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Raccolta di testi in prosa di Amelia Parisi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Cosa succede ai cuori infranti? parte 3, ultima

 

Cosa succede ai cuori infranti? parte 3, ultima

 

Diario semiserio e tragicomico di un'anima persa e non più (o non ancora) ritrovata.

 

 

PER TRADIZIONE DI FAMIGLIA, IL MASCHIO PRENDE TUTTO

 

Tra ottobre e novembre ero ormai seriamente preoccupata: non rispondeva né a chiamate né a messaggi, lui non chiamava mai e quando infine ebbi l'onore di parlargli venne fuori tutto quello che nel frattempo aveva ribollito in pentola. Mi disse : "adesso basta, io non ti permetto di comandare, perché dovrei fare quello che dici tu? Il negozio non te lo lascio, io ho diritto quanto te di prendere quei soldi, non è vero che non puoi lavorare, la depressione, l'autismo… sono tutte balle. Hai sempre rubato soldi alla famiglia per fare la bella vita, ti sei pure messa con dei delinquenti per ricattare nostra madre, guarda che quella storia del finto prete e delle finte assistenti sociali è roba grave e io non te la faccio passare liscia…"

Una serie di telefonate in cui insisteva con la storia della truffa e ribadiva il suo diritto a prendere i soldi del negozio mi fecero capire che sarebbe stato inutile insistere e invischiarsi in una guerra infinita. Io non ne potevo più. Non ce la facevo a passare l'inverno in quella casa orribile, che era peggio che vivere in macchina, ero stanca stanca stanca stanca…volevo solo un po’ di vita normale perché mi sentivo impazzire.

Gli dissi infine stremata: "va bene, prenditi il negozio, prenditi i soldi, i ruderi me li predo io e me li svendo in fretta e furia, non importa se qualcuno fa l'affare sulle mie disgrazie, almeno avrò qualche anno di vita decente, basta che la facciamo finita con questa storia".

Allora mi svelò il suo vero piano.

 

Tra dicembre e gennaio iniziò uno stalking telefonico terribile, mi chiamava a tarda sera o in piena notte terrorizzandomi con le minacce più spaventose, le accuse più irreali, i ricatti più meschini. Sapeva che sono depressa, sapeva che sono sola, quindi non potevo difendermi in alcun modo e usava la sua violenza verbale a piacimento. Voleva ridurmi a un fantoccio di pezza per convincermi addirittura a firmare la rinuncia all'eredità. In alcune occasioni mi spingeva persino al suicidio.

Molte di quelle telefonate sono state registrate, quindi posso riportare parola per parola. A mo' di esempio riferisco il discorso che segue.

 

"Senti beeella! Senti zuccherino! Tu ancora non hai capito come stanno le cose…adesso ti devi mettere nelle mie mani e devi fare quello che dico io. Due sono le cose: o stai con me o stai contro di me. In città ho ancora delle vecchie amicizie che possono aiutarmi se solo lo voglio, gente d'onore per intenderci, e io non ho paura di niente, sono al di sopra della legge, so io come muovermi, nessuno può farmi niente. Inutile che sbatti i piedi e strilli, mi dai fastidio solo a sentirti, bada bene a non farmi incazzare che ci vai peggio. Ho i miei progetti sull'eredità e sarà meglio se ti adegui perché non hai alcuna possibilità di bloccarmi. I tuoi diritti? Tu NON HAI NESSUN DIRITTO e decido io quello che voglio o non voglio darti.  Mi basta muovere un dito e  sei FOTTUTA !"

 

In pratica il suo piano prevedeva che l'eredità non sarebbe mai stata divisa ma sarebbe rimasta in comune e lui ne avrebbe deciso cosa farne. Vaneggiava di grandiosi quanto improbabili progetti imprenditoriali e prometteva guadagni favolosi per tutti: bisognava vendere e fare prestiti onde impegnare il denaro in imprese commerciali che lui, da grande affarista quale era, avrebbe certamente portato al successo. Aveva quindi bisogno di molti soldi e assoluta libertà di decidere come impiegarli, tutto per il bene comune s'intende, perché era l'unico che poteva risollevare le sorti della famiglia, l'unico ad avere indiscusse attitudini commerciali, ingegno, abilità necessarie al successo e capacità di contatti, pertanto aveva il diritto e il dovere di prendere in mano le redini della situazione. Quanto a me, mi avrebbe dato "qualcosa al mese" e si capiva benissimo che con questo intendeva farmi l'elemosina, ma d'altra parte mi riconosceva il permesso di restare a vivere gratuitamente nella favolosa casa materna, che era pur sempre una grande concessione per una che aveva vissuto l'ultimo anno in un'auto sgangherata, seppure ciò fosse stato vero.

 

Ma c'è di più. Nella sua infinita bontà e volendo generosamente risollevare le mie sorti a un certo punto cominciò a propormi di andare a vivere con lui e lasciare quella orribile città di merda in cui avevo sempre vissuto, e già questo costituiva per me un grande privilegio. Lì mi sarei occupata della casa e della bambina, mi sarei sentita utile e apprezzata per il mio lavoro di domestica ( …servirsi di un cadavere per ridargli l'anima Prendete al vostro servizio chi non potrebbe essere utilizzato e rendetelo utile…) e, udite udite, ogni tanto mi avrebbe pure comprato dei bei vestitini. Insomma mi proponeva una vita da sguattera e dovevo persino esserne grata, sempre meglio che morire di fame e di stenti come barbona.

Il fatto era che si identificava perfettamente con il ruolo di maschio dominante a cui era stato educato, e le circostanze gliene davano tutta la possibilità di realizzarlo. Nella nostra tradizione familiare il maschio era il padrone di tutto e comandava su tutti. Le femmine erano per lo più inutili, cioè, per restare vive dovevano darsi da fare a trovare un uomo ricco che le sposasse e le mantenesse, e nel caso ciò non fosse accaduto, dovevano liberare la famiglia d'origine dal peso della propria esistenza andandosi a chiudere in un convento. Se infine anche questo non fosse stato possibile, o addirittura non voluto, la disgraziata si rassegnava a vivere come sguattera presso una sorella o un fratello sposato, i quali, ab torto collo, le davano vitto e alloggio in cambio del lavoro domestico, ma ricordandole sempre che in realtà lei era solo un peso da sopportare per carità cristiana. E infatti nella storia della mia famiglia era sempre successo così. E, cosa più importante, così doveva restare per sempre. Non conta nulla che nel frattempo sono passati duecento anni e la legge del maggiorascato non vale più, che tutti i figli hanno eguale diritto all'eredità e a decidere autonomamente della loro quota, che i soggetti più deboli hanno diritto per legge ad essere aiutati e assistiti dai genitori, dai fratelli, fino ad arrivare ai cugini e agli zii. Mio fratello continuava a ripetermi: "Io me ne frego delle leggi, faccio quello che voglio e nessuno può bloccarmi."

 

Siccome io continuavo a resistere nonostante le minacce, gli insulti, i ricatti e lo stalking, la questione è diventata un problema di principio. Lui deve affermare il suo potere di maschio ad ogni costo, anche se in questa guerra tutta l'eredità finirà perduta, perché l'oggetto del contendere non è tanto ( e non solo ) un gruzzoletto di soldi, ma la dimostrazione di avere il potere totale e assoluto sulla mia vita. Anzi, se va tutto perduto è anche meglio, perché allora sicuramente io resterò senza risorse per vivere. Infine mi ha detto: " Sono disposto a far andare tutto in malora pur di ridurti alla fame. Tu ancora non l'hai vista cos'è la vera fame, finora hai solo scherzato, adesso ci penso io a farti morire sul serio."

Avevo sopportato troppo e avevo registrato abbastanza telefonate da poter eventualmente usare come prova della sua violenza. Gli ho detto di non voler più parlare con lui senza intermediari e senza testimoni, che se voleva comunicarmi qualcosa doveva mandare una raccomandata o farmi contattare da un avvocato. Poi ho bloccato il suo numero. Per alcuni mesi ha continuato nei tentativi di chiamarmi, a ondate, infine si è rassegnato. D'altra parte non è arrivata nessuna proposta di accordo ragionevole e fatta in maniera "adulta" . Eppure sa che sono disposta a patteggiare lasciandogli la rendita del negozio. Ma sul fatto di dividere non scenderò mai a compromessi.

 

Per liberarmi della sofferenza lasciatami addosso da quei mesi di stalking, mi sono inventata un esercizio mentale che in realtà credo sia una tecnica di PNL, ovvero ho progressivamente cancellato ogni memoria emotiva che lo riguarda. Adesso posso "dichiarare" di avere  un fratello, che abbiamo vissuto da bambini così e così,  abbiamo fatto insieme questo e quello, posso raccontare, illustrare, descrivere i vari fatti che ci coinvolgono, persino le ultime vicende dell'eredità, e nondimeno non avere alcuna emozione connessa a tutto ciò. So di aver avuto un fratello anagrafico, biologico, un fratello a livello sociale per così dire, ma non ho mai avuto e non ho alcun affetto per lui , nessun sentimento. Tutti i ricordi, i fatti, le circostanze, sono senza colore, senza calore, senza consistenza, come se avessi sognato, come se riguardassero altre persone e io li raccontassi vedendoli dall'esterno. A tutti gli effetti  ( e a tutti gli affetti), per quello che mi riguarda, mio fratello non è mai nato, non è mai morto, non è mai esistito. Posso parlarne come di un estraneo. Un estraneo con cui ho un problema, d'accordo, ma solo un estraneo.

 

 

TUTTI GLI AVVOCATI DEL MONDO SONO SENZA RITORNO. NEL SENSO CHE E' MEGLIO NON RITORNARCI.

 

Fine gennaio 2020. Vado da un avvocato. Gli racconto la storia familiare, l'intoppo ereditario e la questione, a mio avviso gravissima, delle minacce e dello stalking telefonico, a cui peraltro lui non dà alcuna importanza. Mi dice che la situazione non è poi così grave come sembra, di preparare alcuni documenti, io glieli porto. Passa tutto il mese di febbraio e non succede niente. Lo chiamo un paio di volte, lui risponde un po’ seccato dicendomi di stare tranquilla, che pensa lui a tutto, che poi mi chiama lui. Ma tranquilla de' che ? Avevo una strana, spiacevole sensazione di non aver trovato la persona giusta.

Marzo 2020. Grande festa in maschera. Siete tutti invitati ma ognuno festeggia a casa propria. Le celebrazioni durano più di due mesi ma la carnevalata prosegue a oltranza.

Giugno 2020.Finalmente riprendo i contatti con l'avvocato che accetta persino di incontrarmi di persona.

A quanto pare non aveva elaborato alcuna strategia particolare e intendeva procedere con la prassi standardizzata di una mediazione familiare a cui sarebbe sicuramente seguita una causa, e già questo non mi trovava d’accordo. Poi cominciò a fare uno strano discorso, a prenderla alla lontana chiedendomi se avevo dei soldi da parte e se ero "preparata finanziariamente" a risolvere alcune questioni di consulenza "tecnica" relative al percorso da affrontare. Insomma, quello che voleva dirmi era che l'impiccio si presentava lungo e difficoltoso e lui voleva un po’ di soldi ( un po’ molti soldi ) prima di avviare la procedura.

Io nel frattempo per circa un anno avevo continuato a incassare l'affitto del negozio, ma cercavo di mettere da parte dei risparmi per prendere una casa  e andarmene via da quella topaia in cui vivevo appunto da un anno. Non avevo avuto fortuna e i risparmi prima erano stati consumati per urgenti spese dentistiche, poi avevo dovuto riparare, completamente a mie spese, una parte del tetto ormai sfasciato e mi pioveva letteralmente addosso, infine per due mesi ero rimasta totalmente senza reddito essendo il negozio  rimasto chiuso per via della festa in maschera. Dovevo ricominciare daccapo, e di certo i primi soldi che avrei messo da parte non avevo intenzione di darli a uno che, spremendosi il cervello, arrivava al massimo a seguire la procedura standard. Voglio dire, a questo ci arrivo pure io, mica c'è bisogno di un avvocato.

Con moltissime difficoltà, durante l'estate feci marcia indietro e gli dissi che non intendevo procedere oltre.

A settembre ne trovai un altro con cui feci qualche colloquio, ma lo vidi in difficoltà, anche lui non sapeva trovare altra soluzione che seguire la procedura da manuale. Delusa, mi fermai subito. Mi sembrava tutto molto strano…forse avevo visto troppi film americani di argomento giudiziario, di quelli scritti da John Grisham, dove vedi questi favolosi processi con avvocati in gambissima che si fanno il mazzo a raccogliere prove e fare indagini e interrogatori per elaborare una difesa inoppugnabile e incastrare i criminali. Soprattutto non capivo perché nessuno dava importanza a quella storia dei ricatti e delle minacce e quando ne parlavo mi si guardava come una povera scema.

 

Ma si avvicinava l'inverno e dovevo assolutamente trovare casa, perciò lasciai temporaneamente perdere ogni questione legale. In effetti non ho descritto abbastanza ( e state tranquilli che non lo farò ) tutte le assurde difficoltà  che comportava vivere nel rudere di famiglia, e se volevo passare l'inverno dovevo andare via ad ogni costo. Esclusi subito l'idea di una casa in condivisione, sappiamo già com'è andata a finire l'altra volta…

Invero in quel momento c'era poca roba sul mercato, io avevo anche bisogno dell'arredamento avendo perso il mio nel precedente sfratto, inoltre non potevo dare garanzie perché la successione non era stata ancora fatta, quindi dal punto di vista legale sono nullatenente. Ho cercato un affitto temporaneo, sperando intanto di risolvere la mia situazione, ma mi chiedevano: "Sei qui per lavoro? Dov'è il contratto di lavoro? Non sei residente? Portami il certificato di residenza."

Infine trovo un'occasione in cui , mentendo, mi spaccio come proprietaria effettiva di quel famoso negozio in via… con successione ereditaria già risolta, e siccome la casa soprastante, anch'essa assegnata a me, aveva bisogno di riparazioni, durante i lavori avevo bisogno di un posto dove stare. Miracolo! Il proprietario mi crede sulla parola, non chiede le prove di quanto affermavo e mi fa un contratto di un anno, da dicembre 2020 a dicembre 2021. Se non altro mi restava un altro anno da vivere.

 

La casa è grande, luminosa e tranquilla, l'arredamento è nuovo, bianco e moderno come piace a me. Unico difetto…bhè, si tratta di un sottotetto con tutti gli svantaggi del caso, le finestre sono delle strette feritoie e il soffitto non è mai parallelo al pavimento, in alcuni punti è molto basso e …occhio alle capocciate. Però c'è un bel terrazzino dove si possono tenere le piante e si vede la campagna sul lato nord. Insomma, non è il massimo ma ci sto bene.

Il trasloco mi è costato molta fatica fisica e mentale. Ovviamente ho fatto tutto da sola e ho sempre questi sintomi fisici molto fastidiosi che vanno peggiorando e ostacolano pesantemente la mia vita. Soprattutto, la stanchezza, sentirsi i muscoli sempre stanchi e doloranti, la lentezza, una sorta di nebbia mentale e un'insonnia terribile che mi lascia stremata . Dopo un paio d'ore di sonno sono già sveglia e da allora per tutto il resto della notte è una lotta per riaddormentarsi. Ho l'impressione di essere risucchiata in un mare oscuro dove tutto è più pesante e devo continuamente nuotare per non essere trascinata giù, che in effetti sarebbe la cosa naturale eppure non riesco a scivolare tranquillamente nel riposo, è come dormire tenendo un occhio aperto per sorvegliare pronta a scattare e a difendersi da possibili pericoli. Per me non c'è mai un posto davvero sicuro che mi consenta di abbassare la guardia.

In realtà non credo che dipenda solo dall'ansia e dalla  depressione, è probabile che ci sia anche una questione metabolica e fisica ancora da capire. Sto facendo studi riguardanti l'alimentazione, le sostanze tossiche, l'inquinamento elettromagnetico, i ritmi circadiani ,l'attività fisica, la ghiandola pineale…è difficile identificare il problema e ancora peggio trovare la soluzione.

Sta di fatto che durante il giorno faccio una fatica incredibile per svolgere i compiti più banali e indispensabili, perciò nei mesi di dicembre, gennaio e anche febbraio, sono stata impegnata a sistemare la casa. Lo so, sembra assurdo averci messo tanto tempo, ma ho appena spiegato il perché.

 

Marzo 2021. Stavo appena riprendendomi dal trasloco che quando vado al negozio per ritirare l'affitto trovo una sorpresina.

L'inquilino mi dice che dal quel momento in poi ne avrebbe corrisposto un terzo a mio fratello, che aveva reclamato la sua quota ereditaria tramite l'avvocato Tizio Caio, noto a tutti in città per essere uomo onoratissimo, di chiare simpatie massoniche, amico di persone onorate, per avere le mani in pasta ovunque, nonché per farsi rispettare con metodi poco ortodossi e al limite della legalità. Mio fratello aveva dunque dato l'avvio alle offensive senza neanche farmi pervenire una formale dichiarazione di guerra, com'è d'uso tra nazioni civili prima di iniziare le azioni belliche. Per di più si era trovato come alleato ( o sarebbe meglio dire protettore ) il diavolo in persona fatto avvocato, cioè non l'avvocato del diavolo ma il diavolo che fa l'avvocato. E dal momento che le forze del male aspettano solo l'occasione di essere invocate dagli umani per scendere in campo, ed essendo sul pianeta terra il male sicuramente più forte del bene, si poteva prospettare una facile vittoria, anche se il belligerante umano in questione avrebbe poi pagato un caro prezzo per quell'alleanza. No, non mi riferisco alla perdita dell'anima, queste cose per alcune persone sono bazzecole e pinzillacchere senza valore, ma al fatto che è noto persino ai sassi che  Tizio Caio lavora con parcelle stratosferiche e quindi ha accettato l'incarico con la prospettiva di papparsela lui l'eredità dei Parisi. Poi su quei ruderi in pieno centro cittadino ci farà costruire un palazzo di sei piani e a mio fratello lascerà solo le briciole, un contentino di consolazione. Quel cretino questo lo sa perfettamente, però essendo ormai accecato dall'odio, ovvero dall'orgoglio di maschio ferito, è disposto a tutto pur di distruggermi. Del resto me l'aveva detto, se non lui unico erede, terra bruciata e niente per nessuno.

 

Era arrivato il momento di trovare un altro avvocato. Vado dal terzo professionista che chiameremo Sempronio. Racconto anche a lui la difficile situazione familiare, la guerra ormai in corso e bla bla bla… Per inciso gli dico anche di altre difficoltà che intanto erano sorte nella gestione della proprietà ormai  alla deriva, facendo però capire( ma forse non mi ha capito) che erano comunque questioni secondarie. Nei mesi successivi  Sempronio si occupa solo delle questioni secondarie, non dice nulla e non fa nulla riguardo il problema principale. Io ricomincio ad avere quella spiacevole sensazione di aver sbagliato persona, e tra l'altro comincia metaforicamente a 'bruciarmi il culo' (se così si può dire con francesismo e licenza poetica) perché con il reddito ridotto di un terzo i conti non mi quadrano per niente, e meno male che avevo sempre risparmiato e messo da parte, ma il mio fondo di riserva si esaurirà già prima di dicembre.

Perciò, nonostante le mie ormai proverbiali difficoltà a farmi valere, a metà luglio chiedo con insistenza a Sempronio un colloquio per affrontare la situazione generale ormai insostenibile, e dico 'con insistenza' perché Sempronio mi sembra riluttante ed evasivo, fa il vago, dice che non c'è fretta… la cosa si fa sempre più sospetta. Quando ho finalmente l'onore di incontrarlo esordisco con un discorso del tipo: " Qui sta passando troppo tempo e io non me lo posso permettere, il toro va preso per le corna, posso anche patteggiare sulla divisione ma questa divisione "s'ha da fare" e io devo trovarmi nella posizione di poter vivere ancora …non dico 10, non dico 8, ma almeno 5/6 anni ci devo campare. Che ne dice Tizio Caio? C'avete parlato nel frattempo."

Allora Sempronio, fa spallucce e poi comincia ad agitarsi, innervosirsi mostrandosi persino infastidito: " Eh, ma insomma…lo sai anche tu com'è fatto Tizio Caio, è uno che non ci si può parlare …è un cazzone (sì, dice proprio così !)…alla fine non ci si può fare niente, se non vuole fare la divisione ti devi rassegnare ed adeguare, vuole fare lui l'amministratore di tutto e se ci mettiamo contro inizia una causa che non finisce più…ti devi rassegnare…"

Io resto basita…voglio dire, è chiarissimo che mi si sta derubando, mi si priva del diritto di disporre della mia unica fonte di reddito, dopotutto ho una disabilità riconosciuta dallo stato e mio fratello ha tra le altre cose il dovere di aiutarmi, aiuto che io non gli chiedo neppure, voglio solo avere quello che mi spetta, si potrà certamente chiedere un risarcimento per il danno che mi sta facendo…ma gli avvocati che ci stanno a fare, perché allora sono andata da lui se non sa trovarmi una strategia, un percorso, un cavillo, una legge, qualsiasi cosa su cui fare leva per tirarmi fuori dalla trappola…( quest'ultimo pensiero non è stato esternato ma probabilmente inviato telepaticamente)

Sempronio non mi ascolta nemmeno, comincia a diventare maleducato, sembra infastidito dalla mia presenza, non vede l'ora di sbarazzarsi di me, e io in quel clima di fortissima tensione emotiva mi irrigidisco e mi arrabbio ancora di più. Inserisco il discorso dei ricatti, le minacce, lo stalking, la violenza e il terrorismo psicologico, ho del materiale registrato che ad ascoltarlo vengono i brividi e si potrebbe fare una denuncia penale, mettere la controparte in difficoltà in modo da costringerla a ragionare. A quel punto mi tratta come una povera cretina che vive nelle favole: " Ma queste sono sciocchezze, fantasie che non servono a niente, si capisce che sono bagattelle, insignificanti e banali liti familiari, nessun giudice ci darà un minimo peso, al massimo a tuo fratello gli fanno un richiamo e lui se ne fa una risata".

Credo che a queste parole si sia verificato nella mia mente un specie di alterato stato di coscienza e mi sembrava di essere vittima di un'improvvisa distorsione spazio –temporale, probabilmente indotta da una repentina cascata di raggi cosmici emessi da chissà quale supernova chissà quanti anni luce fa e caduti casualmente, proprio in quel  momento, nel punto in cui si trovava la mia persona. Avevo l'impressione di essere stata teletrasportata in un paese islamico e che Sempronio mi stesse parlando seguendo il codice di leggi coraniche. No, forse lo spostamento riguardava il tempo e Sempronio era un avvocato del 1236 che pensava e parlava seguendo le leggi e le consuetudini del tempo.

Non appena i raggi cosmici ebbero finito di attraversarmi, e ritornata in Italia nel 2021 ( ma siamo sicuri di essere in Italia nel 2021? Temo proprio di sì), cambiai registro ed esposi le mie difficoltà di vita pratica e la necessità di ingegnarsi a trovare una soluzione che mi consentisse di andare avanti perché io da lì a poco avrei dovuto scegliere se pagare l'affitto o comprarmi da mangiare. E allora Sempronio ha dato il meglio di sé: "Eeehhh…ma che esagerazione! E di che ti preoccupi ! Guarda che in Italia nessuno più muore di fame perché c'è la Caritas! In caso di difficoltà puoi sempre andare a mangiare alla Caritas e vedi che campi cent'anni."

 

Ovviamente non sapeva, e forse avrei dovuto dirglielo, che mi era già capitato di mangiare alla Caritas, ma una soluzione del genere proposta dall'avvocato che dovrebbe difenderti è l'equivalente di essere presi a calci nel culo dalla propria guardia del corpo.

 

Sono uscita da quello studio talmente frastornata che non riuscivo più a trovare la strada per tornare a casa. Ma insomma…cosa stava succedendo? Possibile che un fratello possa fare questo a una sorella, per giunta disabile, e nessuno possa opporsi? Possibile che in una famiglia si debbano ricevere minacce e ricatti di ogni genere senza poter denunciare? E tutte quelle leggi sul mobbing familiare, sulla violenza psicologica, sulla violenza di genere, sullo stalking…tutta carta straccia da buttare nel cesso? E la sofferenza che ho patito a sentire quelle spaventose telefonate la buttiamo nel cesso? E la mia vita, da disabile, da persona debole e non produttiva, da persona sola che è finita ai margini della società, buttiamo nel cesso anche quella, tanto non serve a niente e a nessuno?

Già, ma io sono una che si fa le fantasie, che guarda i film di John Grisham (notoriamente polpettoni hollywoodiani che servono solo a fare soldi al botteghino) , che legge tutti quegli articoli farlocchi scritti tanto per cazzeggiare sulle nuove leggi contro la violenza familiare …tutta roba lontana anni luce ( visto che ho tirato in ballo l'astronomia) dalla vita reale.

 

E Dal momento che stiamo fantasticando, proviamo a fare qualche ipotesi sull'assurdo comportamento di Sempronio che mi ha licenziato in siffatte inusitate e maleducate maniere.

Magari ha capito la particolare difficoltà del caso con relativo impegno di molto tempo e applicazione, cioè per escogitare qualcosa deve ripassarsi e spulciare tutto il codice civile e penale da capo a piedi, nonché cercare notizie su casi simili, fare indagini, ricerche, confrontare risultati e infine farsi venire l'idea geniale. Non è roba da poco, lo riconosco. E perché dovrebbe fare tutto ciò? Forse per beneficenza? E' d'uso in simili circostanze versare un congruo anticipo, ed è chiarissimo che io non posso farlo, posso pagarlo solo a cose risolte, pertanto non c'è motivo razionale per impegnarsi a seguire il mio caso magari trascurando casi migliori, più facili e in cui si viene pagati subito. Alla fine non c'è nulla di male in questo, un avvocato non è obbligato ad accettare tutti gli incarichi che gli si presentano, può anche rifiutare, basta farlo con chiarezza ed educazione, non capisco proprio che bisogno c'era di trattarmi in quel modo. Devo dire che a questo punto sembra essere stato più onesto il primo soggetto a cui mi ero rivolta.

Tuttavia ho l'impressione che ci sia qualcos'altro che non ha voluto dirmi, cioè mi sorge il sospetto ( e continuiamo a fantasticare un pò, così, tanto per passare il tempo) che durante il colloquio, necessariamente avvenuto, tra Sempronio e Tizio Caio, quest'ultimo gli abbia detto pressappoco così:

 

"Caro Sempronio, questa faccenda dell'eredità Parisi è una brutta rogna, non vedo perché devi metterti in quest'impicci, i clienti non ti mancano, quell'Amelia non può nemmeno pagarti, è una poveraccia, ha fatto la barbona, è andata a mangiare alla Caritas, non ne ricavi nulla, lascia che me ne occupi io totalmente, sai, il fratello vive lontano e lascerebbe a me l'amministrazione di tutto, se la proprietà resta indivisa si possono fare dei bei giochetti , se io comincio a smuovere qualcosa lì si costruisce roba nuova e naturalmente ci sarà spazio anche per te, troverò il modo di farti entrare. Diversamente invece, dividendola, manovre non se ne possono fare, sarebbe davvero un peccato e tu cosa ne ricavi? Soldi non di certo, piuttosto…potrebbero sorgere disturbi, affanni, contrarietà, preoccupazioni, insomma… afflizioni che è sempre meglio evitare, tra colleghi, tu mi capisci, dobbiamo pensare a noi stessi prima che al cliente".

 

E' ammissibile che sia mai avvenuto nella realtà un colloquio del genere? Conosco poco o nulla di Sempronio, ma con Tizio Caio, oltre alla ormai consolidata fama di persona onorata e venerabilissima, mi ero già scornata quando mia madre era ancora in vita, perché lui gli occhi sulla proprietà Parisi ce li aveva messi da un pezzo e negli ultimi anni  si era già subdolamente inserito come "consigliere" spingendo mia madre a manovre azzardate nelle quali alcuni suoi "amici", avrebbero guadagnato una bella fetta. Il suo piano era sfumato per un soffio, per via dell'inaspettata morte della proprietaria, ma ora, sfruttando la guerra tra gli eredi, poteva riprenderlo alla grande.

Perciò ritengo che l'ipotesi sia più che probabile, probabilissima, più che verosimile, verosimilissima. Poi non venitemi a dire che ho la stessa paranoia materna riguardo persone e situazioni, ne riparleremo, ahimè, a fatti avvenuti. Piuttosto chiamatemi Cassandra. E ed è un ruolo che non mi diverte affatto.

Questo sembra uno di quei pasticci da cui non si viene fuori e ad agitarsi si resta invischiati ancora di più.

Sono già stata da tre avvocati ed erano uno peggio dell'altro. Dovrei forse cercarne un quarto?

C'è un proverbio che dice: " la prima volta è un caso, la seconda una coincidenza, la terza è un'azione intenzionale."

 

 

NON CONCLUDE

 

Mi sa che è il momento di fermarsi e riflettere. Le cose non avvengono a caso. C'è un significato in tutto ciò che succede, il problema è riuscire a capirlo perché per farlo, bisogna spostarsi su un altro piano e cambiare prospettiva. La situazione attuale è stata determinata da molti eventi, dei quali solo gli ultimi sono stati davvero decisivi, mentre quelli più lontani nel tempo hanno preparato il substrato su cui si è sviluppato tutto.

 

Riprendiamo in considerazione il tema dell'esagramma numero 4, la stoltezza giovanile. Si può tradurre anche con faciloneria, inesperienza, farsi delle comode illusioni, cadere facilmente in trappole e inganni, farsi abbindolare. Vale a dire: inconsapevolezza. Non solo inconsapevolezza, ma voler restare inconsapevoli e persistere nell'errore e questo è il punto in cui l'oracolo si incazza e si rifiuta di rispondere. "Te l'ho detto tante volte, ti ho mandato tanti segnali e tu non hai mai voluto capire".

C'era proprio bisogno di arrivare alla morte di mia madre per sbattere il naso sull'avidità e la violenza di mio fratello? Il suo pensiero e il suo comportamento in realtà mi era già noto fin dall'infanzia attraverso innumerevoli episodi, come ho potuto pensare che "l'energia negativa" sarebbe miracolosamente scomparsa per un'improvvisa conversione?

E ripenso a tutti quegli anni di litigi infiniti con mia madre, sperando invano di farle vedere i miei problemi e aiutarmi. Figuriamoci, quella ci vedeva benissimo, anche meglio di me, è che, semplicemente, mi odiava. E perché scandalizzarsi del comportamento violento e tirannico di mio padre? Non l'avevo forse visto strillare come un pazzo e aggredire mia madre sin da quando riesco a ricordare?

Il fatto è che mi sono sempre rifiutata di capirlo, di vederlo, di ammetterlo, di riconoscerlo. In fondo pensavo: non può essere così, è troppo terribile per essere vero. Meglio restare una giovane stolta e chiudere gli occhi alla realtà.

Quindi, tirando le somme, se tanto mi dà tanto, perché ora mi lamento del fatto che mia madre non ha conservato per me una rendita sicura e quello che c'è mio fratello me lo sta rubando?

 

Per quanto inaccettabile possa apparire il solo pensarlo, il male esiste e può avere il volto dei tuoi genitori, dei tuoi fratelli, dell'amico d'infanzia, del vicino di casa, del compagno con cui hai vissuto vent'anni d'amore…il male non si fa scrupoli di corroderti gli affetti più cari, di farti cadere il mondo addosso, di toglierti la terra sotto i piedi. Ma bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e guardarlo in faccia. Restare congelati nell'incredulità ci toglie ogni possibilità di difesa.

 

E tutta quella storia della depressione, dell'ansia, dell'autismo e delle difficoltà sociali che tanta parte ha avuto nel distruggere la mia vita? E' davvero un problema genetico, cioè un destino ineluttabile a cui sarei in ogni caso andata incontro? Ora credo di no. E' solo un'altra di quelle tessere che si sono incastrate nel corso degli anni per costruire il quadro della mia vita. Magari su una lieve predisposizione si sono agganciati gli effetti dei vari eventi negativi ai quali non ho saputo o non ho voluto reagire in senso evolutivo. Forse c'erano anche circostanze esterne che non permettevano l'evoluzione, eppure in tutto questo, proprio per tutto questo, che senso avevano quelle interminabili, ripetute, inutili, psicoterapie?  Ho passato decenni, praticamente dai sedici anni fino ai quarantacinque, in terapie farmacologiche e colloqui che davano come risultato zero. Era evidente che il problema stava da qualche altra parte, andava affrontato in altro modo, e il punto fondamentale era il rifiuto della consapevolezza. Di me stessa, della mia famiglia, delle circostanze, del mondo intorno a me, dei miei limiti e delle mie possibilità. Ho passato una vita nell'inconsapevolezza, come un cadavere che implorava l'arrivo di qualcuno che potesse ridargli l'anima. Ricordo di un sogno fatto circa 15 anni fa.

Tornavo a casa e mi arrabbiavo nel trovare tutto sporco e in disordine. Sapevo di avere una "donna delle pulizie" a cui avevo dato l'incarico di sistemarmi la casa durante la mia assenza, ma evidentemente non aveva fatto ciò che avevo richiesto.

Ecco, per me la psicologa di turno era la donna delle pulizie a cui affidavo il compito di mettere ordine nella mia testa, io non volevo fare nulla, addirittura ero assente, altrove, e non volevo nemmeno sapere cosa succedeva, né come si fa a riordinare, mi aspettavo che facessero tutto gli altri. Ovviamente gli altri non facevano niente. Da qualche parte ho letto che i pazienti non vanno dallo psicologo con la seria intenzione di guarire ma solo di essere consolati mentre tutto resta uguale, e una simile situazione va benissimo anche agli psicologi perché se il paziente guarisce loro perdono il guadagno, mentre la consolazione in una situazione di stallo può durare a vita.

Mi mangio il fegato dalla rabbia quando penso non solo a tutto il tempo perso nella mia vita, ma soprattutto a tutti i soldi spesi a vuoto. Se li avessi messi da parte ora potrei comprarmici una casa e la metà dei miei problemi sarebbero risolti. Davvero, giuro, mica dico per scherzo. E poi, per inciso, mai che qualcuno mi avesse insegnato qualcosa. Solo aria fritta, chiacchiere e distintivo. Tutto quello che so l'ho imparato da sola, leggendo, facendo ricerche guardando congressi e seminari su internet e un'infinità di altre fonti. Alla fine un po’ di consapevolezza mi è arrivata, e che diamine.

Non so e non posso sapere fino a che punto una maggiore consapevolezza avrebbe potuto cambiare il corso della mia vita. Sono però sicura che le cose sarebbero andate  meglio e probabilmente sarei riuscita a ritagliarmi un mio spazio di sopravvivenza. Bastava quanto meno non essere così ingenuamente stolta, imparare a difendermi da chi voleva solo usarmi facendomi del male, quand'anche fossero state le persone che dovevano amarmi e proteggermi. Non si può pretendere l'amore e il rispetto da nessuno, nemmeno dai propri genitori, per i quali sarebbe in effetti un dovere. In alcuni casi si deve ricorrere alla legge, laddove si necessita quantomeno di assistenza materiale ed economica, ma i risultati, come abbiamo visto, sono scarsi se non del tutto vani.

Inutile protestare e ancor meno insistere a voler recuperare ciò che è mancato. Queste sono le regole del gioco, è così che va il mondo. Non in tutti i casi, ovviamente, ma spesso è così e allora la cosa più saggia è innanzitutto prenderne atto.

Eppure tutto questo, mi sono detta, "deve" avere un significato, un'interpretazione, un senso nascosto…e si possono tirare in ballo i più svariati argomenti, dal karma personale e familiare, alle prove che l'anima deve superare per evolversi ( vedi la metafora di Dante del viaggio spirituale rappresentato nella Commedia, tanto per fare un esempio), al loop in cui si finisce quando emozioni negative generano circostanza negative che continuano ad alimentar emozioni negative ecc. ecc.

Forse questi ragionamenti sono tutti veri e tutti falsi allo stesso tempo. Intanto io non c''ho capito niente e magari non ha nemmeno importanza, tanto lo "spiegone finale" prima o poi arriva per tutti, si tratta di avere pazienza.

Sul piano pratico, nella mia situazione credo ci sia poco o nulla da fare. Il tempo ormai è stretto e, se non altro, sarà la necessaria burocrazia ad erodere le possibilità di una soluzione positiva. Perciò cerco, se non altro di affrontare la circostanza in modo esclusivamente personale e soggettivo, l'unico nel quale ho un certo potere di agire.

Sto continuando a portare avanti le mie ricerche nel campo esoterico- spirituale, nonché nelle discipline di crescita personale e di fisica quantistica( per dare un minimo di supporto scientifico a teorie filosofiche alquanto incredibili).

Vediamo cosa dice il manuale di navigazione per anime perse nello spazio intergalattico, quando i motori dell'astronave sono completamente in avaria e si è impossibilitati a contattare la base terra.

 

L'universo e la realtà in cui ci troviamo è il sogno di una divinità addormentata che proietta le immagini scaturite dal suo terzo occhio su un velo detto Maya. Quando infine si sveglierà capiremo tutti che ciò che credevamo reale erano solo delle illusioni. Alcuni uomini si svegliano prima della fine del sogno ( si chiama illuminazione) e sono in grado di vedere la natura illusoria della realtà mentre già ci sono dentro.

Le più recenti teorie di astrofisica parlano dell'universo come di una proiezione su una superfice bidimensionale (uno schermo, un velo) di informazioni provenienti da un'altra dimensione a noi inaccessibile. L'effetto 3D del mondo in cui viviamo è un'illusione, la realtà è un ologramma in cui siamo immersi e di cui facciamo parte. Le informazioni per costruire la realtà provengono da un orizzonte non superabile, in cui sarebbe rinchiuso tutto il nostro universo. In un certo senso è come se vivessimo all'interno di un buco nero e guardassimo l'orizzonte degli eventi dall'interno.

Da dove vengono le informazioni proiettate nel nostro mondo? Chi o cosa ce le invia?

 

Secondo altre ipotesi sono i nostri pensieri e le nostre emozioni a creare la realtà e le circostanze che ci capitano, quindi più stiamo male più ci capitano cose che ci fanno stare male. In altri termini, il nostro inferno ce lo costruiamo da soli. Anche per questa ipotesi ci vengono in supporto teorie di astrofisica e di meccanica quantistica talmente complicate e farraginose che non provo nemmeno ad accennarle.

E dunque, chi riesce davvero a essere costantemente consapevole dei propri pensieri e sentimenti e a direzionarli con un cosciente atto di volontà verso uno stato d'animo positivo, alzi la mano.

Ohibò, vedo le zampe di quattro gatti, forse cinque. Devono essere quei famosi illuminati o risvegliati che dir si voglia.

Ora io queste teorie le studio, le seguo con attenzione sperando di poter trovare un po’ di pace anche in tempi difficili, ma la luce ancora non si accende, dormo profondamente e non c'è verso di svegliarmi.

Mi sforzo di vedere le cose almeno in modo più distaccato, come un osservatore esterno, ricordando sempre a me stessa che alla fine è tutto un sogno, un film, una Matrix, una proiezione olografica da cui a un certo punto verrò fuori. Eppure finché ci si è dentro, fa male. Siccome per noi il sogno è reale, finché siamo a questo livello, sentiamo tutto come concreto ed effettivo. Una volta ho sognato di essere accoltellata alla schiena, e faceva un male cane, sentivo proprio la lama che tagliava la carne, poi però mi sono svegliata ed ero viva e stavo bene.

 

Quindi, tranquilli, va tutto bene. In questa dimensione possono accadere cose terribili, c'è morte e distruzione, ma una volta superato l'orizzonte degli eventi, cambia tutto e l'intero universo appare in un'altra prospettiva.

Non so fino a che punto tutto questo potrà aiutarmi ad affrontare i tempi che verranno. Se non altro si può notare che, rispetto alla prima narrazione, il mio modo di raccontare si è fatto più ironico e leggero, a tratti quasi canzonatorio. Mi viene in mente la scena finale di "Uno, nessuno e centomila" da cui ho ripreso il titolo del capitolo , quando Gegè, pur impazzito per il troppo pensare a cose impensabili, ha trovato una sua particolare serenità, oppure quella di "Il pendolo di Foucault" dove il protagonista, aspettando una fine ormai certa, si siede tranquillamente a terra e si mette a guardare la montagna.

E allora restiamo concentrati sul tempo presente, nel famoso qui e ora, e stiamocene a terra a guardare la montagna, o i prati dove pascolano gli asinelli, o il cielo stellato, o un albero, o un fiore, o quello che c'è ( ci sarà pure qualcosa di bello intorno a noi…), e quando vengono a prenderci i cattivi ( ovvero quelli che nel sogno o nel film fanno la parte dei cattivi) portiamoci dietro i nostri ricordi più belli così ci aiuteranno a svegliarci prima facendo sparire le ombre che ci spaventano, e a capire che le nostre paure erano solo un brutto sogno.

  

 ...continua???...

 

  

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Cosa succede ai cuori infranti? parte 2

 

Cosa succede ai cuori infranti? parte 2

 

Diario semiserio e tragicomico di un'anima persa e non più (o non ancora) ritrovata.

 

 

SERVIRSI DI UN CADAVERE PER RIDARGLI L'ANIMA

 

Nei giorni seguenti aspettavo notizie dagli assistenti sociali, invece mi fu detto che mia madre era in ospedale per un ictus. Ci rimase 15 giorni poi fu rimandata a casa. Non aveva riportato nessuna paralisi ma non poteva più alzarsi dal letto per via delle sue condizioni generali che già da tempo non erano buone. Si era trascurata troppo e gli effetti si facevano vedere.  Negli ultimi anni mangiava solo surgelati, si trascinava dal letto alla sedia con delle stampelle, si imbottiva di farmaci per dolori di ogni tipo, farmaci per digerire, per lo stomaco, per l'intestino, per la pressione, per il cuore, per l'insonnia, farmaci contro gli effetti collaterali degli altri farmaci. Inutili i miei appelli a mangiare sano, a fare fisioterapia, a farsi assistere da una vera cameriera che l'accudisse seriamente e non da una che la manipolava prendendo soldi per chiacchierare. Qualsiasi mio consiglio veniva prontamente respinto.

Dunque, una volta tornata a casa si pose il problema di chi doveva assisterla e soprattutto con quali soldi. Le sue ricche pensioni erano bloccate in banca e il procedimento di nomina di un tutore era troppo lungo pertanto era impossibile mandarla in clinica o prendere una badante. L'unica rendita disponibile era l'affitto che le pagava l'inquilino di un negozio, per fortuna corrisposto in contanti di persona, ma non sarebbe stato sufficiente né per l'una né per l'altra soluzione. Mia sorella rifiutò di occuparsene con l'alibi del lavoro e del fatto che non era capace. Mio fratello viveva molto lontano…ma di certo avrebbe potuto portare la madre con sé a casa sua in ambulanza, oppure poteva mettersi in aspettativa e tornare per un po’ a vivere con lei, c'era la rendita dell'affitto, la moglie poteva trovarsi un lavoro, la bambina allora non andava ancora a scuola…

Naturalmente l'ipotesi non lo sfiorò neanche per un secondo, figuriamoci se era disposto a fare dei sacrifici e a crearsi problemi per assistere la madre, benché per lui fosse sempre stata la madre dalle uova d'oro. Idea geniale! Si poteva usare Amelia per fare il lavoro sporco. Certo era una mezza scema e non sapeva cavarsela nella vita pratica, ma tutto sommato era pulita e ordinata e almeno lo stretto necessario poteva farlo, poi se succedeva qualcosa del tipo un'emergenza sanitaria che finiva male la responsabilità sarebbe stata solo sua, che ne so, se la madre schiattava per una bolla d'aria finita in una flebo o se le venivano le piaghe perché non si riusciva a lavarla bene la colpa la davano a chi le stava vicino, mica a lui che, poveretto, viveva lontano.

E fu così che Amelia la ladra, la complottista, la furbastra, l'origine di ogni male, fu compassionevolmente perdonata ( solo in via temporanea, eh!) e ritenuta degna di essere riammessa in famiglia.

Accadde che lui, dico lui in persona, vene a trovarmi presso la mia splendida villa Kia picanto con finestre panoramiche e quadrupla esposizione , 1 mq calpestabile classe energetica Z, anno di costruzione 2005, pianterreno senza ascensore, e, facendo finta che quel discorsetto avvenuto due settimane prima non fosse mai esistito, mi disse pressappoco: "ecco, vedi né io né A. possiamo assisterla, abbiamo i nostri impegni, soldi non ce ne sono per fare altro, non si può asciarla così, qualcuno lo deve pur fare e tu dopotutto, ecco stai qui senza fare niente e non stai certo bene così, anche per te è meglio, avrai una casa, un letto, starai al caldo, avrai da mangiare, poi si tratta per poco tempo, tutti dicono che non vivrà a lungo, non è che ti si chiede molto, ce la puoi fare…"

 

E il fatto che sono incapace, inabile al lavoro e a prendermi qualsiasi responsabilità ? E la depressione, l'autismo, l'invalidità al 46%? Un'invalida che si occupa di un'invalida? E che ne sa lui se ce la posso fare?

Non doveva farmela pagare per i miei complotti e le mie estorsioni? E le vendette e le punizioni che minacciava di farmi? Tutto dimenticato? Tutto dimenticato un corno.

 

Quando alcuni mesi dopo si trattò di dividere l'eredità, riprese la storia del complotto usandola come pretesto per escludermi dalla successione. Secondo lui ero una figlia indegna in quanto avevo sempre approfittato di mia madre fingendo malattie mentali inesistenti per poter vivere alle sue spalle senza lavorare. I tanti certificati medici non avevano alcun valore perché potevano benissimo essere stati comprati o magari ero così brava a recitare che avevo turlupinato tutti gli psichiatri che mi avevano visitato e pertanto avevano creduto alle mie sceneggiate. Per di più ero palesemente una criminale essendomi associata a dei delinquenti  per poter estorcere denaro con la truffa delle finte assistenti sociali.

 

Ma come…se lui aveva visto di persona che vivevo per strada, in macchina…e poi lo sapeva tutta la gente del quartiere.

Tutte balle, quella era una recita, una mistificazione, ovvero di giorno me ne stavo in macchina o gironzolavo chiedendo l'elemosina per farmi vedere da testimoni, ma a notte fonda un mio complice veniva a prendermi per rifocillarmi e farmi dormire al caldo in casa sua. Al mattino presto mi riportava sul posto per riprendere la montatura ed era tutto congegnato alla perfezione per la riuscita del complotto.

Quindi per lui ero un'autentica criminale senza alcun ritegno, però quando aveva avuto bisogno di me per togliersi dai guai era venuto a prendermi, nonostante pensasse che fossi ladra e delinquente, e mi aveva persino affidato sua madre pur di lavarsi le mani di quella fastidiosa faccenda dell'assistenza.

 

Ora, miei cari lettori, seppure ci siete e se avete avuto la pazienza di arrivare a questo punto della narrazione e ancora non ne avete le (*****) scatole piene, perché io stessa tutto questo papiello lo considero un po’ come il pessimo racconto di una telenovela brasiliana di serie C (!), dovete sapere che negli ultimi due anni mi sono interessata ai Tarocchi e all' I Ching che sono dei sistemi di divinazione fatti con le carte o con l'estrazione di numeri che corrispondono a degli esagrammi, cioè a delle sentenze. In realtà l'oracolo non serve mai solo a predire il futuro, anzi potremmo dire che questa è una funzione secondaria e addirittura trascurabile. Il suo scopo è fare luce su noi stessi, rivelare il nostro aspetto nascosto, e al tempo stesso darci notizie sul mondo intorno a noi, sulla situazione delle forze universali in azione in quel particolare momento. Il guaio è che le risposte sono spesso ambigue, da capire e interpretare correttamente, ma, soprattutto, è di fondamentale importanza porre la domanda giusta. Il responso poi è sempre veritiero, siamo noi che non lo capiamo, oppure la nostra domanda è sbagliata. Pensate a che pasticcio ha combinato Edipo quando ha chiesto cosa gli sarebbe successo in futuro. Già, perché la domanda giusta era invece : "Chi sono i miei veri genitori?"

 

In quel frangente non chiesi a nessun oracolo se fosse opportuno o meno prendermi il carico dell'assistenza materna, ma lo feci tempo dopo, quando mi fu evidente di aver commesso uno sbaglio.  L'I Ching mi presentò l'esagramma numero 4 : il giovane stolto ( la stoltezza giovanile).

Il responso, nelle varie interpretazioni e nei vari commenti recita più o meno così: un giovane ancora incerto e immaturo ripercorre vecchie strade e commette gli stessi errori, occorre agire con ponderatezza, inutile rispondere ancora se non si impara dall'esperienza. Se si continua a sbagliare si resta sciocchi. Non sono io a cercare il giovane stolto ma lui cerca me. Se egli consulta due o tre volte è inopportuno. Occorre perseverare e liberarsi da condizionamenti radicati ,evolversi, capire, rompere vincoli con qualcuno senza avere timore. Continuando a ripetere gli errori del passato si avranno di nuovo eventi negativi.

In pratica mi stava dicendo:" Sei una cretina! Nonostante tutti i segnali inviati in passato ti ostini a non capire come stanno le cose. Io nemmeno ti rispondo più tanto è inutile. Ci vuole un'azione radicale, devi crescere e lasciare l'ingenuità che si addice solo all'infanzia. Dovresti aver capito che dalla tua famiglia non puoi aspettati nulla di buono, invece ti crogioli ancora di stupide illusioni. Se ti comporti sempre nello stesso modo come puoi aspettarti dei cambiamenti?"

E ciò che mi ha colpito di più è stata un'interpretazione in cui si faceva riferimento a un passo dei "36 Stratagemmi", ovvero un antico libro cinese in cui si insegna l'arte della guerra.

 

"Servirsi di un cadavere per ridargli l'anima.

Chi è utile può essere strumentalizzato. Chi non può essere utile chiederà di essere strumentalizzato. Prendete al vostro servizio chi non potrebbe essere utilizzato e rendetelo utile. Non sono io che vado in cerca del giovane stolto, è lui che cerca me."

 

Un giovane stolto può essere facilmente usato e strumentalizzato facendogli credere di poter essere utile. E' proprio lo stolto a porsi in una condizione in cui può essere manipolato e illuso. Un cadavere si mette volentieri al servizio di chi promette di ridargli l'anima.

 

Quindi io ero lì, in strada, ridotta ormai a un cadavere senza alcuna utilità e mi si fa credere che potevo avere ancora un certo peso negli eventi, che la mia opera era importante, persino indispensabile , che potevo tornare ad avere una dignità, un'anima…

E poi credevo che con la prossima e inevitabile morte di mia madre sarebbe svanita tutta quell'energia negativa di cui era impregnato il sistema: senza quel  gioco di ricatti e manipolazioni noi figli avremmo potuto trovare " il coraggio di volerci bene" per dare inizio a una nuova era di solidarietà, affetto, calore familiare, sostegno reciproco. Era un punto di svolta, potevamo essere liberi di costruire la vita basandoci su nuove regole e porre rimedio agli errori commessi dagli antenati. Invece così non è stato. Quell'energia negativa non è finita con mia madre la quale evidentemente prima di morire ha fatto in tempo a clonare la sua mente in quella di mio fratello e adesso tutto continua come prima, senza alcun cambiamento. Una specie di esperimento di transumanesimo, o trascendenza, come lo chiamano, solo che quel cervello folle non è stato trasferito su un computer ma nella testa del figlio.

Inoltre, come una giovane stolta, mi sentivo ormai in una botte di ferro. E che diamine, un terzo dell'eredità mi spettava per legge, nessuno poteva negarmela, quindi potevo anche fare uno sforzo finale, almeno come formalità o per senso del dovere, per umana compassione… Non avevo affatto pensato che "avere diritto per legge" non vuol dire nulla, è pura astrazione immaginaria perché ci sono i trucchetti, gli escamotage, le manipolazioni, le menzogne, i ricatti, le minacce, la corruzione, i giochi di potere, le estorsioni , i complotti( quelli veri), le cause giudiziarie che durano decenni…

Pensate di poter ottenere giustizia in un paese come l'Italia? 'Guai a voi anime prave!' Andate a chiedere cos'è la giustizia alle vittime di Ustica o di Bologna, di Piazza Fontana, a Falcone e Borsellino…Come nel grande così nel piccolo, i soprusi colpiscono anche a  livello delle piccole meschinità della gente comune.

Se oggi potessi tornare indietro, me ne laverei le mani e rifiuterei di occuparmene. Tanto non potevano farmi niente, di certo non obbligarmi per legge , visto che ero una barbona senzatetto, depressa e autistica certificata, mentre mio fratello e mia sorella appaiono come persone perfettamente normali, con un lavoro autonomo e integrati nella società. Chissà, magari quell'inverno, con le gelate, la neve, la temperatura sottozero, poteva capitare che mi sarei ammalata e sarei morta. Loro però avrebbero sicuramente avuto per le mani una grossa patata bollente. Qualche scottatura se la sarebbero meritata. Si, vabbè poi si sarebbero vendicati e mi avrebbero escluso dall'eredità. E con ciò? Non è forse quello che comunque stanno facendo?

 

Ma come mi è stato confermato dall'esagramma n° 4, io sono ancora una giovane stolta, e accettai scelleratamente l'ingannevole accordo che prometteva di ridarmi l'anima.

 

 

TOPI, DISCARICHE E SPAZZATURA MENTALE

 

Dopo più di 25 anni tornai a vivere nella casa di mia madre, quella in cui lei aveva sempre vissuto dalla nascita. Solo una tale circostanza fu per me un'enorme sofferenza. Ero andata via con la speranza di trovare salvezza altrove ma tornavo totalmente sconfitta, sebbene pronta a fuggire di nuovo appena posiibile. Oltre a un disagio soggettivo, determinato dai traumi subiti in quel luogo, la casa di per sé, è un luogo tetro e spaventoso. Buia, umida, senza sole, stretta in uno spazio urbano angusto, costruita cent'anni prima e mai ristrutturata, neanche un'imbiancata alle pareti ormai tutte affumicate. Pareti con numerose lesioni dei vari terremoti, sinistri scricchiolii notturni, segni di rattoppi sui muri per sfondamenti dovuti alle bombe dell'ultima guerra, finestre e porte sbrindellate e marce, lungo i pavimenti numerosi ingressi per le gallerie scavate dai topi, abilissimi ingegneri.

I vecchi mobili dei nonni ormai sbriciolati dai tarli si tenevano in piedi precariamente, giganti di legno marcio pronti a crollare sotto il loro stesso peso. Ovunque c'erano mobili vecchi, rotti, scompagnati, sfasciati. Rottami, relitti abbandonati che non erano mai stati nuovi, né belli, né utili. Puzza di vecchio, di marcio, di muffa, di escrementi di topi, di topi ormai putrefatti lasciati impietosamente morire su innumerevoli tavolette di legno spalmate di colla. Puzza di topi.

Topi morti da anni di cui ormai restava solo lo scheletro perfettamente conservato. Topi vivi. Topi grossi, piccoli, neri, grigi, marroni, famiglie di topi, comunità di topi, intere generazioni di topi che scorrazzavano ovunque nonostante le numerose vittime della colla. Quando ho visto quel putiferio ho fatto una cosa indegna di me, ho messo veleno dappertutto causando un vero genocidio, quanto meno per avere un po’ di momentanea tranquillità. Crimini di guerra, crimini contro l'animalità. Per mesi ho avuto incubi su topi morenti e sofferenti, ma non avevo scelta, o io o loro.

Una casa intrisa, inzuppata, impregnata, inondata dall'odio. Un odio liquido, fluido, che ti si riversa addosso appena entri facendoti sentire pesante senza sapere il perché. Tre intere generazioni vi si erano odiate con tutta la violenza possibile: i miei nonni, i miei genitori e noi tre fratelli, senza neanche un briciolo d'affetto. Queste sono cose che lasciano un segno tangibile, persino nei muri, nei pavimenti, nelle finestre, nelle porte. Semmai qualcuno deciderà di vivere in quel luogo, dovrà abbattere tutto e ricostruire daccapo, per avere un po’ di serenità.

 

Ma l'aspetto più inquietante e, dal punto di vista pratico, in quel momento più difficile da risolvere, era l'assoluto disordine dato dall'accumulo di una quantità inimmaginabile di roba vecchia e inutile. Ebbene, tra i tanti disturbi di cui mia madre era affetta, c'era anche la cosiddetta "sindrome dell'accumulo", cioè quando le persone si riempiono la casa di roba vecchia fino al punto di non poterci nemmeno entrare. Se fate un'apposita ricerca su internet troverete delle foto di esempio talmente surreali da sembrare finte e preparate ad arte. In realtà  già quando abitavo  ancora con lei, aveva manifestato questa tendenza tanto che spesso si litigava perché la invitavo invano all'ordine e alla pulizia. Ma negli ultimi anni, da quando viveva ormai da sola e senza alcun controllo, il quadro clinico era peggiorato al limite del ricovero. Il problema era che in quell' immondezzaio non si riusciva nemmeno a trovare una stanza decente in cui sistemarla, e non si poteva neanche far passare la barella nel corridoio dal momento che non c'era spazio per farlo. Così, appena rimesso piede in casa ho dovuto lavorare ininterrottamente due intere giornate per consentire "tecnicamente" il ritorno a casa di mia madre. Intanto mio fratello se l'era già data a gambe con la scusa che gli scadeva la licenza del lavoro e mia sorella non si è proprio vista. Ho continuato lo sgombero e la pulizia nei tre mesi successivi, sempre da sola, preparando enormi sacchi neri da smaltire un po’ alla volta nell'indifferenziata. Se volessi cimentarmi nell'elenco delle cose incredibili che ho tirato fuori riempirei sicuramente tre pagine, ma sappiate almeno che le stanze ricolme fino al soffitto avevano tutto l'aspetto di una discarica.

 

Perché una persona decide di vivere in una discarica e si incazza come un canguro se cercate di fare un po’ di pulizia?

A cosa servono le discariche? Vabbè, oltre che a spostare il problema della spazzatura da una parte all'altra, io credo possano servire a nascondere cose che non devono essere più ritrovate. Ad esempio l'arma di un delitto, una pistola, un coltello, prove scottanti, persino cadaveri, rifiuti tossici o radioattivi che non si ha voglia di smaltire, roba pericolosa insomma. Così, anche nella nostra mente ci sono talvolta cose che non si vogliono vedere, prove e testimonianze di una realtà dolorosa, forse del passato o del presente, magari anche indizi o presagi di un futuro avverso, e allora può essere conveniente nascondere tutto sotto un'enorme cumulo di spazzatura. Spazzatura mentale che poi diventa spazzatura reale, visto che il mondo è una proiezione di ciò che pensiamo.

 

CON GRANDE FATICA COMINCIO IL MIO LAVORO DI ASSISTENZA

 

Dopo l'ictus mia madre non aveva avuto nessuna paralisi, o danni funzionali, riconosceva e ricordava,  sebbene facesse molta confusione tra gli eventi. L'aspetto più evidente del danno cerebrale era la perdita di ogni controllo e una rabbia totale espressa in ogni modo possibile e immaginabile. Cioè, i suoi disturbi mentali, di cui ho parlato nella parte precedente della narrazione, consistevano soprattutto in paranoia, idee deliranti, talvolta allucinazioni, rabbia e aggressività, desiderio di vendetta e comportamenti istrionici ed esagerati che però lei riusciva nella maggior parte dei casi a controllare e a non esprimere apertamente. Benché provasse fortissime emozioni, le dissimulava attuando i suoi piani di vendetta sommessamente, mediante abili menzogne e manipolazioni. Insomma aveva imparato a controllarsi  a non esternare apertamente i suoi pensieri ( quanto meno bizzarri) e i suoi sentimenti più sgradevoli. A quel punto però aveva del tutto perso la capacità di gestirsi e la sua patologia si rivelava ormai in tutta la sua gravità.

Gridava in continuazione, e quando si stancava con la voce, prendeva un bicchiere o qualsiasi oggetto sul comodino e lo sbatteva sul bordo del letto per essere il più rumorosa possibile. Si agitava e reagiva aggressivamente quando bisognava cambiarla e lavarla, si toglieva le coperte di dosso, malediceva tutti augurando ogni sorta di disgrazie, aveva terribili allucinazioni popolate di mostri e demoni, si lamentava di tremendi complotti orditi alle sua spalle e invocava la polizia. Nel reparto dell'ospedale era diventata l'incubo di tutti gli infermieri, dei medici e degli altri pazienti che di notte venivano svegliati dalle sue urla. Finiti i necessari tempi tecnici di degenza, fu rispedita a casa con grande sollievo e toccò a me fare i conti con la sua follia. Qualsiasi calmante o psicofarmaco, somministrato nei limiti consentiti dalle sue condizioni, aveva solo lievi ed effimeri effetti. Ogni giorno c'era almeno una crisi di urla ed agitazione. Si strappava le flebo, sputava le medicine, rifiutava la pastina col formaggino o qualsiasi altra cosa si cercasse di farle mangiare, tranne i crocchè di patate e le crostatine con la marmellata. Per lavarla dovevo farmi aiutare da altre due persone che la tenevano ferma, chiedeva sempre di chiamare la polizia per denunciare il complotto che mi vedeva protagonista, perché secondo lei io approfittavo della sua malattia per guadagnare bei soldi. Dunque, i fatti erano che mi ero messa d’accordo con l'ospedale e loro mi pagavano un tot per ogni flebo che riuscivo a farle fare, o per ogni piatto di pastina che mangiava, o per le medicine che ingoiava,  quindi rifiutando tutto ciò mi faceva un dispetto e impediva che mi arricchissi sfruttandola.

 

In realtà, da quando aveva riaperto gli occhi dopo il coma aveva capito benissimo che le restava poco da vivere e che, soprattutto, aveva perso ogni autonomia e doveva essere assistita. Questo per lei era intollerabile. Aveva sempre voluto comandare, ordinare ed essere servita, imporre la sua volontà tramite denaro o ricatti o minacce, ma a quel punto non poteva decidere niente e le toccava subire il volere altrui. E cosa più terribile di tutte, ero io, la sua peggiore nemica ad avere il potere su di lei, a decidere della sua vita, una condizione davvero inaccettabile. Ma i suoi figli prediletti dov'erano finiti? Se l'erano furbescamente squagliata, e avevano messo me, a pulire letteralmente la merda, quella dei topi soprattutto, oltre che quella umana.

Inoltre, stava per morire e lo sapeva. E anche questo per lei era intollerabile. Nel suo delirio di onnipotenza l'idea della morte non l'aveva mai neppure sfiorata. Gli altri sarebbero morti, non lei, semplicemente non era possibile.  Invece eccola lì, depositata in un letto come un pacco smarrito e non reclamato da nessuno, alla mercé di tutti e soprattutto nelle mani di quella figlia che tanto odiava, per quanto fossero ormai le uniche mani ad avere cura di lei. Nei tre mesi che durò ancora la sua vita mi ha detto tutte le cose peggiori che si possano dire ad una figlia, la più terribile delle quali è stata informarmi che se avesse saputo che sarei nata io, fatta così com'ero fatta , con quell'aspetto e quella mente e quella vita, avrebbe preferito abortire piuttosto che farmi nascere.

Io stavo zitta e sopportavo. Sopportavo condizioni che non avrei mai pensato di poter sopportare. Con quella madre, in quella casa, con quella vita.

L'affitto che l'inquilino pagava di persona ci consentiva di tirare a campare, e dovevamo mangiarci io e lei, nonché procurare traverse, pannoloni, guanti, spugnette, infermieri ed aiutanti vari, medicine d ogni sorta. Credo di avercela fatta solo perché, mentre ripulivo la discarica, ho trovato in casa un mazzetto di banconote di circa 2000 euro, probabilmente messe da parte per pagare le tasse. In quel momento le tasse potevano attendere, meglio comprarci la pastina e i formaggini.

Una mattina di metà marzo, quando sono andata a svegliarla per la solita routine della colazione e cambio pannolone, l'ho trovata morta. Fredda, stecchita, già semirigida. Meglio che sia successo quando era da sola. Evitava a me l'imbarazzo dell'assoluta incapacità di accompagnare qualcuno alla morte, e a lei la sofferenza di vedere come ultima persona la sua tanto odiata nemica.

Sorvolerò su sentimenti e sensazioni che ne seguirono lasciando a ciascuno le sue deduzioni, nonché su uno strano sogno fatto nei giorni seguenti, rivelatosi poi premonitore.

E' comunque degno di nota il fatto che il suo figliolo preferito sia venuto in città solo per poche ore in fretta e furia giusto per accompagnarla al cimitero, avvallando le solite scuse. Quel giorno, prima che ripartisse, notai che si aggirava per casa con uno strano atteggiamento, guardando interessato le stanze e i vari ambienti, come se li stesse soppesando e valutando. Tanto strano e tanto inquietante che a un certo punto gli chiesi: "ma…che c'è? "Distrattamente rispose: "niente…niente…"

 

Nei mesi successivi continuai ad abitare nella casa materna con l'intento però di andarmene il più presto possibile, giusto il tempo di definire la questione ereditaria e avere la mia indipendenza economica. Mi diedi parecchio da fare, per sistemare tutte le faccende burocratiche e mettere ordine nell'assoluto caos amministrativo lasciato da mia madre. Tutto fatto con enorme sofferenza sia per la mia condizione autistica e depressiva, sia perché ero ormai molto ma molto molto provata dagli eventi pazzeschi verificatisi nell'ultimo anno. Non potevo ancora permettermi un pò di meritato riposo, occorreva fare un ultimo sforzo perché sapevo che se non mi muovevo io nessuno avrebbe fatto niente. La mia idea di divisione ereditaria partiva dall'innegabile evidenza che, essendo l'unica figlia a non avere un reddito, nonché  gravata da notevoli difficoltà sociali ed emotive, sarebbe stato giusto assegnarmi il negozio con relativa rendita dell'inquilino in modo da poter dare garanzia per affittare una casa e vivere dignitosamente. Certo non avrei potuto permettermi viaggi, ristorante o vacanze, ma queste cose non mi hanno mai interessato e potevo benissimo farne a meno .Mia sorella avrebbe avuto, come lei stessa aveva richiesto, la vecchia casa di mia madre con annesso giardino interno. Non aveva alcun interesse a prendere la rendita del negozio, le bastava quanto guadagnava col suo lavoro. In effetti, per quanto cadesse ormai a pezzi, la casa vantava un'estensione di circa 200 mq, 10 stanze, tre bagni (ormai non più utilizzabili ) due cucine, un giardino di 150 mq. Mio fratello avrebbe avuto quello che restava dei ruderi circostanti, ovvero dei locali totalmente da ricostruire di circa 300mq. Tutta roba vecchia si capisce, che però aveva il pregio e l'handicap di trovarsi in pieno centro, ovvero per via dei vincoli urbanistici non è che ci si può costruire un palazzo di sei piani, ma con un po’ di pazienza, potendo aspettare…si sa come vanno queste cose… un costruttore spregiudicato con belle conoscenze e bustarelle facili poteva fare lavori  interessanti e mio fratello quanto bastava per comprarsi una casa per conto suo l'avrebbe certamente ricavato. Ovviamente sto parlando della situazione relativa all'anno 2019, prima che iniziasse tutta la storia della pandemia, mentre ora, con il mercato immobiliare crollato, c'è ben poco da ricavarci.

 

Gli proposi dunque la mia ipotesi di divisione che sembrava tutelare gli interessi di tutti e lui sembrava vagamente favorevole, cioè, non si oppose ma non dava neanche segni di entusiasmo. Durante l'estate gli dissi che per avviare le pratiche della successione era necessaria la sua presenza in città, diciamo almeno in due o tre occasioni e quindi doveva organizzare qualche viaggio. Mi rispose in modo strano, molto sfuggente tuttavia non mi disse di no. Cominciarono a susseguirsi telefonate in cui io insistevo perché mi comunicasse una finestra di disponibilità per poter prendere appuntamento con il notaio, la banca ecc., e allora lui mi rispose che non era il momento, aveva da fare, aveva problemi, non stava bene e altri simili pretesti.

 ...continua...

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Cosa succede ai cuori infranti?parte 1

Cosa succede ai cuori infranti?  parte 1

 

Diario semiserio e tragicomico di un'anima persa e non più (o non ancora) ritrovata.

 

"What becomes of the broken hearted?" è il nome di un brutto film realizzato come sequel di un altro film, al contrario bellissimo, intitolato "Una volta erano guerrieri" ('Once were warriors').  "Cosa succede ai cuori infranti?" comunque suona bene e così ho deciso di riprenderlo come titolo del mio sequel a "Il coraggio di volersi bene", e spero non sia pessimo come l'omonima opera cinematografica. La suggestione della frase sta nel fatto che generalmente delle persone col cuore infranto a un certo punto non se ne sa più nulla. Forse perché nessuno le cerca. Forse basterebbe andarle a cercare per saperne qualcosa. D'altra parte è anche possibile che andare a cercarle non interessa a nessuno.

 

Ora, devo ammettere di avere una certa riluttanza nel continuare a raccontare di questa storia, ovvero la mia storia.

Un po’ perché mi è venuto meno l'entusiasmo, la capacità pratica, la pazienza di mettermi a scrivere …e cose simili, ma soprattutto perché mi sembrerebbe di ripetere cose già dette. Nel senso che la narrazione continuerebbe a svolgersi in un ulteriore elenco di disgrazie nelle quali io interpreto il ruolo della vittima incapace di tirarsi fuori dai guai. Bisognerebbe a questo punto chiedersi il perché, cercare una spiegazione.

Io ancora non l'ho trovata. Ho considerato tra le varie possibilità il karma personale e familiare, la sindrome degli antenati e le costellazioni familiari, il destino che l'anima stessa si sceglie prima di nascere per evolversi, mettersi alla prova, acquisire maggiore consapevolezza… ma finora non sono convinta di nulla e sto ancora brancolando nel buio .

Un dato di fatto innegabile è che tutte le mie vicende si svolgono nell'ambito di una sorta di prigionia familiare da cui non riesco ad uscire e tutto il resto del mondo sembra avere un peso minimo, o addirittura nullo, nel susseguirsi dei vari episodi.

Comunque, se a qualcuno può interessare, magari per pura curiosità, conoscere gli sviluppi degli ultimi 3 /4 anni, proverò a continuare il racconto finché ci riesco e senza fare troppo sul serio,  quindi prendetelo un po’ così come mi viene. 

 

   

 

LA DOMANDA FONDAMENTALE

 

Nella primavera 2017  i soldi che avevo da parte per vivere stavano dunque finendo, e sapevo dall'esperienza passata che, come non ero mai riuscita a trovare un lavoro fino allora, mai ci sarei riuscita in futuro.

Non ricordo a quel punto se avevo già capito di essere un Asperger, ma con tutti i miei fallimenti la situazione mi era comunque fin troppo chiara.

Completamente isolata dal consorzio umano e non avendo praticamente più contatti con chicchessia, poteva benissimo capitare che sarei morta di fame e nessuno se ne sarebbe accorto. Tuttavia capii ben presto che non era certo una morte facile e peraltro niente affatto indolore. Se non insorgono complicazioni o infezioni di sorta si può restare vivi dall'ultimo pasto anche per uno o due mesi. Gli organi interni cominciano a danneggiarsi, l'intestino, lo stomaco, i reni, il fegato, lavorano sempre di meno e un po’ alla volta l'organismo si ammala di una lenta e dolorosa agonia. Non ce l'avrei fatta a sopportarlo, occorreva farsi coraggio e trovare una via d'uscita rapida e  meno straziante.

Come si fa a morire in modo non cruento, indolore e rapido? Dopotutto per causare la morte di un organismo sano bisogna in qualche modo creargli un danno grave e irreparabile, su questo non c'è dubbio.

Dopo essermi tanto scervellata optai infine per un metodo di cui avevo sentito essere stato usato anche da persone illustri e famose, ovvero il soffocamento con un sacchetto di plastica. Tuttavia, non crediate  sia una morte indolore, niente affatto. Magari non cruenta, non violenta, ma non indolore. Avevo fatto innumerevoli prove con un grande sacco trasparente, gonfiato d'aria e fissato al collo con un elastico. Mi aspettavo a un certo punto di svenire, invece non succedeva e il senso di soffocamento era insopportabile. Pensavo: non ce la farò mai. Eppure sapevo di non avere alcuna speranza e la morte sarebbe arrivata comunque, anche in modo peggiore, quindi si trattava di essere forti e risoluti, e che diamine, mica potevo aspettarmi che venisse la fata turchina a salvarmi con la bacchetta magica! Tanto più che, volenti o nolenti prima o poi dobbiamo morire tutti perciò era inutile piagnucolare e lamentare pietà per un destino avverso.

 

Così, era una sera di maggio serena e tiepida, con un bel tramonto limpido, quando il cielo si stratifica in bande colorate con un rosso intenso lungo l'orizzonte e, salendo verso l'alto, una successiva striscia arancio che sfuma in verde pallido per poi tingersi di un azzurro sempre più intenso.

Una sera tranquilla e silenziosa, delicata e gentile, che ritenni perfetta per accompagnarmi nel passaggio all'altra dimensione. Mandai giù tutto d'un fiato un bicchierone amarissimo dove avevo mischiato mezza boccetta di lexotan e del liquore al caffè abbastanza forte. In  pochi minuti cominciai a sentirmi frastornata e dopo aver bloccato con l'elastico il sacco di plastica riempito d'aria andai a stendermi sul letto. Il trucco di stordirsi aveva funzionato bene perché non ricordo nessuna angosciante sensazione di soffocamento. Improvvisamente fui trascinata nel buio da un sonno inarrestabile e l'ultima cosa che pensai fu che stavo per avere la risposta alla DOMANDA FONDAMENTALE, quella cioè su cui gli esseri umani si rompono la testa da millenni e mai nessuno ha potuto trovare la soluzione. Qualsiasi cosa ci fosse stata dopo sarebbe andata bene, qualsiasi "spiegone finale", anche quello più assurdo, doloroso, punitivo, crudele o beffardo sarebbe stato meglio dell'ipotesi che mi spaventava di più: il nulla.

 

Il nulla. Ovvero dopo la morte si spegne tutto e si finisce in un interminabile sonno senza sogni, cosa di gran lunga peggiore di qualsiasi tortura o punizione; come dire che la vita è una fregatura totale persino quando è bella e piacevole perché poi a un certo punto semplicemente non ci sei più e non ti ricordi niente e allora tutto quello che hai fatto o che ti è successo è una beffarda presa in giro, uno scherzetto ideato da chissà chi tanto per passare il tempo e se io scopro una cosa del genere sono capace di buttare all'aria l'intero universo e far passare quel burlone per la tortura dell'appeso, carta numero 12 degli arcani maggiori dei tarocchi.

Eh già, ma cosa parlo a fare? Tanto dopo che sono morta non posso fare più niente.

Invece no, nessuna risposta, nessuno spiegone, e mi svegliai dopo un tempo indefinito ( che poi capii essere stato di circa un paio d'ore) come ci si sveglia normalmente da qualunque sonno cioè aprendo gli occhi. Con molta meraviglia notai che non avevo più, ovviamente, il sacchetto in testa, ma lo stesso giaceva a terra accanto al letto. Non ricordavo assolutamente nulla e non sapevo spiegarmi come fosse successo, ma in seguito appresi da alcune ricerche che in casi del genere, pur essendo incosciente, per un insopprimibile istinto di sopravvivenza, una persona può rimuovere in modo automatico il sacchetto per riprendere a respirare e  per prevenire "l'inconveniente" alcuni  aspiranti suicidi dopo essersi avvolti nella plastica, si legano da soli le mani dietro la schiena. Il che rende la procedura molto più complicata e difficile da attuare soprattutto quando uno deve farla stando già sul punto di svenire.

 

Dunque mi svegliai e, rendendomi conto di essere ancora nella dimensione terrena , mi arrabbiai di brutto. Ma come, non dovevo essere morta? Non mi riesce proprio di fare nulla? E adesso come risolvo la cosa? Per di più stavo molto male fisicamente, un'intossicazione acuta da alcool e farmaci non è roba da poco, c'è gente che in questi casi  ci rimette il fegato ma non pensai nemmeno per un istante di chiamare il 118 perché avrei avuto di sicuro un ricovero in psichiatria, e non c'è bisogno di raccontare cosa succede quando si ha la sventura di finire in un reparto psichiatrico. Perciò decisi che in ogni caso me la sarei cavata da sola,  mi trascinai in bagno a vomitare e tornai a letto a dormire. Del resto in quel momento la mia salute fisica era sicuramente l'ultima delle mie preoccupazioni.

 

Nei giorni seguenti ero ossessionata dal doloroso pensiero di dover ritentare, tuttavia la seconda volta mi risultava molto più difficile della prima : avevo paura di fallire ancora, e, comunque , tutta la faccenda mi aveva molto provato. Avvicinarsi alla morte è un'esperienza che bisognerebbe fare una sola volta nella vita.

Infine, se le cose erano andate così quello era senz'altro un segno che la mia ora non era ancora arrivata e in qualche modo dovevo affrontare la situazione. Per quanto consapevole dei miei limiti e dei passati fallimenti, iniziai a cercare un lavoro come badante o cameriera e, siccome non conoscevo nessuno e vivevo in isolamento totale, inondai il web con un diluvio di annunci e preparai a mano dei bigliettini che poi andai ad infilare nelle cassette della posta delle abitazioni del ceto medio- alto della città . Realizzai e distribuii personalmente ben 800 bigliettini.

 

Nonostante tutta questa pubblicità mi arrivarono appena una ventina di telefonate. Di queste solo la metà produssero un colloquio reale. Di questi colloqui solo la metà mi portarono a realizzare qualche giorno di lavoro di prova. Di questi giorni di prova nessuno mi fu confermato a lungo termine.

La causa?

Punto primo: sono un'Asperger. Pertanto ho difficoltà nel parlare e comunicare con la gente, e, nonostante tutta mia intelligenza e la mia cultura, in qualche modo inspiegabile ma che puntualmente non manca di verificarsi, dò l'impressione di essere una cretina o comunque una persona strana,  non meritevole di fiducia.

Punto secondo: nelle faccende della vita quotidiana sono estremamente lenta e mi stanco molto facilmente. Questi sintomi ce li ho da quando sono iniziati i miei problemi psicologici e ancora non ho capito se dipendono dall'autismo, dalla depressione, o chissà da quale altra causa. Anche in quello che faccio per me stessa sono estremamente lenta, mi stanco persino per uscire a fare la spesa al supermercato sotto casa. Pertanto, quando andavo a lavorare da quelle signore che mi concedevano una prova, loro mi dicevano di fare cinque servizi  in una mattinata e io a malapena ne concludevo due, eppure mica mi sdraiavo sul divano a guardare le mosche. Io effettivamente lavoravo come tutte le altre cameriere (almeno credo), però ci mettevo il doppio del tempo, e non per pigrizia, è solo che sono fatta così. Ovviamente non potevo spiegare a degli estranei i miei problemi così su due piedi, e del resto neanche gliene sarebbe importato un accidente, di conseguenza venivo subito licenziata in malo modo e qualcuna di loro, essendosi indispettita, non mi ha nemmeno pagato il giorno di prova. Del mio ancor più clamoroso fallimento nelle prove come badante ( un lavoro effettivamente molto facile da trovare) è meglio sorvolare, sarebbe troppo umiliante.  

In quel periodo iniziai i miei digiuni per mancanza di soldi. A volte non mangiavo nulla per 3/5 giorni di seguito, con un record di 10 giorni. Stranamente non ho mai avuto svenimenti o malesseri di sorta e, se non altro , potevo vantare una linea invidiabile.

 Gentili lettrici che lottate invano con la bilancia, sto per rivelarvi il segreto su come dimagrire in modo infallibile, senza faticare e senza spendere una fortuna.

Il miglior metodo per perdere peso è… ta-da! …non avere abbastanza soldi per comprarsi da mangiare.

Funziona innegabilmente, indubitabilmente, sicuramente, favolosamente, stupendamente. Potete credermi. Garantito al 100%.

In verità ho anche provato ad andare a mangiare alla Caritas, ma spesso quello che passava il convento non era per me commestibile, in quanto a causa di numerosi problemi ai denti e alla mandibola, ho molte difficoltà a masticare il cibo normalmente usato da chi tali problemi non ce li ha. Per di più spesso non avevo soldi per pagare la benzina per andarci, alla Caritas, e magari anche l'assicurazione dell'auto era  scaduta.

 

Cominciai a cavarmela male pure con le bollette. La prima cosa che ho perso è stato il collegamento ad internet, poi è stata la volta del gas, ma sono riuscita a conservare acqua e luce fino allo sfratto . Già, lo sfratto.

 

Ad agosto arrivò la lettera di morosità per l'affitto. Cercai di guadagnare qualche mese ma a dicembre dovetti lasciare la casa. Per evitare strascichi giudiziari irrisolvibili, concordai col proprietario che gli avrei lasciato tutto l'arredamento per compensare le spese legali e gli affitti arretrati. Quando venne in casa per la consegna delle chiavi lo vidi leccarsi i baffi per la contentezza. Cioè…mi aveva consegnato un appartamento vuoto e dopo due anni se lo ritrovava totalmente arredato, con mobili praticamente nuovi e di ottimo gusto, elettrodomestici, decorazioni varie alle pareti, specchi, tende, materassi, accessori, biancheria da letto e da bagno, soprammobili, zanzariere, stoviglie, persino le piante sui balconi…

Il valore di quello che gli lasciavo sopravanzava di gran lunga i miei debiti, ma io tutta quella roba dove me la portavo? Dove la mettevo?

Tenni con me un po’ di vestiti, scarpe,biancheria, tre o quattro libri, il pc, un pupazzetto di pelouche "gatto tigrato", due sfere di vetro fermacarte di quelle con le bolle dentro, accessori per toilette personale, pettine, mollette per capelli e altre piccole cose così, tutto quello che riuscivo a far entrare nella mia macchinina kia picanto.

E la mia "famiglia" dov'era? Se avete letto la prima parte della storia sapete che non avevo più contatti da tempo né con mia sorella né con mio fratello che, anzi, con tutto quello che mi aveva fatto…

Non avrei voluto dire nulla nemmeno a mia madre, ma in un certo senso, data la gravità del caso, mi sentii in dovere di farlo. Com'era prevedibile rifiutò categoricamente di aiutarmi ad evitare lo sfratto, mi riempì di improperi voltandomi le spalle e si rifugiò nel suo solito delirio paranoico.

Vabbè, io il mio dovere di figlia l'avevo fatto e l'avevo informata, poi se succedeva qualcosa di peggio erano cazzi suoi. O piuttosto nemmeno, in quanto uno dei magnifici effetti del delirio è quello di proteggere il soggetto da qualsiasi senso di colpa o empatia nei confronti degli altri. Mica male 'sto delirio paranoico, eh! Proprio una bella soluzione per infischiarsene di tutto e di tutti.

 

 

 UNA ROVINOSA CONVIVENZA

 

Nel frattempo era accaduto un piccolo miracolo, cioè avevo inaspettatamente trovato un tipo di lavoro che forse sarei riuscita a sostenere più a lungo di due o tre giorni. Mi fu proposto di assistere nello studio una ragazza che iniziava il primo anno di università in scienze delle comunicazione e in pratica si trattava di studiare con lei per tre ore al giorno aiutandola a capire i libri di testo e soprattutto  sorvegliare che non si distraesse mettendosi a cazzeggiare col cellulare. Mi davano 300 euro al mese.

Riuscii a prendere una stanza in affitto, in condivisione con delle studentesse. Era l'unica alternativa a finire in strada ma conoscevo per esperienza le difficoltà a cui andavo incontro. In passato, quando ancora pensavo di poter seguire gli studi universitari, avevo fatto lo stesso tentativo trasferendomi in un'altra città, tentativo poi fallito rovinosamente per motivi rimasti a quel tempo inspiegabili. Ora so che le difficoltà che trovo in qualsiasi tipo di convivenza fanno parte del mio repertorio di disturbi autistici. Detto in poche parole io ho bisogno di stare da sola con me stessa nel silenzio più assoluto, sono infastidita da qualsiasi rumore che possa esserci in una casa, anche per esempio da un ventilatore, dal ronzio del neon, dal motore del  frigorifero, dal traffico che scorre sotto casa. Ancora peggio se sento voci umane, passi nel corridoio, porte che sbattono, il chiacchiericcio del televisore in sottofondo, acqua che scorre, rumori di pentole e stoviglie, squillo del cellulare, campanello della porta e del citofono. La tortura raggiunge il massimo se fisicamente incontro  gente che gira in casa, in cucina, nel corridoio, nel bagno.

 

Ho scoperto da varie ricerche fatte per conto mio che si tratta di un problema essenzialmente neurologico. Alla nascita e nei primi mesi di vita tutti gli esseri umani presentano un eccesso di collegamenti neurali che normalmente vengono "potati", cioè riassorbiti nel corso del tempo. Per cause genetiche e ambientali negli autistici questo non accade, quindi noi siamo costantemente inondati da informazioni sensoriali pressoché inutili che causano però un sovraccarico mentale difficile da sopportare, a volte definibile come un vero e proprio dolore fisico. Nel mondo c'è troppa luce, troppi suoni, troppo caldo, troppo freddo, troppe parole, troppo vento, troppe nuvole, troppo sole, troppe automobili, troppo traffico, troppe strade, troppi palazzi, troppe case, troppe persone, troppi negozi, troppi prodotti nello scaffale del supermercato…l'intera vita sembra un eccesso di cose, situazioni, circostanze, ambienti comunque artificiali e innaturali che non rientrano nei consueti schemi mentali con cui gli umani si sono evoluti e richiedono di continuo di essere interpretati e catalogati.

 

Per un po’ ci si può sforzare di tollerarlo ma se diventa la normale quotidianità, si finisce con lo "sbroccare", ovvero avere delle crisi nervose che possono manifestarsi nei modi più disparati.

L'unica soluzione per avere un po’ di pace è ridurre il più possibile tutte le stimolazioni e vivere in un minimalismo sociale e ambientale che assomiglia a un eremitaggio.

…con tutti gli inevitabili svantaggi che la cosa comporta…

Perciò, non avendo altra scelta, dovetti adattarmi alla situazione, sperando di sopportare finché potevo.

In effetti già la frequentazione con la mia alunna mi metteva a disagio, ma almeno lì c'erano i libri e lo studio a fare da barriera nella difficile relazione personale. Invece con le ragazze che c'erano in casa non avevo scudi dietro cui difendermi e mi dimostrai subito come una persona "strana". Cercavo di evitare ogni contatto o confidenza, me ne stavo sempre chiusa in camera senza partecipare ai loro discorsi, escogitai dei trucchi e degli stratagemmi per evitare di incontrarle nel bagno o in cucina, e perciò, ad esempio, andavo a letto alle nove di sera, mi alzavo al mattino alle 5 per usare liberamente il bagno e prepararmi da mangiare, pranzavo alle 11 del mattino per stare da sola in cucina e cenavo alle 6,30 di sera per lo stesso motivo. In ogni caso vivevo costantemente col terrore della loro presenza che si manifestava se non altro con quei terribili rumori casalinghi che ho appena descritto.

Ho resistito fino al mese di giugno, poi, inevitabilmente, sono crollata. Una sofferenza mentale indescrivibile. Di nuovo fortissimi pensieri suicidari. Dovevo andarmene da lì ad ogni costo. Senza alcun preavviso diedi le dimissioni dal mio lavoro di assistente scolastica. Mi comportai malissimo, mandai appena un sms. Nella successiva telefonata che mi fece il padre della ragazza, farfugliai spiegazioni sconnesse e confuse. Mi presero per matta.

Contattai le assistenti sociali. Sebbene avessi cercato di evitarlo il più possibile e di cavarmela da sola (cosa peraltro impossibile) mi decisi a chiedere il mantenimento con mezzi giuridici, tanto più che nel frattempo mi ero sottoposta ad altre visite psichiatriche e neurologiche ottenendo il riconoscimento della diagnosi di autismo e una percentuale di invalidità del 46% per motivi psicologici. Le signorine assegnate al mio caso presero però la cosa molto sottogamba, concedendomi rari colloqui di due, dico due, minuti ciascuno e considerando la vicenda come un banale litigio tra madre e figlia. Piuttosto che procedere con una richiesta al giudice, mi consigliarono di riconciliarmi con lei, e magari adattarmi alle circostanze tornando a vivere nella casa materna, sebbene io gridassi a gran voce che andarmene da quella casa 25 anni prima era stata l'unica cosa a permettermi di essere ancora in vita, 25 anni dopo.

Siccome in quel periodo lo stato aveva stanziato un contributo di 200 euro al mese per sei mesi alle persone indigenti, inoltrarono la richiesta per farmelo avere, e questo è tutto ciò che fecero.

 

A fine estate dell'anno 2018 iniziò dunque la mia avventura di vita da barbona e la mia nuova casa fu una piccola utilitaria rossa, vecchia ormai di 15 anni, parcheggiata in un largo stradone periferico accanto all'ospedale principale della mia città, posto scelto per poter almeno avere un bagno pubblico nelle vicinanze.

Dalla casa condivisa scappai via letteralmente di nascosto, senza dire nulla alle mie coinquiline. In un giorno che non c'era nessuno portai con me ancora una volta quelle solite poche cose  e mi dileguai nel nulla misteriosamente, lasciando sul tavolo di cucina giusto le chiavi e un po’ di soldi per le ultime bollette. Nessun biglietto, nessun messaggio. Immagino comunque non abbia sorpreso più di tanto quella strana scomparsa. Da una matta come me una cosa del genere ce la si poteva aspettare.

 

Ora, potrei scrivere un lungo, davvero lunghissimo capitolo sulla mia esperienza da barbona, potrei anche ricavarne un intero libro a parte, e in realtà mi risulta che un certo scrittore abbia fatto volontariamente quest'esperimento per poterci poi scrivere sopra un libro, appunto. Metodo tra l'altro non valido perché quando sai di avere una casa e una vita normale a cui tornerai con certezza, la prospettiva con cui vivi l'esperienza cambia parecchio.  E secondo me equivale a barare.

Dunque potrei scriverne, ma non lo farò, l'idea non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello. Non voglio ricordare quel periodo ancora e ancora e ancora una volta nella mia mente. Ricordare fa in modo di  rivivere e a rafforzare tutti i circuiti neuronali connessi al ricordo rendendolo sempre più forte, e io al contrario voglio sbiadirlo, sfumarlo, renderlo estraneo ed evanescente. Tanto più che nell'insieme totale delle vicende della mia vita, credo non possa togliere né aggiungere niente.

Dirò soltanto che ho avuto manifestazioni di solidarietà e vicinanza da persone totalmente estranee, come pure esternazioni di inammissibile intolleranza( un tizio che abitava nel quartiere voleva chiamare la polizia e farmi mandare via in quanto persona "pericolosa"?!?). Qualcuno  appartenente a un mio lontano passato e allertato tramite complicati passaggi è venuto un giorno  a promettere aiuti di ogni sorta, per poi lavarsene le mani e sparire così com'era improvvisamente riapparso. Attenzione: aiutare una persona in gravi difficoltà come ero io non è uno scherzo, quindi pensateci bene prima di farvi prendere da improbabili attacchi di santità promettendo miracoli e invece darsela a gambe in fretta e furia una volta rinsaviti. E' proprio una gran brutta azione da fare e non è lecito dare illusioni a chi sta così male. Piuttosto tirate dritto per la vostra strada e fate finta di non sapere, non sentire, non vedere.

 

Circa a metà novembre le assistenti sociali si erano infine decise ad avviare un procedimento giuridico contro mia madre e andarono a casa sua a parlarle personalmente per un ultimo tentativo pacifico di convincerla ad aiutarmi. La stessa cosa fece qualche giorno dopo un padre cappuccino che, andando giornalmente dal convento all'ospedale e avendo notato la mia presenza, si era interessato alla vicenda.

Io non le avevo detto niente della condizione in cui mi ero venuta a trovare; del resto l'avevo avvertita per tempo del pericolo dello sfratto ma lei non aveva dato alcun peso alle mie parole accusandomi di mentire per ottenere soldi indebitamente. Dopodiché non c'era stato più alcun contatto tra noi. Dunque quelle visite la misero al corrente della situazione e, in entrambi i casi, dichiarò pubblicamente di essere molto dispiaciuta della cosa, tuttavia non aveva alcuna intenzione di passarmi alcun mantenimento, da lei ritenuto un capriccio infondato e inaccettabile. Piuttosto, mi offriva gentilmente di tornare a vivere con lei.

Il che equivaleva a proporre ad un ebreo fuggito da un campo di concentramento di tornare nel medesimo luogo di tortura, per subire le stesse angherie dallo stesso aguzzino. Risposi quindi alle assistenti che ormai bisognava procedere anche se poi l'azione legale non venne mai attuata a causa dei successivi, imprevedibili, eventi.

 

 

DIVENTO UNA DELINQUENTE E ORGANIZZO COMPLOTTI

 

Poco dopo quelle visite si verificarono invero circostanze a dir poco surreali.

Una notte stavo dormendo tutta rattrappita sul sedile posteriore dell'auto, al freddo, al buio e nel silenzio spettrale di una strada ormai già deserta quando, del tutto a sorpresa, mia madre mi chiama al cellulare. Era infuriata e strillava come una pazza, non aveva affatto creduto a quanto detto da quelle persone, pensava piuttosto che avessi organizzato un complotto ai suoi danni e le avessi mandato a casa dei miei complici, cioè delle persone "travestite" da prete e assistenti sociali che erano andate a ricattarla per estorcerle dei soldi. Era tutta una truffa che io avevo ideato per derubarla e minacciava di chiamare i carabinieri per denunciare quella masnada di malfattori e soprattutto il "finto" prete, ovvero il personaggio più irritante di tutto il teatrino, e anzi li avrebbe subito allertati di mettersi a cercarmi per arrestarmi immediatamente vista la gravità del mio ricatto.

Mi chiesi se ero sveglia o se stavo ancora dormendo. In simili frangenti c'è davvero da dubitare di trovarsi ancora sul piano della realtà o di essere magari finiti misteriosamente in un'altra dimensione dove dominano le fantasie più bizzarre. Dopo lo shock iniziale riuscii a recuperare il sangue freddo e le dissi in modo assolutamente distaccato, automatico, robotico e controllato pressappoco queste parole: 'tu invece non farai proprio niente perché io ora vado alla stazione e prendo il primo treno per chissà dove, spengo il telefono e non mi troverai mai più, non saprai più niente di me e se chiami la polizia ti prenderanno per matta perché verrà fuori la verità e finirai i tuoi giorni chiusa in un manicomio quindi pensaci bene prima di fare fesserie e vedi che ti conviene stare zitta e fare il tuo dovere, cosa che non hai mai fatto in vita tua, perché sarò io a denunciare  il male che mi stai facendo'.

Come in altre circostanze in cui veniva messa alle strette, mia madre si era puntualmente rifugiata nel delirio. Tutta quella storia del complotto, del complice travestito da prete, le finte assistenti sociali, l'estorsione ecc. era l'ultimo epilogo di avvenimenti antecedenti persino alla mia nascita.

 

Figlia indesiderata dai suoi genitori, continuamente rimproverata, umiliata, trascurata, sottoposta a tirannico controllo per tutta la vita, aveva fatto la "pensata geniale" di risolvere le cose facendosi sposare dal primo uomo che le capitava a tiro. In teoria costui avrebbe dovuto difenderla a spada tratta da tutti i soprusi subiti nonché riempirla di quell'amore che le era tanto mancato. Ma ahimè, mio padre l'aveva sposata solo per viltà e interesse economico e ben presto cominciò a trattarla nello stesso modo. A quel punto non c'era più nessuna via d'uscita, almeno questo era quello che pensava lei, perché io, piuttosto, mi sarei consolata con un amante o quanto meno mi sarei dedicata ad interessi costruttivi, a fare qualcosa di creativo e positivo. Credo che non ci sia stata la voglia più che la possibilità di trovare delle alternative , voleva che la realtà e il mondo andasse come voleva lei , in caso contrario proteste a oltranza. Quindi si impuntava, faceva i capricci, cominciò a litigare all'infinito con quell'uomo che l'aveva tanto delusa, poi la rabbia si estese al mondo intero, che era pieno di gente cattiva, di nemici da combattere, gente che voleva il suo male e contro cui era più che lecito vendicarsi.  In seguito venne il delirio, il comportamento bizzarro e isterico, talvolta le allucinazioni. Non fu cercata nessuna cura seria, forse  nemmeno ce n'erano, e, in ogni caso curarsi significava ammettere di essere malati. Impensabile.

La mia nascita accadde in sfortunate circostanze temporali, familiari, psicologiche e io diventai il suo nemico numero uno, da combattere a oltranza, fino alla distruzione. Per portare avanti questa sua convinzione cancellava sistematicamente tutti gli indizi della realtà che negavano la stato di cose a cui voleva credere. Io non ero depressa, non ero autistica, non avevo difficoltà sociali, non avevo disturbi psicosomatici. Era tutto un bluff. Io fingevo perché ero pigra, non volevo studiare né lavorare, volevo fare la bella vita a sue spese, ero un parassita che la sfruttava, una furbetta, una ladra, una donnaccia, una perversa sotto ogni aspetto. Il male fatto persona. Dovevo essere combattuta e distrutta, e sarebbe stata pure cosa buona e giusta.

In effetti mia madre aveva saputo la realtà del mio dramma molto prima di me. Le era stato detto almeno da vent'anni che non sarei mai guarita dai miei disturbi e non sarei mai stata in grado di lavorare, ma aveva volutamente ignorato la cosa nascondendo le prove. Spesso chiedeva dei colloqui privati ai vari psicologi e psichiatri presso i quali ho cercato invano di curarmi per più di trent'anni, fingendo interesse e preoccupazione per le mie condizioni, ma invero sperando che qualcuno di loro mi dichiarasse schizofrenica acconsentendo ad un ricovero forzato. Così il fastidio di quella figlia inutile  poteva essere eliminato una volta per tutte. Ovviamente nessuno ha mai potuto fare una simile diagnosi, ma c'è stata una volta in cui fu messa nero su bianco la conclusione che io ero affetta da un disturbo schizoide di personalità che mi rendeva inabile al lavoro in quanto "totalmente incapace di sostenere qualsiasi confronto relazionale con chicchessia".  Firmato e datato anno 1998, cioè almeno vent'anni prima, quando ancora non si parlava di Asperger e disturbi dello spettro autistico.

Delusa dalla diagnosi ricevuta perché sperava qualcosa di peggio, mia madre  nascose il documento in fondo a un cassetto, pensando che quel medico si era certamente sbagliato perché secondo lei io o fingevo oppure ero da rinchiudere e non ammetteva alternative.

 

Personalmente sono stata tenuta all'oscuro di tutto, ho trovato il certificato solo dopo la sua morte, e a me  quello psichiatra non aveva mai comunicato alcuna diagnosi.  Ritengo mi sia stata fatta una cosa gravissima. Se avessi saputo della mia reale condizione non avrei continuato invano a cercare cure impossibili sprecando tempo e denaro, ma anche non mi sarei sottoposta ad inutili umiliazioni cercando un qualsiasi lavoro che ero poi incapace di sostenere.

Ma, soprattutto, mia madre aveva volutamente ignorato la realtà nascondendomi importanti informazioni circa la mia salute e non prendendo adeguati provvedimenti su quanto sarebbe successo dopo la sua morte, cioè che io sarei rimasta senza risorse per vivere. Eh già, tanto quelle risorse lei me le stava negando persino prima della morte, figuriamoci se me le lasciava per dopo.

 

Quest'episodio incredibile delle minacce e del delirio dopo la visita delle assistenti sociali non era ancora finito: qualche notte dopo ci fu la replica, con rinforzo. Nelle stesse condizioni di buio fitto, nebbia, silenzio e freddo mentre dormivo nella scatola metallica della mia auto, a tarda sera, mi chiama mio fratello, a cui evidentemente mia madre si era rivolta per avvallare i suoi vaneggiamenti.  Con un tono di voce terrificante, imperativo, pieno di rabbia e odio mi scaricò addosso un'ira feroce. " Pazza, ladra, delinquente !!! Ma che stai facendo ! Come ti permetti di minacciare e ricattare nostra madre ? Il finto prete, gli estranei che hai mandato a casa sua per derubarla ! Ti devi solamente vergognare di fare queste cose ! Sei in un giro di delinquenza, ti sei pure trovata dei complici, hai passato ogni limite, guarda che con me non la passi liscia, questa te la faccio pagare, adesso l'aiuto io mamma a difendersi da te, ti giuro che non la spunterai con i tuoi complotti e i tuoi ricatti!" . E tronca la telefonata senza darmi nemmeno il tempo di rispondere.

 

A questo punto possiamo anche comprendere che, per le cause di cui sopra, mia madre abbia completamente perduto il senso della realtà, considerandone l'età avanzata e la presenza accanto a lei di persone che l'aizzavano contro di me per prendersi quei soldi che invece dovevano essermi destinati…cioè, si può capire, comprendere, giustificare… certo non permettere e tollerare, vista la mia gravissima situazione.

Ma…che un fratello con cui ho condiviso il tempo dell'infanzia, i giochi, gli animali da compagnia, i fumetti di Topolino, le puntate di Spazio 1999, come pure la sofferenza di avere dei genitori folli e urlanti , la solitudine d'affetti, la paura dei fantasmi in una casa squallida e spettrale…un fratello che ormai è un uomo di 50 anni con una vita apparentemente normale, un lavoro, una moglie e una figlia, un uomo che ascolta un tale delirio di complotti di finti preti, di assistenti sociali con documenti falsi e ci crede al punto di ripeterlo pari pari, parola per parola…è una cosa totalmente inaccettabile.

Potevo fare solo due ipotesi, una più spaventosa dell'altra.

 

Prima teoria: mio fratello sapeva da tempo che mia madre era pazza ma la assecondava perché fingendosi suo amico poteva contare sui ricchi regalini in denaro che lei gli inviava regolarmente. In pratica anche quella volta si era fatto comprare e di certo non intendeva rinunciare alle sue entrate extra per prendere le mie difese. Seconda teoria: anche mio fratello era caduto nel delirio "Amelia pazza delinquente origine di ogni male da distruggere e combattere per sempre". E guarda caso si trattava comunque di un delirio piacevole, molto comodo e vantaggioso, che  gli consentiva di sfogare su qualcuno  frustrazione, invidia, rabbia, gelosia e averne persino dei vantaggi economici senza alcun rimorso o senso di colpa.

Ho avuto la risposta al mio dubbio alcuni mesi più tardi, quando abbiamo iniziato a litigare per l'eredità, ma in quel momento, quella sera, da sola, al buio, al freddo, senza una casa, un letto in cui dormire, esposta a ogni pericolo in una strada deserta, sentire un fratello che ti grida addosso quelle accuse assurde, con una madre totalmente pazza che rifiuta ogni aiuto, ecco, io mi sono sentita come svanire, come se mi fossi dissolta nella nebbia di novembre, come se nulla fosse mai stato reale e la Matrix universale stesse rivelando la sua natura di illusione olografica, disgregandosi in miliardi di pixel evanescenti.

E mi chiesi: " Ma allora io non sono mai esistita? E' stato tutto un sogno? Ho sognato di avere una vita e invece era tutto solo nella mia mente?".

 

...continua...

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 16

 

Il coraggio di volersi bene 16 (ultima parte)

 

 

 

 

Capitolo XLV

 

Avevo raggiunto i quarantacinque anni d’età, non avevo più una somma sufficiente a finanziare un serio progetto per mettere a posto la mia vita, mi trovavo nella depressione più nera e dopo quanto mi era successo alle gambe, mi sentivo anche in uno stato di forte fragilità fisica.  Sembrava si fosse concretizzato quel senso di inferiorità e inabilità costituzionale che mi era sempre stato attribuito in famiglia per via della mia appartenenza ad una razza inferiore, che come tale era predestinata  alla sconfitta e all’insuccesso. Io ero debole fisicamente e mentalmente, debole e incapace di fare alcunchè, non sapevo prendere le decisioni opportune per la mia esistenza e in ogni caso non sapevo realizzarle. Se provavo a muovermi e ad essere  dinamica e impegnata come tutti gli altri, cadevo in pezzi. 

Nel mondo non c'era spazio per me, non avevo diritto a vivere, ero davvero un'intrusa e tutto quanto mi era successo lo confermava senza alcun dubbio. Nessuno mi aveva amato, nessuno sentiva la mia mancanza, nessuno aveva preso a cuore le mie difficoltà e persino i miei genitori mi avevano dichiarato in modo esplicito che la mia presenza su questo pianeta poteva essere ammessa solo finchè avessi acconsentito ad essere usata come un oggetto a disposizione degli altrui desideri. Oltre a ciò non c'era nessuna possibilità di esistere.

Non potevo capacitarmi che le cose stessero così. Mi sentivo sul collo il respiro della morte e cercavo disperatamente una via d'uscita. Mi dicevo: "Non può essere così terribile, deve esserci una soluzione, non è possibile che sia tutto finito." Le mie giornate erano vuote e io non parlavo mai con nessuno, non avevo la possibilità di confidarmi o chiedere qualche consiglio. Quella terapia che avevo intrapreso con la psicologa nella città vicina era finita presto a causa della mia impossibilità a spostarmi. In quello stato di profonda disperazione ne cercai un'altra e un'altra e un'altra, imbattendomi in ciarlatani, cantastorie e imbonitori d’ogni sorta. Sognavo un rimedio magico ma forse avevo semplicemente un intenso desiderio di parlare con qualcuno ed ero anche disposta a pagare pur di averne la possibilità.

Una psicologa che veniva da Roma a fare sedute saltuarie a Zenobia, prometteva di usare l’EMDR, una favolosa tecnica di condizionamento neurologico che avrebbe dovuto modificare gli schemi mentali disfunzionali, ma a me sembrò che  la utilizzasse molto male e dava l’impressione di averla appresa seguendo un tutorial su you-tube piuttosto che con gli appositi corsi di formazione. Mi prescrisse inoltre una potentissima tecnica di visualizzazione che avrebbe dovuto risolvere tutti i miei conflitti familiari e farmi addirittura riconciliare con mia madre, e quando, dopo aver eseguito il rituale, le dissi di non aver avuto alcun risultato, si mostrò sorpresa e quasi scandalizzata: "Non è possibile, guarda che questo funziona sempre, io con altre persone ho avuto risultati strepitosi, tu sei la prima  che mi dice che non ha funzionato." Poi scuoteva la testa e diceva che era colpa mia, che non ci mettevo abbastanza impegno e buona volontà.

Un’altra psicologa mi ordinò di prendere a pugni dei cuscini che stavano nel suo studio, al fine di scaricare la rabbia che avevo per mia madre. Io mi rifiutai perché mi sembrava una cosa veramente stupida e protestai dicendo: "Ma che senso ha, io so benissimo che questi sono solo dei cuscini e picchiarli non avrà nessun effetto su mia madre e anche se avessi un modo per farla soffrire fisicamente o emotivamente non mi fa né caldo né freddo, tanto non ci guadagno niente e non è che se io la picchio per incanto mi si risolve la vita."

Anche questa tizia mi disse che non avevo buona volontà e non mi impegnavo nella terapia. Feci allora un corso di meditazione e disegno di mandala che servivano per la centratura e l’equilibrio interiore, ma lì capitò la spiacevole circostanza che non riuscivo mai a finire in tempo il mio disegno, a causa della mia solita lentezza nel fare le cose e difficoltà a concentrarmi sui compiti pratici. Purtroppo gli altri partecipanti interpretarono la mia difficoltà come pigrizia e disinteresse e questo mi fece molto male al punto che pagai il mio ingenuo e malriuscito tentativo di far accettare i miei difetti con una brutta crisi di disturbi psicosomatici. Infine mi buttai nella new age, cercai di prendere la cosa dal lato energetico-spirituale e mi sottoposi a delle sedute che avrebbero dovuto riaprire i miei chakra, che evidentemente erano molto chiusi e non lasciavano scorrere l’energia. Dopo dieci trattamenti con olii essenziali e un particolare rituale di formule magiche mi ritrovai i chakra esattamente nella stessa condizione di chiusura e, manco a dirlo, era ancora una volta colpa mia che non consentivo al trattamento di funzionare.

Spesi in quel modo un altro bel po’ di soldi e mi ritrovai, all’inizio dell’anno 2014, che sul mio conto erano rimasti solo 10.000 euro. Ero esausta e vagavo nel nulla, sapendo che ormai non c'era più nessuna ragionevole speranza di salvezza. Sentivo di essere arrivata alla fine.

Io ho sempre desiderato guarire, cambiare vita, trovare la mia strada verso un'esistenza sufficientemente normale, e credo di aver fatto del mio meglio per raggiungere il risultato. Gli ostacoli che mi sono trovata di fronte erano troppo grandi perché riuscissi a farcela con le mie sole forze e non ho mai trovato l'aiuto che cercavo e di cui avevo bisogno. Mi portavo dentro dei traumi irrisolti, le ferite delle violenze subìte in famiglia e una base di disturbo autistico che di per sé è già fortemente invalidante. Bene, sono disturbi psicologici dai quali, in teoria, con una buona terapia ne può venir fuori e infatti per tutta la vita mi sono sbattuta tra decine di psicologi cercando disperatamente chi potesse aiutarmi. Non sapevo ancora che i medici davvero capaci e competenti sono pochissimi, costano tantissimo e si trovano quasi tutti al centro-nord, quindi irraggiungibili per un paziente che vive al sud. Ma lasciamo stare gli strizzacervelli. Credo che il mio problema più drammatico fosse l'immensa solitudine in cui vivevo da sempre. Non c'era mai stata una sola persona che mi avesse davvero amato, che si fosse sinceramente preoccupata per me, che fosse attivamente intervenuta nella mia vita per aiutarmi. E io non potevo farcela da sola. Quando ho preso i soldi della vendita e mi sono trovata di fronte a tutti quei problemi io ero assolutamente sola. Se avessi avuto qualcuno con cui parlare, consigliarmi, qualcuno a cui chiedere aiuto fosse pure per farsi accompagnare alle visite e alle terapie invece di spendere un'enormità di soldi per il taxi, forse l'esito di quelle difficoltà non sarebbe stato così grave, forse sarei riuscita a trovare un modo di cavarmela, di limitare i danni, di creare delle opportunità o di individuare una via d'uscita. La peggiore delle mie disgrazie era proprio l'assoluta solitudine, che nessuna somma di denaro sarebbe mai riuscita a compensare. Era stata quella la mia condanna a morte. 

Mentre mi trovavo in quello stato di totale sconforto, all’improvviso ricevetti da mio fratello una telefonata in cui mi diceva che mia madre, come si poteva facilmente prevedere per la sua cattiva amministrazione e le sue mani bucate, era di nuovo nei guai col bilancio dei soldi e, non possedendo più case in buono stato aveva deciso di mettere in vendita una parte dei ruderi che una volta erano stati la favolosa proprietà di don Carlo. Siccome anche mio fratello, da degno figlio di sua madre, conduceva come lei una vita al di sopra del propri mezzi, e si trovava dunque ugualmente in difficoltà, si era messo in mezzo alla faccenda, convincendola a dividere il ricavato della vendita  in famiglia. Mi disse senza mezzi termini: "C’è bisogno di qualcuno che si occupi della cosa, preparare planimetrie, mettere annunci, contattare le agenzie, accompagnare per le visite e seguire tutta la parte burocratica. Se lo farai tu, la tua parte sarà di 25.000 euro."

Credetti che la vicenda potesse costituire per me una possibilità, un appiglio a cui aggrapparmi. Ancora una volta mi convinsi che se avessi avuto un po’ di soldi e di tempo per restare in vita, ci sarebbe stato spazio per quel miracolo che avevo sempre atteso invano. Era solo un'azione stupida e insensata, giunta ormai a quel punto della mia vita e in quelle condizioni, ma l'istinto di sopravvivenza finisce sempre col prevalere su ogni ragionevolezza e porta a fare le cose più inutili e patetiche.

 

Accettai dunque di occuparmene, nonostante mi trovassi in condizioni psicologiche devastanti e fu uno sforzo sovrumano  impegnarmi nella cosa, anche perché dovetti necessariamente riprendere i contatti con mia madre. Con difficoltà inenarrabili si trovò infine un compratore con il quale ci fu una lunga e snervante trattativa che per me fu una vera tortura, sempre per via dei miei problemi a relazionarmi con gli altri. Dovevo fingere sicurezza e disinvoltura quando dentro di me ero letteralmente a pezzi e tutto era ridotto in cenere. Mi facevo coraggio ripetendomi: "Devo resistere ancora un po' dopodichè potrò riposarmi, riprenderò le forze e ricomincerò a lottare per salvarmi, troverò la mia strada, sono sicura che c'è un modo per uscire da qui e stavolta ci riuscirò, potrò restare viva ancora per un paio d'anni e ancora tutto può succedere."

Quando finalmente la vendita sembrava ormai essere andata in porto, ci fu un sorprendente colpo di scena: il compratore si ritirò dall’affare perché aveva fatto dei controlli e aveva scoperto che la proprietà era sotto esproprio. Caddi completamente dalle nuvole e andai personalmente a verificare la vicenda nell’apposito ufficio del Comune perché non potevo proprio crederci. Fu precisamente allora che scoprii che i miei nonni avevano ingannato mia madre con la promessa di un’eredità che di fatto non esisteva e mia madre aveva fatto lo stesso con me. Capii finalmente come e perché c’era stata quella terribile crisi nella mia famiglia, perché mio padre era diventato nevrotico e mia madre schizofrenica e tutte le conseguenze della cosa, che fino a quel momento era stata un mistero inspiegabile. Con quarant’anni di ritardo e per via di circostanze casuali, ero dunque venuta a conoscere quelle verità che mi erano state sempre nascoste, e capii anche che l’aspetto più dannoso di tutta la vicenda, era stato proprio il fatto di averle trasformate in segreti di cui non si poteva parlare. Ma il vaso era stato rotto da troppo tempo, i frammenti erano andati perduti e non era più possibile ripararlo.

 

Era arrivata la primavera e mi restavano pochi mesi di vita. Mi comportavo come se non stesse accadendo nulla, come se la cosa non mi riguardasse neanche e sapevo che non potevo fare altrimenti.

Avevo spento ogni sentimento, ogni emozione, l'unico modo di non sentire il dolore e la disperazione era anestetizzarsi completamente. Mi resi conto che diventare un robot, un burattino, un essere meccanico senza affetti, era la sola possibilità di restare vivi quando tutto intorno a te ti porta a morire. Capivo perfettamente perché i miei genitori erano stati dei robot e perché mi avevano spinto ad esserlo. Tutti i Parisi si trasmettevano l'uno con l'altro quello che avevano appreso sull'esistenza, non disponendo di mezzi adeguati per fronteggiare le avversità se ne difendevano diventando insensibili e vivevano nel mondo per semplice forza d'inerzia.

 

Nel frattempo, dal momento che quella vendita era saltata, mio fratello aveva ideato un piano alternativo per risolvere i suoi guai, cioè decise di vendere la sua casa, che era quella in cui io abitavo come suo inquilino pagandogli l’affitto da alcuni anni. Per farlo aveva però bisogno che acconsentissi alle visite, inoltre per contratto sarei potuta restare lì altri due anni e c’era bisogno di liberarla prima, mi propose quindi che se ci fossimo accordati, lui mi avrebbe dato 40.000 euro dalla vendita, perché, visto che la casa che  aveva ricevuto in donazione valeva di più di quella che avevo avuto io, promise di rimborsarmi subito la differenza. Accettai le sue condizioni e ancora una volta cascai nell’inghippo illudendomi che mi restava qualche possibilità di cavarmela.

L'istinto di sopravvivenza porta spesso a compiere gesti patetici e ad accettare i compromessi più miserabili. A quel punto non credo che avessi ancora voglia di vivere, mi era però rimasta la paura di morire.

Dovetti quindi sopportare una lunga processione di visite e fu per me una cosa davvero logorante perché la mia casa è il mio rifugio dal mondo, il posto in cui nessuno deve entrare, l’unico luogo in cui posso essere sicura di potermi nascondere e celare agli altri la mia esistenza.

Avevo ripreso negli ultimi anni l’abitudine di stare nascosta il più possibile e di evitare qualsiasi occasione che potesse rivelare la mia presenza. Mi vergognavo troppo della mia condizione di fallimento e inferiorità e quando in qualche modo dovevo per forza uscire cercavo sempre di camuffarmi per rendermi invisibile. Non era certo una novità nella mia vita, ma era comunque una condizione molto dolorosa.

Fu perciò una situazione umiliante e frustrante ritrovarmi intorno tutte quelle persone spensierate, allegre ed entusiaste, per lo più giovani coppie che stavano per comprare una casa propria in cui vivere sereni dopo essersi sposati. Sposarsi, comprare casa, mettere su una famiglia: cose semplici, ordinarie, persino ovvie e banali, che per me erano privilegi irraggiungibili e che non sarebbero mai entrati nella mia vita. Ormai io non ci penso neanche più, ho imparato a non farmi illusioni, ma quella gente che veniva in casa sembrava sbattermi in faccia tutta la miseria della mia condizione. Era come se mi dicessero: guarda, queste sono tutte le cose che tu non potrai mai avere. Essere costretta a guardare le vite degli altri, quelle vite normali che ai miei occhi erano meravigliose e irraggiungibili, era per me una tortura insopportabile.

A metà novembre avevo completamente finito i miei soldi, mi erano rimasti solo due euro in tasca e un po’ di provviste nel frigo e nella dispensa.

Mio fratello mi telefonò dicendo che c’era un compratore ma voleva la casa libera in due mesi. Pensai che era  impossibile, non ce l’avrei mai fatta in così poco tempo e da sola a trovare una casa e organizzare il trasloco, pertanto rifiutai l’offerta.

Dissi che non m’interessavano i soldi, che potevo anche rinunciarci e gli assicurai che comunque entro poco tempo le cose si sarebbero risolte. Ero esausta e stremata, volevo solo morire in pace e serenamente nella mia casa, con le mie piante dai fiori viola sui balconi, la campagna e le colline che conoscevo a memoria, il profilo della montagna sul lato ovest, il cielo che entrava da tutte le finestre, la voce del vento che mi teneva compagnia soffiando perennemente negli infissi che non si chiudevano bene, i miei disegni alle pareti, gli appendini a forma di cuore attaccati ai lampadari di carta di riso, gli uccellini che venivano a prendere il mangime che lasciavo sul balcone, il rumore della pioggia, il silenzio assoluto che c’era di notte.

In tutti i venti anni in cui avevo vissuto lì, in quei vent'anni di vita fatti di solitudine, amarezza, umiliazioni e fallimenti, l'unico sollievo e consolazione di cui avevo potuto usufruire era stato il contatto con la natura, soprattutto con il cielo. Conoscevo il punto esatto in cui il sole sorgeva e tramontava sulla linea dell'orizzonte in qualsiasi giorno dell'anno, seguivo la vita degli alberi dei dintorni nelle varie stagioni e sapevo con precisione quando mettevano le prime gemme, quando fiorivano e quando iniziavano a perdere le foglie, restavo delle intere ore a guardare la luna distesa sul pavimento del balcone, rapita in una sorta di trance. Sempre stando distesa sul balcone, avevo l'abitudine di prendere il sole almeno un'ora al giorno tutte le volte che mi era possibile, persino in pieno inverno. Potevo stare un tempo infinito ad osservare incantata tutte le sfumature di luce e i cambiamenti di forma delle nuvole. Sembra che questi comportamenti siano tipici delle persone autistiche e degli Asperger, e per me il sole, la luna, il cielo, le stelle, le nuvole e il vento, erano degli amici reali che mi facevano compagnia e a cui volevo bene, e mi sentivo tranquilla perché con loro non avevo mai nulla da temere e nulla da nascondere. 

 

Nel giro di 15/20 giorni sarei morta di fame, la casa sarebbe stata subito libera e mio fratello avrebbe risparmiato la bellezza di 40.000 euro.

Rifiutando l’offerta gli stavo dunque facendo un favore.

Ma lui non capì. Eppure erano già un paio di mesi che non gli pagavo l’affitto e gli avevo anche detto che mi restava poco persino per mangiare, tuttavia non mi aveva creduto. Lui e mia madre si erano convinti che avessi un amante segreto che mi manteneva e con il quale in realtà sarei potuta andare a vivere in qualsiasi momento, perciò i problemi di cui parlavo non erano reali ma erano tutte balle che mi inventavo per poter spillare soldi. Non c'era nessuna speranza che solo per un attimo fossero riusciti a vedermi per quello che realmente ero, con le mie difficoltà e le mie sofferenze.

Non si sono mai fatti scrupoli a farmi del male perché pensavano: "Ma sì, in fondo quello che le facciamo è cosa da niente, se la caverà, è furba, ci sa fare, ha le sue risorse, si dovrà adattare come abbiamo fatto noi."

Mia madre si era adattata e se l’era cavata, mio fratello si era adattato e se l’era cavata, se io non ce l’avessi fatta sarebbe stata solo colpa mia, voleva dire che ero troppo debole e non ero tagliata per le difficoltà della vita. Seppure fossi morta per il male che mi avevano fatto, in fondo sarebbe stata una cosa naturale, è questo il modo in cui funziona il mondo, i deboli soccombono alle avversità e non c’è nulla di che meravigliarsi.

 

Molti anni prima mio padre aveva detto: lasciamo fare alla natura, se la bambina è forte guarirà da sola, se è debole, la natura sa cosa fare.

Ognuno è solo e ognuno deve cavarsela da sé, il male che ti fanno gli altri è in fin dei conti una prova per vedere se si è abbastanza forti da meritare di vivere, una specie di obbligatoria iniziazione per essere accettati nel consorzio umano. Quelli che non superano la prova di resistenza al male sono troppo deboli per vivere e devono essere eliminati perché rallentano l’evoluzione e il progresso dell’umanità, e non c’è neanche bisogno di ucciderli, perché basteranno poche circostanze avverse a fare pulizia del marciume. Nessuno si ferma ad aiutare chi sta male ed essere deboli, feriti o malati è la peggiore disgrazia che possa capitare perché si è di fatto condannati a morire.

Chi non sa difendersi da sé, chi non sa combattere, chi non è pronto a ferire, mentire, imbrogliare, o persino uccidere per il proprio tornaconto non ha diritto all'esistenza e merita di avere ogni sorta di disgrazia.

E così mio fratello non capì, o meglio, pensò che il male che mi faceva non era affar suo, ma si trattava appunto di semplici e normali regole sociali di competizione per la vita, tutto sommato necessarie a provare le mie capacità di adattamento.

Iniziò a minacciarmi e a ricattarmi con una ferocia crudele e disumana. Disse che mi avrebbe scatenato contro il drappello di spietati avvocati di mia madre, che sarebbe venuto di persona ad uccidermi con le sue mani, e naturalmente stava già preparando tutti i documenti e le prove per dimostrare che ero schizofrenica e farmi internare. Mi avrebbe cacciato da quella casa a qualunque costo e in qualunque modo.

Passai una settimana d’inferno. Non dormivo, non riuscivo a mangiare e quasi non riuscivo nemmeno a respirare, mi sentivo fisicamente lacerata dal dolore, lo stomaco mi faceva talmente male che mi aspettavo di sputare sangue da un momento all’altro.

Sembra incredibile, ma con tutto ciò che era successo durante decenni di vita in cui mi aveva fatto tutto il male possibile, e per quanto conoscessi alla perfezione il suo spietato cinismo, non sapevo farmi una ragione di come mi trattava.

Incurante di tutte le mie difficoltà che conosceva da tempo e fregandosene altamente di tutti i problemi che mi sarebbero cascati addosso nel dover fare, da sola e nel mio stato di disagio, un trasloco in soli due mesi, mi aveva venduta al primo compratore che si era presentato, senza scomodarsi a fare la minima contrattazione, senza sentire il dovere di prendere le mie parti e difendermi.

I soldi e il potere, erano le uniche cose che contavano nella nostra famiglia.

Immagino che abbia detto al compratore: "Non preoccupatevi, l’inquilino non darà problemi, so io cosa fare. E’ una povera pazza, è sola, non ha soldi, non ha nessuno, non può difendersi, ci penso io a sbatterla fuori subito, voi non dovrete occuparvi di niente."

Mi convinsi infine che dopotutto avevano ragione loro, avevano sempre avuto ragione loro: io ero la figlia venuta male, quella difettosa, quella ritardata, quella di qualità inferiore, e se queste cose non le avevo capite prima era appunto perché appartenevo a una razza debole e mal riuscita, come potevo dunque sperare di cavarmela nella vita?

Secondo le regole del mondo ideale, le persone della mia famiglia avrebbero dovuto volermi bene, proteggermi, aiutarmi. Ma il pianeta terra non è il mondo ideale,  nessuno può costringere qualcuno a volergli bene, né a migliorare o a vedere le cose diversamente. Le persone sono come sono e fanno quello che fanno. Punto.

Ognuno per le sue mille diverse ragioni, ognuno per i suoi mille svariati motivi, che ci resteranno per sempre incomprensibili perché non potremo mai capire cosa sente o cosa pensa l’altro. Noi possiamo solo scegliere di andarcene o di restare e io sono rimasta semplicemente perché non avevo nessun altro posto e nessun’altra persona.

 

Nella complicata equazione che ha rappresentato la mia vita, c'era un solo fattore che potevo cambiare: me stessa. Solo così avrei potuto avere un risultato diverso, ma siccome non potevo cambiare io, allora dovevo fare in modo che cambiassero loro, e non c’è niente di più sbagliato che pretendere di cambiare il mondo, se non sai cambiare nemmeno te stesso.

La mia sconfitta era così assoluta che volevo solo restarmene in pace a morire serenamente, e sapevo che quei 40.000 euro che mi erano stati promessi non mi sarebbero serviti a nulla. Nessuna cifra avrebbe potuto risolvere la mia vita, non sarei mai guarita dalle mie paure, non sarei stata capace di avere un lavoro né di fare una vita normale, per quanti soldi mi venissero dati, sarebbero comunque finiti e anche se fossero durati per sempre, non avevo interesse alcuno a continuare a vivere come un vegetale. Mi ero fatta ingannare dalla mia intelligenza, dal fatto che svolgevo bene i miei compitini scolastici e per questo credevo che prima o poi sarei guarita e avrei imparato ad essere e a comportarmi come gli altri esseri umani, ma in realtà tutte le mie capacità consistevano solo in quello: saper fare bene i compiti. Dal momento che la scuola era finita da un pezzo non mi restava nient’altro da fare nella vita.

Mi ritrovai a fare le stesse riflessioni che fa il protagonista del film Profumo nella scena finale, quando pensa a cosa fare della sua vita dopo aver creato l’essenza che aveva il potere di ridurre gli esseri umani a schiavi della sua volontà.

“C'era solo una cosa che il profumo non poteva fare: non poteva trasformarlo in una persona capace di amare e di essere amata come tutti gli altri. Perciò al diavolo, pensò Grenouille, al diavolo il mondo, il profumo, e se stesso.”

 

Ormai per me i soldi valevano quanto il magico profumo di Grenouille, assolutamente nulla cioè, e se dovevo continuare a vivere come avevo sempre vissuto, non avevo alcun interesse né a riceverli in regalo né tanto meno a darmi da fare per guadagnarli.

Volevo solo morire in pace.

Mio fratello invece andava di fretta, non avrebbe aspettato e non mi avrebbe concesso quel privilegio. Mi perseguitava ogni giorno con le sue telefonate e le sue minacce e io non volevo lasciare il mondo in quello stato di sofferenza e disperazione.

Così pensai di accettare le sue condizioni, almeno avrei avuto un po’ di tempo per calmarmi, e, soprattutto avrei potuto togliergli una somma di denaro, che a me non sarebbe di certo servita a salvarmi, ma perlomeno mi dava la magnifica possibilità di punirlo in ciò che amava di più. Se si vuole far davvero soffrire un Parisi basta togliergli del denaro o togliergli il potere di controllo su qualcuno; decisi perciò di comportarmi, almeno una volta, secondo la legge del clan. Gli sarebbe bastato essere più comprensivo ed avere rispetto per le mie difficoltà e per il mio dolore per avere in tasca 40.000 euro in più, ma un Parisi non potrebbe mai comportarsi così e lui pensava che ad agire come gli era stato insegnato c’avrebbe sempre guadagnato.

L’unica cosa che mi dispiace è che non saprà mai quanto gli è costato essere così cinico e spietato con me.

 

Inaspettatamente gli dissi che era tutto sistemato e che accettavo le sue condizioni. Non avevo alcuna garanzia che sarei davvero riuscita a fare il trasloco, ma decisi comunque di provarci, perché quell’idea di potergli togliere dei soldi cominciava davvero a piacermi.

 

  

 

Capitolo XLVI

 

                                                              "Ogni creatura sulla terra, quando muore, è sola."

                                                                                (Richard Kelly- Donnie Darko)

 

Nei mesi che seguirono affrontai tante sofferenze e difficoltà, ma in un modo o nell’altro riuscii a portar a termine l’impresa. Da quel momento i rapporti con la mia famiglia si sono definitivamente chiusi.

Mio padre me l’aveva detto tante volte: "Se non fai quello che dico io ti caccio di casa e non m’importa di quello che ti succede, puoi anche morire di fame, per me non fa differenza."

Sono sempre stata orfana e non lo capivo. E’ strano questo fatto che si capisce tutto sempre quando è troppo tardi, quando si è arrivati alla fine e non c’è più nulla da fare. Allora tutto appare chiaro in modo disarmante e si comprende che in realtà era sempre stato chiaro, ma spesso la luce dà fastidio e ci si benda gli occhi apposta per non vedere.

Si pensa sempre che le disgrazie capitano solo agli altri. Veniamo continuamente invasi da notizie tragiche che ci raccontano di quanta sofferenza c’è nel mondo: abusi, violenze, torture, schiavitù, malattie incurabili, fame, povertà… guardiamo queste cose con sufficiente distacco, tirando un sospiro di sollievo e consolandoci del fatto che per fortuna quelle disgrazie non sono capitate a noi.

Poi un giorno ti svegli e scopri che sei tu una di quelle persone con la vita distrutta, che sei proprio tu quella che gli altri guardano con compassione e sollievo perché loro sono al sicuro, così come anche tu pensavi di esserlo.

Nella casa in cui sono venuta ad abitare non ci sto bene, per tanti motivi che sarebbe inutile e ozioso elencare. Del resto, con il poco tempo che avevo a disposizione e date le particolari circostanze, è già tanto che sia riuscita a trovarla.

L’unico aspetto positivo è che si trova in una zona molto periferica e si vede un po’ di cielo e un po’ di campagna; niente a che vedere rispetto allo spettacolare panorama che c’era a casa mia, ma cerco di farmelo bastare.

Quando uno passa le sue giornate chiuso in casa, poter guardare il cielo e la campagna è l’unico lusso che ci si può permettere e cerco di trovare conforto e consolazione con quello che riesco a vedere da questa prospettiva, anche se il quadro è molto più piccolo e di starsene distesa sul balcone a guardare la luna o il sole non se ne parla nemmeno.

Dal giorno in cui mi sono trasferita qui ho dormito più che potevo. I primi mesi soprattutto, ero stanchissima per tutto lo stress che avevo dovuto sopportare e che mi aveva lasciato sfinita. I litigi con mio fratello, dover cercare casa avendo i giorni contati, l’organizzazione del trasloco, e, soprattutto, le varie circostanze che mi avevano per forza di cose portato a stare in contatto con delle persone… tutto ciò era stato uno sforzo decisamente superiore alle mie capacità e non avevo più energie neanche per stare in piedi. E poi, mi sentivo profondamente ferita, delusa, scoraggiata, sconfitta; avevo l’assoluto bisogno di poter trovare un rifugio, uno spazio completamente lontano da quelle vicende e da quei pensieri. C’è chi beve per dimenticare, io invece per dimenticare dormo. Per un po’ avevo anche ricominciato ad usare l’antidepressivo, e non so se lo facevo sperando ancora in un miracoloso effetto o proprio perché sapevo che mi avrebbe fatto dormire tanto.

La cosa bella del dormire non consiste solo nel poter dimenticare la realtà, ma nel sognare, e sognare vuol dire poter ricostruire situazioni ed eventi nel modo in cui avrebbero dovuto verificarsi, se nella mia vita non fossero intervenute tante circostanze avverse.

Nei miei sogni mi capita di avere ancora vent’anni e frequentare normalmente l’università, o di vivere in una bellissima villa, o di essere all’età attuale ma sposata e con dei figli. In quella che avrebbe dovuto essere la realtà che mi aspettavo nella vita, posso viaggiare e parlare con le persone disinvoltamente e senza alcuna paura, posso persino correre sulle mie ginocchia che non hanno più nessun problema, in una delle mie migliori visioni mi ritrovavo a New Orleans durante il carnevale, c’era una meravigliosa parata e io indossavo delle bizzarre parrucche colorate.

A volte mi ritrovo con i miei bellissimi gatti che mi hanno tenuto compagnia quando vivevo ancora dai miei: siamo tutti felici di essere di nuovo insieme e giochiamo e festeggiamo allegramente.

I miei preferiti però sono i sogni nei quali divento un eroe dei film d’azione: un soldato impegnato in una battaglia, un poliziotto che fa un rocambolesco inseguimento sui cornicioni di un palazzo, uno spietato killer della mafia in stile Leon.

Nel sogno più strepitoso di tutti ero il capo di una banda di pirati. La nostra nave era stata attaccata a sorpresa perché qualcuno ci aveva tradito. Mi gettavo in mare, venivo recuperato da un sommergibile, poi, giunto a riva, attraversavo una palude, mi toglievo la muta da sub sotto la quale indossavo un elegante smoking da sera, mi aggiustavo il papillon e una lussuosa limousine con tanto di autista in divisa veniva a prendermi per portarmi a una fantastica festa.

Ci sono anche i brutti sogni, gli incubi, e questo fa parte del gioco, così come nella vita reale capitano le giornatacce e i periodi neri.

Purtroppo arriva sempre il momento di svegliarsi, e allora scopro con rammarico che sono ancora viva e faccio ancora parte di questo mondo. Un mondo in cui non posso fare niente se non aspettare che il tempo passi e finiscano di nuovo i soldi, e non voglio fare nulla per impedirlo, non voglio correre il rischio di farmi altre illusioni. So che quando non avrò più denaro per comprarmi da mangiare dovrò morire per forza, che mi piaccia o no.

Stavolta non voglio avere alibi, né illusioni, né scappatoie, voglio volontariamente mettermi in una situazione senza rimedio che ponga fine una volta per tutte a quest'esistenza inutile e sofferta.

In tutto ciò sono tranquilla in modo pressoché spaventoso, prendo le cose con il mio solito distacco e mi sembra di stare alla finestra a guardare un incendio che accade in lontananza. Sicuramente c’è qualcuno che sta morendo in quel disastro, ma la cosa non mi riguarda e non si tratta di me.

Piuttosto, c’è una specie di sensazione di attesa e un desiderio che l’attesa finisca una volta per tutte. Ho passato l’intera vita sospesa nell’indeterminazione, nel nulla, in una paralisi infinita di un tempo ingabbiato in situazioni circolari che si somigliano e si rispecchiano tutte, perché in realtà è sempre la stessa situazione che ritorna facendomi illudere che qualcosa stia cambiando invece non cambia mai niente.

Ora io aspetto la fine dell’attesa.

 

E’ come quando ero nell’istituto delle suore e passavo del tempo interminabile desiderando qualcosa che non sarebbe mai accaduto. In realtà sarebbe bastato poco per farmi uscire dalla nebbia in cui mi ero persa: mi sarei accontentata di vedere mia madre comparire puntuale quando la suora portinaia apriva il massiccio portone di legno, e vederla prendermi per mano, sorridermi e parlarmi guardandomi con occhi vivaci e sereni, finalmente guarita da quella malattia che invece me l’ha portata via per sempre.

Voglio dimenticare l’esistenza di quel portone di legno, del mio bisogno di avere vicino una madre che non c’era, di sentire un campanello che non suonava mai, o desiderare qualcosa che non sarebbe mai arrivata.

La fine dell’attesa è l’inizio della beatitudine.

 

Quando vado sul balcone e guardo verso sud posso vedere una buona parte della città, a qualche chilometro di distanza.

Vista da qui non dà nessun segno di vita e sembra quasi disabitata. A volte me ne sto per delle ore seduta a guardarla e inizio a fantasticare di un mondo dove tutti gli uomini sono scomparsi e non c’è nessun edificio, né case, né strade, né automobili. Come se gli esseri umani non fossero mai esistiti. E immagino che spariscano anche gli animali. Perché si muovono, corrono, saltano, strillano, urlano, e soffrono e si uccidono tra loro, e odiano, e si rattristano, e sentono dolore e nostalgia proprio come gli umani.

Io invece vorrei un mondo silenzioso, fermo, immobile, senza tempo, senza dolore, senza sangue. Potrei sopportare solo la presenza delle piante, perché loro non si fanno del male, non si uccidono, non si mangiano tra loro, non soffrono, non gridano, non si muovono. Forse in qualche modo a noi sconosciuto sono anche capaci di amarsi ed essere felici. Una pianta per vivere la sua vita non deve far altro che starsene lì a godersi il sole e la pioggia e sentire la carezza del vento che scompiglia le foglie: non c’è niente da capire, niente da pensare, niente per cui preoccuparsi. Vivono un’esistenza pura, serena e innocente e quando muoiono se ne vanno senza far rumore e senza soffrire. In quella quiete assoluta il mondo avrebbe solo la voce del vento, della pioggia, dei fiumi, del mare. Tutto sarà calmo, tranquillo, trasparente e pulito, e non ci sarà bisogno di dire nulla. Una felicità senza parole avvolgerà la terra, racchiudendola in un bozzolo ovattato di tepore e dolcezza, dove l’esistenza non conoscerà più né sofferenza né rumore né il trambusto causato dal genere umano con le sue caotiche passioni.

 

Un mondo così immobile e silenzioso piacerebbe, ne sono sicura, anche a mio padre.

Lui non amava gli animali e non ha mai avuto un cane o un gatto da compagnia. Apprezzava solo gli animali utili, quelli cioè da cui ci si poteva ricavare qualche vantaggio economico e, siccome i cani e i gatti non facevano le uova e non li si poteva mangiare, venivano classificati come  inutili. A volte gli portavo un gatto da tenere in braccio e lo spingevo ad accarezzarlo per fargli capire che era una cosa bella e piacevole, ma lui non ci riusciva e sembrava averne quasi paura. Le piante però gli piacevano anche se erano inutili.

Ogni pomeriggio, quando non pioveva, se ne stava un paio d’ore in giardino a prendersene cura e tutti noi ne eravamo invidiosi e gelosi perchè perdeva tanto tempo ad occuparsi di qualcosa che non sembrava neanche vivo mentre a noi che eravamo i suoi figli non riservava alcuna attenzione. Io mi mettevo a studiare su un piccolo tavolino in una stanza che affacciava sul giardino e sentivo in sottofondo lo schioccare metallico delle cesoie che andava avanti per ore, come un lento metronomo. Sapevo che era lì a preoccuparsi per le sue piante, chiuso nel silenzio del suo mondo privato, senza nemmeno accorgersi del marasma che c’era in casa, e questo mi irritava talmente che sarei andata a strappargliele una per una quelle piante.

 

Ma a quel tempo c’erano tante cose che non sapevo, e non potevo capire.

 

 

“Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data della sua morte.

Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza… perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.”

(Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine)

 

 

 Sequel: Cosa succede ai cuori infranti?

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 15

                                      

 

 

 

                                Il coraggio di volersi bene 15

 

 

 

Capitolo XLII

 

Il giorno in cui avevo avuto il primo incontro con un cliente, lo comunicai subito a quel ragazzo che vedevo ogni tanto. All’inizio non poteva nemmeno crederci, poi ne fu molto orgoglioso e soddisfatto. Non pensava che avrei avuto il coraggio di farlo sul serio e mi fece tanti complimenti per la mia audacia, era veramente affascinato e mi considerava la ragazza più straordinaria che avesse mai conosciuto. Restammo d’accordo che ci saremmo sentiti ogni volta che avevo un nuovo incontro e avrei dovuto raccontargli tutto nei minimi particolari. Era sempre molto fiero di me e finalmente ai suoi occhi ero diventata quella persona forte e coraggiosa che lui voleva. Non poteva rimproverarmi più niente, avevo smesso di essere una persona debole e lamentosa ed ero diventata una ragazza in gamba, una che sa cavarsela, che sa il fatto suo, una vera eroina. Naturalmente ero molto soddisfatta nell’aver riguadagnato la sua stima, non mi ero tirata indietro, avevo affrontato la sfida, e l’orgoglio di avercela fatta contribuì in quel primo periodo a sollevare parecchio il mio umore, fin quasi a farmi dimenticare la mia proverbiale depressione. Si parlava anche del mio trasferimento al nord per potergli stare vicino e in quel momento credevo di poterci riuscire anche se invero, dopo alcuni mesi mi convinsi dell’esatto  contrario, cioè del fatto che il progetto era del tutto irrealizzabile. Infatti calcolai che per poterlo concretizzare con le mie sole forze, avrei avuto bisogno di una somma tale che, a metterla da parte con quello che guadagnavo normalmente, mi ci sarebbero voluti almeno quattro anni. Per non parlare di tutte le mie fobie riguardo all’allontanarsi da casa e trovarmi tra persone sconosciute.

 

Proprio per mettermi alla prova, mentre stavo vivendo quel periodo di positiva esaltazione, quando mi sentivo forte e coraggiosa e lui si era già trasferito, feci per esperimento un viaggio di tre giorni nella sua nuova città. Fu veramente una dura prova per me. Sebbene fossi molto contenta di trovarmi in un posto così ricco, evoluto e pieno di possibilità e opportunità, mi scoprii a dover fare i conti con terribili attacchi di panico che mi rovinarono tutto il breve soggiorno e, peggior cosa di tutte, l’ansia raggiunse il punto in cui non riuscivo neanche a mangiare. Andò a finire che per potermi nutrire in qualche modo, invece di andare al ristorante, andavo in farmacia a comprare omogenizzati per neonati.

Ho poi scoperto che l'angoscia dovuta ai viaggi, agli spostamenti o ai trasferimenti, è uno dei sintomi tipici degli autistici. Qualunque cambiamento o interruzione della normale routine, per quanto possa essere piacevole e migliorativa, causa una tempesta emotiva insostenibile.

Non conoscendo pienamente la mia malattia, mi sentivo terribilmente in colpa persino della mia sofferenza, mi biasimavo e mi consideravo come mi avrebbe considerato la maggior parte della gente: una codarda senza alcuna forza di volontà.

Il mio è un vero e proprio handicap, che necessiterebbe di adeguato aiuto e conforto, di condizioni facilitanti che potrebbero consentirmi di sostenere le difficoltà. Ma per ottenere queste cose avrei bisogno di persone che possano capire la mia condizione, e soprattutto che sentano per me affetto, amore e sollecitudine, e io non avevo mai avuto nessuno, non avevo nessuno e non potevo neanche lontanamente osare di chiedere aiuto a quel ragazzo. Anzi, a lui più che a chiunque altro dovevo tenere nascosta la mia situazione, perché al minimo segno di debolezza mi avrebbe rifiutato.

Si crede generalmente che l'amore sia appunto la forza che aiuta a superare ciò che sembra insostenibile, ma in quella faccenda di amore non ce n'era neppure un briciolo: lui mi considerava un semplice gingillo con cui giocare e per me non avrebbe mosso un dito, io ne ero semplicemente plagiata e soffrivo per la sua indifferenza. E questo era tutto.

 

Intanto continuavano le telefonate con i racconti delle mie favolose imprese, lui mi faceva i complimenti per quanto fossi brava e coraggiosa, e io ero molto contenta che fosse soddisfatto di me.

Naturalmente i miei resoconti erano molto lontani dalla realtà. Gli facevo credere di prendere tutto alla leggera e di divertirmi un mondo in quegli incontri, tacendogli tutto dello squallore, dello schifo, della paura, della vergogna. Cercavo di rispecchiare il suo ideale, il tipo di donna che mostrava di gradire e di apprezzare, cioè una sorta di pornostar totalmente disinibita e senza scrupoli che pensava solo a fare soldi scopando a destra a manca con chiunque, collezionando avventure sempre più estreme.

Eppure era proprio la sua ammirazione e il suo apprezzamento a darmi la carica e la spinta per non abbattermi, per non farmi scoraggiare da tutto ciò che di negativo c'era in quel lavoro.

Per la prima volta nella mia vita qualcuno sembrava apprezzare e dare valore al mio impegno e ai miei successi.

Era una circostanza assolutamente magnifica, meravigliosa, esaltante.

I miei genitori non avevano mai mostrato alcuna soddisfazione per il fatto che io mi comportassi bene nè per i miei  risultati scolastici. Quando ero alle elementari mio padre si disinteressava totalmente di me, e se tornavo a casa tutta felice e orgogliosa per aver riportato dei buoni voti mia madre si mostrava seccata dal fatto che la disturbavo con le mie chiacchiere. Si dava infatti per scontato che io dovessi essere brava e  avere dei voti alti, e la cosa era talmente ovvia che la mia sollecitudine nell’eseguire il compito non aveva alcun valore particolare. Io non avevo nessun merito, il mio impegno non valeva niente, nel fare il mio dovere non ricevevo mai nessun premio, ma semplicemente evitavo le punizioni che avrei ricevuto nel non farlo. Tutti i miei sforzi di ubbidire e conformarmi al volere altrui non avevano mai suscitato entusiasmo o ammirazione. La mia esistenza non era fonte di gioia per nessuno, tutt’al più, se facevo quello che si dava per scontato avrei dovuto fare, mi si permetteva di esistere e mi si lasciava in pace. Quando alle superiori mio padre iniziò ad interessarsi a me lo faceva solo perché riteneva naturale considerarmi una sua appendice che aveva il compito di continuare il suo lavoro, e si preoccupava solo che quel compito lo svolgessi bene. Non era soddisfatto di me ma di sé, perché i miei risultati non erano miei, gli appartenevano totalmente, se ne appropriava con la massima naturalezza, come si poteva ben vedere quando se ne vantava con i suoi conoscenti. Io avevo diritto di esistere solo in virtù dell’uso che si poteva fare di me ed infatti quando per qualche motivo non fui più in grado di svolgere quelle funzioni, venni considerata un fastidio inutile, di cui liberarsi al più presto. Dal momento che non gli servivo più per soddisfare la sua vanità, mio padre aspettava solo che finissero gli obblighi legali del mantenimento per potersi finalmente liberare di me.

Dunque nella situazione in cui mi venni a trovare con quel ragazzo avevo almeno fatto un passo avanti, perché le nuove regole erano: se fai quello che dico io, se ti comporti come piace a me, se diventi quello che io voglio che tu sia, allora ti apprezzo, ti ammiro, ti tengo in grande considerazione, ti voglio bene e mi fa piacere stare in tua compagnia e parlare con te.

E questo, considerando i miei precedenti, era una cosa meravigliosa e che mi faceva stare bene. Tuttavia nascondeva una trappola, e cioè il fatto che per poter essere amata e accettata dovevo comunque conformarmi al volere altrui, seguire uno stile di vita e un modo di essere che non era il mio, e che forse nemmeno mi piaceva, ma sembrava essere l’unica condizione mediante la quale la mia esistenza poteva valere qualcosa. E avevo sempre l’ansia e la paura che, nel caso per un motivo qualsiasi non sarei più stata in grado di adeguarmi alle aspettative, e di fornire ciò che mi veniva richiesto, sarei stata rifiutata e abbandonata.

Infatti questo fu proprio ciò che accadde.

Quando gli dissi che stavo chiudendo l’attività lui ci rimase molto male, era profondamente deluso e cercò di convincermi a continuare, poi le telefonate si fecero sempre più rare fino a interrompersi. Oltre ai racconti di quelle avventure sembrava che non gli interessasse sapere più nulla di me, non ero più quel personaggio eroico e forte che gli piaceva tanto, non ero la ragazza in gamba che sa cavarsela nella vita, ma ero tornata ad essere una persona debole e depressa, meschina, sconfitta dalle circostanze, non avevo quindi nessun merito e non ero degna d’attenzione. Quando negli anni successivi gli è capitato di venire in città, a volte passava da me a trovarmi, ma era sempre molto annoiato dalle mie disgrazie e dai miei insuccessi, finchè a un certo punto è sparito nel nulla.

So che questo è il normale funzionamento del mondo e della vita: tutti noi usiamo gli altri e ne veniamo usati, dobbiamo seguire le regole della società e indossare la nostra maschera per essere accettati, e anche se ci pesa farlo non abbiamo altra scelta.

Io però non sono mai riuscita a rispettare queste regole, soprattutto perché, se agli altri viene naturale seguire le normali consuetudini di relazione tra le persone, per me questo è sempre stato uno sforzo enorme, se non impossibile a farsi. A volte mi sembra che il mio fallimento totale sia stato anche una specie di provocazione e ribellione verso questo sistema che non consente il minimo sbaglio o la minima debolezza. Nessuno ha mai accettato o creduto il fatto che io potessi avere delle difficoltà, non ho mai potuto permettermi il lusso di cadere e chiedere aiuto per rialzarmi, ho sempre dovuto cavarmela da sola perché chi mi era accanto riconosceva la mia esistenza solo se ero forte ed efficiente, se non davo problemi ed eseguivo gli ordini, altrimenti di me non sapeva cosa farsene, e questo un po’ alla volta mi ha messo in testa un tarlo, ovvero la domanda fondamentale che ha tolto ogni senso alla mia vita.

 

E’ stato come se nel corso della mia esistenza avessi implicitamente chiesto a tutti quelli che ho incontrato: "Se io sono debole, depressa, cretina, incapace, buona a nulla, senza alcuna qualità, brutta, pigra, fannullona, povera, paurosa, cattiva, inetta e handicappata, c’è qualcuno che può accettarmi e amarmi lo stesso, senza chiedermi di cambiare e prendendomi così come sono?"

Qual è il valore della vita di una persona? Risiede nelle sue qualità fruibili, dalle quali si può ricavare qualcosa, o nel semplice fatto che esiste?

Questa è una domanda terribile che nessuno dovrebbe mai porsi a causa dell’ovvia risposta che può sembrare molto cinica, ma che in realtà è perfettamente coerente con la società umana. Ognuno ha un suo ruolo, e per poter ricevere qualcosa deve anche essere in grado di dare. Si usano gli altri e si viene usati per ciò che può essere reciprocamente utile e la cosa è talmente comune che non c’è nulla da meravigliarsi o da scandalizzarsi in questo.

Cercare o addirittura pretendere un amore incondizionato, fatto di accettazione totale, di comprensione senza limiti è sicuramente una pazzia, a meno che non lo si richieda al proprio compagno o alla propria madre, o, in senso generale, alla propria famiglia.

Infatti è quella l’unica circostanza in cui si viene amati per il semplice fatto di esistere, senza che venga chiesto nulla in cambio e, in virtù di questo prodigio, si può poi tranquillamente accettare il sano cinismo della vita consapevoli che, almeno una volta, il miracolo del vero amore è avvenuto.

Eppure quel miracolo non accade sempre e necessariamente, e chi non ha l’opportunità di sperimentarlo, continuerà a cercarlo per tutta la vita, ignorando volutamente l’evidenza di non poterlo mai più trovare.

 

“E’ uno strano dolore morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.”

 

Per quel che mi riguarda, non avendo mai potuto sperimentare tale meravigliosa circostanza, sono diventata prigioniera di una ricerca disperata e interminabile, e, avendo esaurito ogni mia energia in dissennati tentativi di ottenere cose impossibili, non riesco a rispettare la comune usanza del do ut des che normalmente regola le relazioni umane.

Inseguendo i miraggi di una vita che non potrò mai avere mi sono persa nella nostalgia di qualcosa che non ho mai conosciuto.

Si viene al mondo in uno stato di completa e assoluta debolezza, con il bisogno di essere accolti, accettati, amati, accuditi. Nasciamo con il richiamo alla libertà, alla gioia, alla felicità, alla realizzazione di noi stessi e ci aspettiamo di trovare persone che ci aiutino e ci sostengano nella realizzazione dei nostri obiettivi.

Eppure è così difficile incontrare intorno a noi esseri umani adulti, maturi, equilibrati, che hanno acquisito consapevolezza di sé e responsabilità, e allora ci ritroviamo a dover lottare per conquistarci quelle cose che ci spetterebbero di diritto. E non si è mai al sicuro, perché in alcune circostanze impreviste, qualsiasi persona può mostrare la sua debolezza, il suo egoismo, il suo aspetto infantile. Il cammino per diventare dei veri esseri umani è lungo, difficile e sono pochi quello che riescono a portarlo a termine.

E' un pianeta strano questo, io non riesco a trovare il senso di tutte queste contraddizioni, e cosa peggiore, non riesco a non farci caso. E la mia malattia, che sia l'Asperger o qualunque altra cosa, consiste proprio in questo ossessivo desiderio di capire quelle cose che non hanno spiegazione alcuna.

 

 

  

Capitolo XLIII

 

 

Nei primi mesi di lavoro mi ero rimessa in pari con le spese arretrate, avevo messo un po’ di soldi da parte, e cominciai finalmente, a dedicarmi alla fotografia. Comprai un computer portatile, libri, riviste, dispense, monografie, tutto quanto mi occorreva per lo studio, e naturalmente una reflex digitale, che non era niente di più che un apparecchio amatoriale, ma in quegli anni le reflex erano ancora molto care e per cominciare andava più che bene.

Fu un periodo di esaltante entusiasmo. Facevo tante fotografie che mi riuscivano davvero bene e mi davano molta soddisfazione. E non era solo una mia impressione dettata dalla narcisistica sopravvalutazione che ciascuno fa delle proprie capacità. Ne spedii una selezione alla TAU Visual di Milano, che era l’associazione del settore più prestigiosa in Italia e ne ottenni un’ottima valutazione, che andava molto al di là dei modesti mezzi tecnici di cui disponevo. Non potevo essere più felice, avevo dunque la conferma che le mie non erano solo illusioni, possedevo seriamente delle buone capacità di fotografa. Iniziai a farmi pubblicità su internet, spedivo il curriculum ovunque, e cercai lavoro come assistente per i fotografi della mia città, che era sicuramente il primo passo da fare. Ben presto mi accorsi che, nonostante tutto il mio impegno, i risultati non arrivavano. Avevo preparato un progetto grafico carinissimo per un calendario con fotografie di gatti scattate da me e ne inviai il prototipo a tutte quelle aziende che potevano essere in qualche modo interessate. Purtroppo non ottenni alcuna risposta. Tranne che dalla redazione di Gatto Magazine: si complimentavano con me definendo l’opera originale e di ottima fattura ma al tempo stesso si dichiaravano non interessati all’iniziativa. Intanto mi ero iscritta al circolo fotografico locale e, forse lì, a saperci fare, avrei potuto trovare dei buoni agganci o qualche occasione di lavoro; mi ritrovai invece con il mio solito problema di sociofobia. Stesso copione di sempre: mi mettevo zitta in un angolino e non facevo amicizia con nessuno.

A un certo punto la situazione mi fu fin troppo chiara, i fattori a mio svantaggio erano troppi e finivo sempre a scontrarmi con le mie vecchie difficoltà. In un ultimo disperato tentativo, mi diedi un gran da fare nel mettere annunci su internet, ma fu presto evidente che non era sicuramente quello il modo di poter trovare lavoro.

Tutto a un tratto la bolla si sgonfiò e mi sentii improvvisamente vuota, spenta, demotivata. Non riuscivo a vedere davanti a me nessun futuro, nel mondo sembrava proprio non esserci spazio per me.

 

Decisi allora di chiudere con quell'attività che avevo intrapreso con lo scopo preciso di finanziarmi gli studi e poter iniziare a lavorare come fotografa. Certo, ne erano venuti fuori anche altri vantaggi, c'erano motivazioni inconsce che avevano risvegliato dei mostri che mi portavo dentro e, soprattutto, c'era la rabbia per le umiliazioni subìte e il desiderio di vendetta, ma il motivo principale era realizzare il mio sogno e a quel punto tutto mi appariva senza senso.

 

Non avevo altre idee, non avevo altri progetti, e seppure ne avessi avuti altri, di quale somma avrei dovuto disporre per finanziarli? C'era comunque il desiderio di andarsene da questa città per iniziare una nuova vita, ma, a parte il fatto che avevo avuto la prova della mia incapacità ad allontanarmi sia pure per pochi giorni, la somma che mi sarebbe servita era comunque troppo grossa rispetto a quello che guadagnavo. Avrei dovuto continuare ancora a lungo e io non ne potevo più.
 

Ero stanca. E avevo paura. La disavventura che mi era capitata con il signor N mi aveva esasperato: per quanto mi ripromettessi di essere più attenta e diffidente, ero consapevole che poteva capitare di nuovo. Non si può mai sapere cosa passa per la testa delle persone, si tira a indovinare, e a volte ci si può anche sbagliare.

Alla fine pensai che era un'attività troppo rischiosa per una come me, che giocava a fare la dura ma non lo era affatto. Mi sembrava per certi versi di comportarmi come mio fratello, che faceva lo spavaldo cimentandosi in imprese spericolate con l’automobile per poi vantarsi che non gli era successo niente e non si era fatto male.

Io mi sentivo indubbiamente forte e coraggiosa nel fare quello che facevo, sapendo che ci sono molte donne che ci pensano e vorrebbero farlo senza tuttavia riuscire a trovare il coraggio. Per me era appunto un modo per esorcizzare le mie paure e sentirmi forte e spavalda. Eppure, nel profondo di me stessa, sapevo benissimo che, per quanto successo avessi avuto nella mia professione, per quanto avessi potuto vantarmi del fatto di farmi pagare dagli uomini, i miei problemi erano rimasti immutati e continuavo ad essere una persona sola che con gli esseri umani non sapeva neanche parlarci. Non era accaduto nessuno di quei favolosi cambiamenti che mi aspettavo, né in senso lavorativo ed economico, né in senso psicologico ed emotivo. Mi ritrovavo ancora una volta punto e a capo.

E, al di là di ogni ragionevole dubbio, ero chiaramente perseguitata dal famoso sistema di trabocchetti che si ripetono ciclicamente, una maledizione di cui quelli della famiglia Parisi sembravano non riuscire proprio a liberarsi.

 

Mi erano rimasti un po’ di soldi da parte che potevo usare per compensare il mio misero stipendio di famiglia e fare fronte alle emergenze, quindi per un po’ potevo ancora stare tranquilla economicamente. Ripresi a fare la mia vita di sepolta viva e ripiombai nella depressione. Alla fine, non sapendo più cosa fare, pensai di nuovo di chiedere a mia madre di aiutarmi.

Un’altra delle mie solite fesserie.

Nonostante le mie evidenti difficoltà, lei non si preoccupava affatto del mio futuro e di come avrei vissuto quando non ci sarebbe più stato il suo mantenimento, di me non voleva proprio saperne, non mi aveva mai considerato come sua figlia ma solo una seccatura di cui era stata costretta ad occuparsi e voleva  che sparissi una volta per tutte dalla sua vita.

Probabilmente avrei dovuto rassegnarmi a lasciare le cose com'erano, accontentandomi del piccolo mantenimento che mi dava lei e del permesso di vivere gratuitamente in quella sua casa. In fondo, per quanto fosse terribile doverlo ammettere, avevo trovato il modo di rimediare un po’ di denaro extra per le spese straordinarie e da poter mettere da parte per il futuro. In fin dei conti fare la prostituta era l'unica strada percorribile, la migliore soluzione che potessi trovare in quella condizione che appariva immutabile.

Non si può scegliere di avere la vita che vogliamo e spesso dobbiamo accettare il ruolo che ci viene assegnato, semplicemente perché è l'unico possibile.

Non volevo accettare quella realtà che mi sembrava troppo terribile, troppo dura per l'ideale che avevo nella mia mente, e non capivo, come tutti i Parisi del resto, che arriva un momento nella vita in cui bisogna trovare il coraggio di affrontare le cose da soli, e se la strada principale fa paura perché è troppo buia, allora si deve accettare di percorrere quella laterale, che è stretta, sporca, sconnessa, fangosa, ma almeno ha qualche lanterna e conduce da qualche parte. Io mi ostinavo invece a reclamare la mia bella strada asfaltata, con luci al neon, guard rail e cartelli con le indicazioni, senza sapere che quella strada non era mai stata costruita e quindi sarei semplicemente rimasta lì, a morire gridando da sola nel vento parole che nessuno avrebbe mai ascoltato.

 

Mi rivolsi dunque a mia madre e le chiesi aiuto. Avevo le mie idee, i miei progetti, e se solo mi avesse consentito di fare dei cambiamenti, se solo mi avesse dato la libertà di agire, da quello che ne restava della sua proprietà sarei stata capace di tirarne fuori qualcosa che mi avrebbe assicurato una rendita sicura e adeguata.

Ma mi scontravo con una fortezza inespugnabile, un carro armato inarrestabile, un ghiacciaio impossibile da sciogliere, una parete verticale senza appigli, un'equazione con funzione trascendente, un gigante che viveva in un pianeta sconosciuto e inaccessibile.

Da quegli scontri non sarei mai uscita vittoriosa: il suo delirio e l'odio per me che ne derivava era inattaccabile perchè le serviva per restare viva ignorando la realtà di ciò che era successo nella sua vita e nella nostra famiglia.

Io non avevo una madre, non ce l'avevo mai avuta, la vita mi aveva dato le mie carte da giocare, ma nel mazzo mancavano quelle dei genitori e della famiglia, tutto qua.

Qualcuno, prima che venissi al mondo, aveva scelto per me quelle circostanze e poi mi ci aveva fatto nascere pensando: bene, questa è che ti regalo, adesso vediamo come te la cavi.

Non ho saputo accettare le regole, ho rifiutato di giocare a quelle condizioni, e credo che gli altri giocatori, ben più avvezzi di me alla crudeltà della partita, si siano persino diverti dei miei puerili tentativi di cambiare il gioco. Non siamo noi a scegliere le carte, possiamo solo usare al meglio ciò che ci viene dato. D'altra parte, se i giocatori non avessero carte diverse non sarebbe possibile dare inizio alla partita, in fondo è un fatto abbastanza logico e leggittimo. 

Ma io nel mio smarrimento, nella mia confusione, nella mia solitudine, non ero in grado di capire le regole del gioco e mi ostinavo a volerle cambiare come più mi faceva comodo.

 

Così ancora una volta iniziarono furiosi litigi che durarono dei mesi. E io piangevo e mi disperavo, urlavo e sbraitavo, e imploravo e mi avvilivo ma non c'era nulla che potesse toccarla.

A un certo punto ero esausta e stremata e sola, in tutta quella disperazione.

Inaspettatamente mio fratello si intromise nella discussione. Da perfetto opportunista pensò di sfruttare quello stato di tensione a suo vantaggio. L'aveva già fatto altre volte e sapeva che il trucchetto avrebbe funzionato. Si trattava di seguire attentamente lo svolgimento di una guerra, apparentemente appoggiando la parte più forte, poi, quando la guerra giungeva all'apice, entrare con il ruolo di paciere e proporre delle condizioni che andavano tutte a suo favore.

Iniziò dunque a suggerire a mia madre tutt’altra soluzione  che non aveva nulla a che vedere con il problema del mio sostentamento, e mise in campo la questione di assicurare a ciascuno di noi una casa in cui vivere. Infatti degli appartamenti di mia madre, a parte i vecchi ruderi, ne erano rimasti giusto tre in condizioni abitabili, uno dei quali era quello in cui vivevo io, e c’erano molte buone ragioni per temere che li avrebbe venduti tutti prima di morire. Approfittando del fatto che lei, per via dei litigi che faceva con me, era già abbastanza stressata ed esaurita, mio fratello propose che quelle case venissero date in donazione una per ciascuno, cosa che del resto non c’entrava nulla con il problema del mio sostentamento, ma come al solito, visto che dopotutto lui era il maschio della casa, cioè quello che comanda, mia madre obbedì subito e senza obiezioni. Io accettai la donazione perché mi sembrava almeno di poter mettere al sicuro qualcosa, anche se la casa che mi fu assegnata non era quella in cui abitavo ed era la più piccola delle tre. Non avevo certo risolto il mio problema, ma avevo l'impressione di aver ottenuto qualcosa che potesse darmi un minimo di tranquillità.

Invece una settimana dopo ebbi una spiacevole sorpresa: mia madre mi comunicò che, da un momento all’altro, non aveva più soldi per provvedere al mio mantenimento e non mi avrebbe dato più niente. Per giustificarsi disse persino che lo faceva per il mio bene, perché così, spinta dalla necessità, mi sarei finalmente messa a lavorare, come se a trentanove anni il lavoro l’avessi potuto trovare sotto casa, per non parlare delle mie particolari difficoltà, che del resto ufficialmente non erano mai esistite, perché io ero solo una pigra, parassita e fannullona. Si trattava perciò di una vendetta: per una questione legale ed ereditaria era stata costretta a regalare una casa anche a me, ma era una cosa che non avrebbe mai voluto fare nella sua vita perché secondo lei io non meritavo niente. Aveva  ancora in mano un mezzo per punirmi e prendersi una rivalsa, e perciò pensò bene di usarlo.

Per fortuna mi era rimasto qualcosa dei miei risparmi, e riuscii a guadagnare un paio di mesi di sopravvivenza, ma a quel punto dovetti ugualmente vendere la casa in fretta e furia.

 

 

 

Capitolo XLIV

 

Alla fine pensai: "Beh, è andata com' è andata."

 

Non avevo ottenuto quello che volevo, però avevo i soldi della vendita e con quelli si apriva la possibilità di poter sistemare la mia vita una volta per tutte.

Con mia madre interruppi ogni contatto. Era ormai assodato che non aveva neanche un briciolo d'affetto per me, negandomi il mantenimento mi aveva causato non pochi problemi e costretto a vendere la casa che mi aveva donato, mettendomi in una situazione di svantaggio e disparità rispetto ai miei fratelli. A quarant'anni ero ancora senza lavoro, non avevo più una casa di proprietà e con ogni probabilità non sarei mai riuscita a comprarne un'altra. Avevo solo quei soldi e una scommessa da fare con la vita.

Lei non mi cercò più e prese con sollievo il fatto che fossi completamente scomparsa dalla sua vita. Credo che da quando ero nata non avesse aspettato altro.

Tutte queste riflessioni e l'intero modo in cui si era svolta la faccenda mi davano molto dolore, d'altra parte c'erano degli aspetti positivi, ovvero il fatto che per la prima volta nella mia vita ero libera e indipendente, non dovevo più sottostare a minacce o ricatti e potevo disporre di me stessa.

O almeno questo era ciò che credevo.

Sembrava una promessa di felicità, tirai un grosso sospiro di sollievo e pensai che infine potevo rimboccarmi le maniche e prendere le redini del mio destino. In certi momenti non riuscivo neanche a credere che fosse vero e mi ripetevo tra me: "Ce l'ho fatta, sono salva, sono salva, adesso posso vivere, posso avere una vita come tutti gli altri."

Potevo finalmente prendermi cura di me stessa, avevo sicuramente i mezzi materiali per farlo, ma avere i mezzi e la volontà sarebbe bastato a renderlo possibile?

Ero in grado di prendermi cura di me, di volermi bene?

C’era qualcosa a livello profondo, nei sistemi di base dell’esistenza umana, che si era rotto e io non ero in grado di riparare. Facevo finta che non fosse così, ignoravo i problema e credevo che, sistemando tutte le altre cose che non andavano, sarei riuscita lo stesso ad andare avanti, portandomi dentro per sempre quel pezzo rotto, chiuso a chiave nel posto più nascosto che possa esistere, dimenticandomene e facendo finta di niente.

Se fosse possibile mettere in atto un simile trucchetto, le malattie mentali nemmeno esisterebbero, perché ognuno potrebbe facilmente risolvere da sé e in un batter d’occhio qualsiasi disagio che lo rattristi o che gli causi impedimento nel vivere. Niente da fare, il trucchetto non funzionava, e la storia della mia vita ne era la prova lampante.

 

Sin da quando era morto mio padre mi ero sempre illusa che, se certe condizioni esterne si fossero modificate e migliorate, avrei finalmente avuto la possibilità di realizzare quei cambiamenti che desideravo tanto, ma avevo poi constatato che non erano le condizioni esterne il nocciolo della questione. La morte del tiranno non era servita a fare di noi delle persone libere, come avevo sempre sperato, e i guai nella mia famiglia continuavano come prima. Quando ero andata a Leonia credendo che in un ambiente diverso avrei potuto esprimere liberamente me stessa e la mia vera natura, mi resi conto di non esserne affatto capace. Quando mi ritrovai a vivere da sola dopo che mio fratello si era trasferito a Zobeide, vidi che l’essermi liberata dalla sua schiavitù non mi aveva per nulla aiutato a inserirmi nella società e a trovare un lavoro. Scoprire la passione per la fotografia non era bastato a superare le mie paure, così come guadagnare dei soldi autonomamente non aveva realizzato il mio progetto di una fuga altrove.

Ogni volta che la vita mi presentava un'opportunità, io mi ritrovavo tra le mani degli arnesi e degli attrezzi che non sapevo usare. Certo, avrei potuto realizzare cose magnifiche e meravigliose, sfortunatamente però non sapevo come far funzionare il meccanismo, come assemblare le parti, come montare il marchingegno, come azionare il dispositivo d'accensione… Insomma, per me avere in dono delle occasioni positive, o non averne affatto, era la stessa identica cosa, perché mi mancava un indispensabile requisito per far funzionare il tutto.

Io non sapevo vivere.

E finchè non avessi imparato almeno i principali rudimenti di come funziona la vita umana, qualsiasi opportunità sarebbe stata del tutto vana e inutile. La mia vita era immobile, pietrificata, cristallizzata in un'ibernazione senza fine, congelata in un inverno perenne che non aveva mai conosciuto il tepore della primavera.

  

 

Anche in quell’occasione mi illusi che finalmente ce l’avrei fatta, anzi, sinceramente mi sembrava che fosse proprio la migliore di tutte le opportunità che mi erano capitate in tutta la mia vita.  

Invece era un altro di quei trabocchetti, quelle trappole in cui continuavo a cadere con ingenuità disarmante.

Inizialmente non avevo le idee chiare su ciò che avrei potuto fare. Tutto era accaduto troppo in fretta e in uno stato di estrema tensione per cui avevo bisogno di un po’ di calma per orientarmi in quella nuova prospettiva. Pensai di comprare una piccola casetta, che so, tipo un monolocale, per mettere al sicuro una parte del capitale, ma soprattutto volevo andarmene da questa città in cui non avevo nessuna opportunità.

Dovevo guardarmi un po’ intorno, prendere informazioni e valutare le possibilità. Avrei iniziato a fare dei viaggi, dei piccoli soggiorni in qualche città del nord per vedere cosa poteva offrire, magari dei corsi professionali che facevano al caso mio, poi se avessi deciso di traslocare in modo definitivo, potevo sempre fare un'altra vendita e recuperare altra liquidità. Naturalmente avevo ancora il fermo proposito di curare le mie paure e debolezze, in quanto sapevo che avrebbero costituito un grosso ostacolo alla mia realizzazione, perciò mi trovai l'ennesima psicologa con cui iniziare a fare una psicoterapia. Mi ero data un anno di tempo: in quel periodo mi ero proposta di crescere, rafforzarmi, viaggiare, esplorare. Dopodichè, se lo avessi ritenuto opportuno mi sarei trasferita altrove  e probabilmente allora sarebbe iniziata la mia vera nuova vita. Non sarebbe stato facile ma sembrava possibile, e sotto certi aspetti lo era. Cominciai ad andarmene in giro per la città a cercare case in vendita, due volte a settimana andavo in treno in una città vicina per le sedute dalla psicologa, intanto su internet facevo ricerche su ciò che poteva interessarmi e che fosse adatto a me come possibile lavoro. Un corso come erborista o come operatore olistico? O magari come vetrinista? In altre città c'erano tante possibilità che qui da noi sarebbero inimmaginabili.

 

Erano passati circa tre mesi da quando avevo intascato i soldi della vendita, ero entusiasta e fiduciosa, eppure accadde una cosa incredibile.

 

Mi vennero dei forti dolori alle ginocchia e nel giro di qualche settimana potevo a stento camminare. In passato avevo già avuto problemi al ginocchio destro che mi scricchiolava sempre, ma non immaginavo di finire in quelle condizioni proprio in un momento così cruciale. A quanto pare la rotula era in una posizione anomala e grattava la cartilagine per via di un tendine che era troppo teso, ma perché ciò accadesse nessuno dei numerosi ortopedici consultati seppe spiegarmelo.

Solo dopo un paio d’anni riuscii a trovare una spiegazione, e la trovai da sola dopo mesi e mesi passati a studiare su internet. Il mio problema dipendeva in realtà da difetti di postura e lo scoprii prescrivendomi io stessa una banalissima radiografia della colonna, una cosa più che ovvia a cui però nessuno di quei numerosi ed eminenti ortopedici aveva mai pensato. Risultò che avevo perso la curvatura cervicale, avevo una leggera scoliosi e il bacino era inclinato di un centimetro. In pratica pendevo tutta dal lato destro e le mie gambe risultavano di lunghezza asimmetrica. Per fortuna il problema si risolse utilizzando degli speciali plantari che venivano realizzati in una città vicina, ma per via di tutto quel tempo in cui ero rimasta bloccata dall’infiammazione e dal dolore, mi ci volle circa un anno di riabilitazione per riprendere a camminare normalmente. I miei muscoli si erano infatti indeboliti, erano tesi e contratti e in realtà non sono mai più tornata alla completa normalità. Ancora oggi non posso fare attività che stancano troppo le gambe e devo sempre stare particolarmente attenta.

Ad ogni modo, quella disgrazia ebbe degli affetti devastanti sulla mia vita.

All’inizio non credevo si trattasse di una cosa grave, facevo le sedute di fisioterapia e pensavo si sarebbe tutto risolto nel giro di qualche mese, ma quando constatai che tutti i trattamenti e tutte le cure di questo modo non davano nessun beneficio, fui presa dallo sconforto e dalla frustrazione. Per di più gli ortopedici, che non avevano capito nulla del problema, insistevano sulla necessità di operarmi: secondo loro il tendine che “tirava troppo”andava indebolito con un taglio, ce ne fu uno che addirittura proponeva di tagliarlo completamente e di fissarlo con una vite in una nuova posizione. Ora, a parte che non essendo stata fatta una diagnosi corretta l’intervento non sarebbe servito a nulla, come avrei mai potuto affrontarlo se ero completamente sola senza nessuno che mi avrebbe poi assistito e aiutato nella fase di guarigione? Ero disperata, nessuno mi proponeva una soluzione fattibile, le cure non funzionavano, io soffrivo, spendevo soldi, e per di più, come sotto un malvagio incantesimo che si ripeteva ormai da decenni, mi ritrovavo di nuovo chiusa in casa senza poter uscire proprio in un momento in cui era tanto necessario per me muoversi e darsi da fare.

Quei soldi che dovevano essere la mia salvezza, cominciarono ad andar via velocemente, per cose che non mi davano alcun vantaggio, né soddisfazione. Visite mediche, trattamenti, analisi, medicine, fisioterapia, palestra, taxi per farsi accompagnare per le visite fuori città, costosi interventi dal dentista dal momento che anche i denti cominciarono a darmi seri problemi…

Per di più mio fratello, che era diventato il proprietario della casa in cui vivevo, cominciò a chiedermi l’affitto, di cui peraltro non aveva affatto bisogno visto che era solo, aveva il suo stipendio e l’aiuto della mamma per gli extra, ma, essendo, come tutti i Parisi, avido di denaro, non si fece sfuggire l’occasione, e io alla fine pagai, sempre sperando che le cose si sarebbero risolte presto e me ne sarei andata via da lì. E non pagavo neanche poco, avrei potuto capire che mi avesse chiesto una cifra simbolica, un aiutino, che ne so, diciamo 200 euro… ma lui iniziò a minacciarmi, pretese un affitto a prezzo pieno, e così mi ritrovai a spendere solo per la casa 500 euro al mese.

E dopo tre anni, quando finalmente cominciai a rimettermi letteralmente in piedi e a riprendere l’uso delle gambe, quei soldi che avrebbero dovuto salvarmi e portarmi via per sempre da quell’inferno, erano diventati poco più che un misero gruzzoletto. Tutti i miei sogni e le mie speranze erano svaniti in una nuvoletta di polvere. Non avrei mai più avuto l’occasione di salvarmi e mi sembrava di essere precipitata in un pozzo profondissimo da cui non sarei mai uscita. La depressione in cui piombai era senza dubbio sconfinata e drammatica.

Ho passato molto tempo a chiedermi perché mai mi fosse successo quel guaio proprio in quel momento così determinante e decisivo. Era davvero improbabile che quelle  singolarissime circostante fossero semplicemente dovute al caso e ho pensato che poteva esserci un collegamento con tutto l’odio, l’invidia e la gelosia che mia madre ha sempre avuto nei miei confronti. Non mi avrebbe mai permesso né avrebbe accettato che io potessi avere l’occasione di salvarmi ed avere una vita normale e forse persino felice. E’ andata proprio come per il saggio di danza alle elementari: le faceva una tale rabbia che potessi ballare nel mio bellissimo tutù rosa che a me mi venne la febbre e dovetti rinunciare. In quest’altra occasione potrei dire che con il suo odio mi aveva letteralmente spezzato le gambe.

Non avrei mai potuto utilizzare i soldi della vendita a mio vantaggio perché, nel farmi quella donazione senza amore ma costretta dalle circostanze, lei mi aveva maledetto e proibito ogni felicità e ogni speranza di una vita normale e serena. I soldi che mi erano stati dati non erano miei e non potevo usarli per la mia realizzazione, così come la vita che mi era stata data non mi apparteneva e non potevo usufruirne.

Si dà per scontato che ogni essere umano abbia dentro di sé la voglia di vivere, l’aspirazione al successo e alla gioia, a voler realizzare pienamente se stesso e che quindi faccia di tutto per permettere ai suoi sogni di avverarsi, ma la situazione non è semplice come si crede perché per poterlo fare davvero bisogna essere autorizzati. Occorre poter trovare nel profondo di se stessi il permesso di vivere e di avere diritto ad ottenere il meglio dalla propria esistenza, sapere cioè che chi ci ha messo al mondo ci ama profondamente e gioisce dei nostri successi senza provare invidia e gelosia.

Io invece ho sempre saputo che mia madre odiava e condannava in modo totale e assoluto ogni mio sforzo di creare qualcosa di bello e positivo. Ogni mio tentativo di crescere e allontanarmi dalla sofferenza e dalla disperazione nella quale si era rassegnata ad esistere, equivaleva ad un atto di guerra contro di lei, una guerra che non sono mai stata capace di portare a termine.

 

Quando già vivevo da sola nella casa sulla collina e mio fratello era andato a studiare a Zobeide, feci un sogno che descriveva esattamente cosa era successo e la situazione in cui mi trovavo.

 

Ero andata con mia madre a visitare una città. Era la città dei morti.

La città dei morti in apparenza non differiva in nulla da quella dei vivi e le persone che vi si trovavano non erano consapevoli di essere morte, svolgevano normalmente le loro attività senza avere nessun sospetto della loro condizione. Però, a guardar bene, una persona viva poteva accorgersi che si trattava di una finzione scenica e che tutto l’ambiente non era reale, perché le case avevano solo la facciata esterna, era una scenografia dipinta e all’interno non c’era niente, erano completamente vuote, ma dal momento che nessuno vi entrava mai dentro, non c’era alcun modo di capirlo. I morti credevano che la loro vita consistesse tutta nell’affaccendarsi per le strade, girando da una parte all’altra senza uno scopo preciso.

Per i vivi che vi andavano in visita non c’era nessun pericolo, esisteva tuttavia una sola regola da rispettare rigorosamente: prima del tramonto bisognava lasciare la città altrimenti si restava intrappolati lì per sempre e non c’era possibilità di tornare nel mondo reale.

Mentre camminavo nelle strade della città, mi accorgevo a un tratto che stava iniziando il tramonto e dicevo a mia madre che era ora di andare, ma stranamente lei non se ne preoccupava affatto e continuava a gironzolare con un’aria svampita. Cominciavo a preoccuparmi, le dicevo di sbrigarsi, che bisognava andar via, ma diceva di essere stanca e non ce la faceva a muoversi. Mi arrabbiavo, mi disperavo, la strattonavo ma lei non reagiva, diceva solo che era stanca e io non sapevo che fare perché non volevo lasciarla lì sapendo che sarebbe morta, ma se restavo con lei sarei morta anch’io. Infine, nonostante la sofferenza di lasciarla decidevo di salvarmi, iniziavo a correre per le strade ormai buie, deserte e spettrali, e una volta fuori dalla città mi arrampicavo su un’altura per inseguire il sole che stava tramontando ma quando ero in cima vedevo che l’ultimo bagliore era già sparito oltre l’orizzonte. Restavo perplessa perché sapevo di non essere riuscita a guardare l’ultimo raggio, eppure mi sembrava che non fosse successo niente, mi sentivo esattamente come prima e pensavo: "Ma se fossi morta me ne accorgerei, non si può morire e restare uguali a prima."

Mi convincevo che erano tutte sciocchezze, una stupida leggenda di cui non bisognava preoccuparsi. E tuttavia una volta tornata a casa continuavo a chiedermi se ero viva o morta. Poi degli amici venivano a farmi visita, io li facevo entrare nel salone mentre andavo in cucina a prendere del gelato che avevo nel frigo. Tutto a un tratto le loro voci si interrompevano all’improvviso e pensavo che era davvero inverosimile che fossero andati via senza salutarmi, oltretutto non avevo sentito la porta aprirsi, perciò andavo a controllare e vedevo che in effetti non c’era più nessuno. Dicevo tra me e me: "Sembrano essere scomparsi come dei fantasmi."

Mi spaventavo alle mie stesse parole e sentivo un brivido lungo la schiena. Forse erano davvero dei fantasmi, ma se era così significava che mi trovavo nella città dei morti e anch’io ero un fantasma. A quel punto esisteva un solo modo per accertarsene. Mi avvicinavo alla finestra lentamente, sapendo già quello che avrei visto lì fuori eppure continuavo a sperare di sbagliarmi. Arrivata dietro i vetri rivolgevo lo sguardo in basso, verso la città che si trovava ai piedi della collina, e le case avevano solo la facciata dipinta come una scenografia, e dentro erano vuote.

 

Mia madre mi aveva trascinato con sé nel suo mondo di morte, di vuoto e solitudine e non ho avuto il coraggio di lasciarla lì da sola. Credo di esserci rimasta intrappolata sin da quando ero bambina e lei aveva avuto quella crisi schizofrenica con il delirio e le allucinazioni. Allora ho cominciato a vedere il mondo come lo vedeva lei, così come me lo raccontava e descriveva con il suo particolare linguaggio deformato e distorto, ed era un mondo spaventoso e pericoloso, angosciante e opprimente ma io non potevo sapere che quella non era la realtà, era soltanto la città dei morti in cui lei era rimasta imprigionata dalla sua malattia. Quando ho capito l’equivoco era ormai tardi e non sono riuscita a correre abbastanza in fretta. Perché per correre veloce ci vogliono delle gambe forti e abituate a muoversi, io invece ero stata sempre ferma e immobile per la paura di ciò mi stava intorno e che credevo fosse reale.

All'età di quarant'anni ero diventata esattamente come mia madre quando aveva quella stessa età ed io ero una bambina.

Mi sentivo ormai stanca, vuota e tutti i miei sogni erano morti. Di mettermi a correre per scappare dalla trappola in cui ero finita non ne avevo più le forze, così come lei stessa a un certo punto si era arresa e rassegnata ad un'esistenza senza alcuna gioia.

L'unica differenza consisteva nel fatto che lei aveva avuto almeno la scaltrezza di procurarsi la facciata scenografica dietro cui nascondersi e a un certo punto aveva deciso che, se proprio non aveva la forza di tornare in vita, si sarebbe almeno presa la soddisfazione di rendere partecipi della sua morte tutti quelli che le stavano accanto.

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 14

 

 

 

                              Il coraggio di volersi bene 14

 

 

 

Capitolo XXXIX

  

Prima di cominciare quell'insolita attività lavorativa mi feci scrupolo di mettere al corrente della situazione quel ragazzo che frequentavo, una cosa  molto stupida e di cui non c’era alcun bisogno visto che ci si vedeva davvero poco e lui era spesso fuori città. Non si poteva neanche dire che avessimo una vera relazione e non saprei come definire quello che c’era tra noi se non una sorta di mia assoluta sudditanza e totale dipendenza affettiva, nonché paura immensa di fare qualsiasi cosa che lui avrebbe potuto ipoteticamente disapprovare: necessitavo perciò del suo esplicito consenso. Non capivo che nella vita ci sono situazioni in cui non si può essere del tutto sinceri, né si possono rispettare le regole alla lettera, perché è semplicemente questo il modo in cui funziona il mondo. Peraltro, contrariamente al comune buon senso, ero stata addestrata a non poter prendere decisioni né iniziative autonomamente, erano sempre stati i miei genitori a decidere per me, di conseguenza non osavo neanche pensare di poter fare qualcosa di testa mia. Dovevo in ogni caso chiedere il permesso a chi in quel momento riconoscevo come autorità a cui era dovuta obbedienza.

Naturalmente non sapevo da dove cominciare per mettere in campo l’argomento e mi misi a fare un lungo discorso prendendo la cosa molto alla lontana, solo che lui capì immediatamente di che si trattava, come se mi avesse letto nel pensiero e, con mia grande sorpresa, si mostrò subito entusiasta:

 

“Ma questa è proprio una magnifica idea, ma certo, in questo modo potrai risolvere tutto.”

 

E iniziò a farmi tutto un ragionamento per incoraggiarmi e convincermi che avrei messo su un bel po’ di soldi.

“Guarda che la cosa funzionerà sicuramente perché oltre ad essere bella sei anche brava in queste cose e te lo dico io che di ragazze ne ho avute tante, ma così tante che se all’università avessi passato a studiare le stesse ore che ho passato a scopare mi sarei laureato in sei mesi. Secondo te perché continuo a vederti e perché voglio continuare a vederti anche dopo che mi sarò sposato? Perché con te è una cosa davvero speciale e come lo apprezzo io lo apprezzeranno anche gli altri, fidati.”

 

Rimasi molto sorpresa dal suo discorso ma sembrava che almeno il problema fosse risolto.

Ripensandoci col senno di poi, è incredibile il livello di sottomissione a cui mi ero ridotta nei suoi confronti. Con quel suo atteggiamento superficiale dimostrava di non tenermi in nessuna considerazione, di non preoccuparsi minimamente di tutto ciò a cui sarei andata incontro e dei pericoli che correvo. La cosa gli sembrava persino divertente e questo la dice tutta su quanto poco mi considerasse, tuttavia per me contava solo il fatto che non fosse arrabbiato con me e che approvasse la mia decisione. Gli sembrava tutto un bel gioco allegro, e di lì a poco scoprii che servendosi di me poteva dare libero sfogo a certe sue fantasie perverse in cui l'unica a esporsi a dei rischi ero io, eppure ero semplicemente felice di poter fare qualcosa che suscitava il suo interesse e persino la sua ammirazione. Più mi dimostravo sessualmente disinibita, disinvolta, ninfomane e desiderosa di avere rapporti con chiunque, più lui mi apprezzava e mi ammirava. Naturalmente io non ero affatto così e l'unico scopo di tutto quell'ambaradan  era raggranellare un po' di soldi, ma colsi l'occasione per apparire ai suoi occhi esattamente come lui mi voleva. Per me era semplicemente fantastico poter avere le sue attenzioni.

Cominciai dunque ad organizzarmi sul piano pratico: comprai un’altra scheda telefonica, un altro telefono e una divisa da usare per il lavoro, e cioè un’elegante sottoveste grigia e dei fantastici sandali argentati col tacco a spillo e con delle stringhe che si allacciavano intorno al polpaccio fino al ginocchio e che erano proprio tanto sexy, sebbene io i tacchi non li avessi mai portati perché cascavo a terra dopo dieci passi.

 

Misi degli annunci sui giornali locali e su internet, dove c’erano persino dei siti specializzati con centinaia di escort bellissime, delle vere modelle, ma avrei sfigurato troppo al confronto, e in linea generale ci si riferiva a un livello troppo alto, per il quale nella mia città non c’era assolutamente mercato, cosi mi accontentai dell’apposita sezione di incontri su siti d’annunci generici.

Per qualche settimana non accesi neanche il telefono tanto ero spaventata e quando lo feci non avevo il coraggio di rispondere, infine cominciai a rispondere ma farfugliavo e dicevo cose del tipo che il servizio era momentaneamente sospeso o altre stupidaggini.

Poi accadde che una mattina mia madre mi chiamò a rapporto ed era una di quelle giornate che era proprio molto nervosa e voleva sfogarsi su qualcuno. Ogni tanto organizzava una sorta di psicodramma su questioni assolutamente banali per via del fatto che quando capitava un qualsiasi imprevisto lei non aveva la più pallida idea di come gestirlo, allora si faceva prendere dal panico e io ero costretta ad andare a casa sua per  ascoltare dal vivo i suoi discorsi deliranti. Dovevo in ogni caso stare zitta, non potevo fare osservazioni né osare proporre soluzioni, potevo solo mostrarmi sottomessa e ossequiosa dandole ragione su tutto. Infine concludeva i suoi discorsi con l’unica spiegazione che sapeva trovare e cioè che la causa di ogni sua disgrazia  era il mio comportamento da parassita, la mia pigrizia, il fatto che in famiglia c’era un immane spreco di soldi dovuto al mio mantenimento e che era solo colpa mia se tutto il suo patrimonio stava andando in rovina.

Io dovevo sopportare il suo sproloquio in silenzio e a testa bassa, era impossibile farla rendere conto della realtà, e infatti come si sa i pazzi vanno sempre assecondati e  non  bisogna mai contraddirli. Da ultimo arrivava la soluzione che lei preferiva di più, e valeva a dire che siccome ero io a causare i suoi guai, era più che giusto togliermi dei soldi dalla mia paga mensile per risolverli. Non era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere, ma quel giorno mi si scatenò dentro un odio che avrei potuto anche ammazzarla, e non appena tornai a casa accesi il telefono e pensai: "Adesso ti faccio vedere io, vecchia strega."

Tre ore dopo ero in albergo con il mio primo cliente.

 

Mi meravigliai di quanto la cosa fosse semplice e facile, il trucco infatti stava nell’essere assolutamente fredda e distaccata e mantenere sempre il controllo della situazione, cosa in cui riuscivo benissimo. Bisognava annullare tutte le emozioni, e per me era facilissimo in quanto costituiva il mio stato normale di essere, e semmai l’unico sentimento concesso, anzi direi persino necessario, era una sorta di cinico e spietato disprezzo verso l’altro che veniva da me usato e sfruttato allo stesso modo in cui io venivo usata da lui, così  da raggiungere una sorta di parità.  Mi costruivo attorno un’invisibile barriera di protezione, e mi sembrava addirittura di vedere le cose dall’esterno, come se stessi guardando un film dove c’era una mia sosia e tutto quello che accadeva non mi riguardava affatto, non faceva parte della mia vita. Feci la sorprendente scoperta di essere tagliata alla perfezione per quel mestiere. Mi resi subito conto che quel forte senso di rabbia che mi aveva spinto ad iniziare era proprio lo stato d’animo giusto con cui affrontare la cosa e io di rabbia repressa me ne portavo dentro davvero tanta. Una volta un cliente mi disse, nel salutarci mentre lasciavamo l’albergo: "Sai, prima quando ti ho visto scendere dalla macchina, mi sei sembrata un soldato che sta per affrontare una battaglia."

E’ stato il più bel complimento che abbia mai ricevuto ed era particolarmente esaltante il fatto che qualcuno avesse notato la mia parte maschile e marziale.

Nel giro di un paio di mesi mi ero un po’ ripresa sul piano economico, non dovevo più temere le punizioni di mia madre e non dovevo implorarla se avevo bisogno di fare spese straordinarie. Semplicemente, se dovevo andare dal dentista ci andavo, se la macchina aveva bisogno di riparazioni la riparavo, tutto qui, senza drammi e senza tragedie. All’età di trentasei anni aprii finalmente un conto corrente in banca e ci misi su 500 euro. Non avevo mai posseduto tanti soldi e mi sentivo ricca e felice. In realtà io non ho mai guadagnato quelle cifre favolose che si pensa possa rendere questo mestiere, la mia tariffa era di 100 euro più il costo dell’albergo e siccome mi trovo in una città di poveracci non erano molte le persone che potevano permetterselo. Cercavano sempre di tirare sul prezzo e spesso dovevo rinegoziare le prestazioni, perché dopo un po’ mi ero resa conto che bisognava per forza di cose adattarsi al mercato, altrimenti non avrei guadagnato niente del tutto. I clienti fissi erano davvero pochi e si facevano vedere ogni due o tre mesi, in rari casi una volta al mese e non di più, sempre perché i soldi scarseggiavano per tutti. Per questo motivo i guadagni andavano un po’ a rilento e mediamente raggiungevo i 500/600 euro al mese, ma a volte anche molto meno. Del resto mi sarebbe stato impossibile avere più di un paio di incontri a settimana perché era comunque una situazione molto impegnativa dal punto di vista mentale e psicologico, e questo sia per la mia personale avversione a incontrare persone e a stare fuori casa, sia perché in senso generale bisognava stare sempre molto attenti a tutto, cosa che comportava un forte stato di tensione.

 

Ne risentivo molto anche fisicamente e in genere avevo bisogno di qualche giorno per riprendermi. Accettare di fare sesso per denaro quando non se ne ha voglia e con un uomo per il quale non si prova nessuna attrazione fisica, ma anzi ripugnanza, è un po’ come concordare in anticipo una violenza sessuale per la quale si riceve un risarcimento. Anche se ci si sforza di agevolare la cosa, rimane il fatto che non si ha nessuna voglia di farlo. In ogni caso, per quanto spiacevole, nella mia particolare condizione era l'unica opportunità che avevo per guadagnare una cifra ragionevole nel minimo tempo di contatto con le persone, e perciò era l'unica strada percorribile.

 

Di telefonate ne arrivavano parecchie, ma per lo più erano di curiosi oppure gente che si divertiva a minacciare e a insultare. Io mandavo subito a quel paese, però ne restavo sempre spaventata. Una volta mi chiamò un tale che mi propose la sua protezione e io rifiutai dicendo che era solo una cosa temporanea, che vedevo poche persone, che lo facevo solo per arrotondare, e quello continuò a insistere e a chiamarmi e allora mi presi una pausa e spensi il telefono per un po’, aspettando che si calmassero le acque, ed infatti così fu, ma la paura era stata tanta. Temevo che mi avrebbe mandato come cliente un suo amico che mi avrebbe conciato per le feste, e poi mi avrebbe detto: "Hai visto che avevi bisogno di protezione?"

Perché in realtà non è che in albergo si è sicuri al 100%, Il fatto di dover consegnare i documenti dovrebbe essere un deterrente per i malintenzionati, ma i documenti possono anche essere falsi, e una volta arrivati in camera uno può sentirsi libero di fare quello che vuole. Per non parlare del caso del raptus, quando si perde totalmente il controllo di sé e in quel momento non ci si cura affatto delle conseguenze delle proprie azioni. Certo, è una cosa piuttosto rara ma può sempre capitare.

Ci fu un’occasione in cui un tizio, nel togliersi i vestiti, appoggiò una pistola sul comodino, comunque con me si comportò bene ed era solo questo che mi interessava; non m’importava nulla di chi fossero o cosa facessero i miei clienti, mi interessava solo che le cose si svolgessero secondo le mie regole, di loro come persone ne cancellavo il ricordo entro poche ore. Spesso mi capitavano quelli che mi insultavano dicendo cose del tipo: "Ma non ti vergogni? Sei una ladra, tu rubi i soldi. C’è gente che lavora una settimana per guadagnare quello che tu prendi in un giorno senza fare niente."

 

A me queste cose mi scivolavano addosso e non le tenevo in nessun conto, me ne stavo zitta ed evitavo qualsiasi replica o discussione. In un certo senso venivo pagata anche per questo, so che alla gente piace sfogare le proprie frustrazioni sugli altri e lo consideravo parte del mio lavoro, a me interessava solo  che non mi facessero del male fisicamente, tutto il resto non contava niente. Ad essere umiliata e insultata c'avevo orami fatto il callo, in famiglia mi era capitato tante di quelle volte che avevo perso il conto e alla fine avevo pensato: "Se qualcuno vuole sfogarsi rovesciandomi addosso tutti gli improperi di questo mondo che lo faccia pure, però deve pagarmi, e adesso sono io a decidere il prezzo."

 

  

Capitolo XL

 

Mi capitava talvolta di incontrare delle persone gentili, che avevano delle premure verso di me.

Un paio di volte sono andata a pranzare al ristorante, una volta ho avuto in regalo un enorme mazzo di fiori, poi ci fu un cliente che mi portò una scatola di gelatine di frutta, e un altro che vedevo abbastanza spesso che mi faceva sempre dei piccoli regali tipo un foulard, una collana o una maglietta, piccole cose ma era comunque un pensiero carino. Molto raramente, in verità forse solo tre o quattro volte in tutto, qualcuno mi dava in regalo una mancia di 50 euro. Quelle sono state le uniche volte in cui sono stata invitata a pranzo oppure ho ricevuto regali, per me non ci sono mai stati compleanni o regali, né occasioni speciali, né festeggiamenti di sorta, perciò in un modo o nell'altro mi sentivo coccolata e mi godevo la piacevole novità di quelle carinerie nei miei confronti.

Un paio di volte al mese incontravo un signore anziano, credo fosse intorno alla settantina, per via della sua età non succedeva granchè da un punto di vista pratico e per una tariffa scontata a 40 euro, me ne stavo lì a tenergli compagnia e ad ascoltare i suoi racconti e le sue confidenze. Mi parlava di quando era giovane e viveva in Sicilia e passava le estati in una splendida villa che la sua famiglia possedeva in riva al mare. Ogni mattina faceva delle lunghissime nuotate fino a un isolotto che era di fronte alla spiaggia, lì faceva incetta di cozze che mangiava subito, vive e crude, poi se ne stava per delle ore a prendere il sole e perdeva la cognizione del tempo, finchè veniva dato per disperso e qualcuno lo andava a cercare. Aveva molta nostalgia di quei luoghi e si rammaricava di non poterci più tornare perché gli era stato tutto espropriato per farci un parco naturale.

A un certo punto cominciò a portare con sé delle riviste di viaggi e le sfogliava dicendo che se avesse avuto vent’anni di meno gli sarebbe piaciuto andarsene in giro per il mondo insieme a me, avremmo alloggiato nei migliori alberghi , mi avrebbe portato nei migliori ristoranti, avremmo visitato i posti più belli del mondo e saremmo stati straordinariamente  felici nel goderci la vita come dei principi, ma era ormai troppo vecchio e non si sentiva più le forze, ed inoltre, essendoci una grande differenza d’età tra noi, sarebbe apparso sconveniente e la gente avrebbe pensato male. Era una persona molto gentile ed educata, d’altri tempi direi, e mi faceva anche una certa tenerezza quando si portava dietro quelle riviste e sembrava  felice come un bambino mettendosi a sognare tutti quei posti magnifici che né io né lui avremmo mai visto.

 

Comunque la situazione in senso generale non era delle più facili da gestire, e non erano tutte rose e fiori. Non era certo quella vita splendida e lussuosa che molte ragazze immaginano quando si decide di fare l’escort in un ambiente elegante, soprattutto perché, nella mia zona arretrata, di eleganza e buone maniere ce n’erano ben poche. Bisognava sempre stare con gli occhi bene aperti, c’era la paura, c’era il rischio, c’erano tante circostanze spiacevoli, ma in tutto ciò c’erano anche degli aspetti positivi e, in qualche modo la mia vita ne era stata molto arricchita in senso umano perché avevo la possibilità di entrare in confidenza e incontrare persone in una modalità che per me costituiva una protezione e una sicurezza. Non conoscevo le regole delle relazioni umane, e seppure riuscivo a intuirne qualcosa era per me un grosso sforzo cercare di imitare consapevolmente quei comportamenti che a tutti venivano spontanei. Per questo motivo erano destinati al fallimento tutti i miei tentativi di amicizia, di amore, o anche semplicemente di mantenere un impegno lavorativo, ma in quella situazione avevo trovato il modo di risolvere il problema. Non c’erano legami, non c’erano relazioni, non c’erano impegni e responsabilità, ogni incontro, nel bene e nel male, era effimero e momentaneo, non c’erano promesse, né inganni, né ipocrisie, né sorprese, tutto era chiaro e prestabilito dall’inizio e durava talmente poco che riuscivo a stare in compagnia con degli esseri umani senza esserne eccessivamente angosciata. Con quella stravagante procedura che per me costituiva una protezione, ascoltavo discorsi, esperienze, opinioni, frammenti di vita che potevo assemblare insieme  per farmi un’idea più concreta e reale di come funzionano le persone e come si sta al mondo. Sembrava che in qualche modo quegli estranei potessero fare ciò che nè i miei genitori, e tanto meno altre persone, avevano mai fatto, e cioè insegnarmi qualcosa dell'esistenza umana.

Capitavano però dei periodi nei quali venivo presa dallo sconforto. Mi sembrava di tornare indietro nel tempo a quando avevo dodici o tredici anni e da lì guardavo nella mia vita futura e mi vedevo parlare al telefono sopportando ogni sorta di insulti e volgarità, presentarmi in uno squallido albergo di periferia dove il portiere mi guardava con disprezzo e commiserazione avendo ormai compreso la mia attività, e intrattenermi mio malgrado con individui che la maggior parte delle volte mi facevano semplicemente paura, e allora mi chiedevo : "Com'è possibile che questa sia la mia vita?"

Sprofondavo nell'avvilimento, spegnevo il telefono per due o tre settimane, passavo le mie giornate a dormire e quando ero sveglia pensavo a come potermi suicidare in modo indolore. Poi mi facevo coraggio, accendevo di nuovo il telefono e mi dicevo: " Devo continuare ancora un po’, non durerà per sempre, non posso fermarmi adesso, devo solo fare un altro po’ di soldi poi comincerò a lavorare con la fotografia e me ne andrò da qui, la mia vita cambierà e potrò dimenticare tutto questo."

Accendevo di nuovo il telefono e quando suonava io rispondevo.

In ogni caso, il fatto di poter avere dei soldi miei, che guadagnavo da sola, mi dava un forte senso di sicurezza e fiducia in me stessa. Ne ero fiera e orgogliosa, sentivo finalmente di valere qualcosa, di essere utile ed era una condizione nuova e molto diversa dal mantenimento che mi forniva mia madre. Lei mi dava quei soldi biasimandomi e umiliandomi, facendomi sentire una nullità, rinfacciandomeli di continuo, e mi manteneva in vita con rabbia, disprezzo e ferocia, senza nessun amore o sollecitudine verso di me. Quando invece guadagnavo qualcosa per conto mio mi sentivo meritevole e capace, nessuno poteva rimproverarmi e rinfacciarmi nulla di quel denaro, facevo bene il mio lavoro e me lo meritavo fino all’ultimo centesimo.

 

Per certi aspetti cominciavo persino a sentirmi bella. Nel profondo del mio animo continuavo a portarmi dentro le sofferenze patite negli anni delle elementari, quando passavo le mie giornate con delle bambine bellissime e vestite in modo favoloso che mi disprezzavano e mi facevano sentire inferiore, ed era rimasta indelebile nella mia mente l'immagine di mia madre che faceva tutti i suoi discorsi deliranti su quanto ero debole, imperfetta e mal riuscita con i miei pochi capelli e la pelle bianca. E sentivo ancora dolore per le umiliazioni sopportate al liceo, ed ero solo una poveraccia circondata da favolose ragazze vip, che raccontavano in continuazione la loro splendida vita di divertimenti e corteggiatori, mentre io mi sforzavo invano di attirare l’attenzione con noiose osservazioni sugli atomi di ossigeno. Per non parlare degli anni di torture mentali che avevo subìto nella convivenza con mio fratello, quando i miei ingenui tentativi di farmi bella venivano ridicolizzati e messi alla berlina.

Eppure tutto a un tratto mi trovavo nella situazione in cui qualcuno era persino disposto a pagare per avermi. Per quanto ciò fosse incredibile, costituiva la prova tangibile e inconfutabile che anche io nel mio piccolo avevo le mie attrattive, le mie qualità, che potevo essere ammirata e apprezzata.

Era una magnifica rivalsa e tutto ciò mi rendeva più sicura di me e fiduciosa nel futuro e nella vita. Nonostante tutto, quel periodo è stato l’unico che ho potuto vivere con orgoglio, piena consapevolezza di me e in modo simile a quello degli altri esseri umani, e sono fiera di essere riuscita, almeno per un pò, a superare la tipica codardia dei Parisi e a fare qualcosa di utile per me stessa.

 

 

 Capitolo XLI

 

 

L’avventura peggiore che mi sia capitata in tutta la mia carriera, riguarda il signor N, che diventò il più assiduo cliente fisso e che incontravo una volta a settimana. Invero dovetti contrattare il mio compenso che venne in pratica dimezzato perché il signor N era ricco, ma non abbastanza da potersi permettere di spendere 400 euro al mese. O forse lo era, ma era altrettanto taccagno da non voler pagare una cifra simile. Per me non costituiva propriamente un buon affare, comunque poter contare su 200 euro fisse mi faceva sentire tranquilla ed evitavo di vedere troppe persone nuove che potevano sempre riservare qualche sorpresa. Ci si incontrava di solito a casa sua quando la sua famiglia non c'era, o a casa della madre vedova, quando ne aveva la disponibilità. Notai sin da subito che era un po’ strano, ma la sua sembrava una stranezza innocua: più che altro si dava l’atteggiamento da snob e si vantava di essere una persona appartenente ai ceti superiori, almeno secondo il suo giudizio. Parlava sempre in modo molto ricercato, persino più ricercato dei mio, era forbito, magniloquente, manierato e tronfio, al punto da apparire palesemente falsato e sopra le righe, risultando persino ridicolo e grottesco. Gli piaceva farsi vanto della sua cultura e fu molto meravigliato nel constatare che in quel campo gli stavo davanti di parecchie misure; non si sarebbe mai aspettato, in quel contesto soprattutto, di trovare qualcuno che fosse capace di batterlo. Tuttavia non la prese affatto male, anzi, sembrava felice di poter avere una persona con cui fare conversazione di arte e di cinema che erano i suoi argomenti preferiti. In verità anche a me faceva piacere poter condividere i miei interessi con qualcuno e commisi l’errore di abbassare le difese, dimenticandomi di rispettare le regole principali da seguire nello svolgimento del mestiere: mai dare troppa confidenza, mai essere troppo gentile, mai smettere di recitare la parte. Invece abboccai all’amo e gli parlai per esempio, del mio interesse per la fotografia e di tutti i progetti che c’avevo costruito sopra. Non avrei mai dovuto farlo, soprattutto perché il fatto di confidarmi con lui e di parlargli della mia vita generò degli equivoci che portarono drammatiche conseguenze.

Ammetto di esserci cascata con tutte le scarpe. Ecco, a me capita sempre così, che quando uno si dimostra appena appena un po’ gentile e mi fa delle attenzioni dimostrando interesse, io subito divento disponibile, senza riuscire a pensare ai secondi fini che le persone possono avere in mente. Ho una tale atavica astinenza di cure e attenzioni che quando ne ricevo giusto un briciolo, per me si apre uno scenario meraviglioso di beatitudine e gioia inaspettata e così divento letteralmente rimbecillita dimenticando qualsiasi ragionevole prudenza.

In contrasto con i suoi modi colti e gentili c’era però quell’atteggiamento molto fastidioso di superiorità sugli altri, un’eccessiva sicurezza di sé e il fatto che sembrava aspettarsi ammirazione, riverenza e sottomissione, cose che io non gli concedevo affatto.

Un giorno se ne venne fuori con un’uscita a proposito del suo lavoro che mi suscitò profondo disgusto e disprezzo:

“Guarda che io sono uno importante, posso sapere tutto di tutti e se mi viene il ghiribizzo posso fare passare i guai alla gente.”

Credeva di impressionarmi positivamente invece quel suo modo di fare mi dava sempre più fastidio.

Era anche spaventosamente ipocrita perché cominciò a farmi la predica accusandomi di essere una donna immorale e pervertita senza rendersi conto dell’evidente contraddizione della sua posizione, ma io sopportavo tutto pazientemente e finivo col dargli  ragione su molte cose perché entro certi limiti il cliente va sempre assecondato. Senonchè accadde a un certo punto che si ritrovò tra le mani la disponibilità di una certa somma da investire e gli saltò in mente un’idea che secondo lui avrebbe dovuto aiutarmi a risolvere i miei problemi. Avrebbe comprato un piccolo appartamento e mi avrebbe consentito di viverci gratuitamente, avrebbe provveduto al mio mantenimento, io sarei diventata la sua amante segreta e avrei potuto smettere di lavorare. A me quel suo programmino non piaceva affatto, perché avevo già una casa in cui vivevo gratuitamente e un minimo di mantenimento lo avevo da mia madre, e se era vero che le facevo da schiava, almeno non dovevo sopportare lo schifo di andarci a letto. In sostanza nella mia vita non sarebbe cambiato nulla, non avrei avuto quell'indipendenza che desideravo tanto e per giunta avrei dovuto a quel punto concedergli una vicinanza e un'intimità che non sarei mai riuscita a sopportare.

Gli dissi perciò che preferivo continuare in quel modo e tenermi la mia libertà e lui ne fu molto sorpreso e quasi scandalizzato: non gli sembrava possibile che una donna nella mia posizione rifiutasse un’offerta così allettante. Credeva che facessi quel mestiere in uno stato di estrema povertà, che fosse stata la fame a spingermi a quella decisione e per lui era impossibile pensare che invece lo facevo perché volevo  progredire e guadagnare una posizione migliore nella vita. Aveva perciò immaginato che alle sue parole mi sarei gettata ai suoi piedi ringraziandolo, ma io a quei tempi non volevo semplicemente sopravvivere, volevo avere una vita libera, autonoma e soddisfacente e non ero disposta ad accontentarmi. Avevo i miei sogni, il mio desiderio di guarire dalla depressione e dai miei disturbi per diventare infine una persona indipendente e se facevo quel lavoro era proprio per raggiungere quello scopo.

Le persone ricche credono di poter avere il potere assoluto su quelle che si trovano in disagio, credono che i soldi possono comprare tutto e quando scoprono di non avere quel potere che credevano restano completamente spiazzate e reagiscono con rabbia alla loro impotenza. Lui non aveva capito nulla dei miei progetti e delle mie aspirazioni, nè del mio carattere, e ancor meno poteva credere che avessi dei principi, dei valori di fronte ai quali i soldi non potevano nulla. Mi accusò allora di essere avida e affamata di denaro, perché giustificò il mio rifiuto attribuendolo a un’insufficienza dell’offerta. Credeva che volessi di più, perché secondo i suoi pregiudizi e i suoi schemi mentali limitati, una prostituta non può essere nient’altro che una persona immorale e senza scrupoli che pensa solo al denaro e ne cerca sempre in quantità spropositata. Aveva solo due schemi in cui inquadrare una donna che fa quel mestiere: da una parte c’era la povera disgraziata buona e ingenua, invero alquanto inetta e incapace, che faceva il lavoro per fame e attendeva con gioia il principe azzurro che l’avrebbe sposata, o per lo meno mantenuta; dall’altra c’era la meretrice spietata e cinica, priva di sentimenti e valori morali, che non riusciva mai ad accontentarsi delle enormi somme di denaro che rubava a quei poveri uomini innocenti e sprovveduti che avevano la sventura di incontrarla.

E dal momento che gli avevo dichiarato di non aspettare nessun principe azzurro, allora non potevo che far parte della seconda categoria.

In realtà non accettava per niente il fatto di essere stato rifiutato perché aveva arbitrariamente deciso che noi, cioè io e lui, ci amavamo, eravamo fatti l’uno per l’altra perché avevamo la stessa cultura, gli stessi interessi, la stessa intelligenza superiore e avevamo persino frequentato lo stesso liceo classico. Di fronte all’evidenza di avere tante cose in comune avrei dovuto arrendermi all’inevitabile destino che eravamo nati per stare insieme.

Constatato dunque che non volevo proprio saperne di quella storia, e cominciavo anzi a respingerlo e ad evitarlo, si mise a perseguitarmi e a farmi una serie di minacce e ricatti per costringermi ad accettare la sua proposta, giustificandosi col pretesto che lo faceva per il mio bene, che voleva salvarmi, redimermi, perché se non interveniva lui nella mia vita, io avrei fatto certamente una brutta fine. Mi disse di aver portato avanti certe sue indagini e di sapere tante informazioni che, volendo, avrebbe potuto usare contro di me, e, per farmi sapere che mi controllava, talvolta mi telefonava la sera dicendomi per filo e per segno dove ero stata durante il giorno, ma la cosa peggiore era trovarlo appostato sotto il portone di casa. Spesso riusciva persino ad entrare nelle scale e si metteva dietro la mia porta ad origliare per capire se ero in casa o cosa stessi facendo: fu lui stesso a mettermi al corrente dei fatti e io non potevo credere che fosse arrivato a quel punto. Iniziò quindi il classico stalking, solo che ancora non si chiamava in quel modo, non c’era nessuna legge al riguardo e io sapevo benissimo che anche se fossi andata a denunciarlo non gli avrebbero fatto niente. Passai sei mesi d’inferno, cercavo di farlo ragionare anche se non voleva ascoltarmi, e a volte mi faceva quasi pena perché dalla rabbia e dalle minacce cadeva poi in uno stato di disperazione in cui mi implorava sottomesso di accettare le sue proposte e di restare con lui, ma sapevo che in questi casi non bisogna mai cascare nel tranello e continuare sempre a tenere la linea dura.

In quel suo modo di essere aggressivo e di cercare il controllo e il potere su di me c’era l’eco di una solitudine assoluta, disperata e angosciante, una sofferenza di cui lui non era nemmeno consapevole e che si ostinava a non voler ammettere.

Con sgomento riconobbi nel suo comportamento tanti lati del carattere di mio padre: l’estrema insicurezza mascherata dal senso di superiorità, il disprezzo palese per le classi sociali inferiori, il bisogno ossessivo di avere il controllo sugli altri. Proprio perché conoscevo bene quel tipo di uomo, ne ero terrorizzata.

Per di più, trovarmi a contatto con quella sua disperazione interna, così sconfinata, sebbene accuratamente celata, mi trascinava indietro nel passato, riportandomi alla sensazione di infelicità senza via d’uscita che avevo già sperimentato in famiglia.

Voleva costringermi e impormi di tenergli compagnia in quel suo mondo interiore spaventosamente vuoto, spento, buio, intriso di morte e sofferenza, illudendosi che ciò gli avrebbe dato sollievo, ma io non potevo in alcun modo aiutarlo e il sollievo sarebbe stato solo temporaneo. Rifiutava peraltro con fermezza di ammettere di avere un qualsivoglia problema e dunque, non potendo davvero fare nulla per lui, dovevo solo pensare a difendemi e mettermi in salvo troncando ogni contatto. E le vittime di stalking sanno bene quanto sia difficile riuscire a fare una cosa del genere.

Dovetti cavarmela da sola, non potevo chiedere aiuto a nessuno e credo che un intervento di terze persone sarebbe stato del tutto inutile e controproducente. Solo io potevo convincerlo e cercai di farlo nel miglior modo possibile, essendo risoluta e al tempo stesso stando attenta a non provocare reazioni violente. Mi ci volle una pazienza sovrumana, ma grazie anche a una buona dose di fortuna, infine ci riuscii.

Circa quattro o cinque anni dopo, quando era ormai tutto passato, mi arrivò una telefonata: "Ciao, sono io."

Riconobbi la voce e mi sentii cadere le braccia. Mi disse che aveva capito, che si era reso conto di aver sbagliato tutto.

Io dissi: "Davvero? Mi fa piacere."

E lui precisò: "Ho capito che ho sbagliato a mettere i miei sentimenti in una faccenda che non meritava sentimenti."

Quindi ancora una volta non aveva capito niente, ma come si può bene immaginare, rinunciai a tornare sull’argomento e dissi semplicemente: "Bravo, ora è tutto più chiaro, sono contenta."

E aggiunse: "Comunque se vuoi guadagnare dei soldi domani sono libero e puoi venire da me nel pomeriggio, non ti preoccupare, ora le cose sono cambiate, sono solo affari."

Era evidente che voleva prendersi la rivincita, voleva umiliarmi dicendomi: "Guarda, adesso non sei più niente per me, ti compro per usarti e finisce qua."

Gli risposi allora che una cosa del genere poteva proprio scordarsela.

 

Non mi sono mai pentita di aver rifiutato l’offerta. In quegli anni ero ancora convinta di potermi salvare, che per me c’era la concreta possibilità di cambiare e di avere una vita normale, ma anche se avessi potuto capire la triste realtà delle cose, conoscevo bene la condizione di dipendenza e di controllo in cui mi sarei trovata e non mi sarei mai rassegnata ad accettarla. Tutti i Parisi si erano sempre adattati alle circostanze, avevano chinato il capo davanti ai potenti e sopportato compromessi infelici e umilianti per poter sopravvivere, io volevo essere diversa e, almeno in piccola parte credo di esserci riuscita.

Ciò in cui ho veramente fallito è stato il passo successivo, quello cioè di costruirmi una mia indipendenza, perché chi si rifiuta di sottomettersi e fare lo schiavo deve pur trovare il modo di cavarsela da solo, e il fatto di cavarmela da sola, devo riconoscerlo, è una cosa che non mi è mai venuta bene, anzi, non mi è venuta affatto.

Tuttavia, e ne sarò sempre convinta, il rifiuto di adattarmi a certe condizioni, di accettare certi compromessi, è una cosa di cui non mi sono mai pentita, anche se avrebbe potuto salvarmi la vita. Ma dopotutto cosa significa salvarsi la vita? Non dobbiamo pur sempre morire tutti quanti, prima o poi? E se è così, a cosa serve prolungarla di dieci, quindici o vent’anni, rinunciando a quel po’ di dignità e di stima di noi stessi che può esserci rimasta? E se vogliamo prenderci la briga di dare un minimo di senso a questa breve e meschina esistenza terrena che ci è stata assegnata, talvolta dare un senso può anche significare rifiutare di farsi comprare, rifiutare di recitare un ruolo che, per quanto conveniente, non ci appartiene, anche se questo può significare andare incontro a un destino di miseria o di morte.

Nel linguaggio comune questo è quello che si dice “voler fare l’eroe”.

Bèh, sì, allora devo proprio ammettere che mi è sempre piaciuto fare l’eroe.

Infatti cos’altro è l’eroe se non una persona incapace di fare una vita normale?

 

 

 

 

 

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Il coraggio di volersi bene 13

 

 

 

                                    Il coraggio di volersi bene    13

 

 

Capitolo XXXV

 

 

Nonostante avessi dunque fallito nel cercare una persona che stesse dalla mia parte, di lì a poco feci un altro tentativo,  perché ero ancora troppo giovane per arrendermi a quella vita che mi si prospettava davanti e mi illudevo  di poter trovare una soluzione, un modo di venirne fuori.

C’era stata al liceo una compagna di classe che ammiravo molto. Anche lei faceva parte di quelle ragazze vip sempre molto impegnate in attività mondane e divertenti, però aveva qualcosa di diverso dalle altre. Non era solo una testolina vuota che si trastullava in stupidi pettegolezzi, aveva anche una straordinaria cultura e intelligenza, e un suo modo di fare e di porsi molto maschile che mi piaceva particolarmente, perché io ho sempre detestato i tipici atteggiamenti femminili, quello starnazzare da ochette su cose di nessuna importanza, accapigliarsi invidiandosi a vicenda, mettersi in competizione e fare a gara a chi è più bella… Lei non aveva niente di tutto questo, aveva un carattere e degli interessi diversi, insoliti per così dire, e in questo la sentivo molto simile a me, al punto che avevo spesso avuto l’impressione che ci fosse una sorta di tacita, reciproca ammirazione tra noi. Tuttavia, per tante ragioni tra le quali ci fu certamente la mia crisi di estraniazione, negli anni del liceo non avevamo mai approfondito la nostra conoscenza al di là della scuola.

Dando credito alla teoria della reincarnazione potrei credere che in qualche vita passata siamo stati inseparabili amici, magari due fratelli, o due commilitoni, o marinai, compagni di viaggio o d'avventure, o soci in qualche attività.

In qualche modo sentivo che non le sarebbe dispiaciuto riallacciare i rapporti con me e, proprio a ridosso del periodo in cui mi ero messa in contatto con la mia insegnante, la ritrovai e ci incontrammo a casa sua. Aveva preso la laurea a Roma, ed era quasi alla fine della specializzazione, viveva in una bella villa a tre piani molto vicino a dove abitavo io ed era ovviamente rimasta una ragazza vip, sempre indaffarata in viaggi, convegni, seminari, mostre d’arte, ricevimenti importanti. Le parlai con tutta sincerità delle mie difficoltà e ancora una volta non fui creduta, soprattutto quando dicevo di soffrire molto per la mia condizione psicologica. Lei diceva che non le sembrava affatto grave, perché dopotutto ero lucida, non avevo strani comportamenti, né delirio o atteggiamenti bizzarri, ma la gente non sa che la mente razionale può restare perfettamente integra anche quando la parte emotiva è ridotta a pezzi: è nel pensare comune il fatto che un paziente psichiatrico è quello che sragiona e si agita, che fa il pazzo insomma, e al di fuori di questo non sono ammesse altre condizioni da poter considerare come malattia o sofferenza.  Paradossalmente una delle cose peggiori dell' Asperger è che per molti aspetti si dà l'impressione di essere una persona assolutamente normale, anche perché viene automatico fingere di esserlo per evitare il giudizio altrui. Purtroppo le stranezze nel comportamento prima o poi vengono fuori ma agli osservatori esterni appaiono come semplici capricci, maleducazione, o addirittura atteggiamenti snob e di superiorità.

Anche quando le dissi della mia precaria condizione all’interno della famiglia, non fui presa sul serio. Era un fatto risaputo che mia madre aveva un invidiabile patrimonio immobiliare e nessuno poteva credere che lo stesse così allegramente sperperando. Infatti la sua forza consisteva proprio in questo: ciò che faceva era talmente incredibile, che se lo raccontavo in giro non ci credeva nessuno.

Tuttavia avevo veramente molto bisogno di avere un’amica e mi rassegnai a sopportare il suo scetticismo sperando che presto o tardi sarei riuscita a convincerla della sincerità delle mie affermazioni.

A causa dei suoi tanti impegni mondani e di quelli che ancora aveva con l’università, l’unico modo di poterla incontrare era andare a casa sua la sera dopo cena, all’incirca dalle 21,30 alle 23. Quando andavo a trovarla, si facevano quei discorsi intellettuali che a me piacevano tanto, si parlava di cinema, di letteratura, di politica, di filosofia… le dissi della mia recente passione per la fotografia e scoprii una cosa meravigliosa: nella sua casa c’era una ricchissima biblioteca con molti libri d’arte, io spesso ne prendevo in prestito qualcuno e letteralmente lo divoravo in pochi giorni. A volte si tratteneva a parlare con noi anche suo padre, c’era una piacevole atmosfera di casa, di famiglia, di  focolare domestico, di protezione e sicurezza che nella mia vita non avevo mai conosciuto e forse per la prima volta riuscivo persino a parlare con disinvoltura e spontaneità. Questo in qualche modo mi faceva stare leggermente meglio e attenuava il mio senso di solitudine, anche se mi sentivo comunque messa ai margini e trascurata, ma senza dubbio la sua vita era talmente piena e impegnata che le riusciva davvero difficile trovare più tempo da dedicarmi.

Ci frequentammo in quel modo per due anni, e invero a un certo punto il senso di frustrazione cominciava a pesarmi, soprattutto perché, nonostante le avessi chiesto di darmi una mano, dal punto di vista pratico non vedevo nessun risultato. C’era stato un periodo in cui lei aveva messo su tutta un’idea per un progetto fotografico nella cui realizzazione sarei forse stata aiutata da suo padre, una specie di biografia, con foto allegate, su un noto artista locale, ma poi non se ne fece niente e sfumò tutto nel vago; le chiesi allora se con tutte le sue conoscenze poteva trovarmi qualche alunno per le lezioni private ma anche in questo non ci furono risultati. Non riuscivo a scrollarmi di dosso quella maledetta credenza sulle straordinarie ricchezze di mia madre, per cui si riteneva che in realtà io non avessi affatto bisogno di lavorare, e non riuscivo a liberarmi dell’invidia infondata di cui mi si faceva oggetto. Secondo il comune modo di pensare un genitore si preoccupa sempre per i suoi figli e non farebbe mai niente per danneggiarli: in base a questa premessa nessuno prestava fede alle mie parole quando dicevo che mia madre stava portando al fallimento la sua favolosa proprietà infischiandosene del mio futuro.

Ma ci fu un particolare evento che mise fine alla nostra amicizia.

Accadde che per un motivo che sarebbe troppo complicato spiegare, mia madre e mio fratello si coalizzarono contro di me per obbligarmi a fare alcune cose che volevano loro e si arrivò ai ferri corti, con tanto di minaccia di un TSO. Capitava spesso che quando io proprio non volevo ubbidire,  mi si faceva questa minaccia per costringermi e allora ne parlai con la mia amica che in un primo momento mi incitò ad oppormi promettendomi il suo appoggio e dicendomi anche che, nel caso, mi avrebbe fatto assistere gratuitamente da un suo amico avvocato. Salvo ritrattare tutto di lì a poco e fare velocemente marcia indietro, in sostanza perché, ripensandoci, non voleva avere impicci ad entrare in una situazione fastidiosa e complicata. Dal suo punto di vista si trattava di un banale litigio familiare, come capitano periodicamente a tutti, probabilmente io avevo esagerato le cose e non c'era nessuna necessità di intervenire, avrei potuto benissimo risolvere la faccenda da sola, con un pò di pazienza e buona volontà. In quanto alla minaccia del TSO, bèh quella era una parola grossa, ma naturalmente mia madre non faceva sul serio, io avevo frainteso, nessuna madre farebbe una cosa del genere alla figlia, era solo una cosa detta in un momento di rabbia, come quando si dice: io ti ammazzo. Ma poi non lo fa nessuno.

Ancora una volta, come sempre, mi scontravo con gli stereotipi della famiglia "normale", una famiglia in cui certe cose non accadono mai, non possono accadere, pertanto io ero un'esagerata, un'ipersensibile, un'isterica. Lei aveva i suoi problemi a cui pensare, problemi veri, problemi reali, di quelli che hanno le persone adulte e responsabili, non poteva certo farsi coinvolgere in banali scaramucce familiari, sicuramente rese drammatiche solo dalla mia infantile immaginazione e dal mio atteggiamento di bambina viziata.

Nessuno ha mai potuto credere alla realtà della violenza della nostra famiglia, tanto abili erano stati i miei genitori a costruirsi una facciata di persone dabbene e irreprensibili. Purtroppo soltanto io sapevo di cosa potevano essere capaci mia madre e mio fratello, come ho raccontato di ciò che già mi era successo e come, altri episodi, in futuro avrebbero confermato.

Il mio dramma era appunto questo: non potevo chiedere aiuto perchè nel raccontare la verità sarei passata per pazza o per una bambina immatura e pretenziosa. Nei miei drammi mi conveniva perciò tacere e subire. Così mi ritrovai da sola ad affrontare quelle bestie dei miei familiari e andò a finire che, come al solito, dovetti cedere.

Quell’ultimo episodio mi fece sentire profondamente tradita e amareggiata e un po’ alla volta cercai sempre meno quell'amica, finchè smisi del tutto. Anche lei, come nel caso della mia insegnante, non mi ha più chiamato senza preoccuparsi del perché non mi facevo viva, nonostante conoscesse bene i problemi che mi portavo dietro. Quando io mi comporto in quel modo, cioè che sparisco senza spiegazioni, lo faccio anche per vedere se l’altra persona si preoccupa e mi cerca, ma ciò non è mai accaduto, non c’è mai stato nessuno che ha sentito la mia mancanza o che si è preoccupato per me al punto di cercarmi di sua spontanea iniziativa. E come mai non mi riusciva di creare quelle condizioni in cui una persona si sentiva legata a me al punto di cercarmi e chiedere la mia compagnia? Perché non ne ero capace?

Mi è capitato spesso negli anni seguenti di pensare a lei con nostalgia, ne ho sentito la mancanza al di là di quell'episodio che mi aveva deluso, perché lei era una persona speciale e dopotutto in ogni rapporto umano capitano baruffe e piccole delusioni, le relazioni passano anche attraverso momenti difficili, ma erano proprio queste circostanze che mi lasciavano sempre profondamente disorientata. Per me esiste solo il bianco e nero, senza modulazioni, senza sfumature. Sono capace di una dedizione assoluta così come posso cancellare del tutto la stessa dedizione nel momento in cui il mio ideale viene a incrinarsi. Non ho i mezzi psicologici per tollerare le inevitabili frustrazioni della vita, non so adattarmi, non so mediare. Quando uno è fatto in questo modo deve avere delle caratteristiche davvero uniche per compensare quelle spigolosità che lo allontanano dagli altri, per creare quell'ammirazione incondizionata che fa accettare anche i difetti più singolari e io, in fondo, quelle straordinarie qualità non le avevo. Così, non sapendo creare nelle persone il bisogno della mia presenza, e non essendo in grado di comprendere le ragioni e i sentimenti altrui, in circostanze come quella finisco col chiudere del tutto la partita.

Facevamo parte di due mondi diversi e anche per lei sarebbe stato difficile comprendere davvero il mio modo di essere e la vita che conducevo. Gli autistici possono fare amicizia solo tra di loro, con i normali c’è un abisso incolmabile e, per quanto ci si sforzi, inevitabilmente si incappa in equivoci e incomprensioni che rovinano tutto, senza che nessuna delle due parti possa capirne il perchè. Non avrei mai potuto essere sua amica, come non potevo essere l’amica di nessuno.

In quel momento non potevo saperlo, non avevo la più pallida idea del senso dei miei problemi e delle mie difficoltà, mi sentivo rifiutata e ne soffrivo. Oggi so che "ci sono persone che vivono in diversi mondi mentali, e quindi, in diversi mondi spaziali."

La distanza che mi separa dai normali è astronomica, forse persino dimensionale. Secondo la moderna astrofisica ci sono almeno undici dimensioni nel nostro universo ma noi ne percepiamo soltanto quattro. E' possibile che le altre siano vicinissime o addirittura compenetrate alle nostre, ma se in quelle dimensioni ci sono dei mondi abitati, non potremo mai saperlo. Tra me e il mondo degli umani c'è la stessa barriera dimensionale, un' incomprensione insuperabile che fa di me un'esclusa, per quanti sforzi possa fare di avvicinarmi.

In un certo senso ho sempre saputo di non far parte di questo pianeta e ignoro per quale disgrazia mi è capitato di nascere in una forma umana, tra persone che non riesco a comprendere e a cui non so avvicinarmi. Se non è una punizione deve essere una sorta di temerario esperimento riuscito male.

Avrei dunque dovuto accontentarmi di quelle briciole d’affetto, dal momento che non avrei mai potuto chiedere altro? Non riuscivo ad accettare che il percorso della mia vita non mi avrebbe mai permesso di potermi sedere a tavola e mangiare un pasto completo cucinato apposta per me, invece di racimolare le briciole degli avanzi. E questo sarebbe accaduto in tutti i campi, dalla famiglia, alle amicizie, al lavoro, all’amore. Non potevo credere che la mia esistenza sarebbe sempre stata un passo indietro rispetto agli altri, non riuscivo a farmene una ragione, e se in quel momento avessi capito, se mi fossi rassegnata ad essere quello che effettivamente ero, chissà, avrei anche potuto ritagliarmi un mio angolino di sopravvivenza e avere un minimo di sicurezza e soddisfazioni. D'altra parte chi non si rassegna e decide di sfidare la sorte deve poi avere il coraggio, la forza e la determinazione di combattere da solo contro gli ostacoli che troverà sul cammino.

Ma anch’io facevo parte dei Parisi e noi il coraggio e la determinazione non sappiamo proprio cosa siano.

Forse quello psicologo da 100 mila lire a seduta e con gli occhietti furbi da topo in fondo aveva ragione, e mi aveva inquadrato perfettamente. Mi lamentavo invano per la mancanza di una vita che era molto al di là delle mie reali capacità, avevo delle aspettative esagerate e facevo dei sogni impossibili, avevo l’arroganza di pretendere una guarigione completa e totale dai miei disturbi, essendo stata probabilmente contagiata dalla mania di perfezionismo e dalle aspettative esagerate di mio padre. Lui almeno la sua idea di perfezione l'aveva raggiunta ed era stato in grado di pagarne il prezzo.

Non tutti possono essere felici nella vita, anzi, per lo più molte persone non lo sono mai, neanche per un attimo della loro disgraziata esistenza, lo psicologo occhi-di-topo cercava di avvertirmi spingendomi a venire a patti col mio destino, ma io mi rifiutavo di accettare la cosa e mi ostinavo a cercare una felicità che non avrei mai avuto. Credevo di non riuscire ad affermarmi per via di un complesso di inferiorità, e non avevo capito che il mio problema non era il fatto di avere un complesso di inferiorità, ma di essere davvero inferiore.

A volte ci vuole un tempo incommensurabile per riuscire ad accettare i propri limiti: non sarei mai guarita e non sarei mai diventata come tutte le altre persone. E questo era tutto.

Riuscire ad accettare il proprio handicap, se vogliamo chiamarlo così, è il primo indispensabile passo per poter costruire qualcosa di concreto, e forse, persino qualcosa di bello.

Ma le vicende della mia vita non mi avevano preparato ad affrontare le sconfitte con sufficiente fermezza.

Troppo presto ero stata delusa, troppo presto ero stata lasciata da sola con i miei dispiaceri e non ho avuto modo di imparare a guardare le cose piacevoli che si celano dietro la cortina del buio che cala quando il dolore entra di prepotenza nella tua vita.

 

E quando sono riuscita a capirlo, era già troppo tardi.

 

 

  

 Capitolo XXXVI

 

 

Era appena iniziato il tanto atteso anno 2000 e io ero riuscita finalmente a farmi comprare un computer e a farmi finanziare un corsicino di grafica. Era davvero poca roba e soprattutto mi mancava la reflex per le fotografie ma cominciai almeno a fare un po’ di pratica al pc, continuando a credere alle promesse secondo cui mio fratello da lì a poco avrebbe finito gli studi e allora ci sarebbe stato spazio anche per me. Nonostante l’entusiasmo per il computer, mi sentivo comunque molto triste e depressa per come andavano le cose nella mia vita, per tutti i fallimenti accumulati e perché, a trentadue anni ero ormai terribilmente indietro rispetto alle altre persone e non sarei mai riuscita a rimettermi in pari.

In un freddo e grigio giorno d’Aprile ero andata a Leonia per un controllo dal dentista, controlli che dovevo fare spesso per via del fatto che dieci anni prima mi era andata in blocco la mandibola e da allora i miei denti hanno sempre bisogno di una speciale manutenzione. Quando il treno per il ritorno partì, mi misi a leggere un libro sulla storia del cinema francese e dopo un po’ un ragazzo che era seduto di fronte fece un commento qualsiasi sull’argomento, giusto per iniziare la conversazione. Andare in treno a Leonia di tanto in tanto era l’unica occasione che mi era rimasta per stare un po’ in mezzo alla gente.

Facemmo conoscenza e iniziammo a frequentarci. Io avevo paura che sarebbe finita come l’altra volta, cioè che non sarei stata capace di gestire la situazione e avrei  fatto un errore dopo l’altro, ma cercai di farmi coraggio pensando che in fondo erano passati tanti anni, che ero cresciuta, che mi sarei comportata diversamente, che sarebbe andata meglio…

Mi ripetevo in testa gli stessi buoni propositi che mi facevo sempre quando mi mettevo a cercare lavoro o provavo ad inserirmi in qualche gruppo di persone, tentando di convincermi che in fondo era tutta questione di impegno e buona volontà, e se fossi stata abbastanza determinata ce l’avrei fatta a cambiare il mio comportamento, eppure finivo inevitabilmente col ritrovarmi invischiata in automatismi mentali che andavano al di là di qualsiasi mia capacità di controllo.

Mi sforzavo di comportarmi e apparire come una persona normale, di non tirar fuori quelle difficoltà che sapevo non sarebbero state capite, e riuscii persino a farlo per parecchio tempo visto che la relazione, almeno nel suo aspetto iniziale, durò per ben tre anni, ma ciò fu dovuto soprattutto a particolari e incredibili circostanze che sembravano copiare esattamente quelle che si erano verificate diversi anni prima con l’altro ragazzo. Ci vedevamo pochissimo, solo una volta a settimana e rispetto all’altra situazione cambiava solo il giorno: invece che il lunedì stavolta era il giovedì. Anche in questo caso durante tutti gli altri giorni tra noi non c’era nessun contatto, sebbene all’epoca avevo comprato finalmente il mio primo cellulare, ma l’unico messaggio che lui mi inviava era quello che, poche ore prima, confermava l’appuntamento. Invero neanche io lo chiamavo né lo cercavo, ma solo perché avevo intuito che la cosa lo avrebbe infastidito quindi non volevo disturbare, però non c’è mai stata neanche l’occasione di uscire insieme, di andare a fare una gita, di festeggiare qualcosa, o di passare una serata in pizzeria. In pratica la nostra relazione si riduceva ad andare a letto insieme e a fare quattro chiacchiere su argomenti banali e convenzionali. In seguito mi disse che ciò era dovuto al fatto che era ufficialmente fidanzato con un’altra, ma io non osavo fare domande né chiedevo spiegazioni del suo strano comportamento, e semplicemente lo accettavo per quello che era. Mi accontentavo di quel poco che mi veniva dato, perché mi ritenevo di gran lunga inferiore alle altre ragazze e gli davo dunque l'implicito consenso a concedermi sole le briciole della sua attenzione, che per me erano un grandissimo onore. Non avrei mai osato contestargli niente e tanto meno rimproverarlo, per me persino prendere la semplice iniziativa di cominciare una conversazione era materialmente impossibile. Venivo bloccata dal panico e mi ritrovavo nella situazione di paura paralizzante che mi prendeva da piccola quando per esempio avevo l'assoluta necessità di chiedere qualcosa ai miei genitori. Dunque tra noi non c’era dialogo, io parlavo pochissimo di me e lui pochissimo di sé e sembrava che ci fosse un tacito, reciproco accordo per il quale nessuno dei due avrebbe dovuto impicciarsi più di tanto dei fatti dell’altro. Tutto questo, da una parte mi dava molta frustrazione perché mi sentivo tenuta a distanza e capivo che non c’era affetto o sollecitudine da parte sua nei miei confronti, d’altro canto mi consentiva di poter dissimulare i miei problemi ed evitava quindi le spiacevoli conseguenze che ne sarebbero derivate. Ero ormai convinta che mi sarebbe stato impossibile realizzare una normale relazione in cui si potevano condividere tutti gli aspetti della vita, mi ero rassegnata alla mia inferiorità ed ero disposta ad accettare quelle condizioni, per quanto fossero avvilenti e dolorose. In tutto ciò non c'era comunque neanche da parte mia nessun sentimento d'amore, almeno non di quell'amore che generalmente si intende possa esserci tra un uomo e una donna. Avevo da tempo rinunciato ai miei sentimenti: erano  troppo complessi e indecifrabili e non riuscivo assolutamente a gestirli. Anche solo l'idea di sentire un intenso legame d'affetto per qualcuno mi scatenava un senso di terrore che definirei apocalittico. Per me le emozioni erano come l'apocalisse biblica, vale a dire la totale devastazione dell'intero universo conosciuto.

Tutto ciò che in realtà mi aspettavo da quella relazione era solo di il fatto di procurami, per me e per il mondo esterno, una parvenza di rassicurante normalità. La mia vita era uno scatafascio totale, un evidente fallimento, ma se almeno avessi avuto un compagno al mio fianco, avrei potuto consolarmi col pensiero che dopotutto, in quel naufragio, ero riuscita a salvare qualcosa.

Talvolta provavo a parlargli delle mie difficoltà in famiglia e del mio carattere chiuso che mi dava problemi a trovare un lavoro, forse per cercare di introdurre l'argomento e tastare il terreno, cioè valutare se fosse il caso di parlargli sinceramente di me piuttosto che continuare a recitare la mia parte di persona normale. Ne parlavo in modo molto sfumato, senza dare a intendere la reale gravità della situazione, ma lui non sembrava interessato a queste cose, oppure mi assecondava solo per sbrigare la questione il più in fretta possibile e chiudere il discorso senza tanti fastidi.

In alcune occasioni peraltro, aveva apertamente criticato il mio modo di fare dicendo che ero un’esagerata, un’ipersensibile e invece che lamentarmi avrei dovuto semplicemente adattarmi a quelli che dopotutto erano i normali problemi della vita. Concludeva infine il discorso con il solito giudizio che davano di me tutte le persone con le quali provavo a confidarmi:

“Ma in fondo tua madre ti mantiene e non hai poi tutti questi problemi, se davvero ti mancasse il pane non potresti neanche permetterti di passare il tempo a pensare a queste cose, dovresti lavorare e basta, e magari ti farebbe anche bene, così impareresti cosa vuol dire lavorare sul serio che è ben altra cosa di quella idea bislacca della fotografia, che alla fine è solo una fantasia campata in aria.”

Quando sentivo che mi parlava in quel modo avrei voluto sprofondare sottoterra per quanto ero stata cretina nell’esporre i miei pensieri e i miei sentimenti e mi dicevo tra me: "Come hai potuto pensare che avrebbe capito? Te la sei proprio andata a cercare, non devi mai dire a nessuno quello che pensi, devi fare finta di essere come gli altri, comportarti come gli altri, dire solo quello che gli altri si aspettano di sentire da te, in fondo lo sai benissimo che sei tu quella sbagliata, quella che non funziona bene e non aspettarti che qualcuno possa comprenderti o aiutarti. Devi solo stare zitta e fare quello che c’è da fare, tutto il resto non ha importanza e devi tenertelo per te."

 

Ogni volta che avevo mostrato la mia sofferenza cosa ne avevo ricavato? Avevo forse avuto una parola di conforto o di comprensione? Certo che no, piuttosto ero stata attaccata e rimproverata, era ancora così e così sarebbe sempre stato. Qualsiasi cosa succeda bisogna andare avanti e continuare a fare quello che c’è da fare, non importa cosa senti o quello che ti porti dentro. Sono queste le regole del mondo e non c’è scampo, o si è dentro o si è fuori, e se non si ha la forza di accettarle, se si resta indietro, allora vae victis, non c’è da aspettarsi nessuna pietà e nessun aiuto.

E dunque, in quello stato d’animo, portavo avanti la mia esistenza e quella relazione in cui non mi restava che adeguarmi alle aspettative che l’altro aveva su di me.

Tuttavia il fallimento della mia vita era ormai evidente come un’insegna al neon, me ne stavo lì a gironzolare intorno a quell’idea della fotografia restando dipendente da mia madre e dalle sue regole, incapace di trovare la mia strada e di svincolarmi.

Ero debole e non sapevo affrontare la vita, come tutti i Parisi venivo sopraffatta dalle mie paure mi bloccavo in una situazione insoddisfacente pur di non dover affrontare il rischio di cavarmela da sola.

Ma i deboli non piacciono a nessuno e inevitabilmente anche lui finì con lo stancarsi di me.

 

 

Capitolo XXXVII

 

 

All’inizio del 2003 il suo comportamento nei miei confronti divenne più strano di quanto già non fosse: rinviava gli appuntamenti all’ultimo momento, oppure faceva un’ora di ritardo senza avvisare e giustificava il tutto dicendo semplicemente che era un periodo un po’ difficile. Credo che si aspettasse una mia reazione di rabbia e un conseguente litigio che avrebbe messo fine alla cosa, ma io da brava masochista me ne stavo lì a subire senza lamentarmi. A un certo punto non si fece vivo del tutto per circa 15/20 giorni. Capii che non sarebbe più tornato e come prima cosa ebbi la saggia idea di non cercarlo più lasciando che finisse in quel modo, d’altra parte mi sembrava giusto chiedere almeno una spiegazione di quel comportamento. In realtà non m’importava niente delle spiegazioni, il fatto è che stavo malissimo, non sopportavo di essere abbandonata sapendo che era colpa mia, perché non mi ero abbastanza impegnata nel fare quello che avrei dovuto fare, perché non riuscivo ad essere come si aspettava che fossi, perché l’avevo deluso, perché non ero all’altezza delle altre ragazze, perché ero un’incapace, perché ero debole.

Ero divorata dai sensi di colpa perciò avrei fatto di tutto per rimediare, avrei accettato qualsiasi condizione che potesse far perdonare tutti i miei insopportabili fallimenti. Ovviamente la mia paura di perderlo non aveva niente a che vedere con l'amore, piuttosto il solo pensiero che lui fosse arrabbiato con me mi era intollerabile. Il mio particolare modo di provare affetto per qualcuno rispecchiava l'attaccamento che avevo avuto per mia madre: uno stato di totale sottomissione e dipendenza emotiva, la paura costante d'essere abbandonata, e solo un piccolo sollievo nell'illusione che dopotutto sembrava ci fosse almeno una persona che forse mi voleva un po' di bene. E più di questo nella mia vita non c'è mai stato nulla.

Gli feci qualche telefonata e all’inizio non rispose nemmeno, poi credo che si decise a farlo solo per evitare di essere ulteriormente infastidito. Era molto seccato e mi disse che i fatti erano talmente evidenti che non c’era proprio nulla da spiegare. Supplicando e implorando riuscii alla fine a convincerlo a vederci un’ultima volta. Accettò, ma mi avvertì con estrema durezza: "Non ti permettere di alzare la voce con me, non ho nessuna voglia di litigare, se cominci ad agitarti e a fare l’isterica me ne vado immediatamente."

Non ci sarebbe neanche stato bisogno di dirlo, mi sentivo talmente in colpa che di sicuro non gli avrei rimproverato alcunchè. Riconobbi il fatto che aveva perfettamente ragione ad essere deluso di me, tutti avevano perfettamente ragione ad incolparmi perché non facevo niente, mi lamentavo di fastidi inesistenti e, in sostanza, nella vita non ci mettevo l’impegno dovuto. Come unica attenuante provai a parlare della depressione e delle mie difficoltà psicologiche, al che lui iniziò un discorso di questo tipo:

 

"Ma è proprio questo il punto. La depressione è un segno di debolezza, le persone forti non vanno in depressione, quando hanno delle difficoltà le affrontano e le superano. Tu sei debole, se ti deprimi vuol dire che sei debole. A me non piacciono le persone deboli, io sono forte e reagisco ai problemi, non me ne sto a piagnucolare come fai tu. Io non la voglio accanto a me una persona debole, io voglio una persona forte come me."

E continuò su questa strada, attaccando anche il mio aspetto fisico, perché ovviamente in quel periodo ero stata male e non avevo certo un bell’aspetto, ero smagrita, avevo le occhiaie, l’espressione sofferente, e in quell’occasione non mi ero nemmeno truccata come facevo di solito, non essendo ovviamente in vena di vanità, e lui se ne mostrò risentito:

"E poi guarda come ti sei ridotta, sei anche diventata brutta. Tra le altre cose, le ragazze depresse sono brutte, con quel muso lungo e l’aspetto triste e trascurato non sono mica belle a vedersi. Sappi che non mi piaci quando sei così. A me piacciono le ragazze serene, sorridenti, dinamiche, positive, che hanno cura di sé e sono sempre a posto. Sai, tempo fa avevo una ragazza che dopo un po’ che stavamo insieme cominciò a trascurarsi, a non truccarsi più, a non sistemarsi i capelli e io l’ho lasciata proprio per questo, perché era una mancanza di rispetto verso di me, se non si faceva bella per me significava che non le importava."

Lo implorai di darmi un’altra possibilità, gli dissi che sarei cambiata, sarei stata forte, non mi sarei lamentata di niente, mi sarei impegnata, e questa volta ce l’avrei fatta, doveva solo dirmi con precisione cosa dovevo fare e l’avrei fatta.

Lui ci pensò un po’ su, non era molto convinto, d’altra parte l’idea lo allettava a sufficienza. Alla fine elaborò un piano. Mi disse che da allora in poi sarebbe stato difficile vedersi perché voleva trasferirsi al nord e stava facendo dei viaggi frequenti per trovare un lavoro e una sistemazione. Mi disse inoltre che era fidanzato e, secondo i suoi programmi al massimo entro un anno si sarebbero trasferiti insieme e si sarebbero sposati. Nel frattempo noi ci potevamo ancora vedere quando possibile, in seguito mi sarei trasferita anch’io e l’avrei raggiunto nella sua stessa città. Lì mi sarei fatta la mia vita, avrei trovato un lavoro e mi sarei sposata, ma noi saremmo rimasti amanti e avremmo continuato a vederci esattamente nello stesso identico modo, però su come realizzare tutto ciò dovevo cavarmela da sola e lui non mi avrebbe dato alcun aiuto.

Accettai immediatamente le condizioni senza fare alcuna richiesta, e del resto non avevo alternative. Mi convinsi che aveva ragione e, qualsiasi cosa fosse successa sarebbe sempre stato meglio che restare a vita la schiava di mia madre.

Mi illudevo, come al solito, che quella sarebbe stata la volta buona, quella in cui ce l’avrei fatta definitivamente a tirarmi fuori da lì.

Restava ancora da capire come avrei potuto, con tutti i miei problemi, realizzare un piano che era tanto lontano dalle mie possibilità.

 

 

 

 

Capitolo XXXVIII

 

Nell'anno 2004 mio fratello aveva infine preso il diploma e trovò un lavoro andando a vivere stabilmente a Sofronia. Il risultato stupendamente positivo di ciò fu che ero ormai del tutto libera da qualsiasi controllo e riuscii persino a cambiare le serratura della porta di casa in modo che nessuno potesse entrare a parte me. Infatti per tutti i dieci anni in cui era stato a Zobeide per studiare, lui andava e veniva da casa mia a piacimento, e naturalmente quando tornava si ricominciava con gli ordini, gli insulti, i controlli e i litigi ed era perciò un gran sollievo avere la certezza che quella carogna non sarebbe più piombato in casa quando meno me l’aspettavo. Ero comunque riuscita a cavarmela e a non fargli scoprire gli incontri che avevo con quel ragazzo perché ci si vedeva poco ero molto prudente e avevo avuto fortuna. A quel punto, come mi era stato promesso, era arrivato il mio turno di essere aiutata negli studi, ma mia madre mi si rivoltò contro adducendo delle scuse incredibili. Disse che con tutto quello che aveva speso per mio fratello di soldi non ce n’erano più e non poteva darmene perché, come ripeteva sempre, bisognava fare dei sacrifici per mantenere la proprietà. Invero di soldi in quei dieci anni mio fratello ne aveva avuti parecchi. Basandomi su certi registri dei conti che avevo intercettato e consultato di nascosto, calcolai che in tutto si era succhiato la bellezza di circa 180.000 euro.

In seguito lui stesso ammise che quel periodo era stata una vera pacchia, aveva fatto la bella vita e si era divertito un mondo. L’unico motivo per il quale si era infine deciso a diplomarsi e a lavorare era il fatto che tutti i suoi amici ormai si erano diplomati e avevano cominciato a lavorare, quindi se non si adeguava  e non faceva come gli altri  c'avrebbe fatto la figura del cretino. Non aveva il minimo scrupolo per aver scialacquato tutti quei soldi. Disse semplicemente: "Beh, e che c’è di male? La vita bisogna godersela, se mamma mi dava dei soldi io me li prendevo, tutto qua. E mica sono scemo."

La cosa più assurda fu che anche se ormai lavorava ed aveva un suo stipendio, nel giro di qualche mese ricominciò a chiedere denaro con una serie di pretesti e, naturalmente gli veniva sempre concesso, ma ciò che mi preoccupava di più era che per questo e altri motivi sempre legati ad una cattiva amministrazione, mia madre cominciò a vendere le sue case. Ben tre appartamenti andarono via nel giro di pochi anni, senza che fosse dato un rendiconto su come venivano spesi quei soldi. Ovviamente se si vendevano le case affittate a studenti, se ne perdeva anche la relativa rendita e si entrò in quella spirale che ben presto avrebbe portato al fallimento.

La situazione mi fece infuriare, ero letteralmente imbestialita e per di più dovevo stare col capo chino e zittirmi perché ad ogni mia recriminazione mi veniva rinfacciato il fatto di non lavorare e di non aver studiato, e secondo la versione ufficiale ero soltanto io, con il mio comportamento da parassita, ad aver causato la rovina della famiglia.

Ma ero arrabbiata sopratutto con me stessa, per aver ingenuamente creduto a ciò che mi veniva promesso. Con me era facile approfittarsi, è sempre stato facile perché non riesco mai a capire cosa ha davvero in mente la gente quando mi dice qualcosa.

 

Mi sentivo presa in trappola. Negli ultimi anni avevo pensato che se avessi avuto la possibilità di cominciare a lavorare come fotografa, la situazione si sarebbe sbloccata e avrei raggiunto una mia indipendenza, ma naturalmente non avendo un minimo d’attrezzatura era impossibile avviare il progetto.

La situazione a casa diventava sempre più difficile. Mia madre ormai non riusciva più a far quadrare i conti, e a causa di ciò, non appena andava sotto di brutto aveva preso l’abitudine di prendersela con me e allora mi faceva delle riduzioni sullo stipendio, dicendomi che il mio sacrificio sarebbe stato ripagato dall’eredità e ovviamente era giusto punire la mia pigrizia e persino educativo spingermi con la forza a trovare un lavoro. Ma io con il lavoro continuavo ad avere i miei terribili problemi ai quali nessuno ha mai creduto e che mi rendevano a tutti gli effetti una handicappata. Così mi ritrovavo a stare in inverno senza riscaldamento perché la caldaia era rotta e mancavano i soldi per ripararla, oppure mi staccavano la luce o il telefono, o restavo indietro con le rate del condominio, insomma stavo effettivamente scivolando nella povertà.

 

Come se non bastasse avevo promesso a quel ragazzo che mi sarei data da fare per mettere da parte dei soldi e raggiungerlo quando sarebbe andato via e non erano ammessi fallimenti. Però, una volta sfumata la possibilità di lavorare con la fotografia, non sapevo proprio più dove sbattere la testa.

E mi ci arrovellavo il cervello ma la soluzione non arrivava: del resto conoscevo bene le mie difficoltà, negli anni scorsi avevo provato tante volte senza riuscire e sapevo anche di non poter chiedere aiuto a nessuno e seppure avessi potuto farlo nessuno mi avrebbe creduto, né capito. Ero chiusa in un circolo vizioso senza soluzione.

Una sera mi ritrovai per caso a guardare in televisione un’ inchiesta su come la prostituzione si stesse diffondendo tra ceti sociali piuttosto elevati, dove la questione non era più la semplice sopravvivenza, ma il desiderio di avere una vita migliore. C’erano donne che si erano licenziate dal loro piccolo e squallido lavoro di segretaria per poter avere la possibilità di viaggiare e istruirsi oppure quelle che così avevano trovato il solo modo di potersi allontanare da un marito prepotente che le controllava e le umiliava. Per molte era stato l’inizio di un periodo di libertà, di benessere e di indipendenza.

Improvvisamente mi si accese una lampadina in testa. Riflettendoci bene la cosa sembrava combaciare a pennello con la possibile soluzione dei miei problemi. Potevo tranquillamente aggirare il panico della fobia sociale e dell’agorafobia, dal momento che sarei stata impegnata solo poche ore al giorno e nemmeno tutti i giorni, e se capitava un periodo che proprio non me la sentivo potevo restarmene a casa senza dover dare spiegazioni a nessuno. Solo io avrei deciso quando lavorare e quando no, non c’era un capo a cui dover dare conto, non c’erano permessi da chiedere e giustificazioni da dare, non c’erano angoscianti responsabilità, non dovevo dimostrare di essere capace, né di essere sveglia e spigliata, né dovevo avere esperienza o raccomandazioni. Potevo presentarmi in tutta la mia stupidità e in tutta la mia goffaggine, potevo fare tutti gli errori che volevo senza timore di essere licenziata perché non c’era nulla da dimostrare e nessuna qualità da far valere: l’unico requisito richiesto era la bellezza e al di là di questo non era necessario nient’altro.

 

Le mie difficoltà e il mio non saperci fare con le persone non avrebbero avuto alcun peso, dovevo solo starmene lì ed eseguire meccanicamente un compito che qualsiasi ritardata sarebbe stata in grado di fare.

Infatti io ero appunto una ritardata, un’incapace, e se ciò mi impediva di fare un qualsivoglia lavoro normale, non era certo un ostacolo per un incarico in cui si presupponeva proprio il fatto che fosse riservato a donne fallite, stupide, incapaci e del tutto emarginate dalla società.

Certo, bisognava essere belle e in verità non è che io fossi tutta questa gran bellezza ed avevo già i miei trentasei anni, ma per fortuna ne avevo sempre dimostrato di meno e se ne avessi dichiarato trenta c’avrebbero creduto tutti, non è che andavano a controllare i documenti. Per di più non mi sembrava che nella mia piccola città ci fosse molto movimento in quel settore, e, per quello che ne potevo sapere, avevo ipotizzato che avrei avuto poca o nulla concorrenza, perciò bella o meno bella alla fine i clienti si sarebbero accontentati. Il maggior vantaggio era però di poter nascondere a mia madre che guadagnavo dei soldi autonomamente in modo che non ci sarebbero state ritorsioni sul mantenimento; prevedevo che sarei stata impegnata in poche occasioni a settimana, e nel caso ci fosse stato bisogno di andare subito da lei, avevo elaborato un mio stratagemma. Infatti quando è realmente capitato che mi telefonava  mentre ero al lavoro, io le dicevo: "Sì mamma, vengo subito, ma ora sto al supermercato, devo finire di fare la spesa, poi c’è la fila alla cassa e devo andare a casa a mettere la roba nel frigo, ma entro 30, 40 minuti sono da te."

Allora mi scusavo con il cliente, dicevo che purtroppo bisognava sbrigarsi perché avevo la mamma anziana e molto malata e nessuno protestava perché si sa che la mamma è sempre la mamma ed ero pienamente giustificata.

Per come la vedevo io, quella spiacevole ma necessaria faccenda non sarebbe durata a lungo, giusto il tempo di poter comprare l’attrezzatura, poi ero sicurissima che con la fotografia avrei cominciato ad ingranare e allora non ci sarebbe più stato bisogno. Certo, c’erano dei rischi da tenere in conto, era pericoloso, faceva schifo, era una cosa brutta, ma sarebbe bastato fare attenzione, usare prudenza, incontrare solo in albergo, prendere le dovute precauzioni, limitare al massimo i contatti, per il resto sarebbe stato un po’ come andare dal ginecologo e dopotutto, a conti fatti non mi potevo permettere di fare la schizzinosa. Se volevo togliermi da quell’impiccio bisognava pur sopportare qualche sacrificio.

Molti pensano che sia una cosa difficile e imbarazzante fare del sesso con un estraneo appena conosciuto, ma in realtà la situazione non implica nessun contatto emotivo con la persona e non crea nessuna relazione. Proprio per questo per me era molto meno angosciante che dover semplicemente passare un’ora a parlare con un qualsiasi essere umano.

 

Si trattava di un contatto puramente meccanico, emotivamente asettico, automatizzato, robotico, un lavoro da manichino, da marionetta, da robot, appunto, e non a caso la fantascienza cinematografica è piena di donne robot costruite appositamente per questo scopo, da Blade Runner a ex Machina e Automata. E io che avevo  vissuto tanto tempo da sola, senza poter esprimere le mie emozioni e con il divieto addirittura di provarle, ero arrivata al punto di non riuscire a comportarmi da essere umano, cosa che costituiva generalmente un problema; tuttavia come automa me la cavavo benissimo quindi la situazione per me era perfetta.

L’unica differenza con un vero robot consisteva nel fatto di non osservare la seconda legge del protocollo asimoviano: non obbedivo agli ordini degli umani e decidevo io cosa fare.

 

L’idea cominciava a girarmi in testa in modo ossessivo e più ci pensavo, più mi sembrava che fosse ormai l’unica soluzione. Mi misi seriamente a studiare l'argomento, cercai informazioni su internet per capire come funzionava il sistema, come dovevo muovermi e regolarmi, e un po’ alla volta il piano diventava sempre più chiaro e preciso. Mi ci vollero comunque molti mesi per decidermi a passare all’azione, perché non è certo una cosa che si fa dalla sera alla mattina e alla fine mi convinsi ad agire quando  ero ormai ridotta allo stremo e non ne potevo proprio più della mia condizione.

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 12

 

 

                      Il coraggio di volersi bene 12

 

 

 

Capitolo XXXII

 

Non fu affatto facile dire a quel ragazzo che la relazione era finita lì, io non so proprio come parlare di queste cose e con i sentimenti umani non ci so fare nella maniera più assoluta. Dissi solo che avevo grossi problemi a casa perché mia madre e mio fratello erano molti gelosi e possessivi e si erano messi in mezzo: ebbi l’impressione che ci fosse rimasto un po’ male, e soprattutto era sorpreso di come avevo subito accettato i loro divieti. Non dissi nulla delle mie difficoltà personali e in verità tutta quella scenata che c’era stata con mia madre mi aveva dato la possibilità di mettere fine a qualcosa che non riuscivo assolutamente a gestire e che mi stava mandando in panico totale.

Da allora in poi un altro tarlo cominciò ad insediarmisi in testa e mi portò ad evitare come la peste ulteriori relazioni con gli uomini. Assodato ormai che per me queste erano cose troppo complicate, che non sapevo gestirle e che mi davano una tale insopportabile ansia da costringermi, a un certo punto, a rinunciare, sarebbe stato meglio non cominciare proprio. Avrei rischiato di ferire o deludere un’altra persona e non mi sembrava giusto far soffrire qualcuno per i miei personali problemi.

Le relazioni e la vicinanza con gli altri mi apparivano sempre più difficili e pericolose e, per via di tutte queste possibili, spiacevoli conseguenze, mi convincevo che al mio destino di solitudine non c’era soluzione. Continuare a fare delle prove alla cieca sperando di imparare qualcosa in quel modo, sarebbe stato come mettersi alla guida in stato d’ebbrezza: finchè si fa del male a se stessi è un conto, ma quando ci vanno di mezzo anche altre persone, allora è una cosa più grave. Se non ero in grado di fare qualcosa non dovevo nemmeno azzardarmi a provarci.

Naturalmente le mie condizioni mentali peggiorarono per via di tutte le considerazioni e le conclusioni che ricavai dalla faccenda.

La cosa che mi sorprese di più di quella situazione fu che io non soffrivo affatto  per  la mancanza di quel ragazzo, per aver perso la sua compagnia e la sua vicinanza, ma solo perché avevo fallito in ciò che mi ero proposta di fare e avevo avuto un’inoppugnabile conferma delle mie incapacità. Mi resi conto di non provare nessun sentimento per lui; certo, era simpatico, era un bel ragazzo e quindi c’era una certa attrazione, ma aldilà di questo non provavo assolutamente niente. Mi ero buttata in quella situazione perchè era uno dei passi in avanti che volevo fare per diventare una persona normale, potermi considerare alla pari degli altri, sentirmi più integrata nel mondo, ma questo non aveva nulla a che vedere con le emozioni, i sentimenti, i legami d’affetto. Sembrava che nella mia mente si fosse creato un buco, una voragine che aveva inghiottito tutti i miei sentimenti e in verità io non provavo più nessun attaccamento e nessuna emozione. Cominciavo ad avere il sospetto che tutti quegli anni in cui, per una questione di pura sopravvivenza avevo dovuto nascondere, reprimere e soffocare i miei pensieri e le mie emozioni, avessero prodotto un danno irreversibile. E cioè temevo di aver perso per sempre la mia parte umana ed emotiva e di essermi trasformata davvero e mio malgrado in quel burattino vuoto che i miei genitori volevano che fossi.

In quel periodo feci un sogno spaventoso.

Mi stavo truccando davanti allo specchio e nel mettermi il fondotinta notavo che la pelle del viso aveva una strana consistenza, molto morbida e cedevole. Ne afferravo una parte con le dita, tirandola, e mi accorgevo che era eccessivamente elastica, sembrava fatta di gomma, o di un tessuto artificiale. D’improvviso venivo presa da un raptus: mi strappavo tutta la pelle della faccia meravigliandomi di non sanguinare e di non sentire alcun dolore, e scoprivo che sotto non c’erano ossa e muscoli, bensì una struttura metallica, ingranaggi meccanici, fili elettrici. Avevo scoperto con orrore di non essere una creatura umana, ero un robot ricoperto di gomma.

 

Nella speranza di tirarmi fuori da quella situazione convinsi mia madre a finanziarmi un’altra terapia psicologica, da fare ancora una volta a Leonia, nella speranza di trovare stavolta un medico davvero competente. Qualcuno ci indicò il nome del dottor M. e come al solito alle prime sedute lei fece la sua bella recita nella quale mi dipingeva come una parassita pigra e buona a nulla e ribadiva il fatto che in famiglia era stato tutto assolutamente normale, ma io pensai che, se quello era davvero un tipo in gamba, avrebbe capito l’inganno e non ne avrebbe tenuto conto. Oltre che psicologo era anche psichiatra e mi prescrisse un antidepressivo, delle pillolette in una scatolina gialla che mi davano come unico effetto un forte  mal di stomaco per un paio d’ore dopo che le avevo prese. Andavo a fare la seduta ogni lunedì pomeriggio. Arrivata a Leonia prendevo un autobus che si arrampicava fino ai colli dei Platani e me ne stavo per un’ora in una stanza dalle luci soffuse, dove, accanto alla finestra, erano disposte l’una di fronte all’altra due eleganti poltrone di color blu elettrico.

Le mie aspettative sul dottor M. furono deluse: non era un tipo in gamba nè un bravo medico. Quando gli raccontavo gli episodi traumatici della mia vita lui sembrava quasi sorriderne con sadica soddisfazione, mi guardava con certi occhi furbetti da topo e minimizzava tutto dicendo che io ero ipersensibile e avevo ingigantito degli eventi obiettivamente banali e insignificanti. Gli dissi di mio padre che si divertiva ad uccidere gli animali e lo spavento che mi presi per il gatto ammazzato a calci o quando vidi il topo affogato nella gabbietta e lui mi rispose con un discorso del tipo:

“Ma io non credo che le cose fossero poi realmente come le descrivi, a volte i ricordi vengono deformati dalla mente e del resto questa è solo la tua interpretazione dei fatti; comunque i topi sono animali pericolosi e in qualche modo bisognava pur liberarsene, tuo padre non aveva tutti i torti ad ammazzarli.”

E continuava sempre a sostenere la tesi che avevo aspettative esagerate, che non potevo pretendere di avere la famiglia del mulino bianco, che dovevo convincermi ad accettare l’imperfezione della vita, che non sono tutte rose e fiori, che in realtà il controllo che mia madre e mio fratello avevano su di me non era poi così grave e io dovevo imparare a sopportare le inevitabili circostanze spiacevoli della realtà. E questo era tutto, e, dal mio punto di vista, il discorso era di una tale banalità da somigliare alla scoperta dell’acqua calda. Cosa me ne facevo dei suoi buoni consigli? Perché mai dovevo pagare 100 mila lire a seduta per sentirmi dire quelle ovvietà?

Dopo quasi un anno non ne potevo più delle sue stupidaggini e soprattutto non riuscivo a sopportare quegli occhietti da topo che ridevano delle mie disgrazie, perciò misi fine alla terapia adducendo il fatto che erano insorti dei sintomi psicosomatici; che poi erano arrivati davvero, vista la delusione e  la rabbia per non essere stata né creduta né tantomeno capita.

Arrivata a quel punto della mia vita, avevo 28 anni, non avevo amici, non avevo un lavoro, non avevo un ragazzo, ero costantemente controllata e ricattata da mia madre e mio fratello e non sapevo proprio come tirarmi fuori da quella situazione.

 

 

Capitolo XXXIII

 

Continuai a fare dei tentativi, cercando di farmi venire qualche nuova idea perché tutto il contesto  stava diventando di drammatica importanza e bisognava pure attaccare il problema da qualche parte. Mia madre mi comandava a bacchetta e io dovevo sempre essere a sua disposizione per ogni cosa decidesse, ma , proprio per questo motivo, potevo almeno avere qualche notizia di quello che combinava. Venni così a sapere, seppure per sommi capi, del modo in cui in gestiva la proprietà e, per quel poco che mi riuscì di saperne, capii comunque che la situazione non era delle migliori.

In quegli anni i tre appartamenti che erano stati acquistati nel parco delle Rose venivano affittati a studenti e io avevo il compito, tra le altre cose, di mettere annunci per trovare inquilini, far visitare la casa, recarmi a controllare sul posto quando c’era qualche problema e cose del genere. Contrariamente a quanto lei sosteneva in continuazione, in realtà io non ero del tutto una fannullona parassita e, seppure in piccolo, svolgevo comunque il mio lavoro per la proprietà, e riuscivo a farlo in virtù del fatto che si trattava di mansioni che richiedevano non più di tre ore alla volta, non c’erano orari fissi e non ero impegnata tutti i giorni. Per quanto fosse sempre difficile per me stare fuori casa e incontrare delle persone, riuscivo a controllare il panico e avevo poi il tempo di riprendermi e riposarmi. In tutto ciò cominciai a notare l’assurdo e controproducente comportamento che lei teneva negli affari e la sua attitudine a sprecare i soldi. Mi resi conto che con ogni probabilità avrebbe finito col vendersi quegli appartamenti prima di morire senza lasciarci niente in eredità.

Lei si guardava bene dal metterci al corrente di come gestiva i beni di famiglia. Pensava che la cosa non ci riguardasse affatto: quelle case erano roba sua e aveva tutto il diritto di farne quello che più le sembrava opportuno. Non sentiva verso i suoi figli la minima responsabilità, il suo compito era stato solo quello di metterli al mondo, tutto ciò che poi ci aveva concesso era già stato un regalo ricevuto immeritatamente e se la nostra vita presentava delle difficoltà non era certo affar suo.

Il mio futuro appariva quindi molto incerto anche dal punto economico e persino nella vita di tutti i giorni avevo le mie difficoltà perché lo stipendio che mi dava bastava giusto a coprire le spese necessarie, non potevo mettere nulla da parte e se avevo un’emergenza dovevo andare a chiederle l’elemosina, con tutti i litigi che ne derivavano.

Nel tentativo di trovare una mia tranquillità economica cominciai a consultare gli annunci dei giornali locali alla ricerca di quei lavori che fanno le ragazze a quell’età: segretaria, barista, baby-sitter e simili.

Andavo ai colloqui sperando che nessuno si sarebbe accorto di niente e di poter apparire una ragazza come  le altre, ma per quanto mi sforzassi di dissimularlo, era ormai più che evidente che non  lo ero affatto. La mia insicurezza si vedeva da un miglio di distanza, non avevo nessuna raccomandazione e nessuna esperienza, non sapevo scrivere a macchina né usare il computer. Per di più la mia età, alla soglia ormai dei trent’anni, cominciava a costituire un ostacolo e c’erano decine di ventenni a disposizione molto più spigliate e disinvolte di me, che sin dalla prima impressione dimostravano di saper fare di meglio.

 

L’intelligenza sembrava essere la mia unica inconfutabile qualità perciò cercavo di puntare su quello, tuttavia ai colloqui davo l’impressione di essere una stupida totale. Ogni volta che mi capitava di parlare con una persona sconosciuta, accadeva sempre la stessa cosa: io cercavo di essere simpatica, disinvolta e naturale ma siccome non mi veniva spontaneo e dovevo forzarmi a fare qualcosa di cui non ero capace, finiva che combinavo un disastro.

Ho poi capito, molti anni dopo che le persone come me, benchè abilissime nella comunicazione verbale per via della loro intelligenza e cultura superiore, risultano del tutto incompetenti e goffe nella comunicazione non verbale, che  costituisce addirittura il 93% di qualsiasi conversazione. Si possono dire le cose più interessanti del mondo, ma se lo si fa a testa bassa, con lo sguardo sul pavimento, tenendo le spalle curve, con un tono di voce sommesso e monotono, l'altra persona ne trarrà una sola conclusione: "Questo è uno scemo."

Anche se individuavo i punti in cui sbagliavo e cercavo di correggerli, non c'era verso di sfuggire, ripetevo sempre gli stessi errori. I miei schemi mentali disfunzionali erano molto più forti di ogni mia buona intenzione.

Ogni volta mi accorgevo con sgomento che il mio interlocutore aveva pensato di trovarsi di fronte una cretina.

Ci fu persino un signore molto scortese che me lo disse proprio in faccia, senza tante cerimonie. Mi guardò con estrema durezza, anche un po’ seccato del fatto di aver perso tempo con me, e cominciò a fare uno strano discorso del tipo: "Tu da quando sei entrata in questa stanza non hai fatto altro che sorridere ma siccome il sorriso abbonda sulla bocca degli stolti, è inutile continuare a perdere tempo, te ne puoi pure andare."

Fu un episodio molto avvilente.

Nonostante ciò io continuavo a provare e di tanto in tanto, per una semplice questione statistica, mi capitava persino di ottenere l'incarico.

E io mi sforzavo, mi impegnavo al massimo, perché tutti dicono che bisogna sforzarsi e metterci la buona volontà per guarire e ottenere dei risultati, ma nonostante facessi una fatica enorme per rispettare gli orari e gli impegni, per comportarmi cioè come tutte le persone normali,  finiva che stavo talmente male da non reggere per più di una settimana. L’ansia e l’angoscia arrivavano a livelli insopportabili, entravo in stato confusionale e, visto che tutte le mie poche energie venivano assorbite dal lavoro, in casa e per me stessa non riuscivo più a fare nulla. Non facevo le pulizie quotidiane, non lavavo i vestiti, non mi preparavo da mangiare e compravo tutto surgelato o in scatola, usavo i piatti di plastica per non doverli lavare e anche andare a fare la spesa diventava un’impresa immane. Non riuscivo proprio a reggere il fatto di stare fuori casa per almeno quattro ore e di trovarmi in compagnia di altre persone e non c’era nessuna via di scampo, era cosi per sei giorni di fila, senza poter avere una tregua. Se almeno fosse stato  un giorno sì e uno no avrei potuto riprendere fiato, ma dove lo trovavo un lavoro da fare solo due o tre giorni a settimana?

Non c'è modo di spiegare ad un osservatore esterno il profondo sconquasso interiore provato da un autistico che viene costretto ad avere relazioni con gli altri, dovendo per giunta dissimulare la propria condizione. A chi ha la fortuna di non soffrire di questo disturbo posso solo dire di immaginarsi chiuso in un sommergibile che sta per sgretolarsi sotto la pressione delle acque dell'oceano più profondo, o di essere su un aereo che sta precipitando a causa di un incendio a bordo. Tutto ciò che sai è che stai per morire della morte peggiore che possa esistere, e tuttavia il momento della morte, quello che ti assolverebbe infine dal tormento, non arriva mai.

Per quanto cercassi di dissimulare il mio profondo stato d’angoscia, finiva comunque che il lavoro ne risentiva: ero goffa e impacciata, silenziosa, triste, me ne stavo con la testa bassa e lo sguardo sul pavimento. Non era certamente lo stato d’animo giusto con cui lavorare, e di sicuro non davo una bella impressione. Lo stress a cui venivo sottoposta ogni giorno era molto più di quanto potessi sopportare e prosciugava ogni mia energia vitale.

Se osavo raccontare a qualcuno il disagio provato in quelle occasioni, venivo sempre accusata di essere una gran pigrona che faceva dei capricci per non andare al lavoro e che il mio scopo ultimo era quello di vivere facendomi mantenere da mia madre. Alla fine mi sono arresa al fatto che i miei disturbi sono del tutto incomprensibili per le persone normali e questo comporta il disagio di non poter affatto spiegare i miei problemi lavorativi.

Nel campo del lavoro mi ritrovavo perciò ad avere una serie di problemi irrisolvibili che si sovrapponevano l'uno all'altro.

Il problema di riuscire a farmi assumere, il problema di sopportare l'enorme stress costituito dal contatto con gli altri e dalla lontananza da casa, il problema di non poter spiegare i miei problemi e non poter ricevere aiuto o comprensione.

Era decisamente troppo per qualsiasi essere umano.

Perciò, per quanto mi sforzassi di resistere, alla fine venivo assalita da drammatici sintomi psicosomatici che mi costringevano ad arrendermi: non potevo più  dormire né  mangiare, mi si formava il classico nodo in gola e se anche cercavo di aggirare l'ostacolo comprandomi pappine ed omogenizzati, potersi alimentare diventava qualcosa di impossibile. Una volta arrivai al punto di non riuscire neanche a bere l’acqua e pensai di andare al pronto soccorso per farmi fare una flebo di fisiologica ma mi resi conto che avrei dovuto dare delle spiegazioni del mio stato e allora rinunciai per paura che mi facessero il TSO.

Quando arrivavo a stare così male ero dunque costretta a licenziarmi per una semplice e ovvia questione di sopravvivenza.

Un'altra complicazione inevitabile era che, per via del controllo serrato a cui mi sottoponeva mia madre, quando mi capitava di trovare lavoro dovevo per forza metterla al corrente. Non avrei potuto giustificare in alcun modo le ripetute e regolari assenze da casa delle quali sarebbe venuta a sapere per via delle numerose telefonate a sorpresa, fatte in qualsiasi momento del giorno e della notte. Una volta venuta a conoscenza della cosa, per quanto poco potesse durare l’impiego, lei in quel mese mi riduceva lo stipendio di 50,100, o anche 150 mila lire adducendo il solito pretesto che erano arrivate tasse inaspettate e bisognava fare tutti dei sacrifici per poter conservare la proprietà, che poi non aveva alcun valore reale. Con questo trucchetto riusciva a boicottare i miei tentativi di indipendenza e annullava completamente il vantaggio che cercavo di prendermi su di lei.

Si trattava a tutti gli effetti di una punizione: comportandosi in quel modo mi faceva capire di non essere affatto contenta di vedermi crescere e fare dei passi avanti per diventare indipendente. Mi diceva tacitamente che interpretava la circostanza come una specie di sfida, di dichiarazione di guerra nei suoi confronti, e perciò mi avvertiva di avere delle armi contro di me e le avrebbe certamente usate se continuavo a provocarla. Se anche per miracolo fossi riuscita a mantenere stabilmente il lavoro, mi avrebbe del tutto negato il mantenimento, e io mi sarei trovata nella stessa precaria situazione di prima, perché con un lavoro di segretaria o baby sitter non avrei mai potuto guadagnare più di quanto mi dava lei; senza contare il fatto che, come si sa, questi lavoretti durano poco, e allora, quando infine l’avrei perso per un motivo qualsiasi, avrei dovuto implorarla di aiutarmi e accettare ogni sua condizione. Come se non bastasse, quando le comunicavo di aver perso un lavoro che avevo provato a fare, dovevo stare molto attenta ad attribuire la causa a motivi esterni, del tipo che al mio posto era subentrata una ragazza molto raccomandata, e non potevo in nessun caso parlare delle mie difficoltà e dei miei drammi per evitare i suoi rimproveri. E persino quando riuscivo a trovare degli alibi credibili lei non perdeva occasione di sgridarmi e cominciava a farmi una predica di biasimo e disapprovazione:

"Lo vedi che sei un’incapace? Non sei buona neanche a tenerti un lavoretto da niente. Ti sei fatta licenziare! Sei una stupida totale e senza di me non potresti nemmeno sopravvivere. E hai pure il coraggio di lamentarti, quando invece dovresti baciare la terra su cui cammino per il fatto che ti mantengo. Lo vedi che sei una fallita?"

Tutto questo faceva parte del suo piano per convincermi, a volte subdolamente, a volte con aperte minacce, che non avrei mai avuto modo di sfuggire alla sua schiavitù e che l’unica possibilità di vivere era di rassegnarmi ai suoi comandi per sempre, come lei stessa era stata costretta a fare nei confronti dei suoi genitori e di suo marito.

Infatti per quanto potesse lamentarsi di mantenermi e di spendere soldi per me, d’altra parte non faceva nulla per aiutarmi ad inserirmi nella società e nel mondo del lavoro, perchè quella mia situazione di difficoltà e di dipendenza era il mezzo con cui si assicurava il totale controllo e potere su di me, e per lei sarebbe stato uno smacco insopportabile se fossi riuscita a svincolarmi e liberami dalla sua sudditanza.

Si dava quindi per scontato che non ce l’avrei mai  fatta ad uscire da quella trappola, che non ne sarei mai stata capace e se venivo trattata come ero trattata era proprio per questo.

Alla fine, visti i miei evidenti fallimenti, ne ero convinta anch’io.

 

 

Capitolo XXXIV

 

 

Un giorno comprai per caso in edicola delle dispense di un’enciclopedia sulla fotografia, poi in libreria trovai dei libri d’arte e delle monografie sui pittori del primo ‘900, come Magritte, Klimt, Munch, e movimenti artistici come il surrealismo, l’espressionismo, il cubismo… Scoprii tutto un mondo che fino allora avevo ignorato e ne fui letteralmente affascinata.

Era la prima volta che mi sentivo così coinvolta in qualcosa e mi sembrò perfino che si stesse risvegliando quella mia parte emotiva di affetti ed emozioni che credevo di aver perso. Mi piaceva in particolar modo la fotografia e decisi finalmente che nella vita volevo fare la fotografa. Dentro di me stava nascendo una vera passione per l’arte e, per quanto fosse incredibile, sentivo un vero e genuino interesse per qualcosa, scoprivo improvvisamente che nel mondo esistevano delle cose belle, interessanti e coinvolgenti, delle cose per cui valeva la pena vivere e svegliarsi la mattina. Avevo l’impressione che quei miei nuovi interessi mi stessero risvegliando dallo stato di torpore e paralisi in cui ero caduta da tempo, mi sembrava letteralmente di resuscitare e questo per me era una cosa grandiosa.

Mi sembrava che quel tipo di lavoro poteva aggirare abilmente quegli ostacoli che fino allora mi avevano bloccata, infatti non avrei avuto degli orari fissi e degli impegni quotidiani, per me impossibili da rispettare, non avrei dovuto seguire delle regole o degli ordini imposti da qualcuno ma potevo gestire da sola il mio lavoro. Non dovevo stare troppo a contatto con la gente e immaginavo che avrei speso la maggior parte del tempo a fare tutta sola le mie riprese per poi mettermi al computer ad elaborare le fotografie. E come se non bastasse mi dava la meravigliosa possibilità di esprimermi e creare qualcosa di originale, che rappresentasse il mio modo di essere.

Senza saperlo mi era venuta l'idea di fare proprio ciò che viene solitamente consigliato a chi ha un disturbo di tipo Asperger, cioè coltivare i propri talenti e interessi e trasformarli in un lavoro. In un certo senso ero sulla strada giusta, tuttavia nel formulare quel progetto mancavano delle informazioni fondamentali di cui sarei venuta a conoscenza solo con l’esperienza e la pratica.

L'idea era arrivata troppo tardi, la gavetta in questo campo comincia a quindici anni per arrivare a poter lavorare sul serio solo a trenta/trentacinque, e io cominciando a trent’anni ero in enorme ritardo. In una piccola città disagiata come la mia c’erano sì e no due o tre fotografi di matrimonio e nient’altro, quindi le possibilità di farsi assumere come apprendista erano pari a zero. E infine, cosa più importante e terribile di tutte, mi accorsi che in ogni tipo di lavoro, c’è sempre bisogno, almeno all’inizio, di stabilire relazioni, conoscenze e contatti con gli esseri umani. Non importa se poi quel lavoro ti porta a startene chiuso in un monastero o a passare dieci mesi all’anno su di un’isola deserta a filmare la vita di una colonia di formiche in via d’estinzione: per ottenere un qualsiasi tipo di lavoro bisogna necessariamente, inderogabilmente, inappellabilmente, saperci fare con la gente.

Io quell’ostacolo non sarei mai riuscita a superarlo, non contava quanto potesse piacermi la fotografia, nè quanto fossi brava e capace: tutto il resto non aveva alcun valore se non ero neppure in grado di uscire di casa e convincere qualcuno ad assegnarmi un incarico.

Ignorando queste importanti condizioni e tutta presa dall’entusiasmo iniziale, comunicai la decisione a mia madre e le chiesi un aiuto per finanziare i miei studi. Seppure per ovvi motivi non avrei potuto seguire un corso di fotografia, mi occorrevano comunque libri, riviste, una reflex con relativi accessori e naturalmente un computer, che io, alle soglie del 2000, ancora non avevo.

Come c’era d’aspettarsi la mia richiesta venne respinta perché considerata solo una delle mie tante fissazioni. Una cretina come me del resto non poteva che avere idee sciocche e insensate. Da quel momento, ogni volta che accennavo all’argomento, lei iniziava a canzonarmi e a mettermi in ridicolo dicendo:

"Aaahhh, ecco, è arrivata la grande fotografa! Che c’è, vuoi diventare famosa? Vuoi fare le riviste di moda? Vuoi andare a Milano? Ma cosa ti sei messa in testa? Tu al massimo andrai a fare le foto della prima comunione ai bambini!"

 

Altre volte invece mi faceva illudere dicendo che avrebbe  voluto certamente aiutarmi ma c’era ancora mio fratello che pesava sulla famiglia con i suoi studi a Zobeide, quando poi lui avrebbe finito, entro uno o due anni al massimo, allora ci sarebbe stato spazio anche per me. Ma stranamente lui aveva già passato da un pezzo i tre anni previsti per prendere il suo diploma secondo le regole, e in verità ne sarebbero passati ancora molti altri prima che si decidesse a finire. E io da perfetta allocca credevo a quello che mi si diceva, e me ne stavo lì ad aspettare, anche perché non avevo altra scelta dal momento che i miei tentativi di procurami dei soldi extra erano finiti male.

E’ vero, l’idea della fotografia sarebbe fallita comunque, ma se si deve fallire è meglio farlo subito piuttosto che perdere anni a inseguire un sogno irrealizzabile, e in tutte quelle intricate vicende io continuavo a perdere anni preziosi della mia vita senza capire che non avrei più potuto recuperarli.

 

Mi venne allora in mente l’idea di chiedere a qualcuno di intercedere per me allo scopo di convincere mia madre che il mio bisogno di essere finanziata negli studi era del tutto legittimo e sensato e avevo diritto ad essere trattata alla pari di mio fratello, le cui richieste erano state integralmente accettate.

Non avevo peraltro nessuno a cui rivolgermi, con i nostri parenti avevamo tagliato i ponti da tempo, e a dire il vero erano dei gran menefreghisti, non volevano impicci e non avrebbero capito nulla della situazione.

Pensai allora di contattare quell’insegnante d’italiano che al ginnasio mi aveva dato nove al compito in classe. Sicuramente si ricordava di me, quell’evento era rimasto memorabile e all’epoca sembrava davvero tenermi in grande considerazione; mi ero persino convinta che mi volesse un po’ di bene. Non era facile per me trovare il coraggio di parlare con qualcuno delle mie difficoltà, e mi ci vollero almeno due mesi per decidermi ma alla fine le scrissi una lunga lettera, poi ci sentimmo al telefono e cominciammo ad incontrarci. Sembrava molto dispiaciuta e preoccupata per la situazione, anche se all’inizio dovetti sudare sette camicie per convincerla che la mia condizione familiare, così anomala e intricata, era reale e non frutto della mia immaginazione. Comunque mi diceva: "Non preoccuparti, ora ci sono io, ti aiuto io, conta pure su di me, vedrai che ora le cose andranno meglio."

Decidemmo infine che sarebbe stato opportuno organizzare un incontro con mia madre per farle capire la necessità di occuparsi anche della mia sistemazione e lei, per quanto seccata e infastidita, accettò comunque il colloquio. Infatti in queste occasioni sapeva difendersi bene e non aveva dunque niente da temere. In seguito mi disse: "Ma cosa ti è saltato in testa di andare a raccontare i fatti nostri a degli estranei, e per che cosa poi? Che pensavi di ottenere con questa bravata? Ci hai fatto solo la figura della pazza, lo vedi che non ti crede nessuno? La vuoi finire una buona volta con queste fisime?"

Tanto è vero che dopo quell’incontro la mia insegnante cambiò completamente opinione su di me: mia madre l’aveva abilmente manipolata e portata dalla sua parte.

Il suo atteggiamento verso di me cambiò in modo tangibile e io mi sentii smarrita e impotente; cominciò persino a guardarmi con uno sguardo di rimprovero, disprezzo, invidia.

Una volta mi fece un discorso di questo tipo:

“Beh, ma sai in fondo la tua situazione non è così grave. Tua madre ti fa vivere da sola in una bella casa, ti mantiene, ti ha comprato l’auto, hai tutto quello che ti serve e non hai nulla di che lamentarti. Cosa pretendi di più? Lascia perdere questa storia della fotografia, tu non hai affatto bisogno di lavorare, ti basta aiutare tua madre con la proprietà e un giorno potrai campare di rendita. Hai dei vantaggi che io alla tua età potevo solo sognarmeli, e ancora oggi vivo in una casa talmente piccola che non so mai come sistemare la roba, la macchina che uso è quella di mio marito e faccio tanti sacrifici per mandare i miei figli all’università… tu non ti rendi conto di come sei fortunata, se proprio ti piace tanto la fotografia nessuno ti impedisce di farlo come hobby.”

Non mi aveva creduto. Non aveva creduto ad una sola parola di quello che le avevo detto ed era stata in tutto e per tutto convertita alla versione ufficiale della famiglia Parisi. Capii che con mia madre era inutile combattere, era innegabilmente più forte di me ed avrebbe sempre vinto lei.

Allora persi ogni interesse a continuare quella frequentazione e cominciai ad allontanarmi. Non sopportavo di essere considerata una ragazzina pigra e viziata che inventa pretesti per scroccare soldi alla madre, e invero se non ero io a cercarla lei non si preoccupava affatto di chiamarmi.

Decisi però di giocarmi un’ultima carta. Avevo pensato di dare lezioni private d’italiano per raggranellare un po’ di soldi, e mi sembrava un lavoro con il quale potevo aggirare le mie solite difficoltà. Non c’era necessità di uscire di casa, quindi non c’era il problema dell’agorafobia, avrei incontrato solo un alunno alla volta, solo per un paio d’ore e magari neanche tutti i giorni, in modo che la fobia sociale sarebbe stata minima e avrei potuto controllarla; per di più se mia madre mi chiamava al telefono mi avrebbe trovato in casa e se proprio dovevo urgentemente andare da lei avrei potuto facilmente interrompere la lezione senza perdere il lavoro. Purtroppo nella mia piccola città le lezioni private si trovavano solo per conoscenze e raccomandazioni, pertanto chiesi alla mia insegnante se poteva trovarmi un alunno, e, in effetti, chi altri meglio di lei avrebbe potuto farlo?  Lei mi disse: “Ma certo, stai tranquilla.”

Cominciarono a passare i giorni, le settimane e non succedeva nulla. A un certo punto le telefonai per chiedere spiegazioni e la sua risposta mi lasciò di stucco: "… Ma sai, Amelia, io mi trovo in difficoltà… cosa posso dire di te alle madri dei ragazzi? In fondo tu non sei laureata, non hai una qualifica, non è che posso mandare gli alunni da qualcuno che non può dare garanzie… dovresti capire come stanno le cose… "

 

Ma che stava dicendo? Una qualifica, la laurea? E da quando per dare lezioni private ci vuole la laurea? Le danno persino i liceali che ancora non si sono diplomati. Aveva bisogno di una laurea per conoscere il mio valore? Non ricordava di avermi dato nove in italiano?

Mi ero sbagliata sul suo conto e avevo sopravvalutato la considerazione che aveva di me. Dopotutto io ero una perfetta estranea che le era piombata all'improvviso tra capo e collo chiedendo questo e quest'altro quando lei aveva già il suo bel da fare. Cosa ci avrebbe ricavato ad aiutarmi? Come avrei mai potuto ricambiare il favore, io che non ero nessuno?

E poi, dopo aver parlato con mia madre mi guardava ormai in una nuova luce e non credeva più alla mia versione dei fatti.

In realtà anch’io la vedevo in una diversa prospettiva: quella che a quindici anni mi era sembrata una donna sensibile, colta, intelligente, di mentalità aperta e libera da pregiudizi, mi appariva ormai come una persona del tutto ordinaria, una donnetta con la tipica mentalità chiusa e limitata di chi vive in una cittadina arretrata, infarcita  dei più comuni clichè.

Il clichè della figlia viziata che pretende dalla madre cose non indispensabili, il clichè che sia il titolo di studi a qualificare una persona, il clichè che i figli abbiano il dovere di amare i genitori a prescindere dal loro comportamento, e quindi non avevo alcun diritto di lamentarmi di come mi trattava mia madre…

E poi c'era quel maledetto problema dell'invidia...

Mia madre sa benissimo come mentire e come manipolare gli altri per suscitare in loro i pensieri e le emozioni che più le fanno comodo. Le aveva raccontato della mia esistenza come di una vita beata, dorata, oziosa, sprofondata nel dolce far niente, sapendo in questo modo di far leva sulla comune frustrazione e insoddisfazione che tutti si portano dentro di sè.  Nel momento in cui riusciva a convincere gli altri della mia vita piacevole e viziata, me li aizzava contro fomentando l'invidia verso di me e allora io ero completamente bruciata, senza alcuna possibilità di potermi riscattare. Sappiamo quanto sia comune il sentimento dell'invidia, nessuno ne è immune, e quanto possa essere distruttivo e spietato. Si costruisce un muro insormontabile, si cancella qualsiasi pietà verso l'altro.

Mia madre sapeva benissimo come manipolare gli altri, plagiarli e aizzarmeli contro.

Io la mia insegnante l'avevo persa. Per sempre. Mia madre me l'aveva tolta. Nel suo odio totale verso di me distruggeva ogni cosa bella che io cercavo di costruire, e stava bene attenta a distruggere anche ogni relazione d'affetto che cercavo, molto maldestramente, di stabilire. Sapeva che finchè ero sola, debole e infelice le mie possibilità di scappare erano ridotte a zero.

Non mi avrebbe mai permesso di vivere autonomamente una vita normale e serena, quella vita cioè che lei non aveva mai potuto avere. Per uccidere qualcuno non è necessario assassinarlo materialmente, basta spezzarne l'anima, togliergli ogni gioia, ogni speranza, svuotarlo fino a renderlo una marionetta incapace di muoversi da sola.

Può sembrare incredibile che una madre possa arrivare a tanto e io stessa, ostinatamente, non volevo crederci. Mi aggrappavo con tutte le mie forze alla speranza di un amore che non era mai esistito ed è stato questo a rendermi debole e vulnerabile.

Per tutta la vita sono rimasta sola, come voleva lei, e ho esaudito così il suo desiderio. La mia solitudine aveva lo scopo di non farle sentire la sua, e, mio malgrado, ho sacrificato la mia vita per lei. Si dice che una madre è pronta a dare tutto per il bene di un figlio, ma in questo caso è successo l'esatto contrario. Naturalmente l'ho fatto senza neanche rendermene conto, ma quante cose facciamo, a nostro danno, senza rendercene conto? 

 

 

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Il coraggio di volersi bene 11

 

 

  

 

                                        Il coraggio di volersi bene   11

 

Capitolo XXIX

 

 

Vivere in quelle condizioni era diventata una continua tortura mentale da cui non potevo difendermi. Non ero in grado di studiare né di trovarmi un lavoro, nel mondo esterno non avevo nessuno, la gente ormai non sapeva più nemmeno che esistevo, la mia vita dipendeva in tutto da mia madre che sentiva di avere il pieno diritto di trattarmi nel peggior modo possibile. I miei fratelli la imitavano e la seguivano alla lettera, un po’ per compiacerla ed acquistare merito ai suoi occhi, un po’ perché non si facevano certo sfuggire la piacevole occasione di poter impunemente ferire e biasimare qualcuno che, anche loro, odiavano.

 

Arrivata a quel livello di sofferenza, una qualsiasi ragazza di vent’anni sarebbe scappata di casa. Quando si è giovani e in salute si hanno tutte le opportunità per potersi rifare una vita altrove troncando completamente quei legami familiari che fanno stare solo male. Magari potevo andare in una grande città e trovare una sistemazione temporanea come badante per una signora anziana, poi risparmiando un po’ e facendomi un mio giro di amicizie e conoscenze avrei potuto trovare lavoro come segretaria, commessa o cameriera in un ristorante e prendere una stanza in affitto con altre ragazze, oppure potevo trovare un ragazzo con cui andare a vivere insieme e magari sposarmi. E se proprio ci tenevo a studiare e a fare carriera, potevo persino diventare l’amante di un uomo ricco che mi avrebbe pagato l’università: patti chiari e amicizia lunga, e una volta finiti gli studi arrivederci e grazie con buona pace di tutti. Si trattava semplicemente di stipulare un reciproco accordo di utilità, un sistema molto comune usato dalle ragazze che non possono permettersi l'università e non vogliono rinunciarci, perciò, se fossi stata una ragazza normale, capace cioè di fare quello che fanno le ragazze normali, avrei potuto infine trovare il modo, seppure difficile e faticoso, di cavarmi fuori da quel guaio.

Ma io non ero affatto una normale ragazza di vent’anni e avevo addosso quelle due drammatiche fobie che mi hanno rovinato la vita: la paura di uscire e la paura di stare con le persone. Come potevo scappare se già dopo un paio d’ore che mi allontanavo da casa venivo presa dal panico? Come potevo adattarmi a vivere con delle persone se ne ero terrorizzata e avevo già avuto prova della mia incapacità di stabilire un minimo di relazione? Come potevo trasferirmi altrove se avevo paura di viaggiare? Come potevo sperare di riuscire a trovare un lavoro, se con la gente non riuscivo neanche a parlarci? E come potevo, a maggior ragione, considerare come possibile l’ipotesi di trovare un ragazzo, o addirittura sedurre un uomo e diventarne l’amante? Erano delle ipotesi lontanissime dalla mia realtà, quindi assolutamente impossibili.

Le mie difficoltà nelle relazioni con gli altri sembravano incurabili. La terapia con lo psicologo era fallita, quella con i farmaci pure, ero delusa e avvilita perché a quel punto sapevo che niente e nessuno avrebbe potuto aiutarmi ad uscire da quella condizione di infermità.

Nella mia vita si sono verificate due gravi condizioni che messe insieme mi hanno impedito di trovare una via d'uscita. Ero nata da genitori immaturi e incapaci, l'uno nevrotico, l'altra schizofrenica, mi trovavo in una famiglia dove c'erano enormi problemi di relazioni che andavano avanti da almeno due generazioni e non avevo ricevuto un briciolo d'amore.

Va bene, è triste e drammatico, ma capita spesso e per lo più le persone in quelle condizioni vanno via di casa il più presto possibile e trovano altrove l'affetto di cui hanno bisogno. Il mio problema veniva però rafforzato da quelle caratteristiche tipiche dell'Asperger che boicottavano i miei tentativi di trovare alternative: con le persone non sapevo neanche parlarci, figuriamoci stabilire un minimo di legame.In quelle condizioni mi era preclusa ogni via di scampo. Ero letteralmente in trappola. 

 

Del resto, continuando a vivere in quel modo di lì a poco sarei diventata completamente pazza e avrei passato il resto dei miei giorni in un istituto per dementi. Allora mi venne in mente che in realtà esisteva un rifugio, un luogo in cui potevo essere al sicuro e che non era impossibile da raggiungere per le mie limitate capacità, in cui potevo stare da sola e difendermi almeno dagli attacchi giornalieri dei miei familiari. Pensai cioè di andare a vivere in quel nuovo appartamento appena acquistato e che era rimasto vuoto, se non altro per avere il tempo di riprendermi e recuperare le forze, poi, con la dovuta calma e serenità mentale, avrei potuto capire cosa fare della mia vita e come porre rimedio a quella situazione disastrosa.

Purtroppo l’appartamento era di proprietà di mia madre: dovevo necessariamente chiedere il suo permesso per abitarci, senza contare che, non avendo delle mie entrate, avrebbe anche dovuto fornirmi il mantenimento e il pagamento delle utenze.

La mia idea era in effetti palesemente paradossale perché equivaleva a chiedere al proprio carceriere le chiavi per  uscire di prigione.

Avrebbe mai potuto una donna psicopatica, paranoica, narcisista che metteva se stessa al centro dell’universo, rinunciare al proprio diritto al comando e alla vendetta per aiutare una figlia che non aveva mai riconosciuto come tale, né tanto meno amato?

Ero solo una povera illusa e i litigi disumani che ci furono nei mesi seguenti lo dimostrarono senza ombra di dubbio. Ogni speranza sembrava ormai perduta quando un giorno mio fratello mi prese in disparte e mi disse: “Ci tieni veramente tanto ad andare lì? Guarda che in questo modo non otterrai niente, io però posso riuscirci, ci penso io a convincerla, a me non dirà di no, ma ti metto due condizioni. Per questo lavoro devi darmi 100 mila lire e in quella casa voglio andarci a vivere pure io.”

Accettai immediatamente, gli avrei dato qualsiasi somma mi avesse chiesto e pertanto, con mia grande sorpresa, nel giro di qualche settimana furono attivate le utenze, venne concordato uno stipendio mensile per il mantenimento e le bollette, fu organizzato il trasloco della mia camera, quella di mio fratello, il minimo indispensabile per la cucina, e dovetti portarmi dietro pure certi orribili, ingombranti e bruttissimi mobili antichi dei nonni che non si sapeva più cosa farne e dove metterli.

Naturalmente ero felicissima. La nuova casa era davvero bella, luminosa, ariosa, con dei grandi balconi, tutto funzionava alla perfezione, c’era un magnifico panorama e il cielo sembrava lo si potesse toccare semplicemente mettendo una mano fuori dalla finestra. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Cominciai a pensare a tutte le cose che avrei potuto fare, a quei piccoli cambiamenti che un po’ alla volta avrebbero portato la mia vita a diventare più o meno normale. Potevo finalmente tenere la casa ordinata e pulita senza essere costretta a condividere quello stato di caos e scompiglio totale in cui mia madre si trovava così bene perché rappresentava il suo disordine interiore, che non aveva nessuna intenzione di modificare, e che a me, proprio per questo, faceva stare male. Pensavo anche di riprendere ad uscire di casa perché mi trovavo in un quartiere diverso, molto lontano da dove vivevo prima e lì non mi conosceva nessuno. Sarebbe stato più facile cominciare daccapo senza correre il rischio di incontrare le ombre del passato.

Quell’entusiasmo venne completamente deluso quando mi resi conto di essere stata attirata in un tranello. Mio fratello mi aveva ingannato: c’era uno scopo preciso che l’aveva portato lì e non erano certo le centomila lire che mi aveva chiesto, ma l’idea di vendicarsi dei torti subiti da nostro padre facendo soffrire me. Molti anni dopo, messo alle strette, mi ha addirittura confessato i suoi piani di vendetta:

“E’ vero, ti odiavo e ti odio ancora, non lo so nemmeno io il perché, ma solo a vederti mi saltano i nervi. Tu sei sempre stata la cattiva della famiglia, eri cattiva come papà e volevo vendicarmi per tutto quello che avevo dovuto subire da lui. Eri la sua preferita e ne approfittavi, ti alleavi con lui, eri tu che lo aizzavi a maltrattarmi e ti ci divertivi pure. Volevo darti una lezione perché te la meritavi, volevo avere il comando su di te per farti fare quello che dicevo io senza fiatare.”

Era stata mia madre a trasmettergli il suo stesso delirio.

Quando si arrabbiava con me e mi rimproverava con incredibile crudeltà, lo faceva sempre in presenza dei miei fratelli, che naturalmente stavano dalla sua parte, la spalleggiavano e le davano man forte. Anche loro si erano convinti che io avessi la colpa di tutte le disgrazie della famiglia, che ero malvagia come mio padre ed era giusto punirmi senza farsi scrupoli. Tra tutte quelle persone che mi odiavano ero quindi completamente sola e senza alcuna speranza di ricevere il minimo aiuto.

Mio fratello conosceva benissimo i miei punti deboli, e se mi aveva attirato in quella trappola era perché sapeva che non sarei mai scappata.

La prima cosa che mi impose fu il divieto di uscire, e finchè lui restò lì a vivere con me io continuai a fare la sepolta viva. La casa si trovava su una collina ripidissima, all’estrema periferia della città, in un posto che all’epoca era davvero molto isolato, ed era praticamente impossibile uscire a piedi. Avevo preso la patente a 18 anni ma non avevo mai guidato e lui approfittò di questa circostanza per negarmi l’uso della macchina col pretesto che era per il mio bene, perché essendo un’incapace totale se solo avessi provato a guidare mi sarei certamente sfracellata. Qualche volta avevo provato ad uscire a piedi, sebbene nessuno che abitava in quel palazzo lo facesse mai, ma ci mettevo davvero troppo tempo ad arrivare in città ed ero semplicemente terrorizzata a camminare da sola per una strada di campagna, soprattutto perché spesso si vedevano in giro gruppi di cani randagi, che sarebbero stati pericolosi per chiunque, figuriamoci per una che dei cani ne era spaventata a morte.

Non potevo dunque mai uscire da sola, ero costretta a uscire in macchina con lui e ciò mi era concesso solo per fare la spesa e per poche altre cose che erano reputate opportune e necessarie. Perciò se dovevo uscire per qualsivoglia motivo dovevo chiedergli il permesso e dargliene conto, e ovviamente lui poteva, a suo piacimento dire di sì o di no e decidere se accompagnarmi o meno. Se dicevo che volevo fare una passeggiata mi rispondeva: "Non disturbarmi con queste stronzate, mica sono il tuo servitore. Tanto tu non conosci nessuno, che esci a fare? Se vuoi prendere aria vai sul balcone e non seccarmi con queste stupidaggini."

Se dovevo andare dal parrucchiere lui rispondeva: "Ma che ci vai a fare? Non ti vede nessuno, sei una fanatica, queste sono solo fisime, brutta sei e brutta rimani, è inutile che vai ad aggiustarti i capelli."

In casa aveva deciso di riprodurre lo stesso sporco e disordine che ci eravamo lasciati dietro, ben sapendo quanto la cosa mi faceva stare male, e se cercavo di riordinare lui immediatamente buttava di nuovo tutto all’aria. Dovevo fargli da schiava e la mattina avevo l’obbligo di preparargli la colazione e portargliela a letto, poi dovevo preparagli pranzo e cena, organizzare la spesa, lavare i piatti, occuparmi della spazzatura e, la sera, quando non usciva, ero costretta a fargli compagnia davanti alla tv e guardare quello che voleva lui; se invece usciva, il giorno dopo dovevo sorbirmi tutto il resoconto degli eventi della sera precedente e lui aveva la stessa logorrea di mia madre che quando attaccava a parlare andava avanti per ore. Naturalmente, in ciò che diceva dovevo sempre dargli assolutamente ragione. Spesso si divertiva a umiliarmi rinfacciandomi tutti i miei difetti e i miei fallimenti e iniziava a fare dei discorsi del tipo:

“Guarda che razza di vita fai, ma come ti sei ridotta! Sei una fallita, un’incapace, non hai amici, alla tua età non hai nemmeno uno straccio di ragazzo, io invece di amici ne ho tanti, guarda la mia rubrica com’è piena! E non dare la colpa a me se non esci, se io non avessi la macchina ci sarebbero decine di persone disposte a venirmi a prendere, te invece nessuno ti si fila perché non vali niente. Sei noiosa, antipatica, brutta, non piaci a nessuno e quando cerchi di truccarti e di metterti dei bei vestiti fai ancora peggio perché sei ridicola. Lo vuoi capire o no che quei vestiti non sono per te?  Quelli sono per le belle ragazze, tu sei brutta e l’unico risultato è che metti in risalto la bruttezza.”

Mi sentivo dentro una rabbia che avrei potuto ucciderlo ma ero costretta a stare zitta e tenermi tutto dentro e lui lo sapeva e lo faceva apposta perché voleva farmi sentire esattamente come quando nostro padre lo faceva rodere di rabbia e lui non poteva reagire.

C’era sempre quel maledetto equivoco. Io non ero mio padre. Cosa c’entravo con quello che aveva fatto lui? Perché dovevo pagare per lui?

Spesso mi avvertiva su come sarebbero stati puniti eventuali atti di ribellione:

"Stai molto attenta, guarda che se non fai quello che dico io, ti metto mamma contro e ti faccio sistemare da lei. Ricordati una cosa: qua io ti ci ho fatto venire e io ti ci posso togliere. Vuoi tornare a vivere in quella gabbia di matti?"

Dopo un po’ di tempo che vivevamo insieme cominciarono a crearsi anche strane e spaventose circostanze che facevano ulteriormente vacillare la mia mente già molto provata. Era peraltro un fatto anomalo e singolare che fratello e sorella andassero a vivere insieme da soli nella stessa casa, nella stessa città in cui era l’abitazione familiare. Un fatto anomalo e pericoloso direi, quando nessuno dei due è fidanzato e non c’è qualcuno a fare da barriera a quegli inquietanti istinti che, seppure sconvenienti, covano sempre nell’animo umano, per quanto ne si voglia negare l’esistenza. Infatti tra le altre cose mio fratello iniziò ad assumere un atteggiamento verso di me che letteralmente mi terrorizzava. Faceva discorsi di esplicito argomento sessuale, a me molto sgraditi ma che lui mi forzava ad ascoltare a “scopo educativo”, come diceva, perché riteneva suo dovere di fratello istruirmi su alcune tecniche dei rapporti sessuali per prevenire miei eventuali errori, inoltre faceva commenti inappropriati sul mio seno troppo grosso, mi sottoponeva in modo subdolo ad una serie di molestie verbali che mi turbavano e mi davano un’angoscia infinita. Per quanto possa sembrare sgradevole e perturbante, è tuttavia molto comune il verificarsi di situazioni blandamente incestuose tra fratello e sorella, se le circostanze del momento ne danno l’opportunità, e non c’è niente di più terribile che subire una cosa del genere quando non c’è alcun modo di difendersi o fuggire. In quel periodo facevo spesso un incubo in cui venivo inseguita da un ragazzo armato di lanciafiamme che voleva bruciarmi viva. Lui diceva che era la giusta punizione perché io ero cattiva e avevo fatto del male, io mi ritrovavo con i piedi incollati a terra, non riuscivo a muovermi e mi svegliavo nel momento in cui mi veniva dato fuoco.

Naturalmente non potevo rivelare la cosa a nessuno né avevo alcuna possibilità di porci rimedio. Seppure ne avessi parlato a qualcuno non sarei stata nemmeno creduta, sarei passata per pazza e poi, come accade sempre in questi casi, c’era l’immensa vergogna di dover rivelare qualcosa che ferisce al tal punto che il solo parlarne genera sofferenza. 

Non potevo fare altro che stare zitta e sopportare. Eppure ci fu una sola e unica volta in cui non riuscii a trattenermi ed ebbi uno scatto di nervi, non ricordo a che proposito ma evidentemente si era superato ogni limite e una sera aprii la credenza e cominciai a tirargli addosso i bicchieri di vetro. Lui andò a rifugiarsi nella sua stanza e io continuai a buttare a terra tutto quello che si poteva rompere, e quando ebbi finito, tornò, mi prese per il collo della maglia, mi spinse con forza con le spalle contro il muro e guardandomi dritto negli occhi, con una voce assolutamente calma, tranquilla, agghiacciante, robotica, scandendo lentamente le parole, disse:

"Stammi bene a sentire, non ti permettere mai più di fare una cosa del genere perché io non ci metto niente ad ammazzarti ma piuttosto che finire in galera per colpa tua, posso farti di peggio, io chiamo i carabinieri e ti faccio il TSO e una volta che sei lì ti legano al letto e ti danno tanti ma tanti di quei farmaci che ti dimentichi pure come ti chiami, hai capito cosa ti faccio? Rispondi, hai capito?"

 

Sì, ho capito.

 

  

Capitolo XXX

 

Rimasi a vivere in quella casa e in quelle condizioni per tre anni, tra i miei ventitré e ventisei, direi quanto bastava per compromettere tutto il resto della mia vita.

E se nel frattempo mio fratello faceva quello che faceva, non era solo per sfogare vecchi rancori del passato, ma perché anche lui, evidentemente, aveva le sue difficoltà nella vita. Si arrabattava con ogni sorta di trucchetti per rinviare il servizio di leva e intanto ancora non aveva deciso cosa fare da grande. Dormiva fino a tardi come me e, benchè sostenesse il contrario, in fondo era anche lui un emarginato, non aveva trovato il suo posto nel mondo, e, seppure si vantava di conoscere tante persone, non aveva nessun amico vero e non riusciva a stabilire dei legami sinceri e profondi. Era convinto che le relazioni tra le persone si basassero unicamente sul reciproco interesse materiale e sulla manipolazione dell’altro a proprio vantaggio: in questo gioco di riuscire a spremere le persone il più possibile non ci vedeva nulla di strano, gli sembrava normale che i rapporti umani funzionassero così. Cominciò a prendere antidepressivi e tranquillanti, ma, a sentire lui, la circostanza non poteva in alcun modo collegarsi a dei suoi problemi personali, per il semplice fatto che lui non aveva problemi personali. Se aveva bisogno di prenderli era solo a causa della nostra società, troppo frenetica e competitiva per gli esseri umani in senso generale, e infatti quei farmaci li usavano anche la maggior parte delle persone normali perciò era da ritenersi un fatto assolutamente ovvio, per il quale non bisognava dare nessuna spiegazione. A tutti capita di avere mal di testa e prendere l’aspirina: con gli psicofarmaci era la stessa cosa. Lui, come tutti quelli della famiglia Parisi era perfetto, non aveva alcun problema, era piuttosto il mondo là fuori ad essere sbagliato.

Attribuiva i suoi insuccessi soltanto a cause esterne e, nella fattispecie, alla sfortuna. Per compensare le sue insicurezze era diventato controfobico, cioè faceva lo spaccone e si cimentava in spericolate imprese con la moto o con la macchina che poi naturalmente raccontava a tutti facendosene vanto. Un paio di automobili andarono completamente distrutte, ma questo non era un problema, giacchè c’era sempre la mamma a ricomprargliele. Come lei, con la quale diventava sempre più affine e legato, ci sapeva fare a raccontare balle e aveva un certo fascino sulle persone che restavano del tutto stregate dalla sua parlantina, così a un certo punto si era fatto una discreta cerchia di seguaci che lo ammiravano e idolatravano come un guru. Il suo punto debole erano però le ragazze: lì scivolava clamorosamente mostrando tutte le sue insicurezze, ma anche in questo caso la colpa era solo di quelle cretine smorfiose che non sapevano apprezzare le sue favolose capacità, e alla fine cominciò ad avere qualche ragazza solo quando andò a studiare a Zobeide, cioè a ventiquattro anni suonati, ma le sue relazioni duravano solo pochi mesi e non è mai riuscito ad avere un legame stabile. Tanto è vero che poi per sposarsi, e mettersi in regola con le richieste della società, si è rassegnato a prendersi una rumena conosciuta su internet, una di quelle che sposerebbero chiunque le porti in Italia e provveda a mantenerle. E persino in quella circostanza ha mascherato la sua palese sconfitta, sostenendo la tesi che ormai solo le straniere hanno ancora seri valori morali e buoni sentimenti mentre le italiane pensano solo ai soldi e hanno troppi grilli per la testa. Aveva imparato bene da sua madre l’arte di negare l’evidenza a tutti i costi senza rendersi conto di quanto la realtà delle cose potesse talvolta metterlo chiaramente in ridicolo.

In quei tre anni di isolamento per me le cose non erano affatto cambiate, almeno non nel modo in cui mi aspettavo. La mia vita, tramite la presenza e la sorveglianza di mio fratello, ancora non mi apparteneva.

Mi trovavo di nuovo ad essere sepolta viva in una casa. Forse era una casa migliore, sebbene più piccola, ma appunto, replicava in miniatura le stesse condizioni che mi ero lasciata alle spalle. Anche da lì non c’era modo di scappare, per gli stessi identici motivi, pertanto, ancora una volta, io mi trovavo in una situazione d’attesa. Aspettavo.

Aspettavo che mio fratello partisse per la naja sperando che la sua scomparsa mi avrebbe finalmente liberato dalle violenze psicologiche e dal mobbing che dovevo subire. Aspettavo.

Aspettavo la scomparsa di quell’altro tiranno che era subentrato al primo, continuando a credere che fosse stata proprio la presenza del maschio a causare tutte le sofferenze della mia famiglia. E infatti in un certo senso era così. L’assoluto patriarcato maschilista, antico retaggio del clan dei Parisi, aveva causato soprusi, sofferenze, prevaricazioni e vendette, i danni prodotti avevano lasciato una lunga scia di dolore e distruzione, e la parte femminile della famiglia, dopo la scomparsa dei tiranni maschi, avrebbe continuato a venerarne la memoria e a perpetuarne le nefandezze, incapace ormai di riappropriarsi del suo potere creativo di riparazione, che dovrebbe essere tipico delle donne, e che era stato invece perduto per sempre. 

All’inizio dell’anno 1994 giunse dunque il fatidico momento di partire per il servizio di leva perché mio fratello aveva già usato tutti i trucchetti possibili e non poteva evitarlo ancora.

Quello fu per me un giorno bellissimo, anche se poi in pratica lui tornava a casa ogni fine settimana e allora tutto riprendeva come prima, ma almeno avevo il tempo per tirare un po’ il fiato. La prima notte che mi ritrovai a dormire da sola in casa fu un’esperienza meravigliosa. Tutto quel silenzio, quella pace, il senso di sollievo e libertà… stare da sola mi sembrava la cosa più bella del mondo e giurai che non avrei mai più vissuto con qualcuno per nessuna ragione al mondo. Non fu per niente facile tentare di riparare i danni che erano stati fatti, a cominciare dal fatto che dopo tanti anni non sapevo più guidare e, visto che l’auto mi era indispensabile, dovetti prendere delle lezioni a scuola guida, ed ero costretta a farmi venire a prendere sotto casa perché non ero in grado neppure di recarmi alla sede dell’autoscuola. Era molto avvilente, e per di più non sono mai riuscita a recuperare del tutto e tutt’oggi nella guida sono una frana, forse proprio per quella lunga inattività a cui ero stata costretta.

Quando mio fratello lasciò la nostra città, prima per la naja, poi per lo studio, mia madre diventò molto più oppressiva nei miei confronti. Mi telefonava in continuazione e mi teneva bloccata per ore al telefono costringendomi ad ascoltare tutti i suoi sproloqui paranoici, mi ordinava di andare spesso da lei per fare varie faccende e, da quando avevo iniziato a guidare, mi usava come autista per farsi accompagnare quà e là. La cosa peggiore era che dovevo sempre mostrarmi in atteggiamento umile e sottomesso, trasandata, trascurata, a testa bassa, spalle curve, con dei vecchi vestiti informi e scarpe da ginnastica. Era questa la sola divisa con cui potevo presentarmi a lei senza rischiare ritorsioni. Se mi mettevo qualcosa di femminile, se stavo dritta, se avevo cura di me e mi truccavo lei si rodeva dall’invidia, mi lanciava occhiatacce feroci e si vendicava, facendomi ad esempio delle trattenute sullo stipendio con pretesti vari, oppure mi faceva delle scenate ripetendomi la solita tiritera che ero un’incapace buona a nulla e che con la mia pigrizia rubavo i soldi in famiglia. Quando poi l’accompagnavo dall’avvocato o dal ragioniere non potevo dire una parola, non potevo mai intervenire e dovevo solo obbedire ai suoi ordini senza intromettermi nei suoi affari e allora era particolarmente soddisfatta di potermi esibire di fronte alla gente in quello stato di sottomissione, quando inevitabilmente apparivo come una stupida e un’imbranata. La prima donna della famiglia era lei e soltanto lei, non era ammesso in alcun modo che qualcuna delle sue figlie potesse raggiungerla o addirittura superarla. L’unico modo che avevo di evitare le sue punizioni per il mio peccato di superbia, era di mostrarmi come una ritardata alla stregua di mia sorella. Purtroppo arrivò a condizionarmi a tal punto che anche quando uscivo da sola, per conto mio e senza la sua sorveglianza, mi sentivo a disagio se mi truccavo o se mettevo un vestito elegante, per non parlare del fatto che mi risuonava sempre in testa la voce di mio fratello che mi diceva: "Tanto tu brutta sei e brutta rimani, è inutile che ti prepari che poi si nota peggio, fai meglio a nasconderti e a non farti vedere."

In un modo o nell’altro nella mia famiglia la femminilità era stata proibita, o, al massimo, si dava ad intendere che poteva essere prerogativa solo della prima donna, ovvero di mia madre. Le figlie dovevano restare per sempre figlie, delle bambine cioè, e non avevano alcun diritto a diventare donne adulte. Per i miei genitori la crescita e il passaggio all’età adulta dei loro figli equivaleva ad essere spodestati da una posizione di comando assoluto, pertanto non si facevano scrupolo a difendere il loro potere con qualsiasi mezzo a disposizione.

E se io cercavo di disobbedire, finivo con l’autosabotarmi e col sentirmi ridicola e impacciata nel ruolo di donna proprio perché sapevo che mi era stato assolutamente vietato.

Solo una decina d’anni dopo riuscii, per un breve periodo, a concedermi il lusso di essere femminile e di esercitare il mio legittimo potere di seduzione, ma per farlo ricorsi a strani, bislacchi e contorti stratagemmi, comportamenti stravaganti dei quali in quel momento non riuscivo a cogliere il significato profondo. E’ stata sicuramente una vendetta, l’unica di cui sono stata capace nella mia vita, e solo un’intensa rabbia e il desiderio di vendetta sono riusciti a scardinare, seppure per un breve periodo, gli schemi mentali che mi erano stati imposti.

Nonostante tutto ciò, cercavo di impegnarmi nei miei buoni propositi di reinserirmi nel mondo, e cominciai con l’iscrivermi in una palestra, ma fu un fallimento totale, perché mi prendeva un panico insopportabile a stare insieme a tante persone di fronte alle quali mi sentivo profondamente inferiore. Scoprii dopo un po’che a Zenobia c’era una sede del WWF e fallì anche quel tentativo perché quando ci andavo mi mettevo in un angolino in silenzio senza parlare con nessuno. Mi vergognavo come una ladra e non sapevo come presentare agli altri quella mia vita così diversa dalla loro e così incredibilmente vuota. Mi domandavano: che lavoro fai, chi frequenti? Sei sposata o fidanzata? Ed io venivo presa dallo sgomento sentendomi una handicappata nel dover ammettere che non lavoravo, non conoscevo nessuno, non ero né sposata né fidanzata, cioè in pratica non facevo niente, e per di più non potevo fornire nessuna spiegazione al riguardo, e anche a volerlo fare, era certamente una storia troppo lunga e complicata che nessuno avrebbe mai capito. Cominciavo ad avere il sospetto che non sarei mai riuscita a riabilitarmi e rimettermi al passo con gli altri, ma insistevo nei miei tentativi perché a quell’età non potevo accettare che non fosse possibile tornare a vivere. Non avevo alcun modo di spiegare agli altri la malattia di cui soffrivo perché nemmeno io la conoscevo e se anche ne avessi saputo qualcosa, nessuno mi avrebbe creduto. La gente pensa che le difficoltà psicologiche siano solo questione di volontà e che se uno non riesce a venirne fuori è perché magari certe condizioni gli fanno comodo. Di conseguenza si viene evitati come la peste, emarginati, isolati, odiati persino. La diversità di qualunque tipo, sia fisica che mentale o religiosa o razziale, non viene accettata dalla società che predilige la rassicurante omologazione delle persone. Non potevo dunque spiegare la mia condizione, non potevo curarla e non riuscivo a nasconderla.

Come potevo sperare di tornare alla vita normale?

 

 

  

Capitolo XXXI

 

Mio fratello, dopo aver finito il servizio militare, decise finalmente cosa voleva fare nella vita. Avrebbe preso uno di quei diplomi triennali che si prendono facilmente e ottenne da mia madre l’appoggio economico per andare a studiare a Zobeide. In realtà i suoi studi durarono in tutto ben dieci anni, nel corso dei quali lui comunque andava e tornava a suo piacimento e quando tornava veniva sempre a stare in casa con me. Ricompariva spesso per la verità, come il peggiore dei miei incubi, senza alcun preavviso e nei momenti più impensati, e la cosa mi faceva stare malissimo perché quando era in casa con me io ricominciavo a stare sotto il suo dominio assoluto. A nulla valsero le mie proteste, e, per quanto avrebbe potuto benissimo alloggiare a casa di nostra madre, lui non voleva certo rinunciare al gusto di infliggermi le sue solite torture mentali. La cosa andò avanti così per tutti i dieci anni dei suoi studi e io mi sentii finalmente al sicuro solo nell’anno 2004, quando cioè prese il diploma e trovò un lavoro stabile nella città di Sofronia.

Nel frattempo, per quello che potevo, e in condizioni comunque difficili, mi davo da fare per resistere e cercare un modo di tirarmi fuori dai guai.

Era passato un anno da quando avevo ripreso ad uscire di casa.

C’erano dei progressi, facevo delle cose che per quanto piccole e insignificanti erano pur sempre un fatto positivo rispetto al nulla in cui avevo vissuto negli ultimi anni, però non avevo ancora una mia indipendenza e non avevo creato nessun legame, per debole che fosse, con il mondo esterno. Tutto quel tempo passato chiusa in casa senza parlare con nessuno faceva sentire il suo peso e i miei tentativi erano indubbiamente vani. Restava la mia condizione autistica di base, di cui ignoravo l'esistenza e contro la quale andavano a infrangersi tutte le mie buone intenzioni. Ignorando del tutto i motivi per i quali i miei sforzi non riuscivano, finivo col colpevolizzarmi così come facevano quelle poche persone con le quali avevo osato parlarne, cioè per lo più psichiatri e psicologi. Ad ogni fallimento mi davo della codarda, della stupida, della vigliacca e mi dicevo: "Lo vedi che non capisci niente? Lo vedi che non sai fare niente? E' colpa tua se le cose ti vanno male."  

Pensai di farmi aiutare da qualcuno che in teoria avrebbe dovuto fornirmi i mezzi per affrontare il problema, così cominciai a fare delle sedute da una psicologa dell’ASL. Ci andavo di nascosto, facendo in modo che mia madre non potesse saperlo per evitare che intervenisse nelle sedute boicottandomi. Tuttavia non ottenni nessuna risposta alle mie domande e non mi fu proposta nessuna soluzione. Non mi fu nemmeno fatta una diagnosi, mi fu detto solo che soffrivo di depressione, e questo era più che evidente. Chiunque, vivendo in condizioni di totale isolamento dal mondo e senza alcun progetto o prospettiva migliore per la sua vita, si sarebbe in breve tempo depresso. La psicologa mi disse semplicemente che dovevo impegnarmi e sforzarmi nel fare dei cambiamenti, cosa che peraltro facevo già per conto mio, ma quando parlavo delle mie sconfitte e delle mie difficoltà non sapeva darmi nessuna spiegazione né dirmi nient’altro se non che dovevo insistere e metterci la buona volontà. Alla fine, come tutti gli psicologi che non hanno capito nulla della situazione e non sanno più che pesci pigliare, si tirò fuori dalla vicenda facendo il solito discorsetto che potrebbe fare una persona qualunque presa a caso tra la gente che va a fare la spesa al mercato: "Ma allora sei tu che non vuoi cambiare la tua vita, se non ci metti la buona volontà vuol dire che ti fa comodo restare in queste condizioni ed è inutile che ti lamenti."

Mi sentivo sempre più confusa e brancolavo nel buio, mi rompevo la testa cercando di capire perché mi comportavo in modo sbagliato anche se con tutta me stessa desideravo fare diversamente, ma non avevo alcun modo di informarmi, internet non esisteva e avrei dovuto aspettare ancora vent'anni prima di poter casualmente trovare le risposte, dopo tante estenuanti ricerche.

Nel mondo degli uomini io mi sentivo come un’aliena, non capivo il loro linguaggio e il loro comportamento, non avevo alcun modo di decifrarlo e nessuno mi faceva da interprete né mi insegnava come si fa a vivere. Ero nelle stesse condizioni di una persona che si ritrova all’improvviso da sola in una terra straniera, tra gente di cui non parla la lingua, sorda per di più, così da non poter capire nemmeno il tono delle parole e non poterle imparare, e per giunta  con una vista debolissima, da non poter distinguere cosa gli sta intorno, ma avendo solo la visione vaga di sagome indefinite. Il senso di smarrimento, di terrore e di impotenza era davvero devastante e totale, e in tutto quel deserto che mi stava intorno sapevo di dovermela cavare da sola. 

Malgrado ciò, anche se non avevo contatti e legami con nessuno, per un motivo o per un altro uscivo da casa quasi ogni giorno e per lo meno sotto questo aspetto non ero più una sepolta viva. Fu così che, esci oggi e esci domani, un giorno mi capitò di essere  fermata per strada da un ragazzo che mi invitò a prendere un caffè e a fare quattro chiacchiere. Disse di avermi notato da un po’ di tempo e che aspettava si presentasse l’occasione per fare conoscenza. Cominciammo a frequentarci e a me quella sembrava una buona opportunità: era carino, era simpatico, sembrava a posto, aveva un lavoro, insomma era una persona perbene.

Pensavo che forse avendo un ragazzo che mi volesse bene e si interessasse a me le cose sarebbero cambiate, avrei potuto fare le normali esperienze della mia età per le quali mi trovavo ancora molto indietro, avrei imparato a stare in confidenza con qualcuno e a parlare con più disinvoltura, eppure le cose andarono in modo molto diverso da come mi aspettavo.

Fui innanzitutto presa dall’angoscia di come sarebbe stata giudicata quella mia condizione di vita davvero strana e incomprensibile per le persone normali, così cercai di presentare una versione socialmente accettabile, comune e ordinaria di me stessa. Non gli dissi di avere una sorella per evitare di dover specificare che tipo sorella era, gli dissi che frequentavo ancora l’università (e a ventisei anni ciò era ancora in qualche modo abbastanza plausibile) perché altrimenti non avrei saputo come spiegare il nulla in cui vivevo, non gli dissi che vivevo da sola né dei complicati e difficili rapporti con la mia famiglia perché era una situazione troppo strana e insolita da poter essere compresa.

In pratica gli avevo presentato una persona che non esisteva e che non ero io, allo scopo di proteggermi dal rischio di essere giudicata male e di conseguenza rifiutata.

Se gli avessi parlato delle mie difficoltà, di tutti quegli anni di isolamento, del fatto che mi ero chiusa in casa soffocata da un terrore del mondo che non aveva nessuna spiegazione logica, come avrebbe mai potuto capire?  Sapevo di non potere sperare in nessuna comprensione da parte delle persone comuni che non sapevano nemmeno dell’esistenza di quei problemi. Del resto, se non ero stata compresa neanche da psichiatri e psicologi, non potevo aspettarmi un minimo grado di apertura mentale da gente che non aveva nessuna nozione al riguardo.

Avevo paura dello stigma e del giudizio che di fatto mi era già stato affibbiato da chi conosceva la mia storia: Amelia è una pazza, una ritardata come sua sorella, una pigra che non vuole fare niente e si fa mantenere da sua madre. Era questo che pensavano di me le persone che sapevano.

A quel punto, se volevo avere una minima possibilità di essere accettata, non avevo altra scelta se non fingere un’apparente normalità di comportamento cercando di tenere nascosta la mia realtà e il mio passato. Ho scoperto poi che questa è una cosa che fanno tutti quelli che hanno il mio stesso disturbo. Molti ci riescono talmente bene che nessuno arriva a sospettare la loro condizione. Purtroppo a me la recita non mi riusciva per nulla e tutti potevano accorgersi, già ad una prima occhiata superficiale, che c'era qualcosa che non andava. Inoltre indossare la maschera della finzione è una fatica enorme e una pena infinita. A un certo punto uno comincia a pensare: "Perché devo sempre vergognarmi di me? Perché non riesco ad essere come gli altri?" Il senso di esclusione e di diversità è estremamente doloroso da sopportare.

Oltre alle mie particolarissime difficoltà c’era tuttavia qualcosa di strano in quella frequentazione che non dipendeva da me e di cui non osai chiedere né spiegazioni né chiarimenti.

Ci incontravamo solo il lunedì sera per un paio d’ore, quando lui era libero dal lavoro. Per il resto del tempo non ci si vedeva mai, neanche per pochi minuti, e mi telefonava solo la domenica per confermare l’appuntamento del giorno successivo. Da quanto mi aveva detto era molto impegnato con il lavoro, poi aveva  la passione per l’atletica e stava sempre in palestra a fare gli allenamenti, nondimeno quegli incontri così sporadici erano davvero strani ma non io gli chiedevo mai niente. In seguito ho pensato che probabilmente aveva un’altra, anche se non ne ho mai avuto la conferma.

Quando stavamo insieme mi sentivo sempre tormentata e angosciata, e per quanto cercassi di essere disinvolta e dissimulare il mio disagio, finivo con l’avere un comportamento innaturale e sopra le righe. Mi sforzavo di apparire come una persona che non ero io, quindi incappavo in una gaffe dietro l’altra e, per dirla tutta, davo l’impressione di essere totalmente cretina.

Avevo anche la netta sensazione che lui se ne accorgesse, o quanto meno notasse il mio atteggiamento forzato. Probabilmente pensava che fossi un po' stupida ma non mi diceva niente e sembrava che la cosa non avesse importanza.

Quella sensazione di forzatura e di profondo disagio del resto mi capitava con tutti. Era per me una fatica insostenibile comportarmi con la normale spontaneità che le persone sembravano possedere congenitamente ma di cui io ero del tutto priva. Cercavo di capire come fare, cercavo di imitare il comportamento degli altri, ma i miei tentativi mi lasciavano sempre sfinita e con un avvilente senso di sconfitta e di impotenza.

Questa frequentazione andava avanti da circa tre mesi, cioè circa da una dozzina di incontri, quando mio fratello che si trovò a stare in casa per un certo periodo, lo scoprì. Io gli dissi che non era necessario che nostra madre lo venisse a sapere, tanto era tutto a posto e non c’era di che preoccuparsi. Lui rispose: "Ma certo che no, figurati."

Però lo vedevo girare per casa con uno strano sorriso stampato in faccia e allora gli chiedevo: "Che c’è?"

E lui: "Niente, niente."

Dopo un paio di giorni arrivò una telefonata di mia madre che, infuriata, mi chiamava a rapporto.

La trovai in uno stato di totale agitazione psicomotoria, che camminava avanti e indietro nella stanza urlando e sbraitando. Intanto, sullo sfondo, c’era mio fratello, che, comodamente seduto in poltrona, si godeva lo spettacolo sogghignando.

“Ma come ti sei permessa di fare una cosa del genere? E non volevi dire niente, volevi tenertelo nascosto? Adesso mi devi dare con precisione nome cognome, indirizzo e numero di telefono e io devo prendere tutte le informazioni che servono, devo parlare con i suoi genitori e devo stabilire le regole e comunque tu da ora in poi non puoi uscire da sola, sarai sempre accompagnata da tuo fratello che controllerà passo passo quello che fai e quando lui non c’è devi venire a stare qua da me così ti controllo io.”

Sapevo che, vista la gravità della situazione, mercanteggiare le condizioni non avrebbe portato nessun vantaggio, comunque le cose erano già talmente complicate di per sé che decisi di chiudere completamente, perciò dissi con disarmante semplicità che avevo già deciso per conto mio di lasciare quel ragazzo e non c’era più nessun problema.

Entrambi rimasero stupefatti che mi fossi arresa tanto facilmente, tuttavia ne furono soddisfatti e sollevati. Il pericolo che potessi avere dei legami con l’esterno e sfuggire al loro controllo, sembrava comunque scongiurato.

Ad ogni modo la violazione delle regole c’era stata, io non avrei dovuto osare frequentare un ragazzo senza chiedere l'autorizzazione alla mia famiglia. Il controllo da parte dell'autorità era ritenuto un sacrosanto diritto e persino pensare di sfuggire alla regola era pura eresia.

Qualche mese dopo infatti, sempre su istigazione di mio fratello, mia madre mi chiamò di nuovo a rapporto per chiarire alcuni punti che erano rimasti in sospeso. Accadeva spesso che mio fratello, anche da lontano e telefonicamente, iniziasse a fare dei discorsi con lei per mettermi in cattiva luce e aizzarmela conto. Lo faceva quando era depresso, quando qualcosa gli andava male, o per semplice invidia o per riaffermare il suo potere su di me. Non gli andava per niente a genio il fatto che dopo la sua partenza io fossi sostanzialmente sfuggita al suo dominio, e, comunque, riteneva che ogni tanto una strigliata bisognava pur darmela.

 

Mia madre esordì appunto così:” Carlo mi detto che tu…”

E voleva avere da me l’ammissione e la confessione del mio probabile, orrendo delitto, che veniva ormai ritenuto una certezza, ovvero l’avere in qualche modo avuto dei contatti con un uomo prima del matrimonio.

Mi fece un serrato interrogatorio in presenza di mia sorella, costringendomi a parlare di argomenti assolutamente privati con una serie di spaventose minacce e ricatti. Mentre io venivo torturata dalle quelle domande del tutto illecite, inammissibili, se non proprio oscene e chiaramente voyeuristiche, la dolce ed immacolata Luisa aveva stampato sulla faccia un ghigno di estrema soddisfazione. Non le pareva vero di poter assistere alla mia totale sconfitta: lei, la ritardata, si prendeva la definitiva rivincita su di me, la figlia normale e intelligente, senza neppure aver fatto la fatica di muovere un dito. Da quel momento poteva stare assolutamente certa che mia madre avrebbe amato solo lei e che io sarei stata per sempre la cattiva della famiglia, che avrei sempre avuto solo le briciole, che la sua voce paragonata alla mia sarebbe sempre stata più forte e io non avrei mai più avuto nemmeno il permesso di fiatare. Vedevo la sua faccia soddisfatta e beata accanto a quella di mia madre mentre mi venivano rovesciate addosso le accuse più terribili e il fatto che un’inetta invidiosa gioisse del mio dolore era per me un’umiliazione insopportabile.

Mi vennero chiesti i particolari più scabrosi, e per quanto cercassi di evitare le domande e di presentarmi come l’ingenua che aveva in qualche modo subìto la cosa senza alcuna partecipazione cosciente, il mio delitto venne ritenuto comunque grave e inappellabile.

In quell’occasione mi sono sentita moralmente ed emotivamente violentata. Costituiva infatti uno stupro, il diritto che mia madre si arrogava di controllare e possedere il mio corpo, le mie emozioni e le mie relazioni con l’universo maschile. Tuttavia nella nostra famiglia era sempre stato così, la presenza intrusiva dei genitori negli aspetti più intimi della vita dei figli era ritenuta più che legittima, ai figli non restava che accettare quella sofferenza come ineluttabile, e potevano solo consolarsi col pensiero che un giorno quel diritto al controllo sarebbe spettato anche a loro, in un'infinita catena di vendette e sofferenze. Il trascorrere degli anni, i profondi cambiamenti avvenuti nel corso del ventesimo secolo non avevano per i Parisi alcun significato, qualsiasi cambiamento era inaccettabile e il dolore e la violenza costituivano un'eredità che non si poteva rifiutare.

La profonda sofferenza che mi causò quell’episodio mi portò a sperimentare una fase di quello che gli psichiatri definiscono come fenomeno di derealizzazione e depersonalizzazione nella sua forma più acuta. E’ un sintomo psicotico dei più temibili e fui costretta a tenermelo addosso per circa una settimana. Quando la mente sperimenta un tormento intollerabile può decidere di difendersi staccando ogni contatto col mondo esterno, simulando uno stato di morte. Le informazioni che arrivano dagli organi di senso vengono private di significato e lasciate allo stato grezzo, senza alcuna rielaborazione emotiva. L'indifferenza non permette al dolore di raggiungere la coscienza e si finisce in una specie di pietoso stato di trance.

Mi ritrovai perciò a vivere in un mondo talmente lontano e separato da me da sembrarmi completamente finto. Tutta la realtà era stata sostituita da una sua copia che la replicava alla perfezione, e che tuttavia costituiva un falso. Quando uscivo di casa vedevo intorno a me le strade, le auto, le persone, gli alberi, e tutto era identico a prima, ma io sapevo che non era reale, era una finzione,  tutto era meccanico e privo di senso, finto e privo di vita, una scenografia teatrale, un set cinematografico: mi trovavo imprigionata in un’altra dimensione, lontana ed estraniata dalla vera realtà e non sapevo come fare per rientrarvi.

La sensazione che si prova a trovarsi in un mondo di finzione è di un terrore indicibile, ed era esattamente come quanto viene descritto nel libro “Diario di una schizofrenica”. Temevo che non sarei mai più uscita da quell’inferno e per farmi coraggio mi ripetevo: “Non preoccuparti, passerà, ci vuole solo un po’ di tempo ma passerà, non può durare per sempre.” Naturalmente non lo dissi a nessuno e mi comportavo come se non stesse accadendo nulla, sapevo benissimo che non avrei avuto nessuna parola di conforto e sarei stata presa per pazza, con tutte le conseguenze del caso.

La punizione immediata che mi fu data consistette nel fatto che per un certo periodo fui costretta con svariati pretesti a fare da “cameriera personale” a mia sorella. E per un paio d’ore al giorno dovevo andare da lei e mettermi al suo servizio, cosicchè dovevo lavare i suoi panni, stenderli, stirali, lavare i suoi piatti, riordinarle la camera o cose del genere del tutto inutili, in un totale stato di rassegnata sottomissione, con il solo scopo di umiliarmi e farmi capire che a causa di ciò che avevo fatto il mio ruolo in famiglia era diventato quello della serva, la serva di mia sorella per giunta, cioè la mia posizione era quindi inferiore a quella di una ritardata. Mia madre ritenne un suo preciso dovere infliggermi quella punizione, per senso di giustizia e per obbedienza alle regole familiari, e vidi mia sorella gonfiarsi d'orgoglio come non mai, ma fortunatamente entrambe si stancarono presto di quel gioco sadico, tuttavia da quel momento nella sua mente si era installato un altro validissimo motivo per odiarmi e per giustificare a se stessa i suoi pensieri distruttivi nei miei confronti.

Negli anni seguenti, quando ci è capitato di litigare, spesso, in modo del tutto fuori dal contesto, mi ha apostrofato: “Stai zitta e non contraddirmi, che io mi sono sposata vergine e tu ormai sei guasta dentro”. Mi accusava di essere irrimediabilmente perduta per aver avuto rapporti fuori dai ”doveri coniugali” e nemmeno “con lo scopo di sposarsi”, come diceva lei, che almeno sarebbe stata una motivazione giustificabile.

Nella nostra famiglia la vita sessuale era considerata un diritto di solo appannaggio maschile, e restava in ogni caso qualcosa di abietto e vergognoso da cui una donna onesta avrebbe dovuto essere immune. Il compito delle donne era di fare il proprio dovere nei confronti del marito e usare la funzione riproduttiva al solo fine di procreare, il solo fatto di ammettere di avere un qualsivoglia desiderio o persino interesse era considerato come "demoniaco".

Quegli eventi avevano dunque risvegliato in mia madre la sua paranoia religiosa e cominciò a considerarmi un'alleata del diavolo, un nemico da combattere senza nessuna pietà, che non conservava nessuna caratteristica di qualcuno che poteva essere sua figlia.

Per di più avevo avuto l'ardire di tentare di superare quei limiti che lei era stata costretta ad accettare o che non aveva mai osato mettere in discussione. Vantava con orgoglio la sua assoluta illibatezza e la fedeltà al marito ma dentro di sé era una donna profondamente infelice, frustrata e sofferente per aver dovuto rinunciare alla passione, alla gioia, alla felicità di una vita sessuale liberamente scelta e autonomamente decisa. Ma naturalmente nella nostra famiglia nessuno poteva lamentarsi di ciò che gli era stato negato. La regola fondamentale era allearsi con l'oppressore e diventare all'occorrenza come lui, compensando il dolore con la soddisfazione della vendetta.

In un simile contesto, guai ad essere deboli, guai a rendere manifesta una mancanza, uno sbaglio, una fragilità. Non restava che far torto o patirlo. E mia madre, da allora in poi, non ha mai dimenticato di includere quell'episodio nell'elenco delle mie imperdonabili colpe.

Una volta, durante uno dei tanti litigi, mi disse persino con disprezzo: “ Ma vai a fare la puttana, tanto ormai sei abituata a trattare con gli uomini!”

Molti anni dopo, le sue parole sarebbero apparse  profetiche e io mi chiedo se il mio destino cominciò a definirsi proprio in quel momento, quando cioè aveva intensamente desiderato che mi trovassi in quella condizione, una prospettiva per lei senza dubbio piacevole, nella certezza che sarebbe stata per me molto dolorosa e mi avrebbe collocato nei ranghi più infimi della società. Era esattamente quella la giusta punizione riservata a quelle donne che ai suoi tempi osavano reclamare il diritto ad avere una propria vita sessuale, e se per qualche motivo mi fossi trovata in quella condizione per lei non ci sarebbe stato nulla di strano, anzi ne sarebbe stata persino contenta.   

Ma un destino di fallimento e incapacità non era esattamente ciò che aveva decretato suo padre nei suoi riguardi, ritenendola incapace di amministrare il patrimonio, cosa che è poi effettivamente successa?

E mio padre non mi aveva forse detto che a ribellarmi ai suoi voleri sarei finita a fare la sguattera, o la cameriera, vale a dire, l’unico mestiere che oggi, a cinquant’anni e nelle mie condizioni, potrei ragionevolmente fare?

C’è una regola nella psiche umana secondo cui inconsapevolmente i figli finiscono col realizzare i desideri più o meno inconsci dei propri genitori, anche quando apparentemente vi si ribellano, o credono di ribellarsi. E io tremo di paura quando mi soffermo a riflettere su come sono andate le cose nella nostra famiglia e che la mia infelicità e il mio fallimento sono in realtà un tributo all’obbedienza dovuta a mia madre.

E' vero che c'è tutta quella storia dell'autismo e della sindrome di Asperger, è vero cioè che ci sono delle difficoltà genetiche non modificabili con cui ho dovuto scontrarmi e che, in gran parte, hanno causato il mio insuccesso sociale e lavorativo, ma è anche vero che io sono stata l'unica ribelle della mia famiglia, quella che ha osato fare l'impensabile, esprimere cioè la sofferenza, denunciare le ingiustizie, la mancanza d'amore, la violenza mentale e la tirannia in cui si viveva in casa. E i miei genitori mi hanno intensamente odiato per questo, augurandomi le cose più terribili, desiderando per me il peggiore dei destini.

Quando un genitore ordina, il figlio obbedisce, anche se non vorrebbe farlo, anche quando crede di non farlo. Ci vuole un'enorme consapevolezza di sé e della realtà per poter decidere e fare le scelte opportune, senza tener conto degli altri . In linea di massima ci si rovina la vita per obbedire a stupidi condizionamenti inconsci imposti dall'esterno, e così è stato per me. Finchè i Parisi non avessero trovato il coraggio di volersi bene, io sarei rimasta impantanata nei loro meccanismi di distruzione.

I nostri desideri inconsapevoli sono quelli che hanno maggiore forza e maggiore possibilità di avverarsi e forse potremo cominciare a costruire un mondo migliore solo quando avremo la forza di guardarci dentro e di addomesticare quelle invisibili belve feroci che abitano il nostro cuore.

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Il coraggio di volersi bene 10

 

 

                                     Il coraggio di volersi bene   10

 

 

 

 

Capitolo XXVI

 

Incoraggiata dalla straordinaria abbondanza di mezzi economici di cui si poteva disporre, elaborai un piano d'azione per risolvere i miei problemi credendo di poter trovare finalmente la soluzione che mi avrebbe consentito di superare quegli ostacoli insormontabili che avevano bloccato la mia vita.

Avevo perso completamente il primo anno di università, ma con tutto ciò che era successo in casa sembrava comunque un fatto comprensibile e giustificabile. Per l’anno seguente presi in affitto a Leonia una camera in una casa per studentesse. In questo modo, oltre ad eliminare lo stress del viaggio in treno, avrei avuto l’opportunità di poter cambiare ambiente e uscire da schemi che mi tenevano legata a un passato da dimenticare.

Mi sarebbe stato ormai impossibile tentare ancora di riguadagnare terreno con le mie amiche, che del resto, neanche mi interessavano più. Erano ragazze molto superficiali, vanitose, interessate solo all’aspetto materiale della vita e, soprattutto, avevano quel tipico atteggiamento da ochette che io letteralmente detestavo. La mia piccola città non aveva altro da offrire, le cerchie di persone erano sempre quelle, e se ci si è bruciati la reputazione in un gruppo, non c’era nessuna possibilità di cancellare il passato e ricominciare altrove.

Volevo avere una seconda occasione, volevo costruirmi delle vere amicizie, trovare delle persone con le quali avrei potuto finalmente essere esattamente quella che volevo essere. Dovevo darmi la possibilità di ricominciare daccapo e mi ripromettevo di riuscire a farcela.

Ovviamente entrando in una casa da condividere con delle ragazze che ancora non conoscevo non avevo nessuna garanzia di trovare l'ambiente giusto per me, ma visto che non c’era niente da perdere valeva la pena fare almeno un tentativo.

C'era poi un'altra questione importante: dovevo risolvere i miei problemi psicologici e poter avere quella normalità di comportamento e quella sicurezza interiore che non avevo mai avuto. Sapevo che finchè mi trovavo in quello stato di paura e insicurezza non sarei riuscita a fare nulla di buono nella vita, così feci una visita psichiatrica al policlinico e mi fu dato il nome di un medico per iniziare una psicoterapia.

Ero sicura che tutto sarebbe andato bene e mi aspettavo grandi cose, pensando che, in una città come Leonia, i medici fossero tutti molto qualificati e di alto livello.

Iniziai col fare qualche seduta per una prima conoscenza in presenza di mia madre, e infatti lei prese l’abitudine, ogni qualvolta iniziavo una terapia o facevo una visita da psicologi o psichiatri, di presentarsi dal medico di turno per raccontare come stavano veramente le cose nella nostra famiglia e dipingeva uno stucchevole quadretto di amore e armonia in cui tutto era sempre andato bene, dove c’era stato un padre e marito esemplare e si erano verificati solo dei piccoli screzi, niente affatto violenti e del tutto normali, riguardo questioni banali e di poco conto. L’unico vero problema era che io a un certo punto avevo cominciato a fare i capricci e a non voler più studiare, a diventare pigra e a pretendere di essere mantenuta senza fare niente, adducendo a pretesto presunti traumi e maltrattamenti mai esistiti e completamente inventati dalla mia fantasia. Siccome aveva uno straordinario talento nel recitare e un’invidiabile capacità nel raccontare storie assolutamente false che sembravano assolutamente vere, il medico ci cascava con tutte le scarpe, prendeva per buona la sua versione e da quel momento tutta la mia terapia era inevitabilmente compromessa perché ogni cosa che io dicevo veniva ritenuta un’invenzione della mia mente disturbata. E non c’era modo di sfuggire o rifiutarsi di farla intervenire giacchè era lei a pagare le sedute. In seguito ho provato a fare delle terapie a sua insaputa, accontentandomi dalla psicologa dell’ASL che aveva dei costi molto ridotti, ma fare una terapia a quel livello equivaleva né più e né meno a chiacchierare con un’amica.

Ad ogni modo, nel mese di ottobre di quell’anno mi ero traferita a Leonia e avevo iniziato la famigerata terapia psicoanalitica, con ben tre sedute a settimana da cinquantamila lire l’una, che era una cifra notevole, ma in quegli anni i soldi scorrevano via a fiumi, tanto valeva spenderli per qualcosa di costruttivo.

In quel periodo non sapevo nulla di psicoanalisi, internet non esisteva e non avevo alcun modo di informarmi. L’unica idea che me ne ero fatta derivava dall’immagine popolare basata sulle rappresentazioni che se ne facevano al cinema. In un certo senso sembrava essere il meglio che si potesse chiedere nel campo psichiatrico, qualcosa che costava caro, che pochi potevano permettersi, di conseguenza doveva necessariamente essere valido e funzionare.

Non ricordo chi mi avesse suggerito quella terapia, né sulla base di che cosa, forse mi era stata indicata appunto perché costava cara e qualcuno doveva guadagnarci sopra, in ogni caso scoprii in seguito che era quanto di più sbagliato ci potesse essere per il mio problema.

In realtà lo schema classico e rigidamente freudiano delle sedute psicoanalitiche è stato oggigiorno del tutto abbandonato a favore di un nuovo tipo di approccio al paziente, per via di tutti i successivi sviluppi delle teorie psicoanalitiche. Peraltro fare lo psicoanalista non è cosa da poco e occorrono competenze, esperienza, intuito, formazione, sensibilità che non sono da tutti. Eppure sono in molti a praticare la psicoanalisi a cuor leggero e senza farsi il minimo scrupolo a giocare con la vita degli altri, anche perché il danno fatto da una terapia sbagliata non è in alcun modo dimostrabile.

Il problema fondamentale nel mio caso era che mancava una diagnosi. Mancava allora, come è mancata fino ad oggi, e tra tanta ignoranza dei medici che mi hanno visitato, alla fine  la diagnosi corretta ho dovuto farmela da sola. D'altra parte, quando io cominciavo a stare male, cioè alla fine degli anni '80, erano pochi nel campo medico a conoscere il disturbo autistico, e soprattutto la sindrome di Asperger, cioè una delle forme meno gravi, e tuttavia dannosa al punto giusto per rovinarti la vita. Ho avuto quindi la sfortuna di ammalarmi di una malattia che non era stata ancora scoperta e per la quale nemmeno c'erano cure psichiatriche o psicologiche. Ho poi provato molte volte ad usare psicofarmaci e a sforzarmi di fare i cambiamenti di comportamento che mi venivano richiesti, ma il mio problema non è dovuto né alla chimica né alla volontà, bensì al modo in cui si è sviluppato il cervello e in cui si sono collegati i neuroni. Non c'è nessuna cura radicale, chi è autistico o Asperger lo è per tutta la vita. Si può solo venire a patti col nemico e sviluppare strategie di adattamento, ottenere miglioramenti anche importanti ma non si diventerà mai una persona normale. Ci sono comportamenti e caratteristiche che non si possono cambiare ma sarebbe stato importante, allora, saperlo e trovare il modo di regolarsi di conseguenza, senza perdere tempo ed energie inseguendo obiettivi irraggiungibili. "Che io possa avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza", dice la famosa preghiera della serenità.

Ma trent'anni fa nessun medico era informato di queste cose, e tanto meno lo ero io stessa, di conseguenza venivo curata a casaccio e mi sbattevo tra una terapia e l'altra inseguendo il sogno impossibile della guarigione. E quei numerosi tentativi a vuoto mi lasciavano sempre più scoraggiata, esausta, avvilita. Mi veniva detto che non mi impegnavo abbastanza, che mi faceva comodo restare in quella condizione, e, con tutta l'inesprimibile sofferenza che mi portavo dentro, questa era per me la cosa più crudele da dover sopportare. Se allora avessi avuto la giusta diagnosi avrei almeno potuto spiegare alle altre persone la particolare difficoltà che incontravo di fronte alcuni ostacoli e magari loro non l'avrebbero accettato e non l'avrebbero capito comunque, ma sarebbe stato sempre meglio che annaspare nel nulla e sentirmi continuamente in colpa per i miei insuccessi.  

Così, con molta ingenuità e tante aspettative, nell'autunno dell'anno 1988 iniziai la famigerata terapia psicoanalitica e mi sentii subito a disagio in quelle sedute, soprattutto perché bisognava mettersi stesi sul lettino in una stanza  vuota con l'analista che se ne stava nascosto alle mie spalle per intervenire solo sporadicamente nel discorso. Era una situazione angosciante, starmene distesa sul lettino  piuttosto che rilassarmi aveva l'effetto di accrescere la mia ansia e avevo delle insormontabili difficoltà a parlare, come tutti gli Asperger del resto, difficoltà che oggi vengono identificate anche con l'alessitimia, cioè l'incapacità di riconoscere, esprimere e gestire le proprie emozioni. Trattata con la psicoanalisi dà risultati disastrosi, controproducenti e persino pericolosi.

Il dottor Tal dei Tali mi fece fare molte sedute a vuoto nelle quali per lo più me ne stavo zitta oppure parlavo di banalità quotidiane, infine riuscii a tirar fuori l’argomento dei litigi che c’erano stati con mio padre, del modo oppressivo con cui controllava la mia vita e i miei comportamenti, del suo carattere violento e autoritario.

A quel punto lui mise su una sua interpretazione personale della situazione tutta basata ovviamente sul mitico complesso d’Edipo di stampo freudiano. Nella sua visione delle cose il mio problema derivava da un non risolto complesso edipico e cioè in realtà non era stato mio padre a tenermi sotto il suo dominio, ma ero stata io a non riuscire a staccarmi da lui e desideravo le sue attenzioni più di ogni altra cosa, per cui avevo escogitato quel sistema di non andare a scuola per restare a casa in sua compagnia e tutti i miei malesseri erano solo un pretesto per stargli vicino. Il mio scopo ultimo era quindi restare per sempre in casa con lui. Se non riuscivo a inserirmi nella società era perché a livello inconscio ero troppo attaccata a mio padre e non volevo creare dei nuovi legami con altre persone.

E così tutto quadrava con la testimonianza resa da mia madre. Nella nostra famiglia era tutto a posto, non c’era mai stato nessun problema, mio padre era stato una brava persona con un comportamento perfettamente normale ed ero io piuttosto ad avere comportamenti stravaganti e pretese assurde, rifiutandomi di riconoscere ed accettare le regole prestabilite della società.

Trovandomi a ricoprire in quella circostanza il ruolo di paziente, con l’implicita ammissione che dopotutto ero io la malata che doveva essere curata, all’inizio mi sforzavo persino di accettare quella versione e di vedere le cose in quell’ottica, ma devo dire che tutto ciò continuava a suonarmi strano, artificioso, forzato, e sapevo dentro di me che c’era un errore nel ragionamento.

Tal dei Tali mi diceva che il mio rifiuto di quella spiegazione faceva parte del normale andamento della terapia e dovevo abituarmi alla realtà dei fatti; avevo solo la normale resistenza del paziente ad accettare una dura verità, ma se volevo guarire dovevo infine convincermi.

Tutto il trattamento prese dunque una direzione sbagliata e io non riuscivo nemmeno a stabilire un collegamento tra le mie difficoltà ad inserirmi nella società e le condizioni in cui avevo vissuto da bambina, tanto per fare un esempio banale. Il vero motivo per il quale mi ero chiusa in casa rifiutandomi di andare a scuola, era perché ero spaventata a morte dal mondo, non riuscivo a esprimermi e far apprezzare le mie qualità, non riuscivo a creare legami con gli altri e ne soffrivo molto. E per le regole esistenti nella nostra famiglia, secondo cui era inammissibile dimostrare una sofferenza emotiva, mettere su tutto quel teatrino della malattia psicosomatica era stato il solo modo di poterla manifestare e, in un certo senso, di chiedere aiuto. Tuttavia, durante la terapia, non fui mai in grado di comunicare queste riflessioni perché non mi vennero neppure in mente, e suppongo che dovesse rientrare nei compiti e nell’abilità del medico riuscire a portarle alla luce.

Mi sentivo molto confusa e turbata: sapevo che quella storia del complesso d’Edipo era sbagliata ma non avevo la più pallida idea del perché, né riuscivo a formulare ipotesi alternative.

Dopo qualche mese mi sentivo ormai enormemente frustrata, delusa e arrabbiata perché da quella terapia mi aspettavo molti risultati, avevo speso tanti soldi e mi trovavo ancora a brancolare nel buio. Capii che era inutile continuare, e all’ultima seduta comunicai a Tal dei Tali la mia intenzione di interrompere. Lui mi disse: "Ma no, è solo la tua reazione di rifiuto, dovresti pensarci con calma, devi convincerti ad accettare la realtà, è la resistenza che ti fa agire in questo modo."

E io intanto pensavo: ma vaffanculo te e la resistenza.

Ero stata delusa anche riguardo all’altra mia intenzione, e cioè di fare nuove amicizie e recuperare quello che avrebbe dovuto essere un normale stile di vita di una ragazza di vent’anni. Non ero riuscita a superare la mia paura delle aule universitarie e di tutta la gente che c’era dentro, così anche quell’anno non avevo frequentato le lezioni, benchè paradossalmente mi trovassi in sede. Avevo studiato standomene chiusa nella mia stanzetta e avevo dato solo un esame.

Nella casa in cui abitavo avevo avuto peraltro la fortuna di trovare delle ragazze splendide: erano simpatiche, affabili, disponibili, solari, e al tempo stesso con la testa sulle spalle, intelligenti, giudiziose ed equilibrate. Si interessavano di cinema, cultura, arte, questioni sociali e culturali e la sera quando ci si ritrovava in cucina per la cena c’erano sempre argomenti appassionanti di cui parlare e loro avevano tanti aneddoti curiosi e coinvolgenti da raccontare: in pratica non avrei potuto chiedere di meglio.

Ciò nonostante, mi ritrovai pari pari con le stesse difficoltà che avevo lasciato nella mia città. Non riuscivo ad intervenire nei discorsi, non avevo niente da raccontare, avevo paura di aprire bocca e dire delle sciocchezze o  fare delle gaffe, mi mettevo in un angolino e me ne stavo zitta  e buona. Non riuscivo a stabilire un minimo di relazione o addirittura nemmeno a parlare di cose banali del tipo come organizzare le pulizie o la spesa da fare in comune. In breve tempo anche lì mi ero fatta la nomea di persona strana e antipatica.

Ripensandoci, era stato piuttosto ingenuo da parte mia aspettarmi che cambiando città e persone, sarebbero magicamente scomparsi tutti i miei problemi, era chiaro che la situazione non dipendeva affatto da cause esterne, bensì c’era qualche meccanismo in me che non funzionava bene, e probabilmente in tutta la mia vita non aveva mai funzionato come avrebbe dovuto. Non riuscivo a comportarmi come volevo, tra me e gli altri continuava ad esserci quell'invisibile, insormontabile, barriera e nonostante le mie migliori intenzioni non riuscivo a superarla.

Avvilita, amareggiata e insoddisfatta da quanto era successo, nel mese di marzo decisi di piantare tutto e tornarmene nella mia casa a Zenobia.

 

 

Capitolo XXVII

 

Nel momento in cui tornai a vivere a Zenobia, mia madre non si preoccupò affatto che avessi interrotto la terapia senza alcun risultato, anzi ne fu persino sollevata perché ogni volta che andavo a parlare con qualche psicologo lei esprimeva il suo disappunto dicendo: "Ecco, adesso vai lì a raccontare le tue fandonie, e magari finisce che quelli ti credono pure!"

Infatti era proprio per cautelarsi da un simile pericolo che si preoccupava di andare a mettere in chiaro che l’unica versione plausibile degli eventi era la sua. D’altra parte si arrabbiò molto per l’università e io le dissi che potevo comunque studiare da casa, e in seguito così feci, arrivando a dare in tutto cinque esami dopo di che rinunciai completamente, sia perché era impossibile proseguire senza frequenza, sia perché i miei problemi personali erano peggiorati e non avevo la più pallida idea di cosa fare nella vita.

Appena tornata a casa ero terribilmente stremata e depressa e per cercare di tenermi a galla andai da uno psichiatra a farmi prescrivere dei farmaci. Ho sempre sperato che prendendo una pillola magica avrei potuto risolvere tutto e sarei finalmente diventata una persona come le altre.  Purtroppo né quella né le altre cure farmacologiche che provai a fare in seguito, diedero i risultati sperati: gli unici effetti che mi causavano gli antidepressivi erano sonno e intontimento.

Un po’ alla volta, quasi senza accorgermene, scivolai nel più completo isolamento, persi ogni interesse per la vita e non riuscivo a fare nessun progetto per il futuro. Passavo le giornate dormendo fino a tardi e per il resto del tempo mi sentivo sempre stanchissima e senza energie. Quei sintomi non mi hanno più abbandonato e hanno costituito l’ostacolo più difficile ai miei tentativi di riabilitazione. Ancora oggi devo dormire almeno dieci ore per notte e nonostante ciò, sono comunque stanca, fare la più piccola banale azione quotidiana mi costa un grosso sforzo di concentrazione, ho difficoltà a mantenere gli impegni, sono sempre in ritardo. Le persone che non hanno mai vissuto nulla del genere scambiano questi sintomi per pigrizia e cattiva volontà, nessuno riesce a capire quanto tutto ciò possa far soffrire una persona che viene a tutti gli effetti derubata della propria vita.

Io non ho mai avuto una giovinezza, non so cosa significhi avere vent’anni, un’intera fetta della mia esistenza è trascorsa senza di me e non potrò mai recuperare quelli che avrebbero dovuto essere i miei anni più belli e più importanti.

Restai a vivere a casa in quel modo fino a ventitrè anni, nell’indifferenza generale, senza che nessuno si preoccupasse di ciò che mi succedeva. Mia madre mi ignorava nel senso più completo del termine; ormai era tutta presa dal suo ruolo di manger della sua azienda immobiliare e continuava a trascurare allegramente la cura della casa che era come sempre nel caos e nella sporcizia assoluta, mentre lei si trastullava da una causa legale dall’altra, da una baruffa condominiale a una seduta straordinaria dal ragioniere, divertendosi da morire nell’elargire con eccezionale prodigalità compensi esagerati ai suoi fedeli e sottomessi aiutanti, dicendo sempre che tutto ciò era per il nostro bene, affinchè in futuro avessimo potuto ereditare la favolosa eredità dei Parisi. Per quanto lei conoscesse già alla perfezione l’inghippo dell’esproprio che ci gravava sopra.

Ogni due o tre mesi però, mi faceva una rigorosa lavata di capo, mi urlava addosso come una pazza rimproverandomi il fatto che dormivo sempre e  non studiavo mai e in quel modo si metteva in pace con la coscienza perché riteneva di aver fatto diligentemente il suo dovere di madre. Quando una figlia si comporta male deve essere punita e rimproverata, e questo è tutto, non occorre fare nient’altro.

Accettava con perfetta tranquillità e noncuranza una situazione talmente drammatica che avrebbe fatto rizzare i capelli in testa a qualsiasi genitore che avesse un briciolo d’affetto per i suoi figli. Io stessa, se mi ritrovassi con un figlio di vent’anni che si mette a letto senza fare nulla e senza interessarsi di nulla, andrei fino in capo al mondo pur di trovare una cura che lo restituisca alla vita, e se ciò non fosse possibile lo ucciderei con le mie mani pur di non vederlo vegetare in quello stato.

Ma lei non aveva il minimo interesse per i suoi figli, men che meno per me.

Quando c'era stata la crisi con mio padre ed era caduta in depressione era riuscita a riprendersi solo sviluppando un estremo egoismo e facendo della vendetta e del desiderio di rivalsa lo scopo della sua vita. Dal momento che nessuno l’aveva mai amata e che non c’erano speranze che ciò potesse accadere in futuro, a un certo punto ha pensato: "Al diavolo tutti, d’ora in poi penserò solo a me stessa e un giorno verrà il momento in cui potrò farmi valere; ho il diritto di fare qualsiasi cosa pur di difendermi."

Ben presto aveva scoperto che trasformare il dolore in rabbia le dava la forza e l’energia per continuare a vivere e poteva così dimenticare la profonda solitudine e la mancanza d’amore di cui aveva sofferto.

La morte di mio padre era stata per lei una magnifica occasione per ottenere il potere assoluto su tutta la famiglia. Aveva ormai denaro a sufficienza per condurre alla grande le sue epiche battaglie contro il mondo, e dunque, perché mai avrebbe dovuto occuparsi dei suoi figli?

Ci dava soldi per vivere dignitosamente, ci dava la possibilità di studiare e questo era più che abbastanza. Se poi io trascorrevo le mie giornate dormendo e mi rovinavo la vita nell’ozio erano solo fatti miei, lei il suo dovere l’aveva fatto e non le si poteva rimproverare nulla.

Intanto anche mio fratello aveva iniziato ad andare all’università, e stranamente, persino lui cominciò ad avere problemi nella frequenza. Aveva però già capito come funzionavano le cose in questa famiglia e, se anche aveva dei problemi simili ai miei, come sospettavo, si guardava bene dal lamentarsene. Forse anche lui aveva difficoltà ad inserirsi tra persone sconosciute, ma non ne parlava mai, e, per giustificare la sua mancata frequenza, dava delle spiegazioni che tiravano in ballo insormontabili ostacoli esterni.

Ad esempio diceva che era impossibile seguire le lezioni perché si perdeva troppo tempo per il viaggio e non voleva gravare sulla famiglia con l’affitto di una camera. Inoltre le aule erano talmente piene che non si poteva neanche entrare, c’erano addirittura delle pericolose risse per accaparrarsi un posto a sedere e lui non voleva trovarsi in situazioni di rischio; per di più i professori non erano all’altezza e non spiegavano bene, erano stupidi e ignoranti, quindi era molto meglio studiare a casa per conto proprio.

Mia madre si fece completamente convincere da questa piacevole versione dei fatti che tirava fuori la nostra famiglia da qualsiasi sospetto e responsabilità. Infatti dichiarare una propria incapacità o debolezza equivaleva ad accusare implicitamente l’intoccabile famiglia dei Parisi di avere in qualche modo causato quella difficoltà.

Mio fratello invece era la rassicurante prova che in casa tutto andava bene; era piuttosto il mondo là fuori ad essere sbagliato. In questo suo modo di agire e di pensare, creava per di più una straordinaria somiglianza che risultava molto gradita a mia madre: loro due erano entrambi delle persone eccezionali e dotate di qualità superiori che venivano ostacolate da persone ostili, incapaci di apprezzare il loro valore. Devo ammetterlo: era stato indubbiamente capace di trasformare le sue difficoltà in una situazione che attirava le simpatie di chi in quel momento aveva in famiglia il potere assoluto.

Perciò si mise a studiare in casa, per così dire, e faceva un esamuccio ogni tanto solo per evitare la naja. Escogitò un ingegnoso sistema di trucchetti burocratici con il quale riuscì a guadagnare diversi anni, benchè dovette cambiare facoltà ben quattro volte. Naturalmente neanche lui aveva la più pallida idea di cosa fare nella vita e siccome nella nostra casa c’era la regola che bisognava solo eseguire gli ordini dei genitori, era impantanato nel nulla semplicemente perché mia madre non gli dava ancora nessun ordine da eseguire riguardo agli studi o un’eventuale professione. Lei voleva soltanto che si andasse genericamente all’università per potersene fare vanto con la gente, ed era proprio questo che lui faceva alla lettera.

Per il resto aspettava semplicemente l’ordine, il comando, dal momento che era impensabile che qualcuno di noi figli potesse decidere di sé per conto proprio.

E disobbedire a sua madre era proprio l’ultima cosa al mondo che mio fratello avrebbe potuto fare.

 

                    Capitolo XXVIII

 

Passai quindi due o tre anni nel più completo isolamento, senza uscire mai, senza parlare con nessuno, diventando una sepolta viva così come prima di me lo erano state la zia monaca e molte altre donne della famiglia Parisi. Ero stata cancellata dall’esistenza e di me non restava traccia alcuna.

Talvolta, per qualche motivo assolutamente indispensabile, come andare dal dentista o dal medico, mi toccava per forza mettere il muso fuori di casa, e lo facevo in uno stato di panico totale, cercando di escogitare stratagemmi per rendermi invisibile, tipo sgattaiolare attraverso stradine secondarie e poco frequentate, oppure camuffarmi con sciarpe, occhiali da sole, grossi berretti che mi coprivano buona parte della testa. Ero terrorizzata dall’eventualità di incontrare qualcuno che mi conosceva, magari le mie ex amiche di una volta. Sapevo cosa pensavano di me, sapevo che tutti conoscevano il totale fallimento della mia vita e me ne vergognavo tanto. Non avevo tutti i torti.

Di tanto in tanto si verificava davvero l’evento temuto, e allora dovevo sottostare all’umiliazione delle domande di circostanza, alle risatine, allo sfottò, alle parole ironiche e sarcastiche.

Era una forma velata di bullismo dalla quale cercavo di difendermi nell’unico modo che potevo, cioè nascondendomi e scappando. Le persone normali, quelle a cui la vita va grosso modo bene, e che portano avanti le loro faccende senza eccessiva difficoltà, sembrano provare un particolare piacere nell’accanirsi a disprezzare e umiliare chi invece non ce l’ha fatta.

Nello stare fuori casa mi sentivo dunque come un animale debole e ferito costretto ad uscire dalla sua tana: vulnerabile, indifeso e costantemente in pericolo. Il semplice fatto di espormi agli sguardi degli altri equivaleva a mostrare senza alcuna protezione le lacerazioni della mia vita mutilata e invalida. Non avevo alcun modo di nascondere o negare la mia inferiorità che era ormai più che evidente e quelle poche occasioni in cui mi capitava di incontrare casualmente le mie amiche di un tempo, costituivano una vera tortura. Loro, così splendide e perfette, che facevano un esame dopo l'altro, che non perdevano nessuna occasione di divertirsi, che avevano tutte un ragazzo e amici in quantità, non mancavano mai di prendere un atteggiamento sarcastico e si divertivano ad umiliarmi chiedendomi: "Come va? Che fai di bello?"

Sapevano benissimo come andava la mia vita ed era uno spasso vedermi arrancare e farfugliare per inventarmi qualcosa. Io ero terrorizzata da quegli incontri e mi sentivo semplicemente morire di vergogna.

Per di più negli ultimi tempi, all’umiliazione e allo sfottò si era aggiunto il veleno dell’invidia, perché in quella situazione di fallimento e sofferenza c’era persino chi mi invidiava, e tutto ciò a causa di alcune vicende familiari che si erano verificate proprio in quegli anni.

Tra il 1989 e il 1990 erano arrivati i fondi di ricostruzione per il terremoto e il Comune della mia città approfittò dell’occasione per realizzare parzialmente quell’esproprio deciso tanti anni prima. Acquistò una buona metà del patrimonio di mia madre, che consisteva in ruderi ormai abbandonati e di nessun valore. Si trattava precisamente di quelle case dirupate in cui io andavo a rifugiarmi per starmene da sola. A causa della fortuita circostanza dei fondi di ricostruzione, quelle catapecchie furono valutate in un modo che superava qualsiasi immaginazione e da un giorno all’altro mia madre si ritrovò sul suo conto la bellezza di 550 milioni di lire che furono impiegati per acquistare tre nuovi appartamenti sullo stesso piano nel prestigioso parco delle Rose e, uno strepitoso, ampio, luminosissimo appartamento in un nuovissimo palazzo sulla collina più alta della città. Mentre i tre del parco delle Rose furono affittati, quello sulla collina venne lasciato libero  perché era effettivamente troppo bello per tenerlo occupato con un inquilino, e si pensò che potesse in futuro essere usato da qualcuno della famiglia. Mia madre, con la sua solita furbizia, non ci disse nulla dell’esproprio, ma dichiarò semplicemente che il Comune aveva deciso l’acquisto usando i fondi del terremoto e io ho potuto sapere la verità solo molti anni dopo.

Purtroppo la cosa divenne rapidamente di dominio pubblico, sia perché era stata esposta ufficialmente l’ordinanza dell’assegnazione dei fondi, sia perché di lì a poco i ruderi furono abbattuti in grande stile e per circa una settimana le ruspe si diedero un gran da fare alle porte del nostro giardino. C’era sempre un gruppetto di gente che si fermava lì a curiosare e a guardare lo spettacolo della demolizione.

Pertanto tutti sapevano che eravamo diventati ricchi e una volta mi capitò malauguratamente di incrociare alcune vecchie amiche, che sapendo l’accaduto cominciarono a punzecchiarmi: "Ma allora di esami non ne hai più fatti? Hai lasciato l’università? Non stai facendo niente? Ah, ma in fondo si spiega tutto, tanto ormai sei ricca, chi te lo fa fare di metterti a studiare? Beata te!"

Fu un’umiliazione insopportabile, dovevo assolutamente impedire che si potesse ripetere una cosa del genere e l’unico modo veramente sicuro per farlo era appunto non uscire più di casa.

Purtroppo il mio rifugio domestico era tutt’altro che rassicurante e stava anzi trasformandosi in un covo di vipere, rendendomi la sopravvivenza impossibile anche lì. Mia madre e i miei fratelli cominciarono a lamentarsi di me e a darmi addosso, accusandomi di essere una che approfittava della famiglia.

“Stupida, cretina, incapace, sei una buona a nulla, non hai nessun diritto di farti mantenere dal momento che non vuoi studiare, dovremmo buttarti fuori a calci visto che sei maggiorenne e se non vuoi studiare almeno vai a lavorare e finiscila di fare la bella vita a spese nostre.”

Da un giorno all’altro, con il pretesto che serviva a fare la guardia, mio fratello si fece comprare un cane pastore tedesco a pelo lungo, un bestione enorme dal peso di oltre trenta chili. Per via del fatto che sia io che mia madre e mia sorella avevamo paura dei cani, venne fatto scempio del giardino con la costruzione di una serie di gabbie, tettoie, porticine e altri espedienti che lo trasformarono in una specie di canile municipale. Per di più, quando lo portava fuori dalle gabbie, mio fratello scoprì il divertente passatempo di aizzarmelo contro, per poi intervenire a fermarlo solo all’ultimo momento perché vedermi spaventata era una cosa di uno spasso unico.

Una volta capitò che, ridendo e scherzando, il cane mi afferrò un polpaccio e iniziò a tirare strappandomi il pantalone. Io sentivo i denti che stringevano con forza, sapevo che non potevo muovermi né scappare altrimenti c’avrei rimesso la gamba e gridavo aiuto, chiedevo a mio fratello di intervenire ma lui se ne stava lì a guardare e rideva dicendo che io esageravo ed erano solo sciocchezze, il cane dopotutto era buono e stava semplicemente giocando. Il pantalone era ormai ridotto a brandelli, i morsi erano sempre più forti, io iniziai a piangere, convinta che il cane mi avrebbe sbranato, e solo allora lui si decise ad allontanarlo. Mi portai sulla gamba dei dolorosi lividi per un paio di settimane e se me ne lamentavo  diceva che ero un’esagerata, che non era niente di grave e che quello che era accaduto era dovuto al fatto che ero troppo debole e delicata, infatti un’altra persona di normale costituzione di certo non avrebbe riportato tanti danni. Lui in quel modo voleva solo mettere un po’ d’allegria ed io ero un’antipatica musona che non sapeva nemmeno stare agli scherzi.

 

Oltre a ciò, con una serie di complicati espedienti, stratagemmi e ricatti che non sto a raccontare, mia madre mi cacciò fuori dalla mia stanza costringendomi a trasferirmi in un’altra stanza di passaggio, dove chiunque in qualsiasi momento poteva entrare e uscire a piacimento. Invidiava molto ed aveva una gran rabbia per quella mia stanzetta dalle pareti color lavanda e dai mobili bianchi, sempre linda e ordinata, assolutamente estranea allo stile di vita familiare. Invidiava soprattutto il modo in cui me l’ero guadagnata, cioè vincendo il braccio di ferro con mio padre, e non sopportava il fatto che potessi chiudermici dentro lasciandola fuori dalla porta. Quando mi chiudevo a chiave lei iniziava a urlare e diceva: "Apri immediatamente, questo è un atto di superbia e maleducazione nei miei confronti!"

Trovarmi in quelle condizioni mi faceva soffrire in modo indicibile, e ci si mise perfino la cameriera a sfottermi e umiliarmi.

Quella donna era una furbastra che, conoscendo le debolezze di mia madre, ne aveva egregiamente approfittato a suo vantaggio. A tutti gli effetti svolgeva solo il ruolo di amica e confidente e la nostra casa era sporca e disordinata anche perché lei veniva semplicemente a chiacchierare e non faceva niente del suo dovere. La cosa peggiore era che una volta era stata sorpresa a rubare. Io mi ero infuriata e avevo proposto l’immediato licenziamento ma mia madre era ormai completamente plagiata, perciò aveva accettato le sue scuse e, piuttosto, io ero stata accusata di essere troppo severa.

Da quel momento la cameriera aveva iniziato ad odiarmi ferocemente e coglieva ogni occasione per mettere zizzania. Capitava quindi che quando la mattina io ancora dormivo, lei veniva nella stanza, che ormai era diventata un corridoio, e mi diceva con tono sarcastico:

"Ma che fai? Dormi ancora a quest’ora? Bella la vita per una come te!"

Poi andava da mia madre e la provocava:

"E Amelia che fa, non studia, non fa niente? Mia figlia ha trovato un impiego all’ospedale e mia nipote l’anno prossimo la mandiamo all’università a Perugia."

Dopodichè mia madre si precipitava da me a farmi una scenata di rimproveri e quella vipera si prendeva la sua bella soddisfazione.

 

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 9

 

 

 

                                Il coraggio di volersi bene 9

 

 

Capitolo XXIII

 

 

Era la fine di febbraio quando mi presi l’influenza, nel bel mezzo dell’anno scolastico del secondo liceo. Dopo una settimana il mal di gola e la febbre non erano ancora andati via e quando si arrivò a dieci giorni d’assenza mio padre cominciò a preoccuparsi e ad angosciarsi: i compiti in classe, le interrogazioni… non si poteva più aspettare oltre. Fui visitata da un paio di medici, nessuno dei quali seppe fare una diagnosi, e invero, nei mesi che seguirono, nonostante altre visite, analisi e indagini d’ogni tipo non si riuscì a trovare nessuna causa e nessuna spiegazione.  Mi riempirono però di antibiotici, pensando che, qualunque eventuale infezione ci fosse in corso, almeno si poteva stare tranquilli che le cose non si sarebbero complicate. Solo negli ultimi anni sono riuscita a decifrare il mistero e a capire che si trattava di una febbre nervosa, dovuta a quel mio particolare stato di conflitto interiore, e che il bruciore che sentivo alla gola era causato dal reflusso gastrico, probabilmente un disturbo ereditario, visto che anche mio padre aveva sempre avuto questo fastidio, che peggiorava quando era in forte stato di stress e che poi lo portò ad ammalarsi di cancro. Ho potuto capirlo con assoluta certezza solo negli ultimi anni, quando mi è capitato di avere di nuovo lo stesso problema e finalmente si è giunti ad inquadrare il disturbo per quello che era.

 
In quell'occasione tuttavia, per quanto ciò possa sembrare strano, nessuno dei medici che mi visitò riuscì a capire di cosa si trattasse.

Non potendo sapere che malattia avevo, cominciai ad essere angosciata da tutta una serie di paure che si ricollegavano a quanto mia madre mi ripeteva in continuazione da bambina: "Tu non puoi uscire sennò ti ammali, sei debole, sei difettosa, sei di una razza inferiore, non sei come me o i tuoi fratelli, noi siamo forti e resistenti ma tu devi stare attenta, che ti ammali e muori."

Mi convinsi fermamente che se fossi uscita di casa quella strana e misteriosa malattia sarebbe peggiorata fino a farmi morire e, proprio perché ossessionata da questa paura, mi rifiutavo anche di andare a scuola. Mi sentivo debole e indifesa, esposta a mille pericoli, e in realtà, tutta la storia della malattia e la paura di morire era una metafora dell'angoscia che provavo a trovarmi in un mondo in cui non sapevo minimamente come muovermi e comportarmi. La paura di morire era dunque reale, ma non era riferita alla morte fisica, bensì al pericolo mortale che correva la mia mente fragile e vacillante nel doversi confrontare con il pericoloso mondo esterno.

Passato un certo numero di giorni, mio padre sbroccò del tutto, fu preso da un’ansia incontenibile e gridava come un invasato che dovevo ad ogni costo riprendere la frequenza scolastica altrimenti c’era il rischio che i miei voti sarebbero crollati o, addirittura, potevo essere bocciata. Elaborò perciò un piano d’azione che secondo lui avrebbe dovuto aggirare il problema. Mi avrebbe accompagnato a scuola in macchina, sia all’andata che al ritorno, in modo che sarei stata al riparo dal freddo e quant’altro, poi, siccome in classe c’era il riscaldamento, non avrebbe fatto alcuna differenza per me stare lì o a casa, e sebbene continuavo a stare male, la mia condizione non era così grave da impedirmi di seguire le lezioni.

Nessuno si preoccupò minimamente della mia salute né del fatto che non uscivo nemmeno per incontrare le mie amiche, circostanza che mi aveva portato al totale isolamento sociale.

Usando l'alibi della malattia, potevo infatti evitare  quelle situazioni che per me erano spaventose e ingestibili, ma non si poteva certo pensare che nascondendomi in casa si sarebbero risolte da sole, tuttavia nessuno si rese conto di quello che stava succedendo e di quanto grave fosse diventata la cosa.

Ciò che davvero contava era che andassi a scuola e mi comportassi da studente modello, per tutto il resto la mia vita non aveva alcuna importanza e io come persona non esistevo nemmeno. Tuttavia la soluzione che aveva trovato mio padre non portò ai risultati sperati perché io in classe ero comunque assente a tutti gli effetti: avevo difficoltà a concentrarmi, ero ossessionata dalla mia strana infermità e non riuscivo a pensare ad altro, ero sempre molto stanca e i miei voti cominciarono a calare.

Arrivai all’estate in un grande clima di tensione, preoccupazione e smarrimento, ma speravo che in quei mesi le cose sarebbero migliorate. Trascorsi le vacanze chiusa in casa, sempre con l’ossessione della malattia, passando da un medico all’altro e aspettandomi che qualcuno avrebbe finalmente capito cosa avevo e mi avrebbe fatto guarire.

A nessuno venne in mente che quello che mi faceva stare male non aveva niente a che fare con una malattia fisica e io stessa riuscii a rendermene conto solo diversi anni dopo.

Quando cominciò l’anno scolastico, quello che per me sarebbe stato il terzo liceo con l’esame finale per il diploma, le cose peggiorarono in modo drastico.

Ero ormai del tutto estraniata da quanto mi era intorno, non riuscivo a capire niente di ciò che leggevo sui libri né delle lezioni che si tenevano in classe, mi sembrava di vedere il mondo da una prospettiva lontana, attraverso un obiettivo deformato e appannato. Mi davano molto fastidio i rumori, il movimento delle persone, la luce. La realtà delle cose era diventata strana e incomprensibile, tutto sembrava frammentato e senza senso. Vivevo in uno stato di angosciante smarrimento: non riuscivo più a mettere insieme gli elementi per dare un significato a ciò che mi stava intorno, mi sentivo persa nel vuoto, senza alcuna possibilità di comunicare con gli altri e tanto meno di poter chiedere aiuto. In classe me ne stavo nel mio banchetto inerte e pietrificata come una statua di marmo, senza muovermi di un millimetro, senza dire una parola, e dopo un po’ i professori rinunciarono del tutto a interrogarmi visto che comunque non rispondevo mai. Incredibilmente persino quando ero arrivata a quel punto nessuno si accorse del mio stato di sofferenza, nessuno mi chiedeva come stavo o cosa mi fosse successo. Ero diventata invisibile, e se neppure si notava la mia assenza, voleva dire che già da prima era come se non ci fossi mai stata. I miei voti precipitarono sotto la sufficienza, anzi qualcuno disse anche che, data la situazione, sarebbe stato difficile ammettermi agli esami.

Mio padre mi aveva ormai dichiarato guerra. Urlava e sbraitava in continuazione ed ogni mattina mi faceva il trattamento standard, vale a dire che mi svegliava aprendo completamente la finestra, sollevava un lato del letto rovesciandolo e facendomi cadere a terra, mi strappava di dosso coperte e lenzuola e ordinava a mia madre di vestirmi e lei lo faceva esattamente come lo si fa con un bambino di tre anni che deve andare all’asilo, poichè io me ne restavo lì immobile in stato catatonico. Nel tragitto in auto per accompagnarmi a scuola imprecava di continuo riempiendomi di insulti e rimproveri e quindi mi portava  in classe, da cui sapeva che non potevo uscire fino a quando sarebbe venuto a riprendermi.

La domenica avevo il permesso di restare a dormire fino a tardi, però quel giorno c’era il trattamento speciale.

A un certo punto della mattina lui si sedeva su un lato del letto e cominciava a dirmi le cose più terribili che si possano immaginare:

“Tu la devi smettere di comportarti in questo modo, devi assolutamente riprendere a studiare e portare buoni voti, devi essere la prima della classe, ma ti rendi conto di che figura mi fai fare? Cosa pensa adesso la gente? Guarda che se continui così io ti tolgo dalla scuola e aspetto solo che fai diciotto anni e poi ti butto fuori di casa, tu non puoi fare parte della famiglia, non puoi essere mia figlia. Una figlia che non studia è come se fosse morta, ma che sei nata a fare? La tua nascita è stata uno sbaglio. Sei una figlia indegna e inutile. Andrai a fare la commessa all’Upim, oppure la sartina o la cameriera o finirai a lavare le scale in un portone. Tu devi fare quello che dico io e devi portare alto il mio nome, sennò puoi fare la sguattera, la serva o puoi anche morire di fame, non me ne importa niente di quello che ti succede.”

E mi faceva sempre questo discorso nel quale per me c’era un solo destino da seguire e se mi fossi ribbellata la mia esistenza sarebbe stata cancellata.

Io mi nascondevo nelle coperte, me ne stavo zitta e ferma e mi ripetevo:

“Questa non sono io, questa non è la mia vita, quello non è mio padre, tutto questo non è reale, tutto questo non esiste, non è vero, io non ci sono, non sono io, non è vero, sto sognando, non è la mia vita, non sono io, io non esisto.”

Nel giro di un paio di mesi di questo trattamento non riuscivo più a mangiare e cominciai a dimagrire in modo preoccupante. Qualcuno disse che si trattava di anoressia e mi portarono da una psicologa che fece qualche seduta insieme ai miei genitori. Mia madre veniva solo per obbligo di presenza, era molto imbarazzata, teneva la testa bassa e non diceva niente, io rispondevo a monosillabi, mio padre invece parlava molto e, con i suoi modi gentili ed educati, cercava disperatamente di mantenere una parvenza di normalità. La psicologa insisteva con la storia dell’anoressia, a casa cominciarono a costringermi a mangiare a forza ma ovviamente non ci fu nessun risultato e le mie condizioni continuavano a peggiorare. A quel punto la psicologa disse l’unica cosa buona di cui fu capace, e cioè che dovevano lasciarmi in pace, non dovevano più rimproverarmi, né forzarmi a fare niente e nemmeno rivolgermi la parola, tanto era tutto inutile. Sembrava che ci si dovesse rassegnare al fatto che ero pazza e probabilmente sarei finita in una clinica.

Ci furono circa 7/10 giorni di silenzio assoluto, poi, inaspettatamente, fui io che cominciai ad urlare e sbraitare, ad attaccare e rimproverare, accusare, imprecare, criticare, biasimare, minacciare, e così io e mio padre passavamo le giornate a litigare nel modo più violento possibile, solo nel senso verbale della situazione però, e per fortuna non venimmo mai alle mani sennò ci saremmo sfasciati addosso tutto l’arredamento, compresi gli enormi e ingombranti mobili antichi dei nonni.

Gli rimproverai tutta la violenza, la tirannia, la povertà che ci aveva imposto, i sacrifici assurdi che ci aveva fatto fare, i gatti che aveva ucciso, le botte che aveva dato a mia madre, le sue regole severe e insensate e tutto quello che era successo a casa nostra negli ultimi dieci anni.

E di cose da dire ce n’erano tante, anche perché nella nostra famiglia nessuno aveva mai osato parlare.


 

 

Capitolo XXIV

 

In quella feroce battaglia, la cosa che mi meravigliò di più  e mi lasciò molto delusa fu il fatto di trovarmi completamente sola, senza alcun appoggio da parte di mia madre o dei miei fratelli. Semplicemente giravano la testa dall’altra parte o, al limite, davano ragione a mio padre, e ne rimasi del tutto spiazzata: sapevo quanti soprusi e violenze avessero subito anche loro e quella sarebbe stata l’occasione giusta per tirar fuori le lamentele.

Quando molti anni dopo chiesi spiegazioni di quel comportamento, mia madre, che conosceva benissimo il trattamento a cui venivo sottoposta e ne era addirittura complice quando la mattina mi preparava forzatamente per la scuola, si giustificò dicendo: "Ma tuo padre aveva ragione e faceva bene, tu non volevi studiare e lui si preoccupava per te, ha fatto solo quello che ogni buon padre avrebbe dovuto fare, perché mai dovevo intervenire, lui aveva perfettamente ragione, nessuno avrebbe potuto rimproverargli niente."

Mio fratello, in modo molto più cinico, ma almeno più sincero, disse: "E c’è bisogno di chiederlo? In situazioni del genere bisogna schierarsi dalla parte del più forte, e papà aveva i soldi e il potere, logicamente mi conveniva appoggiare lui. Tu cosa potevi darmi in cambio? Cosa ci avrei guadagnato a stare dalla tua parte? Sarei stato anch’io punito e rimproverato, e per cosa poi? Ognuno deve pensare solo a se stesso e agire in base alla sua convenienza, è così che funziona il mondo. Solo una cretina come te ancora non l’ha capito."

Al di là di tutte le recriminazioni e i rimproveri, cominciai anche a fare delle proposte per risolvere delle situazioni che mi davano molto disagio e cioè chiesi di stabilire una paghetta mensile e di poter avere una stanza tutta per me. Infatti, a parte mia sorella che lavorava e aveva il suo stipendio, né io né mio fratello avevamo mai un soldo in tasca e se pure dovevamo comprare un pacchetto di gomme dovevamo fare una supplica infinita per ottenere gli spiccioletti da mio padre. A furia di litigare ottenni infine per entrambi il favoloso e incredibile risultato di uno stipendio di centomila lire al mese, che tutto sommato per quei tempi non era neanche poco.

Ero arrivata alla soglia dei diciott’anni senza avere la mia stanza privata. Studiavo su un vecchio tavolino pieghevole messo in una stanza di passaggio e dormivo nella stessa camera da letto dei miei genitori, dove c'era anche mio fratello. Sembrava di stare in un dormitorio, si poteva a stento passare tra un letto e l’altro e ovviamente non si aveva un minimo di privacy. Era una delle tante situazioni assurde e paradossali della nostra famiglia: di stanze ce n’erano tante, ma in quella casa vecchia di sessant’anni e mai ristrutturata erano tutte messe male, con gli infissi sbrindellati, il pavimento rotto, l’intonaco che si staccava dalle pareti, e quel taccagno di mio padre non aveva mai speso un lira per riparare qualcosa. Il fatto poi di comprare dei nuovi mobili per i figli era considerato un’eresia.

Ci fu un'altra battaglia all’ultimo sangue, ma alla fine mi ritrovai con la mia stanzetta privata in cui finalmente avevo persino il privilegio di potermi chiudere a chiave. Sul pavimento era stato messo il linoleum, la finestra era stata riparata e verniciata, le pareti stuccate e pitturate di una delicata tonalità lavanda, avevo scelto dei luminosi mobili bianchi, avevo il mio armadio personale e la mia scrivania. Per amor di giustizia anche mio fratello ottenne la sua cameretta, per quanto venne  sistemata in modo più economico e raffazzonato, e in quell’occasione lui scoprì che nella vita esisteva un meraviglioso stratagemma con il quale se si voleva qualcosa si poteva anche ottenerlo senza correre pericoli. Bastava infatti spingere qualcuno a chiederlo per te e dopo, se tutto fosse andato liscio, arraffare subito i risultati, tanto se le cose andavano storte le conseguenze le pagava solo chi si era esposto.

Ad ogni modo i risultati raggiunti erano qualcosa di assolutamente incredibile nella storia della nostra famiglia. Mio padre in un certo senso mi aveva dato ragione almeno su alcune cose, aveva ammesso la necessità di alcuni cambiamenti e riconosciuto i suoi errori nella gestione familiare. Sembrava impossibile che una cosa del genere potesse mai accadere ma era accaduta, e tutto ciò ebbe su di me degli effetti molto positivi, sia perché potevo rifugiarmi nella tranquillità della mia bella cameretta, sia perché ero orgogliosa e soddisfatta di quelle conquiste. Piano piano i miei sintomi patologici cominciarono a guarire spontaneamente.

Lentamente, ricominciai a mangiare in modo normale, e la realtà delle cose diventò meno confusa e spaventosa. La mattina mi alzavo da sola, mi preparavo e andavo a scuola con le mie gambe, il trattamento standard e speciale erano finiti e spontaneamente mi rimisi a studiare. Mancavano tre mesi agli esami e non fu facile recuperare tutto quanto avevo perso. Nelle pagelle di metà anno scolastico avevo avuto la sufficienza necessaria all'ammissione e, considerandolo un atto di affetto e fiducia da parte dei professori, volevo ricambiare il favore dimostrando impegno e buona volontà, così mi feci interrogare in tutte le materie. Quando fu la volta del professore di scienze però, si verificò una situazione molto spiacevole e solo allora capii che in sostanza era stato mio padre ad intervenire presso i professori affinchè non perdessi l’anno e non si era trattato per nulla di gesto di comprensione per le mie difficoltà. Infatti, delle mie difficoltà non si era accorto nessuno.

Alla mia richiesta di conferire con lui il professore, con mia grande sorpresa, rispose in modo sprezzante e sarcastico:

“No guarda, oggi non è il caso, non sto a comodo. Dal momento che io ho aspettato tanto per avere l’onore di parlare con te, ora è il tuo turno di aspettare. E sappi che quando c’è stato il consiglio dei professori io non volevo metterti la sufficienza, sono stato costretto perché gli altri erano tutti d'accordo e qualcuno faceva pressioni, ma a me questo modo di fare non mi va a genio, adesso finiamo l’anno, chiudiamola qua e facciamo finta di niente, io comunque non ho nessun interesse ad ascoltarti.”

Rimasi basita e profondamente ferita. Possibile che non si fosse mai accorto di quello che succedeva, di quanto stavo male, del fatto che avevo dei problemi? Non ricordava che lui stesso un paio d’anni prima mi considerava un genio della chimica? Come era possibile che mi si rivoltasse contro in quel modo?

Immaginai che tutta quell'ostilità nei miei confronti fosse dovuta al fatto che mio padre si era probabilmente intromesso nelle mie faccende scolastiche, cosa che disapprovavo nel modo più assoluto, ma c'era anche da considerare che essendosi invaghito di Milena, ormai si disinteressava a tutte le altre alunne, e ai suoi occhi neanche esistevano più.

 

Io ingoiai il rospo, mi concentrai nello studio e passai oltre anche perché per fortuna, come aveva detto lui, finita la scuola non ci saremmo più visti e la cosa non meritava ulteriori attenzioni.

Considerando le circostanze, presi infine il diploma con buoni voti, seppure non eccelsi, ma subito dopo, quando non c’era più nulla da studiare, fui invasa da un senso di vuoto e disagio. Feci dei tentativi per riprendere i contatti con le mie amiche, e furono dei fallimenti totali perchè si era diffusa la voce che fossi pazza e cretina perciò loro non mi tenevano in nesuna considerazione. In ogni caso anche prima non ero mai stata simpatica a nessuno. Non tenevano in nessun conto la mia presenza, spesso mi davano appuntamento da qualche parte e non si presentavano, poi dicevano che se ne erano dimenticate o che stranamente non mi avevano trovato sul posto, e alla fine mi accorsi che lo facevo apposta, per prendersi gioco di me. Non sapevo mai come inserirmi nei loro discorsi, mi sentivo inferiore e in effetti lo ero, dal momento che la mia vita era molto limitata e non avevo alcuna conoscenza del mondo mentre loro nel frattempo avevano avuto una normale adolescenza con tutte le correlate esperienze. Se andavo ad una festa mi mettevo in un angolino e mi sembrava di trovarmi in un mondo del tutto estraneo, mi sentivo come se fossi ancora una bambina di cinque anni circondata da persone adulte e avevo una profonda vergogna di me stessa.

Infine, in autunno, mio padre mi iscrisse all’università.

 

 

  

               Capitolo XXV

 

Mio padre mi iscrisse alla facoltà di lettere dell’università X di Leonia, la stessa che aveva frequentato nella sua giovinezza. Anche in quest’occasione non mi fu spiegato nulla e non mi fu detto niente. Si dava per scontato che sarei diventata insegnante di lettere come lui e sembrava ovvio che non ci fossero alternative.

Da parte mia non avevo la più pallida idea di cosa avrei voluto fare nella vita. Avevo vissuto totalmente isolata dal mondo e non avevo nessuna informazione riguardo la società e il  lavoro e ancora una volta si riteneva che non fosse necessario che io avessi quelle informazioni poiché in ogni caso sarebbero stati i miei genitori a decidere della mia vita. In quel momento però ero troppo abbattuta e depressa per occuparmi del problema e decisi di rimandare la cosa a quando mi sarei sentita più sicura di me e fossi stata in grado di prendere decisioni. Avrei iniziato l’università come una semplice continuazione del liceo, le materie da studiare erano le stesse e credevo che non avrei avuto particolari problemi.

Invece ben presto, capii che la cosa era molto più difficile di quel che pensavo.

Il primo giorno in cui andai a seguire una lezione, presi il treno con alcune amiche che avevano scelto la stessa facoltà ed era la prima volta che andavo a Leonia e la prima volta in assoluto che mettevo piede su un treno dal momento che con la mia famiglia non avevo mai viaggiato, mio padre in particolare era sempre molto seccato dagli spostamenti, al massimo si poteva andare al paesello in estate. Nel treno mi sentivo stranamente spaventata per via delle normali sensazioni che comporta un viaggio, ma che io avvertivo come allarmanti e spaventose. Piccoli fatti insignificanti che tuttavia mi davano un’ansia pazzesca: l’ondeggiare dei vagoni, lo stridìo delle ruote sulle rotaie, lo spazio stretto del sediolino, il paesaggio che scorreva veloce nel finestrino… tutto mi dava un senso di allarme e pericolo. Arrivata a Leonia mi sentivo completamente persa, disorientata, confusa, a causa delle strade enormi, del traffico rumoroso e disordinato, della gran quantità di gente che correva qua e là in tutta fretta. In facoltà le aule erano immense, con centinaia di alunni e tutti che si davano un gran da fare per prendersi i posti migliori dato che ovviamente non c’era il banchetto personale assegnato in cui sedersi e chi arrivava tardi rischiava di restare in piedi. Io mi sentivo malissimo, ero invasa dal panico ma non potevo dirlo a nessuno, dovevo controllarmi e fare finta di niente, mentre vedevo le mie amiche tranquille e sicure di sé che prendevano appunti, facevano nuove amicizie e chiedevano informazioni con la massima naturalezza. La realtà del mondo intorno a me era troppo grande, troppo rumorosa, troppo veloce, con troppe persone, troppe parole, troppe facce e mi sembrava di essere finita su un altro pianeta, un mondo strano di cui non capivo nulla. Fino a quel momento avevo conosciuto solo lo spazio della mia casa, che in realtà era per me già abbastanza ampio con il giardino e i ruderi delle vecchie case, e, tutt’al più me ne andavo a spasso nella mia piccola città, con appena di tre o quattro strade principali che conoscevo a memoria. Non potevo immaginare che il resto del mondo fosse così grande, così immenso e praticamente sconfinato. Da perdercisi.

Tutto era troppo per me e mi sentivo letteralmente sommersa da un'ondata gigantesca di sensazioni sopraffacenti nelle quali annegavo e mi perdevo senza potermi aggrappare a nulla di solido.

Tornai a casa esausta, stremata, sfinita. Dopo pochi altri viaggi ero letteralmente distrutta dalla paura e dal panico così decisi di non andarci più. Non diedi nessuna spiegazione, semplicemente mi chiusi in camera rifiutandomi di uscire.

Per come stavano le cose parlare non avrebbe avuto alcun senso, nessuno avrebbe potuto capire la mia angoscia, sarei stata di sicuro rimproverata o mi avrebbero dato della pazza, perciò tanto valeva non dire niente. La mia vita quotidiana era migliorata, ma era evidente che c’era qualcos’altro che non andava, i miei problemi erano molto più profondi e radicati e, non essendo stati minimamenti intaccati, tornavano a ripresentarsi nel momento in cui si prospettava un cambiamento importante e dovevo affrontare situazioni nuove e sconosciute che non sapevo assolutamente gestire.

Oltre a non sapere cosa volevo fare nella vita, non avevo la più pallida idea di come inserirmi nella società e comportarmi con le persone. Non mi era stato insegnato niente, l’unica cosa che mi era stata detta era che dovevo obbedire e studiare e già al liceo questo sistema non aveva funzionato. All’università era impensabile e impossibile andare avanti standosene fermi e zitti al proprio posto e sgobbando sui libri. Non avevo alcun esempio, o modello di riferimento, nella mia vita avevo sempre fatto in quel modo e negli ultimi anni quel metodo aveva fallito.

D’altra parte ero la prima in assoluto nella nostra famiglia a dover affrontare il problema.

Mia madre si era sposata che era una ragazzina, si appoggiava a suo marito ed i suoi contatti con gli altri avvenivano unicamente per suo tramite. In seguito, quando lui aveva cominciato ad allontanarla, aveva aggirato tutti gli ostacoli circondandosi di servette ignoranti e ossequiose che le rispondevano sempre “sì, padrona”, e con loro era facile sentirsi sicura di sé, trattandosi di persone chiaramente inferiori. Il resto del mondo in realtà non le interessava nemmeno. Ne aveva un odio indicibile e si vantava di tenersene fuori, il suo unico intervento nella società consisteva nel punire le persone cattive e arroganti tramite avvocati e cause legali, e andava molto fiera del suo ruolo di giustiziere. Aveva un evidente orrore dei rapporti umani, per lei le relazioni amichevoli tra le persone equivalevano a imbrattarsi nel fango, o, se proprio doveva avere a che fare con qualcuno, finiva col perdersi in un intricato labirinto di rabbia, vendette e manipolazioni dal quale ne usciva solo con furiose litigate che mettevano fine al rapporto.

Per mio padre invece l’inserimento sociale era risultato facile, una volta appresi i trucchetti per farsi apprezzare dagli altri. Era sempre gentile e disponibile con tutti, rispettava le regole, faceva il suo dovere, stava attento a non fare errori e questo sistema, ai suoi tempi, aveva funzionato alla grande.

Infatti quando c’era il fascismo la vita privata delle persone era ridotta al minimo indispensabile, non si era individui ma solo pezzi di un ingranaggio e così tutto era semplice: c’era qualcuno che ti diceva cosa fare e cosa pensare, per essere a posto bastava obbedire e questo era più che sufficiente. Durante una dittatura non bisogna fare scelte, non ci sono responsabilità personali, tutti si comportano nello stesso modo, non ci sono sorprese, e se si seguono i comandamenti fila tutto liscio. I genitori decidono per i figli, i figli devono solo ubbidire e non c’è niente di più facile che ubbidire a qualcuno e prendersi la ricompensa. Quando non ci sono scelte, non ci sono alternative e responsabilità, non c’è nemmeno la paura di sbagliare e per chi era debole e privo di carattere e personalità come lui, era più che naturale conformarsi alla norma.

E se anche i miei genitori avessero avuto delle difficoltà, erano riusciti a dissimularle abilmente grazie ad una serie di fortunate circostanze che gli consentirono quanto meno di poter fingere quella normalità che non avevano.

Purtroppo per me non c'era alcuna via di scampo, nessun artificio o stratagemma con cui mascherare il mio disagio, vivevo negli anni ottanta e la vita era molto cambiata da quando le regole sociali consistevano semplicemente nell'obbedire ai genitori e all'autorità.

Fare ossequiosamente il proprio dovere non era motivo di vanto ma di biasimo, un segno d’inettitudine e incapacità. Certo, era comunque necessario andare all’università, prendersi una laurea e trovarsi un lavoro. Ma non bisognava mica fare le cose secondo le regole. La migliore qualità che si potesse mostrare di possedere era la furbizia: i risultati andavano raggiunti con il minor sforzo possibile, ci si vantava apertamente di saper gabbare il prossimo, il valore di una persona veniva misurato in base al divertimento e ai piaceri della vita che riusciva a concedersi. Erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dello yuppismo più spregiudicato, dello sfrontato capitalismo, dell’individualismo assoluto e del lusso sfrenato: la gente comune giocava in borsa come prima giocava a tombola a natale, tutto sembrava essere possibile e non bisognava negarsi niente. Era il tempo dell’affermazione del sé, ognuno cercava di imporre prepotentemente il proprio ego, ognuno agiva in base alla legge dell’io sono, io voglio, io faccio.

Ma io chi ero? Cosa volevo? Cosa facevo?

Ero stata cresciuta ed educata come se fossi nata quarant’anni prima, con la guerra e la dittatura, come potevo sperare di entrare a far parte di un mondo che era invece tanto diverso? Come potevo chiedere aiuto o consigli a persone che vivevano ancora come se quei quarant’anni non fossero mai passati? Come potevo, a chi odiava le persone e se ne teneva alla larga, chiedere di comprendere la mia sofferenza nel non potermi inserire nel mondo?

E, soprattutto, seppure avessi imparato in qualche modo magico e miracoloso a comportarmi in modo consono alla società in cui vivevo, come potevo conciliare il tutto con le regole familiari, che non ammettevano nessuno di quei comportamenti indispensabili alla vita sociale?

Mi sarei inevitabilmente trovata in una situazione di ribellione, con tutti che mi davano addosso e io un’altra guerra con mio padre come quella che c’era stata l’anno precedente, non volevo proprio affrontarla. E se quella volta mi avesse davvero cacciato di casa, come aveva minacciato di fare? Tremavo di paura al solo pensiero.

Non c’era nessun criterio logico per affrontare il problema e nessuna soluzione avrebbe potuto salvare capra e cavolo. Non potevo agire, non potevo pensare, non potevo parlare.

C’era una sola cosa che potevo fare: stare zitta.

Pertanto mi chiusi nella mia camera e non dissi niente.

Questo però non riuscì ad evitare i guai. Mio padre pretendeva che frequentassi e si infuriò esattamente come era successo un anno prima. Ricominciò tutto il teatrino delle urla e dei rimproveri ma per fortuna durò poco perché nel giro di qualche settimana lui si sentì male e fu ricoverato in ospedale dove gli diagnosticarono il cancro all’esofago, ormai diffuso dappertutto, soprattutto ai polmoni, e perciò incurabile e inoperabile. Rimase in ospedale un paio di mesi, gli misero un tubicino di gomma nel torace per permettergli di alimentarsi, ma aveva lo stesso molte difficoltà, poteva mandar giù solo liquidi e pappine. Ovviamente in tutto quello che ne seguì, il mio problema con l’università fu completamente dimenticato.

Trascorse gli ultimi mesi di vita nella sua stanza da letto, si chiuse in se stesso e non aveva voglia di fare niente né di parlare con nessuno. Mia madre si dava un gran da fare con le medicine, le pappine, i medici, le pulizie, ma lo trattava in modo freddo e distaccato senza un minimo d’affetto e di calore umano e a lui andava bene così, si intuiva che una maggiore vicinanza emotiva con lei lo avrebbe infastidito ulteriormente. In quell’occasione fu più che evidente il reciproco disinteresse che c’era nella loro relazione, basata unicamente sui rispettivi doveri e convenienze sociali.

Non ebbe molti dolori, forse perché fu inserito nel protocollo di una cura sperimentale che si basava su sostanze naturali: alte dosi di vitamine e una strana polverina verdastra da mescolare al brodino.

Nell’ultima settimana di vita le sue condizioni peggiorarono in modo drastico. Dimagrì rapidamente fino a sembrare un ebreo uscito da un campo di concentramento, poi ebbe difficoltà a respirare perché i polmoni si erano riempiti di liquido, ci fu un’inutile e grottesca sceneggiata per procurargli l’ossigeno e per di più nessuno sapeva come diavolo collegare i tubi della bombola alla mascherina che doveva farglielo arrivare in gola.

La faccenda della sua morte si svolse esattamente come era accaduto qualche anno prima con mia nonna. Non ci furono né pianti né altre manifestazioni di dolore, e tutto si risolse nel darsi da fare per sistemare il problema del funerale, della sepoltura al cimitero, e di tutte le pratiche burocratiche da sbrigare.

Io non fui affatto addolorata dalla morte di mio padre e non sentivo la sua mancanza in alcun modo. Il mio vero padre, quello che era tranquillo e pacifico, che mi raccontava i miti della Grecia antica e mi spiegava cos’è il vento, la pioggia e le stagioni, era già morto da tanti anni e avevo passato da un pezzo la fase del lutto.

Mi aspettavo che nella nostra famiglia ci sarebbero stati grossi e favolosi cambiamenti, e una volta eliminato il tiranno sarebbe tornata la pace, la serenità e forse saremmo persino riusciti a volerci bene. Ma non basta la morte del tiranno a rendere gli uomini liberi. Dopo aver spezzato le catene bisognava imparare a camminare da soli e nessuno di noi ne fu capace.

In verità ci furono due o tre anni di straordinaria abbondanza economica che ci gettarono il fumo negli occhi impedendoci di vedere come stavano realmente le cose. Mia madre aveva preso in mano l’amministrazione finanziaria e cominciò a spendere e spandere senza alcun freno. Aveva per sua natura le mani bucate e decise di prendersi la rivincita di tutti quegli anni di ristrettezze e sacrifici. Se ne andava in giro con uno strano sorriso furbetto stampato in faccia, un ghigno di vendetta che sembrava dire: "Adesso vi faccio vedere io."

La cosa che la divertiva di più era fare cause legali a destra e a manca per dimostrare che era la più forte di tutti e che aveva sempre ragione. Assoldò uno squadrone di avvocati che furono ben felici di assecondare le sue paranoie, e spesso tornava a casa esultando: "Ho vinto la causa, ho vinto la causa!"

Tuttavia era contenta anche quando perdeva perché allora diceva: "Che bello, a Tizio Caio gli ho dato un bel po’ di fastidio, gli ho fatto sudare sette camicie e anche se ha vinto lui io l’ho fatto rosicare e gli ho tolto la salute."

Aveva trovato un interessante passatempo con cui spassarsela: dar fastidio agli altri e procurare guai e seccature gratuite per il semplice gusto di farlo. Nella maggior parte dei casi il suo intervento nella vita altrui equivaleva al ronzare di un fastidioso moscone, una seccatura temporanea che non apportava grandi danni, per quanto a volte l’ho vista accanirsi con ferocia in cause di sfratto verso persone chiaramente indigenti e in difficoltà. Era potenzialmente pericolosa, ma per fortuna il suo potere di intervento sul mondo non andava al di là dei suoi inquilini e vicini di casa: non avendo mai avuto per sé un briciolo di felicità, si rodeva d’invidia per quella degli altri e cercava, spesso in modo patetico e ridicolo, di distruggerla, o almeno, di infliggere più tribolazioni possibili al povero malcapitato che diventava oggetto delle sue vendette.

In tutto quel giro di giostra vennero magicamente fuori tanti soldi anche per noi figli, la paghetta era arrivata a cinquecentomila lire al mese, si poteva usare lo scaldabagno a proprio piacimento, la casa era ben riscaldata, c’era cibo in abbondanza, vestiti a volontà, mio fratello cominciò a farsi comprare automobili e motociclette una dopo l’altra. C’era un piacevole senso di benessere e sicurezza, e non potevo immaginare che quel comportamento ci avrebbe portato alla rovina. Mia madre non diceva mai niente dell’amministrazione, faceva tutto di testa sua e anche quando il disastro venne inevitabilmente fuori, non volle ascoltare nessun consiglio. In modo paradossale ogni soluzione che prendeva per risolvere un problema, ne causava altri tre o quattro in più, finchè, nel giro di vent’anni, tutta la favolosa fortuna dei Parisi andò perduta.

 

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Il coraggio di volersi bene 8

 

 

 

 

                                 Il coraggio di volersi bene 8

 

Capitolo XX

Mio padre mi iscrisse al liceo classico quasi a mia insaputa. Quando a settembre furono riaperte le scuole, mi disse semplicemente di recarmi nell’edificio di piazza Michelangelo e farmi indicare dove fosse la classe denominata quarta ginnasio sezione G.

Nessuno mi aveva chiesto cosa volessi fare ed io non fui nemmeno informata del fatto che esistessero altri tipi di scuole, talmente era scontata la mia obbedienza nell' eseguire quello che mio padre decideva per me. Nella nostra famiglia nessuno poteva permettersi di pensare, né parlare, né mostrare di avere desideri o volontà proprie. Aveva deciso che avrei seguito le sue orme e sarei diventata insegnante di lettere, pertanto non era affatto necessario darmi delle informazioni su eventuali alternative. Era impensabile azzardarsi a fare qualcosa che non fosse già stato deciso e programmato da lui.

La mattina del primo giorno di scuola ebbi la precisa sensazione che le cose sarebbero andate male.

Mi ritrovai catapultata nello stesso ambiente snob ed esclusivo delle scuole elementari, con tutte le conseguenze del caso,infatti il liceo classico della mia città era una scuola frequentata per la maggior parte dai cosiddetti figli di papà e mi fu subito chiaro quello che mi aspettava. I ragazzi più grandi sfoggiavano moto appariscenti e rumorose, le ragazze erano curatissime e avevano dei vestiti favolosi, chi veniva accompagnato dai genitori scendeva da auto magnifiche, c’era la figlia di un noto avvocato che aveva la Ferrari, e le altre auto che si raccoglievano davanti all’ingresso non erano certo da meno.

A casa nostra avevamo solo una fiat 127 color ruggine che mio padre aveva comprato quando avevo otto anni, ma per fortuna io a scuola ci andavo sempre a piedi.

La mia classe si trovava all’ultimo piano, che era a tutti gli effetti un piccolo ammezzato, dove, oltre a quell’aula, c’era un bagno e lo stanzino dei bidelli con le scope e tutti gli attrezzi per la pulizia. Eravamo quattordici ragazze, e tranne un paio che venivano dai paesi nei dintorni, loro erano tutte ragazze vip.

Facevano una vita meravigliosa piena di viaggi, feste, divertimenti, vestiti eleganti, sport, shopping, cinema… e quella fantastica esistenza costellata di avvenimenti inimmaginabili nella mia realtà, me la sbattevano in faccia ogni giorno facendomi sentire un essere inferiore e indegno, una vera nullità. Io non avevo mai avventure da raccontare, per quanto mediocri e banali potessero essere, poiché nella mia vita non accadeva assolutamente nulla, ero solo un’insignificante stracciona e l’unica cosa su cui potevo contare era la mia intelligenza e bravura nello studio, perciò, siccome ognuno si arrangia come può, cercai di usare quello che avevo, senza rendermi conto che in questo modo non facevo che aumentare la distanza con le altre, le quali, ben lungi dall’ammirarmi, mi consideravano solo un’antipatica secchiona.

Vivevo in una vecchia casa squallida, sporca e disordinata, in compagnia di persone che non si amavano, che non provavano alcun entusiasmo per la vita e il mondo, in un ambiente in cui non esisteva nessuna gioia, nessuna ricerca della bellezza o della felicità, ma dove ognuno se ne stava ripiegato sul suo dolore e tutto ciò aveva impresso su di me un marchio di tristezza e rassegnazione che contrastava in modo eclatante con la vivacità e l'allegria delle mie coetanee. Ero totalmente sprovvista dei mezzi morali e materiali per potermi integrare e interagire con gli altri esseri umani e l'isolamento a cui la mia condizione mi stava conducendo era irrimediabile.

Ci fu poi la sfortunata coincidenza che proprio quell’anno mio padre andò in pensione e così, sfruttando anche la straordinaria somiglianza fisica che c’era con lui, decise che sarei diventata il suo alias e mi affibbiò l’ingrato compito di rappresentare la sua immagine pubblica. Di conseguenza dovevo necessariamente imitare i suoi comportamenti, non mi era assolutamente concesso di essere una ragazza della mia età ma dovevo piuttosto atteggiarmi a professore di lettere ultrasessantenne, impersonando la più inderogabile perfezione e  conformandomi completamente alle norme sociali. Di fatto mio padre mi stava derubando della mia stessa identità.

La cosa più spiacevole era che quando ci capitava di uscire insieme, lui non mancava mai di vantarsi con la gente dei miei successi scolastici, al che l’altro interlocutore prontamente rispondeva, a mò di complimento: "Ma certo che è brava, come potrebbe essere altrimenti visto che è figlia di cotanto padre?"

 

In pratica mi si diceva che io non valevo niente, non contavo niente, non ero io con il mio impegno e le mie capacità a prendere dei buoni voti, ma era mio padre che, attraverso di me, faceva la sua gran bella figura.

Questa cosa mi faceva imbestialire, ma ovviamente non potevo fare altro che stare zitta e chinare il capo.

 

Sin dal primo giorno di scuola cominciò quindi ad interessarsi a me in modo morboso e ossessivo, standomi sempre col fiato sul collo per sapere di interrogazioni, compiti in classe e professori. Proprio non voleva capirlo che lui con la scuola non aveva più niente a che fare, non voleva rassegnarsi al fatto che era finita, che di tutta la sua vita costruita in quell’ambiente non restava nulla, e allora per risolvere le cose senza affrontare il problema decise che era più comodo e facile intromettersi nella mia vita e succhiarmela come un vampiro. Quel giorno mi sottopose ad un serrato interrogatorio per sapere tutto nei minimi particolari e, siccome come compiti per casa dovevo imparare l’alfabeto greco, ogni cinque minuti veniva a chiedermene conto, e più faceva così più io rimandavo lo studio a dopo, allora ci fu la nostra prima furiosa litigata e finì che l’alfabeto lo imparai a memoria solo in tarda serata ma lo ricordo ancora alla perfezione e non lo dimenticherò mai, e se per caso dovesse venirmi l’Alzheimer io potrò anche scordarmi come mi chiamo ma quel maledetto alfabeto greco niente e nessuno potrà togliermelo dalla testa.

 

 

   

Capitolo XXI

 

Al ginnasio lo studio era pesante, tra greco e latino c'era tanta roba da mandare a memoria ma a me andava benissimo, era l'unica cosa che sapevo fare e mi risultava facile. I miei risultati scolastici raggiunsero i vertici storici, presi nove in italiano per via di un ottimo compito in classe sulle tecniche pubblicitarie e otto in chimica avendo fatto una strabiliante osservazione sul legame covalente degli atomi di ossigeno. Quando mio padre mi chiese che voti erano usciti sui quadri a fine anno, io mi vergognavo come una ladra e avevo persino paura di dirglielo, mi sembrava che ad essere brava, riuscire in qualcosa, fosse una specie di peccato d’orgoglio. Anche lui rimase sorpreso: "Davvero? Ma come hai fatto? Neanch’io sono mai riuscito a prendere tanto."

Il lato negativo della faccenda era che, essendo arrivata a quei livelli, non potevo più permettermi di scenderne al di sotto e le sue aspettative su di me aumentarono a dismisura. Ingenuamente io mi godevo i miei quindici minuti di gloria, senza poter immaginare le conseguenze nefaste della mia bravura. La voce dei miei successi si era sparsa in giro e a scuola mi avevano appioppato il nomignolo di piccolo genio, o genietto.

All’inizio del liceo cambiammo tutti i professori tranne quello di scienze che rimase con noi fino al diploma, e invero ci fu una grossa instabilità, con due o tre cambi all'anno. Per di più erano tutti dei gran fannulloni, nessuno aveva voglia di lavorare, le interrogazioni si facevano ogni morte di papa, i voti erano messi a casaccio e durante le lezioni si chiacchierava, si rideva, scherzava, spettegolava e si parlava di ogni possibile argomento. Si faceva cioè tutto tranne studiare, il che fu per me una vera tragedia perché se ero bravissima a imparare nozioni dai libri, di tutte quelle altre cose che si facevano nelle ore di lezione, non ero assolutamente capace e me ne stavo zitta e buona nel mio banchetto. Non sapevo partecipare alle conversazioni, non riuscivo ad intervenire per dire la mia e soprattutto, dato il mio stile di vita minimalista e ritirato, non avevo mai niente di interessante da raccontare. Restavo esclusa da tutto e un po’ alla volta sentivo che il mio entusiasmo e la mia partecipazione alla vita si spegneva sempre di più. Mi sembrava che stessi scivolando in un’altra dimensione, lontana da quella reale, da dove osservavo gli altri e me stessa come si può guardare una fiction televisiva, e per giunta di quella fiction non m'importava assolutamente nulla, mi sentivo costretta a seguirla senza provare emozioni, interessi, o sentimenti. Scrutavo con distacco la vita di qualcuno che non ero io con la stessa freddezza con cui un ricercatore potrebbe osservare attraverso un microscopio la riproduzione dei batteri messi in coltura su un vetrino e intanto mi chiedevo: "Ma io quand'è che comincio a vivere?"

Mentre mi trovavo in questo strano stato d’animo, accaddero degli eventi spiacevoli che fecero lentamente ma inesorabilmente, precipitare la situazione.

La mia bellissima gattina Chicca scomparve nel nulla da un giorno all’altro. Chiesi a mio padre se ne sapesse qualcosa e lui giurò di non averla toccata. La cercai dappertutto ma non la trovai né viva né morta. Forse era uscita in strada ed era stata investita o assalita da un cane o era rimasta incastrata da qualche parte senza poter uscire, o qualcuno l’aveva catturata. Non seppi mai cosa le fosse successo e ne fui molto rattristata perché non avevo mai avuto un gatto tanto buono, intelligente, dolce e affezionato.

Nello stesso periodo morì mia nonna Luisa, che era la moglie di don Carlo e viveva da sempre con noi. Dopo la morte del marito si era chiusa nella sua stanza e non ne usciva più, adducendo il pretesto di avere le gambe deboli e doloranti. Forse aveva semplicemente paura che, non essendo più spalleggiata dal marito, nessuno l’avrebbe rispettata o tenuta in debita considerazione. Anche lei, contagiata dalla famiglia Parisi, si era chiusa in una sorta di esilio volontario. Si spostava perciò solo dal letto alla scrivania, dove si metteva a sedere per ascoltare la radio e guardare la gente che passava in strada. A volte si infuriava come una pazza senza motivo e allora mandava a tutti maledizioni di ogni sorta e augurava i peggiori guai che potessero capitare, oppure si metteva rabbiosamente a recitare il rosario, interrompendosi a tratti per esclamare, collerica ed esagitata: "C’adda pensà Gesù Cristo a punirvi! Gesù Cristo è lungariello ma nun è scurdariello!"

Mia madre non andava mai a trovarla e in quella stanza non c’entrava per niente al mondo. Credo che avesse persino scordato che aspetto aveva, ma a me sembrava che nemmeno invecchiava più e, anno dopo anno, quando aveva addirittura superato i novanta, mi convinsi che aveva raggiunto l’immortalità e non sarebbe mai scomparsa nel nulla come era successo al nonno. Quando ero bambina lei era l’unica persona che mi raccontava le favole mentre mia madre invece non l’ha mai fatto neanche una sola volta. Ed erano favole strane e misteriose, popolate da streghe, castelli, cavalli e carrozze, principi e principesse, orchi, animali parlanti, fatine buone, magie e incantesimi.

Nelle sere d’inverno, mentre aspettavo che fosse pronta la cena, andavo ad appoggiarmi ad un angolo della sua scrivania a leggere dei libri: l’edizione integrale dei promessi sposi, il diario di Anna Frank, buona parte delle opere di Verga e Pirandello. Altre volte mi portavo il blocco dei fogli bianchi, la scatola dei pastelli e mi mettevo a disegnare.

Quando ci fu la colossale nevicata dell’inverno dell’85, nel giro di una settimana diventò sempre più debole e pallida finchè una mattina non riuscì neanche ad alzarsi dal letto e dopo un po’ si addormentò di nuovo.

Nessuno mostrò il minimo segno di dispiacere, mia madre si occupò di sbrigare tutte le pratiche burocratiche e il funerale fu fatto in fretta e furia senza tante formalità anche perché con tutta quella neve era difficile spostarsi fuori casa. Rimasi letteralmente shockata dell’assoluta indifferenza e impassibilità con cui fu affrontata la cosa, tutti si comportavano come se non fosse successo niente di importante, e naturalmente per non destare sospetti, anch’io dovetti adeguarmi alla situazione. Nemmeno la morte era in grado di rompere le regole familiari di assoluto distacco emotivo nei confronti di qualsiasi avvenimento. Nessuno, per nessun motivo e in nessuna circostanza poteva permettersi di dimostrare di avere dei sentimenti, il controllo e l’indifferenza dovevano essere assoluti anche perché, semmai una qualsiasi emozione fosse stata portata alla luce, il coperchio che chiudeva la pentola a pressione sarebbe saltato e nell’esprimere apertamente tutto il rancore, l’odio, la rabbia che ognuno si portava dentro, probabilmente avremmo finito con l’ucciderci l’uno con l’altro.

Risolto dunque quell'inconveniente, si tornò subito alla normalità della vita quotidiana, anche se in realtà io sentivo una strana atmosfera nell’aria, direi il classico senso di silenziosa tensione della quiete prima della tempesta. Da lì a poco infatti, la mia vita sarebbe completamente cambiata e, senza rendermene conto, avrei imboccato una strada che mi avrebbe portato molto lontano dalla normale esistenza degli esseri umani. Sarei finita in quel territorio strano e desolato, descritto da Theodor Geisel nella sua poesia dell’attesa, fuori dal tempo e dalla dimensione dell’esistenza umana, e lì sarei rimasta ad aspettare per sempre ciò che non sarebbe accaduto mai.

“Osi stare fuori osi entrare, quanto puoi perdere, quanto puoi guadagnare.
E se entri gireresti a sinistra o a destra,o a destra e tre quarti.Forse non così lesta.
Potresti confonderti al punto da iniziare una volata, a rotta di collo per una strada dirupata.
E sfacchinerai per miglia attraverso una strana area disabitata, dirigendoti temo verso una zona desolata.
Quella dell’attesa incondizionata. Per gente che attende…
Attende che un treno parta
O che un autobus arrivi,
O che un aereo parta
O che la posta arrivi,
O che la pioggia smetta
O che il telefono squilli,
O che la neve cada in fretta
In attesa di una frase detta…
O di un filo di lustrini
O di un paio di pantaloni
O di una parrucca coi ricciolini
O di altre occasioni.”

  

  

Capitolo XXII

 

Al di fuori dell’ambiente scolastico frequentavo un gruppo di tre o quattro ragazzine con le quali uscivo nel tardo pomeriggio dopo i compiti, oppure la domenica e nei giorni di vacanza. Anche con loro stentavo a farmi valere e l'unico motivo per cui mi rivolgevano la parola era per chiedere consigli nello studio, farsi correggere le versioni di latino o cose del genere. Inaspettatamente, in quel periodo una di loro cominciò ad interessarsi a me in modo del tutto nuovo. Sembrava trovarmi simpatica e che le piacesse stare in mia compagnia, mi chiamava al telefono per parlare del più e del meno, mi conservava i ritagli di giornale che parlavano di Bowie, che io, da brava fan, collezionavo con religiosa devozione, veniva spesso a trovarmi a casa e sembrava tenermi in grande considerazione. Ero piacevolmente sorpresa dalla novità: finalmente avevo un’amica che  cercava la mia compagnia senza che io dovessi implorare attenzione e sembrava considerarmi una persona piacevole, con caratteristiche e qualità, diciamo così, umane. Finalmente non ero solo un noioso dizionario di latino o un cervellotico testo di chimica, ero una ragazza come le altre, capace di essere allegra e spensierata come ci si aspettava che dovessi essere alla mia età.

Capitava allora che quando nel pomeriggio veniva a casa mia per passare del tempo con me, al momento di andare via chiedeva gentilmente a mio fratello di accompagnarla, perchè nel frattempo si era fatto buio e aveva paura a rincasare da sola.
Stranamente, benchè lei abitasse nello stesso quartiere e la cosa richiedesse una decina di minuti al massimo, mio fratello ci metteva almeno un’ora a tornare a casa.
Era chiaro che tra i due succedeva qualcosa, e in verità non ne ero affatto infastidita, mi seccava soltanto che nessuno di loro me lo dicesse.

Dopo un pò  la relazione finì bruscamente, si sa come vanno queste cose quando si è giovani, basta una sciocchezza  per innescare un litigo mortale. Si erano lasciati, e credo proprio in malo modo.

Ovviamente lei non venne più a casa mia, ma si negava anche al telefono dove rispondeva sempre la madre dicendo che era andata a stare da certi parenti. Non si fece vedere nella nostra compagnia per un paio di mesi e quando tornò non mi rivolse mai più la parola evitandomi come la peste.

Io ci rimasi malissimo e mi ripetevo di continuo: "Lo vedi come sei stupida? Credevi davvero che qualcuno potesse volerti bene? La verità è che non piaci a nessuno e resterai per sempre sola."

Certo, a tutti capita prima o poi di avere una delusione nelle amicizie, ma per me la cosa fu particolarmente grave perchè rinforzava la mia convinzione di non valere niente e di non poter neppure sperare di ottenere l'affetto di qualcuno.

Intanto a scuola le materie scientifiche erano rimaste le sole da poter continuare a studiare seriamente, un fatto un pò paradossale per un liceo classico, ma ciò fu dovuto alla circostanza che l’unico elemento stabile in quell‘interminabile carosello di supplenti e precari, era il professore di scienze, che rimase con noi fino alla maturità. Lui era tutto ciò che restava della mia possibilità di farmi tenere in considerazione da qualcuno, e se il mio mondo era andato in pezzi quello era il solo pezzettino su cui riuscivo ancora a stare in piedi, sebbene in un equilibrio molto malfermo.


Ero arrivata ormai all’età di sedici anni e tra noi ragazze a quell’età si cresceva e ci si trasformava molto rapidamente. In particolare Milena, una delle più accreditate ragazze vip, cambiò totalmente il suo aspetto nel giro di pochi mesi. Indossava favolosi vestiti all’ultima moda e di uno stile originalissimo, impossibili da trovare in una piccola città di provincia come la nostra, e infatti lei li comprava a Roma, dove andava spesso nel fine settimana o in altre occasioni perché suo padre era un pezzo grosso e aveva lì degli affari da sbrigare nonché amicizie importanti da coltivare. Le capitava spesso di partecipare a feste esclusive, dove poteva incontrare il bel mondo della capitale e non mancava mai di fare il resoconto delle sue strabilianti avventure. Una volta lasciò tutte stupite ed ammirate perché aveva conosciuto personalmente un noto calciatore della Juventus, a quei tempi molto in voga. Era peraltro una ragazza disinvolta, spigliata, disponibile, che riusciva facilmente a parlare con la gente ed era molto sicura di sé, credo proprio per via del fatto che aveva tutte quelle possibilità e uno stile di vita decisamente interessante.

Un po’ alla volta cominciò a curare il proprio aspetto e a truccarsi, cosa che era ancora pressochè sconosciuta tra le ragazze della mia classe e che la faceva sembrare più grande della sua età. Del resto era già bella di per sè e non si riusciva a trovarle un difetto neanche a guardarla con la lente d’ingrandimento. Era corteggiatissima e aveva tutti i ragazzi ai suoi piedi. Al suo confronto mi sentivo una vera nullità ed era purtroppo un confronto che ero costretta a fare ogni giorno della mia esistenza.

Il professore di scienze non mancò di notare la trasformazione e in breve si invaghì perdutamente di lei, senza fare nulla per nasconderlo. Le lezioni erano diventate un dialogo a due: si rivolgeva solo a lei, parlava solo con lei e tutto il resto della classe sembrava essere scomparso.

Milena da parte sua ricambiava le attenzioni perché era molto fiera e orgogliosa di aver conquistato un uomo adulto e la cosa divenne così evidente e fastidiosa che persino le altre ragazze se ne lamentarono e cominciarono a rimproverarle il suo atteggiamento seduttivo:

“Ma la vuoi smettere di fargli gli occhi dolci? Vuoi finirla di fare la smorfiosa? Quello ormai non ci considera più, parla solo con te, sembra che state facendo una lezione privata.”

E lei rispondeva facendo spallucce: “Beh, ma io che posso farci se sono bella? Non lo faccio mica apposta, se lui mi pianta gli occhi addosso non è che posso nascondermi.”

“Ma tu ti trucchi proprio per farti guardare, per attirare l’attenzione, ti piace che stia a parlare solo con te.”

“E che c’è di male a truccarsi? Fatelo anche voi, provate anche voi ad attirare l’attenzione e risolviamo tutto.”

 

Dopo un po’ le altre ragazze lasciarono perdere e finirono con l’accettare la situazione: dopotutto avevano le loro feste, i loro divertimenti, quasi tutte avevano già un ragazzo, e al di là del fastidio iniziale, per loro la cosa non era poi tanto importante.

Io invece mi ritrovai del tutto spiazzata e senza punti di riferimento, non c’era più nulla che potessi fare per ottenere un minimo di apprezzamento e di riconoscimento dalla società. Quello stesso professore che un anno prima mi aveva messo otto in chimica, se durante la lezione alzavo il ditino e provavo a fare una domanda o un’osservazione, mi lanciava un’occhiataccia sprezzante intimandomi di non interromperlo mentre parlava, e subito riprendeva a guardare incantato la bellissima Milena, l’unica che avesse il permesso di interloquire con lui. Non c’era niente da fare, di fronte alla bellezza qualsiasi tentativo di tenersi al passo in altro modo era destinato a fallire.

Mi resi conto allora che studiare e impegnarsi non serviva affatto a raggiungere delle mete, come avevo sempre creduto fino a quel momento e come mi era sempre stato detto dai miei genitori. L’intelligenza era solo un optional non indispensabile e la vita reale richiedeva ben altre qualità che io non possedevo per nulla e che mi erano del tutto sconosciute. Le persone sembravano muoversi e agire secondo codici che erano per me indecifrabili.

Di sicuro non avrei mai conquistato nessun uomo tenendo un discorso sul legame covalente degli atomi di ossigeno, perché nella vita reale nessun uomo è interessato a sapere come interferiscono tra loro gli elettroni liberi degli orbitali esterni di un atomo, quanto piuttosto è interessato alla bellezza, alla simpatia, all’essere spigliate e disinvolte, tutte cose che non venivano insegnate a scuola e non si potevano imparare dai libri di testo.

 

Intorno a me c’era il vuoto assoluto, un deserto senza alcuna indicazione. I Parisi per tradizione non sapevano nulla di quelle faccende e non gli interessava neanche saperle, loro erano tutte persone serie e quelle erano solo stupidaggini, inezie, bazzecole senza importanza, la vita consisteva nel fare il proprio dovere, lavorare, sposarsi, fare figli, rispettare le regole della società e comportarsi da bravi burattini seri e tristi, come lo erano i miei genitori, come lo erano stati i miei nonni e tutti quelli prima di loro. Pur essendo consapevole di essere nata in quella famiglia, il loro stile di vita mi faceva orrore, io volevo essere diversa e avere una vita diversa, purtroppo non avevo la più pallida idea di come fare e non potevo chiedere aiuto a nessuno.

Il mio malessere diventava sempre più insopportabile e ogni giorno, a scuola, mi trovavo catapultata in quel mondo in cui non sapevo più vivere, costretta a sopportare l'umiliazione della mia incapacità di esistere, di non poter essere come tutti quelli che erano intorno a me e la cosa peggiore era non poter condividere con nessuno il mio tormento e non ricevere il minimo conforto.

Infatti, nonostante tutta la sofferenza, lo smarrimento e la confusione che sentivo dentro, dovevo assolutamente tenere nascosto il mio stato d’animo e continuare a fare finta che andasse tutto e bene e fosse tutto a posto, perché questa era un’altra di quelle regole da rispettare, nella nostra famiglia ufficialmente non c’era mai nessun problema ed eravamo tutti felici e tranquilli. Quando mia sorella qualche anno prima aveva osato dire di essere infelice e insoddisfatta, mio padre l’aveva sbranata e avrebbe fatto lo stesso con me, perciò potevo solo stringere i denti e andare avanti come se nulla fosse.

Tuttavia non ci riuscivo. Proprio non riuscivo ad adeguarmi alle regole familiari come avevano fatto tutti, un po’ per volta, garantendosi quanto meno una tranquilla sopravvivenza. Sentivo dentro di me un profondo senso di ingiustizia, la consapevolezza che c'era qualcosa di sbagliato a cui non sapevo arrendermi, avevo un senso di rabbia, ribellione e protesta che non riuscivo a soffocare.

Non potevo accettare che la vita fosse quel sistema di obbedienza e sottomissione che mi veniva imposto. Non potevo accettare l'assoluta reciproca solitudine in cui eravamo costretti a vivere nè l'impossibilità di condividere esperienze e sentimenti. Così, nonostante tutti i miei sforzi, e nonostante fossi consapevole delle terribili conseguenze che avrei avuto se non avessi seguito le regole, il mio tentativo di adattarmi a quella realtà crollò miseramente, con conseguenze disastrose che determinarono tutto il successivo corso della mia vita.

 

*

Il coraggio di volersi bene 7

 

 

                                    IL coraggio di volersi bene 7

 

 

Capitolo XVII

 

 

 

Quando raggiunsi l'età di cinque anni fui mandata a scuola dalle suore XY, sia perché l’istituto era molto vicino a casa nostra, sia per la presenza della zia monaca, ma soprattutto perché era una scuola privata, cattolica e frequentata da bambine che provenivano dalle famiglie migliori della città. Nella mia famiglia c’era un assurdo paradosso per il quale ci si ripeteva in continuazione di essere superiori agli altri, di fare parte delle classi più elevate, mentre  in pratica si faceva una vita da poveracci.

 

La gente povera veniva apertamente disprezzata: le persone che facevano un lavoro umile e vivevano in affitto erano tutti delinquenti, criminali, o, nella migliore delle ipotesi, stupidi, ignoranti, volgari. Noi avevamo delle case di proprietà e se ne deduceva di conseguenza che fossimo ricchi, e soprattutto istruiti, intelligenti, raffinati, e mai e poi mai dovevamo mescolarci a quella gentaglia che apparteneva ai ceti inferiori. La contraddizione che mi faceva letteralmente impazzire, consisteva però nel fatto che il nostro stile di vita era molto, ma molto più simile ai poveracci che alle classi abbienti alle quali ci si vantava di appartenere. Frequentando quindi una scuola dove le bambine erano tutte palesemente ricche questa evidenza mi venne sbattuta in faccia in tutta la sua crudeltà. Loro avevano dei vestiti favolosi, delle bellissime scarpette colorate, tutti gli aggeggi scolastici perfettamente in linea con la moda del momento, andavano a danza, a tennis, al cinema, in vacanza al mare e a sciare, mentre io ero una stracciona, portavo delle orribili scarpe ortopediche stile Frankenstein e oltre a studiare e a giocare in giardino, non facevo assolutamente nessuna di tutte quelle magnifiche attività. Venni perciò rifiutata senza pietà perché considerata un essere inferiore, indegna della loro compagnia e amicizia. Persino la maestra, che era una suora, mi schifava per via del mio aspetto trascurato e, siccome a causa della mia povertà avevo un solo grembiule, quando occorreva lavarlo andavo a scuola senza, e questa era una cosa che la faceva letteralmente imbestialire, al punto da rimproverarmi e umiliarmi senza alcuna pietà davanti a tutta la classe. Io da parte mia cercavo in tutti i modi di ingraziarmela. Me ne stavo sempre zitta e buona, non facevo mai chiasso e in primavera saccheggiavo il giardino per portarle tutti i fiori che potevo trovare e sul momento lei mi faceva anche un sorriso e ringraziava, ma poi tornava subito a rivolgersi alle sue alunne preferite, quelle ricche, belle e ben vestite.

 

In ogni caso, a parte la profonda sofferenza che sentivo in quelle circostanze, dentro di me non c’era nessun istinto di rivalsa o di orgoglio, accettavo di essere emarginata come una condizione necessaria e pienamente meritata. Dal momento che in famiglia mi veniva insegnato il disprezzo per i poveri e trovandomi in un ambiente in cui tutti erano più ricchi di me, sentivo che il fatto di essere esclusa e biasimata, per quanto doloroso, era del tutto logico e normale, faceva parte dell’ordine naturale delle cose e non avevo alcun diritto di oppormi. Le altre bambine erano senza dubbio migliori di me e io, essendo brutta e povera, dovevo semplicemente accettare la mia condizione di inferiorità come un fatto evidente e irrimediabile.

 

Nella ricreazione non giocavo mai con nessuno poichè non potevo nemmeno osare avvicinarmi a quelle bambine tanto meravigliose e inarrivabili, allora mi sedevo su di un gradino delle scale e guardavo da lontano i loro divertimenti. Del resto io a giocare non ero neanche capace, me la cavavo bene solo nello studio.

 

Le suore erano molto severe, cattive e, vestite sempre di nero in qualsiasi giorno dell’anno, mi facevano paura. Non sapevo spiegarmi per quale ragione potesse esistere quella strana categorie di donne che indossavano una divisa funerea e inquietante e vivevano chiuse in una specie di carcere. Per cinque anni mi fecero il lavaggio del cervello con le loro terrificanti idee religiose: mi informarono dell’esistenza di un essere onnipotente e invisibile che mi aveva creato dandomi il magnifico dono della vita, ragion per cui io dovevo sempre ringraziarlo e fare tutto quello che voleva lui e guai a disobbedire o a protestare perché sarei stata punita per l’eternità. Tutti quelli che in precedenza si erano ribellati erano stati puniti in modo terribile, ad esempio con la pioggia di fuoco di Sodoma e Gomorra o con le sette piaghe d’Egitto, perché quando lui si arrabbiava lo faceva proprio di brutto e una volta aveva mandato sulla terra un tizio che era suo figlio e che poi era stato torturato e ucciso sulla croce ma non aveva fatto nulla di male, era solo colpa di noi peccatori che eravamo stati cattivi e in quel modo lui aveva pagato per noi, quindi era il nostro salvatore sennò avremmo fatto tutti una brutta fine. E ogni giorno bisognava chiedere perdono, pregare, dire il rosario; una volta a settimana si andava nella sala proiezioni a vedere i filmini sulle vite dei santi, per non parlare della vita di Gesù, e quando uscì il film di Zeffirelli quelle furbastre si procurarono tutti i gadget possibili come locandine, libri, fotografie, che invasero per mesi la nostra classe, e se non ricordo male ne avevano persino una copia che ci facevano vedere in continuazione al punto che io imparai a memoria tutte la battute degli attori e avrei potuto recitarle meglio di loro.

 

Il Dio di cui mi parlavano, così puntiglioso, burbero e vendicativo assomigliava molto a mio padre. Anche la maestra che mi snobbava e non era mai contenta di me, mi ricordava mia madre, e le altre bambine, con le quali non riuscivo a legare e che erano di una “razza superiore”, sembravano mio fratello e mia sorella, i figli prediletti e tanto amati da mia madre.

 

La vita che facevo a scuola era dunque una replica di quella che avevo a casa: stessi problemi, stesse difficoltà. Non avevo via di scampo, non c’era nessuna situazione che potesse darmi un po’ di gioia e di fiducia nella vita, nessuna persona che si interessasse a me con affetto e sollecitudine.

 

Tuttavia, se anche fossi riuscita a sopportare quelle circostanze dolorose facendo appello a tutta la mia forza d’animo, il momento peggiore ci fu quando mia madre ebbe quel suo crollo nervoso, perché in quel periodo, se mi portava a scuola con un’ora di ritardo, quando mi veniva a riprendere le ore di ritardo erano due.

 

Tutte le altre bambine andavano via con le proprie madri che già le attendevano fuori dall’istituto e io restavo da sola, ad aspettare in portineria con la suora portinaia che era scorbutica, antipatica, arcigna, e stava sempre col capo chino sul suo lavoro all’uncinetto ignorandomi completamente.

 

Mi sedevo sulla panca di legno e aspettavo che accadesse la magia: il campanello suonava, la suora andava ad aprire il portone e compariva finalmente la splendida immagine di mia madre. Ma il campanello suonava e non era lei, suonava di nuovo e non era lei. Non era mai lei.

 

All’inizio anche le suore si preoccupavano e telefonavano a casa per vedere che non fosse successo qualcosa, poi finirono col  considerarlo un fatto normale. Io mi facevo in testa tutta una lista di supposizioni e di motivi per i quali mia madre potesse fare tardi e in qualche modo cercavo di fornirle una giustificazione, infine, dopo molti mesi che ciò accadeva in modo sistematico, mi convinsi che quella era un’azione intenzionale diretta contro di me. Non mi voleva tenere con lei, stava pensando di abbandonarmi e un giorno o l'altro non sarebbe più venuta a riprendermi. Sapevo peraltro che spesso nell’istituto venivano ospitate delle orfanelle in attesa di essere adottate, e se non le si vedeva mai in giro era perchè stavano sempre chiuse dentro la zona riservata dove era vietato andare. Ero convinta che fossero delle bambine molto brutte e cattive e questo era il motivo per cui erano state abbandonate e rifiutate dai genitori. E riflettevo sul fatto che mia madre era sempre arrabbiata con me appunto per la mia cattiveria e si lamentava che non fossi bella come lei e i miei fratelli, perciò l’ipotesi che volesse lasciarmi dalle suore era del tutto realistica.

 

Era sempre scontenta, mi rimproverava in continuazione e mi accusava di tutto. E io mi disperavo, non capivo come potevo fare per essere più buona e più ubbidiente… non osavo fare niente senza il suo esplicito consenso, non correvo, non strillavo, chiedevo il minimo indispensabile solo quando proprio non riuscivo a cavarmela da sola, e me ne vergognavo tanto. Cercavo di dare il minor fastidio possibile, ma questo non bastava ad essere esattamente come voleva che fossi perchè dopotutto ero brutta, lei me lo diceva chiaramente e se ne lamentava, io a questo guaio proprio non potevo rimediare, e alla fine  mi convinsi che se mia madre mi voleva davvero abbandonare ne aveva tutte le ragioni ed era solo colpa mia.

 

Così ogni giorno pregavo il Dio cattivo delle suore chiedendogli che almeno rimandasse quella cosa terribile che mi aspettavo sarebbe successa da un momento all‘altro:

 

"Ti prego Dio, fà che non sia oggi, sono ancora troppo piccola, fammi crescere ancora un pò, ho troppa paura, non oggi, non oggi."

 


In questo stato d’animo passavo quelle ore d’attesa vagando da sola per l’istituto che era enorme, vuoto e silenzioso, dove il mondo e la realtà sembravano essere spariti e anch’io mi sentivo sparire dall’esistenza. Conoscevo a memoria ogni mattonella, ogni spigolo dei muri, ogni finestra, che era inesorabilmente troppo alta perchè si potesse vedere qualcosa del mondo esterno.

 

Quando c’era bel tempo me ne andavo nel cortile o nel giardino privato delle suore, lì mi mettevo seduta sotto un albero e pensavo. Mi chiedevo perchè la mia vita fosse così strana e dolorosa, perchè mi succedevano quelle brutte cose e se mai sarebbero finite, perchè ero tanto diversa dalle altre bambine che mi sembravano felici, allegre, riuscivano a divertirsi, a giocare, e io no. Non sapevo darmi nessuna spiegazione e l’unico pensiero che poteva consolarmi era il fatto che forse crescendo e diventando grande tutto si sarebbe risolto come per incanto. Odiavo essere una bambina, odiavo la mia vita, mi odiavo e non potevo fare altro che aspettare, prima o poi sarei cresciuta e quel brutto sogno sarebbe finito. O almeno questo era quello che credevo.

 

 

  

 

Capitolo XVIII

 

 

 

Mia madre continuava ad avere un comportamento strano e delle idee deliranti, ma una volta passato il momento peggiore con le allucinazioni, nessuno se ne preoccupava più di tanto e le sue stranezze entrarono a far parte del normale menage familiare. Mio padre era occupato con la scuola, il giardino e le sue passeggiate serali al corso, per il resto non gl’importava minimamente di ciò che accadeva in casa.

 

Io però credevo ciecamente a tutto ciò che lei diceva, prendevo le sue idee bizzarre per sacrosanta verità, ero convinta che avesse ragione nei suoi strampalati ragionamenti e fu proprio per questo motivo che venni contagiata dalle sue paure e che  si crearono le basi per i miei disturbi più invalidanti, quelli che poi mi avrebbero impedito di fare una vita normale: la paura di uscire di casa e la paura delle persone.

 

Nel suo delirio mi riteneva la causa di tutte le sue disgrazie, mi vedeva brutta e cattiva come mio padre perciò non si faceva nessuno scrupolo nel punirmi e rimproverarmi, tuttavia sapeva benissimo che tutto ciò non era affatto vero e di conseguenza, per compensare i sensi di colpa, iniziò a sviluppare delle manie: era ossessionata dal timore che, a causa della mia particolare debolezza fisica, da un momento all’altro mi sarei presa un malanno e sarei morta. Finchè ero in casa sembrava che non ci fossero pericoli, ma non appena uscivo per qualsiasi motivo, veniva assalita da un’ansia incontenibile, e prendeva tutte le più assurde precauzioni perchè non mi ammalassi.

 

Quando faceva freddo faceva troppo freddo per la mia natura fragile e cagionevole, quando pioveva c’era troppa pioggia e l’umidità mi avrebbe fatto ammalare, se c’era vento c’era troppo vento e avrei preso la polmonite, se faceva caldo c’era troppo caldo e sarei stata stroncata da un colpo di calore. Mi faceva andare in giro tutta imbaccuccata in sciarpe, berretti, maglioni, calzamaglie di lana talmente pesanti che facevo fatica a muovermi, ma nessuna precauzione sembrava abbastanza, dal momento che, in un modo o nell’altro, io poi mi ammalavo sempre. Sembrava dunque che mia madre avesse perfettamente ragione. Nella mia testa quelle singolari circostanze costruirono un quadro del tutto in linea con quanto lei mi ripeteva in continuazione: io non ero come le altre persone, facevo parte di una razza difettosa, ero debole, fragile, dovevo stare attenta, uscire il meno possibile perchè il mondo là fuori era pericoloso e rischiavo di morire.

 

Finii con l'essere contagiata dalle sue ossessioni e per me uscire di casa diventò un’azione pericolosa, satura di temibili e irrimediabili conseguenze, nonchè insopportabili sensi di colpa.

 

Un altro residuo della malattia che l’aveva colpita era la paranoia persecutoria. A suo dire tutte le persone erano cattive e tramavano contro di lei, la invidiavano perchè  aveva sempre ragione ed era superiore agli altri esseri umani, quindi la gente organizzava dei complotti per vendicarsi e farle del male. Di fatto era proprio lei ad essere aggressiva e coglieva ogni minimo pretesto per provocare e attaccar briga, e così, siccome era capace di far perdere la pazienza pure ai santi, inevitabilmente la controparte cascava nel tranello, rispondeva a tono e la mandava a quel paese. A quel punto lei si metteva a strillare e a fare scenate isteriche dicendo che l’avevano attaccata e aggredita e spesso la vicenda finiva con denunce in questura e cause legali in tribunale. I suoi nemici preferiti erano gli inquilini e i vicini di casa, con i quali ovviamente c’erano sempre piccole scaramucce che lei trasformava abilmente in casus belli, ma mica una di quelle guerre da poco: le sue guerre erano dei colossali conflitti nucleari. Mettersi nei panni della vittima era la cosa le dava le più grandi soddisfazioni.

 

Mi raccontava che i suoi nemici volevano ucciderla e che anch’io ero una delle vittime designate, perchè, in quanto sua figlia, sarei stata colpita per vendetta trasversale. I più pericolosi erano gli inquilini, che erano tutti dei poveracci, delinquenti, disoccupati e assassini, entravano e uscivano di galera ed erano sempre indietro con l’affitto. Mi aveva proibito di andare in una certa zona del giardino dove affacciavano le finestre di quegli inquilini assassini, ed era pericolosissimo dal momento che avrebbero potuto uccidermi tirandomi qualcosa addosso.

 

Era anche vietato passare davanti un certo negozio di alimentari che era di sua proprietà e, ovviamente anche lì c‘erano gli inquilini assassini, per cui, ad esempio, per rincasare o uscire bisognava fare un complicato giro del quartiere per evitarli. Mi ritrovai in una situazione molto imbarazzante quando alle medie cominciai ad uscire da sola e  spesso ero insieme ad una mia compagna di scuola che talvolta aveva l’incarico di andare a comprare il pane o il formaggio proprio in quel negozio e naturalmente io mi bloccavo sulla soglia rifiutandomi di entrare senza poter dare alcuna spiegazione. Di certo non potevo raccontare tutta quella storia degli assassini e delle vendette trasversali. Spesso lei insisteva e mi chiedeva perchè non entravo, ma io dicevo semplicemente: "Niente, è solo che non voglio entrare e aspetto qua." Dopo un pò cominciò a guardarmi come se avessi qualche rotella fuori posto. Io però credevo fermamente alle storie terrificanti che mia madre mi raccontava e nessuno in famiglia mi avvertiva del fatto che era malata e si inventava tutto, per quanto mio fratello l'avesse già capito, e persino mia sorella sapeva che erano esagerazioni e non ci faceva caso.

 

Il mondo esterno, così come mi era stato descritto lei, era un posto pericoloso, popolato da oscuri nemici, e uscire di casa era un'azione rischiosa e temeraria che comportava sempre una buona dose d'angoscia. Dal momento che non avevo altri modelli, altri schemi o esempi che dimostrassero il contrario, mi era letteralmente impossibile sfuggire a quel condizionamento.

 

L’episodio più increscioso e imbarazzante avvenne in un pomeriggio d’estate.

 

Non si sa per quale motivo si recò personalmente a casa di uno dei suoi inquilini a cercare ragione circa l’affitto arretrato: si trattava proprio di quella famiglia che aveva le finestre sul nostro giardino. Ne tornò tutta esagitata e infuriata come un ossesso. Disse che quei delinquenti non avevano avuto il minimo rispetto, non l’avevano neanche fatta entrare nella "sua" casa, l’avevano insultata, si erano rifiutati di pagare e come al solito l’avevano minacciata di morte dicendo addirittura che sarebbero venuti di persona a casa nostra per ucciderla.

 

Aveva fatto un‘azione palesemente stupida ed era più che logico che l’avessero accolta male. Cosa si aspettava, che le offrissero il thè coi pasticcini e le dessero tutti i soldi serviti su un piatto d’argento? Ma lei l’aveva fatto apposta, in qualche modo provocare gli altri e farli infuriare era il suo sistema di scaricare frustrazione e  rabbia.

 

Se ne stette una buona mezz’ora a camminare su e giù nella stanza, urlando, sbraitando e minacciando querele, diffide, azioni legali. Mi disse anche: "Tu adesso stai molto attenta, non uscire, chiuditi in casa e non aprire a nessuno, perchè è molto pericoloso, quelli sono delinquenti e vogliono ucciderci."

 

Infine andò via e credo che si precipitò di corsa dall’avvocato per vedere cosa si poteva fare. Io rimasi lì, spaventatissima, facendomi nella mente tutta una serie di terribili previsioni, immaginandomi un commando di assassini vendicatori che sfondavano la porta e ci uccidevano a colpi di mitra e pistole, e proprio in quel momento per una strana coincidenza qualcuno suonò al portone. Mi venne un tremendo attacco di panico, mi buttai a terra gridando, piangendo e disperandomi e siccome mio padre non era in casa i miei fratelli, vedendomi in quelle condizioni, andarono a chiamare i vicini. Quando fu chiarito l’equivoco tutti iniziarono a sbellicarsi dalle risate e io mi sentivo così ferita e umiliata che volevo morire per la vergogna. Passai un’intera settimana sotto shock, per lo più standomene nascosta in giardino oppure rifugiandomi nelle vecchie case dirupate del nonno. Sapevo che tutti mi consideravano stupida, paurosa e fifona e avrei voluto scomparire sottoterra. Cominciai a temere il giudizio che gli altri potevano esprimere su di me, cioè il fatto di apparire inetta e stupida agli occhi altrui, e capii peraltro, con enorme preoccupazione, che in alcune circostanze la paura che mi assaliva era talmente forte da rendermi incapace di controllarla.

 

Se non ero in grado di nascondere le mie paure, che agli occhi esterni risultavano ridicole e infantili, non mi restava che un'unica soluzione per sottrarmi all'umiliazione di mostrare agli altri le mie fragilità: dovevo restare nascosta il più possibile ed evitare i contatti con l'esterno. Se nessuno mi vedeva debole, spaventata e impaurita, di certo nessuno avrebbe riso di me.

 

Non ero ingrado di prevedere il fatto che nascondendomi al mondo non ci sarebbe nemmeno stato qualcuno che avrebbe potuto amarmi o aiutarmi a superare le mie debolezze.

 

 

 

 

 

 

Capitolo XIX

 

 

 

Nell’ultimo anno delle elementari una circostanza apparentemente fortunata finì col rivoltarmisi contro e fui io stessa a mettermi i bastoni tra le ruote.

 

La maestra di ginnastica aveva deciso che alla fine dell’anno avremmo eseguito una specie di balletto: pertanto si organizzò in grande stile procurandosi un brano di musica classica e mostrandoci dei passi di danza e tutta la coreografia da realizzare. Io ne ero molto contenta e fui subito presa dall’entusiasmo perché per me era di sicuro un’occasione più unica che rara. La cosa davvero fantastica era che bisognava obbligatoriamente indossare un tutù di tulle rosa, una calzamaglia rosa cipria e le scarpette ballerine.

 

Per tutti quegli anni avevo fatto l’ora di ginnastica indossando una tuta davvero orrenda e di scarso pregio, comprata in economia al mercato, perciò ero diventata lo sfottò delle compagne che avevano invece delle tute bellissime, di qualità, e delle marche più in voga. Avevo provato a bleffare dicendo a mia madre che quella certa marca e quel certo colore era stato obbligatoriamente richiesto dalla maestra, ma lei non ci cascò e una mattina si presentò in classe per chiedere spiegazioni, sbugiardandomi. Quella volta però era tutto vero: la maestra confermò che il tutù doveva essere quello, la calzamaglia e le scarpette pure e non c’erano santi a cui appellarsi. Mia madre fece una brutta faccia e dovette litigare a lungo con mio padre per farsi dare i soldi e infine, tra tanti tira e molla, io ebbi il mio equipaggiamento fatto come si deve e per la prima volta mi sentii come le altre bambine: nessuno poteva insultarmi, umiliarmi o escludermi, ero esattamente come loro. E dato che ormai diventare una brava ballerina dipendeva solo da me, ogni pomeriggio, dopo aver fatto i miei bravi compitini, indossavo il mio magnifico tutù rosa e provavo i passi fino allo sfinimento. I miei fratelli mi deridevano: "Ma cosa credi di fare? Sei scoordinata, ti muovi male, fai ridere i polli!" Mia madre non diceva niente, ma mi guardava lanciandomi delle occhiatacce piene di disprezzo, odio e rabbia. Ciò nonostante insistevo ossessivamente nei miei allenamenti. Volevo essere perfetta e poter dimostrare che anch’io potevo essere una bambina bella e aggraziata.

 

Qualche giorno prima del saggio accadde l’incredibile.

 

Mi presi l’influenza a fine Maggio, una cosa mai successa prima e neanche dopo, proprio la classica influenza con  febbre alta, tosse e mal di gola. Ovviamente non avrei potuto partecipare allo spettacolo e mi prese un’ansia terribile perché credevo che senza di me la coreografia non avrebbe funzionato, che neanche le altre avrebbero potuto ballare. Invece quando mia madre tornò dopo essere andata ad avvertire dell’inconveniente, mi disse che la maestra aveva minimizzato e la cosa non era affatto un problema. Ci rimasi malissimo e allora capii che la mia presenza non era indispensabile perchè occupavo un posto laterale e nessuno avrebbe notato la mancanza di una bambina. Restava comunque il mistero di come mai mi fossi presa quel malanno.

 

Ora, a distanza di quarant’anni credo proprio di essermi boicottata da sola per via dei sensi di colpa che provavo verso di lei.

 

Era stata infatti colpa mia se aveva dovuto litigare con mio padre per farsi dare i soldi per comprare il tutù rosa. Avevo dimostrato perciò di essere una bambina capricciosa e vanitosa, con l’insano desiderio di ballare ed esibirmi, ed avevo, per questo futile motivo, causato contrasto tra i miei genitori. In una famiglia in cui si osannavano i sacrifici, le umiliazioni e le sofferenze, era un peccato gravissimo provare entusiasmo e interesse per una cosa tanto frivola come il balletto. Pretendevo addirittura di apparire bella e aggraziata con il mio costumino di alta qualità, quando tutti loro, e persino mia madre, andavano in giro come straccioni.

 

Certo, lei non mi aveva apertamente rimproverato, e in un certo senso non avrebbe neanche potuto farlo perché in fondo si trattava pur sempre di un compito scolastico, ma i suoi sguardi di condanna, il suo atteggiamento irritato e sprezzante, mi avevano comunque fatto comprendere la gravità della mia colpa. E se c’era una cosa che proprio non ero in grado  sopportare era il fatto di saperla arrabbiata con me. Immediatamente mi scattava il terrore dell’abbandono, che era una condanna peggiore della morte. Sapevo cosa succedeva ai gatti che non erano graditi e temevo sempre di finire come loro, scaricata da un giorno all’altro in un posto lontano e sconosciuto. Sapevo che aveva il potere di lasciarmi dalle suore, insieme alle orfanelle, e tante volte avevo temuto che accadesse, quando me ne stavo ad aspettarla per ore prima che mi venisse a prendere. Ero terrorizzata al solo pensiero di fare qualcosa che lei disapprovasse e, giacchè avevo capito chiaramente che mi proibiva di ballare, prefeirii rinunciare alla mia felicità e alla mia realizzazione piuttosto che incorrere in punizioni insopportabili.

 

Il tutù rosa finì in uno scatolone in soffitta e sicuramente venne distrutto dai topi nel giro di poco tempo, ma io già non ci pensavo più. Avevo ormai capito che i bei vestiti e la danza erano cose che non potevo permettermi, uno di quei lussi da gente ricca che non dovevo neppure osare desiderare.

 

Con quello spiacevole episodio le scuole elementari erano finalmente terminate e io dissi addio alle suore tutte vestite di nero, al loro creatore invisibile puntiglioso e vendicativo, ai filmini sulle vite dei santi, alle splendide e crudeli bambine vip, a quell’istituto enorme, buio, vuoto e angosciante, e anche alla zia monaca che se ne stava sempre chiusa in sagrestia a disegnare mandala fioriti e intricati arabeschi. Non andai mai più a trovarla e del resto avevo capito che la cosa non le avrebbe neanche fatto piacere. Dieci anni più tardi mi arrivò la notizia della sua morte, quando aveva ormai superato la novantina, ma io a questo fatto che era morta non c’ho mai creduto. Nei miei pensieri lei è ancora lì che viaggia silenziosamente nella capsula spaziale della sagrestia, attraversando dimensioni senza tempo nell’attesa di trovare un pianeta dove potrà finalmente togliersi di dosso la sua tunica nera, bruciare tutte le carte con i disegni floreali e vivere serenamente quella vita che il nostro mondo non le aveva permesso di avere.

 

Alle medie fui iscritta nella scuola dove mio padre era preside, la qualcosa, se da una parte limitava la mia libertà e imponeva un preciso controllo, portava però anche degli innegabili e splendidi vantaggi.

 

Tutti i professori mi tenevano in debita considerazione, si interessavano a me, mi parlavano, ascoltavano quello che dicevo con attenzione e questa fu una cosa meravigliosa che mi fece sentire per la prima volta nella mia vita accolta e accettata. Alla fine della lezione mi chiedevano se avevo capito, di lunedì mi domandavano se avevo passato una buona domenica, e, cosa davvero incredibile, mi parlavano guardandomi sorridendomi e mostravano di apprezzare le mie risposte.

 

Mi trovai nell’insolita e piacevole situazione in cui degli adulti mi facevano delle domande mostrando curiosità e coinvolgimento per la mia persona, e perciò, per via della loro attenzione per me e del loro interesse, io finalmente sentivo di esistere nel mondo, di essere viva e presente. Riconoscevano la mia esistenza come individuo, come un essere dotato di pensieri propri e in virtù del fatto che qualcuno riconosceva la mia facoltà a pensare e ad esprimermi, io cominciavo a capire che la cosa era possibile, cioè che mi era permesso di esistere e che potevo affermare il mio diritto a vivere e ad avere il mio personale modo di essere.

 

La mia era una classe mista, e, poiché quella era una scuola pubblica, non c’erano solo bambini vip, snob e ricchi, ma anche quelli dei ceti sociali più bassi, per non dire che alcuni erano proprio dei poveracci. Grazie a questa fortunata circostanza evitai di sprofondare agli ultimi posti della scala sociale e le bambine vip dovettero per forza accettarmi come una di loro perchè mi trovavo comunque in una posizione privilegiata e di superiorità. Il mio senso di autostima e di fiducia in me stessa oltrepassò la soglia dello zero e cominciò a conoscere la scala dei numeri positivi. Una volta nell’ora di disegno realizzai col Das la statuina di un gatto seduto, dalla forma allungata e dalle orecchie appuntite come nello stile egiziano, lo dipinsi di blu elettrico e tutti lo guardavano con stupore e ammirazione. Fu un successone.

 

Ebbi il permesso di uscire di casa da sola e quando le lezioni finivano non dovevo stare delle ore ad aspettare mia madre che venisse a prendermi: la terrificante certezza che volesse abbandonarmi divenne solo un lontano ricordo. Con molta fatica ed estenuanti litigi con mio padre, riuscii infine a farmi comprare qualche vestitino come si deve: un paio di pantaloni viola, un vestito di ciniglia bordeaux, un maglioncino bianco simil-angora, una gonna beige con strisce verdi tipo scozzese. Buttai via gli stivaletti ortopedici di Frankenstein e ottenni un paio di meravigliose scarpette color ciclamino, degli stivaletti a tronchetto beige e in estate dei sandali viola di plastica lucida. Purtroppo quelle piccole conquiste suscitavano l’invidia e la gelosia di mia madre e mio fratello, che in seguito mi accusarono di aver circuito mio padre con i miei buoni voti e di averlo spinto a fare delle ingiustizie nei loro confronti. In realtà quando ottenevo quei risultati dopotutto modesti, mi sentivo sempre terribilmente in colpa e non riuscivo neppure a godermeli pienamente e serenamente. Da ultimo la spuntai persino nel comprare il mio primo disco: era un 45 giri che esibiva in copertina una sfrontato Rod Stewart con una chioma leonina mechata di biondo platino e dei pantaloni di pelle nera. Lo misi in bella mostra sullo scaffale dove tenevo i libri, mio padre strabuzzò gli occhi e disse con disappunto: "Ma cos’è questa roba, chi è questo degenerato?"

 

Ed era solo l’inizio, perché di lì a poco sarei passata a Bowie.

 

Tuttavia i tre anni delle medie scivolarono via in fretta, troppo in fretta per consentirmi di trovare un mio equilibrio stabile. Quando iniziai a frequentare il liceo classico mi trovai di nuovo in un ambiente ostile e difficile e non riuscii ad integrarmi, piombando ancora una una volta nell’isolamento. E ciò che accadde in quelle circostanze non fu solo un fallimento, ma un vero e proprio disastro.

 

 

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 6

 

 

                                    Il coraggio di volersi bene 6

 

 

Capitolo XIV

 

 

I suoi ingegnosi modi di risparmiare non sembravano tuttavia sufficienti a farlo sentire al sicuro: mio padre doveva anche guadagnare più soldi e l’altra soluzione trovata per avere maggiore tranquillità fu quella di cambiare lavoro.

Non sapeva però che qualunque somma fosse riuscito a guadagnare non avrebbe guarito la ferita che si portava dentro, ma i Parisi fanno sempre così, quando c'è qualcosa che gli fa male, scappano via spaventati dalla realtà, arrabattandosi in puerili sotterfugi ed inutili espedienti, rimandando ad un tempo indefinito l'insostenibile prova di affrontare le proprie paure.

Tutt'al più i suoi sforzi avrebbero potuto dargli solo un sollievo provvisorio e temporaneo, quella serenità che cercava così affannosamente era per lui irraggiungibile.

Fece un concorso per preside, lo vinse e poté avere un bell’aumento di stipendio; purtroppo non aveva considerato il fatto che quel lavoro non era per niente adatto a lui. Con il suo carattere apprensivo e ansioso si trovava bene solo con un lavoro di routine, da dipendente, senza sorprese e responsabilità, in cui tutti i giorni erano uguali, e quando aveva finito le lezioni e tornava a casa poteva scrollarsi di dosso i pensieri. Come preside doveva invece affrontare problemi sempre diversi, organizzare e gestire altre persone, si portava costantemente dietro tutte le sue preoccupazioni, con la paura assillante di sbagliare qualcosa. Le responsabilità gli pesavano addosso come macigni, perse la serenità e la sicurezza in se stesso, non sorrideva più, era sempre cupo e angosciato, si chiudeva nei suoi pensieri e spesso se ne stava in  silenzio a rimuginare su chissà cosa con la faccia tesa e angosciata. Con noi non parlava mai del suo lavoro o dei suoi tormenti, non raccontava niente di quello che gli succedeva.

E del resto se non con mia madre che  non era certo la donna che amava, ma solo una ragazzina che era stato costretto a sposare, con chi altro poteva confidarsi?

Non aveva veri amici, conosceva tanta gente, ma non mostrava mai a nessuno il vero se stesso e gli era impossibile chiedere aiuto: infatti se doveva apparire perfetto, come avrebbe mai potuto ammettere di avere un problema?


Mio padre era in realtà un uomo solo.

In un modo che per me era all’epoca inspiegabile, cominciò a diventare tirannico e violento, ci comandava tutti a bacchetta, e noi dovevamo immediatamente obbedire, guai a protestare o a contraddirlo.

A volte tornava a casa con la faccia scura come un cielo che si prepara alla tempesta e quando ci si metteva a tavola di colpo scattava per delle cose davvero insignificanti. Perchè il pane non era stato affettato, perchè la minestra non era abbastanza salata, perchè qualcuno parlava e non gli permetteva di seguire il telegiornale... Andava su tutte le furie e urlava come un ossesso, sbatteva i piatti a terra, se la prendeva con mia madre e l’accusava di non combinare mai niente di buono. Spesso la picchiava,  ma stava sempre attento a non lasciare segni visibili, magari le dava dei calci sulle gambe o la colpiva sulle braccia.

A partire da quando avevo cinque o sei anni i litigi erano diventati all'ordine del giorno, almeno due a settimana e generalmente succedeva ad ora di pranzo, o la domenica, o a natale, insomma quando in un modo o nell'altro ci si ritrovava insieme.

Io non capivo assolutamente niente di quello che succedeva,  sapevo solo che all'improvviso i miei genitori impazzivano, si facevano del male, si odiavano e mio padre urlava e sbatteva le cose a terra e tutto diventava talmente terribile che ne ero spaventata a morte. Avevo sempre paura che si uccidessero o che sarebbe successo qualcosa di irrimediabile. Vivevo in uno stato di continuo allarme e pensavo ogni giorno: ecco, adesso succede, adesso succede.

E in effetti non passava molto tempo che succedeva davvero.

Non so come vivevano la cosa i miei fratelli, in effetti ce ne stavamo ognuno per conto proprio e di tutto questo non ne parlavamo mai tra di noi. La cosa più strana è che ogni volta che c’era un litigio poi si faceva finta che non fosse mai successo niente, ognuno tornava tranquillamente alle sue occupazioni e ci si dimenticava completamente della cosa. Mia madre non piangeva mai, non si mostrava neanche triste o preoccupata di quello che era successo, era semplicemente indifferente, un attimo dopo era capace di andare in cucina e mettersi a lavare i piatti come se fosse la cosa più normale del mondo. Il suo modo di risolvere il problema era quello di negarne l'esistenza facendo finta che non fosse successo nulla, o comunque minimizzando e considerando perfettamente comune ciò che accadeva.

I litigi finivano sempre nello stesso identico modo, e cioè che mio padre usciva di casa sbattendo la porta e stava via delle ore, a volte prendeva la macchina e credo che andasse nella casa in campagna per stare da solo e calmarsi. Quando andava via in quel modo io sprofondavo nell'angoscia, credevo che non sarebbe più tornato, che ci avrebbe abbandonato come punizione perchè in qualche modo quella famiglia non gli piaceva e non la voleva. Immaginando che volesse abbandonarci cadevo preda del terrore ma siccome tutti gli altri facevano gli indifferenti, toccava anche a me stare zitta e fare l'indifferente, anche se dover tenere a bada il panico che mi invadeva mi costava degli sforzi enormi. Avrei voluto piangere o chiedere aiuto o parlare con qualcuno o chiedere almeno qualche spiegazione, ma non  potevo fare nulla di tutto questo e dovevo cavarmela da sola.

Secondo la legge della nostra famiglia, da noi non capitavano mai cose spiacevoli quindi non se ne poteva parlare: anch'io dovevo cancellare dalla mia mente quegli episodi, per quanto l’esperienza reale che ne facevo creava una contraddizione irrisolvibile. Il paradosso tra la realtà e il doversi adeguare alle regole che ci consentivano di vivere poneva le basi per un'esistenza schizofrenica con cui ognuno di noi ha poi dovuto fare i conti. A casa nostra la sofferenza e la paura non avevano diritto d'esistere, ognuno doveva tenersi per sè le sue cose e cercare di risolverle da solo e quello che mi cascava addosso in quegli anni aveva un peso troppo grosso per permettermi di uscirne indenne.

Mio padre  esprimeva la sua violenza pure in altri modi ritenuti del tutto normali, ma che per me erano sempre uno shock. La violenza sugli animali, ad esempio, veniva considerata legittima e pienamente giustificata: gli animali erano solo degli oggetti di cui si poteva disporre a piacimento, da che mondo è mondo  è così che vanno le cose e si pensava che in ciò non ci fosse nulla di male. Quando venivano catturati i topi nelle gabbiette lui si divertiva ad ucciderli immergendo la gabbia in una bacinella d’acqua. Assistere a quelle esecuzioni mi riempiva di terrore ma lui mi chiamava sempre e voleva che fossi presente, gli sembrava un gioco piacevole e simpatico, si aspettava che mi divertissi anch’io, quindi non potevo rifiutarmi o contraddirlo in alcun modo nè far capire quanto ne fossi spaventata. Per di più  odiava i gatti che erano nel giardino e se la prendeva anche con loro. Erano solo tre o quattro  gatti randagi che giravano nel quartiere e io  mi limitavo a dargli un pò di cibo di tanto in tanto senza fargli nessuna cura particolare, eppure mi ci affezionavo molto perchè in quel clima di paura, angoscia e freddezza, erano gli unici esseri viventi con cui potevo scambiare un pò di coccole e tenerezze. Lui invece odiava tutti gli animali e si divertiva ad ucciderli per fare “opera di disinfestazione“, come la definiva ufficialmente. Una volta mi capitò persino di assistere ad una di queste esecuzioni. Mi trovavo casualmente in giardino proprio mentre mio padre stava prendendo a calci un gatto bianco e nero. Il povero animale si dimenava e cercava di scappare ma senza riuscirci, era già ridotto male e perdeva sangue dalla bocca. Iniziai a strillare e cercai di intervenire, ma lui non mi ascoltava, era come un invasato completamente posseduto da una furia cieca e spietata. Mia madre mi trascinò dentro casa, e mentre io piangevo, gridavo e vomitavo per la paura, mi ordinò di zittirmi dicendomi delle cose assurde: "Smettila, stai zitta, tuo padre non sta facendo niente di male, i gatti sono animali e gli animali non hanno un‘ anima, gli animali si possono uccidere, non è peccato, lascialo fare e non metterti in mezzo."

Quando si veniva a sapere che mi interessavo in modo particolare a un certo gattino e cercavo quindi di proteggerlo, il massimo che riuscivo ad ottenere era che la pena capitale veniva commutata in esilio. Il malcapitato veniva caricato in macchina e abbandonato in campagna mentre a me si faceva credere che se la sarebbe certamente cavata:  in fondo era un  felino predatore e sarebbe stato in grado di procurarsi da solo da mangiare, oppure sarebbe stato preso da altre persone. Fatto sta che ogni volta che  mi legavo a un animale e ne facevo il mio amico e compagno di giochi, iniziavo a vivere nell’angoscia che da un momento all‘altro me l’avrebbero ucciso o mi sarebbe stato portato via. Avevo paura di affezionarmi, di provare la gioia di condividere l’esistenza con qualcuno e di volergli bene perchè su quella gioia incombeva la reale minaccia della perdita e, quanto più forte era l’affetto provato, tanto maggiore sarebbe stato il dispiacere. Mi veniva insegnato a disprezzare e odiare i legami d'affetto, la tenerezza e la gioia di stare insieme, a temere la felicità della compagnia  per il carico di dolore che implicitamente si portava dietro. Mio padre odiava quello che non aveva potuto avere e a suo modo voleva abituarmi a vivere nell'unica maniera che lui credeva possibile, cioè nel più spietato e freddo egoismo, in una solitudine difensiva che negava ad oltranza il bisogno dell'altro. Con una moltitudine di variegati ed efficaci esempi, i nostri genitori ci dicevano: non osate nemmeno pensare all'amore e alla felicità perchè non esistono. Dalla vita potrete avere solo angoscia e sofferenza  e il massimo che potrete fare sarà scappare a nascondervi per evitare le prove più dure.

Le lezioni di vita che mi venivano così brutalmente impartite mi avrebbero poi impedito di creare il mio mondo personale di relazioni e non sarei mai più riuscita ad avvicinarmi alle persone o a desiderare di stabilire un legame senza essere invasa da un'insopportabile angoscia. E per quanto i miei genitori in quel mondo di solitudine e repressione dei sentimenti più vitali avessero trovato un loro modo di cavarsela, a me sarebbe stato totalmente impossibile, dal momento che erano finiti da un pezzo i tempi in cui ci si sposava tra cugini e un lavoro lo si trovava semplicemente imparando a memoria una caterva di libri. Nella realtà in cui mi sarei trovata a vivere io, le loro folli regole di adattamento non avevano più alcuna utilità.

In quel clima di estrema tensione e insicurezza, cercavo di resistere e restare in vita a modo mio. Quando l'angoscia e la paura diventavano insopportabili, andavo a rifugiarmi nelle vecchie case di mio nonno, ormai disabitate e in rovina, e lì me ne stavo da sola per delle ore, esplorando le stanze vuote dove a volte si poteva trovare qualche vecchia pentola ammaccata, pezzi di stoffa, una scopa, un secchio, uno specchio rotto o cose del genere, mentre io speravo di scovare prima o poi dei misteriosi manoscritti o una scatola piena di gioielli. Mi piaceva starmene lì da sola, e almeno potevo essere certa che non ci fosse nessuno che potesse spaventarmi o farmi del male. I fantasmi che si dice possano trovare dimora nelle case abbandonate non mi davano alcuna preoccupazione e quella solitudine volontaria mi metteva al riparo da pericoli ben peggiori. Se pensavo ai fantasmi me li immaginavo molto simili a me: esseri silenziosi e tristi, figure evanescenti e timorose che si nascondevano nell'ombra per cercare riparo da un mondo di persone pazze, imprevedibili e violente. Anche se in quelle esplorazioni stavo via per delle ore, nessuno mi cercava, nessuno in famiglia si accorgeva nemmeno di quei miei lunghi periodi d’assenza, perchè anche loro si erano inventati per proprio conto dei modi per nascondersi ed essere assenti, ed era nostra abitudine consolidata non preoccuparsi mai l’uno dell’altro.

Diventata più grandicella, verso i dodici, tredici anni, cominciai a sperare che i miei genitori divorziassero e a volte fantasticavo che dopo mia madre si risposava e io potevo finalmente avere una famiglia vera e una padre vero. Credevo che tutta l'infelicità che eravamo costretti a patire fosse causata dai modi autoritari e violenti di mio padre e qualsiasi altro uomo sarebbe stato almeno un po' più buono, almeno un po' più gentile, almeno un po' più affettuoso. Non sognavo un padre perfetto e una famiglia perfetta, ma di poter avere se non altro una briciola dell'affetto che tutti gli altri figli avevano dal proprio padre. E non sarebbe stato così difficile trovare un uomo che ne fosse capace.

Molti anni dopo, nei numerosi litigi che ho avuto con mia madre, le ho spesso rimproverato il fatto di essersi rassegnata a subire quella violenza senza reagire e che avrebbe fatto bene a divorziare e a risposarsi.

Lei si ostinava a negare  la realtà  e sosteneva  sempre che non c’era mai stato nessun problema e nessuna violenza, io ero pazza e tutte quelle cose le avevo sognate, me l’ero inventate, non erano mai esistite. Un paio di volte però, non so come accadde, ma capitò che disse : "Ho avuto paura, ho avuto paura che tuo padre potesse uccidermi di botte e allora ho pensato solo a salvarmi la vita."

E riguardo al divorzio disse: "A quei tempi una donna divorziata veniva condannata da tutti, la Chiesa la scomunicava e nessuno la teneva in considerazione. Io non avevo un lavoro, nè istruzione, la proprietà non valeva niente, come avrei fatto a vivere da sola? Quale uomo avrebbe seriamente preso in considerazione una divorziata?"

Anche lei faceva parte a pieno titolo dei Parisi e, come tutti loro, aveva lo stesso carattere chiuso, scostante e impacciato. Farsi sposare da mio padre era stato relativamente facile: lui, da perfetto membro del nostro clan, era un ometto debole e maldestro, e quando lei era ancora una ragazzina, le era bastato fare un pò la smorfiosa e la furbetta per farsi notare e stabilire quel minimo di legame che costituiva già un impegno. E come sappiamo, poi mio padre non ebbe la forza di cavarsi fuori da quell’impiccio.

Ma a quarant’anni, dovendosi comportare da adulta, dovendo cercare un altro marito nel mondo degli adulti, dovendo dimostrare doti e qualità che andavano ben oltre la bellezza, i vezzi e le carinerie … no, quello non faceva per lei, non sarebbe mai stata capace di crescere e comportarsi come una donna adulta.

In fin dei conti non posso biasimare la sua scelta di restare con un uomo che la maltrattava, se quella per lei era l’unica vita possibile, ma in tutto questo non tenne conto di non essere affatto sola e di avere  anche la responsabilità di chi, in quel momento, non poteva difendersi nè scappare, nè tanto meno farsi un’idea di quello che succedeva e perchè succedeva.

 

 

 

"Da bambino mi piaceva nascondermi sotto gli alberi. 

Mi piaceva sparire e riapparire nei varchi di luce lasciati dalla nebbia. A tredici anni sotto uno di quegli alberi inventai e disegnai una storia, poi la dimenticai. Quando è riaffiorata, qualche tempo dopo, pensai di scriverla. 

Credo sia cominciato così il mio gioco a nascondermi, il gioco di un bambino che non sa cosa teme o cosa desidera di più. 

Se restare nascosto o venire scoperto" 

(Sotto falso nome- Roberto Andò)

 

 

 

 

 

Capitolo XV

 

Gli unici periodi nei quali si poteva godere di una tregua in quella guerra infinita era quando in estate si andava a stare nella casa in campagna. In quei mesi mio padre restava in città, con il pretesto di tenere compagnia a mia nonna e di badare alla casa, ma in pratica lo faceva per poter restare un pò da solo e tranquillo. Infatti per lui era molto spiacevole vivere con una donna che non amava e con una famiglia che sentiva come un peso, pertanto il fatto di restare da solo era una magnifica occasione di serenità e sollievo. Veniva da noi all’ora di pranzo, portava i rifornimenti e la frutta raccolta in giardino, dopo mangiato si riposava un paio d’ore e poi tornava in città. In quel periodo riprendeva l’espressione serena e tranquilla che aveva prima della catastrofe, non aveva le preoccupazioni per la scuola, dove di fatto non c’era nessuna attività, e poteva dedicarsi indisturbato alla cura delle piante e del giardino. Gli piaceva guardare la televisione e la sera, col fresco, faceva una passeggiata al corso dove incontrava i suoi conoscenti e si tratteneva con loro a parlare del più e del meno.

Non avere in casa nessuno di quei tremendi litigi era per me una cosa fantastica, una vera liberazione direi. Quando i miei genitori erano lontani l’uno dall’altro non c’erano scontri, non c’erano urla nè violenza, la vita scorreva tranquilla e proprio per questo avevo cominciato a desiderare che divorziassero. Nondimeno mia madre non sembrava affatto sollevata dalla situazione, comunque andassero le cose lei era sempre seccata, infastidita, arrabbiata, e non l’ho mai vista serena o sorridente.

Solo dopo la morte di mio padre sembrò diventare più sicura di sè e interessata alla realtà e alle cose che le erano intorno, eppure c’era qualcosa di strano in quella specie di risveglio perchè aveva in faccia un insolito sorriso, sinistro e inquietante, sembrava quasi un ghigno di vendetta. Aveva finalmente avuto i soldi e il potere ed era soddisfatta di aver preso il comando assoluto della famiglia. Dava l’impressione che essere al potere e imporre la sua volontà fosse l’unica cosa al mondo che potesse interessarle e darle una ragione per vivere.

In quelle estati in campagna era sempre di malumore e continuava a lamentarsi di tutto il da fare che aveva in casa. Infatti non usciva mai nè giocava con me e mio fratello, ma almeno, essendo la casa di soli 50 mq, riusciva finalmente a tenere tutto in ordine e pulito, cosa di per sè grandiosa dato che in città si viveva sempre nel più completo disordine e in una sporcizia inimmaginabile.

Io e mio fratello non avevamo amici, giocavamo tra di noi in giardino oppure ce ne andavamo in giro in bicicletta, costantemente seguiti e sorvegliati da mia madre. La gente del paese ci guardava come se fossimo dei marziani, ma il fatto di essere isolati dagli altri non era un peso per me perchè l’insolita circostanza di essere sereni e tranquilli, di vivere nell’ordine e nella pulizia mi sembrava una cosa talmente bella che non osavo desiderare di più.

Nel giardino c’erano tre grandi alberi d’ulivo, io mi ci arrampicavo e ci restavo su per delle ore, guardando tutto dall’alto in una posizione di dominio. A volte non riuscivo più a scendere e dovevano venire a recuperarmi con una scala di legno, ma il vero problema era di non mettersi sul percorso delle formiche giganti dalla testa rossa perchè se quelle ti pizzicavano erano guai. Con mio fratello ci si  divertiva a staccare le zampe alle cavallette, poi, orribilmente mutilate, le gettavamo al di là del recinto dei vicini, dandole in pasto alle galline del pollaio. Gli altri insetti che riuscivamo a catturare venivano infilzati con degli stecchini, distruggevamo i formicai per vedere le povere formiche che, prese dal panico, correvano qua e là cercando di mettere in salvo le larve, facevamo delle polpette di fango e le lanciavamo sulle case del vicinato per imbrattare i muri. Eravamo delle piccole carogne, ma riuscivamo a goderci la vita pur non avendo altri giocattoli che le nostre biciclette. In quei mesi non sentivamo il peso della nostra povertà nè il disagio del confronto con gli altri bambini.

Avevo dodici anni quando passammo lì la nostra ultima bella estate. A novembre di quell’anno ci fu il terremoto, la casa venne requisita e ci fu restituita solo nel 1986. Mio padre si propose di rimetterla a nuovo, voleva risistemare le finestre, pitturare i muri, ripulire il giardino e disse che nell’estate successiva avremmo potuto riprendere le nostre vacanze in campagna, ma si ammalò di cancro e morì  senza poter fare nulla di quanto aveva progettato. Io e mio fratello eravamo ormai grandi e nessuno di noi aveva più interesse ad andarci, la casa rimase vuota per molto tempo, poi per qualche anno fu data in affitto a una donna un pò stranita che aveva la bizzarra abitudine di rovistare tra i cassonetti della spazzatura per recuperare la roba che la gente buttava via. Quando se ne andò l‘abitazione era talmente ingombra di rottami, immondizia, avanzi, ferrivecchi e trabiccoli vari, che ci volle una settimana intera per sgomberarla. Infine, nell’anno 2004, mia madre, che nel frattempo aveva portato alla rovina tutta l’economia familiare, la vendette per la ridicola somma di 20.000 euro.

 

  

 

Capitolo XVI

Quando fu scoperto l’inganno dell’esproprio e ci fu quella catastrofe che cambiò radicalmente il modo in cui si viveva in famiglia, a mia madre successe qualcosa, qualcosa che al momento non mi fu spiegato e non riuscii a capire ma che avrebbe avuto tante conseguenze nella nostra casa e nella mia vita.

Aveva capito di essere stata raggirata dai suoi genitori, si ritrovò all’improvviso ad essere povera quando fino a poco prima aveva creduto di essere ricca e privilegiata, infine suo marito era diventato nevrotico, violento e le si era rivoltato contro facendole capire di non avere nessun rispetto per lei. La vita era diventata difficile e per la vergogna e la delusione si era sempre più chiusa in sé stessa. Smise di frequentare le sue amiche perché siccome in casa mancavano i soldi non poteva andare dal parrucchiere né comprare bei vestiti e, sentendosi umiliata da quella condizione, iniziò ad uscire solo per la spesa o per le commissioni necessarie. Di conseguenza le uniche persone con cui parlava erano le sue cameriere.

Le cameriere erano tutte donne ignoranti, analfabete, povere ed arretrate, con loro si sentiva perciò in una posizione di netta superiorità, cosa che la rassicurava e la salvaguardava da confronti umilianti. In seguito sarebbero entrati nella sua vita anche gli avvocati a cui ricorreva nei suoi scoppi d’ira contro il mondo, perché si era messa in testa che i vicini e gli inquilini la perseguitavano ed era sempre in causa con qualcuno. Comunque a queste persone di certo non confidava la sua sofferenza che dovette tenere tutta per sé senza poter avere nessun aiuto e peraltro non avrebbe mai avuto il coraggio di confessare né a sè stessa né a ad altra anima viva il disamore dei suoi genitori e il fallimento del suo matrimonio. E poiché è abitudine della famiglia Parisi negare i problemi e mantenere ad ogni costo la facciata di normalità, si adeguò alla situazione facendo finta che andava tutto bene ed era tutto a posto, ma evidentemente non riuscì nel suo proposito perché, quando io avevo circa sette/otto anni, si ammalò di quella che ora potrei definire come una crisi schizofrenica con delirio paranoico ma che all’epoca, minimizzando, fu presentata come un semplice esaurimento nervoso, come si dice nel parlare comune per indicare in modo generico i problemi mentali.

Iniziò ad esibire un comportamento veramente strano e inspiegabile: si aggirava per le stanze camminando avanti e indietro per ore, parlava da sola e ripeteva sempre la frase "Come devo fare? Come devo fare?" A volte si sedeva sul letto e diceva di vedere sulla parete delle luci colorate che si muovevano: lei diceva che erano belle a vedersi, era una specie di magia che le capitava in quanto era una  persona superiore alle altre e io, che non volevo essere da meno, mi ci mettevo accanto e mi sforzavo di vederle ma non ci riuscivo mai. Dopo un po‘ cominciò a raccontare tutti i sogni che faceva, e  sognava sempre suo padre, il famoso don Carlo, morto da qualche anno, che le dava dei messaggi importantissimi, la avvertiva di alcuni eventi che sarebbero accaduti di lì a poco. Diceva che i suoi erano dei sogni premonitori e si vantava di avere dei poteri speciali come quello appunto di predire il futuro. Cominciò a ritenersi una sorta di veggente, una persona straordinaria con il dono di essere in contatto con l’aldilà. Nel frattempo trascurava tutte le faccende di casa, il pranzo non era mai pronto in orario, c’era disordine e sporco dappertutto, io a scuola arrivavo sempre un’ora dopo perchè lei la mattina non riusciva a svegliarsi, e comunque passava la maggior parte della giornata a dormire e quando era sveglia delirava o aveva le allucinazioni.

Ho saputo poi da mio fratello che la situazione era ancora più grave di quanto si potesse immaginare. Lui è un abile manipolatore e sa come farsi dire quello che vuole dalla gente, in tal modo è riuscito a scoprire che in quel periodo minacciava il suicidio e aveva in testa persino il proposito di ucciderci insieme a lei.

Sarebbe stato opportuno ricoverarla, ma c'era la paura dello scandalo, della vergogna e dello stigma sociale che accompagnava la malattia mentale, così tutto venne tenuto nascosto e fu curata in casa. Vidi che il suo comodino si riempì di scatolette di pillole e flaconcini di gocce, dopo alcuni mesi i sintomi più eclatanti furono tenuti a bada, eppure non era del tutto guarita e non è mai stata curata a dovere. Era stata portata da uno psichiatra a cui aveva semplicemente detto di essere affaticata dal gran da fare che le davano i bambini e nessuno ha mai saputo dei gravi problemi che c’erano nella nostra famiglia. In ogni caso, non avrebbe mai potuto ammettere la realtà della sua condizione essendo stata da sempre addestrata a nascondere e a negare l‘evidenza di ogni problema, per evitare ritorsioni e punizioni. L'istituzione della famiglia era sacra per i Parisi: lamentarsi dei propri genitori o del proprio marito equivaleva ad essere indemoniati, qualsiasi problema era tenacemente negato e la realtà veniva coperta dal segreto, un segreto che riguardava ovviamente  sentimenti feroci e inopportuni come la rabbia, il rancore, la delusione, l'odio, la vendetta. Il segreto comportava un prezzo altissimo che tutti noi siamo stati in qualche modo costretti a pagare. Era così che ci si comportava tra noi, da almeno tre generazioni si preferiva rinunciare alla gioia e alla vera vita portando avanti un'esistenza sofferta e rassegnata, piuttosto che correre il rischio di sfidare un  avversario troppo potente. Siamo una stirpe debole e meschina, voliamo basso e ci teniamo aggrappati alle nostre piccole sicurezze, convinti che l'unica cosa importante sia sopravvivere alle nostre stesse paure.

Mia madre continuava dunque ad avere il suo comportamento stravagante, trascurava la casa, era sempre stanca, arrabbiata e scontenta; dopo un pò cominciò a prendersela con la gente, attaccava briga con tutti e metteva in mezzo l’avvocato, che non si faceva certo scrupoli ad imbastire una causa per quelle che evidentemente erano solo delle sue fissazioni. Ma di questo nessuno si preoccupava più, bastava mantenere la facciata col mondo esterno, poi se dentro casa si viveva male non importava nulla, ci si fece l’abitudine e ognuno trovò per quelle disgrazie la spiegazione che gli faceva più comodo.

Io soffrivo tanto per quella trascuratezza, per quel senso di costante precarietà, per il fatto di vivere in una famiglia dove tutto era ridotto al minimo indispensabile e dove il disordine e lo sporco che regnava ovunque era lo specchio del malessere che dominava quelle anime guaste, rotte, stanche, usurate, ma naturalmente qualsiasi protesta o lamentela si spegneva sul nascere e mai avrebbe avuto il diritto di manifestarsi. La rassegnazione ad un fato avverso ci accomunava tutti in un dolore senza parole che era il nostro marchio di fabbrica. Nessuno poteva rinnegare la sua origine e la sua appartenenza.

La cosa peggiore di quella situazione, fu che lei divenne sempre più ostile nei miei confronti, dandomi la colpa di tutti i suoi guai. Non bastava averle disobbedito nascendo femmina quando lei desiderava un maschio, disgraziatamente somigliavo molto a mio padre, l’uomo cioè che la picchiava e che lei ormai odiava, ma siccome a lui non poteva certo ribellarsi nè ammettere con se stessa di aver sposato l’uomo sbagliato, trovava ogni pretesto per scaricare la sua rabbia su di me. Per una sorta di elementare sillogismo aristotelico, se io gli somigliavo fisicamente dovevo di certo essere cattiva come lui, di conseguenza non le andava mai bene quello che facevo e nonostante tutti i miei sforzi di compiacerla o per quanto studiassi tanto, trovava sempre di che lamentarsi. Quando tutto mancava mi accusava di essere brutta, cioè di avere delle caratteristiche a lei sgradite perchè le ricordavano, manco a dirlo, suo marito. A volte si metteva seduta con mio fratello e mia sorella al suo fianco, se li stringeva a sè, se li coccolava, e mi faceva i suoi strani discorsi farneticanti.

"Vedi, noi abbiamo gli occhi e la pelle scura, ci somigliamo, siamo della stessa razza, siamo forti, robusti, con tanti capelli, tu invece hai gli occhi chiari, la pelle chiara, hai pochi capelli e sei debole, gracile, sei come tuo padre e la sua è una brutta razza, una razza malaticcia, debole e inferiore. E‘ strano che sei venuta fuori così, ed è certamente un errore, una degenerazione, una deformità, guarda come sei difettosa, mi sei venuta proprio male, io non so come sia possibile che mi sia nata una figlia con tutti questi difetti dal momento che a me non manca niente, è la razza di tuo padre quella a cui appartieni."

I miei fratelli uscivano da quelle recite deliranti pieni d’orgoglio di sè, perfettamente appagati di sentirsi amati ed accettati dalla propria madre, e con un certo disprezzo nei miei confronti, per nulla celato in quanto ritenuto perfettamente legittimo verso un’appartenente ad una razza inferiore.

Io invece cadevo nello sconforto più totale, mi sembrava di non poter rimediare in alcun modo alla mia inferiorità e cattiveria, e peraltro, se anche potevo sforzarmi di essere più buona ed ubbidiente, di certo non sarei mai riuscita a cambiare il modo in cui ero fatta fisicamente e di cui mia madre dimostrava di non essere contenta. Mi prendeva lo sgomento, mi mettevo davanti allo specchio e mi ripetevo le stesse cose che mi diceva lei:

"Sei brutta perciò non piaci a nessuno, nessuno ti vuole bene, hai pochi capelli e la pelle bianca, sei debole, sei difettosa, non potrai mai piacere a nessuno, sei inutile, non servi a niente, non hai nemmeno il diritto di esistere."

Mi odiavo come mi odiava lei, mi odiavo perchè mi odiava lei. Mi vergognavo da morire di essere brutta ed ero terrorizzata al pensiero che tutti avrebbero notato i miei difetti e mi avrebbero dunque schifato e rifiutato.

Purtroppo proprio in quel periodo iniziai ad andare a scuola e lì venni in effetti rifiutata sia dalle compagne che dalla maestra, cosa che sembrava confermare tutte le mie paure, per quanto in realtà quel rifiuto nasceva da altre cause, alle quali non potevo comunque trovare rimedio.

 

 

 

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Il coraggio di volersi bene 5

 

  

                                 Il coraggio di volersi bene 5

 

Capitolo XI

 

Il miracolo accadde quando avevo due anni.

Mio nonno fece in tempo a vedere la nascita di quell’erede maschio tanto desiderato e poteva finalmente morire in pace. Il suo nome e la sua proprietà avrebbero continuato a vivere dopo di lui, e in questo modo magico e ingenuo credeva di aver sconfitto la morte.

Nei primi anni non mi rendevo conto dell’abissale differenza che c’era tra me e mio fratello, non capivo che lui apparteneva a una stirpe eletta, a una razza superiore, e non potevo immaginare né prevedere quanto odio e quanta discordia ci sarebbe stata in seguito tra noi, a causa della rigida divisione dei ruoli che vigeva nella nostra famiglia.

Io, semplicemente, gli volevo bene, ed ero molto felice di poter finalmente condividere la vita con un essere che era piccolino come me e che sembrava appartenere in tutto e per tutto al mio stesso mondo. Avevamo i nostri giochi meravigliosi, il nostro linguaggio segreto, il nostro modo particolare di intenderci e capirci dal quale i grandi erano esclusi e tutto era diventato magico ed entusiasmante. Se per caso venivamo separati per qualche motivo, io mi mettevo a piangere e a disperarmi come impazzita: ero convinta che senza di lui sarei morta.

Col passare degli anni però le cose cominciarono lentamente a cambiare, e credo che il momento preciso in cui l’incantesimo di quella nostra vita in simbiosi si spezzò fu quando all’età di cinque anni io cominciai ad andare a scuola. Passavo la mattina fuori casa e il pomeriggio avevo l’obbligo di fare i compiti: la vita ci stava mettendo di fronte alla necessità di separarci. Non è facile per nessuno accettare la fine di un legame, vedere svanire un mondo incantato e bellissimo e non lo fu neanche per me. La vita stava diventando difficile, il mio carattere stava cambiando e diventavo sempre più chiusa, triste e silenziosa. Nessun evento felice, nessuna bella novità arrivò a compensare la perdita, eppure dovetti in qualche modo accettare la realtà e rassegnarmi.

D’altre parte era anche fisiologico e necessario che a una certa età si creasse tra noi una distanza e ognuno imparasse ad andare da solo per la sua strada.

Mio fratello tuttavia non riuscì ad accettare la realtà dei fatti e reagì con violenza e rabbia, soprattutto perché non si rese conto dei cambiamenti che c’erano stati nella mia vita, non capiva la necessità della separazione e credeva che io lo rifiutassi volontariamente, per cattiveria gratuita.

Continuava a starmi appiccicato addosso, pretendeva che gli dessi la mia totale attenzione senza capire che ciò non era più possibile e al mio rifiuto di ricambiarlo reagiva con odio e rancore, covando ripicca e propositi di vendetta. Mi faceva scherzi feroci, mi distruggeva i giocattoli, faceva a pezzi i giornaletti di Topolino, a volte, senza alcun motivo e senza alcun preavviso, mi assaliva riempiendomi di botte. Io ne ero molto spaventata e non capivo perché mi ritrovavo con un fratello che un momento prima era tanto buono e un attimo dopo diventava un pazzo furioso. In quegli anni anche mio padre era cambiato, era diventato violento, dispotico ed erano iniziati i litigi con mia madre nei quali spesso e volentieri si veniva alle mani e così mi ritrovavo in una casa in cui i maschi ogni tanto impazzivano e davano botte a destra e a manca senza alcun motivo apparente. Vivevo in un posto pericoloso abitato da persone folli e imprevedibili da cui non si sapeva come difendersi.

Diventò terribilmente invidioso e competitivo nei miei confronti. Se riuscivo a fare bene qualcosa lui cercava ansiosamente di imitarmi e se non riusciva a battermi e superarmi veniva preso dall'ira e si vendicava.


Quando diventai più grande e iniziai ad avere delle amichette che venivano a casa a trovarmi, intendo dire prima che avessi la mia crisi che mi isolò dal resto del mondo, lui regolarmente boicottava i miei tentativi di avere legami con l'esterno. Invece di starsene per i fatti suoi, si inseriva nei discorsi con loro mostrandosi divertente, istrionico, brillante, simpatico, insomma mi rubava la scena e io venivo clamorosamente sconfitta. Non solo, ma raccontava anche tutti i miei difetti, i miei sbagli, le mie paure, mettendomi chiaramente in ridicolo e umiliandomi. Era come se mi dicesse: "Non ci provare nemmeno a cercarti compagnia all'esterno tanto non vali niente, non piaci a nessuno, devi rassegnarti ad avere solo me."

Dopo la morte di mio padre si sentì in pieno diritto di controllare la mia vita in tutto e per tutto, dicendo naturalmente che era per il mio bene ed ebbe il gioco molto facile perchè nel frattempo io avevo cominciato a stare male per i miei problemi personali quindi non ero assolutamente in grado di difendermi dalla sua invadenza.

Ricordo con molta nostalgia quei primi anni in cui ci siamo voluti bene in modo sereno, totale e incondizionato e credo sia stato l’unico periodo in cui ho davvero avuto un fratello.

Ad ogni modo, quando avevo compiuto cinque anni,  molte cose erano cambiate nella mia vita.

In estate non si andava più in vacanza al mare, ma mia madre cominciò a dire che i bambini avevano bisogno di prendere l’aria buona e passavamo un paio di mesi in campagna, in un paesello a circa 7/8 km dalla città. Nei primi due anni andammo in affitto, poi mio padre comprò una casa molto piccola che in compenso aveva però un grande giardino.

In quei primi anni di affitto andavamo a stare in un appartamento di un palazzetto a tre piani. I proprietari abitavano sullo stesso pianerottolo, i miei genitori erano ancora persone socievoli, la nostra famiglia non si era chiusa in se stessa quindi con loro c’era  molta confidenza e si stava parecchio tempo insieme. Dopo cena andavamo a guardare la tv nel loro salotto, e ci si incontrava anche nel pomeriggio a chiacchierare, si passava tranquillamente da un appartamento all’altro e le porte sul pianerottolo erano sempre aperte.

La cosa strana è che quando mio padre comprò la casa in quello stesso paese, sembrava che tutta quell’amicizia fosse improvvisamente finita, non andammo mai a trovarli e quelle persone sembravano essere state cancellate dalla faccia della terra.

Ma negli anni successivi molte cose erano cambiate e i miei genitori a tutto pensavano tranne che a fare vita di società.

Io ero una bambina allegra, vivace, estroversa, non avevo ancora paura della gente, facevo amicizia facilmente, avevo la parlantina sciolta e dicevo liberamente tutto quello che mi passava per la mente senza preoccuparmi affatto del giudizio altrui.

Andavo a giocare nel cortile sotto il palazzo, dove ci si incontrava con i bambini del quartiere, che erano dei campagnoli molto semplici, poveri, senza pretese e senza grilli per la testa. Si giocava con i rami degli alberi, con i sassi, con i gatti e gli altri animali che ci capitavano tra le mani, oppure si faceva acchiapperello o nascondino. Nessuno possedeva l’ombra di un giocattolo e ci si divertiva con la fantasia. Accanto all’ingresso del portone, seduto su una vecchia sedia di paglia, sgangherata e traballante, c’era sempre un vecchietto che ci sorvegliava. Piantava il bastone a terra dinanzi a sè, ci appoggiava le braccia incrociate e ci guardava attraverso le lenti dalla pesante montatura nera, senza dire mai una parola. Lo chiamavano tutti zì Nicola.

Accadde in quel periodo, quando avevo all‘incirca tre o quattro anni, che i proprietari ospitarono in casa un loro nipote, un certo Gerardo, che viveva con i suoi genitori a Roma. Era un ragazzo bruno e poteva avere  quattordici o quindici anni ma per me faceva parte dei grandi, e me ne innamorai subito perdutamente. Ai miei occhi era quasi un dio, l’uomo più bello che fosse nato sulla terra. Non facevo altro che parlare delle sue doti, di quanto fosse alto, di quanto fosse forte, simpatico, intelligente, ripetevo tutte le sue parole a memoria e naturalmente avevo ufficialmente decretato il nostro fidanzamento. Ero sicura che da grande l’avrei sposato e avrei avuto da lui cinque figli; addirittura cominciavo anche a scegliere i nomi dei nostri futuri bambini, ma siccome non conoscevo molti nomi propri di persona, li chiamavo come i personaggi delle favole: Pinocchio, Biancaneve, Cenerentola, Peter Pan…


Tutti si divertivano un mondo a sentire questi discorsi e quando rincasavo dopo essere stata a casa dei proprietari i miei mi chiedevano ridendo e con fare canzonatorio: "E allora, oggi che ti ha detto il tuo fidanzato?"

Quando l’andavo a trovare  gli stavo sempre appiccicata addosso, ero gelosissima, guai se qualcuno ci separava e la cosa più bella era farmi prendere in braccio farmi issare  su in alto finchè riuscivo a toccare il lampadario e lui mi accontentava sempre. Per me era letteralmente come toccare il cielo con un dito.

Io andavo a venivo da quella casa a mio piacimento e senza alcuna sorveglianza, mio padre era quasi sempre nella nostra casa in città, a badare a mia nonna e tutto il resto, mia madre aveva il suo da fare con mio fratello che era piccolissimo e parlava appena e poi ci si fidava pienamente, non c’era nulla da temere.

Un pomeriggio che andai da loro Gerardo era solo in casa.
Ci mettemmo a giocare come al solito e lui mi diede il permesso di fare i salti sul letto, cosa che ovviamente era in teoria vietatissima. Ricordo che mi divertivo come una matta a saltare sul copriletto di ciniglia di colore arancione, quella tonalità di arancio intenso e chiaro tipica degli anni settanta. Ridevo e saltavo.

A questo punto  nei miei ricordi cala il buio. C’è uno spazio di tempo che non sono mai riuscita a riportare in mente e non posso sapere con precisione cosa sia effettivamente successo ma mettendo insieme gli elementi del prima e del dopo, era di certo accaduto qualcosa di insolito, strano e perturbante, che non riuscivo assolutamente a capire.

Nella scena successiva ero tornata a casa, mi tenevo le mani tra le gambe, ero smarrita, non direi spaventata, piuttosto avevo l’impressione che c’era qualcosa che mi era impossibile comprendere. Andai da mia madre a lamentarmi e dicevo : "Mamma, mi brucia, mi brucia."

La sua reazione mi lasciò sbigottita, e aumentò il mio senso di smarrimento. Immediatamente il viso di mia madre prese un’espressione spaventata e al tempo stesso furiosa. Non so spiegarlo bene e non so come facesse a prendere quell’espressione, ma mi appariva grottesca e spaventosa, come un mostro uscito da un incubo che stava per divorami. Mi afferrò per un braccio e letteralmente mi strattonò in camera da letto, perchè lei mi toccava sempre così, con quei suoi modi bruschi e meccanici. Mi mise distesa sul bordo del letto come quando mi lavava, mi fece una specie di visita ginecologica e cominciò a tempestarmi di domande delle quali non capivo assolutamente niente e che mi fecero andare nel panico totale. Ricordo solo che dicevo: "No, no, non è successo niente" perchè avevo l’impressione che mia madre mi stesse rimproverando per qualcosa di sbagliato che probabilmente avevo fatto.

Allora intuii, intuii soltanto ma senza capire pienamente, che i grandi facevano delle cose segrete ed erano cose brutte e cattive e se ammettevo che era successa qualcuna di quelle cose misteriose e segrete voleva dire che io ero colpevole e cattiva. E a un certo punto mia madre, infuriata come non mai, strillando e sbraitando mi disse: "Lo vedi cos’è successo? Tu che gli davi confidenza, tu che ti ci mettevi sempre addosso… vedi che succede a dare confidenza alla gente?"

Io ero totalmente confusa e non sapevo che pensare, l’unica cosa che capivo è che avevo sbagliato e dovevo a tutti i costi rimediare, farmi perdonare, perchè lei mi considerava cattiva e mi odiava e io questo non potevo sopportarlo, volevo a tutti i costi obbedire, essere buona, fare tutto quello che voleva, avrei fatto qualsiasi cosa per essere amata da lei.

Cominciai a perdere la mia vera natura, quella natura allegra e spavalda, quella natura che mi faceva correre incontro al mondo con l’entusiasmo dell‘ esploratore che vuole mettere il suo nome su tutta la terra. Cominciai a diventare umile e sottomessa, paurosa, a tenere gli occhi bassi, a non parlare con nessuno e lo facevo con degli sforzi enormi perchè non era quella la mia vera natura, io non volevo essere in quel modo, ma dovevo esserlo per ubbidire sperando di non avere più tutti quei rimproveri.

Secondo mia madre, nascondendomi, tenendomi alla larga dalle persone senza dare confidenza a nessuno, non avrei corso il rischio che la cosa si ripetesse in futuro ed  quello  il consueto modo di agire dei miei genitori: se c’era un pericolo, una  minaccia, una cosa rischiosa, l’unica protezione era scappare, nascondersi, evitarla. Ed è questo che mi hanno insegnato a fare, con la tragica conseguenza che una vita in cui si scappa da tutto diventa una vita non vissuta.

Infatti diventata poi grande, io non ho mai osato sedurre un uomo, nè cercato di attirare l’attenzione o interessarmi in qualche modo a qualcuno che mi piaceva. Mi sentivo sempre a disagio e sinceramente non so se in quell’episodio abbia fatto più danni ciò che era realmente accaduto o la reazione di mia madre. Se avessi disobbedito ai suoi ordini mi sarei sentita in colpa così come mi ero sentita in colpa quel disgraziato giorno della mia infanzia, ma anche se perdevo le opportunità di guadagnarmi le cose belle che la vita poteva offrirmi, era ben poca cosa di fronte al rischio di provare quello stesso terrore.

Ero dunque una bambina sola e smarrita, non potevo chiedere conforto o consiglio ai miei genitori per la paura di farli infuriare e mi ritrovai un pò alla volta a vivere in un universo strano e incomprensibile, di cui ignoravo le regole e procedevo a casaccio.

  

  

Capitolo XII

Da bambina sentivo molto la mancanza di un’amica, o forse sarebbe meglio dire di una sorella. Quei dieci anni di differenza che mi separavano dalla mia sorella reale erano un abisso incolmabile. Vedendomi crescere come una bambina normale e intelligente lei era piena d’invidia verso di me e io la invidiavo perchè mia madre la adorava, le voleva bene e teneva in grande considerazione tutto ciò che faceva o diceva, mentre a me venivano riservati solo  rimproveri e  umiliazioni. In pratica ci odiavamo talmente l’un l’altra che  potrei persino dire di non esserci mai parlate in tutta la nostra vita per evitare di scannarci a vicenda.

Sentivo dunque il bisogno di avere un’amica ma in quegli anni la nostra famiglia si stava sempre più chiudendo in se stessa e io non avevo occasione di frequentare nessuno.

Nel nostro palazzo c’era solo un’altra famiglia che viveva al piano di sopra: erano persone ricche e facevano una vita molto diversa dalla nostra. In quella casa abitava una bambina della mia età ma aveva già le sue amichette e io venivo snobbata in modo piuttosto evidente, senonchè, quando non aveva niente di meglio da fare e quando le sue amiche erano tutte già impegnate, mi mandava a chiamare dalla cameriera e io avevo il permesso di andare su a giocare con lei. Quando ciò accadeva a me sembrava di entrare letteralmente in paradiso perchè la sua casa era bellissima, pulitissima e piena di giocattoli. Lei mi sembrava assolutamente perfetta e ciò che volevo di più al mondo era conquistare la sua amicizia, senza capire che si trattava di un’impresa disperata perchè c’era davvero troppa distanza tra noi, una distanza che non avrei mai potuto colmare in nessun modo. Mi ero però incaponita nell’impresa e una volta presi l’iniziativa di andare su da lei senza essere stata invitata; un‘idea veramente scellerata dato che quel giorno era già impegnata con le sue amichette vip, quelle ricche, carine, piene di giocattoli e con cui non avrei mai potuto competere. Quando la cameriera venne ad aprire la porta furono tutti molto sopresi di vedermi, e mi mandarono subito via con dei pretesti tanto assurdi quanto umilianti. Fu solo in quel momento che compresi quale era davvero il mio posto e di non avere alcun diritto di chiedere la sua compagnia quando io ne sentivo il bisogno. Tutto ciò che mi era consentito fare era aspettare che lei volesse vedermi senza osare chiedere di più.

Ben presto quelle persone si trasferirono in una bellissima villa in campagna; per un paio d’anni  fui ancora invitata alle loro feste di compleanno, per buona educazione s‘intende, perchè tra persone vip le formalità erano molto importanti, e io sempre per buona educazione dovevo andarci per forza ma per fortuna capitò solo un paio di volte. A quelle feste me ne stavo immobile in un angolo a guardare smarrita e spaventata tutta quella gente elegante, disinvolta, allegra, quella casa enorme arredata favolosamente e capivo di trovarmi in un ambiente lontanissimo dal mio e in cui non sarei mai stata accettata. Sentivo di essere inferiore, di non avere nessuna qualità e  quelle persone non avrebbero mai gradito la mia presenza. Purtroppo, per una sfortunata serie di circostanze, quando iniziai a frequentare la scuola mi ritrovai di nuovo in un ambiente simile e le mie possibilità di inserirmi socialmente continuarono ad essere zero e meno di zero.

 

Ci fu solo un altro tentativo di trovare un’amica e anche questo andò molto male. Mio padre comprò la casa in campagna quando io avevo circa sei anni e da allora passammo sempre le estati al paesello perchè i tempi in cui si andava al mare erano ormai finiti. Nella casa a fianco alla nostra abitava una bambina che suscitò la mia simpatia, ma il caso volle che quando io avevo nove/dieci anni lei ne aveva già quattordici o quindici e quella differenza d’età era davvero un abisso. Io non me ne rendevo conto perchè sembrava molto più piccola per via di una strana malattia genetica che non ho mai compreso appieno, credo che fosse un grave problema del metabolismo e infatti poi seppi che era morta all’età di appena trentacinque anni, eppure era vivace, allegra, dinamica, piena d’entusiasmo per la vita ed era proprio questo che mi attirava tanto. Lei era una persona viva, mentre nella mia famiglia mi trovavo in compagnia di persone talmente tristi e infelici da sembrare già morte, perciò cercavo in ogni modo di rendermi simpatica, di parlarle, di capire cosa potesse interessarle in modo da creare dei punti in comune, ma lei non mostrava nessuna partecipazione e mi sopportava con pazienza e buona educazione, perchè ero una bambina piccola con cui bisognava per forza essere gentili. Un giorno ebbi la strampalata idea di volerla a tutti i costi accompagnare in una passeggiata ma  dopo un pò  incontrò dei conoscenti e andò via con loro piantandomi in asso. Me ne tornai a casa con le pive nel sacco ed ero tristissima, avevo capito ormai che per lei non contavo niente e non mi voleva neanche un pò di bene, senonchè oltre al fatto che già stavo abbastanza male di mio, trovai ad attendermi sulla soglia mia madre che era arrabbiata come non mai e mi assalì con terribili rimproveri.

"Stupida, cretina, lo vedi cosa hai combinato? Lo vedi come ti tratta la gente? Ma cosa ti eri messa in testa? E se ti succedeva qualcosa? Combini solo guai, non ne fai una giusta. Ti ho detto tante volte di non dare confidenza, tu devi stare solo con noi perchè la gente è fetente, pensa sempre a fregarti e infatti lo vedi cosa è successo, ti hanno lasciato da sola in mezzo alla strada, tanto non gli importa niente di te. Non devi mai fidarti degli altri, sono tutti cattivi, devi ubbidire, non devi stare con gli estranei, non devi uscire, lo vuoi capire sì o no?"

Io ero paralizzata dalla paura, vedevo sullo sfondo le facce di mio fratello e mia sorella che ridacchiavano godendosi lo spettacolo del mio fallimento e della mia punizione mentre venivo pubblicamente messa alla gogna e sperimentai quello che credo fu il primo attacco di panico della mia vita. Le urla di mia madre  si confusero fino a diventare uno strano rumore, come il rimbombo di un tornado lontano  che stava avvicinandosi per distruggere ogni cosa. Vedevo le immagini rallentare, il tempo aveva rallentato, la visione della realtà si era rimpicciolita, tutto diventava stranamente piccolo e mi sembrava di vedere le cose intorno a me in lontananza, attraverso un binocolo o un cannocchiale, mentre un immane cataclisma stava abbattendo il mondo intero. I vulcani della terra esplodevano, gli oceani ribollivano, la terra tremava, gli alberi bruciavano in un colossale incendio, il sole si gonfiava fino a scoppiare, il cielo si spaccava in pezzi, tutto era perduto e ridotto in cenere. Quando lei ebbe finito di sfuriarsi ed io ebbi il permesso di muovermi, andai subito a nascondermi nell’angolo più remoto del giardino e lì rimasi per ore, in stato di shock, immobile, con gli occhi sbarrati, e mi sentivo completamente svuotata sia nelle emozioni che nei pensieri, ero persa nel nulla e vagavo nella nebbia.

Diverse ore dopo le cena era pronta, nessuno fece riferimento all’accaduto e sembrava che neanche fosse successo qualcosa. Io mi sentivo molto strana, cambiata in un modo che non saprei descrivere e non riuscivo a tornare quella di prima, ma mi consolai col fatto che almeno gli altri sembravano aver dimenticato tutto.
Non ci furono altri tentativi di farmi degli amici, un po’ perché visti i precedenti c’era ben poco da sperare, ma soprattutto perché non ne ebbi nessuna occasione dal momento che in famiglia non si faceva alcuna vita sociale. L’unico modo di avere contatti con l’esterno a quel punto era la scuola, ma lì mi trovai in un ambiente difficilissimo in cui non avevo nessuna possibilità di inserirmi.

Intanto in famiglia ci furono dei drammatici e importanti cambiamenti che resero la stessa sopravvivenza un fatto estremamente arduo e complicato. Le mie energie vennero perciò assorbite nello sforzo di cavarmela e cercare di restare in vita. Per tutto il resto non avevo né la forza né l’energia, e anche il desiderio di cercare un’amica cominciò a spegnersi.

 

  

Capitolo XIII

 

Il giorno 3 marzo 1972, all’età di 92 anni, morì mio nonno Carlo.

Io avevo appena quattro anni e il nonno me lo ricordo poco. Era magro e rinsecchito, indossava sempre un pigiama di flanella a strisce bianche e azzurre, come la divisa di un carcerato, portava una coppola grigia in testa, aveva la bocca sdentata con le guance vuote e scavate, gli occhiali spessi come fondi di bottiglia. Si muoveva da una stanza all'altra strascicando i piedi nelle pantofole e appoggiandosi ad un bastone di legno scuro. Faceva un rumore riconoscibilissimo anche da lontano, quando il bastone toccava terra e i piedi strusciavano sul pavimento. Non diceva mai una parola, si metteva su una sedia e se ne stava lì in silenzio a guardare. Gobbo, chino su se stesso, con il peso di una vita sul groppone, guardava la culla di mio fratello, il magnifico erede maschio, e se lo covava con gli occhi, mentre io me ne stavo lì vicino, sperando che prima o poi guardasse anche me. Mi sforzavo di entrare nell’inquadratura come quando si cerca di farsi una fotografia insieme a un personaggio famoso, ma per lui restavo invisibile e non mi degnava mai di uno sguardo. E allora mi chiedevo: "Ma cos’avrà di tanto speciale questo qua, che dopotutto non sa nè parlare nè camminare?"

L'inverno del '72 era stato molto freddo, da noi aveva persino nevicato, cosa piuttosto insolita per la nostra zona. Me la ricordo bene quella neve, probabilmente la prima della mia vita.


Il nonno prese l'influenza e subito dopo la polmonite. Ho ancora in mente l’immagine della bombola d'ossigeno appoggiata al muro del corridoio e a me sembrava un enorme missile di metallo, una specie di razzo che da un momento all’altro si sarebbe acceso per schizzare velocissimo nel cielo e andare sulla luna.


Un giorno mi mandarono dai vicini, dove rimasi sola, sorvegliata dalla cameriera. Mentre attraversavo il pianerottolo feci in tempo a vedere due uomini che salivano le scale portando su una bara, anche se io non avevo mai visto niente del genere e ovviamente non capii cosa fosse. Quel pomeriggio di marzo pioveva ma le giornate erano già più chiare e luminose e si capiva che la stagione stava cambiando. Affacciandomi alla finestra vidi un gruppo di persone con l'ombrello, in attesa sul marciapiede di fronte. Chiesi alla cameriera chi fossero e lei disse: "Quelle sono persone a cui è morto qualcuno." O qualcosa del genere.


Eppure che cosa significasse morire non me lo spiegò nessuno.


Mi accorsi però che quando tornai a casa il nonno non c'era più. Non lo vedevo  aggirarsi per le stanze col suo pigiama di flanella e non sentivo il suo passo strascicato. Per qualche misterioso motivo era sparito. E rimasi senza alcuna spiegazione. Era successa una cosa strana per la quale certe persone scompaiono e non si sa perchè nè tanto meno dove vanno a finire, ma tutto sommato la circostanza non mi fece poi molta impressione dato che a me il nonno non mi guardava mai e io non gli volevo bene.

 

Mia madre e mio padre avevano aspettato quell’evento da almeno vent’anni. Avevano sopportato tante cose spiacevoli e finalmente liberi, liberi sopratutto di mettere le mani sulla favolosa eredità di don Carlo Parisi.

La proprietà versava a quel tempo in uno stato di profondo degrado, erano rimasti pochi inquilini, molte case erano crollate con i bombardamenti del '43, altre erano ormai inabitabili, perchè erano state costruite in modo raffazzonato e con materiali scadenti e non erano mai state riparate o ricostruite. Già di per sè questo era un fatto strano, ma mio padre avrà pensato che forse il nonno era vecchio e stanco e aveva lasciato tutto in rovina per non avere impicci.

Lui invece aveva ben altri progetti, voleva mettersi in affari e fare soldi, e fu proprio in quella circostanza, quando dopo uno o due anni cominciò a pensare di vendere e ristrutturare, che scoprì l’inghippo. L’inghippo era che quella proprietà non valeva niente, era stata costruita in una zona di interesse storico e sin dall’anno 1938, il Comune della mia città aveva progettato un esproprio. Che fino allora non si era verificato, ma che poteva sempre accadere, forse dopo cinque o venti o cinquant‘anni, chi poteva saperlo, però nel mentre non si poteva nè vendere nè ristrutturare e in pratica quella favolosa fortuna era tutto un bleff.

Quando il nonno  aveva costretto mia madre a restare a vivere con lui minacciando di diseredarla, aveva mentito sapendo di mentire.

I documenti che ho rinvenuto in questi ultimi anni parlano chiaro: lui sapeva tutto e i miei genitori hanno saputo poco dopo la sua morte.

L’inganno non era certo da poco.

Mio padre si era sentito costretto a sposare mia madre per via di quelle circostanze a cui non era stato capace di opporsi, ma si era consolato col pensiero che, dopotutto, il suo sacrificio sarebbe stato ripagato da una grande ricchezza. Mia madre, che si era sposata pensando di ribellarsi e di poter scappare via, si era dovuta adeguare al volere del marito, immaginando che in fondo la convivenza con i genitori sarebbe durata poco. Invece aveva dovuto sopportarli per vent’anni per ritrovarsi infine con in mano solo un pugno di mosche. Il suo sacrificio era stato del tutto inutile. Entrambi erano quindi stati gabbati, e alla grande direi.

Come aveva potuto mio nonno fare una cosa del genere a sua figlia?

Come la maggior parte dei Parisi, anche lui era stato una persona incapace d’amare, per tutta la vita non aveva avuto  nient’altro in mente se non il suo diritto a comandare e ad esercitare il potere su ciò che gli apparteneva. Sua figlia era come le sue case, un semplice oggetto di sua proprietà per tradizione culturale, religiosa e persino secondo le vigenti leggi dell‘epoca. Sposandosi era diventata di proprietà del marito, sempre per diritto legale, culturale e religioso, ma siccome mio nonno non era il tipo da rassegnarsi facilmente a perdere il potere sulle sue proprietà, aveva escogitato il ricatto dell’eredità ben sapendo che suo genero non avrebbe facilmente rinunciato a quelle ricchezze e avrebbe costretto la moglie a restare a casa dei genitori.

Et voilà signori, il gioco è fatto.

E‘ esattamente così che funzionano le cose nella famiglia Parisi. Ricatti, menzogne, giochi di potere, avidità, attaccamento ai beni materiali …

D’altra parte cosa ci si può aspettare da persone senza un briciolo di dignità? Si fanno comprare per quattro soldi, chinano la testa sottomessi di fronte a chi ha il potere, sono pronti a tradire tutto e tutti per rispondere "sì padrone" a chi gli sventola una banconota sotto il naso. Il denaro per loro è un richiamo irresistibile, e se ne vedono un pò sistemato nel fondo di una trappola ci cascano subito dentro.

Naturalmente mia madre si è poi ben guardata dal rivelarmi tutte queste cose: volendosi vendicare del torto subìto ha fatto a me lo stesso scherzetto, convincendomi a mettermi al suo servizio e a seguirla nei suoi affari ben sapendo che quella proprietà non aveva alcun valore, e io ho finito col cascarci, esattamente come era successo a lei. Anche se invero mi ero lasciata convincere per altri motivi che non avevano niente a che vedere con tutto questo.

Ho saputo come stavano realmente le cose solo un paio d’anni fa, per via di alcune circostanze del tutto casuali, e finalmente ho potuto collegare gli eventi e capire cos’era stata quella terribile catastrofe che finì per distruggere la mia famiglia qualche anno dopo la morte di mio nonno. I conti cominciavano a tornare.

La catastrofe consisteva dunque nel fatto che per mio padre erano svaniti tutti i sogni di gloria e ricchezza e si ritrovava perciò con tre figli da mantenere unicamente con il suo stipendio di insegnante. Gli venne la paura insostenibile di finire come suo padre, di fare fallimento, di non riuscire a tirare a campare, eppure aveva giurato a se stesso che questo non sarebbe mai accaduto, che lui non sarebbe mai più stato povero e doveva trovare a tutti i costi una soluzione.

Ne trovò addirittura due e la prima si chiamava risparmio.

In casa nostra si verificò l’assurdo paradosso che per non diventare poveri si viveva effettivamente come tali. Niente gite, né vacanze, né vestiti, né regali, né festeggiamenti, né dolci, né cioccolata, né cinema, né divertimenti. Non si festeggiavano mai i compleanni e io i giocattoli potevo riceverli solo nel giorno della befana. Ben presto cominciarono a mancare tante cose, anche quelle più necessarie. Se c’era bisogno di una visita medica succedeva una tragedia, dal dentista non ci si andava mai, o meglio, solo quando un dente faceva talmente male che era da togliere, l’apparecchio per i denti era considerato un lusso da ricchi e perciò la mia malocclusione passò completamente ignorata tanto che poi a ventuno anni mi andò in blocco la mandibola. In inverno il riscaldamento veniva acceso solo per un’ora al giorno e la nostra era una vecchia casa degli anni venti col soffitto alto quattro metri, e ci faceva così freddo che di notte non riuscivo neanche a dormire e avevo sempre i geloni sulle dita. Se qualcosa si rompeva non veniva mai riparata, se a una finestra si fracassava un vetro ci si incollava su un pezzo di plastica trasparente, nel bagno e nella cucina si erano staccate molte mattonelle ma non furono mai sostituite. Era diventata cosa consueta la convivenza con topi e scarafaggi che entravano a loro piacimento dalle finestre sgangherate e dalle crepe nell’intonaco. L’unico rimedio erano le tavolette con la colla e le trappole a gabbia. Era proibito accendere lo scaldabagno per lavarsi con l’acqua calda. Il solo che si concedeva questo privilegio era mio padre, che, da buon cittadino della media borghesia, ogni domenica mattina si faceva il bagno, ma dopotutto ne aveva il diritto perché era lui che lavorava per pagare le bollette. Noi altri mettevamo a scaldare l’acqua sui fornelli in un grande pentolone e ci si lavava un pezzo alla volta, come si poteva. Se si usciva da una stanza lasciando la luce accesa c’erano violente scenate, e non si poteva chiedere niente, ma proprio niente oltre quel poco che il nostro padrone ci concedeva.

Per giustificare tutto ciò in famiglia era stata elaborata una particolare filosofia di vita in base alla quale le cose che le altre persone avevano normalmente nella loro esistenza, erano dei lussi, dei vizi, delle fanaticherie. La vita seria ed onesta era fatta di sacrificio, la felicità, la gioia, i divertimenti erano cose inique e proibite, si era colpevoli anche solo a pensarci e a desiderarle. Si parlava con disprezzo e riprovazione degli sprechi che la gente faceva andando al ristorante o comprando dei regali, e ci veniva detto che quelle erano persone stupide, viziate, disoneste e scellerate. In pratica non solo eravamo costretti ad una vita di stenti, ma ci veniva anche proibito sognare e desiderare qualcosa di meglio, perché era un’azione altamente riprovevole persino cercare di fare per conto proprio qualcosa che potesse portare ad una vita migliore.

Quel modo di comportarsi e di pensare veniva giustificato da una specie di delirio religioso che legittimava in modo razionalmente accettabile i sacrifici che ci venivano imposti. Ci dicevano che la vita terrena era fatta di rinunce e che la sofferenza era l’unico modo per potersi meritare il paradiso. Chi si concedeva i piaceri dell’esistenza era destinato alla dannazione eterna e mia madre in particolare, si faceva persino vanto della vita di stenti che conduceva. Spesso diceva con orgoglio: "Io andrò sicuramente in paradiso, con tutto quello che devo sopportare sarò di certo premiata da Dio."

Erano anni che aveva dovuto rinunciare al parrucchiere, ai vestiti eleganti, alle passeggiate con le amiche, ai viaggi, e l’illusione del paradiso era l’unico modo che aveva per consolarsi e dare un senso a tutte quelle cose che non c’era modo di spiegare.

A meno che…

A meno che qualcuno non avesse trovato il coraggio di ammettere la verità, vale a dire che tutto quel sistema di sacrifici e rinunce non era affatto necessario e non aveva alcuna spiegazione religiosa, ma era solo l’espressione dell’angoscia di mio padre e del suo modo di tenere a bada le paure e i fantasmi del passato. E siccome era il capo incontrastato della casa e noi tutti dovevamo eseguire i suoi ordini senza discutere, fummo costretti a vivere e a condividere con lui quel suo piccolo inferno privato che si portava dentro.

Molti anni dopo la sua morte nella nostra famiglia vigeva ancora la legge dell’omertà, in virtù di non so quale devozione o timore verso quello che era stato il nostro tiranno. Mia madre, che era subentrata al comando, mi accusava di essere pazza e di inventarmi tutto per cattiveria, se solo osavo ricordare le inutili privazioni a cui eravamo stati costretti. Credo che lo facesse per tradizione di famiglia, oltre al fatto di non poter ammettere che molte cose erano andate storte e lei non era stata capace o non aveva voluto intervenire, come sarebbe stato suo dovere.

Quando poi ho cercato di raccontare a degli estranei le condizioni in cui si viveva in famiglia, mi sono scontrata con un muro d'incredulità.

Tutte quelle assurde privazioni sembravano impossibili in una famiglia di cui si conosceva pubblicamente l’apparente ricchezza e benessere economico, e continuavo a scontrarmi con l’irreprensibile immagine di mio padre, notoriamente conosciuto da tutti come un uomo buono, estremamente gentile e disponibile. Persino gli psicologi non mi davano credito e pensavano che fossi ipersensibile, viziata o che avessi deliberatamente inventato tutto, pertanto a un certo punto mi arresi e dovetti cancellare un'intera parte della mia vita dal momento che mi era impossibile parlarne.

Devo però ammettere che il sistema di risparmio ideato da mio padre aveva davvero funzionato, tant’è che alla sua morte aveva messo da parte sul suo conto in banca ben 40 milioni di lire e nell’anno 1987 erano davvero una bella cifra. Il lato paradossale della faccenda è che mia madre ci mise appena due anni a dilapidarli completamente, perché se l’uno aveva l'ossessione di risparmiare fino all’osso, l’altra aveva il vizio di spendere alla leggera per qualsiasi capriccio le saltasse in testa.

*

Il coraggio di volersi bene 4

 

 

 

 

                                  Il coraggio di volersi bene 4

 

 

Capitolo VIII

 

Mio padre decise di dimenticare tutta quella faccenda dell’amore e dei sentimenti, e dal momento che in quel campo aveva sempre fallito e non aveva mai potuto sperimentare la serenità, il senso di sicurezza e il piacere di sentirsi ricambiato, conveniva considerare la cosa completamente inutile, avendo peraltro constatato che nella vita si poteva  vivere benissimo senza quelle cose, anzi, per certi versi si stava anche meglio senza tante complicazioni. Sua moglie non era la donna che amava, ma questo non aveva nessuna importanza dal momento che era giovane, bella e ricca. Aveva una casa di proprietà in cui poteva vivere senza pagare l’affitto e poi, essendo figlia unica, un giorno avrebbe ereditato la favolosa proprietà di don Carlo Parisi, e, come sapevano tutti in città, non era certo cosa da poco. Per un pò di tempo avrebbe dovuto sopportare i suoceri e non era esattamente una bella cosa vivere sotto il loro controllo, ma in fondo, data la loro età già avanzata, si poteva supporre che quella situazione non sarebbe durata a lungo, e il gioco valeva sicuramente la candela.

Mia madre invece fu subito delusa da come si presentò la situazione: lei si era sposata appositamente per ribellarsi e scappare via dai suoi genitori e il fatto di ritrovarsi a dover vivere ancora con loro aveva annullato il suo tentativo. Suo marito in effetti, con quello che guadagnava, avrebbe potuto benissimo prendere una casa in affitto o comprarla a rate, ma i miei nonni erano furbi e obbligarono la figlia a restare con loro col ricatto. Dicevano che se fosse andata via di casa, l’avrebbero diseredata e nel testamento avrebbero lasciato tutto al convento delle suore, cioè quello in cui stavano tre delle sorelle di mio nonno. Così mio padre la convinse ad acconsentire alla richiesta, lui a quella proprietà ci teneva troppo, e in fondo si trattava solo di aspettare un po', poi sarebbero diventati davvero ricchi, e sarebbe stato da stupidi rinunciare a tutto quel ben di Dio.

In fondo, nonostante l’ingombrante presenza dei suoceri che controllavano, comandavano e criticavano continuamente tutto, i primi tempi non furono così terribili, anche perchè per dieci anni non nacquero figli. Mio padre faceva il suo tranquillo lavoro di routine, si godeva il suo successo e l’ammirazione della gente, mia madre non doveva fare niente del tutto, aveva la cameriera, andava dal parrucchiere, leggeva riviste di moda, aveva delle amiche con cui chiacchierare, andava a passeggio e il peggiore dei suoi problemi poteva essere dover scegliere quale vestito le stesse meglio.

Come testimoniato dalle fotografie del periodo, d’estate si andava al mare in albergo, si viaggiava, si visitavano le città d’arte, c’erano feste, serate, incontri con amici e parenti.

In quegli anni mio padre si era dimenticato della povertà sofferta in giovinezza, non si faceva problemi a spendere e si godeva la vita, anche perchè si sentiva in una botte di ferro: di lì a poco avrebbe messo le mani su una favolosa fortuna e non c’era nulla di cui preoccuparsi.

Certo, quello non era stato un matrimonio d’amore, e gli sposi non erano persone capaci di capirsi, comprendersi e aiutarsi, ma finchè c’erano i soldi e si viveva bene tutto veniva appianato. La vita era facile e bella: se c’era  benessere, tranquillità economica e divertimenti si poteva restare al livello minimo e superficiale dell’esistenza, quindi non c’erano neanche problemi da risolvere. Tuttavia dieci anni senza figli erano decisamente troppi e la cosa cominciava a diventare un problema, sia perchè mia madre era in debito verso suo padre e doveva consegnargli l’erede maschio, sia perchè poteva nascere nella gente il sospetto della sterilità, che a quei tempi per una donna era sinonimo d‘invalidità, menomazione, vergogna.

Dal momento che i suoi ormoni erano tutti sballati, si sottopose a delle cure e alla fine nacque mia sorella Luisa e se fosse stato un maschio, un maschio forte e capace, quel maschio che ci si aspettata che fosse, nella mia famiglia non ci sarebbe mai stato alcun problema. I miei genitori erano ancora abbastanza giovani, i soldi non mancavano, e, benchè entrambi non avessero praticamente nessuno dei fondamentali requisiti per tirar su un figlio, alla fine il denaro risolve ogni problema. Ma per disgrazia Luisa, che portava il nome della nonna materna, era una femmina, e per di più, come si vide negli anni a seguire, mentalmente ritardata e perciò fu necessario fare altri figli. E altri figli significavano altre spese, altre preoccupazioni e difficoltà che quella coppia di genitori così scombinati, male assortiti e immaturi, non avrebbe potuto fronteggiare. Da lì venne fuori quella terribile crisi di cui mi sono ritrovata a fare le spese, anche se ci furono in aggiunta, diversi e  imprevedibili motivi.

Sin dai primi anni di vita mia sorella si dimostrò dunque una bambina strana: era goffa, impacciata, sembrava non riuscire a imparare un minimo d’educazione, mangiava ingozzandosi con avidità, si insudiciava, strillava sempre e si comportava in modo incivile e animalesco. Quando iniziò ad andare a scuola fu evidente il fatto che avesse un’intelligenza estremamente bassa. Ogni anno veniva  rimandata e aveva continuamente bisogno di andare a lezione privata. In compenso era totalmente ubbidiente e sottomessa ai suoi genitori, ha sempre agito secondo i loro comandi e non ha mai osato contrastarli, dimostrando, almeno in questo, un’abile strategia di sopravvivenza. Aveva compreso benissimo di non poter vivere senza il loro appoggio e doveva a tutti i costi conquistarsi la loro benevolenza. Tutto ciò fece di lei la figlia perfetta, secondo quello che i miei genitori si aspettavano che fosse un figlio perfetto: un burattino che non ha pensieri e desideri propri e che ubbidisce sempre e comunque agli ordini.

Per certi aspetti è stata la figlia più fortunata: ha vissuto i primi 10/15 anni della sua vita in quello che era ancora il periodo d’oro, quando c’era ancora benessere e serenità, divertimenti e abbondanza.

Infatti non ha mai sofferto di depressione, ha un carattere allegro e socievole, parla disinvoltamente con la gente, non conosce né paura né vergogna. Non ha mai attraversato i periodi bui che abbiamo avuto io e mio fratello, non l’ho mai vista apatica e scoraggiata, né passare le sue giornate buttata su un letto priva di interesse verso la vita.

Stranamente mio padre non si vergognava affatto di lei, e benchè ci tenesse tanto alla sua immagine pubblica, non le ha mai rimproverato niente e non le ha mai chiesto niente che lei non potesse fare. Se diceva una fesseria, lui ci rideva sopra ed sempre pronto a scherzare trovando la cosa divertente. Con me e mio fratello invece era severissimo, noi non potevamo permetterci di dire scemenze, dovevamo sempre fare discorsi intelligenti, con noi non si scherzava, ogni parola doveva essere attentamente soppesata e guai ad usare un termine improprio, un verbo sbagliato, un’espressione volgare. Non ci era consentito nulla che fosse al di sotto della perfezione. Spesso mi è stato rimproverato il mio modo di parlare troppo ricercato, troppo forbito, e io stessa mi rendo conto che parlare come un libro stampato finisce col creare una barriera con le persone, non si riesce ad entrare in confidenza e dò l’impressione di chi vuole darsi delle arie di superiorità. Ma non riesco a correggermi, mio malgrado quel condizionamento è diventato inattaccabile, e prima di scegliere una qualsiasi parola sto lì a pensarci almeno una decina di volte, perché a me non era concesso essere spontanea ed esprimermi liberamente e avevo il sacrosanto terrore di far arrabbiare mio padre per il minimo sbaglio.

Sono stata educata con metodi assolutamente anacronistici, del tutto fuori dal tempo in cui mi trovavo a vivere. Nella mia famiglia non era ammesso il normale scorrere degli eventi, che comporta inevitabilmente dei cambiamenti. Mio padre pretendeva di educare i suoi figli esattamente come lui stesso era stato educato. Aveva il terrore di ammettere che il mondo intorno cambiava, che la vita cambiava e che le cose in cui credeva e in cui si riconosceva ormai non esistevano più, e se avesse dovuto ammetterlo avrebbe di conseguenza dovuto confrontarsi col fatto che stava invecchiando e che in un tempo non molto lontano sarebbe morto. Tutti quelli della famiglia Parisi avevano un sacrosanto terrore della morte e non riuscivano ad accettare l’idea di dover lasciare il mondo e scomparire nella polvere. Come suo zio e suocero Don Carlo Parisi, inseguiva anche lui il suo piccolo sogno di immortalità. Don Carlo credeva che le sue case sarebbero durate per sempre e il suo nipote maschio, che portava il suo stesso nome, aveva il dovere di occuparsene proprio come aveva fatto lui e di comportarsi e agire esattamente come lui. Mio padre aveva fatto delle buone maniere e del parlare ricercato la sua ossessione, pretendeva che noi figli continuassimo ad agire come lui e a comportarci come lui e non poteva riconoscere che il mondo nel frattempo era cambiato e che per noi sarebbe stato impossibile vivere come suoi cloni. 

Mia sorella invece, proprio in virtù del fatto che era scema, fu esonerata dal compito di diventare un replicante dei suoi genitori, a nessuno infatti piace identificarsi in un ritardato e non si nutrivano per lei aspettative esagerate né le si chiedeva la perfezione. Ha potuto vivere la sua vita esprimendo liberamente se stessa senza l'obbligo di interpretare qualcuno, e senza dover obbedire ad un’educazione oppressiva. Anzi, si può quasi dire che non ha ricevuto affatto un’educazione in quanto ogni sua scorrettezza, lacuna o errore, veniva giustificata dalla frase: “beh, ma quella, poverina, è fatta così e non si può pretendere troppo.”

Disponendo quindi di un eccezionale grado di libertà e vivendo in assenza di preoccupazioni o conflitti interiori, ha avuto un’esistenza pressochè serena e felice. Anche se, per quanto possa sembrare strano, un piccolo momento di crisi ce l’ha avuto persino lei.

 

Capitolo IX

 

Con molta buona volontà, molte lezioni private, e tante raccomandazioni su cui mio padre poteva certamente contare, mia sorella Luisa prese infine il suo bel diplomino alla scuola magistrale. Nel giro di qualche anno lui riuscì a trovarle un impiego in un ufficio pubblico così non ha mai avuto il problema di trovarsi un lavoro, cosa del resto di cui non sarebbe mai stata capace se avesse dovuto farlo da sola. Ebbe tuttavia la fortuna di avere un padre che si preoccupava del suo futuro e che si sentiva in dovere di adoperarsi affinchè potesse avere un'indipendenza economica e un sostentamento adeguato. D'altra parte si dava per scontato che in certe questioni fosse il capo della casa a decidere e ad agire per i suoi figli: a lei, come a tutti noi, toccava il dovere di obbedire e di accettare le decisioni di chi comandava. E in quanto ad obbedienza mia sorella è sempre stata bravissima, bastava dirle fai questo e fai quello e lo faceva subito senza discutere  e senza chiedere spiegazioni.

Naturalmente in quell’impiego che le era piovuto dal cielo come per incanto, era assolutamente incompetente ed inutile: tutto ciò che faceva era presentarsi a una certa ora in un certo posto e, tutt’al più, preparare il caffè per gli altri impiegati, o portare delle carte da una stanza all’altra, perciò per la maggior parte del tempo se ne stava seduta su una sedia a guardare la finestra. Dopo la morte di mio padre, quando vennero meno gli appoggi dovuti alle sue conoscenze, qualcuno iniziò a protestare e diverse volte è stata sul punto di essere licenziata, ma allora interveniva prontamente mia madre che, benchè non avesse tutti gli agganci di suo marito, in compenso aveva soldi in abbondanza, e bastava elargire qualche milione a destra e a manca e tutto tornava a posto.

Nonostante tutto, Luisa era felice e soddisfatta della sua esistenza, le bastava l'affetto dei suoi genitori, del resto del mondo non le importava nulla e sembrava non accorgersene nemmeno. Non usciva mai, non aveva amici, viveva in famiglia come aveva sempre fatto da quando era bambina, guardava la televisione, mangiava fino a schiattare ed era contenta così.

Quando iniziò ad andare al lavoro si trovò però costretta a confrontarsi con le vite degli altri, voglio dire le normali vite degli altri, e fu proprio allora che cominciò a sentire il peso della sua diversità. Le persone con cui condivideva almeno cinque ore delle sue giornate avevano una vita molto più ricca e piena di situazioni e avvenimenti che per lei era impossibile sperimentare. Molte ragazze coetanee che erano impiegate in quell'ufficio cominciarono a sposarsi e ad avere dei figli, e nei loro discorsi riportavano con noncuranza le cronache della loro vita di madri e mogli, facendole così il racconto dettagliato di un'esistenza da cui lei era per sempre tagliata fuori. Naturalmente non poteva che sentirsi turbata e soffrirne profondamente rendendosi conto che per lei sarebbe stato del tutto impossibile sperimentare quelle piccole e banali gioie quotidiane della vita normale.

Nella sua ingenuità parlò apertamente della sua sofferenza, sperando di ricevere un conforto che sarebbe stato invece del tutto impossibile.

Diceva di sentirsi scontenta, triste, sfortunata, che il suo lavoro non serviva a niente, che si sentiva sola, che la sua vita era inutile, dal momento che non si sarebbe mai sposata e non avrebbe mai avuto dei figli. A sentire quei discorsi  mio padre per tutta risposta, ebbe una reazione estremamente violenta, aggressiva e feroce.

“Figlia ingrata e scostumata! Come ti permetti di lamentarti? Non ti rendi conto quanto sei fortunata ad avere un lavoro al giorno d’oggi? E io che ho fatto tanti sacrifici per te, è così che mi ripaghi? Ma che sono queste sciocchezze? Non hai proprio niente di che lamentarti, c’è tanta gente che vorrebbe avere quello che hai tu, dovresti solo ringraziare iddio e stare zitta.”

Non si era resa conto di aver fatto una cosa inammissibile e assolutamente proibita: aveva osato manifestare la sofferenza dell’anima, la mancanza d’affetto, quel senso di solitudine che nessun lavoro o sicurezza economica avrebbe mai potuto colmare.

Anima? Affetto? Solitudine?

Da noi certe parole non si potevano pronunciare neanche per sbaglio, erano state completamente cancellate dal vocabolario familiare.

In casa nostra i sentimenti non avevano alcun valore, anzi, erano disprezzati e ritenuti inutili, cose stupide e senza senso, da non tenere affatto in considerazione.

I miei genitori avevano stabilito per se stessi una regola di vita in base alla quale tutto doveva essere fatto in modo automatico, freddo, meccanico, senza farsi coinvolgere in alcun modo a livello emotivo, e pretendevano ovviamente che anche i loro figli si adeguassero a quello stile di vita.

Noi dovevamo essere dei burattini o dei robot senza volontà, senza pensieri e senza sentimenti. Dovevamo obbedire e seguire le regole, oltre a ciò non ci veniva concesso niente.

Soltanto nominare l’esistenza dei sentimenti provocava reazioni di rabbia e scatenava rimproveri e punizioni, figuriamoci se qualcuno osava dire di avere un cruccio, un tormento, un dispiacere, un’angoscia dell’anima.

Da molto tempo essi stessi avevano rinunciato all'amore, alla felicità, ai legami d'affetto e noi avremmo dovuto seguire la stessa strada, pretendere di fare diversamente era semplicemente un'eresia.

Di conseguenza ogni volta che mia sorella apriva bocca per intavolare l’argomento, veniva attaccata e sgridata con estrema severità.

Era precisamente questo che mio padre riteneva intollerabile: che gli si ricordasse la sua stessa miseria interiore, la sua stessa sofferenza, il suo mondo vuoto e squallido nel quale si era rinchiuso e costretto a vivere. Non voleva che qualcuno gli facesse notare le sbarre della gabbia in cui si era rintanato, non poteva ammettere che uno dei suoi figli avesse quello stesso desiderio di fuggire che lui aveva avuto tanto tempo prima, e soprattutto non sarebbe mai riuscito a sopportare che noi avessimo quello che lui, con tutti i suoi sforzi e i suoi sacrifici, non aveva potuto ottenere.

Dopo qualche mese, ormai spaventatissima per i continui rimproveri, mia sorella rinunciò del tutto a parlare e si rassegnò al silenzio.

La rassegnazione era la regola principale della nostra famiglia e lei, che era sempre stata la figlia buona e obbediente per antonomasia, decise di obbedire ancora una volta perché voleva continuare ad avere almeno l'affetto e l'amore di suo padre, dal momento che non sarebbe mai stata in grado di avere nient'altro.

Eppure l'anima umana, per quanto sconfitta e rassegnata, non accetta mai di essere annullata e ridotta al silenzio come se non fosse mai nemmeno esistita.

Senza apparente motivo, lei che aveva sempre avuto una salute di ferro, si ammalò.

Tutto il suo apparato gastrointestinale andò in tilt e non riusciva a funzionare bene. C'era qualcosa che proprio non si poteva digerire.

Aveva dolori continui, non poteva più mangiare niente e fu piuttosto impressionante vederla dimagrire fino a diventare esile ed emaciata, lei che era stata sempre grassa e rubiconda. La cosa peggiorò a tal punto che dovette ricoverarsi in ospedale, ma dalle visite ed accertamenti non risultò nessuna malattia organica, dopo una settimana le diedero dei tranquillanti e la rimandarono a casa.

Ammalarsi era stato il solo modo di esprimere la sua sofferenza perché da noi l’unica sofferenza che poteva essere ammessa e tollerata era quella fisica, riguardo tutto il resto, bisognava solo tacere nel modo più assoluto. La malattia fisica dava la possibilità di gridare il proprio dolore in modo da lasciare intatti quegli equilibri così precari che tenevano in piedi la nostra famiglia. La febbre, il mal di gola, il mal di pancia, il mal di denti, sono solo eventi accidentali e sfortunati, dei quali nessuno ha colpa, che non hanno nessun significato e si risolvono con un intervento meccanico che lascia le cose esattamente come stavano prima. Una pillola, una siringa, un dentista che fa un'otturazione e tutto torna a posto.

Tuttavia il problema restava, mia sorella doveva in qualche modo trovare una soluzione e così escogitò la faccenda dei gatti. Si prese dei gatti da compagnia con i quali riuscì a superare il dispiacere di essere esclusa per sempre dalla vita normale, ma, come spesso accade in questi casi, un po' alla volta si cominciò ad esagerare, i gatti diventarono troppi e venivano trattati in modo ossessivo e morboso.

I ruderi delle case costruite dal nonno, che oramai erano state quasi del tutto abbandonate dagli inquilini, e ai quali si poteva facilmente accedere dal nostro giardino, furono trasformate in un immenso gattile. Gli animali venivano chiusi in quelle stanze che a malapena si reggevano in piedi e non potevano mai uscire, per il loro bene naturalmente, affinché fossero al sicuro, al riparo e non corressero pericoli di sorta. Mia sorella se ne prendeva cura, per così dire, esercitando in qualche modo una sorta di tirannia e assoluto controllo su di essi. In un certo senso, negandogli il diritto di essere liberi, e costringendoli a vivere in quei pochi metri quadrati, si vendicava della sua inferiorità e di essere condannata a vivere sempre e solo con i suoi genitori ai quali doveva obbedienza assoluta. Si era creata un suo piccolo regno privato nel quale era finalmente lei quella che stava al comando e tutti dovevano obbedire ai suoi ordini.

I gatti chiusi nelle stanze erano una pantomima, una rappresentazione teatrale, una messa in scena della prigionia della sua vita, e, probabilmente, anche della condizione di dispotismo e tirannia della nostra intera famiglia.

Ci sono cose che non si possono tacere, sofferenze che trovano sempre il modo di far sentire la loro voce, sebbene in modo contorto e drammatico.

In tutto ciò ci furono ben presto delle conseguenze piuttosto allarmanti: buona parte del suo stipendio veniva riservato alle spese per gli animali e lei, tutta presa dalla sua ossessione per i gatti, aveva anche modificato il suo carattere in senso negativo, diventando sempre più trasandata, rabbiosa ed egoista. Eppure nessuno si preoccupava di quello che succedeva, i miei genitori erano semplicemente sollevati dal fatto che si fosse finalmente zittita e non protestava più. Se poi aveva trovato una soluzione che per altri aspetti la danneggiava, poco importava. Mia madre, in particolare, giustificava tutto dicendo: "Beh, ma quella poverina, è tanto sfortunata e avrà pure il diritto di prendersi qualche soddisfazione." L’ossessione in cui era scivolata non costituiva affatto un problema, se permetteva alla famiglia di continuare a vivere secondo le regole prestabilite.

In tutto quel contesto io, che all’epoca dei fatti avevo tredici /quattordici anni, capii che casomai avessi avuto qualche problema personale, non avrei dovuto parlarne  per nessuna ragione al mondo. Non solo non avrei avuto alcun aiuto, ma sarei anche stata rimproverata e punita, pertanto, qualunque cosa fossa successa, sarei rimasta sola con me stessa e avrei dovuto tenere ben nascoste le mie ferite.

La paura di farmi male e di aver bisogno degli altri, quegli altri che vedendomi ferita mi avrebbero colpevolizzato e attaccato, diventò così forte da portarmi a rinunciare del tutto a vivere.

  

Capitolo X

 

Mio nonno Carlo aveva ottantotto anni al momento della mia nascita, e per questo motivo, già prima di venire al mondo, ero stata investita della responsabilità di diventare l’erede maschio di quella favolosa proprietà tanto faticosamente costruita, e non dovevo in nessun caso fallire perché vista la sua età non ci sarebbe stato tempo per rimediare all'errore.

Invece mi permisi il capriccio di nascere femmina, dimostrando subito la mia natura ribelle.

I miei genitori erano talmente sicuri che sarei stata un maschio, da non aver nemmeno pensato a un nome femminile come alternativa a quello di mio nonno, io dovevo essere Carlo Parisi oppure non ero nessuno. Tra lo smarrimento generale mi fu dato un nome a casaccio, che non rispettava affatto la tradizione familiare e divenni subito un'estranea.

A mio padre crollò il mondo addosso: la nascita di una femmina significava senza ombra di dubbio che sarebbe stato necessario fare un terzo figlio.

Mia madre mi ha sempre accusato di essere la rovina della famiglia, di avere la colpa di ogni disgrazia, e in un certo senso aveva ragione, perché fu esattamente la mia nascita, e un altro evento che sarebbe accaduto di lì a poco, a scatenare in mio padre la paura del fallimento e della povertà, con tutta una serie di catastrofiche conseguenze. Le sue accuse verso di me erano in realtà una forma di  delirio, da quando il suo matrimonio era andato in pezzi i suoi pensieri erano sempre confusi e incoerenti, ma in ogni delirio c’è un briciolo di verità, e spesso la pazzia è il solo modo di mascherare le nostre parti terribilmente deboli o terribilmente spietate.

Io ero la figlia in più, quella nata per sbaglio, un’intrusa, una clandestina intrufolatasi di nascosto, e non avevo alcun diritto di esistere in quella famiglia.

Mio padre non volle vedermi per tre giorni, e se fosse stato per lui mi avrebbe messo in un orfanatrofio, ma siccome una cosa del genere non la si poteva certo giustificare agli occhi della gente, si rassegnò infine a riconoscermi come sua figlia. La mia nascita non era stata dunque un evento portatore di gioia, quanto piuttosto una disgrazia, una delusione, un guaio irrimediabile, a meno che non succedesse qualcosa che annullasse quel disgraziato errore e riportasse tutto alla situazione di prima.

Ovvero, loro con una sola figlia e ancora in attesa del maschio, e io nel mio tranquillo, pacifico, silenzioso nulla in cui il mondo e tutti i suoi abitanti non esistevano neanche a sforzarsi di immaginarseli col pensiero.

Però non tutto era perduto. I bambini, si sa, nei primi mesi di vita sono molto delicati, e da un momento all’altro, possono prendersi una malattia, o può venir fuori un incurabile problema congenito, insomma, a ben guardare c'era ancora qualche ragionevole speranza che la situazione potesse risolversi in qualche modo.

Io da parte mia, siccome mi ero accorta che quelle strane creature giganti con cui mi ero improvvisamente ritrovata a vivere erano molto arrabbiate e non mi volevano tenere, cercai di realizzare i loro desideri e di andarmene da lì nel solo modo che mi era possibile. Così all’età di sei mesi mi presi la gastroenterite, e quell’essere gigantesco che risultava essere mio padre ne fu subito tutto contento. Per senso del dovere fu chiamato il medico di famiglia, il quale disse la cosa più assurda che un medico possa dire: "Non è niente, tenetela a digiuno per qualche giorno e datele solo del thè."

Passai i due giorni successivi a strillare e a dimenarmi finché caddi in uno stato comatoso, mi addormentai e non piangevo più, non mi muovevo, non reagivo. Quel giorno mio padre era particolarmente felice e si mise ai fornelli perché al mercato aveva trovato dei broccoli freschissimi. Voleva cucinare il suo piatto preferito: pasta e broccoli appunto. Di me disse semplicemente: "Lasciamo fare alla natura, se la bambina è forte guarirà da sola, se è debole, la natura sa cosa fare."

Mia madre però gli mise la pulce nell’orecchio: "E se questa muore chi se la prende la responsabilità? Che dirà la gente?"

Lui rimase un po’ a pensarci su, come sbigottito da quell’affermazione, poi mi portò di corsa dal pediatra. Al diavolo i broccoli, la sua reputazione e il suo buon nome erano molto più importanti. Mi fecero un’iniezione di antibiotico, mi misero la flebo e il pediatra disse che se ne uscivo viva sarebbe stato solo per miracolo.

Mia nonna mi raccontava sempre tutte le scelleratezze compiute dai miei genitori negli anni in cui io non riuscivo ancora a ricordare. Quando chiedevo conferma a mia madre, lei negava tutto e diceva: "Ma no, figurati se è mai possibile, quella è una vecchia pazza, dice tante bugie  perché è cattiva."

Nonostante queste infauste premesse i miei primi quattro/cinque anni di vita non furono affatto terribili. Non era ancora accaduta la catastrofe, si viveva abbastanza agiatamente, c’erano ancora feste, regali, viaggi. La nostra famiglia passò l’ultima estate al mare, in albergo: mio padre ci portò in auto fino a K, un viaggio piuttosto lungo che negli anni seguenti sarebbe apparso impensabile. Lì si mangiava sempre al ristorante, si andava a spasso tra vivaci bancarelle piene di souvenir colorati, io facevo il bagno in mare dentro una specie di canotto a forma di papera e il mio papà mi stava accanto e lo sorreggeva mentre sobbalzava sulle onde. Aveva uno sguardo sereno, era sorridente e gentile, si prendeva cura di me, mi parlava. A volte gli chiedevo di raccontarmi delle favole ma lui non ne conosceva, le uniche storie che conosceva erano quelle dei miti greci che avevano una trama talmente contorta e complicata che non ci capivo mai niente ma mi piaceva che lui stesse a farmi compagnia e parlasse con me. Rispondeva a tutte le mie domande, mi spiegava il mondo e come funzionavano le cose. Io capivo sempre tutto e ne ero molto contenta. Mi disse che la terra è rotonda come un pallone, che gira intorno al sole che è una stella grande grande e luminosa, ma gira anche su se stessa e quando è notte c’è buio perché il sole sta dall’altra parte. Mi spiegava il vento, la pioggia, le stagioni, io facevo domande in continuazione e lui mi rispondeva sempre. Al contrario, mia madre non mi parlava mai e mi trattava sempre in modo brusco, freddo e scostante. Sembrava molto seccata di doversi occupare di me e quando mi lavava o mi vestiva era costantemente nervosa, contrariata, infastidita, e cercava di sbrigare la faccenda nel minor tempo possibile. Non mi ha mai degnato di un abbraccio o una carezza, non mi era concesso nemmeno un sorriso e per me aveva solo rimproveri e occhiatacce di disapprovazione. Soffrivo molto di essere esclusa e tenuta a distanza e l’unica spiegazione che riuscii a darmi fu che forse mi trattava in quel modo perché ero piccola e stupida, non capivo niente delle cose dei grandi, perciò mi misi in testa di crescere più in fretta che potevo, imparare tante cose, diventare intelligente e conoscere tutto. Quando iniziai la scuola mi buttai subito nello studio per ottenere i migliori risultati possibili.

 

Tuttavia la cosa non venne affatto apprezzata, lei continuava ad ignorarmi e quando riportavo i quaderni con su scritte le lodi della maestra, girava la testa dall’altra parte disgustata. Continuava a non parlarmi e non mi avrebbe mai parlato, per tutta la durata della vita. Non capivo che studiando tanto non facevo che aumentare la sua ostilità verso di me. Per obbedire agli ordini di suo padre che le aveva proibito l'istruzione non aveva mai letto un libro, non aveva interesse per la cultura e dopo la mia nascita aveva frequentato solo le cameriere analfabete che venivano a lavorare in casa. Si indispettiva e mi si rivoltava contro stizzita  nel rendersi conto che avevo osato superarla, perché non avevo alcun diritto di superare quei limiti che aveva dovuto accettare. Anche i tentativi che facevo di aiutarla e di essere sempre obbediente e disponibile venivano costantemente rifiutati. A causa mia aveva perso l'occasione di farsi perdonare e amare da suo padre e mi odiava ferocemente per questo. E' vero che due anni più tardi nacque mio fratello, ma era tardi ormai, il nonno morì poco dopo e di quel perdono, seppure venne concesso, lei non aveva potuto beneficiare quanto desiderava. La condanna nei miei confronti era irrevocabile, il dolore che le avevo dato era imperdonabile e l'unico modo di conviverci era trasformarlo in odio. La nostra è una famiglia di bambini rimasti fermi agli stadi primordiali dell'esistenza, non c'è mai stato nessun adulto capace di rielaborare la sofferenza e le comuni avversità della vita in sentimenti costruttivi e compassionevoli, i Parisi sono rimasti incatenati a impulsi feroci spietati e primitivi, che non vogliono sentire ragioni e non ammettono i diritti dell'altro.

 

Era impossibile per me capire quanto mi accadeva intorno e mi trovavo perciò in uno stato di disperata confusione, nondimeno, finché c’era mio padre che si interessava a me, riuscivo a compensare parzialmente quella mancanza d'affetto ed ero una bambina allegra, chiacchierona, vivace, persino spavalda e prepotente. Non avevo paura di niente e volevo fare tutto, quando diventai grande invece persi tutta la mia baldanza e mi ritrovai ad avere paura di tutto e a non voler fare niente.

 

 

 

 

 

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 3

 

 

                                   Il coraggio di volersi bene 3

 

Capitolo V

 

Mio nonno Carlo aveva sedici anni quando suo padre morì, lasciandogli la responsabilità di dover provvedere a tutta la numerosa famiglia perché era il primogenito maschio, ma aveva già la lasciato le scuole dopo la terza elementare e aveva cominciato a lavorare come garzone o apprendista. A quei tempi nelle famiglie povere la spensierata giovinezza finiva già a dieci anni, bisognava imparare un mestiere, gli uomini si sposavano a vent'anni e le donne tra i sedici e i venti. La vita era precaria, si poteva morire in qualsiasi momento per una banale malattia e bisogna sbrigarsi a viverla pienamente nel minor tempo possibile prima che capitasse qualche accidente.


Aveva fatto il muratore, uno di quei mestieri che si impara facilmente con la pratica e, avendo appreso un pò alla volta come si costruivano le case gli venne l'idea che fece poi la sua fortuna. Come primo figlio maschio, secondo le leggi dell'epoca, aveva ereditato tutto il patrimonio di famiglia che consisteva in un pezzo di terra abbastanza grande, appena fuori le mura della città, terra incolta, in periferia e che apparentemente non valeva niente, ma lui a un certo punto pensò: " E se ci costruissi delle case per affittarle?"


Cominciò a mettere su qualche casetta, poco più che una baracca ma agli inizi del novecento la gente era povera, si accontentava di avere appena un tetto sulla testa, e, stipata in un paio di stanze ci stava anche una famiglia di dieci persone. Con quello che ricavava dall'affitto di una casa ne costruiva un'altra, poi un'altra e poi un'altra fino a quando ebbe sfruttato anche l'ultimo centimetro quadrato. Procedeva in questo modo: con la sua esperienza da muratore tirava su un paio di stanze, le affittava, e con il ricavato aggiungeva un’altra stanza in modo tale che anno dopo anno arrivò a realizzare un piccolo quartiere. Dopo che le case erano già state edificate, chiamava il suo geometra di fiducia e si faceva empiricamente disegnare il progetto da presentare al Comune per l‘approvazione. In quegli anni nell‘agire in questo modo non c’era nulla di strano e facevano tutti così.

Le case erano fatte con materiali scadenti, le stanze erano sbilenche, il pavimento tutto sconnesso e spesso non aveva neanche le mattonelle, il bagno era in comune tra due o tre famiglie e naturalmente aveva solo la tazza e il lavandino.

Questa era una piccola città, l’Italia era un paese povero e la maggior parte della gente viveva in quel modo. Infine, agli inizi degli anni venti, quando cioè aveva quarant‘anni, costruì la casa padronale che tenne per sè e che aveva ben cinque stanze belle grandi, dal soffitto alto quattro metri, più cucina e bagno privato fornito di vasca da bagno. Completava l'opera un grande giardino interno, di circa trecento metri quadri, dotato persino di pollaio e vasca con i pesci rossi. Non gli mancava niente ormai, si era sistemato, e tutto questo era avvenuto nell'arco di vent'anni, tanto che all'inizio degli anni venti mio nonno era ormai un ricco possidente che poteva ritirarsi a vita privata e vivere di rendita.

Tuttavia, per sua disgrazia, essendo diventato ricco, si ritrovò a dover fronteggiare un fastidioso problema: gli odiati fratelli.

I suoi fratelli infatti non avevano avuto altrettanta fortuna e andavano di continuo a chiedergli soldi, per non parlare delle sorelle zitelle che gli si piazzarono letteralmente in casa chiedendo di essere mantenute e aiutate. Erano dunque litigi quotidiani, si mangiava pane e veleno, condito da una buona dose di gelosia e invidia, in pratica un vero inferno. Sì, perchè  il nostro eroico Carlo ( che nel frattempo aveva preso l'appellativo di "don") in fondo era un uomo solo, non aveva una sua famiglia e non aveva pertanto alibi o argomentazioni sufficienti  per rifiutare l'aiuto che gli veniva richiesto.


Don Carlo all'età di quarant'anni non si era sposato, una cosa piuttosto strana per quell‘epoca, ma lui aveva sempre e solo pensato al lavoro, alle case, alla proprietà, non aveva avuto il tempo per cercarsi una donna e con il carattere chiuso e scontroso dei Parisi gli riusciva difficile stare in compagnia. Allora cominciò a pensare seriamente al problema, anche perchè di lì a poco sarebbe iniziata la vecchiaia, e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse nell’amministrazione della proprietà. Senza contare il fatto che doveva per forza avere un figlio a cui lasciare i suoi beni, perchè quando sarebbe morto nelle mani di chi sarebbero finite le sue tanto amate case? Di quei farabutti, fannulloni, sfaccendati e falliti dei suoi fratelli? Non sia mai, non doveva succedere nella maniera più assoluta.

Doveva a tutti i costi avere un figlio maschio che ne diventasse l'erede, e dato che un figlio non lo si può fare impastandolo con l‘argilla e alitandoci sopra, aveva bisogno di una donna che glielo generasse.

Nonostante tutte le difficoltà del caso, nonostante la sua antipatia per il genere umano e il considerare le donne come degli esseri inferiori e perfettamente inutili, doveva necessariamente, assolutamente, sposarsi, perchè suo malgrado dovette ammettere che c'era almeno un motivo per il quale una donna era l'indispensabile compagna di un uomo: la capacità di procreare.

Capitò un giorno che mio nonno si recò a Leonia per sistemare certi affari. Lì prese il tram, di quelli che c'erano all'inizio del '900 e che nella mia piccola città erano del tutto sconosciuti, e notò una ragazza in compagnia della madre che viaggiava sullo stesso mezzo. Quando le due donne scesero alla loro fermata, scese anche lui, le seguì e le vide entrare nel portone di un palazzo. Chiese notizie al portiere per sapere se la ragazza era nubile e se fosse una persona seria. Il portiere rispose che sì, era nubile ed in quanto a serietà, "brava ragazza, buona famiglia".
Qualche tempo dopo mio nonno si presentò a casa sua dichiarando ai genitori di volerla sposare e portarla a vivere con lui nella sua città. Disse press'a poco:

"Sono don Carlo Parisi, sono benestante, vivo di rendita, ho delle proprietà, delle case, e vostra figlia con me starà come una regina."


I genitori furono convinti dal discorso, sembrava davvero un buon partito, quindi andarono a chiamare mia nonna Luisa che era nell'altra stanza, intenta in certi lavori di ricamo e lei si presentò tenendo ancora in mano ago, filo, e la stoffa su cui lavorava. Mio nonno disse:

"Sono don Carlo Parisi, ho preso informazioni su di voi, so che siete una brava ragazza e vi voglio sposare."

E mia nonna, con un certo atteggiamento lievemente sprezzante, distogliendo lo sguardo e dimostrandosi più interessata al ricamo che a lui, rispose:

"Ah sì? Avete preso informazioni su di me? Ebbene, ora io prenderò informazioni su di voi."


Quando si sposarono era l'anno 1922.

 

 

 

Capitolo VI

 

Mia nonna Luisa era nata a Leonia nel 1891 ed aveva dieci anni in meno di mio nonno.

La sua famiglia viveva originariamente in Sicilia, ma suo padre, che aveva un impiego pubblico, era stato trasferito nella penisola. Erano persone  benestanti, non avevano nè case nè terreni ma vivevano agiatamente. Mia nonna era più istruita, di mio nonno, da quel che mi raccontava aveva di certo finito le scuole elementari, e apparteneva a un ambiente superiore, dal punto di vista intellettuale e sociale, se non altro perchè la sua città era molto grande e progredita, quella di mio nonno invece era poco più che un paesello, e perciò molto arretrata da ogni punto di vista.


Aveva trent'anni quando sposò mio nonno, cioè un'età molto avanzata per l'epoca e anche questa è una di quelle stranezze di famiglia mai del tutto chiarite, vista la sua istruzione, la sua posizione sociale e il suo aspetto comunque gradevole.


L'unica spiegazione possibile, o meglio, l'unica ipotesi che ho potuto fare, riguarda una storia vaga e misteriosa, detta e non detta, una specie di leggenda secondo cui in passato lei aveva avuto un corteggiatore, corteggiatore che poi era stato respinto non si sa per quale motivo, cioè non so se era stata mia nonna a rifiutarlo o se erano stati i suoi genitori a proibire quell'unione. Fatto che sta che il ragazzo iniziò a minacciare il suicidio se la sua richiesta non fosse stata accolta. Diceva sempre: mi butto dal balcone, mi butto dal balcone. Probabilmente nessuno lo prendeva sul serio, erano solo parole e non ne avrebbe avuto il coraggio, invece successe che un giorno da quel balcone ci si buttò davvero.

E morì.

Ora, se tutto ciò è realmente avvenuto, è molto probabile che mia nonna ne sia rimasta profondamente segnata, e forse dopo il fattaccio nessuno aveva più voluto avvicinarla, ma mio nonno veniva da un'altra città e queste cose non le sapeva e, se pure le aveva sapute, non gli interessavano. Lui aveva fretta di sposarsi con una brava donna che gli desse un erede maschio, il resto non gli importava, non lo riguardava e non alcun peso nella sua decisione. Erano tempi in cui ci si sposava per mettere su famiglia, perchè era questo che si doveva fare, era questo che facevano tutti, e nel valutare una donna si teneva conto solo della sua serietà e della capacità di mettere al mondo figli. L'amore, l'attrazione, la passione, o altre considerazioni sentimentali o emotive, erano velleità da romanzi o lussi destinati alle classi superiori e tutto ciò era più che mai vero per qualcuno che faceva parte dei Parisi.


Subito dopo il matrimonio, che fu celebrato nella di lei città natale, mia nonna prese il treno ed arrivò a Zenobia.

Appena arrivata alla stazione, ebbe la precisa e inequivocabile sensazione che le cose non sarebbero affatto andate come se l'era immaginate. Mi raccontava sempre dell'angoscia che l'assalì quando  fece in carrozzella quei pochi chilometri che ci volevano per arrivare a casa. Rimase colpita dal fatto che la città fosse piccola piccola, senza palazzi di rilievo, solo con qualche casetta bassa, e soprattutto le sembrò tanto triste e desolata, con poca gente in giro, persone povere e malvestite, straccioni, bambini senza scarpe, stradine strette e buie. Credo che ancora non ci fosse una vera e propria illuminazione stradale, l'elettricità stentava a diffondersi, mentre lei invece veniva da una città moderna, luminosa, piena di bella gente ben vestita, elegante, che andava a passeggio per fare sfoggio di sè e godersi la vita. C'erano automobili, tram, teatri, caffetterie, negozi pieni di ogni novità, giardini ben curati, strade grandi e trafficate. Mia nonna sentì una stretta al cuore, non si aspettava tanto squallore e capì che le favolose proprietà di don Carlo non avrebbero potuto compensare il prezzo che si accingeva a pagare. Per di più in casa l'aspettava una pessima accoglienza. Mio nonno aveva ancora con sè qualche fratello o sorella a suo carico che videro in quell'estranea una nemica, qualcuno che veniva a rubargli il posto, a togliergli il pane di bocca e in effetti così fu perchè lui oltre che per la faccenda dell'erede, si era sposato anche per questo, cioè per poter cacciare di casa i parenti che gli si erano messi a carico.

 
In quella casa si ritrovò sola, circondata dall'odio, dall'invidia, dalla gelosia, senza avere un minimo conforto umano, con un marito che, tutto preso dalla cura dei suoi affari non le prestava la minima attenzione. Per lui il bene supremo, il valore massimo della vita erano le sue case, quelle case  che rappresentavano ormai la sua identità. Nella sua mente e nel suo cuore non c'era posto per nient'altro e non era sicuramente capace d'amare sua moglie nè di interessarsi di lei e poi, dopotutto, che bisogno c'era? Era stato fin troppo generoso: l'aveva salvata dalla zitellaggine, la manteneva, la faceva vivere in una bella casa dove aveva anche la cameriera...non c‘era alcun motivo di lamentarsi o di chiedere di più.

Deve aver sofferto molto per quell'indifferenza, quella mancanza di calore umano e di comprensione di cui aveva tanto bisogno. Forse proprio per questo motivo iniziò a sviluppare il suo proverbiale carattere isterico. Strillava, urlava, sbatteva i piedi a terra, si vendicava, odiava tutto e tutti... ecco si diceva di lei che era cattiva, ma io credo piuttosto che soffriva per non essere stata amata, perchè nessuno le prestava attenzione e perchè di fatto era stata usata come una macchina da riproduzione. In fondo suo marito l‘aveva sposata apposta per quello, per generare l'erede maschio e bisognava darsi da fare, e alla svelta.

E‘ probabile che la prima gravidanza ci fu un anno dopo il matrimonio e il parto che ne seguì fu un terribile e tragico evento. Mia nonna partorì in casa, come si faceva a quei tempi, assistita solo da una levatrice, neanche molto competente a quanto pare, perchè dopo molte ore di travaglio il bambino non veniva fuori, la situazione non si risolveva, e si decise infine di far venire i suoi genitori da Leonia, cosa nè facile nè immediata perchè all'epoca non c'erano mica i cellulari per comunicare, e l'unico mezzo di trasporto possibile era il treno. Ad ogni modo riuscirono a raggiungere la figlia portandosi dietro un medico come si deve che, vista la gravità della situazione, disse senza mezzi termini: "Non posso salvarli entrambi, bisogna scegliere se salvare la madre o il figlio."


Mio nonno, che non era certo un uomo di polso, e che le decisioni evidentemente non sapeva prenderle, disse piagnucolando: "Tutti e due!"

Senonchè la mia bisnonna intervenne con fermezza nel discorso: "Dottore, non date retta, salvate lei. In quanto al figlio, non preoccupatevi, ne farà altri."

Così tirarono fuori il bambino nell'unico modo possibile, cioè facendo a pezzi la testa, e per un  crudele scherzo del destino, si trattava proprio di un maschio.


Il nonno non si riprese mai dallo shock. Anche la nonna, che mi raccontava sempre l'episodio, terminava il racconto piangendo e diceva: ed era un maschio, com'era bello, com'era grosso!


C'è una macabra leggenda secondo cui don Carlo, non rassegnandosi alla morte del figlio, ne prese il corpicino decapitato e lo mise in un barattolo di vetro, sotto alcool, credendo che impedendone putrefazione, il bambino potesse in qualche modo misterioso restare in vita. Il barattolo fu poi nascosto nella cripta della cappella di famiglia, al cimitero.


A me una cosa del genere sembrava impossibile, ma qualche anno fa mio fratello mi ha detto di essere sceso nella cripta e di aver davvero trovato il macabro reperto: un grosso barattolo di vetro con dentro, in perfetto stato di conservazione, un neonato decapitato.

I tentativi di avere l'erede continuarono negli anni seguenti e mia nonna subì in tutto dieci gravidanze il cui risultato erano sempre parti prematuri e bambini nati morti. E subire è proprio il termine giusto perchè da quel primo disgraziato incidente riportò parecchi danni fisici, e mi raccontava sempre della paura e delle sofferenze nelle successive gravidanze  nonchè di tutta una serie di disturbi che le rimasero per tutta la vita. Incurante delle altrui tribolazioni, mio nonno non si rassegnava e la obbligava a riprovarci ancora fin quando evidentemente lei non rimase più incinta, anche perché, a conti fatti, ormai si trovava alla soglia dei cinquant‘anni.

Ciò nonostante, in quella carneficina generale ci fu qualcuno che riuscì a nascere vivo e a sopravvivere, altrimenti io non sarei qui a raccontare questa storia.

Disgraziatamente quell'unico sopravvissuto era una femmina.

Essere nata femmina, e quindi colpevole di aver usurpato il trono del legittimo erede, determinò tutto il destino di mia madre e, di conseguenza, anche il mio.

I suoi genitori non poterono mai perdonarle il fatto di essere rimasta in vita, dal momento che non avrebbe potuto assolvere i compiti che erano stati previsti per lei.

A dirla tutta mio nonno era un vero misogino, cosa peraltro molto comune nella società maschilista ottocentesca. Le donne erano considerate stupide e inferiori agli uomini, incapaci di fare altro se non badare alla casa e fare figli, e questo modo di pensare era assolutamente normale per l‘epoca. La nascita di una femmina era una disgrazia perchè  quando si faceva grande bisognava darsi da fare per farla sposare e fornirla di una dote e se ciò malauguratamente non avveniva, diventava semplicemente un peso a carico degli altri familiari. Credo però che l’odio di mio nonno verso le donne, tanto radicale e assoluto, dipendeva anche da suoi motivi personali, dei quali ovviamente non potrò mai sapere nulla.

Di conseguenza mia madre veniva di continuo umiliata e rimproverata da quel padre che la riteneva inutile e aveva deciso che sarebbe stata un'erede indegna delle sue  proprietà prevedendone la sua assoluta incapacità di gestirle. Il punto più alto di queste umiliazioni fu quando le impedì di continuare gli studi alla scuola magistrale. Diceva sempre: "Ma che studi a fare? Tanto sei stupida e poi non ti serve a niente perchè una donna deve stare in casa."

Non volle più comprarle i libri nè il grembiule che era obbligatorio, lei veniva  di continuo ammonita  per non essere in regola, e finì che a scuola proprio non potè più andarci, e fu un grosso smacco rispetto alle sue compagne che arrivarono almeno fino al diploma. Quando lasciò le  compagne in quel modo così umiliante giurò di vendicarsi: "Un giorno vi farò vedere chi sono, la mia posizione sociale sarà migliore della vostra che ora restate lì a  studiare."

Il suo desiderio di rivalsa la fece agire in seguito in modo del tutto sconsiderato, portandola a commettere errori madornali, come sposare, ad appena diciassette anni, il primo uomo che aveva conosciuto. La cosa sorprendente di tutta la faccenda fu che, nel momento in cui suo padre le ripeteva che sarebbe stata incapace di amministrare il patrimonio, stava creando quella che si dice " una profezia autoavverantesi". Molti anni dopo la sua morte e dopo la morte di mio padre, quando lei prese a tutti gli effetti la gestione del patrimonio, finì col dimostrarsi per davvero incapace di amministrarlo. Prese decisioni palesemente inappropriate, dilapidò con leggerezza le risorse più produttive e portò alla rovina tutto ciò che suo padre aveva faticosamente creato.

Come spiegare questa singolare coincidenza? Il nonno aveva forse avuto una premonizione sul futuro? Diceva quelle cose perchè in qualche modo già sapeva ciò che sarebbe successo? Oppure mia madre, sentendosi sempre dire che era incapace si è convinta di esserlo e poi si è inconsciamente comportata come tale? Si dice che quando il genitore parla del figlio ne costruisce il futuro. Ciò che si crede possibile finisce  col realizzarsi davvero.

Mi azzardo però a fare l‘ipotesi che forse nel distruggere il patrimonio paterno lei sapeva benissimo quello che faceva e lo faceva apposta, seppure seguendo un piano d’azione totalmente inconscio. Dentro di sè deve aver pensato che distruggere tutto quello che suo padre amava di più fosse una sorta di vendetta, una punizione per tutto l'amore  negato e da lei pienamente meritato in quanto sua figlia. Lui invece, del tutto ignaro dei bisogni affettivi degli esseri umani, aveva riservato le sue attenzioni a ben altro, a degli oggetti inanimati cioè, a delle case fatte di mattoni e cemento che non avevano certo bisogno d'affetto mentre lei invece sì.


Distruggere quelle case, svenderle per pagare debiti fatti a sproposito, lasciarle crollare senza ripararle, farsele consapevolmente rubare di mano da speculatori senza scrupoli, è stata solo una grandiosa, colossale, fantastica vendetta. Come uccidere l'amante di un uomo a cui hai dato tutto il tuo cuore senza che lui ti degnasse mai di uno sguardo.

Purtroppo quella sua meravigliosa vendetta ha fatto altre vittime che in quella storia non c'entravano per niente.

 

 

 

Capitolo VII

 

Nonostante la freddezza e il biasimo che le riservava suo padre, mia madre diceva sempre: "Il nonno era buono, la nonna era cattiva."

Quando parlava di suo padre lo descriveva sempre come un eroe, quello che aveva fatto  enormi sacrifici per costruire quelle case che poi tanto generosamente ci aveva lasciato in eredità e costituivano la nostra grande fortuna. Per noi bambini era diventato una specie di leggenda, un mito, e io ho creduto a lungo a questa versione dei fatti e invero la nonna, che è rimasta a lungo in casa con noi, aveva proprio un caratteraccio: strillava, si lamentava sempre, lanciava invettive e augurava il male a tutti. Quando ci si comporta così ci vuole poco a farsi la fama di cattiva.

Infine, dopo molto tempo e molte riflessioni, sono riuscita a vedere le cose da una prospettiva diversa.

Mio nonno, con quel suo carattere chiuso, introverso e silenzioso, dava l’impressione di essere la vittima, se confrontato all’ira furibonda e violenta di mia nonna. Che, ad essere onesti, aveva le sue buone ragioni per lamentarsi, ma quando si è bambini non si hanno vie di mezzo, ci si schiera con l’uno o con l’altro genitore. Da grandi, se ci si pensa bene, si capisce che il torto non sta mai da una sola parte, eppure raggiungere una certa serenità di giudizio è un processo lungo e difficile, e a volte non avviene mai.

Mia madre vedeva in suo padre una sorta di eroe perchè ne sentiva la mancanza, e quando qualcuno ti manca, quel poco di attenzione che ti dà è pur sempre qualcosa: anche se ti parla per rimproverarti, è comunque una cosa bella che ti parla.

E quando dico che era assente dalla sua famiglia non mi riferisco solo al fatto che non se ne interessava, intendo proprio dire che non era fisicamente in casa.

Infatti alla nascita di mia madre e per un periodo di dieci anni, mia nonna tornò a vivere a Leonia nella casa dei suoi genitori portandosi dietro la figlia. Diceva di non poter vivere a Zenobia a causa del clima malsano che le faceva male alla salute, ma evidentemente il clima a cui si riferiva era quello avvelenato dai continui litigi con i parenti del marito e dallo stesso marito che non aveva nessun riguardo per le sue sofferenze e insisteva nel voler avere a tutti i costi quel benedetto figlio maschio. Il nonno andava a trovare la famiglia nel fine settimana, e di fatto vivevano come se fossero stati divorziati.


Mia madre non sapeva spiegarsi in alcun modo quella strana assenza del padre e ne soffriva. Nonostante si trovasse in una grande e bella città in cui aveva dei cuginetti con cui giocare, lei ha raccontato la sua infanzia riassumendola in queste  parole: mi sentivo tanto sola.

Perciò quelle poche volte che vedeva suo padre cadeva in adorazione ai suoi piedi, e poco importava il suo comportamento verso di lei. In quel lungo periodo della sua fanciullezza fece la dura esperienza della paura di restare sola e imparò a ubbidire e sottomettersi per non correre il rischio di essere abbandonata. Come tutti i figli di genitori divorziati ( e quel modo di vivere lontani costituiva una sorta di divorzio) si prendeva la colpa dei dissapori tra i suoi genitori, e pensò che la completa sottomissione fosse l'unico modo di renderli felici e quindi favorirne la riconciliazione.


Difatti all'inizio degli anni '40 sua madre lasciò per sempre Leonia e tornò a vivere a Zenobia ma l'unico motivo per cui lo fece fu che nel frattempo era scoppiata la guerra, e tra bombardamenti, deportazioni, fascisti, tedeschi, americani e altri pericoli, era sicuramente più prudente trasferirsi in una piccola città di provincia dimenticata da Dio e di cui ben pochi conoscevano l'esistenza.

Finita la guerra, mia madre, che aveva circa quattordici anni, fu costretta da suo padre a lasciare la scuola e la bruciante umiliazione che subì fece scattare il solo e unico moto di ribellione verso i suoi genitori.

Cominciò a rendersi conto del disamore e dell'indifferenza in cui era cresciuta, non sopportava più il controllo totale a cui era sottoposta e avrebbe voluto scappare e trovare altrove un pò di conforto alla solitudine che stava diventando insopportabile. Ma se era stata isolata dalle sue compagne, se le veniva negato il diritto di avere un'istruzione e forse trovare un lavoro, come poteva sottrarsi a quella condizione?

Il sogno delle ragazze della sua età era ancora quello di trovare il principe azzurro, un uomo innamorato che si sarebbe dedicato a loro per sempre e questo divenne il suo pensiero fisso, nonchè l'unica reale possibilità di fuggire dalla trappola in cui viveva.

Doveva al più presto trovare un uomo  che si prendesse cura di lei, che le desse un minimo d'importanza e d’affetto e fu allora che, per quella serie di circostanze apparentemente casuali che alla fine determinano in modo decisivo il corso della vita delle persone, le capitò di conoscere e frequentare uno dei suoi numerosi cugini, il figlio dello zio Roberto, quell’unico cugino che si era laureato. Mio padre ormai non era più il figlio del ferraciuccio, ma era diventato professore di scuole medie, un lavoro prestigioso per l'epoca, si era fatto un nome, aveva raggiunto una certa posizione ed era amato e stimato da tutti. Lei fu attirata proprio da questo: l'ammirazione che la gente aveva per lui. Riuscire a sposare una persona importante appresentava un grosso riscatto sociale,  un riconoscimento del suo stesso valore, per non parlare del fatto che avrebbe sicuramente avuto una vita agiata. Già, perchè, nonostante la sua famiglia fosse benestante, non aveva mai avuto quella gran bella vita che la sua condizione le avrebbe potuto permettere; suo padre aveva la tipica taccagneria dei Parisi, l'ossessione di accumulare e mettere da parte, si sentiva sempre  addosso la paura di perdere i suoi beni e trovarsi nei guai, e si giustificava dicendo che ciò serviva a mantenere intatto il patrimonio, a poter conservare nel tempo la sua famigerata proprietà immobiliare.

Una volta  fu proprio mia madre a dire che ciò che le era piaciuto di più di mio padre era proprio la sua "posizione sociale" e lo disse come se in ciò non ci fosse nulla di male, anzi, con un sorriso furbetto e orgoglioso, perchè riteneva di aver fatto un buon affare.

Per lei come per tutti quelli della famiglia Parisi l'amore è sempre stato un dettaglio del tutto trascurabile: minuzie, bazzecole, pinzillacchere, robetta che non serve a niente. Quello che le importava era allontanarsi dalla tirannia dei suoi genitori, avere soldi a sufficienza, godersi la vita e farsi vanto della posizione di vantaggio acquisita sposando un uomo stimato da tutti.

Quando si sposarono, mia madre aveva diciassette anni e mio padre quasi trenta, si conoscevano da appena un anno, e si erano frequentati sempre e solo in presenza dei genitori. Prima del matrimonio non si erano mai dati nemmeno un bacio; al massimo avevano avuto il permesso di tenersi per mano quando si andava a passeggiare al corso, sempre sotto l'occhio vigile dei miei nonni.

Sembra comunque che a mettere su la storia del fidanzamento e del matrimonio fosse stata in massima parte mia madre. Era lei quella che aveva fretta di sposarsi e non si lasciò scappare il primo buon partito che le capitò di poter conoscere. Certamente si era anche invaghita e credeva di esserne sinceramente innamorata, ma si sarebbe innamorata di chiunque si fosse trovato nella condizione di poterle fornire ciò che lei stava cercando. E mio nonno Carlo inizialmente non era per nulla favorevole a quest'unione.

Sebbene i matrimoni tra parenti fossero comuni nella nostra famiglia, evidentemente questo gli sembrava troppo rischioso, visto che mio padre era già a sua volta figlio di cugini. E col fratello Roberto, chissà magari c'erano stati brutti litigi, antichi dissapori e non gli faceva piacere stringere ulteriori legami con lui. Quello della figlia era solo un capriccio e magari dopo un po' le sarebbe passato dalla testa, senonché cominciò a venirgli in mente un'idea.

Lui non aveva avuto l‘ambìto figlio maschio a cui lasciare l'eredità ma forse sua figlia poteva averne uno e sposando suo cugino almeno il cognome dei Parisi sarebbe stato conservato. Ecco la soluzione al problema: sua figlia gli avrebbe dato un nipote maschio che avrebbe portato esattamente il suo stesso nome e cognome, Carlo Parisi, e quel nipote sarebbe stato il suo degno successore, colui che avrebbe preso tutto il suo patrimonio, pertanto le sue favolose proprietà avrebbero continuato ad esistere a lungo col suo marchio di fabbrica. Oggi lo si chiamerebbe delirio di immortalità o di onnipotenza, ma fu per questo motivo che il nonno diede infine a sua figlia il permesso di sposare il cugino. Si stabilì tra padre e figlia una sorta di tacito e inespresso accordo: se io ti lascio sposare il cugino a cui tieni tanto, dovrai fare un figlio maschio a cui metterai il mio nome. Mia madre accettò perché la cosa le sembrava estremamente facile da realizzare. Si dava per scontato che avrebbe avuto dei figli, e a quel maschio che lei si sentiva certa di poter generare avrebbe volentieri dato il nome di suo padre. In fondo sarebbe stato un modo per farsi perdonare e rimediare all'errore di essere nata femmina, e il matrimonio con un cugino che portava il cognome dei Parisi diventava persino la soluzione migliore che si potesse trovare.

Questa è dunque la storia del matrimonio dei miei genitori raccontata secondo la prospettiva di mia madre, ma mio padre per quale motivo accettò quella situazione così strana, data la grande differenza d’età, la stretta parentela, la differenza culturale e la scarsa frequentazione? Per amore forse? Si era davvero innamorato di lei? No, quando si parla dei Parisi, l'amore non ha mai diritto d'esistere. I motivi vanno ricercati altrove, in un ambito molto lontano dai buoni sentimenti.

In quel lontano giorno di ottobre del 1930, quando aveva solo dodici anni, nella sua vita era successa una vera catastrofe. Il danno dell’evento non consisteva solo nell’aver perso i mobili, nell’umiliazione subita e nella povertà che ne seguì, ma anche nel fatto che si trovò completamente solo senza avere accanto nessuno che lo confortasse e che lo aiutasse a superare il trauma. I suoi genitori erano tutti presi dai propri guai, dovevano fronteggiare la depressione, l’alcolismo, il problema quotidiano di procurarsi da mangiare, e per i figli non restavano nè tempo nè energie. I suoi fratelli se ne andarono ognuno per la propria strada, alla ricerca di un posto nel mondo, e lui  rimase da solo, con quell’idea di diventare  professore che era diventata una vera ossessione.

Era talmente concentrato nello studio da dimenticarsi completamente di tutto il resto, sapeva poco o nulla delle relazioni umane e di come ci si comporta nella vita. L’unico comportamento che conosceva per avere a che fare con la gente era di essere sempre gentile e disponibile, fare il proprio dovere, essere onesto, comportarsi secondo le regole della società, ma ignorava completamente che al di là di queste poche cose potesse esistere altro, sia negli esseri umani che in se stesso.

Quando lo vedevo essere tanto affabile, educato, amichevole e ossequioso nei confronti di perfetti estranei, venivo invasa dalla collera e dalla gelosia. Mi chiedevo: ma perchè mio padre non può essere buono con noi almeno solo un minimo di come lo è con gli altri? Vedevo con quanta premura si occupava del suo mondo e ne soffrivo perchè io, noi, la sua vera famiglia cioè, ne eravamo completamente esclusi. Lui ci trattava come un peso, come una zavorra di cui si sarebbe volentieri liberato, invece con le persone estranee si sentiva nel suo elemento e viveva la sua vera vita.

La verità era che questa famiglia non l'aveva voluta, quel matrimonio non lo voleva fare e ci si era trovato costretto, per la solita codardia dei Parisi, che non sanno mai dire di no, che si preoccupano sempre di compiacere gli altri, che hanno paura di affermare le proprie idee e la propria volontà.
Ho saputo la versione di mio padre sul suo matrimonio solo alcuni anni dopo la sua morte.

Nella nostra casa c'era una strana stanza estranea, una stanza aggiunta in seguito al fabbricato e in cui non era agevole andare perchè bisognava uscire fuori nel portone e salire delle scale. La stanza era diventata lo studio di mio padre e lui ci teneva una scrivania e qualche libreria colma dei suoi libri dell'università e dei testi per l'insegnamento. Era una stanza misteriosa, atipica, inquietante, lui stesso ci andava pochissime volte.

Qualche anno dopo la sua morte mio fratello andò lì a curiosare, perchè  è un autentico ficcanaso e non ha il minimo rispetto per la roba altrui, e un giorno se ne venne fuori baldanzoso e trionfante con il suo bottino: "Guarda, guarda cos'ho trovato! I diari di papà!"

I diari erano un paio di quaderni neri, con il bordino colorato di rosso magenta, come era d’uso in quegli anni, e  mio padre vi aveva annotato le vicende del suo fidanzamento con mia madre. Si interrompevano prima del matrimonio e il secondo quaderno aveva diverse pagine lasciate in bianco.

Sulle prime io non volevo leggerli perchè mi sembrava una violazione della privacy, ma in fondo erano cose che mi riguardavano e, dopotutto, mio padre era morto.

Fu così che seppi come era andata la faccenda dal suo punto di vista.

Alla soglia dei trent'anni il professore di lettere Francesco Parisi era fidanzato con una sua coetanea, a quanto pare una collega d'università che aveva iniziato anche lei a fare l'insegnante. Si trattava quindi di una donna moderna, istruita, evoluta.

Troppo moderna, troppo istruita, troppo evoluta. Mio padre aveva ereditato dalla sua famiglia l'idea che le donne devono "stare al loro posto", devono obbedire all'uomo che è il capo della casa e che comanda e con lei sembrava che le cose si fossero addirittura invertite. In quella relazione veniva fuori tutta la sua debolezza, la sua immaturità, le difficoltà nelle relazioni con gli altri, di solito coperte da quel suo atteggiamento sempre estremamente gentile e accondiscendente. Lei lo spronava a crescere, a cambiare, a diventare più forte e più adulto, ma mio padre non poteva fare nessuna di queste cose, non ne aveva letteralmente la forza e la capacità e, sopratutto, non sopportava di essere stato scoperto in tutte le sue fragilità, tanto accuratamente tenute nascoste, e di trovarsi quindi con le spalle al muro. Ci furono dei litigi e la relazione finì, ma lui ne soffriva perchè  quella donna l'amava davvero. Proprio in quel periodo capitò, sempre per quella strana serie di circostanze che determinano il destino delle persone, che si ritrovò a frequentare la casa degli zii dove c'era quella cuginetta di sedici anni, così dolce, umile e sottomessa, una che non si sarebbe neanche sognata di mettere in discussione il potere e l'autorità dell'uomo, una che avrebbe ubbidito senza dare noie, e per di più era anche molto attraente, giovane, carina, fresca... Insomma, lui fece capire che ricambiava la simpatia e per qualche mese ne fu contento, solo che, di lì a poco, cominciò a succedere qualcosa, ci furono dei piccoli indizi, delle impressioni, dei pensieri, dei dubbi, qualcosa gli fece capire che mia madre aveva una seconda natura e che il suo amore non era affatto puro e disinteressato come poteva sembrare. Capì che puntava ai suoi soldi, alla sua posizione sociale e alla bella vita che probabilmente avrebbero fatto insieme, capì che non era affatto ingenua come voleva apparire ma era una scaltra manipolatrice e usava tecniche e stratagemmi per attirare l'attenzione e dirigere le circostanze secondo i suoi voleri, stratagemmi che stavano diventando piuttosto fastidiosi.
Come ad esempio il fatto di mettere in scena la concorrenza di un altro corteggiatore, un altro cugino, che a suo dire aveva dimostrato interesse per lei. A quel punto il  coinvolgimento svanì del tutto per tramutarsi in autentica antipatia per quella ragazzina ignorante, furbetta e capricciosa. Voleva perciò chiudere la relazione, e scappare dalla trappola solo che ormai si era esposto troppo, tutti sapevano che erano fidanzati e dovevano sposarsi e a quei tempi non è che un fidanzamento poteva chiudersi così su due piedi o in quattro e quattr‘otto. Nelle pagine del diario dice più o meno testualmente: "... Ormai mi sono compromesso, cosa penseranno di me gli zii e gli altri parenti?"

Non avendo il coraggio di dire quello che pensava e sentiva realmente, lasciò che le cose andassero come voleva mia madre e, nel giro di un anno da quando l'aveva conosciuta, la sposò e andò a vivere con lei nella casa dei suoi genitori, tenendosi quindi i suoceri, nonchè zii, a vivere con loro.

Il diario finisce qui, quando scrive con sgomento: ormai mi sono compromesso. Probabilmente finì lì anche tutta la sua vera vita emotiva e affettiva, cancellò per sempre i suoi sentimenti più autentici e si rassegnò a vivere una vita di finzione.

Mi chiedo come mai aveva portato con sè quei diari tanto pericolosi, col rischio che sua moglie potesse trovarli e leggerli. Forse inconsciamente voleva proprio correre quel rischio per dirle finalmente, per interposto diario, quello che realmente pensava di lei.

 
O forse voleva portarsi con sè la sua parte più autentica,  per lo meno quel che ne restava, ricordarsi che c’era stato un tempo in cui anche lui era stato un essere umano, aveva amato e desiderato essere amato.

E‘ strano comunque che non li abbia distrutti prima della sua morte. Non è  certo morto all’improvviso: nei sei mesi che durò la sua malattia sapeva a cosa andava incontro e aveva avuto tutto il tempo di sistemare le sue cose.

Forse li aveva semplicemente dimenticati oppure voleva intenzionalmente che noi figli potessimo un giorno  conoscere la verità, quella verità che lui non aveva mai avuto il coraggio di dirci, e trasmetterci un insegnamento che non ci ha mai dato e che forse avrebbe voluto farci sapere : se non si ha la forza di essere se stessi e si comincia ad indossare la maschera, quella maschera ti resta addosso per tutta la vita.

 

*

Il coraggio di volersi bene 2

 

                                     Il coraggio di volersi bene 2

 

 

 

Capitolo II

 

Mio padre diceva sempre: i Parisi sono persone serie.

Ma lui faceva di necessità virtù e in realtà a me sembra che i Parisi siano piuttosto persone tristi, apprensive, preoccupate, insicure, incapaci di concedersi alla gioia e alla spontaneità dei sentimenti.

Il mio bisnonno Luigi Parisi, capostipite del mio ramo familiare, morì in giovane età lasciando dieci figli, il più grande dei quali era il mio nonno materno Carlo che aveva all’epoca sedici anni e la più piccola era la mia prozia Marisa di appena tre mesi. Per questa morte improvvisa non è stata lasciata alcuna spiegazione. Era l’anno 1896, e a quel tempo era molto facile morire anche per quello che oggi definiremmo un banale malanno, ma nella storia tramandata dai racconti c'è il buio su quell'episodio, sebbene fosse stata una circostanza senza dubbio insolita. Quelli che seguirono furono tempi duri per la famiglia e può darsi che fu proprio quella disgrazia a determinare il senso di tristezza e sfiducia tipico di tutti i Parisi. Mio nonno Carlo, a soli sedici anni, come primogenito maschio, dovette prendersi la responsabilità di provvedere a tutta la famiglia, e certamente non fu una cosa facile. La sua istruzione arrivava fino alla terza elementare, lavorava come muratore e, mettendoci tutto il suo impegno, riuscì non solo a mantenere la famiglia, ma anche a fare una splendida carriera diventando costruttore e potendosi permettere, arrivato a quarant’anni, di vivere di rendita. Il modo in cui fece questa splendida carriera, diventando ricco e superando di gran lunga tutti i suoi fratelli, è rimasto un mistero. Certo, avrà lavorato duramente, sarà stato anche molto fortunato, ma c’è qualcosa che non mi torna e ho il sospetto che le sue ricchezze non fossero state costruite in modo onesto.

Infatti, la favolosa fortuna che aveva accumulato non servì a renderlo felice, e, dopo qualche decennio di eccezionale prosperità, andò presto in rovina per poi perdersi completamente nel giro di due generazioni.

Riflettendo su tutti i singolari e sfortunati avvenimenti che sono poi successi nel corso degli anni, ho avuto l’impressione che su quei possedimenti incombesse una sorta di maledizione, e quelli che in qualche modo si trovavano ad essere coinvolti in quegli affari fossero destinati al fallimento, sia nell’ambito economico che nella vita privata.

Nonno Carlo Parisi era il mio nonno materno e qui incappo in uno dei primi trabocchetti della mia vita. Anche il mio nonno paterno, che si chiamava Roberto, apparteneva alla famiglia Parisi, anche lui era figlio del mio bisnonno Luigi, Carlo e Roberto erano dunque fratelli, perciò mio padre e mia madre erano cugini di primo grado. Mi accorsi della singolare coincidenza alle elementari, quando a scuola mi veniva chiesto il cognome di mia madre, e siccome tutti restavano straniti quando dicevo che portava lo stesso cognome di mio padre, a casa mi fu data una spiegazione necessaria, sì, ma piuttosto vaga: "Siamo parenti è vero, ma alla lontana." E questo era tutto quello che mi dicevano mamma e papà rispondendo alle mie domande.

Si cercava in ogni modo di non dare ulteriori chiarimenti di quella situazione strana e imbarazzante, e ho capito l’esatto grado di parentela solo molto più tardi. Dei miei nonni paterni, che non mai conosciuto di persona, non mi veniva detto niente, ne ignoravo persino il nome e mio padre non parlava mai dei suoi genitori, come se nemmeno ne avesse avuti e fosse stato trovato in giardino sotto un cavolo.

Infatti c'era un altro segreto da tenere nascosto: nonno Roberto e sua moglie Angela erano cugini primi, esattamente come i miei genitori. Roberto, fratello di nonno Carlo e figlio del bisnonno Luigi aveva sposato sua cugina Angela, figlia del bisnonno Aldo, fratello di Luigi. L’unione tra due cugini primi si era quindi ripetuta nella mia famiglia per ben due volte di seguito.

Ho scoperto queste strane circostanze solo qualche anno fa per conto mio, facendo delle indagini sulla mia famiglia, così la notizia mi ha a dir poco shockata: il mio patrimonio genetico, a parte il piccolo apporto estraneo della mia nonna materna, è in pratica un concentrato dei Parisi, la loro quintessenza direi, e se da una parte tutto ciò poteva rappresentare una ragionevole spiegazione di molti aspetti del mio carattere, d’all'altra costituiva una sorta di condanna riguardo al mio destino: la mia sorte è quella di incarnare tutti problemi storici della famiglia senza alcuna possibilità di scampo.

Durante le mie indagini sono dunque incappata in due unioni tra consanguinei quasi incestuose, ma le sorprese non finivano lì perché ho trovato altri due matrimoni avvenuti tra cugini, e a quanto pare i Parisi avevano questo brutto vizio di sposarsi tra di loro. Quale poteva essere la spiegazione?

Inoltre, spulciando tra vecchi documenti di nascita e morte, matrimoni, atti notarili e quant’altro, è venuto fuori che dei dieci figli del bisnonno Luigi, tre divennero suore, uno prete e tra i suoi nipoti, cioè i cugini di mio padre e mia madre, molte donne erano rimaste zitelle.

La misantropia e la chiusura dei Parisi era ormai chiarissima e la solitudine che ne conseguiva cominciò a diventare un loro segno distintivo, un carattere ereditario che ne costituiva il marchio di fabbrica.

Questo rende conto di molte cose della mia stessa storia, ma per molto tempo non sono riuscita a collegare i fatti e giravo in tondo come una falena accecata da una lampadina che sbatte sempre sullo stesso punto senza riuscire a riprendere il volo.

Tuttavia, a parte i trabocchetti genetici che mi avevano teso i miei antenati, l’evento più disastroso e decisivo per il mio destino è stata quella crisi avvenuta tra i miei genitori nel periodo dei miei cinque o sei anni d’età e se non fosse accaduto quell'evento, che ci è sempre stato taciuto e che costituiva il principale segreto di famiglia, sarei anche riuscita a cavarmela e ad avere una vita pressoché normale.

Nessuno può pretendere di avere una vita perfetta, dei genitori perfetti, delle circostanze perfette in cui nascere, ma ciò che conta è che i problemi non superino certi limiti, e che comunque vengano affrontati e risolti.

La negazione, il segreto, il tentativo di cancellarli magicamente negandone l'esistenza non fa che accrescerne il potere di distruzione e distribuisce la sofferenza anche a chi in teoria poteva restarne indenne. Arrivata a questo punto, devo necessariamente parlare della vita dei miei genitori prima di me e delle singolari circostanze che li portarono a sposarsi.

 

  

Capitolo III

 

Di tutti i dieci figli del mio bisnonno Luigi, io ho conosciuto solo Carlo e Marisa, cioè il primo e l’ultima. Carlo era il mio nonno materno, noi vivevamo con lui nella sua casa, perché quando mio padre si è sposato è andato a vivere con la moglie nella casa dei suoi suoceri nonché zii.

I miei nonni paterni morirono prima della mia nascita e la zia Marisa intanto si era fatta suora nel convento XY, dove ho frequentato le elementari.

La zia monaca, come la chiamavamo in famiglia, faceva parte di quelle donne che, avendo fallito nel trovarsi un marito, avevano poi pensato di trovare una sistemazione entrando in convento, anche se, secondo la spiegazione ufficiale, il motivo di tutte quelle monacazioni era stata una strana epidemia di vocazioni.

Il convento delle suore XY della mia città era a circa 100 metri da casa mia, praticamente sulla stessa strada in cui abitava il clan dei Parisi, quindi le "zie monache", non avevano dovuto allontanarsi troppo.

Vidi per la prima volta la zia monaca quando iniziai le elementari dalle suore, e lei era già molto anziana, doveva avere circa ottanta anni. Nel frattempo mio nonno Carlo era morto a novantadue anni, quando io ne avevo quattro.

 

La zia monaca era addetta alla sagrestia.

 

Infatti le suore non uscivano mai, neanche per andare a messa, e nell'istituto c'era una piccola chiesa privata dove un prete andava appositamente a celebrare le funzioni, immagino dietro pagamento da parte della direzione. La zia aveva l‘incarico di tenere in ordine gli oggetti che servivano per le funzioni e la tunica e i paramenti necessari alla vestizione del prete per le cerimonie.
Oltre a ciò si occupava di lavori di ricamo, ovvero faceva i disegni preparatori per il ricamo, o almeno questo è quello che sono riuscita a capire. Quando andavo a farle visita in sagrestia la trovavo sempre intenta ad eseguire quei disegni su della strana carta, trasparente e un pò giallina, molto leggera eppure abbastanza resistente da poterci disegnare sopra.

Erano tutti motivi floreali, oppure disegni astratti che si ripetevano l’uno nell‘altro come dei frattali, o dei mandala o decorazioni in stile arabo. C'era una grande scrivania sommersa da quelle carte e la zia ci affondava talmente dentro che quasi si faceva fatica a vederla. Lei faceva i disegni con una penna stilografica, poi immagino che ci si ricamasse sopra per strappare via la carta alla fine del lavoro. Non parlava mai, non faceva mai domande e non si interessava di niente. A volte provavo a spingerla a una conversazione, ma lei non alzava gli occhi dai disegni e le mie parole si spegnevano nel silenzio senza avere risposta. A un certo punto arrivava il momento che  diceva: "Apri quel cassetto là."

Io aprivo il cassetto e ci trovavo sempre una caramella Rossana che la zia metteva lì apposta per me, così per un pò me ne stavo zitta a succhiare la caramella, e quando si era  sciolta del tutto giocavo con l'incarto, perchè le caramelle Rossana erano incartate in un quadretto di plastica rossa trasparente e io me lo mettevo davanti agli occhi e me ne andavo in giro per la stanza a guardare il mondo dipinto di rosso.

C'era sempre uno strano silenzio irreale in quella stanza, sembrava che il mondo fuori neanche esistesse. L’unica comunicazione con la realtà esterna erano delle piccole finestre ritagliate molto in alto in una parete dalle quali a malapena si vedeva un pezzetto di cielo, ma lì dentro si perdeva la nozione del tempo e dello spazio. I giorni sempre uguali, la vecchia zia sempre uguale, con quella lunga tunica nera e il crocifisso d'argento che pendeva sul petto dalla catenella attaccata al collo, sempre china sui disegni, e tutto quel silenzio atroce che dava l’impressione che in quella stanza non ci fosse nessuno, e persino io e lei fossimo solo dei fantasmi.

 

Era tutto fermo, immobile, immutabile, entrando in sagrestia sembrava di entrare in una capsula spaziale che si era persa nell'universo e vagava nel vuoto in una dimensione in cui nessuno avrebbe mai potuto trovarla e dove il tempo si era fermato.

La zia era una sepolta viva, e non è stata l'unica della nostra famiglia visto che lo stesso destino è capitato ad altre donne che nemmeno si erano fatte suore, un destino che mi somigliava molto e a volte mi viene da pensare che  quei pomeriggi passati nel silenzio della sagrestia, con la zia che si era ritirata dal mondo e non esisteva più nella vita degli esseri umani, fossero una sorta di presagio di quello che sarebbe successo anche a me.

 

Capitolo IV

 

Mio padre non parlava mai della sua vita prima di diventare professore, né raccontava nulla dei suoi genitori. Sembrava persino che non avesse avuto una vita prima di sposarsi. Alcune cose mi sono state dette da mia madre, dopo la sua morte, ma anche lei ne sapeva poco e avevo l’impressione che quel poco che sapeva non volesse neanche dirlo.

Mio nonno Roberto si era sposato con sua cugina Angela ed era andato a vivere nella casa che la donna aveva ricevuto dal padre come dote. La casa si trovava al centro storico, ma in una zona diversa, un po’ distante da quella della famiglia Parisi, e fu poi venduta qualche anno dopo la morte di nonna Angela, che nei primi anni ’70, essendo rimasta vedova, ci viveva da sola. E’ strano che mio padre non mi abbia mai portato a vederla, ma forse se ne vergognava perché era una piccola casetta al pianterreno, in un vicolo stretto e buio, di quelle che una volta si chiamavano i “bassi”, dove ci viveva la povera gente.

Nonno Roberto non aveva avuto fortuna, faceva il fabbro, e più che altro cambiava i ferri che i cavalli portavano sotto gli zoccoli. Ai nostri giorni sarebbe un po’ come dire che faceva il gommista. All'epoca la parola per definire in modo sprezzante quello che era considerato un mestiere umile, era “ferraciuccio”. Mio nonno era un ferraciuccio, e ricordo che mio padre usava ancora quella parola quando voleva riferirsi a qualcuno di scarso valore, un buono a nulla di umili origini. Allora diceva: quello è un ferraciuccio. E sembrava sottolineare il fatto che lui ormai con la gente volgare e ignorante non aveva più nulla a che fare. Lui era istruito, lui era bene educato e gentile, e parlava in modo ricercato e forbito, e aveva avuto successo nella vita. Lui.

Roberto ed Angela avevano avuto cinque figli maschi e nella loro povertà si arrangiavano e tiravano a campare, senonché a un certo punto ci fu un evento che cambiò in modo radicale la loro vita. Nonno Roberto aveva avuto un buon ingaggio: una ditta di costruzioni aveva iniziato i lavori per un albergo e lui doveva occuparsi di realizzare balconi, ringhiere, cancelli… sembrava una svolta positiva ma accadde qualcosa che nessuno poteva prevedere. Ci fu la crisi del ‘29, la ditta fallì e mio nonno si ritrovò pieno di debiti fino al collo. Nell’anno successivo si presentarono a casa gli ufficiali giudiziari per il pignoramento dei mobili: un’azione completamente inutile dal punto di vista economico, perché si trattava di poca roba senza alcun valore e che non poteva certo soddisfare i creditori, ma bisognava pur dare una punizione che fosse d’esempio.

La vicenda del pignoramento era l’unico episodio della sua vita che mio padre raccontava, e lo raccontava così spesso da dare l’impressione che tutta la sua esistenza consistesse solo in quello.

Aveva dodici anni e diceva di aver provato un’immensa vergogna di fronte a tutta la gente del quartiere che si era raccolta a godersi lo spettacolo. Si sentì profondamente umiliato e fu in quel preciso momento che decise di diventare un insegnante, perché era suo dovere riscattare l’onore della famiglia, e l’avrebbe fatto a qualunque costo e a fronte di qualsiasi sacrificio. Mai più qualcuno avrebbe riso di lui, mai più qualcuno l’avrebbe additato come il povero figlio del ferraciuccio. In quel momento decise quali sarebbero stati i valori della sua vita: essere ammirato e rispettato, essere perfetto, onorare sempre i debiti, entrare a far parte delle classi più elevate della società, non essere mai più povero neanche per un solo giorno. E queste erano le sole cose che contavano. Raccontava spesso di tutti i sacrifici che aveva fatto per poter studiare, di quanto aveva sofferto la fame, di quante volte aveva dovuto farsi prestare i libri dai compagni più facoltosi, di tutti  i chilometri che aveva fatto a piedi o in bicicletta sbattendosi qua e là per seguire le lezioni o procurasi i libri, di quando fece il liceo a sbafo iscrivendosi in seminario con l’intenzione dichiarata di farsi prete e poi una volta preso il diploma se la svignò dicendo che aveva cambiato idea…

Aveva in mente l'obiettivo di diventare il primo laureato della sua famiglia e a questo scopo dedicò tutta la sua giovinezza. Imparò a memoria tutta la Divina Commedia, citava senza difficoltà interi brani di Ovidio o Catullo, traduceva il greco all’impronta, parlava correntemente il latino come oggi si parla l'inglese, e alla fine ce la fece.

Mentre l’Italia era nel pieno della guerra, lui appese alla parete la sua bella laurea conferitagli in nome di sua maestà Umberto II di Savoia, del duce Benito Mussolini, e del popolo italiano naturalmente.

Fu riformato perché troppo esile e mingherlino per entrare nell’esercito e cominciò subito a lavorare.

A tutti gli effetti aveva quindi realizzato il suo sogno, eppure ciò non riuscì mai a dargli quella sicurezza e tranquillità che si aspettava ne sarebbe necessariamente conseguita. Lo spettro della miseria continuava a stargli alle costole anche nella più opulenta abbondanza, l’ossessione di dover essere perfetto lo costringeva a non potersi permettere neanche il più piccolo errore umano, tutto l’oro del mondo non sarebbe mai bastato a cancellare la sofferenza della povertà patita da ragazzo e le lodi e l’ammirazione della gente non avrebbero mai sostituito l’affetto e l’amore che non aveva mai ricevuto dai suoi genitori.

Credeva di essere sfuggito alla miseria materiale ed era realmente così ma la miseria e la povertà che si portava nel cuore non si poteva cancellare con una laurea o con la stima della gente. Probabilmente non capì mai di non essere riuscito a colmare il vuoto che aveva dentro, o, seppure l'aveva capito, non sapeva come porvi rimedio.

In seguito al fallimento nonno Roberto cadde in una profonda depressione e non fu mai più capace di riprendersi e di lavorare. Sua moglie, piuttosto che sostenerlo, lo rimproverava accusandolo di pigrizia e incapacità, e tra i due iniziarono scenate e violenti litigi. La famiglia evitò di morire di fame solo grazie all’aiuto dei vicini e perché i figli più grandi si rimboccarono le maniche e iniziarono a lavorare. Nonno Roberto cominciò a bere e in breve tempo divenne alcolizzato. Una notte come le altre morì nel sonno  per un probabile infarto. I fratelli di mio padre si trasferirono in altre città e non tornavano mai a trovare i parenti, non scrivevano e non telefonavano. Erano scappati via, volevano dimenticare tutta quella miseria e quella sofferenza, lasciarsi alle spalle i ricordi troppo dolorosi. Rimasero in città solo mio padre e suo fratello più piccolo, l’ultimo dei cinque, ma anche con lui, da quando io ero bambina, i rapporti si erano pressoché interrotti.

Lo ricordo come un tipo strano, chiuso, silenzioso, che non parlava mai e non dava confidenza. Si era trovato un lavoro al catasto, si era sposato, aveva avuto dei figli, tutto qua. Con i suoi figli, gli unici cugini che ho in questa città, non ci siamo mai frequentati e a stento li riconosco a vederli per strada, anche perché io sono nata dopo vent’anni di matrimonio, e loro sono molto più grandi me.

La mia idea di famiglia si ferma così ai miei genitori e ai miei fratelli e non ho mai saputo cosa significhi avere dei parenti. La morsa in cui molti dei Parisi si chiudevano a riccio, il nascondiglio dove si rintanavano per la paura del mondo esterno, diventò per noi molto, molto stretta.

 

 


  

 

 

*

Il coraggio di volersi bene 1

 IL CORAGGIO DI VOLERSI BENE 1

 

 

“Non so cos’altro fare se non lasciare che la mia pena invada l’alba e il tramonto. Resto solo con milioni di ricordi che sono milioni di pugnali che mi lacerano il cuore e le ferite restano aperte.”

                                                                                                                                            Edvard Munch

 

  

                                                      Prologo

 

Ho sempre avuto un unico grande sogno nella mia vita.

Guarire.

E per me guarire significava né più né meno che poter fare la semplice e banale vita quotidiana delle persone normali e che potevo vedere continuamente in chi mi stava attorno.

All’inizio non sapevo nemmeno di essere malata, ma avvertivo ugualmente una sofferenza strana e inesprimibile nello stare al mondo. L'esistenza mi appariva come un ingarbugliato sistema di avvenimenti misteriosi dei quali non capivo nulla e che mi faceva sentire smarrita e disorientata.

Quando ero bambina credevo che tutto sommato fosse normale non capirci nulla del mondo e della vita, che fosse una condizione legata all'incapacità della mia mente troppo piccola che doveva ancora completare il suo sviluppo. Mi illudevo che crescendo la mia comprensione delle cose sarebbe via via aumentata, invece più passava il tempo più le cose si complicavano. Nell'adolescenza la mia malattia si era ormai conclamata.

Nessuno della mia famiglia si accorse della mia sofferenza, si preferì pensare che fossi semplicemente cattiva e svogliata perché anche solo ammettere che qualcuno di noi potesse avere delle emozioni o dei sentimenti, avrebbe causato un tale sconvolgimento da rendere necessaria un'assoluta e totale negazione della realtà.

  

Così rimasi sola con le mie paure, e il mondo in cui vivevano gli altri esseri umani un po’ alla volta si allontanava e sbiadiva finchè mi ritrovai in una specie di terra desolata e fredda da cui non sono riuscita a tornare.

Ora non ho più sogni e so che il miracolo di una banale vita normale, quella che per me sarebbe stata una vita magnifica, non è un dono concesso a tutti.

Certe persone non guariscono mai.

Non è facile, ora, raccontare come tutto è successo, come sono stata inghiottita dalle sabbie mobili, come sono sparita nel nulla. So che molte cose sembreranno impossibili da credere, e quando si passa attraverso certi territori oscuri si vorrebbe poter dimenticare tutto e pensare che sia stato solo un brutto sogno.

Ma non si può fare. La tua vita te la ritrovi sempre lì, nei tuoi ricordi, nei tuoi pensieri, nella faccia che ti guarda allo specchio ogni mattina e ti parla di chi sei e dove sei stato.

Allora si cerca almeno di dare un senso alle cose, ricostruire una storia che possa spiegare quello che ancora non sai capire e renda il terreno su cui si cammina meno sconnesso e friabile, anche se non ci sarà mai più niente di solido su cui appoggiarsi.

Vista dal di fuori la mia sembrava una famiglia normale, come tante, ma io non ci stavo bene e sapevo che c'era qualcosa che non andava per il verso giusto. Troppi segreti, troppi problemi negati che non si potevano affrontare e di cui si aveva persino paura di parlare. E' stato proprio il silenzio e l'impossibilità di dire quello che sentivamo dentro o chiedere il perché delle cose, a creare quella devastazione che ci ha travolto tutti.

La distruzione della mia vita è legata a doppio filo a quella della mia famiglia, la salvezza non è stata concessa a nessuno. Siamo stati distrutti da noi stessi e ci siamo sterminati a vicenda, come per essere sicuri che non restasse in piedi neanche un minimo brandello dei nostri sogni e dei nostri desideri. La felicità ci faceva talmente paura da non poter essere nemmeno desiderata, figuriamoci se qualcuno si fosse azzardato a realizzarla.

Eppure sarebbe bastato poco per fare della nostra storia una storia diversa. Forse solo un piccolo gesto d’apertura e d’affetto di cui non siamo stati capaci. Come trovare la forza di guardare in faccia la nostra sofferenza e avere il coraggio di volersi bene.

 

 

   

                                                   Capitolo I

 

Nella casa in cui vivevo con i miei genitori, c’era un armadio che veniva aperto solo di rado ed era stato trasformato in una sorta di discarica o dimenticatoio destinato a contenere cose inutili, vecchia roba che non serviva più e che nessuno si decideva a buttare via.

In uno dei cassetti, sotto una certa quantità di cartacce e documenti logori e consunti, c’erano alcune scatole piene zeppe di fotografie. Non le ho mai contate ma a occhio e croce potevano anche essere duecento. Erano foto di famiglia in bianco e nero, dall’aspetto un po’ sbiadito e lattiginoso, di piccolo formato e prive del negativo originale, ammucchiate insieme alla rinfusa senza la minima cura.

Di tanto in tanto mi capitava di darci un’occhiata e a volte riuscivo ad azzeccare l’identità dei soggetti ritratti, anche se la maggior parte delle persone mi erano del tutto sconosciute. Chiedevo informazioni a mia madre e lei si mostrava sempre riluttante e seccata: non voleva che m’impicciassi, come se il passato della mia famiglia non dovesse riguardarmi.

Sotto i miei occhi scorreva la narrazione silenziosa di un tempo misterioso e sconosciuto in cui le stanze della mia casa o il giardino apparivano talmente diverse da sembrare quasi provenire da un pianeta gemello, dove esistevano le stesse cose e le stesse persone, ma avevano seguito un destino diverso. Un destino migliore direi.

Riconoscevo alcuni parenti che i miei genitori evidentemente frequentavano spesso, ma che da quando ero nata io, a stento salutavano se li incontravano per strada. La mia casa era pulita, ordinata e ben curata, anche se in tutta la mia vita non l’avevo mai vista in quelle condizioni. C’erano fotografie scattate in occasione di viaggi, serate al ristorante, feste, compleanni, e tutti erano allegri e ben vestiti. Mia madre aveva i capelli cotonati, il trucco con l’eyeliner che faceva la virgoletta all’insù, le scarpe col tacco e vestiva con eleganza. Mio padre era molto più magro, aveva un’espressione tranquilla e rilassata, sembrava una persona buona e amichevole, ed era quasi irriconoscibile se sovrapponevo quell’immagine ai miei ricordi. Era strano fare il confronto tra le due versioni di qualcuno che appariva come due persone totalmente diverse.

Guardavo quelle stampe con un senso di stupore ed estraneità, come se quei luoghi non fossero gli stessi in cui vivevo io, come se i miei genitori fossero stati, in un tempo lontanissimo, un uomo e una donna talmente diversi da apparirmi come dei perfetti sconosciuti. Avevo l’impressione che un evento strano e sconosciuto si fosse abbattuto sulla mia famiglia, che una misteriosa catastrofe avesse travolto e distrutto tutto senza alcuna possibilità di rinascita, perché la casa in cui vivevo io era sempre stata disordinata, sporca, buia, fatiscente, la madre che conoscevo io non portava mai il trucco né scarpe o vestiti eleganti ma aveva l’aspetto sciatto, trasandato e sembrava non avere alcuna cura di sé, il padre che avevo conosciuto aveva due occhi feroci che si aveva paura anche soltanto a incrociarli per sbaglio. Tutto era diventato brutto e sgradevole, i luoghi rispecchiavano la sofferenza di chi ci viveva e i miei genitori si erano imbruttiti nell’aspetto perché si erano svuotati di ogni gioia e ogni speranza. Erano rimaste solo le cose peggiori: la rassegnazione, l’odio, l’invidia, la vendetta e tutti quei sentimenti che rendono le persone brutte perché infelici.

Eppure quelle fotografie dimostravano che in un tempo lontano c’era stata una vita normale, una vita migliore, serena, felice, persino agiata, ma poi per qualche strano motivo tutto era scomparso e avevo l’impressione che la misteriosa catastrofe, coincidesse in qualche modo con la mia venuta al mondo, o meglio, fosse avvenuta pochi anni dopo.

Arrivai a pensarlo perché fino alla mia nascita e ai miei primi anni, le fotografie, tutte in bianco e nero, descrivevano un mondo sereno, pulito, fatto di relazioni sociali, di amici e parenti che frequentavano la nostra casa. Io stessa apparivo come una bimbetta felice e sorridente.

Nel passaggio dal bianco e nero al colore si notava chiaramente un cambiamento perché i parenti e gli amici erano del tutto scomparsi, le foto riguardavano solo me, mio fratello e mia sorella ed erano tutte state scattate in casa: non c’erano più viaggi, né feste o serate al ristorante. Io cominciavo ad avere la mia tipica espressione triste e al tempo stesso rassegnata e priva di speranza, come se avessi già capito che nella mia vita non ci sarebbe stato spazio per nessuna gioia, e per di più, man mano che passavano gli anni il numero di fotografie diminuiva progressivamente, al punto che, quando avevo finito le elementari, di nuove non ce n’erano più e la narrazione s’interrompeva lì, come se non fosse rimasto nulla che valesse la pena raccontare o ricordare. Se chiedevo spiegazioni a mia madre lei diceva semplicemente che le avevano rubato la macchina fotografica e quella che era stata comprata in seguito era di bassa qualità, le foto non venivano bene e non c'era motivo di fare delle brutte fotografie. E non poteva essere altrimenti perché nella versione ufficiale della storia della nostra famiglia era sempre andato tutto bene, non c’era mai stato alcun problema né difficoltà di rilievo, pertanto mi riusciva difficile trovare una spiegazione credibile a quei cambiamenti, che davano però l’impressione di essere effetti negativi di eventi tutt’altro che piacevoli. A volte cercavo io stessa di convincermi che non c’era nulla di strano in quelle fotografie, e che, come diceva mia madre, non era successo niente di cui dovessi preoccuparmi.

Malgrado ciò non riuscivo a togliermi quel chiodo fisso dalla testa. Avevo sempre l’impressione che qualcosa di brutto fosse successo davvero, e il modo in cui si viveva in casa nostra non mi sembrava affatto normale, sebbene ci fosse un sottinteso segreto al riguardo, una specie di tacito accordo d’omertà, in base al quale ad alcune cose non bisognava neppure accennare.

Spinta dalla curiosità, o meglio, dall’irrinunciabile necessità di dare un senso a quelle circostanze che sembravano non averne affatto, ho iniziato a indagare, cercare il perché e il percome, andare alla ricerca di chiarimenti legati ad un passato che sembrava tornare sempre a galla, per quanto si cercasse costantemente di affondarlo. E anche se non mi riguardava direttamente, era un passato nel quale mi sentivo comunque profondamente coinvolta.

Nessuno nasce come una tabula rasa e ben presto ci si rende conto che ogni famiglia ha le sue credenze, convinzioni, aspettative, codici di comportamento, persino responsabilità e colpe da espiare con le quali finiamo col dover fare i conti. Il nome che ci viene assegnato alla nascita è quasi sempre un nome che rientra nella tradizione familiare, e una volta evocato, il fantasma del nostro antenato ci prende per mano e ci porta in sentieri già conosciuti a chi ci ha preceduto, sentieri in cui qualcuno si è perso e aspetta di essere ritrovato.

In virtù di una strana coazione a ripetere, gli eventi che interessano la vita delle nuove generazioni finiscono con l’assomigliare a quelli che si sono già verificati in passato, perché se qualcosa non è stato risolto, o peggio, è stato persino negato e cancellato dalla memoria, ritorna a domandarne ragione a chi, del tutto ignaro degli accadimenti trascorsi, crede di avere a che fare con fatti che riguardano solo lui.

Nel ricostruire la storia della mia famiglia, mi sono imbattuta in fatti, comportamenti, circostanze e sentimenti che si ripresentavano sempre uguali, benché cambiassero i protagonisti: solitudine, abbandono, invidia, fallimento, povertà, avidità, gelosia, controllo, potere, possesso, vendetta. Eccoli là i Parisi, sempre pronti a farsi la guerra l’uno con l’altro, a vendicarsi e a tradirsi, magari solo per pochi spiccioli. Ed era una cosa sorprendentemente innegabile: tra zii, nonni, cugini, fratelli, figli e nipoti, la storia si ripeteva pressappoco nello stesso modo.

L’età dell’oro che avevano vissuto i miei genitori nei primi anni del matrimonio, era comunque destinata a finire, e la nemesi che incombeva sulla nostra famiglia non avrebbe risparmiato nessuno.

Io non so e non sono riuscita a capire come, perché e quando tutto ciò sia cominciato, ma quello che ora so per certo è come e perché la mia vita si è svolta nel modo in cui si è svolta, e il motivo per cui non poteva andare diversamente da com’è andata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Amelia Parisi ritrova il coraggio

 

In questi ultimi giorni ho deciso di riprendere a pubblicare la mia autobiografia-testimonianza, relativa a quanto successo a me personalmente e alla mia famiglia nell'ambito di tre generazioni.

 

Sebbene non soddisfatta della sua forma letteraria nè della sua impostazione, credo che comunque conservi il suo valore di denuncia delle terribili violenze familiari che si celano spessissimo dietro troppe, davvero troppe maschere di famiglie apparentemente normali.


"La famiglia è la radice di ogni male", se ricordo bene la frase detta da Dario Argento, uno che i volti del male ha saputo rappresentarli bene senza mascherarli.
La violenza psicologica esercitata, spesso inconsapevolmente e inconsciamente, dai genitori sui figli, finisce col generare persone depresse, fobiche, violente, ossessive, psicopatiche, sadiche, masochiste, autistiche... insomma emotivamente danneggiate, con la conseguenza che il danno si scaricherà sulla generazione successiva o sulle altre persone che verranno in contatto con loro.
Per spezzare la catena bisognerebbe "curare e guarire" per tempo queste situazioni, ma ahimè, la cosa risulta difficilissima sia per mancanza di medici adeguati e di strutture capillari, che per mentalità arretrata e tendenza dei pazienti a non voler dolorosamente crescere affrontando i traumi subiti... per non parlare di tanti altri ostacoli che porterebbero il discorso troppo lontano.
Tutto ciò che io posso fare, e che sento il dovere di fare, è denunciare la situazione vissuta, parlarne, fare in modo che la gente ne venga a conoscenza. Voglio sopratutto suscitare indignazione e rifiuto, perchè non si può assolutamente accettare l'omertà in famiglia, quell'omertà ritenuta quasi doverosa e inevitabile e che rende leciti e quasi "normali" comportamenti che in altri contesti sarebbero considerati criminali.
Minacce, ricatti, mobbing, bullismo, privazione dei mezzi di sostentamento, trascuratezza, mancanza di cure, povertà provocata da condotta irresponsabile, mancanza di sostegno psicologico, violenza emotiva, verbale e fisica, plagio, manipolazione, gioia sadica del dolore altrui, umiliazione, svilimento. Tutto ciò è inaccettabile tanto più che la famiglia dovrebbe essere il luogo dell'amore e della protezione per eccellenza.
Quando avevo ormai perso la speranza di salvarmi, come si evince nell'ultimo capitolo, sono accaduti eventi imprevedibili, non (ancora) descritti nel mio componimento, che sembravano potermi dare una speranza di vita. Avrei voluto dedicarmi ad un altro tipo di letteratura, più positiva e costruttiva, magari per condividere nuove intereressanti conoscenze che nel frattempo avevo acquisito.
Invece il mio karma negativo non vuole proprio lasciarmi in pace e ha deciso di riportarmi indietro al punto di prima, in un modo o nell'altro.

Avendo ormai perso ogni speranza nella giustizia umana e nelle sue leggi, che esistono solo teoricamente ma poi non vengono applicate per difendere i diritti delle vittime, mi ritrovo dunque ancora una volta a lasciare la mia testimonianza sperando sopratutto che sia utile a chi, trovandosi in situazioni simili ma non ancora così gravi, possa trovare il coraggio di tirarsi fuori per tempo.
Lo so, il mondo là fuori fa paura, e i demoni che ci portiamo dentro fanno altrettanto paura, ma sappiate che accettare compromessi con familiari violenti e sadici serve solo a prolungare la nostra agonia e il loro divertimento. Personalmente penso che sia sempre meglio farsi massacrare da degli estranei piuttosto che dai propri genitori o dai propri fratelli.
Se proprio uno deve finire massacrato, ovviamente.

 

Tutto il testo andava riveduto e corretto, riscritto sicuramente in più punti, ma ora non ho il tempo di farlo e spero che chi è interessato all'argomento sorvolerà su questi aspetti.

Può darsi che ci siano persino errori nell'ordine dei capitoli e che qualcuno sia addirittura andato perduto. In realtà avevo a suo tempo deciso di cancellare tutto il componimento e solo una momentanea esitazione ha consentito di salvarlo nell'archivio del sito.

In questo momento non so dirvi se ci saranno aggiornamenti o integrazioni. Le cose stanno andando molto male perchè per l'ennesima volta non sono riuscita a difendere il mio diritto a vivere. E stavolta, non per questioni psicologiche, ma puramente legali, ovvero nessun avvocato ha voluto o saputo difendere la quota ereditaria che mio fratello mi sta portando via con minacce e ricatti, eredità da cui dipende la mia possibilità di vita nel senso più materiale del termine.

Ma questa brutta storia andava raccontata, che abbia senso oppure no, che sia scritta bene o male, che sia noiosa e ridondante oppure interessante .
O, quanto meno, quest'idea mi aiuta a sentirmi meno sola e non totalmente inutile, in un mondo dove le cose, nel migliore dei casi, sembrano andare a casaccio, e conquistarsi un pò di gioia equivale a pescare l'unico biglietto vincente da un bussolotto pieno di avvisi di disgrazie e avversità.

 

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Sono tornata (lei tornata)

"Sono tornato" e "Lui è tornato" sono due film (di cui il primo è il remake italiano dell'altro) satirici, comici, surreali e, in un certo senso drammatici, in cui si ipotizzava una magica e improvvisa apparizione di Mussolini a Roma e di Hitler a Berlino, tra l'incredulità dei presenti che non li prendevano sul serio ma pensavano piuttosto ad una trovata giornalistica con  attori sosia.

Ho voluto riprendere il titolo perchè questo mio ritorno mi sa tanto di surreale, grottesco, fantasmatico e, in un certo senso, comico.

 

Giusto una nota esplicativa su quanto avevo pubblicato circa 4 anni fa e che ho infine cancellato.

Era una specie di autobiografia sulla mia vita disgraziata, in una famiglia in cui avevo subito gravissimi traumi emotivi e di cui ero rimasta prigioniera, impossibilitata ad avere una mia vita libera per via del fatto che, a causa di ciò,  avevo sviluppato gravi sintomi psichiatrici (sopratutto depressione e difficoltà di relazioni) che mi hanno di fatto reso inabile al lavoro e a una vita normale.

Più che altro volevo denunciare l'esistenza di questo tipo di condizioni, per lo più nascoste e ignorate, che possono realmente portare alla distruzione di una persona.

Avevo anche pubblicato un blog e dei video con delle mie fotografie, perchè in passato volevo fare la fotografa e avevo davvero un buon talento.

Ora ho cancellato tutto.

Sopratutto da questo sito, perchè credo che non fosse il luogo più opportuno per un tale argomento. Sarebbe stato più adatto indirizzarlo a centri che si occupano di violenza familiare, centri di studio psicologico, psichiatrico, sociale, o qualcosa del genere.

E' vero che esistono romanzi notevoli e importanti che trattano di questi argomenti, ma la cosa va fatta seguendo certe regole letterarie dalle quali il mio testo esulava. Era troppo lungo, troppo intricato, pesante, autoreferenziale, troppo realistico diceva troppo e si perdeva in dettagli che complicavano inutilmente la storia. In un romanzo non bisogna dire tutto. Anzi, meno si dice lasciando intendere, più la narazione è efficace.

Insomma, anche Christiane F. è senza dubbio interessante come spaccato della vita giovanile dell'epoca, ma per rappresentare poeticamente e con arte i tormenti dell'animo umano bisogna inventarsi qualcosa come Delitto e castigo, tanto per citarne uno.

A riguardarlo a distanza di qualche anno il mio era più che altro un necessario (necessario per me) grido di dolore di una persona disperata, ma credo non avesse nulla di "letterario".

Non so da quanto tempo le mie pagine non venissero più lette, o se, casualmente, qualcuna ne venisse ancora letta.

Ringrazio le persone che all'epoca mi hanno seguita dimostrandomi la loro solidarietà.

Nel caso dovessero incappare in questo commiato e volessero conoscere il finale...bhè, ancora non c'è un finale ma gli indizi non depongono bene.

Ho attraversato una serie di peripezie disgraziate: un tentato suicidio, lo sfratto esecutivo con la perdita di tutti i miei beni personali dopo il quale ho cercato di sopravvivere prendendo una stanza in condivisione. Pagavo l'affitto con i 200 euro concessi come aiuti sociali tramite la carta REI ( solo per sei mesi) , mangiavo alla caritas ma stavo così male in quella situazione che ho avuto un crollo psicologico colossale e sono scappata a vivere in strada. Tra le altre cose sono autistica e per me la solitudine è indispensabile come l'aria per respirare.

Da agosto a dicembre 2018 ho vissuto nella mia piccola utilitaria tra fame freddo e difficoltà inenarrabili. Ho avuto la solidarietà di molte persone del quartiere, ma anche terribile ostilità da parte di qualcuno che invocava la polizia per farmi cacciare perchè ritenuta"pericolosa".

Quando pensavo che ormai sarei morta di freddo, c'è stata l'improvvisa morte di mia madre ultraottantenne. La mia famiglia mi aveva perseguitato e rifiutato in ogni modo, ma l'eredità mi spettava per legge.

Gli immobili lasciati da mia madre danno una piccola rendita con la quale, negli ultimi due anni, con molte difficoltà, sono riuscita a vivere, e da qualche mese ho preso in affitto una casa solo per me, dopo aver vissuto per due anni nel rudere in cui si era ridotta a vivere la mia genitrice.

Ma non è un lieto fine.

Un fratello che mi odia a morte e che ha una sua indipendenza economica mi sta bloccando l'utilizzo della rendita che reclama per sè. Rischio ancora di perdere la casa e di finire per strada. Dopo due tentativi a vuoto, ho trovato un avvocato che sembra prendere sul serio le mie difese.

Seppure la rendita dovesse perdersi potrei avere una somma in denaro che mi consentirà di vivere per un pò. Qualche anno.

Quanti anni? Tre anni ? Quattro? Otto? Ancora non si sa. Mio fratello si sta inventando ogni sorta di calunnia per colpirmi il più possibile e, com'è noto, la giustizia è amministrata da chi ha il potere e l'unica legge valida è quella del più forte.

Quanti anni? Tre, quattro, otto ?

Ma del resto, che di noi può essere sicuro di vivere fino a domani mattina? Qualche anno di vita in più è sempre meglio che niente.

E per il resto come va?

Ho ancora la mia terribile, sconfinata depressione. So che non se andrà mai e mi sto allenando a conviverci e sopportarla. Ancora la mia solitudine autistica, odiata, detestata, ma di cui ho assoluto bisogno. Mi sto allenando a conviverci e sopportarla.

Mi sono interessata alla filosofia buddista che mi ha aiutato tanto, mi interesso anche di fisica quantistica e cosmologia. Il romantico richiamo delle stelle...

Ho iniziato a studiare i Ching e i Tarocchi, un pò di ginnastica, solitarie camminate lungo il fiume, vorrei iniziare a fare yoga e tai chi, seguendo corsi on-line ovviamente. Ho raccolto per strada dei semi di bellissimi alberi. Qualcuno sta nascendo. E' la speranza di poter far crescere un boschetto di bonsai.

Se il destino me ne darà la possibilità.

Non ho avuto una vita normale e so che non potrò mai averla. Allora bisogna trovare delle alternative, piccole gioie, un germoglio che spunta dal terreno, una conferenza sugli universi paralleli, guardare il sole che va giù al tramonto mentre il fiume scorre su un letto di sassi tondi.

Vorrei concludere con quella famosa frase di Gustavo Roll: "non scriverò più nulla", ma io non ho scoperto quella tremenda legge che gli dava i superpoteri e del resto, anche lui poi ha continuato a scrivere, una volta passato lo spavento.

Può darsi che sia un addio, o solo un arrivederci.

 Chissà cosa ancora mi riserva la vita.