hanno ritorni di vendite certe. Applicano un filtro con le maglie molto strette.

 

In entrambi i casi c'è un rischio per la poesia.

Dai primi, i piccoli editori, c'è il rischio che i testi poetici immessi nel circuito editoriale, annacquino la qualità della poesia; dai secondi, i grandi editori, c'è il rischio che i testi immessi nel circuito editoriale siano sempre quelli dei medesimi autori o comunque legati a un certo modo di intendere la poesia e la ricerca poetica, si crea in tal modo un circolo vizioso e capzioso che tende a frenare ogni spinta innovativa che nasce dalla libera scrittura; si segue pertanto la solita tendenza di imporre correnti e accademie, se non addirittura vere e proprie baronie.

 

LaRecherche.it vorrebbe porsi in una condizione di libertà totale nei confronti delle due opposte tendenze di cui sopra. Non avendo come obiettivo la massimizzazione dei profitti (infatti, né l'autore né il lettore devono pagare alcunché), la pubblicazione, che avviene in ebook, non a stampa, è gratuita, e anche il download del libro è libero e gratuito… il vantaggio della pubblicazione in ebook è che l’autore può promuovere il proprio libro nelle modalità che preferisce essendo sempre disponibile on line, non ci sono i tipici problemi legati alla distribuzione nelle librerie.

 

Non abbiamo necessità di pubblicare molto per guadagnare molto, né abbiamo necessità di pubblicare autori vendibili. Per tali motivi proponiamo solo testi che rispondano il più possibile al requisito di qualità (ovviamente la qualità ha una componente anche soggettiva); peschiamo in un’ampia gamma di tendenze poetiche, da autori noti a autori totalmente sconosciuti.

 

Non essendo vincolati dai guadagni, possiamo permetterci di proporre anche autori all'inizio del loro percorso di ricerca poetica, nei quali siano  ravvisabili un serio lavoro di scrittura e potenzialità di sviluppo; ci piace investire, osare, proporre... senza il timore di poter sbagliare.

 

Tutto questo, sottolineo, è reso possibile dalla gratuità. Nessuno di noi guadagna da tale attività editoriale, avendo, ovviamente, altri lavori per quanto riguarda il sostentamento... ciò ci rende liberi dai deleteri compromessi tra il denaro e la scrittura.

 

Chi uccide la Poesia? I lettori o le case editrici? Di chi è colpa?

A mio avviso una rilevante responsabilità è insita nella tendenza alla massimizzazione del profitto in campo editoriale, anche qui, come in altri ambiti, il fatto che le case editrici vogliano guadagnare sulla poesia e sulla sprovvedutezza di certi autori in cerca di fama come poeti, appiattisce la poesia sotto il peso della banalità, soffocandola. I lettori, molto spesso, non possono che adeguarsi a tale parametro di proposta, ma pur tuttavia, anche loro potrebbero decidere ciò che si vende e ciò che non si vende, indirizzando, con le loro preferenze, ciò che le case editrici propongono.

C’è da dire che la maggior parte dei lettori non sono specializzati nella lettura della poesia e si accontentano di ciò che trovano sugli scaffali, colpa anche di un sistema educativo scolastico incapace di osare nella proposta, agli studenti, di poeti ancora viventi, è come se la ricerca poetica fosse terminata nella prima metà del Nocevento.

I lettori più esigenti, quelli per così dire specializzati in poesia, sono pochi per determinare, con le loro richieste, l’indirizzo di pubblicazione delle case editrici.

Se la maggior parte dei lettori va dietro alla moda del momento, acquistando l’ultimo premio Nobel o l’ultimo poeta morto, magari un po’ stranetto, è ovvio che troveremo gli scaffali delle librerie strabordanti di pochi nomi, sempre gli stessi.

Se poi si asseconda la tendenza di associare alla poesia temi d’amore, allora ecco fatto che le case editrici cavalcano l’opportunità proponendo tomi d’amore in vari formati.

 

Ma non dimentichiamo che nel mezzo tra editore e lettore ci stanno il distributore e il libraio, i quali hanno anch'essi una parte importante di responsabilità nel processo di uccisione della poesia. Alcuni librai hanno deciso che la poesia non fa parte della letteratura, per cui non si trova neppure uno scaffale ad essa dedicato, se non forse a livello terra, o sottoterra: in certe librerie, quando va bene, per arrivare a leggere il dorso della copertina, è necessario accucciarsi e saper stare in equilibrio o addirittura inginocchiarsi.

I librai non sono capaci di consigliare libri di poesia ai propri lettori, si preferisce la vendita facile, in tal modo non si fa cultura, ciò che invece il libraio dovrebbe saper fare.

I distributori, dal canto loro, non avendo altra esigenza che vendere e tirar via dal magazzino più libri possibile, non certo di fare cultura, eccoli a proporre ciò che le grandi case editrici propinano per vendita certa e la gran massa dei lettori richiede, testi facilmente smembrabili e digeribili; poesie che interessino la sfera affettiva di immediata comprensione.

 

Ma, oltre all’editore, al lettore, al libraio e al distributore ci sta il poeta... anzi, la persona che vorrebbe essere poeta... sì, perché parlare di persona che scrive poesie o parlare di Poeta con la P maiuscola, nel senso di persona che ha la maturità artistica e poetica adatta a scrivere ed esigere la pubblicazione di un suo lavoro, beh, c’è una notevole differenza e qui sta il vero punto debole del sistema ammazza poesia...

 

Tutti possediamo l'istinto alla bellezza e quindi alla poesia, non c’è dubbio, è una sensibilità che può essere sviluppata e affinata, quindi è potenzialmente di tutti, ma saper scrivere poesia è una dote, e un lavoro vero, richiede competenza.

Anche a scrivere poesie si può imparare, anche se non si possiede una dote spontanea e naturale immediatamente evidente, ma è un cammino lungo e impegnativo in cui bisogna saper sottostare al gioco dell'umiltà, della critica e del confronto. Ma talvolta la scrittura è come se sfuggisse di mano alla persona e sublima in presunzione, allora la fiammella della poesia si spegne, la scrittura diventa fumosa e inconsistente, ridicola, senza che la persona se ne accorga. Ecco allora che questi scrittori non capiscono perché i loro testi non vengono pubblicati, e anzi proprio per questo motivo, nonostante abbiano perso il faro della poesia, pensano di essere dei geniali ed incompresi poeti, ed iniziano così a manifestare autoreferenzialità. Ma non sono certo geniali agli occhi di coloro che, addestrati da anni alla lettura e alla scrittura e al suono della bellezza poetica, percepiscono nelle loro orecchie lo stridore della menzogna che porta con sé una poesia scritta male e voluta invece vendere come un diamante di valore ineguagliabile.

 

Ma concludo con una nota di ottimismo che caratterizza noi de LaRecherche.it: Non c’è libro tanto cattivo che in qualche sua parte non possa giovare (Plinio il Vecchio).

 

Ascolta la registrazione dell’incontro…

 

Nota: la fotografia pubblicata all’inizio di questa pagina è stata reperita sul

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- Letteratura

La giusta collera

Segnalo che le Edizioni CFR hanno pubblicato l'antologia La giusta collera, curata da Gianmario Lucini, sottotitolata Scritti e poesie del disincanto. Di seguito riporto un estratto dalla prefazione del curatore:

Abbiamo accettato che milioni di persone innocenti venissero trucidate nelle guerre assurde (quasi sempre causate dall’Occidente per accaparrarsi le materie prime o per altre motivazioni simili), abbiamo consentito ai nostri governi di appoggiare le più feroci dittature senza mai ribellarci, abbiamo sopportato che un padronato avido e insieme piagnone come quello italiano si impadronisse di fatto della politica economica, abbiamo sopportato che il nostro Paese si allineasse su ogni scelta di guerra ingiusta (come quelle dei Bush) col pretesto della “azione umanitaria”, abbiamo sopportato che molti nostri centri di potere contribuissero ad impoverire i paesi del Terzo Mondo, abbiamo taciuto ogni estate quando le mafie incendiavano i nostri boschi, non ci siamo mai scomposti per le politiche contro gli immigrati, non ci siamo stati mai quando era il caso di alzare la voce, alzare la mano, alzarsi incolleriti contro ogni ingiustizia. Abbiamo sempre chinato il capo, tacendo, inseguendo la nostra idea di scienza di cultura e di bellezza autogratificante e narcisistica, per “farci conoscere”, per “essere qualcuno”, col risultato che non siamo nessuno e chi si è “fatto conoscere”, nella stragrande maggioranza dei casi non vale un soldo come artista e come intellettuale. Siamo stati, insomma, i servi conniventi del potere. Tranne pochissimi – e ognuno giudichi se stesso – e di questi pochissimi crediamo che alcuni siano presenti in queste pagine.

Questa antologia vuole contribuire al risveglio delle coscienze, degli artisti e degli intellettuali in primis, ma anche in senso più lato, per l’utilità di chi la voglia sfogliare.

La raccomandiamo agli insegnanti, perché finalmente si sfati un mito che “la politica non deve entrare nelle scuole”, un mito sciagurato che ha contribuito all’involuzione delle coscienze, all’inconscia (o conscia) convinzione, di natura quasi mafiosa, che la politica “è cosa d’altri”.

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Propongo anche la lettura dell'Articolo di Fabio D'Anna su "La Sicilia" del 5/11/2011 (PDF)

[ http://www.edizionicfr.it/libri_2011/002_Antologia_collera/Collera.htm?mid=5242758 ]


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- Storia

Sentenza processo Galilei, 22 giugno 1633

LA SENTENZA DEL PROCESSO A GALILEI CONCLUSA CON L’ABIURA DEL MEDESIMO

 

 

Il giorno 22 giugno 1633, dopo essere stato nelle carceri Santo Uffizio, nella Sala capitolare del convento domenicano adiacente alla Chiesa di Santa Maria sopra Minerva (presso il Pantheon), viene letta in italiano, a un Galileo inginocchiato, la sentenza sottoscritta da sette inquisitori su dieci.

 

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Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell’età tua d’anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch’avevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l’istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate ‘Delle macchie solari’, nelle quali spiegavi l’istessa dottrina come vera; che all’obbiezioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, e in essa, seguendo la posizione del Copernico, si contengono varie proposizioni contro il vero senso e autorità della sacra Scrittura....

 

Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

 

Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide.

 

Ma volendosi per allora procedere teco con benignità, fu decretato dalla Sacra Congre.ne tenuta avanti N.S. a’ 25 di Febr.o 1616, che l’Emin.mo S. Card. Bellarmino ti ordinasse che tu dovessi omninamente lasciar detta opinione falsa, e ricusando tu di ciò fare, che dal Comissario di S. Off.io ti dovesse esser fatto precetto di lasciar la detta dotrina, e che non potessi insegnarla ad altri, né difenderla né trattarne, al qual precetto non acquietandoti, dovessi esser carcerato; e in essecuzione dell’istesso decreto, il giorno seguente, nel palazzo e alla presenza del sodetto Eminen.mo S.r Card.le Bellarmino, dopo esser stato dall’istesso S.r Card.le benignamente avvisato e amonito, ti fu dal P. Comissario del S. Off.o di quel tempo fatto precetto, con notaro e testimoni, che omninamente dovessi lasciar la detta falsa opinione, e che nell’avvenire tu non la potessi tenere né difendere né insegnar in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto: e avendo tu promesso d’obedire, fosti licenziato.

 

E acciò che si togliesse così perniciosa dottrina, e non andasse più oltre serpendo in grave pregiudizio della Cattolica verità, uscì decreto della Sacra Congr.ne dell’Indice, col quale furono proibiti li libri che trattano di tal dottrina, e essa dichiarata falsa e omninamente contraria alla Sacra e divina Scrittura.

 

Essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’anno prossimo passato, la cui inscrizione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo ‘Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano’; ed informata appresso la Sacra Congre.ne che con l’impressione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del Sole; fu il detto libro diligentemente considerato, e in esso trovata espressamente la transgressione del predetto precetto che ti fu fatto, avendo tu nel medesimo libro difesa la detta opinione già dannata e in faccia tua per tale dichiarata, avvenga che tu in detto libro con varii ragiri ti studii di persuadere che tu lasci come indecisa e espressamente probabile, il che pur è errore gravissimo, non potendo in niun modo esser probabile un’opinione dichiarata e difinita per contraria alla Scrittura divina....

 

E essendoti stato assegnato termine conveniente a far le tue difese, producesti una fede scritta di mano dell’emin.mo S.r Card.le Bellarmino, da te procurata, come dicesti, per difenderti dalle calunnie de’ tuoi nemici, da’ quali ti veniva opposto che avessi abiurato e fossi stato penitenziato, ma che ti era solo stata denunziata la dichiarazione fatta da N. S. e e publicata dalla Sacra Congre.ne dell’Indice, nella quale si contiene la dottrina del moto della terra e della stabilità del sole sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa né difendere né tenere; e che perciò, non si facendo menzione in detta fede delle due particole del precetto, cioè docere e quovis modo, si deve credere che nel corso di 14 o 16 anni n’avevi perso ogni memoria, e che per questa stessa cagione avevi taciuto il precetto quando chiedesti licenza di poter dare il libro alle stampe....

 

Invocato dunque il S.mo nome di N. S.re Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra diffinitiva sentenza, qual sedendo pro tribunali, di consiglio e parere de’ RR Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell’una e dell’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e nelle cause vertenti avanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell’una e dell’altra legge Dottore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, a te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processato e confesso come sopra, dall’altra;

 

Diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.

 

E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell’avvenire e essempio all’altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.

 

Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.

 

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

 

Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:

 

F. Cardinalis de Asculo.

 

G. Cardinalis Bentivolus.

 

Fr. D. Cardinalis de Cremona.

 

Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii

 

B. Cardinalis Gipsius.

 

F. Cardinalis Verospius.

 

M. Cardinalis Ginettus.

 

 

*

 

Dopo la lettura della sentenza Galileo, per evitare la condanna a morte, deve abiurare:

 

*

 

Io Galileo, figlio di Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo Santo Officio, per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del mondo e che non si muova, e che la Terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in gualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la Terra non sia centro e che si muova;

 

pertanto, volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

 

Giuro anco e prometto d’adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo Santo Officio imposte; e contravenendo ad alcuna delle mie dette promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da’ sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m’aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani.

 

Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel Convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

 

Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

 

 

[ Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Processo_a_Galileo_Galilei ]

 

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- Società

Libertà di parola per Tabucchi e non solo...

Siamo alle solite, la libertà di espressione, in questo paese Italia, è impossibile, siamo lo zimbello dell'Europa, siamo la vergogna politica dei paesi democratici, siamo sull'orlo di qualcosa, forse ci cadiamo dentro, forse ci usciamo, dipende da tutti e da ciascuno.
Ormai anche gli intellettuali di tutta Europa stanno sostenendo la lotta per la libertà di parola e di stampa nel nostro paese, traggo da repubblica.it, in particolare dalla pagina della rivista MicroMega.

Inoltre ripropongo qui una mia poesia scritta qualche anno fa, agli albori di questa drammatica consuetudine di querelare. Con questa prassi i poveri, la gente da 1200 euro al mese, non avranno più diritto di parola, zittiti dal timore di perdere tutto, trascinati dagli avvocati in un'aula di giustizia solo per aver detto il loro pensiero. Solo per aver posto domande!

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1

(la dittatura)

parla contro il regime e stai certo
arriva la polizia

ti preleva ti tortura
e se va bene passi la vita in galera

in ogni caso nessuno ti vedrà più

si chiama mancanza di libertà
di parola

2

(la democrazia con tanti interrogativi)

parla contro i potenti e stai certo
che arriva un avvocato
ti porta dal giudice
e t’obbliga a pagare un’immensa somma

siccome non hai i soldi
finisci sul lastrico

sei finito
nessuno ti vedrà più come prima

si chiama mancanza di libertà
di parola



(tratto da "Risma - esercizi di forma e linguaggio", inedito)

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Ecco l'articolo tratto dalla rivista MicroMega (repubblica.it)

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"Il 19 novembre il quotidiano francese “Le Monde” ha pubblicato il testo dell’appello lanciato dall’editore Gallimard per Antonio Tabucchi. La pubblicazione, prevista per lunedì scorso, è stata ritardata a causa delle numerosissime firme che giungevano da vari paesi a sostegno di uno degli scrittori italiani più noti e stimati nel mondo.
Pubblichiamo in italiano l'appello di "Le Monde" e tutte le firme finora raccolte, aprendo il nostro sito alle adesioni in Italia.

Le democrazie vive hanno bisogno di individui liberi. Di individui coraggiosi, indipendenti, indisciplinati, che osino, che provochino, che disturbino. È così per quegli scrittori per cui la libertà di penna è indissociabile dall’idea stessa di democrazia. Da Voltaire e Victor Hugo a Camus e Sartre, passando per Zola e Mauriac, la Francia e le sue libertà sanno quanto tali libertà debbono al libero esercizio del diritto di osservare e del dovere di dare l’allarme di fronte all’opacità, le menzogne e le imposture di ogni tipo di potere. E l’Europa democratica, da quando è in costruzione, non ha mai cessato di irrobustire la libertà degli scrittori contro ogni abuso di potere e le ragioni di Stato.

Ma ora accade che in Italia questa libertà sia messa in pericolo dall’attacco smisurato di cui è oggetto Antonio Tabucchi. Il presidente del Senato italiano, Riccardo Schifani, pretende da lui in tribunale l’esorbitante somma di 1 milione e 300 mila Euro per un articolo pubblicato su “l’Unità”, giornale che, si noti, non è stato querelato. Il “reato” di Antonio Tabucchi è aver interpellato il senatore Schifani, personaggio di spicco del potere berlusconiano, sul suo passato, sui suoi rapporti di affari e sulle sue dubbie frequentazioni – questioni sulle quali costui è riluttante a dare spiegazioni. Porre domande sul percorso, la carriera e la biografia degli alti responsabili delle nostre istituzioni appartiene al necessario dovere di interrogare e alle legittime curiosità della vita democratica.

Per la precisa scelta del bersaglio (uno scrittore che non ha mai rinunciato a esercitare la propria libertà) e per la somma richiesta (una cifra astronomica per un articolo di giornale), l’obiettivo evidente è l’intimidazione di una coscienza critica e, attraverso tale intimidazione, far tacere tutti gli altri. Dalle recenti incriminazioni contro la stampa dell’opposizione, fino a questo processo intentato a uno scrittore europeo, non possiamo restare indifferenti e passivi di fronte all’offensiva dell’attuale potere italiano contro la libertà di opinione, di critica e di interrogazione. Per questo testimoniamo la nostra solidarietà a Antonio Tabucchi e vi chiediamo di unirvi a noi firmando massicciamente questo appello."

Firma l'appello »

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"Dopo l'appello di Le Monde, anche quindici tra i maggiori scrittori danesi si schierano a sostegno di Antonio Tabucchi, querelato dal presidente del senato Renato Schifani. Il testo, già inviato all'ambasciatore italiano in Danimarca, sarà pubblicato questa settimana sul quotidiano danese Politiken:

In una vera democrazia la libertà di parola ha una sfera d’azione particolarmente ampia, laddove essa riguardi le obiezioni all’esercizio politico e gli interrogativi sull’integrità personale di chi detiene il potere. Pertanto osserviamo con grave preoccupazione la citazione in giudizio da parte del presidente del senato italiano, Renato Schifani, del nostro collega, lo scrittore Antonio Tabucchi, con una richiesta di risarcimento di 1,3 milioni di euro per un commento pubblicato sul quotidiano L’Unità, in cui Tabucchi invita Schifani a riferire del suo passato e delle sue relazioni d’affari certamente dubbie. L’azione legale e l’esorbitante richiesta economica appaiono esclusivamente come un’intimidazione verso la formazione di una libera opinione pubblica. Pertanto sollecitiamo il governo italiano ad affermare e a difendere la libertà di parola, anche quando viene utilizzata nella discussione su argomenti controversi che vanno trattati con prudenza."

Ecco i firmatari danesi:

Suzanne Brøgger
Leif Davidsen
Jette Drewsen
Jens Christian Grøndahl
Kathrine Marie Guldager
Hanne Vibeke Holst
Carsten Jensen
Ib Michael
Jørn Riel
Klaus Rifbjerg
Morten Sabroe
Jan Sonnergaard
Jens Smærup Sørensen
Pia Tafdrup
Kirsten Thorup

(25 novembre 2009)

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Il mestiere del poeta »
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Ambiente Pianeta Terra »
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- Esperienze di vita

Finché c’è vita c’è speranza

Avevo pensato di tacere di fronte al caso di Eluana, poiché è veramente impossibile stabilire un giudizio etico nei confronti di una situazione del genere. Tutto si può dire, ma tutto il dicibile è anche controbattibile. Un campo, quello dell'etica della vita, che rischia di essere talmente soggettivo, e fondabile sull'esperienza di ogni persona, che è veramente la soluzione più facile quella di schierarsi in una corrente maggioritaria o nell'altra, l'una a favore dell'eutanasia e l'altra contro. Difficile competere con l'agonia di una famiglia davanti al corpo inerme della figlia, difficile competere con chi vede, nel più piccolo barlume di vita, una speranza. Rigetto sicuramente i partiti presi, cioè le affermazioni intransigenti che dall'una o dall'altra parte non tengono conto di chi vive o ha vissuto certe dolorose esperienze. Penso che il confronto sia tra coloro che il dolore lo vivono o lo hanno vissuto sul serio, da una parte il padre di Terri Schindler Schiavo (caso simile a Eluana, il cui corpo ha già raggiunto la morte per fame e sete), di cui quest'oggi ho letto la testimonianza nella lettera rivolta al padre di Eluana, e dall'altra il padre di Eluana che sta vivendo penso una delle esperienze più dolorose che si possano vivere, decidere sulla vita e sulla morte di un figlio. Il padre di Terri Schiavo non voleva la morte della figlia, ma il tribunale ha dato ragione al marito e così si è compiuto il suo destino. Questa testimonianza mi ha fatto molto pensare. Ho pensato che tutti noi ci troviamo, alle volte, chi purtroppo in modo definitivo, chi transitoriamente, davanti a situazioni di dolore e scoraggiamento, fino addirittura a desiderare la morte, come strada per la pace. Poi, inaspettatamente, un barlume di speranza soffia sempre, da una qualche fessura, un alito di vento che porta odori, profumi e nuova speranza, un sussulto di vita, un sussurro della vita alle nostre orecchie che pensavamo sorde.
Io personalmente sono per la vita ad oltranza, non so come mi comporterei di fronte a una situazione simile a quella in cui si trova il padre di Eluana, ma posso dire che in questo momento della mia esistenza, come è sempre stato in passato, sono per la vita. Lo dico in tutta semplicità, e non voglio confutare in nessun modo coloro che la pensano diversamente, però mi piaceva qui dirlo, tirare un sospiro e dire: "Finché c'è vita c'è speranza".

Penso che la cultura della vita debba passare da ognuno di noi, da ogni momento della giornata, da ogni spiraglio di bene fattibile. Penso inoltre che in questo momento storico si stia vivendo una forte schizofrenia sociale, politica e spirituale. Se da una parte il governo vuole difendere la vita di Eluana, dall'altra si fanno leggi contro la preservazione della vita che, molto semplicemente, consisterebbe nel garantire, al di là dello stato sociale, politico, legislativo, eccetera - quindi ad oltranza e senza rendiconti - le cure a chiunque (si vedano le recenti leggi del governo che prevedono la denuncia per i clandestini che hanno bisogno di cure). Inoltre se da una parte il Vaticano è contro la morte di Eluana, dall'altra non condanna esplicitamente i vescovi che non riconoscono l'Olocausto...mi pare che qualcosa rischi di schricchiolare seriamente. Forse tocca al popolo aprire le braccia e chiedere a Dio la pace, la concordia, la vita - per chi crede. Per chi non crede, vale la stessa cosa, aprire le braccia!
Ecco la lettera tratta da http://www.ilsussidiario.net:

"Caro Signor Englaro,

Mi presento: sono Bob Schindler, il padre di Terri (Schindler) Schiavo.

Malgrado noi veniamo da due continenti diversi con differenti culture, abbiamo molte cose in comune. Entrambi siamo padri ed entrambi abbiamo avuto dallo stesso Dio il dono dei figli. Nel mio caso tre. La nascita di Sua figlia e di mia figlia Terri non sono solo accadute, sono state un atto di Dio.

Mi ricordo di quando mia figlia Terri era bambina e di come ero orgoglioso dei commenti della gente su quanto fosse carina. Fui altrettanto orgoglioso quando fece i primi passi e disse le sue prime parole. Lo stesso orgoglio mi ha accompagnato per tutta la sua adolescenza fino a quando è diventata una persona adulta.

Entrambi abbiamo una figlia che ha sofferto gravi danni cerebrali e io so molto bene quali profondi effetti questo può causare alla persona colpita e alla sua famiglia. Entrambi abbiamo fatto esperienza della stessa disgrazia e dello stesso dolore. Tuttavia, vi è una differenza. Sua figlia è ancora viva, la mia non più. Lei ha ancora il controllo sul futuro di Eluana, io non ho potuto far nulla per Terri.

Quando mia figlia Terri subì il trauma cerebrale, le promisi che le avrei fatto avere le cure appropriate. Ho fallito. Ho combattuto senza successo i tribunali e suo marito per poter intervenire nel suo trattamento e riportarla a casa. Ciò non è accaduto e oggi io sono afflitto per il mio fallimento, perché ha portato alla sua morte.

La mia famiglia e io siamo addolorati per la perdita di Terri e io in particolare lo sono per il modo in cui lei è stata messa a morte. È morta per fame e sete.

Questo tipo di morte è crudele e barbarico. I sostenitori dell’eutanasia Le diranno che far morire di fame e di sete una persona con danni cerebrali non causa dolore. Sono stato testimone di questo tipo di esecuzione e posso dire che è falso. È di gran lunga la morte più dolorosa che un essere umano possa sperimentare. Questa è la ragione per cui accade sempre nella più stretta riservatezza, al riparo di testimoni e cineprese.

Se Lei ha intenzione di fare questo a Sua figlia, Le consiglio di prepararsi a come soffrirà. Verrà ridotta a pelle e ossa. Gli occhi usciranno dalle orbite. I suoi denti diventeranno sporgenti in un modo abnorme e i suoi zigomi si ingrandiranno. Non c’è bisogno che Le dica altro, sua figlia soffrirà in un modo incredibile.

Mia figlia sembrava un detenuto di quelli che si vedono nei documentari sui campi di sterminio nazisti. Negli ultimissimi giorni della sua vita, quando chiesi che i media potessero essere testimoni della sua morte, mi fu negato. Non voglio che nessun altro muoia in questo modo.

Dio ha dato a Lei e a me la responsabilità di insegnare principi morali ai nostri figli e di tenerli fuori dalla cattiva strada. Far morire di fame e di sete Sua figlia è lontano da ciò che Dio desidera.

Bob Schindler Sr".

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- Astronomia

Orientarsi sulla volta celeste

Una delle cose che ha alimentato la mia voglia di conoscere il cielo è stato trovarmi tra le mani una cartina riportante stelle e costellazioni. La trovai su una rivista mensile di astronomia che comprai in cartoleria, un po’ per passione, un po’ per curiosità: riportava tutte le costellazioni visibili in quel mese (cartine astronomiche, più o meno serie, si possono trovare anche in alcune librerie). Mi armai di una piletta schermata, in modo che la luce non disturbasse troppo le pupille dilatate dal buio, e incominciai l’impresa. All’inizio mi accontentai di riconoscere le stelle principali e le figure che formavano in cielo, poi iniziai a voler capire la posizione dei pianeti principali, e, quando c’erano, delle comete (sempre rilevabili dalle riviste mensili di astronomia). Su una carta del cielo sono spesso riportati segni e numeri strani che, una volta conosciuti, possono aiutarci a conoscere meglio la volta celeste e a individuare su di essa gli astri, come pianeti, comete, ecc.. E’ per questo che una volta procurata la cartina conviene imparare a leggerla in tutte le sue parti, può essere allora utile conoscere semplici nozioni sulle convenzioni adottate e sui sistemi di coordinate utilizzati per individuare gli astri.
Tutte le stelle sembrano fissate su una sfera celeste di raggio grandissimo, nel cui centro si trova l’osservatore. Ogni osservatore ha un suo orizzonte, il piano dell’orizzonte, se prolungato all’infinito, interseca la sfera celeste a formare l’orizzonte celeste. La verticale dell’osservatore (filo a piombo) sopra la sua testa incontra la sfera celeste in un punto che si chiama Zenit del luogo di osservazione; diametralmente opposto, quindi non visibile, perché dall’altra parte della Terra, è il Nadir. Il piano che contiene l’equatore terrestre interseca la sfera celeste in quello che si chiama equatore celeste. La perpendicolare all’equatore terrestre, passante per il centro della Terra e per i poli nord e sud, è l’asse polare della Terra, prolungandolo fino a incontrare la sfera celeste individua su di essa i poli celesti nord e sud; il polo celeste nord è indicato in cielo dalla Stella Polare. Una linea immaginaria molto importante sulla sfera celeste, in genere riportata sulle cartine, è l’eclittica. Essa è l’intersezione sulla sfera celeste del piano su cui giace l’orbita della Terra nella sua rotazione intorno al Sole; lungo la linea che individua l’eclittica si sposta il Sole percorrendola interamente nell’arco di un anno. L’equatore celeste e l’eclittica formano un angolo di 23,5 gradi. Un astro si individua sulla sfera celeste attraverso un sistema di coordinate; i due sistemi principali sono quello equatoriale e quello altazimutale. Il primo individua sulla volta celeste un sistema di coordinate simili a quelle che si usano sulla Terra, coi paralleli e i meridiani, però la latitudine si chiama declinazione e la longitudine si chiama ascensione retta, e si misura sull’equatore celeste a partire dal punto di intersezione di quest’ultimo con l’eclittica (detto punto equinoziale di primavera e indicato sulle cartine con la lettera greca  (gamma); in questo punto il Sole vi si trova il 21 marzo). Le coordinate altazimutali usano, invece, per individuare un astro, l’angolo di altezza sull’orizzonte, misurato in gradi, e l’azimut, misurato, sempre in gradi, lungo la linea dell’orizzonte celeste a partire dal punto cardinale Sud.
Per orientarsi sulla sfera celeste e riconoscere le costellazioni, sono necessarie alcune operazioni preliminari. Prima di tutto sarà bene trovare la Stella Polare. Per questo si deve determinare il punto cardinale Nord sull’orizzonte. Si può usare una bussola (oppure in modo più approssimativo si pone il punto dove tramonta il Sole alla nostra sinistra, in faccia avremo il nord). Da questo punto si sale verticalmente di un angolo pari alla latitudine del luogo (per l’Italia varia da 36 a 47 gradi andando da sud a nord) - allungando il braccio, aprendo la mano e allargando le ditta, dalla punta del mignolo alla punta del pollice sono circa 22 gradi -, si dovrebbe trovare una stella che spicca rispetto alle altre circostanti anche se non è troppo brillante, la Stella Polare (non è fra le stelle più luminose del cielo) la Polare fa parte della costellazione dell’Orsa Minore o Piccolo Carro; immediatamente vicino a questa costellazione si trova l’Orsa Maggiore o Grande Carro, dalla parte opposta a quest’ultimo si trova Cassiopea (che ha una caratteristica forma a W), tra l’Orsa Maggiore e la Minore, quasi a inglobare quest’ultima c’è una striscia di stelle che formano la costellazione del Drago, e così via. Non è qui possibile spiegare tutte le costellazioni ma con una cartina non è difficile cercare di ritrovarle in cielo.
Una volta individuata una costellazione c’è però da ricordarsi che si sposterà nell’arco di una notte, a causa della rotazione della Terra intorno al suo asse. Inoltre, le costellazioni visibili cambiano anche nell’arco di un anno a causa della rotazione della Terra intorno al Sole, questo fa sì che le costellazioni invernali siano diverse da quelle estive; vediamo sempre le costellazioni opposte a dove si trova il Sole, che, nell’arco di un anno, si muove lungo l’eclittica (in realtà è la Terra che gli ruota attorno) tra le costellazioni dello Zodiaco. Questo è una fascia che si trova sull’eclittica. Gli antichi lo divisero in 12 segni di 30 gradi di larghezza ciascuno, ai quali diedero il nome delle costellazioni che in essi si trovavano. In questa fascia si trovano tutti i pianeti ben visibili a occhio nudo (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno). Sono facilmente riconoscibili perché particolarmente brillanti rispetto alle stelle circostanti e non segnati come stelle sulle cartine. Per sapere quando è il periodo migliore per osservarli si possono consultare le riviste mensili di astronomia, le quali riportano le ore di osservazione e la posizione rispetto alle costellazioni.

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- Scienza

Ricerca di intelligenze extraterrestri

SETI: il progetto di ricerca di intelligenze extraterrestri.

Avete mai visto un UFO? Beh, io no…e forse non ne vedrò mai. Ma questo non vuol dire che non esista vita intelligente lassù da qualche parte negli spazi profondi. Ed è quello di cui sono convinti, oltre me, anche gli scienziati che portano avanti il progetto SETI, un programma scientifico il cui obiettivo è di setacciare vaste sezioni dell'emisfero celeste alla ricerca di segnali artificiali, ovvero prodotti da creature intelligenti.
E’ di qualche tempo fa la notizia che il radiotelescopio di Arecibo, nell’isola di Portorico, aveva captato e analizzato un segnale radio molto particolare proveniente da una zona ben precisa della Via Lattea. Tale segnale fu registrato in tre momenti diversi, con una frequenza di circa 1420 megahertz (le normali radio commerciali terrestri dalle quali ascoltiamo le nostre canzoni preferite, trasmettono a una frequenza radio intorno ai 100 megahertz), poteva trattarsi di un fenomeno astronomico sconosciuto oppure di un segnale inviato sulla Terra da rappresentanti di una civiltà aliena. Il segnale sarebbe provenuto da una zona del cosmo distante mille anni luce da noi, situata fra la costellazione dei Pesci e quella dell'Ariete. Si suppone che in questo punto della galassia sia esistito un intero sistema planetario. Gli scienziati che si occupano del progetto dichiararono che era sicuramente il segnale più interessante rilevato dopo molti anni di lavoro. L'evento sollevò discussioni in ogni angolo del mondo, rimanendo un mistero. La maggioranza degli scienziati è comunque scettica e lo considera un "rumore di fondo" del cosmo.
Non si sa per ora di che cosa si tratti precisamente ma è sicuro che gli “orecchi” di SETI stanno ora fissi ad ascoltare quella zona dell’universo. La nostra speranza è che veramente qualcuno possa da lassù farsi vivo, anche se, ahimè, un segnale che proviene da mille anni luce di distanza vuol dire che è partito mille anni fa, quando noi non c’eravamo, e chi l’ha spedito adesso probabilmente non c’è più! Questo è un problema legato alle grandi distanze che separano il Sole dalle altre stelle.
Un’ultima cosa, volete partecipare al progetto SETI? Andate al seguente indirizzo internet http://www.setiathome.ssl.berkeley.edu/ potrete scaricare un programma che, durante i momenti di inutilizzo del personal computer (quando entra in funzione il salvaschermo), elabora il piccolo pacchetto di dati inviato loro dal radiotelescopio principale. Al termine di questa operazione, il pacchetto viene restituito processato, in una sorta di vastissima rete di calcolo parallelo. Buona ricerca.

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- Clima

Calda caldissima Terra

pubblicato su Città nuova N. 14/2007
24/07/2007
Cambiamenti climatici in corso


I cambiamenti climatici in corso sollecitano i governi, ma anche i singoli cittadini, a drastici provvedimenti.
Una bolla d’aria calda, vasta all’incirca quanto la metà del Mediterraneo, ha attraversato l’Europa meridionale proprio in questi giorni di fine giugno. Per nostra fortuna il fenomeno non è durato più di una settimana.Ma si potrà ripetere. Abbiamo visto friggere letteralmente le uova sul davanzale in cemento di una finestra mentre il termometro, applicato esternamente sulla parete, superava i 49 gradi.
Contemporaneamente le isole britanniche e parte dell’Europa del nord sono state devastate da piogge cicloniche.
In sostanza, si sta verificando esattamente quanto annunciato a più riprese da chi aveva previsto tutto ciò. E non si è trattato di cartomanti, ma dei maggiori scienziati interpellati a questo scopo.
Non si può dunque dire che non se ne sia parlato. Forse, piuttosto, si dovrà ammettere che si è parlato troppo e fatto troppo poco.
Cioè quasi niente.
È ormai evidente che anche l’uomo, con le sue attività industriali e di vita quotidiana, sta modificando l’ecosistema terrestre in modo sostanziale e tale che, se non si decide a regolare le proprie abitudini consumistiche sfrenate, il sistema Terra sarà obbligato a comportarsi in maniera molto diversa da come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, e il clima come oggi lo conosciamo sarà destinato a cambiare, anzi sta già cambiando.

Che cosa stanno facendo i Paesi industrializzati?

I mutamenti climatici rappresentano un problema di impor- tanza globale. I leader politici di tutto il mondo ne stanno discutendo (come nell’ultimo incontro dei G8 a giugno), ma ancora troppi interessi economici influenzano le loro scelte; molti importanti Paesi industrializzati ancora non accettano il famoso Protocollo di Kyoto che impone dei limiti alle emissioni di gas serra.
L’Unione europea (Ue) è in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. La Commissione europea ha adottato numerose misure per aiutare gli Stati membri dell’Ue a rispettare i limiti imposti dal Protocollo di Kyoto. Come può funzionare tutto ciò? I governi stabiliscono limiti alle emissioni dei settori energetico e industriale fissando delle quote di emissione. Le aziende possono commerciare le quote per mantenere bassi i costi. Altre misure adottate dall’Ue sono volte a migliorare l’efficienza energetica degli impianti industriali, degli edifici e degli elettrodomestici.
Il mondo dell’industria si sta adeguando attraverso l’adozione di processi di produzione più rispettosi dell’ambiente; è il caso ad esempio delle industrie automobilistiche.
Una migliore efficienza energetica si traduce in minori emissioni di anidride carbonica (che è uno dei gas serra più importanti).

Che cosa possiamo fare noi cittadini?

Il commissario europeo per l’Ambiente Stavros Dimas ha dichiarato: Generalmente si tende a credere che le scelte individuali dei singoli non possano incidere sulle questioni riguardanti il bene comu- ne. Ma non è così. Visto che il nostro stile di vita è il fattore determinante del cambiamento climatico, con il nostro comportamento possiamo contribuire a combatterlo.
Ognuno di noi, attraverso scelte responsabili e rispettose dell’ambiente, può dare il proprio contributo.
È per questo che la campagna europea di sensibilizzazione in materia di cambiamento climatico, ha lanciato il seguente slogan: Sei tu che controlli i cambiamenti climatici. Abbassa - Spegni - Ricicla - Cammina - Cambia.

In conclusione

La dove si può è bene usare i piedi, la bicicletta o i mezzi pubblici.
Evitare di buttare via le cose con leggerezza o di usarle pensan do che tanto ne abbiamo quante ce ne pare, il fatto di avere a disposizione quello che si vuole, quanto se ne vuole e quando si vuole, non giustifica l’uso sconsiderato dei beni: prima o poi tutto finisce, e se anche non finisse, l’uso sconsiderato può, a lungo andare, avere gravi conseguenze sull’ambiente.
Bisogna sempre pensare che un piccolo gesto moltiplicato per milioni e milioni di uomini, è un grande gesto. Benché la popolazione europea rappresenti solo il 7 per cento della popolazione mondiale, essa utilizza il 20 per cento delle risorse naturali del pianeta... e gli altri?
Ogni giorno in Europa gettiamo una quantità di imballaggi equivalente al peso di 4 mila torri Eiffel e il 10 per cento delle emissioni di anidride carbonica nell’Ue è prodotta dalle automobili ad uso privato. Un terzo del consumo complessivo di energia, sempre nell’Ue, è rappresentato dai consumi domestici (riscaldamento, raffreddamento, e condizionamento, illuminazione, alimentazione degli apparecchi elettrici) responsabili di circa il 20 per cento delle emissioni totali di anidride carbonica.
Gli scienziati prevedono che, se continueremo così, nel corso di questo secolo la temperatura media della superficie terrestre possa crescere da 1,4 a 5,8 °C.
Tra le conseguenze più dannose di questa tendenza sarà lo scioglimento dei ghiacciai e dei ghiacci polari con conseguente aumento del livello dei mari; tante zone costiere sono a rischio scomparsa e le zone di desertificazione tenderanno ad espandersi, con problemi di siccità e di proliferazione di malattie tropicali verso latitudini più elevate (Italia del sud è a rischio desertificazione).
Allora iniziamo già da oggi a vivere con uno sguardo un po’ più ampio sul presente e sul futuro della nostra Terra.
Per saperne di più consigliamo di visitare questo sito internet www.climatechange.eu.com.

UN DELICATO ECOSISTEMA

Tra tutti i pianeti del nostro sistema solare, la vita sembra esistere soltanto sulla Terra dove ci sono più di 2 milioni di specie diverse di piante e animali: tutte vivono in un sottile strato che circonda la Terra, strato che comprende l’atmosfera, l’acqua e il suolo. È questo, dunque l’ambiente in cui vivono gli esseri viventi: dal più piccolo batterio, alle piante, agli animali fino all’uomo.
L’atmosfera che circonda la Terra ci protegge dai pericolosi raggi del Sole funzionando come uno scudo, inoltre permette agli esseri viventi di respirare, fornendo una miscela di gas, tra cui l’ossigeno, l’anidride carbonica e il vapore acqueo.
Il 97 per cento dell’acqua della Terra si trova negli oceani e nei mari, il 2 per cento è racchiuso sotto forma di ghiaccio nei ghiacciai e nelle calotte polari, e soltanto l’1 per cento si trova nei fiumi, nei laghi, nell’atmosfera e nelle rocce.
Il suolo è un misto di tanti componenti: frammenti rocciosi, aria, acqua, parti di piante e animali in decomposizione. Ospita numerosi esseri viventi, dai batteri ai funghi, ad animali come il lombrico, piccoli insetti e crostacei, talpe e altri, tutti chiamati ipogei, cioè che vivono sotto la terra. Alcuni di essi operano trasformazioni chimiche del suolo, altri lo scavano e lo smuovono in continuazione; tutti concorrono a renderlo fertile e vitale per sostenere sulla sua superficie la vita delle piante e degli animali. Le piante poi, attraverso la fotosintesi sono gli unici esseri viventi capaci di crearsi il cibo e sono alla base della cosiddetta catena alimentare.
L’ambiente in cui viviamo è delicato e va mantenuto pulito e funzionante.
Gli ecosistemi terrestri, infatti, si basano su equilibri ambientali che, se modificati, possono provocare finanche l’estinzione di specie animali e vegetali.

LE NORME DA RISPETTARE

Attraverso semplici ma importanti gesti quotidiani, ognuno di noi può dare il proprio personale contributo alla salvaguardia dell’ambiente. Ecco di seguito alcuni spunti indicati dalla campagna di sensibilizzazione.

Abbassa - Non surriscaldate le vostre case.
- Risparmiate acqua calda facendo la doccia piuttosto che il bagno.
- Quando preparate una bevanda calda riscaldate solo la quantità di acqua necessaria... - Sbrinate regolarmente il frigorifero.
- Non regolate il frigorifero al massimo del raffreddamento. Al di sotto dei 5 °C si consuma più energia ma i cibi non si conservano più a lungo.
- Riponete i cibi nel frigorifero ordinatamente e solo una volta che si siano raffreddati.

Spegni - Spegnete le luci quando vi allontanate da una stanza.
- Evitate la posizione di stand-by dei televisori, dei computer, degli hi-fi.
- Non appena terminata la carica della batteria del vostro cellulare staccate l’alimentatore dalla presa di corrente, altrimenti continuerà ad assorbire energia.
- Utilizzate lampadine a basso consumo, durano di più e consumano cinque volte meno energia delle normali lampadine.
- Quando acquistate un nuovo elettrodomestico fate attenzione all’etichetta energetica: la lettera A indica i consumi più bassi, la lettera G quelli più alti.
- Quando vi lavate i denti non lasciate scorrere l’acqua.

Ricicla - Riutilizzate i sacchetti di plastica e se possibile usare una borsa riciclabile per la spesa.
- Separate i rifiuti in maniera adeguata.
- Utilizzate, per quanto possibile, prodotti biodegradabili o recuperabili.
- Limitare l’acquisto di pro-dotti usa e getta o con imballaggi eccessivi.
- Per i pranzi al sacco evitate fogli di alluminio e sacchetti di plastica ma contenitori riutilizzabili.

Cammina - Limitate l’uso di scooter e automobili.
- Utilizzate i trasporti pubblici.
- Limitate i viaggi in aereo.
- In caso di acquisto di un nuovo modello di auto verificatene l’efficienza energetica e soprattutto sul sito Internet della casa costruttrice verificate che cosa essa stia facendo per limitare le emissioni di gas serra.

Cambia - Piantate un albero nel vostro giardino o in quello della vostra scuola (cinque alberi assorbono, nel corso della loro vita circa una tonnellata di anidride carbonica).
- Preferite i prodotti che riportano l’etichetta europea Ecolabel.
- Limitate il più possibile l’uso della carta. Fate fotocopie su entrambi i lati, utilizzate la posta elettronica.
- Consumate cibi di stagione e prodotti locali.
- Riducete il consumo di carne. L’allevamento animale produce grandi quantità di anidride carbonica.

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- Natura

Il respiro del Pianeta

pubblicato su Città nuova 10/02/2005
Il mondo in cui viviamo


Terremoti, maremoti e trombe d’aria sono fenomeni naturali giustamente temuti dall’uomo, ma stanno al tempo stesso a indicare che il nostro pianeta è vivo.
Quanto tempo occorrerà per suturare le ferite aperte dal maremoto che ha flagellato le coste del sud dell’Asia? Quelle riportate dall’uomo, come la perdita dei parenti più cari, i danni materiali, i traumi psicologici, potrebbero avere conseguenze che durano per un’intera vita. La natura, invece, rimargina più in fretta i propri traumi. Le economie dei paesi colpiti, a loro volta, forse, si riprenderanno più rapidamente, anche grazie alla cooperazione internazionale. Addirittura in alcune regioni è già ripreso il flusso turistico.
Resta tuttavia pressante la domanda su come rapportarci con le forze della natura che possono esprimersi in forme così distruttive.
I fenomeni e i contesti, attraverso i quali possiamo accostarci al pianeta Terra, sono così vari e importanti che si sono sviluppate, nel corso dei secoli, molte branche della scienza; vengono alla mente la geologia, la oceanografia, la sismologia, la meteorologia e la stessa astronomia che ci aiuta a capire il comportamento della Terra in relazione al Sole e agli altri pianeti.
Tutti facciamo esperienza quotidiana di vari fenomeni naturali più o meno violenti. Si va, ad esempio, dalle esperienze gradevoli quali l’alternarsi delle stagioni, conseguenza della rivoluzione della Terra intorno al Sole, o il lento salire della marea che, se ci trova addormentati sulla spiaggia, male che vada ci sveglia, bagnandoci i piedi, alla brutta esperienza di una scossa improvvisa del terreno che fa sussultare e oscillare costruzioni, lampadari e suppellettili, ma che può anche produrre immani distruzioni e maremoti come quello appena verificatosi in Asia.
Forse con meno probabilità ci siamo, invece, trovati in prossimità di una tromba d’aria (o peggio ancora di un tornado), essa può anche scoperchiare tetti e sradicare piante. Fenomeni alle volte veramente devastanti che possono causare morti e feriti.
Quello che ci chiediamo è se c’è un legame tra i vari fenomeni in cui ci troviamo coinvolti sul pianeta Terra.
La stessa domanda se la pongono gli scienziati, i quali stanno scoprendo alcune importanti relazioni tra i vari eventi. Vediamo alcune tra le ultime scoperte.
I terremoti sono tra i fenomeni naturali più frequenti che avvengono nella crosta terrestre, quella parte del pianeta Terra che arriva a circa 3000 chilometri di profondità, dove la roccia del mantello incontra il ferro fuso del nucleo esterno. Attraverso i sismografi si può rilevare l’ampiezza delle oscillazioni che essi provocano, ed esprimere la loro intensità e gravità servendoci di opportune scale abbastanza conosciute da tutti noi.
Infatti, quando si vuole intendere un terremoto molto distruttivo si dice che è un terremoto del settimo grado, intendendo con questo il settimo grado di una scala particolare che si chiama Mercalli, dal nome dello studioso che la definì; un’altra scala famosa è la scala Richter.
Oggi gli scienziati possono arrivare a prevedere alcuni eventi sismici, anche se essi rimangono comunque fenomeni per la maggior parte imprevedibili perché legati a movimenti bruschi della crosta terrestre, in un gioco di accumulo di tensioni e assestamenti successivi, un po’ come una molla di adeguata rigidità che rilascia la sua tensione bruscamente.
Normalmente terremoti più violenti tendono a stimolarne altri più deboli, che possono avvenire anche a centinaia di chilometri di distanza, settimane o mesi dopo quello principale.
Fortunatamente questi terremoti secondari tendono a decadere nel tempo e i geologi ne hanno una buona comprensione.
Come sappiamo un terremoto può provocare anche un moto ondoso così violento da seminare distruzione sulle coste, lo tsunami, o addirittura spostare l’asse di rotazione terrestre, ma, ultimamente, gli scienziati hanno potuto verificare che, viceversa, i terremoti possono essere innescati anche dalle maree.
Le maree, sui cui effetti gli studiosi si interrogano da oltre cent’anni, vengono prodotte dall’attrazione gravitazionale della Luna e del Sole che agita e scuote le acque degli oceani, le quali, a loro volta, aumentano e abbassano la tensione sulle faglie (la crosta terrestre) circa due volte al giorno.
Elizabeth Cochran, una studiosa di questi fenomeni, sostiene che le maree più grandi hanno un ruolo significativo nell’innescare i terremoti.
Questi si verificherebbero comunque, ma possono essere anticipati o ritardati dalle fluttuazioni dello stress dovuto alle maree.
Da tempo si sospettava che le maree terrestri avessero un ruolo nel meccanismo dei terremoti, ma nessuno era ancora riuscito a dimostrarlo a livello globale. Erano state osservate chiare correlazioni soltanto in poche occasioni e in ambienti particolari, come appena al di sotto del fondale marino o in prossimità dei vulcani. L’analisi statistica dei dati sui terremoti e sulla tensione dovuta alle maree mostra una forte correlazione a livello globale. In poche parole tre quarti dei terremoti si verificano quando le dimensioni delle maree sono superiori ai due metri, in seguito allo stress che agisce sulle faglie.
E già che parliamo di mare, si è scoperto che la poco famosa oscillazione dell’asse terrestre, scoperta dall’astronomo Seth Carlo Chandler nel 1891 (l’asse compie un cerchio di circa 6 metri di raggio ai poli in circa 433 giorni), sembra essere causata dalle variazioni di pressione che gli oceani esercitano sui fondali, pressione che varia con il variare della temperatura e salinità dell’acqua!
Invece, un interessante fenomeno sismico è quello che si verifica in prossimità dei tornadi e delle trombe d’aria. Anche in questo caso, purtroppo, la cronaca ci riporta alla mente le distruzioni e morti provocate dai tornadi sulle coste orientali del continente americano. Il fenomeno di formazione delle trombe d’aria è molto simile a quello per cui vediamo formarsi un vortice nella vasca da bagno. Esse sono generate dai movimenti di vaste masse d’aria tra zone a differente pressione atmosferica e che tendono, a causa di particolari forze, a entrare in rotazione. Per anni i malcapitati che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nei pressi di una tromba d’aria o, ancor peggio, di un tornado, hanno raccontato di aver sentito tremare il suolo. Infatti, a loro modo, anche le trombe d’aria generano dei piccoli terremoti, meglio sarebbe dire oscillazioni tra i 2 e i 269 hertz (l’hertz indica il numero di oscillazioni al secondo), che non sono però distruttive ma anzi, utili, perché se rilevate per tempo, con i sismografi, permettono la messa in allarme dei centri abitati prevedendo l’arrivo della tromba d’aria stessa.
Un gruppo di ricercatori dichiara di essere in grado di seguire il percorso delle trombe d’aria, escluse quelle molto deboli, utilizzando normali sismografi. Si stanno sviluppando programmi in grado di distinguere automaticamente le vibrazioni prodotte dalle trombe d’aria o dai tornadi, in modo da poter lanciare l’allarme alle zone interessate il più tempestivamente possibile. Il problema è che, anche se i risultati sono promettenti, i sismografi ora disponibili non riescono a individuarne più lontane di una ventina di chilometri.
Non sembra però impossibile costruire una rete di sismografi sufficientemente fitta da coprire almeno le zone più a rischio.
È affascinante il fatto che la nostra Terra sia un sistema tanto in perfetta armonia, e noi uomini siamo appieno integrati in questo sistema, in cui eventi apparentemente autonomi possono misteriosamente influire su altri; ed è curioso quanto ancora si sappia poco dei fenomeni che abitano vicino a noi. Le missioni spaziali non ci illudano che ciò che abbiamo sotto i piedi sia perfettamente conosciuto; anche sulla Terra c’è ancora tanto mistero da scoprire. Terremoti, maremoti, trombe d’aria, giustamente temuti dall’uomo, sono pur sempre indicatori del fatto che il nostro pianeta è vivo: quasi ne esprimono il respiro, del quale noi pure viviamo. Se fosse un pianeta morto, come la Luna, sarebbe inospitale anche per l’uomo.

L’oscillazione di Chandler

Un interessante fenomeno che si pensava legato ai terremoti è la cosiddetta oscillazione di Chandler dal nome dell’astronomo che la scoprì nel 1891. Seth Carlo Chandler si accorse che l’asse di rotazione terrestre oscilla rispetto alla verticale, compiendo un cerchio di circa 6 metri di raggio ai poli, in circa 433 giorni.
La stranezza della questione è che uno spostamento così piccolo non dovrebbe poter durare nel tempo, ma, è stato calcolato, in circa 68 anni dovrebbe pian piano ammortizzarsi e scomparire. Invece l’oscillazione di Chandler continua imperterrita a manifestarsi e, fino ad oggi, era fitto il mistero su che cosa la rinnovasse.
Per spiegare tale fenomeno sono state avanzate numerose ipotesi tra cui quella che ne fossero responsabili i terremoti, un’ipotesi però che non regge il confronto con i dati reali.
Il geofisico Richard S. Gross crede di aver trovato finalmente la spiegazione definitiva: la misteriosa oscillazione sembra essere causata dalle variazioni di pressione che gli oceani esercitano sul loro fondo, pressione che varia con il variare della temperatura e salinità dell’acqua. Confrontando gli effetti di queste variazioni di peso dell’acqua degli oceani con i dati sull’oscillazione di Chandler, ottenuti fra il 1985 e il 1995, Gross ha trovato che la variazione della pressione oceanica spiega bene circa i due terzi dell’intensità dell’oscillazione, mentre il rimanente terzo sarebbe da attribuirsi alle variazioni della pressione atmosferica. Una piccola influenza sull’oscillazione di Chandler è anche da attribuirsi alle correnti oceaniche e ai venti.

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- Scienza

Perché l’onda assassina

pubblicato su Città nuova 25/01/2005
Tsunami e terremoti


Sono fenomeni naturali di inaudita potenza. Inevitabili e non sempre prevedibili. Se ne possono però limitare i danni con opportuni sistemi di allarme. È urgente attivarli in tutto il pianeta.
Tsunami, una parola che fino a poco tempo fa era sconosciuta al vocabolario di molti. Adesso è purtroppo associata alla violenza inaudita che il 26 dicembre scorso si è manifestata nella serie di onde anomale, appunto denominate dai giapponesi tsunami, generate da uno spaventoso terremoto verificatosi nelle profondità delle acque dell’Oceano Indiano.
Dall’epicentro del sisma, situato al largo dell’isola di Sumatra nel Sud-Est asiatico, il treno di onde ha impiegato un’ora per arrivare sulle coste thailandesi e due ore e mezzo per raggiungere lo Sri Lanka, seminando morte e distruzione; la stessa sorte è toccata a Indonesia, India, Bangladesh e persino ad alcune coste dell’Africa.
Le proporzioni del disastro sono state impressionanti, con centinaia di migliaia di vittime. Lo tsunami ha fatto innanzitutto strage di bambini, di pescatori e dei loro figli, di surfisti, di turisti, di quanti, ignari, si trovavano in prossimità delle coste interessate.
È praticamente impossibile sfuggire a tale furia: gli tsunami sono onde alte fino a decine di metri che corrono a velocità di diverse centinaia di chilometri all’ora, e tutto quello che trovano sulla loro traiettoria viene spazzato via in un impatto devastante.
L’onda è preceduta da uno spaventoso risucchio delle acque, che si ritirano fino a cinquecento metri dalla costa.
Ma come si è potuto generare un tale fenomeno così imponente e distruttivo?
Gli tsunami sono principalmente conseguenza di potenti terremoti che avvengono sui fondali oceanici.
Questi eventi sismici sono tra i fenomeni naturali più frequenti nella crosta terrestre, quella parte del pianeta che arriva a circa 3000 chilometri di profondità, dove la roccia del mantello incontra il ferro fuso del nucleo esterno.
All’origine dello scatenarsi dei terremoti vi sono gli scontri fra le grandi placche in cui è divisa la crosta terrestre.
Come queste si muovano inabissandosi l’una sotto l’altra. I punti di contatto tra due placche si chiamano faglie, la più famosa delle quali è forse quella di Sant’Andrea che corre lungo la costa californiana per 1000 chilometri ed è profonda 50.
Gli eventi sismici sono quindi fenomeni per la maggior parte imprevedibili perché legati a movimenti bruschi della crosta terrestre, in un gioco di accumulo di tensioni e assestamenti in prossimità delle faglie, un po’ come una molla di adeguata rigidità che accumula energia elastica per poi rilasciarla generando energia cinetica, cioè movimento.
È proprio quello che è successo il 26 dicembre scorso. Le tensioni accumulate nel corso di anni in prossimità delle faglie tra la placca indiana, quella delle Filippine e l’australiana sono state rilasciate improvvisamente.
È come se ai milioni di metri cubi di acqua sovrastanti la faglia fosse stata data una spinta verso l’alto, come uno schiaffo, provocando un innalzamento della superficie del mare nella zona interessata, per poi riabbassarsi e generare onde tutto intorno, propagantesi su circonferenze concentriche fino ad incontrare le coste, dove si sono schiantate. Nel caso delle faglie le energie in gioco sono così grandi che equivalgono alla potenza distruttiva di centinaia di migliaia di bombe atomiche.
Il terremoto sul fondale dell’Oceano Indiano è stato così intenso da provocare presumibilmente addirittura lo spostamento della costa dell’isola di Sumatra trenta metri a sudovest, e un leggero spostamento dell’asse terrestre; tutto questo a causa del rilevante riassestamento di masse. La Terra, in questi casi, continua a risuonare come una campana per qualche giorno fino a che le oscillazioni non si smorzano. Normalmente terremoti più violenti tendono a stimolarne altri più piccoli, che possono avvenire anche a centinaia di chilometri di distanza, settimane o mesi dopo quello principale. Fortunatamente questi terremoti secondari tendono a decadere nel tempo e i geologi ne hanno una buona comprensione.
L’isola indonesiana di Sumatra era stata già devastata nel 1797 e nel 1833 da terremoti di tale entità.
Alcuni geologi notano che, in base alle statistiche degli undici terremoti superiori all’ottavo grado della scala Richter avvenuti negli ultimi cento anni, sei erano concentrati in un arco di tempo ristretto tra il 1952 e il 1965, e che un’altra concentrazione di terremoti si era avuta all’inizio del secolo con effetti devastanti in California, nel 1906, e in Sicilia, nel 1908, quando vennero distrutte San Francisco e Messina. Pertanto, il maremoto di Sumatra potrebbe essere il primo di un grappolo di sismi prossimo a manifestarsi. Sembrerebbe confermare questa tesi la violentissima scossa di terremoto registrata il 23 dicembre tra Australia e Antartide.
In ogni caso, quando e come un terremoto si manifesti, nessuno lo può dire, anche se varie sono ormai le vie tentate per prevedere simili eventi. Gli scienziati possono solo immagazzinare informazioni e cercare di accelerare lo scambio di informazioni che possono salvare più vite possibile. Infatti, nel caso dello scorso dicembre, un allarme c’era stato, lanciato appena 15 minuti dopo il terremoto dal Centro di controllo per gli tsunami del Pacifico sito a Honolulu. Tale Centro ha diffuso la notizia a tutti i 26 paesi membri del sistema internazionale di allarme, tra cui Indonesia e Thailandia, ma purtroppo l’allarme si è diffuso troppo lentamente nei paesi interessati che, presi alla sprovvista, hanno sottovalutato la gravità e l’entità del fenomeno.
In un’ora di tempo tra il rilevamento del terremoto e l’arrivo dell’onda si sarebbero certo potute salvare molte vite!
Nell’Oceano Pacifico, americani e giapponesi sono all’avanguardia nella prevenzione degli tsunami, con sensori in grado di capire in anticipo direzioni e caratteristiche delle onde: si tratta di boe collegate a sismografi sui fondali che trasmettono via satellite ai centri predisposti per il monitoraggio, e in soli due minuti, l’avvenuto terremoto, direzione e velocità dell’onda; un sistema di altoparlanti lungo le coste e la diffusione capillare della notizia attraverso radio e tv permettono di non farsi prendere di sorpresa, salvando molte vite.
Alla comunità scientifica spetta l’ardua impresa di perfezionare modelli teorici e di rilevamento tali da cercare di prevedere le zone a rischio, riducendo al minimo le perdite in vite umane.
È dell’ultima ora la notizia che entro due anni verrà installato dall’Onu anche per l’Oceano Indiano un sistema di allarme analogo a quello già esistente nel Pacifico, estensibile - si spera rapidamente - a tutto il pianeta.

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- Astronomia

Un impatto inevitabile?

Scenari futuri
pubblicato su Città nuova 13/01/2006 


Fra una trentina d’anni un grosso asteroide potrebbe piombare sull’Europa. Cerchiamo di vederci chiaro. Senza fare i catastrofisti. 
Fino a qualche anno fa, sembrava soltanto una fantasia che ha dato origine alla sceneggiatura di film quali Deep impact e Armageddon.
Di recente, invece, è stata annunciata la scoperta di un asteroide di circa 390 metri di diametro in rotta di collisione con la Terra.
Pare che esso impatterà in maniera violenta con il nostro bel pianeta intorno al 2036-39: proprio come, presumibilmente, accadde circa 63 milioni di anni fa, quando l’impatto della Terra con un enorme asteroide provocò l’estinzione dei dinosauri.
E adesso che cosa facciamo? E come è possibile che un tale oggetto collida proprio con la Terra?
In effetti, date le dimensioni del sistema solare e dei pianeti ivi distribuiti, un impatto del genere è altamente improbabile.
Proviamo a creare un modellino del nostro sistema solare partendo dal Sole, che immaginiamo come una palla di 10 centimetri, fino a Plutone. I primi due pianeti che incontriamo,Mercurio e Venere, in proporzione si riducono a due sferette di 0,3 e 0,9 millimetri, rispettivamente alla distanza di 4 e 7 metri dalla palla-Sole. In questo modellino la Terra è una sferetta di soli 0,9 millimetri ruotante intorno alla palla-Sole a una distanza di 10 metri. Marte si trova a ruotare invece alla distanza di circa 15 metri con un diametro di circa mezzo millimetro. Giove corrisponde a una pallina di 10 millimetri, Saturno di 9 e Urano e Nettuno di 3,5 millimetri, e ruotano a una distanza di 50, 100, 200, 300 metri dalla palla-Sole. Plutone, infine, sarebbe una sferetta di mezzo millimetro che si allontana fino a distanze di mezzo chilometro.
Così ragionando, se Nettuno e Plutone vengono a trovarsi da parti opposte del Sole, sono a 800 metri l’uno dall’altro: una bella distanza per due palline di 3,5 millimetri di diametro! Se poi distribuiamo tutta la massa dei pianeti del sistema solare e del Sole nello spazio da essi delimitato, avremo una densità di materia di 3 grammi per chilometro quadrato (praticamente il vuoto).
Il nostro sistema solare dunque è quasi inesistente nello spazio in cui è collocato. Nonostante questo possono avvenire urti e collisioni tra le diverse parti che lo compongono. Questo perché nel sistema solare sono sparsi moltissimi detriti, probabili rimasugli della formazione dei pianeti o pianeti andati in frantumi. Fra Marte e Giove ci sono infatti diverse centinaia di migliaia di pianetini (i più piccoli della dimensione di qualche chilometro, i più grandi arrivano a qualche centinaio di chilometri). Sono presenti poi meteoriti e micrometeoriti in numero praticamente infinito, con dimensioni che variano da capocchie di spillo a piselli. Di questi ultimi, la Terra, sulla sua orbita intorno al Sole che percorre alla velocità di 30 chilometri al secondo, ne raccoglie circa un miliardo al giorno per un totale di circa 5 tonnellate!
Catturate dall’attrazione di gravità, le meteoriti entrano nell’atmosfera terrestre, con velocità che variano tra 30 e 70 chilometri al secondo. La maggior parte di esse brucia completamente per l’attrito e si dissolve in gas, dando vita alle affascinanti stelle cadenti.
Soltanto quelle di maggiori dimensioni possono attraversare l’atmosfera senza consumarsi del tutto e arrivare fino al nostro suolo (sono meno di una decina al giorno). Le più grandi, come l’asteroide scoperto ultimamente, possono creare crateri da impatto paurosi (si pensi al Meteor Crater in Arizona).
La collisione dell’asteroide non è comunque ancora un dato certo. Nel caso tuttavia che dovesse verificarsi, si sa solo che esso andrà a impattare la Terra proprio in Europa a una velocità di circa 50 mila chilometri all’ora.
Tale impatto, equivalente all’esplosione di decine di migliaia di bombe atomiche, alzerebbe una nube di polveri che rimarrebbero sospese nell’atmosfera per diverse decine di anni, provocando un drastico abbassamento della temperatura e quindi una nuova era glaciale. Sarebbe una vera catastrofe che comporterebbe l’estinzione di molte specie, sia animali che vegetali.
Davanti a una tale prospettiva, la prima cosa che passa per la testa è fare il conto di quanti anni avremo all’epoca stabilita per l’impatto. Molti di noi saranno vecchi, altri penseranno (poco altruisticamente!) che non è affare che li riguarda. In effetti la certezza dell’impatto ce l’avremo soltanto circa 5-6 anni prima, quando cioè avremo l’asteroide abbastanza vicino alla Terra da essere certi che non ci saranno più elementi perturbanti la sua orbita. Nel frattempo infatti, nella sua orbita molto prossima a quella terrestre, esso potrebbe essere ancora deviato da incontri con altri corpi celesti.
In ogni caso, la tecnologia astronautica si è sviluppata a tal punto da permettere, probabilmente senza problemi, l’intercettazione e la distruzione o deviazione di un oggetto di tali dimensioni.
Basti pensare che già nel 1986, con il passaggio della cometa di Halley, fu inviato un razzo in prossimità della cometa stessa per studiarla più da vicino; una missione simile è stata portata a compimento anche in questi ultimi anni. Se quindi, già adesso, abbiamo la tecnologia e l’esperienza per poter evitare tale impatto, figuriamoci fra trent’anni.
Allora che dire ai catastrofisti che già si sono fatti avanti? Semplicemente che il pericolo maggiore per l’umanità, da qui al 2036, non viene dallo spazio ma dall’interno dell’umanità stessa.

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- Scienza

Mille anni luce fa...

pubblicato su Città nuova 29/11/2004
Indagando l’universo


Strani segnali radio apparentemente artificiali provenienti dallo spazio e nuove teorie sui buchi neri hanno destato particolare interesse nel mondo scientifico e non solo.
Ricordate l’avvincente film di fantascienza Contact? Un segnale ricevuto dallo spazio profondo viene raccolto da un team di scienziati grazie ad un radiotelescopio che, come un grande orecchio, rimane in ascolto dell’apparente silenzio del cosmo. Tale segnale che si rivelerà alieno permetterà agli scienziati di creare una macchina capace di bucare lo spazio-tempo e arrivare in una zona remota dell’universo in pochi attimi, insinuandosi in cunicoli spazio-temporali, sfruttando leggi della fisica al limite delle nostre concezioni quotidiane dei fenomeni naturali.
Ebbene, in questi giorni si sta parlando proprio di fatti analoghi ma chiaramente meno fantascientifici.
Infatti grazie ad alcuni radiotelescopi, fra cui quello gigantesco di Arecibo, nell’isola di Portorico, gli scienziati del Seti - un programma scientifico il cui obbiettivo è di setacciare vaste sezioni dell’emisfero celeste alla ricerca di segnali artificiali, ovvero prodotti da creature intelligenti -, è stato in grado di captare e analizzare, all’inizio di settembre, un segnale radio molto particolare.
Tale segnale è stato registrato in tre momenti diversi. Aveva una frequenza di circa 1420 megahertz (le normali radio commerciali terrestri dalle quali ascoltiamo le nostre canzoni preferite, trasmettono a una frequenza radio intorno ai 100 megahertz) e, secondo le prime ipotesi, potrebbe trattarsi di un fenomeno astronomico sconosciuto oppure di un segnale inviato sulla Terra da rappresentanti di una civiltà aliena.
Il segnale sarebbe provenuto da una zona distante mille anni luce da noi, situata fra la costellazione dei Pesci e quella dell’Ariete. Si suppone che in questo punto dell’universo sia esistito un intero sistema planetario.
Gli scienziati che si occupano del progetto hanno dichiarato che è sicuramente il segnale più interessante rilevato dopo molti anni di lavoro.
L’evento ha sollevato discussioni in ogni angolo del mondo e resta un mistero. La maggioranza degli scienziati è comunque scettica e lo considera un rumore di fondo del cosmo.
Si sa bene che il silenzio dell’universo è solo apparente e che in realtà, anche se il nostro udito non avverte nulla, dallo spazio profondo, nelle alte frequenze come le onde radio, le microonde, i raggi X e gamma, arriva una valanga di informazioni rilevabili soltanto da strumenti molto sofisticati come appunto i radiotelescopi.
E come se non bastasse, a proposito di cunicoli spazio-temporali e cose simili, sempre in questa estate, a luglio, mentre noi comuni mortali eravamo a pancia all’aria sotto un bel sole splendente, c’era chi correva ad ascoltare Stephen Hawking, scienziato di Cambridge e padre della teoria dei buchi neri, da lui sviluppata negli anni Settanta e sempre da lui rivista e corretta in questi ultimi anni. Perché tanto darsi da fare degli scienziati addetti ai lavori? Per il semplice motivo che finalmente i famosi quanto insaziabili buchi neri erano stati finalmente domati!
Una stella finisce anch’essa, prima o poi, per morire (comunque per l’abbronzatura no problem, il nostro Sole sarà ancora a disposizione per circa 5 miliardi di anni) e può farlo in vari modi tra cui esplodere rilasciando un’energia spaventosa nello spazio circostante in un fenomeno di supernova. Al posto della stella rimane un nocciolo densissimo di materia come noi non siamo abituati a concepire, un buco nero (per rendere l’idea della densità di un buco nero, bisognerebbe immaginare tutta la Terra concentrata in una sferetta di un centimetro di diametro circa!). In realtà potrebbe rimanere una nana bianca o una stella di neutroni che hanno comunque una grandissima densità, questo dipende dalla massa iniziale della stella.
Fino a luglio questi oggetti erano considerati cattivissimi, si pensava che tutto quello che inghiottivano, a causa della loro fortissima gravità capace anche di catturare la luce (per questo sono neri, perché non visibili otticamente), non aveva più possibilità di essere rivisto nel nostro universo e veniva probabilmente lanciato in universi paralleli al nostro con conseguente perdita di materia e informazione dal nostro universo: era un po’ come vedere una pellicola in cui alcuni fotogrammi inspiegabilmente erano mancanti (perdita di informazione).
Hawking, rivisitando la sua teoria, ha scoperto che in realtà i buchi neri sono oggetti più benevoli e che a lungo andare possono restituire le informazioni ingoiate: è come se nella suddetta pellicola le informazioni contenute nei fotogrammi mancanti potessero in qualche modo essere recuperate dando continuità al film.
Ecco allora che non c’è più necessità di inventarsi l’esistenza di universi paralleli per spiegare dove finisce la materia risucchiata.
Naturalmente c’è ancora spazio per ogni tipo di fantasia, anche perché i buchi neri sono qualcosa di estremamente difficile da investigare, come pure per tutte le teorie possibili fintanto che qualcuno (spero non io) non andrà a vederne uno da vicino.
A proposito, se guardate verso il centro della Via Lattea nella costellazione del Sagittario, sembra essercene uno che si sta inghiottendo tutta la Via Lattea!

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- Scienza

Le intuizioni di Einstein

pubblicato su Città nuova 25/03/2005
2005 - Anno Mondiale della Fisica


Cento anni fa il grande fisico tedesco pubblicò cinque sorprendenti articoli che rivoluzionarono per sempre il pensiero scientifico.

1905. Un ventiseienne sconosciuto, ebreo e tedesco, lavora come semplice impiegato presso l’Ufficio brevetti svizzero. Ha una laurea in fisica e una tesi di dottorato respinta dall’Università di Zurigo, ma una grande passione per la fisica, alla quale si dedica nel tempo libero e, di nascosto, sul posto di lavoro.
È Albert Einstein, colui che affermò che i fisici del suo tempo erano incapaci di capire i problemi e lo dimostrò. Infatti, proprio in quell’anno, egli pubblicò una serie di cinque articoli che riportavano le sue sorprendenti intuizioni, destinate a rivoluzionare per sempre il pensiero scientifico.
Cent’anni dopo, in suo onore, la comunità internazionale dei fisici designa il 2005 Anno mondiale della fisica.
Quel giovane, in effetti, doveva apparire un po’ strano ai fisici dell’epoca, ardente com’era di nuove idee.
Si pensi che l’Università di Zurigo gli rifiutò, per il suo dottorato, l’articolo sulla teoria della relatività speciale, considerato, a detta della sorella, un po’ strano. Ne propose allora un altro che riguardava la determinazione delle dimensioni molecolari e che gli fu accettato nel luglio del 1905.
Subito dopo, in quello stesso anno, Einstein pubblicò un altro importante articolo sul moto di particelle sospese in liquidi a riposo.
Va detto che, in quell’epoca, l’idea di atomo era ancora controversa, e proprio per fornire una garanzia della esistenza di atomi di grandezza definita, egli studiò a fondo il fenomeno che andava sotto il nome di moto browniano, dal nome di Robert Brown, che notò come particelle di polline sospese in un liquido effettuassero movimenti a zigzag, facilmente osservabili a un microscopio.
Einstein riuscì a darne una spiegazione, ipotizzando che il movimento delle molecole del liquido sarebbe stato così intenso da spingere qua e là le particelle di polline sospese. È lo stesso principio governante l’espansione delle particelle che, colpendo le cellule sensibili del nostro naso, ci portano l’o- dore di un mandarino o di un’arancia appena sbucciati.
In quell’epoca Einstein si definiva schiavo dei brevetti, ma in uno dei cinque articoli pubblicati nel corso di quell’anno, ve ne era uno che gli valse il Premio Nobel per la fisica, conferitogli poi nel 1922. L’articolo, che è alla base della comprensione dell’effetto fotoelettrico, fu pubblicato a giugno sugli Annalen der Physic e apriva la strada all’accettazione della doppia natura della luce, come particella e onda al tempo stesso, considerato uno dei fondamenti della fisica quantistica.
L’effetto fotoelettrico è oggi alla base di varie tecnologie: basti pensare al semplice meccanismo di accensione automatica dei lampioni con il calare della luce.
Ma a conferire ad Einstein il titolo di genio fu l’articolo completato alla fine del giugno 1905 e pubblicato a settembre con il titolo Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento, dove espose i fondamenti della famosa teoria della relatività speciale.
Quello di Einstein è un nome conosciuto da tutti, anche da quelli a cui la fisica non è mai piaciuta, oppure che, a sentirne parlare, ti rispondono: Io ero bravo a giocare a pallavolo!
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Egli rappresenta, per antonomasia, la figura del genio. Un genio incompreso da molti dei suoi stessi colleghi e oggi ancora dalla maggioranza dei non addetti ai lavori.
La sua teoria della relatività generale, infatti, è ancora oggetto di discussioni scientifiche tra opposte fazioni.
In effetti gli scienziati hanno trascorso tutto il XX secolo nella verifica, applicazione e comprensione delle idee che emergevano dal lavoro di Einstein. Un lavoro ampio che contribuì non solo allo sviluppo della teoria della relatività, con la quale rivoluzionò i concetti di spazio, tempo e gravità, ma anche contribuì a sviluppare la nascente fisica quantistica, e portò a una maggiore comprensione del comportamento delle molecole, favorendo lo sviluppo della moderna fisica statistica, utilizzando metodi matematici che sono stati poi impiegati per simulare sia il comportamento delle sostanze inquinanti nell’aria sia le fluttuazioni dei mercati azionari.
Egli portò realmente uno sconvolgimento, non solo nel pensiero scientifico, ma anche nel pensiero filosofico del XX secolo. E in tutta onestà, tale sconvolgimento, misto a stupore, avviene ancora nella mente di chi prova ad avvicinarsi alle idee einsteiniane su spazio, tempo e gravità.
Ma che cosa è la fisica e perché Einstein fu tanto grande da essere considerato un genio?
In tanti rimangono scottati da questa materia scolastica un po’ ostica, forse solo perché viene presentata male. Ma la fisica, che ha in sé molte diramazioni, è una disciplina che cerca semplicemente di spiegare i fenomeni naturali fondamentali, attraverso modelli e teorie, fondandosi sulla sperimentazione. È una disciplina che ricorre, in maniera sostanziale, alla matematica, con la quale v’è un connubio perfetto.
I risultati delle ricerche scientifiche di base entrano nella nostra vita in maniera sempre più importante senza che nemmeno ce ne accorgiamo: per fare solo un semplice esempio, pensiamo al laser, utilizzato nei lettori cd e dvd, nelle discoteche come semplice fascio di luce o nel campo medico per effettuare importanti operazioni chirurgiche.
Einstein aveva una vera passione per la ricerca, ed è stata proprio la sua capacità di analisi attenta della realtà e dei fenomeni che essa manifesta, mista alla sua capacità di astrazione, a permettergli di superare ogni tentativo di riconfigurare le profonde crisi della fisica dell’epoca all’interno di uno scontato schema logico di senso comune.
Come abbiamo visto, vari sono i contributi che egli ha dato allo sviluppo della fisica moderna. Si pensi, ad esempio, oltre al laser e all’effetto fotoelettrico, ai più complessi satelliti che permisero ai primi progettisti di sviluppare il sistema Gps, sistema in grado di misurare con precisione latitudine, longitudine e altitudine del punto in cui ci si trova; o agli affascinanti modelli sull’origine dell’universo; allo sviluppo delle teorie dei buchi neri; alla famosa formula E=mc2 e alla famosa idea che la velocità della luce è la massima velocità raggiungibile in natura.
Parlando di Einstein, normalmente, si finisce sempre per parlare della teoria della relatività. Essa è, in linea di principio, molto semplice ma molto complessa nel suo sviluppo matematico; vi si parla di spazio, tempo, massa, gravità, luce.
La teoria della relatività ha richiesto, nel corso degli anni, il contributo di molti scienziati per una piena comprensione delle sue implicazioni.
Essa è fondata su due importanti articoli di Einstein, quello del 1905, in cui viene enunciata la teoria della relatività cosiddetta speciale o ristretta, e l’altro del 1916, dove viene enunciata la cosiddetta teoria della relatività generale.
Il primo articolo spazza via, in modo definitivo, il concetto di spazio e tempo assoluti che la fisica aveva fino ad allora utilizzato e il cui principale assertore era Newton, padre della fisica classica. Secondo Newton, tutti gli eventi dell’universo fisico, come ad esempio un cavallo in corsa, o la propagazione di un fascio luminoso, avvengono come in una grande stanza a tre dimensioni, rispetto alle cui pareti si possono riferire tutti i moti degli oggetti che vi stanno dentro e in cui il tempo scorre uguale per tutti, senza che gli eventi stessi modifichino tale spazio e tale tempo.
Questo è forse il concetto che tutti noi abbiamo di spazio e di tempo, valido per i nostri ambiti di vita quotidiana.
Alla fine del secolo XIX, però, James Clerk Maxwell sviluppò le famose equazioni alla base dell’elettromagnetismo, le quali mostravano che le onde elettromagnetiche (ad esempio, la luce o le onde radio) si muovono attraverso lo spazio come onde, fatto che gettò i fisici dell’epoca in una crisi profonda.
Tutti sappiamo che le onde, per propagarsi, hanno bisogno di un mezzo (si pensi alle onde del mare): così i fisici immaginarono che le onde elettromagnetiche dovessero propagarsi attraverso un mezzo che battezzarono col nome di etere.
Si discusse molto dell’esistenza o meno di questo etere.
Dalle equazioni di Maxwell risulta che la luce si muove a 300 mila chilometri al secondo rispetto a questo mezzo, che è immobile rispetto al sistema di riferimento assoluto di Newton.
Appena ci si muove rispetto all’etere, la luce dovrebbe avere una velocità differente, esattamente come quando su un’automobile osserviamo un altro veicolo venire verso di noi, la velocità risultante sarà la somma delle velocità delle due automobili.
Furono fatti molti esperimenti ma sempre la velocità della luce risultava essere di 300 mila chilometri al secondo qualunque fosse la velocità della sorgente di luce. Fu un duro colpo per i fisici dell’epoca.
Newton, perdonami, implorò Einstein dopo che ebbe cancellato l’assolutezza di spazio e tempo! Infatti, secondo lui, la natura è molto semplice ed equa, non deve esistere un sistema di riferimento che abbia privilegi di sorta rispetto ad un altro, neanche rispetto all’elettromagnetismo.
Einstein arrivò così ad affermare, nel suo articolo sulla relatività speciale, che non ha più senso parlare di spazio e tempo assoluti e stabilì che la velocità della luce è una costante di natura, ed è sempre uguale a 300 mila chilometri al secondo (nel vuoto).
Ma se la velocità della luce deve essere sempre la stessa (sia che l’osservatore stia fermo o in movimento) e la velocità è uguale allo spazio percorso diviso il tempo impiegato a percorrerlo, allora ne segue che i corpi in movimento subiscono contrazioni spaziali nella direzione di movimento e dilatazioni temporali! Così muovendosi in automobile a velocità sempre più prossima a quella della luce, un osservatore fermo sulla stra- da vedrà la nostra automobile accorciata nella direzione di moto e percepirà che il nostro tempo passa più lentamente rispetto al suo. Tali fenomeni sono praticamente nulli nel caso di piccole velocità come anche di quelle della Formula Uno, mentre sono rilevanti per velocità molto elevate, come potrebbe essere quella di un razzo.
Dopo quattro anni, nel 1909, Einstein viene nominato professore straordinario di fisica teorica all’Università di Zurigo, nel 1910 ha un figlio, nel 1914 ottiene una cattedra all’Università di Berlino e si separa dalla moglie Mileva che ritorna a Zurigo con i figli. Ed eccoci al 1916, anno in cui pubblica I fondamenti della teoria generale della relatività, dove dimostra la sua vera genialità.
È un articolo che colpisce al cuore la visione del mondo su grande scala, e sarà proprio grazie ad esso che potrà farsi strada la famosa idea del Big Bang come punto d’inizio dell’universo.
In quell’articolo egli espone la teoria generale della relatività, una teoria fondamentale che riguarda l’estensione del principio di relatività, enunciato nel 1905, ai corpi che si muovono con velocità non costante, come ad esempio una automobile che accelera (nell’articolo del 1905 si parlava solo di corpi in movimento con velocità costante) fino ad arrivare ad includere la più universale delle accelerazioni che è la gravità.
Tutti sappiamo che la gravità è quella forza che attira i corpi verso il suolo terrestre, accelerandoli, e che permette alla Terra di girare intorno al Sole.
Con la teoria della relatività generale, dopo anni di studio e di esperimenti mentali, egli arrivò a formulare il principio fondamentale che accelerazione e gravità sono equivalenti e indistinguibili.
Per capire meglio proviamo a fare un esperimento mentale sul genere di quelli fatti da Einstein.
Immaginiamo di essere dentro un ascensore, in mezzo allo spazio vuoto e in assenza di gravità, dal quale non si possa vedere fuori. Se ad un certo punto l’ascensore viene accelerato con dei razzi, si avrà l’effetto di sentirsi schiacciati verso il pavimento, un tale effetto è simile a quello dovuto alla gravità (se si riesce a raggiungere, con i razzi, una accelerazione simile a quella della gravità terrestre, sembrerà di essere sulla Terra e non più nello spazio vuoto), e non si potrebbe così distinguere se ci si trova in prossimità di un campo gravitazionale o semplicemente si è accelerati dai razzi. Il fatto di non poter distinguere la differenza tra due situazioni, in fisica, vuol dire che c’è equivalenza tra le due situazioni stesse.
Da questi semplici ragionamenti, opportunamente trasformati in una teoria ampia e matematicamente complessa, egli arrivò a conclusioni sconcertanti. Mentre Newton aveva concepito la gravità come una forza che agisce istantaneamente a distanza, per Einstein la gravità è una proprietà intrinseca dello spazio e del tempo, causata dalla deformazione dello spazio-tempo stesso a causa delle masse.
Si potrebbe cioè pensare lo spaziotempo come a un telo teso che subisce deformazioni, incurvandosi, laddove vengono posizionati oggetti massivi; facendo passare una pallina in prossimità di tale zona incurvata del telo, la pallina cadrà sull’oggetto che deforma il telo stesso, ottenendo l’effetto di attrazione gravitazionale.
Siccome lo spazio-tempo è il mezzo attraverso il quale si sposta anche la luce, allora, se questo risulta incurvato dalle masse, anche la luce seguirà traiettorie curve per spostarsi da un punto all’altro dell’universo: ed è quello che venne verificato, come previsione della teoria di Einstein, in una famosa eclisse solare del 1919, in cui verificò la deflessione della luce proveniente dalle stelle che per raggiungere la Terra dovevano passare in prossimità del Sole. Fu uno dei primi successi della teoria di Einstein, sottoposta poi negli anni a numerose verifiche.
Essa risulta ancora una delle teorie inscalfibili della fisica.
La Nasa ha da poco messo in orbita una sonda spaziale destinata a verificare vari postulati della teoria generale della relatività.
Egli lavorò, negli ultimi anni della sua vita, a una teoria del tutto che unificasse gravità e fisica quantistica, ma senza successo. Morì nel 1955, in ospedale, in seguito alla rottura dell’aorta.
Poco prima di morire scrisse all’amico Bertrand Russell, accettando di aggiungere il suo nome a un manifesto che chiedeva a tutte le nazioni di rinunciare alle armi nucleari. Lui, che nella sua famosa formula E= mc2 compendìo la potenza distruttrice delle bombe nucleari, sancendo l’equivalenza tra massa ed energia, firmò quel documento proprio perché ne capiva il significato profondo.

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- Scienza e fede

Giovanni Paolo II e la scienza

Riporto qui un mio vecchio articolo pubblicato sulla rivista Città nuova il 25 maggio 2005. Alcuni miei pensieri, riguardo al rapporto scienza/fede, si sono, da allora, modificati, evolvendosi sia in seno al mio rapporto con la scienza che con la fede, ma in linea di massima le riflessioni di base rimangono le medesime. Mi piace qui mettere in evidenza il tentativo di Giovanni Paolo II di creare un terreno di dialogo tra due aspetti che, volenti o nolenti, hanno a che fare con l'uomo, con noi tutti.

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Un connubio possibile
pubblicato su Città nuova, 25/05/2005


Il Papa che ha saputo ricomporre lacerazioni storiche in seno all’umanità e alla chiesa stessa, ha dato un contributo essenziale al superamento della contrapposizione tra scienza e fede. 
Fin dai primi anni del suo pontificato, Giovanni Paolo II si è prodigato per superare malintesi che hanno storicamente contrapposto scienza e fede. Egli aveva un vero amore per la verità che si esprime nelle sue varie forme, sia nell’ambito della natura, di cui si occupa la ricerca scientifica, che nell’ambito dello spirito, ambito di pertinenza della teologia.
Ricerca scientifica e religione, scienza e fede: due sfere della conoscenza che nel corso della storia hanno dato origine a facili incomprensioni, quando non si è tenuto conto del fatto che le diverse discipline del sapere richiedono altrettanta diversità di metodi. Ecco che cosa disse a tal proposito il Santo Padre in un discorso tenuto il 31 ottobre 1992 alla Pontificia Accademia delle Scienze: Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A quest’ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia.
La distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una opposizione.
I due settori non sono del tutto estranei l’uno all’altro, ma hanno punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno permettono di mettere in evidenza aspetti diversi della realtà.
Ancora oggi, nel pensiero popolare, ma ancor peggio in quello di molti esponenti della cultura, rimane una sorta di strano stupore quando si sente parlare di scienziati credenti, come se scienza e fede non potessero andare d’accordo.
Di tale impossibile connubio viene preso a pretesto il caso Galilei*, diventato una sorta di simbolo del preteso rifiuto, da parte della Chiesa, del progresso scientifico, e dell’oscurantismo dogmatico opposto alla libera ricerca della verità. È sull’onda di questa vicenda che molti uomini si sono come ancorati all’idea che ci sia incompatibilità tra lo spirito della scienza da un lato e la fede cristiana dall’altro.
Giovanni Paolo II espresse tale concetto in questi termini: Una tragica reciproca incomprensione è stata interpretata come il riflesso di una opposizione costitutiva tra scienza e fede.
E fu proprio papa Wojtyla il primo promotore di una commissione pontificia, istituita il 3 luglio 1981, per lo studio della controversia tolemaico-copernicana del XVI e del XVII secolo, nella quale il caso Galileo si inserisce, per fare luce su errori e responsabilità nelle vicende che provocarono molto patimento all’uomo Galilei.
A dimostrazione della profonda analisi che a tale proposito Giovanni Paolo II avviò in seno alla Chiesa cattolica, ecco che cosa disse in un suo discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze: L’irruzione di una nuova maniera di affrontare lo studio dei fenomeni naturali (riferendosi al metodo scientifico introdotto da Galileo Galieli) impone una chiarificazione dell’insieme delle discipline del sapere [intendendo qui in particolare scienza e teologia]. Essa le obbliga a delimitare meglio il loro campo proprio, il loro angolo di approccio, i loro metodi, così come l’esatta portata delle loro conclusioni.
In altri termini, questa novità obbliga ciascuna delle discipline a prendere una coscienza più rigorosa della propria natura....
E ancora a riguardo dell’interpretazione delle Sacre Scritture: Nel secolo scorso ed all’inizio del nostro, il progresso delle scienze storiche ha permesso di acquisire nuove conoscenze sulla Bibbia e sull’ambiente biblico. Il contesto razionalista nel quale, per lo più, le acquisizioni erano presentate, poté farle apparire rovinose per la fede cristiana. Certuni, preoccupati di difendere la fede, pensarono che si dovessero rigettare conclusioni storiche seriamente fondate. Fu quella una decisione affrettata ed infelice... È un dovere per i teologi tenersi regolarmente informati sulle acquisizioni scientifiche per esaminare, all’occorrenza, se è il caso o meno di tenerne conto nella loro riflessione o di operare delle revisioni nel loro insegnamento.

Non è facile dimenticare la forte emozione di quando mi trovai alla presenza del Santo Padre nel momento storico in cui pronunciò il suo discorso, in favore della riabilitazione di Galileo, dal Ponte di Mezzo sull’Arno, a Pisa, a poche centinaia di metri dalla casa natale di Galileo. Per me, all’epoca studente di Fisica presso quell’Università, fu un’esperienza indelebile, non scevra di lacrime. Era il momento storico della rappacificazione tra la mia, e di molti altri, vocazione alla scienza e la vocazione di cristiano [...].
Ma che cosa è la scienza per un uomo di fede? Non è facile dare risposta a una simile domanda, tuttavia possiamo prendere come spunto una linea di pensiero [...], espressa dalle parole dello stesso Giovanni Paolo II.
Il Pontefice afferma che gli scienziati, che si impegnano nella ricerca scientifica e tecnologica, dovrebbero ammettere, come presupposto del loro itinerario di ricerca, l’esistenza di un ordine nel cosmo e di leggi naturali che si lasciano apprendere e pensare, e che hanno pertanto una certa affinità con lo spirito. Egli afferma la necessità di un concomitante approfondimento della coscienza dell’uomo, onde evitare uno sviluppo scientifico e tecnologico che resti totalmente esterno all’uomo. Esiste infatti, secondo papa Wojtyla, un duplice genere di sviluppo: il primo è orizzontale e comprende la cultura, la ricerca scientifica e la tecnica, e che si accresce con un ritmo impressionante; il secondo è invece verticale e concerne quanto c’è di più profondo nell’essere umano che si volge verso Colui che è il Creatore di ogni cosa e che dà senso all’essere e all’agire dell’uomo.
Lo scienziato che prende coscienza di questo duplice sviluppo e ne tiene conto contribuisce al ristabilimento dell’armonia universale.
Oltre al caso Galilei, scienza e fede hanno avuto altri momenti e temi di confronto di non facile risoluzione, vengono infatti alla mente, la teoria dell’evoluzione e la moderna genetica e altri temi sui quali lo studio scientifico e quello teologico sono chiamati ad esprimere il loro pensiero, ogni disciplina nel suo ambito specifico. In ogni caso l’importante è pensare sempre che il vero non può contraddire in alcun modo il vero (papa Leone XIII nell’enciclica Providentissimus Deus) e che insieme, ricerca scientifica e teologica, possono dare la completezza della conoscenza.
Qualora si sviluppasse eccessivamente il pensiero scientifico orizzontale, senza un pari sviluppo verticale dello Spirito, si entrerebbe in una grave crisi per l’umanità che perderebbe il senso del suo vero essere spirituale riducendosi a mera materialità.



* IL CASO GALILEI

È sintomatica la vicenda di Galileo, sul quale papa Wojtyla ha spesso riportato l’attenzione della chiesa e del mondo della cultura in ogni suo discorso in temi di scienza.
Nato a Pisa nel 1564, Galileo Galilei è stato il padre della fisica e astronomia moderna. Dal 1589 al 1592 insegna matematica all’università di Pisa, e dal 1593 al 1610 a quella di Padova. È il periodo più affascinante e produttivo della sua vita che lo vede utilizzare per la prima volta il telescopio per osservazioni scientifiche. Con esso scoprirà la costituzione della Via Lattea, le montuosità della Luna, le macchie solari, le fasi di Venere e di Mercurio, i quattro satelliti di Giove e l’anello di Saturno, tutte scoperte astronomiche fondamentali che egli rivela nel Sidereus Nuncius (1610).
Le sue scoperte vengono accolte con entusiasmo dal papa Paolo V e dalla curia vaticana; ben presto, però, sin dal 1612, gli aristotelici che difendono il sistema tolemaico o geocentrico (la Terra ferma al centro dell’universo) si oppongono alle teorie di Galileo e al sistema copernicano o eliostatico (la Terra si muove intorno al Sole) in quanto pensano che contraddicano direttamente la Bibbia nella sua visione dell’universo.
Nel 1616 il Santo Uffizio condanna l’ipotesi copernicana e ammonisce Galileo a non pubblicizzare tali dottrine.
Egli comunque, convinto dell’indipendenza della scienza dalla fede, sostiene con ancor più vigore le sue tesi nel Saggiatore (1623) e poi nel Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo (1632).
Convocato a Roma nel 1632 davanti al tribunale dell’Inquisizione e sottoposto a logoranti interrogatori, è costretto ad abiurare le proprie convinzioni. Nel 1633, riconosciuto colpevole di eresia, Galileo viene condannato all’ergastolo, pena commutata negli arresti domiciliari ad Arcetri (Firenze).
Solamente nel 1757 la Congregazione del Sant’Uffizio riabiliterà la sua figura riconoscendo l’evidenza dei fatti scientifici da lui dimostrati.
1979: Giovanni Paolo II chiede la revisione del Caso Galilei, ritirando nel 1992 la condanna allo scienziato; pubblicamente egli riconosce la validità e verità scientifica delle sue teorie e chiede scusa, da parte della chiesa, per avere ingiustamente condannato non solo il fondatore della scienza moderna ma indiscutibilmente una delle menti più geniali dello scorso millennio.