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Raccolta di testi in prosa di Eliana Farotto
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Genio e carità: Maria Gaetana Agnesi

Aprì gli occhi e ringraziò Dio: Maria Gaetana non pensava di vivere così a lungo. Guardò la sua veste semplice e consunta appesa nella penombra della stanza monacale e ricordò come in un sogno gli abiti ricamati, abbelliti con pizzi e nastri, che indossava da giovane.

Una fioca luce entrava dalla finestra e lei, sdraiata nel letto, non aveva la forza per leggere. Guardò il soffitto, dove una sottile ragnatela si muoveva per il calore della lampada. 

Chiuse gli occhi e le apparvero vivide immagini della sua lunga vita.

Infante stava giocando con le domestiche e i fratelli nel giardino del palazzo milanese da poco adornato con le insegne asburgiche. Indossava un vestitino bianco e parlava, parlava, e gli altri la stavano ad ascoltare, stupiti da quella bambina dai riccioli dorati che faceva ragionamenti così articolati. Ricordava suo padre, austero e bonario, che la affidava ai maestri, scelti tra i dotti del tempo, e la governante austriaca dai capelli intrecciati sul capo con cui trascorreva i lunghi pomeriggi sui libri. Aveva passato lunghe ore a studiare e aveva appreso lingue dai suoni così diversi dall’italiano.  Il padre Pietro, che aveva accumulato ricchezze per merito della seta ed era diventato un famoso mecenate amante della scienza e delle arti, aveva trovato in lei una degna erede: aveva provato ad investire sui figli maschi, ma solo lei dimostrava di avere una vivida intelligenza, in cui lui potesse rispecchiarsi.

Si rivide quasi ventenne nel salotto del palazzo milanese, unica donna ammessa a discutere con intellettuali italiani e stranieri invitati da suo padre che la presentava con orgoglio. Le piacevano così tanto quegli incontri! Li attendeva con ansia e partecipava non da spettatrice, ma ogni volta con un saggio su un argomento a sua scelta.  I presenti prima la salutavano con la deferenza dovuta ai padroni di casa, ma dopo averla sentita parlare, la consideravano sotto un altro punto di vista, come una di loro. Qualcuno la giudicava un fenomeno vivente e la paragonava, un po' ironicamente, a Pico della Mirandola. Più volte, nei suoi ragionamenti, Maria Gaetana aveva espresso con convinzione che anche le donne dovessero essere istruite e ricordava che, mentre lo diceva, vedeva i presenti scuotere il capo e accennare sorrisi di scherno.

Le sorelle non erano invitate al salotto culturale e artistico e le chiedevano con curiosità dettagli sugli ospiti, sul loro aspetto e sulla loro avvenenza, ma lei sorrideva e scuoteva il capo, rispondendo che, nell’emozione del momento, non ci aveva fatto caso. L’unica sorella con cui aveva stretto un forte legame era Maria Teresa, poco più giovane di lei, che era una provetta clavicembalista e autrice di musiche. Maria Teresa era solita esibirsi per tutti gli illustri ospiti e studiosi che venivano invitati nel palazzo Agnesi, per poi allontanarsi quando cominciavano le dissertazioni. Maria Gaetana sospirò, quanto le mancava la sua cara sorella!

Quando era venuto il tempo di accasarsi, si erano fatti avanti diversi pretendenti, ma valutando i pro e i contro lei aveva deciso che non voleva lasciare i suoi studi per diventare moglie e madre. Non rimaneva che un’unica alternativa: farsi monaca. Aveva pensato più e più volte come dirlo a suo padre, senza mai trovare il coraggio. Era maggio, il profumo delle rose era inebriante e la luce inondava il cortile: lei si era decisa a chiedere udienza a suo padre che preoccupato la stava aspettando. Era entrata nel suo studio con il batticuore, e con una voce bassa e incerta aveva chiesto al padre il permesso di diventare una religiosa: lo aveva visto sbiancare, e la sua risposta era stata per lei una sorpresa. Con una voce che tradiva l’emozione il padre l’aveva pregata di non lasciarlo, perché, tra i numerosi figli ancora in vita, solo a lei era davvero affezionato.

Le aveva fatto una controproposta: se fosse rimasta, poteva continuare i suoi studi, e lui non l’avrebbe spinta a sposarsi. Aveva riflettuto e da giovane avveduta aveva deciso di rimanere nella casa paterna, rinunciando alla vita mondana e rifiutando le richieste dei pretendenti.

Aveva così tempo di studiare, dedicandosi all’algebra e alla geometria, quanto di più lontano dalle materie a cui solitamente si dedicavano le rare studiose del 1700. Era stato un bel periodo, passato sui libri e a scrivere a lume di candela.

E i risultati non erano mancati! Aveva confrontato le sue tesi con i saggi del tempo, per mezzo di intensi   contatti epistolari, e a trent’anni aveva dato alle stampe le “Instituzioni Analitiche ad uso della Gioventù Italiana “, due tomi voluminosi  che lei ebbe l’ardire di dedicare all’imperatrice.

Che emozione quando ricevette le risposte di plauso!  Ma non solo:  Maria Teresa d'Austria la ringraziò con un  cofanetto contenente un anello di brillanti,  il papa Benedetto XIV le inviò benedizioni e doni preziosi e anche il famoso Goldoni inserì una citazione delle “Instituzioni” in una delle sue commedie. Lei era stordita, pensava di vivere in un sogno.

Ma le soddisfazioni non finirono qui: nel 1750, poco dopo la pubblicazione delle sue ricerche, il Papa le propose l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna.  Lei ne fu onorata, ma rifiutò: aveva già trentacinque anni, era tempo di dedicarsi alle opere di carità e ringraziare il Signore per la vita fortunata che aveva avuto.

Morto il suo adorato padre, decise di fare un’altra scelta controcorrente: a Milano mancava un luogo dove curare i meno abbienti e le donne, e allora con coraggio decise di trasformare il grande palazzo signorile degli Agnesi in un ospizio, dove le inferme potessero trovare rifugio. I fratelli però non erano d’accordo e fecero di tutto per contrastare il suo operato.

Ma la fortuna non l’abbandonò neanche questa volta, permettendole di raggiungere il suo scopo: Antonio Tolomeo Trivulzio, che aveva stima di lei, decise di supportare la sua causa, lasciando in eredità il palazzo di famiglia per creare un nuovo grande ospedale. Alla morte del nobile furono eseguiti i lavori e lei divenne direttrice del reparto femminile, accogliendo le malate e le mendicanti.

Maria Gaetana viveva ormai lì, nel quartiere femminile del Pio Albergo Trivulzio, da molti anni… quanti? dieci? quindici? La sua infallibile memoria cominciava a tradirla.

Era difficile distinguerla dalle altre inferme, ma per tutti rimaneva una nobile, onorata e riverita come una santa, di età indefinibile, come indefinibile era il suo immenso sapere. Morì ottantenne, rivelandosi anche in questo una donna singolare.

Difficilmente le benefattrici vengono ricordate e anche Milano non fa eccezione, ma in centro, in via della Signora, dove una volta sorgeva il Pio Albergo, rimane una lapide a ricordare Maria Gaetana Agnesi e il suo impegno per il sociale. Riporta la targa commemorativa, dettata da Emilio de Marchi: “Maria Gaetana Agnesi delle scienze matematiche sapiente, gloria d’Italia e del secolo suo, nella scienza del bene sapientissima, in questo albergo dei vecchi poveri umile ancella di carità morì nel 1799”.

La sua fama di scienziata è però ricordata ben oltre i confini della sua città natale: nel 1991, a uno dei crateri del pianeta Venere venne assegnato il nome “Agnesi” in suo onore, un tributo spaziale al genio femminile italiano.

 

Bibliografia:

Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’enciclopedia italiana, Vol. I, 1960,

M. Mazzotti, Maria Gaetana Agnesi e il suo mondo. Una vita tra scienza e carità, Carrocci, 2019

C. Goldoni, Commedie scelte. Tomo terzo, Il medico olandese, Prato, Giachetti, 1827

Gazetteer of Planetary Nomenclature, International Astronomical Union (IAU) Working Group for Planetary System Nomenclature (WGPSN)

 

AA.VV Biografie di donne famose -tra realtà, mito e leggenda- Antologia, Apollo edizioni, maggio 2020.

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La scrivania vuota

Chissà dov’era Enrico.

L’ufficio era illuminato dalla luce che filtrava dalla finestra con vista sui tetti della vecchia Milano.

L’aria era viziata, era da molti giorni che la stanza non veniva arieggiata.

Dal corridoio proveniva un rumore ritmico di tacchi, forse era Arianna, sempre di corsa, sempre affannata.

Qualcuno stava prendendo il caffè alla macchinetta, delle voci maschili stavano commentando le partite.

Nessuno sedeva alla scrivania vicino a lui, anche oggi Enrico non si era fatto vedere. I documenti sul piano erano ordinati come al solito, i post-it colorati davano un tono di colore al monitor spento. Il telefono squillò, poi tacque, poi riprese con una certa insistenza. Avrebbe voluto rispondere alle chiamate, ma sicuramente il collega non avrebbe gradito.

La giornata si preannunciava lunga senza compagnia. Dalla strada provenivano rumori di macchine, si sentì una frenata brusca che per un attimo coprì i suoni degli uffici di fianco.

La porta a vetri si aprì e Marco gli sorrise fissando la finestra oltre le sue spalle. Fece passare lo sguardo sulla scrivania: si avvicinò per prendere la pinzatrice dicendo ad alta voce che gli era sempre piaciuta quella rossa, sicuramente Enrico gliela avrebbe prestata.

La mattina era trascorsa, mancava poco alla pausa pranzo, e pensò a tutte le volte che Enrico aveva mangiato un panino battendo sui tasti, lo sguardo fisso al monitor, sorseggiando il caffè da un bicchierino di plastica.

Fuori c’era un bel sole: Enrico gli aveva lasciato il posto vicino alla finestra, forse faceva un po’ troppo caldo d’estate, ma sapeva che la luce lo metteva di buon umore.

Dal corridoio provenivano voci concitate, qualcuno stava litigando. Sentì qualcosa cadere, poi una porta sbattere.

Chissà cosa avrebbe detto Enrico tornando in ufficio, lui sempre così pacato e sorridente. Era fortunato ad avere un collega come lui, sempre attento ai suoi bisogni, mai irruento, dalla voce calma che lo accompagnava per ore quando parlava al telefono. Non era mai stato scortese con lui, nonostante che con il passare del tempo avesse occupato sempre più spazio nell’ufficio che condividevano.

Un cellulare squillò nel corridoio, qualcuno rispose a voce molto alta. Ancora un’ora e poi tutti sarebbero usciti, a parte il collega che era solito attardarsi per finire un immancabile lavoro urgente. Forse poi sarebbe passato nel suo ufficio, pensando di trovare Enrico con cui scambiare due chiacchiere prima di andare a casa.

Oltre le finestre il cielo si era fatto più scuro e le luci al neon si accesero automaticamente nell’ufficio e nel corridoio.

Kristina entrò nell’ufficio facendo scorrere la porta: fece entrare il carrello con i sacchetti ed i detergenti spingendolo con una mano sola, con l’altra reggeva il cellulare. Stava parlando con sua sorella Nina che aveva problemi con i figli che erano un disastro a scuola.

Terminò la telefonata e si guardò attorno: si ricordò che c’era poco da pulire in quell’ufficio. La settimana precedente, o forse prima, il dirigente che lo occupava era stato licenziato e se ne era andato lasciando sulla scrivania tutte le sue carte. Era un cinquantenne stempiato, con gli occhiali, era il responsabile amministrativo, così aveva capito. Gliel’aveva detto Miguel che lavorava in portineria, il Dottor Enrico Raimondi se n’era andato senza fare scene, era sempre stato educato, non come il Dottor Magni che lasciava l’ufficio in uno stato pietoso e si lamentava sempre con lei.

Miguel le aveva anche detto che lo pagavano per svuotare l’ufficio nel prossimo fine settimana, lo spazio era grande, avrebbero messo tre scrivanie per far lavorare più persone nei metri quadri occupati fino ad ora da un dirigente.

Chissà che fine avrebbe fatto il ficus che occupava l’angolo a destra, non molto distante dalla scrivania. Il dirigente, gran brava persona, aveva curato il grande vaso bagnandolo ogni settimana e adesso più che una pianta sembrava un albero, con i rami che si allargavano verso la finestra e verso la scrivania. Tante piccole foglioline verde chiaro che sembravano vive.

Da otto anni Kristina puliva gli uffici in quel palazzo e ricordava che il vaso fosse sempre stato lì. Il ficus sembrava fremere quando lei si avvicinava, come se volesse salutarla. Raccolse dal pavimento molte foglioline gialle, alcune già secche e arrotolate, la pianta sembrava giù di tono, controllò il livello dell’acqua ma era tutto a posto.

Forse la pianta, dopo tanti anni insieme, sentiva la mancanza del Dottor Raimondi….

Rise, leggere romanzi la rendevano sciocca e sentimentale, aveva ragione suo marito.

Terminò di pulire il pavimento, spense la luce e fece scorrere la porta, lasciando il ficus nell’oscurità, i rami leggermente rischiarati dalle luci della strada e del palazzo di fronte.

 

AA.VV. Il libro delle storie finite- di amore e di distacco,  FusibiliaLibri, maggio 2020.

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Il violino

Roberto

Oggi è il grande giorno, tra poco inizia il concerto. Mi faccio strada nell’Auditorium, consegno il biglietto ad una ragazza carina in divisa che mi sorride. Entro in platea, percorro la sala, raggiungo la terza fila e mi accomodo nella poltrona di velluto rosso. Ho in mano il mio prezioso spartito pieno di appunti. L’ambiente è accogliente e familiare, osservo gli orchestrali vestiti di nero, le donne in lungo con ampie scollature e le braccia nude illuminate dalle luci. Sono felice, è tutta la settimana che aspetto questo momento.

Le luci si abbassano, fa il suo ingresso il direttore vestito di nero, con uno strano completo che sembra un kimono. Si inchina al pubblico e si gira verso gli orchestrali: sta per dirigere il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 77 di Johannes Brahms. La solista è una giovane e affascinante violinista che adesso fa la sua bella figura sul palco, fasciata in un vestito nero lucido. Sono sicuramente più bravo, ma questa volta hanno scelto lei.

Il primo movimento è iniziato, seguo sul mio spartito la musica facendo scivolare le dita sulla carta consumata: dentro la mia testa risuonano le note, con la bocca semiaperta emetto bassi suoni come se stessi suonando. I vicini si voltano a guardarmi, non sanno che anch’io mi sto esibendo con l’orchestra   mentre la violinista sul palco si muove in maniera sensuale seguendo la melodia. 

Ecco l’adagio, lascio spazio ai fiati, e poi l’allegro giocoso dove posso dar sfogo al mio estro.

Quando la musica si interrompe arrivano gli applausi: sento battere le mani, il direttore e la violinista si inchinano, anch’io questa sera non ho avuto tentennamenti, la mamma sarà contenta di me quando glielo racconterò.

Seguo con lo sguardo la giovane violinista e mi faccio spazio tra anziane signore in coda per andarsi a complimentare con lei: anche alla mamma piacerebbe conoscerla, potrei chiederle se vuole venire a casa con me. Riesco quasi a raggiungerla ma la porta di accesso ai camerini si chiude bruscamente, busso ripetutamente ma nessuno mi apre. Le scriverò e la inviterò a suonare per la mamma, dopotutto siamo colleghi.

Prendo il tram, affollato nonostante l’orario serale, e percorro a piedi la via semideserta per arrivare al vecchio portone del nostro condominio. Il rumore delle chiavi rimbomba nelle scale, chiudo la porta di legno pesante e percorro al buio il corridoio: la mamma mi aspetta in terrazza, coperta da uno scialle scuro per difendersi dall’umidità della sera.

Le racconto del concerto, di come gli assolo siano stati formidabili, con un uso generoso di rapidi passaggi di scala e variazioni ritmiche: lei mi guarda con attenzione, senza fare commenti.

“Mi chiedi perché non hanno chiamato me come solista per il concerto di questa sera? Lo sai mamma, perché me lo domandi ogni volta, io suono sempre solo per te”.

Guardo la mamma che mi fissa, non batte ciglio e allora proseguo.

“Fin da quando ero un bambino, nonostante le ore passate al violino, per te non sono mai stato bravo abbastanza. Ripetevo i pezzi all’infinito, fino a vedere le mie dita sanguinare, ma non potevo smettere.  Secondo te non ero mai pronto per esibirmi in pubblico e crescendo la mia passione si è trasformata in un tormento”.

Prendo fiato e proseguo alzando il tono di voce.

“Lo so, lo hai fatto per me, per troppo amore, diventare un musicista famoso voleva dire starti lontano, per non parlare delle donne che mi avrebbero fatto la corte attratte dal mio virtuosismo. L’ho capito mamma e sono sempre rimasto solo con te. Mi chiedi dov’è il mio prezioso violino? Non ti ricordi che diversi anni fa, in un momento di rabbia e delusione, l’ho sbattuto contro il muro? Non fingere, lo sai benissimo che continuo a suonare nella mia testa, le mie mani sentono lo spartito e tu senti la mia musica, noi siamo inseparabili. Adesso sono stanco, vado a letto, buona notte mamma”.

Vado in camera mia, ripongo delicatamente lo spartito nello schedario, la carta è vecchia e fragile, devo fare attenzione perché ho ancora tanta musica da suonare e la mamma sarà contenta di ascoltarmi, è il mio unico pubblico e non mi abbandonerà mai.

Mi sveglio alla solita ora e preparo la colazione, porto alla mamma la tazza e i biscotti e li lascio sul tavolino vicino alla poltrona. Oggi è sabato, non devo andare in ufficio. Indosso i soliti vestiti comodi e poi inizio ad esercitarmi sullo spartito con la copertina blu, settimana prossima devo essere pronto per il concerto per violino e orchestra n. 1 in sol minore Op.26 di Bruch.

Sento dei rumori per le scale, suonano alla porta: è il portinaio con due uomini in tuta arancione, mi chiedono se possono controllare l’appartamento, pare ci sia una fuga di gas. Controllano in cucina e in bagno e mi chiedono dov’è il contatore: è sulla terrazza, dico di fare piano, mia madre è anziana e potrebbe spaventarsi.

 

Osvaldo

Osvaldo Malaspina, il portiere dello stabile di via Olona 16, si svegliò presto nonostante fosse domenica. Si lavò e si vestì senza fare rumore e, per non svegliare la moglie, andò al bar all’angolo a far colazione. Si sedette al solito tavolino e sfogliò distrattamente il giornale, fino a che gli cadde l’occhio su un trafiletto che citava via Olona nella cronaca locale.

Milano, 16 aprile: scoperto il corpo mummificato di una donna di 92 anni. Gli operai della ditta Miairgas durante un sopralluogo in centro Milano, in via Olona 82, hanno ritrovato il corpo di una novantenne, morta in casa da diverse settimane. Sono stati i vicini, insospettiti dallo strano odore a chiamare la ditta: i due operai hanno scoperto che le esalazioni provenivano dalla terrazza del palazzo confinante che si trova all’interno del cortile.  Qui la macabra scoperta: il cadavere era in una poltrona protetta da un gazebo. I carabinieri stanno facendo accertamenti, ma la morte dell’anziana sembrerebbe legata a cause naturali. Nell’abitazione la donna viveva con il figlio cinquantenne di cui si stanno valutando le condizioni.

Il barista lo vide intento nella lettura e commentò ironicamente: “ Siamo diventati famosi, anche noi abbiamo la nostra mummia, non serve andare in Egitto!”.

Osvaldo non commentò,  piegò il quotidiano e terminato il caffè fece quattro passi fino al portone del numero 82 dove incontrò un conoscente che non aspettava altro di poter commentare l’accaduto.

“Quello dell’ultimo piano? Il signor Bianchini? Una gran brava persona, silenzioso, di poche parole. Lavora in ufficio, credo sia contabile, abitudinario, esce e rientra sempre alla stessa ora.  Sempre solo lui e la mamma…certo che arrivare a quell’età senza neanche una donna…non c’è da stupirsi che poi….”.

“Ma secondo te non si era accorto che la vecchia era morta?” fece Orlando approfittando di una pausa.

“Chi lo può sapere? Forse a rimanere solo loro due tutto il tempo è diventato un po’ strano….e poi la vecchia non usciva mai, si muoveva pochissimo, da ferma a morta il passo è breve”.

Orlando salutò e ritornò a casa per riportare la novità alla moglie.

Due giorni dopo l’inquilina del primo piano, una settantenne pettegola,  indicò ad Orlando, che stava lustrando il portone, Roberto Bianchini che stava rientrando a casa. “E’ lui quello della mummia….ma secondo lei si è trattato di una morte naturale? Secondo me l’ha avvelenata e poi ha fatto finta di niente”.

“Ma signora Ferrari, cosa dice! Vede troppo la tv, qui, non c’è nessun mistero, lo diceva il giornale”.

“Forse l’ha fatta morire mettendo troppo sale nella minestra o troppo zucchero nel latte, si può morire anche così, l’hanno detto alla radio”, rispose risentita la signora allontanandosi seguendo il suo cagnetto che tirava al guinzaglio.

“Sarà…”, borbottò Osvaldo, assalito dal dubbio.

Il sabato successivo Orlando e la moglie, rientrando da una visita ai parenti, sentirono un suono sgraziato, un lamento acuto che cessava e poi si ripeteva lugubre e monotono.

Incuriositi, cercarono di capire da dove provenisse: seguirono il rumore stridulo percorrendo la via fino ad arrivare al numero 82 di via Olona. Si fermarono ad ascoltare e riconobbero il suono di un violino, le quattro corde sembravano esprimere una sofferenza fisica sotto una mano incerta.   

Era una melodia infantile ripetuta all’infinito, una grottesca ninnananna che proveniva dalla terrazza.

 

Premio Macondo edizione 2019-2020, Antologia di genere Thriller & Romance, Circolo letterario Macondo 2020

 

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La dedica

Cielo grigio i tra condomini degli anni ’60 nella prima periferia milanese. Domenica pomeriggio, una momentanea libertà: una figlia a pallavolo, l’altra con gli amici in giro per le vie del centro, il marito a correre lungo il Naviglio. Era un ottobre mite.

Paola uscì sul balcone e guardò fuori inquieta: nella casa di fronte al terzo piano qualcuno stava stendendo la biancheria, al quinto si intravedeva una televisione accesa oltre la tenda.

Guardò le piante di crisantemi nelle fioriere: dopo un anno finalmente erano apparsi i boccioli, tra un mese margherite bianche e gialle avrebbero colorato il terrazzino.  Il piede urtò un vaso facendolo cadere: le dalie erano cresciute, i fiori rossi si erano fatti pesanti, il vaso di plastica era troppo leggero e instabile. Dei vasi in ceramica avrebbero sicuramente dato un tono al balcone, poteva comprarli usati, più economici, al “Negozio del Riuso” poco distante da casa.

Riciclo e condivisione era lo slogan, la realtà erano cianfrusaglie a poco prezzo.

Raddrizzò le spalle, stirò il collo a destra e sinistra, infilò giacca e scarpe comode, niente trucco, prese l’ascensore e uscì in strada. Percorse il marciapiede costeggiando cancelli e basse siepi sempreverdi, incrociò un cagnolino con la padrona al telefono e una signora con il carrello della spesa di ritorno da un supermercato sempre aperto. Attraversò i giardini e passò davanti ad una coppia di ragazzi seduti vicini, sentivano musica da una stessa cuffia, lui appoggiava la mano sui i jeans di lei.

Il “Negozio del Riuso” era uno scantinato, si scendeva per un passo carrabile e si entrava in uno spazio poco illuminato, dall’odore indefinito. A destra c’era il banco dove venivano valutati e accettati gli oggetti da vendere e che faceva anche da cassa per quelli acquistati. Scansò un uomo anziano che si dirigeva verso i vestiti appesi, probabilmente alla ricerca di pantaloni per l’orto o forse di una giacca per un funerale. Non faceva freddo, ma una sensazione di umido avvolgeva i numerosi oggetti disposti nel poco spazio. Da una radio in vendita uscivano musica e parole che sovrastavano i passi delle poche persone presenti, Lifegate Radio le sembrò di capire.

Piatti, tazze, bicchieri, una caffettiera su un tavolo,  gli attrezzi da giardino erano a sinistra. Ecco un portavaso di ceramica decorato in blu, decisamente troppo grande per il suo balcone. Uno piccolo ma con pesci in rilievo, troppo marino, non adatto per le dalie.

Delusa Paola avanzò tra i tappeti, poi si fermò a guardare le pentole in rame e proseguì fino ai quadri appesi.

Ritratti da principianti risaltavano tra nature morte e paesaggi. Niente da fare, un pomeriggio perso.

L’odore dei libri usati le ricordò che forse poteva trovare un giallo da iniziare dopo cena; l’ultima volta aveva acquistato un volume di Costantini e le era piaciuto. Copertine rigide del Club degli Editori, qualche fumetto e stranamente diverse pubblicazioni Adelphi. Quand’era giovane comprare un libro Adelphi significava darsi a letture “impegnate”, conoscere autori stranieri appena tradotti in Italia, pronunciare titoli esotici.

Ricordava le copertine color pastello, il primo Hesse, Ambler, ma anche Karen Blixen, Chatwin….

Volumi che aveva letto ma che aveva anche regalato e ricevuto in dono, erano libri costosi e importanti, opere da commentare con chi te li aveva regalate. Diversi libri erano degli anni ’80, proprio quelli che lei ricordava, non sempre posseduti, spesso presi in prestito nella biblioteca di zona.

Scorse in basso una copertina giallo ocra, l’autore era Konrad Lorenz, austriaco, studioso degli animali, quanto l’aveva affascinata con le sue storie di oche! Si abbassò, fino a toccare lo scaffale di fronte ai libri con lo zainetto che aveva in spalla. Il legno ondeggiò facendo tintinnare una statuetta etnica. Il quarantenne mal rasato che gestiva lo scantinato si avvicinò a passi veloci per verificare eventuali danni e la squadrò con sguardo accusatorio.

Con aria colpevole Paola si accucciò e riuscì a sfilare il volumetto, poco più di 100 pagine. “E l’uomo incontrò il cane”, la storia di un’amicizia, per questo l’aveva regalato ad un ragazzo del liceo che le piaceva. Si chiamava Marco, era molto più alto di lei, lunghi capelli castani, frequentava la classe di fianco alla sua al Vittorio Veneto.  Camminavano insieme fino alla fermata della 90, parlavano molto, sicuramente c’erano stati baci e sfioramenti ma niente di più. Sesso solo accennato, una passione subito sfiorita, c’erano tante possibilità allora, entrambi avevano cambiato partner nel giro di poco. Ricordava solo alcuni episodi di quel periodo, chissà com’era diventato Marco adesso.

Si raddrizzò con il volume ancora in mano per far passare un finto giovane con le Timberland ed una borsa nera da palestra diretto vero i vinili.

Girò la copertina impolverata e sulla prima pagina, in alto a destra riconobbe, scritto con la sua calligrafia. “24.2.84. LA TUA PICCOLA”. In maiuscolo, senza firma, inchiostro nero. Si sentì arrossire e si guardò attorno con imbarazzo, nessuno stava badando a lei.

Non era da lei mettere una dedica, si capiva dal fatto che non avesse firmato.

Davvero una bizzarra coincidenza.  Probabilmente Marco si era disfatto subito del suo regalo  che era passato di mano in mano fino ad arrivare nuovamente a lei in quella domenica pomeriggio di trent’anni dopo.

Nello scantinato non c’era campo, a casa avrebbe cercato Marco su Facebook, gli avrebbe raccontato la sua scoperta, avrebbero riso insieme, magari si sarebbero visti per un aperitivo in Darsena o un per un cinema. Doveva conservare la prova per fargliela vedere quando si sarebbero rincontrati.

Pulì il libro con le mani e sfiorò nuovamente i ripiani per raggiungere il bancone prima dell’uscita. Dalla radio si sentivano gli accordi di Foxy Lady, Jimi Hendrix e la sua incredibile chitarra.

Alla cassa era seduto l’individuo che prima l’aveva guardata male, golf pesante e sformato, capelli corti, mani ingrigite dalla polvere. Stava inscatolando dei bicchieri incartandoli con fogli di giornali.

Paola gli porse il libro per chiedere il prezzo, e accennò sorridendogli:

-        Quanti libri avete oggi, di solito siete sforniti!

-        Quelli? - rispose l’uomo volgendosi verso gli scaffali - sono arrivati diversi scatoloni, tutti libri noiosi. È morto di recente un cinquantenne per un incidente d’auto e la ex-moglie ha voluto liberare la casa prima possibile…..cose che capitano…le ho fatto un piacere a ritirare questi volumi così vecchi, speriamo di riuscire a venderli. 

I suoi ricordi valevano solo 2 euro e 50. Paola prese il resto, mise il libricino giallo nello zaino e salutò senza fare commenti. Lei non voleva sapere altro.

Si avviò verso casa: quella sera non avrebbe cercato su Facebook, avrebbe strappato la prima pagina con la dedica e messo il volume sulla mensola insieme agli altri romanzi.

Attraversò il giardino che ormai era quasi buio. La coppia non c’era più, le panchine erano deserte. Tirò fuori dallo zaino il libro, lo buttò nel cestino e proseguì verso casa.

 

AA.VV. Le insidie del tempo, 2020 Il Terebinto Edizioni

 

  

 

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Basta un’amica

Basta un’amica

La mattina non finiva mai: seduta davanti al monitor Anna si sentiva invecchiare, demotivata da un lavoro ripetitivo e poco gratificante. Per fortuna era giovedì: in pausa pranzo un morso al panino e poi subito al mercato rionale.  Era il momento giusto per comprare una collana: ne voleva una per valorizzare la scollatura del golfino blu che sua sorella le aveva regalato la domenica precedente.

Il banco era facile da raggiungere, subito dietro l’angolo, vicino al tabaccaio. Lì avrebbe trovato un’ampia scelta di bigiotteria di tutti i colori e soprattutto avrebbe trovato lei, la signora che vendeva le collane. Anna aveva il cassetto pieno di monili di poco valore, ma erano i 5 euro meglio spesi della settimana, nessun altro oggetto in plastica la rendeva così felice.

La signora del banco era dell’età apparente di circa sessant’anni, sempre ben curata, con il trucco appariscente su un viso che portava le tracce di una chirurgia estetica effettuata diversi anni prima.

Accoglieva le clienti come se fossero gran dame in visita ad un orefice del centro e cominciava ad adularle proponendo collane adatte al loro incarnato, intonate con i loro occhi, perfette per il loro viso particolare. Anche le facce più arcigne non potevano resistere al suo fare tentatore.

“Guardi queste, sono perle di fiume, qui trova delle ametiste o preferisce questa resina colorata?” stava dicendo ad una cliente, con una proprietà di linguaggio che incantava. “Noti la lucentezza adamantina, non è uno splendore?”.

Fece un largo sorriso quando Anna si avvicinò al banco, come se la riconoscesse.  Continuò a parlare con le clienti mentre frugava sul banco: “Sono subito da te, cara”, le disse a mezza voce.

Venne il suo turno e Anna si sentì come una bambina nella sfera di attenzione dell’ambulante. Le disse cosa stava cercando e subito la donna le rispose: “Sei unica, solo per te ho questa collana con scaglie di pietre vere, le riconosci dal taglio vivo e dagli spettri di colore”. Tirò fuori da uno scatolone un girocollo, ancora nel suo sacchetto di plastica, e lo porse ad Anna che se lo rigirò tra le mani. Una cliente la stava osservando da vicino, pronta a ghermire la collana presentata con tanta enfasi e di cui non scorgeva una copia sul banco. L’acquisto era assicurato, Anna non avrebbe permesso ad un’altra donna di conquistare la sua collana! Tirò fuori dalla borsa una banconota da 5 euro e la porse alla venditrice che ripose il “gioiello” prescelto in un sacchetto rosso scintillante e glielo consegnò con fare cerimonioso.

Erano quasi le 14 ed Anna rientrò in gran fretta in ufficio, mentre i banchi del mercato smontavano.

La signora delle collane, aiutata da una collega di pari età, cominciò con delicatezza a riporre la bigiotteria nelle scatole.

“Ada sbrigati! Dobbiamo andare!”

“Va bene Lina, faccio il possibile”, rispose riempiendo con cura i contenitori che Antonio caricava sul furgone.

“Com’è andata oggi ragazze?”. “Dai bene, non possiamo lamentarci!”, risposero insieme le due donne. Ada e Lina erano amiche da molti anni, Antonio era il nipote di Lina, un bel ragazzo che trattava le due con affetto ed ironia. Ada guardò le braccia muscolose di Antonio che caricava il furgone: le erano sempre piaciuti gli uomini “forti”, anche Gino era così.

Gli uomini erano stati la rovina di Ada. Il primo era stato suo padre, lo aveva molto amato, ma era un violento, da bambina era terrorizzata quando lo sentiva urlare contro sua madre. Poteva essere molto dolce ma per un nonnulla scattava, gli oggetti si rompevano e volavano sberle.

Era uscita di casa molto giovane, seguendo un uomo più vecchio di lei che era rimasto incantato dalla sua bellezza e l’aveva messa in mostra come un’auto di grossa cilindrata. Ada era affascinante: magra, slanciata, con un portamento da principessa, sorrideva compiaciuta quando si sentiva al centro dell’attenzione. Le piacevano il lusso e frequentare il bel mondo, divertirsi e ostentare.

Spendeva molto, ma non erano soldi guadagnati con fatica: vestiti, trucchi, feste, parrucchiere, ma anche regali per Lina, una delle poche amiche che le era rimasta dal tempo della scuola.

Lina si era sposata presto, erano nate due figlie e aveva dovuto lavorare sodo per mantenerle, perché suo marito l’aveva lasciata da un giorno all’altro. Ada le passava dei soldi che Lina accettava con riconoscenza.

Gli anni erano passati e la bellezza di Ada non poteva competere con quella delle ragazzine: i suoi accompagnatori cambiavano con sempre più frequenza e non erano più accondiscendenti con i suoi capricci. Lei decise che poteva farcela con i soldi messi da parte e iniziò a vivere da sola, affrontando per la prima volta le ristrettezze della vita reale.

La normalità fu sconvolta dall’arrivo di Gino: trent’anni, bruno, un fisico portentoso e Ada, quasi cinquantenne, perse la testa come una ragazzina per un giovane ingordo ed egoista, come era lei alla sua età. Gli concesse tutto, soddisfò ogni suo desiderio, nonostante lui cominciasse a trattarla con disprezzo, a dare ordini, ad urlare come suo padre. Dopo che l’appartamento di Ada venne ceduto a lui, Gino la mollò e scomparve, lasciandola sola, depressa, alcolizzata e senza un soldo.

Lina non si era dimenticata dell’amica di infanzia e venne in suo soccorso: l’accolse nella casa dove viveva da sola, nella stanza che le figlie ormai adulte avevano lasciato. L’aiutò a disintossicarsi e le propose di lavorare con lei al mercato al banco di bigiotteria del nipote. Ada acconsentì e con fatica si abituò a lavorare all’aperto, alle levatacce, a stare in piedi per ore. “Lo faccio per Lina”, si diceva, ma poi si accorse che essere gentile con le clienti la faceva stare bene, non si era mai resa conto di quante donne fossero costrette nelle loro vite monotone, tristi, senza affetto. Lavorare al banco le permetteva di tirare fuori i suoi ricordi migliori per far sognare queste donne, rispolverando il suo amore per il bello per vendere collane da nulla e regalare momenti di felicità.

Lei non era più una bellezza, non aveva un uomo ma aveva Lina, si conoscevano da sempre, poteva con lei mettere in fila i momenti belli e brutti della propria vita. Aveva sbagliato ma anche vissuto intensamente, non aveva niente di cui pentirsi, le ripeteva sempre l’amica.

“Andiamo a mangiare qualcosa?”, Lina la prese sottobraccio e si avviarono al caffè all’angolo.

La giovane barista le accolse con calore e chiese se volessero il solito: quando ritornò con il vassoio, fece i complimenti ad Ada per il girocollo. Ada si guardò nello specchio e si accorse di avere al collo una collana che aveva indossato per convincere una cliente. Disse alla ragazza: “Sai cara, è vintage, faceva parte di una collezione realizzata per un film…non mi ricordo il titolo, ma c’era quell’attrice famosa, napoletana, sì, proprio lei, Sofia”. La ragazza pendeva dalle sue labbra. “Tu hai gli occhi e la scollatura come Sofia, ti starebbe benissimo, sai cosa faccio? Te la regalo, tanto a me non serve, sono vecchia”.   La giovane rimase senza parole e allungò la mano, prese con delicatezza la collana che Ada le porse e se la mise subito al collo ammirandosi nello specchio.

Appena si fu allontanata, Lina sorrise all’amica. “Che bugiarda! Ma sei stata davvero adorabile!” e la baciò sulla guancia.  Ada si schernì e le rivolse uno sguardo d’intesa, assaporando il benessere del momento.

 

AA.VV, L’altalena, Concorso Amore è 2019, Edizioni SENSOINVERSO, gennaio 2020

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XXII secolo: il lavoro per tutti

Il lavoro era diventato un cruccio per Medea: decise di farsi consigliare dal suo mentore, Ofelia, che le era sempre stata molto utile nei momenti difficili.

Ofelia aveva da poco compiuto 118 anni e le sue lucide analisi permettevano soluzioni originali per problemi complessi. L’anziana abitava insieme ad un gruppo di coetanee in uno spazio che ricordava una vecchia villa del 1900, dove tecnologia e spazi verdi si fondevano in un paesaggio surreale per il XXII secolo. Le abitanti della villa erano bizzarre, ma i giovani si rivolgevano a loro quando l’intelligenza artificiale non era in grado di rispondere ai loro quesiti.  

Medea oltrepassò il cancello e vide da lontano Ofelia che la aspettava, il viso incorniciato da orecchini con pendenti verdi e i capelli di un bianco luminoso. Le rughe contornavano gli occhi dello stesso colore dei pendenti, dando profondità al suo sguardo acuto. Si abbracciarono, il corpo della centenaria era ingobbito e la giovane abbassò la testa per baciarla; andarono a sedersi in giardino dove Medea estrasse il tablet dalla giacca per esporle il suo problema sottoponendole la visione di cosa aveva visto e sentito. Impostò la data della settimana precedente, selezionò la registrazione, scelse velocemente alcuni episodi e schiacciò il tasto: cominciarono a scorrere le immagini accompagnate da una morbida voce di sottofondo.

Giovedì 17/2/2120, ore 17.30: Esco dal Politecnico e svolto a destra. La primavera è arrivata in anticipo e gli ormoni si fanno sentire: sulla barriera che costeggia il campus vedo in 3D uno storico graffito di Keith Haring, con un cuore reso ancora più rosso dal nuovo visore e dai pensieri che ho per Markus.  Sto andando al bilocale che divido con lui, cammino circa un chilometro e mezzo, come previsto dalle norme per la distanza casa-lavoro.  Camminare è indispensabile per la buona salute dei cittadini e il Governatore ama i suoi cittadini. Anche oggi ho terminato di lavorare: questo mese mi rimangono solo altri tre giorni, ho già lavorato cinque degli otto giorni mensili permessi.

Purtroppo le leggi parlano chiaro: l’intelligenza artificiale ha da anni rimpiazzato gran parte delle mansioni, così il Governatore ha adottato delle strategie per garantire il lavoro a tutti. I cittadini junior di cui faccio parte, dato che non ho ancora compiuto i quarant’anni, hanno l’obbligo ed il diritto di lavorare per un massimo di otto giorni al mese e per non più di sessanta giorni in un anno. Dai quaranta ai sessant’anni potrò diventare mamma o seguire un altro corso di studi, per poi riprendere a lavorare come cittadina senior, in un’altra mansione e attività, dai sessanta agli ottant’anni.  Nessuno deve preoccuparsi del proprio sostentamento, la retribuzione serve solo ad integrare il reddito garantito. Niente più povertà e disuguaglianze per merito del Governatore.

Sono arrivata a casa e controllo le attività che mi aspettano: palestra dalle 18 alle 19, alle 21 visita al Museo dedicato a Banksy. Non ne ho molta voglia, ma le norme recenti hanno introdotto attività culturali obbligatorie per ridurre l’ansia da tempo libero: dopo i casi di violenza, droga e alcolismo verificatesi nella seconda metà del ventunesimo secolo, ogni individuo non può oziare liberamente.  Così posso scegliere tra una vasta offerta di programmi proposti dal sistema che oggettiva le mie caratteristiche personali; una volta scelto, la frequenza alle attività è obbligatoria e monitorata.

In questo periodo ho un unico vero interesse: è il LAB1F dove sto portando avanti una sperimentazione sulla morfologia degli insetti.  Ho studiato biofisica, sono entrata nel laboratorio del Politecnico già ai tempi dell’università e sto finalmente per concludere una ricerca frutto di una mia intuizione: la trasformazione anatomica degli insetti, che da nocivi potranno diventare utili per mezzo della fotosintesi clorofilliana, in pratica saranno le nuove risorse forestali. Un formicaio di medie dimensioni sarà in grado di fissare quantità immense di anidride carbonica, la prima causa dei cambiamenti climatici. La mia idea adesso è la mia ossessione: vorrei sempre stare in laboratorio fino a che il mio sogno si trasformi in realtà.

Non posso però trascorrere in laboratorio più tempo di quello previsto, massimo otto giorni al mese. Se disubbidisco perdo punti sul certificato di buona condotta e non mi permetteranno di avere il figlio unico a cui ho diritto: non sono sicura di voler diventare madre, ma Markus vuole un bambino e potrebbe averlo con un’altra donna.

Ho deciso di imbrogliare: nell’appartamento, al riparo delle telecamere onnipresenti nello spazio pubblico, mi collego a Sebastiano che è di turno in laboratorio. I patti sono chiari: lo pago per indossare sensori che mi permettono l’accessibilità ai dati aggiornati delle analisi sugli insetti cavia. Sono stata educata all’osservanza delle regole, la corruzione dei colleghi per presidiare il laboratorio è illegale, ma non ho saputo resistere.

La sperimentazione in corso prevede la modifica della cimice asiatica, Halyomorpha halys: le sue ali grigio-brunastre saranno in grado di produrre energia dalla luce e già dallo stato larvale l’insetto si svilupperà solo per merito del sole, senza danneggiare la vegetazione.

Prendo la borsa e vado in palestra. Arrivata nell’ampio edificio mi accomodo su una seduta avvolgente e indosso gli occhiali: i miei muscoli cominciano a muoversi seguendo gli stimoli e intanto seguo le mani guantate di Sebastiano spostarsi sul piano di lavoro.

Rientro a casa giusto in tempo per ritirare il cibo pronto che viene consegnato ogni sera alle 19.30, preparato in base alla mia dieta personale calcolata da algoritmi per evitare gli sprechi e prevenire patologie. Prendo i contenitori e mi siedo con Markus al piccolo tavolo di fronte alla finestra che in quel momento riproduce un luminoso tramonto sul mare. Markus non sa dei miei piani, lui non approverebbe: lui apprezza la danza, il laboratorio di scultura, il giardinaggio, non ha un impiego che lo appassiona.

Venerdì 18/2/2120, ore 7.30:  mi sveglio con le solite note dell’Inno alla Gioia e lego sulla parete il programma della giornata: piscina, laboratorio di pittura per le successive quattro ore e a seguire uno speech sulla bellezza da parte di un noto storico. Per concludere training autogeno: tutto molto stimolante, ma io ho la testa altrove.   

Finita la colazione provo a collegarmi in laboratorio con Tania, ma i sensori non sono in funzione. Mi innervosisco, ma devo aspettare che prenda servizio Ludwig.  Finalmente la comunicazione è nuovamente attiva, ma c’è una grossa novità: mi riferisce che il LAB1F non è più accessibile, l’attività di tutti i ricercatori è stata riprogrammata.

Cammino a passo svelto fino all’ingresso del Politecnico, incurante che venga registrata la mia inosservanza al planning giornaliero, vedo coreografie di luce psichedeliche sulle facciate dei palazzi. Provo ad entrare ma la mia impronta non permette l’accesso all’edificio. Mi siedo sul prato davanti al cancello chiuso e piango.

Lunedì 21/2/2120, ore 9.30: Inizio senza entusiasmo a lavorare al LAB3C: il progetto riguarda la sintesi di una bioplastica a partire dalla saliva bovina.   

Nello spazio comune del campus, parlando con gli altri ricercatori, mentre ognuno consuma il cibo personalizzato, scopro che il LAB1F è ancora attivo e la ricerca sugli insetti prosegue.

Ma non è l’unica sorpresa: il nuovo team di ricercatori sono tutti over sessanta.  Sento la rabbia crescere, mentre le pareti della mensa si colorano di rosso.

Medea interruppe il video e guardò la donna seduta silenziosa al suo fianco: la visione era durata solo pochi minuti.

“Ofelia, sono disperata, non riuscirò a portare avanti la mia ricerca. I senior si sono impossessati di un programma dei giovani che sta per dare i suoi frutti, così possono ottenere la soddisfazione che a me viene negata”.

Fissò la sua anziana amica e proseguì: “Lavorare…e pensare che all’inizio del 2000 ognuno poteva lavorare non solo quaranta ore alla settimana, anche molto di più. Ho letto biografie di scienziati e inventori che hanno dedicato giorni e notti alle loro scoperte. Lo so che il Governatore deve garantire un lavoro a tutti, ma ci deve essere un modo, io amo stare in laboratorio, perché devo invece ascoltare la musica classica dei Beatles o vedere a teatro la rappresentazione storica della caduta del Muro di Berlino?”.

Ofelia chiuse e aprì gli occhi più volte, indecisa su cosa rispondere. Ripensava a tutte le lotte per garantire il lavoro a tutti, aumentare il benessere e la qualità della vita. “Mia cara, hai ragione” disse, “cosa pensi di fare?”.

“Senior e anziani hanno comandato per tutto il primo secolo del terzo millennio rafforzando via via il loro potere” rispose Medea, “sono stati loro a imporre la pianificazione delle attività lavorative per il benessere generale. È ora di cambiare.”

“Stai pensando ad un accordo intergenerazionale, mia cara?”.

Medea fece spallucce. “Lo sai che non è possibile parlare con chi pensa di avere sempre ragione, l’unico modo è un cambiamento radicale”.

Ofelia sospirò: “Non essere impulsiva, dici così perché hai un progetto, ma molti tuoi coetanei, anche Markus, stanno bene così come stanno, hanno la stabilità e il benessere, oltre alla dignità del lavoro”.

Ofelia chiuse gli occhi e rimase silenziosa, incrociando in grembo le mani rugose. Dopo qualche minuto di pausa proseguì: “Non devi prendertela con i senior, ma con chi ha impostato la programmazione del tempo libero. L’algoritmo non prevede la variabile “passione” che fa desiderare di trascorrere ore e ore a ripetere lo stesso passo di danza o, come nel tuo caso, andare a fondo in una ricerca scientifica. Adesso il tempo trascorre in modo equilibrato, ma noi umani non siamo equilibrati, alcuni di noi vogliono essere parte di qualcosa di più grande.”

 “Passione, passione…” ripeté Medea a bassa voce, “ecco una buona causa per cui lottare”.  Abbracciò a lungo Ofelia e se ne andò con questa certezza: voleva diventare vecchia come lei ed essere fiera di sé.

Decise di mettere a punto una strategia: sicuramente una porta chiusa non era sufficiente a fermarla. Poteva chiedere un’udienza al Governatore, oppure trovare un modo per collegarsi al team di senior che operava in laboratorio, poteva….. Si girò e guardò con attenzione la villa da cui era appena uscita, un luogo ideale per mettere in piedi uno spazio dove portare avanti la ricerca in modo autonomo.

 

Racconto finalista del Concorso Letterario “Città di Ravenna 2019”, antologia In volo col Pettirosso 2019, Edizioni Capit Ravenna, 2019

*

L’autobus

 

Filtra la luce dalle finestre, è ora di alzarsi. Il pavimento è freddo, chissà dove si sono cacciate le infradito. Anche oggi mi aspetta una giornata lunga e stressante, forse fuori c’è il sole: invece no, cielo grigio, uccelli che volano in alto. Nell’aria ristagna l’odore della cena che ho mangiato in fretta guardando la tivù. Oggi devo fare la spesa, sta finendo anche il caffè, in casa sono rimaste solo le patate.

Faccio una doccia veloce, indosso la camicia azzurra della divisa, è stirata quel tanto che basta per essere in ordine. Odio questi pantaloni, il tessuto è rigido, mi irrita l’interno delle cosce. Mi guardo allo specchio: una quasi quarantenne con i capelli castano chiaro disordinati, gli occhi azzurri tendenti al grigio. Davide non mi chiama da tempo, per ora nessun altro all’orizzonte. Vediamo se la spazzola riesce a fare un miracolo, niente da fare, mi faccio la coda. Metto giusto il burrocacao, nel traffico le labbra si seccano.

Le scarpe sono sempre le solite, anche la borsa, che sembra sempre più pesante. Devo affrettarmi, manca poco al mio turno, il collega avrà sicuramente voglia di un caffè e dovrà andare in bagno. Ecco l’autobus che si avvicina, c’è Marco alla guida. Quando le porte si aprono tutte le persone scendono in fretta, per poco quel ragazzo con lo zaino mi veniva addosso: tanto se non salgo io non vanno da nessuna parte! Marco ha in mano il pacchetto delle sigarette, mi aveva detto che voleva smettere, ma si vede che non ci riesce, guidare l’autobus a Milano è molto snervante. Il sedile è ancora caldo, sistemo gli specchietti per controllare la chiusura delle porte. Guido con il volante aderente al corpo, ma poi la schiena diventa rigida e mi appoggio allo schienale.

L’odore di quest’autobus è indefinibile: polvere, sudore, plastica riscaldata. Qualcuno parla al telefono ad alta voce, il tono è irritato, sta sicuramente litigando con qualcuno. Non posso rilassarmi un attimo: un ragazzo con il cappello calato sugli occhi ha attraversato di corsa la strada e i passeggeri si lamentano della frenata, deve essere scivolato anche il trolley di qualcuno che va all’aeroporto, dove c’è il capolinea. Sento già gli aerei che decollano, la strada costeggia la pista, non c’è coda, posso finalmente prendere velocità.

In aeroporto mi fermo qualche minuto e scendo a fare quattro passi, l’autobus si riempie subito di viaggiatori. Riparto verso il Duomo e sento due ragazze mandare gridolini di contentezza, mentre scattano foto attraverso i finestrini impolverati, chissà da quanto tempo avranno programmato questo viaggio. Nelle ultime file c’è il solito vecchietto che passa ore sui mezzi pubblici con le sue borse di plastica: lo vedo nello specchio che saluta le due ragazze che ridono.

Sono in ritardo sulla tabella di marcia, ancora mezz’ora al cambio turno. 

Prendo la metropolitana per tornare nel mio monolocale in periferia: saluto il collega rinchiuso nel gabbiotto, certo non ha lo stress per il traffico, ma sai che noia tutta la giornata a guardare i monitor.

Domani è il mio turno di riposo: vediamo le previsioni online, accidenti nuvoloso e pioggia in serata.  Non dovrebbe mancare molto alla mia fermata….uffa, guardando il telefono ho sbagliato linea, mi tocca scendere e prendere il treno che va dall’altra parte.

Scendo a vedere questa parte della città, tanto a casa nessuno mi aspetta. Certo che qui non c’è proprio niente, ma dove vanno tutte queste persone?  Le seguo, sembra una stazione degli autobus, ma i pali non riportano i numeri di linea, ma nomi di città. Sta arrivando un autobus colorato con la scritta Marsiglia, non sono mai stata in Francia, deve essere bello vedere il mare, il cielo azzurro, i gabbiani……

Ho chiesto informazioni al guidatore ed ho scoperto che il biglietto costa pochissimo. Il bus arriva a Marsiglia domani mattina presto. Non so cosa mi è successo, ma sono salita e sono seduta vicino a una donna che parla francese. Siamo partiti, il cuore mi batte forte, sono quasi felice.

 

Premio Letterario, Mille e…Una Storia 2019, Raccolta di racconti, gMc editore

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L’orecchino

L’orecchino

Martedì era il giorno giusto. Guardò fuori dalla finestra: era una soleggiata giornata di novembre.  Portò a spasso Ruby, il suo cagnolino, e rimase fuori più a lungo del solito approfittando del tepore inaspettato.

Nel primo pomeriggio Luigi si preparò ad andare in stazione per prendere il Frecciarossa 9641 da Milano a Bologna, dove avrebbe potuto mettere in scena le sue abilità di narratore. Era un ex ferroviere in pensione e il viaggio su un treno ad alta velocità era per lui un piacere a basso prezzo, che si concedeva quando era pronto con una nuova storia.

Era importante scegliere il treno opportuno, non in orari in cui i viaggiatori erano di fretta o si preparavano per l’imminente impegno lavorativo guardando ansiosamente il portatile o parlando al telefono. Anche la scelta delle condizioni metereologiche era importante: una bella giornata metteva tutti di buon umore, nelle giornate uggiose, o ancora peggio in quelle di pioggia, i pendolari erano fradici e malinconici, non disponibili a parlare con il prossimo.   

Salì rapidamente le ripide scale in marmo della stazione illuminate dalla luce del giorno; indossava scarpe sportive comode, jeans attillati e una giacca leggera di piumino blu. Luigi assomigliava vagamente ad un noto cantante italiano e anche per questo suscitava fiducia negli interlocutori.

Passò i controlli salutando gli ex-colleghi e si avviò al binario: salì in classe economica e cominciò a percorrere i vagoni alla ricerca del suo pubblico. Cercava una donna, meglio se quarantenne, da sola e potenzialmente disponibile a chiacchierare.

Ne vide una, ma era impegnata a leggere un libro. Proseguì fino a che trovò quella che stava cercando: capelli neri lunghi, viso tondo, rossetto rosso vivo, golfino verde, un leggero profumo agrumato. Stava guardando fuori dal finestrino. Sul sedile grigio di fianco a lei c’era uno zainetto femminile e appoggiata sul tavolino una borsetta di plastica con disegni di gatti. Era proprio la persona giusta. Si infilò nel sedile lato corridoio di fronte alla donna, e sfilandosi la giacca la salutò e si sedette. 

Il treno partì e si ritrovarono a guardare entrambi le case della periferia milanese.

Quando il paesaggio si fece monotono, Luigi la fissò, accennò alla borsetta e chiese se anche lei aveva dei gatti.  La sconosciuta lo guardò con attenzione e rispose che ne aveva avuti a casa dei genitori, ma adesso viveva con un marito allergico e purtroppo non poteva avere animali.

Parlando muoveva le mani grassocce, facendo tintinnare un braccialetto d’argento al polso destro.

Luigi le sorrise e le chiese se era di Bologna.

-        Sì, abito nelle vicinanze, sono venuta a Milano per trovare un’amica che ha appena avuto un bambino, ho preso apposta un giorno libero dal lavoro.

-        Io invece vado a trovare mia figlia – riprese Luigi - devo farle avere un oggetto particolare, non le ho ancora detto nulla, chissà come reagirà…

Il treno procedeva veloce, una mamma con una bambina si alzarono e percorsero il corridoio per andare in bagno. Vedendo che la donna lo guardava incuriosito Luigi proseguì:

-        Mia moglie ed io abbiamo una gattina, magra, nervosa, dal pelo bianco e rossiccio che si chiama Minù. Adesso ha 12 anni, ha un miagolio insistente e sta sempre tra i piedi, sa come sono i gatti. Gioca con tutte le cose che trova in giro e dorme nel nostro letto. Passa molto tempo a leccarsi e purtroppo da qualche tempo ha una tossetta fastidiosa. Mia moglie era preoccupata, voleva portarla dalla veterinaria, ma la gatta non ama essere visitata. Ieri, dopo ripetuti accessi di tosse, ha fatto degli strani versi, ha vomitato sotto il divano e poi è scappata.

Fece una pausa ad effetto, guardò la donna che lo fissava e riprese:

-        Non si preoccupi, la gatta sta bene.  Quando ho pulito il pavimento, ho trovato delle palle di pelo cilindriche, bianche con una sfumatura rossiccia, come il suo pelo. Stavo per buttarle nella spazzatura quando ho visto un luccichio…

-        Un luccichio? - chiese la viaggiatrice.

-        Sì, qualcosa che brillava ha attirato la mia attenzione.  Ho guardato meglio e dai peli compatti spuntava un sottile filo dorato…era un orecchino!   

-        Un orecchino? Che strano! - ripeté la donna.

-        E non era un orecchino qualunque! - replicò con soddisfazione Luigi, vedendo che il suo racconto suscitava interesse.

-        Deve sapere che quell’orecchino era appartenuto a mia figlia Luisa, quella che adesso abita a Bologna. Era stato un regalo di un suo fidanzato di quando aveva 16-17 anni, una storia d’amore che sembrava dover durare per sempre, per questo lui le aveva regalato questi sottili orecchini d’oro, un regalo davvero importante tra ragazzi. Ma ad un certo punto un orecchino era sparito, mia figlia si era disperata, ma soprattutto non sapeva come dirlo al ragazzo. Aveva preferito non fargli sapere di averlo perso, ma lui aveva pensato che il suo regalo non fosse stato gradito. Giorno dopo giorno era diventato nervoso, le aveva rivolto frasi brusche, mia figlia aveva reagito in maniera stizzita, avevano litigato, insomma da cosa nasce cosa… e poi si erano lasciati. Mia figlia finito il liceo ha preferito andare a studiare a Bologna e lì è rimasta. Per ora vive sola, non ha un compagno fisso. Oggi le porto l’orecchino: chissà come reagirà…pensi, l’aveva ingoiato il gatto giocando!  Vuole vederlo? – Luigi si mosse chinandosi leggermente a sinistra per infilare la mano nella tasca destra dei jeans stretti.

Tirò fuori un sacchettino fiorato: con delicatezza sfilò un sottile orecchino d'oro facendolo vedere alla sua vicina. Era ornato con un pendente, un semplice filo ritorto con il fondo una perlina. Luigi commentò: - È ancora molto bello, nonostante tutto il tempo che è stato nella pancia della gatta.

Le porse l’orecchino con la mano tesa perché lo potesse vedere più da vicino. La donna lo guardava meravigliata, emettendo piccoli versi di sorpresa.  Il treno stava per entrare nel tunnel della nuova stazione di Bologna, mancava poco all’arrivo. Luigi ripose con cura nella tasca l’orecchino.

Si salutarono calorosamente e la donna augurò a Luigi di trascorrere una bella giornata con la figlia, entrambi si avviarono verso l’uscita. Arrivato vicino alla fermata dei taxi sulla piazza, Luigi si fermò e passato qualche minuto ritornò verso la stazione e si recò al bar a prendere un caffè. Un buon profumo di pane tostato aleggiava nel locale.

Doveva aspettare meno di mezzora e poi poteva tornare a Milano con il Frecciarossa 9536 delle 16.38 che arrivava da Roma.

Attraversò la stazione, scese le scale e si avviò al binario. C’era una piccola folla in attesa e Luigi cominciò a scrutare i visi in cerca di un’altra persona a cui raccontare nuovamente la storia: il debutto era stato soddisfacente, la viaggiatrice sembrava contenta del racconto, era riuscito nel suo intento di rendere particolare un viaggio che altrimenti sarebbe stato semplicemente uno spostamento da una città ad un’altra.

Forse per rendere il racconto ancora più verosimile doveva fare più pause o arricchire il ritrovamento del gioiello con più particolari. Decise di scegliere ancora una donna, magari gli avrebbe fatto qualche domanda e lui rispondendole avrebbe potuto improvvisare aggiungendo dettagli alla storia.

 Scorse un’altra quarant’enne che indossava un foulard blu brillante, jeans neri, stivaletti con brillantini, una grande borsa con la cerniera. Si guardava attorno invece di consultare il telefonino come la gran parte della gente in piedi. Era luminosa nonostante la falsa luce artificiale della fermata sotterranea.

Vide che saliva sulla carrozza 7, lui salì alla 8. Quando il treno si mosse Luigi percorse il corridoio: i sedili vicino alla sconosciuta erano vuoti e Luigi prese posto sorridendole.

Dal finestrino si vedevano i condomini della periferia di Bologna ed un cielo senza nuvole. Luigi le chiese se era di Milano e dopo i soliti convenevoli trovò il modo per iniziare la sua storia. Lei lo ascoltava con lo sguardo vivace, annuendo.  Questa volta usò il telefonino per farle vedere una foto di un gatto che poteva essere il ritratto della gattina bianca e rossa. La sconosciuta lo ascoltava con attenzione e sembrava divertita ma anche pensosa, ogni tanto si passava la mano tra i corti capelli biondi.

Alla fine del racconto, con in mano l’orecchino, la donna lo guardò con uno sguardo corrucciato e chiese: - Quanti anni dovrebbe avere adesso l’ex-fidanzato di sua figlia? Poco più di trenta, vero?

Luigi annuì, sorpreso dalla domanda.

La donna proseguì: - Sto andando a trovare mia sorella che abita a Milano da qualche anno, da quando si è sposata. Lui è un avvocato, all’inizio sembrava affettuoso e le faceva molti regali, ma poi si è dimostrato geloso e molto possessivo. Negli ultimi tempi sono volate anche sberle e mia sorella è molto preoccupata, è per questo che vado da lei.  Il marito le ha raccontato che il suo primo amore era stata una ragazza del liceo, erano stati insieme due anni, le aveva regalato degli orecchini d’oro ma lei ne aveva perso uno, non considerando quanto fosse importante per lui quel regalo. Si era sentito poco importante, non amato e per questo aveva deciso di lasciarla. Da allora diffidava delle donne, e se solo sua moglie, mia sorella, si azzarda a perdere un suo regalo...ci sarebbero sicuramente state conseguenze….

Guardò seriamente Luigi e aggiunse: - Che strana coincidenza. Un matrimonio infelice tutto per colpa di un gatto….

Luigi era rimasto senza parole e aveva abbassato gli occhi a disagio, combattuto se raccontare che l’orecchino era della moglie e che non aveva una figlia, bensì un figlio barbuto di nome Maurizio, e che il suo animale era un vecchio cagnolino. La gatta era della vicina, l’aveva vista sul terrazzo allungare il collo, divincolarsi, fare dei versi come se si stesse strozzando, strabuzzare gli occhi e poi espellere delle palle di pelo.

Il treno nel frattempo era entrato in stazione a Milano e la donna, ancora scuotendo la testa lo salutò e scese velocemente senza lasciargli il tempo di replicare. La vide camminare a passo svelto tra la folla e dirigersi verso la metropolitana.

Passato qualche minuto, Anna cominciò a rallentare e sorrise: aveva riconosciuto il “tipo racconta storie” già dalla banchina, l’aveva visto più volte sedersi vicino a viaggiatori solitari e raccontare storie incredibili, godendo della sorpresa incredula che suscitava. Lei lavorava in Università a Bologna, era una sorta di pendolare privilegiata, sicuramente l’uomo l’aveva già vista, ma di recente si era tagliata i lunghi capelli neri ed era passata ad un taglio corto e si era tinta di biondo. Questa volta era toccato a lei far da pubblico, ma non aveva resistito a cambiare il finale della storia, era stato troppo divertente vedere la faccia sorpresa e poi corrucciata dell’uomo.

Al prossimo viaggio gli avrebbe raccontato la verità. O forse no, avrebbe potuto continuare la storia, inserendo nuovi particolari sul matrimonio in crisi di una sorella che non aveva.

 

AA. VV, “I racconti di Cultora, Volume I”, Historica Edizioni, dicembre 2019, antologia della Sesta edizione del Concorso Letterario Cultora.

 

   

*

Baffi

I cambiamenti climatici stavano compromettendo l’ecosistema e per fermare il declino erano necessari atti di coraggio.  Quella mattina Mario maturò una decisione: si sarebbe tagliato i baffi, così che lo stupore scatenato dal suo volto glabro avrebbe smosso le coscienze. Portava i baffi da quando aveva vent’anni, infischiandosene della moda: erano diventati un suo segno distintivo, non ricordava una foto che lo ritraesse senza i peli sotto al naso.   A cinquant’anni Mario aveva dei baffi cespugliosi castano rossicci che contrastavano con il cranio pelato.

Passò all’azione in bagno, prima con le forbici e poi con il rasoio davanti allo specchio: a fine lavoro il naso sembrava riempire la faccia e le labbra nude risaltavano vermiglie sulla pelle bianca.  Approvò il viso riflesso: gli occhi chiari, il mento quadrato, il sorriso con i denti allineati, anche se macchiati dal caffè che beveva in abbondanza. Fece scorrere l’acqua ed i peli tagliati scomparvero nello scarico del lavandino. Dopo che Gabriella l’aveva lasciato, viveva da alcuni anni in compagnia di un gatto grigio che, seduto sotto il lavandino, stava richiedendo il cibo con un miagolio ripetuto che non gli aveva mai sentito prima: Mario pensò che fosse la reazione alla sua trasformazione e gli riempì la ciotola con abbondanza.

Si vestì con cura, si spruzzò di colonia, indossò la giacca e la coppola e uscì chiudendo la porta a più mandate.

Scendendo le scale incrociò la vicina del piano di sotto che usciva con un cagnolino di razza indefinita. Mario squadrò la donna a lungo per darle tempo di notare la novità; lei sorrise e dando la colpa al cane si affrettò a scendere le scale per evitare di ritrovarsi in ascensore con quel vicino che la fissava con un’aria inquietante.

Il bar sotto l’ufficio era affollato come al solito. Nel fitto brusio delle voci, sentì che la radio trasmetteva una canzone dei Rolling Stones che lui amava…. “ Pleased to meet you, Hope you guess my name….”.  Certo di non essere riconosciuto a causa del suo nuovo look, pensò di salutare il cameriere con le parole della canzone, ma il ragazzo appena lo vide gli chiese: “Ciao Mario, il solito cappuccino con poca schiuma?” Mario perplesso e deluso prese la tazza calda e si accomodò ad un tavolino dove un tizio stava leggendo il giornale grattandosi il naso.

Nell’ingresso della palazzina, dove lavorava come contabile, la giovane receptionist lo salutò distrattamente, riprendendo a chiacchierare al telefono. Arrivato al secondo piano, Mario respirò a fondo e si preparò alla reazione dei colleghi: stava per arrivare il momento della verità, con loro trascorreva le sue lunghe giornate lavorative da molti anni.

Si attardò nel corridoio, aspettando che tutti fossero ai loro posti, ripassando mentalmente le risposte che si era preparato: “Sì, lo so è stata una decisione radicale, ma volevo dare il mio contributo per una buona causa”, avrebbe detto, ”Mi chiamate per scherzo  Super Mario, perché assomiglio al personaggio dei videogiochi, lo so che non sono un supereroe, ma questa volta tagliare i  baffi per salvare il pianeta  è stata un’azione coraggiosa, non trovate?” Poi avrebbe parlato dell’inquinamento e di come tutti loro potessero contribuire ad invertire la rotta.

Entrò abbassando lo sguardo, colto da timidezza, e si fermò vicino alla sua scrivania: dopo i soliti saluti rimase in piedi in attesa dei commenti di incredulità e stupore a cui si era preparato. Sentì un flusso caldo salire dal collo al viso: stava arrossendo.

I colleghi interruppero le chiacchiere e lo fissarono con curiosità, tutti gli occhi erano puntati su di lui: Mario, sempre impalato, incominciò a sudare nell’imbarazzo generale.

Tiziana ruppe il silenzio chiedendogli se si sentiva bene, subito Luca, il collega più anziano, aggiunse che la bronchite l’aveva disturbato durante la notte e Paola gli fece eco dicendo che anche suo figlio Michele aveva la tosse, era sempre malato e a casa dall’asilo. Il telefono squillò e Giulia rispose, facendo cenno agli altri con la mano aperta di abbassare la voce. Si zittirono e ripresero a sfogliare i documenti e a digitare sui tasti.

Mario rimase lì, in piedi, con un sorriso stupefatto, si toccò il labbro superiore, sentendosi improvvisamente trasparente.

Durante la pausa pranzo si incamminò verso i giardini: si sedette su una panchina al sole guardando i bambini che giocavano a palla.  Appartata sotto l’ombra di un albero, una bambina dai tratti asiatici stava saltando la corda: incrociò lo sguardo di Mario e, contagiata dalla sua infelicità, rallentò i salti fino a smettere di giocare. Corse dalla mamma in cerca di conforto e abbracciandola stretta continuò da lontano a fissare quel signore calvo con l’aria triste. Mario la guardò invidioso: anche lui avrebbe desiderato un abbraccio, si sentiva davvero solo e sconfortato.

La bambina, rinfrancata dal contatto con la mamma, corse nel prato a raccogliere qualche margherita e gli si avvicinò con lo sguardo serio: Mario, commosso da quell’omaggio floreale imprevisto, allungò la mano, la ringraziò e quando sorrise vide illuminarsi il volto della bimba che stava già scappando via.

Riscaldato dal sole di aprile, si passò una mano sul volto rasato, sospirò e si avviò nuovamente verso l’ufficio. “Tanto i baffi ricresceranno presto”, pensò, “da domani solo mezzi pubblici e acqua del rubinetto, cominciamo così a salvare il pianeta”.

 

AA:VV. Racconta le parole 2019, opera finalista al Premio Letterario “Racconta le parole-II Edizione”, Xilema srl

*

Niente per caso

Avviò il nastro trasportatore della cassa e fece scorrere davanti al lettore un vassoio di polpette, un sacchetto di patate fritte congelate, ketchup, gelato, aranciata, yogurt, merendine con sorpresa, carta igienica. “Un padre separato con il figlio a cena”, pensò Monica.

Sollevò lo sguardo dal monitor e prese la carta di credito da un quarantenne pelato che si muoveva nervosamente. Il cliente successivo era una signora sugli ottant’anni che aveva messo ordinatamente in fila uova, farina, mele, biscotti, cioccolato, tovaglioli di carta.  “Avrà ospiti a merenda, amiche o nipoti”.

Monica trovava molto noioso il suo lavoro, d'altronde era l'unico che le permettesse di pagare l'affitto. Aveva trentacinque anni e coltivava fin da piccola una passione sfrenata per il teatro, aveva studiato recitazione ma non riusciva a vivere facendo l’attrice, le proponevano solo alcune serate ogni tanto.

Al supermercato aveva iniziato ad osservare la gente per aggiungere dettagli ai personaggi che doveva interpretare e poi era curiosa, le piaceva indovinare la vita delle persone sulla base dei loro acquisti. Era comunque un modo per passare il tempo, le giornate lavorative erano lunghissime, la radio del negozio trasmetteva solo poche volte canzoni che le piacevano. La sua collega Rita, invece, amava chiacchierare con i clienti, facendo commenti insulsi sul tempo, raccontando a tutti cosa avrebbe fatto la sera o nel fine settimana. Anche Monica avrebbe voluto affrontare la vita con la stessa leggerezza.

Al di fuori della vetrina il sole era ancora alto. Il suo turno sarebbe finito tra mezz’ora e poi finalmente a correre.  La sera l'aspettava una cena solitaria e un film che avrebbe visto carezzando il suo gatto sul divano.

“Pensa positivo, pensa positivo” continuava a ripetersi. Raddrizzò la schiena piegando la testa a destra e sinistra, aveva tutti i muscoli del collo intorpiditi e doloranti. Si spalmò un po’ di crema sulle mani secche e prese la tessera fedeltà da una donna che sembrava appena uscita dal parrucchiere.

Bottiglie d'acqua, sedano, mele, crema anticellulite, scrub, siero per il viso, solvente per unghie, cibo pronto congelato, una bottiglia di vino.  “Un'altra single come me”, pensò.

Come era difficile trovare un compagno che avesse i suoi stessi interessi.  Bruno, il ragazzo che lavorava nel supermercato, ci aveva provato con lei, ma non era stata una serata divertente. Lui non se ne era neanche accorto e continuava a lanciarle frasi piene di doppi sensi mentre riponeva la merce negli scaffali. Troppo maschio per i suoi gusti, lei preferiva i tipi gentili e un po’ introversi con cui parlare e guardare insieme i cartoni animati.

Una leggera imperfezione del viso rendeva Monica attraente, i capelli raccolti mettevano in risalto il lungo collo e gli orecchini dorati che le aveva regalato sua nonna. Il verde della divisa del negozio non le donava, la sua carnagione risultava spenta, ma si notavano le labbra morbide e gli occhi chiari con un leggero velo di mascara.

Croccantini per gatti, un romanzo tascabile, succo di mela, carote, zucca tagliata, riso integrale, yogurt al mirtillo, detersivo alla lavanda, sali da bagno. “Tutte cose che avrei preso anch’io”. Monica incuriosita sollevò lo sguardo e si trovò di fronte un trentenne con gli occhiali, che teneva gli occhi bassi. Viso rotondo, una leggera barba castano-rossiccia, capelli tagliati corti.

“Sono 32 euro e 50”. “32 euro e 50” ripeté a voce più alta. “Ah sì, mi scusi”, rispose Marco, infilando una mano in tasca e tirando fuori due banconote da 20 euro.

Monica gli porse il resto, che lui prese facendo cadere le monete.

Era arrossito, si scusò nuovamente, ficcò gli acquisti in una borsa di plastica e si avviò all’uscita inciampando nella pila dei cestelli verdi. Monica lo seguì con lo sguardo, aveva un passo dondolante che lo rendeva simpatico.

Marco uscì velocemente dal punto vendita, maledicendo la sua goffaggine. Giorni e giorni di preparativi per farsi notare dalla cassiera carina e quello era il risultato.

Sapeva che si chiamava Monica e abitava nel palazzo di fianco al suo. L’aveva sentita parlare del suo gatto e l’aveva vista rientrare a casa con le borse di un negozio specializzato in cibi vegetariani. Lui naturalmente non aveva un gatto e mangiava quello che capitava, ma era troppo timido per avvicinarla e così aveva pensato di poter scambiare qualche parola con lei mentre faceva la spesa.

Il suo oroscopo diceva che il giorno era propizio, ma si era comportato come uno stupido, era rimasto pietrificato, non era riuscito neanche a balbettare due parole. Che imbranato!

Si sedette su una panchina poco distante dal negozio, riflettendo su come cucinare le verdure e a chi regalare i croccantini. Aveva fantasticato di passare con lei una serata romantica, le avrebbe raccontato del suo lavoro di informatico presso una società di consulenza. La sua vera passione erano i videogiochi, era riuscito a realizzarne alcuni davvero belli nel tempo libero, i figli di sua sorella ne andavano matti, forse anche a lei sarebbero piaciuti.

Vide da lontano aprirsi le porte scorrevoli del negozio e Monica uscire con la borsa a tracolla, indossava jeans attillati e ai piedi un paio di sneakers. Aveva gli occhi coperti da un paio di occhiali da sole e stava per mettersi in testa un berretto con la visiera: sistemandosi i capelli girò il capo dalla sua parte e dopo un attimo d’indecisione, si mise a camminare verso di lui.

Marco si guardò attorno, ma non vide nessuno, stava proprio venendo da lui. Sentì le pulsazioni che aumentavano e fissò imbambolato Monica che si era fermata davanti alla panchina. La ragazza infilò la mano nella borsa e sorridendo gli porse un libro. “Ti sei dimenticato questo”. Era il romanzo tascabile che aveva acquistato poco prima, Niente per caso di Richard Bach.

Lui sbatté gli occhi, le sorrise e prese il libro, soffermandosi sull’immagine in copertina per prendere fiato; poi lo mise nella borsa della spesa e le chiese da che parte andava: insieme si incamminarono lungo il viale chiacchierando.    

 

Racconto vincitore del concorso “NESSUNO SCRIVE (RACCONTI E POESIE) III EDIZIONE”, Pubblicato sulla rivista Nessuno Legge – Numero 7, https://nessunolegge.wordpress.com/nessuno-legge-numero-7/

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I nuovi amici

I nuovi amici

Clara si sentiva meglio. Si passò le mani tra i capelli fini, sistemò il cuscino e riprese a guardare le luci che provenivano dalla strada e balenavano per la stanza come in un caleidoscopio. Si chiese come avesse fatto ad essere così ingenua, si era fidata di sconosciuti e quello era il risultato: se l’era meritato! Ma anche questa volta ne era uscita indenne.   

Tutto era iniziato a gennaio, quando uscendo di casa aveva salutato i nuovi inquilini che avevano preso in affitto l’appartamento al secondo piano, dove prima abitava una famiglia di polacchi. I nuovi arrivati erano una coppia di pensionati, lei magra, timida, con gli occhiali, lui con i capelli stranamente tinti di castano chiaro, dalla camminata zoppicante. Si erano presentati con i nomi di battesimo, Luigi e Maria, erano venuti ad abitare a Milano da un paese della Basilicata, Clara non ricordava il nome, per seguire i figli che avevano trovato lavoro in città. Erano più o meno coetanei di Clara, anche lei era in pensione, ma preferiva continuare a dare una mano in ufficio, stare a casa non le piaceva.

Clara era sola, divorziata, senza figli, frequentava pochi amici, forse il suo carattere riservato non aveva contribuito a creare rapporti duraturi, ma stava bene da sola. Nel tempo libero leggeva, andava al cinema o a fare acquisti, passava l’estate al mare.

Viveva in modo sobrio, ma i risparmi di decenni di lavoro le permettevano una vita agiata, era proprietaria dell’appartamento in cui abitava e di una villetta a schiera sul lago. L’unica parente era una sorella che si era sposata con un tedesco conosciuto in vacanza a Rimini e si era trasferita da quasi quarant’anni in Germania.

Una sera aveva sentito suonare alla porta: era la nuova inquilina che le chiedeva consigli per una parrucchiera in zona, doveva tingere e tagliare i capelli e non si fidava ad andare a caso. Clara la fece accomodare, scusandosi per il disordine, Maria entrò timidamente, si guardò attorno e lodò l’ampio salone e la vista che si vedeva dall’ultimo piano. Clara offrì il caffè e chiacchierò volentieri, sorpresa dalla facilità con cui riusciva ad attirare la curiosità di Maria.

Dopo qualche giorno, sentì il campanello ed era nuovamente la vicina, venuta a farle vedere la nuova acconciatura: per ringraziarla del consiglio aveva portato dei biscotti fatti in casa.  Clara era da tanto che non riceveva un regalo, quasi si commosse.

Maria le raccontò di essere una brava cuoca, le piaceva cucinare anche se negli ultimi tempi sbagliava le dosi, prima la famiglia era numerosa e adesso cucinando per lei e il marito, avanzava sempre del cibo. Da un formale lei erano passate al tu. La settimana successiva, all’ora di cena, Clara sentì dei passi furtivi sul pianerottolo, guardò attraverso lo spioncino e vide Maria.  Senza aprire la porta le domandò con voce spaventata cosa volesse a quell’ora e sentì la vicina rispondere velocemente: “Hai già cenato? Ti ho portato una cosa che ho fatto io, l’ho appena tirata fuori dal forno”.

Quando Clara aprì la porta, Maria le porse un piatto coperto che emanava un invitante profumo di ragù: era una porzione di lasagne, il piatto era molto caldo, Clara lo andò a posare in cucina e quando tornò in ingresso Maria se n’era già andata.

La stessa scena si ripetè diverse volte ad ora di cena, Clara era sorpresa di sé stessa, stava cominciando ad abituarsi alla compagnia, alle chiacchiere inconsistenti, alle visite a sorpresa. Fece spallucce – si vede che sto invecchiando- concluse.

Un sabato Maria le chiese se poteva accompagnarla al supermercato, visto che Luigi era impegnato: Clara era libera come al solito e dopo quella volta andarono spesso insieme a fare acquisti. La nuova amica sembrava impreparata ad affrontare la vita, non aveva la patente, ogni novità la rendeva titubante e preoccupata. Clara cominciò a dispensare consigli, le mostrò come usare la carta di credito e il bancomat, suggerendole di rivolgersi alla filiale della sua banca.

Una sera le girava la testa e si era sdraiata sul divano: aveva faticato a raggiungere la porta quando il campanello aveva suonato. Oltre la porta c’era Maria con una porzione di arrosto.

“Come sei pallida, cos’hai?”.

 “Non mi reggo in piedi, sarà l’influenza. Scusa ma l’odore di cibo mi dà fastidio, entra pure in casa, io vado a sdraiarmi”.

“Non preoccuparti, vado a mettere il piatto in frigorifero, quando ti senti meglio lo mangi”.

Clara non ricordava di essersi addormentata, ma quando si era svegliata sul divano in piena notte, aveva visto Maria seduta su una sedia che la osservava. “Ti sei fermata, che cara, non dovevi….”  Aveva bevuto dalla tazza che Maria le porgeva e si era fatta accompagnare a letto.

Con alti e bassi la debolezza non era più andata via, Clara si sentiva insicura e si era affidata alla coppia per le cose di ogni giorno, all’inizio si faceva accompagnare al lavoro da Luigi, ma poi aveva rinunciato ad andare in ufficio e stava in casa, accudita in tutto e per tutto da questi amici così premurosi.

Non si ricordava quando aveva cominciato a farsi strada il dubbio: forse aveva sentito accennare a qualcosa di sospetto, oppure era stato un brusco cambio di tono o di argomento. Qualcosa non tornava: dormiva moltissimo, non ricordava di aver visto un medico. Non trovava più il cellulare, lo chiese a Maria. “Suonava, hai cercato di rispondere e hai rovesciato il bicchiere, l’ho preso io, eccolo”. Il telefono non funzionava, era fuori uso a causa dell’acqua.

Nelle poche ore di veglia l’ansia la assaliva, doveva parlare con sua sorella. Un giorno, non sapeva più da quanto fosse a letto, provò ad alzarsi ma le gambe non l’avevano sorretta, Luigi era subito intervenuto a rimetterla sdraiata.

Clara aveva paura, aveva capito di essere in balia della coppia, doveva far qualcosa.

Dopo numerosi tentativi andati a vuoto era riuscita ad arrivare fino al telefono fisso e fare il numero della sorella: una voce femminile aveva risposto subito, lei si era messa a piangere e aveva chiesto aiuto.

Il giorno dopo era arrivata Rachele, una giovane infermiera mandata da sua sorella, accompagnata da un medico che l’aveva visitata a fondo.  Maria e Luigi erano scomparsi, gli incubi erano diminuiti, erano più lunghi i periodi di veglia. L’infermiera le aveva detto che probabilmente era stata intossicata, il suo malessere così improvviso e persistente non era dovuto ad una malattia.

Rachele le aveva promesso che l’avrebbe accompagnata alla polizia non appena avesse ripreso le forze.  Intanto per curarsi aveva bisogno di medicine costose: Clara aveva dato a Rachele il bancomat per andare in farmacia.

Per fortuna adesso stava meglio. Si guardò intorno, leggere era troppo stancante, avrebbe acceso la televisione. Era da sola, l’infermiera era uscita da poco. Strano che sua sorella non l’avesse più richiamata per sapere come stava……vide sul tavolino vicino alla porta un cellulare, doveva averlo dimenticato Rachele. Con molta fatica si mise in piedi e appoggiandosi  al tavolo e alla libreria  arrivò fino al telefono.

Lo prese e digitò il numero della sorella: la prima volta il numero era sbagliato, poi sentì la voce di suo cognato Markus, che parlava un italiano stentato.

“Clara, da quanto tempo! Tu non rispondere al telefono, noi preoccupati, come stai?”

“Sto migliorando, grazie per avermi mandato l’infermiera”

“Infermiera? Noi mandato? Tu malata? Cosa stai dicendo?”

Clara rimase impietrita, nel frattempo il cellulare aveva vibrato, era arrivato un messaggio whatsapp.

Mentre sentiva suo cognato ripetere “Clara, Clara, rispondi….” guardò lo schermo: “vuotato il conto?” diceva il messaggio e arrivava da Mami che aveva la faccia sorridente e senza occhiali di Maria.

 

Menzione d’onore, Premio Letterario Internazionale AA.VV "Lo Splendore Del Talento, Scintille D’Arte" 2019 ", Casa editrice Cento Verba.

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La vigna

La vigna

Non dovevo nascere femmina. Con questa frase nonna Augusta aveva iniziato a raccontare mentre stavamo pranzando nella sua cucina ricca di profumi di altri tempi. Era sabato e mi aveva invitato a casa sua, era da un po’ che non mi vedeva e voleva sapere del mio lavoro. Parlando dei responsabili, mi ero lamentata che la dirigenza fosse maschile e che le donne ricoprissero solo ruoli di second’ordine. La nonna risistemava, aveva portato i piatti nel lavandino, si era asciugata le mani ed era tornata a sedersi al tavolo. Mi aveva guardato e annuendo aveva commentato: “Il mondo diventa più moderno ma certe cose non cambiano, se penso a mio padre…”.

“Dai nonna, racconta, non mi hai mai parlato del bisnonno”.

“Non dovevo nascere femmina, mio padre aspettava un maschio dopo che la tua bisnonna aveva già messo al mondo due bambine, di cui una morta subito dopo il parto. Nel Monferrato degli anni ’30 avere solo femmine era una disgrazia, la “roba” sarebbe passata in mano ai generi o ad altri parenti. Non che fossimo ricchi, ma mio padre possedeva un podere, dei campi e qualche bestia.  La vita era dura, molto lavoro per tutti, anche per noi bambine. Io dovevo badare alle oche e al pollaio, le galline erano magre, spennate e litigavano per il poco cibo. Poi è nato mio fratello Giuseppe, tuo prozio, e si fece una grande festa. Lui era il prediletto, ogni suo desiderio diventava un ordine, lui era escluso dalle faccende domestiche e noi sorelle dovevamo rifare il suo letto e badare ai suoi vestiti. Ma non ci pesava: Giuseppe era sempre felice, aveva un sorriso ammaliatore e tua zia ed io eravamo contente di avere un fratello così bello. Mio padre stravedeva per lui e decise di fare grandi progetti per il suo futuro: si indebitò per acquistare il versante ripido di una collina rivolta a sud da destinare a vigna. Si fece aiutare da parenti e amici per preparare il terreno: la terra era dura, argillosa e quando pioveva scorrevano fiumi di fango. La pendenza rendeva tutto più faticoso e instabile, piantare i tutori di legno si rivelò un’impresa. Prima che la vigna nuova potesse dare i suoi frutti dovevano passare anni, e nel frattempo il nonno doveva ripagare il debito. Se prima la vita era dura, da allora divenne durissima: lavoravamo sempre, vendevamo tutto il commestibile e a noi rimanevano solo gli ortaggi mezzi marci e la carne di una gallina vecchia ogni tanto. Oltre alla vigna c’erano i campi di grano e granoturco, le bestie da badare, in estate il lavoro non finiva mai: avevo paura dei temporali e dei fulmini ma il papà mi obbligava ad andare nei campi con qualsiasi tempo. Pur nelle ristrettezze Giuseppe aveva sempre i bocconi migliori, doveva crescere forte e sano per diventare il padrone. Io andavo bene a scuola e mio padre sembrava più indispettito che contento, perché non aveva una scusa per farmi stare a casa e mandarmi nei campi. Mia sorella Maria, dopo aver imparato a leggere, scrivere e far di conto, fu messa a badare a Giuseppe, ma lei era contenta, non doveva percorrere  chilometri a piedi per raggiungere la scuola e fare i compiti la sera a lume di candela. Maria non chiedeva altro dalla vita che sposarsi ed avere dei figli.”

 “Tua mamma, la mia bisnonna, non diceva niente?”

“Mia mamma ubbidiva e basta, le donne erano abituate così, mai contrastare il marito. Poi ci fu la guerra: mio papà aveva superato i quarant’anni e Giuseppe era ancora un bambino, nessuno partì per il fronte. I soldati facevano razzie per le campagne: imparammo a nascondere galline, vacche e raccolti, lasciavamo in vista solo qualcosa da prendere perché se ne andassero prima possibile. Intanto il debito continuava a crescere…Un lontano parente, senza né moglie né figli, era caduto potando un albero ed era gravemente malato: mio padre si offrì di ospitarlo in casa, non per carità cristiana ma puntando all’eredità. Mia sorella si era da poco sposata, così lo sistemarono in camera con me, obbligandomi a badare a lui, nonostante le mie proteste. Aveva un odore terribile, odiavo andargli a svuotare il pitale e curare le sue ferite. Tutto per i soldi, per la vigna che non sarebbe mai stata mia. Per fortuna dopo un anno e mezzo è morto….”

“Ma nonna, cosa dici!”

“Lo so, è brutto parlarne così…ma ancora adesso ricordo con disgusto quel vecchio, volevo trasferirmi da mia sorella ma non era possibile. Finita la guerra decisi di studiare per diventare maestra: mio padre non era d’accordo, non fu facile convincerlo, ma i soldi che avrei guadagnato li avrei dati a lui e a quel tempo le maestre erano importanti e rispettate. Poi ho conosciuto tuo nonno e il resto della storia la sai: nel 1955 mi sono sposata e trasferita a Milano, dove ho continuato ad insegnare fino a che è nata tua madre. Come dote i miei genitori mi hanno dato dei soldi, e come era già successo con mia sorella, ho dovuto firmare dei documenti per la cessione della casa e dei terreni a mio fratello. Ero contenta, ho capito solo tempo dopo che quello che mi spettava di diritto era molto di più, un terzo di tutti gli averi di mio padre, non una piccola somma come regalo di nozze.  Tutto diventava del figlio maschio, come era stato stabilito fin dalla sua nascita. Dopo diversi anni la vigna cominciò a dare i suoi frutti e lo zio Giuseppe iniziò a produrre un vino rosso di qualità. La sua cantina divenne rinomata mediante il passaparola degli astigiani che si erano trasferiti in città, e lui acquistò un camion per consegnare bottiglie e damigiane a Torino, Milano, Genova. Era un giovane attraente e le ragazze gli correvano dietro, anche perché non era più un semplice contadino ma un imprenditore.  Si innamorò di Giovanna, si sposò poco più che ventenne e dopo qualche anno nacquero Edoardo e Paolo, che crebbero come dei principini accuditi dalla nonna.  La giovane coppia abitava nella casa in cui ero cresciuta e che venne allargata con nuove stanze e con portici per i nuovi macchinari. I miei genitori abitavano con loro, li vedevo poco, loro venivano raramente a Milano per vedere me e tua mamma. 

Poi a quarant’anni Giuseppe morì a causa di un infarto, fu un dolore davvero grande per tutti.  Mio padre, quasi ottantenne, vedovo, rimase dapprima impietrito, poi si fece forza per aiutare la giovane vedova e i suoi bambini.  Morì pochi anni dopo e la zia Giovanna, una “forestiera”, ereditò tutto, compresa la casa e la vigna.  Lei non era legata alla terra, doveva mantenere la famiglia e così cedette i terreni. Proprio ieri la tua prozia mi ha telefonato per dirmi che i suoi figli hanno deciso di vendere la collina ad una grande azienda vinicola, era da anni che ricevevano offerte e questa volta hanno accettato.  Così ho appreso con amarezza che la vigna, comprata per merito del mio lavoro, e per la quale da adolescente ho dovuto sopportare quell’orribile vecchio, è stata ceduta: mio padre aveva investito per il futuro, un futuro però di cui io non facevo parte. Tutto perché ero una femmina”.

La nonna si alzò per preparare il caffè. Erano molte le domande che le volevo fare, perché il fratello non avesse tutelato gli interessi delle sorelle o perché non si fosse rivolta ad un avvocato una volta compresa l’ingiustizia, ma rimasi zitta, guardando mentre riempiva la moka. Forse la figlia che porto in grembo tra vent’anni si chiederà perché le donne della mia generazione hanno sopportato delle discriminazioni e io le racconterò cosa succedeva ai tempi della sua bisnonna: “C’era una volta una bambina che non doveva nascere femmina…”

 

Racconto pubblicato sull’antologia  del concorso letterario 2019 “Voci di Notte-Donne”,  a cura dell’Associazione Mirò

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L’ex collega

Scese dalla macchina con in mano la moneta per il carrello e le borse di plastica colorate e si avviò verso l’ingresso del supermercato guardando a destra e sinistra prima di attraversare la strada.

Oltre le porte scorrevoli una donna con i capelli grigi mossi attirò la sua attenzione: indossava una giacca con cappuccio di finto pelo giallo, pantaloni attillati di un nero sbiadito, stivaletti dal tacco basso, zaino sintetico verde militare. Abbigliamento non da lavoro, dopotutto erano le 11 di giovedì.

La linea delle spalle leggermente pendente a destra, la bassa statura, il corpo magro le erano familiari, si soffermò ad osservarla mentre si allontanava con passo affrettato.

Luisa spinse il carrello e avanzò tirando fuori dalle tasche del piumino la lista della spesa: maledisse le righe che si confondevano e tirò fuori dalla borsa gli occhiali graduati.

In lontananza mise a fuoco nuovamente il giallo della giacca della donna che aveva attirato la sua attenzione. Era una sua coetanea, non c’erano dubbi. Fece la coda alla bilancia per pesare le banane, il ragazzo prima di lei era occupato al telefono.  Sbuffò.

Clara! Ecco chi era! L’avrebbe raggiunta e l’avrebbe salutata calorosamente, quanti anni erano che non si vedevano? Venti o forse qualcosa di più. Erano state insieme nella stessa azienda vicino a piazza San Babila, lei era quasi trentenne, Clara aveva qualche anno in più, quanti? Due, quattro?

Luisa era in pensione da soli pochi mesi, il lavoro non le mancava. Faceva fatica ad abituarsi a tanta libertà, ma di mezzi pubblici, colleghi, riunioni, superiori ne aveva avuto abbastanza.

Diverso era il tempo quando lei e Clara erano colleghe: i ragazzi e le ragazze con cui lavoravano erano simpatici, la squadra era affiatata, ci si fermava fino a tardi in ufficio e dopo c’era ancora tempo per un aperitivo insieme, nella Milano Da Bere di fine anni ’80. Confidenze, amicizie, amori, il capo che non capiva niente, tutto si confondeva nell’entusiasmo delle nuove avventure.

Lo stipendio non era male e tutti volevano far carriera, erano poche le donne a lavorare in un settore di ingegneri e tecnici informatici e per queste poche la vita non era facile.

Clara era timida, impacciata, non vestiva alla moda, ma era amica di tutti. La bassa statura suscitava tenerezza, e poi era una donna così determinata, portava avanti le sue idee senza cedimenti.

Mise nel carrello i biscotti integrali e i succhi di frutta al pompelmo e proseguì verso il banco dei freschi per prendere gli yogurt. Rabbrividì. Una cinquantenne fresca di parrucchiere la urtò con la borsa e proseguì senza voltarsi.

Clara era però cambiata dopo qualche anno di lavoro insieme: era stata promossa a “quadro” e il suo modo di parlare era diventato imperioso, il timbro di voce scostante, meno chiacchiere con i sottoposti, solo indicazioni secche a cui non era possibile replicare.

Luisa era stata declassata da amica a “truppa che esegue gli ordini”, Clara le rivolgeva al mattino solo un saluto distratto e solo qualche frase di circostanza durante la pausa caffè.  Nello sviluppo di un progetto aveva provato a discutere con Clara su come eseguire alcuni compiti che le erano stati assegnati, ma si era sentita rispondere bruscamente di fare come le era stato indicato, senza discutere.

Spinse il carrello più avanti, scelse una marmellata di prugne senza zucchero. Una giovane coppia stava litigando più avanti, lei carina, lui con un tatuaggio sul collo che spuntava dal giaccone.

All’inizio degli anni ’90 era nata Alice, Luisa era stata a casa diversi mesi e riprendere il lavoro non era stato facile. E poi tutto era cambiato, non era più la Milano da Bere ma era la Milano di Mani Pulite.

Il clima era teso, Clara, senza figli e senza un compagno fisso, l’aveva ripresa più volte perché non si fermava fino a tardi come prima. Il lavoro era svolto senza errori, ma non partecipare a riunioni dell’ultimo minuto solo perché doveva tornare a casa da sua figlia era segno di mancata dedizione al lavoro.

Dedizione al lavoro? Aveva detto davvero queste parole così ridicole? Si stava innervosendo ricordando quelle frasi, quei commenti inopportuni.  Dopo i saluti di rito Luisa le avrebbe rinfacciato il modo in cui l’aveva trattata, allora pensava che fosse colpa sua, ma poi trent’anni di lavoro le avevano insegnato molte cose. Sua figlia Alice non si sarebbe mai fatta trattare così.

Entrò nella corsia del vino e improvvisamente un altro episodio sgradevole le tornò in mente: erano in tre nella piccola sala riunioni senza finestre in centro a Milano, Clara, Luisa e Daniela, una biondina dell’amministrazione.

Clara era una fumatrice incallita, allora si poteva fumare in ufficio anche se si conoscevano già i danni del fumo passivo. Luisa e Daniela non fumavano.  Il clima ad inizio giornata era disteso, stavano discutendo di un progetto appena iniziato e Clara ascoltando si era accesa la seconda sigaretta: Luisa le aveva detto con tono amichevole che stava avvelenando lei e la collega, il fumo dava fastidio, poteva sicuramente aspettare la pausa pranzo per fumare.

In un attimo lo sguardo di Clara era passato dalla sorpresa al disprezzo: le aveva risposto che lei era superiore di grado per cui poteva decidere se fumare o meno, Luisa doveva tacere e smetterla di rompere.

Luisa, umiliata, era rimasta senza parole e ancora adesso si rimproverava di non aver saputo rispondere a tono.

Ma adesso glielo avrebbe detto, prima baci e abbracci, poi le avrebbe rinfacciato di essere stata odiosa, altroché la collega-amica, la professionista senza macchia osannata da tutti!

Spinse con furia il carrello e nella corsia dei detersivi affiancò quello di Clara. Lei si voltò, occhi chiari, la pelle del viso leggermente macchiata dall’età e dal sole, occhialetti con montatura in metallo, un foulard colorato intorno al collo, una ciocca di capelli grigi che terminava con una sfumatura di verde sul lato destro. Anche quand’era giovane portava degli orecchini a forma di foglia come quelli che indossava adesso. Le sorrise e scostò il carrello pensando che ingombrasse.

Luisa le posò una mano sul braccio, sfiorando il morbido giaccone giallo e disse quasi urlando:

-          Clara? Da quanti anni non ci vediamo!

Uno sguardo sorpreso la fissò attraverso le lenti:

-          Mi spiace, deve avere sbagliato persona, non mi chiamo Clara e non credo di averla mai incontrata prima.

La sconosciuta spostò il carrello e proseguì verso i surgelati, lasciando Luisa impietrita nella corsia affollata del supermercato.

 

Racconto pubblicato nella raccolta “‘U sfinciuni”, AAVV, X Edizione concorso letterario Oceano di Carta, Edizioni Sensoinverso, 2019

 

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Gennaio

Gennaio  

 “Ondata artica, allarme gelo”, stava strillando la voce, “…l'ennesima anomalia dopo un anno segnato da un andamento climatico estremo con caldo e siccità alternati a violenti temporali”.

Anna spense la radio, parcheggiò la vettura ancora densa di umidità e si avviò alla fermata della metropolitana, dove la ressa le trasmise un piacevole tepore dopo il freddo accumulato raschiando il ghiaccio dai vetri dell’auto. Nella carrozza l’aria era viziata già a quell’ora e ad ogni fermata la gente che saliva rendeva il poco spazio sempre più opprimente.

Arrivata in centro scese e seguì la folla, salì le scale tenendosi al corrimano perchè gli scalini erano scivolosi. Le vetrine sotto i portici erano ancora decorate per le feste,  nel buio dei negozi chiusi stelle e festoni argentati mettevano malinconia in quel gelido mattino di inizio anno.

Per strada i rifiuti strabordanti erano il ricordo dei molti visitatori della sera precedente e di chi aveva trasformato nella propria dimora quel passaggio coperto: da un cestino spuntava una trapunta azzurra, troppo sporca o bagnata per essere utilizzata nuovamente, intorno bottiglie di birra, mozziconi e cartacce.

Si coprì la testa con il cappuccio bordato di pelo e si incamminò nella galleria. Le colonne in pietra erano scarabocchiate, alla base chiazze di liquidi maleodoranti.

“Il forte e repentino abbassamento della temperatura con l'arrivo del gelo artico mette a rischio soprattutto i senzatetto, i volontari stanno mettendo in atto misure speciali per evitare i disagi per le temperature di molti gradi al di sotto dello zero per più giorni” aveva detto la voce alla radio.

Numerosi clochard trascorrevano la giornata sotto i portici, uomini dal corpo precocemente invecchiato, creature fragili incapaci di vivere una vita “normale”. Anna ne aveva in mente uno in particolare, di età indefinita con il berretto di lana sempre calcato in testa.  Magro, di bassa statura, aveva uno sguardo disorientato e un sorriso con pochi denti, sedeva vicino al negozio di giocattoli con davanti un sottovaso verde in plastica. Se lo ricordava perché teneva in braccio un vecchio cane dal pelo corto, un meticcio scuro di taglia piccola con il muso imbiancato, che scodinzolava quando i passanti si avvicinavano.

Sperò che non si facesse cogliere impreparato dal maltempo invernale. La settimana precedente aveva visto due persone con la pettorina accucciati di fianco a lui: gli parlavano, forse volevano sapere come stava o forse cercavano di convincerlo a trasferirsi in un centro di accoglienza invece di dormire in strada. Lui sorrideva con gli occhi lucidi, scuotendo la testa, il ricovero che gli proponevano non faceva per lui.

Anna procedette a passo spedito e in fondo ai portici non ancora illuminati dalla luce del giorno scorse una tendina sintetica verde e blu. Bene, pensò, i volontari erano riusciti a far accettare ad un “bambino sperduto” un riparo che non era stato ancora ceduto in cambio di qualcosa da bere. Anna sperò che si trattasse del mendicante con il cane.

Quando affiancò la tendina non resistette alla tentazione di controllare: la cerniera era aperta ma, al posto del berretto di lana che si aspettava di trovare, vide due cani acciambellati che dormivano uno appoggiato all’altro. Si trattava dell’anziano cagnolino e di un cane di taglia media con il pelo fulvo, con un ciuffo che ricadeva sugli occhi cisposi. Avvertendo la sua presenza il più giovane aprì gli occhi, annusò l’aria e sbadigliò sonoramente mettendo in luce una fila di denti bianchi.

Anna rallentò il passo sorpresa e vide che poco oltre giacevano, su cartoni piegati con cura, due sacchi a pelo, parzialmente coperti da trapunte, che lasciavano intravedere le sagome di persone addormentate.

Si sentiva russare sopra il cartone: anche dalla tenda proveniva un quieto ronfare canino.  Nonostante fossero in difficoltà per il gran freddo, i senzatetto avevano utilizzato la tenda per proteggere gli amici a quattrozampe, il loro tesoro, i veri compagni con cui condividevano la loro solitudine.

Tra i due gruppi di dormienti troneggiava una sacca con sopra un panettone e due lattine di cibo per cani, i doni lasciati da un Babbo Natale passato in gennaio, per scaldare il cuore e lo stomaco di questi compagni di strada.

Racconto premiato, Concorso Nazionale Artistico/Letterario “Una capitale a 4 zampe”, pubblicato sull’antologia “Amico a 4 zampe” 2019, Edizioni  Akkuaria

 

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Il viaggio

Il viaggio

Racconto secondo classificato, Premio Letterario nazionale “È meglio scrivere…(racconti)”,III edizione  anno 2018, Associazione Culturale I.C.S.  Roma, pubblicato sull’antologia di poesie e racconti, Youcanprint.

 

Chiuse il libro e lo appoggiò sul mobile che faceva le veci del comodino, dove altri volumi attendevano di essere letti.

Sfilò gli occhiali e li appoggiò con delicatezza sulla copertina rigida del romanzo di Nadine Gordimer. Non era mai stata in Sud Africa e non avrebbe mai passeggiato per Città del Capo.

Dal letto alzò gli occhi al soffitto e si disse che forse, a fine primavera, avrebbe fatto imbiancare la stanza.

Nell’angolo a sinistra, poco sopra alla porta notò un’ombra grigia.

Teresa, scostò le coperte. Appoggiò i piedi a terra e infilò le ciabatte. Si stirò la schiena e camminando lentamente, con la mano destra appoggiata sul fianco, si avvicinò al muro. L’ombra grigia era una sottile ragnatela, dopo avrebbe preso lo spazzolone.

Dopo, una parola dai mille significati. Aveva una lunga giornata davanti, molte ore da organizzare. Teresa viveva da sola, da due anni era vedova. Aveva da poco festeggiato gli ottantacinque anni, molto passato poco futuro.

In cucina accese la radio e si preparò il caffè. Si sedette al piccolo tavolo e sfiorò con affetto l’artigianato etnico appeso alle piastrelle: vasellame, posate decorate, tessuti colorati a mano. Avevano molto viaggiato, lei e il marito, prima in auto per i paesi europei, la Turchia e il nord Africa e poi in aereo per raggiungere mete prima inaccessibili, come la Cina.

Ogni viaggio era una scoperta, una lingua diversa, cibi speziati, visi dai tratti esotici, oggetti da acquistare per gli amici ed i parenti. Gioielli, collane, spille, anelli, che adesso indossava meno, ma si sentiva felice quando apriva la scatola che li conteneva. Molti ricordi in quelle pietre, perline e cuoio colorati.

E foto, foto stampate su carta, che conservava in un grande cassetto del tavolo in sala. Le aveva guardate e riguardate, lasciando impronte sulla stampa. Andò in sala e fece scorrere con fatica il cassetto del tavolo in legno massiccio: immerse entrambe le mani e tirò fuori una manciata di immagini dai colori innaturali.

Lei ed il marito al Gran Bazar di Istanbul, sorridenti davanti al Partenone, con un gruppo di donne in costume tipico in una festa di Pasqua in Bulgaria.

Avevano iniziato a viaggiare quando il figlio era partito per il militare, avevano riempito la macchina bianca, una Fiat 124, di viveri per spendere meno possibile. Dormivano in case private, condividendo il bagno, ma erano privilegiati a poter viaggiare negli anni ’70. Ancora adesso Teresa si sentiva una privilegiata, ma tutti questi ricordi le pesavano, o meglio, le pesava la mancanza di nuove avventure.

Senza il marito, aveva perso il gusto di riempiere valige e prendere aerei, i coetanei le sembravano anziani e noiosi, sempre alle prese con qualche malanno. Di andare in vacanza con figlio e nuora non se ne parlava, erano amanti dei soggiorni marini in resort di lusso, non si muovevano mai dall’albergo, tutto il contrario di quanto piaceva a lei.

Aveva deciso di fare gite solitarie in treno, partendo al mattino e tornando nel tardo pomeriggio, lo sconto per i senior era conveniente.

Passava il tempo curando le sue amate piante, gerani, viole, dalie che crescevano vigorose e multicolori su davanzali e balconi del suo trilocale al quarto piano. Da due settimane però non poteva più bagnare il vaso agganciato alla balaustra della portafinestra dello studio: una coppia di tortore avevano fatto il nido nell’angusto spazio tra la finestra e la ringhiera e lei era indecisa se cacciarle o ospitarle. Dopotutto era casa sua. Le tortore sono come i piccioni, pensava, bestiacce che sporcano e puzzano, ma più eleganti e silenziose.

Andò in bagno e si vide nello specchio: una donna anziana, i capelli bianchi spettinati, la pelle del viso grigia e macchiata, le labbra sottili e screpolate, il collo rugoso. Gli occhi chiari ancora belli, ma infossati con ai lati zampe di gallina. “Deliziose rughe di espressione” le chiamava Roberto, quanto le mancava il suo amato compagno.

Nello studio, o meglio nella vecchia stanza di suo figlio, una bianca tenda di cotone con motivi floreali copriva il vetro, oltre c’era il nido che si intravedeva. Decise di non scostare la tenda, poteva spaventare gli uccelli. La geometria dell’appartamento permetteva di vedere il nido dal piccolo balcone della cucina: uscì fuori e vide una tortora color caffelatte accovacciata, mentre l’altra era appollaiata vigile sull’albero nel cortile.

Chissà cosa provano gli uccelli? pensò.  La tortora prese il volo e si avvicinò sbattendo le ali per dare il cambio a quella immobile nel nido.

Teresa emise un verso, una sorta di richiamo che sua zia usava per le galline. La tortora non si mosse, ma inclinò la testa e mosse il becco scuro su e giù fissandola con l’occhietto circolare. Che fosse una specie di risposta? Un saluto? Teresa non se la sentì di distruggere il nido, decise di portare pazienza e vedere cosa sarebbe successo.

Nei giorni successivi prese l’abitudine di controllare la coppia più volte al giorno, al mattino dopo colazione, quando sparecchiava a fine pranzo e prima che facesse buio. Difficile capire quale fosse il maschio e quale la femmina, le dimensioni erano uguali, come pure il collare che ornava le penne. Gli uccelli la guardavano con attenzione, ma non sembravano spaventati e continuavano a covare. A volte trovava in casa una piuma, la traccia della loro presenza.

Passarono i giorni e vedendo gli uccelli prendere il volo sempre più spesso Teresa comprese che qualcosa era successo. Mise una sedia a sdraio sul balcone, in aprile l’aria era tiepida e si stava bene. Un punto di osservazione perfetto.

Le sembrò di intravedere delle testine muoversi velocemente nel nido: Teresa era emozionata, erano nati gli uccellini! Uscendo per fare la spesa raccontò delle tortore alla vicina incontrata sull’ascensore, eccitata nel pomeriggio telefonò al figlio che non sentiva da settimane. Non importava che avesse ricevuto dei gelidi commenti di risposta, si sentiva felice come una bambina il giorno di Natale.

Da quel momento ogni mattina si svegliava e sperava che non piovesse, la pioggia avrebbe disturbato la famigliola e sarebbe stato più difficile per i genitori recuperare il cibo per i pulcini.

Trascorsero due settimane, poi senza preavviso gli uccelli smisero di volare avanti ed indietro, dimentichi della caccia.

Teresa rimase ore fuori sul balcone insieme alle sue letture, ma senza riuscire a vedere i giovani nel nido.

Avevano già preso il volo? Fu assalita da un senso di abbandono e di delusione nei confronti dei pennuti che aveva osservato per giorni.

Era ora di aprire la porta finestra e lavare e disinfettare il marmo, ma le tortore presidiavano ancora il nido, pulendosi le piume e tubando. Indispettita Teresa tornò ai suoi libri, che leggeva sul balcone all’ombra di una tenda, per ripararsi dal sole ormai troppo caldo.

Dopo qualche giorno, quando una delle tortore si sollevò dal nido, scorse il profilo inconfondibile delle uova. Nuove piccole ali sarebbero nate e avrebbero preso il volo. Avrebbero visto tetti, cime di alberi, viali, piazze, campanili, prati, campi e poi spiagge.

Rientrò in casa e nel corridoio vide la sua immagine riflessa in uno specchio dalla cornice di legno intarsiato: le guance erano arrossate dal sole, gli occhi grigio-azzurri risaltavano vivaci, sembrava più giovane.

Seduta al tavolo della cucina, chiuse gli occhi e immaginò di essere un uccello. Sentiva il corpo fendere l’aria, il vento sfiorarla senza farle male. Stava sorvolando paesaggi già visti e risentì rumori e odori incontrati decenni prima. Poteva spingersi oltre e fantasticò di paesi non ancora visitati, vide dall’alto luci e colori di torri e palazzi visti solo sui libri.

Il viaggio stava continuando.

 

 

*

La madre

Era in mare su una piccola barca di legno che ondeggiava piacevolmente.  C’era il sole ma non scottava, l’aria era tiepida. Improvvisamente il vento faceva rollare l’imbarcazione, il cielo diventava grigio, si alzavano onde altissime, da lontano sentiva delle voci, qualcuno stava chiedendo aiuto, aveva fame, ma lui non lo vedeva, la sua barca stava per rovesciarsi….

Si svegliò agitato, solo un lieve chiarore filtrava nella stanza dai lampioni in strada. Era nel suo letto, il letto matrimoniale che occupava da solo.  Guardò la sveglia, le 4, tra poco si doveva alzare.

Salvatore faceva il fornaio, aveva imparato da bambino a fare il pane. A vent’anni dalla Calabria si era spostato a Milano e lavorando sodo aveva potuto mettere via i soldi per sposare Teresa, e prendere una casa in affitto in un nuovo quartiere che stava sorgendo nella periferia sud-ovest.

“Perché lavorare sotto padrone?” gli aveva detto sua moglie e così era iniziata la loro avventura, con i risparmi avevano aperto una panetteria dove lavoravano entrambi. Una vita faticosa, ma loro erano giovani e innamorati, il lavoro non gli pesava.

La periferia brulicava di giovani coppie come la loro, chi veniva dal Sud, che dal Veneto o dal Piemonte, tutti lavoravano, il successo e il benessere erano a portata di mano. Potevano comprare a rate il frigorifero, la lavatrice e se mettevano via più soldi, tra qualche anno avrebbero potuto permettersi una 500 con cui andare a trovare i parenti.

Quando Teresa gli disse che era incinta Salvatore si sentì orgoglioso, ma anche preoccupato, non potevano permettersi un lavorante. La pancia cresceva ma Teresa non si assentò mai, senza lamentarsi stava in negozio, a servire il pane, le gambe le si gonfiavano ma lei continuava a sorridere.

Nacque Maria Adele, le diedero il nome di entrambe le nonne. Teresa allattava in negozio, prendendosi delle brevi pause quando non c’erano clienti.

Erano fortunati e cominciarono a chiudere un occhio se qualche mamma con bambini diceva di mettere in nota o se qualche anziano non aveva tutti i soldi per pagare. Iniziarono a regalare il pane a fine giornata. I soldi messi da parte crescevano lentamente, ma loro erano felici così.

Nacquero Daniela e Carmen, dopo tre femmine rinunciarono al maschio che Salvatore tanto desiderava.

Nel frattempo la città cresceva, un lavorante aiutava nel forno e marito e moglie si alternavano in negozio.

Salvatore non si ricordava come fossero passati gli anni, i capelli si erano fatti sale e pepe, alcuni amici erano tornati al paese, altri si erano arricchiti e avevano cambiato zona di Milano. Loro avevano fatto studiare le figlie, avevano comprato un bilocale e i muri della panetteria. Niente vacanze, vita dura. La figlia più grande si era sposata, le altre due avevano cambiato città.

Poi Teresa si era ammalata, il cancro li aveva colti impreparati, avevano ancora molti anni da passare insieme. Lei non si era arresa, aveva insistito perché Salvatore non mancasse dalla panetteria, molte persone dipendevano dalla loro generosità.

La loro panetteria era rinomata per il pane molto soffice: il motivo era la lievitazione che avveniva per merito della pasta madre che Teresa e Salvatore avevano creato e da anni mantenevano con perseveranza. La fermentazione acida era molto più lenta e richiedeva una lavorazione più complessa, ma Salvatore aveva sempre fatto il pane così, mettendoci le sue tradizioni e la sua passione.

Pochi giorni prima di morire Teresa aveva affidato la “madre” a Salvatore chiedendogli di mantenere in vita quanto avevano realizzato insieme, ricordandogli che molte persone avevano bisogno di loro, del pane caldo che loro donavano con umiltà e gli altri ricevevano con riconoscenza.

Salvatore non aveva saputo dire di no, aveva promesso e adesso che stava per compiere settant’anni continuava a lavorare da solo nel vecchio negozio.  I capelli erano ingrigiti, la sua schiena si era curvata e le figlie continuavano a dirgli di smettere, di cominciare a fare il nonno a tempo pieno, ma lui non se la sentiva di infrangere la promessa fatta a sua moglie.

Si alzò, si lavò e si recò nel forno che distava poco da casa. L’impasto, che aveva lievitato tutta la notte, era pronto per essere trasformato in filoni, pagnotte, panini dolci e salati. Rinfrescò la pasta madre impastandola con farina e acqua. 

Il negozio era chiuso, ma prima che sorgesse il sole qualcuno avrebbe bussato e Salvatore, pulendosi le mani nel grembiule, gli avrebbe consegnato il pane caldo, aiutandolo ad affrontare una dura giornata lavorativa.

Anche oggi avrebbe preparato le focacce per i bambini che andavano a scuola, la pizza per chi non poteva permettersi un pranzo più sostanzioso, avrebbe sorriso agli anziani che faticavano ad aprire la porta. Molti dei suoi clienti lo avrebbero salutato chiamandolo per nome e lui in quei momenti, anche se stanco, si sarebbe sentito bene.

Il suo pane era lì, non solo riempiva gli stomaci, riscaldava i cuori. Ricordava sempre quello che Teresa, appena ventenne gli aveva detto: il loro lavoro era il più importante del mondo, solo il pane rende buoni gli uomini. Teresa aveva creato la “madre” e lui manteneva la promessa, il suo non era un lavoro, era una liturgia, fare il pane era la sua preghiera per un mondo migliore. 

 

Racconto premiato, Premio  Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea,  7° edizione anno 2019, pubblicato nell’antologia “Un pensiero di fine giornata”, AAVV,Laura Capone Editore, Roma maggio 2019.