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Raccolta di testi in prosa di Alessandra Ponticelli Conti
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Scrivere per non morire

(Dal mio diario)

Domenica mattina. Mi vesto in fretta ed esco.

In cortile la mimosa è già fiorita. Rifletto sulle parole della signora che ho appena incontrato in ascensore.

"A volte fare una scelta è terribilmente doloroso, non crede?"

Già! Come darle torto.

Le domeniche di questi tempi si somigliano tutte, un po' come le famiglie felici di Tolstoj, penso.

Metto in moto. Parto.

Peccato che abbiano tagliato quel cipresso secolare, mi dico. A mia madre sarebbe preso di sicuro un colpo.

Ogni volta che in giardino si potava un albero succedeva l'inferno.

Chissà come saresti avvilita ora che la pandemia non ci consente di uscire sempre. Due infarti, un intervento a cuore aperto, eppure non riuscivamo a tenerti in casa. Nemmeno d'inverno.

Certo che ci hai fatto proprio dannare, mamma!

 

Devo ricordarmi di comprare le sigarette.

"Non fumare" dice mio fratello ogni volta che ci vediamo.

Ma con tutte le specializzazioni che esistono, proprio l'otorinolarigoiatra dovevi fare? 

Sorrido.

La mattinata è bellissima.

Raggiungo Settignano. Il bar nella piazza è aperto. Scendo.

Visto dal basso il cielo sembra terso. Che dire? Ci vuole un gran coraggio a credergli.

Bastardo!

Non è mai abbastanza per te, eh? Un giorno o l'altro però dovrai pur deciderti a dirmi che cosa ti ho fatto per odiarmi così tanto.

Sai che ti dico? Che con me hai proprio sbagliato indirizzo. Perché io non mi arrendo...

 

"Buongiorno" dice Paolo.

Paolo è il barista. Lo conosco da una vita.

"Ne usciremo mai?" Chiede con quei suoi occhi che somigliano a due punti interrogativi.

"Ha notizie del suo amico?" Domando.

"Dicono che sia ancora in terapia intensiva." Risponde, mentre mi prepara il caffè da portare via.

Cala il silenzio.

Entra una donna anziana. E' vestita di rosso. Ride.

"Avete guardato Sanremo? Che pena la gioventù di oggi!" Esclama.

Paolo fa una smorfia con le labbra e si gira dall'altra parte.

"Se non sbaglio lei, signora, ha una figlia?" Mi chiede.

"No, signora, si sbaglia. Un figlio. Io avevo un figlio."

Cala di nuovo il silenzio. E questa volta di tomba. 

Pago, saluto ed esco.

Mi guardo intorno. La città ha una faccia di bronzo, quasi come il cielo che è sempre più terso.

Dall'altra parte della strada, una donna un po' rattrappita mi osserva.

Ho caldo, mi tolgo la sciarpa.

La donna ha occhi sporgenti e una spilla attaccata sul bavero della giacca. Chissà chi gliel'avrà regalata. Suo marito? Suo figlio?

M'incammino verso la macchina. Accanto non ho nessuno.

 Abbasso la mascherina, bevo il caffè e dalla tasca prendo una sigaretta. L'accendo.

 Più in là un uomo anziano scuote la testa.

Pare che voglia dire: "non le piace vivere a lungo?"

Se devo soffrire troppo, no, non mi piace affatto.

E' ora di tornare a casa. E' ora di rimettersi a scrivere.

Scrivere per non morire. Non morire dentro.

Metto in moto. Riparto.

Sono arrivata.

In cortile una luce argentea illumina le foglie degli alberi e dei cespugli.

Sai che è vero? Penso. Le domeniche di questi tempi si somigliano tutte, un po' come le famiglie felici di Tolstoj. 

 

 

*

Fuori gi notte

(Dal mio diario)

Solo un vetro a dividere la mia stanza dal resto del mondo.

Passa una nuvola.

E' bassa. 

In mano, una penna stilografica trovata per caso in fondo a un cassetto riaperto dopo tanto tempo.

Mi sento un folletto.

Un folletto uscito dal tuo libro di favole poggiato sul tavolino sotto la finestra.

Fuori è già notte.

Guardo l'orologio: le due meno un quarto.

Troppo tardi per scrivere di te, di noi, del dolore che provocano le vecchie ferite quando sta per piovere.

Di fronte, due lampioni illuminano il nuovo parcheggio.

Ti piacerebbe, ne sono certa.

Hai sempre amato i volumi verticali e orizzontali che creano passaggi, coni visivi, tagli di luce e fasci d'ombra. Tutto  ciò che sa accostare ai rumori e alla vita dell'oggi i silenzi di presenze lontanissime di altri tempi.

E' ora di andare a letto.

Chiudo le serrande. 

Nel corridoio, su un calendario del 2006, un antico proverbio recita:

"Se temi di salire sulla scala, non salirai mai sul tetto."

A.P.        

 

 

*

Ti ricordi di me?

E' magnifico il Béarn.

Specialmente quando il vento del sud, incrociando il foehn che soffia dai Pirenei, illumina di colpo il cielo trasformandolo in una cupola incredibilmente bella.

La prima volta che vidi l'uomo vestito di grigio fu d'estate.

Era luglio.

Apparve, all'improvviso, un lunedì, sopra l'alta muraglia che cinge il piccolo cimitero di Oloron Sainte-Marie dove, ogni anno, vado  a deporre un fiore sulla tomba di Jules.

A dire il vero, non ho mai incontrato Jules di persona. Ma, nella vita, fra le tante cose che accadono, può capitare perfino di voler bene a uno sconosciuto.

Vi è mai successo di amare uno scrittore soltanto per aver letto i suoi romanzi?

A me, sì.

E Jules era uno scrittore.

Mi chiesi, sbalordita, come avesse fatto a salire tanto in alto.

Mi guardai attorno: il minuscolo camposanto, ravvivato da una luce smagliante, era completamente deserto. I riflessi di un sole alto e lucido, che si riverberavano sulla pietra opaca delle vecchie tombe a stele, mi accecarono.

Una sensazione angosciosa mi pervase. Pareva che la morte, inquadrata da quell'esplosione dirompente di luce, mi si fosse parata davanti per parlarmi.

Incredula, mi domandai cosa stesse accadendo.

Ero, forse, impazzita?

Mentre disorientata mi concentravo su quella riflessione, il mio nome risuonò nel silenzio.

Alzai lo sguardo: immobile, l'uomo vestito di grigio mi stava chiamando.

"Chi sei?" dissi.

"Dovresti saperlo" rispose, fissandomi con i suoi occhi scuri e sottili. "Hai, forse, dimenticato che l'amore per i libri è per sempre?".

Di colpo, un forte odore di carta inondò l'aria.

Mi chiesi, esterrefatta, da dove provenisse quel profumo e come facesse, quell'uomo, a conoscere il mio nome. Spaventata mi diressi, correndo, verso la viottola di ghiaia decisa a raggiungere l'uscita.

"Ti ricordi di me?" tuonò, mentre con passo claudicante si spostava al centro del muro da dove svettava un'imponente croce in arenaria.

La sua voce cristallina si era trasformata, ora, in cupa e profonda.

Mi fermai.

"E' Jules che mi manda" aggiunse. "Sono Charles. Charles Delsol".

Charles Delsol? 

Intanto che il pensiero correva veloce all'indietro, nel tentativo di recuperare quel nome fra i tanti fantasmi del passato, un dubbio mi assalì.

Come poteva averlo mandato Jules, se Jules era morto il 17 maggio del 1960?

Un lampo illuminò la mia mente.

Adesso, sì. Adesso ricordavo.

Mentre una nuvola sottile e stratificata transitava verso ovest, mi rammentai di lui, dello "zoppo del cielo", di quell'affascinante personaggio di Jules il quale, scoprendosi morto, cerca fra le tante ombre che popolano il cielo lei, Marguerite, l'unico amore della sua vita.

"Ben arrivata!" esclamò. "Non disperare" aggiunse. "Io, Marguerite, l'ho ritrovata. Guarda! E' ancora seduta, al suo posto, di fronte a me, nella biblioteca della Sorbonne dove la vidi la prima volta. Vuoi ritrovare anche tu coloro che hai amato? Allora, cerca. Cerca, dentro quella nuvola".

La nube, che nel frattempo si era ingigantita, conteneva tutta la mia vita.

Fu soltanto allora che capii di essere morta.

Come nel racconto di Jules Supervielle anch'io, come Charles Delsol, lo zoppo del cielo, non sapevo quando né come fosse successo.

Forse, era accaduto d'estate.

Forse, in una di quelle caldissime notti di luglio nelle quali, seduta sulla mia poltrona, mi addormentavo con un libro in mano.    

   

*

Ci si abitua a tutto

Un'altra giornata di sole battente.

Devo uscire. Vivere da soli, senza averlo voluto, non è la cosa migliore che ci possa capitare.

"Ci si abitua a tutto" diceva mia madre.

Forse aveva ragione.

Cara mamma, se tu fossi qui, ti direi che tutto dipende da quale angolazione si guardano le cose.

Dimmi: esiste da qualche parte un oggetto che sia sempre lo stesso?

Penso alla tua fotografia. Quella che, da sempre, tengo sul comodino.

In quello scatto in bianco e nero, che ti ritrae poco più che ventenne, leggo ogni sera un capitolo nuovo.

Certo, a pensarci bene, sono davvero pochi vent'anni. Ma come si fa a sposarsi a vent'anni?

Erano altri tempi...

Ho capito, mamma. Me lo hai ripetuto almeno un milione di volte. Ma come si fa, dico io, a sposarsi a vent'anni?

Va bene, hai ragione tu. Ora, però, devo proprio andare.

Di cosa stavamo parlando? Ah, sì, di come tutto cambi a seconda della prospettiva.

Sai, ieri sera, in quella foto, è stata la serenità che traspare dai tuoi occhi a colpirmi. L'Italia intera da ricostruire, gli orrori della guerra, la nonna che vi ha cresciuti da sola...

Come hai fatto, mamma? Come hai fatto a dimenticare il rumore delle bombe?

La prima cosa: mai porsi troppe domande. La seconda: buttarsi velocemente a terra.

Marietta, la tua migliore amica. Le volevi molto bene, non è vero? Come hai fatto, mamma, a sopportare un dolore così grande?

Marietta aveva dei fratelli? E sua madre?

Sì, Aurora, certo, ora ricordo. La povera Aurora che impazzì di dolore.

Ho conosciuto anch'io, mamma, il dolore.

Eppure ci si abitua a tutto, giusto mamma?

No, mamma, non ci si abitua.

Ci si illude.

Ricordi quando te ne andasti? Dicevi di sentire il rumore inconfondibile delle bombe, mentre ti premevi forte le mani sulle orecchie.

Ti guardavi intorno smarrita, chiedendo a tutti se Marietta si fosse salvata. E continuavi a chiamarla.

No, mamma. Marietta non si è salvata . E Aurora, la povera Aurora, è impazzita di dolore.

Perché di dolore si può impazzire.

Sai, sei molto bella in quella foto.

Bella come l'ulivo che si vede sullo sfondo. Quello che piantò la nonna quando finì la guerra.

Ma, finiscono mai le guerre? 

No, le guerre non finiscono mai. E non ci si abitua.

Ci si illude, mamma.

Ora, devo proprio andare.

Vivere da soli, senza averlo voluto, non è la cosa migliore che ci possa capitare. 

      

 

 

 

*

Il pesciolino rosso

Quell'esserino, che guizzava veloce verso il fondo per poi risalire piroettando in superficie, era, nonostante l'aspetto, diverso da ogni altro pesciolino rosso.

Non so dire quando mi resi conto di ciò. Però accadde.

Forse era estate. O forse no. Non è importante.

Ci sono cose che succedono, e non hanno stagione.

L'essenziale è che succedano.

So bene che è difficile guardare oltre l'apparenza. Eppure, si può. Basta cercare.

E fu proprio quel pesciolino rosso a insegnarmelo.

Tutto merito suo, e di una parola. Non vi dirò di che parola si tratta. Non esistono parole uguali per tutti. Ciascuno ha le proprie e, come la vita, anch'esse  cambiano secondo l'uso che se ne fa.

La parola che mi legò, e mi lega, a quell'esserino è una parola semplice. Dirò solo che non è un tempo coniugato al passato. E neppure al presente.

Di sicuro, una breve voce declinata al futuro.

Già, il futuro.

Non rammento più come lo immaginavo da piccola. So comunque che, come avviene con le parole, ognuno ha il suo. E lo si può cambiare.

Basta volere.

Il pesciolino rosso me lo regalò un bambino al luna park. Lo aveva vinto.

"Prendilo, prendilo tu" mi disse, sorridendo.

Non ricordo che stagione fosse, e perché mi trovassi lì. L'ho dimenticato.

Ma ci sono cose che succedono, e restano per sempre.

Perfino se non hanno stagione.

Come quel bambino, e il suo pesciolino rosso.

 

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