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Il caso Calas »
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Il parco uno specchio
Il cielo sopra la periferia aveva il colore del cemento umido. Nel parco c'erano solo panchine di ferro con la vernice scrostata e un'aiuola di terra battuta, dove due gatti si muovevano a scatti tra le sterpaglie ingiallite dal freddo. Le due donne sedevano ai lati opposti della stessa panchina. Entrambe indossavano un piumino di fattura cinese, un pullover a collo alto, jeans scoloriti e sneakers bianche. Avevano i capelli legati nello stesso modo, una coda bassa e disordinata. "Pioverà prima di sera", disse la prima, lo sguardo fisso davanti a sé. "Sì", rispose l'altra. "L'aria sa già di pioggia." Si voltarono a guardarsi nello stesso istante. "Mi chiamo Marta", mormorò la prima. L'altra accennò un sorriso. "Anche io." "Ma veramente?" Il rumore del traffico arrivava da lontano, attutito dalla nebbia. A un tratto la prima Marta ricominciò a parlare. Le parole uscirono prima a fatica, poi con un flusso improvviso, come l'argine d'un torrente che cede. "Mio marito se n'è andato. Ha fatto le valigie per un'altra." La seconda Marta girò la testa di pochi centimetri. "E ora vivi sola?" "Mio figlio, quindici anni, è rimasto con me. Sai, parla poco, e quelle rare volte che mi parla, non so se mi vede. A giorni mi sembra d'essere un fantasma. E poi c'è quel maledetto ufficio... sempre le stesse carte, sempre le stesse parole dette e ridette." L'altra Marta non rispose, fissava i gatti tra le sterpaglie. "Quell'ombra nera ogni sera, capisci? La voglia di farla finita. Solo per smettere di sentire la morte dentro." La seconda Marta si guardò le scarpe. C'era una macchia di sugo di pomodoro nella punta della gomma bianca." "Io , invece, ho ancora un marito", disse, e la voce sembrava venire da molto lontano. "Ma non so cosa sia peggio. La mia vita è un tran tran tra i bisogni dei figli e le medicine da far prendere a mia madre malata. Il mio matrimonio è finito da tempo. Hai presente un elettrodomestico? Ecco, io sono questo: un elettrodomestico sempre in funzione per gli altri." "Amiche?" "Sì, una, ma non la vedo mai. Magari potessi tornare una volta al mare. Conosci Cattolica? Ecco, io sono nata lì. E anche lei." Caddero le prime gocce, pesanti, lasciando cerchi scuri sulla terra dell'aiuola. Nessuna delle due cercò l'ombrello nelle borse. Rimasero immobili, a guardarsi come ci si guarda in uno specchio. La prima Marta tirò fuori il telefono, lo schermo illuminò il pallore del pomeriggio. "C'è un treno per Cattolica, tra un'ora." La seconda Marta guardò le gocce d'acqua che cominciavano a bagnare il tessuto sintetico del suo piumino. Si alzò di scatto. I gatti, spaventati dal rumore dei passi, sparirono dietro un muretto di cemento. "Andiamo", disse. Il riflesso del finestrino tagliava a metà le luci della carrozza semivuota. Sedevano l'una di fronte all'altra, condividendo un panino avvolto nella carta stagnola, in un tempo che adesso faceva meno paura. A un tratto, oltre il vetro scuro, la linea della terra si interruppe. Tra le sagome degli oleandri e delle prime case della costa apparve, in un guizzo improvviso, una distesa grigia. La distesa grigia del mare, man mano sempre più vicino.
Id: 6027 Data: 23/05/2026 15:54:59
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Linseguimento
Alle 7,15 di un lunedì di marzo, il Ragioniere Giacomo Porta, dopo essersi assicurato con un leggero strattone che il portone fosse chiuso, come ogni mattina da vent'anni, uscì di casa. Strinse la maniglia della cartella di cuoio e si incamminò sul marciapiede pulito del centro. Sebbene il vento fosse fresco, l'aria era limpida. Fu solo a duecento metri da casa che tutto, di colpo, s'incrinò. Alle sue spalle, un fruscio sommesso, ritmico, lo costrinse a voltarsi: un sacchetto di plastica bianca, logoro e semivuoto, rotolava dietro di lui, sul marciapiede, spinto dal vento. Il Ragioniere, pur provando un moto di fastidio per quel rifiuto urbano abbandonato senza alcun senso civico, riprese comunque il passo. Non aveva percorso neppure un metro, quando percepì che non solo il fruscio insisteva, ma che l'oggetto ora gli stava letteralmente addosso. A quel punto, sempre più innervosito, prima accelerò, poi rallentò. Porta non voleva credere ai suoi occhi quando si voltò: il sacchetto lo aveva seguito passo passo nei suoi movimenti, e ora lo aveva quasi attaccato alle scarpe. Quell'oggetto informe, sporco, aveva davvero deciso di farlo impazzire. Imbufalito da quella situazione assurda, Giacomo, in uno scatto d'ira, si chinò per afferrarlo. Avrebbe voluto appallottolarlo, gettarlo una volta per tutte nel primo cestino disponibile, ma quello, come animato da una volontà propria, con un guizzo scattò di lato e lo sorpassò, continuando a rotolare indisturbato verso l'incrocio. Il Ragioniere, sempre più contrariato, dette un'occhiata all'orologio da polso: erano le 7,25. In vent'anni, mai una volta che fosse arrivato in ritardo in ufficio. Ma la presenza di quello stupido sacchetto che, oltre a sfidare ogni regola della fisica, stava mettendo a dura prova il suo sistema nervoso, aveva acceso in lui una rabbia incontrollabile. "Al diavolo l'ufficio" pensò. E senza alcuna esitazione, si ordinò di seguirlo. Giunto all'incrocio, il sacchetto svoltò veloce a sinistra. Subito dopo, attraversò una seconda strada, passando col semaforo rosso. Giacomo, sempre più fuori di sé, si lanciò in mezzo alle auto le quali, con un concerto di clacson, frenarono bruscamente. Il respiro di Porta si fece sempre più affannoso finché, arrivato in un vicolo stretto, la cinghia della sua amata cartella si impigliò nello specchietto di un furgone parcheggiato sul marciapiede. Nonostante amasse quella cartella come si ama la mamma, Giacomo non ci pensò due volte e, mollandone la presa, la lasciò cadere a terra. Tutta la sua vita ordinata, i documenti, i moduli timbrati, ora non avevano più importanza. L'unica cosa che gli importava davvero era soltanto impossessarsi di quel maledetto sacchetto e dargli finalmente la lezione che si meritava. Il sacchetto intanto riprese la sua corsa. Il centro elegante lasciò il posto ai viali spogli, poi ai cavalcavia di cemento, fino a quando i palazzi alti non si trasformarono nelle casupole basse e fatiscenti della periferia ovest. Un serpentone lungo di muri scrostati, di cortili esterni ingombri di vecchi pneumatici e lamiere arrugginite. Ma Giacomo non vide nulla, se non quello stupido sacchetto che nel frattempo continuava il suo percorso a una velocità incredibile. Il Ragioniere, estratto un fazzoletto inamidato dalla tasca, si asciugò la fronte e guardò in alto: benché fosse ancora marzo, il sole delle undici, battendo forte su quella landa desolata, rendeva l'aria irrespirabile. Ormai senza fiato, il loden slacciato, i mocassini infangati, si trovò, senza sapere come, davanti a una di quelle tante porte sbiadite tutte uguali. Davanti a lui, il sacchetto, ormai sgonfio, si era finalmente fermato e posato sopra un gradino. Giacomo ansimando gli gridò: "Alla fine, ti ho preso, maledetto! Ma chi sei, e cosa vuoi da me?" Ma non fece in tempo a chinarsi che la porta si aprì: ne uscì un giovane in canottiera, con i capelli rasati a zero, lo sguardo torvo e una profonda cicatrice violacea che gli attraversava la guancia sinistra. Con un gesto rapido e indifferente, il giovane piegò il capo per capire cosa vi fosse sul gradino. "Cerchi qualcosa?" domandò, con una specie di grugnito. "Quel... quello è mio!" urlò furioso Porta. Il giovane si ritrasse ma Giacomo, ormai privo di lucidità, si avventò su di lui. L'altro non parlò più: in un attimo estrasse dalla tasca dei pantaloni un coltello a scatto e lo affondò nell'addome del Ragioniere. Le gambe cedettero. Prima che la vista si appannasse del tutto, Porta guardò in alto per l'ultima volta: il sacchetto, per un colpo improvviso di vento, si era gonfiato nuovamente e volava sopra quei tetti anonimi di periferia, sempre più leggero, sempre più piccolo, in quel cielo pulito e terso di marzo. Ma era esistito davvero, quel sacchetto?
Id: 6016 Data: 15/05/2026 14:48:59
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Lo scompartimento
"Ta-dan, ta-dan, ta-dan, il treno va, il treno va..." canticchia un bambino. Il treno macina i binari con un sussulto metallico e costante. Nello scompartimento, l'aria è impregnata dell'odore sgradevole di caffè freddo dimenticato in un bicchiere di carta. Adriana è seduta nell'angolo, una figura anonima, trasandata, persa nel vuoto, con un grande zaino logoro stretto tra le gambe. All'improvviso, con un movimento scomposto, si alza. Senza guardare nessuno, afferra le maniglie del finestrino e con rabbia le tira forte verso il basso. Il vetro scende con uno stridore acuto; l'aria gelida invade l'interno insieme al boato del vento. Con un gesto d'ira, solleva lo zaino e lo scaraventa fuori. L'oggetto sparisce all'istante inghiottito dalla vegetazione che sfila via veloce a cento all'ora. Nello scompartimento, in un attimo, lo stupore si trasforma in panico. Una madre, dopo avere avvicinato a sé il figlio di otto anni, dice con voce alterata: "Signora, è per caso impazzita?" Accanto a lei, una coppia di anziani, i corpi rigidi, le mani livide dal terrore, resta muta e pietrificata. Adriana inizia a farneticare: "Mio padre mi abbandonò quando avevo otto anni. Otto anni. Ma che ne sapete voi?" grida, intanto che il suo corpo continua a traballare forte seguendo il ritmo ossessivo del treno. L'anziano si alza lentamente e con fare compiacente risponde: "Signora, comprendiamo... ma noi che che colpa ne abbiamo. La prego, si calmi." "Tutti sa, dovremmo gettare prima o poi il nostro bagaglio dal finestrino", riprende sempre più concitata. "Non lo sa?" Ha mai provato prima di salire su un treno a guardare con attenzione le facce di coloro che le sedevano accanto nelle sale d'aspetto?" Poi, fissando l'anziana, aggiunge: "Vedo che lei porta gli occhiali. Ha mai provato a cambiare lenti?" "Ma come si permette!" reagisce la donna con un gesto di stizza. "Mi permetto eccome. Lo faccia qualche volta, vedrà come cambierà il paesaggio che ha intorno" prosegue ridendo. "Lei è davvero pazza! I manicomi... dovrebbero riaprire i manicomi!" urla l'anziana terrorizzata. Il marito, sempre più impaurito, le sussurra di stare zitta. Adriana riprende a farneticare mentre il bambino inizia di nuovo a cantarellare. La madre gli dice di smettere, ma lui continua e le chiede: "Mamma, gettiamo anche noi la nostra valigia dal finestrino?" La madre tace. Spinti dal bambino, che si fa sempre più insistente, gli altri, disorientati si guardano. Dopo un istante l'anziano, con gli occhi umidi, si alza e getta il suo trolley dal finestrino: dopo vent'anni, immaginandosi su una barca che si riempie d'acqua e non smette di affondare, riparla, per la prima volta, del figlio ancora in carcere. Anche l'anziana moglie si alza e, gettando a sua volta, il suo grosso borsone dal finestrino, racconta il suo sogno ricorrente del salvagente che galleggia lontano in alto mare, mentre lei sta affogando. Il bambino, che ha smesso di canticchiare, chiede a sua madre come mai sembrassero tanto felici e ondeggiassero così forte gli alberi, in giardino, il giorno in cui il padre se n'era andato: lei lo guarda negli occhi e, afferrata la loro valigia, si avvicina al finestrino e se ne libera. Il treno intanto continua la sua marcia veloce, una corsa cieca nel paesaggio che sfila via. Nello scompartimento cala un grande silenzio, liberatorio e potente. A interrompere quel silenzio rimane solo il bambino che, con voce cristallina, riprende a cantare: "Ta-dan, Ta- dan, ta-dan, il treno va, il treno va...".
Id: 6007 Data: 03/05/2026 15:35:24
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Mercoled di ordinaria inerzia
Amuchina vuota, vecchio ricordo... Meno male che dovevamo uscirne tutti più buoni. Ma dove diavolo è finita l'altra matita? Fuori farà freddo o caldo, ma alla fine che mi cambia? Certo, che in questo benedetto paese non cambia mai nulla... Nulla. Vuoto... sostantivo perfetto per questo azz di mondo. Il mondo: a proposito, chissà in quale angolo sperduto di mondo sarà finito il 45 giri di Jimmy Fontana? Certo che era proprio bello bere dalla fonte... Il lupo e l'agnello. Esopo, Fedro, e poi? Eccolo là, La Fontaine. Guarda te, dove va a finire a volte la testa! Ricordare di mettere la torta di mele in forno: mezz'ora, cottura media. Chissà chi si occuperà della mia tomba quando sarò morta? Ma in fondo, in fondo, chi se ne importa? Sai, che faccio? In serata spengo tutto e mi rileggo Svevo e il suo "ozio", laddove scrive"non ho mai ben capito come sia arrivato alla mia inerzia"... "Ma intanto devo ripararmi dalla pioggia". Pioggia. A proposito, ma fuori c'è il sole, oppure piove?
Id: 6003 Data: 29/04/2026 15:45:29
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La Senna non dimentica
Nell'impatto gelido con l'acqua della Senna, Omar comprende che ormai finita. La sua mano destra s'intreccia a quella sinistra di Zahira, mentre la corrente li trascina verso il fondo e, nel respiro che comincia a mancare, si rivede bambino, quando, nei pascoli aridi e bruciati dal sole dell'Aurs, tra il boato degli spari, correva dietro alle greggi del padre.
L'Aurs, quell'angolo di terra d'Algeria soleggiato diventato, suo malgrado, la culla della rivoluzione.
Risente il sapore buono del primo bacio dato per caso a Zahira dietro un muretto a secco, mentre il fumo di un villaggio in fiamme si spandeva e si dileguava nel cielo azzurro. Ricorda l'odore inconfondibile delle mani di lei, ancora profumate della stoffa cucita o rammendata assieme alla madre sarta, e la promessa che, durante una notte d'estate, le aveva fatto:
"Vedrai, un giorno ti porter via di qui, in un posto senza miseria, esplosioni e spari."
L'acqua che ormai sale fin sopra il petto lo riporta col pensiero alla stiva della nave, che puzzava forte di nafta, nella quale lui e Zahira, stipati insieme ad altre decine di persone, stavano raggiungendo la Francia in cerca di una vita migliore.
Erano fuggiti, nell'autunno del 1959, in un giorno di pioggia battente, mentre il fango delle colline scivolava gi, implacabile, divorando ogni sogno di futuro. La Francia: quel paese tanto odiato e agognato, che, nonostante tutto, ora rappresentava l'unico luogo nel quale avrebbero, forse, potuto trovare ci che fino a quel momento gli era stato negato: essere finalmente liberi.
Nell'acqua del fiume che intanto raggiunge la gola, la mente ritorna a quella distesa di baracche di lamiera, dove il gelo entra nelle ossa; alle proprie mani spaccate dal cemento dopo dieci ore passate a piegare tondini di ferro. Rivede Zahira tornare sfinita dagli hotel del centro, con la pella bruciata dalla candeggina.
Nella mano di Zahira, che sott'acqua si fa sempre pi pesante, riaffiora quella maledetta sera del 16 ottobre: il prefetto di Parigi ha imposto il coprifuoco totale. Dalle otto di sera nessun algerino pu pi circolare: un recinto invisibile che assomiglia tanto ai posti di blocco nella montagne algerine.
"Se non usciamo domani, Omar, non usciremo mai pi", sentenzia Zahira mentre rammenda l'ultimo strappo sulla giacca di lui. La sua voce ferma, un tuono che interrompe il rumore della pioggia che batte impietosa sul tetto di latta.
Omar la guarda; vede i segni della candeggina sulle nocche delle sue esili mani, vede la stanchezza di chi ha pulito i sogni degli altri per tanto, troppo, tempo. Vorrebbe dirle di restare al sicuro, che il fango di Nanterre sempre meglio del sangue sui selciati d'Algeria, ma negli occhi di lei intravede la stessa luce potente di sempre: quella che, perfino nei giorni di pioggia, riusciva a illuminare i mandorli dell'Aurs.
"Andiamo a riprenderci quel che ci spetta", continua lei, sollevando ancora di pi lo sguardo. "Andiamo a essere, per una volta, soltanto liberi."
Il tardo pomeriggio del 17 ottobre 1961 un fiume umano che scorre verso il centro di Parigi. Omar e Zahira camminano ben vestiti, disarmati, composti, finch non raggiungono il ponte di Neuilly.
L'imboscata scatta nel buio, tra le luci fredde dei lampioni; le urla, i colpi sordi dei manganelli e il panico che esplode in un attimo.
Omar cerca di fare scudo col proprio corpo, ma il calcio di un fucile lo scaraventa lontano. Vede Zahira cadere, prima che braccia violente li sollevino entrambi come scarti, come rifiuti ingombranti di una guerra che non ha fine.
"Volevate Parigi", sghignazza una voce. "Eccola!" Poi, il buio e il volo nel fiume. Sott'acqua, la mano sinistra di Zahira ritrova quella destra di Omar. Non c' pi dolore, solo il silenzio del fiume che li trascina via insieme.
Il mattino dopo la Senna l'unica a conoscere la verit, testimone inconsapevole dell'amore di due ragazzi che hanno osato camminare pacificamente verso la libert.
Nota storica IL 17 ottobre 1961, nel pieno della guerra d'Algeria, circa 30.000 algerini sfidarono pacificamente il coprifuoco discriminatorio imposto dal Prefetto di Parigi Maurice Papon. La manifestazione fu repressa con inaudita ferocia. La polizia caric la folla disarmata sui ponti della Senna (tra cui il Pont de Neuilly e il Pont Saint Michel) e all'interno delle stazioni metropolitane. Decine, forse centinaia di manifestanti furono picchiati a morte e gettati ancora vivi nelle acque della Senna. Per decenni lo Stato francese neg l'entit del massacro. Solo nel 2012 e nel 2021 la Francia ha iniziato a riconoscere ufficialmente la responsabilit della Repubblica in quel crimine.
Id: 6000 Data: 25/04/2026 18:27:55
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Dove la terra smossa
Il caffè è freddo. Marco fissa il vapore che non c'è più. Anche la notte scorsa, quel ragazzo è tornato a trovarlo. Ha circa vent'anni, una Lacoste blu e siede immobile su un prato di erba corta, all'ombra di tre faggi. Dietro di lui, il profilo aspro dell'Appennino. "Dove sei?" chiede Marco nel dormiveglia. "A Vallambra, oltre il crinale, dove la terra è smossa", risponde lo sconosciuto ogni volta mostrando i denti radi e bianchi. E' una calda mattina di metà giugno. L'aria è già torrida, carica di un'umidità che toglie il fiato. Poiché quel sogno ricorrente è diventato ossessione, Marco decide di andare una volta per tutte alla ricerca di quel posto. Prende l'autobus di linea da Piazza Stazione, lasciandosi alle spalle una Firenze afosa e opprimente. Con sé, solo gli occhi vitrei di un azzurro sbiadito e, addosso, una camicia in cotone leggero stropicciata, abbottonata male per la fretta di raggiungere quel luogo che, da circa vent'anni, lo perseguita strappandolo al sonno. Le mani sono affondate nel nulla delle tasche dei jeans che cadono pesanti sulle sneacker polverose e macchiate, testimoni silenziose del suo vagabondare quotidiano da un bancone all'altro, scandito solo dai tanti bicchieri di vino consumati per non pensare. Il mezzo arranca sui tornanti, superando vecchie case coloniche in pietra abbandonate e fitti boschi cedui finché l'aria che entra dal finestrino, pungendo i polmoni, si fa sempre più fine. Scende a una fermata deserta. Cammina per un sentiero che i suoi piedi sembrano conoscere a memoria. Oltrepassa i riflessi obliqui del sole che filtrano tra gli alberi e d'un tratto, in mezzo a tre faggi secolari, intravede la radura vista e rivista in sogno: la luce di giugno taglia i rami nello stesso punto esatto di quello dell'incubo. Ma il ragazzo non c'è. Si sposta verso il ciglio del burrone che domina la vallata. Guarda in basso e il vetro fragile della sua mente, andando in frantumi, la spalanca. La nebbia dell'alcol che per anni gli aveva permesso di non vedere, si dirada lasciandolo nudo davanti all'atrocità. Rivive la violenza di quel pomeriggio lontano di giugno, sente il calore del vino cattivo trangugiato di corsa al bar della stazione ancora bruciargli in gola. Erano arrivati lassù con la sua vecchia macchina. La lite per Francesca era esplosa in un istante, trasformando l'amicizia di una vita in odio cieco. Marco rivede le proprie mani afferrare Andrea per le spalle, sente il peso del suo corpo che oppone resistenza e poi il vuoto, improvviso, mentre lo spinge con tutta la forza oltre il bordo del precipizio. Il grido di Andrea viene stroncato dal tonfo sordo contro un sasso appuntito giù nelle rocce. Poi, nel buio che avanzava, ricorda la fatica disperata di scendere nel dirupo e trascinare il corpo ormai inerte fino nella radura; il rumore stridente del cric preso dal bagagliaio, il ferro che gli piagava i palmi delle mani, il cuore che martellava contro le costole, mentre nascondeva il cadavere sotto uno strato di terra e foglie. Il giorno seguente la notizia della sparizione del ragazzo era finita su tutta la stampa locale e nazionale: "Andrea B. non rientra a casa. Nessuno sa dove sia". Dopo mesi e mesi di ricerche, il caso era stato archiviato come allontanamento volontario. Marco si asciuga il sudore freddo. Intorno solo il silenzio del bosco a dare finalmente forma a quel maledetto sogno. Nessuno lo ha mai scoperto, nessuno mai cercherà Andrea qui, riflette. Si incammina lentamente verso la fermata dell'autobus per tornare a Firenze, alla sua vita solitaria, a quei noiosi e inutili colloqui settimanali con lo psichiatra del Sert per curare il suo alcolismo. Mentre il mezzo riparte, Marco guarda fuori dal finestrino: sa che stanotte, e ogni notte a venire, Andrea sarà di nuovo lì seduto su quel prato di erba corta, all'ombra di tre faggi, a parlargli con quei suoi denti radi e bianchi- che tanto piacevano a Francesca- custode di un segreto che resterà sepolto, forse per sempre, sotto la terra smossa di Valledambra.
Id: 5991 Data: 01/04/2026 18:06:05
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laria ancora ferma
L'identità non è un luogo, ma lo sguardo di chi quel luogo ce l'ha consegnato Costantina, 1 novembre 1954 La radio gracchia. Il Professore Haddad chiude per l'ultima volta la porta di casa. Guarda le pareti bianche, l'ombra del gelso nel cortile, la polvere che danza in un raggio di sole; sente il silenzio farsi pesante come un macigno, un nodo alla gola che sa di addio. Non ha più una cattedra, ha con sé solo il peso ignoto del futuro. A Costantina l'aria è ancora ferma, ignara del fumo che di lì a poco scenderà dalle sue rupi, delle esplosioni che illumineranno il buio, del fumo acre degli incendi che riempirà le città invase dal fragore della guerriglia. Il professore, assieme alla moglie Layla e al figlio Farid, mescolandosi a decine e decine di persone in fuga, raggiunge il porto di Algeri e imbocca la passerella. Layla e Farid lo seguono in silenzio. Con sé ha solamente quattro valigie pesanti, legate con lo spago. Dentro non ci sono vestiti, ma secoli di parole. Il molo è un grande ammasso di ferro: soltanto salmastro e grida. L'acqua è nera come l'inchiostro, le navi gemono contro le banchine mentre le ciminiere offuscano il cielo. Con lo sguardo perso di chi ha deciso di abbandonare tutto, il professore sa bene che adesso l'unica salvezza possibile è cercare un approdo verso l'Europa, prima che la guerra divori ogni cosa. Torino, autunno 1968 L'aria sa di nebbia e fumo di fabbrica, anche di quello della fabbrica nella quale ora lavora come operaia Layla. Farid ha quattordici anni e il passo di chi non vuole disturbare il mondo. Se c'è una cosa che ha sempre detestato è il rumore insopportabile che solo gli esseri umani sanno fare. Suo padre è morto un anno prima, lasciando un vuoto che divora il cuore e le viscere. Come un automa, Farid cammina lungo Corso San Maurizio, si china sotto un grande platano e raccoglie una foglia gialla. Gialla come il deserto della sua terra. La tiene tra le dita come fosse un sottile segnalibro di seta. Una volta a casa, nell'ingresso poco illuminato e stretto, Layla lo guarda con occhi interlocutori e preoccupati: "Ancora, Farid? Le tasche piene di foglie secche. E' un'ossessione, figlio mio. Smettila, sembri uscito di testa. Si' pessi di ciriveddu come tuo nonno Calogero quando sognava di tornare in Sicilia e immaginava di vederla galleggiare nel mare d'Algeria." Lui non risponde. Va dritto verso l'angolo della stanza di suo padre dove riposano le quattro valigie. Sono ancora lì, aperte, con quel loro profumo di mare lontano e quel sentore di cuoio vecchio, come se qualcuno le avesse posate lì in quel momento. Farid ne accarezza una. Sopra a uno dei tanti libri c'è una piccola chiave arrugginita. L'unica cosa capace di aprire un mondo che non esiste più. Da una delle valigie estrae un volume di poesia araba, le pagine fini come veli. Inserisce una foglia tra i versi che il padre gli leggeva da piccolo per farlo addormentare: "Il luogo più nobile al mondo è in sella a un cavallo in corsa, e il miglior compagno nel tempo è un libro." (Al- Mutanabbi) La madre resta sulla soglia, spaventata da quel silenzio. Teme che per Farid non ci sia più speranza e che ormai suo figlio viva in un mondo che solo lui conosce e dentro il quale nessuno è autorizzato a entrare. Farid sa che quel suo comportamento può apparire strano, ma per lui ogni foglia raccolta è una sorta di ringraziamento, il ponte che lo unisce al padre, a quel padre a cui deve tutto, perché gli ha insegnato quello che più conta nella vita: "Figlio mio, impara ad amare i libri: sono l'unico modo per abitare mille mondi ogni qualvolta il tuo ti viene tolto." Premendo delicatamente sul libro, Farid sente il fruscio della carta, della foglia raccolta, e l'odore del padre. E' l'unico modo che conosce per non lasciarlo andar via un'altra volta. Poesia ispirata alla lirica algerina degli anni '50 Il suono dei gelsi Il cuore si è fatto stretto, ma la casa è grande. Non piangere, Farid, il suono dei gelsi: le radici fanno germogliare anche i silenzi, e il domani fiorisce anche se ti fermi. A.P.
Id: 5988 Data: 28/03/2026 06:34:29
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Notte di San Lorenzo
Il motore della vecchia utilitaria borbotta, un rantolo metallico che riempie il garage buio. Le mani di Ada, nodose, come radici di ulivo, stringono il volante con una fermezza che sfida i suoi novant'anni. Non ha lasciato biglietti, solo una scia di fumo stantio mentre imbocca l'autostrada. Il nastro d'asfalto è una ferita grigia che taglia la nebbia del mattino. Ada guarda fuori: malgrado la foschia, rivede il vapore nero della locomotiva che fischiava in stazione quando aveva sei anni; vede suo padre caricare i bauli di cuoio mentre lei, nel suo vestitino di sangallo bianco, sentiva il cuore battere al ritmo delle ruote sui binari. Ora il paesaggio è un groviglio di capannoni industriali e insegne al neon. Il tempo non è crudeltà, ma solo sottrazione, pensa. Dove sono i filari di pioppi? Dove sono i campi di granturco che salutavano il passaggio verso l'Adriatico? Tutto è cemento. Ma Ada socchiude gli occhi e lascia che la memoria filtri il presente: sotto i moderni cavalcavia riemergono le vecchie statali; dietro i centri commerciali le sagome delle case coloniche col tetto rosso. Arriva a destinazione, ma la Riviera è un labirinto di vetro. Cerca la pensione Primavera, l'intonaco bianco e i gerani rossi ai balconi. Al suo posto svetta una struttura d'acciaio e plexiglass. Un logo giallo e rosso domina la facciata. Un fast food. Ragazzi in coda per un panino avvolto nella plastica. L'odore di fritto stantio ha cancellato il profumo di tigli e salsedine. Ada risale in auto. E' notte fonda quando raggiunge il porto di Rimini. Il molo si allunga nel mare come un dito teso verso l'infinito. Cammina a fatica, il bastone picchia sulle pietre bagnate. Si siede su una bitta di ferro gelida e torna al 10 agosto del 1953. L'aria sa di promesse. Lui non è alto, non è nemmeno bello. Ha capelli e occhi scuri e una vitalità elettrica. Gli amici lo chiamano Argento vivo. Si guardano mentre l'acqua scura schiaffeggia le chiglie. "Ti amo", le sussurra lui. E' la prima volta che Ada sente quelle parole. Si baciano. Un bacio che sa di sale. Il freddo ora le morde le ossa; un torpore sale verso il cuore. la vista si annebbia, le luci del porto diventano macchie sfocate. Ada non è sul molo. Non ha mai acceso l'auto. E' nel suo letto, in quella camera della casa di riposo che odora di disinfettante. Il viaggio, l'asfalto, il fast food, il porto: tutto è stato l'ultimo volo prima del buio. Fuori è il 10 agosto. La notte di San Lorenzo. Due ragazzi corrono ridendo lungo il pontile di Rimini. Si fermano con il naso all'insù mentre i primi fuochi d'artificio esplodono nel cielo nero, fontane d'oro che che si specchiano nell'Adriatico. I due ragazzi si baciano. Lui non è alto, non è nemmeno bello. Ha capelli e occhi scuri e una vitalità elettrica.
Id: 5983 Data: 01/03/2026 08:47:10
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Scrivere per non morire
(Dal mio diario) Domenica mattina. Mi vesto in fretta ed esco. In cortile la mimosa è già fiorita. Rifletto sulle parole della signora che ho appena incontrato in ascensore. "A volte fare una scelta è terribilmente doloroso, non crede?" Già! Come darle torto. Le domeniche di questi tempi si somigliano tutte, un po' come le famiglie felici di Tolstoj, penso. Metto in moto. Parto. Peccato che abbiano tagliato quel cipresso secolare, mi dico. A mia madre sarebbe preso di sicuro un colpo. Ogni volta che in giardino si potava un albero succedeva l'inferno. Chissà come saresti avvilita ora che la pandemia non ci consente di uscire sempre. Due infarti, un intervento a cuore aperto, eppure non riuscivamo a tenerti in casa. Nemmeno d'inverno. Certo che ci hai fatto proprio dannare, mamma! Devo ricordarmi di comprare le sigarette. "Non fumare" dice mio fratello ogni volta che ci vediamo. Ma con tutte le specializzazioni che esistono, proprio l'otorinolarigoiatra dovevi fare? Sorrido. La mattinata è bellissima. Raggiungo Settignano. Il bar nella piazza è aperto. Scendo. Visto dal basso il cielo sembra terso. Che dire? Ci vuole un gran coraggio a credergli. Bastardo! Non è mai abbastanza per te, eh? Un giorno o l'altro però dovrai pur deciderti a dirmi che cosa ti ho fatto per odiarmi così tanto. Sai che ti dico? Che con me hai proprio sbagliato indirizzo. Perché io non mi arrendo... "Buongiorno" dice Paolo. Paolo è il barista. Lo conosco da una vita. "Ne usciremo mai?" Chiede con quei suoi occhi che somigliano a due punti interrogativi. "Ha notizie del suo amico?" Domando. "Dicono che sia ancora in terapia intensiva." Risponde, mentre mi prepara il caffè da portare via. Cala il silenzio. Entra una donna anziana. E' vestita di rosso. Ride. "Avete guardato Sanremo? Che pena la gioventù di oggi!" Esclama. Paolo fa una smorfia con le labbra e si gira dall'altra parte. "Se non sbaglio lei, signora, ha una figlia?" Mi chiede. "No, signora, si sbaglia. Un figlio. Io avevo un figlio." Cala di nuovo il silenzio. E questa volta di tomba. Pago, saluto ed esco. Mi guardo intorno. La città ha una faccia di bronzo, quasi come il cielo che è sempre più terso. Dall'altra parte della strada, una donna un po' rattrappita mi osserva. Ho caldo, mi tolgo la sciarpa. La donna ha occhi sporgenti e una spilla attaccata sul bavero della giacca. Chissà chi gliel'avrà regalata. Suo marito? Suo figlio? M'incammino verso la macchina. Accanto non ho nessuno. Abbasso la mascherina, bevo il caffè e dalla tasca prendo una sigaretta. L'accendo. Più in là un uomo anziano scuote la testa. Pare che voglia dire: "non le piace vivere a lungo?" Se devo soffrire troppo, no, non mi piace affatto. E' ora di tornare a casa. E' ora di rimettersi a scrivere. Scrivere per non morire. Non morire dentro. Metto in moto. Riparto. Sono arrivata. In cortile una luce argentea illumina le foglie degli alberi e dei cespugli. Sai che è vero? Penso. Le domeniche di questi tempi si somigliano tutte, un po' come le famiglie felici di Tolstoj.
Id: 5084 Data: 08/03/2021 10:23:29
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Ti ricordi di me?
E' magnifico il Béarn. Specialmente quando il vento del sud, incrociando il foehn che soffia dai Pirenei, illumina di colpo il cielo trasformandolo in una cupola incredibilmente bella. La prima volta che vidi l'uomo vestito di grigio fu d'estate. Era luglio. Apparve, all'improvviso, un lunedì, sopra l'alta muraglia che cinge il piccolo cimitero di Oloron Sainte-Marie dove, ogni anno, vado a deporre un fiore sulla tomba di Jules. A dire il vero, non ho mai incontrato Jules di persona. Ma, nella vita, fra le tante cose che accadono, può capitare perfino di voler bene a uno sconosciuto. Vi è mai successo di amare uno scrittore soltanto per aver letto i suoi romanzi? A me, sì. E Jules era uno scrittore. Mi chiesi, sbalordita, come avesse fatto a salire tanto in alto. Mi guardai attorno: il minuscolo camposanto, ravvivato da una luce smagliante, era completamente deserto. I riflessi di un sole alto e lucido, che si riverberavano sulla pietra opaca delle vecchie tombe a stele, mi accecarono. Una sensazione angosciosa mi pervase. Pareva che la morte, inquadrata da quell'esplosione dirompente di luce, mi si fosse parata davanti per parlarmi. Incredula, mi domandai cosa stesse accadendo. Ero, forse, impazzita? Mentre disorientata mi concentravo su quella riflessione, il mio nome risuonò nel silenzio. Alzai lo sguardo: immobile, l'uomo vestito di grigio mi stava chiamando. "Chi sei?" Dissi. "Dovresti saperlo" rispose, fissandomi con i suoi occhi scuri e sottili. "Hai, forse, dimenticato che l'amore per i libri è per sempre?". Di colpo, un forte odore di carta inondò l'aria. Mi chiesi, esterrefatta, da dove provenisse quel profumo e come facesse, quell'uomo, a conoscere il mio nome. Spaventata mi diressi, correndo, verso la viottola di ghiaia decisa a raggiungere l'uscita. "Ti ricordi di me?" Tuonò, mentre con passo claudicante si spostava al centro del muro da dove svettava un'imponente croce in arenaria. La sua voce cristallina si era trasformata, ora, in cupa e profonda. Mi fermai. "E' Jules che mi manda" aggiunse. "Sono Charles. Charles Delsol". Charles Delsol? Intanto che il pensiero correva veloce all'indietro, nel tentativo di recuperare quel nome fra i tanti fantasmi del passato, un dubbio mi assalì. Come poteva averlo mandato Jules, se Jules era morto il 17 maggio del 1960? Un lampo illuminò la mia mente. Adesso, sì. Adesso ricordavo. Mentre una nuvola sottile e stratificata transitava verso ovest, mi rammentai di lui, dello "zoppo del cielo", di quell'affascinante personaggio di Jules il quale, scoprendosi morto, cerca fra le tante ombre che popolano il cielo, lei, Marguerite, l'unico amore della sua vita. "Ben arrivata!" Esclamò. "Non disperare" aggiunse. "Io, Marguerite, l'ho ritrovata. Guarda! E' ancora seduta, al suo posto, di fronte a me, nella biblioteca della Sorbonne dove la vidi la prima volta. Vuoi ritrovare anche tu coloro che hai amato? Allora, cerca. Cerca, dentro quella nuvola". La nube, che nel frattempo si era ingigantita, conteneva tutta la mia vita. Fu soltanto allora che capii di essere morta. Come nel racconto di Jules Supervielle, anch'io, come Charles Delsol, lo zoppo del cielo, non sapevo quando né come fosse successo. Forse era accaduto d'estate. Forse in una di quelle caldissime notti di luglio nelle quali, seduta sulla mia poltrona, mi addormentavo con un libro in mano.
Id: 4624 Data: 13/07/2019 15:19:47
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Ci si abitua a tutto
Un'altra giornata di sole battente. Devo uscire. Vivere da soli, senza averlo voluto, non è la cosa migliore che ci possa capitare. "Ci si abitua a tutto" diceva mia madre. Forse aveva ragione. Cara mamma, se tu fossi qui, ti direi che tutto dipende da quale angolazione si guardano le cose. Dimmi: esiste da qualche parte un oggetto che sia sempre lo stesso? Penso alla tua fotografia. Quella che, da sempre, tengo sul comodino. In quello scatto in bianco e nero, che ti ritrae poco più che ventenne, leggo ogni sera un capitolo nuovo. Certo, a pensarci bene, sono davvero pochi vent'anni. Ma come si fa a sposarsi a vent'anni? Erano altri tempi... Ho capito, mamma. Me lo hai ripetuto almeno un milione di volte. Ma come si fa, dico io, a sposarsi a vent'anni? Va bene, hai ragione tu. Ora, però, devo proprio andare. Di cosa stavamo parlando? Ah, sì, di come tutto cambi a seconda della prospettiva. Sai, ieri sera, in quella foto, è stata la serenità che traspare dai tuoi occhi a colpirmi. L'Italia intera da ricostruire, gli orrori della guerra, la nonna che vi ha cresciuti da sola... Come hai fatto, mamma? Come hai fatto a dimenticare il rumore delle bombe? La prima cosa: mai porsi troppe domande. La seconda: buttarsi velocemente a terra. Marietta, la tua migliore amica. Le volevi molto bene, non è vero? Come hai fatto, mamma, a sopportare un dolore così grande? Marietta aveva dei fratelli? E sua madre? Sì, Aurora, certo, ora ricordo. La povera Aurora che impazzì di dolore. Ho conosciuto anch'io, mamma, il dolore. Eppure ci si abitua a tutto, giusto mamma? No, mamma, non ci si abitua. Ci si illude. Ricordi quando te ne andasti? Dicevi di sentire il rumore inconfondibile delle bombe, mentre ti premevi forte le mani sulle orecchie. Ti guardavi intorno smarrita, chiedendo a tutti se Marietta si fosse salvata. E continuavi a chiamarla. No, mamma. Marietta non si è salvata. E Aurora, la povera Aurora, è impazzita di dolore. Perché di dolore si può impazzire. Sai, sei molto bella in quella foto. Bella come l'ulivo che si vede sullo sfondo. Quello che piantò la nonna quando finì la guerra. Ma, finiscono mai le guerre? No, le guerre non finiscono mai. E non ci si abitua. Ci si illude, mamma. Ora, devo proprio andare. Vivere da soli, senza averlo voluto, non è la cosa migliore che ci possa capitare.
Id: 4201 Data: 21/06/2018 11:27:24
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Il pesciolino rosso
Quell'esserino, che guizzava veloce verso il fondo per poi risalire piroettando in superficie, era, nonostante l'aspetto, diverso da ogni altro pesciolino rosso. Non so dire quando mi resi conto di ciò. Però accadde. Forse era estate. O forse no. Non è importante. Ci sono cose che succedono e non hanno stagione. L'essenziale è che succedano. So bene che è difficile guardare oltre l'apparenza. Eppure, si può. Basta cercare. E fu proprio quel pesciolino rosso a insegnarmelo. Tutto merito suo e di una parola. Non vi dirò di che parola si tratta. Non esistono parole uguali per tutti. Ciascuno ha le proprie e, come la vita, anch'esse cambiano secondo l'uso che se ne fa. La parola che mi legò, e mi lega, a quell'esserino è una parola semplice. Dirò solo che non è un tempo coniugato al passato. E neppure al presente. Di sicuro, una breve voce declinata al futuro. Già, il futuro. Non rammento più come lo immaginavo da piccola. So comunque che, come avviene con le parole, ognuno ha il suo. E lo si può cambiare. Basta volere. Il pesciolino rosso me lo regalò un bambino al luna park. Lo aveva vinto. "Prendilo, prendilo tu" mi disse, sorridendo. Non ricordo che stagione fosse, e perché mi trovassi lì. L'ho dimenticato. Ma ci sono cose che succedono e restano per sempre. Perfino se non hanno stagione. Come quel bambino e il suo pesciolino rosso.
Id: 3402 Data: 17/12/2016 20:41:10
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De brevitate vitae ( lettera dal mio diario)
Firenze 26 marzo 2007
Ho sognato di essere seduta accanto alla finestra, in un angolo della mia casa nel quale si respiravano solo ricordi. Erano talmente tanti da togliermi l'aria; li vedevo accumulati ovunque, accatastati come mucchi di libri. Uno sull'altro, riposti in modo disordinato ma tutti riconoscibili alla prima occhiata. Costole di volumi scortecciate e qua e l strappate dalle quali era comunque possibile ancora decifrare il titolo del libro. Ricordi piccoli e grandi: alcuni dalle copertine a colori, altri senza pi copertina, altri ancora in bianco e nero. Non avevo nessuna voglia di metterli in ordine perch ero convinta che non sarebbe servito a niente. Sarebbe stato solo un modo per far crollare tutto. Intimamente sentivo che la mia vita era fatta solo di ricordi, di momenti passati che, paradossalmente, avvertivo sempre pi vicini man mano che si allontanavano. Ad un tratto riuscivo a mettere a fuoco un'immagine di grandi dimensioni; una sorta di affresco colorato dalle tinte una volta vivaci che il tempo e gli eventi della vita avevano sbiadito. Era come se qualcuno avesse deciso, comunque, di coprirlo con una mano di vernice trasparente per fare in modo che si conservasse negli anni. S, quella ero proprio io, con mio marito e il mio bambino. Un'immagine serena, nella quale guardavamo avanti pieni di speranza, perch avevamo dato vita a un sogno: nostro figlio Gaetano: Avrei voluto distogliere lo sguardo, coprirmi gli occhi o chiuderli per sempre per non vedere pi. Ma non potevo. Il mio bambino, sorridente, mi diceva di continuare a osservare quella scena. Stava a me decidere. Lui non sapeva ancora che la sua vita sarebbe durata appena diciotto anni e continuava a sorridermi chiedendomi di non smettere mai di guardare. " Perch?". " Non c' un perch, mamma", mi diceva. Ho deciso: d'ora in avanti rester a fissare quella scena per sempre, fino alla fine dei miei giorni, illudendomi di non sapere ci che la vita aveva stabilito di riservarmi poi. Non mi chieder pi come possa accadere che un ragazzo muoia, improvvisamente, senza far rumore, in una giornata di aprile, dopo avere tradotto il " De brevitate vitae", ma...ecco, adesso sembra che il mio bambino si sia addormentato; cercher di fare piano per non svegliarlo, aspettando che lentamente il sonno prenda anche me.
Id: 810 Data: 01/01/2011 10:31:10
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