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Raccolta di testi in prosa di Eliana Farotto
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Un suono bellissimo

Era caldo, ma non afoso, e il cielo era di un azzurro intenso. Luisa stava passeggiando con il padre, contenta di vederlo così di buon umore in quell’assolato pomeriggio di luglio al mare. Da qualche anno la malattia si era manifestata e Carlo stava diventando apatico, schivo, alternando momenti di assenza con momenti di stizza quasi fanciullesca.

Si era perso spesso negli ultimi mesi e ormai c’era sempre qualcuno ad accompagnarlo nel suo girovagare, oggi era il turno di Luisa, sua madre aveva bisogno di staccare per qualche ora.

I due camminavano affiancati e Carlo sembrava attento a quello che Luisa gli stava raccontando: del suo lavoro, dei nipotini, di quello che avrebbero mangiato la sera a cena.

Carlo sorrideva, annuiva, commentava con coerenza quello che stava sentendo.

Arrivati all’incrocio si fermò di colpo, posò una mano sul braccio della figlia, la fissò e disse timidamente:

“Ti posso chiedere una cosa?”.

“Sì, certo dimmi”, gli sorrise la donna.

“Chi è Luisa? Tutti mi parlano di lei, ma io non credo di averla mai conosciuta”.

La giovane ristette con lo sguardo interdetto e rispose rapida: “Ma papà, sono io Luisa, sono tua figlia, non ti ricordi di me?”. Carlo la guardò imbarazzato, poi distolse lo sguardo e proseguì attraversando la strada con circospezione sottobraccio alla figlia.

La sera Luisa ripensò al dialogo e si rese conto che da quel giorno cominciava qualcosa di inaspettato: la malattia, come un’ombra grigia, stava cancellando anche una parte di lei. Non era più una figlia, l’amore di suo padre dopo tutti questi anni non era più un sentimento scontato, un luogo sicuro in cui rifugiarsi e trovare conforto. Come si fa a non essere figli? Senza radici, senza identità, senza più ricordi condivisi!

Sentì che il vuoto la stava soffocando. La demenza senile non le poteva fare anche questo torto, era pronta ad affrontare il decadimento organico del padre, a vederlo soffrire, ma non si aspettava di svanire come una scritta sulla lavagna. Doveva reagire, lei era la sua bambina adorata! Non poteva scomparire, doveva trovare un modo per farsi ricordare.

Nei giorni successivi Luisa cominciò a parlare con il padre di lei in terza persona:

“Luisa mi ha chiesto di te, Luisa mi ha detto di salutarti”.  

Carlo sembrava contento di quelle attenzioni, sorrideva e nel frattempo stringeva le mani della figlia, senza però dare segno di collegare il nome al volto che aveva di fronte. L’anziano parlava di sé come un ragazzo appassionato del suo lavoro a cui non vedeva l’ora di ritornare dopo la vacanza al mare, menzionava spesso i genitori e le sorelle, ma non fece più nessun riferimento al suo ruolo di padre e nonno.

I rapporti tra Carlo e Luisa procedettero nella quotidianità nei successivi mesi invernali, tra gli impegni lavorativi e famigliari della figlia e il peggioramento inesorabile del padre. La donna soffriva vedendo il malato dimagrire e farsi progressivamente più assente, come pure le pesava la consapevolezza di essere per lui solo una badante qualsiasi. 

Era un giorno di inizio primavera, Carlo e Luisa osservavano i bambini giocare, seduti su una panchina, la figlia chiacchierava come al solito e il padre non le prestava attenzione. Era da giorni che Carlo non parlava e la sua voce emerse incerta, la donna si avvicinò per sentire meglio quello che stava dicendo:

“Sai, penso di voler bene a quella Luisa di cui mi parli. Il suo nome ha un suono bellissimo”. Lo sguardo dell’anziano era limpido mentre guardava lontano.

Luisa tirò su con il naso, stava sorridendo tra le lacrime, mentre stringeva forte la mano del padre. 

 

UNA RAMPA PER L'ABISSO e gli altri racconti, Braviautori.it, ebook della Gara stagionale d'Inverno 2020 - 2021

 

*

Ho incontrato un angelo

Con sguardo incredulo fissò il volto del ragazzo che aveva appena ripulito dalle tracce di vomito e unto: gli occhi erano di un azzurro sorprendente, le guance scarne creavano un insieme armonico con il mento ricoperto dalla barba bionda. C’era una bellezza particolare in tanta devastazione, quasi una forma di grazia: dove aveva già visto quella faccia?

Da una settimana Marco Evangelisti, nelle sue passeggiate serali da pensionato, aveva notato la presenza di quell’indigente paraplegico sotto il ponte: se ne stava isolato dagli altri, con lo sguardo nel vuoto, indifferente a chi passava poco distante da lui. Era di una magrezza impressionante, chissà come aveva fatto ad arrivare lì e quanto riusciva a mangiare.

Quel giorno, camminando lungo il fiume, Marco aveva visto il giovane scivolare dalla carrozzella: istintivamente era accorso a rimetterlo seduto e toccando quel corpo sporco e freddo, nonostante il sole autunnale ancora caldo, aveva avvertito un infinito senso di desolazione. Non aveva resistito al suo istinto paterno, fatto di conforto, presenza, attenzione e lo aveva portato a casa con sé: sapeva che se ne sarebbe pentito, ma era un medico, o meglio lo era stato fino a che gli avevano permesso di svolgere la professione.

“Perché non ho chiamato l’ambulanza?” si chiese, ma ormai il danno era fatto, il giovane era lì, nello scarno   bilocale dove Marco abitava.  Spogliò quel corpo macilento, lo lavò con cura, facendo attenzione alle vecchie e nuove cicatrici, lo rasò, tagliò a zero i radi capelli impiastricciati e lo rivestì con gli abiti del figlio, morto anni prima travolto da un ubriaco al volante di un’auto di grande cilindrata.

Il giovane pesava poco e non faceva resistenza, sembrava incosciente, nonostante tenesse lo sguardo azzurro fisso su di lui.

Terminato il lavoro Marco lo contemplò e si rese conto di chi avesse davanti: Gabriele Luce, famoso enfant prodige del cinema, diventato famoso da bambino per i suoi ruoli strappalacrime.

Da adolescente si era trasformato in un ragazzo di una bellezza indescrivibile, osannato da giovani e adulti di entrambi i sessi. Troppo bello per essere vero, aveva cominciato a vivere una vita oltre il limite.

L’incidente in moto aveva interrotto la magia, era rimasto vivo per miracolo ma aveva perso l’uso delle gambe.

La disgrazia e la successiva uscita dalle scene aveva fatto crollare il giovane attore, che aveva cominciato a far uso di droghe ed alcool, fino a scomparire nel nulla.

Adesso era lì di fronte a lui, magro, storpio, menomato nel fisico e nella mente, ma sempre bellissimo, che lo guardava con la sua fissità stupita.

Fu il suo sguardo rivolto all’infinito a convincerlo: Marco decise di prendersi cura di Gabriele.

Le sue giornate si trasformarono, seguendo i ritmi dell’infermo: curava che mangiasse, lo portava con sé nelle passeggiate lungo il fiume, si occupava di lui con delicatezza. Gabriele non parlava, in carrozzina la testa gli penzolava sulle magre spalle, le scapole emergevano come ali piegate dalla t-shirt spiegazzata. L’unico particolare, che ricordasse la sua vita precedente, era un tatuaggio sul collo, alla base della nuca, con la scritta “DO IT”, e di esperienze Gabriele ne aveva vissute!

Passarono i mesi e Marco si rese conto che i pochi soldi che aveva da parte stavano per terminare: vivere in due era oneroso, tutte le sue forze erano assorbite da Gabriele e non gli rimanevano le energie per fare i soliti lavoretti per arrotondare la pensione. Nonostante i problemi era contento: il suo “pupillo” aveva ripreso peso e sembrava apprezzare la sua compagnia, e Marco nutriva per lui un sentimento, un affetto, che pensava non essere più in grado di provare per nessuno.

L’idea emerse guardando in televisione una sfilata religiosa dove i figuranti erano attorniati da persone che li guardavano adoranti: bisognava attirare attenzione, per farsi aiutare dalla folla che prima osannava Gabriele. Fu così che Marco recuperò da un suo amico, che a tempo perso faceva il custode in un piccolo teatro di periferia, un paio di ali, imponenti, bianche, realizzate con piume vere.  

Arrivò finalmente il momento adatto, una domenica di sole, quando molte persone erano a passeggio lungo il fiume in cerca di qualche ora di svago. Marco preparò con cura Gabriele, vestendolo con jeans e maglietta bianca e adornandolo con le grandi ali che sporgevano candide oltre le spalle e al di fuori della carrozzella. L’anziano prese fiato, si fece forza, uscì in strada e cominciò a spingere il giovane amico che sembrava brillare di luce propria, con lo sguardo azzurro fisso nel vuoto e i biondi capelli e le piume delle ali mossi dal vento primaverile.

Marco e Gabriele avanzavano illuminati dal sole lungo l’alzaia e la giovane figura androgina alata risplendeva, attirando l’attenzione dei passanti, che si fermavano increduli a rimirare la strana coppia.

Le immagini fecero il giro dei social e molti riconobbero l’attore caduto in disgrazia, richiamando l’attenzione come Marco aveva sperato.

Il telefono squillò molte volte, fino a che un giornalista suonò alla porta.

“Buongiorno, cerco il signor Evangelisti”.

“Sono io, mi dica”.

“Le volevo proporre un servizio su Gabriele Luce e su dei lei, naturalmente possiamo concordare una cifra adeguata per l’esclusiva”

Marco fece entrare il giornalista, poi si girò verso Gabriele che lo fissava come se stesse sorridendo. Sembrava davvero un angelo e Marco ringraziò chi lo aveva messo sulla sua strada.

 

AA.VV, Guardami, Edizioni SENSOINVERSO, febbraio 2021

  

*

La scomparsa

Terminò il suo espresso sollevando la tazzina per gustare l’ultima goccia.

“Almeno ho la soddisfazione di godermi un vero caffè”, pensò Vincenzo e continuò a pulire il bancone con uno straccio. Vedeva la sua immagine riflessa nello specchio alla parete: un uomo ingrigito, spento, con profonde rughe sul viso.

Lavorava a mezzo tempo nel bar Sicilia Mia grazie alla raccomandazione del suo amico Peppino, che conosceva bene il proprietario Franco De Vito, siciliano pure lui, emigrato al Nord negli anni Settanta. Quando si erano incontrati gli aveva raccontato che cercava un lavoro per arrotondare la pensione, si era dovuto trasferire a Bolzano da Palermo per stare vicino al figlio. 

La realtà era che Vincenzo era nato a Palermo, si era trasferito vicino a Verona poco più che maggiorenne dove aveva messo su casa, e aveva passato gli ultimi vent’anni in prigione, per scontare una condanna per omicidio. Un figlio l’aveva, ma non lo vedeva da molti anni, sapeva che si era sposato, poi separato ed aveva due figlie, ma lui non le aveva mai viste.

Si era sempre dichiarato innocente, non aveva ammazzato sua moglie. Non era mai stato trovato il corpo di Karin e nessuna traccia che potesse provare la sua colpevolezza.  

Lo aveva ammesso, era sempre stato geloso della sua bionda moglie, alta, slanciata, troppo indipendente, così diversa dalle donne del suo paese di origine. Era stato colpito dalla sua bellezza e dopo i primi incontri avevano subito fatto l’amore, lei era spensierata e nell’atto amoroso gioiva con tutto il suo corpo così morbido e candido. Lui pensava fosse solo un’avventura, ma lei era diventata il suo chiodo fisso, non faceva che pensare a lei, non poteva stare senza di lei. Erano venuti i parenti dalla Sicilia per il matrimonio: avevano ammirato l’appartamento luminoso arredato con mobili chiari ed elettrodomestici costosi, ma avevano abbassato gli occhi davanti a quella femmina così bionda e sfacciata.

Lei lavorava nella birreria del piccolo centro abitato della pianura veneta e le piaceva mettere in risalto la scollatura procace e sorridere ammiccante agli avventori. Vincenzo ne soffriva e sperava che, alla nascita del figlio, Karin si sarebbe trasformata in una madre a tempo pieno. Nacque Salvatore, ma Karin era insofferente ai lavori domestici e alla vita confinata nelle mura di casa: volle subito tornare al lavoro e al suo pubblico di ammiratori.

Erano ormai sposati da più di dieci anni e le liti aumentavano, lei tornava a casa sempre più tardi e a volte c’era qualcuno che la accompagnava. Vincenzo le faceva scenate anche in pubblico, non voleva fare la figura del cornuto, lei la doveva smettere di fare la civetta con tutti gli avventori.

Anche quel sabato mattina del luglio 1995, mentre lei era al volante, le aveva urlato dietro che l’avrebbe ammazzata se avesse osato tradirlo.  La macchina era diretta verso nord: Karin stava andando al matrimonio di una sua amica che si sposava dalle parti di Monaco.  Era stata invitata anche la sua amica Angela che però si era ammalata di morbillo, contagiata dal figlio della sorella. Quando Vincenzo aveva scoperto che la moglie sarebbe partita da sola le aveva chiesto di non andare, ma lei aveva riso e gli aveva risposto che per nulla al mondo avrebbe rinunciato a sfoggiare il suo abito blu acquistato per l’occasione.

Era uscita chiudendo con calma il cancello, indossava scarpe comode ed un abito corto che lasciava scoperte le gambe chiare. Lui non aveva ricambiato il suo saluto, ma dopo poco non aveva resistito e le era corso dietro urlando: lei seduta in auto si era girata, con un sorriso di sfida. Vincenzo non ricordava cosa avesse fatto dopo, come avesse trascorso la giornata, era troppo arrabbiato con lei.

Karin non era più tornata a casa e non era neanche arrivata a Monaco. Quando Vincenzo era andato alla polizia a denunciare la scomparsa della moglie, l’avevano subito guardato con sospetto: lui non capiva quegli sguardi, sicuramente lei era scappata con qualcuno, che la trovassero subito, lui l’avrebbe punita, ma poi l’avrebbe perdonata, era ancora innamorato e la rivoleva a casa con lui. I giorni passavano e di Karin nessuna traccia. Dalle indagini emersero le liti e le minacce di Vincenzo, che era l’unica persona in tutto il paese ad avere un movente per uccidere la moglie.

Lo interrogarono più volte e lui stremato dalla preoccupazione e dal dubbio ammise che a volte non ragionava, la gelosia lo accecava, forse un raptus…ma non sapeva, non ricordava e piangeva, voleva la sua Karin, non poteva vivere senza di lei. La polizia cercò il corpo nei boschi, scavò nella cava abbandonata, ma non trovò nulla, anche dell’auto si erano perse le tracce. Vincenzo rimaneva l’unico indiziato e lo arrestarono. In carcere non dormiva e, divorato dal dubbio, tentò il suicidio, e questo valse come prova della sua colpevolezza. Fu condannato a 30 anni di carcere, rilasciato dopo 20 per buona condotta.

Adesso rimaneva solo l’ombra dell’uomo forte di un tempo, un vecchio vivo per metà, innocente ma forse colpevole, inconsapevole se il desiderio male espresso di vederla morta si fosse trasformato in un efferato omicidio.

Vincenzo si sedette a guardare il telegiornale della notte sul maxischermo del bar, in attesa che gli ultimi avventori terminassero di bere le loro birre. Tra le ultime notizie riportarono l’intervista di un tredicenne che aveva scandagliato il fondo di un laghetto con la sua microtelecamera, mettendo in risalto quanti rifiuti si nascondessero vicino a casa, in un luogo dedicato alla pesca e al tempo libero.  Non solo, nel bacino artificiale del Sud della Germania, il giovane Mark aveva individuato i resti di un’auto, probabilmente una Golf parcheggiata incautamente sul bordo ghiacciato del bacino e scivolata in acqua un inverno di qualche anno prima. Gli abitanti della cittadina, preoccupati dal possibile inquinamento causato dalla batteria e dalla benzina della vettura, pretendevano che venisse prontamente rimossa. Il giovane era stato premiato, appariva in televisione con un cappellino nero con la visiera calcato sui lunghi capelli castani e sorrideva all’intervistatore che concludeva dicendo: “I giovani sanno usare le nuove tecnologie anche per salvaguardare l’ambiente, non solo per chattare”.

Vincenzo annoiato cambiò canale, e subito dopo qualcuno segnò un gol all’insaputa dei vecchi ubriaconi presenti nel locale. Radunando i bicchieri sporchi l’anziano rifletteva sul suo destino: nessuno, a parte il suo amico Peppino, sapeva dei suoi trascorsi e lui viveva una vita anonima, era infelice, spesso aveva degli incubi, sognava Karin, che lo accusava di averla brutalmente ammazzata e di aver nascosto il suo corpo.

Fu per lui un duro colpo quando, un sabato mattina, vide due poliziotti fuori dalla sua porta: pensò immediatamente che fosse successo qualcosa al figlio o ancora peggio, che fosse avvenuto un furto o una morte violenta nei dintorni e sospettassero di lui in quanto ex carcerato.

Aprì la porta con le mani che gli tremavano:

- “Lei è Vincenzo La Mantia?”

- “Sì, sono io”. 

I poliziotti gli chiesero di entrare in casa, dovevano parlargli.

Vincenzo li fece accomodare e si sedette a sua volta nella poltrona sfondata del salotto; incrociò le mani, abbassò la testa e socchiuse gli occhi, pronto ad incassare questa nuova sfida del destino.

“Karin Mann era sua moglie?”

Vincenzo squadrò i due uomini, sorpreso dalla domanda.

“Sì, era mia moglie”.

“Vede, è stata recuperata un’auto dal fondo di un lago vicino a Kassel, ne hanno parlato anche in televisione, è stato un ragazzino a filmare il relitto. L’auto era una Polo Nera targata   AB321BY”.

“Una Polo Nera...la macchina di Karin!”

“Dentro l’abitacolo c’erano dei resti umani, stiamo facendo gli accertamenti, pensiamo che il corpo sia quello di sua moglie”.

Vincenzo, rimase senza parole, guardò attonito i poliziotti. Sentiva solo delle voci in lontananza:

“…pensiamo abbia perso il controllo dell’auto, un malore o un guasto…”.

Avvertì un forte dolore al petto, le orecchie fischiavano, sentiva che stava per perdere conoscenza.

Arrivò l’ambulanza, gli fecero il massaggio cardiaco nel tentativo di mantenerlo in vita. Vincenzo aprì gli occhi e parlò al medico, gli occhi lucidi per lo sforzo.

“Non sono stato io, non sono stato io” ripeteva, con voce sempre più flebile, negli occhi l’immagine di Karin che lo salutava con il sorriso sulle labbra.

 

 AA.VV, I signori in giallo, Rudis Edizioni, 2021  

 

*

I nuovi amici di Clara

Per fortuna stava meglio. Si passò le mani tra i capelli, sistemò il cuscino e riprese a guardare le luci che, provenendo dalla strada, balenavano per la stanza come in un caleidoscopio.

Si chiese come avesse fatto a essere così ingenua, si era fidata e quello era il risultato: se l'era meritato! Ma anche questa volta ne era uscita indenne.

Tutto era iniziato a gennaio, quando uscendo di casa aveva salutato i nuovi inquilini che avevano preso in affitto l'appartamento al quinto piano. I nuovi arrivati erano una coppia di pensionati, lei magra, timida, con gli occhiali, lui con i capelli tinti di castano chiaro, dalla camminata zoppicante. Si erano presentati con i nomi di battesimo, Luigi e Maria, erano venuti ad abitare a Milano da un paese della Basilicata, non ricordava il nome, per seguire i figli che avevano trovato lavoro in città. Erano più o meno coetanei di Clara, anche lei era in pensione, ma preferiva continuare a dare una mano in ufficio, stare a casa non le piaceva.

Clara era divorziata, senza figli, frequentava pochi amici, forse il suo carattere riservato non aveva contribuito a creare rapporti duraturi, ma stava bene da sola. Nel tempo libero leggeva, andava al cinema o a fare acquisti, passava l'estate al mare.

Viveva in modo sobrio, ma i risparmi di decenni di lavoro le permettevano una vita

agiata, era proprietaria dell'appartamento in cui abitava e di una villetta a schiera sul lago.

L'unica parente era una sorella che si era sposata con un tedesco conosciuto in vacanza a Rimini e si era trasferita da quasi quarant'anni in Germania.

Una sera aveva sentito suonare alla porta: era la nuova inquilina che le chiedeva consigli per una parrucchiera in zona, doveva tingere e tagliare i capelli e non si fidava ad andare a caso. Clara la fece accomodare, scusandosi per il disordine, Maria entrò timidamente, si guardò attorno e lodò l'ampio salone e la vista che si ammirava dall'ultimo piano.

Clara le offrì il caffè e chiacchierò volentieri, sorpresa dalla facilità con cui riusciva a comunicare con Maria.

Dopo qualche giorno, sentì il campanello ed era nuovamente la vicina, venuta a farle vedere la nuova acconciatura: per ringraziarla del consiglio aveva portato dei biscotti fatti in casa. Clara era da tanto che non riceveva un regalo, quasi si commosse.

Maria le raccontò di essere una brava cuoca, le piaceva cucinare però negli ultimi tempi sbagliava le dosi, prima la famiglia era numerosa e adesso cucinando per due persone, avanzava sempre qualcosa. Da un formale lei erano passate al tu. La settimana successiva, all'ora di cena, Clara sentì dei passi furtivi sul pianerottolo, guardò attraverso lo spioncino e vide Maria. Senza aprire la porta le domandò con voce spaventata cosa volesse a quell'ora e sentì la vicina rispondere velocemente: — Hai già cenato? Ti ho portato una cosa che ho fatto io, l'ho appena tirata fuori dal forno.

Quando Clara aprì la porta, Maria le porse un piatto coperto che emanava un invitante profumo di ragù: era una porzione di lasagne, il piatto era molto caldo, Clara lo andò a posare in cucina e quando tornò in ingresso Maria se n'era già andata.

La stessa scena si ripeté diverse volte a ora di cena, Clara era sorpresa di sé stessa, stava cominciando ad abituarsi alla compagnia, alle chiacchiere inconsistenti, alle visite a sorpresa. Fece spallucce: — Si vede che sto invecchiando. — concluse.

Un sabato, Maria le chiese se poteva accompagnarla al supermercato, visto che Luigi era impegnato: Clara era libera come al solito e nelle settimane successive seguirono altre uscite. La nuova amica sembrava impreparata ad affrontare la vita, non aveva la patente, ogni novità la rendeva titubante e preoccupata. Clara cominciò a dispensare consigli, le mostrò come usare la carta di credito e il bancomat, suggerendole di rivolgersi alla filiale della sua banca.

Una sera le girava la testa e si era sdraiata sul divano: aveva faticato a raggiungere la porta quando il campanello aveva suonato. Oltre la porta c'era Maria con una porzione di arrosto.

— Come sei pallida, cos'hai?

— Non mi reggo in piedi, sarà l'influenza. Scusa ma l'odore di cibo mi dà fastidio, entra pure in casa, io vado a sdraiarmi.

— Non preoccuparti, vado a mettere il piatto in frigorifero, quando ti senti meglio lo

mangi.

Clara non ricordava di essersi addormentata, ma quando si era svegliata sul divano in piena notte, aveva visto Maria seduta su una sedia che la osservava: — Ti sei fermata, che cara, non dovevi… — Aveva bevuto la tazza che Maria le porgeva e si era fatta accompagnare a letto.

Con alti e bassi la debolezza non era più andata via, Clara si sentiva insicura e si era affidata alla coppia per le attività di ogni giorno, all'inizio si faceva accompagnare al lavoro da Luigi, ma poi aveva rinunciato e stava in casa, accudita in tutto e per tutto da questi amici così premurosi.

Non si ricordava quando aveva cominciato a farsi strada il dubbio: forse aveva sentito accennare a qualcosa di sospetto, oppure era stato un brusco cambio di tono o di argomento.

Qualcosa non tornava: dormiva moltissimo, non ricordava di aver visto un medico. Non trovava più il cellulare, lo chiese a Maria: — Suonava, hai cercato di rispondere e hai rovesciato il bicchiere, l'ho preso io, eccolo. — il telefono non funzionava, era fuori uso a causa dell'acqua.

Nelle poche ore di veglia l'ansia la assaliva, doveva parlare con sua sorella. Un giorno, non sapeva più da quanto fosse a letto, provò ad alzarsi ma le gambe non l'avevano sorretta, Luigi era subito intervenuto a rimetterla sdraiata.

Clara aveva paura, era in balia della coppia, doveva far qualcosa.

Dopo numerosi tentativi andati a vuoto era riuscita ad arrivare fino al telefono fisso e fare il numero della sorella: una voce femminile aveva risposto subito, lei si era messa a piangere e aveva chiesto aiuto.

Il giorno dopo era arrivata Rachele, una giovane infermiera, accompagnata da un medico che l'aveva visitata a fondo. Maria e Luigi erano scomparsi, gli incubi erano diminuiti, erano più lunghi i periodi di veglia. L'infermiera le aveva detto che probabilmente era stata intossicata, il suo malessere così improvviso e persistente era sospetto.

Rachele le aveva promesso che l'avrebbe accompagnata alla polizia non appena avesse ripreso le forze. Intanto per curarsi aveva bisogno di medicine costose: Clara aveva dato a Rachele il bancomat per andare in farmacia.

Per fortuna adesso stava meglio. Si guardò intorno, leggere era troppo stancante,

avrebbe acceso la televisione. Era sola, l'infermiera era uscita da poco. Strano che sua sorella non l'avesse più richiamata per sapere come stava… vide sul tavolino vicino alla porta un cellulare, doveva averlo dimenticato Rachele. Con molta fatica si mise in piedi e appoggiandosi al tavolo e alla libreria arrivò fino al telefono.

Lo prese e digitò il numero della sorella: sentì la voce di suo cognato Markus, che parlava un italiano stentato.

— Clara, da quanto tempo! Tu non rispondere al telefono, noi preoccupati, come stai?

— Sto migliorando, grazie per avermi mandato l'infermiera.

— Infermiera? Noi mandato? Tu malata? Cosa stai dicendo?

Clara rimase impietrita, nel frattempo il cellulare aveva vibrato, era arrivato un messaggio WhatsApp.

Mentre sentiva suo cognato ripetere "Clara, Clara, rispondi…" guardò lo schermo: "vuotato il conto?" diceva il messaggio. Arrivava da Mami che aveva la faccia sorridente e senza occhiali di Maria.

 

AA.VV, BEU e gli altri racconti, Ebook della Gara letteraria stagionale di Autunno 2020, Braviautori.it

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Morte in vacanza

“In every life we have some trouble

When you worry you make it double
Don't worry, be happy
Don't worry, be happy now”.

 

Martedì 11 giugno 1989

Era stata una giornata davvero faticosa.

John Middlesack si asciugò la fronte, seduto sul letto matrimoniale della stanza arredata con mobili finto antichi. La visita di Lucca con il gruppo culturale di Brighton, di cui faceva parte da anni, era iniziata alla mattina alle 9, subito dopo colazione: il giro delle mura, l’anfiteatro, la cattedrale, i palazzi storici e poi il pranzo in trattoria, dove aveva mangiato e bevuto con troppa abbondanza. Subito dopo erano partiti per Pisa, per vedere la torre pendente e Piazza dei Miracoli. Era rientrato in albergo da un’ora e una doccia fresca non era bastata a ridargli energia. Forse 75 anni erano troppi, o forse era l’Italia che era troppo calda e troppo ricca di chiese e monumenti. Si infilò a fatica le scarpe per via della pancia, si controllò allo specchio e uscì dalla stanza, chiudendo la porta a chiave. Sbuffò, ricordandosi che non c’era l’ascensore: aveva richiesto una stanza con vista e gli era stata assegnata una camera al terzo piano in un palazzo storico, pittoresco certo, ma con scale strette e ripide.

Cominciò a scendere lentamente posando i piedi con attenzione sugli stretti gradini in pietra. Avvertì una spinta alla schiena, cercò di rimanere in piedi stringendo il corrimano in legno con più forza, ma cominciò a rotolare fino a sbattere contro la finestra che si frantumò facendolo piombare nel buio.

Davide, un pisano di 24 anni, aveva iniziato il turno alla reception alla mattina alle 7. “Questi inglesi sono davvero difficili da gestire”, stava pensando. Chi altro poteva pretendere un tè caldo a metà giugno prima di cena? I partecipanti del gruppo arrivati il giorno prima sembravano più istruiti della media, con una guida locale che li aveva intrattenuti la sera prima sulla storia della città, anche se ne aveva visti diversi sonnecchiare nonostante le sedie scomode. Il ragazzo doveva rispondere alle telefonate, verificare la programmazione delle stanze, soddisfare i desideri dei clienti e mai che ci fosse qualcuno a servire al bar quando ce n’era bisogno! Troppo lavoro per il poco stipendio che percepiva, a fine estate avrebbe cercato un altro posto, voleva provare a lavorare in un hotel più prestigioso, con più personale per soddisfare le varie incombenze. Mentre stava chiamando un taxi per la coppia dei tedeschi, avvertì un trambusto per le scale: dopo pochi minuti sentì urlare e si affrettò a verificare cos’era successo. Sulla rampa delle scale, tra il secondo e terzo piano, un uomo era incastrato nella finestra: la testa aveva sfondato il vetro e il sangue scendeva copioso fino al pavimento in cotto.

All’ombra del cortile Michela stava controllando la cartina: la settimana in Toscana si stava rivelando piena di piacevoli scoperte. Michela Rossini era una milanese cinquantenne dal fisico sportivo, con i capelli castani tagliati corti e gli occhi chiari e curiosi. Stava fischiettando il motivetto che l’aveva spinta a partire, “Don’t worry be happy”: il lavoro ed il rapporto con il marito erano in stallo, tutto sembrava non girare per il verso giusto, fino a che la canzone ripetuta ossessivamente alla radio non l’aveva spinta a riflettere. Perché preoccuparsi invece di essere felice? Si era così decisa per una pausa in solitaria, per affrontare la vita con più leggerezza almeno per qualche giorno.

La tomba di Ilaria l’aveva affascinata, se fosse stata una scrittrice le sarebbe piaciuto raccontare la storia d’amore e morte della giovane così mirabilmente ritratta nella pietra, ma il suo lavoro non era così artistico, era una microbiologa e passava le sue giornate in laboratorio. Stava sorseggiando una bevanda fresca seduta nel cortile del piccolo hotel a Lucca, aspettando che arrivasse un’ora decente per andare a cena. Tra poco sarebbe andata in stanza, si sarebbe cambiata per poi andare a piedi verso piazza dell’Anfiteatro. Sentì provenire dall’interno dell’edificio delle grida, delle porte sbattere, voci che gridavano aiuto. Fu tentata di alzarsi, ma diverse persone si stavano accalcando sulla porta.

Dopo 10 minuti, arrivò un’autoambulanza a sirene spiegate e vide un medico e gli infermieri correre all’interno. Uscirono poco dopo trasportando un uomo in barella che sembrava incosciente, il telo era sporco di sangue. Avrebbe appreso il giorno dopo che l’uomo, un turista inglese, non avrebbe passato la notte.

 

Mercoledì 12 giugno 1989

La Gazzetta di Lucca riportava in prima pagina: Forse un malore, forse un passo falso, hanno segnato il destino di un uomo. Secondo gli accertamenti eseguiti dai carabinieri della stazione di Lucca guidati dal comandante Graziano Summa, l’uomo, un professore inglese in pensione, sarebbe morto cadendo sulle scale dell’Hotel Lucca Antica.  L'anziano, nel tentativo di scendere alcuni scalini, avrebbe perso l'equilibrio sfondando la finestra alla base delle scale. Si indaga per capire se ci sono eventuali negligenze da parte dei responsabili della struttura alberghiera.”

“Che cavolo di incidente!”, pensò Davide alla reception, “non capisco che ci faccia qui la polizia, quello è caduto ed ha infilato la finestra con la testa. Che svolgano pure le loro indagini, cosa c’è da scoprire? Era vecchio, stanco, forse aveva bevuto”.

Michela aveva pianificato un giro a Viareggio ma dovette attendere in albergo per testimoniare. Nella piccola sala altri turisti aspettavano, tra cui anche alcuni del gruppo di Brighton. Da loro scoprì che il malcapitato si chiamava John Middlesack ed era un professore di musica, vedovo benestante, con due figli che sarebbero presto arrivati.

 

Rientrando in albergo prima di cena, Michela apprese che la Procura aveva disposto un'autopsia, per fugare ogni dubbio: non sembrava chiara, infatti, la dinamica della caduta e i carabinieri, che al momento parlavano di un fatale incidente, volevano battere ogni pista.

 

“Effettivamente serve molta energia per sfondare la finestra”, pensò Michela, “strano che un turista di quell’età, a fine giornata, scenda le scale correndo”. Aveva in mano una mela che stava portando in camera, la fissò per un attimo e la lasciò cadere lungo gli scalini del secondo piano: il frutto si arrestò quasi subito, ben distante dal pianerottolo che collegava le due rampe di scale.

 

Il terzo piano era stato isolato per permettere le indagini e nell’hotel erano rimasti solo i turisti che occupavano le stanze ai piani più bassi. Il proprietario, Luigi Fontana, un corpulento toscano sui cinquant’anni, era comparso nel pomeriggio, disperandosi per la sfortuna che gli era capitata: gli era stato ingiunto di chiudere l’hotel nell’arco di pochi giorni e attivare tutte le misure per mettere in sicurezza le scale e le finestre. E pensare che solo qualche mese prima l’albergo di fianco gli aveva proposto un’offerta vantaggiosa, potevano mettersi in società ma lui aveva rifiutato sdegnosamente.  Mannaggia a lui e al suo orgoglio! Dove avrebbe trovato i soldi per i lavori? Se non avesse buttato i soldi giocando ai cavalli adesso non si sarebbe trovato nei casini, la voce era girata e nessuno gli faceva più credito.

 

Giovedì 13 giugno 1989

 

Davide stava parlando con Maria, la donna di origine albanese che riordinava le stanze. Maria continuava a piangere, sembrava molto scossa dall’incidente. “Era grasso, sarà stato il cuore” diceva Davide, “certa gente dovrebbe starsene a casa, invece di andare in giro a bere e mangiare”. Maria si asciugava gli occhi con il fazzoletto e annuiva.

Michela, seduta nell’atrio, vide arrivare un taxi e scendere un uomo che si presentò alla reception come Andrew Middlesack. L’inglese era agitato, accaldato e dall’aspetto stropicciato: chiese subito a Davide dov’era l’obitorio e con chi dovesse parlare. Appoggiandosi sul bancone dell’ingresso per riprendere fiato, domandò se sua sorella Ruth fosse già arrivata. Sobbalzò vedendo una donna anziana che stava avanzando verso di lui e le si rivolse in inglese con fare sgarbato: “Helen, come mai sei qui? Papà aveva detto che avevate smesso di frequentarvi!”. Helen si ritrasse come se fosse stata punta da una vespa e gli rispose che anche lei faceva parte del gruppo in visita in Toscana. “La mia relazione con tuo padre è terminata da tempo, cosa c’è di male nel fare le vacanze insieme ai comuni amici?”.

“Sei sempre stata una bugiarda, anche la mamma lo diceva”.

“Lascia stare Andrew, sei sconvolto, stai parlando a vanvera”, Helen si girò e si allontanò in gran fretta.

Nel pomeriggio arrivò Ruth Middlesack con un volo dalla Germania, dove si era trasferita molti anni prima, così disse a Davide che l’accolse in hotel. Rifiutò le condoglianze rispondendo che suo padre sarebbe dovuto morire molti anni prima, al posto della madre. Davide rimase senza parole, e con sollievo sentì il telefono che squillava. La radio in sottofondo continuava a trasmettere la solita canzoncina scaccia pensieri (Don’t worry,be happy!): il fischiettio e lo schioccare delle dita risuonavano nella via.

 

Venerdì 14 giugno 1989

 

Luigi Fontana accolse con palese nervosismo Graziano Summa, venuto per un nuovo sopralluogo in hotel. “Comandante, è stata una disgrazia, più chiaro di così, cosa c’è ancora da capire?”.

 “E’ la prassi, signor Fontana, non si preoccupi”. Il comandante aveva appena ricevuto i risultati dell'esame autoptico, eseguito il giorno precedente dal perito nominato dal Tribunale: erano state rinvenute tracce di legno del corrimano sotto le unghie della mano sinistra e dei segni nella parte bassa della schiena rivelatrici di una pressione, come se John Middlesack fosse stato spinto.  

Elementi che mettevano in dubbio l’episodio accidentale e che rendevano la vita complicata al comandante Graziano Summa che non voleva grane: passi un incidente, ma un omicidio ad inizio estate, a Lucca, non ci voleva proprio.

Summa aveva incontrato il giorno prima i figli del defunto, solo l’uomo sembrava sconvolto, mentre la figlia non aveva versato una lacrima. Andrew Middlesack aveva fretta di rientrare con la salma, ma con i dubbi in sospeso bisognava verificare ogni possibile indizio.

 

Michela stava sorseggiando il suo cappuccino e dal suo tavolo scorgeva il proprietario dell’hotel e un poliziotto discutere nell’ingresso.  Nella sala della colazione apparve Ruth, con indosso un camicione, scarpe basse ed un cappello a larghe falde calato sui lunghi capelli rossicci. Tutti i tavoli erano occupati e Michela, che era seduta da sola, le fece cenno di accomodarsi. Ruth ringraziò, si tolse il cappello e prese posto, mentre nei tavoli vicini alcuni turisti di Brighton si azzittirono.

“Sono una massa di ipocriti” disse Ruth a Michela, con un tono che potesse essere sentito in tutta la sala, “Falsi amici pronti a sputare sentenze”. 

“Perché dice questo?”, chiese Michela.

“Hanno sempre fatto finta di niente quando mio padre aveva delle avventure, mentre hanno attaccato ferocemente mia madre quando finalmente si è ribellata a mio padre. La sua depressione è stata causata da come l’hanno trattata, poi è seguita la malattia, e lei si è lasciata morire. Non mi stupirei se anche questa volta ci fosse lo zampino di qualcuno di loro nella morte di papà”. Così dicendo si alzò bruscamente e lasciò la stanza, lasciando cadere la sedia con un rumore che rimbombò nella sala.

Terminata la colazione Michela si avviò verso la vicina chiesa di San Michele in Foro con in mano la guida tascabile. Dopo il bianco abbagliante della facciata, l’interno risultava più scuro di quanto fosse in realtà. Aspettò, seduta nei banchi dell’ultima fila, che gli occhi si abituassero alla poca luce e nei primi banchi vide una figura inginocchiata che piangeva e pregava con in mano un rosario. Passati alcuni minuti la persona si alzò, si fece il segno della croce e percorse la navata laterale per uscire, passandole di fianco.

Michela riconobbe nella figura affranta Maria, la cameriera dell’hotel.

 

 

Sabato 15 giugno 1989

 

Graziano Summa, affiancato dai suoi collaboratori della polizia giudiziaria, aveva già sentito tutti i turisti presenti nell’hotel al momento della caduta di John Middlesack e si stava chiedendo che altro potesse fare. L’indagine non aveva rivelato aspetti particolari e non poteva trattenere oltre il gruppo di inglesi in hotel. Tutto sembrava confermare che si trattasse di una fatale tragedia.  A parte vecchie storie, non sembrava esserci un movente per un omicidio. Si era intrattenuto più a lungo con Helen Moarty, una vecchia signora piacente che aveva avuto una relazione con il defunto negli anni passati, così aveva appreso dal figlio Andrew che aveva fatto allusioni ad un movente economico e passionale. La donna divideva la stanza 106, al primo piano, con un’amica, Beth Russy, ed erano entrambe in camera quando era avvenuta la tragedia, per cui era da escludere dalla lista degli indiziati. A dir la verità non c’era nessun altro nome in quella lista, pensò Summa, si era trattato di un malcapitato incidente.

 

Michela stava preparando la borsa, dopo colazione avrebbe lasciato la stanza. Controllò di aver preso creme e spazzolino e mentre esaminava il suo viso allo specchio sentì una voce provenire dal cavedio su cui si affacciavano le finestre dei bagni. Incuriosita si avvicinò al pozzo di aerazione e sentì una voce femminile che stava parlando al telefono. “Non è vero, non volevo, non puoi trattarmi così, ho bisogno di quei soldi, Dio mi punirà per quello che ho fatto”.

Rimase in silenzio e quando sentì la porta della stanza di fianco aprirsi, uscì nel corridoio, andando quasi a sbatte contro Maria con in mano una scopa ed uno straccio. Maria sussultò e salutò abbassando gli occhi. Michela fissò il suo viso sciupato, con occhiaie scure. “Maria, sta bene?” Maria annuì, tirando su con il naso, mentre una lacrima le scendeva dall’occhio destro.

“Maria, se sa qualcosa sulla morte dell’inglese lo deve dire, non può vivere così, l’accompagno io in commissariato”.

Maria si riscosse stupita, la fissò e svenne.

Circa un’ora dopo Michela e Maria entrarono nella stazione dei carabinieri e chiesero di parlare con il responsabile; dopo una breve attesa entrarono nell’angusto ufficio e presero posto davanti alla scrivania.

La prima a parlare fu Michela:

“Commissario, Maria ha qualcosa di importante da dire” e guardò la donna facendole cenno di continuare.

“Io non volevo, è stata una disgrazia!” Maria si interruppe cominciando a singhiozzare.

Summa le fece portare un bicchiere d’acqua e la invitò a proseguire.

Maria riprese a parlare tra i singulti: “Madre Santa, aiutami tu! Il signor Giacomo, il padrone dell’hotel San Michele - lo conosce? - mi ha chiesto di far cadere qualcuno dalle scale. “Perché?” non capivo cosa diceva! “Per creare problemi” mi ha risposto, “Fontana è pieno di debiti, lo sanno tutti, e con un incidente deve chiudere, deve pagare i lavori e senza soldi non può”. Il signor Giacomo vuole prendere l’hotel con pochi soldi, non gli basta quello che ha.” Ti pago”, mi ha detto, “50 euro subito e 200 dopo l’incidente”. Non volevo, a me non servono i soldi, faccio un lavoro onesto, ma mio figlio in Albania, continua a chiedere, “Mamma, mandami soldi, mamma ho bisogno”. Ho pensato, è solo una caduta, non è un peccato grave”.

La donna fece una pausa e si asciugò gli occhi con il fazzoletto che teneva appallottolato nel pugno.

“Ho messo la cera, ho lasciato bagnato, ma nessuno si è fatto male. Martedì ero al terzo piano, nella 302, ho sentito una porta che si apriva, qualcuno stava uscendo; ho fatto piano, ed ho spinto il signore grasso, così lui cade.  Non pensavo di aver fatto forte, non volevo far male, che Dio mi perdoni. Ho visto il sangue e mi sono spaventata, ho urlato, con tutto il rumore mi sono trovata sulle scale senza capire più niente. È da allora che non dormo e prego la Madonna, sono senza pace!”.

Michela appoggiò la mano sulla spalla di Maria, e sospirò. Guardò Summa con fare interrogativo e il comandante le fece un cenno come per ringraziarla.

Era tempo di tornare, le vacanze per lei erano finite.

 

 

AA.VV, Un giallo per l’autunno, Volume I, Apollo Edizioni 2020

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In prima fila

Sono stato adottato a quattro anni e mezzo. Dell’orfanatrofio mi ricordo il cortile: era luminoso, faceva caldo, giocavo a calcio con un pallone sgonfio con le infradito. Una mattina sono arrivati loro, mamma e papà, pallidi, agitati, che mi rivolgevano parole incomprensibili: dopo un mese insieme ho capito cosa vuol dire avere dei genitori. Ho scelto un pallone da regalare agli amici che stavo per lasciare, poi siamo partiti per l’Italia. Un lungo viaggio in aereo e poi in auto: mi sono trovato in mezzo a boschi e montagne ed ho visto per la prima volta la neve.

Casa mia è in un piccolo paese in Valle d’Aosta, dove oltre l’italiano si parla uno strano dialetto che sembra francese. Il primo inverno è stato duro, avevo sempre freddo, mi si screpolavano le mani e la faccia, era buio e poi improvvisamente il sole colpiva la neve e si rimaneva accecati.

Quando ho cominciato a frequentare le elementari ho conosciuto i miei “coscritti”, quelli che sarebbero diventati i miei amici del cuore.  Ho imparato in fretta a parlare l’italiano e il “patois”, mischiando parole e verbi in un borbottio che faceva ridere le amiche della mamma quando venivano per un caffè o a giocare a carte il pomeriggio del sabato.

In giugno con l’arrivo del caldo potevo giocare a pallone nella piccola piazza davanti alla chiesa e andare in bicicletta stando attento alle macchine, in paese mi conoscevano tutti. Ero magro, molto più basso di Lino e Carlo che abitavano nella casa di fronte alla nostra: bastava salire la scala, bussare alla porta, il loro cagnolino si affacciava e cominciava ad abbaiare e loro uscivano a giocare con me.

Nel mio paese a otto anni i bambini entrano a far parte del coro locale, che ripropone balle e canti della tradizione popolare e si esibisce in tutta la Valle d’Aosta. Possono partecipare al gruppo folkloristico solo i figli di chi fa parte da generazioni della piccola comunità: i costumi, molto elaborati, vengono tramandati di padre in figlio, come pure le calzature in cuoio e legno e il cappello con le piume vere.

La mamma ha tirato fuori dal baule il costume che era di papà e lo ha sistemato per me, visto che ero molto più magro di quanto fosse lui alla mia età: mi sono sentito molto elegante quando l’ho provato di fronte allo specchio. Un sabato mattina i miei genitori mi hanno accompagnato emozionati al primo incontro con il maestro del coro, un po’ agitati per questo mio debutto in società. Il maestro quando mi ha visto sembrava perplesso, ma i bambini vedendomi hanno battuto le mani, i più grandi mi hanno sollevato e fatto il solletico. Dato che ero piccolino mi sono trovato in prima fila a cantare a squarciagola, mi piaceva davvero tanto marciare, ballare e cantare. Il gruppo “enfant” ogni tanto provava anche con gli adulti ed era bello toccare i tamburi con i nastri, le fisarmoniche, ed io ero innamorato delle ragazze con i colletti di pizzo e le collane di perline.

La mia prima esibizione è stata in chiesa, il giorno di Natale: siamo usciti dalla sala del comune ed abbiamo percorso la strada acciottolata che attraversa il paese, io camminavo dietro a Luigi che portava lo stendardo e tenevo per mano Fanny che aveva la cuffia, la gonna lunga e gli zoccoli, sentivo il rumore del legno sul selciato. Lungo le strade addobbate a festa molte persone aspettavano per vederci passare, eravamo una macchia colorata e pittoresca tra le vecchie case con il tetto imbiancato. L’aria era gelida, ero emozionato e sorpreso da tutte le persone che ci guardavano e sorridevano, molti mi additavano ed io mi sentivo felice. Dopo questa prima esibizione ne sono seguite molte altre, cantavamo di solito il sabato sera nella sala del cinema, i turisti battevano le mani e noi facevamo l’inchino.

In maggio i cori delle diverse valli si riunivano nel capoluogo per un’esibizione nell’auditorium, dove una giuria regionale assegnava i premi ai migliori gruppi folkloristici e le foto scattate nella manifestazione  venivano utilizzate per il programma degli eventi estivi.

Quell’anno siamo saliti emozionati sul palco e ci siamo schierati come al solito con i più piccoli davanti: il direttore dell’evento ci ha guardati e additandomi ha chiesto se potessi essere spostato in terza fila. “Forse mi ha sentito stonare”, ho pensato, e con gli occhi bassi sono arretrato di posizione. Fanny si è girata a guardarmi e senza esitare è venuta a mettersi al mio fianco, dicendo che quello era il suo posto. Anche Lino e Carlo si sono mossi, e poco dopo tutti i bambini erano nascosti dagli adolescenti. Si è alzata una voce in platea chiedendo cosa stesse succedendo, perché non cantavamo.

Il maestro del coro del mio paese ha annunciato che non era possibile esibirsi, ed ha fatto cenno al gruppo di ritirarsi: a quel punto il responsabile lo ha bloccato ed ha pregato di proseguire come da programma. Tutti gli “enfants” sono tornati in fretta in prima fila ed il coro ha cantato con tutto l’entusiasmo di cui era capace.

Le foto della serata sono appese nella sala dei miei genitori da circa vent’anni: in una si vede il coro che canta, con i vestiti tipici tirati a lucido, con me in prima fila con il cappello ed il panciotto, un bimbo magrolino di pelle scura, con i tratti afro, che spicca tra tutti. Nella seconda si vede il maestro che ritira la coppa e noi sul palco che saltiamo e urliamo dalla gioia.

È passato molto tempo da allora, ho studiato in città ma sono tornato in paese ed insieme agli altri giovani sto investendo per il futuro della nostra comunità. Non faccio più parte del coro, indosso il costume solo quando ce n’è bisogno per gli eventi che organizziamo per i turisti. Fanny ed io ci siamo sposati l’anno scorso: in cantina c’è il baule con i costumi di quando eravamo bambini, ben conservati in attesa di essere indossati dai nostri figli.

 

Racconto classificato al 7° posto nel Concorso Letterario Nazionale “Sabrina Savino” II Edizione

AA.VV, Sentieri 2, Narrativa Contemporanea italiana, 2020 SaMa Edizioni

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L’eredità

L’appuntamento era per il primo pomeriggio presso la casa della nonna.

Laura fece fatica a trovare un parcheggio per la sua vecchia Yaris, in quel sabato di fine dicembre. Entrò nel portone del condominio in centro a Milano, pensò a quante volte aveva varcato quella soglia, forse quella sarebbe stata l’ultima.

Il portiere le chiese dov’era diretta. “Dalla signora Adele” rispose, ma subito si corresse “nell’appartamento dove abitava la signora, mi aspettano”.

Prese l’ascensore che odorava vagamente di cibo e salì al quinto piano. La zia le aprì la porta e la accolse con un sorriso, entrando sentì la sala dell’appartamento risuonare del chiacchierare fitto dei cugini e delle cugine, felici di ritrovarsi in quel sabato invernale. La nonna era morta qualche mese prima in età avanzata, la casa stava per essere venduta, ed i giovani erano stati invitati per prelevare qualche ricordo prima che tutti gli averi e gli arredi dell’anziana andassero in discarica.

Gli oggetti di valore erano già stati suddivisi, a lei era toccata una collana d’oro con pietre blu che probabilmente non avrebbe mai indossato. Laura fu sopraffatta dagli abbracci delle cugine, desiderose di mostrarle il loro bottino: chi aveva scelto uno specchio, chi dei libri, chi alcune statuine etniche che i nonni avevano acquistato nei loro viaggi.

Laura non era attirata dagli oggetti, dalla loro fattura o dal loro valore, ma aveva già deciso cosa portare via: qualcosa che la nonna adoperava spesso e che le avrebbe sicuramente ricordato i momenti passati con lei.

Per cui andò in cucina a scegliere qualche pentola di alluminio ammaccata, usata dalla nonna innumerevoli volte, per cucinare con amorevole cura i suoi piatti preferiti.   Quando tornò in sala con la sua preda gli altri rimasero sorpresi dalla sua scelta: chi mai avrebbe potuto apprezzare delle vecchie pignatte?

Luca ridendo le disse: “Puoi prendere anche i vecchi vasi di terracotta, anche il giardinaggio era una delle passioni della nonna!”

“Sì, i vasi!” fecero in coro gli altri, prendendola in giro, “tieni anche quelli!”

Laura stette al gioco e uscì sul balcone, dove infreddolita vide numerosi vasi di terracotta, di varie dimensioni, colmi di terra resa grigia dal freddo e dall’incuria dei mesi trascorsi.

“Certo che li prendo, però mi dovete aiutare a portarli in macchina, sono pieni e pesano un sacco” disse rientrando al caldo, per vendicarsi della sfida a cui non poteva sottrarsi.

Fu così che si ritrovò ad attraversare il traffico milanese con il baule pieno di vasi e vecchie pentole.

Con l’aiuto del suo vicino di casa, trasferì gli oggetti impolverati sul balcone: si ripromise di sistemarli dopo il rientro dalla montagna, dove avrebbe passato il Capodanno.

Trascorse gennaio, vasi e pentole rimasero indisturbati sul balcone, soggetti alle intemperie e al freddo invernale. Un sabato di febbraio, finalmente con il primo sole tiepido, Laura si alzò con l’intento di sistemare casa, che appariva grigia e polverosa. Uscì sul terrazzino a sbattere il tappeto e vide accatastati in un angolo pentole e vasi. Corrucciata si avvicinò e vide dei piccoli triangoli verdi fare capolino dalla terra: c’era qualcosa di vivo nei vasi, che richiamava la sua attenzione. Laura, sorpresa, spostò i contenitori in un angolo assolato e a partire da quel giorno li bagnò con costanza. Che emozione quando comprese che i vecchi vasi contenevano dei bulbi che si stavano rianimando dopo il letargo invernale!

Spuntarono e crebbero grandi e sottili foglie verdi che si trasformarono in marzo in rossi tulipani e muscari azzurro-violetti, accompagnati da rigogliosi trifogli.

Laura seguiva la loro crescita con apprensione e gioia e non mancava di inviare foto alla chat famigliare per raccontare con orgoglio dell’eredità. Sì, eredità, perché quei fiori erano stati scelti e curati dalla nonna, che aveva apprezzato i loro colori ed il loro profumo negli anni precedenti. Chissà per quanti anni, si domandava Laura, quei fiori avevano rallegrato la nonna in primavera! I calici rossi alti e slanciati dei tulipani contrastavano con le piccole campanule dei muscari, dando all’insieme un aspetto pieno di bellezza e di colori.

Ma le sorprese non erano finite: quando tulipani e muscari stavano per sfiorire spuntarono delle nuove foglie nel vaso più grande. Crebbero con una vitalità ed un impeto quasi gioioso, come se avessero atteso da mesi quel momento. In poco tempo Laura vide boccioli rotondi emergere dalle foglie ramate: una bellissima dalia stava crescendo orgogliosa nel vecchio vaso di terracotta adorno di fregi.

I suoi fiori gialli le tennero compagnia per tutta l’estate: con l’avanzare dell’autunno via via la pianta ingiallì e si seccò, ma lei sapeva che non sarebbe stato un addio, si sarebbero riviste l’anno successivo.

La nonna le aveva fatto un grande regalo: le sue piante parlavano di lei e donavano gioia a chi le possedeva.

 

Antologia di poesie e racconti 2020, 6° Concorso letterario Voci di notte “Flora”, Associazione Mirò, luglio 2020

 

 

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Fiction

Era buio, Marco doveva affrettarsi a consegnare il lavoro. Gli era sempre piaciuto scrivere e finalmente poteva guadagnare- poco, si intende- con il suono delle parole.

L’incarico era stato improvviso, ma era sempre così quando si trattava di funerali, impossibile pianificarli per tempo.

Marco Bombelli era uno sceneggiatore “on demand”: forniva dialoghi da recitare in occasioni speciali, quali funerali, incontri con i compagni delle superiori o convention aziendali.

Aveva ricevuto al mattino una mail da una certa Cristina che lo pregava di scriverle la parte per partecipare il giorno seguente al funerale della zia Emma: non sapeva come affrontare “dal vivo” parenti che non vedeva da tempo, come comportarsi. Diverso sarebbe stato vedere la cerimonia da remoto e mandare dei post con faccine lacrimose, per quello era pratica, ma parlare…. E poi come doveva muoversi? ormai le persone si scrivevano e basta, si mandavano foto, la realtà era troppo difficile da affrontare e lei voleva fare bella figura.

Marco iniziò a scrivere la sceneggiatura richiesta descrivendo l’ambiente in cui si sarebbe svolta la prima scena: il sagrato della chiesa. Cristina doveva riconoscere i parenti suoi e della defunta, avvicinarsi e commentare, scuotendo il capo con lo sguardo affranto:    

-        Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno!

-        A tutto c'è rimedio fuorché alla morte.

-        Siamo nati per soffrire.

-        Era una persona così per bene! Allegra, solare.

-        L’ho sentita pochi giorni fa al telefono, chi lo avrebbe mai detto?

Doveva camminare piano, stringere mani, volgere gli occhi al cielo e tenere in bella vista un fazzoletto, come se si fosse appena asciugata le lacrime.

Seconda scena: in chiesa, durante la cerimonia funebre la protagonista doveva passare dallo sguardo disperato allo sguardo inquisitore per controllare il comportamento dei presenti e capire gli eventuali assenti, facendo trapelare un’espressione di dissenso. Poteva poi dare spazio ai commenti malevoli sulla defunta e sui parenti con la persona vicina (sempre meglio scegliere una donna per pettegolare, non una parente però).

-        Siamo fatti di carne, e la zia non si è fatta mancare nulla, altro che santerellina.

-        Negli ultimi tempi era diventata insopportabile.

-        Guarda quello come si agita, sicuramente punta all’eredità.

Terza scena: all’uscita poteva ripetere i commenti di rito iniziali con le persone che le capitavano sotto tiro.  Prima di andarsene doveva nuovamente affrontare i parenti più stretti della defunta per porgere le più vive condoglianze: 

-        La zia era una donna eccezionale.

-        Così è fatta la vita: oggi sai dove sei, domani non lo sai più. Ma finché c’è vita c’è speranza.

Marco accluse anche il link alla scena del film “Quattro matrimoni e un funerale” da usare come tutorial per guardarsi in giro con gli occhi lucidi, annuire e sospirare. Per l’abbigliamento poteva puntare al nero o scegliere un accostamento sobrio, evitare spacchi e scollature azzardate, a meno che puntasse a farsi notare.

Marco firmò il testo, mandò la mail e la fattura, chiedendo l’invio di foto della cerimonia da mettere sul proprio sito come referenza. Anche questa era fatta, il giorno dopo lo aspettava il testo per la partecipazione ad un meeting aziendale. Il lavoro scarseggiava ma per fortuna tra poco, con il mese di dicembre, molti si sarebbero rivolti a lui per i pranzi di Natale e le feste di Capodanno.

 

AA.VV., Un lavoro fantastico, antologia di opere ispirate a lavori inventati, una produzione www.BraviAutori.it, 2020

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Un mondo sostenibile

Anna prese le forbici, tagliò il nastro adesivo, e aprì la scatola di cartone riciclato. Tirò fuori la bilancia: era pesante, color argento e senza pile, l’aveva scelta apposta, se basta la forza di gravità per misurare il peso perché sprecare batterie usa e getta?

L’appoggiò a terra e salì sopra con delicatezza: la lancetta indicava 65, era già aumentata di due chili, accidenti! La ginecologa le aveva raccomandato di tenere monitorato il peso, mancavano ancora cinque mesi alla nascita prevista a fine settembre. In accappatoio mimò Rocky Balboa: da oggi si impegnava non solo a seguire una dieta corretta, ma anche a vivere più sostenibilmente, senza inquinare e senza nessuna forma di violenza, come faceva l’attivista svedese che seguiva in rete.

Ok, da dove cominciare? Piegò la scatola della bilancia e la mise nel contenitore della raccolta differenziata: fino a qui era facile, l’aveva sempre fatto. Da domani basta colazione al bar, era ora di cambiare! Si ripromise di cercare online dove acquistare frutta e verdura bio e pane e biscotti con farine non raffinate.

Oltre a leggere post di sconosciuti, avrebbe desiderato un’amica che la consigliasse nelle sue scelte: non era facile per una futura madre single senza esperienza. Il suo compagno l’aveva lasciata appena saputa la novità, dopotutto erano insieme da poco tempo e la maternità non era stata una scelta decisa insieme.

I vestiti cominciavano a tirare sulla pancia: tra poco sarebbe arrivata l’estate e poteva indossare i suoi larghi abiti colorati, non ci sarebbe stato bisogno di acquisti. Un bel risparmio di soldi e di risorse! Cambiò l’immagine del suo profilo sui social e commentò “Penso positivo” aggiungendo un cuore e una faccetta sorridente.

Prese la borsa e automaticamente cercò le chiavi della macchina: c’erano, salutò il gatto e chiuse la porta.

Arrivata all’auto si bloccò: perché non prendere i mezzi pubblici come si era sempre riproposta? Non pioveva, non sembrava esserci molto traffico, era il giorno giusto per iniziare. Si avviò alla fermata, dove vide già molte persone in attesa. Non conosceva nessuno, tirò fuori il cellulare per far passare il tempo. Dopo alcuni minuti, arrivò l’autobus e la gente si accalcò presso le porte, spintonando. Anna rimase in disparte, salì tra gli ultimi e faticò a trovare un sostegno dove attaccarsi. La sua pancia si vedeva a malapena, difficile sperare che qualcuno se ne accorgesse e le cedesse il posto. L’autobus procedeva a rilento nel traffico e ad ogni fermata sempre più persone salivano, l’aria era viziata e Anna si sentiva schiacciare. “Cosa mi è venuto in mente!” pensò, “Tutta abitudine, domani andrà meglio”, si fece coraggio. Fantasticò sul suo bambino: se fosse venuto al mondo con qualche giorno di ritardo sarebbe nato nell’anniversario di Gandhi, il 2 ottobre. Sarebbe stata una bella coincidenza! Sentì una voce scortese che le diceva di spostarsi, intralciava la discesa. 

In ufficiò sorseggiò la tisana consigliata dalle colleghe, naturalmente senza zucchero, con un indefinito sapore tra il finocchio e la liquerizia. Il viaggio in autobus l’aveva innervosita e si sforzò di non rispondere a tono ad un cliente sgarbato.  Respirò a fondo: niente rabbia, il suo bambino doveva crescere in un clima sereno.

A pranzo faticò a trovare un piatto vegetariano di suo gusto: se non avesse voluto mangiare sempre solo pomodoro e mozzarella, da domani avrebbe dovuto portarsi il cibo da casa. Pensandoci bene realizzò che in autobus si sarebbe trovata con una borsa in più, oltre a svegliarsi prima per cucinare: era davvero scomodo. Poteva ordinare online dei tramezzini integrali, ma non le andava di farseli portare da ragazzi che venivano sfruttati per attraversare la città in bicicletta. Scelta difficile, come si doveva comportare? Domani mattina avrebbe deciso.

Rientrata in ufficio si lavò le mani e si guardò allo specchio: due grandi occhi castani, con occhiaie, la mattinata era stata davvero pesante.

Il pomeriggio trascorse lentamente, la mancanza di caffeina si faceva sentire.

Verso le cinque la centralinista le passò una telefonata di uno sconosciuto che la aggredì quando lei rispose che non era interessata alla sua proposta: per fortuna era ora di uscire, non avrebbe sopportato altri clienti e fornitori arroganti. Timbrò e si ricordò che doveva prendere l’autobus per tornare a casa: raggiunse la fermata e lo vide arrivare.  Era troppo pieno, decise di non salire, quattro passi le avrebbero fatto bene, per cui proseguì fino alla fermata successiva. Aspettò un quarto d’ora, si fece forza e salì sul mezzo. Mancava l’aria, chiese per favore ad un ragazzo di aprire il finestrino, ma era bloccato. Al semaforo l’autobus frenò bruscamente e Anna cadde addosso ad una signora che la sgridò, dicendole di tenersi ben attaccata.

Arrivata a casa, prese le chiavi dalla borsa e aprì con sollievo la porta: per fortuna ad aspettarla c’era Adone, il suo amato gatto. Nel corridoio non illuminato notò sul pavimento una macchia scura: si avvicinò e si rese conto che era un uccello morto, le sue penne nere, con riflessi colorati, giacevano scomposte. Anna cacciò un urlo e lasciò cadere la borsa.  Rimase impietrita nel corridoio, disgustata ma anche addolorata.  Il gatto si avvicinò e si sedette vicino a lei facendo le fusa, orgoglioso della caccia, fissando la preda che le aveva portato in dono.

Anna stentava a trattenere le lacrime: non riusciva a capire perché un essere così affettuoso potesse essere anche così violento. Tutta la giornata era stata un fallimento, aveva cercato di essere rispettosa della natura, attenta agli altri, ma il risultato era che si sentiva sfinita ed infelice.

Adone le si strusciò addosso, Anna lo carezzò ed il contatto con il pelo caldo e morbido la calmò. Respirò profondamente: era tutto così difficile! Ma ce la poteva fare, si rincuorò, mancavano ancora diversi mesi a settembre.  Passo dopo passo il mondo sarebbe diventato migliore anche per merito del suo contributo e il suo bambino sarebbe stato fiero di lei.

Si fece forza, prese un sacchetto di carta e raccolse il cadavere dell’uccellino e rimase lì, indecisa con il pacchetto in mano, se metterlo nella raccolta dell’umido o se seppellirlo in giardino: l’ennesima scelta della giornata di una futura mamma per un mondo più sostenibile. 

 

Autori Vari, Alcova Letteraria, Racconti vol. 2, agosto 2020

 

 

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Capelli

Mia cara Laura,

ti mando questa breve nota per spiegarti la mia partenza improvvisa. Tutto è iniziato martedì: ho terminato di lavorare prima del previsto ed ho deciso di fermarmi dal parrucchiere per godermi un momento gradevole tutto per me.

C’era posto nel salone di bellezza del centro commerciale, dopo pochi minuti di attesa una ragazza giovane, che avevo già visto, mi ha fatto accomodare al lavatesta.

Mi ha avvolto i capelli con l’asciugamano e mi ha chiesto cosa desiderassi fare: le ho risposto che avevo bisogno di dare più volume ai miei capelli lisci, mi sarebbe piaciuto dare un tono sbarazzino alla mia capigliatura che porto al naturale, lunghi capelli grigio-argento. La parrucchiera ha fatto un cenno di assenso e mi ha detto di star tranquilla, ci avrebbe pensato lei, poi ha cominciato a muovere le forbici velocemente mentre io leggevo la posta sul cellulare. Ho visto le ciocche per terra e alzando gli occhi mi sono resa conto del disastro: i miei capelli lunghi e fluenti erano spariti e nello specchio ho visto una signora anziana con i capelli corti, e, in realtà, la cosa peggiore è che ho riconosciuto mia madre. La ragazza ha notato il mio sguardo perplesso e sorridendo ha cercato di adularmi facendo notare come la nuova acconciatura metteva in risalto l’ovale del viso e gli occhi chiari. Un taglio davvero adatto a me ha ripetuto. Adatto alle mie rughe sul collo e al colorito spento, ho pensato senza risponderle.

Ritagli di capelli bianchi mi cadevano addosso mentre mi faceva la piega. Mi sono guardata attorno e nel salone ho visto le donne con i capelli grigi tutte con il mio stesso taglio corto, come consorelle dello stesso ordine religioso, punite per non essere più giovani e belle.

Mia madre era sempre lì che mi guardava nello specchio, vestita come me, con un’espressione triste sul viso. Sei invecchiata anche tu mi diceva, adesso guarderanno anche te con compassione, non più con desiderio o ammirazione. Truccati pure se vuoi, chi vuoi incantare? Pensavi che la tua intelligenza ti avrebbe salvata, invece sei una donna vecchia come me.

Ho pagato il taglio e la piega alla cassa e sono uscita con un falso sorriso sulle labbra. A casa tuo padre non c’era, meglio così, non sarei riuscita a sostenere il suo sguardo. Ho passato una notte agitata e al mattino mia madre era sempre lì, aveva preso il mio posto. E se lei era lì, io dov’ero? In ufficio le colleghe hanno commentato positivamente il mio nuovo look, ma io ho ribattuto che non mi piacevo e che speravo che i capelli ricrescessero in fretta.

Ero distratta, improvvisamente indifferente alle attività di ogni giorno. La sera ho visto papà, che era tornato dalla trasferta: mi ha sorriso, ma ho intravisto una nota malinconica nel suo modo di guardarmi, ho pensato che si stesse chiedendo anche lui dov’era finita la ragazza di cui si era innamorato.   Durante la notte ho fatto un sogno: ero circondata da farfalle bellissime, si posavano su di me, mi lasciavano addosso tracce di colore blu, argento e oro, poi improvvisamente volavano via e io disperata le cercavo ma non le vedevo più. Mi mancavano i loro colori sfavillanti. Mi sono svegliata con un senso di angoscia e con un desiderio impellente: dovevo andare via, cercare un’altra me più saggia, che non avrebbe vissuto l’età matura come una sconfitta ma come un momento di crescita, di trasformazione positiva.  Mi è venuta un’idea che ho comunicato a papà a colazione: lui mi ha guardato ed ha sorriso, pensava stessi scherzando. Ho insistito e lui, dopo qualche minuto di incertezza, mi ha abbracciato dicendomi: “Perché no? È da tanto che ci stiamo comportando da persone serie, è giusto che ci riprendiamo la nostra libertà!” Così abbiamo deciso, brindando con il cappuccino, che saremo partiti, destinazione Messico. Ho comprato i voli online, abbiamo fatto i bagagli e questa sera eccoci in aeroporto, ti sto scrivendo seduta in una scomoda poltroncina in attesa di essere imbarcati. Sono passati solo tre giorni da quando ho tagliato i capelli.

Lo so, sono stata impulsiva, ho fatto un capriccio come quelli che facevi tu da bambina, ma sono felice, non mi importa se i capelli sono corti o lunghi. Quando ci rivedremo spero di farti una sorpresa: non scorgerai in me tua nonna con la sua rassegnazione, ma una donna luminosa, senza più paura dell’età che avanza e in grado di affrontare il futuro con energia, insieme ad un uomo, tuo papà, che mi ama sempre ed è qui adesso con me che mi guarda e sorride.

Con amore, mille baci,

 mamma     

 

AA.VV. Professione Viaggiatore, Vol. 1, Idrovolante Edizioni, luglio 2020

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Errare è umano

 

Luca aveva da poco compiuto venticinque anni, era un ricercatore brillante, geniale fin da bambino: una delle sue particolarità era la sua collezione, non di figurine o di francobolli, ma di errori.

La sua raccolta era iniziata in terza elementare, quando la maestra aveva raccontato che la scoperta dell’America era il risultato di una svista. Studiando scienze, Luca aveva potuto arricchire la sua collezione: ad esempio la penicillina era stata scoperta per caso e l’intuizione di Fleming aveva salvato milioni di persone.  Gli errori “famosi” gli avevano insegnato fin da bambino che il destino gioca i suoi scherzi e la fortuna esiste solo per chi sa sfruttarla a proprio vantaggio.   

Dopo un eccellente percorso scolastico, si era iscritto all’università con un anno di anticipo, e stava lavorando ad un progetto che avrebbe contribuito a combattere i cambiamenti climatici mediante lo sviluppo di energia pulita a partire da scarti agroforestali. Trascorreva gran parte della giornata tra le aule e il laboratorio, anche se, nelle ultime settimane, la sua preferenza ricadeva sul laboratorio, da quando era entrata a far parte della squadra Laura, una ragazza canadese in Italia per qualche mese.  Luca era combattuto tra essere il miglior studente del corso e vincere la borsa di studio, o affiancare Laura nelle sue ricerche stando più tempo con lei. La ragazza però non sembrava accorgersi delle sue attenzioni, quando lui le parlava delle sue ricerche lei giocava con una ciocca dei lunghi capelli castani, sorrideva e poi si distraeva.

Quella mattina Luca ricevette una telefonata da un numero sconosciuto: era il direttore del Centro di ricerche che lo chiamava per riferirgli di un’opportunità unica, la radio nazionale era alla caccia di giovani talenti e lui aveva fatto il suo nome. Lo avrebbero intervistato nel pomeriggio, così avrebbe potuto mettere in risalto le attività del centro e il suo nome di ricercatore in erba si sarebbe fatto conoscere a livello nazionale. Luca ringraziò emozionato, e pensò che, se fosse riuscito ad esprimere al giornalista e al pubblico radiofonico l’importanza dei suoi studi e la passione che lui ci metteva, sicuramente la borsa di studio sarebbe stata sua.

L’appuntamento telefonico era alle 15 e aveva solo pochi minuti a disposizione per un’intervista in diretta. Dopo il primo momento di euforia, si sentì assalire da un nervosismo che non poteva tradursi che in una sola parola: paura.

Trascorse con ansia le ore fino a che, nel primo pomeriggio, vide arrivare in laboratorio Laura, reduce dalle lezioni che aveva seguito fino a tardi. Travolto da un’agitazione crescente, Luca salutò con enfasi la ragazza e le raccontò dell’intervista e di cosa avrebbe detto, di quanto fosse importante per lui quell’occasione e di come   fosse difficile concentrare in pochi minuti le molte cose di cui voleva parlare. Laura annuiva e sorrideva, con indosso il camice ed i libri ancora in mano. Quando Luca finalmente fece una pausa, Laura riuscì a dire che non aveva ancora mangiato e se non avesse addentato qualcosa a breve sarebbe svenuta. Luca guardò l’orologio, mancava più di mezzora alle 15, potevano uscire e rientrare in tempo in laboratorio per l’intervista; in ogni caso lo avrebbero chiamato sul cellulare, poteva rispondere da qualunque luogo. Presero le giacche e senza neanche levarsi i camici si avviarono al bar dell’Università.

Luca si rese conto che lui e Laura erano per la prima volta da soli, lei gli sorrideva fiduciosa, le guance arrossate dall’aria di inizio primavera. Una volta arrivati al bar lo trovarono più affollato del solito: qualcuno stava festeggiando una laurea, molte persone si accalcavano al banco, parlando ad alta voce e gridando i loro auguri.

Luca propose allora di andare fino alla pasticceria all’angolo, famosa per i bomboloni alla crema: Laura assentì entusiasta, era golosa e il suo appetito stava crescendo. Per raggiungere lo storico locale impiegarono più tempo del previsto e Luca scelse di accomodarsi in una saletta appartata, per essere sicuro di essere in un luogo tranquillo per l’intervista. Laura era lì con lui, sentiva il suo profumo; intanto che lei mangiava lui cominciò, emozionato, ad esporre cosa avrebbe raccontato alla radio, delle ore trascorse in laboratorio e delle speranze per un futuro migliore per il pianeta. Si accalorò e chiese suggerimenti alla ragazza per far comprendere le sue ricerche ad un pubblico di non esperti. Controllò l’orologio, le 15 erano passate, ma il telefono non aveva squillato. Dopotutto gliel’avevano detto che i tempi potevano slittare: qualcuno degli intervistati in scaletta prima di lui probabilmente stava occupando più tempo del previsto. Attese con pazienza, nel frattempo era Laura a parlare, a raccontargli le sue impressioni sul suo primo mese trascorso in Italia.  Alle tre e mezza Luca si decise a tirare fuori il cellulare dalla tasca e fece una terribile scoperta: nella saletta non c’era campo. Corse fuori dal locale con il telefono in mano e comparvero sullo schermo diverse telefonate non risposte. Richiamò all’istante: dalla segreteria della redazione radiofonica gli risposero che l’avevano cercato più volte, peccato, la trasmissione era da poco terminata. Luca si sentì mancare, insistette per sapere quando ci sarebbe stata un’altra occasione e gli risposero che non sapevano quando avrebbero riparlato dei giovani talenti, purtroppo le buone notizie non fanno audience.

Le altre chiamate erano del laboratorio e del direttore, pensò con angoscia ai commenti di delusione dei colleghi e dei superiori, aveva commesso un terribile sbaglio. Rientrò nel locale, si sedette al tavolo e si nascose il viso tra le mani: che vergogna, aveva combinato un disastro.

Laura, preoccupata, rimase in silenzio, aspettando che lui parlasse.  Passato qualche minuto di silenzio, Luca sentì una mano che lo accarezzava con dolcezza: alzò lo sguardo e vide che la ragazza lo guardava addolorata e gli chiedeva cosa potesse fare per lui.

Luca le prese la mano e se la portò alle labbra.

 “Sei una ragazza deliziosa”, le disse, mentre le baciava le dita.

Si ricordò degli errori che aveva collezionato da bambino e sorrise, aveva la prova che da un fallimento possono nascere opportunità inaspettate.  

 

AA.VV., Il broplema. Concorso Oceano di Carta 2020. edizioni SENSOINVERSO, luglio 2020

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Venezia

“Il gabbiano planò e andò a posarsi sulla croce del campanile che emergeva dalle acque plumbee della laguna. Altri uccelli volavano in alto, alla ricerca dei tetti che fino a qualche tempo prima offrivano loro riparo.

Era il 2029, Venezia era stata ripetutamente sommersa fino a scomparire sotto il mare, dopo mesi di piogge torrenziali alternate a caldo torrido e uragani.

I turisti affollavano i canali di San Marco replicati nei parchi a tema di tutti i continenti, e gondole di plastica traversavano i fiumi dell’Artide, offrendo divertimento ai viaggiatori attratti dalle nuove mete consigliate.

Marco era arrivato da qualche giorno in Groenlandia, seguendo i pionieri che scandagliavano le coste, da poco liberate dai ghiacci, alla ricerca di minerali rari, indispensabili per l’industria delle armi e delle comunicazioni. Il clima monsonico dell’Adriatico lo aveva spinto ad imbarcarsi, alla ricerca di terreni fertili e nuovi ricchi, come aveva fatto mille anni prima Marco Polo.

Camminando tra le case nella lunga notte polare, vide da un‘abitazione provenire una luce dai mille riflessi cangianti. Attraversò lo scarno terreno, si accostò alla finestra e guardò nella stanza illuminata: dal soffitto scendeva un lampadario di vetro finemente lavorato, con motivi floreali e pendenti di cristallo.

Nella stanza apparve una donna che si spaventò alla vista dello sconosciuto fuori dalla finestra, ma dopo averlo osservato lo invitò ad entrare con un gesto della mano.

Marco oltrepassò la soglia, si sfilò gli stivali e salutò in inglese la padrona di casa, che gli rispose nella sua lingua madre: “Entra, sei il benvenuto, solo un veneziano può guardare con quello sguardo un lampadario di Murano”.

La donna andò in cucina a preparare la moka mentre Marco rimirava i cristalli multicolori che riflettevano la luce emessa da vecchie lampadine a goccia.

Si sedettero e bevvero il caffè in silenzio.

“E’ tuo questo lampadario?”

“Sì, l’ho preso con me quando ho dovuto lasciare la mia casa invasa dalle acque. Tu cos’hai portato via?”

“Solo una gran rabbia e un’immensa nostalgia. Pensavo di essermi lasciato alle spalle entrambe, la rabbia l’ho scaricata in mare, durante il lungo viaggio che mi ha portato qui. La nostalgia era scomparsa ma è riemersa alla vista del tuo lampadario.”

Tacquero.

“È veramente esistita Venezia?” chiese Marco.

La donna socchiuse gli occhi chiari contornati da rughe e lo fissò.

“Non ne sono sicura, forse abbiamo solo sognato” rispose dopo qualche istante.

” Devo andare, sento nuovamente l’acqua salire, non voglio che anneghi anche i ricordi”.

Si abbracciarono, la donna spense la luce e Marco uscì nel buio”.

 

Lo scrittore terminò di battere sulla tastiera e guardò sconsolato fuori dalla finestra, dove un’alternanza di tetti, antenne e balconi occupavano la vista. Da mesi gli spostamenti non erano permessi a causa del virus e i suoi racconti erano tristi, permeati di malinconia. Quello che soprattutto gli mancava era la bellezza e la varietà che l’Italia era solita offrirgli. Un piccione si posò sul davanzale della finestra e lo scrittore lo guardò incuriosito.

“Sai”, disse rivolto al pennuto, “Venezia è lì ad aspettare tutti noi, quando sarà il tempo di uscire”, e si immaginò le calli e piazza San Marco, pensò al vaporetto che avrebbe preso appena fuori dalla stazione. L’uccello agitò il capo su e giù, sbatté le ali e prese il volo, scomparendo tra le case della pianura.

 

AA.VV. Caos ed Equilibrio, Volume 1°, Catartica Edizioni, Cronache della quarantena, luglio 2020

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Genio e carità: Maria Gaetana Agnesi

Aprì gli occhi e ringraziò Dio: Maria Gaetana non pensava di vivere così a lungo. Guardò la sua veste semplice e consunta appesa nella penombra della stanza monacale e ricordò come in un sogno gli abiti ricamati, abbelliti con pizzi e nastri, che indossava da giovane.

Una fioca luce entrava dalla finestra e lei, sdraiata nel letto, non aveva la forza per leggere. Guardò il soffitto, dove una sottile ragnatela si muoveva per il calore della lampada. 

Chiuse gli occhi e le apparvero vivide immagini della sua lunga vita.

Infante stava giocando con le domestiche e i fratelli nel giardino del palazzo milanese da poco adornato con le insegne asburgiche. Indossava un vestitino bianco e parlava, parlava, e gli altri la stavano ad ascoltare, stupiti da quella bambina dai riccioli dorati che faceva ragionamenti così articolati. Ricordava suo padre, austero e bonario, che la affidava ai maestri, scelti tra i dotti del tempo, e la governante austriaca dai capelli intrecciati sul capo con cui trascorreva i lunghi pomeriggi sui libri. Aveva passato lunghe ore a studiare e aveva appreso lingue dai suoni così diversi dall’italiano.  Il padre Pietro, che aveva accumulato ricchezze per merito della seta ed era diventato un famoso mecenate amante della scienza e delle arti, aveva trovato in lei una degna erede: aveva provato ad investire sui figli maschi, ma solo lei dimostrava di avere una vivida intelligenza, in cui lui potesse rispecchiarsi.

Si rivide quasi ventenne nel salotto del palazzo milanese, unica donna ammessa a discutere con intellettuali italiani e stranieri invitati da suo padre che la presentava con orgoglio. Le piacevano così tanto quegli incontri! Li attendeva con ansia e partecipava non da spettatrice, ma ogni volta con un saggio su un argomento a sua scelta.  I presenti prima la salutavano con la deferenza dovuta ai padroni di casa, ma dopo averla sentita parlare, la consideravano sotto un altro punto di vista, come una di loro. Qualcuno la giudicava un fenomeno vivente e la paragonava, un po' ironicamente, a Pico della Mirandola. Più volte, nei suoi ragionamenti, Maria Gaetana aveva espresso con convinzione che anche le donne dovessero essere istruite e ricordava che, mentre lo diceva, vedeva i presenti scuotere il capo e accennare sorrisi di scherno.

Le sorelle non erano invitate al salotto culturale e artistico e le chiedevano con curiosità dettagli sugli ospiti, sul loro aspetto e sulla loro avvenenza, ma lei sorrideva e scuoteva il capo, rispondendo che, nell’emozione del momento, non ci aveva fatto caso. L’unica sorella con cui aveva stretto un forte legame era Maria Teresa, poco più giovane di lei, che era una provetta clavicembalista e autrice di musiche. Maria Teresa era solita esibirsi per tutti gli illustri ospiti e studiosi che venivano invitati nel palazzo Agnesi, per poi allontanarsi quando cominciavano le dissertazioni. Maria Gaetana sospirò, quanto le mancava la sua cara sorella!

Quando era venuto il tempo di accasarsi, si erano fatti avanti diversi pretendenti, ma valutando i pro e i contro lei aveva deciso che non voleva lasciare i suoi studi per diventare moglie e madre. Non rimaneva che un’unica alternativa: farsi monaca. Aveva pensato più e più volte come dirlo a suo padre, senza mai trovare il coraggio. Era maggio, il profumo delle rose era inebriante e la luce inondava il cortile: lei si era decisa a chiedere udienza a suo padre che preoccupato la stava aspettando. Era entrata nel suo studio con il batticuore, e con una voce bassa e incerta aveva chiesto al padre il permesso di diventare una religiosa: lo aveva visto sbiancare, e la sua risposta era stata per lei una sorpresa. Con una voce che tradiva l’emozione il padre l’aveva pregata di non lasciarlo, perché, tra i numerosi figli ancora in vita, solo a lei era davvero affezionato.

Le aveva fatto una controproposta: se fosse rimasta, poteva continuare i suoi studi, e lui non l’avrebbe spinta a sposarsi. Aveva riflettuto e da giovane avveduta aveva deciso di rimanere nella casa paterna, rinunciando alla vita mondana e rifiutando le richieste dei pretendenti.

Aveva così tempo di studiare, dedicandosi all’algebra e alla geometria, quanto di più lontano dalle materie a cui solitamente si dedicavano le rare studiose del 1700. Era stato un bel periodo, passato sui libri e a scrivere a lume di candela.

E i risultati non erano mancati! Aveva confrontato le sue tesi con i saggi del tempo, per mezzo di intensi   contatti epistolari, e a trent’anni aveva dato alle stampe le “Instituzioni Analitiche ad uso della Gioventù Italiana “, due tomi voluminosi  che lei ebbe l’ardire di dedicare all’imperatrice.

Che emozione quando ricevette le risposte di plauso!  Ma non solo:  Maria Teresa d'Austria la ringraziò con un  cofanetto contenente un anello di brillanti,  il papa Benedetto XIV le inviò benedizioni e doni preziosi e anche il famoso Goldoni inserì una citazione delle “Instituzioni” in una delle sue commedie. Lei era stordita, pensava di vivere in un sogno.

Ma le soddisfazioni non finirono qui: nel 1750, poco dopo la pubblicazione delle sue ricerche, il Papa le propose l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna.  Lei ne fu onorata, ma rifiutò: aveva già trentacinque anni, era tempo di dedicarsi alle opere di carità e ringraziare il Signore per la vita fortunata che aveva avuto.

Morto il suo adorato padre, decise di fare un’altra scelta controcorrente: a Milano mancava un luogo dove curare i meno abbienti e le donne, e allora con coraggio decise di trasformare il grande palazzo signorile degli Agnesi in un ospizio, dove le inferme potessero trovare rifugio. I fratelli però non erano d’accordo e fecero di tutto per contrastare il suo operato.

Ma la fortuna non l’abbandonò neanche questa volta, permettendole di raggiungere il suo scopo: Antonio Tolomeo Trivulzio, che aveva stima di lei, decise di supportare la sua causa, lasciando in eredità il palazzo di famiglia per creare un nuovo grande ospedale. Alla morte del nobile furono eseguiti i lavori e lei divenne direttrice del reparto femminile, accogliendo le malate e le mendicanti.

Maria Gaetana viveva ormai lì, nel quartiere femminile del Pio Albergo Trivulzio, da molti anni… quanti? dieci? quindici? La sua infallibile memoria cominciava a tradirla.

Era difficile distinguerla dalle altre inferme, ma per tutti rimaneva una nobile, onorata e riverita come una santa, di età indefinibile, come indefinibile era il suo immenso sapere. Morì ottantenne, rivelandosi anche in questo una donna singolare.

Difficilmente le benefattrici vengono ricordate e anche Milano non fa eccezione, ma in centro, in via della Signora, dove una volta sorgeva il Pio Albergo, rimane una lapide a ricordare Maria Gaetana Agnesi e il suo impegno per il sociale. Riporta la targa commemorativa, dettata da Emilio de Marchi: “Maria Gaetana Agnesi delle scienze matematiche sapiente, gloria d’Italia e del secolo suo, nella scienza del bene sapientissima, in questo albergo dei vecchi poveri umile ancella di carità morì nel 1799”.

La sua fama di scienziata è però ricordata ben oltre i confini della sua città natale: nel 1991, a uno dei crateri del pianeta Venere venne assegnato il nome “Agnesi” in suo onore, un tributo spaziale al genio femminile italiano.

 

Bibliografia:

Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’enciclopedia italiana, Vol. I, 1960,

M. Mazzotti, Maria Gaetana Agnesi e il suo mondo. Una vita tra scienza e carità, Carrocci, 2019

C. Goldoni, Commedie scelte. Tomo terzo, Il medico olandese, Prato, Giachetti, 1827

Gazetteer of Planetary Nomenclature, International Astronomical Union (IAU) Working Group for Planetary System Nomenclature (WGPSN)

 

AA.VV Biografie di donne famose -tra realtà, mito e leggenda- Antologia, Apollo edizioni, maggio 2020.

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La scrivania vuota

Chissà dov’era Enrico.

L’ufficio era illuminato dalla luce che filtrava dalla finestra con vista sui tetti della vecchia Milano.

L’aria era viziata, era da molti giorni che la stanza non veniva arieggiata.

Dal corridoio proveniva un rumore ritmico di tacchi, forse era Arianna, sempre di corsa, sempre affannata.

Qualcuno stava prendendo il caffè alla macchinetta, delle voci maschili stavano commentando le partite.

Nessuno sedeva alla scrivania vicino a lui, anche oggi Enrico non si era fatto vedere. I documenti sul piano erano ordinati come al solito, i post-it colorati davano un tono di colore al monitor spento. Il telefono squillò, poi tacque, poi riprese con una certa insistenza. Avrebbe voluto rispondere alle chiamate, ma sicuramente il collega non avrebbe gradito.

La giornata si preannunciava lunga senza compagnia. Dalla strada provenivano rumori di macchine, si sentì una frenata brusca che per un attimo coprì i suoni degli uffici di fianco.

La porta a vetri si aprì e Marco gli sorrise fissando la finestra oltre le sue spalle. Fece passare lo sguardo sulla scrivania: si avvicinò per prendere la pinzatrice dicendo ad alta voce che gli era sempre piaciuta quella rossa, sicuramente Enrico gliela avrebbe prestata.

La mattina era trascorsa, mancava poco alla pausa pranzo, e pensò a tutte le volte che Enrico aveva mangiato un panino battendo sui tasti, lo sguardo fisso al monitor, sorseggiando il caffè da un bicchierino di plastica.

Fuori c’era un bel sole: Enrico gli aveva lasciato il posto vicino alla finestra, forse faceva un po’ troppo caldo d’estate, ma sapeva che la luce lo metteva di buon umore.

Dal corridoio provenivano voci concitate, qualcuno stava litigando. Sentì qualcosa cadere, poi una porta sbattere.

Chissà cosa avrebbe detto Enrico tornando in ufficio, lui sempre così pacato e sorridente. Era fortunato ad avere un collega come lui, sempre attento ai suoi bisogni, mai irruento, dalla voce calma che lo accompagnava per ore quando parlava al telefono. Non era mai stato scortese con lui, nonostante che con il passare del tempo avesse occupato sempre più spazio nell’ufficio che condividevano.

Un cellulare squillò nel corridoio, qualcuno rispose a voce molto alta. Ancora un’ora e poi tutti sarebbero usciti, a parte il collega che era solito attardarsi per finire un immancabile lavoro urgente. Forse poi sarebbe passato nel suo ufficio, pensando di trovare Enrico con cui scambiare due chiacchiere prima di andare a casa.

Oltre le finestre il cielo si era fatto più scuro e le luci al neon si accesero automaticamente nell’ufficio e nel corridoio.

Kristina entrò nell’ufficio facendo scorrere la porta: fece entrare il carrello con i sacchetti ed i detergenti spingendolo con una mano sola, con l’altra reggeva il cellulare. Stava parlando con sua sorella Nina che aveva problemi con i figli che erano un disastro a scuola.

Terminò la telefonata e si guardò attorno: si ricordò che c’era poco da pulire in quell’ufficio. La settimana precedente, o forse prima, il dirigente che lo occupava era stato licenziato e se ne era andato lasciando sulla scrivania tutte le sue carte. Era un cinquantenne stempiato, con gli occhiali, era il responsabile amministrativo, così aveva capito. Gliel’aveva detto Miguel che lavorava in portineria, il Dottor Enrico Raimondi se n’era andato senza fare scene, era sempre stato educato, non come il Dottor Magni che lasciava l’ufficio in uno stato pietoso e si lamentava sempre con lei.

Miguel le aveva anche detto che lo pagavano per svuotare l’ufficio nel prossimo fine settimana, lo spazio era grande, avrebbero messo tre scrivanie per far lavorare più persone nei metri quadri occupati fino ad ora da un dirigente.

Chissà che fine avrebbe fatto il ficus che occupava l’angolo a destra, non molto distante dalla scrivania. Il dirigente, gran brava persona, aveva curato il grande vaso bagnandolo ogni settimana e adesso più che una pianta sembrava un albero, con i rami che si allargavano verso la finestra e verso la scrivania. Tante piccole foglioline verde chiaro che sembravano vive.

Da otto anni Kristina puliva gli uffici in quel palazzo e ricordava che il vaso fosse sempre stato lì. Il ficus sembrava fremere quando lei si avvicinava, come se volesse salutarla. Raccolse dal pavimento molte foglioline gialle, alcune già secche e arrotolate, la pianta sembrava giù di tono, controllò il livello dell’acqua ma era tutto a posto.

Forse la pianta, dopo tanti anni insieme, sentiva la mancanza del Dottor Raimondi….

Rise, leggere romanzi la rendevano sciocca e sentimentale, aveva ragione suo marito.

Terminò di pulire il pavimento, spense la luce e fece scorrere la porta, lasciando il ficus nell’oscurità, i rami leggermente rischiarati dalle luci della strada e del palazzo di fronte.

 

AA.VV. Il libro delle storie finite- di amore e di distacco,  FusibiliaLibri, maggio 2020.

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Il violino

Roberto

Oggi è il grande giorno, tra poco inizia il concerto. Mi faccio strada nell’Auditorium, consegno il biglietto ad una ragazza carina in divisa che mi sorride. Entro in platea, percorro la sala, raggiungo la terza fila e mi accomodo nella poltrona di velluto rosso. Ho in mano il mio prezioso spartito pieno di appunti. L’ambiente è accogliente e familiare, osservo gli orchestrali vestiti di nero, le donne in lungo con ampie scollature e le braccia nude illuminate dalle luci. Sono felice, è tutta la settimana che aspetto questo momento.

Le luci si abbassano, fa il suo ingresso il direttore vestito di nero, con uno strano completo che sembra un kimono. Si inchina al pubblico e si gira verso gli orchestrali: sta per dirigere il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 77 di Johannes Brahms. La solista è una giovane e affascinante violinista che adesso fa la sua bella figura sul palco, fasciata in un vestito nero lucido. Sono sicuramente più bravo, ma questa volta hanno scelto lei.

Il primo movimento è iniziato, seguo sul mio spartito la musica facendo scivolare le dita sulla carta consumata: dentro la mia testa risuonano le note, con la bocca semiaperta emetto bassi suoni come se stessi suonando. I vicini si voltano a guardarmi, non sanno che anch’io mi sto esibendo con l’orchestra   mentre la violinista sul palco si muove in maniera sensuale seguendo la melodia. 

Ecco l’adagio, lascio spazio ai fiati, e poi l’allegro giocoso dove posso dar sfogo al mio estro.

Quando la musica si interrompe arrivano gli applausi: sento battere le mani, il direttore e la violinista si inchinano, anch’io questa sera non ho avuto tentennamenti, la mamma sarà contenta di me quando glielo racconterò.

Seguo con lo sguardo la giovane violinista e mi faccio spazio tra anziane signore in coda per andarsi a complimentare con lei: anche alla mamma piacerebbe conoscerla, potrei chiederle se vuole venire a casa con me. Riesco quasi a raggiungerla ma la porta di accesso ai camerini si chiude bruscamente, busso ripetutamente ma nessuno mi apre. Le scriverò e la inviterò a suonare per la mamma, dopotutto siamo colleghi.

Prendo il tram, affollato nonostante l’orario serale, e percorro a piedi la via semideserta per arrivare al vecchio portone del nostro condominio. Il rumore delle chiavi rimbomba nelle scale, chiudo la porta di legno pesante e percorro al buio il corridoio: la mamma mi aspetta in terrazza, coperta da uno scialle scuro per difendersi dall’umidità della sera.

Le racconto del concerto, di come gli assolo siano stati formidabili, con un uso generoso di rapidi passaggi di scala e variazioni ritmiche: lei mi guarda con attenzione, senza fare commenti.

“Mi chiedi perché non hanno chiamato me come solista per il concerto di questa sera? Lo sai mamma, perché me lo domandi ogni volta, io suono sempre solo per te”.

Guardo la mamma che mi fissa, non batte ciglio e allora proseguo.

“Fin da quando ero un bambino, nonostante le ore passate al violino, per te non sono mai stato bravo abbastanza. Ripetevo i pezzi all’infinito, fino a vedere le mie dita sanguinare, ma non potevo smettere.  Secondo te non ero mai pronto per esibirmi in pubblico e crescendo la mia passione si è trasformata in un tormento”.

Prendo fiato e proseguo alzando il tono di voce.

“Lo so, lo hai fatto per me, per troppo amore, diventare un musicista famoso voleva dire starti lontano, per non parlare delle donne che mi avrebbero fatto la corte attratte dal mio virtuosismo. L’ho capito mamma e sono sempre rimasto solo con te. Mi chiedi dov’è il mio prezioso violino? Non ti ricordi che diversi anni fa, in un momento di rabbia e delusione, l’ho sbattuto contro il muro? Non fingere, lo sai benissimo che continuo a suonare nella mia testa, le mie mani sentono lo spartito e tu senti la mia musica, noi siamo inseparabili. Adesso sono stanco, vado a letto, buona notte mamma”.

Vado in camera mia, ripongo delicatamente lo spartito nello schedario, la carta è vecchia e fragile, devo fare attenzione perché ho ancora tanta musica da suonare e la mamma sarà contenta di ascoltarmi, è il mio unico pubblico e non mi abbandonerà mai.

Mi sveglio alla solita ora e preparo la colazione, porto alla mamma la tazza e i biscotti e li lascio sul tavolino vicino alla poltrona. Oggi è sabato, non devo andare in ufficio. Indosso i soliti vestiti comodi e poi inizio ad esercitarmi sullo spartito con la copertina blu, settimana prossima devo essere pronto per il concerto per violino e orchestra n. 1 in sol minore Op.26 di Bruch.

Sento dei rumori per le scale, suonano alla porta: è il portinaio con due uomini in tuta arancione, mi chiedono se possono controllare l’appartamento, pare ci sia una fuga di gas. Controllano in cucina e in bagno e mi chiedono dov’è il contatore: è sulla terrazza, dico di fare piano, mia madre è anziana e potrebbe spaventarsi.

 

Osvaldo

Osvaldo Malaspina, il portiere dello stabile di via Olona 16, si svegliò presto nonostante fosse domenica. Si lavò e si vestì senza fare rumore e, per non svegliare la moglie, andò al bar all’angolo a far colazione. Si sedette al solito tavolino e sfogliò distrattamente il giornale, fino a che gli cadde l’occhio su un trafiletto che citava via Olona nella cronaca locale.

Milano, 16 aprile: scoperto il corpo mummificato di una donna di 92 anni. Gli operai della ditta Miairgas durante un sopralluogo in centro Milano, in via Olona 82, hanno ritrovato il corpo di una novantenne, morta in casa da diverse settimane. Sono stati i vicini, insospettiti dallo strano odore a chiamare la ditta: i due operai hanno scoperto che le esalazioni provenivano dalla terrazza del palazzo confinante che si trova all’interno del cortile.  Qui la macabra scoperta: il cadavere era in una poltrona protetta da un gazebo. I carabinieri stanno facendo accertamenti, ma la morte dell’anziana sembrerebbe legata a cause naturali. Nell’abitazione la donna viveva con il figlio cinquantenne di cui si stanno valutando le condizioni.

Il barista lo vide intento nella lettura e commentò ironicamente: “ Siamo diventati famosi, anche noi abbiamo la nostra mummia, non serve andare in Egitto!”.

Osvaldo non commentò,  piegò il quotidiano e terminato il caffè fece quattro passi fino al portone del numero 82 dove incontrò un conoscente che non aspettava altro di poter commentare l’accaduto.

“Quello dell’ultimo piano? Il signor Bianchini? Una gran brava persona, silenzioso, di poche parole. Lavora in ufficio, credo sia contabile, abitudinario, esce e rientra sempre alla stessa ora.  Sempre solo lui e la mamma…certo che arrivare a quell’età senza neanche una donna…non c’è da stupirsi che poi….”.

“Ma secondo te non si era accorto che la vecchia era morta?” fece Orlando approfittando di una pausa.

“Chi lo può sapere? Forse a rimanere solo loro due tutto il tempo è diventato un po’ strano….e poi la vecchia non usciva mai, si muoveva pochissimo, da ferma a morta il passo è breve”.

Orlando salutò e ritornò a casa per riportare la novità alla moglie.

Due giorni dopo l’inquilina del primo piano, una settantenne pettegola,  indicò ad Orlando, che stava lustrando il portone, Roberto Bianchini che stava rientrando a casa. “E’ lui quello della mummia….ma secondo lei si è trattato di una morte naturale? Secondo me l’ha avvelenata e poi ha fatto finta di niente”.

“Ma signora Ferrari, cosa dice! Vede troppo la tv, qui, non c’è nessun mistero, lo diceva il giornale”.

“Forse l’ha fatta morire mettendo troppo sale nella minestra o troppo zucchero nel latte, si può morire anche così, l’hanno detto alla radio”, rispose risentita la signora allontanandosi seguendo il suo cagnetto che tirava al guinzaglio.

“Sarà…”, borbottò Osvaldo, assalito dal dubbio.

Il sabato successivo Orlando e la moglie, rientrando da una visita ai parenti, sentirono un suono sgraziato, un lamento acuto che cessava e poi si ripeteva lugubre e monotono.

Incuriositi, cercarono di capire da dove provenisse: seguirono il rumore stridulo percorrendo la via fino ad arrivare al numero 82 di via Olona. Si fermarono ad ascoltare e riconobbero il suono di un violino, le quattro corde sembravano esprimere una sofferenza fisica sotto una mano incerta.   

Era una melodia infantile ripetuta all’infinito, una grottesca ninnananna che proveniva dalla terrazza.

 

Premio Macondo edizione 2019-2020, Antologia di genere Thriller & Romance, Circolo letterario Macondo 2020

 

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La dedica

Cielo grigio i tra condomini degli anni ’60 nella prima periferia milanese. Domenica pomeriggio, una momentanea libertà: una figlia a pallavolo, l’altra con gli amici in giro per le vie del centro, il marito a correre lungo il Naviglio. Era un ottobre mite.

Paola uscì sul balcone e guardò fuori inquieta: nella casa di fronte al terzo piano qualcuno stava stendendo la biancheria, al quinto si intravedeva una televisione accesa oltre la tenda.

Guardò le piante di crisantemi nelle fioriere: dopo un anno finalmente erano apparsi i boccioli, tra un mese margherite bianche e gialle avrebbero colorato il terrazzino.  Il piede urtò un vaso facendolo cadere: le dalie erano cresciute, i fiori rossi si erano fatti pesanti, il vaso di plastica era troppo leggero e instabile. Dei vasi in ceramica avrebbero sicuramente dato un tono al balcone, poteva comprarli usati, più economici, al “Negozio del Riuso” poco distante da casa.

Riciclo e condivisione era lo slogan, la realtà erano cianfrusaglie a poco prezzo.

Raddrizzò le spalle, stirò il collo a destra e sinistra, infilò giacca e scarpe comode, niente trucco, prese l’ascensore e uscì in strada. Percorse il marciapiede costeggiando cancelli e basse siepi sempreverdi, incrociò un cagnolino con la padrona al telefono e una signora con il carrello della spesa di ritorno da un supermercato sempre aperto. Attraversò i giardini e passò davanti ad una coppia di ragazzi seduti vicini, sentivano musica da una stessa cuffia, lui appoggiava la mano sui i jeans di lei.

Il “Negozio del Riuso” era uno scantinato, si scendeva per un passo carrabile e si entrava in uno spazio poco illuminato, dall’odore indefinito. A destra c’era il banco dove venivano valutati e accettati gli oggetti da vendere e che faceva anche da cassa per quelli acquistati. Scansò un uomo anziano che si dirigeva verso i vestiti appesi, probabilmente alla ricerca di pantaloni per l’orto o forse di una giacca per un funerale. Non faceva freddo, ma una sensazione di umido avvolgeva i numerosi oggetti disposti nel poco spazio. Da una radio in vendita uscivano musica e parole che sovrastavano i passi delle poche persone presenti, Lifegate Radio le sembrò di capire.

Piatti, tazze, bicchieri, una caffettiera su un tavolo,  gli attrezzi da giardino erano a sinistra. Ecco un portavaso di ceramica decorato in blu, decisamente troppo grande per il suo balcone. Uno piccolo ma con pesci in rilievo, troppo marino, non adatto per le dalie.

Delusa Paola avanzò tra i tappeti, poi si fermò a guardare le pentole in rame e proseguì fino ai quadri appesi.

Ritratti da principianti risaltavano tra nature morte e paesaggi. Niente da fare, un pomeriggio perso.

L’odore dei libri usati le ricordò che forse poteva trovare un giallo da iniziare dopo cena; l’ultima volta aveva acquistato un volume di Costantini e le era piaciuto. Copertine rigide del Club degli Editori, qualche fumetto e stranamente diverse pubblicazioni Adelphi. Quand’era giovane comprare un libro Adelphi significava darsi a letture “impegnate”, conoscere autori stranieri appena tradotti in Italia, pronunciare titoli esotici.

Ricordava le copertine color pastello, il primo Hesse, Ambler, ma anche Karen Blixen, Chatwin….

Volumi che aveva letto ma che aveva anche regalato e ricevuto in dono, erano libri costosi e importanti, opere da commentare con chi te li aveva regalate. Diversi libri erano degli anni ’80, proprio quelli che lei ricordava, non sempre posseduti, spesso presi in prestito nella biblioteca di zona.

Scorse in basso una copertina giallo ocra, l’autore era Konrad Lorenz, austriaco, studioso degli animali, quanto l’aveva affascinata con le sue storie di oche! Si abbassò, fino a toccare lo scaffale di fronte ai libri con lo zainetto che aveva in spalla. Il legno ondeggiò facendo tintinnare una statuetta etnica. Il quarantenne mal rasato che gestiva lo scantinato si avvicinò a passi veloci per verificare eventuali danni e la squadrò con sguardo accusatorio.

Con aria colpevole Paola si accucciò e riuscì a sfilare il volumetto, poco più di 100 pagine. “E l’uomo incontrò il cane”, la storia di un’amicizia, per questo l’aveva regalato ad un ragazzo del liceo che le piaceva. Si chiamava Marco, era molto più alto di lei, lunghi capelli castani, frequentava la classe di fianco alla sua al Vittorio Veneto.  Camminavano insieme fino alla fermata della 90, parlavano molto, sicuramente c’erano stati baci e sfioramenti ma niente di più. Sesso solo accennato, una passione subito sfiorita, c’erano tante possibilità allora, entrambi avevano cambiato partner nel giro di poco. Ricordava solo alcuni episodi di quel periodo, chissà com’era diventato Marco adesso.

Si raddrizzò con il volume ancora in mano per far passare un finto giovane con le Timberland ed una borsa nera da palestra diretto vero i vinili.

Girò la copertina impolverata e sulla prima pagina, in alto a destra riconobbe, scritto con la sua calligrafia. “24.2.84. LA TUA PICCOLA”. In maiuscolo, senza firma, inchiostro nero. Si sentì arrossire e si guardò attorno con imbarazzo, nessuno stava badando a lei.

Non era da lei mettere una dedica, si capiva dal fatto che non avesse firmato.

Davvero una bizzarra coincidenza.  Probabilmente Marco si era disfatto subito del suo regalo  che era passato di mano in mano fino ad arrivare nuovamente a lei in quella domenica pomeriggio di trent’anni dopo.

Nello scantinato non c’era campo, a casa avrebbe cercato Marco su Facebook, gli avrebbe raccontato la sua scoperta, avrebbero riso insieme, magari si sarebbero visti per un aperitivo in Darsena o un per un cinema. Doveva conservare la prova per fargliela vedere quando si sarebbero rincontrati.

Pulì il libro con le mani e sfiorò nuovamente i ripiani per raggiungere il bancone prima dell’uscita. Dalla radio si sentivano gli accordi di Foxy Lady, Jimi Hendrix e la sua incredibile chitarra.

Alla cassa era seduto l’individuo che prima l’aveva guardata male, golf pesante e sformato, capelli corti, mani ingrigite dalla polvere. Stava inscatolando dei bicchieri incartandoli con fogli di giornali.

Paola gli porse il libro per chiedere il prezzo, e accennò sorridendogli:

-        Quanti libri avete oggi, di solito siete sforniti!

-        Quelli? - rispose l’uomo volgendosi verso gli scaffali - sono arrivati diversi scatoloni, tutti libri noiosi. È morto di recente un cinquantenne per un incidente d’auto e la ex-moglie ha voluto liberare la casa prima possibile…..cose che capitano…le ho fatto un piacere a ritirare questi volumi così vecchi, speriamo di riuscire a venderli. 

I suoi ricordi valevano solo 2 euro e 50. Paola prese il resto, mise il libricino giallo nello zaino e salutò senza fare commenti. Lei non voleva sapere altro.

Si avviò verso casa: quella sera non avrebbe cercato su Facebook, avrebbe strappato la prima pagina con la dedica e messo il volume sulla mensola insieme agli altri romanzi.

Attraversò il giardino che ormai era quasi buio. La coppia non c’era più, le panchine erano deserte. Tirò fuori dallo zaino il libro, lo buttò nel cestino e proseguì verso casa.

 

AA.VV. Le insidie del tempo, 2020 Il Terebinto Edizioni

 

  

 

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Basta un’amica

Basta un’amica

La mattina non finiva mai: seduta davanti al monitor Anna si sentiva invecchiare, demotivata da un lavoro ripetitivo e poco gratificante. Per fortuna era giovedì: in pausa pranzo un morso al panino e poi subito al mercato rionale.  Era il momento giusto per comprare una collana: ne voleva una per valorizzare la scollatura del golfino blu che sua sorella le aveva regalato la domenica precedente.

Il banco era facile da raggiungere, subito dietro l’angolo, vicino al tabaccaio. Lì avrebbe trovato un’ampia scelta di bigiotteria di tutti i colori e soprattutto avrebbe trovato lei, la signora che vendeva le collane. Anna aveva il cassetto pieno di monili di poco valore, ma erano i 5 euro meglio spesi della settimana, nessun altro oggetto in plastica la rendeva così felice.

La signora del banco era dell’età apparente di circa sessant’anni, sempre ben curata, con il trucco appariscente su un viso che portava le tracce di una chirurgia estetica effettuata diversi anni prima.

Accoglieva le clienti come se fossero gran dame in visita ad un orefice del centro e cominciava ad adularle proponendo collane adatte al loro incarnato, intonate con i loro occhi, perfette per il loro viso particolare. Anche le facce più arcigne non potevano resistere al suo fare tentatore.

“Guardi queste, sono perle di fiume, qui trova delle ametiste o preferisce questa resina colorata?” stava dicendo ad una cliente, con una proprietà di linguaggio che incantava. “Noti la lucentezza adamantina, non è uno splendore?”.

Fece un largo sorriso quando Anna si avvicinò al banco, come se la riconoscesse.  Continuò a parlare con le clienti mentre frugava sul banco: “Sono subito da te, cara”, le disse a mezza voce.

Venne il suo turno e Anna si sentì come una bambina nella sfera di attenzione dell’ambulante. Le disse cosa stava cercando e subito la donna le rispose: “Sei unica, solo per te ho questa collana con scaglie di pietre vere, le riconosci dal taglio vivo e dagli spettri di colore”. Tirò fuori da uno scatolone un girocollo, ancora nel suo sacchetto di plastica, e lo porse ad Anna che se lo rigirò tra le mani. Una cliente la stava osservando da vicino, pronta a ghermire la collana presentata con tanta enfasi e di cui non scorgeva una copia sul banco. L’acquisto era assicurato, Anna non avrebbe permesso ad un’altra donna di conquistare la sua collana! Tirò fuori dalla borsa una banconota da 5 euro e la porse alla venditrice che ripose il “gioiello” prescelto in un sacchetto rosso scintillante e glielo consegnò con fare cerimonioso.

Erano quasi le 14 ed Anna rientrò in gran fretta in ufficio, mentre i banchi del mercato smontavano.

La signora delle collane, aiutata da una collega di pari età, cominciò con delicatezza a riporre la bigiotteria nelle scatole.

“Ada sbrigati! Dobbiamo andare!”

“Va bene Lina, faccio il possibile”, rispose riempiendo con cura i contenitori che Antonio caricava sul furgone.

“Com’è andata oggi ragazze?”. “Dai bene, non possiamo lamentarci!”, risposero insieme le due donne. Ada e Lina erano amiche da molti anni, Antonio era il nipote di Lina, un bel ragazzo che trattava le due con affetto ed ironia. Ada guardò le braccia muscolose di Antonio che caricava il furgone: le erano sempre piaciuti gli uomini “forti”, anche Gino era così.

Gli uomini erano stati la rovina di Ada. Il primo era stato suo padre, lo aveva molto amato, ma era un violento, da bambina era terrorizzata quando lo sentiva urlare contro sua madre. Poteva essere molto dolce ma per un nonnulla scattava, gli oggetti si rompevano e volavano sberle.

Era uscita di casa molto giovane, seguendo un uomo più vecchio di lei che era rimasto incantato dalla sua bellezza e l’aveva messa in mostra come un’auto di grossa cilindrata. Ada era affascinante: magra, slanciata, con un portamento da principessa, sorrideva compiaciuta quando si sentiva al centro dell’attenzione. Le piacevano il lusso e frequentare il bel mondo, divertirsi e ostentare.

Spendeva molto, ma non erano soldi guadagnati con fatica: vestiti, trucchi, feste, parrucchiere, ma anche regali per Lina, una delle poche amiche che le era rimasta dal tempo della scuola.

Lina si era sposata presto, erano nate due figlie e aveva dovuto lavorare sodo per mantenerle, perché suo marito l’aveva lasciata da un giorno all’altro. Ada le passava dei soldi che Lina accettava con riconoscenza.

Gli anni erano passati e la bellezza di Ada non poteva competere con quella delle ragazzine: i suoi accompagnatori cambiavano con sempre più frequenza e non erano più accondiscendenti con i suoi capricci. Lei decise che poteva farcela con i soldi messi da parte e iniziò a vivere da sola, affrontando per la prima volta le ristrettezze della vita reale.

La normalità fu sconvolta dall’arrivo di Gino: trent’anni, bruno, un fisico portentoso e Ada, quasi cinquantenne, perse la testa come una ragazzina per un giovane ingordo ed egoista, come era lei alla sua età. Gli concesse tutto, soddisfò ogni suo desiderio, nonostante lui cominciasse a trattarla con disprezzo, a dare ordini, ad urlare come suo padre. Dopo che l’appartamento di Ada venne ceduto a lui, Gino la mollò e scomparve, lasciandola sola, depressa, alcolizzata e senza un soldo.

Lina non si era dimenticata dell’amica di infanzia e venne in suo soccorso: l’accolse nella casa dove viveva da sola, nella stanza che le figlie ormai adulte avevano lasciato. L’aiutò a disintossicarsi e le propose di lavorare con lei al mercato al banco di bigiotteria del nipote. Ada acconsentì e con fatica si abituò a lavorare all’aperto, alle levatacce, a stare in piedi per ore. “Lo faccio per Lina”, si diceva, ma poi si accorse che essere gentile con le clienti la faceva stare bene, non si era mai resa conto di quante donne fossero costrette nelle loro vite monotone, tristi, senza affetto. Lavorare al banco le permetteva di tirare fuori i suoi ricordi migliori per far sognare queste donne, rispolverando il suo amore per il bello per vendere collane da nulla e regalare momenti di felicità.

Lei non era più una bellezza, non aveva un uomo ma aveva Lina, si conoscevano da sempre, poteva con lei mettere in fila i momenti belli e brutti della propria vita. Aveva sbagliato ma anche vissuto intensamente, non aveva niente di cui pentirsi, le ripeteva sempre l’amica.

“Andiamo a mangiare qualcosa?”, Lina la prese sottobraccio e si avviarono al caffè all’angolo.

La giovane barista le accolse con calore e chiese se volessero il solito: quando ritornò con il vassoio, fece i complimenti ad Ada per il girocollo. Ada si guardò nello specchio e si accorse di avere al collo una collana che aveva indossato per convincere una cliente. Disse alla ragazza: “Sai cara, è vintage, faceva parte di una collezione realizzata per un film…non mi ricordo il titolo, ma c’era quell’attrice famosa, napoletana, sì, proprio lei, Sofia”. La ragazza pendeva dalle sue labbra. “Tu hai gli occhi e la scollatura come Sofia, ti starebbe benissimo, sai cosa faccio? Te la regalo, tanto a me non serve, sono vecchia”.   La giovane rimase senza parole e allungò la mano, prese con delicatezza la collana che Ada le porse e se la mise subito al collo ammirandosi nello specchio.

Appena si fu allontanata, Lina sorrise all’amica. “Che bugiarda! Ma sei stata davvero adorabile!” e la baciò sulla guancia.  Ada si schernì e le rivolse uno sguardo d’intesa, assaporando il benessere del momento.

 

AA.VV, L’altalena, Concorso Amore è 2019, Edizioni SENSOINVERSO, gennaio 2020

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XXII secolo: il lavoro per tutti

Il lavoro era diventato un cruccio per Medea: decise di farsi consigliare dal suo mentore, Ofelia, che le era sempre stata molto utile nei momenti difficili.

Ofelia aveva da poco compiuto 118 anni e le sue lucide analisi permettevano soluzioni originali per problemi complessi. L’anziana abitava insieme ad un gruppo di coetanee in uno spazio che ricordava una vecchia villa del 1900, dove tecnologia e spazi verdi si fondevano in un paesaggio surreale per il XXII secolo. Le abitanti della villa erano bizzarre, ma i giovani si rivolgevano a loro quando l’intelligenza artificiale non era in grado di rispondere ai loro quesiti.  

Medea oltrepassò il cancello e vide da lontano Ofelia che la aspettava, il viso incorniciato da orecchini con pendenti verdi e i capelli di un bianco luminoso. Le rughe contornavano gli occhi dello stesso colore dei pendenti, dando profondità al suo sguardo acuto. Si abbracciarono, il corpo della centenaria era ingobbito e la giovane abbassò la testa per baciarla; andarono a sedersi in giardino dove Medea estrasse il tablet dalla giacca per esporle il suo problema sottoponendole la visione di cosa aveva visto e sentito. Impostò la data della settimana precedente, selezionò la registrazione, scelse velocemente alcuni episodi e schiacciò il tasto: cominciarono a scorrere le immagini accompagnate da una morbida voce di sottofondo.

Giovedì 17/2/2120, ore 17.30: Esco dal Politecnico e svolto a destra. La primavera è arrivata in anticipo e gli ormoni si fanno sentire: sulla barriera che costeggia il campus vedo in 3D uno storico graffito di Keith Haring, con un cuore reso ancora più rosso dal nuovo visore e dai pensieri che ho per Markus.  Sto andando al bilocale che divido con lui, cammino circa un chilometro e mezzo, come previsto dalle norme per la distanza casa-lavoro.  Camminare è indispensabile per la buona salute dei cittadini e il Governatore ama i suoi cittadini. Anche oggi ho terminato di lavorare: questo mese mi rimangono solo altri tre giorni, ho già lavorato cinque degli otto giorni mensili permessi.

Purtroppo le leggi parlano chiaro: l’intelligenza artificiale ha da anni rimpiazzato gran parte delle mansioni, così il Governatore ha adottato delle strategie per garantire il lavoro a tutti. I cittadini junior di cui faccio parte, dato che non ho ancora compiuto i quarant’anni, hanno l’obbligo ed il diritto di lavorare per un massimo di otto giorni al mese e per non più di sessanta giorni in un anno. Dai quaranta ai sessant’anni potrò diventare mamma o seguire un altro corso di studi, per poi riprendere a lavorare come cittadina senior, in un’altra mansione e attività, dai sessanta agli ottant’anni.  Nessuno deve preoccuparsi del proprio sostentamento, la retribuzione serve solo ad integrare il reddito garantito. Niente più povertà e disuguaglianze per merito del Governatore.

Sono arrivata a casa e controllo le attività che mi aspettano: palestra dalle 18 alle 19, alle 21 visita al Museo dedicato a Banksy. Non ne ho molta voglia, ma le norme recenti hanno introdotto attività culturali obbligatorie per ridurre l’ansia da tempo libero: dopo i casi di violenza, droga e alcolismo verificatesi nella seconda metà del ventunesimo secolo, ogni individuo non può oziare liberamente.  Così posso scegliere tra una vasta offerta di programmi proposti dal sistema che oggettiva le mie caratteristiche personali; una volta scelto, la frequenza alle attività è obbligatoria e monitorata.

In questo periodo ho un unico vero interesse: è il LAB1F dove sto portando avanti una sperimentazione sulla morfologia degli insetti.  Ho studiato biofisica, sono entrata nel laboratorio del Politecnico già ai tempi dell’università e sto finalmente per concludere una ricerca frutto di una mia intuizione: la trasformazione anatomica degli insetti, che da nocivi potranno diventare utili per mezzo della fotosintesi clorofilliana, in pratica saranno le nuove risorse forestali. Un formicaio di medie dimensioni sarà in grado di fissare quantità immense di anidride carbonica, la prima causa dei cambiamenti climatici. La mia idea adesso è la mia ossessione: vorrei sempre stare in laboratorio fino a che il mio sogno si trasformi in realtà.

Non posso però trascorrere in laboratorio più tempo di quello previsto, massimo otto giorni al mese. Se disubbidisco perdo punti sul certificato di buona condotta e non mi permetteranno di avere il figlio unico a cui ho diritto: non sono sicura di voler diventare madre, ma Markus vuole un bambino e potrebbe averlo con un’altra donna.

Ho deciso di imbrogliare: nell’appartamento, al riparo delle telecamere onnipresenti nello spazio pubblico, mi collego a Sebastiano che è di turno in laboratorio. I patti sono chiari: lo pago per indossare sensori che mi permettono l’accessibilità ai dati aggiornati delle analisi sugli insetti cavia. Sono stata educata all’osservanza delle regole, la corruzione dei colleghi per presidiare il laboratorio è illegale, ma non ho saputo resistere.

La sperimentazione in corso prevede la modifica della cimice asiatica, Halyomorpha halys: le sue ali grigio-brunastre saranno in grado di produrre energia dalla luce e già dallo stato larvale l’insetto si svilupperà solo per merito del sole, senza danneggiare la vegetazione.

Prendo la borsa e vado in palestra. Arrivata nell’ampio edificio mi accomodo su una seduta avvolgente e indosso gli occhiali: i miei muscoli cominciano a muoversi seguendo gli stimoli e intanto seguo le mani guantate di Sebastiano spostarsi sul piano di lavoro.

Rientro a casa giusto in tempo per ritirare il cibo pronto che viene consegnato ogni sera alle 19.30, preparato in base alla mia dieta personale calcolata da algoritmi per evitare gli sprechi e prevenire patologie. Prendo i contenitori e mi siedo con Markus al piccolo tavolo di fronte alla finestra che in quel momento riproduce un luminoso tramonto sul mare. Markus non sa dei miei piani, lui non approverebbe: lui apprezza la danza, il laboratorio di scultura, il giardinaggio, non ha un impiego che lo appassiona.

Venerdì 18/2/2120, ore 7.30:  mi sveglio con le solite note dell’Inno alla Gioia e lego sulla parete il programma della giornata: piscina, laboratorio di pittura per le successive quattro ore e a seguire uno speech sulla bellezza da parte di un noto storico. Per concludere training autogeno: tutto molto stimolante, ma io ho la testa altrove.   

Finita la colazione provo a collegarmi in laboratorio con Tania, ma i sensori non sono in funzione. Mi innervosisco, ma devo aspettare che prenda servizio Ludwig.  Finalmente la comunicazione è nuovamente attiva, ma c’è una grossa novità: mi riferisce che il LAB1F non è più accessibile, l’attività di tutti i ricercatori è stata riprogrammata.

Cammino a passo svelto fino all’ingresso del Politecnico, incurante che venga registrata la mia inosservanza al planning giornaliero, vedo coreografie di luce psichedeliche sulle facciate dei palazzi. Provo ad entrare ma la mia impronta non permette l’accesso all’edificio. Mi siedo sul prato davanti al cancello chiuso e piango.

Lunedì 21/2/2120, ore 9.30: Inizio senza entusiasmo a lavorare al LAB3C: il progetto riguarda la sintesi di una bioplastica a partire dalla saliva bovina.   

Nello spazio comune del campus, parlando con gli altri ricercatori, mentre ognuno consuma il cibo personalizzato, scopro che il LAB1F è ancora attivo e la ricerca sugli insetti prosegue.

Ma non è l’unica sorpresa: il nuovo team di ricercatori sono tutti over sessanta.  Sento la rabbia crescere, mentre le pareti della mensa si colorano di rosso.

Medea interruppe il video e guardò la donna seduta silenziosa al suo fianco: la visione era durata solo pochi minuti.

“Ofelia, sono disperata, non riuscirò a portare avanti la mia ricerca. I senior si sono impossessati di un programma dei giovani che sta per dare i suoi frutti, così possono ottenere la soddisfazione che a me viene negata”.

Fissò la sua anziana amica e proseguì: “Lavorare…e pensare che all’inizio del 2000 ognuno poteva lavorare non solo quaranta ore alla settimana, anche molto di più. Ho letto biografie di scienziati e inventori che hanno dedicato giorni e notti alle loro scoperte. Lo so che il Governatore deve garantire un lavoro a tutti, ma ci deve essere un modo, io amo stare in laboratorio, perché devo invece ascoltare la musica classica dei Beatles o vedere a teatro la rappresentazione storica della caduta del Muro di Berlino?”.

Ofelia chiuse e aprì gli occhi più volte, indecisa su cosa rispondere. Ripensava a tutte le lotte per garantire il lavoro a tutti, aumentare il benessere e la qualità della vita. “Mia cara, hai ragione” disse, “cosa pensi di fare?”.

“Senior e anziani hanno comandato per tutto il primo secolo del terzo millennio rafforzando via via il loro potere” rispose Medea, “sono stati loro a imporre la pianificazione delle attività lavorative per il benessere generale. È ora di cambiare.”

“Stai pensando ad un accordo intergenerazionale, mia cara?”.

Medea fece spallucce. “Lo sai che non è possibile parlare con chi pensa di avere sempre ragione, l’unico modo è un cambiamento radicale”.

Ofelia sospirò: “Non essere impulsiva, dici così perché hai un progetto, ma molti tuoi coetanei, anche Markus, stanno bene così come stanno, hanno la stabilità e il benessere, oltre alla dignità del lavoro”.

Ofelia chiuse gli occhi e rimase silenziosa, incrociando in grembo le mani rugose. Dopo qualche minuto di pausa proseguì: “Non devi prendertela con i senior, ma con chi ha impostato la programmazione del tempo libero. L’algoritmo non prevede la variabile “passione” che fa desiderare di trascorrere ore e ore a ripetere lo stesso passo di danza o, come nel tuo caso, andare a fondo in una ricerca scientifica. Adesso il tempo trascorre in modo equilibrato, ma noi umani non siamo equilibrati, alcuni di noi vogliono essere parte di qualcosa di più grande.”

 “Passione, passione…” ripeté Medea a bassa voce, “ecco una buona causa per cui lottare”.  Abbracciò a lungo Ofelia e se ne andò con questa certezza: voleva diventare vecchia come lei ed essere fiera di sé.

Decise di mettere a punto una strategia: sicuramente una porta chiusa non era sufficiente a fermarla. Poteva chiedere un’udienza al Governatore, oppure trovare un modo per collegarsi al team di senior che operava in laboratorio, poteva….. Si girò e guardò con attenzione la villa da cui era appena uscita, un luogo ideale per mettere in piedi uno spazio dove portare avanti la ricerca in modo autonomo.

 

Racconto finalista del Concorso Letterario “Città di Ravenna 2019”, antologia In volo col Pettirosso 2019, Edizioni Capit Ravenna, 2019

*

L’autobus

 

Filtra la luce dalle finestre, è ora di alzarsi. Il pavimento è freddo, chissà dove si sono cacciate le infradito. Anche oggi mi aspetta una giornata lunga e stressante, forse fuori c’è il sole: invece no, cielo grigio, uccelli che volano in alto. Nell’aria ristagna l’odore della cena che ho mangiato in fretta guardando la tivù. Oggi devo fare la spesa, sta finendo anche il caffè, in casa sono rimaste solo le patate.

Faccio una doccia veloce, indosso la camicia azzurra della divisa, è stirata quel tanto che basta per essere in ordine. Odio questi pantaloni, il tessuto è rigido, mi irrita l’interno delle cosce. Mi guardo allo specchio: una quasi quarantenne con i capelli castano chiaro disordinati, gli occhi azzurri tendenti al grigio. Davide non mi chiama da tempo, per ora nessun altro all’orizzonte. Vediamo se la spazzola riesce a fare un miracolo, niente da fare, mi faccio la coda. Metto giusto il burrocacao, nel traffico le labbra si seccano.

Le scarpe sono sempre le solite, anche la borsa, che sembra sempre più pesante. Devo affrettarmi, manca poco al mio turno, il collega avrà sicuramente voglia di un caffè e dovrà andare in bagno. Ecco l’autobus che si avvicina, c’è Marco alla guida. Quando le porte si aprono tutte le persone scendono in fretta, per poco quel ragazzo con lo zaino mi veniva addosso: tanto se non salgo io non vanno da nessuna parte! Marco ha in mano il pacchetto delle sigarette, mi aveva detto che voleva smettere, ma si vede che non ci riesce, guidare l’autobus a Milano è molto snervante. Il sedile è ancora caldo, sistemo gli specchietti per controllare la chiusura delle porte. Guido con il volante aderente al corpo, ma poi la schiena diventa rigida e mi appoggio allo schienale.

L’odore di quest’autobus è indefinibile: polvere, sudore, plastica riscaldata. Qualcuno parla al telefono ad alta voce, il tono è irritato, sta sicuramente litigando con qualcuno. Non posso rilassarmi un attimo: un ragazzo con il cappello calato sugli occhi ha attraversato di corsa la strada e i passeggeri si lamentano della frenata, deve essere scivolato anche il trolley di qualcuno che va all’aeroporto, dove c’è il capolinea. Sento già gli aerei che decollano, la strada costeggia la pista, non c’è coda, posso finalmente prendere velocità.

In aeroporto mi fermo qualche minuto e scendo a fare quattro passi, l’autobus si riempie subito di viaggiatori. Riparto verso il Duomo e sento due ragazze mandare gridolini di contentezza, mentre scattano foto attraverso i finestrini impolverati, chissà da quanto tempo avranno programmato questo viaggio. Nelle ultime file c’è il solito vecchietto che passa ore sui mezzi pubblici con le sue borse di plastica: lo vedo nello specchio che saluta le due ragazze che ridono.

Sono in ritardo sulla tabella di marcia, ancora mezz’ora al cambio turno. 

Prendo la metropolitana per tornare nel mio monolocale in periferia: saluto il collega rinchiuso nel gabbiotto, certo non ha lo stress per il traffico, ma sai che noia tutta la giornata a guardare i monitor.

Domani è il mio turno di riposo: vediamo le previsioni online, accidenti nuvoloso e pioggia in serata.  Non dovrebbe mancare molto alla mia fermata….uffa, guardando il telefono ho sbagliato linea, mi tocca scendere e prendere il treno che va dall’altra parte.

Scendo a vedere questa parte della città, tanto a casa nessuno mi aspetta. Certo che qui non c’è proprio niente, ma dove vanno tutte queste persone?  Le seguo, sembra una stazione degli autobus, ma i pali non riportano i numeri di linea, ma nomi di città. Sta arrivando un autobus colorato con la scritta Marsiglia, non sono mai stata in Francia, deve essere bello vedere il mare, il cielo azzurro, i gabbiani……

Ho chiesto informazioni al guidatore ed ho scoperto che il biglietto costa pochissimo. Il bus arriva a Marsiglia domani mattina presto. Non so cosa mi è successo, ma sono salita e sono seduta vicino a una donna che parla francese. Siamo partiti, il cuore mi batte forte, sono quasi felice.

 

Premio Letterario, Mille e…Una Storia 2019, Raccolta di racconti, gMc editore

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L’orecchino

L’orecchino

Martedì era il giorno giusto. Guardò fuori dalla finestra: era una soleggiata giornata di novembre.  Portò a spasso Ruby, il suo cagnolino, e rimase fuori più a lungo del solito approfittando del tepore inaspettato.

Nel primo pomeriggio Luigi si preparò ad andare in stazione per prendere il Frecciarossa 9641 da Milano a Bologna, dove avrebbe potuto mettere in scena le sue abilità di narratore. Era un ex ferroviere in pensione e il viaggio su un treno ad alta velocità era per lui un piacere a basso prezzo, che si concedeva quando era pronto con una nuova storia.

Era importante scegliere il treno opportuno, non in orari in cui i viaggiatori erano di fretta o si preparavano per l’imminente impegno lavorativo guardando ansiosamente il portatile o parlando al telefono. Anche la scelta delle condizioni metereologiche era importante: una bella giornata metteva tutti di buon umore, nelle giornate uggiose, o ancora peggio in quelle di pioggia, i pendolari erano fradici e malinconici, non disponibili a parlare con il prossimo.   

Salì rapidamente le ripide scale in marmo della stazione illuminate dalla luce del giorno; indossava scarpe sportive comode, jeans attillati e una giacca leggera di piumino blu. Luigi assomigliava vagamente ad un noto cantante italiano e anche per questo suscitava fiducia negli interlocutori.

Passò i controlli salutando gli ex-colleghi e si avviò al binario: salì in classe economica e cominciò a percorrere i vagoni alla ricerca del suo pubblico. Cercava una donna, meglio se quarantenne, da sola e potenzialmente disponibile a chiacchierare.

Ne vide una, ma era impegnata a leggere un libro. Proseguì fino a che trovò quella che stava cercando: capelli neri lunghi, viso tondo, rossetto rosso vivo, golfino verde, un leggero profumo agrumato. Stava guardando fuori dal finestrino. Sul sedile grigio di fianco a lei c’era uno zainetto femminile e appoggiata sul tavolino una borsetta di plastica con disegni di gatti. Era proprio la persona giusta. Si infilò nel sedile lato corridoio di fronte alla donna, e sfilandosi la giacca la salutò e si sedette. 

Il treno partì e si ritrovarono a guardare entrambi le case della periferia milanese.

Quando il paesaggio si fece monotono, Luigi la fissò, accennò alla borsetta e chiese se anche lei aveva dei gatti.  La sconosciuta lo guardò con attenzione e rispose che ne aveva avuti a casa dei genitori, ma adesso viveva con un marito allergico e purtroppo non poteva avere animali.

Parlando muoveva le mani grassocce, facendo tintinnare un braccialetto d’argento al polso destro.

Luigi le sorrise e le chiese se era di Bologna.

-        Sì, abito nelle vicinanze, sono venuta a Milano per trovare un’amica che ha appena avuto un bambino, ho preso apposta un giorno libero dal lavoro.

-        Io invece vado a trovare mia figlia – riprese Luigi - devo farle avere un oggetto particolare, non le ho ancora detto nulla, chissà come reagirà…

Il treno procedeva veloce, una mamma con una bambina si alzarono e percorsero il corridoio per andare in bagno. Vedendo che la donna lo guardava incuriosito Luigi proseguì:

-        Mia moglie ed io abbiamo una gattina, magra, nervosa, dal pelo bianco e rossiccio che si chiama Minù. Adesso ha 12 anni, ha un miagolio insistente e sta sempre tra i piedi, sa come sono i gatti. Gioca con tutte le cose che trova in giro e dorme nel nostro letto. Passa molto tempo a leccarsi e purtroppo da qualche tempo ha una tossetta fastidiosa. Mia moglie era preoccupata, voleva portarla dalla veterinaria, ma la gatta non ama essere visitata. Ieri, dopo ripetuti accessi di tosse, ha fatto degli strani versi, ha vomitato sotto il divano e poi è scappata.

Fece una pausa ad effetto, guardò la donna che lo fissava e riprese:

-        Non si preoccupi, la gatta sta bene.  Quando ho pulito il pavimento, ho trovato delle palle di pelo cilindriche, bianche con una sfumatura rossiccia, come il suo pelo. Stavo per buttarle nella spazzatura quando ho visto un luccichio…

-        Un luccichio? - chiese la viaggiatrice.

-        Sì, qualcosa che brillava ha attirato la mia attenzione.  Ho guardato meglio e dai peli compatti spuntava un sottile filo dorato…era un orecchino!   

-        Un orecchino? Che strano! - ripeté la donna.

-        E non era un orecchino qualunque! - replicò con soddisfazione Luigi, vedendo che il suo racconto suscitava interesse.

-        Deve sapere che quell’orecchino era appartenuto a mia figlia Luisa, quella che adesso abita a Bologna. Era stato un regalo di un suo fidanzato di quando aveva 16-17 anni, una storia d’amore che sembrava dover durare per sempre, per questo lui le aveva regalato questi sottili orecchini d’oro, un regalo davvero importante tra ragazzi. Ma ad un certo punto un orecchino era sparito, mia figlia si era disperata, ma soprattutto non sapeva come dirlo al ragazzo. Aveva preferito non fargli sapere di averlo perso, ma lui aveva pensato che il suo regalo non fosse stato gradito. Giorno dopo giorno era diventato nervoso, le aveva rivolto frasi brusche, mia figlia aveva reagito in maniera stizzita, avevano litigato, insomma da cosa nasce cosa… e poi si erano lasciati. Mia figlia finito il liceo ha preferito andare a studiare a Bologna e lì è rimasta. Per ora vive sola, non ha un compagno fisso. Oggi le porto l’orecchino: chissà come reagirà…pensi, l’aveva ingoiato il gatto giocando!  Vuole vederlo? – Luigi si mosse chinandosi leggermente a sinistra per infilare la mano nella tasca destra dei jeans stretti.

Tirò fuori un sacchettino fiorato: con delicatezza sfilò un sottile orecchino d'oro facendolo vedere alla sua vicina. Era ornato con un pendente, un semplice filo ritorto con il fondo una perlina. Luigi commentò: - È ancora molto bello, nonostante tutto il tempo che è stato nella pancia della gatta.

Le porse l’orecchino con la mano tesa perché lo potesse vedere più da vicino. La donna lo guardava meravigliata, emettendo piccoli versi di sorpresa.  Il treno stava per entrare nel tunnel della nuova stazione di Bologna, mancava poco all’arrivo. Luigi ripose con cura nella tasca l’orecchino.

Si salutarono calorosamente e la donna augurò a Luigi di trascorrere una bella giornata con la figlia, entrambi si avviarono verso l’uscita. Arrivato vicino alla fermata dei taxi sulla piazza, Luigi si fermò e passato qualche minuto ritornò verso la stazione e si recò al bar a prendere un caffè. Un buon profumo di pane tostato aleggiava nel locale.

Doveva aspettare meno di mezzora e poi poteva tornare a Milano con il Frecciarossa 9536 delle 16.38 che arrivava da Roma.

Attraversò la stazione, scese le scale e si avviò al binario. C’era una piccola folla in attesa e Luigi cominciò a scrutare i visi in cerca di un’altra persona a cui raccontare nuovamente la storia: il debutto era stato soddisfacente, la viaggiatrice sembrava contenta del racconto, era riuscito nel suo intento di rendere particolare un viaggio che altrimenti sarebbe stato semplicemente uno spostamento da una città ad un’altra.

Forse per rendere il racconto ancora più verosimile doveva fare più pause o arricchire il ritrovamento del gioiello con più particolari. Decise di scegliere ancora una donna, magari gli avrebbe fatto qualche domanda e lui rispondendole avrebbe potuto improvvisare aggiungendo dettagli alla storia.

 Scorse un’altra quarant’enne che indossava un foulard blu brillante, jeans neri, stivaletti con brillantini, una grande borsa con la cerniera. Si guardava attorno invece di consultare il telefonino come la gran parte della gente in piedi. Era luminosa nonostante la falsa luce artificiale della fermata sotterranea.

Vide che saliva sulla carrozza 7, lui salì alla 8. Quando il treno si mosse Luigi percorse il corridoio: i sedili vicino alla sconosciuta erano vuoti e Luigi prese posto sorridendole.

Dal finestrino si vedevano i condomini della periferia di Bologna ed un cielo senza nuvole. Luigi le chiese se era di Milano e dopo i soliti convenevoli trovò il modo per iniziare la sua storia. Lei lo ascoltava con lo sguardo vivace, annuendo.  Questa volta usò il telefonino per farle vedere una foto di un gatto che poteva essere il ritratto della gattina bianca e rossa. La sconosciuta lo ascoltava con attenzione e sembrava divertita ma anche pensosa, ogni tanto si passava la mano tra i corti capelli biondi.

Alla fine del racconto, con in mano l’orecchino, la donna lo guardò con uno sguardo corrucciato e chiese: - Quanti anni dovrebbe avere adesso l’ex-fidanzato di sua figlia? Poco più di trenta, vero?

Luigi annuì, sorpreso dalla domanda.

La donna proseguì: - Sto andando a trovare mia sorella che abita a Milano da qualche anno, da quando si è sposata. Lui è un avvocato, all’inizio sembrava affettuoso e le faceva molti regali, ma poi si è dimostrato geloso e molto possessivo. Negli ultimi tempi sono volate anche sberle e mia sorella è molto preoccupata, è per questo che vado da lei.  Il marito le ha raccontato che il suo primo amore era stata una ragazza del liceo, erano stati insieme due anni, le aveva regalato degli orecchini d’oro ma lei ne aveva perso uno, non considerando quanto fosse importante per lui quel regalo. Si era sentito poco importante, non amato e per questo aveva deciso di lasciarla. Da allora diffidava delle donne, e se solo sua moglie, mia sorella, si azzarda a perdere un suo regalo...ci sarebbero sicuramente state conseguenze….

Guardò seriamente Luigi e aggiunse: - Che strana coincidenza. Un matrimonio infelice tutto per colpa di un gatto….

Luigi era rimasto senza parole e aveva abbassato gli occhi a disagio, combattuto se raccontare che l’orecchino era della moglie e che non aveva una figlia, bensì un figlio barbuto di nome Maurizio, e che il suo animale era un vecchio cagnolino. La gatta era della vicina, l’aveva vista sul terrazzo allungare il collo, divincolarsi, fare dei versi come se si stesse strozzando, strabuzzare gli occhi e poi espellere delle palle di pelo.

Il treno nel frattempo era entrato in stazione a Milano e la donna, ancora scuotendo la testa lo salutò e scese velocemente senza lasciargli il tempo di replicare. La vide camminare a passo svelto tra la folla e dirigersi verso la metropolitana.

Passato qualche minuto, Anna cominciò a rallentare e sorrise: aveva riconosciuto il “tipo racconta storie” già dalla banchina, l’aveva visto più volte sedersi vicino a viaggiatori solitari e raccontare storie incredibili, godendo della sorpresa incredula che suscitava. Lei lavorava in Università a Bologna, era una sorta di pendolare privilegiata, sicuramente l’uomo l’aveva già vista, ma di recente si era tagliata i lunghi capelli neri ed era passata ad un taglio corto e si era tinta di biondo. Questa volta era toccato a lei far da pubblico, ma non aveva resistito a cambiare il finale della storia, era stato troppo divertente vedere la faccia sorpresa e poi corrucciata dell’uomo.

Al prossimo viaggio gli avrebbe raccontato la verità. O forse no, avrebbe potuto continuare la storia, inserendo nuovi particolari sul matrimonio in crisi di una sorella che non aveva.

 

AA. VV, “I racconti di Cultora, Volume I”, Historica Edizioni, dicembre 2019, antologia della Sesta edizione del Concorso Letterario Cultora.

 

   

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Baffi

I cambiamenti climatici stavano compromettendo l’ecosistema e per fermare il declino erano necessari atti di coraggio.  Quella mattina Mario maturò una decisione: si sarebbe tagliato i baffi, così che lo stupore scatenato dal suo volto glabro avrebbe smosso le coscienze. Portava i baffi da quando aveva vent’anni, infischiandosene della moda: erano diventati un suo segno distintivo, non ricordava una foto che lo ritraesse senza i peli sotto al naso.   A cinquant’anni Mario aveva dei baffi cespugliosi castano rossicci che contrastavano con il cranio pelato.

Passò all’azione in bagno, prima con le forbici e poi con il rasoio davanti allo specchio: a fine lavoro il naso sembrava riempire la faccia e le labbra nude risaltavano vermiglie sulla pelle bianca.  Approvò il viso riflesso: gli occhi chiari, il mento quadrato, il sorriso con i denti allineati, anche se macchiati dal caffè che beveva in abbondanza. Fece scorrere l’acqua ed i peli tagliati scomparvero nello scarico del lavandino. Dopo che Gabriella l’aveva lasciato, viveva da alcuni anni in compagnia di un gatto grigio che, seduto sotto il lavandino, stava richiedendo il cibo con un miagolio ripetuto che non gli aveva mai sentito prima: Mario pensò che fosse la reazione alla sua trasformazione e gli riempì la ciotola con abbondanza.

Si vestì con cura, si spruzzò di colonia, indossò la giacca e la coppola e uscì chiudendo la porta a più mandate.

Scendendo le scale incrociò la vicina del piano di sotto che usciva con un cagnolino di razza indefinita. Mario squadrò la donna a lungo per darle tempo di notare la novità; lei sorrise e dando la colpa al cane si affrettò a scendere le scale per evitare di ritrovarsi in ascensore con quel vicino che la fissava con un’aria inquietante.

Il bar sotto l’ufficio era affollato come al solito. Nel fitto brusio delle voci, sentì che la radio trasmetteva una canzone dei Rolling Stones che lui amava…. “ Pleased to meet you, Hope you guess my name….”.  Certo di non essere riconosciuto a causa del suo nuovo look, pensò di salutare il cameriere con le parole della canzone, ma il ragazzo appena lo vide gli chiese: “Ciao Mario, il solito cappuccino con poca schiuma?” Mario perplesso e deluso prese la tazza calda e si accomodò ad un tavolino dove un tizio stava leggendo il giornale grattandosi il naso.

Nell’ingresso della palazzina, dove lavorava come contabile, la giovane receptionist lo salutò distrattamente, riprendendo a chiacchierare al telefono. Arrivato al secondo piano, Mario respirò a fondo e si preparò alla reazione dei colleghi: stava per arrivare il momento della verità, con loro trascorreva le sue lunghe giornate lavorative da molti anni.

Si attardò nel corridoio, aspettando che tutti fossero ai loro posti, ripassando mentalmente le risposte che si era preparato: “Sì, lo so è stata una decisione radicale, ma volevo dare il mio contributo per una buona causa”, avrebbe detto, ”Mi chiamate per scherzo  Super Mario, perché assomiglio al personaggio dei videogiochi, lo so che non sono un supereroe, ma questa volta tagliare i  baffi per salvare il pianeta  è stata un’azione coraggiosa, non trovate?” Poi avrebbe parlato dell’inquinamento e di come tutti loro potessero contribuire ad invertire la rotta.

Entrò abbassando lo sguardo, colto da timidezza, e si fermò vicino alla sua scrivania: dopo i soliti saluti rimase in piedi in attesa dei commenti di incredulità e stupore a cui si era preparato. Sentì un flusso caldo salire dal collo al viso: stava arrossendo.

I colleghi interruppero le chiacchiere e lo fissarono con curiosità, tutti gli occhi erano puntati su di lui: Mario, sempre impalato, incominciò a sudare nell’imbarazzo generale.

Tiziana ruppe il silenzio chiedendogli se si sentiva bene, subito Luca, il collega più anziano, aggiunse che la bronchite l’aveva disturbato durante la notte e Paola gli fece eco dicendo che anche suo figlio Michele aveva la tosse, era sempre malato e a casa dall’asilo. Il telefono squillò e Giulia rispose, facendo cenno agli altri con la mano aperta di abbassare la voce. Si zittirono e ripresero a sfogliare i documenti e a digitare sui tasti.

Mario rimase lì, in piedi, con un sorriso stupefatto, si toccò il labbro superiore, sentendosi improvvisamente trasparente.

Durante la pausa pranzo si incamminò verso i giardini: si sedette su una panchina al sole guardando i bambini che giocavano a palla.  Appartata sotto l’ombra di un albero, una bambina dai tratti asiatici stava saltando la corda: incrociò lo sguardo di Mario e, contagiata dalla sua infelicità, rallentò i salti fino a smettere di giocare. Corse dalla mamma in cerca di conforto e abbracciandola stretta continuò da lontano a fissare quel signore calvo con l’aria triste. Mario la guardò invidioso: anche lui avrebbe desiderato un abbraccio, si sentiva davvero solo e sconfortato.

La bambina, rinfrancata dal contatto con la mamma, corse nel prato a raccogliere qualche margherita e gli si avvicinò con lo sguardo serio: Mario, commosso da quell’omaggio floreale imprevisto, allungò la mano, la ringraziò e quando sorrise vide illuminarsi il volto della bimba che stava già scappando via.

Riscaldato dal sole di aprile, si passò una mano sul volto rasato, sospirò e si avviò nuovamente verso l’ufficio. “Tanto i baffi ricresceranno presto”, pensò, “da domani solo mezzi pubblici e acqua del rubinetto, cominciamo così a salvare il pianeta”.

 

AA:VV. Racconta le parole 2019, opera finalista al Premio Letterario “Racconta le parole-II Edizione”, Xilema srl

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Niente per caso

Avviò il nastro trasportatore della cassa e fece scorrere davanti al lettore un vassoio di polpette, un sacchetto di patate fritte congelate, ketchup, gelato, aranciata, yogurt, merendine con sorpresa, carta igienica. “Un padre separato con il figlio a cena”, pensò Monica.

Sollevò lo sguardo dal monitor e prese la carta di credito da un quarantenne pelato che si muoveva nervosamente. Il cliente successivo era una signora sugli ottant’anni che aveva messo ordinatamente in fila uova, farina, mele, biscotti, cioccolato, tovaglioli di carta.  “Avrà ospiti a merenda, amiche o nipoti”.

Monica trovava molto noioso il suo lavoro, d'altronde era l'unico che le permettesse di pagare l'affitto. Aveva trentacinque anni e coltivava fin da piccola una passione sfrenata per il teatro, aveva studiato recitazione ma non riusciva a vivere facendo l’attrice, le proponevano solo alcune serate ogni tanto.

Al supermercato aveva iniziato ad osservare la gente per aggiungere dettagli ai personaggi che doveva interpretare e poi era curiosa, le piaceva indovinare la vita delle persone sulla base dei loro acquisti. Era comunque un modo per passare il tempo, le giornate lavorative erano lunghissime, la radio del negozio trasmetteva solo poche volte canzoni che le piacevano. La sua collega Rita, invece, amava chiacchierare con i clienti, facendo commenti insulsi sul tempo, raccontando a tutti cosa avrebbe fatto la sera o nel fine settimana. Anche Monica avrebbe voluto affrontare la vita con la stessa leggerezza.

Al di fuori della vetrina il sole era ancora alto. Il suo turno sarebbe finito tra mezz’ora e poi finalmente a correre.  La sera l'aspettava una cena solitaria e un film che avrebbe visto carezzando il suo gatto sul divano.

“Pensa positivo, pensa positivo” continuava a ripetersi. Raddrizzò la schiena piegando la testa a destra e sinistra, aveva tutti i muscoli del collo intorpiditi e doloranti. Si spalmò un po’ di crema sulle mani secche e prese la tessera fedeltà da una donna che sembrava appena uscita dal parrucchiere.

Bottiglie d'acqua, sedano, mele, crema anticellulite, scrub, siero per il viso, solvente per unghie, cibo pronto congelato, una bottiglia di vino.  “Un'altra single come me”, pensò.

Come era difficile trovare un compagno che avesse i suoi stessi interessi.  Bruno, il ragazzo che lavorava nel supermercato, ci aveva provato con lei, ma non era stata una serata divertente. Lui non se ne era neanche accorto e continuava a lanciarle frasi piene di doppi sensi mentre riponeva la merce negli scaffali. Troppo maschio per i suoi gusti, lei preferiva i tipi gentili e un po’ introversi con cui parlare e guardare insieme i cartoni animati.

Una leggera imperfezione del viso rendeva Monica attraente, i capelli raccolti mettevano in risalto il lungo collo e gli orecchini dorati che le aveva regalato sua nonna. Il verde della divisa del negozio non le donava, la sua carnagione risultava spenta, ma si notavano le labbra morbide e gli occhi chiari con un leggero velo di mascara.

Croccantini per gatti, un romanzo tascabile, succo di mela, carote, zucca tagliata, riso integrale, yogurt al mirtillo, detersivo alla lavanda, sali da bagno. “Tutte cose che avrei preso anch’io”. Monica incuriosita sollevò lo sguardo e si trovò di fronte un trentenne con gli occhiali, che teneva gli occhi bassi. Viso rotondo, una leggera barba castano-rossiccia, capelli tagliati corti.

“Sono 32 euro e 50”. “32 euro e 50” ripeté a voce più alta. “Ah sì, mi scusi”, rispose Marco, infilando una mano in tasca e tirando fuori due banconote da 20 euro.

Monica gli porse il resto, che lui prese facendo cadere le monete.

Era arrossito, si scusò nuovamente, ficcò gli acquisti in una borsa di plastica e si avviò all’uscita inciampando nella pila dei cestelli verdi. Monica lo seguì con lo sguardo, aveva un passo dondolante che lo rendeva simpatico.

Marco uscì velocemente dal punto vendita, maledicendo la sua goffaggine. Giorni e giorni di preparativi per farsi notare dalla cassiera carina e quello era il risultato.

Sapeva che si chiamava Monica e abitava nel palazzo di fianco al suo. L’aveva sentita parlare del suo gatto e l’aveva vista rientrare a casa con le borse di un negozio specializzato in cibi vegetariani. Lui naturalmente non aveva un gatto e mangiava quello che capitava, ma era troppo timido per avvicinarla e così aveva pensato di poter scambiare qualche parola con lei mentre faceva la spesa.

Il suo oroscopo diceva che il giorno era propizio, ma si era comportato come uno stupido, era rimasto pietrificato, non era riuscito neanche a balbettare due parole. Che imbranato!

Si sedette su una panchina poco distante dal negozio, riflettendo su come cucinare le verdure e a chi regalare i croccantini. Aveva fantasticato di passare con lei una serata romantica, le avrebbe raccontato del suo lavoro di informatico presso una società di consulenza. La sua vera passione erano i videogiochi, era riuscito a realizzarne alcuni davvero belli nel tempo libero, i figli di sua sorella ne andavano matti, forse anche a lei sarebbero piaciuti.

Vide da lontano aprirsi le porte scorrevoli del negozio e Monica uscire con la borsa a tracolla, indossava jeans attillati e ai piedi un paio di sneakers. Aveva gli occhi coperti da un paio di occhiali da sole e stava per mettersi in testa un berretto con la visiera: sistemandosi i capelli girò il capo dalla sua parte e dopo un attimo d’indecisione, si mise a camminare verso di lui.

Marco si guardò attorno, ma non vide nessuno, stava proprio venendo da lui. Sentì le pulsazioni che aumentavano e fissò imbambolato Monica che si era fermata davanti alla panchina. La ragazza infilò la mano nella borsa e sorridendo gli porse un libro. “Ti sei dimenticato questo”. Era il romanzo tascabile che aveva acquistato poco prima, Niente per caso di Richard Bach.

Lui sbatté gli occhi, le sorrise e prese il libro, soffermandosi sull’immagine in copertina per prendere fiato; poi lo mise nella borsa della spesa e le chiese da che parte andava: insieme si incamminarono lungo il viale chiacchierando.    

 

Racconto vincitore del concorso “NESSUNO SCRIVE (RACCONTI E POESIE) III EDIZIONE”, Pubblicato sulla rivista Nessuno Legge – Numero 7, https://nessunolegge.wordpress.com/nessuno-legge-numero-7/

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La vigna

La vigna

Non dovevo nascere femmina. Con questa frase nonna Augusta aveva iniziato a raccontare mentre stavamo pranzando nella sua cucina ricca di profumi di altri tempi. Era sabato e mi aveva invitato a casa sua, era da un po’ che non mi vedeva e voleva sapere del mio lavoro. Parlando dei responsabili, mi ero lamentata che la dirigenza fosse maschile e che le donne ricoprissero solo ruoli di second’ordine. La nonna risistemava, aveva portato i piatti nel lavandino, si era asciugata le mani ed era tornata a sedersi al tavolo. Mi aveva guardato e annuendo aveva commentato: “Il mondo diventa più moderno ma certe cose non cambiano, se penso a mio padre…”.

“Dai nonna, racconta, non mi hai mai parlato del bisnonno”.

“Non dovevo nascere femmina, mio padre aspettava un maschio dopo che la tua bisnonna aveva già messo al mondo due bambine, di cui una morta subito dopo il parto. Nel Monferrato degli anni ’30 avere solo femmine era una disgrazia, la “roba” sarebbe passata in mano ai generi o ad altri parenti. Non che fossimo ricchi, ma mio padre possedeva un podere, dei campi e qualche bestia.  La vita era dura, molto lavoro per tutti, anche per noi bambine. Io dovevo badare alle oche e al pollaio, le galline erano magre, spennate e litigavano per il poco cibo. Poi è nato mio fratello Giuseppe, tuo prozio, e si fece una grande festa. Lui era il prediletto, ogni suo desiderio diventava un ordine, lui era escluso dalle faccende domestiche e noi sorelle dovevamo rifare il suo letto e badare ai suoi vestiti. Ma non ci pesava: Giuseppe era sempre felice, aveva un sorriso ammaliatore e tua zia ed io eravamo contente di avere un fratello così bello. Mio padre stravedeva per lui e decise di fare grandi progetti per il suo futuro: si indebitò per acquistare il versante ripido di una collina rivolta a sud da destinare a vigna. Si fece aiutare da parenti e amici per preparare il terreno: la terra era dura, argillosa e quando pioveva scorrevano fiumi di fango. La pendenza rendeva tutto più faticoso e instabile, piantare i tutori di legno si rivelò un’impresa. Prima che la vigna nuova potesse dare i suoi frutti dovevano passare anni, e nel frattempo il nonno doveva ripagare il debito. Se prima la vita era dura, da allora divenne durissima: lavoravamo sempre, vendevamo tutto il commestibile e a noi rimanevano solo gli ortaggi mezzi marci e la carne di una gallina vecchia ogni tanto. Oltre alla vigna c’erano i campi di grano e granoturco, le bestie da badare, in estate il lavoro non finiva mai: avevo paura dei temporali e dei fulmini ma il papà mi obbligava ad andare nei campi con qualsiasi tempo. Pur nelle ristrettezze Giuseppe aveva sempre i bocconi migliori, doveva crescere forte e sano per diventare il padrone. Io andavo bene a scuola e mio padre sembrava più indispettito che contento, perché non aveva una scusa per farmi stare a casa e mandarmi nei campi. Mia sorella Maria, dopo aver imparato a leggere, scrivere e far di conto, fu messa a badare a Giuseppe, ma lei era contenta, non doveva percorrere  chilometri a piedi per raggiungere la scuola e fare i compiti la sera a lume di candela. Maria non chiedeva altro dalla vita che sposarsi ed avere dei figli.”

 “Tua mamma, la mia bisnonna, non diceva niente?”

“Mia mamma ubbidiva e basta, le donne erano abituate così, mai contrastare il marito. Poi ci fu la guerra: mio papà aveva superato i quarant’anni e Giuseppe era ancora un bambino, nessuno partì per il fronte. I soldati facevano razzie per le campagne: imparammo a nascondere galline, vacche e raccolti, lasciavamo in vista solo qualcosa da prendere perché se ne andassero prima possibile. Intanto il debito continuava a crescere…Un lontano parente, senza né moglie né figli, era caduto potando un albero ed era gravemente malato: mio padre si offrì di ospitarlo in casa, non per carità cristiana ma puntando all’eredità. Mia sorella si era da poco sposata, così lo sistemarono in camera con me, obbligandomi a badare a lui, nonostante le mie proteste. Aveva un odore terribile, odiavo andargli a svuotare il pitale e curare le sue ferite. Tutto per i soldi, per la vigna che non sarebbe mai stata mia. Per fortuna dopo un anno e mezzo è morto….”

“Ma nonna, cosa dici!”

“Lo so, è brutto parlarne così…ma ancora adesso ricordo con disgusto quel vecchio, volevo trasferirmi da mia sorella ma non era possibile. Finita la guerra decisi di studiare per diventare maestra: mio padre non era d’accordo, non fu facile convincerlo, ma i soldi che avrei guadagnato li avrei dati a lui e a quel tempo le maestre erano importanti e rispettate. Poi ho conosciuto tuo nonno e il resto della storia la sai: nel 1955 mi sono sposata e trasferita a Milano, dove ho continuato ad insegnare fino a che è nata tua madre. Come dote i miei genitori mi hanno dato dei soldi, e come era già successo con mia sorella, ho dovuto firmare dei documenti per la cessione della casa e dei terreni a mio fratello. Ero contenta, ho capito solo tempo dopo che quello che mi spettava di diritto era molto di più, un terzo di tutti gli averi di mio padre, non una piccola somma come regalo di nozze.  Tutto diventava del figlio maschio, come era stato stabilito fin dalla sua nascita. Dopo diversi anni la vigna cominciò a dare i suoi frutti e lo zio Giuseppe iniziò a produrre un vino rosso di qualità. La sua cantina divenne rinomata mediante il passaparola degli astigiani che si erano trasferiti in città, e lui acquistò un camion per consegnare bottiglie e damigiane a Torino, Milano, Genova. Era un giovane attraente e le ragazze gli correvano dietro, anche perché non era più un semplice contadino ma un imprenditore.  Si innamorò di Giovanna, si sposò poco più che ventenne e dopo qualche anno nacquero Edoardo e Paolo, che crebbero come dei principini accuditi dalla nonna.  La giovane coppia abitava nella casa in cui ero cresciuta e che venne allargata con nuove stanze e con portici per i nuovi macchinari. I miei genitori abitavano con loro, li vedevo poco, loro venivano raramente a Milano per vedere me e tua mamma. 

Poi a quarant’anni Giuseppe morì a causa di un infarto, fu un dolore davvero grande per tutti.  Mio padre, quasi ottantenne, vedovo, rimase dapprima impietrito, poi si fece forza per aiutare la giovane vedova e i suoi bambini.  Morì pochi anni dopo e la zia Giovanna, una “forestiera”, ereditò tutto, compresa la casa e la vigna.  Lei non era legata alla terra, doveva mantenere la famiglia e così cedette i terreni. Proprio ieri la tua prozia mi ha telefonato per dirmi che i suoi figli hanno deciso di vendere la collina ad una grande azienda vinicola, era da anni che ricevevano offerte e questa volta hanno accettato.  Così ho appreso con amarezza che la vigna, comprata per merito del mio lavoro, e per la quale da adolescente ho dovuto sopportare quell’orribile vecchio, è stata ceduta: mio padre aveva investito per il futuro, un futuro però di cui io non facevo parte. Tutto perché ero una femmina”.

La nonna si alzò per preparare il caffè. Erano molte le domande che le volevo fare, perché il fratello non avesse tutelato gli interessi delle sorelle o perché non si fosse rivolta ad un avvocato una volta compresa l’ingiustizia, ma rimasi zitta, guardando mentre riempiva la moka. Forse la figlia che porto in grembo tra vent’anni si chiederà perché le donne della mia generazione hanno sopportato delle discriminazioni e io le racconterò cosa succedeva ai tempi della sua bisnonna: “C’era una volta una bambina che non doveva nascere femmina…”

 

Racconto pubblicato sull’antologia  del concorso letterario 2019 “Voci di Notte-Donne”,  a cura dell’Associazione Mirò

*

L’ex collega

Scese dalla macchina con in mano la moneta per il carrello e le borse di plastica colorate e si avviò verso l’ingresso del supermercato guardando a destra e sinistra prima di attraversare la strada.

Oltre le porte scorrevoli una donna con i capelli grigi mossi attirò la sua attenzione: indossava una giacca con cappuccio di finto pelo giallo, pantaloni attillati di un nero sbiadito, stivaletti dal tacco basso, zaino sintetico verde militare. Abbigliamento non da lavoro, dopotutto erano le 11 di giovedì.

La linea delle spalle leggermente pendente a destra, la bassa statura, il corpo magro le erano familiari, si soffermò ad osservarla mentre si allontanava con passo affrettato.

Luisa spinse il carrello e avanzò tirando fuori dalle tasche del piumino la lista della spesa: maledisse le righe che si confondevano e tirò fuori dalla borsa gli occhiali graduati.

In lontananza mise a fuoco nuovamente il giallo della giacca della donna che aveva attirato la sua attenzione. Era una sua coetanea, non c’erano dubbi. Fece la coda alla bilancia per pesare le banane, il ragazzo prima di lei era occupato al telefono.  Sbuffò.

Clara! Ecco chi era! L’avrebbe raggiunta e l’avrebbe salutata calorosamente, quanti anni erano che non si vedevano? Venti o forse qualcosa di più. Erano state insieme nella stessa azienda vicino a piazza San Babila, lei era quasi trentenne, Clara aveva qualche anno in più, quanti? Due, quattro?

Luisa era in pensione da soli pochi mesi, il lavoro non le mancava. Faceva fatica ad abituarsi a tanta libertà, ma di mezzi pubblici, colleghi, riunioni, superiori ne aveva avuto abbastanza.

Diverso era il tempo quando lei e Clara erano colleghe: i ragazzi e le ragazze con cui lavoravano erano simpatici, la squadra era affiatata, ci si fermava fino a tardi in ufficio e dopo c’era ancora tempo per un aperitivo insieme, nella Milano Da Bere di fine anni ’80. Confidenze, amicizie, amori, il capo che non capiva niente, tutto si confondeva nell’entusiasmo delle nuove avventure.

Lo stipendio non era male e tutti volevano far carriera, erano poche le donne a lavorare in un settore di ingegneri e tecnici informatici e per queste poche la vita non era facile.

Clara era timida, impacciata, non vestiva alla moda, ma era amica di tutti. La bassa statura suscitava tenerezza, e poi era una donna così determinata, portava avanti le sue idee senza cedimenti.

Mise nel carrello i biscotti integrali e i succhi di frutta al pompelmo e proseguì verso il banco dei freschi per prendere gli yogurt. Rabbrividì. Una cinquantenne fresca di parrucchiere la urtò con la borsa e proseguì senza voltarsi.

Clara era però cambiata dopo qualche anno di lavoro insieme: era stata promossa a “quadro” e il suo modo di parlare era diventato imperioso, il timbro di voce scostante, meno chiacchiere con i sottoposti, solo indicazioni secche a cui non era possibile replicare.

Luisa era stata declassata da amica a “truppa che esegue gli ordini”, Clara le rivolgeva al mattino solo un saluto distratto e solo qualche frase di circostanza durante la pausa caffè.  Nello sviluppo di un progetto aveva provato a discutere con Clara su come eseguire alcuni compiti che le erano stati assegnati, ma si era sentita rispondere bruscamente di fare come le era stato indicato, senza discutere.

Spinse il carrello più avanti, scelse una marmellata di prugne senza zucchero. Una giovane coppia stava litigando più avanti, lei carina, lui con un tatuaggio sul collo che spuntava dal giaccone.

All’inizio degli anni ’90 era nata Alice, Luisa era stata a casa diversi mesi e riprendere il lavoro non era stato facile. E poi tutto era cambiato, non era più la Milano da Bere ma era la Milano di Mani Pulite.

Il clima era teso, Clara, senza figli e senza un compagno fisso, l’aveva ripresa più volte perché non si fermava fino a tardi come prima. Il lavoro era svolto senza errori, ma non partecipare a riunioni dell’ultimo minuto solo perché doveva tornare a casa da sua figlia era segno di mancata dedizione al lavoro.

Dedizione al lavoro? Aveva detto davvero queste parole così ridicole? Si stava innervosendo ricordando quelle frasi, quei commenti inopportuni.  Dopo i saluti di rito Luisa le avrebbe rinfacciato il modo in cui l’aveva trattata, allora pensava che fosse colpa sua, ma poi trent’anni di lavoro le avevano insegnato molte cose. Sua figlia Alice non si sarebbe mai fatta trattare così.

Entrò nella corsia del vino e improvvisamente un altro episodio sgradevole le tornò in mente: erano in tre nella piccola sala riunioni senza finestre in centro a Milano, Clara, Luisa e Daniela, una biondina dell’amministrazione.

Clara era una fumatrice incallita, allora si poteva fumare in ufficio anche se si conoscevano già i danni del fumo passivo. Luisa e Daniela non fumavano.  Il clima ad inizio giornata era disteso, stavano discutendo di un progetto appena iniziato e Clara ascoltando si era accesa la seconda sigaretta: Luisa le aveva detto con tono amichevole che stava avvelenando lei e la collega, il fumo dava fastidio, poteva sicuramente aspettare la pausa pranzo per fumare.

In un attimo lo sguardo di Clara era passato dalla sorpresa al disprezzo: le aveva risposto che lei era superiore di grado per cui poteva decidere se fumare o meno, Luisa doveva tacere e smetterla di rompere.

Luisa, umiliata, era rimasta senza parole e ancora adesso si rimproverava di non aver saputo rispondere a tono.

Ma adesso glielo avrebbe detto, prima baci e abbracci, poi le avrebbe rinfacciato di essere stata odiosa, altroché la collega-amica, la professionista senza macchia osannata da tutti!

Spinse con furia il carrello e nella corsia dei detersivi affiancò quello di Clara. Lei si voltò, occhi chiari, la pelle del viso leggermente macchiata dall’età e dal sole, occhialetti con montatura in metallo, un foulard colorato intorno al collo, una ciocca di capelli grigi che terminava con una sfumatura di verde sul lato destro. Anche quand’era giovane portava degli orecchini a forma di foglia come quelli che indossava adesso. Le sorrise e scostò il carrello pensando che ingombrasse.

Luisa le posò una mano sul braccio, sfiorando il morbido giaccone giallo e disse quasi urlando:

-          Clara? Da quanti anni non ci vediamo!

Uno sguardo sorpreso la fissò attraverso le lenti:

-          Mi spiace, deve avere sbagliato persona, non mi chiamo Clara e non credo di averla mai incontrata prima.

La sconosciuta spostò il carrello e proseguì verso i surgelati, lasciando Luisa impietrita nella corsia affollata del supermercato.

 

Racconto pubblicato nella raccolta “‘U sfinciuni”, AAVV, X Edizione concorso letterario Oceano di Carta, Edizioni Sensoinverso, 2019

 

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Gennaio

Gennaio  

 “Ondata artica, allarme gelo”, stava strillando la voce, “…l'ennesima anomalia dopo un anno segnato da un andamento climatico estremo con caldo e siccità alternati a violenti temporali”.

Anna spense la radio, parcheggiò la vettura ancora densa di umidità e si avviò alla fermata della metropolitana, dove la ressa le trasmise un piacevole tepore dopo il freddo accumulato raschiando il ghiaccio dai vetri dell’auto. Nella carrozza l’aria era viziata già a quell’ora e ad ogni fermata la gente che saliva rendeva il poco spazio sempre più opprimente.

Arrivata in centro scese e seguì la folla, salì le scale tenendosi al corrimano perchè gli scalini erano scivolosi. Le vetrine sotto i portici erano ancora decorate per le feste,  nel buio dei negozi chiusi stelle e festoni argentati mettevano malinconia in quel gelido mattino di inizio anno.

Per strada i rifiuti strabordanti erano il ricordo dei molti visitatori della sera precedente e di chi aveva trasformato nella propria dimora quel passaggio coperto: da un cestino spuntava una trapunta azzurra, troppo sporca o bagnata per essere utilizzata nuovamente, intorno bottiglie di birra, mozziconi e cartacce.

Si coprì la testa con il cappuccio bordato di pelo e si incamminò nella galleria. Le colonne in pietra erano scarabocchiate, alla base chiazze di liquidi maleodoranti.

“Il forte e repentino abbassamento della temperatura con l'arrivo del gelo artico mette a rischio soprattutto i senzatetto, i volontari stanno mettendo in atto misure speciali per evitare i disagi per le temperature di molti gradi al di sotto dello zero per più giorni” aveva detto la voce alla radio.

Numerosi clochard trascorrevano la giornata sotto i portici, uomini dal corpo precocemente invecchiato, creature fragili incapaci di vivere una vita “normale”. Anna ne aveva in mente uno in particolare, di età indefinita con il berretto di lana sempre calcato in testa.  Magro, di bassa statura, aveva uno sguardo disorientato e un sorriso con pochi denti, sedeva vicino al negozio di giocattoli con davanti un sottovaso verde in plastica. Se lo ricordava perché teneva in braccio un vecchio cane dal pelo corto, un meticcio scuro di taglia piccola con il muso imbiancato, che scodinzolava quando i passanti si avvicinavano.

Sperò che non si facesse cogliere impreparato dal maltempo invernale. La settimana precedente aveva visto due persone con la pettorina accucciati di fianco a lui: gli parlavano, forse volevano sapere come stava o forse cercavano di convincerlo a trasferirsi in un centro di accoglienza invece di dormire in strada. Lui sorrideva con gli occhi lucidi, scuotendo la testa, il ricovero che gli proponevano non faceva per lui.

Anna procedette a passo spedito e in fondo ai portici non ancora illuminati dalla luce del giorno scorse una tendina sintetica verde e blu. Bene, pensò, i volontari erano riusciti a far accettare ad un “bambino sperduto” un riparo che non era stato ancora ceduto in cambio di qualcosa da bere. Anna sperò che si trattasse del mendicante con il cane.

Quando affiancò la tendina non resistette alla tentazione di controllare: la cerniera era aperta ma, al posto del berretto di lana che si aspettava di trovare, vide due cani acciambellati che dormivano uno appoggiato all’altro. Si trattava dell’anziano cagnolino e di un cane di taglia media con il pelo fulvo, con un ciuffo che ricadeva sugli occhi cisposi. Avvertendo la sua presenza il più giovane aprì gli occhi, annusò l’aria e sbadigliò sonoramente mettendo in luce una fila di denti bianchi.

Anna rallentò il passo sorpresa e vide che poco oltre giacevano, su cartoni piegati con cura, due sacchi a pelo, parzialmente coperti da trapunte, che lasciavano intravedere le sagome di persone addormentate.

Si sentiva russare sopra il cartone: anche dalla tenda proveniva un quieto ronfare canino.  Nonostante fossero in difficoltà per il gran freddo, i senzatetto avevano utilizzato la tenda per proteggere gli amici a quattrozampe, il loro tesoro, i veri compagni con cui condividevano la loro solitudine.

Tra i due gruppi di dormienti troneggiava una sacca con sopra un panettone e due lattine di cibo per cani, i doni lasciati da un Babbo Natale passato in gennaio, per scaldare il cuore e lo stomaco di questi compagni di strada.

Racconto premiato, Concorso Nazionale Artistico/Letterario “Una capitale a 4 zampe”, pubblicato sull’antologia “Amico a 4 zampe” 2019, Edizioni  Akkuaria

 

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Il viaggio

Il viaggio

Racconto secondo classificato, Premio Letterario nazionale “È meglio scrivere…(racconti)”,III edizione  anno 2018, Associazione Culturale I.C.S.  Roma, pubblicato sull’antologia di poesie e racconti, Youcanprint.

 

Chiuse il libro e lo appoggiò sul mobile che faceva le veci del comodino, dove altri volumi attendevano di essere letti.

Sfilò gli occhiali e li appoggiò con delicatezza sulla copertina rigida del romanzo di Nadine Gordimer. Non era mai stata in Sud Africa e non avrebbe mai passeggiato per Città del Capo.

Dal letto alzò gli occhi al soffitto e si disse che forse, a fine primavera, avrebbe fatto imbiancare la stanza.

Nell’angolo a sinistra, poco sopra alla porta notò un’ombra grigia.

Teresa, scostò le coperte. Appoggiò i piedi a terra e infilò le ciabatte. Si stirò la schiena e camminando lentamente, con la mano destra appoggiata sul fianco, si avvicinò al muro. L’ombra grigia era una sottile ragnatela, dopo avrebbe preso lo spazzolone.

Dopo, una parola dai mille significati. Aveva una lunga giornata davanti, molte ore da organizzare. Teresa viveva da sola, da due anni era vedova. Aveva da poco festeggiato gli ottantacinque anni, molto passato poco futuro.

In cucina accese la radio e si preparò il caffè. Si sedette al piccolo tavolo e sfiorò con affetto l’artigianato etnico appeso alle piastrelle: vasellame, posate decorate, tessuti colorati a mano. Avevano molto viaggiato, lei e il marito, prima in auto per i paesi europei, la Turchia e il nord Africa e poi in aereo per raggiungere mete prima inaccessibili, come la Cina.

Ogni viaggio era una scoperta, una lingua diversa, cibi speziati, visi dai tratti esotici, oggetti da acquistare per gli amici ed i parenti. Gioielli, collane, spille, anelli, che adesso indossava meno, ma si sentiva felice quando apriva la scatola che li conteneva. Molti ricordi in quelle pietre, perline e cuoio colorati.

E foto, foto stampate su carta, che conservava in un grande cassetto del tavolo in sala. Le aveva guardate e riguardate, lasciando impronte sulla stampa. Andò in sala e fece scorrere con fatica il cassetto del tavolo in legno massiccio: immerse entrambe le mani e tirò fuori una manciata di immagini dai colori innaturali.

Lei ed il marito al Gran Bazar di Istanbul, sorridenti davanti al Partenone, con un gruppo di donne in costume tipico in una festa di Pasqua in Bulgaria.

Avevano iniziato a viaggiare quando il figlio era partito per il militare, avevano riempito la macchina bianca, una Fiat 124, di viveri per spendere meno possibile. Dormivano in case private, condividendo il bagno, ma erano privilegiati a poter viaggiare negli anni ’70. Ancora adesso Teresa si sentiva una privilegiata, ma tutti questi ricordi le pesavano, o meglio, le pesava la mancanza di nuove avventure.

Senza il marito, aveva perso il gusto di riempiere valige e prendere aerei, i coetanei le sembravano anziani e noiosi, sempre alle prese con qualche malanno. Di andare in vacanza con figlio e nuora non se ne parlava, erano amanti dei soggiorni marini in resort di lusso, non si muovevano mai dall’albergo, tutto il contrario di quanto piaceva a lei.

Aveva deciso di fare gite solitarie in treno, partendo al mattino e tornando nel tardo pomeriggio, lo sconto per i senior era conveniente.

Passava il tempo curando le sue amate piante, gerani, viole, dalie che crescevano vigorose e multicolori su davanzali e balconi del suo trilocale al quarto piano. Da due settimane però non poteva più bagnare il vaso agganciato alla balaustra della portafinestra dello studio: una coppia di tortore avevano fatto il nido nell’angusto spazio tra la finestra e la ringhiera e lei era indecisa se cacciarle o ospitarle. Dopotutto era casa sua. Le tortore sono come i piccioni, pensava, bestiacce che sporcano e puzzano, ma più eleganti e silenziose.

Andò in bagno e si vide nello specchio: una donna anziana, i capelli bianchi spettinati, la pelle del viso grigia e macchiata, le labbra sottili e screpolate, il collo rugoso. Gli occhi chiari ancora belli, ma infossati con ai lati zampe di gallina. “Deliziose rughe di espressione” le chiamava Roberto, quanto le mancava il suo amato compagno.

Nello studio, o meglio nella vecchia stanza di suo figlio, una bianca tenda di cotone con motivi floreali copriva il vetro, oltre c’era il nido che si intravedeva. Decise di non scostare la tenda, poteva spaventare gli uccelli. La geometria dell’appartamento permetteva di vedere il nido dal piccolo balcone della cucina: uscì fuori e vide una tortora color caffelatte accovacciata, mentre l’altra era appollaiata vigile sull’albero nel cortile.

Chissà cosa provano gli uccelli? pensò.  La tortora prese il volo e si avvicinò sbattendo le ali per dare il cambio a quella immobile nel nido.

Teresa emise un verso, una sorta di richiamo che sua zia usava per le galline. La tortora non si mosse, ma inclinò la testa e mosse il becco scuro su e giù fissandola con l’occhietto circolare. Che fosse una specie di risposta? Un saluto? Teresa non se la sentì di distruggere il nido, decise di portare pazienza e vedere cosa sarebbe successo.

Nei giorni successivi prese l’abitudine di controllare la coppia più volte al giorno, al mattino dopo colazione, quando sparecchiava a fine pranzo e prima che facesse buio. Difficile capire quale fosse il maschio e quale la femmina, le dimensioni erano uguali, come pure il collare che ornava le penne. Gli uccelli la guardavano con attenzione, ma non sembravano spaventati e continuavano a covare. A volte trovava in casa una piuma, la traccia della loro presenza.

Passarono i giorni e vedendo gli uccelli prendere il volo sempre più spesso Teresa comprese che qualcosa era successo. Mise una sedia a sdraio sul balcone, in aprile l’aria era tiepida e si stava bene. Un punto di osservazione perfetto.

Le sembrò di intravedere delle testine muoversi velocemente nel nido: Teresa era emozionata, erano nati gli uccellini! Uscendo per fare la spesa raccontò delle tortore alla vicina incontrata sull’ascensore, eccitata nel pomeriggio telefonò al figlio che non sentiva da settimane. Non importava che avesse ricevuto dei gelidi commenti di risposta, si sentiva felice come una bambina il giorno di Natale.

Da quel momento ogni mattina si svegliava e sperava che non piovesse, la pioggia avrebbe disturbato la famigliola e sarebbe stato più difficile per i genitori recuperare il cibo per i pulcini.

Trascorsero due settimane, poi senza preavviso gli uccelli smisero di volare avanti ed indietro, dimentichi della caccia.

Teresa rimase ore fuori sul balcone insieme alle sue letture, ma senza riuscire a vedere i giovani nel nido.

Avevano già preso il volo? Fu assalita da un senso di abbandono e di delusione nei confronti dei pennuti che aveva osservato per giorni.

Era ora di aprire la porta finestra e lavare e disinfettare il marmo, ma le tortore presidiavano ancora il nido, pulendosi le piume e tubando. Indispettita Teresa tornò ai suoi libri, che leggeva sul balcone all’ombra di una tenda, per ripararsi dal sole ormai troppo caldo.

Dopo qualche giorno, quando una delle tortore si sollevò dal nido, scorse il profilo inconfondibile delle uova. Nuove piccole ali sarebbero nate e avrebbero preso il volo. Avrebbero visto tetti, cime di alberi, viali, piazze, campanili, prati, campi e poi spiagge.

Rientrò in casa e nel corridoio vide la sua immagine riflessa in uno specchio dalla cornice di legno intarsiato: le guance erano arrossate dal sole, gli occhi grigio-azzurri risaltavano vivaci, sembrava più giovane.

Seduta al tavolo della cucina, chiuse gli occhi e immaginò di essere un uccello. Sentiva il corpo fendere l’aria, il vento sfiorarla senza farle male. Stava sorvolando paesaggi già visti e risentì rumori e odori incontrati decenni prima. Poteva spingersi oltre e fantasticò di paesi non ancora visitati, vide dall’alto luci e colori di torri e palazzi visti solo sui libri.

Il viaggio stava continuando.

 

 

*

La madre

Era in mare su una piccola barca di legno che ondeggiava piacevolmente.  C’era il sole ma non scottava, l’aria era tiepida. Improvvisamente il vento faceva rollare l’imbarcazione, il cielo diventava grigio, si alzavano onde altissime, da lontano sentiva delle voci, qualcuno stava chiedendo aiuto, aveva fame, ma lui non lo vedeva, la sua barca stava per rovesciarsi….

Si svegliò agitato, solo un lieve chiarore filtrava nella stanza dai lampioni in strada. Era nel suo letto, il letto matrimoniale che occupava da solo.  Guardò la sveglia, le 4, tra poco si doveva alzare.

Salvatore faceva il fornaio, aveva imparato da bambino a fare il pane. A vent’anni dalla Calabria si era spostato a Milano e lavorando sodo aveva potuto mettere via i soldi per sposare Teresa, e prendere una casa in affitto in un nuovo quartiere che stava sorgendo nella periferia sud-ovest.

“Perché lavorare sotto padrone?” gli aveva detto sua moglie e così era iniziata la loro avventura, con i risparmi avevano aperto una panetteria dove lavoravano entrambi. Una vita faticosa, ma loro erano giovani e innamorati, il lavoro non gli pesava.

La periferia brulicava di giovani coppie come la loro, chi veniva dal Sud, che dal Veneto o dal Piemonte, tutti lavoravano, il successo e il benessere erano a portata di mano. Potevano comprare a rate il frigorifero, la lavatrice e se mettevano via più soldi, tra qualche anno avrebbero potuto permettersi una 500 con cui andare a trovare i parenti.

Quando Teresa gli disse che era incinta Salvatore si sentì orgoglioso, ma anche preoccupato, non potevano permettersi un lavorante. La pancia cresceva ma Teresa non si assentò mai, senza lamentarsi stava in negozio, a servire il pane, le gambe le si gonfiavano ma lei continuava a sorridere.

Nacque Maria Adele, le diedero il nome di entrambe le nonne. Teresa allattava in negozio, prendendosi delle brevi pause quando non c’erano clienti.

Erano fortunati e cominciarono a chiudere un occhio se qualche mamma con bambini diceva di mettere in nota o se qualche anziano non aveva tutti i soldi per pagare. Iniziarono a regalare il pane a fine giornata. I soldi messi da parte crescevano lentamente, ma loro erano felici così.

Nacquero Daniela e Carmen, dopo tre femmine rinunciarono al maschio che Salvatore tanto desiderava.

Nel frattempo la città cresceva, un lavorante aiutava nel forno e marito e moglie si alternavano in negozio.

Salvatore non si ricordava come fossero passati gli anni, i capelli si erano fatti sale e pepe, alcuni amici erano tornati al paese, altri si erano arricchiti e avevano cambiato zona di Milano. Loro avevano fatto studiare le figlie, avevano comprato un bilocale e i muri della panetteria. Niente vacanze, vita dura. La figlia più grande si era sposata, le altre due avevano cambiato città.

Poi Teresa si era ammalata, il cancro li aveva colti impreparati, avevano ancora molti anni da passare insieme. Lei non si era arresa, aveva insistito perché Salvatore non mancasse dalla panetteria, molte persone dipendevano dalla loro generosità.

La loro panetteria era rinomata per il pane molto soffice: il motivo era la lievitazione che avveniva per merito della pasta madre che Teresa e Salvatore avevano creato e da anni mantenevano con perseveranza. La fermentazione acida era molto più lenta e richiedeva una lavorazione più complessa, ma Salvatore aveva sempre fatto il pane così, mettendoci le sue tradizioni e la sua passione.

Pochi giorni prima di morire Teresa aveva affidato la “madre” a Salvatore chiedendogli di mantenere in vita quanto avevano realizzato insieme, ricordandogli che molte persone avevano bisogno di loro, del pane caldo che loro donavano con umiltà e gli altri ricevevano con riconoscenza.

Salvatore non aveva saputo dire di no, aveva promesso e adesso che stava per compiere settant’anni continuava a lavorare da solo nel vecchio negozio.  I capelli erano ingrigiti, la sua schiena si era curvata e le figlie continuavano a dirgli di smettere, di cominciare a fare il nonno a tempo pieno, ma lui non se la sentiva di infrangere la promessa fatta a sua moglie.

Si alzò, si lavò e si recò nel forno che distava poco da casa. L’impasto, che aveva lievitato tutta la notte, era pronto per essere trasformato in filoni, pagnotte, panini dolci e salati. Rinfrescò la pasta madre impastandola con farina e acqua. 

Il negozio era chiuso, ma prima che sorgesse il sole qualcuno avrebbe bussato e Salvatore, pulendosi le mani nel grembiule, gli avrebbe consegnato il pane caldo, aiutandolo ad affrontare una dura giornata lavorativa.

Anche oggi avrebbe preparato le focacce per i bambini che andavano a scuola, la pizza per chi non poteva permettersi un pranzo più sostanzioso, avrebbe sorriso agli anziani che faticavano ad aprire la porta. Molti dei suoi clienti lo avrebbero salutato chiamandolo per nome e lui in quei momenti, anche se stanco, si sarebbe sentito bene.

Il suo pane era lì, non solo riempiva gli stomaci, riscaldava i cuori. Ricordava sempre quello che Teresa, appena ventenne gli aveva detto: il loro lavoro era il più importante del mondo, solo il pane rende buoni gli uomini. Teresa aveva creato la “madre” e lui manteneva la promessa, il suo non era un lavoro, era una liturgia, fare il pane era la sua preghiera per un mondo migliore. 

 

Racconto premiato, Premio  Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea,  7° edizione anno 2019, pubblicato nell’antologia “Un pensiero di fine giornata”, AAVV,Laura Capone Editore, Roma maggio 2019.