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Raccolta di testi in prosa di Enrico Nottoli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Periferia

Periferia

 

Ieri sera ho litigato con mia moglie, Giada. Custodia dei figli. E’ un argomento piuttosto gettonato nell’ultimo periodo. Sono a pezzi. Speravo di cavarmela tirando su qualche multa stamani mattina, ma sembra quasi che la gente sappia che sto di merda e non voglia aiutarmi nemmeno con un divieto di sosta, o una doppia fila qualsiasi. Tanto per tirarmi su il morale.

L’acqua della Dora è grigia e straripa di lurida fanghiglia trasportata dalla corrente, mentre un paio di germani nuotano sulla superficie starnazzando allegramente. Pare che tutti si divertano molto da queste parti, è come se le rive fangose del fiume riescano ad evocare riverberi di serenità. Così le anatre starnazzano, le bambole di pezza sporche si lasciano impigliare, come detriti, fra i rami secchi che riescono ad emergere stancamente dalla poltiglia, e spensierate bande di uomini si tirano in vena massicce dosi di eroina fin dalla mattina. Una volta ci avrei fatto caso, adesso sono troppo stanco per perdere tempo con i drogati; bisogna saper dosare nel migliore dei modi le energie.  E così li lascio al loro lento declino, senza che me ne importi gran che.

Gruppi di ubriachi giocano a backgammon scommettendo birra stantia come premio, urlano. Mi avvicino, gli passo semplicemente accanto, senza dire niente, lascio fare il lavoro alla divisa, e quelli abbassano i toni. Magari avessi questo potere anche sulla mia famiglia, mia figlia ormai mi saluta a stento e da me ricava soltanto qualche euro di tanto in tanto. Io ho cercato, ho cercato di comprare il suo amore più volte, ma non funziona così. Non ha mai perdonato le mie scappatelle con Francesca, una mia collega di lavoro. Un uomo non può essere tentato a lungo senza cedere; lo diceva anche uno scrittore, non ricordo quale, forse inglese o tedesco, non so.

Sopra un muro bianco hanno lasciato una scritta viola: “Meglio asino che Baricco”, diceva, non ho la più pallida idea di chi sia questo tizio. E continuo, poche macchine circolano stamattina, ho ben poco da fare, e le cartacce per terra, le foglie per terra, le bottiglie per terra, mi appaiono come la rassegnazione del mio giorno. Che credono che io non mi sia pentito? Che dopo le scopate non ci pensassi guidando a centotrenta sulle automobili? Cosa vuole mia moglie, cosa vogliono i miei figli? Hanno ragione, ma un uomo proprio non può resistere.

L’aria è immobile, insolitamente stantia e plumbea come il cielo su Torino, e le vie scorrono nel mio lento passo senza lasciare nessuna traccia. Ristoranti cinesi, con un menù pizza fissato a quattro euro, insegne al neon spente, odore di narghilé proveniente da uno dei bar sulla sinistra, kebab e osterie rumorose. Diavolo, come ho potuto tradirli tutti?, merito di essere impiccato, magari a quel lurido lampione a fianco dei bidoni dell’indifferenziata.

Scorgo un negozio di antiquariato. Appena fuori dalla porta se ne sta un vecchio curvo a piallare e scartavetrare un sottile comodino in radica di noce.

“Buongiorno!” Gli dico. Ho avuto il bisogno di parlare e lui è l’unico che possa rispettare i miei indumenti in questo quartiere.

Il vecchio mi guarda con un occhio strizzato e storcendo la bocca e bisbiglia:

“Salve.” Tornando al suo lavoro.

La strada è lastricata con pietre rotonde e ciuffi di erba fresca riescono a sbucare fra uno e l’altro, finché il cemento non li sostituisce senza pietà. Eppure ci hanno sempre insegnato a perdonare, perché non mi hanno ancora dato la possibilità di buttare sul piatto le mie ragioni? Non ho nemmeno il diritto di avere un orecchio al quale parlare? Le vetrate di un palazzo riflettono la mia immagine. Ecco chi sono io, quell’uomo lì. Così imponente a passeggiare fra le vie della città e così debole dentro. Dovrei iniziare ad accettare dei compromessi, anche con mia moglie. Basta litigare, è giusto che lei abbia i suoi figli. Io ho sbagliato, io pago.

Adesso un pungente odore di spezie e una tempesta di colori, viola, come melanzane, arancione, come kaki, verde di zucchine, grida lontane al ribasso: “Un chilo solo un euro, venite, venite! Castagne belle grosse! Dai ragazzi, su su. Signora si faccia avanti!”. Era il consueto etnico mercato del mattino, con la sua vitalità.

Scorgo un’ape posteggiata nei parcheggi dei disabili, senza avere il bollino. Mi avvicino. Finalmente riuscirò a combinare qualcosa di questa mattinata. Una bimba pettina la sua bambola di pezza, come poteva essere quella lungo il fiume e sembra felice. Ripongo il taccuino nella tasca. E telefono:

“Sì?”

“Ciao, Giada ...”

*

Estratto Capitolo 21 ’Forse solo vita’

C’è uno specchio lungo tutto il muro. Mi vedo: ho gli occhi rossi e privi di conoscenza. Non mi riconosco. Sono leggero come un soffio e a volte mi piace, a volte mi delude, non credo ci sia una sola strada nella droga, sicuramente almeno due.

Corro velocemente al binario sei dal quale partirò. Ho cinque minuti più o meno. Attraverso ancora il sottopassaggio, avevo dimenticato i due barboni visti in precedenza e nel vederli mi inquieto, ma per raggiungere il mio posto sporco di polvere nel binario di seconda classe devo passare per forza davanti a loro. Vado senza ragionare sul futuro ma solo su ogni singolo passo.

Dormono.

Mi rassereno, magari non si accorgeranno nemmeno di me in mezzo a tutta la folla di vetro muta che borbotta qua sotto. Pas- so loro davanti e nel farlo uno si sveglia, quello familiare. Con gli occhi marroni, impenetrabili e tanto pesti da essere stretti gelosamente l’uno dell’altro, mi lancia un’occhiata e con voce ebbra ripete tremolando:

«Vai al treno per Barabassandè figliolo?».
«Sì, vuoi venire anche tu?».
Puzza di alcol e di pavimento sporco di fanghiglia senza esse-

re stato lavato da giorni. Mi guarda, mi guarda. Attimi immensi, senza fine, attimi rancidi, attimi triti, incrostati. Attimi. Geme tirandosi via dai polmoni una gran quantità d’aria, era un peso. Sale un odore di vino in cartone lasciato fuori dal frigo aperto per cinque settimane.

«Venire a Barabassandè dici?».
«Sì, insieme a me!».
«Ma non ho soldi per pagarmi il viaggio, non me lo posso

permettere».
Getto per terra una banconota da venti e una da cinque, in

pratica tutto quello che custodivo nel portafoglio, lo trafiggo negli occhi cercando di farlo capire.

«Ora puoi!».

 

Frastornato barcolla, muove lo sguardo sul cane, sul compa- gno, per terra, su me, per terra, sul cane, per terra.

«Non sono una buona compagnia, sono uno sporco barbone sudato ed ubriaco, cosa ci fai con me?».

«Ci vivo!».

“Riprendi pure il denaro se vuoi. Non verrò mai a Barabas- sandè insieme a te. Il mio posto è qui, per restare sdraiato ad ubriacarmi con vinaccio scadente insieme a questi due e per fare paura a tutte le persone che passano senza muovere un dito, come ho fatto prima con te. Tu non hai bisogno di me, loro due sì» mi indica con un cenno del capo l’altro uomo che dorme e il cane.

Rifletto qualche istante.
«Come si chiama il tuo cane?».
«Come me».
«Ovvero?»
«Claudio».
Ricade rassegnato sul terreno sordido assopendosi anche pri-

ma di porre fine a quello che stava dicendo. Chiudendo gli occhi mostra un grosso neo sulla palpebra sinistra, poi niente.

Vado via lasciando lì i soldi e il giacchetto. Scappo.
Binario sei, destinazione dimenticanza.
Andrò a Barabassandè!

 

*

Action man

ACTION MAN

E me ne restavo seduto al bar a rigirare il ghiaccio nel bicchiere traboccante di alcol, pensando a tutte le occasioni sfumate nella vita. Forse era semplicemente troppo breve una vita, ecco il suo unico problema. Pensavo alla neve, pensavo all'amore, pensavo alle stelle, pensavo alla scrittura e tutto mi sembrava perso, volato via lontano, come quando a nove anni si perde un palloncino nel cielo, e pian piano lo si vede strisciare via, senza nemmeno poterlo salutare. Non so se fu il caldo di quel rorido settembre o la foga di sfogliare il passato come carta straccia a farmi venire in mente l'Africa, ma fu così, e non potevo farne a meno, la ricordai, così come si ricorda un amore di ventisette mini prima, con un sorriso amaro e una lacrima dolce. Avevo nove anni allora ...

Mi ritrovai per caso in una spiaggia quasi deserta di Zanzibar. Fissavo l'oceano Indiano in trance, guardando un sole affannato tuffarsi nell'acqua come un bambino obeso in una piscina, e mi parve di vedere un sorriso fra le nuvole stracciate in lontananza. Quei colori accesi, quei raggi abbaglianti, quelle schegge di luce a tagliare la superficie del mare, poteva realmente esistere Dio? Se guardavo quel dannato tramonto la risposta era certa, eppure se mi voltavo verso le baracche buttate là sulla riva, gonfie di un pungente odore di urina e carogna, mi pareva ancora più assurda, assurda come un dannato tramonto nel cielo. Dio esisteva sì, o meglio era esistito, qualcuno aveva modellato la luce come un bravo calzolaio, ma purtroppo ormai era già morto d'infarto da un pezzo. Condoglianze!

D'improvviso smisi di giocare con i miei pensieri e lasciai cadere il mio sguardo sulla darsena, poi sulla sabbia fine, e infine sul telo da mare proprio a due passi da me. Sopra l'asciugamano stava prendendo il sole un grosso pupazzetto di Action Man che mi ero ben ripromesso di portare con me in quella vacanza. Ero molto legato a quel bambolotto oltremodo muscoloso, avevamo vissuto tante avventure insieme nei meandri di camera mia: come quando abbiamo sconfitto da soli un'orda di soldatini inferociti oppure quando abbiamo ucciso il drago sotto al letto. Fu proprio mentre lo presi per un braccio che un bambino si avvicinò a me e mi parlò in una lingua incomprensibile. lo scossi la testa per fargli capire la difficoltà di comprendere cosa stesse dicendo ma lui non si intimorì e trafiggendomi con quei suoi occhi neri e impenetrabili indicò il pupazzo. Lo voleva, mi stava chiedendo un pezzo della mia infanzia, doveva essere pazzo! Cercai di decifrare i suoi occhi, ma non ci riuscii mai, era impossibile. E forse fu per questa ragione che gli porsi il giocattolo senza dire niente, neppure una parola. A volte sono inutili le parole di fronte a quegli sguardi. Lo vidi sorridere, era felice. Per un magro istante era riuscito a dimenticare la sete, lo sporco. e la povertà. Adesso aveva un Action Man, proprio come un buon occidentale, e doveva essere proprio quel brivido di omologazione ad averlo fatto sognare.

Poi fuggì via allegro e nel riverbero del sole la sua pelle nera non dava più così fastidio. Il razzismo non può essere realmente esistito, pensai perdendo ogni fiducia nell'uomo. Per ore rimasi folgorato dalla vita dentro quegli occhi neri e tutto il mondo, e tutto il mare, e tutto il sole non erano stati poi tanto crudeli infondo. Ritornai nella stessa spiaggia, con la stessa sabbia e lo stesso tramonto di due giorni prima. Lanciai un'occhiata schiva ai piedi di un grosso albero ai bordi della costa e

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sopra a un tappeto, fra mille altre esposizioni (tamburi, statuette, bracciali in ebano ...), vidi il mio Action Man in vendita, proprio come una bambola qualsiasi o una prostituta delle tante. Per un attimo pensai di comprarlo di nuovo, ma quale senso avrebbe avuto? Aveva sofferto abbastanza.

E me ne stavo a rigirare il ghiaccio nel bicchiere con una goccia di sudore sulla tempia. Una radio cantava canzoni perdute ... chissà che fine aveva fatto quell'Action Man: addio.

*

Estratto Capitolo 10 ’Forse solo vita’

Non capii bene cosa intendesse. La curiosità mi assalì, tanto che dieci alle nove ero già a sedere sulla panca della piazzetta in mezzo alle vie del paese. Non era una cosa da me, sono sempre stato un ritardatario. Avevo parcheggiato il motorino proprio lì a fianco e stavo rileggendo il messaggio, cercando di capire cosa intendesse. Non trovavo risposta. Ovviamente nel frattempo continuavo a ripensare alla ragazza della chiesa, da quando la vidi (o forse anche prima) non smisi mai un attimo di farlo, né quando facevo la doccia né quando mangiavo, né quando scrivevo.

Era un continuo.

Rimasi lì ad aspettare per almeno una quarantina di minuti. Alle nove e mezzo sentii delle persone che ridevano e si diri- gevano verso il posto dove ero io. Dalla discesa adiacente alla piazzola vidi scendere Alessandro. Poi appena lui mi raggiunse sbucarono due ragazze. Una delle due l’avevo ammirata la mat- tina stessa in chiesa. Non potevo crederci, non stavo in me. Un sogno. Averle dedicato ogni singolo pensiero nell’arco di una giornata e poi vedersela apparire dal nulla.

Indossava una polo rossa con il risvolto del colletto beige. Portava al collo una collanina d’argento con scritto Selene. Capii che era il suo nome. Poi un paio di pantaloni che richiamavano il colletto della maglia, e delle scarpe color crema. Si sapeva vestire. Aveva i capelli legati da un elastico nero e leggermente addolciti con della schiuma che li aveva resi voluminosi, molto mossi e con un sensuale effetto bagnato. Di solito preferivo le ragazze con i capelli sciolti, ma quella sera mi parevano perfetti anche raccolti in una coda. Non mi spiego come, eppure ogni volta che vedevo quella ragazza, mi piaceva sempre di più, sem

pre più bella. Impossibile. Come faceva? Non lo so, ma era così. Selene eri meravigliosa, meravigliosa in ogni tuo momento sprecato, in ogni gesto lascivo lasciato andare con leggerezza verso chissà chi, forse un ignoto che non avrebbe nemmeno no- tato quanto tu fossi bella, forse un altro già ucciso nello stesso momento nato e morto in cui uno sguardo può dire mille parole e mille parole non valgono uno sguardo. Tu eri meravigliosa camminando, passandoti la mano fra i capelli, tenendo il volto stretto a terra. Eri meravigliosa e meravigliosa lo sarai adesso,chi sa dove. Chi sa dove. Dove sei? Dove sei...